Il museo dell’impero
Articolo di Neelam Srivastava
Roma è stata capitale di più di un impero. Angelo Del Boca, Nicola Labanca,
Valeria Deplano, Alessandro Pes ed Emanuele Ertola sono alcuni fra i molti
storici che hanno studiato il passato coloniale italiano, praticamente finito
nel dimenticatoio dopo il 1945, mettendo in luce soprattutto la volontà del
regime fascista di trasformare l’Italia in un impero. Adesso, in un museo da
poco riaperto al pubblico, cimeli del colonialismo italiano sono presentati al
visitatore senza alcuna cornice interpretativa che le aggiorni per il pubblico
di oggi, ignorando tutto il lavoro storiografico che ha cercato di decolonizzare
la storia d’Italia e rendere visibile gli atti di dominio coloniale che hanno
fatto parte integrante dell’identità nazionale.
Nell’ottobre del 1935, Benito Mussolini pronunciò un discorso dal balcone di
Piazza Venezia a Roma, che fu trasmesso a venti milioni di italiani chiamati ad
adunata nelle piazze e nei centri cittadini di tutta Italia. Nel suo discorso,
Mussolini spiegò che l’Italia avrebbe fatto la guerra all’Etiopia per ottenere
il suo meritato «posto al sole» in Africa e per lavare l’onta della sconfitta di
Adua, dove nel 1896 l’esercito italiano era stato battuto in campo aperto dalle
truppe etiopiche e le ambizioni coloniali del neonato Regno d’Italia avevano
subito una brusca frenata.
All’epoca in cui l’Italia lanciò l’aggressione all’Etiopia, questo era uno Stato
sovrano, membro della Società delle Nazioni e governato dall’imperatore Haile
Selassie. Fu un’invasione illegale e aggressiva, contro le tendenze di un
periodo in cui gli imperi coloniali europei attraversavano una grossa crisi
dovuta ai movimenti anticoloniali che stavano prendendo piede in molte parti del
mondo colonizzato: basti pensare al nazionalismo indiano guidato da Gandhi e
Nehru, il Rastafarianismo nei Caraibi/Jamaica che rifiutava l’egemonia coloniale
britannica e le lotte anti-francesi nelle colonie della Tunisia e Algeria
capeggiate dall’Étoile Nord-Africaine e Destour (partito nazionalista
tunisino).
L’aggressione italiana all’Etiopia fu fra gli eventi più eclatanti del 1935 e
ricevette molta attenzione dalla stampa, soprattutto britannica, che metteva in
chiara luce la natura illegale della conquista e l’uso delle armi chimiche
contro la popolazione etiopica (le foto delle persone colpite dall’iprite
comparvero su molti giornali ed era un fatto noto all’epoca, nonostante la
cosiddetta «smentita» di Indro Montanelli negli anni Novanta, il quale poi
ritrattò).
La conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia si concluse nel maggio 1936. Il 9
maggio Mussolini si rivolse di nuovo alla nazione, annunciando «la riapparizione
dell’Impero sui colli fatali di Roma» e che l’Africa Orientale Italiana era
stata arricchita di un’ulteriore colonia (vedi Angelo Del Boca, Gli italiani in
Africa Orientale, volume 3, La conquista dell’impero). La dominazione italiana
sull’Etiopia, che fece capo per circa un anno al viceré Rodolfo Graziani,
commise molte atrocità e crimini di guerra, incluso il massacro degli abitanti
di Addis Abeba nel febbraio del 1937 a seguito di un attentato a Graziani. Lo
storico Ian Campbell ritiene che l’ammontare delle vittime civili sia intorno a
19.000, uccise da militari, camicie nere e coloni italiani nella capitale del
paese.
Non vi è nessuna menzione di questa storia di violenze legate alle guerre
coloniali italiane nella Sala delle Colonie del Museo del Genio, il cui nome
intero è Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio. Qui sono attualmente
ospitate due belle mostre allestite dal Gruppo Arthemisia, una sulla fotografa
americana Vivian Maier e una sull’artista italiano Ugo Nespolo.
Il Museo del Genio si trova sul Lungotevere delle Vittorie, nel quartiere Prati.
È stato chiuso al pubblico per parecchi decenni ed ha riaperto recentemente
nell’occasione di queste due mostre.
Il museo fu costruito nel 1939 nella sede attuale ed era volto a celebrare il
genio militare italiano e documentare la storia delle imprese dell’esercito,
soprattutto le fortificazioni e le invenzioni tecniche a scopo militare. Come
spiegano Christian Raimo e Bruno Montesano in un recente articolo sul Manifesto,
la responsabilità dell’esposizione è condivisa dal Ministero della difesa «e la
sua società in house Difesa servizi, che possiedono e gestiscono l’edificio» e
da «Arthemisia (una società privata che spesso fa da partner a istituzioni
pubbliche o semipubbliche), alla quale è stata affidata la curatela delle mostre
temporanee».
Ci sono diversi aspetti sconcertanti che colpiscono del museo. Innanzitutto, il
visitatore deve attraversare un grande androne prima di arrivare alle collezioni
permanenti. La sala d’ingresso presenta cinque serie di incisioni sulle varie
pareti di marmo travertino, ognuna con dediche a una guerra italiana.
Qui leggiamo degli eroi e delle medaglie all’onore della prima guerra
d’indipendenza, la seconda, la terza, la quarta (la Prima guerra mondiale) e
infine l’ultima serie reca come titolo «la conquista dell’impero – l’Etiopia–,
come a significare una continuità ideale fra la prima guerra d’indipendenza e
questa guerra coloniale di conquista.
Non ci sono pannelli esplicativi in questa grandiosa anticamera del museo sul
perché la guerra d’Etiopia fosse vista alla pari delle guerre d’indipendenza
agli occhi del regime nel 1939. Come ci racconta Del Boca, per Mussolini
l’invasione dell’Etiopia era una guerra di prestigio con cui sperava di
consolidare l’immagine internazionale del fascismo. Questo è riflettuto
chiaramente nella disposizione della Sala delle Colonie, che è stata riproposta
al pubblico senza alcuna mediazione o apparato critico-storico contemporaneo,
rimasta identica a quando il museo fu aperto. In questa sala si trovano esposti
oggetti relativi alle imprese coloniali italiane in Libia, Eritrea ed Etiopia.
Questo in sé ovviamente non darebbe da discutere, anzi molti degli oggetti sono
di grandissimo interesse storico e culturale; né è giusto pretendere che un
museo dedicato all’Arma del Genio debba per forza fare sempre il processo alle
intenzioni.
È piuttosto l’allestimento a essere problematico ’ essendo segnato da
inaccuratezze e omissioni storiche riguardo all’impresa coloniale che, come
detto, è stata ampiamente documentata dalla storiografia da parecchi decenni. La
prima cosa che vede il visitatore nella sala è una pelle di leone appesa;
l’animale era stato ucciso durante una battuta di caccia da parte dell’operaio
italiano Gastone Lombardi in Giggica nell’aprile del 1937 e c’è tanto di foto
accompagnatrice di un gruppo di «operai del Genio di Scaveli con l’uccisore del
leone».
Stona l’anacronismo anti-ecologico, con forti reminiscenze da uomo bianco in
Africa. Sulla parte opposta è esposta una grande pianta della Rete Stradale
dell’Impero.
Questa mappa è d’indubbio interesse storico perché mostra chiaramente
l’intervento del genio militare in Africa Orientale e il grande valore
attribuito all’Arma per il suo ruolo nella costruzione di strade, ferrovie e
ponti che collegavano Somalia, Eritrea, ed Etiopia. L’espansione italiana in
Africa doveva segnalare al mondo le brillanti innovazioni tecnologiche e
militari italiane, «rivelando le intenzioni di Mussolini di coinvolgere l’intero
paese nel conflitto e di alimentare con la fulmineità di una guerra
meccanizzata, l’immagine di un regime moderno, efficiente, imbattibile»
(citazione sempre di Del Boca, La conquista dell’impero). Come scrisse il poeta
Filippo Tommaso Marinetti nel 1937, «La guerra ha una sua bellezza perché serve
la potenza della grande Italia Fascista».
L’esposizione continua con una serie di cosiddetti «trofei di guerra» ottenuti
in combattimento con gli etiopici, come per esempio un tamburo negarit preso da
una compagnia italiana nel 1936 .
Le diciture delle didascalie non recano alcuna traccia di decenni di lavoro
storiografico e museale sull’imperialismo italiano in Africa e i crimini di
guerra commessi dagli italiani, e senza alcun accenno al fatto che la cosiddetta
conquista fu un’invasione. In più si potrebbe anche notare che la terminologia
di «trofeo» non è proprio adatta a un museo odierno; si veda la didascalia posta
dentro una vetrina che contiene una stazione radiofonica presa al comandante
etiopico Ras Destà e inviata «in dono al Museo Nazionale del Genio perché sia
perennemente conservata con gli altri trofei della guerra africana».
La sala è occupata in larga parte da varie vetrine che contengono plastici di
fortini costruiti durante la guerra coloniale, a dimostrazione del «genio
militare italiano».
Encomi a truppe di combattimento in Libia, Eritrea ed Etiopia si mescolano ai
plastici e a cartine militari dell’Africa Orientale Italiana. La disposizione
dei cimeli e dei vari oggetti nella sala sono chiara prova (come se ce ne fosse
bisogno) della profonda continuità ideologica fra le guerre coloniali del
periodo liberale (da Adua in poi e soprattutto la campagna di Libia) e la
campagna etiopica del 1935-36. Questa continuità ideologica è viva e vegeta in
questo museo finanziato dal Ministero della difesa. Come dice lo storico Fabio
De Ninno, «se la cornice resta quella della continuità e del ‘passaggio di
consegne’ tra guerre, senza un lavoro esplicito sulle discontinuità (e, in
particolare, sul nesso fra guerra, violenza politica e ordine mediterraneo e/o
coloniale), allora la visita del pubblico produce esattamente ciò che temiamo:
un senso di familiarità e di legittimità, più che una comprensione storica»
(vedi anche il recente libro di De Ninno per la collana Fact-checking di
Laterza, Mancò la fortuna non il valore). La supposta continuità fra le guerre
italiane si legge anche sul sito del Ministero della difesa dedicato alla storia
dell’esercito italiano, dove nel caso della guerra d’Etiopia si legge che
«Appena terminate tali operazioni, definite ‘cicli di polizia coloniale’, nel
1935 l’Esercito fu impegnato di nuovo nel conflitto con l’Etiopia».
L’espressione «cicli di polizia coloniale» probabilmente si riferisce alle
operazioni precedenti ovvero alla riconquista della Libia effettuata sotto il
regime di Mussolini: è un risaputo fatto storico che si trattò in realtà di una
campagna di controguerriglia contro una resistenza accanita. E «l’impegno»
dell’Italia in Etiopia fu, come si è già detto, in effetti un’invasione.
Colpisce la mancanza di rispetto nei confronti di persone e territori
rappresentati come semplicemente nemici (e anche implicitamente inferiori) agli
italiani. Usare il termine «nemico» suona strano quando si è in effetti invaso
un’altra nazione sovrana andando contro il diritto internazionale dell’epoca.
Inoltre, molti oggetti esposti nella sala, come ad esempio le armi prese ai
combattenti etiopi ed esposti in teche senza alcuna nota esplicativa che ne
indichi la provenienza, di diritto apparterrebbero all’Etiopia, quindi né al
museo né allo Stato italiano.
Si contrasti questo con la lista degli oggetti che l’Italia si impegnò a
restituire all’Etiopia negli anni Cinquanta, esposta al Museo delle Civiltà
all’Eur e che fanno parte di un’opera di Theo Eshetu che mira a ri-significare e
ri-attualizzare gli oggetti coloniali e il rapporto fra Italia ed Etiopia.
Che dire poi della statua dell’ascaro di dimensioni naturali conservata in una
teca senza alcuna didascalia e che è posto all’uscita, come a conclusione della
visita alla Sala delle Colonie? Gli ascari erano truppe coloniali usate
dall’Italia per effettuare la conquista della Libia e dell’Etiopia e
rappresentano una forma di egemonia militare e razziale esercitato su
popolazioni soggette al dominio coloniale.
È a dir poco irresponsabile mostrare queste cose senza alcuna
contestualizzazione storica, in un museo aperto al grande pubblico con varie
descrizioni trionfalistiche sul sito di Arthemisia. Il sito afferma che «il
percorso museale che oggi si apre al pubblico invita il visitatore a
intraprendere un viaggio affascinante, dove ingegno, tecnica e bellezza si
intrecciano nel racconto della storia del Genio». Manca anche il minimo
riconoscimento dei soprusi e aggressioni effettuati ai danni delle popolazioni
etiopiche, libiche e somale nel corso delle guerre coloniali che sono presentate
in maniera trionfalistica nella sala.
Si potrebbe obiettare che questa sala è ben poca cosa in un edificio abbastanza
marginale nel sistema museale di Roma. È anche vero però che gli spazi del Museo
del Genio vengono riutilizzati per mostre di arte contemporanea, che quindi
porteranno un afflusso molto maggiore di visitatori che si trovano poi a passare
per le sale del Museo senza alcuna spiegazione o pannello che contestualizzi gli
oggetti relativi all’imperialismo italiano. Non solo, ma sia Arthemisia che il
Ministero della Difesa stanno chiaramente cercando di rilanciare il Museo
stesso, celebrandone il contenuto in maniera acritica. Per citare di nuovo De
Ninno, è una questione di confrontarsi con la memoria pubblica delle guerre
coloniali e in sostanza del fascismo, come Ruth Ben-Ghiat scrisse in un articolo
risultato assai controverso in Italia. Si contrasti la Sala delle Colonie con
una mostra intitolata «Museo delle Opacità» ospitata tempo fa dal Museo delle
Civiltà che ha riproposto parte della sua collezione di oggetti provenienti
dall’ex-Museo delle Colonie in maniera auto-riflessiva e critica non solo del
retaggio coloniale ma anche di un metodo museale-antropologico che era teso
semplicemente a «mostrare» gli oggetti in chiave esotizzante e orientalistica.
La storica dell’arte Giulia Grechi osserva che gli archivi e i musei non ci
insegnano soltanto che cosa dobbiamo sapere ma anche come saperlo. Ad esempio,
l’opera dell’artista Jermay Michael Gabriel, Yekatit 12 in mostra al pianterreno
del MuCiv, segnala all’entrata che si sta cercando di ripensare la collezione
per il grande pubblico dal punto di vista dell’esperienza etiopica
dell’occupazione italiana (il titolo «Yekatit 12» è la data nel calendario
etiope del massacro di Addis Abeba compiuto dagli italiani nel 1937, oggetto di
commemorazione annuale in Etiopia).
Com’è evidente, allora, in Italia non si è mai avviato un vero processo di
decolonizzazione a livello pubblico, nonostante che il volto demografico
dell’Italia sia cambiato radicalmente e ormai essere italiani non sia più
sinonimo dell’essere bianchi. Ma tutto questo passa sotto silenzio e
indifferenza o peggio si ritorna alle mitizzazioni del colonialismo fascista.
Rimane da sperare che una nuova generazione di artisti e attivisti continui a
produrre opere e installazioni come quelle dell’Ente di Decolonizzazione,
Alessandra Ferrini o Laura Fiorio che gettano luce sui pregiudizi razziali e
culturali che sostennero l’imperialismo nostrano e riprendono le memorie del
passato coloniale in maniera critica e analitica.
*Neelam Srivastava è professoressa di letteratura postcoloniale e comparata
all’Università di Newcastle, in Inghilterra. Si occupa di letteratura indiana in
lingua inglese, di cinema anticoloniale e della storia del colonialismo
italiano.
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