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“ARCHIVIO DEL GATTO NERO”: VIAGGIO NEI 40 ANNI DI RADIO ONDA D’URTO. STORIE, VOCI, INTERVISTE, LOTTE.
“L’Archivio del Gatto Nero” è un viaggio negli archivi quarantennali di Radio Onda d’Urto, emittente radiofonica antagonista nata in una cantina di vicolo delle Sguizzette (Brescia) il 18 dicembre 1985. Ogni mercoledì, dalle ore 15.15 alle ore 16, sulle frequenze antagoniste di Radio Onda d’Urto 45 minuti in viaggio nel tempo e nello spazio. Dall’archivio della Radio ripeschiamo interviste, voci, storie, lotte, ancora oggi capaci di aiutarci a “conoscere il mondo per trasformarlo”. Le puntate della stagione 2025 – 2026: 18 febbraio: Radio libere, controcultura, autorganizzazione. Intervista a Primo Moroni (1995)  Ascolta o scarica 11 febbraio: le Foibe tra storia, mistificazioni e strumentalizzazioni politiche (1945).  Ascolta o scarica 4 febbraio: speciale 25 Aprile (II). Tra via Rasella e le Fosse Ardeatine.   Ascolta o scarica 28 gennaio: speciale Strage di Piazza Loggia a Brescia (I). Il libro “La tigre e i gelidi mostri. Una verità d’insieme sulle stragi politiche in Italia” di Gianfranco Bettin e Maurizio Dianese.  Ascolta o scarica 21 gennaio: la morte di Lenin in Unione Sovietica (1924) Ascolta o scarica 14 gennaio: speciale 25 Aprile (I). Il ruolo dei comunisti nella Liberazione dal nazifascismo. Ascolta o scarica 17 dicembre: la nascita di Radio Onda d’Urto a Brescia (1985) Ascolta o scarica 10 dicembre: la liberazione No Tav di Venaus (2008)  Ascolta o scarica 3 dicembre: l’omicidio poliziesco di Alexis Grigoropoulos ad Atene, Grecia (2008)  Ascolta o scarica 26 novembre: la morte a Cuba di Fidel Castro (2016) . Ascolta o scarica 19 novembre: la Rivoluzione dei Soviet al potere in Russia (1917)  Ascolta o scarica 12 novembre: la lotta di migranti e antirazzisti sopra e sotto la Gru di Brescia (2010)    Ascolta o scarica 5 novembre: la fine della Prima Guerra Mondiale (1918). Ascolta o scarica 29 ottobre: la marcia fascista su Roma (1922).   Ascolta o scarica 22 ottobre: l’omicidio in Bolivia di Ernesto Che Guevara (1967). Ascolta o scarica
February 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Diplomazia in musica e silenzio nella memoria
-------------------------------------------------------------------------------- Il monumento che commemora ad Addis Abeba il pogrom di Yekatit 12, un crimine di guerra italiano in Etiopia durante il quale furono uccise, in un paio di giorni, tra 20 e le 30 mila persone -------------------------------------------------------------------------------- Non sappiamo se la presidente del Consiglio si sia resa conto di essere arrivata in Etiopia (13-14 febbraio) a pochi giorni dalla ricorrenza, il 19 febbraio, del massacro di Yekatit12, la terribile rappresaglia, centinaia di volte quella delle fosse ardeatine, che seguì l’azione di due giovani partigiani etiopi che tentarono di eliminare il criminale di guerra Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia. Nei tre giorni che seguirono l’attentato, che fece sette vittime tra il seguito del generale, ma a cui Graziani sopravvisse, esercito e coloni civili italiani effettuarono quella che Angelo del Boca ha definito “la più furiosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto”. La repressione arrivò allo sterminio di tutti gli abitanti, monaci e laici, del convento di Debra Libanos. L’Italia fascista aveva replicato ad Addis Abeba quello che l’Italia liberale aveva già fatto a Tripoli nel 1911 in seguito alla battaglia di Shara Shatt. La strage è stata tecnica ordinaria di governo del colonialismo italiano. Crimini per i quale la Repubblica non ha mai assunto responsabilità rimuovendoli dalla memoria pubblica e che da tempo un vasto arcipelago di associazioni chiede di riconoscere con l’istituzione, proprio il 19 febbraio di una “Giornata della memoria delle vittime del colonialismo italiano”. Nessun giornale narra, comunque, che questa coincidenza temporale sia stata notata. E sembra, inoltre, che in ogni caso nessuno in Etiopia gliela abbia fatta notare. Alla “rimozione storica” che ha caratterizzato il rapporto dello Stato italiano con il passato coloniale si somma l’”oblio strategico” di uno stato in disperato bisogno di investimenti esteri come sostiene questa interessantissima riflessione pubblicata sull’Ethiopian Tribune e che, con il loro esplicito consenso, vi propongo in italiano raccomandandovi di leggerla fino in fondo. L’articolo illumina il fatto che il colonialismo e il neocolonialismo non siano rapporti unidirezionali di predazione, ma strutture di un’alleanza, certo asimmetrica, ma comunque reciprocamente vantaggiosa, tra capitale europeo ed élite locali dominanti dentro un paradigma dello sviluppo che esclude e marginalizza le popolazioni locali. E che questo è il quadro in cui si svolge anche il cosiddetto Piano Mattei. [Fabio Alberti] -------------------------------------------------------------------------------- Diplomazia in musica e silenzio nella memoria: l’incontro Meloni-Abiy e la questione irrisolta delle relazioni Italia-Etiopia Introduzione. Una canzone, un summit e l’amnesia strutturale Nel febbraio 2026, durante una cena di stato ad Addis Abeba per il Secondo Vertice Italia-Africa, cantanti etiopi hanno eseguito “Ma il cielo è sempre più blu”, un classico del 1975 del cantautore italiano Rino Gaetano. La Prima Ministra Giorgia Meloni è stata ripresa dalla Ethiopian Broadcasting Corporation mentre sorrideva, canticchiava e applaudiva il gentile tributo musicale. Il video, intitolato “Diplomazia in Musica! Meloni ha stupito Addis Abeba” è circolato ampiamente come emblema di scambio culturale e di calore nelle relazioni bilaterali. Eppure, sotto questa cordialità superficiale si cela una profonda asimmetria storica. Lo stesso stato italiano, che Meloni rappresenta, novant’anni prima ha utilizzato gas iprite contro civili etiopi, ha effettuato bombardamenti aerei sistematici su villaggi e infrastrutture e ha orchestrato il massacro di Yekatit12 ad Addis Abeba — uno degli atti più noti di terrore coloniale fascista in Africa. L’Italia non ha mai fatto scuse formali e complete per questi crimini, né ha avviato un sistematico confronto pubblico con l’eredità della sua occupazione dell’Etiopia (1935–1941). Questo articolo colloca l’incontro diplomatico Meloni-Abiy all’interno della più ampia continuità storica e strutturale delle relazioni Italia-Etiopia. Attingendo al quadro della colonialità del potere (Quijano, 2000) e della politica della memoria post-coloniale (Mbembe, 2001), esamina come la violenza coloniale irrisolta si interseci con l’impegno economico contemporaneo, il controllo della migrazione e i conflitti interni dell’Etiopia. L’allegra esecuzione di una canzonetta italiana in una cena di stato diventa, in questa luce, non solo un gesto di ospitalità, ma un sintomo di quella che si potrebbe chiamare amnesia strutturale, la cancellazione diplomatica della responsabilità storica a favore di una partnership pragmatica. 1. Il peso storico: iprite, massacri e l’architettura della violenza coloniale 1.1 Potenza Aerea e Guerra Chimica come Terrore Strategico L’invasione italiana dell’Etiopia nell’ottobre 1935 non fu una conquista territoriale convenzionale. Era un laboratorio per la modernità militare fascista, combinando forze di terra meccanizzate, bombardamenti aerei e, cosa più famosa, armi chimiche. Tra il 1935 e il 1936, la Regia Aeronautica impiegò iprite contro formazioni militari etiopi, insediamenti civili, fonti d’acqua e bestiame (Del Boca, 1991; Baer, 1967). Non si trattava di danni collaterali incidentali; si trattava di un uso sistematico di armi proibite per terrorizzare, disabilitare e demoralizzare. Gli effetti furono catastrofici: * Decine di migliaia di civili hanno riportato ferite, tra cui ustioni, cecità e insufficienza respiratoria. * Le infrastrutture agricole furono distrutte, determinando insicurezza alimentare a lungo termine. * Il trauma psicologico ha permeato la memoria collettiva, radicando l’occupazione italiana come simbolo paradigmatico di violenza razziale e asimmetria tecnologica. La potenza aerea, come osservano gli studiosi della guerra contemporanea (Singer, 2009), funziona non solo come strumento tattico ma anche come dichiarazione politica, una dimostrazione di superiorità tecnologica progettata per minare la sovranità e il morale della popolazione bersaglio. Negli anni ’30 in Etiopia, ciò assunse la forma di quella che Del Boca (1969) descrive come “violenza di massa industrializzata” impiegata contro una società prevalentemente agraria. 1.2 Yekatit12: Il massacro come pedagogia coloniale Il 19 febbraio 1937, a seguito di un tentativo di assassinio contro il viceré italiano Rodolfo Graziani, le forze fasciste condussero rappresaglie organizzate ad Addis Abeba. In tre giorni, soldati italiani e collaboratori civili hanno sistematicamente ucciso migliaia di etiopi, inclusi intellettuali, membri del clero e persone comuni. Interi quartieri furono rasi al suolo. Furono prese di mira anche le istituzioni religiose. Il massacro, noto come Yekatit12 (19 febbraio nel calendario etiope), non è stata violenza di massa spontanea, ma una pedagogia diretta dallo Stato, progettata per comunicare le conseguenze della resistenza (Campbell, 2017). Il massacro di Yekatit12 viene commemorato ogni anno in Etiopia come il Giorno dei Martiri. Occupa un posto nella coscienza storica etiope analogo ad altre atrocità di massa che definiscono l’identità nazionale e il trauma collettivo. Eppure, in Italia, l’evento rimane in gran parte assente dall’istruzione pubblica, dal discorso politico e dalla memoria diplomatica. 1.3 L’antropologia come arma amministrativa La governance coloniale italiana si basava fortemente sulla conoscenza etnografica e antropologica. Studiosi come Enrico Cerulli produssero studi dettagliati sugli Oromo, i somali e altri gruppi etnici, mappando le strutture linguistiche, sociali e politiche (Sbacchi, 1985). Sebbene alcuni di questi lavori avessero valore accademico, erano strumenti per giustificare strategie di divide et impera, suddivisioni amministrative volte a spezzare la coesione nazionale e a rafforzare le élite intermediarie fedeli all’autorità coloniale. Questo riecheggia le più ampie pratiche coloniali europee analizzate da Mamdani (1996), che sostiene che la classificazione etnografica è diventata uno strumento di governo indiretto, incorporando gerarchie razzializzate in strutture di governo che sono sopravvissute al colonialismo formale. In Etiopia, queste classificazioni influenzarono non solo le mappe amministrative italiane, ma anche i dibattiti post-coloniali su federalismo, autonomia regionale e identità etnica. 2. Il paesaggio contemporaneo: sovranità sotto costrizione e continuità della potenza aerea 2.1 Conflitto interno etiope e vulnerabilità civile I conflitti interni dell’Etiopia dal 2020, inclusi i conflitti del Tigray, degli Amhara e degli Oromo, hanno coinvolto un ampio uso di droni e attacchi aerei da parte del governo federale. I rapporti di Amnesty International (2022) e Human Rights Watch (2023) documentano: * Vittime civili da bombardamenti aerei. * Distruzione delle infrastrutture, inclusi ospedali e scuole. * Sfollamento di massa, con oltre due milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati in fuga verso il Sudan e i paesi vicini (ONU OCHA, 2022). Sebbene i contesti differiscano notevolmente dagli anni ’30: non si tratta di un’occupazione coloniale ma di un conflitto federale interno, la continuità è innegabile: la potenza aerea rimane un meccanismo attraverso cui l’autorità politica esercita una forza coercitiva sulle popolazioni civili. Il trauma psicologico, la devastazione infrastrutturale e lo sfollamento rispecchiano, in forma contemporanea, le conseguenze delle campagne aeree italiane di nove decenni prima. 2.2 Sovranità, Responsabilità e i Limiti dello Sviluppismo Il governo del Primo Ministro Abiy Ahmed ha inquadrato le sue operazioni militari come necessarie per preservare l’unità nazionale e l’integrità territoriale. Eppure, l’uso di droni forniti da attori esterni (comprese Turchia ed Emirati Arabi Uniti) solleva interrogativi sulla sovranità sotto coercizione, su quanto l’Etiopia eserciti decisioni autonome in un contesto di dipendenza economica e partnership strategiche con potenze esterne. Questo dilemma non è unico dell’Etiopia. Riflette una realtà post-coloniale più ampia in cui gli stati africani affrontano asimmetrie strutturali ereditate dal colonialismo, compresa la dipendenza economica, gli oneri del debito e la dipendenza dalla tecnologia militare estera. Il Piano Mattei, il quadro di investimento italiano per l’Africa annunciato nel 2024, esemplifica questa tensione: promette sviluppo delle infrastrutture e partenariati economici operando all’interno di un’architettura geopolitica che restringe lo spazio di manovra africana, limita la sovranità fiscale e perpetua condizioni di scambio diseguali. 3. Sfollamento urbano e la nuova geografia coloniale: lo sviluppo del corridoio di Addis Abeba come gentrificazione 3.1 Il progetto di sviluppo del corridoio: infrastrutture o esclusione? Mentre Meloni e Abiy si scambiavano cortesie diplomatiche nel febbraio 2026, Addis Abeba stava attraversando una trasformazione spaziale drammatica. Gli ambiziosi progetti di “corridor development” del governo Abiy, ufficialmente definiti come modernizzazione delle infrastrutture e rinnovamento urbano, hanno portato allo spostamento in massa di residenti di lunga data provenienti dai quartieri centrali e periurbani. Decine di migliaia di famiglie sono state sfrattate per far spazio all’espansione delle autostrade, complessi residenziali di lusso, zone commerciali e a boulevard paesaggistici progettati per attrarre turismo e investimenti esteri. La retorica governativa enfatizza lo sviluppo economico, la creazione di posti di lavoro e la “beautification”. Tuttavia, i critici sostengono che questi progetti costituiscono una gentrificazione su larga scala che crea una nuova geografia coloniale in cui i residenti etiopi della classe operaia vengono espulsi per fare spazio a investitori europei e stranieri, professionisti espatriati e élite locali benestanti (Harvey, 2008; Smith, 1996). 3.2 Echi storici: pianificazione urbana italiana e violenza spaziale contemporanea La politica spaziale dell’Addis Abeba contemporanea presenta somiglianze scomode con la pianificazione urbana coloniale italiana. Durante l’occupazione del 1936–1941, le autorità italiane ridisegnarono Addis Abeba secondo principi di segregazione razziale, creando zone distinte per coloni italiani, élite indigene e per la popolazione etiope più larga Labanca, 2002). Mercati, aree residenziali e spazi pubblici furono riorganizzati per riflettere le gerarchie coloniali di razza, classe e potere amministrativo. Sebbene gli sviluppi attuali dei corridoi non siano esplicitamente razzializzati nel senso coloniale, la logica funzionale è analoga: si spostano gli etiopi poveri e gli operai per creare spazi di lusso per l’accumulazione di capitale e il consumo delle élite. Il fatto che aziende italiane e di altri paesi europei siano tra i principali beneficiari di contratti di costruzione, investimenti immobiliari e infrastrutture turistiche aggrava l’ironia storica. 3.3 Sfollamento senza compensazione: il costo umano Il giornalismo investigativo e la ricerca sui diritti umani rivelano schemi sistematici di sfratto forzato: ∙ I residenti ricevono un compenso inadeguato o nessun compenso per le case demolite. ∙ Le abitazioni alternative, quando fornite, si trovano ai margini urbani, lontane dalle opportunità di lavoro e dalle reti sociali. ∙ La difesa legale è limitata: i tribunali spesso si pronunciano a favore delle richieste di espropriazione governative. ∙ L’organizzazione comunitaria e le proteste pubbliche vengono represse con arresti e intimidazioni. Questo costituisce ciò che Saskia Sassen (2014) definisce espulsione, la violenta rimozione delle popolazioni dai contesti economici, sociali e spaziali per facilitare l’accumulazione delle élite. Ad Addis Abeba l’espulsione opera attraverso il discorso dello sviluppo e della modernizzazione, rendendo lo sfollamento un progresso e la resistenza un ostacolo. 3.4 Per chi è stata costruita la città? La questione della giustizia spaziale Lo sviluppo dei “corridoi” solleva questioni fondamentali di giustizia territoriale (Soja, 2010): per chi si sta costruendo la città e chi ha il diritto di occupare, modellare e beneficiare dello spazio urbano? Quando hotel di lusso, complessi residenziali recintati e caffè in stile europeo sostituiscono insediamenti informali e quartieri operai, la città viene di fatto ricollocata lontano dai suoi abitanti attuali verso un’élite cosmopolita immaginata, sia nazionale che straniera. Questo non è un processo solo di Addis Abeba. Dinamiche simili caratterizzano la trasformazione urbana in tutto il Sud Globale, da Mumbai a Lagos fino a Rio de Janeiro. Eppure, nel contesto etiope, lo sfollamento avviene in una città che ha un profondo significato simbolico come luogo sia della resistenza anticoloniale (la Battaglia di Adwa) sia di atrocità coloniali (Yekatit 12). La cancellazione spaziale degli della classe operaia etiope per accogliere investimenti di capitale straniero diventa, in questa luce, una continuazione delle logiche coloniali con altri mezzi. 3.5 Il Piano Mattei e il Mercato Immobiliare: il Ritorno della Capitale Italiana ad Addis Abeba Il Piano Mattei italiano, annunciato nel 2024, prevede investimenti infrastrutturali, progetti energetici e partnership con il settore privato in Etiopia. Imprese di costruzioni italiane, sviluppatori immobiliari e aziende alberghiere hanno espresso un interesse significativo per la trasformazione di Addis Abeba. I rapporti preliminari suggeriscono che il capitale italiano sia coinvolto in: * Costruzione di complessi commerciali a uso misto in zone riqualificate del “corridoio”. * Accordi di partnership con sviluppatori etiopi per progetti residenziali di lusso. * Infrastrutture turistiche, inclusi hotel e ristoranti rivolti a visitatori internazionali. L’immagine politica è sorprendente: novant’anni dopo che i fascisti italiani occuparono Addis Abeba, demolirono quartieri e massacrarono i residenti, il capitale italiano ritorna non attraverso invasioni militari, ma attraverso schemi di investimento accolti da un governo etiope in disperato bisogno di valuta estera e in finanziamenti per lo sviluppo. Il meccanismo è cambiato; l’asimmetria persiste. 4. Migrazione, confini e l’asimmetria del movimento 4.1 La chiusura dell’Europa e la cartolarizzazione dello spostamento I rifugiati etiopi in fuga dal conflitto affrontano politiche migratorie europee sempre più restrittive. L’Italia, sotto il governo di Meloni, ha intensificato: ∙ Le intercettazioni marittime nel Mediterraneo. ∙ Gli accordi con Libia e Tunisia per prevenire attraversamenti irregolari. ∙ L’inasprimento legislativo delle procedure di asilo, la riduzione dei tassi di approvazione e l’estensione dei periodi di detenzione (Consiglio Europeo, 2023; Triandafyllidou, 2022). Questo quadro politico rivela un’asimmetria fondamentale: gli stati europei incoraggiano investimenti e impegno economico in Africa rafforzando contemporaneamente i confini contro la mobilità africana. La logica strutturale è quella di permeabilità selettiva: capitale, merci e partnership strategiche attraversano liberamente i confini, mentre le persone sfollate vengono intercettate, detenute o deportate. 4.2 Ironia storica e incoerenza morale L’ironia è storicamente forte. L’Italia, che ha sfollato centinaia di migliaia di etiopi durante l’occupazione coloniale e continua a sfuggire alla responsabilità per crimini di guerra, ora limita l’ingresso agli etiopi in fuga dalla espulsione contemporanea causata, in parte, da conflitti che coinvolgono armi fornite da stati europei e mediorientali, e da progetti di gentrificazione urbana che beneficiano il capitale europeo. Questo non è solo ipocrita; riflette ciò che Mbembe (2001) chiama la necropolitica della governance globale contemporanea, ovvero la distribuzione differenziale delle opportunità di vita, dei diritti alla mobilità e della protezione basata su gerarchie razzializzate che riecheggiano le strutture coloniali di potere. 4.3 Sfollamento in patria, esclusione all’estero: il doppio vincolo Per gli etiopi normali, la realtà contemporanea è un doppio vincolo: sfollati dalle loro case ad Addis Abeba per fare spazio a uno sviluppo orientato all’estero, sono contemporaneamente esclusi dal migrare verso i paesi europei il cui capitale trae profitto da questo spostamento. Vengono resi invisibili nella loro stessa città e inammissibili per le città europee. Questa è la logica spaziale e politica dell’accumulazione neocoloniale: estrarre valore, spostare le popolazioni ed esternalizzare le conseguenze. 5. L’incontro Meloni-Abiy: cosa nasconde la musica 5.1 Diplomazia culturale come gestione della memoria L’esecuzione di “Ma il cielo è sempre più blu” alla cena di stato era, in apparenza, un gesto di ospitalità e riconoscimento culturale. I conduttori etiopi hanno onorato i loro ospiti italiani con una canzone ispirata all’eredità musicale italiana. La visibile gioia di Meloni ha umanizzato l’incontro diplomatico, generando una copertura mediatica positiva e rafforzando la narrazione di partnership e rispetto reciproco. Eppure, la diplomazia culturale, in particolare tra ex colonizzatori e colonizzati, non è mai politicamente neutrale. Funziona come una forma di gestione della memoria, un modo per mettere in primo piano lo scambio estetico mentre si relega sullo sfondo la violenza storica. L’esecuzione di una canzone italiana ad Addis Abeba, in assenza del riconoscimento italiano degli attacchi con iprite o del massacro di Yekatit 12, diventa uno spostamento simbolico, una sostituzione della responsabilità strutturale con la buona volontà culturale. 5.2 Il Silenzio dell’Archivio Ciò che non c’è stato alla cena è significativo quanto ciò che c’è stato. Non c’è stata alcuna lettura dei nomi delle 12 vittime Yekatit. Nessun riconoscimento dei villaggi distrutti dalle armi chimiche italiane. Nessuna menzione dell’Obelisco di Axum, restituito nel 2005 ma ancora emblematico di decenni di rifiuto italiano di rimpatriare il patrimonio culturale saccheggiato. Nessun riferimento al fatto che l’Italia non abbia mai pagato riparazioni, emesso scuse complete o integrato i suoi crimini coloniali nei programmi di istruzione nazionale (Labanca, 2002). Non è stato nemmeno riconosciuto che i residenti venivano sfollati, proprio in quel momento, dai quartieri di Addis Abeba, alcuni per facilitare “Development Corridors” di cui aziende italiane detengono quote di investimento. La cena di stato si è svolta in uno spazio edulcorato, d’élite, ermeticamente sigillato dalle realtà sia della violenza storica che da quella contemporanea. Questo silenzio non è casuale. Riflette ciò che gli studiosi della politica della memoria post-coloniale chiamano oblio strategico, la costruzione selettiva di narrazioni storiche che enfatizzano la riconciliazione e la partnership mentre oscurano le eredità strutturali della violenza e dello sfruttamento. 5.3 Il Gala come Performance Spaziale La cena di stato stessa, probabilmente tenutasi in una sede ristrutturata o di nuova costruzione progettata per impressionare dignitari internazionali, fa parte della performance spaziale di modernità e apertura agli investimenti di Addis Abeba. La coreografia estetica di tali eventi (architettura elegante, performance culturali curate, protocolli multilingue) serve a proiettare un’immagine di sofisticazione cosmopolita che attrae capitali stranieri e legittima la governance. Eppure, questa performance si costruisce, letteralmente, sulla cancellazione dei residenti della classe operaia della città e sul silenziamento della memoria storica. La melodia della canzone di Rino Gaetano ha riempito uno spazio da cui gli etiopi sono stati sistematicamente esclusi sia storicamente, attraverso la violenza coloniale, sia contemporaneamente attraverso la gentrificazione e lo sfollamento. 6. Etiopianesimo e la politica della dignità 6.1 Eccezionalismo etiope e il peso della resistenza L’eccezionalismo storico dell’Etiopia, la sua resistenza riuscita alla colonizzazione, culminata nella battaglia di Adwa del 1896, sono da tempo fonte di orgoglio nazionale e simbolismo panafricano. Il discorso dell’imperatore Haile Selassie alla Società delle Nazioni nel 1936, in cui denunciava l’aggressione italiana e faceva appello alla sicurezza collettiva, rimane un testo canonico nella storia anticoloniale. Eppure, questa eccezionalità porta un peso. L’aspettativa che l’Etiopia, avendo resistito alla colonizzazione totale, debba orientarsi nella geopolitica contemporanea con una particolare autorità morale o autonomia strategica può oscurare i vincoli strutturali in cui essa si trova. La dipendenza economica, i conflitti interni e le pressioni della gestione migratoria limitano la capacità dell’Etiopia di esercitare la sovranità. L’etiopianismo, l’affermazione ideologica della sovranità, della dignità e della continuità storica etiope, deve quindi essere intesa non come una mitologia nazionalista statica, ma come un progetto politico in corso, costantemente negoziato in mezzo a diversità interna, tensioni regionali e pressioni esterne. 6.2 Il dilemma di Abiy: Modernizzazione, Conflitto e Legittimità Il mandato del Primo Ministro Abiy Ahmed esemplifica questa tensione. Inizialmente celebrato per le riforme liberalizzanti e per l’accordo di pace del 2018 con l’Eritrea (per il quale ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace), il governo di Abiy è stato da allora coinvolto in atrocità di massa, repressione mediatica e consolidamento autoritario (Human Rights Watch, 2023). Il dispiegamento della potenza aerea contro il Tigray e altre regioni, unito allo sfollamento urbano dei residenti di Addis Abeba, solleva profondi interrogativi sui confini della violenza statale legittima e sulla coerenza morale di un governo che cerca contemporaneamente investimenti internazionali e coercizione interna. Il rapporto di Abiy con Meloni va letto in questo contesto. La partnership italiana offre risorse economiche e legittimità diplomatica, ma coinvolge anche l’Etiopia in un’architettura geopolitica più ampia che dà priorità alla stabilità, ai rendimenti degli investimenti e al controllo migratorio rispetto ai diritti umani, alla giustizia spaziale e alla responsabilità storica. 6.3 La critica dal basso: movimenti urbani e contro-narrazioni Nonostante la repressione statale, la resistenza ai “Deveopment Corridors” persiste. Organizzazioni comunitarie, residenti sfollati e intellettuali critici hanno articolato contro-narrazioni che sfidano il discorso ufficiale sullo sviluppo: ∙ La città appartiene al suo popolo, non al capitale: argomentazioni che sottolineano il diritto all’abitazione, la continuità spaziale e la coesione comunitaria. ∙ Sviluppo per chi?: Domande sui beneficiari dei progetti infrastrutturali e sulla distribuzione di costi e benefici. ∙ Coscienza storica: Collegare lo sfollamento contemporaneo alla violenza spaziale coloniale e chiedere che l’etiopianismo includa la protezione degli etiopi comuni, non solo una resistenza simbolica alla dominazione esterna. Questi movimenti, sebbene frammentati e precari, rappresentano la possibilità di un etiopiesimo dal basso, uno che insiste sulla responsabilità interna accanto alla sovranità esterna. 7. Verso una politica della responsabilità: cosa richiederebbe la riconciliazione 7.1 Oltre i gesti simbolici Una vera riconciliazione tra Italia ed Etiopia richiederebbe più della restituzione di reperti culturali o di cene di stato con spettacoli musicali. Richiederebbe: 1. Apologia formale: Un riconoscimento italiano completo dell’uso di gas iprite, del massacro di Yekatit12 e della violenza coloniale sistemica. 2. Riparazioni: Compensazione finanziaria per i discendenti delle vittime e finanziamenti per istituzioni etiopi dedicate alla memoria storica e alla salute pubblica. 3. Integrazione educativa: Incorporazione dei crimini coloniali italiani nei programmi di studio nazionali italiani, nei musei e nel discorso pubblico. 4. Accesso agli archivi: Apertura completa degli archivi militari e coloniali italiani ai ricercatori etiopi e internazionali. 5. Coerenza delle politiche: Allineamento delle politiche migratorie con gli impegni etici verso le popolazioni sfollate, in particolare quelle in fuga da conflitti che coinvolgono armi fornite dagli europei o causati da progetti di sviluppo sostenuti dall’Europa. 6. Trasparenza degli investimenti: Divulgazione pubblica delle partecipazioni italiane negli sviluppi del “Corridors” di Addis Abeba e dei meccanismi per garantire che i profitti beneficino le comunità locali. 7.2 Responsabilità e Governance Interna Etiope Ugualmente importante è la responsabilità dell’Etiopia per la violenza e lo sfollamento contemporanei. L’uso del potere aereo da parte del governo federale contro i civili, la detenzione di giornalisti, la repressione del dissenso e lo sfratto forzato dei residenti urbani minano l’autorità morale dell’Etiopia nel chiedere responsabilità agli ex colonizzatori. Un etiopiesimo credibile deve integrare la critica interna insieme alla resistenza alla dominazione esterna. Questo richiede: ∙ Indagini indipendenti sulle vittime civili degli attacchi con droni. ∙ Meccanismi di giustizia transizionale per le vittime della guerra del Tigray e di altri conflitti. ∙ Fermare gli sfratti forzati e implementare una pianificazione urbana partecipativa che dia priorità ai diritti abitativi e ai mezzi di sussistenza dei residenti esistenti. ∙ Compensazione e rialloggio per famiglie sfollate, con supervisione comunitaria dei progetti dei “Corridor Development”. ∙ Riforme costituzionali che bilanciano l’autorità federale con l’autonomia regionale e i diritti delle minoranze. ∙ Libertà dei media e spazio della società civile per favorire il dibattito pubblico e la responsabilità. 7.3 Giustizia spaziale come pratica decoloniale Affrontare lo spostamento urbano ad Addis Abeba richiede di riconoscere che la giustizia spaziale è inseparabile dalla politica decoloniale. Se l’etiopianismo deve significare più di una semplice sovranità simbolica, deve comprendere il diritto degli etiopi comuni a rimanere, formare e beneficiare della propria capitale. Questo significa: ∙ Pianificazione partecipativa: coinvolgere le comunità interessate nelle decisioni sullo sviluppo urbano. ∙ Edilizia abitativa a prezzi accessibili: Garantire che le nuove costruzioni includano alloggi sociali accessibili ai residenti della classe operaia. ∙ Inclusione economica: Creazione di opportunità di occupazione per le popolazioni sfollate nei progetti dei Corridor. ∙ Conservazione culturale: Protezione dei quartieri storici e dei siti della memoria dalla demolizione. VIII. Conclusione: Il cielo non è sempre più blu e la città non è sempre nostra Il titolo della canzone di Rino Gaetano, “Ma il cielo è sempre più blu”, porta con sé un ottimismo lirico, una promessa di continuità, rinnovamento e speranza. Eppure, per gli etiopi che ricordano gli aerei italiani che un tempo oscuravano i loro cieli con gas iprite, e per coloro che ora vedono i bulldozer demolire le loro case per far spazio agli investimenti stranieri, l’espressione risuona in modo diverso. Il cielo non è sempre stato più blu. È stato un luogo di terrore, spostamento e traumi non riconosciuti. E la città di Addis Abeba, luogo sia dell’orgoglio di Adwa che del dolore di Yekatit12, non è sempre più loro. L’incontro diplomatico di febbraio 2026 tra Meloni e Abiy, incorniciato da scambi culturali e partnership economiche, illustra la persistenza dell’amnesia strutturale e della violenza spaziale nelle relazioni contemporanee tra Italia ed Etiopia. Quadri di investimento, restrizioni migratorie, gentrificazione urbana e gesti simbolici coesistono con le eredità irrisolte della violenza coloniale e con il continuo impiego di forza coercitiva da parte dell’Italia negli anni ’30 attraverso la potenza aerea e il massacro, e da parte del governo di Abiy negli anni 2020 tramite droni e bulldozer. L’etiopionesimo, come progetto politico ed etico, richiede più dell’affermazione della sovranità o della celebrazione della resistenza. Richiede l’integrazione della memoria storica con la responsabilità contemporanea, il bilanciamento della critica esterna con la riforma della governance interna e il riconoscimento che la vera partnership non può essere costruita sulla cancellazione del passato o sullo spostamento del presente. Finché l’Italia non riconoscerà la piena portata dei suoi crimini coloniali, e finché l’Etiopia non affronterà le implicazioni etiche del proprio uso della forza coercitiva, sia militare che spaziale, la musica alle cene di stato rimarrà quella che è: una bellissima melodia che nasconde un giudizio incompiuto. Il cielo può essere più blu nelle canzoni, ma sul terreno le ombre della storia restano lunghe, gli avvisi di sfratto sono reali e l’opera della giustizia incompiuta. La domanda non è se gli etiopi possano canticchiare una canzone italiana. La domanda è se potranno rimanere nella loro città, plasmare il proprio futuro e chiedere responsabilità, sia agli ex colonizzatori che al proprio governo. Finché questa domanda non avrà risposta affermativa, nella politica e nella pratica, il gala rimane una performance di amnesia, e lo sviluppo del corridoio rappresenta una continuazione della geografia coloniale con altri mezzi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sulla Ethiopian Tribune il 15 febbraio 2026. Traduzione a cura di Fabio Alberti. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti: Harvey, D. (2008) La destra alla città, New Left Review, 53, pp. 23–40. Sassen, S. (2014) Espulsioni: brutalità e complessità nell’economia globale, Cambridge, MA: Harvard University Press. Smith, N. (1996) La nuova frontiera urbana: gentrificazione e la città revanchista, Londra: Routledge. Soja, E. (2010) Alla ricerca della giustizia spaziale, Minneapolis: University of Minnesota Press. Amnesty International (2022) Etiopia: vittime civili da attacchi con droni, Londra: Amnesty International. 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February 18, 2026
Comune-info
Il nuovo-vecchio colonialismo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Ora che il capitalismo recupera le modalità brutali del colonialismo, può essere necessario rivisitare alcuni dei suoi aspetti più schiaccianti per i popoli, così non ci confondiamo, e soprattutto per travolgere l’apparato di propaganda del sistema. La pubblicità, appena nascosta, tende a coprire i crimini del colonialismo e a mascherarli come imprese civilizzatrici, tra le quali spiccano la democrazia e lo sviluppo che avrebbero portato la conquista del terzo mondo. Un recente articolo di Rafael Poch su CTXT, intitolato “L’impero virtuoso“, ha la virtù di descrivere le atrocità coloniali e di collegarle all’atteggiamento europeo, e del Nord globale, con il genocidio palestinese. Più ancora, sottolinea che “il ruolo svolto nel XIX secolo dalla ‘civiltà’, dal ‘commercio’ e dal ‘cristianesimo’ imposto ai ‘selvaggi’ è ora svolto dall’ideologia dei diritti umani, dell’uguaglianza di genere e di altre nobili cause”. Una doppia operazione mediatica permette di nascondere i massacri e allo stesso tempo di mascherare la conquista coloniale con concetti che la giustificano, in nome di un presunto bene superiore che i conquistati non hanno mai condiviso. Una prima questione da sottolineare è che nelle colonie non è mai esistito qualcosa di simile a una democrazia, perché sono stati governati con mano di ferro dai conquistatori, senza la minima concessione ai popoli che sono stati selvaggiamente repressi. Poch ci ricorda che nella distruzione del settore manifatturiero in India hanno giocato un ruolo decisivo l’eliminazione delle tariffe sui tessili britannici, insieme all’imposizione di tasse e barriere alla vendita dei tessuti indù. Una seconda questione è la violenza diretta e indiretta che hanno esercitato nelle loro colonie. La carestia in Irlanda tra il 1846 e il 1847, che egli chiama “l’olocausto irlandese”, provocò che la fame e le sue conseguenze causarono da uno a due milioni di vittime su una popolazione di otto milioni. Mentre altri paesi europei, anch’essi colpiti dalla peste delle patate, hanno bloccato le esportazioni alimentari per compensare le perdite, i britannici non solo non l’hanno fatto ma hanno sfruttato la carestia per imporre riforme di libero mercato. Come si può vedere, la “dottrina dello shock” di Naomi Klein ha una lunga storia, pur mantenendo tutta la sua tremenda attualità. Fino ad oggi i mezzi di comunicazione macchiano il disastro, sia insultando i popoli o elogiando le misure che promettono “progresso”. La terza questione è centrale: i crimini contro l’umanità. Solo in India, tra il 1880 e il 1920,100 milioni di persone sono morte su una popolazione di poco più di 200 milioni, a causa della carestia e dell’impoverimento. Nel Bengala, dieci anni prima, la fame ha ucciso un terzo della popolazione, 10 milioni. I latinoamericani, e in particolare i popoli originari e neri, conoscono questa storia poiché il continente ha subito un vero e proprio olocausto che è stato vicino alla fine della popolazione non bianca. A questo si possono aggiungere orrori come le guerre dell’oppio, che hanno provocato 150 milioni di tossicodipendenti in Cina, uno su tre abitanti. La quarta questione è il rilascio di prigionieri per usarli come manodopera contro i popoli, in particolare da parte della Gran Bretagna. I dati sono molto eloquenti. Nei trent’anni precedenti al 1776, un migrante su quattro arrivato nel Maryland era condannato. Nel 1840, la metà della popolazione della Tasmania (sud dell’Australia) era detenuta. Tra il 1788 e il 1868 (otto decenni) 162 mila condannati sono stati inviati in Australia, “deportati per uccidere aborigeni a piacimento”. Anche se Poch non lo menziona, si può fare un parallelo tra l’uso dei prigionieri come punta di lancia dell’impresa coloniale e l’attuale stimolo che ricevono i narcotrafficanti per attaccare movimenti sociali e popoli in resistenza. Da un lato, è evidente che il narcotraffico non può prosperare né sussistere senza sostegno statale, sia nella giustizia o negli apparati armati, e ai diversi livelli dei governi. D’altra parte, i fatti dimostrano che siamo di fronte a un’ingegneria sociale molto più sofisticata di quella del colonialismo, che cerca di dirigere il narcotraffico contro coloro che si oppongono ai governi. Non è un caso che in tutta l’America Latina il narcotraffico attacchi movimenti e dirigenti sociali, generalizzando modi che a quanto pare sono nati in Colombia. La capacità di dirigere la violenza dei narcotrafficanti contro i movimenti dal basso è distruttiva per i popoli e un aiuto inestimabile per consolidare il capitalismo attraverso le cosiddette “guerre alla droga”. Nel Semillero di agosto del 2025, il subcomandante Moisés, portavoce dell’EZLN, ha parlato sull’atteggiamento da prendere nei confronti dei narcos. Ha detto che, in generale, sono poveri come loro e che non c’è motivo di iniziare una guerra tra quelli di sotto. Sembra importante discutere per avere una posizione di fronte a una realtà così presente e lacerante. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo-vecchio colonialismo proviene da Comune-info.
February 8, 2026
Comune-info
L’ombra di Mossadeq
È FORTE L’ILLUSIONE DI UN FRONTE ANTI-OCCIDENTALE ETEROGENEO RISPETTO A QUANTO ACCADE IN IRAN. MA MOLTI TRA CHI SEGUE CON APPRENSIONE LE VICENDE DEGLI IRANIANI, E SOPRATTUTTO DELLE IRANIANE, NON CONOSCONO BENE CIÒ CHE QUEL PAESE HA ATTRAVERSATO NELL’ULTIMO SECOLO. E SENZA RISALIRE A QUELLE VICENDE NON SI CAPISCE QUEL CHE STA AVVENENDO. “L’OMBRA DI MOSSADEQ ALEGGIA SULLE VICENDE IRANIANE DAGLI ANNI CINQUANTA AD OGGI – SCRIVE FRANCO BERARDI BIFO IN QUESTA PREZIOSA RICOSTRUZIONE STORICA – MA QUANDO DICO L’OMBRA DI MOSSADEQ VOGLIO DIRE: IL PROCESSO DI LIBERAZIONE DAL COLONIALISMO CHE A METÀ DEL SECOLO SCORSO CREBBE DOVUNQUE… Theran. Foto di Haidar Alkhayat, Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- 11 gennaio 2026, passeggiata domenicale nel sole a Bologna. Vogliamo andare a un ristorante dalle parti di porta Saragozza, ma ci fermiamo in piazza Galvani dove c’è una manifestazione: qualche centinaio di persone, per lo più iraniane, sventolano bandiere con lo stemma monarchico. Diversi cartelli gridano: “Viva lo shah”. Da alcuni giorni l’Iran è sconvolto da una rivolta popolare di proporzioni colossali. Non si sa molto perché il regime ha chiuso l’accesso a Internet, ma si sa abbastanza per capire che è in corso un massacro (probabilmente più di 30mila morti, ndr). Alcuni ritengono che il regime sia sul punto di cadere, altri pensano che questo sia improbabile. Il regime islamista ha una base di massa, e potrebbe affrontare uno scontro prolungato e sanguinoso. Intanto Trump ha minacciato di bombardare, si attende che scoppi una guerra che potrebbe aggiungersi alle carneficine già in corso nell’area. Il regime degli Ayatollah può arginare il genocidio sionista? Improbabile. Ma ormai siamo ridotti a sperare che il nazismo degli uni sconfigga il nazismo degli altri: Putin e Zelenskjj, Khamenei e Netanyahu… Confesso che non avevo pensato che potesse riapparire la faccia di un rappresentante della genia assassina degli Shah di Persia: le bandiere con il leone dorato, simbolo della Persia monarchica mi danno la percezione di una regressione inimmaginabile. Credo che la maggioranza dei ragazzi che oggi seguono con apprensione le vicende degli iraniani, e soprattutto delle iraniane, non conoscano tanto bene le vicende che quel paese ha attraversato nell’ultimo secolo. E senza risalire a quelle vicende non si capisce bene quel che sta accadendo, né chi fosse lo Shah di Persia, il boia Reza Pahlevi, cacciato dalla rivoluzione khomeinista nel 1979 e morto in esilio. Suo figlio, oggi businessman nel paese degli yankee, si presenta come possibile successore del regime dei boia col turbante. Mossadeq, nel 1953 Ho seguito le vicende iraniane fin da quando ero ragazzo. Alla fine degli anni Sessanta avevo conosciuto alcuni studenti comunisti iraniani che abitavano a Bologna, a pochi metri da via Marsili, la casa dove vivevo a quel tempo. Nel 1973 mi invitarono a partecipare a un convegno della CISNU, l’organizzazione degli studenti iraniani esiliati in Europa. Andai a Francoforte dove si teneva il convegno e ricordo uno stanzone pieno di letti a castello dove dormivano i nemici del regime. Ma non si dormì molto, perché alcuni dei partecipanti erano maoisti, altri erano filo-sovietici, passarono la notte a discutere animatamente, e rischiarono di venire alle mani. Quando il mattino seguente tornammo tutti insieme (maoisti, filo-sovietici e io che non appartenevo a nessuna delle chiese comuniste dominanti) nella grande sala dove si svolgeva il convegno, mi chiesero di tenere un discorso a nome degli studenti del movimento italiano anti-imperialista e parlai delle lotte alla FIAT Mirafiori. Negli anni successivi la situazione iraniana divenne turbolenta, fino a quando, nel 1977 cominciarono rivolte guidate a distanza dai discorsi di Khomeini registrati su nastri magnetici che a Teheran si ascoltavano di nascosto. Per capire quel che accadde negli anni Settanta, e anche quel che accade oggi, occorre risalire ancora più indietro, al 1953, quando un primo ministro democraticamente eletto dal popolo iraniano, di nome Mohammed Mossadeq, decise di nazionalizzare i pozzi petroliferi, espropriando le compagnie petrolifere inglesi e statunitensi. Nei mesi seguenti a questa decisione venne arrestato e processato da emissari della Cia. L’ombra di Mossadeq aleggia sulle vicende iraniane da allora ad oggi. Ma quando dico l’ombra di Mossadeq voglio dire: il processo di liberazione dal colonialismo che a metà del secolo scorso crebbe dovunque, ma quasi dovunque fu stroncato dalla reazione neo-colonialista oppure fu deviato in direzione integralista e ultra-reazionaria. Nel 1953 io avevo tre anni, non avevo tempo per seguire le vicende iraniane, ma c’era Ryszard Kapuscinski che faceva il reporter per l’agenzia di stampa polacca, PAP, e che ha scritto un libro nel quale dedica alcune pagine alla persona di Mossadeq. “Mossadeq… il dottore, da tempo sotto costante minaccia d’attentato (contro di lui cospirano democratici e liberali come pure uomini dello Shah ed estremisti islamici)… ha cacciato gli inglesi dai campi petroliferi sostenendo che ogni paese ha diritto di disporre delle proprie ricchezze, ma dimenticando che la forza ha sempre la meglio sul diritto. L’Occidente ha decretato il blocco dell’Iran e il boicottaggio del petrolio iraniano facendone un frutto proibito per tutti i mercati” (Kapucinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag. 40). Mossadeq, come l’indiano Nehru, l’egiziano Nasser, l’indonesiano Sukarno e lo jugoslavo Tito tentarono di realizzare forme di socialismo indipendente dal dominio sovietico e dal dominio occidentale: avevano questa idea che i loro popoli avessero diritto a utilizzare le risorse dei loro paesi e che il colonialismo andasse cancellato definitivamente. Perciò avviarono riforme e nazionalizzazioni che spesso furono stroncate con la forza. Mossadeq venne arrestarono e rimase agli arresti per dieci anni, fin quando morì. Un leccaculo delle grandi aziende petroliere inglesi e nordamericane, di nome Reza Pahlevi si impadronì di tutto il potere e iniziò un processo di modernizzazione che consisteva nel proporre al popolo iraniano modelli che venivano dai paesi dei suoi padroni. “Il petrolio produce grossi profitti ma dà lavoro a poca gente, non genera problemi sociali non crea né un proletariato numeroso né una borghesia numerosa, per cui il governo, non essendo obbligato a dividere i profitti, può disporne a suo piacimento” (Ryszard Kapuscinski: Shah-in-Shah, Feltrinelli, 2001, pag 52). Lo Shah non avrebbe potuto opporsi alle decisioni del primo ministro eletto Mossadeq, che era popolarissimo e godeva dell’appoggio dei partiti socialisti, del partito comunista Tudeh, e anche dei nazionalisti. Furono dunque gli occidentali che si incaricarono di far fuori il legittimo rappresentante della volontà popolare. “Non esiste alcun dubbio che sia stata la CIA a organizzare e dirigere il colpo di stato che nel 1953 portò alla destituzione del primo ministro Mohammed Mossadeq e al mantenimento sul trono dello Shah Rehza Pahlavi, però pochi americani sanno che l’agente della CIA incaricato di organizzare il colpo di stato era un nipote del presidente Theodore Roosevelt. Questo uomo, Kermit Roosevelt, condusse a Teheran un’operazione talmente spettacolare che per molti anni nella CIA continuarono a chiamarlo Mister Iran…” (45-6). Non si capisce quel che è accaduto nei decenni successivi, non si capisce l’odio profondo che gli iraniani hanno sempre manifestato contro gli americani (il grande Satana). se non si ricorda la brutale eliminazione di Mossadeq. Può sorprendere che un popolo colto come quello persiano abbia accettato di piegarsi all’oscurantismo integralista e rinunciare alla democrazia, ma lo spettacolo che i propugnatori occidentali della democrazia avevano dato nel 1953 fu sufficiente per convincere i persiani che la democrazia è una burla, e che qualsiasi boia è meglio dei boia nord-americani, anche dei fanatici come i seguaci dell’orrendo Khomeini. Durante gli anni dello Shah, la democrazia imposta dagli americani usava come strumento la più brutale polizia segreta, nota come SAVAK. Quando conobbi gli studenti della CISNU sentii molto parlare della polizia segreta che li perseguitava: la SAVAK era nota per la sua efferatezza, per i sequestri di persona e le torture. “L’Iran apparteneva alla SAVAK, ma la Savak agiva come organizzazione clandestina, appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non aveva indirizzo… annoverava sessantamila agenti senza contare i tre milioni di informatori… La SAVAK era libera di comprare la gente o di torturarla, di distribuire impieghi o di reclutare nei sotterranei. Stabiliva chi fossero i nemici da annientare… L’unica persona a cui l’istituzione doveva rendere conto era lo Shah. Gli altri non contavano” (Kapuscinski: 66-67). Arriva Khomeini Nel 1977, quando le proteste popolari cominciarono a diffondersi e la voce di Khomeini veniva ascoltata nei bazaar e nelle case private, lo Shah fece pubblicare da un giornale un articolo che fece precipitare la situazione. “Lo Shah disse che Khomeini è uno straniero…” (Kapuscinski, 155) Khomeini non era straniero, tutti sapevano che era costretto all’esilio. E nei giorni successivi le strade si riempirono di manifestanti inviperiti. “Le folle cantano e scandiscono: morte allo Shah. Pochi miliziani, poche inquadrature di volti. Gli operatori sembrano affascinati dalla valanga incalzante… durante gli ultimi mesi della rivoluzione milioni di manifestanti hanno calpestato le strade di tutte le città iraniane: folle inermi, la cui forza stava tutta nel numero e nella determinazione irremovibile. Gli uomini scendono in strada tutti, fino all’ultimo, ed è in questo sciamare contemporaneo di intere città che consiste il fenomeno della rivoluzione iraniana” (155). La repressione della polizia e della Savak fu feroce. “Uno dei documentari più trasmessi è quello sulla manifestazione di Esfahan: un oceano di teste attraversa la piazza principale, poi i soldati aprono all’improvviso il fuoco da ogni lato. La folla cerca disperatamente una via di scampo: grida, tumulto, fuga disordinata. Infine la piazza si svuota… Al centro su una sedia a rotelle è rimasto un invalido senza gambe. Anche lui vorrebbe scappare, ma la ruota della carrozzina si è bloccata, il film non mostra il perché. Spinge disperatamente la poltrona con le mani incassando istintivamente la testa tra le spalle per proteggersi dalle pallottole che gli fischiano intorno, ma invano… Spettacolo tanto sconvolgente che per un attimo i soldati smettono di sparare… Cala il silenzio…” (156-7) In quei giorni gli intellettuali europei si misurarono per la prima volta con un fenomeno nuovo: il fondamentalismo religioso islamico, che si alimentava di decenni di umiliazioni, frustrazioni, violenze che l’occidente aveva imposto per garantirsi il dominio sulla produzione di petrolio. Negli anni successivi il fenomeno si diffuse, imprevisto dai politologi occidentali e anche dagli intellettuali di sinistra per i quali il fondamentalismo rappresentava una sfida. Come si potevano tenere insieme rivoluzione sociale e oscurantismo religioso? Tariq Ali è un intellettuale di origine pakistana che si era fatto conoscere a Londra nelle lotte studentesche del ’68, e aveva preso posizione a favore delle sinistre arabe e soprattutto palestinesi. In un libro dal titolo Lo scontro dei fondamentalisti, esprime lo sconcerto della sinistra laica e libertaria: “Per la sinistra iraniana era impossibile immaginare che la gente che aveva partecipato alle gigantesche manifestazioni potesse fare sul serio quando cantava Allah u akhbar o Lunga vita a Khomeini, o quando inneggiava ai religiosi col turbante intenzionati a creare la repubblica islamica. Gli idioti della sinistra dell’Europa occidentale che erano arrivati in Iran per partecipare agli eventi straordinari, si lasciarono trascinare dal fervore e dall’eccitazione e cominciarono a cantare gli stessi slogan per dimostrare la propria solidarietà… Questa era una rivolta contro l’illuminismo, contro il progresso. Era una rivoluzione postmoderna che accadeva prima che si affermasse il postmoderno. Foucault, tra i primi a riconoscere questa affinità, fu tra i più accesi difensori della Repubblica Islamica. Come si era potuti arrivare a questo?” (Tariq Ali: Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, 2002, pagina 176-7). In una serie di articoli pubblicati dal Corriere della sera, Michel Foucault aveva proposto un’interpretazione innovativa e controversa della rivoluzione fondamentalista. La reazione tradizionalista e religiosa esprimeva secondo lui un bisogno profondo di liberarsi non solo dello Shah, ma anche dell’imperialismo culturale occidentale. Naturalmente c’era del vero in quel che diceva Foucault, ma non c’è dubbio che sottovalutò le mostruose conseguenze di repressione e oscurantismo che la rivoluzione fondamentalista era destinata a produrre. La vendetta imperialista La vendetta americana fu terribile, e provocò milioni di morti in Iran e in Iraq. Gli Stati Uniti spinsero il dittatore dell’Iraq, Saddam Hussein, a scatenare una guerra contro la Repubblica Islamica, che stava influenzando le masse di tutto il mondo islamico. Armato dai sovietici e dagli americani, Saddam poté scatenare un’offensiva contro l’Iran che si stava appena riprendendo dagli effetti della rivoluzione, e che non aveva gli strumenti per difendersi. La risposta del regime islamico fu la mobilitazione generale. Khomeini parlò alla televisione e chiese a chiunque possedesse un fucile di presentarsi immediatamente alla moschea più vicina, dichiarando la jihad. “Solo la morte potrà salvarci. L’America controlla tutto dall’alto, a noi resta un’unica possibilità: gettare prima un ponte di morti per poi essere in grado di combattere contro l’Iraq. Disse Khomeini in un discorso televisivo. Un esercito di credenti, vestiti di sudari, imbracciò le armi e partì per farsi strada fino all’esercito iracheno. Finalmente le truppe iraniane raggiunsero gli iracheni e iniziarono una guerra destinata a durare otto anni. Milioni di soldati sarebbero caduti su entrambi i fronti…” (Kader Abdolah: La casa nella moschea, Iperborea, 2005, pagina 353). Anno dopo anno Khomeini continuò a mandare truppe mal equipaggiate ma decise a tutto, l’offensiva saddamista venne fermata, gli aerei iraniani bombardarono le città irachene come gli aerei iracheni avevano bombardato le città iraniane. Quando gli uomini cominciarono a scarseggiare Khomeini chiamò alla guerra anche i bambini. Migliaia di ragazzini di dodici anni furono mandati a morire nel deserto: un’onda umana destinata a bonificare i campi minati. Si racconta che a ciascuno di loro veniva consegnata una chiave che dovevano portare al collo. La guerra si concluse con un nulla di fatto: le truppe irachene che avevano invaso parte dell’Iran si ritirarono, e una decina di anni dopo gli Stati Uniti scatenarono la prima guerra contro Saddam Hussein, che non serviva più. Fu la prima guerra del Golfo. La seconda guerra contro Saddam venne lanciata nel nuovo millennio dal presidente George Bush jr. Quella seconda volta Saddam venne impiccato. E l’Iraq fu devastato da una guerra criminale e insensata. L’illusione “campista” Non appena esplose la guerra Iran-Iraq, Khomeini decise di liberarsi delle sinistre che lo avevano appoggiato nei primi mesi della sua rivoluzione. Nel romanzo La casa della moschea Abdolah racconta l’eliminazione della sinistra da parte del regime integralista. “Per rendere sicuro il fronte interno il regime decise di fare piazza pulita di tutti i movimenti di sinistra.… A Senjan l’ayatollah Araki ricevette l’ordine di sgombrare il Villaggio Rosso. A quell’epoca il villaggio viveva i suoi giorni migliori, era diventato una zona autonoma con regole proprie, un paese dei sogni dove i giovani avevano creato, in piccolo, il loro stato comunista ideale. I raccolti venivano messi in comune e divisi equamente tra tutti gli abitanti. La sera si ritrovavano in piazza e si leggevano a vicenda i versi del poeta Majakovski….. Mentre i carri armati entravano nel villaggio, spuntarono centinaia di islamici armati che si appostarono nell’oscurità. Nel frattempo due elicotteri volavano sopra le case, illuminando i tetti con un potente fascio di luce. Iniziarono a sparare contro tutto ciò che si muoveva” (354-5). Chi si era illuso che la rivoluzione khomeinista potesse aprire la strada a una democrazia, o che comunque le sinistre potessero convivere con un regime religioso integralista dovette rapidamente arrendersi alla prova dei fatti: il khomeinismo era oscurantismo reazionario. Foucault aveva certamente preso male le misure. Non solo la rivoluzione iraniana, ma in generale tutto il movimento anti-colonialista portava dentro di sé un’ambiguità di fondo: pur di liberarsi dall’imperialismo occidentale spesso i popoli credettero di potersi affidare a leader nazionalisti o integralisti. In India, ad esempio una componente decisiva del movimento indipendentista, guidato da Subas Chandra Bose, era ideologicamente vicino al fascismo italiano e durante la guerra ebbe il sostegno dei nazisti. Nel lungo periodo il nazionalismo induista ha finito per prevalere rispetto alle componenti liberal-democratiche, e l’attuale predominio di Norendra Modi si fonda proprio sulla prevalenza di un nazionalismo razzista e aggressivo. Oggi riemerge l’illusione di un fronte anti-occidentale eterogeneo che mette insieme regimi nazionalisti in alcuni casi apertamente autoritari. La grande dimostrazione di forza che si è svolta a Pechino il primo settembre 2025 ha mostrato che questo fronte può effettivamente sfidare l’egemonia occidentale e bianca. Questo fronte può portare a uno scontro finale con l’imperialismo statunitense, ma l’idea che possa avviare un’emancipazione dal modello capitalista estrattivista e militarista è un’illusione. Chi crede che il regime fondamentalista e misogino iraniano debba essere appoggiato perché sarebbe anti-imperialista è vittima di un’illusione. Solo l’internazionalismo operaio poteva emancipare il pianeta dallo sfruttamento e dalla guerra. La sconfitta del movimento comunista è la sconfitta dell’umanità e della pace. Mentre scrivo queste righe, alla fine del gennaio del 2026, gli iraniani trattengono il respiro perché il Fuhrer biondo che governa gli Stati Uniti d’America ha detto che un’Armada si sta preparando ad attaccare. Il pretesto con cui statunitensi e sionisti si preparano ad aggredire la Repubblica Islamica è la spaventosa repressione che gli ayatollah hanno scatenato contro la popolazione che nelle prime settimane dell’anno ha occupato le strade delle città iraniane. Anche se Internet è bloccata nello spazio iraniano, qualche notizia arriva: si parla di migliaia di morti, si parla di cadaveri scaricati da camion militari, si parla di decine di migliaia di arresti. Non posso sapere se il ministero della Guerra Usa lancerà davvero una nuova guerra in nome della democrazia, mentre a Minneapolis le milizie trumpiane uccidono sequestrano e deportano la gente che si nasconde per evitare di incappare negli aggressori dell’ICE. Non posso immaginare quali rappresaglie sarà in grado di lanciare la Repubblica Islamica nel caso che le minacce si concretizzino. Gli Ayatollah hanno dichiarato che in caso di attacco per loro sarà guerra totale. Guerra totale significa, fra le altre cose, il blocco dello Stretto di Hormuz, dal quale transita una quota considerevole del petrolio mondiale. Inoltre occorre ricordare che la Cina e l’Iran hanno un patto di mutuo sostegno militare, e pare che da qualche settimana armi cinesi stiano arrivando in Iran. Forse ci avviciniamo allo scontro finale che gli sciiti duodecimani attendono come si attende il sacrificio salvifico che permetterà il ritorno dell’Imam nascosto, Muhammad al Mahdi, il dodicesimo Imam che si nascose una quindicina di secoli fa. Non saprei davvero per chi parteggiare, nel caso la guerra si scatenasse davvero. Da disertore quale sono non parteggerei per nessuno, ma non dimentico che ai suoi tempi Khomeini avvertì gli occidentali a fare attenzione. “C’è un solo essere che veglia sul nostro paese, un solo essere che ci protegge, un solo essere che tiene tutto sotto controllo mentre dormiamo, Allah. L’America ha i computer, noi abbiamo Allah. L’America ha grandi aerei di ricognizione, noi abbiamo Allah. America, se vuoi sapere chi ha abbattuto i tuoi aerei leggi la sura dell’Elefante: Alam para kayfe raz bin azabel fiel Non hai visto cosa abbiamo fatto di coloro che cavalcavano gli elefanti? La loro astuzia li aveva ingannati. Noi inviammo stormi di uccelli Che lanciarono pietre contro di loro Riducendoli come pula di grano svuotata” (Kader Abdolah, op. cit. 350-1). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Che succede in Iran? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’ombra di Mossadeq proviene da Comune-info.
January 29, 2026
Comune-info
L’Angelo della storia e il peso della memoria
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Per Walter Benjamin, questo angelo incarna la condizione tragica della storia stessa. “L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”. L’immagine è potente e straziante: l’angelo vorrebbe fermarsi, “destare i morti e ricomporre l’infranto”, ma una tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro. Quella tempesta che noi chiamiamo progresso. Le ali, impigliate nel vento che spira dal paradiso, non possono più chiudersi. L’angelo è trascinato via mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. La memoria come trasformazione In questa visione di Benjamin, l’unica forma di redenzione possibile viene dalla memoria. Ma non da una memoria inerte, commemorativa, che si limita a custodire il dolore come una reliquia. Benjamin ci chiede qualcosa di più radicale: ricordare per trasformare il presente. Il passato non è qualcosa di concluso, sepolto dietro di noi. È l’altra faccia del presente stesso. È il presente che genera dal suo interno il proprio passato, e il passato non può sussistere indipendentemente da un presente che lo testimonia e lo redime. Ogni volta che ricordiamo, non stiamo semplicemente recuperando qualcosa di morto e finito: stiamo attivamente costruendo il significato di ciò che è stato, dandogli nuova vita nel nostro presente. Il tradimento della memoria Ma cosa accade quando la memoria diventa solo ripetizione? Quando ricordare il proprio dolore non ci trasforma, ma ci pietrifica in un eterno lamento che giustifica l’inflizione di nuovo dolore? La tragedia della Palestina ci mostra esattamente questo tradimento della memoria. Israele ha ricordato la Shoah, ha custodito la memoria della persecuzione, dell’annientamento, della negazione dell’umanità del popolo ebraico. Eppure questo ricordo non ha impedito che si costruisse un presente in cui è l’altro ad essere annientato, negato, cancellato dalla sua terra e dalla sua storia. La memoria della sofferenza non ha generato empatia per la sofferenza altrui. Ha generato invece la ripetizione della catastrofe, solo con ruoli invertiti. Come se ricordare significasse solo preservare il proprio diritto a non soffrire più, indipendentemente da chi dovrà soffrire al nostro posto. Una distinzione necessaria È fondamentale essere chiari: criticare le politiche dello Stato di Israele, opporsi al governo Netanyahu e ai suoi ministri, denunciare l’occupazione e le violenze contro i palestinesi non è antisemitismo. L’antisemitismo – l’odio razziale contro gli ebrei in quanto tali – va sempre condannato senza esitazioni. Ma criticare uno Stato, le sue scelte politiche, le sue azioni militari è esercizio di democrazia e di coscienza. Soprattutto quando ministri israeliani usano un linguaggio apertamente genocidario, quando propongono deportazioni di massa, quando la distruzione è sistematica e pianificata. Non sono provocazioni gratuite: sono osservazioni necessarie su come i meccanismi della disumanizzazione si ripetano, indipendentemente da chi li mette in atto. Molti ebrei – intellettuali, attivisti, organizzazioni, lo stesso Grossman – si oppongono a queste politiche proprio “in nome” della memoria della Shoah, non contro di essa. Equiparare automaticamente antisionismo e antisemitismo è una strategia retorica che serve solo a silenziare il dissenso e a rendere indicibili certe verità. Ricordare per non ripetere Benjamin ci insegna che la vera redenzione attraverso la memoria non è commemorazione, ma trasformazione. Ricordare le vittime significa riconoscere in ogni vittima del presente l’eco di quelle del passato. Significa che chi ha conosciuto l’abisso della disumanizzazione dovrebbe essere il primo a rifiutarsi di ricrearlo. La memoria sterile è quella che dice: “Non dimenticheremo mai quello che ci hanno fatto”. La memoria redentrice è quella che dice: “Non dimenticheremo mai, e per questo non lo faremo mai a nessun altro”. L’angelo della storia di Benjamin guarda angosciato il cumulo delle rovine. Ma noi, che non siamo angeli trascinati dalla tempesta, abbiamo ancora la possibilità di scegliere. Possiamo scegliere di ricordare per fermarci davvero, per “ricomporre l’infranto”, per costruire un presente in cui la memoria del dolore genera compassione, non vendetta. Vivere il presente senza annientare l’altro Il presente che genera il proprio passato, nella visione di Benjamin, è un presente responsabile. Un presente che sa che ogni azione di oggi diventerà la memoria di domani, e che ogni vittima di oggi griderà giustizia alle generazioni future. Non basta ricordare. Bisogna lasciare che il ricordo ci cambi, ci trasformi, ci renda incapaci di infliggere agli altri ciò che è stato inflitto a noi. Bisogna che la memoria diventi etica, prassi, scelta quotidiana di riconoscere nell’altro la stessa umanità che esigiamo venga riconosciuta in noi. Altrimenti, la tempesta del progresso continuerà a spingere l’angelo lontano dalle rovine, mentre noi continuiamo ad accumularne di nuove, convinti che le nostre siano diverse, giustificate, necessarie. Convinti che la nostra sofferenza passata ci autorizzi a ignorare quella che infliggiamo oggi. La vera lezione dell’angelo di Klee è questa: o la memoria ci redime tutti, o non redime nessuno. E Primo Levi, che della memoria fece testimonianza e monito, ci ha lasciato parole che dovrebbero bruciare nella coscienza di ogni generazione: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire”. La memoria, se non diventa trasformazione, è solo l’anticamera della prossima catastrofe. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’Angelo della storia e il peso della memoria proviene da Comune-info.
January 27, 2026
Comune-info
Ricordare, per l’Olocausto e per tutto
Articolo di Tomaso Montanari Buongiorno! Sia benvenuta ogni persona a questa celebrazione del Giorno della Memoria del 2026. Sono particolarmente onorato di avere tra noi Helena Janeczek, cui appartiene una delle voci più profonde della letteratura italiana di oggi. Una scrittrice che ha scelto l’italiano: la nostra lingua, la sua lingua. Una scrittrice che avrebbe potuto scegliere il tedesco, lingua nella quale è cresciuta, tra parole polacche e più raramente yddish: in quel plurilinguismo, e pluriculturalismo, che era la ricchezza più preziosa del popolo ebraico, un popolo non confinato nella angustia identitaria di uno Stato nazione, ma che viveva all’incrocio di più identità, lingue e culture. Una diversità, e una libertà, che non erano tra gli ultimi motivi per cui era odiato dai fanatici della nazione, dell’identità e del sangue. Una diversità, e una libertà, che sentiamo vicine come università per stranieri: dove nessuno è straniero e dove tutti proviamo a diventarlo, per essere sempre più vicini all’unica vera identità di tutte e tutti noi, quella umana. Nei suoi libri – tra i quali ho particolarmente amato Le rondini di Montecassino, e naturalmente Lezioni di tenebra –, e nei suoi interventi pubblici, Helena Janeczek ha saputo tessere, nei modi più originali, il filo della memoria, mostrando come l’ombra della Shoah si stenda di generazione in generazione, investendo in modi diversi la sua stessa vita di persona proveniente da una famiglia duramente colpita, e indelebilmente segnata, dall’Olocausto degli ebrei pianificato e attuato dal nazismo tedesco, con la complicità e la partecipazione del fascismo italiano. Le siamo profondamente grati per essere qua, oggi, ad aiutarci a comprendere il significato che ha, in questo 2026 appena iniziato e già così terribile, il Giorno della Memoria. Oggi ricordiamo che il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa scardinò i cancelli di Auschwitz. Per chi si chiede, in questo sempre più dilagante e non innocente disprezzo per la storia, quale sia la differenza tra fascisti e comunisti la giornata di oggi risponde con un fatto: i fascisti hanno aperto Auschwitz, i comunisti l’hanno chiuso. Una differenza importante da ricordare in tempi in cui (come scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati, 1986): «In effetti, molti segni fanno pensare ad una genealogia della violenza odierna che si dirama proprio da quella dominante nella Germania di Hitler». La legge istitutiva del Giorno della Memoria stabilisce di ricordare, specie nelle scuole, «quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti […] affinché simili eventi non possano mai più accadere». Accanto agli ebrei, agli antifascisti e a chi si era rifiutato di aderire a Salò, ricordiamo il popolo Rom, le persone omosessuali, con disabilità o con la pelle nera, i testimoni di Geova e tutte e tutti coloro che, solo per la loro «diversità», furono assassinati dai nazisti. E dal fascismo italiano: la legge prescrive di riflettere sulle «leggi razziali, e la persecuzione italiana dei cittadini ebrei», ricordandoci che non fummo affatto meno colpevoli dei tedeschi. Gli italiani non furono brava gente. Cosa che tendiamo a dimenticare oggi, quando vengono dedicate decine di strade e piazze a Giorgio Almirante (a Siena per ora solo il circolo di un partito), un fascista che ha scritto – su La difesa della razza, organo ufficiale della persecuzione antiebraica italiana di cui era segretario di redazione – frasi come «il razzismo nostro è quello del sangue»; o ancora: «in fatto di razzismo e di antigiudaismo gli italiani non hanno avuto né avranno bisogno di andare a scuola da chicchessia». Questo non è un giorno dedicato a lezioni di storia, ma a un esercizio pubblico e solenne della memoria, cioè alla costruzione di un giudizio collettivo sul passato che impedisca che qualcosa di analogo torni ad accadere. Scrive ancora Primo Levi: «Incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire». È il nocciolo, il messaggio di questa giornata: è avvenuto, quindi può accadere di nuovo. Anzi, sta iniziando ad accadere. Le parole di Levi acquistano un tono terribilmente attuale nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da Donald Trump – cui perfettamente si attagliano queste parole: «Un istrione la cui figura oggi muove al riso». Un istrione che usa la violenza dello Stato contro i diversi – mi riferisco alla polizia Ice, che compie delitti e terrorizza civili americani innocenti indossando divise trasparentemente ispirate a quelle delle SS naziste. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare appunto al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, l’odio razziale, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico. Onorare le vittime della Shoah e del nazismo significa impedire che altri umani possano fare una fine analoga. Per questo, non citare la parola «Gaza» nelle cerimonie ufficiali di oggi significa tradire la memoria di quelle vittime, e il senso stesso del Giorno della Memoria. Il Laboratorio ebraico antirazzista ha espresso questo concetto nel modo più limpido e coraggioso: «Nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio, guardiamo a come fermarne un altro che è in corso». Dopo la Shoah, e pensando alla Shoah, fu un giurista ebreo a definire il reato di genocidio, fissandone le cinque caratteristiche essenziali. Oggi la comunità scientifica mondiale dei giuristi e quella degli storici si sono espresse – a larghissima maggioranza, nelle sedi più prestigiose e ufficiali –, concordando sul fatto che quello che Israele sta perpetrando a Gaza è un genocidio: e non è possibile celebrare la memoria di un genocidio passato tacendo di un genocidio presente. Allo stesso modo, domani sarà impossibile tacere sul fatto che alcuni disegni di legge presentati al Parlamento italiano hanno l’obiettivo di «tacciare le critiche all’ideologia sionista e allo Stato di Israele come antisemitismo […] equiparazione che serve a proteggere uno Stato e le sue politiche, colpendo e criminalizzando chi denuncia il colonialismo, l’apartheid, la violenza sistematica e le pratiche genocidarie esercitate in questi anni contro il popolo palestinese. Serve a trasformare l’antisemitismo e la memoria delle persecuzioni vissute anche dai nostri familiari da problema reale in arma politica di censura» (e queste sono ancora parole del Laboratorio ebraico antirazzista). Quando, nel 1972, i terroristi palestinesi di Settembre nero uccisero 11 atleti israeliani a Monaco, un’altra grande scrittrice Natalia Ginzburg (alla quale abbiamo dedicato un’aula) scrisse un lungo articolo, in cui (dopo aver scritto: «io sono ebrea»), diceva: «A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita, non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi, non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro e armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente». Ricordarlo, e ricordarlo oggi, serve a evitare il terribile rovesciamento per cui proprio la Giornata della Memoria possa servire a coprire ciò che sta accadendo di nuovo. Allo stesso modo, è impossibile oggi tacere sul fatto che una celebre profezia di Primo Levi si sta oggi avverando. All’inizio di Se questo è un uomo, Levi racconta così l’avvio del razzismo antisemita in Germania: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno inconsapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora al termine della catena, sta il Lager. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo». Oggi vediamo questo segnale ripetersi. Oggi che troviamo normale parlare di «deportazioni» di migranti, magari in Albania. Oggi che troviamo normale che i diritti cambino in base al sangue. Pochi giorni fa è stata avanzata, da un deputato della Lega, una proposta di modifica agli articoli 63, 84, 92 e 122 della Costituzione «concernenti l’introduzione del requisito della cittadinanza italiana per nascita per l’assunzione degli incarichi di vertice dello Stato e delle regioni»: lo scopo è impedire che possa diventare presidente della Repubblica, delle Camere, del Consiglio o di una regione, chi non essendo cittadino per jus sanguinis, cioè nascendo da genitori di sangue italiano, ma avendo acquistato in seguito la cittadinanza non avrebbe «un legame originario e pieno con la Nazione». Tecnicamente, una legge razziale. Del resto, da anni in Italia ascoltiamo parole inquietanti provenire dai vertici delle nostre istituzioni. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha detto apertamente (cito): «Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere, o devono essere cancellate». La razza bianca. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni crede nell’esistenza della razza. In un suo libro del 2023 ha detto: «La razza è cosa siamo fisicamente, l’etnia è cosa siamo culturalmente». La genetica e la biologia hanno da tempo dimostrato che le razze umane, semplicemente, non esistono. L’unica specie Homo sapiens, tutta originata da un nucleo primigenio in Africa (!), non conosce suddivisioni genetiche: i caratteri esterni (il colore della pelle, per esempio) non sono legati a un bagaglio genetico «razziale». E dunque «razza» è una parola che si può usare per gli animali, ma non per gli umani. Come se tutto questo non fosse accaduto, Meloni crede ancora nelle razze, e si è detta più volte convinta – la cito – che sia in corso «un’invasione pianificata e voluta» di migranti non bianchi e non cristiani. «Si chiama sostituzione etnica! E noi non la consentiremo!?», ha detto nel 2017, aggiungendo che «l’Unione europea è complice dell’immigrazione incontrollata, dell’invasione dell’Europa e del progetto di sostituzione etnica dei cittadini europei voluti dal grande capitale e dagli speculatori internazionali», specificando che sarebbe George «Soros, il finanziere che sostiene e finanzia in tutto il mondo l’immigrazione di massa e il disegno di sostituzione etnica». Sembra inverosimile che davvero qualcuno possa credere che un fenomeno enorme come la migrazione mondiale sia ascrivibile a un singolo burattinaio: fa paura che a crederlo sia la presidente del Consiglio. E ancora una volta il nemico è individuato nella grande finanza ebraica: Meloni considera l’ebreo Soros colpevole di «una pericolosa ingerenza negli affari degli Stati nazionali», esattamente come un secolo fa le informazioni della polizia politica fascista consideravano gli ebrei italiani complici della «teoria sionistica per la distruzione del senso di nazionalità». Se ci chiediamo quale matrice abbia questa folle teoria della sostituzione etnica, a rispondere è una delle schede del sito ufficiale della Presidenza del Consiglio dei ministri dedicate al contrasto all’antisemitismo – una pagina scritta ovviamente prima dell’avvento dell’attuale governo, e che per ora nessuno ha osato rimuovere: Pregiudizi antisemiti: Grande sostituzione. Mito neo-nazista per cui i «bianchi» vengono sostituiti dai «non bianchi» Un gruppo misterioso (spesso gli ebrei) complotta per sostituire l’identità occidentale. La teoria della sostituzione è un mito neonazista secondo il quale i bianchi vengono sostituiti dai non bianchi. Spesso, come tante teorie cospirative, in ultima analisi gli ebrei vengono indicati come i veri colpevoli. Oggi la grande sostituzione è un mito della cospirazione di estrema destra, diffuso in Europa negli ultimi anni, composto da due fattori. Il primo sostiene che l’identità occidentale sia sotto assedio da parte di massicce ondate d’immigrazione da paesi non europei, portando a una sostituzione degli europei bianchi sul piano demografico. Il secondo afferma che questa sostituzione sia stata orchestrata da un misterioso gruppo come parte di un loro grande piano per dominare il mondo – cosa che faranno creando una società totalmente omogenea sul piano razziale. Questo gruppo viene spesso identificato con gli ebrei/sionisti. Come vedete, oggi non ci occupiamo di pericoli remoti e di idee morte e sepolte: purtroppo no, ci occupiamo del presente, e del nostro immediato futuro. Siamo qua per onorare tutte le vittime del nazifascismo, a cominciare dagli oltre sei milioni di esse che appartenevano al popolo ebraico. E siamo convinti che onorarli significhi usare tutta la nostra voce e tutte le nostre forze per denunciare ogni nuovo riaccendersi di quella infezione nefasta che fu il nazifascismo, e per impedire che nessun altro, in nessun luogo e per mano di nessuno debba subire la stessa sorte. Alla fine di questo incontro, chiederemo a Helena Janeczek di inaugurare l’aula dedicata ad Hannah Arendt, questa luminosa figura di donna, ebrea, cosmopolita, laica, antinazionalista e antifascista. Una delle più importanti pensatrici del Novecento. Tra le sue parole vorrei ricordare una frase riferita alla responsabilità della Shoah, che non ci sarebbe mai stata se la catena del comando e dell’obbedienza a Hitler e ai capi del nazismo fosse stata interrotta. Tutti, o quasi, obbedirono, e fu l’orrore. Per questo Hannah Arendt ci dice: «Nessuno ha il diritto di obbedire». Quando chi starà sopra di voi, nella vita, vi ordinerà o chi chiederà qualcosa che va contro la Costituzione, i diritti della persona umana, la vostra coscienza voi, ragazze e ragazzi, non avrete solo il diritto, avrete il dovere, di disobbedire. Di dire di no. Che a darvi quell’ordine sia un professore, un rettore, un capo, un presidente del consiglio. Oggi siamo qua per dire: mai più, mai più, mai più. E per ricordarci che questo «mai più» dipende anche da noi. Grazie *Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena. L'articolo Ricordare, per l’Olocausto e per tutto proviene da Jacobin Italia.
January 27, 2026
Jacobin Italia
Toussaint Louverture: Rivoluzione francese e colonie
di Aimé Césaire (letto da Francesco Masala) – Edizioni Alegre, 2022, 20€, traduzione di Michela Nessi Aimé Césaire racconta e spiega bene cosa è successo nell’isola di Haiti dopo la rivoluzione francese. le parole Liberté, Égalité, Fraternité hanno affascinato il mondo, e nell’isola caraibica, sotto la guida di Toussaint Louverture, i neri si sono sollevati contro gli occupanti e colonialisti francesi. a
January 26, 2026
La Bottega del Barbieri
Indonesia, memoria e cancellazione
Articolo di Nicola Tanno «Le foto strazianti […] non sono di grande aiuto se il nostro compito è quello di capire. Una narrazione può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano». Nel 2003 Susan Sontang nel suo lavoro Davanti al dolore degli altri sottolineava la capacità delle immagini di fissarsi nella coscienza pubblica con una forza che supera quella delle parole, operando come agenti della memoria e dell’indignazione. Partendo da un’intuizione simile, due storici statunitensi sono giunti alla conclusione che è proprio l’assenza di immagini o la loro manipolazione ciò che ha generato la rimozione dalla coscienza collettiva del genocidio anticomunista indonesiano del 1965-66. Il libro di Geoffrey B. Robinson e Douglas Kammen Exposed. A Virtual History of the Destruction of the Indonesian Left (Cornell University Press) raccoglie più di trecento immagini sulla storia del Partito Comunista Indonesiano (Pki), sulla persecuzione dei suoi militanti e la costruzione del Nuovo Ordine di Suharto.  Sull’importanza delle immagini nella memoria sociale e sui grandi interrogativi riguardanti la storia e la distruzione del Pki, Geoffrey B. Robinson, professore emerito presso la University of Los Angeles (Ucla), ha risposto ad alcune domande di Jacobin Italia. Vi sono molti libri che raccontano i massacri del 1965. Tu stesso hai scritto quello forse più completo sull’argomento. Per quale motivo era necessaria una storia «visiva» della distruzione della sinistra indonesiana?  Alla base del nostro lavoro vi è una premessa teorica: riteniamo che la mancanza di immagini sulla storia del Pki e sulla sua distruzione abbia distorto e impoverito la sua comprensione storica. Nei libri che affrontano l’argomento vi sono pochissime immagini e molto spesso si tratta di scene preparate deliberatamente dall’esercito per costruire una narrazione precisa, che raffigura i militari come eroi, mentre la sinistra subisce un processo di disumanizzazione. Bisogna riflettere su come funziona la memoria sociale. Prendiamo l’Olocausto: anche senza aver letto un libro sull’argomento, la gente sa di cosa si parla perché ha visto le immagini dei prigionieri scheletrici di Bergen-Belsen o dei binari nei campi. Quelle immagini hanno plasmato la comprensione collettiva dell’evento.  Il caso indonesiano, al confronto, spicca per una documentazione visiva sia scarsa che distorta. Il punto di partenza del nostro lavoro è stato proprio questo: crediamo che per la comprensione e la memoria storica sia essenziale che la documentazione visiva sia non solo presente, ma anche adeguatamente spiegata e contestualizzata. Solo così le persone possono «vedere» la storia in modo diverso, in un modo che migliaia di parole di un libro non potranno mai trasmettere. Il vostro libro viene pubblicato nei giorni in cui Suharto, presidente dell’Indonesia per trent’anni e principale responsabile del genocidio del 1965, è stato nominato «Eroe Nazionale». Nonostante il passare degli anni il passato sembra non essere stato ancora pienamente elaborato. Secondo te, perché? Innanzitutto, è doveroso riconoscere che in Indonesia c’è chi il passato lo sta mettendo in discussione. L’aspetto positivo, se così possiamo definirlo, è che molti giovani, attivisti, membri di Ong e studenti protestano attivamente contro questa decisione insensata e oltraggiosa. Osservando ciò che avviene al di fuori del mainstream, l’impegno di giovani, artisti e attivisti di sinistra dimostra una profonda consapevolezza storica. Tuttavia, come mai così tante persone ancora dimenticano o ignorano la verità storica? In parte la risposta sta nel fatto che il regime di Suharto ha realizzato un lavoro eccellente nel costruire una memoria collettiva – una falsa memoria storica – che rende estremamente difficile per la gente sapere o ricordare cosa sia realmente accaduto. Attraverso i programmi scolastici, i film, le commemorazioni e i monumenti, la versione dei fatti imposta dall’esercito si è radicata profondamente nella società, plasmando la memoria sociale. La chiave di volta è che gran parte dell’efficacia della propaganda del regime è stata ottenuta proprio attraverso la rappresentazione visiva. Più che dai libri, i ragazzi apprendono nozioni di storia attraverso immagini, vignette, statue. Un esempio emblematico sono le gite scolastiche al cosiddetto «Museo del Tradimento del Pki», dove i sei generali uccisi vengono rappresentati in modo eroico, mentre le donne della Gerwani [l’organizzazione femminile di sinistra, ndr] vengono raffigurate nude nell’atto di torturarli e ucciderli. Per non parlare del famoso film sul «tradimento del Pki», che praticamente quasi ogni indonesiano ha visto nel corso della sua vita. Esattamente. Quel film [Pengkhianatan G30S/PKI. Nda] è probabilmente il veicolo più importante. Dal 1984 al 1998 è stato riprodotto obbligatoriamente in tutte le scuole, e in parte succede ancora oggi. È un film di quattro ore che dipinge il Pki come un’entità mostruosa, brutale, traditrice. È il peggior film horror che si possa immaginare e, dall’infanzia fino al liceo, i ragazzi indonesiani erano obbligati a guardarlo. È un film orribile perché la violenza è terribilmente esplicita, grottesca, quasi pornografica, ma la cosa più importante è che nelle quattro ore di durata il film ti martella sempre con lo stesso messaggio, sulla natura perfida, subdola e orripilante del Pki. Pensa che un quotidiano indonesiano rivelò che l’80% della popolazione dichiarò di aver appreso tutto ciò che sapeva sul 1965 proprio da quel film. Questo ci fa capire il potere della rappresentazione visiva nel plasmare la memoria. D’altro canto, possiamo osservare l’impatto opposto dei due film di Joshua Oppenheimer, L’Atto di Uccidere e The Look of Silence, che hanno cambiato la prospettiva di molte persone. Dopo le prime proiezioni, seppur in circuiti limitati in Indonesia, una nuova generazione ha cominciato a chiedersi: «Aspetta un attimo, cos’è successo veramente? Non è ciò che mi era stato raccontato». Anche in questo caso, è stata la rappresentazione visiva a fare la differenza, ma in senso inverso: per smantellare la menzogna, non per costruirla.  Tra le foto ve n’è una foto molto bella che mostra tanti giovani in festa in uno dei festival del Pki, pochi mesi prima del disastro. Difficile che essi immaginassero il destino che li attendeva. Aldilà del suo tragico finale, che ruolo ha avuto il Pki nella storia dell’Indonesia del 20º secolo? Foto di Moelyono. Per gentile concessione di G. Robinson Proprio riguardo a quella fotografia, ho sentito da una studiosa, Karen Strasler, che quando fu esposta in una mostra a Yogyakarta durante la Reformasi [1998-1999, nda], era quella davanti alla quale tutti i giovani si fermavano. La toccavano e poi dicevano: «Oh, mio Dio, sono così giovani. Potrei essere io». La gente si rivedeva in quella foto e improvvisamente capiva che ciò davvero era il Pki. Non volevamo mostrare solo l’aspetto tragico di questa storia, ma anche ricordare che la sinistra e il Pki furono, per un lungo periodo, una forza politica e sociale incredibilmente vitale e radicata. Le sue origini risalgono almeno agli anni Venti e tra la gente comune godeva di una popolarità enorme, per una serie di ragioni concrete. Innanzitutto, era considerato l’unico partito non corrotto. Mentre altre formazioni erano note per gli scambi di favori e la compravendita di cariche, il Pki manteneva una reputazione di integrità. In secondo luogo, era un fermo sostenitore dell’anti-imperialismo di Sukarno. In una nazione che aveva appena conquistato l’indipendenza dopo 300 anni di dominio coloniale e una dura guerra di liberazione, questa non era una semplice posizione ideologica: era una bandiera condivisa e potentissima. Anche chi non si definiva comunista apprezzava che il Pki si opponesse a ogni forma di imperialismo. Il Pki era un mondo vivace composto da biblioteche, gruppi studenteschi e sindacati che promosse idee profondamente progressiste per l’epoca. L’esempio più lampante è la lotta per i diritti delle donne. In una società fortemente patriarcale e musulmana, l’organizzazione femminile Gerwani si batté per l’istruzione e l’occupazione femminile, l’arruolamento delle donne nell’esercito e avviò campagne di alfabetizzazione e autonomia economica. Queste erano iniziative concrete che cambiavano la vita delle persone. Tirando le fila, direi che il Pki e la sinistra furono fondamentali nel fare dell’Indonesia degli anni Cinquanta e Sessanta una società dinamica e aperta al mondo. Nel paese vi era un dibattito pubblico vivace, con decine di giornali che discutevano di ciò che succedeva in Congo, a Cuba e in altre parti del mondo. Gli studenti indonesiani viaggiavano e studiavano all’estero, Sukarno era una star del movimento dei paesi non-allineati, l’Indonesia era un attore sulla scena globale, interessato ai fermenti progressisti dei nuovi Stati indipendenti. La sinistra e il Pki in particolare stavano davvero galvanizzando una parte della società indonesiana. La sua distruzione nel 1965 non significò solo la fine di un partito, ma l’annichilimento di un intero universo culturale e politico: una tradizione di pensiero critico, di apertura internazionale, di azione progressista che è stata brutalmente cancellata.  Oggi, però, vedo un barlume di speranza. Ci sono giovani che stanno riscoprendo la sinistra dei loro antenati. Stanno recuperando una storia che credevano perduta e la vedono come una strada per lasciare un segno in un paese che ha un disperato bisogno di nuove idee. E in questo senso, ci auguriamo che il nostro libro dia un piccolo contributo. Vorrei parlare di D.N. Aidit, un leader politico tanto importante quanto ignorato. È come se le scelte suicide dell’ultimo mese di vita avessero cancellato i suoi 15 anni di leadership. Che bilancio storico possiamo dare del capo del Pki?  Innanzitutto, va ricordato che fu Aidit, insieme a un gruppo di giovani, a salvare il partito da una sconfitta quasi catastrofica nel 1948, dandogli nuova energia e trasformandolo in una forza politica potente nel giro di un paio d’anni. I risultati si videro: nel 1955 e nel 1957 il partito ottenne ottimi risultati alle elezioni nazionali e in quelle regionali, dove vinse in diversi collegi. La scelta strategica che adottarono dopo il disastro di Madiun del 1948 – quando l’esercito uccise migliaia di militanti del Pki – fu decisiva. Aidit e il suo gruppo dissero: «Non saremo un partito rivoluzionario armato. Adotteremo una linea parlamentare». Questa strategia fu probabilmente una delle ragioni principali del suo successo. Il partito si presentò sulla scena pubblica in modo del tutto visibile e promosse una mobilitazione totale. Adottò posizioni forti sull’imperialismo e il nazionalismo, e sostenne i sindacalisti, i contadini e i lavoratori. Inoltre, l’alleanza del Pki con Sukarno creò una squadra formidabile. Le critiche arrivarono dopo, quando si disse che era stato un errore non armarsi. La scelta parlamentarista – secondo questa tesi – aveva prodotto una catastrofe annunciata: quando l’altra parte ricorse alla violenza, i comunisti, impreparati a una lotta armata, non poterono fare nulla e furono schiacciati. Vi è poi un altro aspetto cruciale: con la Democrazia Guidata di Sukarno [1960-1967, nda], dopo i tentativi di golpe della fine degli anni Cinquanta, le elezioni non si tennero più. La competizione tra partiti non si svolgeva più alle urne, ma per strada: nella mobilitazione di massa, nei comizi, nelle manifestazioni e nei grandi festival. E si scoprì che il Pki eccelleva in quel tipo di mobilitazioni. Quello che volevamo trasmettere nel libro è che il Pki non era destinato al fallimento, non era solo un gruppo di uomini cupi che discutevano in stanze buie. Era gente che suonava, si divertiva e si godeva la vita. La fine del Pki cominciò il primo ottobre 1965, quando una sollevazione militare di soldati progressisti fallì miseramente causando l’uccisione di sei generali. Per questo episodio l’esercito incolpò ingiustamente l’intero Pki, ma è ormai assodato che D.N. Aidit fosse al corrente (se non l’organizzatore) della cospirazione, mal consigliato dal capo della struttura clandestina del partito, Sjam. Dal tuo libro, tuttavia, metti in discussione finanche la partecipazione di Aidit e paventi la possibilità che Sjam fosse un agente per conto di Suharto. Puoi chiarire meglio la tua posizione sui fatti del 1º ottobre? La questione della responsabilità è complessa. Ritengo probabile che Aidit e forse uno o due altri membri del comitato centrale fossero a conoscenza del piano, ma non credo che il partito nel suo insieme ne fosse al corrente. La base, certamente, non sapeva nulla. Bisogna poi chiarire il significato di «responsabilità». Essere a conoscenza del piano, o anche simpatizzarvi, è molto diverso dall’averlo ideato e diretto. Personalmente, sulla base delle ricerche di John Roosa, penso che Aidit fosse probabilmente informato e che lo approvasse. Non sono però convinto che il piano sia stato ideato da lui. In quel contesto politico, era comune che un piano (come un rapimento o una dimostrazione di forza) circolasse tra diverse figure, che potevano poi scegliere se sostenerlo o meno. Questo scenario è diverso da una cospirazione centralizzata del Pki. L’ipotesi che trovo più plausibile, e che propongo nel libro, è che il movimento sia nato principalmente dalla rabbia all’interno di settori dell’esercito verso la corruzione dei propri vertici. La complicazione è che nell’esercito c’erano anche simpatizzanti del Pki, il quale incoraggiava apertamente questo sostegno. È quindi possibile che alcuni di quei simpatizzanti, con le loro frustrazioni autentiche, fossero coinvolti. In sintesi, affermare che Aidit fosse a conoscenza e abbia tollerato l’azione è una cosa; sostenere che ne fosse il responsabile, o che il Pki abbia una responsabilità collettiva per l’uccisione dei generali e per ciò che seguì, è un’altra ben diversa. Per quale motivo milioni di militanti comunisti non furono neanche lontanamente capaci di organizzare una resistenza? Fu solo un problema militare o anche un problema di linea politica? Primo, la gran parte degli iscritti non capì cosa stesse succedendo. I testimoni raccontano di adunate in cui l’esercito chiedeva ai membri del Pki e delle sue organizzazioni di farsi avanti, e la gente, ignara, lo faceva per poi essere arrestata. Secondo, il fatto che non si siano mobilitati suggerisce con forzache il partito non organizzò il Movimento del 30 Settembre. Se lo avesse fatto, avrebbe sicuramente diramato degli ordini di mobilitazione. Invece non successe nulla, a parte isolati episodi a Giava Centrale. Per un partito così abile nelle mobilitazioni, il silenzio e l’inazione furono sorprendenti. Terzo, il Pki era organizzato per la protesta di massa, non per combattere. Contrariamente alle accuse, non si stava armando. L’unico addestramento a cui erano stati sottoposti i propri militanti – così come quelli degli altri partiti – era una forma di difesa civile con bastoni e fucili finti. I membri del PKI non avevano una seria preparazione militare, né sapevano sparare. Anche negli scontri fisici precedenti, come durante l’occupazione delle campagne nel 1964, tendevano a perdere contro gruppi avversari. La resistenza che emerse fu quindi per lo più improvvisata e disperata, come quella di sei donne che cercarono di bloccare i soldati e che vennero fucilate per questo. L’unico tentativo di resistenza armata organizzata arrivò molto dopo, quando alcuni militanti fuggirono a Blitar, rifugiandosi nelle grotte per sopravvivere. Lì emerse la consapevolezza di organizzare una resistenza armata. Ma era troppo tardi. Nel testo vi sono molte foto di Sukarno, il Presidente della Repubblica impegnato nel trovare «soluzioni politiche» che impedissero la distruzione del Pki. Tuttavia, fu lui a concedere a Suharto i poteri militari che gli permisero di uccidere centinaia di migliaia di persone. Che opinione hai dell’ultima fase di Sukarno? Poteva fare di più per fermare i massacri? È una domanda difficile. Spesso si pensa che ogni cosa sia stata decisa dopo il 1° ottobre 1965, ma in realtà ci vollero due anni per estromettere Sukarno dal potere. L’esercito dovette persino frenare i suoi stessi sostenitori per non sfidarlo troppo apertamente. Sukarno, abituato a risolvere ogni crisi con carisma, concessioni e minacce, credette di poter gestire anche quella situazione. Firmò il Supersemar l’11 marzo 1966, trasferendo poteri a Suharto per «ristabilire l’ordine» con la convinzione di poterlo manovrare, ma sottovalutò la spietatezza di Suharto, che trasformò quel documento in uno strumento per il suo colpo di stato, fino a spingere Sukarno alle dimissioni. Inoltre, la firma gli fu estorta sotto la pressione da parte di generali di alto rango che lo affrontarono direttamente nella sua residenza estiva a Bogor, dove era fuggito dopo che le truppe avevano circondato il palazzo presidenziale. Alla tua domanda se avrebbe potuto fare di più, denunciando il massacro e dicendo che non poteva accettare quelle uccisioni, anche a rischio della vita… penso che tu abbia ragione. Avrebbe potuto fare di più, probabilmente. Il suo modo di operare politicamente, però, era sempre stato quello di manipolare e mettere le parti l’una contro l’altra. Non credo fosse nel suo stile un gesto così diretto e rischioso come quello che stai suggerendo. Va detto, per onestà, che intorno a novembre-dicembre del 1965 disse chiaramente che le uccisioni dovevano fermarsi. Su questa base istituì una commissione di accertamento dei fatti , che però visitò solo Giava e Bali e si confrontò solamente con funzionari governativi e militari.  Col suo lavoro Jess Melvin ha dimostrato che da parte dell’esercito vi fossero intenzioni genocidiarie, ovvero quelle di distruggere «fino alla radice» il Pki. Ritieni che i massacri anticomunisti del 1965 in Indonesia possano essere definiti «genocidio»? Ritengo che, nell’evoluzione del dibattito sulla violenza di massa, sia corretto definire i fatti del 1965 un genocidio. La difficoltà risiede nella definizione giuridica stretta della Convenzione sul genocidio, che protegge solo gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi – categorie nelle quali il Pki, in quanto partito politico, non rientra facilmente. Per questo, alcuni storici sono riluttanti a usare il termine. Tuttavia, sempre più studiosi sostengono che sia assurdo escludere un gruppo politico quando la logica dello sterminio è identica: l’intento deliberato di annientare «fino alla radice» una parte della popolazione. Le dinamiche, l’obiettivo e la ferocia sono le stesse di un genocidio etnico o religioso. Si può anche argomentare che le violenze costituirono un genocidio sulla base del fatto che il Pki costituiva un «gruppo nazionale» nel senso più ampio, un elemento costitutivo e simbolico della stessa nazione indonesiana – proprio come gli abitanti di Srebrenica rappresentavano una parte vitale e simbolica della comunità bosniaca. Questa posizione è stata espressa dal Tribunale Internazionale Popolare 1965 e da numerosi stimati studiosi. Ad ogni modo, per me la questione definitoria è meno importante del comprendere come e perché sia successo, e delle sue terribili conseguenze a lungo termine. Oltre all’effetto immediato su centinaia di migliaia di persone, dobbiamo considerare le conseguenze per la società nel suo complesso, che perdurano fino a oggi. Reputo queste questioni più importanti della disputa accademica sulle definizioni. In conclusione, credi che nell’Indonesia di domani vi possa essere la rinascita di un nuovo movimento o partito di sinistra anticapitalista? Penso che sia piuttosto improbabile assistere alla nascita di un nuovo partito anticapitalista o di sinistra che operi apertamente all’interno del sistema politico. Mi sembra una prospettiva molto lontana. Tuttavia, credo che stiamo già assistendo alla nascita di un nuovo movimento di sinistra, anche se per il momento è limitato a giovani delle aree urbane, persone con un’istruzione universitaria, giornalisti, attivisti e simili. Osservo un entusiasmo e un fermento emergenti intorno a queste idee più progressiste. Quindi, non sono troppo ottimista sul fatto che questo fermento possa trasformarsi in un partito politico formale. Sono invece piuttosto ottimista sulla sua capacità di operare come movimento non partitico. E questo sta già accadendo. *Geoffrey B. Robinson, professore emerito di storia alla University of California (Ucla) specializzato nella violenza politica e diritti umani nel Sud-Est Asiatico. Oltre a Exposure: A Visual History of the Destruction of ther Indonesian Left (Cornell University Press, 2025), ha pubblicato The Killing Season. A History of the Indonesian Massacres 1965-66 (Princenton University Press, 2018). Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis). Vive e lavora da anni a Barcellona. 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January 22, 2026
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