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Il museo dell’impero
Articolo di Neelam Srivastava Roma è stata capitale di più di un impero. Angelo Del Boca, Nicola Labanca, Valeria Deplano, Alessandro Pes ed Emanuele Ertola sono alcuni fra i molti storici che hanno studiato il passato coloniale italiano, praticamente finito nel dimenticatoio dopo il 1945, mettendo in luce soprattutto la volontà del regime fascista di trasformare l’Italia in un impero. Adesso, in un museo da poco riaperto al pubblico, cimeli del colonialismo italiano sono presentati al visitatore senza alcuna cornice interpretativa che le aggiorni per il pubblico di oggi, ignorando tutto il lavoro storiografico che ha cercato di decolonizzare la storia d’Italia e rendere visibile gli atti di dominio coloniale che hanno fatto parte integrante dell’identità nazionale.  Nell’ottobre del 1935, Benito Mussolini pronunciò un discorso dal balcone di Piazza Venezia a Roma, che fu trasmesso a venti milioni di italiani chiamati ad adunata nelle piazze e nei centri cittadini di tutta Italia. Nel suo discorso, Mussolini spiegò che l’Italia avrebbe fatto la guerra all’Etiopia per ottenere il suo meritato «posto al sole» in Africa e per lavare l’onta della sconfitta di Adua, dove nel 1896 l’esercito italiano era stato battuto in campo aperto dalle truppe etiopiche e le ambizioni coloniali del neonato Regno d’Italia avevano subito una brusca frenata.  All’epoca in cui l’Italia lanciò l’aggressione all’Etiopia, questo era uno Stato sovrano, membro della Società delle Nazioni e governato dall’imperatore Haile Selassie. Fu un’invasione illegale e aggressiva, contro le tendenze di un periodo in cui gli imperi coloniali europei attraversavano una grossa crisi dovuta ai movimenti anticoloniali che stavano prendendo piede in molte parti del mondo colonizzato: basti pensare al nazionalismo indiano guidato da Gandhi e Nehru, il Rastafarianismo nei Caraibi/Jamaica che rifiutava l’egemonia coloniale britannica e le lotte anti-francesi nelle colonie della Tunisia e Algeria capeggiate dall’Étoile Nord-Africaine e Destour (partito nazionalista tunisino).  L’aggressione italiana all’Etiopia fu fra gli eventi più eclatanti del 1935 e ricevette molta attenzione dalla stampa, soprattutto britannica, che metteva in chiara luce la natura illegale della conquista e l’uso delle armi chimiche contro la popolazione etiopica (le foto delle persone colpite dall’iprite comparvero su molti giornali ed era un fatto noto all’epoca, nonostante la cosiddetta «smentita» di Indro Montanelli negli anni Novanta, il quale poi ritrattò).  La conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia si concluse nel maggio 1936. Il 9 maggio Mussolini si rivolse di nuovo alla nazione, annunciando «la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma» e che l’Africa Orientale Italiana era stata arricchita di un’ulteriore colonia (vedi Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, volume 3,  La conquista dell’impero). La dominazione italiana sull’Etiopia, che fece capo per circa un anno al viceré Rodolfo Graziani, commise molte atrocità e crimini di guerra, incluso il massacro degli abitanti di Addis Abeba nel febbraio del 1937 a seguito di un attentato a Graziani. Lo storico Ian Campbell ritiene che l’ammontare delle vittime civili sia intorno a 19.000, uccise da militari, camicie nere e coloni italiani nella capitale del paese. Non vi è nessuna menzione di questa storia di violenze legate alle guerre coloniali italiane nella Sala delle Colonie del Museo del Genio, il cui nome intero è Istituto Storico e di Cultura dell’Arma del Genio. Qui sono attualmente ospitate due belle mostre allestite dal Gruppo Arthemisia, una sulla fotografa americana Vivian Maier e una sull’artista italiano Ugo Nespolo.  Il Museo del Genio si trova sul Lungotevere delle Vittorie, nel quartiere Prati. È stato chiuso al pubblico per parecchi decenni ed ha riaperto recentemente nell’occasione di queste due mostre. Il museo fu costruito nel 1939 nella sede attuale ed era volto a celebrare il genio militare italiano e documentare la storia delle imprese dell’esercito, soprattutto le fortificazioni e le invenzioni tecniche a scopo militare. Come spiegano Christian Raimo e Bruno Montesano in un recente articolo sul Manifesto, la responsabilità dell’esposizione è condivisa dal Ministero della difesa «e la sua società in house Difesa servizi, che possiedono e gestiscono l’edificio» e da «Arthemisia (una società privata che spesso fa da partner a istituzioni pubbliche o semipubbliche), alla quale è stata affidata la curatela delle mostre temporanee».  Ci sono diversi aspetti sconcertanti che colpiscono del museo. Innanzitutto, il visitatore deve attraversare un grande androne prima di arrivare alle collezioni permanenti. La sala d’ingresso presenta cinque serie di incisioni sulle varie pareti di marmo travertino, ognuna con dediche a una guerra italiana. Qui leggiamo degli eroi e delle medaglie all’onore della prima guerra d’indipendenza, la seconda, la terza, la quarta (la Prima guerra mondiale) e infine l’ultima serie reca come titolo «la conquista dell’impero – l’Etiopia–, come a significare una continuità ideale fra la prima guerra d’indipendenza e questa guerra coloniale di conquista. Non ci sono pannelli esplicativi in questa grandiosa anticamera del museo sul perché la guerra d’Etiopia fosse vista alla pari delle guerre d’indipendenza agli occhi del regime nel 1939. Come ci racconta Del Boca, per Mussolini l’invasione dell’Etiopia era una guerra di prestigio con cui sperava di consolidare l’immagine internazionale del fascismo. Questo è riflettuto chiaramente nella disposizione della Sala delle Colonie, che è stata riproposta al pubblico senza alcuna mediazione o apparato critico-storico contemporaneo, rimasta identica a quando il museo fu aperto. In questa sala si trovano esposti oggetti relativi alle imprese coloniali italiane in Libia, Eritrea ed Etiopia. Questo in sé ovviamente non darebbe da discutere, anzi molti degli oggetti sono di grandissimo interesse storico e culturale; né è giusto pretendere che un museo dedicato all’Arma del Genio debba per forza fare sempre il processo alle intenzioni.  È piuttosto l’allestimento a essere problematico ’ essendo segnato da inaccuratezze e omissioni storiche riguardo all’impresa coloniale che, come detto, è stata ampiamente documentata dalla storiografia da parecchi decenni. La prima cosa che vede il visitatore nella sala è una pelle di leone appesa; l’animale era stato ucciso durante una battuta di caccia da parte dell’operaio italiano Gastone Lombardi in Giggica nell’aprile del 1937 e c’è tanto di foto accompagnatrice di un gruppo di «operai del Genio di Scaveli con l’uccisore del leone».  Stona l’anacronismo anti-ecologico, con forti reminiscenze da uomo bianco in Africa. Sulla parte opposta è esposta una grande pianta della Rete Stradale dell’Impero.  Questa mappa è d’indubbio interesse storico perché mostra chiaramente l’intervento del genio militare in Africa Orientale e il grande valore attribuito all’Arma per il suo ruolo nella costruzione di strade, ferrovie e ponti che collegavano Somalia, Eritrea, ed Etiopia. L’espansione italiana in Africa doveva segnalare al mondo le brillanti innovazioni tecnologiche e militari italiane, «rivelando le intenzioni di Mussolini di coinvolgere l’intero paese nel conflitto e di alimentare con la fulmineità di una guerra meccanizzata, l’immagine di un regime moderno, efficiente, imbattibile» (citazione sempre di Del Boca, La conquista dell’impero). Come scrisse il poeta Filippo Tommaso Marinetti nel 1937, «La guerra ha una sua bellezza perché serve la potenza della grande Italia Fascista». L’esposizione continua con una serie di cosiddetti «trofei di guerra» ottenuti in combattimento con gli etiopici, come per esempio un tamburo negarit preso da una compagnia italiana nel 1936 .  Le diciture delle didascalie non recano alcuna traccia di decenni di lavoro storiografico e museale sull’imperialismo italiano in Africa e i crimini di guerra commessi dagli italiani, e senza alcun accenno al fatto che la cosiddetta conquista fu un’invasione. In più si potrebbe anche notare che la terminologia di «trofeo» non è proprio adatta a un museo odierno; si veda la didascalia posta dentro una vetrina che contiene una stazione radiofonica presa al comandante etiopico Ras Destà e inviata «in dono al Museo Nazionale del Genio perché sia perennemente conservata con gli altri trofei della guerra africana». La sala è occupata in larga parte da varie vetrine che contengono plastici di fortini costruiti durante la guerra coloniale, a dimostrazione del «genio militare italiano». Encomi a truppe di combattimento in Libia, Eritrea ed Etiopia si mescolano ai plastici e a cartine militari dell’Africa Orientale Italiana. La disposizione dei cimeli e dei vari oggetti nella sala sono chiara prova (come se ce ne fosse bisogno) della profonda continuità ideologica fra le guerre coloniali del periodo liberale (da Adua in poi e soprattutto la campagna di Libia) e la campagna etiopica del 1935-36. Questa continuità ideologica è viva e vegeta in questo museo finanziato dal Ministero della difesa. Come dice lo storico Fabio De Ninno, «se la cornice resta quella della continuità e del ‘passaggio di consegne’ tra guerre, senza un lavoro esplicito sulle discontinuità (e, in particolare, sul nesso fra guerra, violenza politica e ordine mediterraneo e/o coloniale), allora la visita del pubblico produce esattamente ciò che temiamo: un senso di familiarità e di legittimità, più che una comprensione storica» (vedi anche il recente libro di De Ninno per la collana Fact-checking di Laterza, Mancò la fortuna non il valore). La supposta continuità fra le guerre italiane si legge anche sul sito del Ministero della difesa dedicato alla storia dell’esercito italiano, dove nel caso della guerra d’Etiopia si legge che «Appena terminate tali operazioni, definite ‘cicli di polizia coloniale’, nel 1935 l’Esercito fu impegnato di nuovo nel conflitto con l’Etiopia». L’espressione «cicli di polizia coloniale» probabilmente si riferisce alle operazioni precedenti ovvero alla riconquista della Libia effettuata sotto il regime di Mussolini: è un risaputo fatto storico che si trattò in realtà di una campagna di controguerriglia contro una resistenza accanita. E «l’impegno» dell’Italia in Etiopia fu, come si è già detto, in effetti un’invasione.  Colpisce la mancanza di rispetto nei confronti di persone e territori rappresentati come semplicemente nemici (e anche implicitamente inferiori) agli italiani. Usare il termine «nemico» suona strano quando si è in effetti invaso un’altra nazione sovrana andando contro il diritto internazionale dell’epoca. Inoltre, molti oggetti esposti nella sala, come ad esempio le armi prese ai combattenti etiopi ed esposti in teche senza alcuna nota esplicativa che ne indichi la provenienza, di diritto apparterrebbero all’Etiopia, quindi né al museo né allo Stato italiano. Si contrasti questo con la lista degli oggetti che l’Italia si impegnò a restituire all’Etiopia negli anni Cinquanta, esposta al Museo delle Civiltà all’Eur e che fanno parte di un’opera di Theo Eshetu che mira a ri-significare e ri-attualizzare gli oggetti coloniali e il rapporto fra Italia ed Etiopia. Che dire poi della statua dell’ascaro di dimensioni naturali conservata in una teca senza alcuna didascalia e che è posto all’uscita, come a conclusione della visita alla Sala delle Colonie? Gli ascari erano truppe coloniali usate dall’Italia per effettuare la conquista della Libia e dell’Etiopia e rappresentano una forma di egemonia militare e razziale esercitato su popolazioni soggette al dominio coloniale. È a dir poco irresponsabile mostrare queste cose senza alcuna contestualizzazione storica, in un museo aperto al grande pubblico con varie descrizioni trionfalistiche sul sito di Arthemisia. Il sito afferma che «il percorso museale che oggi si apre al pubblico invita il visitatore a intraprendere un viaggio affascinante, dove ingegno, tecnica e bellezza si intrecciano nel racconto della storia del Genio». Manca anche il minimo riconoscimento dei soprusi e aggressioni effettuati ai danni delle popolazioni etiopiche, libiche e somale nel corso delle guerre coloniali che sono presentate in maniera trionfalistica nella sala.  Si potrebbe obiettare che questa sala è ben poca cosa in un edificio abbastanza marginale nel sistema museale di Roma. È anche vero però che gli spazi del Museo del Genio vengono riutilizzati per mostre di arte contemporanea, che quindi porteranno un afflusso molto maggiore di visitatori che si trovano poi a passare per le sale del Museo senza alcuna spiegazione o pannello che contestualizzi gli oggetti relativi all’imperialismo italiano. Non solo, ma sia Arthemisia che il Ministero della Difesa stanno chiaramente cercando di rilanciare il Museo stesso, celebrandone il contenuto in maniera acritica. Per citare di nuovo De Ninno, è una questione di confrontarsi con la memoria pubblica delle guerre coloniali e in sostanza del fascismo, come Ruth Ben-Ghiat scrisse in un articolo risultato assai controverso in Italia. Si contrasti la Sala delle Colonie con una mostra intitolata «Museo delle Opacità» ospitata tempo fa dal Museo delle Civiltà che ha riproposto parte della sua collezione di oggetti provenienti dall’ex-Museo delle Colonie in maniera auto-riflessiva e critica non solo del retaggio coloniale ma anche di un metodo museale-antropologico che era teso semplicemente a «mostrare» gli oggetti in chiave esotizzante e orientalistica.  La storica dell’arte Giulia Grechi osserva che gli archivi e i musei non ci insegnano soltanto che cosa dobbiamo sapere ma anche come saperlo. Ad esempio, l’opera dell’artista Jermay Michael Gabriel, Yekatit 12 in mostra al pianterreno del MuCiv, segnala all’entrata che si sta cercando di ripensare la collezione per il grande pubblico dal punto di vista dell’esperienza etiopica dell’occupazione italiana (il titolo «Yekatit 12» è la data nel calendario etiope del massacro di Addis Abeba compiuto dagli italiani nel 1937, oggetto di commemorazione annuale in Etiopia).     Com’è evidente, allora, in Italia non si è mai avviato un vero processo di decolonizzazione a livello pubblico, nonostante che il volto demografico dell’Italia sia cambiato radicalmente e ormai essere italiani non sia più sinonimo dell’essere bianchi. Ma tutto questo passa sotto silenzio e indifferenza o peggio si ritorna alle mitizzazioni del colonialismo fascista. Rimane da sperare che una nuova generazione di artisti e attivisti continui a produrre opere e installazioni come quelle dell’Ente di Decolonizzazione, Alessandra Ferrini o Laura Fiorio che gettano luce sui pregiudizi razziali e culturali che sostennero l’imperialismo nostrano e riprendono le memorie del passato coloniale in maniera critica e analitica.   *Neelam Srivastava è professoressa di letteratura postcoloniale e comparata all’Università di Newcastle, in Inghilterra. Si occupa di letteratura indiana in lingua inglese, di cinema anticoloniale e della storia del colonialismo italiano. L'articolo Il museo dell’impero proviene da Jacobin Italia.
La radice dell’oppressione delle donne
Articolo di Tra il 1970 e il 1971, la leggendaria attivista afroamericana Angela Davis si trova in prigione, accusata di complicità nell’omicidio di un giudice durante la rivolta di San Rafael, reato per cui fu assolta nel 1972. Ed è proprio in questo periodo che scrive il saggio Women and capitalism: Dialectics of Oppression and Liberation (poi raccolto nel ‘98 in The Angela Y. Davis reader), in cui getta le basi della propria riflessione teorica, che si propone di ovviare all’inabilità teorica di buona parte dei movimenti femministi – bianchi e borghesi – nello scoprire le intersezioni tra l’oppressione femminile e tutti gli altri antagonismi sociali.  Proponendo un’analisi prettamente marxista, evidenzia come il considerare lo sfruttamento di classe, l’espansione coloniale, il dominio nazionale e razziale come sintomi dell’autorità maschile abbia eluso il problema, invece di affrontarlo, finendo per riflettere il processo più ampio della frammentazione delle relazioni sociali nel capitalismo. Davis non sostiene che l’oppressione femminile sia nata soltanto con il capitalismo, ma ne vuole sottolineare la specificità storica.  Alcune tendenze femministe (essenzialiste), criticate nel corso di questo suo saggio, rivendicano una presunta dimensione naturale del femminile, una sorta di autenticità da contrapporre alla maschilità, finendo così per far apparire innocua – o quanto meno astorica – la stessa oppressione delle donne. Davis, invece, fa notare come nella società pre-capitalista le donne, pur essendo ugualmente oppresse e indirizzate al lavoro domestico, non erano esiliate dalla produzione sociale in generale, e quindi la loro oppressione non era «un risultato dei modi dominanti di produzione, ma piuttosto una concreta precondizione della produzione», perché il loro lavoro creava, proprio come anche tutto il lavoro sociale degli uomini, valore d’uso. Con l’avvento del capitalismo e dell’economia di scambio, il «valore d’uso viene soppiantato dal valore di scambio e l’obiettivo della produzione diventa la riproduzione del capitale», e allora la relegazione domestica delle donne, esiliate dalla sfera della produzione sociale, diventa un fenomeno – appunto – sociale. Il capitalismo, strappando le funzioni domestiche dal loro carattere immediatamente sociale, le ha rese astrattamente naturali per le donne, finendo in quella che Davis definisce «la creazione sociale delle donne come esseri eternamente naturali. Vale a dire, le donne sono socialmente imprigionate in ruoli naturali che non sono più naturalmente necessari».  In quest’ottica, le donne sono tenute in uno stato di inferiorità sociale non dagli uomini in generale, ma dalla classe dominante. Se quindi si da il primato assoluto alle dimensioni sessuali dell’oppressione femminile, concentrandosi unicamente sulla liberazione sessuale, si finisce con l’ignorare il carattere profondamente storico dell’oppressione femminile, non riuscendo a comprendere la specificità della sottomissione sociale delle donne che non fanno parte della classe privilegiata. Per Davis il lavoro domestico è oppressivo in quanto non produce valore di scambio, non genera profitto ai capitalisti, e pertanto viene socialmente costruito come una forma di lavoro naturalmente inferiore al lavoro salariato di matrice capitalista.  Continuando sulla scorta di quest’analisi, nel suo libro più importante, Donne, razza e classe,  Davis tra le altre cose evidenzia la necessità della socializzazione del lavoro domestico, perché anche se fosse superata la sua assegnazione esclusiva al genere femminile, non cesserebbe comunque di opprimere in virtù della sua non-produzione di valore di scambio. Per questo invita a non concentrarsi sulla figura della donna oppressa unicamente come casalinga, guardando anche alle donne bianche sfruttate nelle industrie per miseri salari e alle donne Nere costrette a lavorare in schiavitù. La figura della casalinga nella prima e seconda ondata femminista rifletteva, secondo Davis, soltanto la parzialità delle classi medie emergenti e personificava la loro prosperità economica, ma si impose come modello universale di femminilità, con la rappresentazione del lavoro domestico femminile come una vocazione di tutte le donne, per cui «quelle che erano costrette a svolgere un impiego salariato iniziarono a essere trattate da complete estranee nel mondo maschile dell’economia pubblica».  Parte del movimento femminista si concentrò sulla rivendicazione di un salario per il lavoro domestico delle donne, e la prima manifestazione a riguardo ebbe luogo proprio in Italia nel marzo del 1974. Questo movimento partiva dal presupposto per cui il lavoro domestico era degradante e oppressivo perché era innanzitutto lavoro non pagato, e quindi richiedeva il pagamento delle lavoratrici domestiche in quanto produttrici e riproduttrici di una merce fondamentale: la forza lavoro. Per Angela Davis, però, le casalinghe non sono delle lavoratrici occulte del processo di produzione capitalistico, perché con la rivoluzione industriale si ha una separazione strutturale, come abbiamo visto, tra l’economia domestica e quella pubblica. Emblematico diventa allora il caso sudafricano durante l’apartheid, in cui venne teorizzato come il lavoro degli uomini non bianchi rendesse profitti più alti nel momento in cui la vita domestica, potenziale luogo di resistenza, veniva eliminata, per cui le donne disoccupate, «appendici superflue»,  erano bandite dalle aree bianche o dai centri industriali. Questa «versione sudafricana del capitalismo – scrive Davis – con la sua negazione della vita domestica, mostra le estreme conseguenze della separazione dell’economia privata domestica e del processo di produzione pubblico che caratterizza la società capitalista in generale», da cui deduce la debolezza delle rivendicazioni per il salario alle lavoratrici domestiche poiché, inserendosi nelle logiche stesse del capitalismo, rischiavano di legittimare ulteriormente tale forma di «schiavitù domestica». La socializzazione del lavoro domestico, invece, presuppone la fine netta del regime del profitto economico. L’approccio teorico di Angela Davis è radicale, arriva alla radice stessa delle cose, e per farlo è necessario, come scrive in Donne, cultura e politica, recentemente pubblicato da Alegre, evitare di ipostatizzare «una condizione astratta della donna, che subisce in maniera astratta le logiche sessiste e che le combatte all’interno di un contesto storico altrettanto astratto [perché] questo stato di astrazione si rivela essere un insieme di condizioni ben specifiche e concrete, in cui le donne bianche della classe media, vittime degli atteggiamenti e dei comportamenti sessisti degli uomini bianchi della classe media, rispondono a essi rivendicando l’uguaglianza con quegli specifici uomini. Con questo approccio non si fa altro che lasciare inalterato il sistema socio-economico attuale che si nutre di pregiudizi razzisti e classisti».  L’essenza femminile che viene presentata come neutrale per Davis in realtà non è mai tale, ma è sempre densa di un dominio politico storicamente determinato – spesso maschile, ricco e bianco. Le lotte, allora, non possono basarsi su una presunta universalità femminile, ma devono guardare all’ampiezza del contesto politico-economico di predominio maschile in cui l’oppressione della donna si inserisce. Per questo critica l’insistenza miope di molto femminismo bianco borghese nell’inquadrare ad esempio come tratto principale dell’oppressione subita dalle donne musulmane la mutilazione genitale praticata in alcuni paesi africani, perché queste sorelle non subivano un’oppressione fuori dalla storia, di cui l’infibulazione doveva rimanerne astoricamente il tratto principale. Per Davis è necessario non isolare queste attenzioni bensì vederle «come prerequisiti per una lotta più ampia» – insomma, è necessario attuare proprio l’approccio che poi prenderà il nome di intersezionalità. La domanda che si ponevano le femministe egiziane con cui parlò Davis durante il suo viaggio in Egitto negli anni Ottanta non era sull’accettabilità o meno della castrazione come pratica culturale, ma su come mettere in moto un processo efficace per relegarla all’obsolescenza della storia, mettendo al primo posto l’autodeterminazione consapevole delle donne egiziane come parte di una storia più ampia. Ugualmente «miope» ritiene la focalizzazione occidentale sull’hijab portato dalle donne musulmane perché presume che il «sessismo sia qualitativamente più lesivo per le donne musulmane che per le occidentali» e distorce «i tentativi di analizzare la condizione delle donne nei paesi arabi» oscurando totalmente, in quanto simbolo codificato e accettato dall’Occidente, l’analisi storica del lavoro e dello status della donna. Ad esempio, si ignora totalmente il carattere di classe dell’hijab stesso: infatti, tra le lavoratrici, in particolare quelle agricole, non vige l’uso dell’hijab, soprattutto per l’evidente impedimento che comporterebbe nell’esecuzione del lavoro. Non a caso le femministe egiziane incontrate da Davis insistevano su come la concentrazione soltanto sulla campagna per l’eliminazione dell’hijab avesse accresciuto ulteriormente il divario tra la piccola borghesia urbana e le sorelle egiziane delle classi più povere. Ancora una volta, per Davis, «affinché il corpo delle donne sia pienamente liberato il sistema sociale responsabile di tale oppressione deve essere eliminato». Un riferimento teorico per Angela Davis è Clara Zetkin, rivoluzionaria comunista tedesca, pioniera nello studio della condizione femminile nella società capitalista a cui dedica uno dei saggi raccolti in Donne, cultura e politica. Zetkin già nel 1896 sottolineava la diversità nella struttura dell’oppressione delle donne a seconda della classe, di come queste classi stesse fossero, in sostanza, creazioni del capitalismo, e quindi come l’obiettivo da attaccare dovesse essere quest’ultimo. Il problema, per Zetkin, era che le donne borghesi non mettevano in discussione la naturalità della società in cui vivevano, finendo per guardare al suffragio femminile come a un diritto naturale alla partecipazione politica in una società che percepivano altrettanto naturale e immutabile. Il diritto di voto però non avrebbe soppresso la contraddizione di classe tra sfruttatori e sfruttate, come non lo aveva fatto quando era stato concesso al proletariato maschile, che infatti continuava a essere sfruttato. «Non è la posizione dominante dell’uomo della loro classe a impedire loro di vivere e realizzarsi liberamente – scriveva Zetkin – bensì la posizione dominante della classe capitalista e il potere e diritto di sfruttamento di cui essa gode nell’ordine sociale vigente. Il lavoro politico e la lotta politica delle donne proletarie hanno quindi un obiettivo che va oltre il presente e il tentativo di riformarlo: l’abbattimento del capitalismo». Tutta la produzione teorica di Angela Davis ci invita a storicizzare e a rifuggire da categorie astratte che si basano su un universalismo in fin dei conti consistente in un’universalizzazione del proprio posizionamento particolare. Come nota Rachele Borghi in Decolonialità e privilegio, pensare alle donne come gruppo omogeneo, senza razza e classe «è di nuovo dar prova della violenza di chi, dominante, impone un discorso e mette al centro la sua esperienza». Per Davis «dobbiamo imparare a pensare e agire e lottare contro ciò che è ideologicamente costituito come “normale”», scavare nei margini per rivelare come la maggior parte della società sia investita della violenza epistemica che è già presente all’interno del sistema eteronormato del genere binario. E proprio per questo «il femminismo implica molto di più che non la sola uguaglianza di genere. E implica molto di più del genere. Il femminismo […] Deve implicare una coscienza riguardo al capitalismo, al razzismo, al colonialismo, ai postcolonialismi e all’abilità, e una quantità di generi più grande di quanto possiamo immaginare, e così tanti nomi per la sessualità che mai avremmo pensato di poter annoverare. Il femminismo non solo ci ha permesso di riconoscere uno spettro di connessioni tra discorsi, istituzioni, identità e ideologie che spesso saremmo portati a considerare separatamente, ma ci ha anche permesso di sviluppare strategie epistemologiche e organizzative che ci spingono al di là delle categorie di “donne” e “genere”».  James Baldwin scrisse una lettera ad Angela Davis mentre lei si trovava in carcere a San Quentin, dove rischiava la pena di morte. Il finale della sua lettera mi sembra spiegare perfettamente l’intersezionalità delle lotte a cui tutte e tutti noi siamo invitati: «Alcuni di noi, bianchi e neri, sanno che duro prezzo è già stato pagato per creare una nuova coscienza, un nuovo popolo, una nazione nuova. Se sappiamo e non facciamo nulla, siamo peggiori degli assassini assoldati in nostro nome. Se sappiamo, allora dobbiamo batterci per la tua vita come se fosse la nostra – perché lo è – e sbarrare con i nostri corpi il corridoio della camera a gas. Perché se ti porteranno via all’alba, la sera verranno a prendere noi». *Giulia Marotta è una studentessa di Filosofia all’Università di Pisa, è laureata in Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali all’Università di Bologna. L'articolo La radice dell’oppressione delle donne proviene da Jacobin Italia.
La storia non è una notifica
Perché l’assuefazione è il vero ordine del presente. Stamattina mi sono alzato con gli Stati Uniti che bombardano Caracas. Non ho fatto nulla. Come tutti. Ho acceso lo schermo. Ho letto. Ho assorbito. Poi il caffè, le notifiche. L’unico sussulto: ho scritto un articoletto militante. Un fatto enorme, trattato come […] L'articolo La storia non è una notifica su Contropiano.
Hamas, il giudizio della storia
Articolo di Paola Caridi Quanto conta la storia politica nell’ordinanza di un Gip? Ha un peso specifico rilevante, oppure è solamente un’analisi di contesto per capire dove si inserisce un’indagine?  A dire il vero, domande del genere non me le ero mai poste, finché non mi sono trovata sul computer le oltre trecento pagine di ordinanza di applicazione della custodia cautelare in carcere da parte dell’ufficio del Giudice delle indagini preliminari sull’inchiesta di presunti finanziamenti ad Hamas. Pensavo di trovarci evidenze, prove, intercettazioni. Men che mai pagine e pagine di storia di Hamas, con prese di posizione nette sulla natura ideologica del Movimento palestinese di resistenza islamica.  È evidente che la cosa mi tocca, perché le decine di pagine dedicate alla storia di Hamas e all’islam politico in generale riguardano il mio oggetto di studio da oltre vent’anni. E so bene che alcune decine di pagine su oltre trecento possono non inficiare un’indagine. Soprattutto, non sono il cuore delle indagini che durano, a corrente alternata, da oltre vent’anni, a quanto pare di capire. Peccato, però, che quelle venti pagine sono la cartina di tornasole di vari elementi presenti nel testo. Il primo: non viene mai indicata la fonte di una storia che, programmaticamente, sceglie una precisa angolazione e ha un taglio preciso (israeliano?). Non un libro accademico, non una fonte consolidata dal punto di vista dello studio di Hamas (ce ne sono parecchi, di studi, libri e saggi, in diverse lingue… ben oltre il mio). Pochissime le note, comprese quelle a qualche intervista, veicolata peraltro attraverso Memri, co-fondata da Yigal Carmon, membro dell’intelligence israeliana, e organismo di ascolto dei media in arabo che è al centro da decenni di critiche per la sua parzialità. Nella prima parte dell’ordinanza, oltre venti pagine vengono dedicate alla storia del Movimento di resistenza islamica palestinese. Oltre venti pagine tutte assieme. Poi ce ne sono altre, qui e là, in cui parti della storia di Hamas sono inserite all’interno di spiegazioni riguardanti nello specifico le indagini. Le venti pagine sulla quarantennale storia di Hamas, a dire il vero, si concentrano in massima parte a discettare in modo quasi filologico se il Mithaq (la carta fondativa, definita però Covenant, con il termine inglese [sic!]) del 1988 sia stato superato dalla Dichiarazione di principi del 2017, l’ultimo documento di indirizzo politico deciso da tutta la struttura di Hamas in un lungo processo di esame e approvazione del testo. È una scelta quanto meno singolare, visto che le venti pagine non si occupano di tutta la complessa storia politica e di organizzazione interna di Hamas. La storia di un movimento politico in un territorio occupato (la Palestina) liquidata al solo statuto fondativo, come se una carta fondativa possa racchiudere il percorso molto complesso di un soggetto politico che ha partecipato alle elezioni parlamentari ed è divenuto forza di governo nel 2006, pur se ritenuto terrorista dagli Stati uniti.  Io preferisco, come si sa, definirlo un movimento politico che ha usato volontariamente strumenti terroristici. Per meglio dire, ha commesso crimini (crimini contro i civili, crimini contro l’umanità): non è un dettaglio, è anzi un’accusa più grave, visto che il terrorismo non ha una definizione condivisa dal punto di vista internazionale poiché le Nazioni unite (di cui l’Italia fa parte, eccome, e ora sembra sia necessario addirittura ricordarlo ai nostri governanti) non sono riuscite a metter su una convenzione per arrivare a una intesa globale.  Torniamo, però, alla Carta fondativa. Il Mithaq. Si tratta di un documento su cui la polemica è stata talmente pesante da oscurare tutto il resto. O almeno, questo è stato il tentativo da parte di Israele, i suoi governi e le istituzioni (compresi i think tank e l’intelligence), che nella narrazione ufficiale si sono concentrati – appunto – solo sulla carta del 1988. Come se nulla sia cambiato  nei decenni successivi. La stessa leadership di Hamas ha espresso le critiche al Mithaq, e non sui suoi organi ufficiali o ufficiosi, bensì su un quotidiano statunitense di specchiata fama come il Los Angeles Times, in un commento a firma di Musa Abu Marzuq, tra i leader politici di più lungo corso del movimento islamista palestinese. «La Carta resa pubblica nell’agosto 1988 ha compiuto il suo tempo, anzi, dev’essere conchiusa nel suo, di tempo. Quello in cui fu scritta,» scriveva Abu Marzuq in un commento del 10 luglio 2007, nel suo ruolo di numero due dell’ufficio politico di Hamas – «come un documento essenzialmente rivoluzionario, nato dalle condizioni intollerabili in cui si viveva sotto occupazione, più di vent’anni fa». Abu Marzuq va oltre, e appaia il manifesto di Hamas agli altri «documenti fondativi rivoluzionari», come la Dichiarazione d’indipendenza americana, che «semplicemente non conteneva il diritto all’uguaglianza per settecentomila schiavi africani», o la legge fondamentale con la quale Israele «dichiara esplicitamente sé stesso come uno Stato per gli ebrei, conferendo loro uno status privilegiato basato sulla fede, in una terra dove milioni di abitanti sono arabi, musulmani e cristiani».  Nelle pagine di disamina di Hamas, poi, si passa di punto in bianco dal Mithaq alla Dichiarazione di principi e politiche generali, reso pubblico il primo maggio 2017 in una sala dell’hotel Sheraton di Doha. Come se trent’anni fossero passati nel nulla: il rigetto di Oslo, l’inizio della stagione degli attentati suicidi  e contro i civili (compiuti dalle ali armate di tutte le fazioni palestinesi…) lunga oltre un decennio, la seconda intifada, gli omicidi mirati extragiudiziali dei leader di Hamas da parte di Israele, e poi la sospensione degli attentati, la svolta partecipazionista, la spaccatura tra Fatah e Hamas, e via elencando… Ancora una volta, dunque, si aderisce alla narrazione ufficiale israeliana (non quella di chi, israeliano, ha studiato seriamente l’islam politico e anche Hamas) che parla dell’uso di una doppia lingua e, andando oltre, mette l’intera galassia islamista in un unico contenitore. Il contenitore del jihadismo, come fa anche chi, nell’ordinanza, è l’estensore delle pagine di contestualizzazione.  È però sulla struttura interna di Hamas e di decisivi passaggi politici che quello che si legge diviene a dir poco problematico. A partire dalla divisione della struttura organizzativa in tre settori, definiti «comparti». Immagino ci si riferisca a quelle che, tra gli specialisti, vengono definite le «circoscrizioni», le constituency. Non sono solo tre. Sono quattro. A quelle indicate (Gaza, Cisgiordania, Estero), manca una delle più determinanti. La circoscrizione delle prigioni, e cioè l’unica circoscrizione non territoriale, quella che racchiude l’esercizio della militanza politica all’interno delle carceri israeliane. Lungi dall’essere una circoscrizione di risulta, quella delle Prigioni è stata così determinante nella storia di Hamas da aver avuto la meglio nella votazione per la svolta partecipazionista del 2005 e la sospensione degli attentati suicidi. Ed  è stata successivamente, peraltro, la circoscrizione che ha espresso uno dei dirigenti di Hamas che più ha segnato (purtroppo) la storia del movimento dal 2012 sino al 2023, per oltre un decennio. È un nome divenuto noto al grande pubblico, ahimè: si chiamava Yahya Sinwar.   E da ultimo, un accenno a quel pezzo di storia di Hamas liquidato in quattro righe. La partecipazione di Hamas alle elezioni del gennaio 2006 per il rinnovo del parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, sancite da tutta la comunità internazionale, compresa l’Unione europea, compresa l’Italia. Ecco le righe: «Nel 2006, Hamas ha vinto le elezioni legislative palestinesi, al termine di una campagna incentrata sulla resistenza armata palestinese contra l’occupazione israeliana e assicurandosi, così, la maggioranza all’interno del Consiglio nazionale palestinese».  Sono certa che una lettura di questo tipo sia di fonte israeliana: nessuno degli studiosi più importanti si è mai sognato (e sognata) di liquidare una questione così complessa in una definizione così tranchant, che non corrisponde alla realtà dei fatti. Lo dico da storica e giornalista. Ero lì, a Gerusalemme, a occuparmi proprio di quella campagna elettorale, che ho seguito in Cisgiordania e a Gerusalemme est. La questione della resistenza armata non è stata affatto al centro delle elezioni, e il programma di Hamas – consultabile online – parlava di tutt’altro. Di economia, di governance locale e dell’Anp, di lotta alla corruzione. Di welfare, per sostenere una popolazione piegata dall’occupazione israeliana. Su questo programma ha vinto le elezioni, con voti che sono persino arrivati da palestinesi cristiani… Se vado così nel dettaglio (e potrei continuare, soprattutto sulla più generale, per meglio dire, generica descrizione dell’islam politico) è perché ritengo che molto del materiale usato venga da fonti ufficiali israeliane. Non da fonti accademiche, non da fonti giornalistiche internazionali, non dalla lettura degli studi palestinesi. Chi vuole, invece, può andare ben oltre la mia ricerca storica su Hamas. Per addentare veramente la storia del movimento islamista, consiglio almeno una decina di ricerche storiche e politologiche che arrivano da tutto il mondo. A cominciare da uno dei testi più importanti sui primi anni e sull’islam politico palestinese, scritto da Beverley Milton Edwards, sino alla storia socio-economica di Gaza a cui una maestra come Sara Roy ha dedicato buona parte della sua vita di studiosa, a Harvard. E poi – per far comprendere quanto questo filone di ricerca comprenda vecchie e nuove generazioni, e tra loro molte donne – ci sono i testi di Leyla Seurat. Da accompagnare alle ricerche di alta qualità di Khaled Hroub, Tareq Baconi, Martin Kear, Somdeep Sen.  L’esempio sulle carte fondative e il minimo accenno a una bibliografia seria su Hamas non vogliono essere lezioni da impartire agli inquirenti. Sono consigli per evitare di cadere in trappole interpretative quando si ha a che fare con materiale complesso e delicato, dal punto di vista storico-politico. Soprattutto se a fornire le informazioni è non solo l’avversario, in questo caso Israele e le sue istituzioni, ma in questi due anni l’avversario è l’esecutore di un genocidio. Come considerare neutrali informazioni che arrivano da Tel Aviv mentre le diverse Corti internazionali hanno già emesso sentenze, dispositivi e addirittura un mandato internazionale di arresto verso il capo del governo, Benjamin Netanyahu? E come considerare affidabili documenti raccolti dalle forze armate israeliane nel Territorio palestinese occupato, non solo dal 7 ottobre 2023, ma nei vent’anni precedenti in cui si è dispiegata questa inchiesta?  Defensive Shield, l’operazione militare israeliana del 2002 citata nell’ordinanza, è stata una delle pagine più problematiche – uso ovviamente un eufemismo – nella storia della repressione armata israeliana in Cisgiordania. Soprattutto a Jenin. Basta leggere non solo resoconti, ma romanzi di livello altissimo (Una primavera di fuoco di Sahar Khalifeh) e documentari (Arna’s Children di Juliano Meir Khamis) e film (Jenin Jenin di Mohammed Bakri, scomparso da pochi giorni). Come sono stati raccolti documenti dalle truppe di occupazione che in decenni hanno chiuso scuole, associazioni, centri ricreativi, e uffici giornalistici come, il più recente, la sede di Al Jazeera a Ramallah? * Paola Caridi è saggista e giornalista. Si occupa da oltre vent’anni di storia politica contemporanea del mondo arabo. Il suo ultimo libro è Sudari: Elegia per Gaza (Feltrinelli, 2025).  L'articolo Hamas, il giudizio della storia proviene da Jacobin Italia.
Date al dolore la parola
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Gian Andrea Franchi di Linea d’ombra di Trieste che scrive: “Pochi si domandano perché ogni sera qui arrivano uomini, ragazzi e anche donne dopo lunghissimi viaggi in cui rischiano spesso la vita. Questa domanda segna il confine fra complicità umanitaria e impegno politico” -------------------------------------------------------------------------------- Date al dolore la parola, il dolore non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi (William Shakesperare, Macbeth, IV, 3) La piazza è la stessa di 87 anni fa. Era il 18 settembre del 1938. Giorno nel quale Benito Mussolini, all’apogeo della sua effimera gloria, annunciava la necessità del razzismo e il varo delle misure legislative antisemite. Si chiamava Piazza dell’Unità prima di essere ribattezzata Piazza d’Unità D’Italia nel 1955. Una piazza “imperiale” dove risuonarono parole indegne che avrebbero provocato sofferenze, discriminazioni e deportazioni. Dare al dolore la parola dovrebbe essere il compito di tutta politica. Missione delicata, forse impossibile perché solo chi abita il dolore o allora forse solo il silenzio perché il dolore non parla, tace in attesa delle parole smarrite o quelle da creare per la circostanza. A questo dovrebbe servire una piazza degna di questo nome e luogo per antonomasia della politica intesa come partecipazione e possibile cura del dolore collettivo e personale, cioè unico. Dare al dolore la parole sapendo che il dolore non parla. In questa tragica dicotomia si gioca la credibilità di ogni politica che non sia una tragica e aggiornata continuazione di leggi razziali. Il dolore sussurra al cuore oppresso perché il dolore, ogni dolore, è inedito e non riproducibile. Il cuore degli ebrei che avevano convissuto per decenni tra mille difficoltà. Un cuore è oppresso dal dolore perché a poche centinaia di metri da questa piazza ce n’è un’altra. L’hanno chiamata con un nome che avrebbe dovuto accogliere coloro arrivano per salvarci. Si chiama Piazza della libertà per chi sfida il tempo, le frontiere, la geografia, la storia e la libertà che si traduce in giustizia, ascolto e condivisione. Tra Piazza dell’Unità d’Italia e i magazzini abbandonati dove a stento sopravvivono i rifugiati, in linea d’aria sono poche centinaia di metri. Si tratta nondimeno di due mondi paralleli, uno imperiale e l’altro marcato dal dolore che cerca senza fine le parole per essere udibile. Finché il dolore diventa silenzio, quello della morte, così come accaduto qualche settimana or sono. Uno dei mondi è finto e l’altro tace perché pochi sanno raccoglierne l’eredità. E gli dice di spezzarsi che poi sarebbe l’unica risposta degna per chi rischia di permettere al dolore di creare, appunto, parole spezzate. Sono le frontiere delle storie crocifisse e cioè spezzate da un dolore che arriva senza annunciarsi. Parole che avrebbero potuto evitare di tradire chi scompare nei deserti, nel mare e sulle mille rotte della libertà. Nel Sahel, a Gaza, nel Sudan e nel Congo e nelle altre guerre dimenticate solo dolori senza parole, mutilate per sete di potere e il dio denaro, necrofilo. La Piazza d’Italia imperiale, dell’Unità d’Italia a Trieste, in un giorno annuvolato, avvolge turisti e passanti con una musica da valzer, come fosse già la festa di capodanno a Vienna. Una coppia di sposi novelli profitta per esibire gli abiti di cerimonia con qualche foto ricordo. Poco lontano, alcuni amici africani propongono improbabili libri da vendere alla distratta platea di mattina. Accanto al molo passa un giovane con la famiglia e il capo rivestito di alloro. Certamente un neolaureato fiero del suo percorso accademico. Rimane la bella piazza imperiale che, il 18 settembre del 1938, era gremita di persone che a migliaia acclamavano le parole, senza dolore, di Mussolini. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Date al dolore la parola proviene da Comune-info.
In ricordo di Enrico Pugliese
Articolo di Francesco Massimo È scomparso pochi giorni fa Enrico Pugliese (Castrovillari, 26 aprile 1942 – Roma, 28 novembre 2025), uno dei più importanti sociologi italiani degli ultimi decenni, professore universitario a Salerno, Napoli e Roma. Direttore scientifico dell’Ires Campania negli anni Ottanta. Intellettuale impegnato, è stato militante politico in varie organizzazioni della sinistra.  Anche in seguito a quelle esperienze non ha mai rinunciato a mettere la sua intelligenza, le sue conoscenze, il suo rigore metodologico al servizio dei movimenti sociali – specialmente i disoccupati e le lavoratrici e i lavoratori immigrati – e all’analisi critica della società italiana.  Esponente della migliore scuola meridionalista allievo e amico di Manlio Rossi Doria al Centro di Specializzazione e Ricerche Economico-Agrarie per il Mezzogiorno di Portici; studente borsista Harkness alla Columbia di New York nel pieno delle mobilitazioni studentesche del Sessantotto, a cui partecipò attivamente; studioso del Mezzogiorno rurale in trasformazione, del mercato del lavoro e in particolar modo della disoccupazione, del lavoro nero e delle politiche sociali, e infine dell’immigrazione e dell’emigrazione italiane. Su tutti questi argomenti pubblicò saggi di assoluto rilievo e coordinò ricerche collettive importanti, in sodalizio con figure come Giovanni Mottura, Augusto Graziani, Maria Immacolata Macioti, Vittorio Capecchi, Fabrizia Ramondino e molti altri. Aperto a tutte le scienze umane e sociali padroneggiava l’economia, la psicologia sociale e le metodologie quantitative. Collaborò con alcuni grandi nomi internazionali della sociologia come Paul Lazarsfeld, di cui introdusse alcune opere in Italia, e Raymond Boudon.  Il lavoro e l’attenzione ai cambiamenti strutturali dell’occupazione, è stato il prisma attraverso cui Pugliese ha osservato cambiamenti socio-economici e demografici importanti ma poco studiati. Prima, specialmente insieme a Giovanni Mottura, nelle ricerche sulle zone rurali del meridione  – in una fase storica, gli anni Sessanta, in cui l’attenzione di tutti era orientata verso le industrie del nord e verso la «centralità operaia», un approccio quest’ultimo che nelle sue forme più dogmatiche non aveva mai smesso di criticare; poi le ricerche condotte a Napoli, specialmente con il Centro di Coordinamento Campano, fondato nel 1969 insieme a Mottura, Fabrizia Ramondino e altri studenti e operai.  Come ricordato da Marcello Anselmo sul Corriere del Mezzogiorno, l’attività del Centro di Coordinamento Campano era ispirata al metodo dell’inchiesta sociale, una tradizione plurale che in Italia discendeva dalle iniziative di Danilo Dolci in Sicilia e dall’esperienza dei Quaderni Rossi al Nord. In quest’ottica, la ricerca era in primis un’attività politica, basata sull’immersione totale nei contesti sociali studiati e sulla cooperazione con gli attori sociali coinvolti nella ricerca. Il gruppo produsse importanti inchieste sul lavoro nero (che Pugliese teneva a distinguere dalla categoria troppo vaga di lavoro informale), sulla condizione operaia all’AlfaSud, sul decentramento produttivo e la ristrutturazione del settore calzaturiero, sul lavoro a domicilio e sul nascente movimento dei disoccupati organizzati. Ciò permise a Pugliese e compagni di seguire da vicino e con solidarietà le condizioni di vita del proletariato meridionale, così come, più tardi, quelle dei lavoratori immigrati. Pugliese preferiva questo termine, «immigrati» al più diffuso «migranti», in qualche modo per sottolineare la presenza e la  consistenza delle persone e non la sola mobilità. Molte di queste ricerche vennero pubblicate sulla rivista Inchiesta, fondata da Vittorio Capecchi, e anche, fra l’altro, nel volume sulla Campania della Storia d’Italia Einaudi, con un saggio intitolato Mercato del lavoro e occupazione nel secondo dopoguerra e firmato da Pugliese, Patrizia Cotugno e Enrico Rebeggiani.  Lo sguardo di Pugliese però non era limitato al Mezzogiorno e alla sua complessità, ma anche all’insieme della società italiana e internazionale. Quest’attività di ricerca si concretizzò prima con dei lavori teorici ed empirici sulla disoccupazione, con un saggio fondamentale uscito per il Mulino, poi tradotto anche in Francia (Socio-économie du chômage, Parigi, L’Harmattan, 1997), poi come pioniere degli studi sulle migrazioni interne e internazionali in Italia. Ancora, con dei lavori di analisi delle politiche sociali. Infine, nell’ultimo quindicennio, Pugliese si era soffermato sulla crescita della Terza e Quarta età e sulla recente ripresa dell’emigrazione dall’Italia. Su quest’ultimo fenomeno, insisteva sul fatto che esso fosse un fenomeno irriducibile allo stereotipo della «fuga dei cervelli» ma molto più ampio e caratterizzato dal peso prevalente delle classi subalterne.  Viaggiatore infaticabile, ha continuato fino agli ultimi anni a spostarsi da una città all’altra d’Europa per presentare le sue ricerche a partecipare a convegni e incontri pubblici, spesso in collaborazione con le antiche associazioni della diaspora italiana come la Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie) o la Faim (Forum Associazioni italiane nel mondo). Per Pugliese la ricerca sociologica andava fatta «sporcandosi le scarpe», uno degli insegnamenti di Rossi Doria. Invece di «oggettificare» le persone, Pugliese ei suoi compagni cercavano l’incontro e l’esperienza diretta, che si trattasse di fabbriche, campagne, o piccoli laboratori urbani. Sull’Inchiesta sociale in Italia, curò un piccolo volume per Carocci nel 2009, da poco ristampato. Di formazione marxista mai rinnegata, aveva uno sguardo sempre lucido e ironico sul mondo. Un’ironia che riservava prima di tutto a sé stesso e ai suoi amici. Pugliese aveva soprattutto una grande capacità comunicativa, trasversale, capace di variare i registri e indirizzarsi a tutte e tutti. Nei suoi discorsi pubblici, che fossero lezioni universitarie, raduni politici o interventi radiofonici, riusciva a catturare l’uditorio e a trasmettere la sua passione. Si esprimeva correntemente e amava mescolare l’inglese e l’italiano, ma non per vanità: era sempre un inglese fuori moda, da film americano degli anni Sessanta. Si diceva addirittura che sapesse ancora parlare il greco antico. In ogni caso, il suo vago accento calabrese, specialmente quel modo di pronunciare la -tr-, rendeva il suo eloquio inconfondibile. Animatore di riviste come Inchiesta e quella del manifesto, ha sempre seguito l’attività di Jacobin. Proprio al debutto della nostra rivista, il numero 1 sull’Italia «paese senza sinistra», decidemmo di dedicare un articolo ai suoi lavori sulle nuove emigrazioni italiane.  Enrico Pugliese ha lasciato un’eredità politica e intellettuale fondamentale per la storia della ricerca sociologica e per il dibattito politico. Alla famiglia, ai suoi amici, collaboratori e allievi va la nostra più sincera ed affettuosa vicinanza. *Francesco Massimo è ricercatore a Sciences Po, Parigi.  L'articolo In ricordo di Enrico Pugliese proviene da Jacobin Italia.
La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania
L’importanza di una ottima capacità di analisi si vede a distanza di tempo, non nella rissa da talk show, dove tutti cercano di prevalere in quell’ora e il giorno dopo dicono il contrario con altrettanta sicumera. Questo articolo, comparso ormai quasi nove mesi fa, su un giornale da noi distante […] L'articolo La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania su Contropiano.
[2025-12-10] ZAPRUDER #67 • Anime in pena. Regimi punitivi nella storia @ CSOA Forte Prenestino
ZAPRUDER #67 • ANIME IN PENA. REGIMI PUNITIVI NELLA STORIA CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (mercoledì, 10 dicembre 19:00) CSOA Forte Prenestino mercoledì 10 dicembre 2025 durante l’aperitivo dalle 19:00 Forte Infoshop & Sala da tè InTheRferenze presentano ZAPRUDER #67 Anime in pena. Regimi punitivi nella storia partecipano: - Salvatore Corasaniti (Zapruder) - curatore del numero; - Andrea Giuliani (Università di Tor Vergata/Zapruder) - curatore del numero e autore; - Chiara Lucrezio Monticelli (Università di Tor Vergata) - autrice; - una compagna di Jineolojî Italia - curatrice e traduttrice del contributo del Comitato per la giustizia in Rojava … ZAPRUDER #67 Anime in pena. Regimi punitivi nella storia Di recente, diverse studiose e diversi studiosi hanno affrontato la storia della penalità ponendo al centro delle proprie indagini un’accurata analisi dei regimi punitivi, ossia di quel vasto arcipelago di pratiche, consuetudini, norme e istituzioni che contribuiscono a definire e a reprimere i soggetti e le categorie considerate devianti e/o inferiorizzate (C. Lucrezio Monticelli e C.G. De Vito 2021). Questa prospettiva ha consentito di ricondurre l’analisi, spesso invece separata e disgiunta, di singole modalità punitive quali la carcerazione, la reclusione correzionale o la deportazione penale, all’interno di interpretazioni più ampie, capaci di mettere in luce gli elementi di continuità e di discontinuità tra una configurazione punitiva e l’altra. Sulla scia di questi studi, il numero che qui si propone - ideato a partire dal dibattito sviluppatosi a margine di un dialogo presentato nell’ambito del XVII SIMposio (2023) e intitolato La fine della pena? Ergastolo e sistemi punitivi in Italia - intende guardare alle trasformazioni che, nel tempo, hanno determinato il divenire di questi dispositivi. Rispetto al focus del dialogo, si è pensato di allargare lo sguardo e le prospettive di analisi per evitare di rimanere strettamente legati alla questione dell'ergastolo e del 41 bis. L’ambizione è infatti quella di superare gli stretti confini del carcere per analizzare i processi di ridefinizione di dispositivi penali e modalità punitive in svariati contesti, da quello propriamente penale a quello familiare, da quello lavorativo a quello educativo. Più precisamente, il numero vuole analizzare in che modo e secondo quali traiettorie i soggetti sottoposti a determinati trattamenti disciplinari, la comunità civile e i movimenti sociali abbiano contribuito alla sopravvivenza, alla riforma, al superamento o all’abolizione dei differenti regimi e dispositivi di pena, coercizione o correzione. Alla varietà dei casi di studio si vuole poi accompagnare una prospettiva cronologica di medio-lungo periodo capace di muoversi dagli ultimi decenni del XVIII secolo fino ai giorni nostri, su una spazialità quanto più possibile diffusa. In quest’ottica, … SOMMARIO DEL NUMERO 67: Salvatore Corasaniti, Andrea Giuliani e Alessandro Stoppoloni Vae victis! Lorenzo Coccoli La piccola reclusione. Assistenza, correzione e conflitto nella Roma di antico regime Shaïn Morisse Al fresco. Una storia norvegese dell’abolizionismo penale Michele Colucci Quando nacquero i centri. Immigrazione e detenzione amministrativa in Italia Andrea Giuliani Reo manifesto. Acquerelli e disegni del regio ergastolo di Milano Chiara Lucrezio Monticelli Sbatti il carcere in prima pagina. La riforma penitenziaria nei periodici italiani (1820-1840) Laura Schettini Il diritto alla violenza. Per una storia dell’autodifesa delle donne Elena Barattini e Matilde Flamigni Fermo deposito. Confino, punizione e resistenza nella Cuba coloniale Marco Nardone Il villaggio dei giovani matti. L’ospedale neuropsichiatrico cantonale di Mendrisio Olimpia Capitano A dormire sullo zerbino. Coercizione e lavoro domestico Gianfranco Lanzolla Fonti in ostaggio. Gli archivi delle amministrazioni penitenziarie Flavio Rossi Albertini Processo di rottura. Il caso di Anan, Ali e Mansour (a cura di Salvatore Corasaniti) Carmelo Musumeci L’ergastolo è una morte bevuta a sorsi (a cura di Christian G. De Vito) Roberta Martino Oltre il regime Natascia Cappa Fumi di parole. Poesie dal carcere della dittatura uruguayana Filo Sottile Far finta di esserne fuori. Genesi di una cantata ultrasonica. Comitato per la giustizia in Rojava Il diritto di nascere liberi/e. Alcune riflessioni sulla giustizia Riccardo Rosa Per non “morire di pena” Maria Edgarda Marcucci «Repressione è civiltà». A proposito di prevenzione e pena Alessandro Stoppoloni A che/chi serve il carcere? Il dibattito su detenzione e abolizionismo … https://www.forteprenestino.net/attivita/infoshop/3484-zapruder
Cuba in Angola: un’odissea africana
Articolo di Nicola Tanno Il 1975 viene di solito considerato come un anno nero per il governo statunitense, che dopo più di un decennio di bombardamenti e massacri di massa fu costretto a ritirarsi dal Vietnam del Sud. Pochi, però, ricordano che in quello stesso anno si consumò un’altra sconfitta per l’amministrazione Ford-Kissinger, consumatasi lontana dai riflettori, ma pregna di conseguenze a lungo termine. Nel novembre 1975 prese il via l’operazione Carlota, la missione cubana di sostegno militare al Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (Mpla), che la vide contrapposta sul campo contro vari alleati di Washington: i movimenti angolani Fnla e Unita di orientamento anticomunista, lo Zaire di Mobutu e, soprattutto, il Sudafrica dell’apartheid. In poche settimane il Mpla e centinaia di soldati caraibici si fronteggiarono con questi nemici ottenendo una vittoria pregna di effetti: l’indipendenza dell’Angola e la sua (momentanea) unità territoriale, l’affermazione militare di un movimento di sinistra, il ridimensionamento delle ambizioni del reazionario Mobutu e, soprattutto, la prima fondamentale sconfitta dell’esercito bianco sudafricano. Quest’ultimo evento incrinò l’immagine di invincibilità di Pretoria e aprì le porte a nuove rivolte dentro e fuori il paese. Il 7 novembre 1975 un battaglione di 652 uomini appartenenti alle Forze Speciali del Ministero degli Interni cubano (le Tropas Especiales del Minint) prese il volo verso Luanda. Nel frattempo, un reggimento d’artiglieria con centinaia di soldati salpò a bordo della nave Vietnam Heroico diretto anch’esso verso l’Angola. L’obiettivo era quello di fermare l’avanzata settentrionale dell’armata controllata da Mobutu (il Fronte di Liberazione Nazionale dell’Angola, Fnla) e, a sud, quella del Sudafrica. Sia gli Stati uniti che l’Unione sovietica rimasero di stucco di fronte alla spregiudicatezza dell’azione cubana. Per quale motivo Fidel Castro decise di impegnarsi in una missione a più di diecimila chilometri da casa? Quali erano le finalità dell’operazione Carlota? DA ALGERI A LUANDA Come racconta Piero Gleijeses in Conflicting Missions. Havana, Washington and Africa 1959–1976, l’attivismo cubano in Africa cominciò subito dopo la vittoria della rivoluzione del 1959. Nel 1963 trecentocinquanta soldati cubani si mobilitarono in sostegno del governo algerino di Ben Bella per resistere alle pretese espansionistiche del Marocco. Non vi furono scontri armati: la sola presenza cubana bastò a far desistere Rabat dai suoi progetti.  Cuba era convinta che l’Africa fosse in ebollizione e che il modo migliore per indebolire l’imperialismo statunitense fosse quello di esportarvi la rivoluzione. Nel 1965 Ernesto Che Guevara – per conto del governo cubano e non per una sua iniziativa personale – guidò un centinaio di volontari in sostegno alla rivolta dei Simba, di orientamento lumumbista e attiva nella zona orientale del Congo. Tuttavia, gli esiti della missione furono fallimentari, come testimoniato dalla frustrazione che emerge dalle pagine dei diari del Che: agli occhi di Guevara, i Simba apparivano indisciplinati, scarsamente motivati e incapaci di conquistare la fiducia della popolazione locale. Nonostante quest’insuccesso, l’azione cubana in Africa non si interruppe. Il Che aveva allacciato rapporti con vari movimenti anticoloniali – soprattutto quelli della Guinea Bissau e dell’Angola – oltre che con governi d’ispirazione socialista come la Tanzania di Julius Nyerere e il Congo di Alphonse Massamba-Débat. Proprio in Congo (quello confinante con lo Zaire), i cubani installarono una base logistica e diplomatica che si rivelò fondamentale per le operazioni successive. La più importante di queste, fino al 1975, fu il sostegno al Paigc (Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea Bissau e di Capo Verde) nella sua lotta contro l’Impero portoghese: quello che, non a caso, gli Stati uniti definirono nel 1967 «il movimento di liberazione nazionale di maggior successo». Sostenuto dal governo della Guinea di Ahmed Sékou Touré e armato dai sovietici, il Paigc beneficiò molto dell’assistenza sanitaria cubana: quelli provenienti dall’Avana furono gli unici medici attivi in tutta la guerriglia anti-portoghese. Tuttavia, fu in Angola che l’impatto dell’intervento cubano raggiunse il suo apice, al punto da mobilitare le maggiori potenze regionali e mondiali. A seguito della Rivoluzione dei Garofani, l’Impero Portoghese collassò. La nuova giunta militare progressista si impegnò da subito nello smantellamento delle colonie e, tra queste, la più importante era certamente l’Angola.  Grande quasi quattro volte l’Italia, l’Angola era il quarto produttore mondiale di caffè e il sesto produttore di diamanti, nonché un importante esportatore di petrolio. Inoltre, si trattava di un territorio attraversato da profonde divisioni etniche e con una numerosa popolazione bianca. A differenza della Guinea Bissau, però, la guerriglia angolana si era dimostrata non solo relativamente debole, ma anche frammentata in tre movimenti rivali. Il Mpla, di orientamento marxista, era radicato a Luanda, nella fascia centro-settentrionale del paese e nell’enclave di Cabinda, ed era guidato dall’intellettuale Agostinho Neto. Il Fnla, strumento nelle mani del presidente zaireano Joseph-Désiré Mobutu, operava nel nord e tentava di inserirsi nella capitale. Infine, la Unita del carismatico e ambiguo Jonas Savimbi, destinata a un ruolo centrale negli anni successivi ma nel 1975 militarmente inferiore alle altre due forze. Il 15 gennaio 1975, con gli accordi di Alvor, il governo portoghese stabilì che l’Angola sarebbe diventata indipendente l’11 novembre dello stesso anno e che, nel frattempo, il paese sarebbe stato governato da un esecutivo transitorio formato dalle tre organizzazioni. Dopo poche settimane, però, quell’unità artificiale si sfaldò e scoppiò una guerra civile aperta. Il Fnla di Holden Roberto – che da più di quindici anni viveva a Kinshasa protetto da Mobutu – cercò fin da subito di prendere il controllo militare della capitale penetrando da nord, e tentò anche di conquistare l’enclave di Cabinda, contando sulla potenza militare garantita da Mobutu e dal sostegno statunitense. Ciò che però mancava alle truppe di Roberto, e che invece possedevano Neto e il Mpla, era la motivazione dei suoi soldati e il sostegno della popolazione. Nella capitale, il movimento marxista espulse rapidamente il Fnla, mentre a nord le brigate del Mpla resistettero agli attacchi sia nei pressi di Luanda sia nell’enclave di Cabinda. La vittoria del Mpla sembrava ormai scontata quando, il 14 ottobre, le Sadf, le Forze di Difesa Sudafricane, invasero il paese da sud. LA BATTAGLIA DI EBO L’operazione Savannah, come venne battezzata dai sudafricani, era composta prevalentemente da truppe regolari e da milizie della Unita (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola), le forze guidate da Jonas Savimbi. Caduto l’Impero portoghese, i razzisti sudafricani non potevano accettare che il grande paese centroafricano cadesse nelle mani di un movimento marxista, che avrebbe senza dubbio dato manforte ai movimenti anti-apartheid e alle forze indipendentiste della Namibia. Sostenuti segretamente dagli Stati uniti e ben consapevoli che il Mpla era pressato anche da nord, i sudafricani decisero allora di attaccare da sud, convinti che il movimento marxista angolano non avrebbe potuto reggere tre fronti contemporaneamente. In particolare, sia per Pretoria che per Kinshasa, era fondamentale raggiungere Luanda prima dell’11 novembre, data in cui sarebbe stata proclamata l’indipendenza del paese. Come previsto dagli strateghi della Sadf, l’avanzata da sud fu rapida, nonostante le resistenze del Mpla e di alcune forze cubane già presenti sul territorio. Pressata da nord e da sud, la caduta di Luanda sembrava imminente. Fu a quel punto che Fidel Castro assunse la decisione storica di inviare un contingente molto più ampio in sostegno di Neto. I rapporti da Brazzaville e da Luanda sottolineavano la situazione critica in cui versava l’esercito angolano: per Cuba non vi erano che due opzioni, o ritirare i pochi istruttori e militari presenti sul fronte, oppure inviare migliaia di uomini. Su richiesta di Neto, Castro optò per la seconda via. Si trattava di una scelta rischiosa: l’Unione sovietica era impegnata in un delicato negoziato con gli Usa sulla riduzione degli armamenti nucleari e non vedeva di buon occhio una maggiore mobilitazione in Africa, Washington avrebbe reagito con ulteriore ostilità verso l’isola ribelle e, soprattutto, venivano schierate le migliori truppe cubane in una missione a diecimila chilometri dai propri confini. Un eventuale fallimento della missione sarebbe potuto essere fatale per l’intero progetto rivoluzionario. Giunti a Luanda, i soldati cubani – guidati da Raúl Díaz Argüelles – furono immediatamente dirottati a Quifangondo, a difesa della strada che conduceva direttamente alla capitale. Fu lì, a soli tredici miglia da Luanda, che il 10 novembre 1975 850 angolani, 200 ribelli del Katanga (nemici di Mobutu) e 88 cubani respinsero l’attacco del contingente guidato da Holden Roberto. I 2.000 miliziani del Fnla, 1.200 zairiani, 120 mercenari portoghesi e un pugno di consiglieri sudafricani e della Cia non riuscirono a sfondare le difese e furono costretti alla ritirata. Il giorno dopo, l’11 novembre, come stabilito dagli accordi di Alvor, i portoghesi ammainarono la propria bandiera dopo quasi cinque secoli di dominio coloniale, e la sovranità passò ufficialmente al Mpla, che proclamò la Repubblica Popolare dell’Angola con Agostinho Neto presidente. Nel frattempo, a nord, 1.000 angolani e 232 cubani respinsero un nuovo assalto delle truppe di Mobutu. Ma i pericoli maggiori provenivano dal sud. Fu lì, presso la piccola località di Ebo, che l’armata internazionalista di uno Stato socialista caraibico incontrò per la prima volta il potente esercito razzista e colonialista sudafricano. Dopo aver travolto le forze del Mpla e conquistato l’importante nodo stradale di Cela, la colonna sudafricana della Task Force Foxbat si diresse verso la capitale. Intuendo la direttrice dell’avanzata, Díaz Argüelles organizzò un’imboscata esemplare: settanta militari cubani, affiancati da un piccolo reparto angolano, aprirono il fuoco contro le truppe bianche sudafricane e la fanteria della Unita, uccidendo una novantina di soldati nemici e distruggendo otto mezzi corazzati. Lo scontro, benché circoscritto, ebbe un impatto psicologico enorme. Nelle parole di un ufficiale sudafricano, fu «una domenica nera» per Pretoria. Per la prima volta, l’avanzata sudafricana era stata fermata, e non dall’esercito di una grande potenza occidentale, ma da una manciata di comunisti caraibici. Le immagini dei prigionieri bianchi catturati dagli angolani e dai cubani ebbero un effetto devastante in patria, incrinando l’immagine di invincibilità che la Sadf coltivava da decenni. Da quel momento in poi, l’idea che il Sudafrica potesse prendere Luanda «in poche settimane» cominciò a svanire. La vittoria di Ebo non pose fine ai combattimenti, ma segnò un punto di non ritorno. Tra novembre e dicembre sbarcarono presso le coste angolane migliaia di giovani soldati cubani, che riuscirono a sconfiggere non solo le forze di Mobutu, ma anche mercenari britannici e francesi reclutati nell’ambito di un’operazione finanziata dagli Stati uniti. A sud, i sudafricani – nonostante diversi tentativi di penetrare verso Luanda – furono infine costretti al ritiro completo tra gennaio e marzo 1976 e preferirono concentrarsi sul riarmo della Unita di Savimbi. Nei tre lustri successivi, la guerra tra due «visioni di libertà» – come titola il libro di Piero Gleijeses Visions of Freedom, dedicato al confronto tra Cuba e Sudafrica dopo il 1976 – continuò a lungo, fino alla grande battaglia di Cuito Cuanavale del 1987. Come dichiarò anni dopo un ufficiale sudafricano in pensione, l’Angola rappresentò «la Baia dei Porci» dell’esercito razzista. L’immagine di invincibilità della Sadf, costruita in decenni di dominio militare e di secoli di colonialismo europeo, era stata infranta. E le conseguenze non tardarono a manifestarsi. A marzo 1976 i guerriglieri della Swapo in Namibia lanciarono la loro prima grande offensiva. Due mesi dopo, in Sudafrica dopo esplose la rivolta di Soweto. (ANCHE) CUBA SCONFISSE L’APARTHEID Per quale motivo uno Stato socialista con enormi difficoltà economiche e assediato dalla più grande potenza militare della storia decise di impegnarsi attivamente in Angola, Guinea Bissau, Zaire e poi, con meno gloria, in Etiopia e Somalia? Fidel Castro e il gruppo dirigente socialista cubano, come riconosciuto dagli stessi apparati statunitensi, furono sempre «autentici» nel loro spirito rivoluzionario: più desiderosi «di essere ricordati come martiri rivoluzionari che come pianificatori economici». Fidel, Raúl e il Che erano animati da un alto grado di idealismo e credevano che l’Africa fosse il nuovo epicentro delle rivolte anticoloniali. L’enorme processo di decolonizzazione degli anni Sessanta sembrava dar loro ragione. Tuttavia, l’idealismo di Fidel era accompagnato da una strategia ben definita di tutela della propria rivoluzione. Cuba solo in parte promosse sommovimenti rivoluzionari nelle Americhe, non colpì mai la base di Guantanamo occupata dagli statunitensi e non mosse un dito per difendere il governo di Juan Bosch nella Repubblica Domenicana quando il paese venne invaso dagli Usa. Cuba si impegnò, invece, per danneggiare gli interessi statunitensi in quei posti dove sarebbe stato più difficile l’intervento nordamericano, e cercando di non correre eccessivi rischi: né in Algeria, né in Guinea Bissau i cubani si impegnarono in conflitti armati, in Zaire i caduti furono soltanto sei, e su trentamila ufficiali dispiegati in Angola tra novembre 1975 e marzo 1976, i morti furono circa duecento (tra cui Raúl Díaz Argüelles, il capo della missione militare). Fatto sta, però, che l’intervento cubano fu decisivo per le sorti dell’Africa centrale e australe: I cubani salvarono l’Algeria dalle mire marocchine (scatenando l’ira non solo di Rabat ma anche di Parigi), diedero un sostegno imprescindibile al Paigc della Guinea Bissau, salvarono l’Angola dall’invasione zairiana e sudafricana, e dopo il 1976 addestrarono e armarono i guerriglieri della Swapo namibiana e dell’Anc sudafricana. Infine, combatterono nella più grande battaglia convenzionale avvenuta sul suolo africano dalla Seconda guerra mondiale, a Cuito Cuanavale, infliggendo al Sudafrica una sconfitta strategica che avrebbe pesato enormemente sulla fine del regime dell’apartheid. Tutto ciò Cuba lo fece autonomamente: al contrario di quanto ritenevano i servizi di intelligence statunitensi, Cuba non chiese il permesso a Mosca per intervenire in Angola. Certamente, Fidel era cosciente del fatto che, in ultima istanza, l’Urss avrebbe dovuto sostenerli, ma le scelte cubane vennero prese in autonomia, nell’ambito di una politica estera rivoluzionaria che i sovietici spesso consideravano troppo avventurosa. Nel libro-intervista con Ignacio Ramonet, Fidel Castro lamentava il fatto che l’azione cubana in Africa fosse stata dimenticata. A cinquant’anni dall’Operazione Carlota, ancora meno persone ricordano il sacrificio che Cuba sostenne per l’Africa. Oggi l’isola caraibica vive i suoi giorni peggiori, strangolata come mai prima dal blocco economico, e con grandi nubi che si addensano all’orizzonte. Ma nonostante questo, i cubani conservano un merito che nessuna crisi economica può cancellare: in Angola, nella Namibia e contro l’apartheid combatterono non per sé stessi, ma per la libertà degli altri. E questo li colloca, senza ambiguità, dal lato giusto della storia. *Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona. L'articolo Cuba in Angola: un’odissea africana proviene da Jacobin Italia.
Cronistoria dei piani per la pace
-------------------------------------------------------------------------------- Marcia Perugia-Assisi, 12 ottobre 2025. Foto di Riccardo Troisi per Comune -------------------------------------------------------------------------------- È stato presentato ufficialmente l’ennesimo “piano per la pace”, in tal caso redatto dal governo di Trump in consultazione con Putin e i suoi sodali. In altre parole, un soggetto terzo o presunto tale, il quale si arroga la responsabilità di fare da mediatore tra due contendenti in conflitto, annuncia di avere una proposta per terminare quest’ultimo realizzata in collaborazione con quello che tra essi ha la grave colpa di averlo iniziato… Lo so, è talmente ridicolo da risultare complicato anche da scrivere. Ciò mi ha spinto a stilare una sintetica cronistoria dei principali “piani di pace” del passato, dalle due guerre mondiali a oggi. Ok, cominciamo. Nell’autunno del 1917 l’esercito tedesco era sull’orlo del collasso e la Germania stessa era in subbuglio dal punto di vista politico. Rendendosi conto che la guerra era persa, i tedeschi contattarono il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson e gli chiesero di mediare tra le parti in conflitto per arrivare a un cessate il fuoco con le potenze alleate. Il piano di pace di Wilson, suddiviso in quattordici punti, fu proposto per la prima volta nel gennaio 1918 e avrebbe dovuto costituire la base per i negoziati. Nondimeno, sappiamo tutti che tale cosiddetta pace fu soltanto una parentesi tra ben due guerre mondiali. Difatti, i successivi accordi di mediazione non furono esenti da obiezioni. Le critiche principali evidenziarono i fallimenti delle varie politiche di pacificazione, come l’Accordo di Monaco, che fu visto come un incoraggiamento per Hitler, e le carenze del Trattato di Versailles, reo di creare risentimento e instabilità. Gli appunti dei detrattori si concentrano sul fallimento di questi piani nel raggiungere una pace duratura e sulle loro conseguenze negative per specifici gruppi o regioni. Per quanto riguarda la Seconda Guerra mondiale, i principali piani di pace furono l’Accordo di Potsdam (luglio 1945), incentrato sulla smilitarizzazione e la divisione della Germania, e i Trattati di pace di Parigi (febbraio 1947), che posero formalmente fine alla guerra con Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria e Finlandia. L’Accordo di Potsdam  concordò la divisione della Germania in quattro zone di occupazione, la sua smilitarizzazione e il suo disarmo, mentre i Trattati di pace di Parigi  stabilirono aggiustamenti territoriali, riparazioni di guerra e il ritorno delle nazioni sconfitte negli affari internazionali, con la risoluzione definitiva della questione tedesca che avvenne in seguito attraverso accordi separati. Anche in tal caso, emersero numerose criticità. Riguardo al trattato di Potsdam, furono identificate significative controversie nella divisione postbellica di Germania e Polonia, la mancanza di accordi chiari sulle riparazioni e il deterioramento delle relazioni tra l’Unione Sovietica e gli alleati occidentali, che molti sostengono abbiano contribuito all’inizio della Guerra Fredda. I critici sottolineano inoltre che l’Unione Sovietica abbia approfittato delle incongruenze per rafforzare la propria posizione nell’Europa orientale ed espandere il proprio territorio, spesso a discapito degli accordi concordati. Per quanto concerne invece gli accordi di pace di Parigi, tra gli errori individuati vi sono la migrazione forzata e lo sfollamento di milioni di persone, l’aggravarsi dei problemi economici nelle nazioni vinte e l’incapacità di affrontare questioni di fondo come il nazionalismo, che ha portato a una continua instabilità. Inoltre, gli aggiustamenti territoriali previsti dai suddetti trattati e le riparazioni imposte risultarono in seguito molto discussi e causarono risentimenti e difficoltà a lungo termine. Che peraltro si fanno sentire ancora oggi a distanza di quasi un secolo. La Guerra di Corea (1950-’53) non si concluse con un vero e proprio trattato di pace, ma con un armistizio. Si istituì il cessate il fuoco e fu stabilita la Zona Demilitarizzata come area cuscinetto tra la Corea del Nord e quella del Sud. L’assenza di un trattato di pace formale è difatti indicata tra le cause per cui le due Coree tecnicamente restarono in guerra e ancora oggi hanno relazioni tese e fragili. Il trattato di pace per la Guerra del Vietnam (1950-’75) fu l’Accordo di Pace di Parigi, firmato il 27 gennaio 1973 dagli Stati Uniti, dal Vietnam del Nord, dal Vietnam del Sud e dal Governo Rivoluzionario Provvisorio. L’accordo mirava a porre fine al conflitto prevedendo un cessate il fuoco, il ritiro delle truppe statunitensi, il ritorno dei prigionieri e l’eventuale riunificazione del Vietnam attraverso mezzi politici. Tuttavia, ennesimo fallimento, gli accordi non riuscirono a portare una pace duratura poiché i combattimenti continuarono e il Vietnam del Nord alla fine invase quello del Sud nel 1975. Anche il conflitto tra Iran e Iraq (1980-’88) non fu degno di un vero e proprio piano di pace.  La guerra fu interrotta con un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite, seguito da un accordo formale il 16 agosto 1990, che normalizzò le relazioni e pose fine del tutto al conflitto. Le critiche in questo caso si concentrarono sulla sua tempistica, sul costo in vite umane e sulla mancanza di una vittoria decisiva percepita da entrambe le parti, con alcuni che criticarono l’Iran per aver prolungato inutilmente la guerra dopo che una potenziale pace era stata possibile nel 1982. I detrattori sostengono anche che il conflitto si sia concluso senza significativi guadagni territoriali o riparazioni per entrambe le nazioni, nonostante otto anni di guerra devastante, che hanno portato a un immenso numero di vittime e difficoltà economiche sia per l’Iran che per l’Iraq. Nessun trattato di pace neppure per la prima Guerra del Golfo (1990-’91). La fine del conflitto fu segnata da diverse risoluzioni ONU e da un armistizio. Il processo iniziò con l’accettazione da parte dell’Iraq delle decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui il cessate il fuoco il 28 febbraio 1991, e culminò con la firma di un armistizio l’11 aprile del 1991. Tra i termini chiave figuravano il riconoscimento da parte dell’Iraq della sovranità del Kuwait, l’impegno a distruggere le sue presunte “armi di distruzione di massa” e il pagamento delle riparazioni di guerra. Gli aspetti controversi in tal caso furono moltissimi, oltre a quelli relativi alle motivazioni della guerra in sé. Le critiche principali furono rivolte alle risoluzioni delle Nazioni Unite, le quali determinarono la delega del potere militare alla coalizione guidata dagli Stati Uniti, che alcuni sostengono abbia violato i principi della Carta delle Nazioni Unite, minando l’autorità del Consiglio di Sicurezza e creando un precedente discutibile. Altre critiche sottolinearono l’eccessiva aggressività delle risoluzioni, l’insufficiente ricerca di soluzioni pacifiche e le conseguenti sanzioni, che hanno causato gravi danni umanitari alla popolazione irachena. Tra i vari conflitti che hanno dilaniato l’ormai ex Jugoslavia, mi limito a citare il trattato con cui fu sancita la fine della Guerra del Kosovo, ovvero l’Accordo di Kumanovo firmato il 9 giugno 1999, che imponeva il ritiro delle forze jugoslave dal territorio conteso, e dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che istituiva un Kosovo amministrato dalle Nazioni Unite con sostanziale autonomia pur rimanendo all’interno della Jugoslavia. Ci furono forti critiche anche al suddetto accordo. I rilievi furono fatti in relazione alla sua mancata piena attuazione, in particolare per quanto riguarda la protezione delle minoranze, il disarmo dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo) e il ritorno degli sfollati. I critici sostengono che si sia trattato di una tregua tecnica che ha posto fine alla guerra, ma non ha stabilito una pace duratura, priva di disposizioni per la stabilità a lungo termine, la riconciliazione e lo status politico definitivo del Kosovo. Alcuni inoltre ritengono che l’accordo sia stato il risultato di pressioni e di un’applicazione selettiva dei suoi termini, piuttosto che di una risoluzione di principio. Di recente, l’Accordo di Ohrid del 2023 è stato siglato con lo scopo di normalizzare le relazioni tra Kosovo e Serbia, prevedendo il riconoscimento reciproco dell’indipendenza e dei simboli, sebbene quest’ultimo sia ancora oggetto di contesa. Riguardo al millennio in corso, quale corollario al tale lista aggiungo il modo a dir poco discutibile con cui si è conclusa la cosiddetta seconda Guerra del Golfo, la Guerra d’Iraq (2003-’11). Non esiste alcun “trattato di pace” che abbia posto fine al conflitto, mentre il ritiro delle forze statunitensi – gli invasori, ricordiamolo, è stato regolato dall’Accordo sullo Status delle Forze del 2008, che ha fissato il 31 dicembre 2011 come data entro la quale tutte le truppe combattenti statunitensi avrebbero dovuto lasciare l’Iraq. In precedenza, gli Stati Uniti avevano anche firmato l’Accordo Quadro Strategico e l’Accordo di Sicurezza con l’Iraq nel dicembre 2008, che formalizzavano la futura cooperazione ma non ponevano fine al conflitto. Come si evince da questo elenco, la nefasta pratica che prevede l’interpretazione del ruolo di mediatore (ovvero per definizione super partes) da parte del responsabile principale dell’inizio del conflitto e, soprattutto, del soggetto che ha proprio per questa ragione intenzione di giovare dei frutti della sua azione criminale, viene da molto lontano. E non ho neppure menzionato il famigerato piano di pace per Gaza… -------------------------------------------------------------------------------- Per ricevere la Newsletter di Alessandro Ghebreigziabiher -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cronistoria dei piani per la pace proviene da Comune-info.