I’m not muslim--------------------------------------------------------------------------------
Teheran. Foto di mdreza jalali su Unsplash
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C’è un gesto che circola nella diaspora iraniana, soprattutto dopo il 2022: il
cartello alzato nelle piazze occidentali, la dichiarazione sui social, la frase
pronunciata davanti alle telecamere “I’m not Muslim, I’m Persian” (Non sono
musulmano/a, sono persiano/a). Un gesto comprensibile nella sua origine emotiva:
il rifiuto della Repubblica Islamica, della teocrazia, della violenza di stato
esercitata in nome di Dio. Ma un gesto che, nella sua formulazione, rivela una
ignoranza storica così profonda da risultare, paradossalmente, un atto di
autolesionismo culturale non nei confronti dell’Islam, ma nei confronti della
Persia stessa.
Perché chi pronuncia quella frase non sa – o ha scelto di dimenticare – che la
civiltà islamica nella sua espressione più alta è in larghissima parte un’opera
persiana.
Cominciamo dall’inizio assoluto. Il primo iraniano a convertirsi all’Islam fu
Salman al-Farisi, nato Ruzbeh Khoshnudan a Isfahan. Era così vicino al Profeta
che quando i musulmani di Mecca e quelli di Medina litigavano su chi potesse
rivendicarlo come proprio, Maometto pose fine alla disputa con una formula senza
precedenti: Salman appartiene all’Ahl al-Bayt, alla famiglia del Profeta. Non a
una tribù araba. Alla famiglia. È lui a suggerire al Profeta la tattica del
fossato durante la battaglia del Khandaq – tecnica militare sasanide sconosciuta
agli arabi – salvando la comunità islamica nascente dall’annientamento. Ed è
ancora lui a tradurre parti del Corano in persiano durante la vita stessa del
Profeta: il primo essere umano a portare il Libro sacro dell’Islam in un’altra
lingua. La Persia è dentro l’Islam dal primo giorno, non arrivata dopo.
Da quel momento, la presenza persiana non fu una presenza dentro l’Islam: ne
divenne la colonna vertebrale intellettuale. La grammatica dell’arabo classico –
la lingua del Corano – fu sistematizzata da Sibawayhi di Shiraz, persiano che
aveva imparato l’arabo come seconda lingua. Prima di lui non esisteva grammatica
araba scientifica. I sei libri canonici dell’hadith sunnita – le raccolte che
definiscono normativamente cosa Maometto disse e fece, fondamento della
giurisprudenza islamica – furono tutti compilati da persiani: al-Bukhari di
Bukhara, Muslim di Nishapur, al-Tirmidhi di Termez, Abu Dawud, al-Nasa’i, Ibn
Majah. Tutti. La scuola giuridica Hanafi, la più seguita al mondo con oltre un
miliardo di fedeli, fu fondata da Abu Hanifa di origine khorasanica. La teologia
sunnita fu rifondata da al-Ghazali di Tus, la cui Ihya Ulum al-Din è ancora oggi
la summa del pensiero islamico ortodosso.
Ma è nella scienza e nella filosofia che la grandezza persiana diventa
vertiginosa. Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, nato nel Khorasan, lavorò alla Casa
della Sapienza di Baghdad e scrisse il trattato che diede all’umanità la parola
algebra – dal titolo arabo al-jabr – e il suo stesso nome latinizzato,
Algoritmi, diede alla matematica e poi all’informatica la parola algoritmo. Ogni
equazione risolta in ogni scuola del mondo porta il nome di un persiano.
Al-Biruni di Khwarezm, che i suoi contemporanei chiamavano semplicemente “il
Maestro”, calcolò il raggio terrestre con un margine di errore inferiore al 2%
cinquecento anni prima di Galileo, scrisse la prima opera di antropologia
comparata sull’India, fondò la geodesia moderna e la storia comparata delle
religioni, padroneggiava arabo, persiano, sanscrito, greco e siriaco. Ibn Sina
di Bukhara – Avicenna in Occidente – costruì il sistema filosofico e medico che
rimase testo universitario in Europa fino al XVII secolo e che influenzò Tommaso
d’Aquino attraverso le sue traduzioni di Aristotele.
E poi c’è chi andò oltre la sintesi tra fede e ragione per costruire qualcosa di
radicalmente nuovo. Suhrawardi di Zanjan, il “Maestro dell’Illuminazione” –
Shaykh al-Ishraq – fondò nel XII secolo la scuola della Hikmat al-Ishraq, la
Filosofia della Luce, recuperando esplicitamente la saggezza zoroastriana
preislamica, il neoplatonismo greco e la mistica islamica in un sistema dove la
luce è il principio costitutivo della realtà e la conoscenza è presenza
immediata, non mediazione concettuale. Mulla Sadra, il grande filosofo safavide,
descrisse Suhrawardi come il “Rinnovatore delle Tracce dei Saggi Pahlavi”, e
Suhrawardi stesso si considerava il restauratore dell’antica saggezza persiana.
La mistica islamica – il Sufismo, l’anima interiore dell’Islam – è quasi
interamente un’invenzione del mondo iranico: Hallaj di Tur, Sanai di Ghazni,
Attar di Nishapur che scrisse il Mantiq al-Tayr, Rumi di Balkh il cui Masnavi è
la più grande summa poetico-spirituale dell’Islam, Hafez di Shiraz che Goethe
considerava suo maestro. E la letteratura narrativa islamica? Le Mille e una
notte sono la traduzione araba di un originale persiano – l’Hezar Afsan – e i
nomi dei suoi protagonisti, Shahryar e Shahrazad, sono persiani. Kalila e Dimna,
il libro di favole politiche più influente del Medioevo islamico, fu tradotto
dal pahlavi in arabo da Ibn al-Muqaffa’, persiano di Fars, che scrivendo in una
lingua che stava ancora imparando fondò la prosa letteraria araba.
La Persia non è una componente dell’Islam. Ne è il corridoio universale: il
canale attraverso cui l’India, la Grecia, la Mesopotamia e la Cina sono entrate
nella cultura islamica e, attraverso di essa, nell’Europa medievale e
rinascimentale. Ogni volta che uno studente di matematica risolve un’equazione,
ogni volta che un programmatore scrive un algoritmo, ogni volta che qualcuno
legge Rumi in qualsiasi lingua del mondo, sta attraversando una porta che i
persiani hanno costruito all’interno dell’Islam.
Si può – e spesso si deve – rifiutare la Repubblica Islamica, il clericalismo,
la violenza esercitata in nome della religione. Si può vivere come atei,
agnostici, zoroastriani, liberi pensatori. Ma confondere il regime di Teheran
con quattordici secoli di civiltà è esattamente l’errore che serve alla
propaganda di chi vuole ridurre una delle tradizioni intellettuali più ricche
della storia umana a un’immagine di oppressione, velo e teocrazia. Quell’errore
non sfida il potere: lo serve.
Chi porta quel cartello non sta resistendo all’Islam. Sta regalando la propria
storia a chi non la merita.
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Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri
I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore)
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