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Obiezione di coscienza: oltre il muro del silenzio, una nuova consapevolezza?/1
Il tema della guerra e di chi oggi le si oppone cercando di smontare la narrazione pubblica – finora dominante – della sua ineluttabilità è emerso nelle ultime due settimane nel dibattito pubblico. Chi si è formato ai valori e ai metodi della nonviolenza può certamente evidenziare tutti i limiti di un discorso ancora insufficiente, a volte approssimativo, dove le parole e i concetti utilizzati da alcuni personaggi pubblici, più o meno navigati, appaiono lontani da un lessico e da un argomentare maturo dal punto di vista nonviolento. Bisognerebbe ritornare a tanti altri maestri che, da Gandhi a Galtung, in svariate situazioni storiche, hanno messo in atto positivamente: la gestione dei conflitti senza l’uso di armi e di violenza. Di loro come di altrettanti casi storici a loro precedenti nessuno sa parlare. Eppure, se il mondo della nonviolenza non vuole restare nel chiuso di una cerchia ristretta, anch’essa autoreferenziale e insofferente per il sistema pubblico dell’informazione a ragione ritenuto, specie sul tema della Pace, uniformemente chiuso ad ogni alternativa alla guerra, dovrebbe provare a cogliere in queste ultime “emersioni”, alcuni elementi di novità. Provo quindi a riprendere una cronologia di dichiarazioni e di commenti e dentro questa alcuni elementi che potrebbero segnare un leggero cambio di rotta. Domenica 13 settembre dal palco della festa dell’Unità di Reggio Emilia la segretaria dei giovani Dem, Virginia Libero, fa una dichiarazione in cui, rivolgendosi alle destre al governo, afferma che nel caso in cui queste dovessero portare i giovani ad una qualsiasi guerra, lei con altri giovani organizzerebbe la diserzione. È bastato l’uso di questa parola per riportare sui giornali e sui social l’intero intervento della giovane politica, con vari commenti, nella quasi totalità critici e censori. La forma radicale dell’opposizione alla guerra di una giovane esponente del PD, in realtà, non poteva lasciare indifferenti poiché mai un esponente adulto dello stesso partito in cui milita Virginia Libero si sarebbe espresso in quel modo. In molti quindi hanno pensato che quel messaggio, molto applaudito dalla platea, non era rivolto solo alle destre, ma anche alle componenti del partito molto moderate sui temi della politica estera e del riarmo nazionale ed europeo. Un segnale questo di novità nell’ambito di una tradizione di una formazione politica in cui, a mia memoria, le componenti giovanili non si discostano mai, anche velatamente, dalle linee ufficiali del partito. Nei giorni seguenti LA7 è tornata sull’argomento facendo riascoltare l’appello della Libero a due importanti personalità: Pierluigi Bersani e Gustavo Zagrebelsky. Nella trasmissione “Otto e mezzo” del 17 settembre Pierluigi Bersani, pur apprezzando la passione e lo spirito pacifista della segretaria dei giovani democratici, affermava che avrebbe fatto meglio ad usare il termine “Obiezione di coscienza” al posto di diserzione. Due giorni dopo, durante la trasmissione “In altre parole” Massimo Gramellini invitava a commentare l’appello della Libero gli attivisti Emma Rizzon dell’Università di Padova e Giacomo Gervasini della Normale di Pisa; collegato da remoto il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky. Quest’ultimo, a differenza di Bersani, condivideva in pieno le parole usate da Virginia Libero, dando una interpretazione, del tutto originale, dei termini Obiezione e Diserzione. Mentre l’obiezione di coscienza, a giudizio del giurista, è motivata da fattori ideali, la diserzione parte dal vissuto diretto e tragico del disertore: il disertore è colui che abbandona il campo perché tocca direttamente con mano tutta l’assurdità e la mostruosità della guerra. Anche qui un segno di novità: Gramellini dà voce, in prima serata, a due studenti (uno dei quali attivo nelle proteste e nel fermo di un treno carico di armi alla stazione di Pisa) e ad un illustre giurista pacifista. Tutti e tre solidarizzano, in forme diverse, con il discorso di opposizione radicale alla guerra. Non è un evento al quale siamo stati certo abituati in questi ultimi anni. Ancora su LA7 Corrado Augias ne “La torre di Babele”, il 28 settembre, dopo 15 giorni, ritorna sull’appello alla diserzione di Virgina Libero definendolo “una sciocchezza”. Aldo Cazzullo, con il quale Augias dialoga, dal canto suo, distingue i disertori “ignavi” (“coloro che vogliono semplicemente salvarsi la vita”) da coloro che disertano da una chiamata alle armi ma, come nel caso di un disertore narrato in un romanzo di Fenoglio, non se la sentono di unirsi ad un’altra lotta armata come quella dei partigiani. In quest’ultimo caso ritorna la narrazione comune: la diserzione è morale solo a patto di schierarsi e armarsi dalla parte giusta.  La nonviolenza, personale e politica, non è neanche concepita dai due saggi e stimati personaggi televisivi. È importante cogliere da questi eventi l’occasione per ritornare sul senso delle parole usate a partire dai loro ètimi, per poi sviluppare quell’orizzonte nonviolento che le giovani generazioni ci invitano a guardare. continua… Redazione Sicilia
October 5, 2026
Pressenza
Smisurata preghiera della vetrina
di Mauro Armanino Da Piazza Banchi a Fabrizio De André, l’acciuga che nuota in direzione ostinata e contraria diventa immagine delle resistenze quotidiane: contro la guerra, la rassegnazione e l’anestesia …
Crosetto su diserzione, difesa, Resistenza: ma cosa dicono davvero i numeri?
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha replicato a chi usa in termine positivo la parola “diserzione” riferita alla difesa dello Stato (Repubblica, 17/9/2026), rivendicando che gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito che, dopo l’8 settembre 1943, scelsero di resistere ai tedeschi, pagando con seicentomila deportati nei campi di concentramento. È una ricostruzione parziale, che la documentazione disponibile permette di verificare punto per punto. La cifra degli internati Il numero più accreditato per gli Internati Militari Italiani (IMI) è di circa 650.000 uomini, su un totale di circa 800.000 soldati catturati dai tedeschi nei giorni successivi all’armistizio. Sul numero dei morti nei lager non esiste una cifra ufficiale: le stime oscillano tra 37.000 e 50.000, talvolta fino a 60.000. Si tratta comunque di una forma di resistenza passiva — il rifiuto di aderire alla Repubblica Sociale e di continuare a combattere a fianco dei tedeschi — e non di un’azione militare contro le forze d’occupazione. Le resistenze armate immediate Due episodi concentrano la memoria della resistenza militare attiva. A Roma, tra il 9 e il 10 settembre, la divisione Granatieri di Sardegna, affiancata dai Lancieri di Montebello e da alcuni reparti della Sassari e carabinieri, combatté a Porta San Paolo insieme a civili accorsi spontaneamente: tra 241 e circa 400 caduti civili secondo le stime. A Cefalonia, la divisione Acqui del generale Antonio Gandin scelse di respingere l’ultimatum tedesco e di combattere: le stime sui caduti — tra scontri, fucilazioni di rappresaglia e annegamenti nel trasporto verso il continente — divergono sensibilmente a seconda degli studi, da circa 2.300 a oltre 6.500, con un comunicato ufficiale del 1945 che ne indicava circa 9.400. Gandin fu tra i primi fucilati, il 24 settembre. L’altra componente: la diserzione come atto fondativo della Resistenza partigiana Qui i dati raccontano un fenomeno che la ricostruzione di Crosetto lascia fuori campo. Le prime bande partigiane, formatesi dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre, si formarono anche grazie a soldati che abbandonarono reparti ormai privi di comando per darsi alla macchia. A questo nucleo italiano si aggiunse una componente multinazionale: si stimano almeno 15-20.000 combattenti stranieri nella Resistenza italiana, giunti soprattutto tramite diserzione dalle forze armate tedesche o fuga dalla prigionia — tra loro circa 5.000 sovietici, migliaia di jugoslavi, polacchi e cecoslovacchi, 2-3.000 tedeschi e austriaci. Il caso più noto è quello di Fëdor Poletaev, sergente dell’Armata Rossa fuggito nel 1944 da un campo di lavoro a Tortona, caduto nella Battaglia di Cantalupo il 2 febbraio 1945 e insignito di medaglia d’oro al valor militare: la motivazione ufficiale lo descrive come “deportato russo in Italia, fuggito dal campo di concentramento tedesco dove era internato, per raggiungere le formazioni partigiane”. Diserzione ed evasione, in questi casi, non sono l’opposto della Resistenza, ne sono invece una delle vie d’accesso. Il nodo storiografico Claudio Pavone, in “Una guerra civile” (1991), e Santo Peli, in “La Resistenza in Italia” (2004), leggono questi percorsi — la renitenza degli Internati Militari Italiani, la resistenza armata di reparti regolari, la diserzione verso le bande — come componenti compresenti di un’unica crisi dello Stato-nazione, non come alternative gerarchiche sul piano morale. La contrapposizione tra “chi ha resistito in divisa” e “chi ha disertato” non corrisponde, in questa storiografia, a una linea di demarcazione tra legittimità e illegittimità. Il punto lessicale La distinzione che Crosetto rivendica tra “difesa” — termine a cui la Costituzione (art. 52) affianca l’aggettivo “sacro” — e “riarmo” sposta il piano del discorso dal dato materiale a quello valoriale. Ma usare “gran parte della guerra di Liberazione fu combattuta dalle forze dell’Esercito” per liquidare ogni uso positivo della parola “diserzione” richiede di ignorare che una parte sostanziale della stessa Resistenza partigiana nacque esattamente da atti di diserzione — italiana e straniera — e che la storiografia non li tratta come un’onta da cui prendere le distanze. Conclusione Per l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, resta aperta, al netto della ricostruzione fattuale, una domanda che la polemica politica tende a chiudere in partenza: quando la diserzione può essere un valore? La storiografia citata sopra non offre una risposta univoca, ma un criterio di lettura: la diserzione non ha un segno morale fisso, dipende da cosa si abbandona e verso cosa ci si muove. I disertori tedeschi e austriaci che si unirono alle brigate partigiane lasciarono un esercito di occupazione per combattere contro di esso. Gli Internati Militari Italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana non disertarono: scelsero l’internamento pur di non continuare la guerra a fianco del Reich. I soldati italiani che dopo l’8 settembre abbandonarono reparti ormai senza comando per darsi alla macchia si allontanarono da una catena di comando che aveva smesso di esistere, non da uno Stato capace di dare ordini. Se il criterio è questo — non l’atto in sé, ma la direzione verso cui porta e la natura di ciò che si lascia — allora la domanda che la politica dovrebbe porsi non è se la parola “diserzione” sia di per sé legittima o inaccettabile, ma quale sia, in ogni contesto storico specifico, l’autorità da cui ci si allontana e la causa per cui lo si fa. È su questo crinale che l’Osservatorio intende collocare il proprio contributo al dibattito: non difendere o condannare una parola in astratto, ma restituire alla sua storia la complessità che la ricostruzione di Crosetto, trattando “diserzione” come termine univocamente screditante, lascia fuori campo. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Nascondo un amico richiamato alle armi.
In un bistrot di Odessa incontro un signore sulla sessantina, sta mangiando una zuppa di pollo e riso dal colore del peperoncino, decido di ordinarne una anch’io perché ho bisogno di qualcosa di caldo e forte. Sente una mia telefonata perché i nostri tavoli sono vicini. Imprudenteme mi lascio scappare qualche parola di troppo perché sto spiegando ad un amico quanto sia idiota questa guerra. “Italiano?” mi chiede. “Sono stato un mese a Roma e ho vissuto anche a Palermo”. Non sono le sue parole esatte perché mischia parole in Italiano, in Inglese ed anche in Francese, che è la lingua che conosce meglio. Mi invita a sedere al suo tavolo e mi versa del vino rosso Moldavo, “È il migliore che si trova qui”. Apprezzo e me ne versa un altro bicchiere. Siamo solo noi a sedere fuori dal ristorante, possiamo parlare liberamente. Sostiene che Odessa somiglia più a Palermo che a Kiev. A Odessa hanno sempre convissuto russi, ucraini, greci, italiani… Mi spiega che qui ci sono sempre stati ebrei e musulmani, cattolici e ortodossi. Sostiene che Odessa non ama il nazionalismo etnico che sta prevalendo in Ucraina e che si è incattivito sempre più a partire dal 2014. Poi aggiunge ci sono gli imbecilli che si fanno indottrinare dalla propaganda di guerra, ma quelli stanno dappertutto. “Odessa è uno “stato” a sé – dice – dove il nazionalismo trova poco spazio e arriva soprattutto da fuori, come per i fatti del 2 Maggio 2014: la strage alla Casa dei Sindacati”. “Ho perso un caro amico-mi confida-non era filo russo, era un russo di Ucraina, un vero antifascista, ma loro non erano ucraini, non si trattava di nazionalità antagoniste: erano fascisti, nazisti, noi diciamo banderisti, erano belve assetate di sangue senza nessuna pietà umana”. “Anche io sono russo di Ucraina, mia moglie ha il padre tartaro e la madre Ucraina. È così in tutte le famiglie, siamo un miscuglio”. “Io sono ortodosso ed uno dei miei amici più cari è ebreo. Mia figlia è perfettamente bilingue, ora vive in Germania con i miei due nipotini.” “Suo marito, mio genero, è stato costretto ad arruolarsi ed è morto quasi subito nei pressi di Char’kov. Gli avevo detto di scappare di nascondersi”. “Io odio questa guerra, è una follia, non riesco ancora a capire come sia potuto accadere tutto questo”. “Io mi sento anarchico e antifascista e mi fanno schifo tutti i nazionalismo di chi si crede superiore agli altri. Non è un buon odessita”. Intanto si è fatto portare una mezza bottiglia di Vodka. Brindiamo alla libertà, all’uguaglianza alla fraternità, alla giustizia e all’anarchia. Non mi sottraggo di certo e sarà il primo di una lunga serie. Propongo di brindare alla pace, poi alla fine della guerra, all’amicizia tra Odessa e Roma ecc. ecc. Cazzeggiamo anche un po’. Avevo letto che gli odessiti hanno un caratteristico senso dell’umorismo. Il mio amico è un fiume in piena: alcune freddure le capisco, altre no, ma ridiamo lo stesso. Con il suo cellulare mi fa ascoltare “O bella ciao” cantata da un gruppo siciliano e la 88>intoniamo, in Ucraina non è una canzone sospetta. Passa poi ad una canzone anarchica Ucraina, ad una della resistenza in Russo, a vecchie canzoni di Odessa… Poi l’immancabile Toto Cutugno (“Lasciatemi cantare”), Albano e Romina Power, I ricchi e poveri, Celentano… “Sono la colonna sonora della mia gioventù, tutti le conoscevano in Unione Sovietica negli anni ottanta e tutti seguivano il Festival di Sanremo. Forse è per questo che qui tutti amano l’Italia”. Dopo l’ennesimo brindisi abbassa la voce, anche se non c’è nessuno, e con fare cospirativo mi dice: “Io non faccio solo chiacchiere: a casa nascondo da quattro anni un disertore, non esce mai di casa perché i reclutatori sono spietati”. “Si era appena sposato e ha un figlio piccolo”. “Ogni tanto la moglie ed il bambino passano a trovarlo. Lei ha insegnato al piccolo a non parlare mai del padre con nessuno”. “Ho sistemato la cantina con un letto, una scrivania così può continuare a studiare ingegneria, ma ovviamente ora non può dare esami”. “Mangia sempre con noi ed è anche un bravo cuoco, si dà da fare come può, non vuole esserci di peso”. “Prima di iscriversi all’università è a sposarsi ha girato il mondo come marinaio su una nave”. “Ci racconta sempre dei suoi viaggi: storie vere, verosomili e storie inventate di sana pianta”. Facciamo l’ultimo brindisi. Ci salutiamo senza scambiarci neppure il numero di telefono. Io non ho problemi a dirgli il mio, ma lui per la nostra sicurezza non mi dice neppure il suo nome: “Chiamami Nestor” – mi dice. “Come l’anarchico?” “Già, come Nestor Machno”. Lo guardo mentre si allontana, poi mi accorgo che si sta facendo tardi e mi ricordo che nella Odessa “occupata” vige il coprifuoco e la legge marziale e che devo affrettare il passo. Mauro Carlo Zanella
October 1, 2026
Pressenza
Rassegna stampa Costruire la pace, decostruire la guerra
E’ disponibile il numero 30, 15 settembre 2026, della “Rassegna stampa Costruire la pace, decostruire la guerra” , scaricala a questo link con 70 nuove notizie https://padreangelocavagna.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/09/rassegna-stampa-sito-cavagna-trenta-15-settembre-2026.pdf In questo numero: – In cronaca: superate le 50mila firme per la difesa civile non armata – In cronaca: i giovani Dem e la “diserzione”. Spariscono dal dibattito le 50mila firme, a destra si grida ai vigliacchi, al reato e tutto si frulla con Ucraina, primarie, Conte/Schlein, ripudio e sacro dovere. – Di nuova la leva? narrazioni opposte tra Germania e Danimarca – Leone XIV°: no al riarmo atomico, attenti alla AI, costruire case di pace – Palestina: una rete di pacifisti per proteggere gli agricoltori in Cisgiordania – Nonviolenza: libri e percorsi formativi – Stravolgimenti: ora è la politica ad essere la continuazione della guerra con altri mezzi – Militarizzazione e retoriche nella società: maranza, l’AI per mostrarci nonni e nipotini inneggiare all’eroismo, anche il design si militarizza – Armamenti. Nasce la “filiale” di Leonardo in Ucraina. Le armi leggere italiane (Brescia docet) valgono 8 miliardi – Guerra e media. Al TG1 la giornalista sta dicendo “..a Gaza 5 bambini sono stati ucc…e immediatamente si corregge con…sono rimasti uccisi in un raid israeliano”. Da “sono stati uccisi” a “sono rimasti uccisi” nel festival della ipocrisia – Una ricca sezione di libri, documenti, film – Appuntamenti:, 16 segnalazioni di conferenze, convegni, corsi L’invio della Rassegna stampa è libero e gratuito, iscriviti con una mail a: 30passi@libero.it I numeri arretrati li trovi qui: https:// padreangelocavagna.wordpress. com/rassegna-stampa/ La rassegna è prodotto da un gruppo informale di ex obiettori di coscienza del GAVCI di Bologna e Modena per ricordare la figura di p.Angelo Cavagna (1929-2024), sacerdote dehoniano, giornalista, impegnato sui fronti della pace, obiezione di coscienza, servizio civile, nonviolenza, disarmo, cooperazione internazionale. Redazione Italia
September 24, 2026
Pressenza
«Sarà una risata che vi seppellirà». Considerazioni sulla diserzione e sulla guerra
Il breve esergo ci serve per commentare il fenomeno della resistenza alle armi che, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, registriamo. Nel mondo, attualmente, si stanno svolgendo decine e decine di conflitti locali e di guerre dichiarate. E sono migliaia i renitenti alla leva nelle guerre o coloro che disertano. Potremmo partire da quelle considerate – dalla retorica patria – più gloriose. Ad esempio, durante il Risorgimento venivano reclutati i contadini meridionali, ignari spesso di quel che andava accadendo, ma sicuri di dover lasciare nell’incuria e nell’ulteriore miseria le loro campagne. Oppure possiamo citare le centinaia di soldati passati per le armi durante la Prima guerra mondiale, perché avevano osato fraternizzare in trincea con l’esercito nemico o si erano rifiutati di obbedire a ordini suicidi. L’origine della didascalia è incerta, ma certo è l’orgoglio dell’irrisione anarchica alla repressione, alla guerra. Certa è l’efficacia del messaggio: il cambiamento sociale e politico è ineluttabile: siamo dalla parte vincente e la storia ce ne darà atto. OGNI GUERRA SI PORTA DIETRO IL SUO BEL NUMERO DI MORTI, DI RENITENTI CHE PAGANO LA LORO CORAGGIOSA SCELTA CON ANNI DI CARCERE. In Ucraina da mesi sono particolarmente forti le proteste contro i reclutatori che passano di villaggio in villaggio catturando giovani in età da militare per spedirli al fronte, cronaca documenta da decine di episodi culminati anche in feriti e morti. La fuga verso la Polonia è iniziata quasi subito, soprattutto da parte dei frontalieri che, ad esempio in Galizia, andavano oltre confine a lavorare, integrando così i magri salari e la perdita di ogni tutela sociale, dagli anni Novanta. I disertori sono più numerosi di quelli presenti nelle statistiche ufficiali. C’è chi non risponde alla chiamata militare, chi scappa all’estero, chi abbandona l’esercito facendo perdere le tracce. Ci sono gli obiettori di coscienza che rifiutano di prendere le armi e, meno numerosi, ma sicuramente presenti, coloro che hanno rifiutato anche impieghi civili in subordine alla macchina militare. Unimondo – testata giornalistica che si occupa di temi legati alla sostenibilità ambientale e alla pace (temi correlati, ovviamente) – ha documentato e provato a quantificare la diserzione (https://www.unimondo.org/dossier/dossier-disertori-1). Un paragrafo di questo dossier a cura di Raffaele Crocco offre una panoramica esaustiva della diserzione nella guerra in corso in Ucraina. Il numero che ha raggiunto, pur considerando che negli ultimi mesi il governo non ha aggiornato i dati (sarebbero una pessima propaganda antipatriottica) arriva a circa 200mila disertori, spesso militari assenti senza autorizzazione dei comandi (importanti sono le distinzioni che il giornalista opera in incipit, fra tipologie di abbandono): «Nel settembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ucraino fornì una delle ultime serie statistiche dettagliate disponibili. Dall’inizio dell’invasione su vasta scala erano stati registrati: 202.650 procedimenti per assenza non autorizzata dal reparto; 50.029 procedimenti per diserzione. Soltanto 12.448 procedimenti del primo tipo e 670 per diserzione erano stati trasmessi ai tribunali. È un dato importante: un procedimento aperto non equivale ad una condanna e neppure necessariamente ad una persona diversa. In realtà, il fenomeno sta accelerando rapidamente. Nei primi dieci mesi del 2025 sono stati registrati 161.461 nuovi procedimenti per AWOL, circa quattro volte più di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. La media era arrivata a circa 16.000 procedimenti al mese. Poi, dal 2026, i numeri sono diventati più difficili da conoscere. Nel dicembre 2025 l’Ufficio del Procuratore generale ha deciso di limitare l’accesso pubblico alle statistiche relative ai reati militari, comprese assenza non autorizzata e diserzione, sostenendo che la loro diffusione durante la legge marziale avrebbe potuto fornire informazioni sensibili sulla situazione delle forze armate». Teniamo conto che in questi anni di guerra sono intervenuti anche i legislatori per consentire ai disertori di rientrare volontariamente in servizio evitando l’arresto. Non è dato conoscere il numero dei detenuti per renitenza alla leva. Lo stesso diritto alla obiezione di coscienza, insieme ad abusi di varia natura, viene denunciato dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU. Pur riconoscendo teoricamente il diritto ad un servizio alternativo a quello militare di cui si è tuttavia perso traccia. Anzi, ad onore del vero, non esiste alcuna possibilità concreta di scegliere l’obiezione di coscienza. E i numeri ci confermano quanto vasta sia la renitenza al servizio militare. Continua il dossier: «Circa 200.000 militari AWOL, secondo la dichiarazione del ministro della Difesa del gennaio 2026. Circa due milioni di persone ricercate in relazione alla mobilitazione. Centinaia di migliaia di procedimenti aperti negli anni precedenti. Programmi speciali per convincere chi è scappato a rientrare. Non possiamo chiamarli tutti disertori, questo lo abbiamo chiarito. Possiamo però dire che la guerra sta producendo una frattura. Da una parte c’è uno Stato, inteso come organizzazione e istituzione, che ha bisogno di uomini per continuare a difendersi. Dall’altra ci sono individui che, per ragioni diversissime e legittime, non vogliono partire, non vogliono tornare o non vogliono proprio combattere». LA GUERRA PRODUCE DRAMMATICHE FRATTURE, RICORDA CROCCO. LE GUERRE SONO SEMPRE ANCHE GUERRE FAMIGLIARI, QUANDO NON APERTAMENTE CIVILI. UN ASPETTO CHE STA CARATTERIZZANDO ANCHE LA PIÙ COMPAGINATA SOCIETÀ RUSSA: LA GUERRA-LAMPO, SECONDO L’INTENTO PUTINIANO, STA CORROMPENDOSI IN ORMAI QUATTRO ANNI DI CONFLITTO, E ANCHE LA POPOLAZIONE RUSSA È STANCA. SONO STANCHI GLI ISRAELIANI? È sdegnata una parte della società chiamata alle armi, generazioni e generazioni di giovani, di riservisti, donne e uomini, da oltre un secolo. E, certo, non basta perché cessi il genocidio in atto. Ma, mentre occorrerebbe leggere la prosecuzione del lavoro documentario di Unimondo su questo punto, e non è l’intento di questo commento, scriviamo qualche annotazione conclusiva. Mentre i dati sono numeri dotati di qualche oggettività razionale, per altro sempre incerta, importanti in tutte le guerre sono anche le testimonianze. Il testimone, il testis, in greco màrtys (così accolto nella liturgia cristiana) è colui che ha visto, ha patito e che può raccontare. Annette Wieviorka scriveva che la testimonianza è dentro e fuori della lingua, sta fra l’indicibile, il rimosso, il volutamente dimenticato, o manipolato, e la potenza della parola spesa di fronte a chi ascolta, e non ha né vissuto, né visto direttamente le vicende raccontate (L’era del testimone, Cortina Editore, Milano 1998). Il testimone spesso non è attendibile (o gli viene attribuito un eccesso di veridicità), lo si è visto nei clamorosi processi di Norimberga del 1945/’46 e di Gerusalemme a Adolf Eichmann nel 1961. Nelle aule dei tribunali ordinari ugualmente è difficile per le parti in gioco appurare l’attendibilità del testimone. In Italia lavorano migliaia di donne ucraine. Ciascuna di loro ha una storia di emigrazione da raccontare che data da prima della guerra del 2022. Risale al crollo del regime sovietico. È il caso di Irina (nome di fantasia) che, ginecologa all’ospedale di Leopoli, perde il lavoro dopo la privatizzazione del sistema sanitario. Viene a lavorare in Italia, suo figlio, laureato in economia, è impiegato in banca. Deve costantemente integrare lo stipendio con lavori da manovale in Polonia, frontiera che passa molto spesso. Ha partecipato alle manifestazioni di Piazza Maidan del 2014, ci ha creduto, malgrado le manipolazioni evidenti, credeva nell’Europa come nuova cornice valoriale ed economica, sistema migliore del regime precedente. Nel 2022 è stato reclutato: è morto mettendo la testa fuori dalla sua trincea, come si moriva nella Prima Guerra Mondiale. Suo cugino, coetaneo, è scappato, forse in Germania. Irina, che pure vive i rigori della guerra sentendosi vittima, si chiede perché suo figlio non ha fatto altrettanto. E, ancora, non testimone, ma prestigioso corrispondente per il New York Times, Yaralov Trofinov, in una conversazione con Lucio Caracciolo condotta da Massimo Cacciari, glissa sulle responsabilità delle NATO, continua a credere che l’Europa aiuterà l’Ucraina a respingere la Russia, tratteggia un ritratto di Volodymyr Zelensky statista democratico nonché di origini ebraiche (titolo di merito?). Malgrado lo correggano spesso – anche se non proprio decisamente, Caracciolo e Cacciari – per lui la guerra in Ucraina è paragonabile a quella del Peloponneso, che crede sia un modello di arroganti invasori cacciati ai margini della storia. Al tema di questo nostro pezzo, il rifiuto della guerra, accennano il conduttore e l’altro ospite. Il giornalista testimonia solo le ragioni del paese invaso e anche lui – come il ragazzo di Maidan – crede che l’Europa lo salverà dall’orso russo. ALLORA, VISTO CHE LE GUERRE DISPENSANO ONORI E INFAMIE, NOI STIAMO A FIANCO DEL RENITENTE, DEL DISERTORE, DI CHI FUGGE, DI CHI OBIETTA CHE LA GUERRA NON È MAI LA SUA.   Federico Giusti, Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Carlo Greppi al Convegno dell’Osservatorio contro la militarizzazione a Torino
Pubblichiamo l’intervento di Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, al Convegno Nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università svoltosi presso la Fabbrica delle “e” del Gruppo Abele a Torino venerdì 17 aprile 2026. Al convegno hanno partecipato circa 600persone in presenza e metà online. Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore provocato della guerra, infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Nel secondo intervento della giornata Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della Seconda guerra mondiale e, in particolare, si è soffermato sulla dimensione internazionale della resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana. Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la strutturazione della resistenza armata. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Infowar e AI – Sentenza violenze al carcere di Ivrea – Germania/Israele – Automazione vs Diserzione@0
Estratti dalla puntata del 30 marzo 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia AI, INFOWAR E DISTRUZIONE DEL DATO DI REALTA’ Tra finte soldatesse influencer generate con AI e JD Vance che sostiene che gli UFO siano Demoni, oscilliamo tra fenomeni artificiali e fenomeni implausibili. Ma gli eserciti sono reali, così come le guerre del Board of Peace. Mentre oltre 200 soldati statunitensi hanno denunciato alla Military Religious Freedom Foundation (MRFF) che i loro comandanti inquadrano le operazioni militari in scenari biblici, mentre la narrazione da “Fine dei Tempi” permea i discorsi delle leadership sioniste-evangeliste, dopo la normalizzazione del concetto operativo di “Grande Israele” si fa largo quello di “Grande Nord America”. Ma tornando all’AI generativa e all’introduzione di livelli di ingegneria sociale senza precedenti, tanto nelle truffe, quanto nella infowar, osserviamo la storia di due fratelli israeliani che avrebbero venduto all’Iran finti dati di intelligence spacciandosi per figure vicine alla Unit 8200. GUERRA COGNITIVA E LE CORRENTI DELLA INFOWAR Partiamo osservando la centralità del ruolo della comunicazione in tempi di guerra, dai volantini lanciati dal cielo allo hacking delle app per la preghiera in Iran, per arrivare a Sakara AI: azienda giapponese che sviluppato tecniche per delineare i flussi della guerra di informazione online. l’AI genera e veicola gli attacchi nel campo della Guerra Cognitiva, ma allo stesso tempo ne analizza i flussi: AUTOMAZIONE: ISTRUZIONE, GUERRA, DISERZIONE Melania Trump ha fatto ingresso al summit di Fostering The Future accompagnata da un androide Figure 3, quindi si è lanciata in un intervento sulla centralità salvifica dell’intelligenza artificiale per risolvere il problema del mancato accesso all’istruzione per milione di bambine e bambini. Assuefare fin dall’infanzia a relazionarsi con entità cognitive artificiali, inquadrarle come “adulti di riferimento”, obbedire alle loro consegne. Ma la sostituzione insegnate/robot ci rimanda a una questione cruciale, soprattutto di fronte a un incremento del 1000% * delle obbiezioni di coscienza tra i militari americani: gli umani possono ammutinarsi e disertare, le macchine no. * fonte: Mike Prysner, ex-militare, direttore del Center on Conscience and War e cofondatore di March Forward SENTENZA DEL PROCESSO PER LE VIOLENZE NEL CARCERE DI IVREA Sono passati 10 anni dalla lettera di denuncia pubblicata su infoaut.org che consentì l’emersione delle violenze nel carcere di Ivrea. La Procura locale aveva subito provato ad archiviare il tutto, i rallentamenti tecnici hanno portato alla prescrizione delle accuse di violenza e lesioni, ma il quadro che emerge descrive molto efficacemente la violenza strutturale dell’apparato detentivo italiano e una connivenza che va ben oltre quella “di corpo”, endemica nella polizia penitenziaria. Ne parliamo con l’avvocata Simona Filippi: RELAZIONI GERMANIA-ISRAELE: REPRESSIONE, CYBER E ARMI Le scaramuccie attorno al mancato supporto tedesco per la guerra israelo-americana contro l’Iran non devono distrarci dalla solida rete di cooperazione repressiva, cyber e militare-industriale tra Berlino e Tel Aviv… e il recente accordo tra VolksWagen e Rafael ne è solo il fenomeno più visibile:
March 31, 2026
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Infowar e AI – Sentenza violenze al carcere di Ivrea – Germania/Israele – Automazione vs Diserzione@1
Estratti dalla puntata del 30 marzo 2026 di Bello Come Una Prigione Che Brucia AI, INFOWAR E DISTRUZIONE DEL DATO DI REALTA’ Tra finte soldatesse influencer generate con AI e JD Vance che sostiene che gli UFO siano Demoni, oscilliamo tra fenomeni artificiali e fenomeni implausibili. Ma gli eserciti sono reali, così come le guerre del Board of Peace. Mentre oltre 200 soldati statunitensi hanno denunciato alla Military Religious Freedom Foundation (MRFF) che i loro comandanti inquadrano le operazioni militari in scenari biblici, mentre la narrazione da “Fine dei Tempi” permea i discorsi delle leadership sioniste-evangeliste, dopo la normalizzazione del concetto operativo di “Grande Israele” si fa largo quello di “Grande Nord America”. Ma tornando all’AI generativa e all’introduzione di livelli di ingegneria sociale senza precedenti, tanto nelle truffe, quanto nella infowar, osserviamo la storia di due fratelli israeliani che avrebbero venduto all’Iran finti dati di intelligence spacciandosi per figure vicine alla Unit 8200. GUERRA COGNITIVA E LE CORRENTI DELLA INFOWAR Partiamo osservando la centralità del ruolo della comunicazione in tempi di guerra, dai volantini lanciati dal cielo allo hacking delle app per la preghiera in Iran, per arrivare a Sakara AI: azienda giapponese che sviluppato tecniche per delineare i flussi della guerra di informazione online. l’AI genera e veicola gli attacchi nel campo della Guerra Cognitiva, ma allo stesso tempo ne analizza i flussi: AUTOMAZIONE: ISTRUZIONE, GUERRA, DISERZIONE Melania Trump ha fatto ingresso al summit di Fostering The Future accompagnata da un androide Figure 3, quindi si è lanciata in un intervento sulla centralità salvifica dell’intelligenza artificiale per risolvere il problema del mancato accesso all’istruzione per milione di bambine e bambini. Assuefare fin dall’infanzia a relazionarsi con entità cognitive artificiali, inquadrarle come “adulti di riferimento”, obbedire alle loro consegne. Ma la sostituzione insegnate/robot ci rimanda a una questione cruciale, soprattutto di fronte a un incremento del 1000% * delle obbiezioni di coscienza tra i militari americani: gli umani possono ammutinarsi e disertare, le macchine no. * fonte: Mike Prysner, ex-militare, direttore del Center on Conscience and War e cofondatore di March Forward SENTENZA DEL PROCESSO PER LE VIOLENZE NEL CARCERE DI IVREA Sono passati 10 anni dalla lettera di denuncia pubblicata su infoaut.org che consentì l’emersione delle violenze nel carcere di Ivrea. La Procura locale aveva subito provato ad archiviare il tutto, i rallentamenti tecnici hanno portato alla prescrizione delle accuse di violenza e lesioni, ma il quadro che emerge descrive molto efficacemente la violenza strutturale dell’apparato detentivo italiano e una connivenza che va ben oltre quella “di corpo”, endemica nella polizia penitenziaria. Ne parliamo con l’avvocata Simona Filippi: RELAZIONI GERMANIA-ISRAELE: REPRESSIONE, CYBER E ARMI Le scaramuccie attorno al mancato supporto tedesco per la guerra israelo-americana contro l’Iran non devono distrarci dalla solida rete di cooperazione repressiva, cyber e militare-industriale tra Berlino e Tel Aviv… e il recente accordo tra VolksWagen e Rafael ne è solo il fenomeno più visibile:
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