
Guy, attivista israeliano per i diritti umani: “Non c’è alternativa alla lotta. Non ci arrenderemo”
Pressenza - Friday, September 25, 2026“Avevo quindici anni quando scoppiò la prima Intifada. Fu molto violenta, alcuni amici palestinesi morirono. Andai in biblioteca e studiai a fondo la storia di Israele su enciclopedie straniere. Scoprii così che fino ad allora avevo vissuto in un mondo di menzogne e che in Israele le vere vittime non erano gli ebrei ma i palestinesi. La mia scelta di campo risale ad allora.”
La testimonianza di Guy, israeliano attivista dell’organizzazione “Ta ‘ayush per la difesa dei diritti umani e la resistenza contro l’occupazione della Palestina” ha commosso molti dei presenti. La tragica storia personale – gran parte della sua famiglia è stata sterminata dai nazisti – non ha alimentato in lui quella “inesauribile sete di vendetta che obnubila le menti del 90% dei miei connazionali”, al contrario lo ha portato a convincersi che il “mai più” non deve valere solo per gli ebrei, ma per tutti. A partire dai palestinesi. E all’auditorium Aldo Moro di Saronno – grazie all’iniziativa e alla collaborazione delle associazioni Operazione Colomba e 4 Passi di pace – per la seconda volta ha proposto al pubblico attonito il racconto e le prove dei crimini commessi quotidianamente dai coloni in Cisgiordania.
Un film dell’orrore rivendicato dalla “Hill top youth”, una milizia armata ed equipaggiata dal governo. In occasione del “Capodanno ebraico”, l’11 settembre scorso, i “coloni soldati” hanno postato sui social un video di 9 minuti con un montaggio serrato di immagini e numeri agghiaccianti sugli attacchi sferrati contro inermi famiglie palestinesi: oltre 150 in tutto, 43 nella sola Massafer Yatta, teatro del famoso documentario “No other land”. Oltre duecento gli edifici dati alle fiamme, altrettanti demoliti, 436 i veicoli bruciati, 409 gli arabi feriti negli ultimi dodici mesi. “Un anno buono e benedetto – concludevano gli israeliani autori del post – ma il prossimo potrebbe essere ancora più fruttuoso, con il vostro aiuto”. Seguiva un appello ad aderire alla milizia.
Ma parlare di numeri non dà l’idea della sofferenza della popolazione palestinese in Cisgiordania e di quanti la sostengono. “La mia vita è un inferno” spiega Guy. “Ogni giorno e ogni notte ricevo a getto continuo segnalazioni per i soprusi subìti e quasi sempre non posso fare niente per oppormi. Il senso di impotenza e lo scoramento mi consumano, ma la sorte dei palestinesi nei territori occupati è un milione di volte peggiore della mia. Vivono nel terrore ovunque si trovino, subiscono angherie e violenze di ogni tipo e non hanno nessuno cui rivolgersi per avere soccorso. Se chiamano la polizia invece di ricevere aiuto vengono arrestati o picchiati, com’è successo a Naim, che ha tentato di allontanare le pecore che i coloni avevano mandato a devastare i suoi campi. I “poliziotti” l’hanno colpito al petto con il calcio del fucile, ammanettato e portato via per poi dichiarare che era stato lui ad aggredirli. Se non ci fosse stato qualcuno a filmare l’accaduto probabilmente Naim non sarebbe più uscito dal carcere.”
Gli attacchi sono ormai quasi quotidiani. In Cisgiordania ci sono oltre 20mila ordini di demolizione già consegnati. “Non sai mai quando toccherà a te. Mercoledì i bulldozer sono arrivati nel villaggio di Jimba e hanno demolito 24 edifici, devastato i pozzi e i campi. Centottanta persone, di cui cinquanta bambini, sono rimaste senza un tetto. È la terza operazione simile in tre settimane. Provate a immaginare cosa significhi essere privati di tutto senza aver commesso alcun reato e senza potersi opporre in alcun modo, pena essere ammazzato sul posto o con comodo in una cella, lontano da occhi indiscreti”.
A inizio settimana un’altra operazione di sabotaggio: soldati e coloni israeliani hanno distrutto la rete idrica costruita con fondi della cooperazione dell’Unione Europea per rifornire dodici villaggi: le tubazioni sono state disseppellite e tagliate, i pezzi portati via. In un’altra occasione due giovani a cavallo hanno svuotato completamente la cisterna d’acqua acquistata a caro prezzo da una famiglia. E non sono solo gli adulti a commettere tali crimini. “Adolescenti e persino bambini armati di bastoni o spray al peperoncino vengono mandati a provocare i palestinesi, li picchiano e li insultano sapendo che se solo tentassero la minima reazione per difendersi sarebbero accusati di terrorismo e rischierebbero la pena di morte. Quei ragazzini spesso sono israeliani che hanno problemi di comportamento o di profitto e dalle città in cui vivono vengono mandati nelle colonie per essere ‘rieducati’. È davvero paradossale.”
La crudeltà dei coloni non conosce limiti: sullo schermo scorrono le immagini di due attivisti, una persona anziana e un uomo, presi a bastonate in testa e ridotti in fin di vita senza alcun motivo. Nel video si sente la donna implorare per la sua vita prima di essere selvaggiamente colpita. Un altro filmato mostra l’incursione notturna nell’abitazione di una famiglia palestinese che possiede un vasto appezzamento di terreno. Le persone si erano asserragliate in casa e i coloni hanno tentato invano di fare irruzione. Sono però riusciti a entrare nell’ovile: le telecamere mostrano il massacro di decine di pecore e agnelli, ripetuto due settimane dopo con i nuovi animali appena acquistati.
Quando si riaccendono le luci in sala, lo shock è palpabile. Fioccano le domande, alla ricerca di un barlume di speranza in questo quadro così drammatico. Ma Guy non vuole rassicurare il pubblico facendo sfoggio di facile ottimismo: “Purtroppo non credo che le prossime elezioni in Israele possano portare un vero cambiamento. La stragrande maggioranza degli israeliani sostiene Netanyahu, qualsiasi cosa faccia. Si tratta di estremisti a cui fin dalla prima infanzia viene fatto un vero e proprio lavaggio del cervello. Vengono convinti del fatto che Israele e ogni suo abitante sono sotto continua minaccia per pura malvagità dei palestinesi e di tutti gli arabi. Il cosiddetto ‘Grande Israele’, rivendicato per diritto divino da una fetta sempre più ampia della popolazione ebraica è un territorio (Palestina compresa) di cui l’attuale Stato costituisce solo il 4%. Il resto è rappresentato da ampie porzioni di Egitto, Arabia Saudita, Iraq, Libano e Siria. E negli ultimi due Paesi Netanyahu sta già portando avanti questo progetto senza che nessuno alzi un dito per fermarlo. Anche perché Israele è un Paese molto ricco, che fa i soldi con le armi e i sistemi di cybersicurezza, prima testati sulla pelle dei palestinesi e poi venduti a peso d’oro agli altri Stati.”
Che fare dunque? Ha senso continuare a combattere la battaglia civile della testimonianza se la situazione è così disperata? “Ci sono momenti in cui me lo chiedo anch’io. Ma non c’è alternativa alla lotta e noi non ci arrenderemo. È la comunità internazionale a doversi muovere, come ha fatto trentacinque anni fa con il boicottaggio dei prodotti sudafricani. Le proteste di milioni di persone in tutto il mondo, un anno fa, erano un ottimo inizio, così come il blocco di porti, ferrovie e autostrade, soprattutto qui in Italia. Poi la popolazione mondiale è stata ingannata con lo specchietto per le allodole del ‘cessate il fuoco’. Bisogna tornare in tanti nelle piazze e nelle cabine elettorali, esprimere la propria protesta pacifica e smascherare i governi complici per costringerli a prendere posizione e a chiedere conto a Israele del genocidio perpetrato in Palestina”.