Genova 2001 – 2026 #7. Da Genova a Gaza. Continuare a immaginare il possibile
Finora, come tant3 altr3, non ho mai voluto scrivere di Genova, per diversi
motivi secondo me ancora molto validi: perché innanzitutto credo di non aver
ancora capito fino in fondo cosa sia successo davvero intorno a noi in quelle
giornate di lotta e combattimenti; perché penso che altre persone abbiano
(avuto) cose più intelligenti e informate da dire; ma soprattutto perché non ho
mai sopportato le tre declinazioni dominanti del vittimismo che ormai permea
tutto quello che leggo da 25 anni su Genova: 1) quello che Antonio Musella in un
post su Facebook ha perfettamente definito come “reducismo”: delle generazioni
spezzate, della paura, del trauma – anche quello di chi a Genova manco c’era; 2)
l’insostenibile pesantezza dello “spartiacque” che ci sorbiamo da 25 anni (sì,
lo è, ma è passato un quarto di secolo di acqua sotto ai ponti, quelle acque si
sono rimescolate e nel frattempo sono inspiegabilmente nate nuove persone che
ora hanno la nostra età di allora, possiamo fare pace con l’esistenza del
presente?); 3) il mantra: «avevamo ragione noi!» – l’epigrafe autoassolutoria
sulla nostra lapide: è andata male, ma ricordatevi che noi eravamo i buoni.
> Diversi interventi in questi giorni hanno tentato di superare questa postura,
> per fortuna. Hanno letto Genova non solo come una sconfitta cocente ma come la
> manifestazione di un movimento globale che condensava le lotte e i percorsi di
> soggettivazione di un’intera generazione.
Anzi, di un “movimento dei movimenti”, che ricomponeva le lotte g-locali (un
termine che serviva a descrivere e nominare le ricadute locali del capitalismo
neoliberista in tutte le loro forme, dai confini allo sfruttamento del lavoro e
dei territori, dall’attacco all’istruzione pubblica alla concentrazione delle
ricchezze nelle mani delle corporation transnazionali) rovesciando quella
sensazione di impotenza consegnata dai cicli di lotte precedenti in una capacità
immaginifica potentissima: un altro mondo era possibile!
Come ha sottolineato Giuliana Visco, questo non era uno slogan consolatorio ma
un grido di liberazione dalla rassegnazione all’esistente, la denuncia del
processo di naturalizzazione dell’ingiustizia operato dal capitalismo, il
capovolgimento della spudorata dichiarazione thatcheriana: «there is no
alternative», che per vent’anni aveva soffocato la possibilità di immaginare
orizzonti rivoluzionari.
> Ciò che ha caratterizzato quel movimento e che si è accumulato negli anni
> precedenti come una valanga è stato proprio questo senso di ritrovata potenza.
> Ma non solo.
Quella forza che ci ha portat3 a Genova, quella spinta coraggiosa, forse
temeraria e decisamente romantica al limite dell’epico (chi può dimenticare la
meravigliosa dichiarazione Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero
e verso Genova di Wu Ming?) era guidata da un immaginario potentissimo. Anzi, da
diversi immaginari, che si nutrivano di esperienze, saperi e lotte di tutto il
mondo. Tra queste, l’esperienza zapatista, l’esercito di liberazione il cui
obiettivo era disarmarsi e conquistare tutto per tutt@, con la lirica del
Subcomandante Marcos, che ogni comunicato ci emozionava come un poema; con le
donne di Mais, che avevano fatto la loro rivoluzione nella rivoluzione, dandoci
respiro per affrontare anche le nostre comunità molto spesso terribili; con il
federalismo municipalista, che scioglieva il dilemma tra statalismo e
federalismo nelle nostre desolate lande, dove la Lega non più di lotta ma solo
di governo surfava ipocrita sulla rabbia esplosa per la corruzione e la
decadenza etica della prima repubblica. Dall’Italia all’Europa al pianeta Terra
la rivoluzione tornava possibile e non retorica, e si poteva fare a partire dai
territori, dalla presa di potere delle e nelle comunità, con sistemi di
autogoverno democratico.
Eravamo insomma un esercito di sognatori invincibili capace di costruire
narrazioni e alleanze che connettevano le lotte contadine e quelle decoloniali,
quelle ecologiste e migranti, unite dal desiderio e dalla necessità di
sconfiggere le ingiustizie del neoliberismo ma anche di ricomporre e organizzare
le moltitudini – un concetto negriano che a non tutt3 piace(va), ma che
costituiva la cifra del superamento dell’identitarismo in cui l’individualismo
neoliberista aveva provato a frammentare i movimenti sociali nei decenni
precedenti. Anche per questo Genova, così come le grandi contestazioni ai
vertici dei potenti dei mesi precedenti, iniziò il venerdì 19 con una grande
manifestazione contro tutti i confini. Poch3 lo ricordano, ma quel primo corteo
era animato anche da una rete nazionale di studenti medi3 e universitari3,
Studenti in movimento. Nei mesi precedenti eravamo stat3 protagonist3 delle reti
nazionali universitarie e delle scuole superiori, organizzando decine di
seminari, iniziative e assemblee. L’obiettivo non era tanto fare
controinformazione – quella era un appannaggio comune a tutte le infrastrutture
di movimento ed è quella che ha consentito di registrare tutto ciò che è
avvenuto a Genova e che è diventato patrimonio storico legale e politico di
tutt3 noi.
> Piuttosto, la nostra fame di sapere scaturiva dall’esigenza di costruire
> paradigmi epistemologici e politici autonomi, capaci di produrre conoscenza e
> istituzioni del comune.
Il conflitto sul sapere e sull’incipiente trasformazione radicale della sua
produzione e trasmissione, già leggibile dalle prime riforme universitarie, era
centrale. E non riguardava “solo” la già visibile ombra della precarizzazione
del mondo della conoscenza, ma anche e soprattutto il riconoscimento che quello
sarebbe stato uno dei terreni di controllo biopolitico su cui il capitale
avrebbe investito in maniera sempre più feroce negli anni a venire. L’università
stava già diventando laboratorio di disciplinamento, selezione e
gerarchizzazione dei saperi funzionale alla sua successiva de-democratizzazione.
Era vista come una fucina pericolosa di ribellione e organizzazione, come era
stata la fabbrica del Novecento, e avevano ragione: dopo la delocalizzazione e
la precarizzazione del lavoro, l’università e la scuola erano gli ultimi luoghi
fisici in cui generazioni intere vivevano e si organizzavano insieme e avevano
il tempo e gli strumenti per farlo: un’intelligenza collettiva capace di
produrre relazione, ricomposizione e conflitto. La grammatica politica si
costruiva in queste palestre, insieme componevamo uno straordinario mosaico di
prospettive, pratiche, obiettivi, e anche naturalmente scazzi. In questo
processo c’era insomma tutto quello serve a sentirsi vicini vicini alla
possibilità di farcela in qualche modo.
> Immaginare il possibile era il motore di tutto, era proprio quella spinta
> liberatoria da cui tutto sembrava poter nascere di nuovo. Il granello di
> Fantasia da cui poter ricominciare, dopo la distruzione della capacità
> immaginativa dell’umanità.
Poi c’è stato l’11 settembre, una data che in molt3 hanno letto come un
tentativo di fermare quel movimento. Eppure Genova ha continuato a ribollire
nelle lotte degli anni successivi, cercando di far fronte all’accelerazione
furiosa della violenza capitalista: durante le guerre al terrore, o le “guerre
giuste” orwelliane, siamo stat3 per qualche anno, dopo Genova, il secondo potere
mondiale, come ha scritto il “New York Times”. E poi nei movimenti contro la
tolleranza zero (una delle etichette assegnate alla repressione interna di tutte
le forme di dissenso e inassimilabilità alla ristrutturazione globale del
neoliberismo e alle sue ricadute locali); in quelli ecologisti, nel sindacalismo
sociale, nei movimenti femministi e transfemministi transnazionali che sono
venuti dopo. Insomma, avevamo ragione e abbiamo pure fatto delle cose buone. Ma
non ce l’abbiamo fatta e questo ci ha fatto perdere un sacco di tempo.
Venticinque anni dopo, le ragioni di quel movimento, come tutt3 sottolineano,
sono ancora lì e in qualche modo possiamo dire che sono definitivamente
trasparenti. Dalla guerra al terrore, che ha nonostante tutto avuto bisogno
dell’obliterazione del diritto internazionale, spacciando vere e proprie fake
news per giustificare l’invasione e la distruzione dei propri mandatari
imperiali, siamo arrivat3 al genocidio come paradigma occidentale (stavo
scrivendo “del suprematismo occidentale”, ma mi è parso ridondante).
> Il genocidio, Trump, lo schianto dell’illusione democratica europea a cui
> stiamo assistendo ci parlano di uno sfondamento dei limiti del pensabile: ora
> nessun governante ha più bisogno di mistificare le vere ragioni della propria
> necro-politica. Il razzismo, il colonialismo, il patriarcato ora si celebrano
> senza pudore.
Il tecnofascismo non ha più bisogno di sussumere nulla per indorare la pillola:
Musk ne è la scandalosa riprova. Ma per sostenersi, questa rivoluzione eversiva
transnazionale ha ancora bisogno di neutralizzare i nostri cervelli. Trump ha
decimato i fondi federali alle università, e soprattutto ai corsi decoloniali,
femministi, indigeni e Black. L3 studenti che hanno animato le acampadas contro
il genocidio sono stat3 sospes3, arrestat3 e a volte anche espuls3. Non
dimenticheremo mai la lista delle parole chiave consegnata ai segugi della nuova
Gestapo neomaccartista trumpiana per scovare i pericolosi corsi “antiamericani”
e cancellarli insieme all3 loro studenti e docenti. Specularmente, anche in
Europa attivist3 e studios3 di fama internazionale non hanno potuto mettere
piede in diverse università per denunciare il genocidio, e in Italia si è
arrivat3 vergognosamente a discutere un ddl sull’antisemitismo che aderisce
all’infame definizione dell’IHRA, bollando come antisemiti gli studi post e
decoloniali (meglio: lo hanno fatto le componenti sioniste del PD alleate dei
partiti fascisti al governo, anche questo non lo dimenticheremo mai).
Per quanto riguarda la nostra triste provincia, oltre all’attacco repressivo del
ministro Valditara nei confronti dei percorsi di genere e femministi e la
persecuzione dell3 studenti dissidenti, non abbiamo prestato abbastanza
attenzione, secondo me, all’affermazione della supremazia epistemologica
occidentale che il Ministro ha voluto inscrivere nei programmi scolastici («solo
l’Occidente conosce la storia», un’affermazione che vorrebbe mettere una pietra
tombale su decenni di decostruzione decoloniale, indigena, femminista e
intersezionale – cioè sulle nostre genealogie epistemologiche che credevamo
ormai sedimentate definitivamente: che ingenuità.
Questi due momenti della nostra contemporaneità (l’affermarsi del paradigma
genocidario e del suo apparato epistemologico legittimatorio) sono
consustanziali e reciprocamente necessari: l’Occidente deve abbattere gli ultimi
residui di pensiero critico per potersi sostenere senza una rivolta globale. E
infatti, contro questa deriva, un nuovo soggetto politico ha invece preso forma
e potenza ancora una volta proprio dalle università e dalle scuole (ma non
solo).
> Il movimento contro il genocidio a Gaza e l’israelizzazione delle nostre
> post-democrazie mi sembra essere il nuovo ciclo rivoluzionario post-Genova. Le
> università e le scuole sono tornate a essere barricate di resistenza
> all’attacco neofondamentalista, razzista, misogino e omolesbobitransfobico e
> tecnofascista sferrato dall’ondata nera populista e autoritaria in tutti i
> paesi occidentali.
Ora come allora questo movimento ha individuato e denunciato il nesso tra
colonialismo, suprematismo, economia di guerra, estrattivismo, ecocidio,
erosione dei diritti e del welfare state.
Questo movimento esiste già ed invade le piazze di tutto il mondo da ormai tre
anni, sfidando ogni confine e divieto, come le flottille hanno mostrato –
un’indicazione fondamentale per la ricostruzione del diritto internazionale a
partire dalla difesa dei diritti e dell’umanità (come descritto da Enrica Rigo e
Tatiana Montella). Si tratta di una nuova forma politica di internazionalismo,
connessa in rete, che condivide indignazione e rabbia, riconosce le ricadute
locali e la consapevolezza della posta in gioco di un mondo sull’orlo del
collasso definitivo. La sua composizione vede giovani e studenti, ma anche e
soprattutto nuove generazioni di cittadin3 le cui famiglie provengono da
traiettorie migratorie e/o (post)coloniali, che si rispecchiano direttamente
nella violenza genocidaria a Gaza, in Sudan e nel resto del cosiddetto Sud
globale.
Un protagonismo politico straordinario che sta facendo tremare le fondamenta del
nostro asfittico mondo occidentale, e che sta finalmente mostrando i suoi frutti
migliori. Come negli Stati Uniti, dove l’elezione di Trump ha dimostrato che le
nuove generazioni hanno preferito sottrarsi alla falsa alternativa tra un
fascista psicopatico e una donna non bianca come presidente degli Stati Uniti,
riconoscendo in entrambi la matrice razzista e suprematista sionista e quindi la
complicità con il genocidio di Gaza. Si può dire lo stesso per il destino di
Starmer nel Regno Unito, e lo spero anche per il nostro Paese. Alla stessa
stregua, l’elezione di Mamdani a New York e l’ondata di vittorie alle elezioni
comunali francesi da parte de La France Insoumise, di cui hanno parlato in
maniera elettrizzante Francesco Brancaccio e altri sempre qui su Dinamopress,
dimostrano che «una nuova ondata internazionale di neomunicipalismi in cui la
composizione sociale immigrata e la lotta contro la violenza neocoloniale
assumono un ruolo centrale».
> Tutto ciò ci dice che il movimento contro il genocidio di Gaza può spostare i
> risultati elettorali e lo fa. L’eco del municipalismo zapatista,
> dell’internazionalismo, del rifiuto delle guerre coloniali e imperiali risuona
> qui con forza, non vi sembra?
Prendo spunto da questi elementi per provare a chiudere queste riflessioni
delineando qualche punto che spero possa aprire una riflessione collettiva sul
nostro futuro politico prossimo. Mamdani si è candidato senza nessuna speranza
dicendo delle cose molto semplici: 1) i ricchi devono pagare il loro diritto a
essere ricchi e risarcire la povertà della maggioranza su cui si fonda la loro
stessa ricchezza; 2) le persone povere, lavoratrici, razzializzate e
marginalizzate hanno diritto di vivere dignitosamente; 3) Israele sta
commettendo un genocidio; e 4) queste semplici verità sono connesse tra loro.
Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano trentenne della storia degli
Stati Uniti. Non ha avuto paura di squarciare tutti i tabù politici più
rischiosi per qualsiasi carriera politica negli USA e in realtà ovunque nel Nord
globale.
> Avere il coraggio di immaginare, dire e trasformare in programma politico
> qualcosa che mette in discussione i pilastri del capitalismo, la retorica
> dell’ineluttabilità che sorregge e che avevamo scalfito a Genova, avere il
> coraggio e la forza di contestare il profitto finanziario, la rendita, la
> povertà indotta e il potere delle lobby sioniste, è ciò che lo ha portato alla
> vittoria.
Qui risuona quel coraggio del possibile che ci ha guidat3 a Genova, ma che non
abbiamo saputo trasformare in sfida politica reale e contropotere venticinque
anni fa. La costruzione di quel mondo possibile immaginato a Genova si deve
nutrire di queste indicazioni.
> Come Genova è stata lo spartiacque della nostra generazione, Gaza lo è per
> quelle di oggi. In questo spostamento, un ruolo fondamentale ce l’hanno le
> nuove generazioni meticce che non per caso sono oggetto di una persecuzione
> violentissima da parte dei governi suprematisti neofascisti (pensiamo alla
> guerra ai “maranza” di casa nostra).
La loro paura deve essere la nostra forza. Le esperienze francese e statunitense
ci costringono a ridefinire obiettivi e configurazioni delle organizzazioni
politiche di movimento e ci parlano della necessità di conquistare terreno
all’interno della melma nera che ci circonda, a partire dalla questione
razziale, coloniale, di classe e genere, tra loro intrinsecamente legate, e dal
desiderio ineludibile di giustizia che diventa la cifra della domanda politica
attuale. E da lì aprire un conflitto che può diventare costituzionale e
costituente. Di certo, un altro mondo possibile deve essere diverso da quello
che abbiamo (visto e fatto) finora.
la copertina è di Gianluca Rizzello
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