Il terrorismo dei coloni parte integrante del genocidio israelianoDa qualche giorno Leila (nome di fantasia) è rientrata dalla Cisgiordania, ma
conta di tornare in Palestina al più presto. Incontrarla ci aiuta a capire come,
spenti da qualche tempo i riflettori del mainstream sul genocidio di Gaza, la
quotidianità dei palestinesi non cambia. Le violenze e i soprusi dei coloni e
dei militari proseguono, così come a Gaza di continua a morire; sia di freddo e
fame, sia per mano dell’IDF, mentre si prepara la spartizione affaristica della
‘fase 2’ post tregua affidata al board guidato da Tony Blair. Leila ci racconta
la sua esperienza.
“Insieme a una mia compagna – inizia a raccontarsi – ho trascorso tre mesi in
Palestina come forma di solidarietà internazionale con il popolo palestinese.
Utilizziamo nomi fittizi perché i confini dei territori palestinesi occupati,
sono controllati dalle forze di occupazione israeliane, che attraverso ingressi
negati, arresti e deportazioni cercano di impedire sistematicamente la presenza
solidale internazionale sul territorio. Moltissim* attivist* ricevono ban di
anni o permanenti, che impediscono loro di rientrare.
Le persone palestinesi che attraversano i confini per entrare o uscire dalla
propria terra sono sottoposte ad attese interminabili, interrogatori che possono
durare ore, perquisizioni fisiche invasive e violenze fisiche e verbali. Siamo
arrivate per la raccolta delle olive e per garantire una presenza di solidarietà
nei villaggi minacciati di pulizia etnica da parte dei coloni israeliani
illegali, che dal 1967 occupano ed espropriano la terra palestinese”.
D: Conoscevi le attiviste aggredite a Gerico lo scorso 30 novembre?
R: Sì. Le persone internazionali aggredite e le persone palestinesi che vivono
nel villaggio, terrorizzate e minacciate quotidianamente dai coloni israeliani,
sono mie amiche. La comunità di Ein al-Duyuk si trova nella valle di Gerico,
sugli altopiani della Valle del Giordano, e conta circa 100 persone, tra cui
molti anziani e bambini. È circondata da colonie, outpost e basi militari
israeliane, tra le quali i coloni si muovono liberamente, terrorizzando le
comunità beduine e i piccoli villaggi giorno e notte attraverso incursioni, raid
intimidatori, attacchi mortali e violenze fisiche. Hanno già distrutto
telecamere, pannelli solari e finestre per entrare nelle case, picchiare le
persone e intimidirle affinché vadano via e non tornino più.
Esattamente due settimane dopo, bande organizzate di coloni illegali armati sono
tornate ad attaccare il villaggio durante la notte. In seguito a quest’ultimo
attacco, molte donne e bambini hanno deciso di spostarsi a valle. Nelle
vicinanze di Ein al-Duyuk, nel villaggio beduino di Ras ‘Ein al-‘Auja, la
creazione di un nuovo outpost e la violenza quotidiana di esercito e coloni
hanno costretto, pochi giorni fa, centinaia di abitanti a lasciare l’area. Negli
ultimi anni circa 7.000 palestinesi sono stati sfollati all’interno della
Palestina stessa.
D: Siete un collettivo? Che cos’è il progetto Faz3a e chi lo porta avanti.
R: Faz3a è una campagna di solidarietà a guida palestinese. Il nome deriva da
un’espressione colloquiale che indica l’aiuto immediato e collettivo nei momenti
di necessità, una pratica profondamente radicata nella società palestinese. Il
progetto nasce come risposta all’intensificarsi della violenza israeliana contro
le comunità palestinesi, in un contesto segnato anche dal genocidio in corso a
Gaza.
Faz3a lavora per organizzare una presenza internazionale di protezione civile
sul territorio, sotto coordinamento palestinese, coinvolgendo attivist*,
student* e membri della società civile provenienti da diversi contesti. Non è
un’iniziativa umanitaria o caritatevole, ma un percorso di mobilitazione e
costruzione di movimenti, volto a rafforzare sumud, la determinazione delle
comunità palestinesi a restare sulla propria terra, e a creare reti di
solidarietà internazionale concrete ed efficaci.
D: Qual’è ora la quotidianità che vivete assieme ai palestinesi in Cisgiordania.
R: I Territori Palestinesi Occupati da “Israele” nel 1967, chiamati Cisgiordania
o West Bank, sono attraversati da nord a sud da colonie israeliane illegali,
checkpoint, torri di avvistamento, basi militari, muri, filo spinato, cancelli
all’ingresso delle città, telecamere e bandiere israeliane come simboli di
supremazia. L’occupazione ha diviso il territorio in tre aree (A, B e C), di cui
l’Area C è sotto completo controllo amministrativo e militare israeliano,
isolando la Cisgiordania dal resto della Palestina storica con un muro alto 9
metri e lungo circa 800 km, costellato di posti di blocco militari e recinzioni
elettroniche: chiunque tenti di scavalcarlo viene sparato. Questo muro, chiamato
anche Muro dell’Apartheid o della Separazione, frammenta il popolo palestinese
della Palestina storica tutta e isolando villaggi prima connessi tra loro.
Gerusalemme, per esempio, dista solo 10 minuti da Betlemme, ma il sistema di
confini e checkpoint con cui l’occupazione ha distorto la fisionomia del
territorio rende impossibile prevedere quanto tempo serva per raggiungere
qualsiasi luogo. La segregazione è rafforzata da strade e infrastrutture ad uso
esclusivo dei coloni, vietate ai palestinesi, che vengono così costretti a
interminabili attese quotidiane nel traffico e ai checkpoint. In Cisgiordania
vivono circa 720.000 coloni israeliani all’interno di colonie illegali secondo
il diritto internazionale. Ogni giorno molestano i villaggi palestinesi per
costringere la popolazione ad andarsene. Il furto di terra e il tentativo di
cancellazione dell’identità palestinese avvengono attraverso demolizioni di
case, sradicamento degli ulivi, furto dell’acqua sorgente, distruzione di
proprietà come abitazioni, stalle, attrezzi da lavoro, veicoli, pannelli solari
e greggi.
Di fronte agli attacchi dei coloni, ogni forma di autodifesa palestinese viene
criminalizzata. Spesso, quando esercito e polizia arrivano sul posto a violenze
avvenute e i coloni sono già fuggiti, sono i palestinesi a essere arrestati. A
differenza degli internazionali, i palestinesi sono sottoposti alla legge
militare israeliana, che consente la detenzione amministrativa: si può essere
incarcerati per anni senza accuse né processo. L’occupazione decide
arbitrariamente che intere aree diventino zone militari o di addestramento,
rendendo illegale la presenza palestinese (secondo la legge israeliana) e
impedendo il ritorno delle comunità indigene. Non si tratta di un singolo
governo estremista, ma di un progetto coloniale e sionista strutturale, portato
avanti dallo Stato, dall’esercito e da ampie parti della società israeliana
attraverso pratiche sistemiche di razzismo ed esclusione.
D: Avete subito o subite anche voi minacce, intimidazioni o violenze?
R: Le minacce e le violenze sono costanti per chi in Palestina esiste e resiste.
Se sei un’internazionale presente sul territorio, insieme ai palestinesi, verrai
comunque minacciat*. Il rischio più frequente è l’arresto di 48 ore seguito
dall’espulsione dal paese. Ma sì, si può anche essere picchiati o colpiti con
armi da fuoco, soprattutto, ma non solo, dai coloni.
Fino a qualche anno fa la presenza solidale veniva definita “presenza
protettiva”, perché le forze di occupazione cercavano di evitare testimoni
internazionali delle loro atrocità. Oggi, dopo anni di totale impunità, non se
ne preoccupano più: anche gli internazionali sono diventati bersagli, perché non
ci sono conseguenze. Nel caso dei miei compagni picchiati, media e politica
hanno parlato di “casi isolati di coloni estremisti”, come se il terrorismo dei
coloni non fosse parte integrante del progetto statale israeliano da decenni.
Come se i coloni non fossero i soldati in prima linea dell’occupazione,
incaricati di portare avanti la pulizia etnica della Palestina.
Leonardo Animali