Tag - genocidio

Genova 2001 – 2026 #7. Da Genova a Gaza. Continuare a immaginare il possibile
Finora, come tant3 altr3, non ho mai voluto scrivere di Genova, per diversi motivi secondo me ancora molto validi: perché innanzitutto credo di non aver ancora capito fino in fondo cosa sia successo davvero intorno a noi in quelle giornate di lotta e combattimenti; perché penso che altre persone abbiano (avuto) cose più intelligenti e informate da dire; ma soprattutto perché non ho mai sopportato le tre declinazioni dominanti del vittimismo che ormai permea tutto quello che leggo da 25 anni su Genova: 1) quello che Antonio Musella in un post su Facebook ha perfettamente definito come “reducismo”: delle generazioni spezzate, della paura, del trauma – anche quello di chi a Genova manco c’era; 2) l’insostenibile pesantezza dello “spartiacque” che ci sorbiamo da 25 anni (sì, lo è, ma è passato un quarto di secolo di acqua sotto ai ponti, quelle acque si sono rimescolate e nel frattempo sono inspiegabilmente nate nuove persone che ora hanno la nostra età di allora, possiamo fare pace con l’esistenza del presente?); 3) il mantra: «avevamo ragione noi!» – l’epigrafe autoassolutoria sulla nostra lapide: è andata male, ma ricordatevi che noi eravamo i buoni. > Diversi interventi in questi giorni hanno tentato di superare questa postura, > per fortuna. Hanno letto Genova non solo come una sconfitta cocente ma come la > manifestazione di un movimento globale che condensava le lotte e i percorsi di > soggettivazione di un’intera generazione. Anzi, di un “movimento dei movimenti”, che ricomponeva le lotte g-locali (un termine che serviva a descrivere e nominare le ricadute locali del capitalismo neoliberista in tutte le loro forme, dai confini allo sfruttamento del lavoro e dei territori, dall’attacco all’istruzione pubblica alla concentrazione delle ricchezze nelle mani delle corporation transnazionali) rovesciando quella sensazione di impotenza consegnata dai cicli di lotte precedenti in una capacità immaginifica potentissima: un altro mondo era possibile! Come ha sottolineato Giuliana Visco, questo non era uno slogan consolatorio ma un grido di liberazione dalla rassegnazione all’esistente, la denuncia del processo di naturalizzazione dell’ingiustizia operato dal capitalismo, il capovolgimento della spudorata dichiarazione thatcheriana: «there is no alternative», che per vent’anni aveva soffocato la possibilità di immaginare orizzonti rivoluzionari. > Ciò che ha caratterizzato quel movimento e che si è accumulato negli anni > precedenti come una valanga è stato proprio questo senso di ritrovata potenza. > Ma non solo. Quella forza che ci ha portat3 a Genova, quella spinta coraggiosa, forse temeraria e decisamente romantica al limite dell’epico (chi può dimenticare la meravigliosa dichiarazione  Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero e verso Genova di Wu Ming?) era guidata da un immaginario potentissimo. Anzi, da diversi immaginari, che si nutrivano di esperienze, saperi e lotte di tutto il mondo. Tra queste, l’esperienza zapatista, l’esercito di liberazione il cui obiettivo era disarmarsi e conquistare tutto per tutt@, con la lirica del Subcomandante Marcos, che ogni comunicato ci emozionava come un poema; con le donne di Mais, che avevano fatto la loro rivoluzione nella rivoluzione, dandoci respiro per affrontare anche le nostre comunità molto spesso terribili; con il federalismo municipalista, che scioglieva il dilemma tra statalismo e federalismo nelle nostre desolate lande, dove la Lega non più di lotta ma solo di governo surfava ipocrita sulla rabbia esplosa per la corruzione e la decadenza etica della prima repubblica. Dall’Italia all’Europa al pianeta Terra la rivoluzione tornava possibile e non retorica, e si poteva fare a partire dai territori, dalla presa di potere delle e nelle comunità, con sistemi di autogoverno democratico. Eravamo insomma un esercito di sognatori invincibili capace di costruire narrazioni e alleanze che connettevano le lotte contadine e quelle decoloniali, quelle ecologiste e migranti, unite dal desiderio e dalla necessità di sconfiggere le ingiustizie del neoliberismo ma anche di ricomporre e organizzare le moltitudini –  un concetto negriano che a non tutt3 piace(va), ma che costituiva la cifra del superamento dell’identitarismo in cui l’individualismo neoliberista aveva provato a frammentare i movimenti sociali nei decenni precedenti. Anche per questo Genova, così come le grandi contestazioni ai vertici dei potenti dei mesi precedenti, iniziò il venerdì 19 con una grande manifestazione contro tutti i confini. Poch3 lo ricordano, ma quel primo corteo era animato anche da una rete nazionale di studenti medi3 e universitari3, Studenti in movimento. Nei mesi precedenti eravamo stat3 protagonist3 delle reti nazionali universitarie e delle scuole superiori, organizzando decine di seminari, iniziative e assemblee. L’obiettivo non era tanto fare controinformazione – quella era un appannaggio comune a tutte le infrastrutture di movimento ed è quella che ha consentito di registrare tutto ciò che è avvenuto a Genova e che è diventato patrimonio storico legale e politico di tutt3 noi. > Piuttosto, la nostra fame di sapere scaturiva dall’esigenza di costruire > paradigmi epistemologici e politici autonomi, capaci di produrre conoscenza e > istituzioni del comune. Il conflitto sul sapere e sull’incipiente trasformazione radicale della sua produzione e trasmissione, già leggibile dalle prime riforme universitarie, era centrale. E non riguardava “solo” la già visibile ombra della precarizzazione del mondo della conoscenza, ma anche e soprattutto il riconoscimento che quello sarebbe stato uno dei terreni di controllo biopolitico su cui il capitale avrebbe investito in maniera sempre più feroce negli anni a venire. L’università stava già diventando laboratorio di disciplinamento, selezione e gerarchizzazione dei saperi funzionale alla sua successiva de-democratizzazione. Era vista come una fucina pericolosa di ribellione e organizzazione, come era stata la  fabbrica del Novecento, e avevano ragione: dopo la delocalizzazione e la precarizzazione del lavoro, l’università e la scuola erano gli ultimi luoghi fisici in cui generazioni intere vivevano e si organizzavano insieme e avevano il tempo e gli strumenti per farlo: un’intelligenza collettiva capace di produrre relazione, ricomposizione e conflitto. La grammatica politica si costruiva in queste palestre, insieme componevamo uno straordinario mosaico di prospettive, pratiche, obiettivi, e anche naturalmente scazzi. In questo processo c’era insomma tutto quello serve a sentirsi vicini vicini alla possibilità di farcela in qualche modo. > Immaginare il possibile era il motore di tutto, era proprio quella spinta > liberatoria da cui tutto sembrava poter nascere di nuovo. Il granello di > Fantasia da cui poter ricominciare, dopo la distruzione della capacità > immaginativa dell’umanità. Poi c’è stato l’11 settembre, una data che in molt3 hanno letto come un tentativo di fermare quel movimento. Eppure Genova ha continuato a ribollire nelle lotte degli anni successivi, cercando di far fronte all’accelerazione furiosa della violenza capitalista: durante le guerre al terrore, o le “guerre giuste” orwelliane, siamo stat3 per qualche anno, dopo Genova, il secondo potere mondiale, come ha scritto il “New York Times”. E poi nei movimenti contro la tolleranza zero (una delle etichette assegnate alla repressione interna di tutte le forme di dissenso e inassimilabilità alla ristrutturazione globale del neoliberismo e alle sue ricadute locali); in quelli ecologisti, nel sindacalismo sociale, nei movimenti femministi e transfemministi transnazionali che sono venuti dopo. Insomma, avevamo ragione e abbiamo pure fatto delle cose buone. Ma non ce l’abbiamo fatta e questo ci ha fatto perdere un sacco di tempo. Venticinque anni dopo, le ragioni di quel movimento, come tutt3 sottolineano, sono ancora lì e in qualche modo possiamo dire che sono definitivamente trasparenti. Dalla guerra al terrore, che ha nonostante tutto avuto bisogno dell’obliterazione del diritto internazionale, spacciando vere e proprie fake news per giustificare l’invasione e la distruzione dei propri mandatari imperiali, siamo arrivat3 al genocidio come paradigma occidentale (stavo scrivendo “del suprematismo occidentale”, ma mi è parso ridondante). > Il genocidio, Trump, lo schianto dell’illusione democratica europea a cui > stiamo assistendo ci parlano di uno sfondamento dei limiti del pensabile: ora > nessun governante ha più bisogno di mistificare le vere ragioni della propria > necro-politica. Il razzismo, il colonialismo, il patriarcato ora si celebrano > senza pudore. Il tecnofascismo non ha più bisogno di sussumere nulla per indorare la pillola: Musk ne è la scandalosa riprova. Ma per sostenersi, questa rivoluzione eversiva transnazionale ha ancora bisogno di neutralizzare i nostri cervelli. Trump ha decimato i fondi federali alle università, e soprattutto ai corsi decoloniali, femministi, indigeni e Black. L3 studenti che hanno animato le acampadas contro il genocidio sono stat3 sospes3, arrestat3 e a volte anche espuls3. Non dimenticheremo mai la lista delle parole chiave consegnata ai segugi della nuova Gestapo neomaccartista trumpiana per scovare i pericolosi corsi “antiamericani” e cancellarli insieme all3 loro studenti e docenti. Specularmente, anche in Europa attivist3 e studios3 di fama internazionale non hanno potuto mettere piede in diverse università per denunciare il genocidio, e in Italia si è arrivat3 vergognosamente a discutere un ddl sull’antisemitismo che aderisce all’infame definizione dell’IHRA, bollando come antisemiti gli studi post e decoloniali (meglio: lo hanno fatto le componenti sioniste del PD alleate dei partiti fascisti al governo, anche questo non lo dimenticheremo mai). Per quanto riguarda la nostra triste provincia, oltre all’attacco repressivo del ministro Valditara nei confronti dei percorsi di genere e femministi e la persecuzione dell3 studenti dissidenti, non abbiamo prestato abbastanza attenzione, secondo me, all’affermazione della supremazia epistemologica occidentale che il Ministro ha voluto inscrivere nei programmi scolastici («solo l’Occidente conosce la storia», un’affermazione che vorrebbe mettere una pietra tombale su decenni di decostruzione decoloniale, indigena, femminista e intersezionale – cioè sulle nostre genealogie epistemologiche che credevamo ormai sedimentate definitivamente: che ingenuità. Questi due momenti della nostra contemporaneità (l’affermarsi del paradigma genocidario e del suo apparato epistemologico legittimatorio) sono consustanziali e reciprocamente necessari: l’Occidente deve abbattere gli ultimi residui di pensiero critico per potersi sostenere senza una rivolta globale. E infatti, contro questa deriva, un nuovo soggetto politico ha invece preso forma e potenza ancora una volta proprio dalle università e dalle scuole (ma non solo). > Il movimento contro il genocidio a Gaza e l’israelizzazione delle nostre > post-democrazie mi sembra essere il nuovo ciclo rivoluzionario post-Genova. Le > università e le scuole sono tornate a essere barricate di resistenza > all’attacco neofondamentalista, razzista, misogino e omolesbobitransfobico e > tecnofascista sferrato dall’ondata nera populista e autoritaria in tutti i > paesi occidentali. Ora come allora questo movimento ha individuato e denunciato il nesso tra colonialismo, suprematismo, economia di guerra, estrattivismo, ecocidio, erosione dei diritti e del welfare state. Questo movimento esiste già ed invade le piazze di tutto il mondo da ormai tre anni, sfidando ogni confine e divieto, come le flottille hanno mostrato – un’indicazione fondamentale per la ricostruzione del diritto internazionale a partire dalla difesa dei diritti e dell’umanità (come descritto da Enrica Rigo e Tatiana Montella). Si tratta di una nuova forma politica di internazionalismo, connessa in rete, che condivide indignazione e rabbia, riconosce le ricadute locali e la consapevolezza della posta in gioco di un mondo sull’orlo del collasso definitivo. La sua composizione vede giovani e studenti, ma anche e soprattutto nuove generazioni di cittadin3 le cui famiglie provengono da traiettorie migratorie e/o (post)coloniali, che si rispecchiano direttamente nella violenza genocidaria a Gaza, in Sudan e nel resto del cosiddetto Sud globale. Un protagonismo politico straordinario che sta facendo tremare le fondamenta del nostro asfittico mondo occidentale, e che sta finalmente mostrando i suoi frutti migliori. Come negli Stati Uniti, dove l’elezione di Trump ha dimostrato che le nuove generazioni hanno preferito sottrarsi alla falsa alternativa tra un fascista psicopatico e una donna non bianca come presidente degli Stati Uniti, riconoscendo in entrambi la matrice razzista e suprematista sionista e quindi la complicità con il genocidio di Gaza. Si può dire lo stesso per il destino di Starmer nel Regno Unito, e lo spero anche per il nostro Paese. Alla stessa stregua, l’elezione di Mamdani a New York e l’ondata di vittorie alle elezioni comunali francesi da parte de La France Insoumise, di cui hanno parlato in maniera elettrizzante Francesco Brancaccio e altri sempre qui su Dinamopress, dimostrano che «una nuova ondata internazionale di neomunicipalismi in cui la composizione sociale immigrata e la lotta contro la violenza neocoloniale assumono un ruolo centrale».  > Tutto ciò ci dice che il movimento contro il genocidio di Gaza può spostare i > risultati elettorali e lo fa. L’eco del municipalismo zapatista, > dell’internazionalismo, del rifiuto delle guerre coloniali e imperiali risuona > qui con forza, non vi sembra? Prendo spunto da questi elementi per provare a chiudere queste riflessioni delineando qualche punto che spero possa aprire una riflessione collettiva sul nostro futuro politico prossimo. Mamdani si è candidato senza nessuna speranza dicendo delle cose molto semplici: 1) i ricchi devono pagare il loro diritto a essere ricchi e risarcire la povertà della maggioranza su cui si fonda la loro stessa ricchezza;  2) le persone povere, lavoratrici, razzializzate e marginalizzate hanno diritto di vivere dignitosamente; 3) Israele sta commettendo un genocidio; e 4) queste semplici verità sono connesse tra loro. Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano trentenne della storia degli Stati Uniti. Non ha avuto paura di squarciare tutti i tabù politici più rischiosi per qualsiasi carriera politica negli USA e in realtà ovunque nel Nord globale. > Avere il coraggio di immaginare, dire e trasformare in programma politico > qualcosa che mette in discussione i pilastri del capitalismo, la retorica > dell’ineluttabilità che sorregge e che avevamo scalfito a Genova, avere il > coraggio e la forza di contestare il profitto finanziario, la rendita, la > povertà indotta e il potere delle lobby sioniste, è ciò che lo ha portato alla > vittoria. Qui risuona quel coraggio del possibile che ci ha guidat3 a Genova, ma che non abbiamo saputo trasformare in sfida politica reale e contropotere venticinque anni fa. La costruzione di quel mondo possibile immaginato a Genova si deve nutrire di queste indicazioni. > Come Genova è stata lo spartiacque della nostra generazione, Gaza lo è per > quelle di oggi. In questo spostamento, un ruolo fondamentale ce l’hanno le > nuove generazioni meticce che non per caso sono oggetto di una persecuzione > violentissima da parte dei governi suprematisti neofascisti (pensiamo alla > guerra ai “maranza” di casa nostra). La loro paura deve essere la nostra forza. Le esperienze francese e statunitense ci costringono a ridefinire obiettivi e configurazioni delle organizzazioni politiche di movimento e ci parlano della necessità di conquistare terreno all’interno della melma nera che ci circonda, a partire dalla questione razziale, coloniale, di classe e genere, tra loro intrinsecamente legate, e dal desiderio ineludibile di giustizia che diventa la cifra della domanda politica attuale. E da lì aprire un conflitto che può diventare costituzionale e costituente. Di certo, un altro mondo possibile deve essere diverso da quello che abbiamo (visto e fatto) finora. la copertina è di Gianluca Rizzello Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #7. Da Genova a Gaza. Continuare a immaginare il possibile proviene da DINAMOpress.
July 25, 2026
DINAMOpress
Entrare in una nuova era del genocidio
Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi, esistono due possibilità. Gli autori raggiungono il loro obiettivo, oppure una forza militare li ferma e segue l’accertamento delle responsabilità. Nel 1904 l’esercito imperiale tedesco avviò una campagna che quasi sterminò i popoli herero e nama in quella che allora era […] L'articolo Entrare in una nuova era del genocidio su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Zohran Mamdani: “Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra, ma la mia amministrazione non ha l’autorità per arrestarlo”
Di seguito il discorso del sindaco di New York Zohran Mamdani, in cui ammette di non avere l’autorità di ordinare l’arresto di Benjamin Netanyahu, ma lo definisce comunque un criminale di guerra che non è benvenuto a New York: “Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra, l’artefice di un terribile genocidio contro la popolazione palestinese. È responsabile della morte di oltre 73.000 persone, della sofferenza e delle malattie di decine di migliaia di bambini, compresi quelli sopravvissuti che vengono amputati senza anestesia. È responsabile della distruzione di ospedali, reparti di neonatologia e centri di assistenza materna, privando anche i più piccoli della possibilità di vivere. È responsabile della morte di innumerevoli persone ridotte alla fame mentre venivano bloccati gli aiuti umanitari e i rifornimenti alimentari destinati alla popolazione. È responsabile dell’uccisione di centinaia di operatori umanitari e giornalisti. E questo è solo l’ultimo capitolo. Le Nazioni Unite hanno confermato che i bambini palestinesi continuano a essere deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze armate israeliane, molti mesi dopo gli eventi del 7 ottobre. L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo. Tutti noi, come americani, stiamo finanziando le bombe che provocano queste uccisioni. C’è un motivo se la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. Come esseri umani, abbiamo impiegato generazioni per costruire una coscienza giuridica internazionale secondo cui esistono crimini così gravi da offendere l’intera umanità. Chiunque guardi con gli occhi, con il cuore e con onestà ciò che è accaduto dovrebbe riconoscere la devastazione provocata e comprendere che questi fatti devono essere giudicati da un tribunale. Come ho già detto, sono d’accordo con la Corte Penale Internazionale: Benjamin Netanyahu dovrebbe essere arrestato e processato per i crimini di cui è accusato, come dovrebbe accadere a chiunque altro sia destinatario di un mandato della Corte. La mia amministrazione ha esaminato ogni possibilità prevista dalla legge per stabilire se la città di New York potesse dare esecuzione al mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nel caso in cui Benjamin Netanyahu si recasse qui. È evidente che non disponiamo dell’autorità legale necessaria per farlo. Questa competenza appartiene al governo federale, e chiedo a quest’ultimo di collaborare con la Corte Penale Internazionale e di dare esecuzione al mandato. Voglio essere altrettanto chiaro su un altro punto: Benjamin Netanyahu non è il benvenuto a New York, così come non lo è nessun altro criminale di guerra. Non possiamo fermare da soli il genocidio, ma possiamo decidere se il nostro silenzio diventerà un’altra arma oppure utilizzare ogni strumento a nostra disposizione per difendere l’umanità e la dignità di ogni essere umano. Questo è il mio impegno nei vostri confronti.” Anna Polo
July 23, 2026
Pressenza
Il senso dell'”ordine” suprematista
Gli episodi di cronaca sono rivelatori del «senso comune» vigente nella società, anche quando proprio il senso è andato smarrito fino a non essere più «comune» a tutti. E’ relativamente facile vedere il legame infame tra gli omicidi commessi dalla polizia – ultimo quello di Abderrahim Fakir, al quartiere Pilastro […] L'articolo Il senso dell'”ordine” suprematista su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen
I soldati israeliani hanno pisciato nelle culle, cagato nelle pentole, bruciato i libri, distrutto le foto del matrimonio appese al muro della casa degli sposi, fatto i selfie sculettando con la biancheria intima della sposa rubata dai cassetti sopra alla mimetica, fatto il video per mandarlo alla fidanzata, fatto il […] L'articolo Quando c’era il genocidio ma i giornalisti parlavano di Belen su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Petizione e interrogazione parlamentare dell’onorevole Stefania Ascari sull’ispezione al Liceo Vivona di Roma
Sulla vicenda dell’ispezione che il Ministero della pubblica istruzione ha predisposto nei confronti del Liceo Vivona di Roma e in particolare di un insegnante che ha osato scrivere una lettera ai suoi alunni di quinto anno, dopo l’esame di maturità, che ricordava il genocidio di Israele nei confronti dei palestinesi avvenuto nella complicità delle istituzioni italiane e nell’indifferenza di molti. è stata lanciata la petizione “Per la libertà d’espressione, dentro e fuori le aule scolastiche”. Primi firmatari molti colleghi del professore messo sotto accusa. Sulla stessa vicenda l’onorevole Stefania Ascar ha presentato un’interrogazione parlamentare. Di seguito il testo: “Al Ministro dell’Istruzione e del Merito. Premesso che nei giorni scorsi è stata avviata un’ispezione ministeriale presso il Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma a seguito della diffusione di una lettera inviata dal professor Massimo Sabbatini ai propri studenti al termine dell’esame di Stato; secondo quanto denunciato da rappresentanti istituzionali, docenti, studenti, studentesse e genitori, l’attività ispettiva si sarebbe tradotta in colloqui e richieste di chiarimenti rivolti anche agli studenti e al personale scolastico, determinando un clima di forte preoccupazione all’interno dell’istituto; la lettera del docente, rivolta a studentesse e studenti ormai diplomati, conteneva esclusivamente una riflessione di carattere etico e civile, con richiami alla letteratura italiana e un invito a non rimanere indifferenti di fronte alla tragedia umanitaria che si consuma nella Striscia di Gaza, richiamando i valori della pace, dell’umanità e della responsabilità individuale; i genitori degli studenti e studentesse del Liceo “Francesco Vivona” hanno espresso pubblicamente la propria solidarietà al docente, definendo l’ispezione un grave attacco alla libertà di insegnamento, alla libertà di espressione e all’autonomia scolastica; tale episodio non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in una serie di vicende che negli ultimi mesi hanno interessato numerosi istituti scolastici italiani; si richiamano, in particolare, il caso del Liceo “Marco Polo” di Firenze, quello del Liceo Scientifico “Augusto Righi” di Roma, nonché altri episodi nei quali docenti, dirigenti scolastici e studenti sono stati oggetto di campagne mediatiche, richieste ispettive o contestazioni per avere promosso iniziative di riflessione sui diritti umani, sul diritto internazionale, sulla guerra a Gaza o, più in generale, sul valore della pace; appare particolarmente allarmante che, a fronte di tali iniziative educative, si registrino interventi amministrativi che rischiano di essere percepiti come strumenti di controllo del pensiero piuttosto che di verifica del rispetto della normativa scolastica; la scuola pubblica, per espressa previsione costituzionale, è il luogo nel quale si formano cittadini liberi e consapevoli, attraverso il confronto delle idee, il pluralismo culturale e lo sviluppo del pensiero critico; gli articoli 21, 33 e 34 della Costituzione tutelano la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione, principi che costituiscono il fondamento di una società democratica e che non possono essere compressi da iniziative suscettibili di generare intimidazione o autocensura; il progressivo moltiplicarsi di episodi analoghi rischia di produrre un effetto intimidatorio sull’intera comunità scolastica, inducendo docenti e dirigenti a rinunciare ad affrontare temi di rilevanza storica, civile e internazionale per timore di conseguenze disciplinari o ispettive; in uno Stato democratico il dissenso, il confronto delle opinioni e l’educazione al pensiero critico rappresentano un valore da promuovere e non un comportamento da scoraggiare. Tutto ciò premesso, si chiede di sapere: se il Ministro sia a conoscenza dei fatti esposti; quali siano le motivazioni che hanno determinato l’avvio dell’ispezione presso il Liceo “Francesco Vivona” se ritenga che tali presupposti siano compatibili con i principi costituzionali della libertà di insegnamento; se corrisponda al vero che, nell’ambito dell’attività ispettiva, siano stati ascoltati studenti, studentesse e personale scolastico con modalità tali da determinare un clima di pressione o intimidazione; se il Ministro ritenga che il susseguirsi dei casi riguardanti il Liceo “Marco Polo” di Firenze, il Liceo “Augusto Righi” di Roma, il Liceo “Francesco Vivona”, l’IIS. “E. Mattei di San Lazzaro di Savena (Bologna ), l’Istituto “Aldovrandi Rubbiani” di Bologna, l’Istituto “Cattaneo” di Castelnovo Monti ( Reggio Emilia), il Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena, la Scuola Primaria  “Pascoli” di Modena, la Scuola Primaria “Graziosi” di Modena, la Scuola Primaria di Sant’Agnese” di Modena, la scuola Primaria “Gramsci” di Modena, la Scuola dell’infanzia “Collodi” di Modena e altri analoghi episodi rappresenti un fenomeno che rischia di compromettere l’autonomia delle istituzioni scolastiche e la libertà di insegnamento; quali iniziative urgenti intenda assumere affinché gli strumenti ispettivi non vengano utilizzati, né siano percepiti, come mezzi di censura o di pressione nei confronti di docenti, dirigenti scolastici e studenti che affrontano temi di interesse storico, civile, umanitario o internazionale nel rispetto dei principi costituzionali; se non ritenga opportuno adottare specifiche linee guida volte a garantire che le attività ispettive siano limitate all’accertamento di eventuali violazioni di legge, evitando qualsiasi interferenza con la libertà di insegnamento, l’autonomia scolastica e il pluralismo culturale; quali iniziative intenda assumere per ribadire che la scuola italiana deve rimanere un presidio di libertà, democrazia, partecipazione e formazione del pensiero critico, nel quale il confronto delle idee sia tutelato e mai oggetto di censura o intimidazione. Redazione Italia
July 19, 2026
Pressenza
No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, tutt’altro
A differenza dell’affermazione sionista secondo cui “Israele ha il diritto di esistere”, la mia asserzione si fonda sul diritto internazionale. Naturalmente, data la propensione di Israele a violare tali leggi, non sorprende che continuino a rivendicare un diritto privo di fondamento nella realtà. La notizia che, nel pieno del genocidio […] L'articolo No, Israele non ha “il diritto di esistere”. Anzi, tutt’altro su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano
Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya
Se si parla di persone che scappano da violenze e sfruttamento imbarcandosi su mezzi di fortuna affrontando il mare, oppure di migranti che al loro arrivo nel paese di destinazione vengono rinchiusi in speciali campi profughi controllati da un apparato repressivo e brutale, la prima immagine che viene in mente è quella dei e delle migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa in cerca di una vita migliore. Ma c’è una situazione simile che in questo momento sta avvenendo dall’altra parte del mondo; più precisamente nella zona meridionale del Myanmar, al confine con il Bangladesh. Ma chi sta lasciando le proprie case? Da cosa (o meglio da chi) stanno scappando? > Chi scappa sono i Rohingya, una delle tante etnie che compongono il paese che > fino a trent’anni fa veniva chiamato Birmania. Una minoranza di religione > islamica in una nazione a stragrande maggioranza buddista. Perseguitati per il > loro credo religioso, i Rohingya si trovano anche schiacciati nella morsa di > una guerra civile brutale tra un regime militare distopico e diversi gruppi > etnici armati. La storia del massacro di questa minoranza non può essere distinta dalla storia dei due paesi protagonisti della vicenda: il Myanmar, luogo dove sta avvenendo il genocidio, e il Bangladesh, paese che ospita la maggior parte delle persone rifugiate. Per questo è di grande aiuto il libro Su due lati del confine di Emanuele Giordana e Giuliano Battiston nel quale si descrive in maniera molto chiara il processo socioculturale e storico che ha portato i Rohingya a diventare stranieri in patria prima, e poi ad essere perseguitati. Tramite la ricerca di testimonianze dirette di persone comuni e di racconti corali di comunità messe ai margini della società, i due giornalisti descrivono in maniera puntuale le vicissitudini che queste persone passano nella loro fuga verso Ovest. La parte del libro scritta da Emanuele Giordana è la descrizione del processo storico e sociale che sta ancora avvenendo in Myanmar, costringendo milioni di persone a scappare. Il giornalista  accenna alle origini del popolo Rohingya, al suo passaggio sotto il dominio britannico e alle vicende più recenti come la perdita della cittadinanza del 1982. A ciò si aggiungono le testimonianze che descrivono i pogrom degli anni ’10 di questo secolo, nei quali le violenze diventarono brutalmente sistemiche causando la fuga di milioni di persone verso i paesi limitrofi. La dinamica dei processi sociali interni al Myanmar che hanno portato alla persecuzione della minoranza islamica sono raccontati in maniera diretta, senza troppi fronzoli. Si fa accenno al ruolo avuto da numerosi monaci buddisti, alleati della giunta militare, che hanno utilizzato i social media per spargere disinformazione contro i Rohingya, alimentando fake news virali. Queste notizie false, nel 2012 e poi nel 2017, hanno dato il via a massacri di uomini, donne e in molti casi anche di minori. Successivamente si passa ai rapporti tra resistenza contro i militari e i Rohingya. Non si risparmiano le storie dei massacri compiuti anche da chi, pur combattendo per la libertà, continua a vedere nei Rohingya un corpo estraneo, non conciliabile con la maggioranza della popolazione di religione buddista o cristiana.  Anche la figura della premio Nobel Aung San Suu Kyi, considerata nel mondo come la bandiera della lotta per la democrazia contro la dittatura militare, viene riportata con tutte le sfaccettature, senza dimenticare le zone d’ombra del breve e unico periodo di governo democratico, terminato con il ritorno dei militari al potere con il golpe del 2021. > Sebbene il periodo del governo civile di Aung San Suu Kyi (2015-2021) coincida > con un ripristino (parziale) dei diritti civili, coincide anche con il picco > delle violenze e degli omicidi ai danni dei Rohingya e anche con il silenzio > assordante della Premier birmana. Parafrasando una testimonianza raccolta da > Giordana «[Aung San Suu Kyi, per mantenere il potere] ha dovuto scegliere se > privilegiare cinquanta milioni di buddisti o qualche milione di musulmani». Nel proseguire il racconto, il focus del reportage si sposta nel paese che accoglie milioni di rifugiati. Dalle colline del Myanmar meridionale si passa alle spiagge e al campo profughi (il più grande del mondo) di Cox’s Bazar nel Bangladesh orientale. In questa parte del libro Giuliano Battiston, descrivendo la quotidianità dei Rohingya nei campi, si rapporta anche con la vita della popolazione bengalese, raccontandoci le vicende che hanno portato alla caduta della premier bengalese Hasina del 2024. Alla rivolta della Gen Z bengalese che ha segnato la fine del regime autoritario e corrotto di Sheikh Hasina, si unisce la descrizione del trattamento dei Rohingya nei campi profughi gestiti dall’ONU. Storie di giovani sfruttati e sfruttate da entrambi i lati del filo spinato che hanno un punto in comune; la voglia di cambiare, di costruire un nuovo futuro felice. Ciò ci restituisce un’immagine di un Bangladesh in evoluzione, che vuole cambiare e dirigersi verso un futuro migliore per tutti e tutte. Nel frattempo un nuovo esecutivo è uscito fuori dalle prime elezioni del post-Hasina, un governo gestito dalla vecchia e stantia opposizione nazionalista. Il cambiamento è stato spostato a data da destinarsi, per ora. Il vero punto di forza di quest’opera, per cui la si consiglia di leggere, sta nel modo in cui vengono raccontati i fatti. Per chi non si occupa quotidianamente della questione birmana, leggere e interpretare le notizie che provengono da quel quadrante può essere estremamente complesso. L’enorme diversità degli attori in campo (decine di gruppi armati etnici, governi locali, potenze straniere, agenzie ONU, organizzazioni umanitarie) creano un labirinto nel quale è facile perdersi. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei media mainstream occidentali coprono gli avvenimenti in modo superficiale, quando non vengono ignorati del tutto. Il risultato è che i momenti centrali del genocidio Rohingya restano per la maggior parte delle persone un enigma indecifrabile, un “conflitto lontano e complicato” di cui non vale la pena occuparsi. Leggendo Su due lati del confine, invece, si inizia finalmente a ricostruire il puzzle della vicenda birmana. Pagina dopo pagina, le testimonianze raccolte ricompongono un quadro chiaro, accessibile, mai riduttivo. Un quadro nel quale chiunque, senza bisogno di essere un’esperta di geopolitica asiatica, può riannodare il filo degli eventi: capire perché i Rohingya sono fuggiti, chi li ha perseguitati, chi ha taciuto, chi ha tratto profitto dal loro esilio. Va constatato anche che, seppur il giornalismo europeo sia pieno di reporter che, guardando all’Asia, finiscono per riprodurre gli stessi stereotipi orientalisti (l’Oriente incomprensibile, descrizioni stereotipate di luoghi e persone), Giordana e Battiston (pur essendo bianchi e occidentali), fanno l’esatto contrario. Sono scesi sul campo, ascoltando e restituendo un quadro complesso, scevro da ogni tipo di pregiudizio. La semplicità con cui sono riportati i fatti (mai gratuita o spettacolarizzata) non svilisce la vicenda e non trasforma le testimonianze in mera pornografia del dolore. Anzi, è proprio questa chiarezza a farci restare con i piedi per terra. Perché il genocidio dei Rohingya non è un racconto esotico da consumare a distanza. È una storia di corpi, di barche, di tende, di madri che attraversano fiumi con i figli in braccio. E Giordana e Battiston hanno il merito di non dimenticarlo mai, neppure per un istante. Leggere Su due lati del confine aiuta a svelare le logiche di esclusione e sfruttamento che governano tutte le frontiere, anche le nostre. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya proviene da DINAMOpress.
July 18, 2026
DINAMOpress
Diario da Gaza
Tamu edizioni ha dato alle stampe un contributo decisamente importante, ci riferiamo a Diario da Gaza di Wi’am Qudaih (Wi’am Qudaih, Diario da Gaza, 2025, 264 pag., € 16,15). Questa testimonianza rientra a pieno titolo nella Resistenza che il popolo palestinese sta portando avanti da tempo immemorabile. Sì, rientra nella […] L'articolo Diario da Gaza su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano
“Dopo Netanyahu non cambierà nulla”. Intervista a Gideon Levy:
“Israele vive in una negazione totale di ciò che sta accadendo a Gaza, non ha raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissato in abito regionale e anche se le elezioni del prossimo autunno vedessero l’uscita di scena di Netanyahu, le cose non cambieranno in alcun modo”. Gideon Levy, editorialista […] L'articolo “Dopo Netanyahu non cambierà nulla”. Intervista a Gideon Levy: su Contropiano.
July 18, 2026
Contropiano