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Gaza, Trump e la necessità di uscire dal buio – di Gennaro Avallone
Un silenzio gelido, e mortale, è sceso sulla striscia di Gaza e i suoi abitanti. Giungono notizie di inondazioni, notti freddissime, bambini morti di ipotermia. E di altri morti, non meno di 400 dall'inizio del cosiddetto cessate il fuoco a metà ottobre provocati dalle forze di occupazione israeliane, e non meno di 95.000 persone [...]
Il terrorismo dei coloni parte integrante del genocidio israeliano
Da qualche giorno Leila (nome di fantasia) è rientrata dalla Cisgiordania, ma conta di tornare in Palestina al più presto. Incontrarla ci aiuta a capire come, spenti da qualche tempo i riflettori del mainstream sul genocidio di Gaza, la quotidianità dei palestinesi non cambia. Le violenze e i soprusi dei coloni e dei militari proseguono, così come a Gaza di continua a morire; sia di freddo e fame, sia per mano dell’IDF, mentre si prepara la spartizione affaristica della ‘fase 2’ post tregua affidata al board guidato da Tony Blair. Leila ci racconta la sua esperienza. “Insieme a una mia compagna – inizia a raccontarsi – ho trascorso tre mesi in Palestina come forma di solidarietà internazionale con il popolo palestinese. Utilizziamo nomi fittizi perché i confini dei territori palestinesi occupati, sono controllati dalle forze di occupazione israeliane, che attraverso ingressi negati, arresti e deportazioni cercano di impedire sistematicamente la presenza solidale internazionale sul territorio. Moltissim* attivist* ricevono ban di anni o permanenti, che impediscono loro di rientrare. Le persone palestinesi che attraversano i confini per entrare o uscire dalla propria terra sono sottoposte ad attese interminabili, interrogatori che possono durare ore, perquisizioni fisiche invasive e violenze fisiche e verbali. Siamo arrivate per la raccolta delle olive e per garantire una presenza di solidarietà nei villaggi minacciati di pulizia etnica da parte dei coloni israeliani illegali, che dal 1967 occupano ed espropriano la terra palestinese”. D: Conoscevi le attiviste aggredite a Gerico lo scorso 30 novembre? R: Sì. Le persone internazionali aggredite e le persone palestinesi che vivono nel villaggio, terrorizzate e minacciate quotidianamente dai coloni israeliani, sono mie amiche. La comunità di Ein al-Duyuk si trova nella valle di Gerico, sugli altopiani della Valle del Giordano, e conta circa 100 persone, tra cui molti anziani e bambini. È circondata da colonie, outpost e basi militari israeliane, tra le quali i coloni si muovono liberamente, terrorizzando le comunità beduine e i piccoli villaggi giorno e notte attraverso incursioni, raid intimidatori, attacchi mortali e violenze fisiche. Hanno già distrutto telecamere, pannelli solari e finestre per entrare nelle case, picchiare le persone e intimidirle affinché vadano via e non tornino più. Esattamente due settimane dopo, bande organizzate di coloni illegali armati sono tornate ad attaccare il villaggio durante la notte. In seguito a quest’ultimo attacco, molte donne e bambini hanno deciso di spostarsi a valle. Nelle vicinanze di Ein al-Duyuk, nel villaggio beduino di Ras ‘Ein al-‘Auja, la creazione di un nuovo outpost e la violenza quotidiana di esercito e coloni hanno costretto, pochi giorni fa, centinaia di abitanti a lasciare l’area. Negli ultimi anni circa 7.000 palestinesi sono stati sfollati all’interno della Palestina stessa. D: Siete un collettivo? Che cos’è il progetto Faz3a e chi lo porta avanti. R: Faz3a è una campagna di solidarietà a guida palestinese. Il nome deriva da un’espressione colloquiale che indica l’aiuto immediato e collettivo nei momenti di necessità, una pratica profondamente radicata nella società palestinese. Il progetto nasce come risposta all’intensificarsi della violenza israeliana contro le comunità palestinesi, in un contesto segnato anche dal genocidio in corso a Gaza. Faz3a lavora per organizzare una presenza internazionale di protezione civile sul territorio, sotto coordinamento palestinese, coinvolgendo attivist*, student* e membri della società civile provenienti da diversi contesti. Non è un’iniziativa umanitaria o caritatevole, ma un percorso di mobilitazione e costruzione di movimenti, volto a rafforzare sumud, la determinazione delle comunità palestinesi a restare sulla propria terra, e a creare reti di solidarietà internazionale concrete ed efficaci. D: Qual’è ora la quotidianità che vivete assieme ai palestinesi in Cisgiordania. R: I Territori Palestinesi Occupati da “Israele” nel 1967, chiamati Cisgiordania o West Bank, sono attraversati da nord a sud da colonie israeliane illegali, checkpoint, torri di avvistamento, basi militari, muri, filo spinato, cancelli all’ingresso delle città, telecamere e bandiere israeliane come simboli di supremazia. L’occupazione ha diviso il territorio in tre aree (A, B e C), di cui l’Area C è sotto completo controllo amministrativo e militare israeliano, isolando la Cisgiordania dal resto della Palestina storica con un muro alto 9 metri e lungo circa 800 km, costellato di posti di blocco militari e recinzioni elettroniche: chiunque tenti di scavalcarlo viene sparato. Questo muro, chiamato anche Muro dell’Apartheid o della Separazione, frammenta il popolo palestinese della Palestina storica tutta e isolando villaggi prima connessi tra loro. Gerusalemme, per esempio, dista solo 10 minuti da Betlemme, ma il sistema di confini e checkpoint con cui l’occupazione ha distorto la fisionomia del territorio rende impossibile prevedere quanto tempo serva per raggiungere qualsiasi luogo. La segregazione è rafforzata da strade e infrastrutture ad uso esclusivo dei coloni, vietate ai palestinesi, che vengono così costretti a interminabili attese quotidiane nel traffico e ai checkpoint. In Cisgiordania vivono circa 720.000 coloni israeliani all’interno di colonie illegali secondo il diritto internazionale. Ogni giorno molestano i villaggi palestinesi per costringere la popolazione ad andarsene. Il furto di terra e il tentativo di cancellazione dell’identità palestinese avvengono attraverso demolizioni di case, sradicamento degli ulivi, furto dell’acqua sorgente, distruzione di proprietà come abitazioni, stalle, attrezzi da lavoro, veicoli, pannelli solari e greggi. Di fronte agli attacchi dei coloni, ogni forma di autodifesa palestinese viene criminalizzata. Spesso, quando esercito e polizia arrivano sul posto a violenze avvenute e i coloni sono già fuggiti, sono i palestinesi a essere arrestati. A differenza degli internazionali, i palestinesi sono sottoposti alla legge militare israeliana, che consente la detenzione amministrativa: si può essere incarcerati per anni senza accuse né processo. L’occupazione decide arbitrariamente che intere aree diventino zone militari o di addestramento, rendendo illegale la presenza palestinese (secondo la legge israeliana) e impedendo il ritorno delle comunità indigene. Non si tratta di un singolo governo estremista, ma di un progetto coloniale e sionista strutturale, portato avanti dallo Stato, dall’esercito e da ampie parti della società israeliana attraverso pratiche sistemiche di razzismo ed esclusione. D: Avete subito o subite anche voi minacce, intimidazioni o violenze? R: Le minacce e le violenze sono costanti per chi in Palestina esiste e resiste. Se sei un’internazionale presente sul territorio, insieme ai palestinesi, verrai comunque minacciat*. Il rischio più frequente è l’arresto di 48 ore seguito dall’espulsione dal paese. Ma sì, si può anche essere picchiati o colpiti con armi da fuoco, soprattutto, ma non solo, dai coloni. Fino a qualche anno fa la presenza solidale veniva definita “presenza protettiva”, perché le forze di occupazione cercavano di evitare testimoni internazionali delle loro atrocità. Oggi, dopo anni di totale impunità, non se ne preoccupano più: anche gli internazionali sono diventati bersagli, perché non ci sono conseguenze. Nel caso dei miei compagni picchiati, media e politica hanno parlato di “casi isolati di coloni estremisti”, come se il terrorismo dei coloni non fosse parte integrante del progetto statale israeliano da decenni. Come se i coloni non fossero i soldati in prima linea dell’occupazione, incaricati di portare avanti la pulizia etnica della Palestina. Leonardo Animali
Raccolta firme e Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare per l’interruzione dei rapporti fra Roma Capitale e lo Stato di Israele
Venerdì 23 gennaio 2026 il Comitato promotore “Roma sa da che parte stare” depositerà in Campidoglio una Proposta di Delibera di Iniziativa Popolare finalizzata all’interruzione immediata di ogni rapporto fra Roma Capitale e lo Stato di Israele. In questi mesi, a partire dalla presunta tregua, il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania e Gerusalemme est non si sono fermati. Centinaia di bombardamenti che hanno ucciso circa 500 palestinesi, di cui cento bambini, blocco dei rifornimenti, espulsione di decine di associazioni internazionali. A Gaza si muore ancora di freddo e di fame. In Cisgiordania continuano gli attacchi dei coloni e dell’esercito. Non intendiamo accettare che la nostra città intrattenga, stante questa situazione, un qualsivoglia tipo di rapporto con lo Stato genocidario di Israele e le sue aziende. Di fronte all’inerzia e alle complicità delle istituzioni, numerose realtà della solidarietà alla Palestina e alcuni sindacati di base hanno deciso di promuovere l’iniziativa popolare, come prevede lo Statuto di Roma Capitale. La raccolta delle firme partirà sabato 24 con banchetti in tutta la città è proseguirà per i prossimi tre mesi nei quartieri, sui posti di lavoro, nelle scuole e nelle università. L’obiettivo del Comitato “Roma sa da che parte stare” è quello di raccogliere molte più firme delle 5.000 necessarie affinché l’Assemblea Capitolina sia obbligata a pronunciarsi sulla rottura di ogni rapporto con lo Stato di Israele, a partire da quelli con MEKOROT e TEVA. Conferenza stampa di presentazione della delibera popolare venerdì 23 gennaio, alle 12.00 in piazza del Campidoglio. Comitato “Roma sa da che parte stare” Redazione Roma
Il dovuto rispetto e sostegno per i Vigili del Fuoco sanzionati dal Ministero
Durante le manifestazioni del 22 settembre organizzate in concomitanza con lo sciopero generale proclamato dalla Usb a sostegno della Global Sumud Flotilla e contro il genocidio dei palestinesi a Gaza, a Pisa un gruppo di Vigili del Fuoco in divisa avevano osservato un minuto di silenzio inginocchiandosi, mentre a Roma […] L'articolo Il dovuto rispetto e sostegno per i Vigili del Fuoco sanzionati dal Ministero su Contropiano.
Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale – di Susana Draper
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all'intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare [...]
L’analisi satellitare rivela la distruzione di 2.500 edifici a Gaza dopo il cessate il fuoco
Gaza – MEMO. Un’analisi di immagini satellitari pubblicata dal quotidiano statunitense The New York Times ha rivelato una distruzione diffusa nella Striscia di Gaza dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. Le immagini mostrano che oltre 2.500 edifici sono stati distrutti nell’ambito di operazioni di demolizione su larga scala condotte dall’esercito di occupazione israeliano. Le immagini mostrano interi quartieri rasi al suolo, insieme alla distruzione di vaste aree di terreni agricoli in diverse parti di Gaza. Ciò riflette l’entità dei danni alle infrastrutture, alle aree residenziali e alle terre agricole durante il periodo successivo al cessate il fuoco. L’analisi fornisce prove visive dell’ampio impatto degli attacchi dell’esercito di occupazione israeliano. Evidenzia le gravi sfide umanitarie che i residenti di Gaza devono affrontare, in particolare gli sforzi per ricostruire e ripristinare una vita normale tra la distruzione massiccia e la una grave carenza di risorse. Il bilancio delle vittime dell’offensiva israeliana contro Gaza è salito a 71.412 persone uccise e 171.314 ferite dal 7 ottobre 2023. Si ritiene che un numero di vittime sia ancora intrappolato sotto le macerie o giaccia nelle strade. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 10 ottobre dello scorso anno, 442 persone sono state uccise e 1.236 ferite. Durante questo periodo, sono stati recuperati 688 corpi.
127.000 tende inadatte a fornire riparo mentre una nuova tempesta polare colpisce Gaza
Gaza. Circa 127.000 tende nei campi per sfollati di Gaza, ritenute inadatte all’abitazione, stanno ora affrontando il sistema di bassa pressione polare più rigido dell’inverno e le temperature più fredde, in un contesto di carenze critiche che superano il 70 per cento nei mezzi di riscaldamento e nelle coperte. L’Ufficio Governativo per i Media di Gaza (GMO) ha riferito che 127.000 delle 135.000 tende presenti nei campi per sfollati sono diventate inabitabili e sono ora esposte a una tempesta polare che porta gelate intense. Secondo il GMO, le famiglie sfollate di Gaza stanno affrontando una grave carenza di coperte, biancheria da letto e altri beni essenziali per il riparo. La situazione è particolarmente drammatica per coloro che vivono in tende logore in aree remote e isolate, il che aggrava ulteriormente la loro sofferenza nelle attuali e severe condizioni meteorologiche.
Voci dalla manifestazione “Per non dimenticare Piombo fuso” in piazza San Marco, a Firenze
Sabato 10 gennaio si è tenuta in piazza San Marco, a Firenze, la manifestazione “Per non dimenticare Piombo fuso”. Si tratta di “una manifestazione rituale, portata avanti da gennaio 2009”, ci spiega Giacomo Graziani dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese “Perché tra … Leggi tutto L'articolo Voci dalla manifestazione “Per non dimenticare Piombo fuso” in piazza San Marco, a Firenze sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Gran Bretagna: attivisti/e di Palestine Action interrompono lo sciopero della fame
Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Sytems UK è stato negato un contratto governativo cruciale: è stata quindi accolta una richiesta fondamentale degli scioperanti. I tre attivisti di Palestine Action erano a rischio imminente di morte poiché in sciopero della fame rispettivamente da 73, 66 e 52 giorni. Gli attivisti hanno iniziato a rialimentarsi in conformità con le linee guida sanitarie. Tra i motivi principali dell’interruzione della protesta, come riportato dal sito Prisoners for Palestine, l’annuncio che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline, che le avrebbe consentito di addestrare 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, la filiale britannica dell’azienda di armi israeliana Elbit si è aggiudicata oltre 10 appalti pubblici. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per un periodo di dieci anni, è andato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che erano in combutta sia con Elbit Systems UK che con la sua società madre Elbit Systems in riunioni riservate e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Di seguito il comunicato dei prigionieri di Palestine action che hanno deciso di porre fine allo sciopero della fame: Le richieste degli scioperanti della fame soddisfatte al 73° giorno, mentre tre di loro interrompono lo sciopero. Oggi Kamran Ahmed, Heba Muraisi e Lewie Chiaramello annunciano la loro decisione di porre fine allo sciopero della fame, poiché a Elbit Systems UK è stato negato un importante contratto governativo, una delle richieste chiave degli scioperanti. Heba Muraisi, Kamran Ahmed, Lewie Chiaramello, Teuta Hoxha, Jon Cink, Qesser Zuhrah e Amu Gib hanno ora iniziato a reintegrare il loro apporto calorico in conformità con le linee guida sanitarie. È stato annunciato oggi che Elbit Systems ha perso un contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe previsto l’addestramento di 60.000 soldati britannici ogni anno. Dal 2012, Elbit ha vinto oltre 10 appalti pubblici, segnando un cambiamento nella sua popolarità tra i funzionari. Il contratto da 2 miliardi di sterline, che avrebbe visto Elbit fornire addestramento all’esercito britannico per dieci anni, è stato perso nonostante gli sforzi dei funzionari del Ministero della Difesa e dell’esercito britannico, che, secondo quanto rivelato, avevano collaborato con Elbit Systems UK e la sua società madre Elbit Systems in incontri segreti e “tour” nella capitale della Palestina, Gerusalemme. Venerdì 9 gennaio 2026, in un importante passo avanti, i leader nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria hanno finalmente incontrato i rappresentanti dei detenuti in sciopero della fame, su richiesta del Ministero della Giustizia, per discutere delle condizioni carcerarie e delle raccomandazioni terapeutiche. La decisione arriva mentre il gruppo Prisoners for Palestine ha dichiarato una serie di vittorie dello sciopero della fame, descrivendole in una dichiarazione: Oltre al soddisfacimento di questa richiesta fondamentale, vogliamo cogliere l’occasione per rivelare le varie vittorie ottenute durante lo sciopero della fame: Solo nelle ultime settimane, 500 persone si sono impegnate in azioni dirette contro il complesso militare-industriale genocida, più del numero di persone che hanno partecipato alla campagna quinquennale di Palestine Action. Durante quella campagna quinquennale, sono state chiuse 4 fabbriche di armi israeliane. Elbit Systems sta vivendo un tempo rubato: la vedremo chiudere definitivamente, non per merito del governo, ma grazie al popolo. Il trasferimento di Heba all’HMP Bronzefield è stato accettato dall’HMP Newhall, dove attualmente è detenuta in isolamento intenzionale dalla sua famiglia e dai suoi amici. A T. Hoxha è stato offerto un incontro con il capo della JEXU (Joint Extremism Unit) nella sua prigione, la stessa organizzazione che orchestra il trattamento dei prigionieri come “terroristi”. Nonostante la crudele e costante negligenza medica nei confronti dei detenuti in sciopero della fame, che ha comportato il mancato registro del rifiuto del cibo, il rifiuto di ambulanze in emergenze potenzialmente letali e trattamenti degradanti in ospedale, i responsabili nazionali dell’assistenza sanitaria carceraria ci hanno incontrato su richiesta del Ministero della Giustizia. Durante lo sciopero della fame, alcuni detenuti hanno iniziato a ricevere pacchi contenenti la posta trattenuta e in un caso hanno ricevuto le scuse del personale carcerario per una lettera che era stata ritardata di 6 mesi. Dopo mesi di attesa sono stati consegnati anche libri su Gaza e sul femminismo. Alla ricerca di un processo equo, i partecipanti allo sciopero della fame hanno chiesto la divulgazione delle licenze di esportazione degli ultimi cinque anni da parte di Elbit Systems. Dopo ripetute richieste, queste informazioni sono state divulgate a un ricercatore indipendente dal Dipartimento del Commercio durante lo sciopero della fame. Gli scioperanti della fame hanno fatto la storia britannica, partecipando al più grande e lungo sciopero della fame coordinato in Gran Bretagna, durato in totale 73 giorni, con Heba Muraisi che ha concluso dopo 73 giorni. Il gruppo di attivisti Prisoners for Palestine ha sottolineato che la vittoria più preziosa dello sciopero della fame è stata la forte crescita dell’impegno nell’azione diretta: “Lo sciopero della fame dei nostri prigionieri sarà ricordato come un momento storico di pura sfida, un imbarazzo per lo Stato britannico. Ha rivelato al mondo che la Gran Bretagna ha prigionieri politici al servizio di un regime straniero genocida e ha visto centinaia di persone impegnarsi a intraprendere azioni dirette seguendo le orme dei prigionieri. Sebbene questi prigionieri abbiano concluso il loro sciopero della fame, la resistenza è appena iniziata. Vietare un gruppo e imprigionare i nostri compagni si è rivelato controproducente per lo Stato britannico: l’azione diretta è viva e il popolo caccerà Elbit dalla Gran Bretagna per sempre”. Amu Gib ha dichiarato: “Non abbiamo mai affidato le nostre vite al governo e non inizieremo a farlo ora. Saremo noi a decidere come dedicare le nostre vite alla giustizia e alla liberazione”. Lewie ha detto: “È sicuramente un momento di festa. Un momento per gioire e abbracciare la nostra gioia come rivoluzione e come liberazione. Lo facciamo per la Palestina, perché siamo stati ispirati, perché siamo stati autorizzati ad agire e a cercare di realizzare i nostri sogni per una Palestina libera, per un mondo emancipato”. (Traduzione a cura di Enzo Ianesi Osservatorio Repressione
La repressione dei movimenti per la Palestina colpisce in tutta Italia: decine di denunce
Bergamo, Bologna, Catania, Treviso; ma anche Massa, Taranto e soprattutto Torino. In tutta Italia piovono denunce, multe e misure cautelari nei confronti delle persone e dei movimenti solidali con la Palestina. A essere bersaglio della repressione sono centinaia di persone a cui le procure dello Stivale stanno notificando l’avvio di indagini per l’ingente moto di protesta culminato con gli scioperi generali di fine settembre e inizio ottobre 2025. I fatti contestati – nella maggioranza dei casi – sono sempre gli stessi: danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e specialmente blocco stradale, nuova fattispecie introdotta con il decreto sicurezza. Il disegno, denunciano gli attivisti, è chiaro: «intimorire e punire» chi si espone contro il genocidio in Palestina e «frammentare e spezzare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese». Le denunce, inoltre, arrivano dopo mesi dagli eventi, mentre la Palestina sembra essere sparita dai radar dei media mainstream. «Come ci aspettavamo, in questi giorni ai/alle partecipanti che sono scesi in piazza fra settembre e ottobre, stanno arrivando decine di multe e notifiche di conclusione delle indagini relative alle oceaniche manifestazioni di sostegno al popolo palestinese. Vogliono intimorirci e farci chinare la testa». Così USB Massa commenta l’arrivo delle denunce nei confronti degli attivisti per la Palestina. Nella sola cittadina toscana sono arrivate 37 denunce e oltre 50 multe per fatti risalente allo sciopero generale del 3 ottobre in sostegno alla Palestina e alla Global Sumud Flotilla, lanciato all’insegna del motto “Blocchiamo Tutto”. I reati contestati sono quelli di interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e manifestazione non autorizzata. Il caso di Massa è uno dei più recenti, ma non è l’unico. A inizio anno, a Catania, circa dieci attivisti sono stati denunciati per avere tentato di occupare l’ingresso del porto commerciale lo scorso 22 settembre, e sono ora sottoposti a obbligo di firma; altri 43 sono invece stati sanzionati da una multa da poco meno di 1.000 euro per avere bloccato la stazione per un breve lasso di tempo lo scorso 3 ottobre. Analoghe multe da 200 e 300 euro sono arrivate ad attivisti di Treviso e Bergamo. A Taranto, 28 persone sono indagate per blocco ferroviario; nella città pugliese, oltre alle misure della procura, è arrivato anche il silenziamento di Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, che ha bloccato la pagina Instagram del comitato Taranto per la Palestina. A Bologna, in questi giorni decine di persone stanno ricevendo avvisi di inizio indagine, sempre per il reato di blocco stradale. La realtà maggiormente colpita da questa nuova ondata di repressione è certamente Torino. Nel capoluogo piemontese, è scattata la cosiddetta “Operazione Riot”, con lo scopo di «smantellare la rete di violenti che si nascondeva dietro i cortei pro Pal del 3 ottobre»; il risultato è quello di 11 misure cautelari, che vanno ad aggiungersi alle 13 nei confronti di attivisti che hanno preso parte a manifestazioni e cortei per la Palestina alla fine del 2024; questi ultimi sono costretti a obbligo di dimora, firme quotidiane, e rientri notturni. Sempre a Torino, è noto il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, così come quello dei 6 ragazzi del liceo Einstein, tutti finiti ai domiciliari con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale. Altri 36 attivisti sono stati identificati e denunciati nel caso del cosiddetto “assalto a La Stampa”, accusati di danneggiamento aggravato, invasione di edifici e, per alcuni, minacce. La Procura valuta, inoltre, la possibile contestazione dell’associazione per delinquere, che costituirebbe un salto di scala giudiziaria. Recentemente è stato infine sgomberato il centro sociale Askatasuna, realtà radicata nel territorio da anni. I movimenti colpiti da questa nuova ondata di repressione sono concordi nella loro lettura dei casi. Si tratterebbe di tentativi di intimidazione, volti da una parte a criminalizzare la lotta e a riscrivere la narrazione delle proteste, e dall’altra a disincentivare la partecipazione e a far desistere le persone coinvolte dal proseguire nelle mobilitazioni; le stesse tempistiche con cui sono arrivate multe e denunce sembrano supportare la tesi dei movimenti: esse arrivano a mesi dall’apice dei moti di protesta, in un momento di bassa intensità in cui i media, sulla scorta del cessate il fuoco di ottobre, trattano il genocidio in Palestina solo marginalmente. L'Indipendente