Tag - cisgiordania

Furundulla 317 – Sinonimi e contrari…
…torniamo ai fondamentali di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Civile: agg. [dal lat. civilis, der. di civis «cittadino»] “Sette degli otto bimbi uccisi erano figli del killer, identificato nel 31enne Shamar Elkins, un veterano dell’esercito” RSI Sparatoria in Louisiana “Mi
Colori di terra e Resistenza
Appuntamenti con i laboratori di tintura naturale di Biishoss Sabato 25 aprile a Selargius (CA), Domenica 26 aprile a Santu Lussurgiu (OR), Sabato 2 maggio a Rimini, Martedì 12 maggio a Reggio Emilia Sabato 25 aprile al Centro Asce di Selargius Per la prima volta in Sardegna, l’artista e fashion designer Mohammed Haida (Biishoss) arriva da Betlemme per portare il
Coltivare i campi: il campo profughi di Dhieisheh
Parliamo del documentario "Coltivare i campi", incentrato sulle condizioni di vita all'interno del campo profughi di Dhieisheh, in Cisgiordania, che verrà presentato Venerdì 24 aprile 2026, alle ore 17:00, alla Casa Internazionale delle Donne (sala Lonzi), all'interno di un'iniziativa più ampia. L'idea del documentario è nata dall'intenzione di mostrare con chiarezza quale sia la vita all'interno di un campo profughi che, ad oggi, conta più di 20.000 persone costrette su un'area di circa 1,5 km quadrato, cercando di offrire uno spaccato emotivo che rendesse ragione, in primo luogo, della dimensione della precarietà quotidiana, ma anche delle innumerevoli testimonianze di resistenza e della profondità delle relazioni umane. Durante le riprese, sono stati realizzati laboratori creativi per bambine e bambini e avviate azioni di sostegno concreto alla popolazione palestinese. Il documentario viene proposto anche nelle scuole, sia pure con grandi difficoltà a causa della censura imposta dai vertici del Ministero dell'Istruzione alla solidarietà con la popolazione palestinese. La presentazione sarà anche un momento di raccolta fondi per la prossima missione e per continuare i progetti educativi sul territorio.
April 22, 2026
Radio Onda Rossa
PALESTINA: NON SI FERMANO LE VIOLENZE DI ESERCITO E COLONI ISRAELIANI. ALMENO QUATTRO MORTI E DECINE DI FERITI IN UN GIORNO
Esercito israeliano e coloni scatenati in Palestina. A Beit Imrin, nella Cisgiordania Occupata settentrionale, diverse abitazioni palestinesi sono state incendiate, causando otto feriti. Un rapproto del West Bank Protection Consortium denuncia come i soldati e coloni israeliani starebbero utilizzando violenze sessuali e molestie per spingere i palestinesi ad abbandonare le loro case in Cisgiordania. Nella mattinata, decine di coloni hanno preso d’assalto la moschea di Al-Aqsa, sotto la stretta protezione delle forze israeliane, che contemporaneamente hanno intensificato posti di blocco, chiusure stradali e restrizioni all’accesso alla moschea, ma solo per i palestinesi. Tra questi, alcuni dipendenti dei servizi della Spianata sono stati arrestati dopo aver protestato. Tutto ciò avviene poche ore dopo i massacri di ieri, che hanno ucciso almeno persone: tra le vittime, il 16enne Muhammad al-Ja’bari, investito da un veicolo di un colono a Hebron mentre andava a scuola in bicicletta. Il veicolo apparteneva alla scorta di un ministro israeliano residente in un insediamento abusivo e illegale. Altri due palestinesi sono stati uccisi e cinque feriti da colpi d’arma da fuoco sparati dai coloni ad al-Mughayyir, a est di Ramallah: lo studente quattordicenne Aws Hamdi al-Naasan e il 32enne Marzouq Abu Naim. Infine, un morto anche a Jenin, il 49enne Raja’ Fadl Bitawi. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Fabian Odeh, nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
April 22, 2026
Radio Onda d`Urto
Diario di un ordinario massacro
Libano È stata raggiunta una tregua in Libano, annunciata da Trump ed imposta a Netanyahu con una telefonata. “Quando dico basta, è basta!”, avrebbe tuonato il tycoon contro il macellaio di Gaza e Beirut, che tergiversava. Una tregua sotto la minaccia delle armi. L’esercito israeliano non si ritira dalle zone occupate e politici e militari israeliani affermano che dalla zona di confine a sud di Litany non si ritireranno mai. L’area è equivalente al 10% del territorio libanese. Ieri sera, un civile libanese è stato ucciso e altri tre sono rimasti feriti quando droni israeliani hanno colpito una motocicletta e un’auto nella città di Qounine, vicino a Bint Jbeil, in violazione del cessate il fuoco annunciato dal presidente statunitense Donald Trump. Il bilancio complessivo delle vittime dell’aggressione israeliana contro il Libano, iniziata il 2 marzo, ha raggiunto quota 2.294, con 7.544 feriti. Il settore sanitario, come a Gaza, è stato preso di mira dai criminali generali israeliani: 100 medici e infermieri uccisi e 233 feriti. Il presidente libanese Aoun ha affermato che è disposto a qualsiasi viaggio e incontro pur di garantire l’unità e la salvezza del paese. In realtà non avendo un esercito all’altezza, ha dovuto chinare la testa di fronte all’arroganza israeliana. Trump ha annunciato che ospiterà, martedì alla Casa Bianca, un incontro tra Aoun e Netanyahu, ma dal ricercato per crimini di guerra non è arrivata ancora nessuna conferma. Hezbollah ha dato il suo consenso alla tregua, l’ha reputata un risultato della resistenza sul terreno, ma ha sottolineato che il “dito rimane sul grilletto”, per far fronte a qualsiasi violazione e che del disarmo dei suoi combattenti non se ne parla neppure. Gaza Un civile palestinese è stato ucciso, ieri, e diversi altri sono rimasti feriti quando le forze israeliane di occupazione hanno preso di mira un campo profughi nel nord di Gaza. Gli attivisti di Al-Najdah ci hanno riferito che le forze israeliane hanno aperto il fuoco con mitragliatrici contro le tende degli sfollati a Tel al-Dahab, vicino a Beit Lahia, nel nord di Gaza, provocando un morto e diversi feriti. Bombardamenti di artiglieria, stamattina, hanno preso di mira le zone orientali della città di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. L’esercito di occupazione ha completato, ieri, la demolizione di ciò che resta delle case nelle aree della cosiddetta linea gialla nel quartiere di Al-Tuffah, a est di Gaza città. A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco. Secondo quanto riportato da UN Women, alla fine dello scorso anno oltre 38.000 donne e ragazze sono state uccise nella Striscia di Gaza, con una media di 47 vittime al giorno, a seguito dell’offensiva israeliana lanciata in ottobre 2023. Un rapporto pubblicato dall’agenzia venerdì ha rivelato che tra ottobre 2023 e dicembre 2025 sono state uccise 22.000 donne e 16.000 ragazze a causa di raid aerei e operazioni militari di terra israeliane. «Le vittime sono molto più che semplici numeri», ha dichiarato Sofia Kaltorp, responsabile della divisione per l’azione umanitaria di UN Women, «Erano madri, figlie, sorelle e amiche, profondamente amate da chi le circondava. Erano individui con le proprie vite e i propri sogni». Oltre al terribile bilancio delle vittime, il rapporto indica che quasi 11.000 donne e ragazze hanno riportato disabilità permanenti. Il rapporto rileva inoltre che il numero effettivo di donne uccise è probabilmente superiore, poiché molti corpi giacciono ancora sotto le macerie, mentre il collasso dei sistemi sanitari ha gravemente ostacolato la documentazione di decessi e feriti. Cisgiordania A Dora, vicino ad El-Khalil (Hebron), un giovane di 25 anni è stato assassinato stamattina all’alba, dalle truppe israeliane mentre stava andando al lavoro nei campi della famiglia. I soldati gli hanno sparato uccidendolo all’istante. Il suo corpo è stato preso in ostaggio. Il motivo dell’assassinio: “si era avvicinato ad un avamposto di coloni ebrei arrivati da ogni dove, realizzato in un terreno del villaggio”, dicono i familiari. Incursioni israeliane in diverse province palestinesi, con arresti e demolizioni di case. Nella sola giornata di ieri, 18 incursioni militari in altrettante città e villaggi con l’arresto di 39 persone, tra le quali anche minorenni di 14 anni, semplicemente per aver lanciato pietre contro le truppe. Le più gravi incursioni sono avvenute a Nablus, a Khadar (vicino a Betlemme) e Al-Fariya, a sud di Toubas. Le aggressioni dei coloni sono all’ordine del giorno. È un’offensiva generalizzata, programmata e coordinata dal governo coloniale israeliano. La denuncia arriva anche dal giornale di Tel Aviv, Haaretz. Gruppi di coloni armati, protetti dai soldati, attaccano le fattorie e case dei palestinesi, appiccando il fuoco e distruggendo i raccolti. Appena la popolazione reagisce, interviene l’esercito di occupazione per coprire la ritirata dei coloni, uccidere o ferire i palestinesi e poi provvede agli arresti degli attivisti. Non sono episodi sporadici, ma azioni quotidiane e toccano tutto il territorio palestinese occupato. Ieri ne sono state registrate 21 casi. Giornata del prigioniero politico palestinese Ieri, venerdì, i palestinesi in patria e nella diaspora, hanno commemorato la Giornata dei prigionieri palestinesi nelle carceri dell’occupazione israeliana. La giornata quest’anno cade in un momento particolare, nel quale le condizioni dei detenuti sono le più difficili degli ultimi decenni, con l’escalation degli abusi all’interno delle carceri israeliane e l’approvazione di una legge razzista che autorizza l’esecuzione dei prigionieri contro i palestinesi. La Giornata dei prigionieri ricorre il 17 aprile di ogni anno, data istituita dal Consiglio Nazionale Palestinese nel 1974 per onorare la lotta dei prigionieri nelle carceri israeliane. Le attività per la commemorazione sono iniziate giovedì a Gaza e in Cisgiordania, con eventi organizzati in diverse città per denunciare le condizioni dei detenuti e le violazioni che subiscono nelle carceri israeliane. In molte città del mondo le comunità palestinesi hanno inscenato sit-in e flash-mob per denunciare la legge razzista che introduce in Israele la pena di morte per i palestinesi. ANBAMED
April 18, 2026
Pressenza
XXI* Memorial Ceremony dei Combattenti per la Pace: Chen Alon e Sulaiman Khatib ci raccontano come è cominciata
Pochi giorni ci separano dalla Memorial Ceremony che ogni anno rappresenta il momento più significativo per i Combattenti per la pace. Quest’anno lunedì 20 aprile, a rispondere all’appello ci saranno ben 58 pubbliche postazioni in tutto il mondo, di cui 11 tra Israele e Palestina – oltre alle registrazioni individuali di cui si saprà alla fine. Significativa la risposta pervenuta da parecchie città europee, in aggiunta al forte network di supporto da tempo attivo negli Stati Uniti. E succederà qualcosa anche a Melbourne in Australia e persino in Sudafrica, in collegamento da Johannesburg e Cape Town. L’importanza di questo appuntamento sta nella coincidenza con una data cruciale per il calendario israeliano: lo Yom Hazikaron, giorno in cui lo Stato di Israele onora i caduti nelle tante guerre della sua breve storia. Ogni anno la cerimonia ufficiale inizia verso sera con una sirena, che dal muro occidentale di Gerusalemme raggiunge tutto il Paese e per qualche minuto tutto si ferma: attività commerciali, veicoli in transito, programmi radio-televisivi che cominciano a trasmettere il lungo elenco dei deceduti… in tutto il Paese si spegne ogni rumore e ci si mette in pausa. La commemorazione si conclude il giorno seguente verso mezzogiorno, solo per confluire in una data ancor più patriottica e solenne, lo Yom Haaztamaut, ossia la Festa dell’Indipendenza. Immaginiamo dunque cosa possa essere stato per i Combattenti per la Pace decidere di inaugurare proprio in quella data la propria esistenza come movimento, in condivisione con ex militanti (ex detenuti nelle carceri israeliane, per cui terroristi) palestinesi. Come infatti mi confermano Chen Alon e Sulaiman Khateeb, co-fondatori del movimento: che i lettori di Pressenza hanno già incontrato in passato, e che raggiungo per telefono nelle rispettive postazioni. Chen: “Per gli israeliani quello è sempre stato un giorno di silenzio e raccoglimento, ma in effetti ciò che si onora in quella data dedicata alla memoria dei tanti deceduti è l’ineluttabile necessità della guerra. E infatti sin da quella prima edizione della Joint Memorial Ceremony nel 2006, e più ancora nelle successive man mano che l’appuntamento guadagnava consensi, le polemiche, talvolta violente come l’anno scorso in una sinagoga di Ra’anana, non sono mancate: l’idea di sfidare quell’unilaterale celebrazione del dolore, arrivando a suggerire un rispecchiamento nel dolore del nemico come chiave di superamento del conflitto è proprio agli antipodi del mainstream. Dunque sì, la scelta di inaugurare la nostra esistenza come movimento proprio in quel modo, con quel pubblico evento che poi avremmo chiamato Memorial Ceremony, fu significativa. L’idea venne suggerita da Buma Inbar, ex militare che nel 1995 aveva perso il figlio amatissimo Yotam: saltato per aria insieme a sei compagni in un campo minato, durante la lunga guerra in Libano. Una perdita che Buma era riuscito a superare unendosi al Parents Circle Families Forum (che lui stesso aveva contribuito a fondare). E’ una pratica, quella del PCCF, che da tempo Buma desiderava amplificare proprio in quel modo, con una Commemorazione ai Caduti Alternativa rispetto a quella ufficiale. Idea che naturalmente sposammo: il tutto si svolse al Teatro Tmu-Na di Tel Aviv: parteciparono circa 600 persone e lo considerammo un successo, il sintomo di un’esigenza di confronto che non era solo nostra. Da allora l’evento è diventato l’appuntamento più importante del nostro movimento e anno dopo anno è cresciuto enormemente. Durante la pandemia abbiamo inaugurato la fruizione in streaming che ci ha permesso di raggiungere tantissimi interni di case negli Stati Uniti. E nell’edizione del maggio 2023 non meno di 15.000 persone si sono ritrovate in un parco di Tel Aviv, nonostante le rumorose proteste fuori dai cancelli… fino a raggiungere l’attuale dimensione globale. Devo però ammettere che ci volle un po’, perché questa nostra Ceremony riuscisse a rispecchiare con il giusto equilibrio entrambe le narrazioni del conflitto: non solo superando l’iniziale prevaricazione della parte israeliana, ma curando molto quell’aspetto che mi piace definire ‘l’estetica dell’etica’, ovvero scegliendo accuratamente di usare alcuni termini invece di altri; evitando l’uso di foto, riprese video, elementi grafici che rischierebbero di enfatizzare una certa narrazione a scapito dell’obiettivo principale, che è quello di riconoscersi fra esseri umani, incontrarsi in uno spazio di ascolto autentico e reciproco, in un processo di ri-umanizzazione di colui/colei che normalmente vedresti come nemico. Ma sul piano pratico, il problema resta quello di assicurare un equo numero di testimonianze in presenza da entrambi i fronti. Ogni anno siamo costretti ad appellarci alle varie corti per ottenere il permesso di ingresso in Israele da parte dei testimoni palestinesi, il più delle volte invano. E il particolare problema di quest’anno sarà la sicurezza: a differenza dell’anno scorso, quando la Memorial Ceremony è riuscita a riempire un intero teatro a Tel Aviv con simultanee proiezioni in varie altre città, quest’anno dovremo optare per un evento a porte chiuse: data la particolare tensione di questo periodo, l’indirizzo verrà reso noto solo a pochi e il tutto si svolgerà per prudenza in streaming.” Soulaiman: “Fin dalle prime edizione questa nostra Ceremony è stato un evento unico nel suo genere, proprio in considerazione del conflitto ancora in corso, e purtroppo con livelli di crescente gravità, con la violenza e disumanizzazione a cui assistiamo. Un evento quindi tutt’altro che scontato, dalle forti potenzialità trasformative per chiunque partecipa e che non esiterei a definire sacro. Sacro per il fatto di sottolineare il valore della scelta, l’opzione di responsabilità che come esseri umani tutti noi abbiamo. E che per me palestinese, pensando alle consuetudini di riconciliazione dei conflitti all’interno della società tribale che mi ha generato, risuona come tasamuh, ovvero perdono. Difficile, ma non impossibile se solo ci pensiamo come esseri umani, soggetti a sbagliare, ma al tempo stesso dotati della possibilità di scegliere, decidere in che modo uscirne, consapevoli del fatto che in quello stesso fazzoletto di terra dobbiamo convivere, possibilmente in pace. Proprio in questa chiave è stato scelto il titolo per la Ceremony di quest’ultima edizione We Are The Day After. Noi siamo già adesso, noi già incarniamo, rappresentiamo, sperimentiamo, viviamo, siamo la prova vivente, di quella cosa che succede alla fine di tutte le guerre e che si chiama pace. Difficile immaginare che una cosa del genere possa succedere anche qui, per noi palestinesi, dopo la catastrofe della Nakba, che dal 2000 come Combattenti per la Pace abbiamo deciso di commemorare ogni 15 maggio con una Nakba Ceremony non meno importante della Memorial Ceremony. Difficile fare i conti con la devastazione, le bombe, le amputazioni, i morti, la guerra per fame, la miseria delle tendopoli a Gaza. Difficile immaginare una pace possibile quando ogni giorno assistiamo alla crescente violenza dei coloni in Cisgiordania, anche qui dove vivo io, e proprio giovedì sera in pieno centro di Tel Aviv, Habima Sq, una massiccia manifestazione ha denunciato le aggressioni subìte recentemente dagli stessi israeliani impegnati in azioni di Presenza Protettiva, per esempio a Qusra. Difficile non denunciare le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane, come faremo anche stasera a Beit Jala, per la giornata dedicata ai prigionieri palestinesi. Ma è precisamente questo crescendo di impegno da parte di tanti fratelli e sorelle israelian*, è questa consapevolezza della sofferenza che sempre più pervade anche la società israeliana, che mi spinge a dire: siamo sulla strada giusta. Da vent’anni che esistiamo come movimento qualcosa è successo. Molti altri movimenti si sono attivati in modi simili o diversi dal nostro. Proprio stamattina ho registrato un intervento che verrà trasmesso al Peace Summit che per la terza volta in tre anni succederà il 30 aprile in una grande Arena di Tel Aviv, grazie alla coalizione di ben 80 diverse organizzazioni, con migliaia di attivisti che parteciperanno da tutta Israele e (voli permettendo) anche da fuori. E insomma, tutte queste Memorial Ceremonies non sono successe invano: We Are The Day After. Siamo il giorno dopo.” Per info sulla Memorial e Nakba Ceremonies dei Combattenti per la Pace: https://www.cfpeace.org/joint-ceremonies Per registrarsi e partecipale (il link arriverà poco prima delle h 19 in Italia): https://www.cfpeace.org/memorial-ceremony Per contribuire con una donazione alla produzione dell’evento: https://www.drove.com/campaign/69b82f0c532f12b49155832f?utm_source=droveShare&utm_medium=copy+link&lang=en&skey=.2PwY     Daniela Bezzi
April 17, 2026
Pressenza
Nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania ,la colonizzazione accelera
All’ombra delle guerre nell’ Asia occidentale , dall’Iran al Libano, e nel silenzio della comunità internazionale il governo di estrema destra di Israele sta promuovendo una politica sistematica di esproprio e occupazione delle terre palestinesi. L’ultimo via libera è del primo aprile scorso – ma è rimasto segreto per diversi giorni ,sono almeno 34 i nuovi insediamenti approvati dall’esecutivo,che portano il dato complessivo di quelli approvati dall’insediamento dell’attuale governo da 69 a 103.  I verbali che certificano la decisione del governo sono secretati e già si stanno attivando le procedure per costruire le infrastrutture idriche ed elettriche per servire i nuovi insediamenti. L’obiettivo dichiarato è di raggiungere il milione di coloni entro il 2050 ,rinchiudendo la popolazione palestinese residente in enclave non comunicanti ,fidando nell’assenso internazionale all’annessione . Il processo di espansione coloniale sionista è in atto anche a Gaza dove l’esercito si sta preparando a nuove offensive nell’intento di spingere i palestinesi di Gaza vrso Rafah e poi nel Sinai .Israele occupa già metà della striscia e dalla cosidetta tregua sono stati uccisi almeno 740 palestinesi . Intanto l’approvazione della legge che prevede la pena di morte per i palestinesi certifica l’egemonia del kahanismo ,che si fonda anche sullo stato etnico per soli ebrei e sull’apartheid. La flebile reazione dei paesi alleati con Israele riflette la visione suprematista con cui i governi occidentali guardano alla questione palestinese .La pena di morte viene comunque già applicata sul terreno e nelle carceri israeliane contro i prigionieri palestinesi nella totale impunità. L’aggressione in Libano costituisce un ulteriore tassello del progetto di espansione sionista teso a creare di fatto il grande Israele, la velocizzazione del progetto del controllo totale del territorio del sud del Libano si concretizza con la distruzione sistematica delle abitazioni e delle strutture di collegamento come ponti e strade .Si verifica anche l’uso di pesticidi e sostanze chimiche per rendere inabitabile la zona . Anche nel sud della Siria le forze israeliane hanno condotto una serie di raid e incursioni rapendo tre civili nel giro di poche ore, in quella che fonti locali hanno descritto come una nuova escalation dell’attività militare in territorio siriano. Stanno creando insediandiamenti per ora solo militari ,ma lo scopo è quellodi certificare una “conquista territoriale”, con Israele che agisce per erodere la sovranità siriana nel sud-ovest del Paese. Ne parliamo con Eliana Riva storica e giornalista.
April 15, 2026
Radio Blackout - Info
“L’ABUSO”: ISRAELE CONTRO IL SETTIMANALE L’ESPRESSO. INTERVISTA AD ALAE AL SAID, SCRITTRICE ITALOPALESTINESE AUTRICE DEL REPORTAGE DALLA CISGIORDANIA OCCUPATA
Israele schiuma rabbia contro la copertina dell’ultimo numero del settimanale L’Espresso, uscito il 10 aprile 2026 e dedicata alle violenze dei coloni (e dell’esercito israeliano) nella Cisgiordania Occupata, ai danni della popolazione palestinese. Il titolo in prima pagina è “L’Abuso”, con un’immagine – scattata a ottobre 2025 nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) nel primo giorno di raccolta delle olive. L’immagine mostra un colono, con indosso la divisa dell’esercito, che inquadra con il cellulare una donna palestinese . “A colpire – scrive L’Espresso – è la disumanità del ghigno sul volto del colono, mentre inquadra soddisfatto con il suo cellulare la ragazza araba dal volto addolorato, una delle vittime delle scorrerie sempre più frequenti in Cisgiordania”. Una scelta che ha provocato gli strali dell’ambasciatore di Tel Aviv in Italia, Jonathan Peled, ripreso anche diversi media internazioanli: “Condanniamo fermamente l’uso manipolatorio della recente copertina de L’Espresso. L’immagine distorce la complessa realtà con cui Israele deve convivere, promuovendo stereotipi e odio. Un giornalismo responsabile deve essere equilibrato e corretto”, ha scritto Peled su X, mentre altri utenti suoi supporters hanno contestato l’immagine, sostenendo fosse “falsa, generata con l’intelligenza artificiale”. In realtà la fotografia è vera, come conferma l’autore dello scatto, Pietro Masturzo nell’ambito di un reportage sui coloni della Cisgiordania. “Ho scattato questa foto – spiega Masturzo – nel villaggio palestinese di Idhna (a ovest di Hebron) lo scorso 12 ottobre, nel primo giorno di raccolta delle olive. Doveva essere un giorno di festa. Oltre ai proprietari del terreno e alle diverse famiglie di palestinesi venuti ad aiutare nella raccolta, sul luogo erano presenti anche le autorità palestinesi locali, un gruppo di attivisti internazionali e diversi giornalisti palestinesi e internazionali, compreso il New York Times. Proprio all’inizio della raccolta è sopraggiunto un gruppo di coloni israeliani armati (alcuni dei quali indossavano l’uniforme dell’esercito, come il colono in questione) e accompagnati da veri soldati (con il volto coperto), che hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’espressione del colono ritratto e la conseguenza del gesto ripetuto dallo stesso, mimando il verso che fa il pastore per radunare il proprio gregge, rivolgendosi ai palestinesi come alle proprie bestie”. Lo scatto del fotografo italiano Pietro Masturzo accompagna il testo del reportage, realizzato da Alae Al Said, giornalista e scrittrice italopalestinese, autrice dei libri “Sabun” e “Il ragazzo con la Kefiah arancione“, ospite più volte dei microfoni di Radio Onda d’Urto e anche della nostra (e vostra) Festa estiva, in via Serenissima a Brescia. L’intervista di Radio Onda d’Urto ad Alae Al Said, giornalista e scrittrice italopalestinese, autrice del reportage de L’Espresso.   Ascolta o scarica
April 14, 2026
Radio Onda d`Urto