Guy, attivista israeliano per i diritti umani: “Non c’è alternativa alla lotta. Non ci arrenderemo”
“Avevo quindici anni quando scoppiò la prima Intifada. Fu molto violenta, alcuni
amici palestinesi morirono. Andai in biblioteca e studiai a fondo la storia di
Israele su enciclopedie straniere. Scoprii così che fino ad allora avevo vissuto
in un mondo di menzogne e che in Israele le vere vittime non erano gli ebrei ma
i palestinesi. La mia scelta di campo risale ad allora.”
La testimonianza di Guy, israeliano attivista dell’organizzazione “Ta ‘ayush per
la difesa dei diritti umani e la resistenza contro l’occupazione della
Palestina” ha commosso molti dei presenti. La tragica storia personale – gran
parte della sua famiglia è stata sterminata dai nazisti – non ha alimentato in
lui quella “inesauribile sete di vendetta che obnubila le menti del 90% dei miei
connazionali”, al contrario lo ha portato a convincersi che il “mai più” non
deve valere solo per gli ebrei, ma per tutti. A partire dai palestinesi. E
all’auditorium Aldo Moro di Saronno – grazie all’iniziativa e alla
collaborazione delle associazioni Operazione Colomba e 4 Passi di pace – per la
seconda volta ha proposto al pubblico attonito il racconto e le prove dei
crimini commessi quotidianamente dai coloni in Cisgiordania.
Un film dell’orrore rivendicato dalla “Hill top youth”, una milizia armata ed
equipaggiata dal governo. In occasione del “Capodanno ebraico”, l’11 settembre
scorso, i “coloni soldati” hanno postato sui social un video di 9 minuti con un
montaggio serrato di immagini e numeri agghiaccianti sugli attacchi sferrati
contro inermi famiglie palestinesi: oltre 150 in tutto, 43 nella sola Massafer
Yatta, teatro del famoso documentario “No other land”. Oltre duecento gli
edifici dati alle fiamme, altrettanti demoliti, 436 i veicoli bruciati, 409 gli
arabi feriti negli ultimi dodici mesi. “Un anno buono e benedetto – concludevano
gli israeliani autori del post – ma il prossimo potrebbe essere ancora più
fruttuoso, con il vostro aiuto”. Seguiva un appello ad aderire alla milizia.
Ma parlare di numeri non dà l’idea della sofferenza della popolazione
palestinese in Cisgiordania e di quanti la sostengono. “La mia vita è un
inferno” spiega Guy. “Ogni giorno e ogni notte ricevo a getto continuo
segnalazioni per i soprusi subìti e quasi sempre non posso fare niente per
oppormi. Il senso di impotenza e lo scoramento mi consumano, ma la sorte dei
palestinesi nei territori occupati è un milione di volte peggiore della mia.
Vivono nel terrore ovunque si trovino, subiscono angherie e violenze di ogni
tipo e non hanno nessuno cui rivolgersi per avere soccorso. Se chiamano la
polizia invece di ricevere aiuto vengono arrestati o picchiati, com’è successo a
Naim, che ha tentato di allontanare le pecore che i coloni avevano mandato a
devastare i suoi campi. I “poliziotti” l’hanno colpito al petto con il calcio
del fucile, ammanettato e portato via per poi dichiarare che era stato lui ad
aggredirli. Se non ci fosse stato qualcuno a filmare l’accaduto probabilmente
Naim non sarebbe più uscito dal carcere.”
Gli attacchi sono ormai quasi quotidiani. In Cisgiordania ci sono oltre 20mila
ordini di demolizione già consegnati. “Non sai mai quando toccherà a te.
Mercoledì i bulldozer sono arrivati nel villaggio di Jimba e hanno demolito 24
edifici, devastato i pozzi e i campi. Centottanta persone, di cui cinquanta
bambini, sono rimaste senza un tetto. È la terza operazione simile in tre
settimane. Provate a immaginare cosa significhi essere privati di tutto senza
aver commesso alcun reato e senza potersi opporre in alcun modo, pena essere
ammazzato sul posto o con comodo in una cella, lontano da occhi indiscreti”.
A inizio settimana un’altra operazione di sabotaggio: soldati e coloni
israeliani hanno distrutto la rete idrica costruita con fondi della cooperazione
dell’Unione Europea per rifornire dodici villaggi: le tubazioni sono state
disseppellite e tagliate, i pezzi portati via. In un’altra occasione due giovani
a cavallo hanno svuotato completamente la cisterna d’acqua acquistata a caro
prezzo da una famiglia. E non sono solo gli adulti a commettere tali crimini.
“Adolescenti e persino bambini armati di bastoni o spray al peperoncino vengono
mandati a provocare i palestinesi, li picchiano e li insultano sapendo che se
solo tentassero la minima reazione per difendersi sarebbero accusati di
terrorismo e rischierebbero la pena di morte. Quei ragazzini spesso sono
israeliani che hanno problemi di comportamento o di profitto e dalle città in
cui vivono vengono mandati nelle colonie per essere ‘rieducati’. È davvero
paradossale.”
La crudeltà dei coloni non conosce limiti: sullo schermo scorrono le immagini di
due attivisti, una persona anziana e un uomo, presi a bastonate in testa e
ridotti in fin di vita senza alcun motivo. Nel video si sente la donna implorare
per la sua vita prima di essere selvaggiamente colpita. Un altro filmato mostra
l’incursione notturna nell’abitazione di una famiglia palestinese che possiede
un vasto appezzamento di terreno. Le persone si erano asserragliate in casa e i
coloni hanno tentato invano di fare irruzione. Sono però riusciti a entrare
nell’ovile: le telecamere mostrano il massacro di decine di pecore e agnelli,
ripetuto due settimane dopo con i nuovi animali appena acquistati.
Quando si riaccendono le luci in sala, lo shock è palpabile. Fioccano le
domande, alla ricerca di un barlume di speranza in questo quadro così
drammatico. Ma Guy non vuole rassicurare il pubblico facendo sfoggio di facile
ottimismo: “Purtroppo non credo che le prossime elezioni in Israele possano
portare un vero cambiamento. La stragrande maggioranza degli israeliani sostiene
Netanyahu, qualsiasi cosa faccia. Si tratta di estremisti a cui fin dalla prima
infanzia viene fatto un vero e proprio lavaggio del cervello. Vengono convinti
del fatto che Israele e ogni suo abitante sono sotto continua minaccia per pura
malvagità dei palestinesi e di tutti gli arabi. Il cosiddetto ‘Grande Israele’,
rivendicato per diritto divino da una fetta sempre più ampia della popolazione
ebraica è un territorio (Palestina compresa) di cui l’attuale Stato costituisce
solo il 4%. Il resto è rappresentato da ampie porzioni di Egitto, Arabia
Saudita, Iraq, Libano e Siria. E negli ultimi due Paesi Netanyahu sta già
portando avanti questo progetto senza che nessuno alzi un dito per fermarlo.
Anche perché Israele è un Paese molto ricco, che fa i soldi con le armi e i
sistemi di cybersicurezza, prima testati sulla pelle dei palestinesi e poi
venduti a peso d’oro agli altri Stati.”
Che fare dunque? Ha senso continuare a combattere la battaglia civile della
testimonianza se la situazione è così disperata? “Ci sono momenti in cui me lo
chiedo anch’io. Ma non c’è alternativa alla lotta e noi non ci arrenderemo. È la
comunità internazionale a doversi muovere, come ha fatto trentacinque anni fa
con il boicottaggio dei prodotti sudafricani. Le proteste di milioni di persone
in tutto il mondo, un anno fa, erano un ottimo inizio, così come il blocco di
porti, ferrovie e autostrade, soprattutto qui in Italia. Poi la popolazione
mondiale è stata ingannata con lo specchietto per le allodole del ‘cessate il
fuoco’. Bisogna tornare in tanti nelle piazze e nelle cabine elettorali,
esprimere la propria protesta pacifica e smascherare i governi complici per
costringerli a prendere posizione e a chiedere conto a Israele del genocidio
perpetrato in Palestina”.
Claudia Cangemi