
Bruxelles, la protesta dei sopravvissuti: «Fermate la tortura finanziata dall’Europa»
Pressenza - Wednesday, September 16, 2026Oltre 2.000 persone in piazza contro le politiche europee in Libia. Non sono mai rimasti in silenzio. E non accettano che ciò che accade in Libia continui a essere raccontato come una conseguenza inevitabile delle migrazioni.
Il 12 settembre, davanti al Parlamento Europeo di Bruxelles, oltre 2.000 persone si sono riunite per denunciare il sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che da anni colpisce migliaia di persone in Libia. Tra loro, molti sopravvissuti a quei luoghi e a quelle violenze, insieme a familiari di persone ancora detenute, scomparse o intrappolate nel Paese.
Una mobilitazione che ha chiamato direttamente in causa le responsabilità dell’Unione Europea, che finanzia, forma e sostiene le autorità libiche impegnate nell’intercettazione delle persone in mare e nel loro trasferimento forzato verso la Libia.
Una politica di esternalizzazione delle frontiere che contribuisce a mantenere in piedi un sistema segnato da detenzione arbitraria, torture, violenza sessuale, estorsioni e sfruttamento.
Le immagini della giornata raccontano una piazza attraversata da cartelli, voci, corpi e volti. Ma soprattutto raccontano la presenza di chi quelle violenze le ha vissute sulla propria pelle.


“Non stiamo dimenticando quello che è successo in Libia”, ha detto David Yambio, uno dei portavoce di Refugees in Libya. Una memoria che diventa anche impegno per chi oggi non può essere in quella piazza perché è ancora detenuto nei centri libici.
Il messaggio della protesta non è stato rivolto soltanto all’Unione Europea. Dalla piazza è arrivato un appello anche all’Unione Africana e ai governi africani, chiamati a non rimanere in silenzio davanti alla violenza che colpisce migliaia di persone sul continente. Una presa di parola che allarga il campo della responsabilità e mette in discussione il silenzio delle istituzioni africane di fronte a un sistema che continua a produrre detenzione, sfruttamento e violenza.
Uno degli slogan della protesta è stato netto: “Stop enslaving our sisters and brothers in Libya. They are not slaves. Fermate la schiavitù delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in Libia. Non sono schiavi.”
Il 3 ottobre, a Berlino, Refugees in Libya, insieme all’Alliance with Refugees in Libya, all’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) e alla Spore Initiative, riunirà sopravvissuti, comunità migranti e della diaspora, organizzazioni antirazziste, avvocati, giornalisti e attivisti per ripercorrere cinque anni di lotta e interrogarsi su ciò che accade oggi e sulle possibilità di costruire nuove forme di azione.
La data ha una forte valenza simbolica: il 1° ottobre 2021, dopo i raid di massa a Gargaresh, migliaia di persone furono arrestate a Tripoli. Molte vennero trasferite nei centri di detenzione, mentre altre si radunarono davanti all’ufficio dell’UNHCR. Da quella mobilitazione nacque la “Protesta dei 100 Giorni”, una lunga occupazione per chiedere protezione, evacuazione, libertà e la fine delle violenze.
Cinque anni dopo, quella lotta continua anche sul terreno della giustizia internazionale. Il procedimento contro Khaled El Hishri, ex funzionario della prigione di Mitiga, rappresenta un passaggio importante: la Corte penale internazionale ha confermato tutti i 17 capi d’accusa per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per i sopravvissuti, però, il caso non riguarda soltanto ciò che è avvenuto dentro Mitiga. Porta con sé una domanda più ampia: chi ha costruito, finanziato e sostenuto il sistema che ha reso possibili quelle violenze?
È proprio questo uno dei nodi che saranno affrontati a Berlino. Il procedimento può offrire uno spazio per la ricerca di giustizia, ma anche diventare uno strumento di organizzazione e di lotta fuori dalle aule giudiziarie. Al centro ci sarà la partecipazione dei sopravvissuti, affinché non vengano ridotti al ruolo di testimoni, ma possano essere protagonisti del percorso politico e giudiziario.
La giornata sarà anche un’occasione per mettere in relazione questa esperienza con altre lotte: quelle dei movimenti guidati da persone migranti, delle comunità della diaspora africana, dei movimenti antirazzisti e delle realtà impegnate contro le frontiere.
Una mostra multimediale accompagnerà l’incontro, riportando nello spazio fotografie, testimonianze e materiali della Protesta dei 100 Giorni.
Non si tratta quindi di ricordare qualcosa che è finito cinque anni fa. Le persone per cui si protestava allora sono ancora detenute. Le persone continuano a essere intercettate in mare e riportate in Libia. Le violenze continuano.
E, come ribadisce Refugees in Libya, la lotta continua. “We want justice. We want accountability. And we will keep coming back until our people are free. Vogliamo giustizia. Vogliamo responsabilità. E continueremo a tornare finché la nostra gente non sarà libera.”