Per la prima volta la tratta dei migranti in Tunisia (finanziata dall’UE) finisce in tribunale
La Tunisia, partner di primo livello per l’Italia e l’UE nelle politiche di
contenimento dei flussi migratori, sarà chiamata a rispondere davanti a un
tribunale internazionale per le sistematiche violenze inflitte alle persone
migranti che attraversano il suo territorio per la prima volta nella sua storia.
Quattro ricorsi sono stati infatti presentati alla Corte Africana per i Diritti
dell’Uomo e dei Popoli di Arusha dall’Associazione per gli Studi Giuridici
sull’Immigrazione (ASGI) e dall’avvocato tunisino Brahim Belguith, per conto di
quattro cittadini dell’Africa subsahariana. Le accuse riguardano detenzioni
arbitrarie, torture, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani e
violenze sessuali. Il procedimento in questione potrebbe protrarsi per anni, ma
rappresenta una svolta storica nel riconoscimento giudiziario di abusi
sistematici finora documentati solo da organizzazioni umanitarie, agenzie ONU e
stampa indipendente.
Non si tratta di un processo penale contro singoli funzionari, ma di un giudizio
sulla responsabilità internazionale dello Stato. La novità consiste proprio
nell’oggetto: la Corte ha già affrontato la deriva autoritaria tunisina, ma non
si era mai pronunciata sistematicamente sul trattamento riservato ai migranti
stranieri, scenario a cui apre la denuncia in questione. Le sue sentenze sono
giuridicamente vincolanti e, in caso di condanna, possono ordinare risarcimenti
e misure strutturali per porre rimedio alle violazioni, la cui attuazione viene
successivamente monitorata, pur senza disporre di strumenti coercitivi
paragonabili a quelli di un ordinamento nazionale.
Le storie dei quattro ricorrenti evidenziano, secondo i loro legali, un copione
ripetuto che migliaia di altre persone hanno subito. Una donna camerunense, dopo
aver tentato la traversata, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale
tunisina, detenuta per oltre venti giorni in una gabbia nel deserto insieme a
cento persone sottoposte a violenze continue, per poi essere venduta alle
guardie di frontiera libiche e subire altri abusi. Un cittadino ivoriano ha
denunciato di essere stato pestato con bastoni e cinture, privato dei suoi
effetti e lasciato nel deserto, dove due persone del suo gruppo sarebbero
decedute. Un guineano sostiene di essere stato deportato verso il confine,
detenuto per tredici giorni in un luogo in cui ha assistito a stupri commessi su
altre donne detenute – e venduto a trafficanti libici, che lo hanno liberato
dopo il pagamento di un riscatto. Infine, un cittadino della Sierra Leone ha
visto la sua imbarcazione speronata deliberatamente dalla motovedetta tunisina:
molti passeggeri sono annegati, lui è sopravvissuto nuotando, per poi essere
ammanettato, picchiato e abbandonato nel deserto con i sopravvissuti.
Secondo Amnesty International, dal 2023 la politica migratoria tunisina ha
assunto una marcata dimensione razziale. Tra giugno 2023 e maggio 2025
l’organizzazione ha registrato almeno 70 espulsioni collettive, le quali hanno
coinvolto oltre 11.500 persone, in gran parte nere: in seguito ad arresti mirati
o intercettazioni in mare, a essere condotti nelle aree desertiche al confine
con Libia e Algeria, spesso senza acqua né cibo e dopo la confisca degli averi
personali, sarebbero state anche donne incinte e bambini. Amnesty ha inoltre
documentato vari episodi di tortura e stupro da parte delle forze di sicurezza.
La repressione ha investito anche almeno sei ONG: dal maggio 2024, secondo
Amnesty, otto operatori e due ex funzionari locali sono stati arrestati
arbitrariamente. Nel giugno 2024, le autorità tunisine hanno ordinato la
cessazione del ruolo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati
(UNHCR) nell’esame delle richieste di asilo, eliminando di fatto l’unica via per
ottenere asilo nel paese.
Questo sistema è stato, nei fatti, rafforzato dalla cooperazione europea. Il
memorandum firmato il 16 luglio 2023 ha infatti destinato 105 milioni di euro al
controllo delle frontiere e alle intercettazioni in mare. Almeno 65 milioni di
questa somma risultavano già contrattualizzati per l’addestramento e
l’equipaggiamento della Guardia costiera e il sostegno del centro tunisino di
coordinamento dei soccorsi. Secondo i legali dell’ASGI, un’eventuale condanna
non provocherebbe l’automatico invalidamento del memorandum e non eliminerebbe
la Tunisia dalla lista europea dei Paesi di origine sicuri, ma potrebbe
trasformarsi in un fattore rilevante nell’ambito delle controversie
sull’utilizzo del Paese come luogo sicuro di sbarco o come Paese terzo sicuro
per i migranti che lo hanno attraversato, oltre ad aumentare la pressione
politica sulla Commissione UE.
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