Un mostro che contiene molti mostri--------------------------------------------------------------------------------
Foto di Nicolas Messifet su Unsplash
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Il monitor interno dal quale chi assiste all’udienza del processo a El – Hisri,
uno dei capi torturatori del lager di Mitiga in Libia, ogni tanto mostra la
faccia dell’imputato. Non ha segni di tortura, non sembra stare male, non ha
stracci addosso o catene ai polsi come le sue vittime: solo quegli occhi che
guardano fisso, che non si abbassano nemmeno quando la procuratrice della Corte
Penale Internazionale descrive lo stupro di una donna compiuto davanti al figlio
piccolo, costretto da El Hisri a guardare. I giudici che con i loro staff di
investigatori hanno lavorato quindici anni a raccogliere prove, testimonianze,
foto, video, documenti ufficiali e tantissimo altro materiale, lo definiscono un
processo “storico” – a “milestone” – per provare a fare giustizia contro un vero
e proprio sistema di violazione permanente dei diritti umani.
Il “sistema Libia” appunto, che però non potrebbe esistere se non fosse stato
congegnato anche a partire da “menti” italiane ed europee. El Hisri, detto Al
Bouti, è un pari grado di Almasri, quello fatto fuggire dal governo italiano e
riportato con il Falcon dei servizi segreti proprio a Mitiga, dove la maggior
parte dei crimini contro l’umanità e crimini di guerra sono stati compiuti. Il
nome di Almasri è stato pronunciato già dalle prime battute durante la lettura
dei diciassette capi di imputazione. È chiaro, da dentro questo tribunale,
perché Almasri non doveva arrivarci alla sbarra. Il “sistema Libia” è fondato su
una complicità evidente tra livelli istituzionali e milizie criminali che si
sono spartite la Libia dopo la destituzione violenta di Gheddafi del 2011.
L’inchiesta della CPI parte da quel momento, e documenta le atrocità commesse
dall’imputato e dai suoi complici fino al 2020. Si passa dunque, dal 2017, anno
della stipula del patto Italia-Libia, sottoscritto da Minniti e Gentiloni, con i
clan di signorotti della guerra tra cui anche la milizia “Rada”, una tra le più
potenti- si parla di 1.500 soldati inquadrati militarmente e forniti di armi,
mezzi e soldi-quella che controlla la prigione di Mitiga, nordest di Tripoli e,
cosa assai rilevante, l’aeroporto internazionale, peraltro ricostruito grazie ai
lavori forzati dei migranti prigionieri. Un processo come questo non è la
semplice descrizione in generale di tutto ciò che già sappiamo, atrocità
comprese. No. Il primo livello è la responsabilità individuale dell’imputato,
con prove, riscontri, volti, referti medici, circostanze precise. Ascoltare la
descrizione di torture, stupri e violenze di ogni genere, delle quali El Hisri è
personalmente responsabile, è dura. All’entrata, dopo controlli rigidi per
l’accesso, distribuiscono un vademecum dove te lo scrivono che potrebbe essere
troppo dura assistere, ascoltare. Che puoi uscire in qualsiasi momento.
Il secondo livello, quello che stabilisce la relazione tra un crimine efferato e
la categoria dei crimini contro l’umanità, è il carattere strutturale,
pianificato, nel quale ogni singolo atto criminale è inserito, e la funzione che
svolge nell’assicurare potere di vita e di morte sulle persone che lo subiscono.
E qui il lavoro approfondito e puntuale dei giudici ci offre una prima
importante verità: le prime vittime di El Hisri, di Almasri, del capo supremo
della Rada, Al Kora, sono stati i cittadini libici. Sono libici quelli
sequestrati e torturati per primi, oppositori politici, avvocati, giornalisti,
studenti o anche persone che possedevano dei terreni, una casa, dei soldi. Si
capisce la parabola dunque che porta a ciò che oggi conosciamo del sistema
Libia: dopo la caduta di Gheddafi, si formano i gruppi armati che con la scusa
della “rivoluzione”, cominciano ad accaparrarsi il potere e materialmente pezzi
di territorio. Nel caso della “Rada” ad esempio, è un quartiere di Tripoli che
gli dà i natali, e da lì la conquista di un’area strategica come quella
dell’aeroporto e fin sulla costa con l’accesso al mare, trasforma quattro
banditi di un clan familiare, in uomini che comandano. Che negoziano un pezzetto
di quello che altri, simili a loro ma magari più scaltri, hanno già preso in
cambio della fedeltà all’Occidente. In uno degli ultimi rapporti dell’Onu sulla
Libia, concentrato sulle violazioni dell’embargo sulle armi, si parla del clan
di Dbaibaba, attuale premier del governo di Tripoli riconosciuto dall’Unione
Europea, come uno dei più criminali e potenti. Stessa cosa se si osserva la
“carriera” del ministro degli Interni Trebelsi, l’amicone di Piantedosi,
segnalato dalla segreteria di stato americana già durante la prima presidenza
Trump come “trafficante e contrabbandiere”.
La Rada ha gestito la sua prigione, il suo lager, a partire dall’eliminazione
dei dissidenti libici e dell’imposizione del regno del terrore a Tripoli,
offrendo sul “mercato” le sue capacità. Rada “Security Defence Force”. Rada
“polizia giudiziaria”. Tutti titoli assegnati dai vari governi ufficiali. Ma
d’altronde non era il prefetto Caravelli, capo dei servizi segreti esterni a
dichiarare che “con la Rada ottima collaborazione”? Questo strutturazione della
milizia inizialmente impegnata contro i cittadini libici, anch’essi torturati,
ammazzati, anche le donne libiche stuprate, anche i bambini libici violentati e
terrorizzati e chissà cos’altro, viene poi dal 2017 impiegata per i migranti. Le
pratiche disumane sono rielaborate per il nuovo business, quello di fermare
profughi e rifugiati che tentano di raggiungere l’Italia e l’Europa via mare. Ma
chi suggerisce alla Rada di fare questo? In cambio di che cosa, di quanti soldi?
Chi suggerisce la creazione di un nuovo sistema di respingimento di massa,
articolato nella cattura in mare di chi prova a fuggire, e nella successiva
deportazione e internamento nei lager? Chi regala mezzi, addestramenti, ruoli ai
vari El Hisri per fare tutto questo? Ascoltando le accuse ci si rende conto di
cosa abbiamo fatto, noi che apparteniamo ai paesi “civili”, noi che abbiamo i
governi “democratici”: abbiamo alimentato gli orrori, le atrocità che prima sono
state compiute contro la società civile libica per trasformarli e strutturarli
in “orrori funzionali”, utili alla nostra “guerra” ai migranti.
Ascoltando l’excursus dei procuratori della Corte, che puntualmente delineano lo
sviluppo e il ruolo di una milizia e dei suoi capi, si capisce che El Hisri è
solo quello che si è fatto prendere. Non è lui il “mostro” in mezzo a quelli
“normali”. Lui è solo un mostro meno potente di tutti gli altri. Viene
spontaneo, dinnanzi al primo processo di questo livello che finalmente si
celebra, dopo decine di migliaia di morti in mare e nel deserto, pensare a una
Norimberga. Ma Norimberga non si può fare solo con un criminale che altrimenti
rischia di diventare un capro espiatorio. Qui mancano quelli potenti, quelli che
non si sporcano le mani. Quelli che in Libia ci vanno con l’aereo di stato,
quelli che il quartiere di El Hisri manco sanno dov’è.
E dopo il primo giorno, è tutto.
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[Dalla Corte Penale Internazionale, Luca Casarini]
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