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ROTTA BALCANICA: IL PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE HA PEGGIORATO LE CONDIZIONI DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BULGARIA
Il Collettivo Rotte Balcaniche denuncia in una lettera aperta il rapido deterioramento delle condizioni detentive e il mancato rispetto dei diritti umani più basilari dei richiedenti asilo nel centro chiuso di Pastrogor, in Bulgaria. In quel luogo, attivisti e attiviste del Collettivo stanno raccogliendo le segnalazioni dei richiedenti asilo sono trattenuti e soggetti a restrizioni della libertà personale, divieti di visita e rigidi controlli mentre attendono l’esame della loro domanda. Le condizioni umanitarie, riportano le testimonianze dei detenuti raccolte dal Collettivo, sono in rapido deterioramento anche in seguito all’approvazione del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Tra le violazioni denunciate la mancata assistenza medico-sanitaria, la scarca qualità alimentare che provoca la perdita di peso delle persone rinchiuse, il divieto arbitrario di visita imposto anche ad attiviste ed attivisti del Collettivo che, oltre al sostegno materiale, raccolgono le denunce dei richiedenti asilo. Non sono mancate inoltre le violenze fisiche degli agenti di polizia contro chi ha provato a protestare sia all’interno che all’esterno del centro di Pastrogor. Anche alcuni membri del Collettivo sono stati arrestati per la loro attività di osservazione e denuncia e per essersi mobilitati con presidi e manifestazioni, alle quali i piccoli paesi della Bulgaria sud orientale non erano abituati. Ci riporta quanto osservato in Bulgaria, Giovanni del Collettivo Rotte Balcaniche. Ascolta o scarica Pubblichiamo la lettera che il Collettivo Rotte Balcaniche ci ha inviato in redazione. 
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
VERONA: LA PIAZZA RICORDA MOUSSA DIARRA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO DI STATO
Il 20 ottobre di due anni fa a Verona è stato ucciso Moussa Diarra da un agente della polizia ferroviaria. La Comunità Maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa, insieme alla cittadinanza, alle associazioni locali e al fratello di Moussa Djemagan, si sono ritrovati oggi pomeriggio nel piazzale della stazione di Porta Nuova, per non dimenticare quanto accadde esattamente due anni fa, quando nelle prime ore della giornata fu assassinato il giovane maliano. Diverse decine di persone si sono presentate all’appuntamento, dove la salma di Moussa è stata disegnata sul suolo con della vernice bianca. Sabato prossimo nuovo presidio sempre a Porta Nuova, ritrovo tra le ore 10 e le ore 14. Il collegamento in diretta con il presidio con Rachele del Comitato Verità e Giustizia. Ascolta o scarica Pubblichiamo il comunicato stampa che il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra ha inviato alla redazione.
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
VERONA RICORDA MOUSSA DIARRA A DUE ANNI DALL’OMICIDIO. IN SETTIMANA DOPPIO PRESIDIO ALLA STAZIONE PORTA NUOVA
Il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra ha indetto un doppio appuntamento in questa settimana per non dimenticare quanto accaduto alla stazione di Verona Porta Nuova due anni fa. Gli appuntamenti sono fissati entrambi in piazzale XXV aprile, davanti alla stazione ferroviaria Porta Nuova. Il primo presidio si svolgerà martedì 20 ottobre, giorno dell’anniversario della morte, tra le ore 17 e le ore 20. Il secondo sabato, sempre davanti alla stazione, tra le ore 10 e le ore 14. “In questo periodo si sono tenuti presidi e manifestazioni, i legali hanno lavorato, la GIP ha sospettato un depistaggio e chiesto nuove indagini e il corpo di Moussa è tornato in Mali” ha scritto in un comunicato il Comitato. “Due anni senza Moussa, che è mancato alla sua famiglia e a chi lo aveva conosciuto e condiviso con lui l’esperienza del Ghibellin Fuggiasco e le traversie infinite che caratterizzano la vita di una persona migrante in Italia, e che lo avevano portato a sfinimento e disperazione. Un periodo che ha visto anche la prima sentenza di condanna nel processo per le torture alla questura di Verona, che sembra non c’entrare nulla con Moussa ma che è un altro esempio di razzismo istituzionale, oltre a vedere tra gli intercettati anche l’agente che gli ha sparato”. La presentazione dei due presidi con Alberto del Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra. Ascolta o scarica
October 19, 2026
Radio Onda d`Urto
USA, Amnesty International chiede l’abolizione dell’Ice
In un nuovo rapporto sugli Usa diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato massicce violazioni dei diritti umani commesse dall’Agenzia per il controllo delle dogane e dell’immigrazione (Ice), dall’Agenzia delle dogane e della polizia di frontiera (Cbp) e da altre agenzie federali durante quattro operazioni militarizzate e su vasta scala contro l’immigrazione a Chicago, Minneapolis-St Paul, New Orleans e Washington DC, ordinate dall’amministrazione Trump. Il rapporto, intitolato “Noi avevamo i fischietti, loro le armi”, denuncia il sistema di detenzioni ed espulsioni voluto dall’amministrazione Trump, alimentato da narrazioni false, xenofobe e razziste, i cui obiettivi sono arrestare e cacciare dagli Usa il maggior numero possibile di persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate e, in forma più ampia, seminare la paura all’interno delle comunità migranti residenti negli Usa. “Il nostro rapporto documenta un agghiacciante schema di violazioni dei diritti umani. Che l’Ice violasse i diritti umani non era una novità, ma il livello ha raggiunto un nuovo, pericoloso picco”, ha dichiarato Nadia Daar, direttrice generale di Amnesty International Usa. L’amministrazione Usa è responsabile di uccisioni illegali, alcune delle quali potrebbero costituire esecuzioni extragiudiziali; detenzioni arbitrarie e discriminatorie in isolamento dal mondo esterno, comprese possibili sparizioni forzate e che potrebbero in alcuni casi corrispondere a tortura; repressione violenta delle proteste pacifiche e altro ancora. Sulla base di quanto ha verificato, oggi Amnesty International si è unita a coloro che chiedono l’immediata abolizione dell’Ice. Le violazioni commesse dall’Ice non sono state isolate né eccezionali, bensì parte di uno schema ricorrente da cui sono derivate conseguenze devastanti per le persone migranti e per le loro intere comunità. “Quando agenti federali dal volto coperto e armati attaccano impunemente le persone in mezzo alla strada non rendono le nostre comunità più sicure: al contrario, mettono in pericolo chiunque. L’Ice non è riformabile. Se l’amministrazione Usa vuole avere un sistema di gestione dell’immigrazione che rispetti le norme e gli standard del diritto internazionale sui diritti umani, allora l’Ice dev’essere abolita e occorre ripartire da capo”, ha aggiunto Daar. L’Ice venne creata nel 2003, quando dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 s’impose un modello di sicurezza estremamente problematico. Da allora, Amnesty International e altre organizzazioni hanno denunciato le violazioni dei diritti umani commesse dall’agenzia e la preoccupante assenza di supervisione e di assunzione di responsabilità. Ma è dal gennaio 2025 che la dimensione e l’orrore delle operazioni dell’Ice, finanziate da miliardi di dollari e alimentate da una persistente impunità, hanno raggiunto nuovi livelli. In tutte e quattro le operazioni dell’Ice esaminate, Amnesty International ha riscontrato arresti arbitrari basati sulla discriminazione razziale; minacce, intimidazioni, trattamenti degradanti e uso ingiustificato della forza; ricorso alla forza letale e conseguenti uccisioni illegali che dovrebbero essere indagate come esecuzioni extragiudiziali; repressione delle proteste mediante l’uso di armi meno letali come i gas lacrimogeni e gli spray al peperoncino; uso illegale di tecnologie di sorveglianza e di riconoscimento facciale; condizioni di detenzione inumane e diniego del giusto processo, che dovrebbero essere indagate come tortura; detenzioni illegali in isolamento dal mondo esterno e possibili sparizioni forzate. Gli agenti federali dell’Ice hanno operato all’interno di un contesto istituzionale, ampiamente sostenuto e ampliato dall’amministrazione Trump, nel quale prassi violente e discriminatorie in materia d’immigrazione sono state incoraggiate da alti funzionari dello Stato, compreso lo stesso presidente Trump. Gli agenti hanno frequentemente operato senza identificarsi e col volto coperto; le garanzie per prevenire e punire comportamenti illegali sono state indebolite se non smantellate; alle violazioni dei diritti umani hanno raramente fatto seguito indagini concrete e accertamento delle responsabilità. Liish Kozlowski, deputata del Minnesota, ha raccontato uno dei tanti casi di profilazione razziale da parte dell’Ice: “Mia cugina era a bordo della sua automobile insieme al marito. Stava andando al lavoro. Improvvisamente sono comparsi gli agenti dell’Ice, alla ricerca di persone nere e marroni. Hanno rotto il finestrino dal suo lato iniziando a urlarle di tutto. Lei era incinta. Suo marito ha detto: ‘Lei è nativa americana, ecco la sua carta d’identità’. Un agente dell’Ice ha risposto: ‘Non me ne frega un c…, ora questa terra è nostra’”. “Applicare la profilazione razziale, portare via persone in mezzo alla strada, separare i nuclei familiari e mettere le persone arbitrariamente in carcere sono prassi non solo crudeli e illegali, ma anche profondamente dannose: provocano paura, stress psicologico e problemi di salute di lunga durata ai figli, ad altri familiari e a intere comunità”, ha commentato Ana Piquer, direttrice di Amnesty International per le Americhe. Il rapporto descrive come le comunità si siano unite per resistere e proteggersi a vicenda. Queste reti solidali hanno svolto un ruolo essenziale per denunciare le violazioni dei diritti umani: hanno tutelato i vicini di casa, hanno organizzato seminari su come monitorare il rispetto della Costituzione, hanno allestito sistemi di risposta rapida, ad esempio accompagnare i bambini e le bambine ai pullman scolastici e altro ancora. Le proteste sono state un importante strumento di resistenza e proprio per questo sono state spesso oggetto di ulteriori azioni illegali da parte dell’Ice e del Cbp. A Chicago, per esempio, il centro di smistamento e di processamento delle persone migranti di Broadview è diventato il luogo simbolo delle proteste. Il reverendo David Black, che si recava spesso a Broadview per dire messa, ha raccontato: “L’escalation di violenza dell’Ice e del Cbp mentre stavamo soltanto pregando e cantando è stata una cosa terribile.” Durante una delle funzioni religiose che stava dirigendo, il reverendo Black si è rivolto a tre agenti federali che si trovavano sul tetto della struttura, chiedendo loro di pentirsi. Per tutta risposta, lo hanno colpito al volto, alle braccia e al tronco con pallottole esplodenti di spray al peperoncino. Per redigere il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 154 persone, che hanno permesso di concludere che le violazioni dei diritti umani riscontrate non sono state casi locali isolati, ma hanno fatto parte di uno schema applicato a livello nazionale. “Spezza il cuore vedere il dolore e la sofferenza causati dalla demonizzazione e dalla criminalizzazione delle persone migranti da parte dell’amministrazione Trump, ma sono speranzosa: le comunità si sono strette a protezione delle persone colpite e, in alcuni casi, hanno costretto a fare marcia indietro. Ora occorre chiamare le autorità di governo a rispondere di questo regno del terrore. Dobbiamo continuare a chiedere un sistema di gestione dell’immigrazione basato sui diritti e sulla dignità, non sulla crudeltà”, ha concluso Daar.   Amnesty International
September 24, 2026
Pressenza
Bruxelles, la protesta dei sopravvissuti: «Fermate la tortura finanziata dall’Europa»
Oltre 2.000 persone in piazza contro le politiche europee in Libia. Non sono mai rimasti in silenzio. E non accettano che ciò che accade in Libia continui a essere raccontato come una conseguenza inevitabile delle migrazioni. Il 12 settembre, davanti al Parlamento Europeo di Bruxelles, oltre 2.000 persone si sono riunite per denunciare il sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che da anni colpisce migliaia di persone in Libia. Tra loro, molti sopravvissuti a quei luoghi e a quelle violenze, insieme a familiari di persone ancora detenute, scomparse o intrappolate nel Paese. Una mobilitazione che ha chiamato direttamente in causa le responsabilità dell’Unione Europea, che finanzia, forma e sostiene le autorità libiche impegnate nell’intercettazione delle persone in mare e nel loro trasferimento forzato verso la Libia. Una politica di esternalizzazione delle frontiere che contribuisce a mantenere in piedi un sistema segnato da detenzione arbitraria, torture, violenza sessuale, estorsioni e sfruttamento. Le immagini della giornata raccontano una piazza attraversata da cartelli, voci, corpi e volti. Ma soprattutto raccontano la presenza di chi quelle violenze le ha vissute sulla propria pelle. “Non stiamo dimenticando quello che è successo in Libia”, ha detto David Yambio, uno dei portavoce di Refugees in Libya. Una memoria che diventa anche impegno per chi oggi non può essere in quella piazza perché è ancora detenuto nei centri libici. Il messaggio della protesta non è stato rivolto soltanto all’Unione Europea. Dalla piazza è arrivato un appello anche all’Unione Africana e ai governi africani, chiamati a non rimanere in silenzio davanti alla violenza che colpisce migliaia di persone sul continente. Una presa di parola che allarga il campo della responsabilità e mette in discussione il silenzio delle istituzioni africane di fronte a un sistema che continua a produrre detenzione, sfruttamento e violenza. Uno degli slogan della protesta è stato netto: “Stop enslaving our sisters and brothers in Libya. They are not slaves. Fermate la schiavitù delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in Libia. Non sono schiavi.” Il 3 ottobre, a Berlino, Refugees in Libya, insieme all’Alliance with Refugees in Libya, all’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) e alla Spore Initiative, riunirà sopravvissuti, comunità migranti e della diaspora, organizzazioni antirazziste, avvocati, giornalisti e attivisti per ripercorrere cinque anni di lotta e interrogarsi su ciò che accade oggi e sulle possibilità di costruire nuove forme di azione. La data ha una forte valenza simbolica: il 1° ottobre 2021, dopo i raid di massa a Gargaresh, migliaia di persone furono arrestate a Tripoli. Molte vennero trasferite nei centri di detenzione, mentre altre si radunarono davanti all’ufficio dell’UNHCR. Da quella mobilitazione nacque la “Protesta dei 100 Giorni”, una lunga occupazione per chiedere protezione, evacuazione, libertà e la fine delle violenze. Cinque anni dopo, quella lotta continua anche sul terreno della giustizia internazionale. Il procedimento contro Khaled El Hishri, ex funzionario della prigione di Mitiga, rappresenta un passaggio importante: la Corte penale internazionale ha confermato tutti i 17 capi d’accusa per crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Per i sopravvissuti, però, il caso non riguarda soltanto ciò che è avvenuto dentro Mitiga. Porta con sé una domanda più ampia: chi ha costruito, finanziato e sostenuto il sistema che ha reso possibili quelle violenze? È proprio questo uno dei nodi che saranno affrontati a Berlino. Il procedimento può offrire uno spazio per la ricerca di giustizia, ma anche diventare uno strumento di organizzazione e di lotta fuori dalle aule giudiziarie. Al centro ci sarà la partecipazione dei sopravvissuti, affinché non vengano ridotti al ruolo di testimoni, ma possano essere protagonisti del percorso politico e giudiziario. La giornata sarà anche un’occasione per mettere in relazione questa esperienza con altre lotte: quelle dei movimenti guidati da persone migranti, delle comunità della diaspora africana, dei movimenti antirazzisti e delle realtà impegnate contro le frontiere. Una mostra multimediale accompagnerà l’incontro, riportando nello spazio fotografie, testimonianze e materiali della Protesta dei 100 Giorni. Non si tratta quindi di ricordare qualcosa che è finito cinque anni fa. Le persone per cui si protestava allora sono ancora detenute. Le persone continuano a essere intercettate in mare e riportate in Libia. Le violenze continuano. E, come ribadisce Refugees in Libya, la lotta continua. “We want justice. We want accountability. And we will keep coming back until our people are free. Vogliamo giustizia. Vogliamo responsabilità. E continueremo a tornare finché la nostra gente non sarà libera.”     Melting Pot Europa
September 16, 2026
Pressenza
CARCERE: RIPRENDE IL PROCESSO SULLE TORTURE DI STATO A SANTA MARIA CAPUA VETERE (CE)
E’ ripreso lunedì 7 settembre nell’aula bunker di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, il maxi processo sulle torture nel carcere casertano avvenute durante l’aprile del 2020, in piena pandemia. A luglio i Pm avevano chiesto complessivamente quasi 800 anni di reclusione – e condanne fino a 21 anni – per gli oltre 100 imputati tra agenti della polizia penitenziaria, funzionari e medici. Una struttura intera, dunque, accusata di tortura, lesioni personali, abusi, depistaggio, falso favoreggiamento, morte come conseguenza di altro reato. All’udienza si è presentata, tra le parti civili, anche l’Associazione Antigone, l’organizzazione che si occupa della tutela dei diritti umani nelle diroccate e violente galere italiane. Sulle violenze sistemiche nel carcere di Santa Maria Capua Vetere abbiamo intervistato Paolo Conte, Presidente dell’associazione Antigone Campania. Ascolta o scarica Sul tema segnaliamo l’articolo pubblicato da Osservatorio Repressione.
September 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Per la prima volta la tratta dei migranti in Tunisia (finanziata dall’UE) finisce in tribunale
La Tunisia, partner di primo livello per l’Italia e l’UE nelle politiche di contenimento dei flussi migratori, sarà chiamata a rispondere davanti a un tribunale internazionale per le sistematiche violenze inflitte alle persone migranti che attraversano il suo territorio per la prima volta nella sua storia. Quattro ricorsi sono stati infatti presentati alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e dall’avvocato tunisino Brahim Belguith, per conto di quattro cittadini dell’Africa subsahariana. Le accuse riguardano detenzioni arbitrarie, torture, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani e violenze sessuali. Il procedimento in questione potrebbe protrarsi per anni, ma rappresenta una svolta storica nel riconoscimento giudiziario di abusi sistematici finora documentati solo da organizzazioni umanitarie, agenzie ONU e stampa indipendente. Non si tratta di un processo penale contro singoli funzionari, ma di un giudizio sulla responsabilità internazionale dello Stato. La novità consiste proprio nell’oggetto: la Corte ha già affrontato la deriva autoritaria tunisina, ma non si era mai pronunciata sistematicamente sul trattamento riservato ai migranti stranieri, scenario a cui apre la denuncia in questione. Le sue sentenze sono giuridicamente vincolanti e, in caso di condanna, possono ordinare risarcimenti e misure strutturali per porre rimedio alle violazioni, la cui attuazione viene successivamente monitorata, pur senza disporre di strumenti coercitivi paragonabili a quelli di un ordinamento nazionale. Le storie dei quattro ricorrenti evidenziano, secondo i loro legali, un copione ripetuto che migliaia di altre persone hanno subito. Una donna camerunense, dopo aver tentato la traversata, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, detenuta per oltre venti giorni in una gabbia nel deserto insieme a cento persone sottoposte a violenze continue, per poi essere venduta alle guardie di frontiera libiche e subire altri abusi. Un cittadino ivoriano ha denunciato di essere stato pestato con bastoni e cinture, privato dei suoi effetti e lasciato nel deserto, dove due persone del suo gruppo sarebbero decedute. Un guineano sostiene di essere stato deportato verso il confine, detenuto per tredici giorni in un luogo in cui ha assistito a stupri commessi su altre donne detenute – e venduto a trafficanti libici, che lo hanno liberato dopo il pagamento di un riscatto. Infine, un cittadino della Sierra Leone ha visto la sua imbarcazione speronata deliberatamente dalla motovedetta tunisina: molti passeggeri sono annegati, lui è sopravvissuto nuotando, per poi essere ammanettato, picchiato e abbandonato nel deserto con i sopravvissuti. Secondo Amnesty International, dal 2023 la politica migratoria tunisina ha assunto una marcata dimensione razziale. Tra giugno 2023 e maggio 2025 l’organizzazione ha registrato almeno 70 espulsioni collettive, le quali hanno coinvolto oltre 11.500 persone, in gran parte nere: in seguito ad arresti mirati o intercettazioni in mare, a essere condotti nelle aree desertiche al confine con Libia e Algeria, spesso senza acqua né cibo e dopo la confisca degli averi personali, sarebbero state anche donne incinte e bambini. Amnesty ha inoltre documentato vari episodi di tortura e stupro da parte delle forze di sicurezza. La repressione ha investito anche almeno sei ONG: dal maggio 2024, secondo Amnesty, otto operatori e due ex funzionari locali sono stati arrestati arbitrariamente. Nel giugno 2024, le autorità tunisine hanno ordinato la cessazione del ruolo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) nell’esame delle richieste di asilo, eliminando di fatto l’unica via per ottenere asilo nel paese. Questo sistema è stato, nei fatti, rafforzato dalla cooperazione europea. Il memorandum firmato il 16 luglio 2023 ha infatti destinato 105 milioni di euro al controllo delle frontiere e alle intercettazioni in mare. Almeno 65 milioni di questa somma risultavano già contrattualizzati per l’addestramento e l’equipaggiamento della Guardia costiera e il sostegno del centro tunisino di coordinamento dei soccorsi. Secondo i legali dell’ASGI, un’eventuale condanna non provocherebbe l’automatico invalidamento del memorandum e non eliminerebbe la Tunisia dalla lista europea dei Paesi di origine sicuri, ma potrebbe trasformarsi in un fattore rilevante nell’ambito delle controversie sull’utilizzo del Paese come luogo sicuro di sbarco o come Paese terzo sicuro per i migranti che lo hanno attraversato, oltre ad aumentare la pressione politica sulla Commissione UE. The post Per la prima volta la tratta dei migranti in Tunisia (finanziata dall’UE) finisce in tribunale appeared first on L'INDIPENDENTE.
August 22, 2026
L'INDIPENDENTE
CISGIORDANIA: BRUTALI AGGRESSIONI DI COLONI ED ESERCITO ISRAELIANI. 4 PALESTINESI UCCISI
Situazione sempre più brutale nei villaggi palestinesi della Cisgiordania occupata. Solo questa mattina, venerdì 24 luglio, 4 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di occupazione israeliane durante un attacco dei coloni al villaggio di Tell, a sud-ovest di Nablus. I residenti palestinesi hanno respinto in un primo momento i coloni israeliani che dopo mezz’ora hanno attaccato nuovamente la parte occidentale della città, questa volta protetti dai militari. Durante l’attacco è morto anche un colono israeliano. Chiusi dai militari i check point di ingresso che circondano la città di Nablus, il capo di stato maggiore delle Idf ha ordinato un “massiccio dispiegamento” nella Cisgiordania occupata. Dall’inizio dell’anno sono 82 i palestinesi ammazzati nei governatorati della Cisgiordania occupata, di cui 21 per mano di coloni israeliani. L’intervisa a Damiano Censi, coordinatore del progetto di Medeterranea in Palestina. Ascolta o scarica Gli aggiornamenti da Nablus che abbiamo ricevuto da Fabian Odeh, cittadino italo-palestinese che vive a Brescia e nostro collaboratore. Ascolta o scarica
July 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Israele occupa e rapisce. In Siria…
Nella città di confine siriana di Quneitra, Israele sta occupando terreni, attaccando e rapendo i residenti, aggredendoli con cani da combattimento e irrorando agenti chimici sui campi agricoli. Il governo siriano rimane in silenzio. Il 19 maggio, il quindicenne Omar al-Ajraf si era recato con il suo amico, Sanad al-Mousa, […] L'articolo Israele occupa e rapisce. In Siria… su Contropiano.
June 15, 2026
Contropiano
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
Attualmente, funzionari occidentali e israeliani agitano il dito con finta indignazione contro il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, per essersi vantato pubblicamente dei maltrattamenti inflitti agli attivisti di una flottiglia che cercava di portare aiuti umanitari a Gaza. L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui […] L'articolo Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto” su Contropiano.
May 22, 2026
Contropiano