Bruxelles, la protesta dei sopravvissuti: «Fermate la tortura finanziata dall’Europa»
Oltre 2.000 persone in piazza contro le politiche europee in Libia. Non sono mai
rimasti in silenzio. E non accettano che ciò che accade in Libia continui a
essere raccontato come una conseguenza inevitabile delle migrazioni.
Il 12 settembre, davanti al Parlamento Europeo di Bruxelles, oltre 2.000 persone
si sono riunite per denunciare il sistema di detenzione, violenza e sfruttamento
che da anni colpisce migliaia di persone in Libia. Tra loro, molti sopravvissuti
a quei luoghi e a quelle violenze, insieme a familiari di persone ancora
detenute, scomparse o intrappolate nel Paese.
Una mobilitazione che ha chiamato direttamente in causa le responsabilità
dell’Unione Europea, che finanzia, forma e sostiene le autorità libiche
impegnate nell’intercettazione delle persone in mare e nel loro trasferimento
forzato verso la Libia.
Una politica di esternalizzazione delle frontiere che contribuisce a mantenere
in piedi un sistema segnato da detenzione arbitraria, torture, violenza
sessuale, estorsioni e sfruttamento.
Le immagini della giornata raccontano una piazza attraversata da cartelli, voci,
corpi e volti. Ma soprattutto raccontano la presenza di chi quelle violenze le
ha vissute sulla propria pelle.
“Non stiamo dimenticando quello che è successo in Libia”, ha detto David Yambio,
uno dei portavoce di Refugees in Libya. Una memoria che diventa anche impegno
per chi oggi non può essere in quella piazza perché è ancora detenuto nei centri
libici.
Il messaggio della protesta non è stato rivolto soltanto all’Unione Europea.
Dalla piazza è arrivato un appello anche all’Unione Africana e ai governi
africani, chiamati a non rimanere in silenzio davanti alla violenza che colpisce
migliaia di persone sul continente. Una presa di parola che allarga il campo
della responsabilità e mette in discussione il silenzio delle istituzioni
africane di fronte a un sistema che continua a produrre detenzione, sfruttamento
e violenza.
Uno degli slogan della protesta è stato netto: “Stop enslaving our sisters and
brothers in Libya. They are not slaves. Fermate la schiavitù delle nostre
sorelle e dei nostri fratelli in Libia. Non sono schiavi.”
Il 3 ottobre, a Berlino, Refugees in Libya, insieme all’Alliance with Refugees
in Libya, all’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) e
alla Spore Initiative, riunirà sopravvissuti, comunità migranti e della
diaspora, organizzazioni antirazziste, avvocati, giornalisti e attivisti per
ripercorrere cinque anni di lotta e interrogarsi su ciò che accade oggi e sulle
possibilità di costruire nuove forme di azione.
La data ha una forte valenza simbolica: il 1° ottobre 2021, dopo i raid di massa
a Gargaresh, migliaia di persone furono arrestate a Tripoli. Molte vennero
trasferite nei centri di detenzione, mentre altre si radunarono davanti
all’ufficio dell’UNHCR. Da quella mobilitazione nacque la “Protesta dei 100
Giorni”, una lunga occupazione per chiedere protezione, evacuazione, libertà e
la fine delle violenze.
Cinque anni dopo, quella lotta continua anche sul terreno della giustizia
internazionale. Il procedimento contro Khaled El Hishri, ex funzionario della
prigione di Mitiga, rappresenta un passaggio importante: la Corte penale
internazionale ha confermato tutti i 17 capi d’accusa per crimini contro
l’umanità e crimini di guerra. Per i sopravvissuti, però, il caso non riguarda
soltanto ciò che è avvenuto dentro Mitiga. Porta con sé una domanda più ampia:
chi ha costruito, finanziato e sostenuto il sistema che ha reso possibili quelle
violenze?
È proprio questo uno dei nodi che saranno affrontati a Berlino. Il procedimento
può offrire uno spazio per la ricerca di giustizia, ma anche diventare uno
strumento di organizzazione e di lotta fuori dalle aule giudiziarie. Al centro
ci sarà la partecipazione dei sopravvissuti, affinché non vengano ridotti al
ruolo di testimoni, ma possano essere protagonisti del percorso politico e
giudiziario.
La giornata sarà anche un’occasione per mettere in relazione questa esperienza
con altre lotte: quelle dei movimenti guidati da persone migranti, delle
comunità della diaspora africana, dei movimenti antirazzisti e delle realtà
impegnate contro le frontiere.
Una mostra multimediale accompagnerà l’incontro, riportando nello spazio
fotografie, testimonianze e materiali della Protesta dei 100 Giorni.
Non si tratta quindi di ricordare qualcosa che è finito cinque anni fa. Le
persone per cui si protestava allora sono ancora detenute. Le persone continuano
a essere intercettate in mare e riportate in Libia. Le violenze continuano.
E, come ribadisce Refugees in Libya, la lotta continua. “We want justice. We
want accountability. And we will keep coming back until our people are free.
Vogliamo giustizia. Vogliamo responsabilità. E continueremo a tornare finché la
nostra gente non sarà libera.”
Melting Pot Europa