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ALBANIA: LO STATO PAGA 4 MILIONI KANYE WEST PER EVITARE IL FLOP DEL CONCERTO. NUOVE PROTESTE, IL ‘MOVIMENTO DEI FENICOTTERI’ VUOLE LE DIMISSIONI DI EDI RAMA
In Albania non accennano a fermarsi le proteste popolari contro il progetto del maxi resort della famiglia Trump in un’area protetta. Al suo 41esimo giorno, la protesta si è ulteriormente infiammata per il concerto in Albania di Kanye West, rapper statunitense per cui il governo di Edi Rama ha dovuto stanziare 4milioni di euro di fondi pubblici al fine di non farlo saltare. Pochi i biglietti venduti nel Paese, con prezzi da capogiro: il valore medio del biglietto si aggira attorno ai 300 euro. Troppo per i giovani che da settimane sono in piazza contro il governo: “I pensionati vivono con 110 euro al mese, negli ospedali mancano attrezzature e medici, ma lui ha trovato i soldi all’ultimo minuto per un concerto”, fanno sapere dalla protesta dei “fenicotteri” che hanno indetto per oggi – giorno del concerto – nuove manifestazioni di piazza. Da due mesi la lotta contro la realizzazione del resort di lusso legato al genero di Trump, si è legata allo stato di crisi in cui versa il Paese, tra corruzione e speculazione, rendendo la protesta popolare e partecipata: la devastazione ambientale e lo sfruttamento dei territori, le grandi oligarchie che mettono le mani sui capitali albanesi si sono scontrati in queste settimane con le forti diseguaglianze ed emigrazione giovanile che si sono acuite nel Paese. La mobilitazione dei “fenicotteri” vuole ora le dimissioni di Edi Rama. Gli aggiornamenti con Marjo, bresciano di orinini albanesi militante del Collettivo Gardesano Autonomo che si trova in Albania. Ascolta o scarica.
July 11, 2026
Radio Onda d`Urto
La sindaca non piace
Il risultato era nell’aria. Adesso è certificato anche dal Governance Poll pubblicato recentemente dal Sole 24 Ore. Laura Castelletti precipita al 75° posto su 92 nella classifica dei sindaci italiani e, soprattutto, vede il proprio gradimento scendere sotto la soglia simbolica del 50 per cento. Qualcuno liquiderà il dato come […] L'articolo La sindaca non piace su Contropiano.
July 10, 2026
Contropiano
Basta ghetti: occupata la basilica di San Nicola a Bari
In questo momento un centinaio di braccianti del ghetto di Torretta Antonacci hanno occupato la basilica di San Nicola a Bari. I 30 milioni per Torretta Antonacci li avete persi voi: ora fondi contro le baracche e documenti per tutti Da questa mattina siamo dentro la basilica di San Nicola a Bari. Siamo un centinaio di braccianti e ci siamo rinchiusi qui, nel cuore di questa città, perché fuori nessuno ci ascolta. Veniamo dalle baracche di Torretta Antonacci, arriviamo dai campi dove alle sei del mattino stiamo già curvi sui filari. E da qui non ce ne andiamo finché il presidente della Regione Puglia Decaro e il governo Meloni non daranno un segnale chiaro e concreto: soluzioni vere contro le baracche, subito, e documenti per tutti. Non parole, non tavoli, non promesse. Atti. Perché occupiamo una chiesa? Perché è l’unico luogo di questa città dove la nostra vita vale ancora qualcosa. Per lo Stato non esistiamo: esistono le nostre braccia quando c’è da raccogliere il pomodoro e spariscono i nostri corpi quando c’è da darci un tetto, un documento, un nome. Il 30 giugno è scaduto il PNRR e con esso sono morti per sempre i 30 milioni di euro stanziati per il superamento di Torretta Antonacci, il più grande ghetto agricolo della Capitanata. Trenta milioni persi, bruciati. E non è stata la sfortuna, non è stata la burocrazia: siete stati voi. Torretta Antonacci non è arrivata “in ritardo” alla scadenza: l’avete esclusa voi, mentre il vostro commissario straordinario ammetteva davanti alla Corte dei Conti che i tempi non c’erano più. La Corte dei Conti aveva segnalato San Severo tra i casi critici d’Italia: cronoprogrammi impossibili, convenzioni mai firmate, cantieri mai aperti. Quattro anni di riunioni in Prefettura, tavoli tecnici, commissari, passerelle e fotografie. Risultato: zero alloggi, zero dignità, 30 milioni in fumo. Governo, Regione, Prefettura e Comune hanno scelto, ciascuno per la propria parte, di lasciarci nel ghetto. Perché un bracciante senza documenti e senza casa è un bracciante in ginocchio e un bracciante in ginocchio costa poco. Noi ci spezziamo la schiena a 40 gradi. Moriamo letteralmente di caldo e di fatica sotto il sole, ora dopo ora, cassone dopo cassone, per raccogliere i pomodori, gli ortaggi e la frutta che finiscono sulle vostre tavole. Il cibo che mangiate passa dalle nostre mani. Il made in Italy di cui vi riempite la bocca nei convegni sta in piedi sulle nostre schiene. E noi moriamo come foglie, uno a uno, nei campi e nelle baracche. Ad aprile è morto Alagie, a gennaio Mamadou e tanti altri fratelli d’estate muoiono per il caldo e d’inverno per il freddo. E lo diciamo forte: viviamo nelle baracche non perché siamo clandestini, ma perché ci avete resi ostaggi della vostra burocrazia. Abbiamo in tasca i permessi C3, i rinnovi e le richieste di asilo ferme da anni nelle questure e nelle commissioni. Lavoriamo, produciamo, mandiamo avanti l’agricoltura di questo Paese, e ci negate perfino un pezzo di carta. Ora basta: documenti per tutti, perché chi lavora questa terra ha il diritto di viverci da persona libera, non da fantasma ricattabile nelle mani dei caporali. E non provate a raccontarci che i fondi “torneranno in altra forma”. Senza uno stanziamento nazionale immediato, vincolato e verificabile, quei 30 milioni sono spariti per sempre e lo sapete. Noi la nostra proposta l’avevamo già messa sul tavolo: un villaggio progettato insieme agli abitanti, con percorsi di urbanistica partecipata, case vere, spazi comuni, dignità. L’avete ignorata, come avete ignorato noi. Ora ve la riportiamo dentro una cattedrale occupata. La pazienza è finita. L’occupazione della Cattedrale è solo l’inizio. Davanti a noi c’è la stagione della raccolta del pomodoro e noi siamo pronti a fermarla: scioperi nel pieno della raccolta, presidi permanenti sotto i palazzi del potere, blocchi e manifestazioni in tutta la Capitanata. Il cibo arriva sulle vostre tavole grazie alle nostre braccia: ricordatevi che quelle braccia possono fermarsi. Non usciremo da qui a mani vuote. Pretendiamo: * lo stanziamento immediato, con fondi nazionali, di risorse pari a quelle perse, vincolate al superamento reale di Torretta Antonacci e decise con noi, non sopra le nostre teste; * acqua, luce, servizi igienici e infrastrutture di base da subito nell’insediamento, perché nessuno può sopravvivere un’altra estate così; * documenti per tutti: sblocco immediato dei permessi, dei rinnovi e delle richieste di asilo ferme da anni, rilascio di un permesso biennale per ricerca occupazione; Non chiediamo carità: pretendiamo giustizia. Il tempo delle vostre promesse è scaduto il 30 giugno, insieme ai vostri fondi. Il tempo della nostra lotta comincia adesso. USB Braccianti Unione Sindacale di Base
July 4, 2026
Pressenza
Puntata del 30/06/2026@0
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Federico Giusti della CUB Pisa e del blog delegati e lavoratori sul discusso provvedimento del governo che introduce dal 1 luglio 2026 la CIG in caso di caldo estremo. con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati nel merito del provvedimento che tutela i lavoratori dalle situazioni climatiche eccezionali, ma con fondi dimezzati rispetto allo scorso anno e: * nonostante le ondate di calore fuori misura di queste settimane la copertura è prevista dal primo luglio * sono esclusi i rider, il settore della pesca, li stagionali del turismo, lavoratori autonomi, le partite Iva e tutte le categorie che non rientrano nel sistema degli ammortizzatori sociali richiamato dal decreto Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato le lotte dei lavoratori nel mondo della logistica piemontese. In collegamento telefonico con Fabio del SiCobas Piemonte siamo andati nello specifico a raccontare le vicende che hanno riguardato lo stabilimento in quel di Tortona di IN’S discount. Questi lavoratori, stanchi di turni di lavoro mal organizzati, ticket mensa di importo insufficiente ma soprattutto dei soprusi ai loro danni, agiti da un preposto che creava un clima di terrore all’interno dello stabilimento (oltre a che essere accusato dai lavoratori di veri e propri episodi di violenza fisica e razzismo), hanno deciso di mobilitarsi mettendosi in presidio davanti agli stabilimenti di IN’S con l’intento di bloccare il traffico delle merci. La loro iniziativa ha funzionato talmente bene, da rendere la loro lotta nota a tutta la clientela del marchio di discount, che non ha potuto per più di una settimana riempire gli scaffali dei loro punti vendita. Dopo varie fumate nere arrivate dopo i colloqui in prefettura, tentativi di sfondamento del picchetto da parte di camionisti, cariche della polizia a tutela dei padroni, i lavoratori e il sindacato di base, sono riusciti ad ottenere quello che volevano, confermando che in questo come in altri ambiti è solo la lotta che paga. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto tramite un contributo registrato preparato dalla redazione di Radio Blackout: Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione. AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18 Buon ascolto
Puntata del 30/06/2026@1
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Federico Giusti della CUB Pisa e del blog delegati e lavoratori sul discusso provvedimento del governo che introduce dal 1 luglio 2026 la CIG in caso di caldo estremo. con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati nel merito del provvedimento che tutela i lavoratori dalle situazioni climatiche eccezionali, ma con fondi dimezzati rispetto allo scorso anno e: * nonostante le ondate di calore fuori misura di queste settimane la copertura è prevista dal primo luglio * sono esclusi i rider, il settore della pesca, li stagionali del turismo, lavoratori autonomi, le partite Iva e tutte le categorie che non rientrano nel sistema degli ammortizzatori sociali richiamato dal decreto Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato le lotte dei lavoratori nel mondo della logistica piemontese. In collegamento telefonico con Fabio del SiCobas Piemonte siamo andati nello specifico a raccontare le vicende che hanno riguardato lo stabilimento in quel di Tortona di IN’S discount. Questi lavoratori, stanchi di turni di lavoro mal organizzati, ticket mensa di importo insufficiente ma soprattutto dei soprusi ai loro danni, agiti da un preposto che creava un clima di terrore all’interno dello stabilimento (oltre a che essere accusato dai lavoratori di veri e propri episodi di violenza fisica e razzismo), hanno deciso di mobilitarsi mettendosi in presidio davanti agli stabilimenti di IN’S con l’intento di bloccare il traffico delle merci. La loro iniziativa ha funzionato talmente bene, da rendere la loro lotta nota a tutta la clientela del marchio di discount, che non ha potuto per più di una settimana riempire gli scaffali dei loro punti vendita. Dopo varie fumate nere arrivate dopo i colloqui in prefettura, tentativi di sfondamento del picchetto da parte di camionisti, cariche della polizia a tutela dei padroni, i lavoratori e il sindacato di base, sono riusciti ad ottenere quello che volevano, confermando che in questo come in altri ambiti è solo la lotta che paga. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto tramite un contributo registrato preparato dalla redazione di Radio Blackout: Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione. AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18 Buon ascolto
Puntata del 30/06/2026@2
Il primo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Federico Giusti della CUB Pisa e del blog delegati e lavoratori sul discusso provvedimento del governo che introduce dal 1 luglio 2026 la CIG in caso di caldo estremo. con l’aiuto del nostro ospite siamo entrati nel merito del provvedimento che tutela i lavoratori dalle situazioni climatiche eccezionali, ma con fondi dimezzati rispetto allo scorso anno e: * nonostante le ondate di calore fuori misura di queste settimane la copertura è prevista dal primo luglio * sono esclusi i rider, il settore della pesca, li stagionali del turismo, lavoratori autonomi, le partite Iva e tutte le categorie che non rientrano nel sistema degli ammortizzatori sociali richiamato dal decreto Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata ha riguardato le lotte dei lavoratori nel mondo della logistica piemontese. In collegamento telefonico con Fabio del SiCobas Piemonte siamo andati nello specifico a raccontare le vicende che hanno riguardato lo stabilimento in quel di Tortona di IN’S discount. Questi lavoratori, stanchi di turni di lavoro mal organizzati, ticket mensa di importo insufficiente ma soprattutto dei soprusi ai loro danni, agiti da un preposto che creava un clima di terrore all’interno dello stabilimento (oltre a che essere accusato dai lavoratori di veri e propri episodi di violenza fisica e razzismo), hanno deciso di mobilitarsi mettendosi in presidio davanti agli stabilimenti di IN’S con l’intento di bloccare il traffico delle merci. La loro iniziativa ha funzionato talmente bene, da rendere la loro lotta nota a tutta la clientela del marchio di discount, che non ha potuto per più di una settimana riempire gli scaffali dei loro punti vendita. Dopo varie fumate nere arrivate dopo i colloqui in prefettura, tentativi di sfondamento del picchetto da parte di camionisti, cariche della polizia a tutela dei padroni, i lavoratori e il sindacato di base, sono riusciti ad ottenere quello che volevano, confermando che in questo come in altri ambiti è solo la lotta che paga. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il terzo approfondimento della serata lo abbiamo fatto tramite un contributo registrato preparato dalla redazione di Radio Blackout: Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione. AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18 Buon ascolto
Aggiornamento dal Villaggio delle Rose. Il Comune di Milano ci fa o ci è?
Il Comune di Milano si è arroccato nella posizione di padre padrone. Non dà segno di ascoltare le ragioni dei propri cittadini e sembra intenzionato a tirare diritto per la sua strada: sul Villaggio delle Rose passeranno le ruspe. Di fronte alla chiusura istituzionale mercoledì 1° luglio i residenti hanno organizzato una “festa” allo scopo di raccontare la loro storia e chiedere aiuto e protezione alla società civile. L’evento si è svolto in un’atmosfera di serenità e bellezza che non vedevo da tempo. Potrei raccontarvi dei discorsi pieni di pathos e amore di Dijana Pavlovic e Tony Deragna su un luogo che negli anni è diventato un simbolo di cultura e un esempio di comunità virtuosa; dell’antenato Tzigari che si unì alla Brigata Osoppo e partecipò alla Resistenza; di sua moglie Wilma che, rapita con l’inganno dai fascisti, sopravvisse a Dachau; del loro amore alla maniera “zingara” che fa sognare e trasuda libertà; o del monumento al porraimos, il divoramento, in memoria del genocidio subito dal popolo rom e sinti – una ruota circondata da tre steli posizionata all’ingresso del villaggio che è una delle tappe di commemorazione dell’annuale “partigiano in ogni quartiere”. O potrei riferirvi il discorso riconoscente di Michela Fiori, rappresentante di Anpi Stradera-Gratosoglio, a Tzigari e ai suoi discendenti (attivi antifascisti del Villaggio delle Rose); o parlarvi di Isabella May, docente dell’Accademia di Brera, che con altri artisti ha abbellito la recinzione dell’opera “Vietato strappare le rose” (!) e dato vita a un vivace laboratorio molto apprezzato dai più piccoli. Oltre a pitture e stencil, fili rosso-fuoco si sono dipanati dal cancello agli alberi toccando con delicatezza il monumento.  Rappresentano l’intrepido e lungo viaggio che nei secoli ha portato il gruppo rom a un luogo dove gli è piaciuto radicarsi. Potrei parlare della musica dal ritmo italo-balcanico offerta dallo storico gruppo milanese degli “Ottoni a Scoppio”– a cui è stato difficile resistere dal saltare in pista e di quando tutti insieme abbiamo cantato “Bella Ciao”. Alle prime battute ho visto accorrere bambini con visi e mani sporchi di pittura per unirsi ai cantori; sapevano che quello era un momento sacro della comunità; al termine sono tornati all’attività artistica. Potrei dirvi che persino il cielo, di questi tempi così bizzarro ed elettrico, si era rasserenato colorandosi di nuvole rosa e di come la frescura avesse avvolto la piccola corte, o riferirvi una nota di costume sui componenti a quattro zampe del villaggio, di come anche loro partecipassero alla festa. Uno in particolare, di nome Orso, è stato molto impegnato a vezzeggiare la giovane consigliera Francesca Cucchiara, di AVS (insieme con un collega, l’unica ad aver accettato di partecipare all’evento e a esprimersi in favore dei rom), che, potrei giurarci, stava dando il suo contributo alla causa, avendo ben capito il pericolo che incombe sulla famiglia. Orso è uno di quei cagnolini piccoli e buffi, dotati di occhi dolcissimi a cui è impossibile resistere. Per ognuno di loro si potrebbe scrivere un pezzo, ma purtroppo a tanta bellezza si oppone una stupidità (burocratica? Espressione del male?) su cui occorre ragionare. Riassumo la vicenda: il Comune di Milano concesse a tempo indeterminato un’area nella campagna a sud della città e lì le famiglie rom hanno costruito il loro villaggio. Poco più di un anno fa il Comune, sulla base di un’ideologia definita “superamento del campo”, ha proposto agli abitanti di traslocare nelle case popolari. Tale soluzione non rispetta minimamente il loro diritto a essere una comunità culturale specifica – verrebbero infatti smembrati – e poi loro le case ce le hanno. E, detto tra noi, promuovere l’integrazione definendola “superamento del campo” ricorda le boarding school americane con cui, per buona parte del secolo scorso si è dato il colpo di grazia alla cultura nativa. Il governo, non l’attuale, recentemente ha chiesto scusa, ma quando la frittata è fatta non si torna indietro. Il sopruso culturale è stato però superato dall’emergenza ecologica. E qui arriviamo agli ultimi eventi occorsi tra le due parti. L’istituzione, dopo aver abbandonato il tavolo delle trattative civili, comunica attraverso burocratiche pec con le quali ha concesso trenta giorni per lasciare le case. La nuova motivazione addotta è: “necessaria bonifica del terreno”. Ben più cogente e meno attaccabile, almeno in apparenza, dell’ideologico “superamento del campo”. Ma poniamoci una semplice domanda. Chi ha inquinato l’area? Il problema sembrerebbe trovarsi a circa due metri sotto terra tra i detriti che furono buttati da chi pavimentò il terreno a suo tempo, cioè il Comune. In linea di principio sarebbe giusto che chi ha fatto il danno rimediasse, ma non a scapito della vita delle ignare vittime. Il Comune infatti non solo non considera la proposta di bonificare e poi ricostruire appaltando ad una cooperativa edile rom, rifiuta anche di stanziare un giusto risarcimento a chi perderà la casa. Per l’istituzione pubblica c’è solo una soluzione: casa popolare in un futuro non meglio definito, oppure cittadino arrangiati. A ripensarci mi ribolle il sangue; accendo Radio Popolare per distrarmi. Guarda caso sta andando in onda un servizio sulle case popolari di Milano. Un rappresentante dei quartieri Calvairate e Molise racconta che i topi sono talmente tanti che bisogna stare attenti a camminare nei cortili perché aggrediscono e mordono. I bambini sono terrorizzati. È una vera e propria emergenza sanitaria che coinvolge migliaia di cittadini ma l’Aler (ufficio del Comune!) è assente. Gli abitanti hanno appena concluso un rumoroso sit-in di fronte alla sede principale, ma almeno per ora hanno ottenuto poco e niente; le risposte vanno verso la brutta china dello scaricabarile (ad aziende private appaltatrici). Tra me e me penso: il Comune è troppo impegnato in un gravissima operazione di bonifica ambientale a sud di Milano, non può perdere tempo con un caso di infestazione da topi… che avrebbe poi da guadagnarci? Nulla; solo da spenderci. Al contrario, tutti ci chiediamo quali sono i piani del post-bonifica. Un nuovo smart quartiere a due passi dai Navigli circondato da ameni boschetti? Un ramo del megadatacenter per incrementare l’IA che si vuole costruire giustappunto tra Milano e Pavia? Caro sindaco e cari assessor, vogliamo saperlo! Foto di Antonietta Lo Bosco e Marina Serina Marina Serina
July 2, 2026
Pressenza
La diaspora si unisce alla Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania: il diritto a migrare, a tornare e a non essere costretti a partire, il dovere di resistere
Sabato 20 giugno, mentre il mondo ricordava la Giornata Mondiale del Rifugiato, la diaspora albanese è tornata a riempire le strade di Tirana, unendosi alla Rivoluzione dei Fenicotteri. Albanesi dall’Europa e dal Regno Unito, dagli Stati Uniti e dal Canada, ma anche da molti altri Paesi si sono uniti alla ventunesima giornata consecutiva di protesta, la giornata più partecipata nella storia del Paese. Nel mondo per l’occasione vengono ricordate milioni di persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni, povertà, crisi climatiche e distruzione dei propri territori. Per il popolo albanese il tema della migrazione è qualcosa di vivo, memore e tangibile. “Valixhet tona kanë ëndrra të thyera, të lidhura me fije pa fund” [Le nostre valigie portano sogni spezzati, legati da fili infiniti] scriveva una giovane in un cartello. Sull’altra faccia dello stesso cartellone si leggeva: “Valixhet e pushtetarëve kanë miliona. Ato nuk njohin as mund, kufi, as turp”, ossia: “Le valigie dei potenti contengono milioni e non conoscono né fatica, né confini, né vergogna”.  Su un altro c’era scritto “Na keni ndarë nga prindërit, por nga atdheu nuk na shkulni dot” (Ci avete separati dai genitori, ma dalla madrepatria non riuscirete a sradicarci). In queste frasi c’è la memoria di generazioni cresciute tra partenze, famiglie separate tra Paesi e continenti, che conoscono il dolore della distanza, il mall, la nostalgia, ma che rifiutano di essere trattate come assenti. Le immagini dei barconi degli anni Novanta, le partenze da Durrës e Valona, le frontiere chiuse, i visti negati, le attese infinite, lo stigma di essere “albanese”, le espulsioni e lo sfruttamento subito nel Paese di arrivo. La tragedia di Otranto, quando la Katër i Radës, partita dal porto di Valona, affondò dopo la collisione con la nave militare italiana Sibilla, nel marzo 1997. Poco prima il governo italiano aveva imposto il blocco navale per fermare le masse di migranti che scappavano dopo il collasso politico, economico e sociale prodotto dal crollo delle piramidi finanziarie, sistemi speculativi cresciuti con la tolleranza, la complicità e l’incapacità delle élite al potere di proteggere la popolazione. Milioni di risparmi dei cittadini andarono in fumo e l’Albania precipitò in una quasi guerra civile dove persero la vita circa 2.000 persone. Anche per questo Sazan, Valona e il Canale d’Otranto sono luoghi di memoria migrante e di resistenza. Da quella costa, negli anni Novanta, tante persone guardarono verso l’Italia perché la propria terra era stata resa invivibile da crisi, corruzione, saccheggio e assenza di speranza. La partecipazione numerosa alla manifestazione del 20 giugno di immigrati tornati solo per l’occasione ha ribadito che nessuno emigra davvero per scelta, nessuno dimentica la propria terra, nessuno smette di desiderare una casa in cui poter restare. Chi parte spesso lo fa perché è stato privato delle condizioni per vivere con dignità nel luogo in cui è nato. La diaspora non è marginale nella storia dell’Albania: ne è parte viva e una delle sue colonne portanti. L’Albania è oggi uno dei Paesi europei con una delle più alte proporzioni di popolazione all’estero rispetto a quella residente. Secondo il Migration Policy Institute, nel 2025 circa 2,3 milioni di cittadini albanesi vivevano fuori dal Paese, quasi la metà del totale. Altre stime parlano di una diaspora di oltre 1,2 milioni di persone nel 2024, pari a circa il 51% della popolazione residente. Il dato diventa ancora più drammatico se confrontato con la popolazione che vive oggi in Albania. L’INSTAT stima che al 1° gennaio 2026 la popolazione residente sia scesa a 2.335.930 abitanti. Il censimento 2023 aveva già registrato circa 420 mila residenti in meno rispetto al 2011. Secondo dati riportati da BalkanWeb sulla base di elaborazioni Eurostat/Monitor, solo tra il 2021 e il 2024 almeno 180 mila persone hanno lasciato il Paese, senza includere del tutto i dati di Grecia e Regno Unito. In tredici anni di governo Rama (3 mandati), l’emigrazione non solo non si è fermata, ma ha continuato a colpire nuove famiglie, comunità marginalizzate, giovani, studenti e professionisti: il 62% di chi è emigrato aveva meno di 35 anni. Eppure questa stessa diaspora continua a sostenere l’Albania, spesso svolgendo le funzioni non garantite dallo Stato: le rimesse che vanno fino al 4,5% del PIL (per le famiglie riceventi coprono in media il 41% del reddito), il sostegno alle spese quotidiane, alle cure mediche o all’ospitalità in caso di trattamenti all’estero, la fornitura di farmaci mancanti o inaccessibili, il diritto allo studio. Per molte famiglie, la diaspora rappresenta una forma concreta di welfare. Oggi però questa stessa diaspora non guarda più l’Albania da lontano e in modo solo assistenziale. Dall’anno scorso ha finalmente potuto esercitare anche il diritto di voto dall’estero, un diritto sancito dalla Costituzione senza distinzione di residenza. Grazie ai voli low cost, ai social media, alle competenze acquisite, alle reti costruite, ai legami familiari mai interrotti e a un diverso potere d’acquisto, la diaspora albanese torna, partecipa, prende spazio e parola. La mobilitazione albanese ormai trascende la sola questione ambientale: è diventata una battaglia per la democrazia, contro la privatizzazione dei beni comuni, la corruzione e l’esclusione di intere generazioni dalle decisioni sul proprio futuro. È naturale che si parli di migrazione nelle piazze albanesi: quasi ogni persona in piazza ha in famiglia qualcuno immigrato e si comprende meglio la colonizzazione in atto e le strutture di sudditanza e corruzione in atto in Albania e oltre. Il 20 giugno questo legame è diventato ancora più evidente, non solo perché coincideva con la Giornata del Rifugiato e con tre settimane di protesta, ma perché è stata anche la giornata più partecipata dall’inizio della mobilitazione. I corpi, le voci e la storia delle persone migrate riempivano i viali di Tirana per rendere visibile il meccanismo che produce l’esilio: si svuotano i territori e le persone che li abitano dei loro diritti; si privatizzano beni comuni, spazi pubblici, coste, lagune e montagne; si rende precario il diritto alla casa, alla salute, all’istruzione e al futuro; si rendono invivibili le città e l’aria e poi si presenta l’emigrazione come scelta individuale. Per questo la partecipazione massiccia della diaspora è stata una forma di giustizia, di resistenza e di rivendicazione. La piazza della Rivoluzione dei Fenicotteri dimostra che nessun popolo dovrebbe essere costretto a scegliere tra emigrare e vedere la propria terra venduta. Nessun ecosistema dovrebbe essere sacrificato in nome di un turismo che arricchisce pochi e lascia dietro di sé precarietà, cemento e perdita di accesso ai beni comuni. La diaspora torna anche per usare il privilegio della migrazione a sostegno di chi è rimasto. Torna per resistere insieme. Torna per dire che l’Albania non è una merce, né è una colonia turistica, una zona di detenzione di migranti per l’Europa, una terra vuota da scoprire o in attesa di investitori. La Rivoluzione dei Fenicotteri parla anche di libertà: “Për liri fluturojmë, për dinjitet qëndrojmë” [Migrare per la libertà, restare per la dignità]. E per questo, nella Giornata Mondiale del Rifugiato, la diaspora albanese ha portato una rivendicazione più ampia: ogni persona deve essere libera di migrare, ma anche libera di non dover migrare. La diaspora torna per affermare che non si contribuisce all’Albania solo fungendo da Stato fuori dallo Stato attraverso le rimesse, le vacanze e i simboli e che il patriottismo è anche responsabilità, giustizia, territorio e futuro. Fioralba Duma, attivista italo-albanese di Italiani Senza Cittadinanza e dei collettivi albanesi “Mesdhe” e “Palestina e lire”.   Redazione Italia
June 24, 2026
Pressenza
Il presidio delle Libere Cittadine a Montecitorio: la resistenza quotidiana della “Sumud” nel cuore di Roma
Alle soglie di Palazzo Montecitorio, nel cuore pulsante delle istituzioni italiane, sorge il nostro presidio che trascende la mera protesta per farsi avamposto di resistenza politica e civile. Nato spontaneamente da cittadine e cittadini romani che stanchi di scrollare video agghiaccianti sul proprio cellulare, hanno scelto di fare della propria presenza fisica una barricata contro l’oblio e l’indifferenza istituzionale. Cerchiamo giorno dopo giorno, di prendere esempio dai palestinesi, con la nostra testimonianza di Sumud, termine arabo che incarna l’essenza della resilienza e della ferma determinazione nel rimanere saldi sulla propria terra e nei propri principi, opponendosi strenuamente all’ingiustizia e all’oppressione. Non ci sostituiremo mai al popolo palestinese, ma cerchiamo di essere anche la loro voce, proprio come vogliono loro. Il fulcro di questa mobilitazione risiede nella perentorietà delle nostre richieste: esigere dal governo italiano una presa di posizione inequivocabile che vada ben oltre le dichiarazioni di facciata. Richiediamo l’immediata cessazione di ogni rapporto diplomatico, commerciale e militare con Israele. I collegamenti logici ed etici delle nostre azioni sono nitidi e complessi. Noi denunciamo il regime di apartheid e il genocidio, ponendo l’accento sulla tragica condizione di oltre diecimila prigionieri palestinesi, tra i quali donne, bambini e molti sanitari, detenuti nelle carceri israeliane, spesso sottoposti a pratiche disumane. Tali pratiche sono inferte per fiaccare l’indomabile spirito di resistenza dei palestinesi rappresentato da figure emblematiche, come Marwan Barghouti, che lottano per l’autodeterminazione del loro popolo anche all’interno dei centri di tortura. Inoltre, il presidio si fa regolarmente megafono per il supporto ad azioni umanitarie internazionali, come le missioni della “Global Sumud Flotilla”, e in solidarietà ai giornalisti e reporter che pagano con la vita o con la censura il dovere di documentare il conflitto. Il nostro operato non si esaurisce nello stazionamento passivo o nella declamazione di slogan. Cerchiamo di attuare un lavoro meticoloso di contro-informazione e sensibilizzazione del corpo sociale. Attraverso letture pubbliche – come la snervante e dolorosa recitazione dei nomi delle vittime, l’esposizione di striscioni, il volantinaggio e persino forme di protesta creativa con performance che possano attirare l’attenzione di tutti, cercando di sfidare la narrazione dominante. Ci diamo da fare ogni giorno per scuotere la “politeia” italiana, attiriamo non solo l’attenzione dei passanti, ma anche dei funzionari o legislatori per farli confrontare con le immagini del dramma palestinese. Abbiamo creato mozioni una petizione che chiede al presidente della Repubblica di farsi garante effettivo dell’articolo 2 della Costituzione “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” e del diritto-dovere di solidarietà in esso enunciato per l’appoggio che difendono il diritto di manifestare il dissenso, quando siamo stati attaccati dai vari DDL sicurezza. Siamo anche nella rete “Roma sa da che parte stare” per la raccolta che ha visto la firma di più di 15.000 romani per chiedere al sindaco della capitale la revoca di tutti gli accordi con Israele, nonché il loro monitoraggio. La nostra esperienza sul campo è tutt’altro che scevra da pericoli e intimidazioni. Il presidio è diventato, in più occasioni, teatro di tensioni, molte volte abbiamo subito la virulenta intolleranza di sionisti, di frange filo-israeliane o di contestatori di passaggio. Spesso abbiamo avuto occasione di parlare con soldati che militano nelle file dell’IDF e non sono mancati episodi di aggressione verbale e fisica di individui che miravano con violenza e di azioni volte a danneggiare, oltraggiandole, le foto dei bambini gazawi trucidati, posate da noi, sull’asfalto. Il nostro presidio è anche un abbraccio costante di umanità che ha voglia di condividere il dolore di ciò che accade. Sono molte le persone che per turismo passano nel cuore di Roma e si fermano entusiaste nel vedere che un gruppo manifesta per il popolo palestinese, allora si creano connessioni di pura solidarietà e sono sempre emozioni belle e forti. Nonostante le intimidazioni, continuiamo a presidiare l’emiciclo, a difendere i diritti umani calpestati, essendo consapevoli che la resistenza pacifica richiede coraggio morale ed impegno constante ma è proprio quello che continueremo a fare, cercando di impegnarci al meglio e sempre a fianco alle sorelle e fratelli palestinesi fino alla vittoria. Redazione Roma
June 19, 2026
Pressenza
Nuovi OGM, no alla deregulation
Ieri ha votato la Commissione ENVI. La deregulation è passata in pochi minuti. Il testo approvato elimina: * l’etichettatura obbligatoria per i consumatori * molti controlli scientifici di sicurezza * le tutele sui brevetti delle sementi, aprendo la strada alle grandi multinazionali (Bayer-Monsanto, Corteva, Syngenta, BASF) Il voto è durato appena 10 minuti perché è stata scelta una procedura che ha impedito di votare i singoli emendamenti. Oggi manifestazione davanti al Parlamento Europeo a Strasburgo. Domani, 17 giugno, il voto finale al Parlamento Europeo. Fate girare questo messaggio. Fate sentire la vostra voce! Partecipate: https://www.blacked-out-ingredients.eu/it/start/ Lapo Cianferoni, ex presidente della Società Biodinamica   Redazione Italia
June 16, 2026
Pressenza