La diaspora si unisce alla Rivoluzione dei Fenicotteri in Albania: il diritto a migrare, a tornare e a non essere costretti a partire, il dovere di resistereSabato 20 giugno, mentre il mondo ricordava la Giornata Mondiale del Rifugiato,
la diaspora albanese è tornata a riempire le strade di Tirana, unendosi alla
Rivoluzione dei Fenicotteri. Albanesi dall’Europa e dal Regno Unito, dagli Stati
Uniti e dal Canada, ma anche da molti altri Paesi si sono uniti alla ventunesima
giornata consecutiva di protesta, la giornata più partecipata nella storia del
Paese.
Nel mondo per l’occasione vengono ricordate milioni di persone costrette a
fuggire da guerre, persecuzioni, povertà, crisi climatiche e distruzione dei
propri territori. Per il popolo albanese il tema della migrazione è qualcosa di
vivo, memore e tangibile.
“Valixhet tona kanë ëndrra të thyera, të lidhura me fije pa fund” [Le nostre
valigie portano sogni spezzati, legati da fili infiniti] scriveva una giovane in
un cartello. Sull’altra faccia dello stesso cartellone si leggeva: “Valixhet e
pushtetarëve kanë miliona. Ato nuk njohin as mund, kufi, as turp”, ossia: “Le
valigie dei potenti contengono milioni e non conoscono né fatica, né confini, né
vergogna”. Su un altro c’era scritto “Na keni ndarë nga prindërit, por nga
atdheu nuk na shkulni dot” (Ci avete separati dai genitori, ma dalla madrepatria
non riuscirete a sradicarci).
In queste frasi c’è la memoria di generazioni cresciute tra partenze, famiglie
separate tra Paesi e continenti, che conoscono il dolore della distanza, il
mall, la nostalgia, ma che rifiutano di essere trattate come assenti. Le
immagini dei barconi degli anni Novanta, le partenze da Durrës e Valona, le
frontiere chiuse, i visti negati, le attese infinite, lo stigma di essere
“albanese”, le espulsioni e lo sfruttamento subito nel Paese di arrivo. La
tragedia di Otranto, quando la Katër i Radës, partita dal porto di Valona,
affondò dopo la collisione con la nave militare italiana Sibilla, nel marzo
1997. Poco prima il governo italiano aveva imposto il blocco navale per fermare
le masse di migranti che scappavano dopo il collasso politico, economico e
sociale prodotto dal crollo delle piramidi finanziarie, sistemi speculativi
cresciuti con la tolleranza, la complicità e l’incapacità delle élite al potere
di proteggere la popolazione. Milioni di risparmi dei cittadini andarono in fumo
e l’Albania precipitò in una quasi guerra civile dove persero la vita circa
2.000 persone. Anche per questo Sazan, Valona e il Canale d’Otranto sono luoghi
di memoria migrante e di resistenza. Da quella costa, negli anni Novanta, tante
persone guardarono verso l’Italia perché la propria terra era stata resa
invivibile da crisi, corruzione, saccheggio e assenza di speranza.
La partecipazione numerosa alla manifestazione del 20 giugno di immigrati
tornati solo per l’occasione ha ribadito che nessuno emigra davvero per scelta,
nessuno dimentica la propria terra, nessuno smette di desiderare una casa in cui
poter restare. Chi parte spesso lo fa perché è stato privato delle condizioni
per vivere con dignità nel luogo in cui è nato.
La diaspora non è marginale nella storia dell’Albania: ne è parte viva e una
delle sue colonne portanti. L’Albania è oggi uno dei Paesi europei con una delle
più alte proporzioni di popolazione all’estero rispetto a quella residente.
Secondo il Migration Policy Institute, nel 2025 circa 2,3 milioni di cittadini
albanesi vivevano fuori dal Paese, quasi la metà del totale. Altre stime parlano
di una diaspora di oltre 1,2 milioni di persone nel 2024, pari a circa il 51%
della popolazione residente. Il dato diventa ancora più drammatico se
confrontato con la popolazione che vive oggi in Albania. L’INSTAT stima che al
1° gennaio 2026 la popolazione residente sia scesa a 2.335.930 abitanti. Il
censimento 2023 aveva già registrato circa 420 mila residenti in meno rispetto
al 2011. Secondo dati riportati da BalkanWeb sulla base di elaborazioni
Eurostat/Monitor, solo tra il 2021 e il 2024 almeno 180 mila persone hanno
lasciato il Paese, senza includere del tutto i dati di Grecia e Regno Unito. In
tredici anni di governo Rama (3 mandati), l’emigrazione non solo non si è
fermata, ma ha continuato a colpire nuove famiglie, comunità marginalizzate,
giovani, studenti e professionisti: il 62% di chi è emigrato aveva meno di 35
anni.
Eppure questa stessa diaspora continua a sostenere l’Albania, spesso svolgendo
le funzioni non garantite dallo Stato: le rimesse che vanno fino al 4,5% del PIL
(per le famiglie riceventi coprono in media il 41% del reddito), il sostegno
alle spese quotidiane, alle cure mediche o all’ospitalità in caso di trattamenti
all’estero, la fornitura di farmaci mancanti o inaccessibili, il diritto allo
studio. Per molte famiglie, la diaspora rappresenta una forma concreta di
welfare.
Oggi però questa stessa diaspora non guarda più l’Albania da lontano e in modo
solo assistenziale. Dall’anno scorso ha finalmente potuto esercitare anche il
diritto di voto dall’estero, un diritto sancito dalla Costituzione senza
distinzione di residenza. Grazie ai voli low cost, ai social media, alle
competenze acquisite, alle reti costruite, ai legami familiari mai interrotti e
a un diverso potere d’acquisto, la diaspora albanese torna, partecipa, prende
spazio e parola.
La mobilitazione albanese ormai trascende la sola questione ambientale: è
diventata una battaglia per la democrazia, contro la privatizzazione dei beni
comuni, la corruzione e l’esclusione di intere generazioni dalle decisioni sul
proprio futuro.
È naturale che si parli di migrazione nelle piazze albanesi: quasi ogni persona
in piazza ha in famiglia qualcuno immigrato e si comprende meglio la
colonizzazione in atto e le strutture di sudditanza e corruzione in atto in
Albania e oltre. Il 20 giugno questo legame è diventato ancora più evidente, non
solo perché coincideva con la Giornata del Rifugiato e con tre settimane di
protesta, ma perché è stata anche la giornata più partecipata dall’inizio della
mobilitazione.
I corpi, le voci e la storia delle persone migrate riempivano i viali di Tirana
per rendere visibile il meccanismo che produce l’esilio: si svuotano i territori
e le persone che li abitano dei loro diritti; si privatizzano beni comuni, spazi
pubblici, coste, lagune e montagne; si rende precario il diritto alla casa, alla
salute, all’istruzione e al futuro; si rendono invivibili le città e l’aria e
poi si presenta l’emigrazione come scelta individuale.
Per questo la partecipazione massiccia della diaspora è stata una forma di
giustizia, di resistenza e di rivendicazione. La piazza della Rivoluzione dei
Fenicotteri dimostra che nessun popolo dovrebbe essere costretto a scegliere tra
emigrare e vedere la propria terra venduta. Nessun ecosistema dovrebbe essere
sacrificato in nome di un turismo che arricchisce pochi e lascia dietro di sé
precarietà, cemento e perdita di accesso ai beni comuni.
La diaspora torna anche per usare il privilegio della migrazione a sostegno di
chi è rimasto. Torna per resistere insieme. Torna per dire che l’Albania non è
una merce, né è una colonia turistica, una zona di detenzione di migranti per
l’Europa, una terra vuota da scoprire o in attesa di investitori.
La Rivoluzione dei Fenicotteri parla anche di libertà: “Për liri fluturojmë, për
dinjitet qëndrojmë” [Migrare per la libertà, restare per la dignità]. E per
questo, nella Giornata Mondiale del Rifugiato, la diaspora albanese ha portato
una rivendicazione più ampia: ogni persona deve essere libera di migrare, ma
anche libera di non dover migrare.
La diaspora torna per affermare che non si contribuisce all’Albania solo
fungendo da Stato fuori dallo Stato attraverso le rimesse, le vacanze e i
simboli e che il patriottismo è anche responsabilità, giustizia, territorio e
futuro.
Fioralba Duma, attivista italo-albanese di Italiani Senza Cittadinanza e dei
collettivi albanesi “Mesdhe” e “Palestina e lire”.
Redazione Italia