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Negli Stati Uniti la protesta dal basso ha già bloccato oltre 70 progetti di data center
Almeno 75 progetti di data center, i capannoni pieni di server che fanno funzionare l’intelligenza artificiale, sono stati bloccati o rinviati negli USA nei primi tre mesi del 2026 per l’opposizione delle comunità locali, per circa 130 miliardi di dollari di investimenti. Li ha contati Data Center Watch, il progetto della società di ricerca 10a Labs che segue i progetti contestati dai residenti, secondo cui si tratta della «più grande concentrazione in un singolo trimestre mai registrata», pari al valore di tutto il 2025. Solo tra aprile e giugno l’osservatorio ne ha registrati altri 45, per quasi 68 miliardi. Un numero complessivo preciso, però, non esiste e le due cifre di Data Center Watch non possono essere sommate perché molti progetti fermati nel primo trimestre sono rimasti contestati anche nel secondo. Il conteggio fa distinzione anche tra progetti bloccati, cioè ritirati dopo le proteste, e progetti solo rinviati, che possono ancora ripartire. A confermare la tendenza è un’inchiesta del Financial Times, che cita il conteggio della società RegLayers: almeno 47 grandi progetti rinviati, ritirati o bocciati dall’inizio dell’anno. È una stima prudente, perché considera solo i progetti più grandi, e comprende anche quelli fermati da permessi negati o da difficoltà di finanziamento. Secondo la stessa inchiesta, quest’anno oltre mille comunità locali hanno tentato di introdurre moratorie, cioè sospensioni temporanee delle nuove costruzioni, o altri limiti. Intanto i gruppi locali di opposizione sono più che raddoppiati rispetto alla fine del 2025 e sono presenti in 49 Stati su 50. Dietro i numeri ci sono storie di piccoli centri. Ad Archbald, cittadina della Pennsylvania di circa 7.500 abitanti, il 27 marzo il Consiglio Comunale ha respinto un complesso di 18 edifici proposto dalla texana Provident Realty Advisors, davanti a circa 200 residenti. La legge statale imponeva di votare entro quel giorno, altrimenti il progetto sarebbe stato approvato in automatico. Gli abitanti temevano rumore, inquinamento luminoso e dell’aria, la perdita di habitat naturali e il calo del valore delle case. «Non corrisponde alla retorica del “buon vicino” che continuano a propinarci» ha detto la residente Janessa Bednash a DeSmog. A Hoffman Estates, alla periferia di Chicago, settimane di mobilitazione hanno spinto l’1 luglio la società Karis Critical a ritirare la richiesta di trasformare 186 acri, circa 75 ettari, di terreni residenziali in area industriale. I residenti avevano scoperto che il Comune discuteva il progetto con l’azienda da un anno e mezzo e che negli atti pubblici non c’erano studi ambientali né dati sul consumo d’acqua. Chi si oppone contesta i consumi di elettricità e il conseguente aumento delle bollette, l’acqua usata per raffreddare i server, il rumore e le scarse ricadute positive sul territorio. Sulle bollette i timori hanno una base documentata. Nella rete gestita da PJM, l’operatore che porta l’elettricità a 13 Stati dell’est e del Midwest, il controllore indipendente del mercato ha calcolato che la domanda dei data center, esistente e prevista, ha fatto salire di 23,1 miliardi di dollari i pagamenti per la “capacità”, cioè le somme versate alle centrali per garantire che ci sia abbastanza potenza disponibile nei momenti di picco. Solo nelle ultime due aste, 13,8 miliardi sono finiti direttamente nelle bollette, e nei primi tre mesi del 2026 il costo all’ingrosso dell’elettricità è cresciuto del 75,5% rispetto a un anno prima. La mobilitazione, come avevamo raccontato, è poi passata dalle assemblee comunali ai parlamenti statali tanto che, nelle prime sei settimane dell’anno sono state depositate oltre 300 proposte di legge sui data center e in 14 Stati, su iniziativa sia di democratici sia di repubblicani, è stata proposta una moratoria statale. Lo Stato di New York ha sospeso per un anno i nuovi impianti più grandi, mentre in Maine la moratoria approvata dal parlamento è stata bloccata dal veto della governatrice democratica Janet Mills. Washington spinge nella direzione opposta. La Casa Bianca ha ordinato alle agenzie federali di accelerare i permessi per data center e centrali, e il senatore repubblicano Tom Cotton ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare se dietro gli attivisti ci siano potenze straniere con presunti interessi nel rallentare la proliferazione di queste strutture. Il 9 ottobre la FERC, l’autorità federale che regola le reti elettriche, ha approvato la creazione di un registro dei grandi consumatori da almeno 50 megawatt nella rete PJM, che raccoglierà date di allacciamento e fabbisogno di potenza dei nuovi impianti. Gli stop si sommano ai dubbi degli analisti. Secondo la banca d’investimento Bernstein, solo il 35% dei data center annunciati negli Stati Uniti è davvero realizzabile. La protesta, intanto, ha attraversato l’oceano. In Lombardia è nata a settembre la prima rete dal basso contro i data center, che ha già frenato due impianti e l’11 ottobre ha portato in piazza a Milano la richiesta di una moratoria. Pochi giorni dopo il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana ha annunciato una modifica della legge regionale, mentre il governo va nella direzione opposta e ha dimezzato i tempi della valutazione ambientale per i nuovi impianti.   L'Indipendente
October 22, 2026
Pressenza
Milano, il mattone e l’inclusione: i rom devono andarsene, gli interessi immobiliari possono restare
A Milano ci sono case che esistono da oltre vent’anni ma devono scomparire e case che esistono soltanto nei progetti, ma hanno già un posto nel futuro della città. Le prime appartengono ai rom del Villaggio delle Rose a Chiesa Rossa. Le seconde compaiono nei progetti immobiliari intorno a Cascina Basmetto, poco distante. Mettere queste due storie una accanto all’altra permette di guardare la vicenda di Chiesa Rossa da un’angolazione rimasta fuori dal dibattito. Il Villaggio delle Rose è un insediamento autorizzato e allestito dal Comune. Le famiglie hanno acquistato le proprie abitazioni prefabbricate, le hanno sistemate, ci hanno cresciuto figli e nipoti. Quando, nel dicembre 2024, l’amministrazione ha deciso il «superamento» del campo, gli abitanti hanno proposto una cooperativa a proprietà indivisa: mettere in comune le case, assumersi la gestione del villaggio, realizzare gli adeguamenti necessari con risorse proprie. Sessantatré famiglie hanno formalizzato il proprio interesse. È stato coinvolto l’architetto Giovanni La Varra, è stato elaborato un progetto e sono stati raccolti fondi. Festa di compleanno al Villaggio delle Rose Una proposta che prende sul serio proprio l’obiettivo dichiarato dal Comune: superare il campo. Trasformare un luogo amministrato come un problema sociale in una comunità che governa il proprio abitare. Il Comune ha aperto il confronto. Poi il percorso si è arenato sulla questione ambientale. La presenza di contaminanti nel sottosuolo è stata presentata come ragione per sgomberare l’intera area, ma nella risposta ricevuta dalla comunità, ARPA ha chiarito che non esiste un divieto generale di effettuare la caratterizzazione in presenza di persone, purché siano garantite le condizioni di sicurezza. Bisogna dunque stabilire come eseguire le indagini e quali precauzioni adottare. L’obbligo tecnico di mandare via tutti non esiste. Gli abitanti chiedono di conoscere i dati prima di perdere le case. Fare la caratterizzazione, valutare il rischio, capire se e dove occorra intervenire, riprendere il progetto della cooperativa sulla base dei risultati. Nel frattempo, il Comune assegna con insistenza 60 alloggi temporanei a famiglie che un’abitazione la possiedono già. In una città attraversata dall’emergenza abitativa, con quasi 500 famiglie in attesa di un alloggio SAT, anche questa scelta merita una spiegazione. Nel racconto pubblico tornano criminalità, degrado, bambini che non vanno a scuola. Gli episodi di criminalità vanno affrontati individuando i responsabili. È folle pensare che un criminale smetta di essere criminale se lo si mette in una casa popolare. Le difficoltà scolastiche vanno ricostruite insieme alla soppressione dello scuolabus, alle richieste delle famiglie di ripristinarlo e ai molti progetti inutili e strafinanziati negli anni, che sono serviti a tutti meno che ai bambini e ai genitori. Le condizioni ambientali vanno lette anche attraverso le denunce formali degli abitanti contro gli sversamenti intorno al campo commessi da quelli che arrivano da fuori e i solleciti per ottenere interventi sulle fogne. La storia documentata del Villaggio contiene tutto questo. Ridurla a quelle poche parole d’ordine, oltre a esprimere razzismo, rende più facile sgomberare e più difficile capire. Poi c’è il territorio intorno. Lo studio AG&P pubblica un progetto del 2011 intitolato «Urbanizzazioni Cascina Basmetto»: superficie indicata di 30.000 metri quadrati, cliente URBAM, progetto architettonico di Dante O. Benini & Partners. Nel 2017 l’Associazione per il Parco Sud Milano descriveva una proposta della cooperativa CMB da 435 appartamenti in edifici di sette piani. Sono documenti di una lunga vicenda progettuale, non la prova di un cantiere imminente, ma l’interesse a costruire in quella zona ha nomi, numeri e una storia. E ha una cornice urbanistica. Il PA4 Basmetto prevede diritti edificatori e ne disciplina l’utilizzo, consentendo anche il trasferimento parziale in altre aree della città. Le modifiche del 2019 hanno introdotto tutele e possibilità di diversa localizzazione, senza cancellare quei diritti. Nella proposta comunale per il superamento di Chiesa Rossa compare, inoltre, una formula che merita attenzione: «mancata valorizzazione delle proprietà comunali». Il patrimonio e il suo valore fanno dunque parte delle motivazioni scritte dall’amministrazione. Non abbiamo documenti che dimostrino che lo sgombero sia stato deciso per favorire un operatore immobiliare. Abbiamo però elementi sufficienti per porre una questione: quali interessi economici possono beneficiare della scomparsa del Villaggio? Non occorre costruire sulle sue case. Se la presenza rom viene considerata un ostacolo alla vendita delle abitazioni vicine, il pregiudizio può diventare un vantaggio economico per chi riesce ad allontanarla. A Chiesa Rossa le famiglie rischiano di perdere un patrimonio reale: case acquistate, risparmi investiti, relazioni costruite. Intorno a Cascina Basmetto esiste una prospettiva di valorizzazione immobiliare. Prima di chiamare tutto questo «inclusione», sarebbe necessario spiegare quale valore si vuole proteggere, quale si accetta di distruggere e a beneficio di chi. Redazione Milano
October 22, 2026
Pressenza
Trasportatori meridionali, un doppia croce
Molti chiedono come mai lo sciopero si stia facendo soprattutto al Sud. Naturalmente la mia è una supposizione, basata sulla mia esperienza personale in quasi 30 anni di carriera. Al Nord il trasporto è completamente diverso dal Sud. Negli ultimi mesi ho lavorato fisso nel porto di Genova, per trasportare […] L'articolo Trasportatori meridionali, un doppia croce su Contropiano.
October 20, 2026
Contropiano
Napoli. No al carovita. Usb: la protesta dei carrelli vuoti al supermercato
Sabato scorso delegati sindacali e lavoratori dell’USB sono andati a manifestare al supermercato Le Porte di Afragola (Napoli) per portare tra le persone le ragioni dello sciopero generale del 30 ottobre e della lotta al carovita dove lavoratori e attivisti hanno attraversato la struttura entrando e uscendo con carrelli completamente […] L'articolo Napoli. No al carovita. Usb: la protesta dei carrelli vuoti al supermercato su Contropiano.
October 19, 2026
Contropiano
Milano, a rischio centinaia di alberi del Parco Agricolo Ticinello
Siamo il Comitato difesa ambiente zona 5 di Milano. Siamo venuti a conoscenza di un piano comunale che prevede l’abbattimento complessivo di 150 alberi nel Parco del Ticinello. Tra i moltissimi alberi che verranno abbattuti, ci sono tutti i lunghi filari di pioppi che caratterizzano il parco. Questo piano che viene presentato come “sostituzione di alberi vetusti” verrà attuato nei prossimi mesi. E’ previsto l’abbattimento di  circa  150  alberi, ma dai dati tecnici del Comune emerge che le piante realmente in classe di stabilità D (l’unica che giustifica l’abbattimento) sono solo 42, mentre le altre potrebbero ancora garantire ombra e servizi ecosistemici per diversi anni o sono addirittura prive di criticità evidenti, in piena salute. Dai documenti emergerebbe anche una seconda tranche altrettanto invasiva. Il piano prevede inoltre la sostituzione di questi alberi, che sono soprattutto pioppi adulti, con chiome ampie e ombreggianti, con piccole querce che impiegheranno molti anni prima di offrire un beneficio climatico paragonabile, se sopravvivono. Tale intervento comporterebbe la distruzione dell’infrastruttura climatica naturale del parco (ombra, traspirazione fogliare, raffrescamento diffuso), oltre una grave perdita di habitat per l’avifauna che utilizza questi alberi per nidificazione e rifugio. Il drammatico cambiamento ambientale e del paesaggio colpirebbe tutti, soprattutto le fasce più fragili della popolazione. Facciamo notare al Comune che non può trattare questo progetto come un “piano di manutenzione”. Quest’opera è un’alterazione dell’ecosistema: si configura come una trasformazione ambientale perché cambia in modo significativo lo stato, la funzione e l’equilibrio del Ticinello, producendo effetti reversibili solo nel lunghissimo periodo. Abbiamo lanciato una raccolta firme che vi chiediamo di sottoscrivere e divulgare, con la quale chiediamo che l’intervento in toto venga eliminato ed avviato un urgente confronto pubblico, considerando che la documentazione ad oggi non è ancora stata condivisa. In due giorni abbiamo raccolto un migliaio di firme e stiamo organizzando una serie di eventi di sensibilizzazione e mobilitazione. Cominciamo il 24 ottobre con una passeggiata nel parco Ticinello dalle ore 15, con ritrovo all’ingresso del parco in via Dudovich. Email: comitato.difesa.ambiente.zona.5@gmail.com Fb: Comitato difesa ambiente zona 5  https://www.instagram.com/comitatodifesambiente/   Redazione Milano
October 14, 2026
Pressenza
Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga
Nella notte tra martedì e mercoledì, nel Foggiano, i tir sono rimasti dov’erano da domenica 11 ottobre: ai caselli di Poggio Imperiale e di Cerignola, sulla Statale 17 all’altezza di Lucera, nelle aree di servizio lungo la 16. Accanto a loro agricoltori con i loro trattori, olivicoltori, ambulanti e armatori, uniti contro il prezzo del gasolio, che dal 6 ottobre ha perso anche l’ultimo sconto fiscale e alla pompa viaggia intorno ai 2,25 euro al litro. La Capitanata è oggi il cuore di una mobilitazione nata a fine settembre tra Calabria e Sicilia, arrivata in Puglia, Basilicata e con i primi episodi in Campania, e che ha già toccato l’A14 e l’A2. Il momento più duro è stato lunedì, quando la Prefettura di Campobasso ha chiuso in via cautelativa l’A14 tra Termoli e Poggio Imperiale, con mezzi pesanti in sosta e materiali sulla carreggiata. Il tratto è stato riaperto all’ora di pranzo, ma il casello di Poggio Imperiale è ancora presidiato. A Brindisi un autoarticolato messo di traverso sulla tangenziale, all’altezza dello svincolo per Bozzano, ha fermato a intermittenza la circolazione anche dopo l’incontro tra una delegazione di camionisti e il prefetto Guido Aprea. «Lo Stato deve vedere che se si ferma il trasporto si ferma il mondo», ha evidenziato la portavoce Cinzia Turco, titolare di un’impresa di trasporti. In Calabria i trattori occupano da giorni lo svincolo di Falerna, nel Lametino, e l’accesso all’A2 dalla Statale 18. A Castrovillari una cinquantina di trattori e una ventina di camion sono fermi sullo snodo di contrada Bianchino. A inizio ottobre, a Pizzo, un uomo seduto sull’asfalto dello svincolo autostradale, in lacrime davanti alle forze dell’ordine, era diventato l’immagine di tutta la protesta. La stessa quantità di gasolio che prima costava circa millecinquecento euro oggi ne costa duemilacinquecento: mille euro in più ogni quattro giorni di lavoro, spiegano i camionisti brindisini, mentre in Sicilia gli autotrasportatori stimano perdite tra settecento e novecento euro al giorno per ogni mezzo. Le richieste vanno da un tetto al prezzo del gasolio riservato alla categoria a pedaggi più bassi, passando per i costi minimi di sicurezza per arrivare allo sblocco immediato dei crediti d’imposta. Gli agricoltori aggiungono concimi, energia e la concorrenza di prodotti importati da Paesi dove lavoro e controlli costano meno. Ridurre tutto al caro benzina, ha scritto il comitato nato tra Cassano, Castrovillari, Cerchiara e Firmo, significa «non aver capito nulla». Le risposte del governo sono ritenute insufficienti, perché il taglio delle accise è scaduto e il decreto annunciato sulle accise mobili in Gazzetta Ufficiale non si è mai visto. Le associazioni di categoria avevano chiesto un incontro urgente già il primo ottobre e Salvatore Bella, alla guida degli autotrasportatori siciliani, racconta di aver chiesto un incontro a Salvini e al viceministro Rixi senza ricevere risposta. Nel frattempo Eni ha applicato uno sconto del venti per cento anche al gasolio agricolo e per la pesca venduto all’ingrosso, fuori dalla rete dei distributori, lasciando però fuori i camionisti. Martedì undici sigle nazionali dell’autotrasporto hanno scritto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi denunciando che, tra Foggia e Brindisi, alcuni autisti che non aderivano alla protesta sarebbero stati costretti a entrare nelle aree di servizio e lì trattenuti da mezzi messi di traverso. Chiedono più forze dell’ordine sulle strade e una risposta entro ventiquattro ore, ma, nella stessa lettera, sono concordi nel definire esorbitante il costo del gasolio. E nel frattempo le proteste aumentano: oggi la CIA ha portato gli agricoltori davanti a Montecitorio, mentre dal 16 al 20 ottobre si fermeranno gli autotrasportatori siciliani, con i camion nei piazzali e i semirimorchi immobili nei porti, oltre a quelli calabresi, con blocchi parziali lungo la Statale 18. Dal 21 il Movimento Popolare Nazionale annuncia un’azione congiunta con il trasporto, il 22 tocca ai pescatori, il 27 si torna in piazza a Roma. Sullo sfondo c’è lo Stretto di Hormuz, dove il traffico petrolifero arranca da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e mentre il governo ragiona su accise, crediti d’imposta e possibili tavoli tecnici, nei piazzali di Brindisi e Foggia il ragionamento è molto semplice: le singole misure non bastano, serve un intervento strutturale per cambiare la situazione. The post Autostrade bloccate e presidi: al sud la protesta di camion e trattori si allarga appeared first on L'Indipendente.
October 14, 2026
L'INDIPENDENTE
I cittadini della Lombardia scendono in piazza per chiedere una moratoria per i data center
La Lombardia è, e vuole restare, l’avanguardia italiana nella gestione degli hyperscale, i potenti data center pensati per alimentare i servizi cloud e l’intelligenza artificiale. Oltreoceano, però, la costruzione di queste infrastrutture ha creato grossi problemi agli abitanti locali, una premessa che ha sollecitato i cittadini di vari comuni lombardi a sollevarsi diversi quesiti e a chiedere una moratoria che sospenda ogni lavoro in attesa di un Piano nazionale sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS). Seguendo l’ethos finanziario del momento, nel novembre 2025 la Regione Lombardia si è mossa in autonomia con un progetto di legge per normare l’edificazione dei data center. L’intenzione era duplice: da un lato attrarre investimenti con una posizione amministrativa ben definita e semplificata, dall’altro fissare standard ambientali che garantissero costruzioni sostenibili, capaci di riqualificare i territori anziché distruggerli. Il PdL è stato discusso a maggio 2026 e approvato all’inizio di giugno. Il testo, tuttavia, definisce con cura l’accelerazione dei procedimenti autorizzativi, mentre lascia ambigui i vincoli di sostenibilità ambientale ed energetica: il tema viene toccato e promosso, ma senza offrire disincentivi per gli eventuali abusi e senza offrire sistemi per valutare il contesto nella sua complessità. La reazione dal basso è stata la nascita della Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center, la quale ha immediatamente contribuito a convincere alcuni comuni a riconsiderare la costruzione di nuovi impianti. Oggi, 10 ottobre, la Rete, i comitati cittadini e le liste civiche sono scesi in piazza davanti a Palazzo Marino, Milano, con un obiettivo ancora più ambizioso: chiedere al Governo la sospensione temporanea di tutti i progetti, per poter stabilire a livello nazionale quali siano i reali bisogni di nuove infrastrutture e quale sia l’impatto che queste hanno sul territorio. Il documento chiede inoltre di rivedere le disposizioni che accelerano i procedimenti autorizzativi, di aggiornare le linee guida ambientali e di sospendere l’iter parlamentare della Delega al Governo per l’organizzazione, la realizzazione, lo sviluppo e il potenziamento dei centri di elaborazione dati.  Tra le richieste principali spicca la necessità di smettere di valutare gli impatti caso per caso e di considerarli, invece, nel loro insieme. Una richiesta tutt’altro che improvvisata: secondo Data Center Map, la Lombardia conta già oggi più di 100 data center, in gran parte concentrati nel milanese. Si tratta in gran parte di impianti di dimensioni contenute, situati a pochi chilometri l’uno dall’altro, e l’impatto reale di questo addensamento è al centro di un acceso dibattito. A queste strutture, inoltre, si stanno progressivamente affiancando progetti di scala molto maggiore, simili a quelli che hanno sconvolto alcune aree rurali degli Stati Uniti e che cominciano ora a preoccupare anche i cittadini lombardi.  A Siziano, in provincia di Pavia, per esempio, il campus di data center sviluppato da Stack è oggetto di critiche, a partire dall’inquinamento acustico che produce. A Noviglio e a Santa Corinna, invece, i residenti lamentano che l’avvio dello stabilimento di Compass Datacenters e Hines si sia accompagnato a emissioni sospette, rumore costante e sbalzi di tensione. A Bollate, Cormano, Rho, Lacchiarella, Zibido e in molti altri comuni sono in fase di avvio numerosi piani di costruzione portati avanti da aziende diverse, ciascuna con il proprio modo di concepire queste infrastrutture. Le informazioni su tali progetti vengono però comunicate spesso con scarsa trasparenza e in modo molto lacunoso, un fatto che impedisce a istituzioni come il Dipartimento Ambiente e Salute di esprimersi sull’impatto che queste attività potrebbero avere su chi abita nelle aree coinvolte.  I manifestanti hanno espresso preoccupazione anche per l’enorme richiesta di energia elettrica che si concentrerà in prossimità dei data center. All’estero, i centri hyperscale hanno in più occasioni fatto lievitare le bollette di interi quartieri, mettendo a rischio la stabilità della fornitura elettrica per le utenze domestiche. Nella proposta di moratoria, la Rete segnala che nell’agosto 2026 le richieste di connessione legate ai data center superavano complessivamente i 90 GW a livello nazionale, con una forte concentrazione in Lombardia e Piemonte. Al momento della pubblicazione di questo articolo, Terna segnala 553 pratiche legate ai data center ancora in attesa, per un totale di 101,36 GW. Una domanda in forte crescita, che lascia intuire come queste infrastrutture siano considerate un tassello cruciale nelle previsioni di politica e finanza, dettaglio che rende ancora più difficile per la Rete dei Comitati Cittadini Stop Data Center convincere il Governo a fermare progetti ormai avviati.  Ancor più che il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro delle imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, ha identificato lo scorso agosto in alcuni grandi data center un “preminente interesse strategico nazionale”. Il dissenso dei cittadini potrebbe tuttavia aver già prodotto qualche effetto: il 4 ottobre Massimo Sertori, assessore regionale a Risorse energetiche, Enti locali e Montagna, in un’intervista a Il Giorno ha annunciato l’intenzione di modificare la legge regionale sui data center per renderla più restrittiva, pur definendo “fake news” alcune delle osservazioni avanzate dai contestatori. 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October 11, 2026
L'INDIPENDENTE
Lavori nell’aeroporto di Venegono (Varese), la protesta dei cittadini
Non un mero intervento di adeguamento tecnico né un’ordinaria manutenzione, ma una profonda trasformazione territoriale e geopolitica destinata a modificare l’equilibrio della Piana di Venegono. È la posizione netta emersa durante il partecipato incontro pubblico promosso dal Comitato spontaneo “Meno Pista Più Paesaggio e Pace”, nato per chiedere trasparenza e partecipazione sulle decisioni relative ai lavori nell’area aeroportuale di Venegono. La presenza attenta di una cinquantina di cittadini lascia ben sperare gli organizzatori. Nel mirino dei cittadini e dei promotori dell’iniziativa c’è il cantiere commissionato da Leonardo Spa e autorizzato dal Comune tramite una Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA) per manutenzione straordinaria: un’opera da circa 2 milioni di euro che prevede la realizzazione di una zona di overrun (un’area di sicurezza di 180 metri a nord della via De Gasperi nel caso la corsa dei velivoli superi la pista esistente), lo spostamento della struttura LOC (per la guida coassiale alla pista), delle antenne ILS (utilizzate per l’atterraggio strumentale) oltre la pista di overrun e il posizionamento di una barriera d’arresto sulla pista già esistente. Ad aprire la serata è stato Fabio Mattiuzzo, progettista ed esperto di Architettura del Paesaggio, che ha ricostruito le tappe dell’iniziativa fin dai primi movimenti di bonifica riscontrati a marzo 2026. Un’alterazione del suolo agricolo «Sappiamo perfettamente che tecnicamente non si tratta di un prolungamento della lunghezza nominale di decollo, ma non vogliamo giocare con le parole. Nei fatti assistiamo a un netto aumento del suolo artificializzato. Un pezzo di prato stabile, storicamente agricolo e a uso pubblico, viene sbancato, consolidato con uno spesso strato di pietrisco e recintato per diventare un’infrastruttura a servizio dei velivoli» ha denunciato Mattiuzzo. In effetti, le opere realizzate non possono essere considerate un normale intervento di manutenzione straordinaria, autorizzabili con SCIA, perché modificano in modo permanente la superficie e l’idrogeologia di quello che era un terreno agricolo. Mattiuzzo ha evidenziato diverse presunte criticità urbanistiche e procedurali: * Vincoli di PGT: L’area interessata risulta classificata come agricola (C1) nel PGT vigente, senza che sia stata adottata alcuna variante urbanistica preventiva. * Assenza di VIA: Non è stata attivata la procedura di verifica di assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), obbligatoria per legge quando le modifiche comportano consumo di suolo inedificato o alterazione dello stato dei luoghi. * Classificazione paesaggistica anomala: L’area gode della sensibilità paesistica minima nel PGT (livello 1), in forte contrasto con l’ampio valore panoramico e naturalistico della Piana. Il passaggio al Demanio Civile e i nodi militari L’analisi dell’operazione si è poi allargata al contesto industriale e militare con l’intervento di Elio Pagani, presidente dell’associazione Abbasso la guerra OdV. Pagani ha ripercorso il passaggio dell’infrastruttura dal Demanio Militare a quello Civile (formalizzato nell’agosto 2024), spiegando il paradosso normativo che ne è derivato. Con la dismissione militare, l’aeroporto è passato sotto la giurisdizione dell’ENAC, perdendo le deroghe di sicurezza militari. L’adeguamento della pista è diventato così un “atto dovuto” per la normativa civile ICAO. Tuttavia, le relazioni tecniche indicano che le opere rispondono agli standard necessari per testare i velivoli ad alte prestazioni e di nuova produzione di Leonardo (come l’addestratore M346 e la sua versione armata). «Il passaggio al civile, in una situazione di crescente importanza militare dell’aeroporto, è servito di fatto a favorire le esigenze industriali e i test di volo della società, deresponsabilizzando le istituzioni locali e limitando il dibattito pubblico» ha dichiarato Pagani. Inquinamento, rischi e democrazia negata La critica alla gestione politica della vicenda si è inasprita con l’intervento di Carlo Incarbone, ripreso anche da altri del Comitato. Incarbone ha sottolineato le profonde ripercussioni concrete sulla quotidianità dei residenti: il peggioramento della vivibilità a causa del rumore e dell’inquinamento, le modifiche alla viabilità locale e il nodo della sicurezza. «Perché non siamo stati consultati di fronte a scelte così complesse e pareri discordi? Perché si è lasciato che prevalesse l’interesse del più forte, rompendo anche quella storica linea di fermezza e collaborazione che ha sempre caratterizzato i nostri Comuni? Si sarebbe potuta garantire la sicurezza semplicemente mantenendo le attività nei limiti attuali, senza espandersi a scapito del territorio verde». Giorgio Gallo ha posto l’accento sulla necessità di applicare il principio di precauzione su una struttura direttamente legata alla filiera degli armamenti: * Rischio di incidenti rilevanti: L’infrastruttura rappresenta un «obiettivo sensibile» e richiede un aggiornamento urgente dei Piani aziendali e di Protezione Civile per comprendere i nuovi scenari di rischio. * Valutazione d’Impatto Sanitario (VIS): È stata lanciata la proposta di attivare una VIS su area vasta per stimare gli effetti a lungo termine di emissioni e rumori, ipotizzando anche l’istituzione di un fondo fidejussorio a garanzia di eventuali ripristini ambientali. * Peso sociale delle multinazionali: È stata denunciata la difficoltà dei decisori pubblici nel mantenersi immuni dalle pressioni dei grandi gruppi industriali, richiamando l’esigenza di non “svendere” i servizi ecosistemici del territorio in cambio di compensazioni irrisorie. La sintesi e la svolta legale: depositato un esposto-diffida In chiusura, Carlo Benedusi e Roberto Restelli hanno tirato le fila dell’incontro, riassumendo la posizione del comitato su tre pilastri fondamentali: la mancanza di informazione e trasparenza da parte dell’Amministrazione, le gravi implicazioni ambientali e sanitarie, e la battaglia etica per la pace e contro la rassegnazione di fronte alla “logica di guerra”, per uscire dalla “gabbia bellica”. Schematizzando, i tre pilastri della protesta sono: 1. TRASPARENZA: Mancato coinvolgimento dei cittadini e dubbi sulle procedure amministrative (SCIA anziché Variante e VIA). 2. AMBIENTE E SALUTE: Consumo di suolo agricolo, rumore, inquinamento e richiesta di una Valutazione di Impatto Sanitario (VIS). 3. ETICA E SICUREZZA: Opposizione all’asservimento del territorio all’industria bellica e aggiornamento dei Piani di Sicurezza. La mobilitazione non si fermerà alle sole serate informative. Il comitato ha infatti annunciato di aver già depositato un esposto-diffida in Comune. L’obiettivo dichiarato non è lo scontro frontale, ma spingere l’Amministrazione a prendere atto dei punti d’ombra procedurali, sospendere i lavori e riaprire un tavolo di confronto pubblico ed etico alla luce del sole. Abbasso la Guerra
October 7, 2026
Pressenza
BRESCIA: AVVIO DELL’ANNO SCOLASTICO, CORSE CANCELLATE E CRITICITA’ DEL TPL. “GLI AUTISTI SCAPPANO PER LE CONDIZIONI DI LAVORO”
“Ogni anno alla riapertura dell’anno scolastico c’è la necessità di riassetto e di sistemare i carichi anche in base alle necessità dei vari istituti però quello che succede in Arriva è una assenza di personale ormai strutturale, denunciata da almeno 6-7 anni, dovuta ad un sistema organizzativo di lavoro che è totalmente inefficiente.” Nicola Caletti dei Cobas Trasporti del gruppo Arriva commenta con queste parole le lamentele  che giungono dalle famiglie di alcuni studenti e studentesse utenti delle linee della zona di Travagliato e Torbole, che segnalano soppressione di corse e sovraffollamento dei mezzi. “Oggi per esempio ci sono 20 corse cancellate, a queste vanno aggiunte magari altre corse che durante la giornata non riescono a fare perchè succede qualche altro guaio, l’autista che si ammala, l’autobus che ha un guasto. Oggi, per fare un altro esempio, al deposito di Palazzolo ci sono 4 turni che non vengono coperti e questo accade con già un centinaio di turni appaltati ai terzisti senza adeguata formazione e ciò comporta ulteriori problemi perchè è personale messo in guida dall’oggi al domani.” Ma cosa determina la difficoltà di trovare lavoratori per guidare i pullman del trasporto pubblico extraurbano? “Questo accade perchè la nostra azienda ha sottoscritto accordi che hanno disintegrato la qualità della vita degli autisti, parliamo di turnazioni che tengono impegnati i lavoratori 12-13 ore al giorno e questo alla lunga ti logora. Questo è diventato purtroppo il modus operandi di questa azienda: gli autisti vengono, vengono formati ma poi dopo un certo periodo si licenziano e cercano un altro posto. Il primo a pagare il prezzo per questa situazione è l’utente che non può avere la garanzia del servizio. Come Cobas abbiamo segnalato più volte l’importanza strategica del TPL  stiamo parlando di Brescia al centro della pianura padana con i valori di inquinamento di questa zona, per cui migliorare il trasporto pubblico va anche nella direzione di uno svuotamento delle strade, di una riduzione dell’inquinamento ed invece si va nella direzione opposta -chiosa Caletti  – e noi segnaliamo agli organi competenti per capire cosa sta accadendo all’interno del gruppo Arriva qui a Brescia con un’azienda che pensa solo al proprio profitto.” Intervista a Nicola Caletti dei Cobas Trasporti del gruppo Arriva Ascolta o scarica
September 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Proteste contro il servizio militare obbligatorio in Germania
Venerdì 25 settembre in Germania si è svolto lo “Sciopero scolastico contro la leva”. Gli organizzatori dichiarano che più di 45.000 ragazzi sono scesi in piazza a manifestare, con gli slogan: “Adesso basta, Merz!”, “Le vostre guerre senza di noi!”, “Gli studenti contro il servizio militare obbligatorio”. Uno studente ha dichiarato: “Combatterei per un Paese, per uno Stato, in cui le persone non siano costrette a vivere per strada, in cui i bambini non crescano in povertà e in cui la ricchezza sia distribuita equamente”. Clara Statello
September 26, 2026
Pressenza