
Bulgaria, centro di Pastrogor: fughe, tentati suicidi e repressione della solidarietà
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, September 9, 2026Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni dopo un saluto davanti al centro di detenzione, una fuga di massa repressa con droni e cani, due minori che tentano il suicidio: nel giro di dieci giorni, nel centro riaperto con le regole basate sull’applicazione del Patto UE su migrazione e asilo, si è concentrata tutta la violenza del sistema di confinamento europeo.
Pastrogor si trova nel sud-est della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine turco, nell’area di Svilengrad. È qui che le autorità bulgare hanno riattivato un centro di detenzione per richiedenti asilo in vista dell’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, le cui procedure sono operative dallo scorso 12 giugno. Da allora, denuncia il Collettivo Rotte Balcaniche, decine di persone si trovano rinchiuse senza sapere perché e per quanto tempo rimarranno. Il gruppo solidale, presente da anni in Bulgaria con staffette di attivistə, ha raccolto diverse testimonianze dal centro e organizzato dei presidi, l’ultimo dei quali represso immediatamente dalle autorità.
Bulgaria – Una protesta dei richiedenti asilo detenuti in base al nuovo Patto Ue è stata brutalmente repressa dalla polizia
La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche
Redazione
7 Agosto 2026
Cinque arresti per un saluto di solidarietà
La sera di sabato 29 agosto cinque membri del collettivo hanno portato un saluto di solidarietà all’esterno di Pastrogor. Hanno esposto uno striscione con la scritta in arabo “Non siete soli”, accanto agli slogan “Freedom for All” e “Smash the EU Pact”, gridando «Freedom, Hurrya, Azadi». Dall’interno alcuni reclusi hanno risposto sventolando in silenzio dei drappi bianchi dalle finestre sbarrate, altri urlavano «We want freedom».
In meno di cinque minuti una quindicina di agenti li ha circondati e condotti dentro al centro, dove – raccontano lə attivistə – sono state perquisitə e private di alcuni effetti personali, per poi essere trasferitə alla stazione di polizia di Svilengrad e trattenute. «Dopo aver trascorso una notte in una cella sporca e priva di aria – senza mai avere la possibilità di chiamare il nostro avvocato, senza ricevere alcuna informazione legale e senza traduzioni dei documenti che ci chiedevano di firmare – la polizia ci ha detto che saremmo state portate in un “cocktail bar”», scrivono. Nella realtà si è trattato di una marcia per le vie della città con lə attivistə incatenatə fino al tribunale, «per un’udienza di cui non sapevamo nulla» e che sono riuscite a far rinviare in attesa del proprio legale.
La domenica sera, allo scadere delle 24 ore, la procura ha convalidato la custodia per altre 72 ore: nuovo trasferimento, perquisizioni corporali, celle separate. «I materassi infestati dalle cimici dei letti, il cibo immangiabile, le celle piccole e sovraffollate, il divieto di uscire all’aria aperta, ma soprattutto il potere incontrollato e assoluto della polizia, ci hanno fatto provare, fortunatamente solo per poche ore, l’orrore insito in ogni galera», denunciano lə solidali. Solo il giorno seguente le persone del collettivo sono riuscite a ricevere la visita dell’avvocato di fiducia e nel pomeriggio, in tribunale, le testimonianze degli agenti sono crollate nelle loro stesse contraddizioni. È così che il gruppo di cinque attivistə è stato pienamente assolto dall’accusa di hooliganism, ossia “teppismo”.
Nel frattempo, però, la loro auto è stata ritrovata con parabrezza e lunotto sfondati, gomme tagliate e targhe rubate. Le uniche persone a conoscenza della sua posizione, sottolineano lə attivistə, erano gli stessi agenti di Svilengrad a cui hanno poi dovuto rivolgersi per sporgere denuncia. «Non è la prima volta – ricordano – che la polizia distrugge le auto dei solidali». Il veicolo è tuttora trattenuto, privo di targhe.
La fuga delle persone migranti dal centro detentivo repressa con droni e cani
Quel saluto era arrivato all’indomani di una fuga dal centro detentivo. Nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto, infatti, dodici persone detenute nell’ambito delle procedure del nuovo Patto UE avevano divelto le sbarre di una finestra ed erano fuggite dal centro. Sono state braccate dalla polizia con l’ausilio di droni e cani e riprese tutte, tra loro diversi minorenni. Il collettivo riferisce di pestaggi e di gravi lesioni: fratture ad arti, ferite alla testa, morsi di cane.
Sabato 29 le persone fuggite sono state riportate a Pastrogor e rinchiuse in isolamento al piano terra, insieme a chi è considerato una minaccia per la sicurezza nazionale, e quasi tutti i telefoni sono stati distrutti o sequestrati. La punizione è stata collettiva: per tre giorni all’intero centro è stato negato l’accesso all’aria aperta e la corrente è stata interrotta. Una persona all’interno ha raccontato al Collettivo: «Sono in 12 e sono stati messi nel seminterrato, da soli, chiusi in stanze completamente isolate. Sono stati gravemente maltrattati e picchiati con dei bastoni, al punto che alcuni di loro hanno riportato delle fratture».
Nei giorni successivi, prosegue il collettivo, alle persone riprese è stato imposto di scegliere tra la firma del rimpatrio “volontario” e il carcere a tempo indefinito, senza informazioni sulle accuse. Sotto questo ricatto, tutte hanno firmato. È la seconda fuga in meno di un mese da un centro riaperto proprio per l’attuazione del Patto. Solo pochi giorni prima, nel campo chiuso di Sintiki, al confine tra Grecia e Bulgaria, decine di persone avevano eluso la polizia e tagliato le recinzioni.
Due minori tentano il suicidio
Andando ancora più indietro, si arriva all’episodio più grave, reso pubblico sempre dal Collettivo Rotte Balcaniche. Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 agosto, due ragazzi di diciassette anni detenuti a Pastrogor hanno tentato di togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per la pulizia e lamette da barba. Erano reclusi da settimane come richiedenti asilo, nonostante la minore età, dopo il trasferimento dal centro di Busmantsi a Sofia. Secondo la denuncia, dopo il gesto entrambi sono stati maltrattati sia dalla polizia sia dal personale medico: uno è rimasto in ospedale a Svilengrad solo poche ore, l’altro tre giorni privo di conoscenza, prima di essere riportato nello stesso centro.
Per i solidali non si tratta di episodi isolati né di semplici «incidenti», ma dell’esito prevedibile delle politiche europee di confinamento. «Non possono essere considerati solo come tentati suicidi, ma come tentati omicidi da parte dello Stato», scrivono le attiviste, ricordando che «la storia delle prigioni ci insegna che il corpo è il campo di battaglia finale e che il più estremo atto di evasione è anche il più tragico».
Anche in questo caso la solidarietà è stata ostacolata: lə attivistə recatisi in ospedale durante l’orario di visita si sono visti negare l’accesso ai due ragazzi senza spiegazioni. La polizia ha perquisito la loro auto e ha emesso divieti di ingresso all’ospedale e nel paese di Pastrogor per motivi di ordine pubblico, sequestrando alcuni beni. Il Collettivo denuncia inoltre trasferimenti punitivi per dividere le persone recluse, il peggioramento del cibo usato «come arma» e prolungamenti della detenzione fino a diciotto mesi nel pre-removal detention center di Lyubimets, l’altro centro detentivo presente nel sud-est della Bulgaria.
Ph: Collettivo Rotte Balcaniche«Vogliamo la libertà»
I tre episodi vanno letti nel suo insieme e restituiscono la routine di un centro pensato per l’attuazione del Patto. Il Collettivo, nel raccontare la repressione subita, è consapevole della distanza tra ciò che ha subìto e la condizione quotidiana delle persone recluse, prive della protezione di un passaporto europeo. La repressione, osserva, misura quanto possa essere minaccioso per lo Stato un semplice gesto che rompe l’isolamento tra il dentro e il fuori. Da dopo la fuga, denunciano, le visite ai reclusi vengono ostacolate, il numero di telefono per i contatti con l’esterno è stato bloccato e ai detenuti sono negate l’ora d’aria e, in parte, l’elettricità.
Il messaggio che arriva dall’interno non deve rimanere inascoltato: «Non vogliamo solo cibo migliore, vogliamo poter andare dove vogliamo. Non vogliamo solo centri più puliti e procedure più efficienti, vogliamo la libertà».
Per contribuire alle spese legali e alla riparazione dei danni all’auto, è possibile sostenere il Collettivo sul conto dell’Associazione Altromondo APS – IBAN IT19N0880760750000000876000 – BCC Veneta Credito Cooperativo.