Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Sandro Mezzadra
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, una
radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle
persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di
ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la
limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità.
Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile
interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche
sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da
una prospettiva critica.
In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto
Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di
interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come
cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli
effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare
il Patto?
Ne parliamo con Sandro Mezzadra, professore di Filosofia politica all’Università
di Bologna e attivista del collettivo Euronomade.
D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA
SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA EFFETTIVAMENTE UN CAMBIAMENTO DI
PARADIGMA OPPURE È IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE
MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO?
R. Direi che rappresenta una svolta nella continuità. Il Patto è stato preparato
da un lungo sviluppo delle politiche migratorie e di controllo dei confini
europei, anche prima dell’ultimo decennio. Indubbiamente, però, c’è una svolta,
che credo debba essere compresa in una prospettiva globale, guardando al modo in
cui le politiche migratorie e i regimi di controllo dei confini si sono
trasformati e induriti negli ultimi anni anche in altre parti del mondo.
Un aspetto che mi colpisce molto nel Patto è il tendenziale superamento della
distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Mi pare che diventi
centrale, nei dispositivi proposti dal Patto, il soggetto mobile da filtrare.
Fondamentalmente, di migrazione economica nel Patto non si parla. Credo che
questa sia una questione da interrogare, perché la migrazione economica continua
a esistere e, in Europa come in altre parti del mondo, nei prossimi anni
continuerà a esserci bisogno di migrazione economica.
Una prima indicazione che emerge da questa analisi è quindi la necessità di
prestare attenzione al modo in cui la migrazione economica viene gestita. In
Europa questo avviene fondamentalmente su base nazionale e attraverso schemi che
riprendono la logica della “migrazione scelta”, una formula utilizzata oltre
vent’anni fa da Nicolas Sarkozy quando, se non ricordo male, era ancora ministro
dell’Interno.
Penso che sia importante, dal nostro punto di vista, ricomporre ciò che il Patto
tende a separare: da una parte le politiche di filtro della mobilità cosiddetta
irregolare, dall’altra l’allestimento di schemi di reclutamento della migrazione
economica, che seguono percorsi molto diversi rispetto a quelli definiti
all’interno del Patto.
D. TI RINGRAZIO PER QUESTA PANORAMICA E ANCHE PER AVER RICHIAMATO LA NECESSITÀ
DI RICOMPORRE CIÒ CHE IL PATTO TENDE A SEPARARE.
CHE COSA TI SEMBRA IMPORTANTE COGLIERE POLITICAMENTE DEL PATTO? QUALE IDEA DI
FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI EMERGE? NELLA TUA PRIMA RISPOSTA HAI GIÀ
AFFRONTATO IN PARTE QUESTI TEMI: C’È QUALCOS’ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE
AGGIUNGERE DA QUESTO PUNTO DI VISTA?
R. Certamente. Dicevo prima che il Patto tende a superare la distinzione tra
migrazione forzata e migrazione economica. Vorrei far notare che, dal punto di
vista dell’analisi critica, questo è stato uno dei punti d’onore degli studi
sulle migrazioni negli ultimi anni. Ciò che allora veniva individuato
criticamente oggi viene invece affermato positivamente.
In fondo qualcosa di simile si può dire anche a proposito dell’idea di confine
che emerge dal Patto. Negli ultimi venti o venticinque anni molti e molte di noi
hanno messo in evidenza come il confine non coincida affatto con la linea che,
sulla mappa, separa territori statali unificati. Mi pare che questa
scomposizione del confine sia ulteriormente accelerata dal Patto.
Il confine appare concepito come un insieme di dispositivi che operano lungo
l’intera traiettoria della mobilità. Possiamo anche dire che, in qualche modo,
il confine precede la mobilità. È un’affermazione significativa, perché noi
abbiamo sempre insistito sul fatto che è la mobilità a precedere il confine:
sono le forme e le pratiche della mobilità a determinare le trasformazioni di un
confine che è sempre all’inseguimento di quelle forme e di quelle pratiche.
Il Patto introduce invece un elemento politico molto forte, che tende a
rovesciare questo rapporto.
Inoltre, credo che, distribuito lungo una molteplicità di spazi, il confine
costruisca una geografia europea del mondo, attraverso l’indicazione delle
modalità con cui le politiche europee si rapportano a soggetti che provengono da
diverse parti del mondo.
Anche questa, di per sé, non è una novità. Avevamo messo in evidenza già molti
anni fa come le politiche migratorie europee costituissero una componente
fondamentale del modo in cui l’Europa costruisce il proprio rapporto con il
mondo.
Mi pare, tuttavia, che qui ci sia un salto di qualità. La geografia europea del
mondo costruita attraverso questa distribuzione dei confini lungo una
molteplicità di spazi è mediata in modo essenziale dalle infrastrutture
digitali. Anche questo è un punto che credo debba essere segnalato come
estremamente importante.
D. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE L’OCCASIONE PER RIFLETTERE SULLO STATO DI
SALUTE DEI SAPERI CRITICI IN TEMA DI MIGRAZIONI. HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI
FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, IN CASO DI RISPOSTA
AFFERMATIVA, QUAL È LA RAGIONE DI QUESTA DIFFICOLTÀ? HA A CHE FARE CON LA
PRODUZIONE DI QUESTI SAPERI, CON LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE, DAL TUO PUNTO DI
VISTA, SONO RILEVANTI ALTRE FORME DI BLOCCO?
R. Intanto direi che negli ultimi anni c’è stato un grandissimo investimento
all’interno degli studi critici sulle migrazioni e sui confini. Molte
ricercatrici e molti ricercatori, attiviste e attivisti, si sono dedicati con
grande passione e generosità allo studio critico delle migrazioni e dei confini.
Uno studio critico che ha conosciuto un grande sviluppo in Italia, così come a
livello internazionale.
Tuttavia la mia impressione, che in fondo conferma quello che dicevi nella tua
domanda, è che ci si trovi effettivamente di fronte a un’impasse. Un’impasse che
qualificherei prima di tutto in termini politici.
Mentre la destra, in Europa e altrove nel mondo, costruisce aberranti progetti
politici complessivi a partire dal contrasto della migrazione, gli studi critici
sono in qualche modo ripiegati sullo specialismo. Si sono progressivamente
accomodati all’interno di nicchie.
Dicevamo, anni fa, che la migrazione è una lente che consente di leggere il
mondo nel suo insieme: la società, lo sviluppo del capitalismo, le lotte sociali
e di classe.
Questa prospettiva oggi, paradossalmente, è appropriata dalle destre estreme
che, naturalmente, a partire dalle migrazioni costruiscono aberranti progetti
politici complessivi.
Rispetto alla nostra parte, quello che si può dire è che, all’interno del
discorso pubblico, i saperi giuridici hanno qualche spazio, così come
l’umanitarismo, rappresentato tanto dalle organizzazioni della società civile
quanto, in modo particolare, dalla Chiesa cattolica.
Saperi giuridici e umanitarismo sono entrambi essenziali, ma anche insufficienti
a costruire, a partire dalla migrazione, un’idea di mondo che permetta di
giocare non soltanto in difesa all’interno del discorso pubblico.
Mi sembra che quello che manca – naturalmente non è una responsabilità che
attribuisco a qualcuno; in primo luogo la attribuisco a me stesso – sia una
visione, tra molte virgolette, “positiva”.
Oggi non è venuto meno il rapporto tra studi critici sulle migrazioni e
attivismo, ma questo rapporto si sviluppa fondamentalmente, da una parte,
all’interno dell’accademia e, dall’altra, all’interno di spazi di confine che
non riusciamo a rimettere al centro di un’analisi complessiva della società e
del mondo in cui viviamo.
D. IN EFFETTI LA PARABOLA DELLA REMIGRAZIONE È UN AMBITO IN CUI È MOLTO EVIDENTE
LA TENSIONE CHE DESCRIVI. LA DESTRA AGITA UN IMMAGINARIO MOLTO FORTE, ABERRANTE
MA STRUTTURATO, MENTRE I MOVIMENTI LO CONTESTANO, IN MANIERA MOLTO OPPORTUNA,
COME È AVVENUTO ANCHE CON LA GRANDE MOBILITAZIONE DEL 13 GIUGNO QUI A ROMA.
EPPURE FATICANO ANCORA A ELABORARE UNA PROSPETTIVA AUTONOMA SULLE MIGRAZIONI.
TORNANDO AL PATTO, QUALI STRUMENTI – INTESI COME CATEGORIE, ELEMENTI TEORICI,
DIMENSIONI ANALITICHE O ANCHE PRATICHE MILITANTI – TI SEMBRANO OGGI UTILI PER
LEGGERE LE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E QUALI STRUMENTI, ELABORATI NELL’AMBITO
DEGLI STUDI CRITICI O DELLE PRATICHE DI MOVIMENTO, TI SEMBRANO INVECE OGGI
INSUFFICIENTI O NON PIÙ ADEGUATI PER CONFRONTARSI POLITICAMENTE CON LE SFIDE
POSTE DAL PATTO?
R. Evidentemente il Patto chiama in causa, prima di tutto, il lavoro di avvocate
e avvocati. Richiede la mobilitazione di quelli che prima chiamavo i saperi
giuridici, ed è una mobilitazione fondamentale. Vorrei sottolineare la
straordinaria generosità di avvocate, avvocati, giuriste e giuristi.
Provo però a dire qualcosa che va oltre questo aspetto e, in qualche modo, anche
oltre il Patto. Penso che sia fondamentale, ancora una volta, cercare di
istituire collegamenti tra quello che accade nelle nostre città e quello che
accade lungo i confini.
La flotta civile mobilitata nel Mediterraneo deve diventare, ancora più di
quanto non sia, una lente che ci permetta di cogliere le dinamiche, i movimenti
e i conflitti della migrazione all’interno delle nostre città.
D’altro canto, se guardiamo alle lotte sociali più significative degli ultimi
anni – alle lotte per la casa, alle lotte sul lavoro – il protagonismo migrante
è innegabile. Dobbiamo però essere in grado di collegarlo con quanto accade
lungo i confini. E qui, se vuoi, c’è anche il collegamento con il Patto.
Riprendo poi quello che dicevo prima: la necessità di collegare la lotta contro
gli effetti del Patto – cioè, per dirla molto rapidamente, contro i suoi effetti
di esclusione – con la lotta intorno ai nuovi schemi di reclutamento e, dunque,
con quella che negli anni scorsi abbiamo definito “inclusione differenziale”.
C’è poi un’altra questione che mi sta particolarmente a cuore e che riguarda un
aspetto fondamentale dei confini. Ormai molti anni fa, all’inizio del secolo,
Étienne Balibar sottolineava come ciascun confine dovesse essere analizzato
criticamente dal punto di vista del ruolo che svolge all’interno della
configurazione del mondo. Sottolineava, cioè, che esiste un’articolazione dei
confini e che questa articolazione contribuisce a determinare la configurazione
del mondo.
Ecco, a me sembra che oggi la configurazione del mondo sia a pezzi. Quando
parliamo di una congiuntura di guerra ci riferiamo precisamente a questa
disarticolazione della configurazione del mondo. Qui naturalmente si apre un
problema che riguarda il rapporto tra confini e guerra, ma anche, più in
generale, la riorganizzazione degli spazi e dei regimi della mobilità globale in
una congiuntura segnata dalla guerra.
Credo che questo sia un punto fondamentale per lo sviluppo degli studi critici
sui confini nel prossimo futuro.
D. PER CHIUDERE, ABBIAMO IMMAGINATO UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI CHE POSSA ESSERE
UTILE A QUESTA GALASSIA DI ATTIVISTE E ATTIVISTI, OPERATRICI E OPERATORI,
AVVOCATE E AVVOCATI CHE IN QUESTE SETTIMANE STANNO STUDIANDO LA NUOVA NORMATIVA,
ORGANIZZANDO FORMAZIONI E AUTOFORMAZIONI E PREPARANDO I PRIMI VIAGGI ALLE
FRONTIERE PER MONITORARE GLI EFFETTI DEL PATTO.
CI PIACEREBBE CONTRIBUIRE, PER QUANTO POSSIBILE, A COSTRUIRE QUESTA IDEALE
CASSETTA DEGLI ATTREZZI, FORNENDO STRUMENTI DI APPROFONDIMENTO CHE NON SIANO
SOLTANTO GIURIDICI.
CHE COSA CONSIGLIERESTI DI METTERCI DENTRO? QUALI LIBRI, ARTICOLI, FILM O ALTRI
MATERIALI SUGGERIRESTI A CHI, CON GRANDE GENEROSITÀ, STA INIZIANDO A
CONFRONTARSI CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO?
R. Restando all’Italia, per quanto riguarda gli studi sulle migrazioni e sui
confini c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Credo che sia importante continuare a tenere al centro della nostra discussione
la libertà di movimento. Il libro di Gennaro Avallone, uscito da poco, ci
permette di farlo.
Ho sempre sottolineato l’importanza del rapporto tra migrazioni e lavoro, tra
migrazioni e trasformazioni del lavoro. Vorrei quindi indicare un libro che
considero molto originale e importante, quello di Davide Sacchetto e Gabriella
Alberti, Lavoro migrante.
Potrei continuare a lungo, ma non credo sia necessario. Per me è più importante,
sulla base di quello che dicevo prima, sottolineare l’importanza che attiviste e
attivisti che lavorano sui confini e sulle migrazioni si formino anche
attraverso libri che non affrontano direttamente il tema delle migrazioni.
Dal Capitale di Marx ai libri sull’intelligenza artificiale – penso, ad esempio,
al libro di Matteo Pasquinelli – fino ai lavori sul capitalismo contemporaneo e
sulla logistica.
Penso, ad esempio, al libro di Deborah Cowen sulla logistica, che considero
estremamente importante perché ricostruisce le trasformazioni di un paradigma
della mobilità delle merci che ha implicazioni estremamente significative anche
per la gestione della mobilità delle persone.
Poi, dato che menzioni anche i film, ne ricordo due. Il primo è Green Border, di
Agnieszka Holland, che penso costituisca un monito rispetto a quella che è la
realtà – in questo caso quella del confine tra Polonia e Bielorussia – da cui
nasce il Patto.
L’ultima indicazione è Human Flow, il film di Ai Weiwei del 2017, che
ricostruisce quella dimensione globale delle migrazioni, tra guerre,
espropriazioni, collasso ambientale e repressione politica, che non dobbiamo mai
dimenticare.
Francesco Ferri: Molte grazie, Sandro, per questa panoramica, per i consigli e
anche per l’invito a collocare lo sguardo critico sulle migrazioni all’interno
di una prospettiva globale, sia dal punto di vista dello spazio sia da quello
dei saperi necessari per affrontare adeguatamente le sfide poste dal Patto.
Ti ringraziamo molto e ti auguriamo una buona giornata.
Sandro Mezzadra: Grazie anche a te e anche a voi.
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