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Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Sandro Mezzadra
È iniziata l’implementazione del Patto europeo su migrazioni e asilo, una radicale riforma della normativa che ridisegna le procedure applicate alle persone migranti che arrivano in Europa. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata, che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Ne parliamo con Sandro Mezzadra, professore di Filosofia politica all’Università di Bologna e attivista del collettivo Euronomade. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONI E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA EFFETTIVAMENTE UN CAMBIAMENTO DI PARADIGMA OPPURE È IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Direi che rappresenta una svolta nella continuità. Il Patto è stato preparato da un lungo sviluppo delle politiche migratorie e di controllo dei confini europei, anche prima dell’ultimo decennio. Indubbiamente, però, c’è una svolta, che credo debba essere compresa in una prospettiva globale, guardando al modo in cui le politiche migratorie e i regimi di controllo dei confini si sono trasformati e induriti negli ultimi anni anche in altre parti del mondo. Un aspetto che mi colpisce molto nel Patto è il tendenziale superamento della distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Mi pare che diventi centrale, nei dispositivi proposti dal Patto, il soggetto mobile da filtrare. Fondamentalmente, di migrazione economica nel Patto non si parla. Credo che questa sia una questione da interrogare, perché la migrazione economica continua a esistere e, in Europa come in altre parti del mondo, nei prossimi anni continuerà a esserci bisogno di migrazione economica. Una prima indicazione che emerge da questa analisi è quindi la necessità di prestare attenzione al modo in cui la migrazione economica viene gestita. In Europa questo avviene fondamentalmente su base nazionale e attraverso schemi che riprendono la logica della “migrazione scelta”, una formula utilizzata oltre vent’anni fa da Nicolas Sarkozy quando, se non ricordo male, era ancora ministro dell’Interno. Penso che sia importante, dal nostro punto di vista, ricomporre ciò che il Patto tende a separare: da una parte le politiche di filtro della mobilità cosiddetta irregolare, dall’altra l’allestimento di schemi di reclutamento della migrazione economica, che seguono percorsi molto diversi rispetto a quelli definiti all’interno del Patto. D. TI RINGRAZIO PER QUESTA PANORAMICA E ANCHE PER AVER RICHIAMATO LA NECESSITÀ DI RICOMPORRE CIÒ CHE IL PATTO TENDE A SEPARARE. CHE COSA TI SEMBRA IMPORTANTE COGLIERE POLITICAMENTE DEL PATTO? QUALE IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI EMERGE? NELLA TUA PRIMA RISPOSTA HAI GIÀ AFFRONTATO IN PARTE QUESTI TEMI: C’È QUALCOS’ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE AGGIUNGERE DA QUESTO PUNTO DI VISTA? R. Certamente. Dicevo prima che il Patto tende a superare la distinzione tra migrazione forzata e migrazione economica. Vorrei far notare che, dal punto di vista dell’analisi critica, questo è stato uno dei punti d’onore degli studi sulle migrazioni negli ultimi anni. Ciò che allora veniva individuato criticamente oggi viene invece affermato positivamente. In fondo qualcosa di simile si può dire anche a proposito dell’idea di confine che emerge dal Patto. Negli ultimi venti o venticinque anni molti e molte di noi hanno messo in evidenza come il confine non coincida affatto con la linea che, sulla mappa, separa territori statali unificati. Mi pare che questa scomposizione del confine sia ulteriormente accelerata dal Patto. Il confine appare concepito come un insieme di dispositivi che operano lungo l’intera traiettoria della mobilità. Possiamo anche dire che, in qualche modo, il confine precede la mobilità. È un’affermazione significativa, perché noi abbiamo sempre insistito sul fatto che è la mobilità a precedere il confine: sono le forme e le pratiche della mobilità a determinare le trasformazioni di un confine che è sempre all’inseguimento di quelle forme e di quelle pratiche. Il Patto introduce invece un elemento politico molto forte, che tende a rovesciare questo rapporto. Inoltre, credo che, distribuito lungo una molteplicità di spazi, il confine costruisca una geografia europea del mondo, attraverso l’indicazione delle modalità con cui le politiche europee si rapportano a soggetti che provengono da diverse parti del mondo. Anche questa, di per sé, non è una novità. Avevamo messo in evidenza già molti anni fa come le politiche migratorie europee costituissero una componente fondamentale del modo in cui l’Europa costruisce il proprio rapporto con il mondo. Mi pare, tuttavia, che qui ci sia un salto di qualità. La geografia europea del mondo costruita attraverso questa distribuzione dei confini lungo una molteplicità di spazi è mediata in modo essenziale dalle infrastrutture digitali. Anche questo è un punto che credo debba essere segnalato come estremamente importante. D. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE L’OCCASIONE PER RIFLETTERE SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI IN TEMA DI MIGRAZIONI. HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, IN CASO DI RISPOSTA AFFERMATIVA, QUAL È LA RAGIONE DI QUESTA DIFFICOLTÀ? HA A CHE FARE CON LA PRODUZIONE DI QUESTI SAPERI, CON LA LORO CIRCOLAZIONE OPPURE, DAL TUO PUNTO DI VISTA, SONO RILEVANTI ALTRE FORME DI BLOCCO? R. Intanto direi che negli ultimi anni c’è stato un grandissimo investimento all’interno degli studi critici sulle migrazioni e sui confini. Molte ricercatrici e molti ricercatori, attiviste e attivisti, si sono dedicati con grande passione e generosità allo studio critico delle migrazioni e dei confini. Uno studio critico che ha conosciuto un grande sviluppo in Italia, così come a livello internazionale. Tuttavia la mia impressione, che in fondo conferma quello che dicevi nella tua domanda, è che ci si trovi effettivamente di fronte a un’impasse. Un’impasse che qualificherei prima di tutto in termini politici. Mentre la destra, in Europa e altrove nel mondo, costruisce aberranti progetti politici complessivi a partire dal contrasto della migrazione, gli studi critici sono in qualche modo ripiegati sullo specialismo. Si sono progressivamente accomodati all’interno di nicchie. Dicevamo, anni fa, che la migrazione è una lente che consente di leggere il mondo nel suo insieme: la società, lo sviluppo del capitalismo, le lotte sociali e di classe. Questa prospettiva oggi, paradossalmente, è appropriata dalle destre estreme che, naturalmente, a partire dalle migrazioni costruiscono aberranti progetti politici complessivi. Rispetto alla nostra parte, quello che si può dire è che, all’interno del discorso pubblico, i saperi giuridici hanno qualche spazio, così come l’umanitarismo, rappresentato tanto dalle organizzazioni della società civile quanto, in modo particolare, dalla Chiesa cattolica. Saperi giuridici e umanitarismo sono entrambi essenziali, ma anche insufficienti a costruire, a partire dalla migrazione, un’idea di mondo che permetta di giocare non soltanto in difesa all’interno del discorso pubblico. Mi sembra che quello che manca – naturalmente non è una responsabilità che attribuisco a qualcuno; in primo luogo la attribuisco a me stesso – sia una visione, tra molte virgolette, “positiva”. Oggi non è venuto meno il rapporto tra studi critici sulle migrazioni e attivismo, ma questo rapporto si sviluppa fondamentalmente, da una parte, all’interno dell’accademia e, dall’altra, all’interno di spazi di confine che non riusciamo a rimettere al centro di un’analisi complessiva della società e del mondo in cui viviamo. D. IN EFFETTI LA PARABOLA DELLA REMIGRAZIONE È UN AMBITO IN CUI È MOLTO EVIDENTE LA TENSIONE CHE DESCRIVI. LA DESTRA AGITA UN IMMAGINARIO MOLTO FORTE, ABERRANTE MA STRUTTURATO, MENTRE I MOVIMENTI LO CONTESTANO, IN MANIERA MOLTO OPPORTUNA, COME È AVVENUTO ANCHE CON LA GRANDE MOBILITAZIONE DEL 13 GIUGNO QUI A ROMA. EPPURE FATICANO ANCORA A ELABORARE UNA PROSPETTIVA AUTONOMA SULLE MIGRAZIONI. TORNANDO AL PATTO, QUALI STRUMENTI – INTESI COME CATEGORIE, ELEMENTI TEORICI, DIMENSIONI ANALITICHE O ANCHE PRATICHE MILITANTI – TI SEMBRANO OGGI UTILI PER LEGGERE LE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E QUALI STRUMENTI, ELABORATI NELL’AMBITO DEGLI STUDI CRITICI O DELLE PRATICHE DI MOVIMENTO, TI SEMBRANO INVECE OGGI INSUFFICIENTI O NON PIÙ ADEGUATI PER CONFRONTARSI POLITICAMENTE CON LE SFIDE POSTE DAL PATTO? R. Evidentemente il Patto chiama in causa, prima di tutto, il lavoro di avvocate e avvocati. Richiede la mobilitazione di quelli che prima chiamavo i saperi giuridici, ed è una mobilitazione fondamentale. Vorrei sottolineare la straordinaria generosità di avvocate, avvocati, giuriste e giuristi. Provo però a dire qualcosa che va oltre questo aspetto e, in qualche modo, anche oltre il Patto. Penso che sia fondamentale, ancora una volta, cercare di istituire collegamenti tra quello che accade nelle nostre città e quello che accade lungo i confini. La flotta civile mobilitata nel Mediterraneo deve diventare, ancora più di quanto non sia, una lente che ci permetta di cogliere le dinamiche, i movimenti e i conflitti della migrazione all’interno delle nostre città. D’altro canto, se guardiamo alle lotte sociali più significative degli ultimi anni – alle lotte per la casa, alle lotte sul lavoro – il protagonismo migrante è innegabile. Dobbiamo però essere in grado di collegarlo con quanto accade lungo i confini. E qui, se vuoi, c’è anche il collegamento con il Patto. Riprendo poi quello che dicevo prima: la necessità di collegare la lotta contro gli effetti del Patto – cioè, per dirla molto rapidamente, contro i suoi effetti di esclusione – con la lotta intorno ai nuovi schemi di reclutamento e, dunque, con quella che negli anni scorsi abbiamo definito “inclusione differenziale”. C’è poi un’altra questione che mi sta particolarmente a cuore e che riguarda un aspetto fondamentale dei confini. Ormai molti anni fa, all’inizio del secolo, Étienne Balibar sottolineava come ciascun confine dovesse essere analizzato criticamente dal punto di vista del ruolo che svolge all’interno della configurazione del mondo. Sottolineava, cioè, che esiste un’articolazione dei confini e che questa articolazione contribuisce a determinare la configurazione del mondo. Ecco, a me sembra che oggi la configurazione del mondo sia a pezzi. Quando parliamo di una congiuntura di guerra ci riferiamo precisamente a questa disarticolazione della configurazione del mondo. Qui naturalmente si apre un problema che riguarda il rapporto tra confini e guerra, ma anche, più in generale, la riorganizzazione degli spazi e dei regimi della mobilità globale in una congiuntura segnata dalla guerra. Credo che questo sia un punto fondamentale per lo sviluppo degli studi critici sui confini nel prossimo futuro. D. PER CHIUDERE, ABBIAMO IMMAGINATO UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI CHE POSSA ESSERE UTILE A QUESTA GALASSIA DI ATTIVISTE E ATTIVISTI, OPERATRICI E OPERATORI, AVVOCATE E AVVOCATI CHE IN QUESTE SETTIMANE STANNO STUDIANDO LA NUOVA NORMATIVA, ORGANIZZANDO FORMAZIONI E AUTOFORMAZIONI E PREPARANDO I PRIMI VIAGGI ALLE FRONTIERE PER MONITORARE GLI EFFETTI DEL PATTO. CI PIACEREBBE CONTRIBUIRE, PER QUANTO POSSIBILE, A COSTRUIRE QUESTA IDEALE CASSETTA DEGLI ATTREZZI, FORNENDO STRUMENTI DI APPROFONDIMENTO CHE NON SIANO SOLTANTO GIURIDICI. CHE COSA CONSIGLIERESTI DI METTERCI DENTRO? QUALI LIBRI, ARTICOLI, FILM O ALTRI MATERIALI SUGGERIRESTI A CHI, CON GRANDE GENEROSITÀ, STA INIZIANDO A CONFRONTARSI CON L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO? R. Restando all’Italia, per quanto riguarda gli studi sulle migrazioni e sui confini c’è solo l’imbarazzo della scelta. Credo che sia importante continuare a tenere al centro della nostra discussione la libertà di movimento. Il libro di Gennaro Avallone, uscito da poco, ci permette di farlo. Ho sempre sottolineato l’importanza del rapporto tra migrazioni e lavoro, tra migrazioni e trasformazioni del lavoro. Vorrei quindi indicare un libro che considero molto originale e importante, quello di Davide Sacchetto e Gabriella Alberti, Lavoro migrante. Potrei continuare a lungo, ma non credo sia necessario. Per me è più importante, sulla base di quello che dicevo prima, sottolineare l’importanza che attiviste e attivisti che lavorano sui confini e sulle migrazioni si formino anche attraverso libri che non affrontano direttamente il tema delle migrazioni. Dal Capitale di Marx ai libri sull’intelligenza artificiale – penso, ad esempio, al libro di Matteo Pasquinelli – fino ai lavori sul capitalismo contemporaneo e sulla logistica. Penso, ad esempio, al libro di Deborah Cowen sulla logistica, che considero estremamente importante perché ricostruisce le trasformazioni di un paradigma della mobilità delle merci che ha implicazioni estremamente significative anche per la gestione della mobilità delle persone. Poi, dato che menzioni anche i film, ne ricordo due. Il primo è Green Border, di Agnieszka Holland, che penso costituisca un monito rispetto a quella che è la realtà – in questo caso quella del confine tra Polonia e Bielorussia – da cui nasce il Patto. L’ultima indicazione è Human Flow, il film di Ai Weiwei del 2017, che ricostruisce quella dimensione globale delle migrazioni, tra guerre, espropriazioni, collasso ambientale e repressione politica, che non dobbiamo mai dimenticare. Francesco Ferri: Molte grazie, Sandro, per questa panoramica, per i consigli e anche per l’invito a collocare lo sguardo critico sulle migrazioni all’interno di una prospettiva globale, sia dal punto di vista dello spazio sia da quello dei saperi necessari per affrontare adeguatamente le sfide poste dal Patto. Ti ringraziamo molto e ti auguriamo una buona giornata. Sandro Mezzadra: Grazie anche a te e anche a voi. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026 Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MIGUEL MELLINO Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere Francesco Ferri 2 Luglio 2026
Il d.lgs. 115/2026 recepisce la direttiva antitratta: il coordinamento con le nuove procedure di frontiera del Patto UE Immigrazione e Asilo
FEDERICA REMIDDI, SALVATORE FACHILE E GIULIA CRESCINI Il contributo esamina il decreto legislativo 12 giugno 2026, n. 115, di attuazione della direttiva (UE) 2024/1712, che modifica la direttiva 2011/36/UE in materia di prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e di protezione delle vittime. Il punto centrale del commento è costituito dal nuovo periodo di recupero e riflessione, introdotto nei commi 3-ter e 3-quater dell’art. 18 del d.lgs. n. 286/1998, e dal suo rapporto con le procedure di screening, di frontiera e accelerate disciplinate dal Patto UE su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026: si tratta di verificare se, e in quale misura, il nuovo istituto sia in grado di sottrarre la potenziale vittima di tratta alla logica acceleratoria e contenitiva propria di tali procedure. Il commento ricostruisce inoltre le altre modifiche apportate dal decreto, distinguendo quelle che intersecano la posizione del richiedente protezione internazionale da quelle relative alle vittime di tratta a prescindere da tale condizione – tra cui le novelle al codice penale (artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1), la disciplina dell’indennizzo e il nuovo Coordinatore nazionale anti-tratta. Un approfondimento specifico è dedicato al diritto della vittima di tratta di svolgere attività lavorativa già in forza della semplice ricevuta attestante la presentazione della domanda di permesso di soggiorno ex art. 18, prima ancora del suo rilascio. SOMMARIO 1. Premessa 2. Il periodo di recupero e riflessione: un nuovo istituto per le vittime di tratta 2.1 I diversi contesti applicativi del periodo di riflessione 2.1.1 La preidentificazione in frontiera e il rapporto con lo screening 2.1.2 La procedura di frontiera e l’inconciliabilità con il periodo di riflessione 2.1.3 Le conseguenze al termine del periodo di riflessione 2.2 Il rintraccio sul territorio 2.3 Il periodo di riflessione fuori dai casi di screening 3. I minori stranieri non accompagnati 4. Le procedure operative standard, il Meccanismo Nazionale di Referral e il sostegno transfrontaliero Parte II. Le modifiche relative alle vittime di tratta, a prescindere dalla condizione di richiedente protezione internazionale 5. Le modifiche al codice penale: gli artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1 6. Il diritto di indennizzo delle vittime di tratta 7. Il coordinatore nazionale anti-tratta e il servizio nazionale di pronta assistenza 8. Il Piano nazionale d’azione contro la tratta 9. Il diritto al lavoro nelle more del rilascio del permesso di soggiorno: il nuovo comma 3-quinquies dell’art. 18 Scarica l’articolo completo
Grecia: un bonus di 250 euro per ogni rimpatrio volontario
Con Decreto Ministeriale Congiunto, la Repubblica Ellenica ha riformato il sistema di orientamento legale gratuito per i richiedenti asilo 1. Tra le novità introdotte figura anche un compenso di 250 euro riconosciuto al rappresentante legale per ciascun rimpatrio volontario assistito portato a termine. Una misura che presenta profili di analogia con il modello italiano introdotto dall’art. 30-bis del d.l. 23/2026, poi modificato dal d.l. 55/2026 (convertito dalla l. 103/2026) 2. Formalmente, il provvedimento 3 intende dare attuazione all’obbligo di garantire il diritto all’orientamento legale, nonché all’assistenza e alla rappresentanza legale, previsto dagli artt. 15 e 19 del Regolamento (UE) 2024/1348 sulla procedura comune di protezione internazionale e dal considerando 39 e dall’art. 21 del Regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione dell’asilo e della migrazione. Nella pratica, tuttavia, la riforma greca evidenzia ancora una volta la natura selettiva dell’attuazione delle disposizioni del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo: mentre si consolida un’ipertrofia normativa funzionale alla restrizione dell’accesso alla protezione internazionale e al rafforzamento degli strumenti di rimpatrio, gli obblighi positivi di garanzia dei diritti fondamentali rimangono privi di un’effettiva implementazione. Il provvedimento ridefinisce infatti la funzione stessa dell’orientamento legale, incidendo sul suo carattere di servizio indipendente, verificabile e trasparente. Da servizio di emancipazione giuridica, volto a ridurre la vulnerabilità della persona migrante e a garantire un presidio contro l’espulsione, l’orientamento legale viene rifunzionalizzato come segmento operativo del dispositivo della deportazione. Non si limita ad accompagnare la rimozione, ma contribuisce a costruire le condizioni materiali e simboliche entro cui il rimpatrio finisce per apparire come unica opzione razionale. Integrando il diritto all’assistenza legale nel paradigma politico sintetizzato dallo stesso Ministro Plevris nella formula ‘carcere o rimpatrio’ 4, l’intervento finisce così per incidere sulle condizioni di accesso effettivo al diritto d’asilo, restringendo lo spazio del diritto all’informazione giuridica. Un diritto che precede il diritto d’asilo stesso: un pre-diritto, poiché solo attraverso la conoscenza dei propri diritti e degli strumenti di tutela disponibili una garanzia formale può tradursi in una protezione effettiva. I principali profili di criticità introdotti dal Decreto riguardano l’individuazione degli avvocati incaricati dell’orientamento legale, la garanzia dell’accuratezza e dell’indipendenza delle informazioni fornite, il meccanismo di incentivo economico previsto e le modalità concrete di attuazione dell’obbligo informativo attraverso sessioni collettive. * L’orientamento potrà essere prestato esclusivamente dagli avvocati iscritti al Registro degli Avvocati per l’Orientamento Legale, con il rischio di indebolire il ruolo degli avvocati delle organizzazioni della società civile che garantiscono supporto legale indipendente alle persone migranti. * Le sessioni di orientamento sono organizzate prevalentemente in forma collettiva, con gruppi di quindici persone, estendibili fino a cinquanta partecipanti. Una modalità che appare difficilmente compatibile con la natura individuale della procedura di asilo. * La partecipazione del personale ministeriale alle sessioni informative solleva interrogativi rispetto alla reale autonomia dell’informazione fornita e alla garanzia della necessaria riservatezza del rapporto tra persona assistita e professionista legale. * Ai professionisti incaricati sono riconosciuti 160 euro per ciascuna sessione di orientamento legale e 250 euro aggiuntivi qualora, entro due mesi dalla consulenza, il cittadino di Paese terzo presenti una domanda di rimpatrio volontario e la relativa procedura venga completata. Tale previsione introduce un meccanismo premiale collegato all’esito della procedura, anziché alla qualità dell’orientamento prestato o alla tutela dell’interesse della persona assistita. * Gli avvocati iscritti al Registro che prestano orientamento legale gratuito non possono successivamente assumere la rappresentanza dello stesso richiedente asilo nelle fasi successive della procedura di protezione internazionale. Tale previsione rischia di creare una sovrapposizione tra la funzione di tutela legale e quella di orientamento amministrativo alla procedura di rimpatrio, compromettendo la continuità della difesa e la piena indipendenza dell’assistenza fornita. Infine, assume particolare rilievo il contenuto dell’informazione fornita ai richiedenti. Per le persone provenienti da Paesi i cui cittadini presentano un tasso di riconoscimento della protezione internazionale inferiore al 20%, il decreto prevede che vengano informate anche sulle conseguenze dell’ingresso e del soggiorno ‘illegale’ in Grecia e sulle modalità di accesso ai programmi di rimpatrio volontario. In termini di deportability, la minaccia del rimpatrio non opera più soltanto come possibilità esterna che incombe sulla persona migrante, ma viene progressivamente incorporata negli stessi dispositivi chiamati a informarla e assisterla. La riforma ha incontrato l’opposizione dell’Ordine degli Avvocati greco, che ha chiesto il ritiro del bonus rimpatrio e della presenza del personale ministeriale nelle sessioni informative. Secondo la posizione espressa dall’avvocatura, l’orientamento legale deve rimanere libero da incentivi economici legati all’esito della procedura e da interferenze dell’autorità pubblica, poiché solo un supporto indipendente può garantire un’informazione effettivamente orientata alla tutela dei diritti, costituendo così uno spazio di tutela capace di interrompere la condizione permanente di deportability. 1. European Lawyers Lesvos, 2026. New System of Legal Guidance under the EU Pact ↩︎ 2. Per ulteriori informazioni, si veda: Avvocati e rimpatri: un incentivo contro diritti e deontologia ↩︎ 3. Si veda: Grecia: incentivi economici agli avvocati per aumentare le deportazioni – Melting Pot (17 luglio 2026) ↩︎ 4. Per ulteriori informazioni, si veda: A legally questionable migration framework: Greece’s experiment to combat “illegal arrivals” ↩︎
Grecia: incentivi economici agli avvocati per aumentare le deportazioni
TATIANA SVOROU Con l’entrata in vigore del Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea 1, una nuova Decisione Ministeriale Congiunta 2 ha introdotto incentivi economici per gli avvocati che forniscono orientamento giuridico gratuito alle persone che richiedono protezione internazionale nell’ambito delle procedure di frontiera 3. Secondo la Decisione, oltre al compenso ordinario di 160 € (più IVA) per ciascuna sessione di informazione legale, gli avvocati riceveranno un ulteriore importo di 250 € (più IVA) nel caso in cui, entro due mesi dall’incontro, la persona assistita rinunci alla domanda d’asilo, optando per il “rimpatrio volontario”, e il rientro venga effettivamente portato a termine. Gli avvocati devono fornire soltanto informazioni generali sulla procedura d’asilo, su diritti e doveri dei richiedenti e sui rimedi disponibili. Sono esplicitamente esclusi dal fornire consulenza giuridica specifica sul caso, dal preparare i richiedenti per le interviste sostanziali 4 o dall’accedere al fascicolo dell’interessato. Le sessioni informative possono anche essere svolte collettivamente, con gruppi fino a 15 partecipanti, o, in circostanze eccezionali, fino a 50 persone, sollevando ulteriori interrogativi sulla possibilità di garantire un effettivo accesso all’assistenza legale nella pratica. Sebbene il percorso procedurale venga determinato anche sulla base del tasso di riconoscimento attribuito al Paese di origine della persona richiedente, il diritto internazionale ed europeo dei rifugiati 5 impone che ogni domanda sia esaminata individualmente, alla luce delle circostanze specifiche del caso. Anche il termine di due mesi collegato all’incentivo economico ha destato attenzione 6. Persino nelle procedure accelerate di frontiera introdotte dal Patto, l’esame delle domande d’asilo può richiedere fino a dodici settimane 7. In pratica, ciò significa che, affinché l’avvocato riceva il pagamento aggiuntivo, il richiedente dovrebbe rinunciare alla procedura d’asilo prima che la sua domanda sia stata valutata integralmente. Le associazioni forensi greche hanno fortemente contestato la misura 8, sostenendo che rischia di compromettere l’autonomia della professione legale e di trasformare la consulenza giuridica in uno strumento di attuazione dei rimpatri inseriti nelle politiche di ritorno 9. Esse affermano che l’accesso all’assistenza legale costituisce una garanzia essenziale che non dovrebbe essere condizionata da premi legati a un determinato esito amministrativo. La Grecia non è l’unico Stato membro ad aver preso in considerazione incentivi di questo tipo. Anche l’Italia aveva inizialmente previsto 10 nell’ambito delle recenti misure in materia di migrazione promosse dal governo Meloni un compenso aggiuntivo 11 di circa 615 € per i professionisti coinvolti nelle procedure di rimpatrio volontario assistito, subordinato all’effettiva conclusione del rimpatrio. La proposta è stata criticata dal Consiglio Nazionale Forense, che ha sostenuto che gli avvocati sono eticamente e professionalmente tenuti a perseguire esclusivamente gli interessi dei propri assistiti e non possono essere remunerati per ottenere risultati allineati agli obiettivi governativi in materia migratoria. Presentato dalla Commissione Europea 12 come un quadro volto a combinare “solidarietà” ed “equa ripartizione delle responsabilità” il Patto estende le ipotesi di inammissibilità 13 delle domande e rafforza una governance dell’asilo che attribuisce maggiore rilievo all’esternalizzazione 14 e alla deterrenza. Organizzazioni per i diritti umani e operatori legali hanno ripetutamente avvertito che queste riforme rischiano di spostare l’attenzione dei sistemi d’asilo dall’accesso alla protezione verso il controllo migratorio, in particolare alle frontiere esterne dell’UE. 1. Le interviste di Francesco Ferri su Patto ↩︎ 2. Qui la decisione ↩︎ 3. Forti reazioni da parte degli avvocati: Decisione di “vergogna” il “bonus” di 250 euro nei casi di asilo, In Newspaper (3 luglio 2026) ↩︎ 4. The International Protection Interview – Sito governo greco ↩︎ 5. Il diritto d’asilo nel diritto internazionale ed europeo – UNHCR ↩︎ 6. Greek law incentivizes lawyers to talk migrants out of submitting asylum claims – Infomigrants (3 luglio 2026) ↩︎ 7. NGOs removed from migrant legal guidance as lawyers to receive €250 bonus for each applicant who chooses to leave Greece – Proto Thema English (2 luglio 2026) ↩︎ 8. La dichiarazione congiunta delle organizzazioni della società civile ↩︎ 9. Approvato il nuovo regolamento UE sui rimpatri, Parlamento UE (17 giugno 2026) ↩︎ 10. Two Sides of Better EU Migration Policy: Returns and Real Legal Pathways – Center for Global Development (2025) ↩︎ 11. La norma del decreto sicurezza che “ricompensa” i legali che favoriscono il rimpatrio dei loro assistiti viola la deontologia degli avvocati e lo stato di diritto – UNIPD ↩︎ 12. Pact on Migration and Asylum ↩︎ 13. Questions and Answers: The EU Pact on Migration and Asylum – HRW (giugno 2026) ↩︎ 14. Europe’s New Asylum Rules: What They Mean for Rights – Aljazeera (10 giugno 2026) ↩︎
Iniziativa formativa – Attuazione del Patto UE sulla migrazione e l’asilo in Italia
Una prima lettura condivisa del decreto legge n. 100 del 2026 (in fase di conversione): le prime norme italiane di attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo entrato in vigore il 12 giugno 2026. A cura di Federica Remiddi, Loredana Leo, Giulia Crescini, Salvatore Fachile, Cristina Laura Cecchini e Lucia Gennari. Spazi Circolari e Melting Pot Europa, in collaborazione con lo Studio Legale Antartide. Giovedì 16 luglio dalle ore 15.30 alle 17.00 * Diretta sul canale YouTube di Melting Pot Europa
Il diritto alla salute delle persone migranti nel Nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo
Una coalizione di oltre venti tra società scientifiche, Ong sanitarie e associazioni per i diritti umani promuove 1 un appello contro le procedure di screening sanitario introdotte dal Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo e dal Decreto-Legge 100/2026. Al centro della denuncia, la trasformazione dell’atto medico in strumento di controllo delle frontiere, con lo stravolgimento del consenso informato e il rischio concreto che gli operatori sanitari diventino, di fatto, ingranaggi del sistema di trattenimento ed espulsione. Il 12 giugno 2026 il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è entrato in vigore in tutta l’Unione Europea, Italia compresa, nella sostanziale assenza di un adeguato dibattito pubblico. Nello stesso giorno è entrato in vigore il Decreto-Legge n. 100/2026, che introduce (tra vari dispositivi che minano alla base il diritto d’asilo) il confinamento coattivo delle persone richiedenti asilo “in luoghi specifici” alla frontiera. Pochi giorni prima, la circolare del Ministero dell’Interno del 9 giugno 2026 ha chiesto ai territori di definire protocolli operativi per l’attuazione del Regolamento (UE) Screening 2024/1356. Le organizzazioni e i professionisti sanitari firmatari rivolgono un appello urgente e responsabile a tutte le figure sanitarie, agli Ordini professionali e alla società civile. Le procedure di screening dovrebbero avere l’obiettivo di identificare tempestivamente bisogni sanitari e condizioni di vulnerabilità. Riteniamo che tali finalità possano essere perseguite solo se le attività sanitarie rimangono chiaramente separate dalle funzioni di controllo migratorio e di pubblica sicurezza. Le disposizioni previste – in particolare quelle relative allo screening sanitario obbligatorio, alle procedure accelerate di frontiera e ai regimi di trattenimento – rischiano di trasformare il personale sanitario in facilitatore burocratico di un sistema di confinamento nei “luoghi specifici”, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata, che contrasta apertamente con i principi fondativi delle professioni sanitarie, con il Codice Deontologico e con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani. 1. IL RICATTO DEONTOLOGICO DELLA “DOPPIA LEALTÀ” E LO STRAVOLGIMENTO DEL CONSENSO INFORMATO Il combinato disposto tra il Regolamento Screening e le norme nazionali di attuazione produce una frattura etica insanabile per l’intera comunità scientifica e sanitaria. Viene sistematicamente violato il principio cardine del consenso informato e della trasparenza dell’atto medico sancito dalla Legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Art. 1), anche nei confronti del personale sanitario che effettua gli screening della salute e delle vulnerabilità, cui non viene data alcuna garanzia su come le proprie valutazioni cliniche verranno utilizzate nel percorso procedurale della persona migrante. L’impianto del Regolamento Screening e del DL 100/2026 configura l’accettazione degli accertamenti sanitari e dello screening biometrico come un vincolo procedurale coercitivo per l’accesso al territorio o alla stessa domanda di asilo. Nel momento in cui il rifiuto del trattamento sanitario genera automaticamente importanti ripercussioni sulle procedure di ingresso o addirittura misure restrittive della libertà personale, il consenso cessa di essere “libero” e l’atto medico viene ridotto a un mero dispositivo burocratico a cui la persona migrante non può sottrarsi, violando l’autonomia del paziente e dello stesso professionista, nonché la dignità di entrambi. Lo screening di salute fisica e mentale viene così espropriato del suo fine terapeutico e ridotto a mero semaforo amministrativo: l’operatore sanitario viene costretto a operare in una condizione di doppia lealtà tra la persona migrante per cui si è chiamati a compiere una valutazione medica e il sistema di procedure burocratiche che richiede quella valutazione, agendo di fatto come un inconsapevole ingranaggio burocratico. La scheda sanitaria cessa di essere lo strumento per attivare una presa in carico e diventa il presupposto biologico per legittimare il confinamento nei “luoghi specifici”, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata. Rifiutiamo fermamente la sottomissione della nostra professione a logiche di pubblica sicurezza: nessun professionista sanitario dovrebbe essere posto, a causa di queste norme securitarie, nella condizione di contribuire, direttamente o indirettamente, a procedure che limitano la libertà personale o incidono sullo status giuridico di una persona sulla base di informazioni raccolte nell’ambito della relazione di cura. 2. LA SECURITIZZAZIONE DELLO SPAZIO CLINICO E LA TUTELA DELLA NEUTRALITÀ TERAPEUTICA La circolare ministeriale impone che lo screening sanitario e di vulnerabilità sia completato entro termini perentori – 7 giorni in prossimità delle frontiere esterne, 3 giorni in caso di rintraccio sul territorio – e invita i Prefetti a individuare gli spazi delle verifiche favorendo i locali della Pubblica Sicurezza e delle Questure. Dal punto di vista clinico, questa scelta è inaccettabile. Un’anamnesi corretta e un esame obiettivo dignitoso richiedono privacy, condizioni igieniche adeguate e l’assenza di elementi coercitivi, nonché la possibilità di avvalersi di un’adeguata mediazione linguistico-culturale: condizioni che una Questura non può garantire. Per le persone migranti, spesso reduci da traumi subiti lungo le rotte o nei paesi di transito, la Questura è lo spazio istituzionale della sanzione e del trattenimento: sottoporvi una valutazione di salute distrugge la neutralità terapeutica e la relazione di fiducia tra medico e paziente. Lo screening sanitario cessa così di essere un presidio di tutela e si riduce a un pre-requisito biologico propedeutico alla detenzione e/o all’espulsione. In una prospettiva più ampia e di lungo periodo, una simile impostazione rischia di compromettere la percezione stessa del sistema sanitario come spazio di tutela, cura e fiducia. La sovrapposizione tra funzioni sanitarie e funzioni di controllo migratorio non danneggia soltanto i diritti individuali delle persone migranti, ma indebolisce la capacità dei servizi di raggiungere le popolazioni più vulnerabili, scoraggia l’accesso alle cure, compromette la continuità assistenziale e mina la fiducia nelle istituzioni sanitarie. Quando lo spazio clinico viene percepito come parte di un dispositivo di sorveglianza o di controllo, ne risente l’efficacia stessa delle strategie di prevenzione, promozione della salute e salute pubblica, con conseguenze che travalicano il singolo individuo e riguardano l’intera collettività. 3. QUANDO LA VULNERABILITÀ DIVENTA UNA FORMALITÀ: LA CRISI DELL’ATTO CLINICO Le indicazioni della Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia pubblicate subito dopo la circolare ministeriale, confermano questa deriva: per garantire una copertura 24 ore su 24, 7 giorni su 7, stabiliscono che “la visita può essere effettuata da un medico anche non specialista”, aprendo al reclutamento di liberi professionisti tramite avvisi d’urgenza a gettone. Si tratta di un modello organizzativo che rischia di compromettere gli standard qualitativi richiesti per la valutazione clinica di condizioni complesse: esiti di tortura, violenza di genere, disturbo post-traumatico da stress, screening di patologie infettive ad alto impatto (come la tubercolosi) vengono ridotti a prestazioni estemporanee, affidate a personale non specializzato e privo di continuità assistenziale. Queste attività richiedono competenze specifiche in medicina delle migrazioni, salute mentale e comunicazione interculturale, supportate da formazione dedicata e lavoro multidisciplinare. L’esito confluisce immediatamente nel sistema informatico SIA (Sistema Informativo Asilo), la piattaforma informatica e banca dati centralizzata del Ministero dell’Interno, a cura delle autorità di polizia, condizionando direttamente il destino giuridico della persona. L’aberrazione tocca il culmine nella gestione delle vulnerabilità: in assenza di esperti, la loro rilevazione può essere compiuta direttamente da operatori di Polizia o da soggetti terzi come l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (EUAA) e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM). Affidare l’identificazione di un trauma da tortura a un agente di pubblica sicurezza, per quanto “debitamente formato”, non è solo un insulto ai professionisti della cura, ma la garanzia che migliaia di persone vulnerabili e non adeguatamente tutelate verranno scaraventate nel circuito delle detenzioni accelerate e delle deportazioni. Questa impostazione trova ora conferma nella circolare del Ministero dell’Interno del 12 giugno 2026 (Prot. 0047219), che indica come modello preferito quello in cui «il personale sanitario» si rechi «presso gli uffici di polizia» e richiama il ricorso alla telemedicina, modalità che riteniamo inaccettabile per una valutazione così complessa. La stessa circolare estende lo screening agli Istituti di pena, raccomandando il coinvolgimento dei servizi sanitari penitenziari per i controlli sui detenuti stranieri in fase di scarcerazione. Gli esiti confluiscono in una “scheda sanitaria”, elaborata dal Tavolo vulnerabilità, volta a valutare l’idoneità della persona alla “vita in comunità ristretta”: l’atto medico diventa così, esplicitamente, criterio di ammissione ai percorsi detentivo-espulsivi patogeni dei CPR. 4. DETENZIONE DE FACTO E  COMPROMISSIONE DELLE GARANZIE DELLO STATO DI DIRITTO Come evidenziato dalle analisi di PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants), l’obbligo per i migranti di “rimanere a disposizione” delle autorità, unito alla finzione giuridica del “non ingresso” nel territorio, istituisce una prassi generalizzata di detenzione de facto – anche per donne, bambini e persone vulnerabili, senza chiare indicazioni di tutela ad esempio per minori e nuclei familiari. In questo quadro, assume una delicatezza estrema il tema delle procedure di accertamento dell’età anagrafica nei presunti minori privi di documenti. Accertare l’età non può ridursi a “indicare un numero” o a una frettolosa misurazione biometrica, ma deve significare il riconoscimento di una condizione di vulnerabilità originaria. Si tratta di un atto complesso che richiede tempo, competenze multidisciplinari, relazioni e contesti adeguati, volti ad accogliere e dare voce a una storia prima ancora che a quantificarla. Una corretta identificazione è l’unico strumento per garantire al minore l’effettivo esercizio dei diritti sanciti dalla Convenzione di New York, ratificata dall’Italia; sminuire questo passaggio significa spalancare la strada a provvedimenti gravemente lesivi, quali il respingimento alla frontiera, il rimpatrio forzato, la sistemazione in strutture d’accoglienza per adulti o, peggio, la detenzione amministrativa nei CPR. Il Decreto-Legge 100/2026 conferma questa torsione, normando l’obbligo di risiedere coattivamente in un luogo specifico di frontiera e affidando le relative procedure a “sezioni stralcio monocratiche” con giudici onorari, aggirando il controllo della magistratura ordinaria. Basta un presunto “rischio di fuga” – anche il semplice mancato possesso di un passaporto o l’assenza di un alloggio – per determinare una compressione dei diritti ed una riduzione delle garanzie con accesso limitato alla difesa legale. L’estensione dello screening alle persone già presenti sul territorio moltiplicherà inoltre le pratiche di profilazione etnica e razziale, esponendo minoranze e persone di origine straniera a un clima diffuso di sospetto e sorveglianza, in contraddizione con gli stessi piani d’azione europei contro il razzismo. 5. LA SALUTE NON È NEGOZIABILE: L’APPELLO AL GIURAMENTO DI IPPOCRATE L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, condizionato in primo luogo dai determinanti sociali. La precarietà giuridica, la minaccia della detenzione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) fino a 24 mesi in un contesto notoriamente patogeno e la reclusione forzata sono esse stesse i principali determinanti patogeni che colpiscono la salute delle persone migranti, come ha già riconosciuto la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO) supportando un documento della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) nel 2025. Numerose evidenze documentano come il confinamento, la detenzione amministrativa e l’incertezza legata alle procedure migratorie costituiscano fattori associati a un aumento del rischio di depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress, autolesionismo e altre forme di sofferenza psicologica. Le procedure previste dal Nuovo Patto rischiano pertanto non solo di intercettare vulnerabilità preesistenti, ma di produrne di nuove. L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli indigenti senza distinzione di nazionalità o regolarità di soggiorno. Ridurre l’atto medico a uno strumento di classificazione procedurale per stabilire chi possa essere trattenuto o deportato viola il nucleo della Carta Costituzionale e della Legge 833/1978. > Chi ha prestato il Giuramento di Ippocrate ha l’obbligo deontologico di > perseguire come fine esclusivo la difesa della vita e della salute della > persona, senza alcuna discriminazione, rifiutando qualunque cooperazione a > palesi violazioni dei diritti umani. Non possiamo farci complici della > deumanizzazione burocratica dei corpi. 6. LE NOSTRE RICHIESTE Al fine di garantire il rispetto della dignità e dei diritti delle persone migranti, la cui vita e i cui corpi sono seriamente esposti al rischio di una strutturale deumanizzazione alla luce delle priorità espresse dal Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo: * chiediamo al Ministero della Salute di rivendicare e far rispettare le proprie specifiche competenze a garanzia dell’articolo 32 della Costituzione rimarcando che il diritto alla tutela della salute prescinde da qualunque altra condizione compresa quella giuridica della persona. Non è infatti ammissibile che alle autorità sanitarie locali arrivino, da parte di istituzioni appartenenti ad altri settori (prefetture, questure, etc.) o direttamente da altri ministeri (nella fattispecie il Ministero Interno) documenti (circolari, note, o altro) con carattere assertivo e prescrittivo nei confronti dei professionisti della sanità. L’unica modalità ammissibile prevede la recezione di direttive emanate da istituzioni di settore competenti; * chiediamo alle Regioni di esercitare le loro prerogative in termini di programmazione, organizzazione, gestione e valutazione dei servizi, degli interventi e delle attività di tipo sanitario anche e soprattutto nell’ambito della Commissione Salute e della Conferenza Stato – Regioni; Chiediamo inoltre al Ministero della Salute, alle ASL, alle ASST, ai tavoli di vulnerabilità territoriali, agli Ordini dei Medici, agli Ordini degli Psicologi, alle Società Scientifiche e alle Associazioni di Psicologia a livello nazionale e internazionale, nonché alle Facoltà di Medicina e Chirurgia e delle professioni sanitarie e alle istituzioni locali competenti di: * tutelare l’indipendenza dei/delle professionisti/e della salute prevenendo ogni forma di “doppia lealtà”: È indispensabile che a ogni professionista sia garantita la massima trasparenza sull’uso amministrativo dei dati raccolti durante la valutazione clinica. L’atto sanitario deve mantenere una finalità esclusivamente terapeutica e non può essere trasformato in uno strumento funzionale a procedure amministrative che condizionano la libertà personale. Rifiutiamo pertanto qualsiasi utilizzo della scheda sanitaria o della valutazione di vulnerabilità come requisito preliminare o come “via libera” per misure di trattenimento, confinamento o allontanamento, in aperta violazione del Codice Deontologico; * rifiutare la sottoscrizione di protocolli operativi che prevedano lo svolgimento di attività cliniche all’interno di uffici di Pubblica Sicurezza; * garantire che ogni percorso di screening avvenga all’interno di strutture del Servizio Sanitario Nazionale, con personale qualificato e mediatori culturali indipendenti, e rispettando il principio del consenso informato; * garantire una formazione specifica e continuativa del personale coinvolto nelle attività di screening e presa in carico sui temi della medicina delle migrazioni, della salute mentale, del trauma, della comunicazione interculturale e della tutela dei diritti umani; * prevedere una valutazione dello stato generale di salute e in particolare di salute mentale che sia approfondita, rispettosa della dignità e dei diritti e libera da costrizioni spaziali e temporali dettate dai percorsi detentivo-espulsivi; * garantire che la valutazione delle vulnerabilità mediche e psicosociali abbia sempre la priorità sui percorsi detentivo-espulsivi e venga effettuata da personale indipendente dalle procedure di frontiera e con adeguata formazione medica e sociosanitaria; * assicurare l’accesso effettivo e indipendente alle organizzazioni della società civile e ai meccanismi di monitoraggio dei diritti fondamentali; * escludere in ogni caso la detenzione di bambini, famiglie e persone in condizioni di vulnerabilità, e garantire la convalida giurisdizionale di ogni provvedimento restrittivo della libertà personale. La determinazione dell’età, quando realmente necessaria e comunque a tutela dei diritti del minore, deve essere effettuata da personale qualificato secondo le indicazioni previste dalla Legge 47/2017 e dal protocollo multidisciplinare approvato il 9 luglio 2020 dalla Conferenza Unificata, basato sul principio del superiore interesse del minore; * garantire la continuità della relazione di cura e il segreto professionale per le persone migranti detenute, indipendentemente dal loro status giuridico, escludendo i servizi sanitari penitenziari da qualsiasi finalità di segnalazione o trasmissione di dati al sistema SIA; * esigere il pieno rispetto del GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) e la tutela dei dati sanitari: le informazioni cliniche e di vulnerabilità sono dati sensibili sottoposti a rigidi vincoli di riservatezza, segreto professionale e minimizzazione. Chiediamo la protezione assoluta, bloccando qualsiasi trasmissione o interoperabilità automatica verso banche dati di pubblica sicurezza o di controllo migratorio, incluso il sistema SIA. > Come operatori di salute, cittadini ed esseri umani rifiutiamo le logiche > discriminatorie ed escludenti del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo e > dei relativi dispositivi di applicazione a livello nazionale. La tutela dei > diritti fondamentali delle persone migranti e l’umanità della nostra > professione non sono negoziabili. 1. Firmatari: Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM); Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI); European Community Psychology Association (ECPA); Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale (SIMET); Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM); Rete Italiana per il Supporto alle persone Sopravvissute a Tortura (ReSST); Mediterranea Saving Humans; Medici Senza Frontiere Italia; Emergency; Medici con l’Africa Cuamm; Associazione Frantz Fanon; Brigate Basaglia; Medici per i Diritti Umani (MEDU); Medici contro la tortura (MCT); Medici del Mondo Italia ETS; Medicina Democratica; Psichiatria Democratica; Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM); Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione internazionale (CIAC); Associazione Culturale “La Kasbah” ETS; Psicologia per la Palestina; Collettiva Psicologia Anticarceraria; Naga ODV; Rete Mai più lager No ai CPR; Salute Internazionale. ↩︎
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Miguel Mellino
L’implementazione del Patto europeo su migrazione e asilo è ormai imminente. La radicale riforma della normativa europea ridisegna le modalità di gestione delle cosiddette frontiere esterne, accentuando la selettività dei meccanismi di accesso, il ricorso alla limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararsi a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non soltanto sul contenuto delle nuove norme, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi attraverso cui leggere questa fase da una prospettiva critica.  In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? Quali strumenti teorici e politici possiamo utilizzare per contestare il Patto? Abbiamo immaginato questa serie di conversazioni partendo da una convinzione: il rischio, di fronte all’imminente implementazione del Patto, è quello di rimanere schiacciati dalle novità normative e di utilizzare esclusivamente lenti giuridiche per interpretare quanto sta accadendo. Si tratta di uno sguardo indispensabile, ma non sufficiente. Per questo ci sembra importante riflettere anche sullo stato di salute degli studi critici sulle migrazioni e provare a condividere suggestioni, categorie analitiche e piste di ricerca che possano aiutare a comprendere e contrastare gli effetti del Patto. L’obiettivo è costruire una sorta di “cassetta degli attrezzi” accessibile non soltanto a ricercatrici e ricercatori, ma anche ad attiviste e attivisti, operatrici e operatori e, più in generale, a tutte le persone che nei prossimi mesi si confronteranno con le trasformazioni introdotte dalla nuova normativa europea. Ne parliamo con Miguel Mellino, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONE E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA DETERMINA UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Non lo considero né una totale continuità né una totale svolta. Partirei da qui, perché mi sembra importante evitare formule troppo comode. Sicuramente il Patto segna uno spartiacque nella storia dei regimi migratori europei, ma nel senso che radicalizza una serie di dispositivi di controllo delle migrazioni che erano già presenti. Vorrei chiarire un punto che non sempre viene messo sufficientemente in evidenza: i regimi di controllo delle migrazioni e i dispositivi di controllo delle migrazioni sono anche dispositivi di controllo e di produzione della popolazione nel suo insieme. Per questo motivo io vedo il Patto come una radicalizzazione di elementi che appartengono già alla grammatica generativa giuridica, politica, economica e, aggiungerei, razziale dell’Unione europea fin dalla sua costituzione, e in particolare a partire da Maastricht e Schengen. Non lo vedo come qualcosa che rompe con quella logica. Lo vedo piuttosto come una radicalizzazione di alcune delle logiche che erano già inscritte nei processi di formazione dell’Unione Europea. Dove dobbiamo allora cercare la specificità del Patto? A mio avviso, nella congiuntura di cui è espressione. Qui mi rifaccio a un autore a cui sono molto legato, Stuart Hall, e ai suoi richiami all’analisi gramsciana delle congiunture. Se vogliamo comprendere la logica del Patto dobbiamo cercarla nella congiuntura storica e politica di cui esso è espressione. Attenzione però: non in modo meccanicistico. Non credo che la congiuntura determini automaticamente il Patto. Il Patto è piuttosto una lettura, una rielaborazione, una modalità di governo di quella congiuntura da parte delle forze politiche oggi dominanti nelle istituzioni europee e nei governi nazionali. Questo mi sembra un punto importante da sottolineare. Quali sono allora gli elementi principali di questa congiuntura? Innanzitutto ci troviamo all’interno di regime di guerra globale. Abbiamo almeno tre scenari di guerra che non sembrano destinati a trovare una soluzione nel breve periodo. Il primo è la guerra in Ucraina, iniziata nel 2022. Il secondo è il genocidio in corso in Palestina, che ha prodotto conseguenze e squilibri nell’intera regione. Il terzo è il conflitto che coinvolge l’Iran e che si è aggiunto a questo quadro già estremamente instabile. A tutto questo si somma la crisi economica legata alla competizione tra Stati Uniti e Cina e alla progressiva messa in discussione della forma che la globalizzazione ha assunto negli ultimi trent’anni. Stiamo vivendo una fase di transizione caratterizzata da un forte livello di caos sistemico, dalla distruzione di un ordine politico e giuridico internazionale e dalla nascita di qualcosa che ancora non siamo in grado di definire. Tuttavia abbiamo alcuni elementi che possono aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo. Se pensiamo alle analisi delle transizioni egemoniche, ad esempio a quelle proposte da Giovanni Arrighi, possiamo osservare che oggi, diversamente da altre fasi storiche, non esiste una potenza, una regione o un blocco capace di esercitare un’egemonia stabile sul resto del mondo. Questo lascia presagire una situazione di instabilità e di caos prolungati. Da questo punto di vista il primo elemento per leggere il Patto è proprio il modo in cui l’Europa, attraverso le sue forze politiche dominanti, interpreta questa congiuntura e propone una specifica forma di governo delle migrazioni e, più in generale, delle popolazioni. C’è poi un ulteriore aspetto che a mio avviso viene discusso troppo poco. Questa congiuntura non è soltanto una fase di crisi sistemica o di policrisi. È anche un momento storico segnato dalla crisi dell’egemonia occidentale sul resto del mondo. Si tratta di un passaggio enorme nella storia degli ultimi cinque o sei secoli. Oggi stiamo assistendo non soltanto all’indebolimento dell’egemonia occidentale, ma anche alla crisi di un dominio che ha strutturato per secoli i rapporti globali. Questo elemento è fondamentale per comprendere la fase che stiamo attraversando. Il terzo elemento è l’ascesa delle nuove destre sovraniste, regressive e nazionaliste. Anche qui però bisogna essere precisi. Il sovranismo europeo non si caratterizza per un vero nazionalismo economico. Piuttosto si esprime come pugno duro nei confronti delle popolazioni considerate deboli, vulnerabili e, soprattutto, migranti. Questo vale non soltanto per l’Europa. Pensiamo anche all’emergere delle nuove destre in America Latina, come il caso di Javier Milei in Argentina. Non siamo di fronte a progetti di nazionalismo economico, ma piuttosto a tentativi di ricomporre un governo razziale e patriarcale delle popolazioni. A mio avviso questo va letto anche come una reazione alle trasformazioni prodotte negli ultimi decenni dalle lotte femministe, dai movimenti antirazzisti, dagli studi critici sull’immigrazione, sul colonialismo e sull’eredità coloniale. Per usare un’espressione foucaultiana, si potrebbe dire che queste lotte hanno inciso sulla microfisica del potere, mettendo in discussione l’autorità di determinati soggetti e assetti di dominio. Le nuove destre cercano in parte di restaurare quell’ordine. Per questo motivo la logica del Patto va cercata nella congiuntura, ma soprattutto nella lettura politica che le forze dominanti danno di questa congiuntura. Tra gli aspetti che mi sembrano più rilevanti c’è la radicalizzazione dell’arbitrio sovrano nei confronti dei diritti dei richiedenti asilo e dei migranti. Per interpretare questo processo trovo utile richiamare una tradizione teorica che in Italia viene ancora poco utilizzata: la tradizione radicale nera, l’archivio non bianco, ciò che Cedric Robinson definiva la Black Radical Tradition. Da questa prospettiva si può leggere il Patto come una forma di legalizzazione di ciò che potremmo chiamare un terrore sovrano necropolitico. Mi interessa utilizzare questa espressione perché restituisce l’idea di una violenza istituzionale che non opera più soltanto in forme eccezionali, ma che viene progressivamente normalizzata e distribuita all’interno degli stessi dispositivi ordinari di governo delle migrazioni, dell’asilo, dei diritti e dei respingimenti. Un altro punto che meriterebbe maggiore attenzione riguarda l’accelerazione nella costruzione di centri di trattenimento e rimpatrio al di fuori dei confini europei, i cosiddetti hub esterni, di cui l’Italia è stata una delle principali promotrici. Credo sia importante ricordare che questo modello non nasce in Europa. Una delle sue matrici principali è l’esperienza australiana. E non è un dettaglio secondario che l’Australia sia uno Stato profondamente segnato dal colonialismo d’insediamento. Da questo punto di vista si può leggere l’esternalizzazione delle frontiere come una forma attraverso cui alcune logiche coloniali continuano a essere riattivate nel presente europeo. Infine c’è una questione che continuo a ritenere centrale. Nei dibattiti sulle migrazioni e sul Patto si parla ancora troppo poco di colonialità. In particolare in Italia fatichiamo a mettere realmente al lavoro politicamente questo nesso tra colonialismo, razzismo, migrazioni e realtà nazionale ed europea. D. QUAL È, DAL TUO PUNTO DI VISTA, LO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI SULLE MIGRAZIONI? HAI L’IMPRESSIONE CHE OGGI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO E POLITICO? E, SE SÌ, DA COSA DIPENDE QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Ripartirei da un punto che avevo già accennato. Quando parliamo del Patto e delle trasformazioni in corso, emerge certamente un’ulteriore militarizzazione delle frontiere. Tuttavia dobbiamo intenderci sul significato di questa espressione. La militarizzazione contemporanea procede di pari passo con la digitalizzazione della sorveglianza e con lo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate di identificazione, controllo e deportazione. Questi processi, a loro volta, sono profondamente intrecciati alle trasformazioni economiche in corso e alle nuove forme di concentrazione monopolistica del potere economico che caratterizzano il capitalismo contemporaneo.  Per quanto riguarda i saperi critici sulle migrazioni, farei tre considerazioni. La prima riguarda la natura della congiuntura che abbiamo di fronte. Ci troviamo in una fase storica diversa da quella per cui sono stati elaborati molti degli strumenti teorici che utilizziamo ancora oggi. Questo non significa che quei lavori abbiano perso valore. Al contrario, penso che una parte importante degli studi critici sulle migrazioni continui a parlare al presente. In particolare, nel caso italiano, abbiamo prodotto elaborazioni teoriche che hanno avuto una notevole autorevolezza anche a livello europeo, non soltanto nei circuiti accademici ma anche in quelli militanti e politici. Esiste una tradizione importante che non va affatto abbandonata. Tuttavia credo che oggi dobbiamo interrogarci sulla necessità di rinnovare alcune categorie interpretative. Non perché quelle precedenti fossero sbagliate, ma perché sono state elaborate per comprendere una congiuntura diversa da quella attuale. Dobbiamo chiederci quali strumenti siano ancora adeguati e quali invece richiedano un aggiornamento. Questo è particolarmente importante se vogliamo contrastare politicamente la fase che stiamo attraversando. Da questo punto di vista, continuo a pensare che non sia possibile separare il governo delle migrazioni dal regime di guerra che caratterizza il presente. La lotta per i diritti dei migranti e delle persone richiedenti asilo dovrebbe essere articolata all’interno di un più ampio movimento contro la guerra. Allo stesso modo, credo che non possa essere separata da ciò che sta accadendo in Palestina. Non si tratta di questioni distinte. Sono processi profondamente intrecciati e andrebbero analizzati come tali. La seconda considerazione riguarda un elemento che spesso viene sottovalutato: l’esistenza di un vero e proprio attacco istituzionale e politico ai saperi critici. Non credo che il problema sia soltanto una difficoltà di comunicazione o di diffusione. Certamente esistono anche questi aspetti, ma c’è qualcosa di più profondo. Assistiamo a un’offensiva sovrana sempre più esplicita contro determinati saperi e contro determinate forme di produzione critica della conoscenza. Quello che sta accadendo negli Stati Uniti è particolarmente evidente e rappresenta, per certi versi, un caso emblematico. Penso agli attacchi alle università, ai tentativi di ridimensionarne l’autonomia e di colpire alcuni ambiti di ricerca considerati politicamente scomodi. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti di una dinamica esclusivamente statunitense. Anche in Europa osserviamo da tempo processi analoghi, seppure con forme diverse. Per questo motivo ritengo che la difesa dei saperi critici debba essere considerata uno dei terreni fondamentali del conflitto politico contemporaneo. La terza osservazione riguarda invece alcuni limiti interni agli stessi studi critici sulle migrazioni. Da anni concentriamo molta attenzione sulle frontiere esterne, sui dispositivi di controllo migratorio e sugli effetti che essi producono. Si tratta di un lavoro indispensabile, che ha consentito di comprendere meglio il funzionamento dei regimi di frontiera europei. Tuttavia, almeno in Italia e in buona parte dell’Europa continentale – con alcune eccezioni, penso ad esempio a parte della produzione britannica e francese degli ultimi decenni – si tende ancora a prestare relativamente poca attenzione alle popolazioni non bianche che vivono stabilmente all’interno delle società europee. Quando si parla di razzismo, molto spesso ci si concentra sulle persone che cercano di attraversare le frontiere o sugli effetti delle politiche migratorie, mentre si analizzano meno le dinamiche di razzializzazione che attraversano la vita quotidiana delle persone non bianche che vivono in Europa, comprese quelle nate e cresciute qui. Uso volutamente un’espressione problematica come “seconde e terze generazioni”, pur sapendo che presenta molti limiti. Ma il punto è chiaro: esiste una parte significativa delle popolazioni europee che continua a essere oggetto di processi di razzializzazione e che rimane spesso ai margini delle nostre analisi. Parliamo ancora troppo poco di razzismo strutturale, di razzismo istituzionale e di segregazione lavorativa. Pensiamo ad alcuni episodi recenti avvenuti in Italia. Penso all’omicidio di Bakary Sakho a Taranto oppure all’incendio in cui hanno perso la vita quattro lavoratori migranti di origine asiatica. Se non utilizziamo categorie come razzismo strutturale o razzismo istituzionale rischiamo di rendere invisibili questi fenomeni. E ciò che rimane invisibile diventa molto più difficile da contrastare politicamente. Naturalmente tutto questo non significa che la questione del permesso di soggiorno o della produzione dell’irregolarità sia secondaria. Al contrario, resta centrale. La precarizzazione giuridica di una parte della popolazione produce vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento. Ma le dinamiche di razzializzazione eccedono la dimensione dello status giuridico. Rimandano alla storia europea, all’eredità coloniale, alle forme di governo della popolazione e anche alle modalità attraverso cui le nuove destre stanno ridefinendo il discorso pubblico. Da questo punto di vista mi sembra che esista ancora un vuoto teorico e politico importante.  D. IMMAGINIAMO DI CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DI UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI PER AFFRONTARE IL PATTO. QUALI STRUMENTI TEORICI, CATEGORIE ANALITICHE O PRATICHE MILITANTI TI SEMBRANO OGGI PARTICOLARMENTE UTILI? E QUALI, INVECE, RISCHIANO DI ESSERE INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO? R. Rispondo pensando soprattutto al nostro contesto immediato, cioè all’Italia. Non proverò a fare una panoramica globale, ma a partire da ciò che mi sembra più urgente per noi. La prima cosa che mi viene da dire è che in Italia continuiamo a leggere troppo poco autori e autrici non bianchi. Si conosce ancora poco la produzione teorica e politica che proviene dalle tradizioni intellettuali nere, dalle esperienze non occidentali o da contesti segnati direttamente dal colonialismo e dalle sue eredità. Non si tratta semplicemente di ampliare il canone accademico o di aggiungere qualche autore a una bibliografia. Molti di questi lavori sono il prodotto di inchieste militanti, di movimenti sociali, di pratiche politiche e di lotte che hanno cercato di comprendere il rapporto tra razzismo, colonialismo, migrazioni e capitalismo a partire da esperienze storiche molto concrete. Allo stesso tempo bisogna evitare un errore che viene commesso abbastanza spesso. Le categorie che nascono in altri contesti non possono essere semplicemente importate e utilizzate automaticamente nel nostro. Questo vale per concetti come intersezionalità, razzializzazione, colonialità e per molte altre categorie oggi molto diffuse. Sono strumenti preziosi, ma vanno tradotti. E la traduzione non è un’operazione secondaria. Se non facciamo questo lavoro rischiamo di trasformare quelle categorie in formule astratte, magari molto eleganti sul piano teorico, ma poco utili per comprendere e trasformare la realtà in cui viviamo. In altre parole, possiamo partecipare a tutti i dibattiti sulla cosiddetta Global Theory, ma se quelle categorie non riescono a diventare strumenti di analisi e di intervento nella situazione concreta italiana finiscono per perdere gran parte della loro forza politica. In quest’ottica, un’autrice che considero particolarmente importante è Ruth Wilson Gilmore. Mi interessa soprattutto il suo lavoro sul rapporto tra razzismo, securitarismo, sistema carcerario e governo delle popolazioni. Testi come Golden Gulag o Abolition Geography propongono definizioni del razzismo che trovo molto utili anche per leggere il contesto europeo contemporaneo. Un altro riferimento che continuo a considerare fondamentale è Policing the Crisis di Stuart Hall e del gruppo di collaboratori del Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham. È un libro che torna continuamente a sembrarmi attuale. Ovviamente molte cose sono cambiate in cinquant’anni, ma quel testo continua a offrire indicazioni metodologiche estremamente preziose. In particolare mostra come il panico morale possa essere prodotto e mobilitato politicamente per governare situazioni di crisi. Mi sembra una chiave interpretativa ancora molto efficace per comprendere molti fenomeni contemporanei. Tra l’altro, una delle intuizioni più interessanti di quel lavoro è che il panico morale nelle società occidentali è quasi sempre un panico morale bianco. Anche questo è un aspetto che continua a parlarci molto del presente. Un altro autore che consiglierei di leggere è Achille Mbembe. In particolare trovo molto stimolante il suo ultimo libro, Brutalismo. Mi interessa perché riesce a mettere insieme processi che spesso tendiamo a trattare separatamente: le migrazioni, la razzializzazione, le nuove forme di estrazione e le trasformazioni contemporanee del capitalismo globale. Accanto a questi riferimenti, naturalmente, non rinuncerei affatto alla tradizione degli studi critici sulle migrazioni sviluppata in Italia negli ultimi decenni. Penso ai lavori di Sandro Mezzadra, Nicholas De Genova, Enrica Rigo e di molte altre figure che hanno contribuito a costruire un patrimonio teorico ancora estremamente importante. Non credo che il problema sia abbandonare quella tradizione. Al contrario, penso che continui a parlare al presente. La questione è piuttosto come aggiornarla alla luce delle trasformazioni che stiamo attraversando. C’è poi un altro ambito di ricerca che mi sembra particolarmente importante e che negli ultimi anni ho trovato sempre più utile: gli studi sulla deportazione. Spesso immaginiamo la deportazione semplicemente come l’espulsione di una persona da un territorio o, per usare il linguaggio dell’estrema destra contemporanea, come una forma di “remigrazione”. In realtà la deportazione è molto di più. È una tecnologia politica che ha avuto un ruolo fondamentale nella produzione della cittadinanza moderna. La letteratura critica, soprattutto quella sviluppata negli Stati Uniti, mostra chiaramente come la deportazione non sia un’eccezione o una deviazione rispetto al funzionamento ordinario dello Stato moderno. Al contrario, è uno dei dispositivi attraverso cui vengono costruiti i confini della comunità politica e vengono definite appartenenze, esclusioni e gerarchie di cittadinanza. Da questo punto di vista la deportazione è stata presente fin dall’inizio nella formazione degli Stati moderni. Anche qui il legame con il colonialismo è profondo. Le prime grandi pratiche di deportazione di massa si sviluppano infatti all’interno di contesti coloniali e, in particolare, nei paesi segnati dal colonialismo d’insediamento. Penso agli Stati Uniti, all’Australia, ma anche all’Argentina, che è il paese da cui provengo. Questo ci aiuta a comprendere come le politiche contemporanee di espulsione e di esternalizzazione delle frontiere non rappresentino una novità assoluta, ma si inseriscano all’interno di genealogie molto più lunghe e profonde. D. C’È UN ULTIMO ELEMENTO CHE VORRESTI AGGIUNGERE A QUESTA RIFLESSIONE SULLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI”? R. Sì. C’è una questione che vorrei aggiungere, anche a costo di essere frainteso o di risultare impopolare. Mi preoccupa una certa ondata anti-woke che vedo emergere all’interno di una parte della sinistra che ci sono vicini. Non sto parlando della destra o dei settori apertamente reazionari: lì il problema è evidente e non mi interessa particolarmente discuterlo. Mi interessa invece ciò che accade all’interno di una costellazione politica che, almeno in teoria, dovrebbe condividere una sensibilità antirazzista e femminista. Quello che non mi convince è il terreno sul quale questa critica viene spesso formulata. Ho l’impressione che si collochi all’interno di un campo discorsivo costruito dalla destra e dalle sue categorie. Penso, per esempio, all’idea di “guerra culturale” oppure alle polemiche sulla cosiddetta cancel culture. Mi sembra che una parte della sinistra finisca per muoversi dentro coordinate che non ha contribuito a costruire e che, anzi, sono state elaborate proprio da quelle forze che combattono apertamente le politiche femministe e antirazziste. Questo è un terreno scivoloso, perché rischia di trasformarsi facilmente in una critica dell’antirazzismo o del femminismo considerati come ostacoli a una politica di classe. Personalmente considero questo un rischio serio. Non perché ritenga che le pratiche femministe o antirazziste siano esenti da contraddizioni o da problemi. Naturalmente non è così. Ma credo che il modo in cui viene oggi costruita la critica all’universo woke finisca spesso per riprodurre il linguaggio e le priorità della destra. C’è poi un altro elemento che mi sembra importante ricordare. La parola woke appartiene originariamente alla tradizione di lotta afroamericana. Nasce all’interno delle esperienze politiche delle comunità nere negli Stati Uniti e rimanda all’idea di una vigilanza critica nei confronti del razzismo e delle forme di oppressione. Per questo motivo mi sembra problematico che venga utilizzata quasi esclusivamente come insulto o come etichetta denigratoria, anche da parte di soggetti che si collocano a sinistra. Naturalmente si può discutere criticamente di alcune evoluzioni delle politiche femministe, antirazziste o delle cosiddette identity politics. Ma per farlo occorre prima chiarire di cosa stiamo parlando. Anche il dibattito sulle politiche dell’identità mi convince poco per come viene spesso impostato. Io ad esempio sono a favore delle identity politics. Però dovremmo prima capire cosa intendiamo esattamente con quella espressione. Inoltre, in un paese come l’Italia, la situazione appare quasi paradossale. Si tende a criticare e a voler archiviare forme di politica dell’identità che, in realtà, non si sono mai sviluppate davvero in maniera significativa. Per questo motivo trovo singolare che si voglia liquidare qualcosa che, almeno nel nostro contesto, non ha mai assunto la centralità che le viene attribuita nel dibattito pubblico. Il rischio è che, nel tentativo di prendere le distanze da certe derive reali o presunte, si finisca per giocare sul terreno in cui la destra si sente più forte e più a suo agio: quello dell’antifemminismo, della delegittimazione dell’antirazzismo e dell’attacco alle cosiddette politiche inclusive. A me sembra una questione che meriterebbe una discussione molto più approfondita di quella che abbiamo avuto finora. Vorrei chiudere con una domanda che considero centrale. Come mai l’Italia, dopo oltre cinquant’anni di immigrazione, non è riuscita a produrre un movimento antirazzista capace di diventare uno dei pilastri dell’elaborazione politica contemporanea? È davvero un problema oppure no? Perché spesso si sostiene che l’antirazzismo, gli studi decoloniali o postcoloniali abbiano indebolito una certa politica di classe. Ma, guardando alla storia italiana, il punto è che un movimento antirazzista forte non lo abbiamo mai avuto. E questo, per me, è precisamente il problema. È una questione sulla quale dovremmo interrogarci seriamente, soprattutto se osserviamo ciò che accade oggi nelle nostre società. Viviamo in un contesto in cui la violenza razzista appare sempre più aggressiva, più esplicita e più facilmente giustificabile nello spazio pubblico. Le persone non bianche, migranti o figlie delle migrazioni continuano a essere esposte a forme di discriminazione e di violenza che dovrebbero interrogarci molto più di quanto non facciano oggi. Per questo motivo continuo a pensare che la domanda sull’assenza di un forte movimento antirazzista in Italia sia una domanda politica fondamentale. D. DAL TUO PUNTO DI VISTA, QUALI SONO LE RAGIONI DI QUESTA DIFFICOLTÀ? R. Penso che la ragione principale sia che continuiamo a vivere in una società profondamente cieca rispetto alla razza come principio strutturante dei rapporti sociali. Non c’è molto altro da aggiungere. Continuiamo a essere ciechi alla razza. Spesso si riconosce l’esistenza del razzismo, ma lo si tratta come un fenomeno secondario, come una conseguenza o come una semplice sovrastruttura. Si dice: certo, esiste anche il razzismo. Ma poi non si prova davvero a capire in che modo i processi di razzializzazione strutturino la società italiana. Io penso invece che la razza faccia parte della struttura stessa delle società contemporanee. Non è qualcosa che sta fuori dal capitalismo o che funziona come un semplice diversivo. È intrecciata storicamente ai processi di accumulazione, di governo e di organizzazione della società. Per questo motivo non basta affermare che il razzismo esiste. Bisogna mostrare concretamente in che modo gli spazi sociali, economici e politici italiani siano attraversati da dinamiche di razzializzazione. Naturalmente esistono lotte straordinarie per i diritti dei migranti. Ci sono state e continuano a esserci mobilitazioni importanti, spesso costruite dagli stessi migranti. Tuttavia queste lotte raramente riescono a tradursi in un movimento antirazzista più ampio. Razza e razzismo vengono continuamente ricondotti in secondo piano, come se fossero questioni accessorie rispetto ad altre contraddizioni sociali. Questo, a mio avviso, è uno dei problemi fondamentali. Un secondo elemento riguarda il rapporto con il passato coloniale. Oggi non possiamo più parlare semplicemente di una rimozione del colonialismo italiano. Negli ultimi vent’anni è stata prodotta una quantità enorme di studi, ricerche e lavori che hanno ricostruito il ruolo del colonialismo nella storia italiana. Entriamo in una libreria e troviamo interi scaffali dedicati a questi temi. Sono stati pubblicati lavori eccellenti da parte di ricercatori, ricercatrici, attivisti e attiviste. Per questo motivo non credo che il problema sia ancora la rimozione. Credo che il problema sia più profondo. Esiste una sorta di resistenza strutturale che impedisce a questo patrimonio di conoscenze di entrare realmente nello spazio pubblico, nelle istituzioni culturali, nell’università e nella politica. In questo senso parlerei quasi di una forma di razzismo istituzionale che continua a ostacolare la piena circolazione di questi saperi. C’è poi un’ultima questione che considero importante. Penso che continui a sopravvivere una forma di marxismo riduzionista, un marxismo volgare, che tende a considerare fenomeni come il razzismo, la segregazione, le fantasie di sterminio o persino il genocidio come semplici effetti derivati della logica economica del capitale. A mio avviso questa spiegazione non è sufficiente. Questi fenomeni eccedono la sola dimensione economica. Per comprenderli dobbiamo guardare anche alla storia coloniale e alle forme di governo razziale che quella storia ha prodotto. Lo stesso sviluppo della cittadinanza moderna e del regime proprietario moderno è molto più intrecciato ai processi di razzializzazione di quanto normalmente siamo disposti a riconoscere. La proprietà moderna, la cittadinanza moderna, le distinzioni tra chi appartiene e chi non appartiene alla comunità politica si sviluppano storicamente all’interno dell’espansione coloniale e delle classificazioni razziali che essa produce. Eppure continuiamo a considerare questi aspetti come qualcosa di vago, secondario o nebuloso. Per me, invece, è proprio lì che si trova uno dei nodi teorici e politici decisivi del presente. Interviste UNA CASSETTA DEGLI ATTREZZI AL TEMPO DEL PATTO UE: INTERVISTA A MARTINA TAZZIOLI Strumenti teorici e politici per contestare la governance europea delle frontiere  Francesco Ferri 15 Giugno 2026
Sospeso l’obbligo di dimora del richiedente asilo in procedura di frontiera
AVV. ROSSANA CHILLEMI, AVV. MARTINA STEFANILE – PROGETTO INLIMINE – ASGI Con decreto del 27 giugno 2026, il Tribunale di Plermo, pronunciandosi su un reclamo proposto ai sensi dell’art. 5-quinquies del d.lgs. 142/2015, ha disposto inaudita altera parte la sospensione degli effetti esecutivi del provvedimento con cui il Prefetto di Agrigento aveva autorizzato un richiedente asilo, sottoposto alla nuova procedura accelerata obbligatoria di frontiera, a risiedere esclusivamente presso il centro di Villa Sikania (Agrigento) per un periodo massimo di dodici settimane.  Il reclamo contestava alcuni profili di illegittimità del nuovo istituto, tra cui la violazione degli obblighi informativi, la nullità per incompetenza dell’atto con cui il Presidente della Commissione territoriale aveva disposto l’applicazione della procedura accelerata di frontiera, la mancata valutazione delle condizioni di vulnerabilità del richiedente e l’assenza di una valida notificazione del provvedimento limitativo della libertà di movimento.  Infatti, sbarcato a Lampedusa il 14 giugno, il reclamante veniva sottoposto a procedura di screening terminata in un unico giorno. Il relativo verbale evidenziava l’invio all’ente/servizio antitratta senza tuttavia qualificarlo come soggetto vulnerabile. Ancora, il verbale consuntivo dell’infomativa era redatto in maniera approssimativa e non tradotto. Il provvedimento prefettizio di applicazione dell’obbligo di dimora invence, anch’esso non tradotto, mancava della data e luogo di notifica nonché dell’informativa sulle conseguenze circa la sua eventuale violazione.  Il Tribunale di Palermo ha ritenuto verosimilmente sussistenti le doglianze della difesa e accordato la tutela cautelare invocata. Il reclamo è stato anche occasione per sollevare una questione di legittimità costituzionale dell’art. 5-ter del d.lgs. 142/2015, introdotto dal d.l. 100/2026 per violazione dell’art. 13, che imporrebbe un atto motivato dell’autorità giudiziaria. L’art. 5 ter, infatti, non prevede uno strumento di convalida della misura, lasciando al Prefetto il controllo sulla misura e costringendo di fatto il richiedente asilo ad attivarsi per proporre reclamo avverso il provvedimento prefettizio. Si è altresì ravvisato ulteriore profilo di incostituzionalità rispetto all’art. 3 della Costituzione, laddove la misura in esame presenta profili simili a quella prevista all’art. 14 c. 1 bis del TUI, la quale però, è sottoposta alla convalida del Giudice di Pace, configurando, quindi, una disparità di trattamento in violazione dell’art. 3 della Costituzione. Il Tribunale affronta anzitutto una questione processuale di particolare interesse, affermando l’ammissibilità della tutela cautelare atipica ex art. 700 c.p.c. anche nell’ambito del reclamo previsto dall’art. 5-quinquies del d.lgs. 142/2015. Il giudice osserva infatti che la nuova disciplina prevede il rimedio del reclamo ma non contempla alcuna misura cautelare tipica idonea a sospendere immediatamente gli effetti del provvedimento prefettizio, con la conseguenza che il ricorso allo strumento residuale di cui all’art. 700 c.p.c. risulta non solo ammissibile ma necessario per garantire l’effettività della tutela giurisdizionale assicurata dagli artt. 24 e 113 Cost.   Questa decisione apre uno dei primi spazi di sindacato giurisdizionale sulla nuova disciplina della procedura di frontiera introdotta dal Patto europeo, confermando come anche il nuovo istituto dell’autorizzazione a soggiornare in un luogo determinato resti soggetto al controllo del giudice ordinario sotto il profilo della corretta applicazione della procedura applicata e tutela effettiva dei diritti fondamentali del richiedente asilo.  Tribunale di Palermo, decreto del 27 giugno 2026
Chi decide se un Paese è sicuro?
Il seminario è organizzato nell’ambito del Progetto SURE, di cui COSPE è partner per l’Italia. Il progetto mira a rafforzare la tutela dei diritti fondamentali promuovendo l’uso strategico della Carta dei diritti fondamentali dell’UE e della CEDU nella difesa dei diritti umani. È previsto un ciclo di seminari online su casi studio specifici, ciascuno dedicato a una sentenza o a un filone giurisprudenziale rilevante. Gli incontri hanno l’obiettivo di fornire strumenti pratici di analisi e aggiornamento, e sono pensati per avvocat*, professionisti in ambito legale, operator* e organizzazioni della società civile attiv* nella tutela dei diritti umani. Il primo seminario affronterà il tema dei Paesi di origine sicuri: quando uno Stato può definire «sicuro» un Paese di origine e su quali basi? Cosa cambia – in concreto – dopo la sentenza della Grande Camera della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 1° agosto 2025? L’incontro gratuito, previsto per giovedì 25 giugno dalle ore 16 alle 18, offrirà una ricostruzione del quadro normativo e giurisprudenziale per orientarsi tra giurisprudenza europea e nuovo Patto sulla migrazione, con un focus sulle implicazioni pratiche per operator* e professionist*. Il programma: * Concetti e riferimenti normativi * Prime vacillazioni giurisprudenziali del concetto di paesi di origine sicuri * L’intervento del legislatore italiano dopo la sentenza della CGUE 4 ottobre 2024 * Le questioni pregiudiziali poste dal Tribunale di Roma e la pronuncia della Grande Camera della CGUE 1 agosto 2025 * Conclusione e dibattito: nuove norme sui Paesi sicuri alla luce della sentenza della Grande Camera: quali questioni restano aperte? Intervengono:   * Avv. Caterina Carmassi – ASGI  * Avv. Maria Cristina Romano – ASGI Introduce Debora Sarica – COSPE Form di iscrizione
Una cassetta degli attrezzi al tempo del Patto UE: intervista a Martina Tazzioli
È imminente l’implementazione del Patto Europeo su Migrazione e Asilo, la radicale riforma della normativa europea che ridisegna le modalità di gestione delle cosiddette frontiere esterne. Si tratta di un cambiamento di ampissima portata che accentua la selettività dei meccanismi di accesso, la limitazione della libertà personale e il controllo della mobilità. Per prepararci a fare i conti con questa trasformazione può essere utile interrogarsi non solo sul contenuto della nuova normativa, ma anche sulle categorie, i saperi e i paradigmi con cui leggere questa fase da una prospettiva critica. In previsione di un prossimo numero della rivista Controfuoco dedicato al Patto Ue, abbiamo deciso di anticipare la sua pubblicazione con una serie di interviste video per cominciare a rispondere ad alcune domande centrali: come cogliere la portata dei cambiamenti in corso? Come indagarne concretamente gli effetti? E quali strumenti teorici e politici possiamo costruire per contestarli? In questa prima intervista parliamo quindi del nuovo Patto e della cassetta degli attrezzi con cui provare ad affrontarlo insieme a Martina Tazzioli, professoressa associata presso il Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna. D. IL PATTO EUROPEO SU MIGRAZIONE E ASILO È DIFFUSAMENTE RAPPRESENTATO COME UNA SVOLTA. DAL TUO PUNTO DI VISTA, DETERMINA UN CAMBIO DI PARADIGMA OPPURE SI COLLOCA IN SOSTANZIALE CONTINUITÀ CON LA RAZIONALITÀ DELLE POLITICHE MIGRATORIE EUROPEE DELL’ULTIMO DECENNIO? R. Direi che il Patto si inserisce in un contesto più ampio, di lunga durata, di trasformazione delle politiche di contenimento a livello europeo. A mio avviso, non va letto come un testo a sé stante, scollegato da una serie di riforme intervenute negli ultimissimi anni e nel medio periodo, sia a livello europeo sia a livello nazionale. Al tempo stesso, il Patto rende più visibili determinate trasformazioni avvenute nelle modalità di presa sulle vite e di sgretolamento delle vite migranti. Con riferimento a questi profili, ci sono due paesi chiave: l’Italia e la Grecia. È soprattutto in Grecia che svolgo gran parte della mia ricerca accademica e entrerò poi nel merito di alcune pratiche sviluppate in quel contesto, successivamente divenute obbligatorie attraverso il Patto. D. ALLA LUCE DI QUELLO CHE SOSTIENI, COSA TI SEMBRA IMPORTANTE COGLIERE POLITICAMENTE DEL PATTO? CHE IDEA DI FRONTIERA E DI GOVERNO DELLE MIGRAZIONI EMERGE, DAL TUO PUNTO DI VISTA, NELLA NUOVA NORMATIVA? R. A proposito delle traiettorie nelle politiche e nei meccanismi di governo delle persone migranti che il Patto mette in luce, molti studiosi, giornalisti e organizzazioni non governative si sono soffermati soprattutto sulla cosiddetta Screening Regulation e, ovviamente, sul Regolamento Rimpatri, i due pilastri di questo approccio sempre più orientato verso meccanismi di confinamento preventivo, detenzione arbitraria ed espulsione. Tuttavia, senza tralasciare queste due previsioni, se spostiamo l’attenzione sulla direttiva accoglienza e su alcuni dettagli che emergono, anche sul piano linguistico, nei vari punti del Patto, credo sia importante cogliere questa “punitività latente” che il Patto esprime nei confronti delle persone migranti. Faccio riferimento a quelli che chiamo “ambienti punitivi”, dove per punitivo non si intende necessariamente l’effettivo atto del punire, ma una punitività latente e potenziale che ha a che vedere anche con la criminalizzazione di condotte senza crimine, ovvero senza infrazione di una legge. Faccio un esempio. In Grecia, nel settembre del 2025, è stata approvata una legge che le ONG greche e internazionali hanno giustamente interpretato come uno shift securitario drammatico. La norma prevede l’incarcerazione dei richiedenti asilo la cui domanda venga respinta in seconda istanza e introduce inoltre ammende estremamente elevate per le persone che fanno ingresso irregolare nel Paese. Viene spontaneo chiedersi se il governo greco sarà effettivamente in grado di implementare una legge che risuona così fortemente con alcune norme contenute nel Patto. La mia risposta è che forse importa relativamente. Chiaramente, per le persone migranti importa moltissimo se verranno detenute o meno. Negli ultimi mesi, in Grecia, si è registrato un aumento esponenziale dei richiedenti asilo in detenzione. Quello che tuttavia si produrrà nel medio e lungo periodo è soprattutto questa condizione di punitività potenziale, che ha un impatto reale sulla vita delle persone. È una condizione molto simile a quella che l’antropologo Nicholas De Genova ha definito “condizione di deportabilità”. A prescindere dal fatto che si venga o meno espulsi o deportati, la condizione di deportabilità aumenta e moltiplica la precarietà sociale e socioeconomica della persona e, chiaramente, anche la possibilità di essere sfruttata sul mercato del lavoro. Questa punitività latente ha a che fare con i crimini senza infrazione, ciò che Michel Foucault, nei suoi corsi al Collège de France sulla società punitiva, ha definito “legalismi infralegali”, proprio perché non hanno necessariamente a che vedere con la violazione della legge. Questi elementi si ritrovano in vari punti del Patto e hanno a che fare con una punizione, se non altro potenziale, di condotte “disobbedienti”. Ad esempio, se guardiamo a quanto prevede la riforma del sistema di asilo, l’Asylum and Migration Management Regulation, si stabilisce che la persona richiedente asilo venga privata del diritto all’accoglienza in tutte le sue componenti, compreso il pocket money, nel momento in cui le viene comunicato un trasferimento Dublino. Prima ancora che il trasferimento avvenga, nello Stato in cui temporaneamente si trova, quella persona non avrà più diritto, da un momento all’altro, all’accoglienza in tutte le sue forme. Questo è il primo aspetto che ci parla di un trend più ampio, non necessariamente codificato nel Patto, ma riconducibile a una tendenza che non inizia con la sua implementazione e che può essere fatta risalire al periodo successivo alla pandemia. Consiste nel governare le vite delle persone migranti, compresi i richiedenti asilo, attraverso lo smantellamento sistematico delle infrastrutture di supporto alla vita. Tra queste vi è, chiaramente, anche il sistema di asilo nella sua componente dell’accoglienza. Ha a che fare con la sottrazione e con i tagli radicali a tutti quei servizi che erano previsti per consentire ciò che viene definito “integrazione” – e non sono ovviamente una fan di questo termine. Trovo estremamente preoccupante questo confinamento che va ben oltre la detenzione ufficiale, ben visibile nella Screening Regulation, con l’apertura di questi centri ibridi di prima accoglienza in cui non è chiaro cosa avverrà. È un modo per rendere preventivamente illegale la presenza di una persona migrante sul territorio attraverso la cosiddetta finzione di non ingresso. Si tratta di pratiche di confinamento spaziale che vanno ben oltre la detenzione amministrativa ufficiale e che rendono sempre più difficile diventare richiedenti asilo. È un trend molto visibile in Grecia negli ultimi anni: diventa difficile diventare richiedenti asilo prima ancora che ottenere una forma di protezione. Si tratta di una caratteristica delle leggi greche implementate dopo l’accordo tra UE e Turchia, all’interno di un contesto caratterizzato non semplicemente dalla criminalizzazione dell’umanitario, ma dal suo stesso smantellamento. L’ultimo aspetto che mi sembra interessante sottolineare riguarda la rappresentazione del richiedente asilo come una persona che abusa del diritto di asilo. Questo paradosso di un diritto che può essere abusato ricorre a più riprese nel Patto. I tagli all’accoglienza sono giustificati proprio in ragione del presunto abuso di questo diritto. Il tema dell’abuso dei diritti mi sembra un punto di ingresso utile per collegare il Patto, in quanto tale, ad altre leggi e ad altre trasformazioni sociopolitiche avvenute in alcuni Stati europei, prima fra tutti l’Italia. Il Patto va letto anche alla luce delle trasformazioni intervenute con i due decreti sicurezza. Si tratta di una criminalizzazione crescente che investe anche alcuni cittadini e alcune cittadine proprio attraverso questo linguaggio dell’abuso. Non mi riferisco, in quest’ultimo caso, ai decreti sicurezza, ma piuttosto all’idea dell’abuso del sistema sanitario. È un invito a leggere il Patto oltre il Patto: il diavolo sta nei dettagli. All’interno dei suoi articoli si intravedono infatti traiettorie trasversali molto chiare, che non sono certamente limitate ai meccanismi di detenzione ed espulsione. D. MOLTE GRAZIE, MARTINA, PER QUESTA PANORAMICA GENERALE E PER GLI ESEMPI DAVVERO PARADIGMATICI CHE HAI CONDIVISO. L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO È ANCHE L’OCCASIONE PER RIFLETTERE SULLO STATO DI SALUTE DEI SAPERI CRITICI INTORNO ALLE POLITICHE MIGRATORIE. TI SEMBRA UNA FASE IN CUI QUESTI SAPERI CRITICI FATICHINO A INCIDERE NELLO SPAZIO PUBBLICO? E, IN CASO DI RISPOSTA AFFERMATIVA, PERCHÉ? DOVE COLLOCHI L’ANALISI? R. Il panorama degli studi critici sulle migrazioni è molto eterogeneo, per cui è difficile fornire una risposta univoca. Mi sembra però che lo scollamento tra il tipo di riflessione critica prodotta e ciò che avviene sul territorio sia significativo. In parte dipende dall’accelerazione con cui vengono approvate nuove leggi e nuove normative. In parte è dovuto anche al crescente tecnicismo: un linguaggio tecnocratico, deliberatamente adottato da chi queste leggi le scrive, sempre più orientato a escludere. Si tratta di un linguaggio molto poco democratico, che esclude proprio chi dovrebbe leggere e interpretare criticamente queste norme. Si è in qualche modo creata una divisione all’interno dei critical migration studies tra chi si confronta con questo piano e prova a comprenderne i dettagli, le incongruenze e gli aspetti più problematici, e chi invece prende le distanze da questi aspetti, correndo però il rischio di inseguire quello stesso linguaggio. Credo che questo produca un primo punto di stallo, che rimanda anche a una divergenza nel modo in cui viene intesa la possibilità di incidere nello spazio pubblico, ciò che in termini più accademici viene definito impact. Anche sotto questo profilo, la letteratura sulle migrazioni si divide sostanzialmente tra ricercatrici e ricercatori che si rifiutano di intraprendere quella strada e chi invece scrive e studia precisamente con quel fine, articolando ricerche che possono essere definite policy driven o comunque sviluppate in stretta collaborazione con le agenzie che governano le migrazioni. Penso che vi sia la necessità di riflettere su che cosa significhi incidere nello spazio pubblico. Credo che sia questa la domanda che resta sottesa a gran parte del dibattito. Vi è poi un altro aspetto, legato alla congiuntura sociopolitica europea, che si collega a quanto dicevo prima. Credo che uno degli ostacoli principali, avvertito da chi dieci o quindici anni fa utilizzava senza esitazioni la propria ricerca per criticare gli attori che governano le migrazioni, compresi gli attori umanitari, sia questo: sempre più le vite delle persone migranti vengono soffocate attraverso la sottrazione di quelle infrastrutture vitali che hanno a che fare anche con gli interventi umanitari. Questo non significa assolvere o assumere un approccio acritico nei confronti delle grandi organizzazioni internazionali, come l’UNHCR o la Croce Rossa. Significa piuttosto ripensare il modo in cui si possa riarticolare un sapere critico alla luce del fatto che il potere, e i poteri che agiscono sulle vite, operano sempre più anche in questo modo: facendo ammalare le persone migranti, trattenendole in spazi insalubri e affamandole. Vi sono molti contesti in cui questo è evidente e qui ritorno alla Grecia. Negli ultimi anni il paese ha fatto ricorso a numerosi decreti e misure arbitrarie, talvolta applicate dagli stessi camp manager, cioè da chi gestisce i campi per rifugiati. Alcune di queste misure prevedono l’esclusione dalla distribuzione del cibo delle persone che non sono ancora riuscite a formalizzare la domanda di asilo o che hanno ricevuto un diniego. Si potrebbe obiettare che tutto questo non sia poi così distante da quanto previsto dalla direttiva europea del 2013. Tuttavia, il punto è un altro: che cosa accade quando questi meccanismi di espulsione dal sistema di supporto umanitario vengono attivati da un giorno all’altro, in contesti come i campi in Grecia, totalmente isolati, dove le persone si ritrovano improvvisamente senza alcun sostegno materiale e, letteralmente, affamate? Tutto questo si inserisce inoltre in un contesto globale, che va ben oltre la dimensione europea, nel quale questa dinamica è diventata un trend sempre più generalizzato. Pensiamo, ad esempio, ai tagli all’USAID promossi dall’amministrazione Trump, che hanno avuto conseguenze molto concrete. In Grecia, molte ONG – penso, per esempio, a organizzazioni come Caritas – dipendono in larga misura dai fondi USAID. Qual è stata la conseguenza? Una parte significativa del personale è stata licenziata e, parallelamente, sono aumentati i tagli ai servizi rivolti alle persone che vivono nei campi, ai beneficiari di protezione internazionale e ai richiedenti asilo. Per questo credo che ripensare una critica trasformativa al controllo umanitario sulle vite sia oggi una sfida importante. Una sfida che va articolata ben oltre posizioni troppo binarie, che personalmente trovo poco soddisfacenti: da un lato le critiche monolitiche all’umanitario come fenomeno intrinsecamente coloniale o razzista; dall’altro le posizioni di chi, da sempre, tende a sottolineare esclusivamente la necessità degli interventi umanitari. Quindici anni fa Didier Fassin ci metteva in guardia dal rischio di un’umanitarizzazione dell’asilo – una riflessione che in realtà aveva iniziato a sviluppare già negli anni Novanta. Oggi ci troviamo invece di fronte a un processo di deumanitarizzazione dell’asilo, che procede parallelamente a uno svuotamento del diritto di asilo stesso. Quando queste due dinamiche si producono contemporaneamente, che cosa ne è del sapere critico sulle migrazioni? L’ultimo aspetto che vorrei sottolineare, il quarto elemento, riguarda la tendenza al distaccamento dal terreno. Molti di questi studi che si autodefiniscono critici si sono collocati, in qualche modo, attorno a due assi principali. Il primo è quello di un approccio riflessivo, incentrato sulle categorie utilizzate. Si tratta di un lavoro importante, che ha riguardato la messa in discussione della categoria stessa di migrante. Tuttavia, questo processo ha talvolta prodotto anche una paradossale essenzializzazione, una reificazione di quelle stesse categorie. Tutto sembra passare attraverso questo livello di analisi, senza che venga sviluppata con altrettanta forza una riflessione su come incidere concretamente, per tornare alla domanda precedente. Negli ultimi anni, inoltre, una parte importante di questo dibattito si è concentrata sul tema del posizionamento del ricercatore e della ricercatrice. Si tratta, anche in questo caso, di una riflessione fondamentale, che mancava all’interno di quel campo di studi. Tuttavia, essa rischia talvolta di reindividualizzare la ricerca sulle migrazioni, spostando l’accento da una critica al confine – taglio molto con l’accetta – a una critica di noi stessi in quanto soggetti che operano al confine. È anche per questo che continuo a ritenere molto rilevante il lascito di quella letteratura critica sulle migrazioni che ha proliferato nei primi anni Duemila. Penso, innanzitutto, all’approccio dell’autonomia delle migrazioni, ma anche ad altri filoni. Prima menzionavo, ad esempio, Didier Fassin, che si colloca in una prospettiva molto diversa ma la cui critica dell’umanitario si situava pienamente dentro e contro questi meccanismi di presa sulle vite. Una critica che lavorava sulle ambivalenze delle forme di sfruttamento e di stritolamento prodotte dal capitalismo, senza pretendere di collocarsi al di fuori di esse. Questo mi porta al secondo filone oggi particolarmente influente nei critical migration studies: l’approccio decoloniale al sapere sulle migrazioni. Si tratta di una prospettiva che ha avuto un grande successo soprattutto nel mondo anglofono e, in particolare, in Gran Bretagna. Era chiaramente un tassello mancante. Non si è trattato semplicemente di un’aggiunta a un dibattito già esistente, ma di uno spostamento della linea stessa di analisi, che considero fondamentale. Senza voler fare una critica della critica, credo però che sia utile interrogarsi anche in questo caso sui punti di contatto tra questo approccio e le trasformazioni che stanno avvenendo. Non per sostenere che la ricerca debba essere policy driven – non sto assolutamente andando in quella direzione – ma per comprendere fino a che punto un’analisi critica delle politiche migratorie rischi talvolta di risultare scollata da un’analisi di come quelle stesse politiche operino concretamente sulle vite delle persone migranti. A mio avviso, il punto di stallo di questo filone ha a che fare con il fatto che non esiste un “fuori” nel quale questa critica decoloniale possa collocarsi. Diventa un po’ sterile, sul piano analitico prima ancora che su quello politico, limitarsi a condannare le politiche dell’UE, dell’agenda europea o degli Stati del cosiddetto Global North – con tutte le imprecisioni che questa etichetta porta con sé – quando uno degli altri grandi nodi dei migration studies contemporanei, insieme a quello della deumanitarizzazione dell’asilo, riguarda il fatto che, ovunque spostiamo lo sguardo, troviamo politiche estremamente violente e razziste. Questo vale anche per paesi prossimi ai confini ufficiali dell’Unione Europea. Penso alla Tunisia, dove ho svolto ricerca anni fa. Non è che prima non esistessero comportamenti razzisti da parte dei cittadini o politiche discriminatorie. Tuttavia, con l’attuale governo si è verificato uno shift molto significativo, in particolare a partire dal 2022-2023. Oggi assistiamo a una situazione estremamente grave, sia nei confronti delle persone solidali con i richiedenti asilo sia, soprattutto, nei confronti dei migranti africani, come vengono comunemente definiti. Situazioni analoghe si riscontrano, per restare in paesi vicini ai confini dell’UE, anche in Marocco, Algeria e Turchia. Credo quindi che questi due punti di stallo – da un lato la deumanitarizzazione dell’asilo, dall’altro l’emergere di forme di violenza sistematica che eccedono qualunque logica di ritorno economico o di semplice controllo dei movimenti migratori – ci pongano di fronte alla necessità di ripensare che cosa significhi oggi riarticolare un sapere critico. In questo quadro, tanto l’approccio decoloniale quanto la critica dell’umanitario devono essere assunti come acquisizioni fondamentali, ma anche radicalmente ripensati. D. MOLTE GRAZIE, MARTINA, PER LA TUA ANALISI, DAVVERO DENSA DI SPUNTI TEORICI E POLITICI SU CUI RIFLETTERE. CI AVVICINIAMO ALLA PARTE CONCLUSIVA DELLA NOSTRA CHIACCHIERATA E, IN VISTA DELL’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO, VORREMMO PROVARE A IMMAGINARE UNA SORTA DI CASSETTA DEGLI ATTREZZI DA METTERE A DISPOSIZIONE DI ATTIVISTE E ATTIVISTI, OPERATRICI E OPERATORI, RICERCATRICI E RICERCATORI CHE AVRANNO A CHE FARE CON LA SUA IMPLEMENTAZIONE. QUALI STRUMENTI TEORICI O CATEGORIE ANALITICHE TI SEMBRANO OGGI PARTICOLARMENTE UTILI PER LEGGERE LE TRASFORMAZIONI IN CORSO? E QUALI, INVECE, RISCHIANO DI RIVELARSI INSUFFICIENTI O FUORI FUOCO? NELLA RISPOSTA PRECEDENTE HAI GIÀ IN PARTE AFFRONTATO QUESTA DOMANDA, MA C’È QUALCOS’ALTRO CHE RITIENI IMPORTANTE VALORIZZARE IN QUESTA FASE DI TRASFORMAZIONI COSÌ TUMULTUOSE? R. Sì. Innanzitutto credo che, a conclusione della risposta precedente, la sfida sia ripensare che cosa significhi critica. Quando parliamo di ricerca critica sulle migrazioni, che cosa intendiamo criticare, esattamente? Fermarsi su questa domanda ci permette anche di capire quali strumenti teorici e quali categorie analitiche possano esserci utili. Lo dico perché sono piuttosto reticente nei confronti di analisi che interpretano, anche implicitamente, la dimensione critica della ricerca esclusivamente in termini di denuncia. E non mi riferisco alla denuncia finalizzata ad aprire contenziosi legali, che è ovviamente un’altra questione e può essere estremamente importante. Mi riferisco piuttosto alla denuncia come smascheramento dei meccanismi di potere e del funzionamento degli Stati. La maggior parte di questi meccanismi, però, è ormai sotto i nostri occhi, così come lo sono le violenze e gli effetti prodotti dalle politiche di contenimento: basti pensare alle morti in mare. Certo, è sempre necessario continuare a produrre evidenze, ma ricordiamoci che negli ultimi dieci anni di evidenze ne abbiamo avute molte. Che cosa significa allora critica, o critica trasformativa, se prendiamo sul serio il fatto che forse non è più sufficiente smascherare il potere? Tanto più che molti Stati oggi rendono visibili le proprie stesse violazioni e, anzi, riformulano le leggi proprio sulla base di quelle pratiche. Al tempo stesso, credo che proprio per lo stesso motivo possano risultare insufficienti o fuori fuoco quelle critiche che si limitano a invocare lo smantellamento di dispositivi come l’accoglienza o l’asilo. Non perché queste critiche siano prive di fondamento, ma perché oggi ci troviamo in una fase in cui proprio quelle infrastrutture vengono materialmente smantellate. Allo stesso modo, penso a parole d’ordine come “abbattiamo le frontiere”. Non perché non siano più valide o perché siano utopiche – non voglio assolutamente entrare in questo tipo di discussione, che è spesso propria di approcci liberali agli studi sulle migrazioni – ma perché il Patto, nella sua complessità e nei suoi tecnicismi, ci mostra come le diverse dimensioni del percorso migratorio siano profondamente interconnesse. Non si può parlare di smantellamento dei confini senza interrogarsi contemporaneamente sulle forme di presa sulle vite che si esercitano sulle persone dublinate o su quelle che vengono espulse, da un giorno all’altro, dalle proprie abitazioni e dalle maglie dell’accoglienza. In questo senso, negli ultimi anni ho trovato particolarmente illuminante la lettura di femministe abolizioniste come Angela Davis e Ruth Wilson Gilmore. Il loro lavoro, pur sviluppandosi in un contesto diverso da quello europeo, mostra con grande chiarezza come i diversi meccanismi di organizzazione della violenza siano profondamente interconnessi. Pur occupandosi principalmente del sistema carcerario, queste autrici insistono proprio sulla necessità di leggere insieme dispositivi che troppo spesso vengono analizzati separatamente. Queste due autrici, così come altre e altri meno noti all’interno della tradizione abolizionista, ci dicono con grande chiarezza che l’abolizionismo non può limitarsi a dire: aboliamo le prigioni, aboliamo i sistemi di violenza organizzata. La sfida consiste piuttosto nel capire come riorganizzarci. La questione dell’organizzazione politica è una vera e propria ossessione nei loro scritti: come ripensare le forme dell’organizzazione collettiva per rendere possibile un mondo in cui la riproduzione di questi meccanismi di razzializzazione non sia più né possibile né auspicabile, e in cui l’esistenza stessa delle prigioni diventi infine obsoleta. Lo stesso si potrebbe dire dei vari meccanismi di confinamento. Quando parlo di confini, in questo caso, non mi riferisco alle frontiere nazionali. Credo che questa sia una letteratura che solo negli ultimi anni ha fatto il proprio ingresso nel campo degli studi critici sulle migrazioni e che possa rivelarsi particolarmente produttiva. L’altra griglia analitica che trovo utile – o, più in generale, l’altra prospettiva da cui leggere le trasformazioni in corso – consiste nel collocare le politiche migratorie all’interno dei più ampi processi di precarizzazione sociale ed economica che investono migranti e cittadini, pur in forme e con intensità differenti. È per questo che considero fondamentale il lavoro di Enrica Rigo, così come quello di molte altre studiose femministe che mobilitano la prospettiva della riproduzione sociale per cogliere le forme di presa sulle vite delle persone migranti. Una prospettiva che permette di leggere come venga erosa la possibilità stessa di riproduzione della vita, in senso ampio, e come questo processo si intrecci con lo smantellamento di quelle infrastrutture di supporto alla vita che riguardano non soltanto le persone migranti, ma anche i cittadini. D. GRAZIE ANCORA, MARTINA, PER L’AFFRESCO MOLTO ARTICOLATO CHE CI HAI PROPOSTO. IN CHIUSURA, SE DOVESSI CONTRIBUIRE ALLA COSTRUZIONE DI QUESTA IMMAGINARIA CASSETTA DEGLI ATTREZZI CHE POSSA ACCOMPAGNARE L’IMPLEMENTAZIONE DEL PATTO EUROPEO E AIUTARCI A PREPARARCI POLITICAMENTE AD AFFRONTARLO, TI VENGONO IN MENTE LIBRI, ARTICOLI O ALTRI MATERIALI CHE INSERIRESTI AL SUO INTERNO? R. Credo sia importante leggere anche testi che consentano di assumere uno sguardo in qualche modo laterale rispetto al Patto. All’inizio menzionavo il lavoro di Nicholas De Genova, che rappresenta ormai un classico per chi si occupa di migrazioni. In particolare, credo che i suoi lavori sulla deportability ci dicano ancora molto sull’importanza di guardare oltre il successo o il fallimento delle politiche migratorie e di osservare, piuttosto, come la precarietà socioeconomica venga prodotta attraverso quei meccanismi che lui definisce appunto come una condizione di deportability e che, a mio avviso, oggi possono essere riletti nei termini di una punitività latente. E poi, per restare su uno sguardo laterale, menzionavo all’inizio il corso di Michel Foucault al Collège de France sulla società punitiva, nel quale emerge il tema della criminalizzazione senza infrazione, che credo abbia ancora molto da dirci. Un altro materiale che suggerirei riguarda la genealogia della cosiddetta finzione di non ingresso, che mi è sembrato particolarmente utile ricostruire. Si tratta di un dispositivo che, come ricordavo, è stato implementato dalla Grecia prima che da altri paesi. Su questo tema segnalo un interessante report di ECRE dedicato proprio alla finzione di non ingresso. Il documento ricostruisce le diverse tappe della sua affermazione negli ultimi anni, mostrando con precisione come e quando questo meccanismo sia stato introdotto nella pratica, dapprima in Germania e successivamente anche in Francia.