Tag - solidarietà e attivismo

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The Routes Journal – Il giornale delle rotte – è un progetto di comunicazione alternativa sulla mobilità impedita: racconta la criminalizzazione delle rotte migratorie e le conseguenze che questa produce sulla vita delle persone che le percorrono. Nasce dal desiderio di un gruppo di ricercatori, artisti, migranti e attivisti di offrire uno sguardo diverso sul fenomeno migratorio. A partire dai materiali informativi che le persone in movimento producono sulle proprie condizioni materiali e sociali lungo le rotte, una newsroom cooperativa lavora per trasformare fotografie, audio e video in storie accessibili a un pubblico non specialistico. Può essere definito un progetto informativo sul “movimento interrotto”. Non ha una sede fissa: la sua sede è ovunque vivano i suoi corrispondenti, perché The Routes Journal racconta i luoghi e le storie di chi è in movimento. Il progetto ambisce a connettere mondi diversi e lontani. Lo fa su Instagram, provando a descrivere ciò che accade al di là delle frontiere dell’Europa, ovvero l’esperienza quotidiana delle persone migranti che parlano dalle coste tunisine, dagli hangar libici, dalle barche, solo per fare qualche esempio. Parla di rotte migratorie, oggi quella del Mediterraneo centrale, quella dell’Oceano Indiano, quella Canaria; domani, chissà. Lo scopo è evidenziare la traccia silenziosa di quelle rotte: non indicazioni su dove andare, ma racconti di come si vive nel passaggio e nell’attesa. Narra la violenza dei confini, l’abbandono, la paura, ma anche le pratiche quotidiane di resistenza e di solidarietà. Restituisce il quotidiano di chi abita le rotte, componendo una topografia dell’assenza, della precarietà, della necropolitica. The Routes Journal è una newsroom all’interno della cosiddetta underground railroad, animata da corrispondenti: uomini e donne dall’altra parte del mare, dall’altra parte del confine della “fortezza Europa”. Alcuni partecipano regolarmente, altri solo sporadicamente. Sono persone che hanno tentato più volte di raggiungere l’Europa e che ora sono confinati in una “terra di mezzo”. Inviano scatti dalle loro case, filmano gli accampamenti in cui vivono, scrivono poesie; tra un movimento e l’altro. Tra arresti e sequestri. Prima di attraversare, di fare boza. Tra cokseurs, arabes, barnamiche, acque blu, bussolier e capitani. The Routes Journal trasforma la loro esperienza in testimonianza pubblica. Abou è uno di loro. Ha appena sedici anni ed è stato detenuto in una prigione libica, torturato a scopo di estorsione. Marine racconta la disperazione di avere una figlia malata senza sapere dove portarla per farla curare, perché nera: arrivata in ospedale, l’hanno cacciata. Farhan ha invece voluto pubblicare il corpo esanime dell’amico, ucciso senza ragione alla fine del Ramadan del 2026. Poi c’è Aissatou, Lamine, Xavier e molti altri. Le loro storie si intrecciano e insieme, come nella reazione chimica che dal negativo porta alla fotografia, ci restituiscono un’immagine che in molti vorrebbero tenere nascosta o rendere invisibile. La loro partecipazione a The Routes Journal è gratuita e volontaria. Ma hanno bisogno di medicinali, cibo, cure ospedaliere, telefoni. Vorremmo poterli sostenere. Vi chiediamo di aiutarci con una raccolta fondi, perché possano continuare a raccontare di che materia è fatta l’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Potete donare con queste due modalità: * IBAN: IT87N0830401804000003424187 intestato all’Associazione Melting Pot Odv, causale: The Routes Journal * Tramite la raccolta fondi su Paypal
“Fuori rotta. Indagine sul sistema di abbandono e isolamento da Trieste alla Sardegna”
ARIANNA LOCATELLI 1 Le associazioni No Name Kitchen e il Consorzio Italiano di Solidarietà pubblicano un report 2 che analizza il sistema dei trasferimenti tra Trieste e la Sardegna e le condizioni di alcuni CAS nel territorio sardo. Trieste, città sul confine tra Italia e Slovenia, rappresenta uno snodo centrale lungo la cosiddetta Rotta Balcanica. Negli anni, la città è diventata uno dei principali punti di accesso al territorio italiano per persone in movimento in arrivo dalla rotta. La gestione degli arrivi si inserisce in un contesto caratterizzato da cronica insufficienza dei posti in accoglienza, tempi prolungati di registrazione delle domande di asilo in Questura e frequenti trasferimenti verso altre regioni italiane. Tra febbraio e settembre 2025, circa l’85% dei richiedenti asilo trasferiti dopo l’ingresso nel sistema di accoglienza triestino è stato destinato alla Sardegna. Tale dato sembra indicare l’esistenza di una strategia di gestione programmata e di un canale di redistribuzione consolidato tra i due territori. I TRASFERIMENTI TRA TRIESTE E LA SARDEGNA E LE CONDIZIONI DEL SISTEMA DI ACCOGLIENZA SARDO La Sardegna, chiamata “Jazeera” dai richiedenti asilo, dall’arabo “isola”, è diventata nei mesi una delle destinazioni più temute dai richiedenti asilo. I centri di accoglienza sardi sono infatti spesso situati in aree geograficamente isolate, rendendo ancora più complesso l’inserimento in reti sociali, territoriali e nel mercato lavorativo, acuendo il senso di abbandono nei richiedenti asilo. In questo contesto, gli ospiti rimangono bloccati in strutture periferiche in attesa del rilascio dei documenti, una procedura che può protrarsi da alcuni mesi fino a diversi anni. I richiedenti cadono in un limbo di attesa, subendo un processo di passivizzazione, dopo essere stati sradicati da contesti in cui avevano iniziato a costruire una rete di supporto, come più volte è successo a Trieste. Le criticità del sistema di accoglienza in Sardegna sono emerse in modo ricorrente dalle denunce delle persone trasferite, raccolte dagli operatori presenti a Trieste. È proprio a partire da queste segnalazioni che, nell’ottobre 2025, un gruppo di ricerca composto da tre persone ha svolto una missione in Sardegna per verificare le condizioni riportate. Grazie alle visite di diversi CAS, alle interviste e ai focus group svolti con richiedenti asilo accolti sull’isola, sono emerse una serie di problematiche legate alla lentezza del rilascio dei documenti, alle condizioni dei centri, con particolare riferimento alla tutela legale, medica e sanitaria, e alle difficoltà di inserimento lavorativo, che spesso spingono ad accettare condizioni di lavoro irregolari, soprattutto nel settore agricolo. Emerge con chiarezza un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo tanto semplice quanto efficace. A fronte degli obblighi internazionali di accoglienza, dai quali lo Stato non può sottrarsi, viene istituzionalizzato un sistema di trasferimenti e ricollocazioni che, pur garantendo formalmente l’accesso all’accoglienza, produce spesso effetti di marginalizzazione sulle persone coinvolte. L’allontanamento dai luoghi di arrivo e dalle reti sociali costruite durante il percorso migratorio interrompe in alcuni casi percorsi di inserimento già avviati. In molti casi, questi trasferimenti finiscono per incentivare l’abbandono dei centri di accoglienza o spingono a vivere in condizioni non accettabili, alimentando precarietà, vulnerabilità e, talvolta, irregolarità. FUORI ROTTA: LA MARGINALIZZAZIONE DEI RICHIEDENTI ASILO > Qui abbiamo pensato di diventare pazzi Con questa frase il team di ricerca è stato accolto da un ragazzo trasferito da Trieste in un campo di accoglienza sardo, isolato nella campagna. Ciò che emerge con forza è il profondo senso di abbandono e stallo vissuto quotidianamente dai richiedenti asilo. Il report evidenzia con chiarezza la volontà di marginalizzare persone in movimento e richiedenti asilo. Sradicare le persone dai contesti e collocarle ai margini del territorio nazionale provoca spesso un’ulteriore precarizzazione delle condizioni di vita degli accolti. Esistono eccezioni, ma la realtà del sistema di accoglienza porta a un’oggettificazione e a una disumanizzazione del richiedente asilo. “Makes you also wonder about the welcoming system or reception system. Are they really just about beds or are they actually welcoming people? Not turning them into numbers and keeping them away in camps far far away from cities, making them numbers even literally when you have to sign in and out with a number not even with your name”. Queste le parole che dovremmo tutti tenere a mente, pronunciate da un attivista di No Name Kitchen un anno fa, in occasione di una giornata organizzata per ricordare lo sgombero del Silos avvenuto a Trieste il 21 giugno 2024. Notizie/A proposito di Accoglienza TRIESTE. UN CONTRO-EVENTO ARTISTICO E POLITICO RIACCENDE LA MEMORIA DEL SILOS Spazio pubblico, arte e memoria si intrecciano per contrastare l'oblio e riaffermare diritti negati 8 Agosto 2025 Quando si parla di viaggi migratori, si evocano di solito le frontiere balcaniche, il Mar Mediterraneo, le violenze delle polizie di frontiera, il gelo delle foreste o il caldo torrido del deserto. Eppure, sappiamo bene che il viaggio non finisce una volta messo piede sul territorio italiano, francese o tedesco. Perché a quel punto si apre una seconda fase: lo scontro quotidiano con un sistema d’asilo respingente, con la minaccia costante del Regolamento Dublino, con le frontiere interne alla società, con una lingua sconosciuta, con un sistema di accoglienza che riduce l’individualità alla collettività, trasformando le persone in numeri. A molti, essere trasferiti in Sardegna potrà non sembrare la cosa peggiore che possa accadere lungo una rotta migratoria. Ma attraversando l’entroterra sardo, visitando centri raggiungibili solo percorrendo stradine sterrate, si comprendono le parole di A., che guardandoci ha detto: «Qui abbiamo pensato di diventare pazzi». Il sistema di accoglienza non dovrebbe limitarsi a fornire un posto letto. Dovrebbe costruire percorsi di inserimento territoriale, garantire rispetto del singolo, tutelare le fragilità. Dovrebbe radicare, non isolare; costruire, non distruggere sistematicamente le reti sociali che le persone in movimento cercano di creare con fatica. Non si può pensare che fornire un letto sia l’obiettivo ultimo. Perché la disumanità inizia nel momento in cui non si riconoscono più le persone che si hanno davanti come tali, ma come numeri, spostati di centro in centro, abbandonati in un CAS isolato, lontano da tutto e da tutti. Anche alla luce dei recenti avvenimenti, occorre aprire una riflessione sul sistema di accoglienza italiano, facendo emergere le responsabilità istituzionali di un sistema che rende estremamente difficile il percorso di regolarizzazione dei richiedenti. 1. Mi sono laureata in antropologia culturale ed etnologia a Bologna. Sono un’attivista e una studentessa e negli ultimi anni ho girato varie città seguendo progetti di ricerca e volontariato su diverse frontiere in supporto alle persone in movimento. Sono nel CD di OnBorders ↩︎ 2. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎
Il diritto alla salute delle persone migranti nel Nuovo Patto Ue su Migrazione e Asilo
Una coalizione di oltre venti tra società scientifiche, Ong sanitarie e associazioni per i diritti umani promuove 1 un appello contro le procedure di screening sanitario introdotte dal Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo e dal Decreto-Legge 100/2026. Al centro della denuncia, la trasformazione dell’atto medico in strumento di controllo delle frontiere, con lo stravolgimento del consenso informato e il rischio concreto che gli operatori sanitari diventino, di fatto, ingranaggi del sistema di trattenimento ed espulsione. Il 12 giugno 2026 il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo è entrato in vigore in tutta l’Unione Europea, Italia compresa, nella sostanziale assenza di un adeguato dibattito pubblico. Nello stesso giorno è entrato in vigore il Decreto-Legge n. 100/2026, che introduce (tra vari dispositivi che minano alla base il diritto d’asilo) il confinamento coattivo delle persone richiedenti asilo “in luoghi specifici” alla frontiera. Pochi giorni prima, la circolare del Ministero dell’Interno del 9 giugno 2026 ha chiesto ai territori di definire protocolli operativi per l’attuazione del Regolamento (UE) Screening 2024/1356. Le organizzazioni e i professionisti sanitari firmatari rivolgono un appello urgente e responsabile a tutte le figure sanitarie, agli Ordini professionali e alla società civile. Le procedure di screening dovrebbero avere l’obiettivo di identificare tempestivamente bisogni sanitari e condizioni di vulnerabilità. Riteniamo che tali finalità possano essere perseguite solo se le attività sanitarie rimangono chiaramente separate dalle funzioni di controllo migratorio e di pubblica sicurezza. Le disposizioni previste – in particolare quelle relative allo screening sanitario obbligatorio, alle procedure accelerate di frontiera e ai regimi di trattenimento – rischiano di trasformare il personale sanitario in facilitatore burocratico di un sistema di confinamento nei “luoghi specifici”, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata, che contrasta apertamente con i principi fondativi delle professioni sanitarie, con il Codice Deontologico e con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani. 1. IL RICATTO DEONTOLOGICO DELLA “DOPPIA LEALTÀ” E LO STRAVOLGIMENTO DEL CONSENSO INFORMATO Il combinato disposto tra il Regolamento Screening e le norme nazionali di attuazione produce una frattura etica insanabile per l’intera comunità scientifica e sanitaria. Viene sistematicamente violato il principio cardine del consenso informato e della trasparenza dell’atto medico sancito dalla Legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Art. 1), anche nei confronti del personale sanitario che effettua gli screening della salute e delle vulnerabilità, cui non viene data alcuna garanzia su come le proprie valutazioni cliniche verranno utilizzate nel percorso procedurale della persona migrante. L’impianto del Regolamento Screening e del DL 100/2026 configura l’accettazione degli accertamenti sanitari e dello screening biometrico come un vincolo procedurale coercitivo per l’accesso al territorio o alla stessa domanda di asilo. Nel momento in cui il rifiuto del trattamento sanitario genera automaticamente importanti ripercussioni sulle procedure di ingresso o addirittura misure restrittive della libertà personale, il consenso cessa di essere “libero” e l’atto medico viene ridotto a un mero dispositivo burocratico a cui la persona migrante non può sottrarsi, violando l’autonomia del paziente e dello stesso professionista, nonché la dignità di entrambi. Lo screening di salute fisica e mentale viene così espropriato del suo fine terapeutico e ridotto a mero semaforo amministrativo: l’operatore sanitario viene costretto a operare in una condizione di doppia lealtà tra la persona migrante per cui si è chiamati a compiere una valutazione medica e il sistema di procedure burocratiche che richiede quella valutazione, agendo di fatto come un inconsapevole ingranaggio burocratico. La scheda sanitaria cessa di essere lo strumento per attivare una presa in carico e diventa il presupposto biologico per legittimare il confinamento nei “luoghi specifici”, il trattenimento di frontiera o l’espulsione immediata. Rifiutiamo fermamente la sottomissione della nostra professione a logiche di pubblica sicurezza: nessun professionista sanitario dovrebbe essere posto, a causa di queste norme securitarie, nella condizione di contribuire, direttamente o indirettamente, a procedure che limitano la libertà personale o incidono sullo status giuridico di una persona sulla base di informazioni raccolte nell’ambito della relazione di cura. 2. LA SECURITIZZAZIONE DELLO SPAZIO CLINICO E LA TUTELA DELLA NEUTRALITÀ TERAPEUTICA La circolare ministeriale impone che lo screening sanitario e di vulnerabilità sia completato entro termini perentori – 7 giorni in prossimità delle frontiere esterne, 3 giorni in caso di rintraccio sul territorio – e invita i Prefetti a individuare gli spazi delle verifiche favorendo i locali della Pubblica Sicurezza e delle Questure. Dal punto di vista clinico, questa scelta è inaccettabile. Un’anamnesi corretta e un esame obiettivo dignitoso richiedono privacy, condizioni igieniche adeguate e l’assenza di elementi coercitivi, nonché la possibilità di avvalersi di un’adeguata mediazione linguistico-culturale: condizioni che una Questura non può garantire. Per le persone migranti, spesso reduci da traumi subiti lungo le rotte o nei paesi di transito, la Questura è lo spazio istituzionale della sanzione e del trattenimento: sottoporvi una valutazione di salute distrugge la neutralità terapeutica e la relazione di fiducia tra medico e paziente. Lo screening sanitario cessa così di essere un presidio di tutela e si riduce a un pre-requisito biologico propedeutico alla detenzione e/o all’espulsione. In una prospettiva più ampia e di lungo periodo, una simile impostazione rischia di compromettere la percezione stessa del sistema sanitario come spazio di tutela, cura e fiducia. La sovrapposizione tra funzioni sanitarie e funzioni di controllo migratorio non danneggia soltanto i diritti individuali delle persone migranti, ma indebolisce la capacità dei servizi di raggiungere le popolazioni più vulnerabili, scoraggia l’accesso alle cure, compromette la continuità assistenziale e mina la fiducia nelle istituzioni sanitarie. Quando lo spazio clinico viene percepito come parte di un dispositivo di sorveglianza o di controllo, ne risente l’efficacia stessa delle strategie di prevenzione, promozione della salute e salute pubblica, con conseguenze che travalicano il singolo individuo e riguardano l’intera collettività. 3. QUANDO LA VULNERABILITÀ DIVENTA UNA FORMALITÀ: LA CRISI DELL’ATTO CLINICO Le indicazioni della Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia pubblicate subito dopo la circolare ministeriale, confermano questa deriva: per garantire una copertura 24 ore su 24, 7 giorni su 7, stabiliscono che “la visita può essere effettuata da un medico anche non specialista”, aprendo al reclutamento di liberi professionisti tramite avvisi d’urgenza a gettone. Si tratta di un modello organizzativo che rischia di compromettere gli standard qualitativi richiesti per la valutazione clinica di condizioni complesse: esiti di tortura, violenza di genere, disturbo post-traumatico da stress, screening di patologie infettive ad alto impatto (come la tubercolosi) vengono ridotti a prestazioni estemporanee, affidate a personale non specializzato e privo di continuità assistenziale. Queste attività richiedono competenze specifiche in medicina delle migrazioni, salute mentale e comunicazione interculturale, supportate da formazione dedicata e lavoro multidisciplinare. L’esito confluisce immediatamente nel sistema informatico SIA (Sistema Informativo Asilo), la piattaforma informatica e banca dati centralizzata del Ministero dell’Interno, a cura delle autorità di polizia, condizionando direttamente il destino giuridico della persona. L’aberrazione tocca il culmine nella gestione delle vulnerabilità: in assenza di esperti, la loro rilevazione può essere compiuta direttamente da operatori di Polizia o da soggetti terzi come l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo (EUAA) e l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM). Affidare l’identificazione di un trauma da tortura a un agente di pubblica sicurezza, per quanto “debitamente formato”, non è solo un insulto ai professionisti della cura, ma la garanzia che migliaia di persone vulnerabili e non adeguatamente tutelate verranno scaraventate nel circuito delle detenzioni accelerate e delle deportazioni. Questa impostazione trova ora conferma nella circolare del Ministero dell’Interno del 12 giugno 2026 (Prot. 0047219), che indica come modello preferito quello in cui «il personale sanitario» si rechi «presso gli uffici di polizia» e richiama il ricorso alla telemedicina, modalità che riteniamo inaccettabile per una valutazione così complessa. La stessa circolare estende lo screening agli Istituti di pena, raccomandando il coinvolgimento dei servizi sanitari penitenziari per i controlli sui detenuti stranieri in fase di scarcerazione. Gli esiti confluiscono in una “scheda sanitaria”, elaborata dal Tavolo vulnerabilità, volta a valutare l’idoneità della persona alla “vita in comunità ristretta”: l’atto medico diventa così, esplicitamente, criterio di ammissione ai percorsi detentivo-espulsivi patogeni dei CPR. 4. DETENZIONE DE FACTO E  COMPROMISSIONE DELLE GARANZIE DELLO STATO DI DIRITTO Come evidenziato dalle analisi di PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants), l’obbligo per i migranti di “rimanere a disposizione” delle autorità, unito alla finzione giuridica del “non ingresso” nel territorio, istituisce una prassi generalizzata di detenzione de facto – anche per donne, bambini e persone vulnerabili, senza chiare indicazioni di tutela ad esempio per minori e nuclei familiari. In questo quadro, assume una delicatezza estrema il tema delle procedure di accertamento dell’età anagrafica nei presunti minori privi di documenti. Accertare l’età non può ridursi a “indicare un numero” o a una frettolosa misurazione biometrica, ma deve significare il riconoscimento di una condizione di vulnerabilità originaria. Si tratta di un atto complesso che richiede tempo, competenze multidisciplinari, relazioni e contesti adeguati, volti ad accogliere e dare voce a una storia prima ancora che a quantificarla. Una corretta identificazione è l’unico strumento per garantire al minore l’effettivo esercizio dei diritti sanciti dalla Convenzione di New York, ratificata dall’Italia; sminuire questo passaggio significa spalancare la strada a provvedimenti gravemente lesivi, quali il respingimento alla frontiera, il rimpatrio forzato, la sistemazione in strutture d’accoglienza per adulti o, peggio, la detenzione amministrativa nei CPR. Il Decreto-Legge 100/2026 conferma questa torsione, normando l’obbligo di risiedere coattivamente in un luogo specifico di frontiera e affidando le relative procedure a “sezioni stralcio monocratiche” con giudici onorari, aggirando il controllo della magistratura ordinaria. Basta un presunto “rischio di fuga” – anche il semplice mancato possesso di un passaporto o l’assenza di un alloggio – per determinare una compressione dei diritti ed una riduzione delle garanzie con accesso limitato alla difesa legale. L’estensione dello screening alle persone già presenti sul territorio moltiplicherà inoltre le pratiche di profilazione etnica e razziale, esponendo minoranze e persone di origine straniera a un clima diffuso di sospetto e sorveglianza, in contraddizione con gli stessi piani d’azione europei contro il razzismo. 5. LA SALUTE NON È NEGOZIABILE: L’APPELLO AL GIURAMENTO DI IPPOCRATE L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, condizionato in primo luogo dai determinanti sociali. La precarietà giuridica, la minaccia della detenzione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) fino a 24 mesi in un contesto notoriamente patogeno e la reclusione forzata sono esse stesse i principali determinanti patogeni che colpiscono la salute delle persone migranti, come ha già riconosciuto la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO) supportando un documento della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) nel 2025. Numerose evidenze documentano come il confinamento, la detenzione amministrativa e l’incertezza legata alle procedure migratorie costituiscano fattori associati a un aumento del rischio di depressione, ansia, disturbo post-traumatico da stress, autolesionismo e altre forme di sofferenza psicologica. Le procedure previste dal Nuovo Patto rischiano pertanto non solo di intercettare vulnerabilità preesistenti, ma di produrne di nuove. L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, garantendo cure gratuite agli indigenti senza distinzione di nazionalità o regolarità di soggiorno. Ridurre l’atto medico a uno strumento di classificazione procedurale per stabilire chi possa essere trattenuto o deportato viola il nucleo della Carta Costituzionale e della Legge 833/1978. > Chi ha prestato il Giuramento di Ippocrate ha l’obbligo deontologico di > perseguire come fine esclusivo la difesa della vita e della salute della > persona, senza alcuna discriminazione, rifiutando qualunque cooperazione a > palesi violazioni dei diritti umani. Non possiamo farci complici della > deumanizzazione burocratica dei corpi. 6. LE NOSTRE RICHIESTE Al fine di garantire il rispetto della dignità e dei diritti delle persone migranti, la cui vita e i cui corpi sono seriamente esposti al rischio di una strutturale deumanizzazione alla luce delle priorità espresse dal Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo: * chiediamo al Ministero della Salute di rivendicare e far rispettare le proprie specifiche competenze a garanzia dell’articolo 32 della Costituzione rimarcando che il diritto alla tutela della salute prescinde da qualunque altra condizione compresa quella giuridica della persona. Non è infatti ammissibile che alle autorità sanitarie locali arrivino, da parte di istituzioni appartenenti ad altri settori (prefetture, questure, etc.) o direttamente da altri ministeri (nella fattispecie il Ministero Interno) documenti (circolari, note, o altro) con carattere assertivo e prescrittivo nei confronti dei professionisti della sanità. L’unica modalità ammissibile prevede la recezione di direttive emanate da istituzioni di settore competenti; * chiediamo alle Regioni di esercitare le loro prerogative in termini di programmazione, organizzazione, gestione e valutazione dei servizi, degli interventi e delle attività di tipo sanitario anche e soprattutto nell’ambito della Commissione Salute e della Conferenza Stato – Regioni; Chiediamo inoltre al Ministero della Salute, alle ASL, alle ASST, ai tavoli di vulnerabilità territoriali, agli Ordini dei Medici, agli Ordini degli Psicologi, alle Società Scientifiche e alle Associazioni di Psicologia a livello nazionale e internazionale, nonché alle Facoltà di Medicina e Chirurgia e delle professioni sanitarie e alle istituzioni locali competenti di: * tutelare l’indipendenza dei/delle professionisti/e della salute prevenendo ogni forma di “doppia lealtà”: È indispensabile che a ogni professionista sia garantita la massima trasparenza sull’uso amministrativo dei dati raccolti durante la valutazione clinica. L’atto sanitario deve mantenere una finalità esclusivamente terapeutica e non può essere trasformato in uno strumento funzionale a procedure amministrative che condizionano la libertà personale. Rifiutiamo pertanto qualsiasi utilizzo della scheda sanitaria o della valutazione di vulnerabilità come requisito preliminare o come “via libera” per misure di trattenimento, confinamento o allontanamento, in aperta violazione del Codice Deontologico; * rifiutare la sottoscrizione di protocolli operativi che prevedano lo svolgimento di attività cliniche all’interno di uffici di Pubblica Sicurezza; * garantire che ogni percorso di screening avvenga all’interno di strutture del Servizio Sanitario Nazionale, con personale qualificato e mediatori culturali indipendenti, e rispettando il principio del consenso informato; * garantire una formazione specifica e continuativa del personale coinvolto nelle attività di screening e presa in carico sui temi della medicina delle migrazioni, della salute mentale, del trauma, della comunicazione interculturale e della tutela dei diritti umani; * prevedere una valutazione dello stato generale di salute e in particolare di salute mentale che sia approfondita, rispettosa della dignità e dei diritti e libera da costrizioni spaziali e temporali dettate dai percorsi detentivo-espulsivi; * garantire che la valutazione delle vulnerabilità mediche e psicosociali abbia sempre la priorità sui percorsi detentivo-espulsivi e venga effettuata da personale indipendente dalle procedure di frontiera e con adeguata formazione medica e sociosanitaria; * assicurare l’accesso effettivo e indipendente alle organizzazioni della società civile e ai meccanismi di monitoraggio dei diritti fondamentali; * escludere in ogni caso la detenzione di bambini, famiglie e persone in condizioni di vulnerabilità, e garantire la convalida giurisdizionale di ogni provvedimento restrittivo della libertà personale. La determinazione dell’età, quando realmente necessaria e comunque a tutela dei diritti del minore, deve essere effettuata da personale qualificato secondo le indicazioni previste dalla Legge 47/2017 e dal protocollo multidisciplinare approvato il 9 luglio 2020 dalla Conferenza Unificata, basato sul principio del superiore interesse del minore; * garantire la continuità della relazione di cura e il segreto professionale per le persone migranti detenute, indipendentemente dal loro status giuridico, escludendo i servizi sanitari penitenziari da qualsiasi finalità di segnalazione o trasmissione di dati al sistema SIA; * esigere il pieno rispetto del GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) e la tutela dei dati sanitari: le informazioni cliniche e di vulnerabilità sono dati sensibili sottoposti a rigidi vincoli di riservatezza, segreto professionale e minimizzazione. Chiediamo la protezione assoluta, bloccando qualsiasi trasmissione o interoperabilità automatica verso banche dati di pubblica sicurezza o di controllo migratorio, incluso il sistema SIA. > Come operatori di salute, cittadini ed esseri umani rifiutiamo le logiche > discriminatorie ed escludenti del Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo e > dei relativi dispositivi di applicazione a livello nazionale. La tutela dei > diritti fondamentali delle persone migranti e l’umanità della nostra > professione non sono negoziabili. 1. Firmatari: Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM); Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI); European Community Psychology Association (ECPA); Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale (SIMET); Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM); Rete Italiana per il Supporto alle persone Sopravvissute a Tortura (ReSST); Mediterranea Saving Humans; Medici Senza Frontiere Italia; Emergency; Medici con l’Africa Cuamm; Associazione Frantz Fanon; Brigate Basaglia; Medici per i Diritti Umani (MEDU); Medici contro la tortura (MCT); Medici del Mondo Italia ETS; Medicina Democratica; Psichiatria Democratica; Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM); Centro Immigrazione Asilo e Cooperazione internazionale (CIAC); Associazione Culturale “La Kasbah” ETS; Psicologia per la Palestina; Collettiva Psicologia Anticarceraria; Naga ODV; Rete Mai più lager No ai CPR; Salute Internazionale. ↩︎
«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
TERESA STEFANELLI, HENRI PEN ETAME È il 24 giugno 2026 e siamo con Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli. Quattro giorni fa, il 20 giugno, 15.000 persone hanno sfilato per le strade di Napoli alla manifestazione «Inventare l’Avvenire»: una piazza che portava dentro di sé l’antirazzismo e la solidarietà, e che ha mostrato una società civile consapevole e decolonizzata, capace di strappare il velo di un racconto falso costruito per giustificare lo sfruttamento e il mantenimento del privilegio. Con Yaya proviamo a fare il punto sulle rivendicazioni di quella giornata, sulla lotta in Campania contro il CPR e sul percorso del Movimento dentro una comune lotta antirazzista per i diritti, la libertà di movimento e la cittadinanza.  Le interviste di Radio Melting Pot «Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:29:57 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:29:57 | Registrato il 30 Giugno 2026 T.S. – YAYA, QUESTA MANIFESTAZIONE NON È SOLO NECESSARIA, MA RAPPRESENTA IL PUNTO DI ARRIVO E INSIEME DI PARTENZA DI UN PERIODO DI LOTTE CONDIVISE. QUALI SONO LE RIVENDICAZIONI DELLA MANIFESTAZIONE E PERCHÉ C’ERANO 15.000 PERSONE IN CORTEO? Y.R. – Le nostre rivendicazioni riguardano soprattutto il rilascio del permesso di soggiorno per la comunità migrante perché, purtroppo, è questo pezzo di carta il riconoscimento della nostra dignità. Al permesso di soggiorno si aggiungono altre rivendicazioni: una casa dignitosa perché i padroni non affittano le case agli stranieri. Anche le persone che sono in regola e hanno un contratto di lavoro non hanno accesso alla casa. Abbiamo anche rivendicazioni riguardo all’accesso alla formazione della comunità migrante e, soprattutto, diciamo no all’apertura di un CPR. Tutte queste richieste per garantire la nostra dignità, perché sono tutte correlate. Perché 15.000 persone? Perché, prima di fare la manifestazione, ci siamo presi del tempo anche per trovare il nome. Ci siamo ispirati al capitano Thomas Sankara, che ci ha insegnato: «Non è più il momento di sperare, dobbiamo osare inventare l’avvenire». E quindi l’abbiamo fatto, abbiamo osato inventare l’avvenire. 15.000 perché abbiamo chiamato tutta la cittadinanza. Ci siamo presi due settimane per farlo, assieme a coloro che il sistema cerca di calpestare e siamo diventati una forza unica: il lavoratore italiano precario, lo studente che non ha diritto allo studio, la donna, anche italiana, che porta il peso della sopravvivenza, e soprattutto lo straniero che rifiuta di essere un fantasma senza documenti – perché senza documenti diventi un fantasma, diventi invisibile. Siamo diventati un unico corpo, perché quando la dignità di una persona è calpestata, tocca tutti. Eravamo 15.000. È stata una bella dimostrazione di forza per dire no a questo sistema che cerca di renderci invisibili. Anche noi contribuiamo alla crescita di questa città. H.P.E. – IN ITALIA MOLTI MIGRANTI SONO SOTTO SFRUTTAMENTO PERCHÉ NON RIESCONO FACILMENTE AD OTTENERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO, SENZA IL QUALE NON POSSONO AVERE UN LAVORO DIGNITOSO, NÉ AFFITTARE UNA CASA, COME SI DICEVA PRIMA, NÉ ACCEDERE ALLA SALUTE. COSA DITE DI QUESTA SITUAZIONE? Allora, partiamo da due fasi. La prima: un migrante che arriva qui deve fare per forza la domanda di protezione internazionale. E’ stata stilata una lista di paesi sicuri. Quindi ci sono alcuni paesi che vengono dichiarati sicuri, ma quale sicurezza? Se uno scappa dalla fame, dalle guerre per cercare rifugio qui, perché limitarlo? Questi paesi sono detti sicuri e quindi quando le persone migranti fanno richiesta d’asilo politico, all’audizione davanti alla Commissione, vengono diniegati. Quindi devono fare un appello, devono attendere il ricorso. E questo fa perdere molto tempo. Prendiamo poi alcuni paesi dove ci sono ancora guerre in corso, come il Burkina Faso, la Nigeria, eccetera. Aspettano ancora due anni dopo la formalizzazione per avere un’audizione in cui devono raccontare la loro storia, tutte le difficoltà, tutti i gironi di inferno che hanno attraversato dal loro paese fino a qui. Passando alla seconda fase, prendiamo il decreto Flussi, che è gestito male. Chi entra regolarmente con il visto attraverso il decreto Flussi, arriva qui e non trova il datore di lavoro – perché ci sono alcuni datori di lavoro falsi che fanno una specie di mafia, soprattutto nella comunità bangladese. Una persona che spende migliaia di euro per arrivare qui e che lo Stato ha fatto entrare regolarmente, se non trova il datore di lavoro, diventa irregolare. È una situazione assurda. Una persona che viene solo per lavorare, che entra con il decreto Flussi proprio per lavorare, e poi non trova il datore di lavoro e diventa irregolare. È un sistema – direi – per renderci ricattabili. Perché così siamo ricattabili, siamo obbligati a lavorare in nero, a ricevere paghe da fame e ad essere invisibili. H.P.E. – VOLETE RACCONTARCI COME È NATO E CHE PERCORSO DI CRESCITA HA AVUTO IL MOVIMENTO MIGRANTI E RIFUGIATI DI NAPOLI? Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 e ormai sono dieci anni che lottiamo, dieci anni che esistiamo, dieci anni che resistiamo per la dignità di tutta la popolazione migrante. È nato nel 2016 quando c’era una narrazione per cui i migranti avevano una vita meravigliosa, hotel a 5 stelle, pocket money, tutto. Ma i centri d’accoglienza non erano così. A una manifestazione abbiamo incontrato i primi maliani, che sono i primi fondatori del Movimento Migranti. Ci hanno raccontato l’inferno che vivevano nel centro di accoglienza e così abbiamo iniziato: abbiamo fatto indagini, siamo andati nei centri d’accoglienza, abbiamo raccolto notizie, fatto report, e abbiamo iniziato a denunciare. Così è nato il Movimento Migranti. Abbiamo capito che i migranti avevano voglia di lottare, quindi ci siamo detti: perché non facciamo il Movimento?  La prima cosa che abbiamo deciso di fare è la scuola di italiano, perché abbiamo bisogno degli strumenti. E qual è lo strumento fondamentale? La lingua. Chi parla bene la lingua riesce a difendersi, riesce a leggere il proprio contratto di lavoro, riesce a capire se è sfruttato. Poi, man mano, abbiamo aperto anche lo sportello legale per aiutare i migranti a formalizzare le richieste, a diventare regolari, al riconoscimento del permesso di soggiorno. Abbiamo la nostra area ludica, perché nel Movimento Migranti ci sono delle mamme. Nell’area ludica le mamme portano i bambini e loro giocano, fanno i compiti. Nel doposcuola ci sono anche bambini italiani. Questi bambini crescono con la solidarietà in testa – qualcosa che fa parte della prima socializzazione: un bambino che cresce, che vede una persona di un altro colore, capisce che quella persona ha il mal di testa come lui, ha fame come lui, è normale come lui. Questa è l’area ludica del Movimento Migranti. Poi abbiamo aperto l’area residenza e ricerca casa, perché, come sapete, ci sono alcuni permessi di soggiorno – tipo il permesso di soggiorno per lavoro – per i quali è necessario un contratto di affitto, soprattutto la residenza. Noi facciamo la domanda di residenza direttamente al Comune e aiutiamo le persone a cercare casa, anche se è difficile, ad avere un contratto d’affitto e la residenza. Questo mi porta a parlare di quello che è successo ai nostri che sono stati sgomberati senza alternative nell’aprile scorso, a causa del presunto sovraffollamento degli edifici 1. Abbiamo fatto un presidio per incontrare il Comune, con cui stiamo dialogando e stiamo cercando soluzioni. Questo è il Movimento Migranti. Da dieci anni continuiamo a lottare perché abbiamo capito che la lotta paga, e con questa lotta abbiamo ottenuto delle vittorie. Chi frequenta il Movimento Migranti sa chi siamo davvero. T.S. – PUOI RACCONTARCI DI QUESTI ULTIMI SGOMBERI? Questi ultimi sgomberi sono avvenuti ad aprile. Una notte sono arrivati e hanno cacciato le famiglie. C’era una famiglia con 4 o 5 bambini e un’altra con una donna incinta. Li hanno messi fuori senza alternative. La cosa assurda è che l’assistenza sociale ha detto di aver proposto un piano B alle persone sgomberate, ma non era vero. È venuto fuori anche in un incontro formale. Quello che ci fa davvero pensare è che siamo fuori dall’umanità. Come possiamo permetterci di cacciare una donna incinta, sul punto di partorire, senza darle un’alternativa? Queste famiglie si sono rivolte a noi, alcune hanno preso dei B&B perchè erano rimaste per strada. Il giorno dopo abbiamo fatto un presidio davanti al Comune, che ha aperto un dialogo. Sono passati due mesi e stanno predisponendo delle misure: noi continuiamo a interloquire e a lottare per avere un piano concreto. Quest’anno per la residenza abbiamo presentato quasi 300 domande ERPA per i nostri, perché era un’informazione che la popolazione migrante non conosceva. Pensiamo che anche questa popolazione meriti di avere una casa dignitosa. T.S. – UNA COSA MOLTO POTENTE DELLA MANIFESTAZIONE ERA LA PARTECIPAZIONE DI BAMBINE E BAMBINI. COME SONO TUTELATE L’INFANZIA, L’ADOLESCENZA E LA GIOVINEZZA IN ASSENZA DI UN REDDITO STABILE, DEI SERVIZI E DI UNA CASA ADEGUATA? Questo è un vero problema, perché senza un buon reddito è molto difficile far crescere un bambino. Ma le nostre mamme sono forti, sono donne che fanno mille lavori al giorno e riescono a prendersi cura dei bambini. Ma questo non basta. Meritano di più. Ci sono anche famiglie italiane che vivono la stessa condizione: precarie, povere, in grande difficoltà. Se non tuteli l’infanzia, quale sarà l’impatto? Cosa sarà della futura generazione? Far crescere questi bambini nell’odio, seminare l’odio, fare propaganda – questo non fa che allargare le fratture. Noi come Movimento Migranti ci aiutiamo a vicenda, facciamo solidarietà concreta. Chi ha un lavoro cerca lavoro per l’altro. E soprattutto le nostre mamme sono delle guerriere, fortissime, e riecono. Ma non basta. Lo Stato deve intervenire. Toccare la sensibilità di un bambino e di una famiglia è assurdo. Anche una classe politica di destra, molto severa, deve pensare all’umanità, deve pensare alla condizione dell’infanzia. H.P.E. – IN ITALIA, QUANDO FACCIAMO RICHIESTA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO, DOBBIAMO DICHIARARE LA NOSTRA NAZIONALITÀ. INVECE, QUANDO CI SONO AGGRESSIONI, OMICIDI, VIOLENZA, VENIAMO GENERALIZZATI TUTTI. QUANDO UN MIGRANTE È VITTIMA DI VIOLENZA, I COLPEVOLI SONO DEFINITI PERCHÉ NON TUTTI GLI ITALIANI SONO COLPEVOLI. ALLORA, PERCHÉ NON SI APPLICA LA STESSA MISURA PER LE PERSONE MIGRANTI? NON È QUESTA UNA FORMA DI RAZZISMO E DI DISCRIMINAZIONE DI STATO? Esattamente, è una forma di discriminazione. Se non ti informi bene e segui la propaganda, ti diranno che, rispetto al tasso di criminalità, la popolazione migrante ha una percentuale maggiore. Ma se prendiamo i dati, non è vero. Tra i migranti che sono in questa circostanza ci sono soprattutto quelli definiti “irregolari”. Il problema è che una persona senza documenti, che vive nella sofferenza, che si trova abbandonata dopo il viaggio che ha affrontato, diventa non solo ricattabile, ma anche vulnerabile all’influenza della camorra. È molto facile fargli fare cose che lui non vorrebbe. Prendo l’esempio di un nostro fratello, Alhagie Konte, un ragazzo molto intelligente che frequentava il Movimento. Ha avuto anche qualche problema mentale perché ha perso il suo amico con cui aveva fatto il viaggio, e aveva iniziato a spacciare. È stato arrestato. Alhagie aveva però capito di aver preso una strada sbagliata e aveva iniziato a fare volontariato nella biblioteca del carcere per cambiare la sua vita. Poi si è ammalato di tubercolosi e non ha ricevuto assistenza. Lo hanno lasciato morire. E noi a questo abbiamo detto no, abbiamo protestato 2. Come dicevi tu, la propaganda dice che noi siamo quelli che stuprano le donne italiane. Ma come può una persona che ha attraversato il mare, attraversato il deserto, che scappava dalla fame e dalle guerre, arrivare qui con l’intenzione di commettere reati, di fare il casino? È inammissibile.  Il problema è che non danno i documenti. Se non hai un appoggio come il Movimento Migranti, sei solo, sei abbandonato. E se non sei forte mentalmente, cadi nelle mani della camorra. Come dicevi tu, quando dobbiamo chiedere l’asilo politico dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità, ma quando ci sono dei reati dicono: «Vabbè, sono stranieri, sono loro». Ma anche noi stranieri siamo intelligenti, vogliamo contribuire alla società, vogliamo studiare, vogliamo andare all’università, vogliamo fare formazione. È vero, ci piace l’Italia. Ma abbiamo lasciato i nostri paesi perché volevamo scappare da una situazione che anche loro hanno creato. Perché vengono da noi – parlo anche dell’Italia, dell’Europa – vengono da noi, rubano le nostre risorse, corrompono i nostri dirigenti, i nostri presidenti, prendono tutto e creano le guerre. Prendiamo la situazione dell’AES: Burkina Faso, Mali, Nigeria – sappiamo tutti chi c’è dietro. Sono loro, continuano l’imperialismo. Questa è una seconda fase moderna della schiavitù, una seconda fase moderna dell’imperialismo. E noi siamo qui perché soprattutto l’immigrazione non è e non sarà mai un reato: l’immigrazione è una cosa normale. Muoversi è un diritto umano. La storia ci racconta degli italiani, i primi italiani che sono emigrati in Svizzera, negli Stati Uniti. La storia racconta l’Italia del fascismo. E quello che mi fa veramente indignare è che i nostri antenati, i tirailleurs senegalesi, hanno liberato l’Europa dalle guerre, dal fascismo. E oggi noi immigrati siamo sporchi, siamo delinquenti, siamo quelli che creano problemi. È una propaganda assurda, e noi continuiamo la lotta perché di fronte alla crescita di queste politiche di destra non dobbiamo mollare. T.S. – A PROPOSITO DELLA TUTELA DELLA SALUTE E DELL’ASSENZA DI DIRITTI, UNA DELLE CHIAMATE DELLA MANIFESTAZIONE RIGUARDAVA PROPRIO L’APERTURA DEL CPR A CASTEL VOLTURNO. I CPR SONO DEFINITI DALLO STATO LUOGHI STRATEGICI E, PER QUESTO, SONO SECRETATI E MILITARIZZATI, E CONTINUANO A ESSERE ALLONTANATI DALLO SGUARDO DELLA SOCIETÀ CIVILE. SONO DEI BUCHI NERI IN CUI LA FORTEZZA EUROPA ESPRIME CON CHIAREZZA QUAL È IL SUO PIANO NEI CONFRONTI DELLE PERSONE IN MOVIMENTO. LE PERSONE RECLUSE ALL’INTERNO DEI CPR, PERÒ, CONTINUANO AD AGIRE LA PROPRIA RESISTENZA COME POSSONO E FINCHÉ POSSONO, PASSANDO ANCHE ATTRAVERSO IL PROPRIO CORPO. IN QUESTI MESI LA CAMPANIA, IL SUD DELL’ITALIA E LE RETI NAZIONALI E INTERNAZIONALI SONO IN MOBILITAZIONE PER OSTACOLARE IL PROGETTO DEL CPR A CASTEL VOLTURNO, CON 120 POSTI. VUOI PARLARCI DI QUESTO PROGETTO, DI QUESTO APPALTO, A CHE PUNTO SONO I LAVORI, CHE TIPO DI TERRITORIO LE ISTITUZIONI VOGLIONO CHE DIVENTI CASTEL VOLTURNO, COME SI STANNO MUOVENDO LE ISTITUZIONI LOCALI MA, SOPRATTUTTO, COME SI STA ORGANIZZANDO LA MOBILITAZIONE? Sì, quando abbiamo appreso la notizia della costruzione del CPR ci siamo mossi subito, perché il CPR rappresenta davvero la caduta dello Stato – sono caduti molto in basso. Ci vogliono ricattabili: se diventiamo irregolari ci mettono nel CPR, dicono per rimpatriarci nelle nostre terre. Ma la percentuale di rimpatri effettivi è molto bassa. Sapete quanti soldi servono per rimpatriare qualcuno? Si stima tra i 4.000 e i 5.000 euro, e per 120 persone sono tanti soldi. È una presa in giro costruire un CPR qui a Castel Volturno, che è uno dei ghetti d’Italia, marginalizzato da anni. Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. Quei soldi sono rubati alle scuole, agli ospedali – sono soldi che servono alla cittadinanza, ai castellani. Il CPR è un luogo di tortura, fisica e psicologica. Abbiamo perso due dei nostri: Moussa Balde, che purtroppo non ha potuto resistere, si è tolto la vita, perché non superava questa situazione. Ti danno farmaci, ti rendono una persona diversa, e se non riescono a farti rimpatriare, ti lasciano da solo ed esci da lì fuori di testa. Noi ci opporremo al CPR con tutte le nostre forze. Abbiamo creato il Comitato Metropolitano con Mediterranea e altre realtà, e abbiamo tenuto un incontro prima della manifestazione. Ci stiamo muovendo per organizzare le prossime date e stiamo seguendo la faccenda da vicino. Lo Stato cercherà di non far circolare notizie sull’ente che si aggiudicherà l’appalto della costruzione. Ma noi continuiamo l’indagine.  Il Presidente della Regione ha detto anche che non accetterà che si costruisca il CPR. Quindi abbiamo anche un’istituzione regionale che si è espressa, e pensiamo che ce la faremo, ci opporremo con tutte le nostre forze perché questo CPR non è fatto per garantire la sicurezza, ma serve solo a garantire lo sfruttamento e la disumanità. T.S. – ABBIAMO VISTO IL LUOGO IN CUI C’È L’INTENZIONE DI COSTRUIRE QUESTO CPR. COME PER MOLTI ALTRI CPR IN ITALIA, E IN LINEA CON IL PATTO EUROPEO MIGRAZIONI E L’ASILO, SI TRATTA DI LUOGHI ISOLATI. CI CHIEDIAMO ALLORA QUAL È L’OBIETTIVO? SIGNIFICA PROBABILMENTE CHE C’È LA NECESSITÀ DI RENDERE INVISIBILE QUANTO STA ACCADENDO DA UNA PARTE, E DI LASCIARE SOLE LE PERSONE CHE SUBISCONO LA FORTEZZA EUROPA DALL’ALTRA – SOLE QUANDO ENTRANO, SOLE QUANDO ESCONO, SOLE QUANDO GRIDANO, SOLE QUANDO SI RIBELLANO. E IN PIÙ, PROBABILMENTE, L’ISTITUZIONE SENTE UNA SOLIDARIETÀ CHE STA CRESCENDO. Sì, con questo Patto Europeo purtroppo siamo di fronte a questa crescita delle politiche di destra, ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo mollare. E, come dicevi tu, sono davvero luoghi nascosti, dove nessuno sente. Sapete che ci sono anche italiani che non sanno cosa sia il CPR. Quando abbiamo fatto l’incontro formativo 3 – perché ci siamo detti: prima di tutto bisogna educare la lotta, fare sensibilizzazione, far capire alla gente cos’è il CPR – è venuta la cittadinanza italiana.  Abbiamo fatto delle proiezioni, raccolto delle testimonianze, ed è emersa la situazione sgradevole che si vive nel CPR: nessun accesso alla sanità e quanto ho già detto prima. La maggior parte dell’Europa si trova in questa fase e penso che dobbiamo richiamare i diritti umani, perché questo è calpestare davvero i diritti umani. E questo contribuisce a fare del mondo un luogo in cui non vogliamo far crescere i nostri bambini.  Noi non vogliamo questo. E pensiamo – e ne siamo sicuri – che con la lotta continueremo a chiamare la cittadinanza, continueremo a chiamare tutti per opporci, perché anche la società civile, che contribuisce alla crescita della società, ha la sua parola da dire. H.P.E. COME SI DICEVA, I MIGRANTI SONO INTELLIGENTI, VOGLIONO FARE TANTE COSE, IMPARARE LA LINGUA, FARE FORMAZIONE, MOSTRARE IL LORO VOLTO MIGLIORE. E TU SEI UNO DI QUELLI CHE SONO ESEMPI. TU, MUSTAPHA A PALERMO… SIETE TANTI. ED È VERO CHE SENZA AIUTO I MIGRANTI NON POSSONO FARE TUTTO DA SOLI. MA COME DICE IL MOVIMENTO MIGRANTI: CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI. NON È POSSIBILE FARE DI TUTTE LE LOTTE UNA SOLA LOTTA?  Certo. «Tocca uno tocca tutti» è lo slogan della vittoria. Perché abbiamo capito che l’unione fa la forza. Ci sono ancora cittadini italiani con lo spirito dei partigiani, che non si sono mai arresi, che continuano con quello spirito. E’ lo stesso del migrante che ha subito lo sfruttamento e molte difficoltà nel suo paese. Dobbiamo quindi unirci. Ma il problema è che ci sono anche alcune politiche che usano i migranti come bersagli. Usano i migranti come bersagli magari per farci soldi sopra. Questo non lo vogliamo, perché noi non chiediamo pietà – chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti.  E, come dicevi tu, dobbiamo unirci con la stessa idea, con lo stesso spirito per dire no allo sfruttamento, per dire no a chi vuole calpestarci e dividerci perché se tu sei uno vai più veloce, è vero, ma se siamo in tanti andiamo più lontano, e noi vogliamo andare più lontano! 1.  Il 10 aprile 2026, tre palazzine abitate con regolari contratti di affitto sono state sgomberate per presunta inagibilità (N.d.R.) ↩︎ 2. Alhagie Konte, cittadino gambiano di 27 anni, è deceduto il 10 ottobre 2025 presso l’Ospedale Cotugno di Napoli a seguito di una grave forma di tubercolosi contratta durante la detenzione nella Casa Circondariale di Poggioreale ↩︎ 3. Si tratta dell’incontro formativo “Al di là del muro, cosa sono davvero i CPR”, per capire fino in fondo perchè attivarsi per la loro chiusura, a Castel Volturno e altrove, organizzata dal Comitato Metropolitano NO CPR Napoli il 13 giugno presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici a Napoli ↩︎
L’evidenza dei numeri: la legge Piantedosi è responsabile dell’aumento delle morti in mare
Dal 2 gennaio 2023, data di entrata in vigore del decreto-legge Piantedosi (DL 2 gennaio 2023, n.1), le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo nei confronti di 41 navi di soccorso umanitario, per un totale di 1.075 giorni, una cifra equivalente a quasi tre anni di operazioni search and rescue ostacolate nel Mediterraneo centrale. Nello stesso periodo, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, più di 6.490 persone sono annegate o scomparse su una delle rotte migratorie più letali al mondo. I primi sei mesi del 2026 hanno già fatto registrare oltre 1.330 morti o dispersi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, segnando l’inizio d’anno più letale da quando l’OIM ha cominciato a monitorare morti e dispersi nel 2014. L’ultimo segnalato, in ordine di tempo, il 19 giugno quando almeno 51 persone migranti sono morte o risultano disperse dopo il naufragio della loro barca partita dalla Libia il 12 giugno. Nel contempo, cinque navi civili sono state bloccate nei porti italiani dall’inizio dell’anno. A raccogliere dati e denunciare il quadro complessivo è la Justice Fleet, alleanza di 13 organizzazioni di ricerca e soccorso costituita nel novembre 2025, che definisce la legge del governo Meloni uno strumento di sabotaggio sistematico delle operazioni umanitarie in mare. «È scandaloso che, invece di intervenire per salvare le persone in pericolo in mare come previsto dal diritto internazionale, gli Stati europei scelgano di rimanere in silenzio, mentre il governo italiano intensifica l’ostruzionismo sconsiderato delle imbarcazioni di ricerca e soccorso non governative», ha affermato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Le navi della flotta civile sono gli unici attori che forniscono assistenza nell’area al largo delle coste della Libia e della Tunisia, dove si verificano la maggior parte dei naufragi. Ostacolare il loro lavoro porta semplicemente alla morte di più persone». Lo schema è ormai consolidato e alla luce del sole: sulla sponda sud del Mediterraneo milizie e carcerieri libici e tunisini sono finanziati ed equipaggiati per bloccare le partenze e rinchiudere le persone migranti, mentre in mare si delegano i respingimenti e intimidazioni a milizie e guardie costiere, e si criminalizza il soccorso civile. In passato l’Unione europea mostrava una certa ritrosia a rivendicare apertamente questo modus operandi, spesso minimizzato o taciuto; oggi viene invece applaudito e incoraggiato. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Per quanto riguarda l’Italia, tra i principali attori europei della demagogia anti-migrazione e della svolta autoritaria, il meccanismo della legge Piantedosi prevede fermi e multe per le navi che non ottemperano agli ordini delle autorità italiane, anche quando tali ordini contrastano con il diritto internazionale o implicano il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica. «I tribunali italiani hanno tuttavia più volte chiarito che quest’ultima non costituisce un attore di soccorso legittimo e che seguire le sue istruzioni viola il diritto internazionale. In almeno due casi di fermo – basati sull’interruzione delle comunicazioni con le autorità libiche – i giudici si sono pronunciati a favore delle navi», sottolinea la Justice Fleet. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 In questo momento, l’unica barriera, per quanto fragile, che limita l’azione repressiva del governo è quella dello stato di diritto. Tutto il resto dipende dalla capacità di restare presenti nel Mediterraneo e di rafforzare la scelta di disobbedire alle leggi illegittime e di rispettare il diritto del mare. Ed è proprio di fronte all’escalation di queste politiche che dal basso si prova a rispondere con nuova capacità operativa. PH: Alessio Cassaro / SOS Humanity Il 25 giugno 2026, nel cantiere navale di Licata, in Sicilia, la Ong tedesca SOS Humanity ha battezzato la Humanity 2, una barca a vela di 24 metri acquistata nell’ottobre 2025 e trasformata in nave di soccorso grazie al lavoro di numerosi volontari. L’imbarcazione opererà principalmente nelle acque al largo della Tunisia con un equipaggio di dieci persone, potrà accogliere fino a 100 persone a bordo e affiancherà la Humanity 1, in servizio dall’agosto 2022. «La barca a vela è stata acquistata e trasformata grazie a grande dedizione, ai finanziamenti della società civile e al duro lavoro dei volontari», ha spiegato Till Rummenhohl, direttore generale di SOS Humanity. «La missione di questa nave è anche quella di contribuire a testimoniare ciò che sta accadendo in mare, tutte le violazioni dei diritti umani commesse quotidianamente da entità sostenute dall’UE». All’evento ha preso la parola David Yambio, direttore esecutivo di Refugees in Libya e ambasciatore della nuova nave, lui stesso sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo. «Non si tratta più di decidere se rifiutare o meno le politiche di frontiera letali ed esclusive dell’UE», ha aggiunto l’attivista. «Si tratta piuttosto del nostro rifiuto di essere complici dei crimini contro l’umanità commessi nel Mediterraneo centrale. Se ciò significa schierare 30.000 navi civili di soccorso in mare, lo faremo senza esitazione, nonostante ogni tentativo di criminalizzare il nostro dovere, la nostra solidarietà e la nostra umanità». Benvenuta quindi a Humanity 2 mentre il governo Meloni si prepara all’ennesima norma in continuità con le precedenti: questa volta l’intenzione è quella di impedire l’ingresso nelle acque italiane alle navi delle ONG ritenute una “grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale“. La Justice Fleet avverte che tale formulazione è del tutto illegittima e rilancia per l’immediata abrogazione della legge Piantedosi e il pieno rispetto del diritto internazionale del mare.
Segreto di sicurezza nazionale sul CPR di Trento: negati i documenti
Cittadinanzattiva con il sostegno politico e sociale del Coordinamento regionale No CPR deposita l’istanza di riesame per ottenere le carte urbanistiche e ambientali del progetto. La battaglia per la trasparenza non si ferma: il 15 giugno 2026 è stata depositata una formale richiesta di riesame per ottenere l’apertura dei documenti sul progetto del CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri, la struttura detentiva per l’espulsione di cittadini stranieri) previsto a Trento. L’iniziativa nasce per contrastare il muro di gomma eretto dalle istituzioni: di fronte a una richiesta di accesso agli atti, il Ministero dell’Interno, il Commissariato del Governo e la Provincia Autonoma di Trento hanno infatti opposto un rifiuto totale, nascondendo l’intero progetto dietro l’etichetta di “opera destinata alla difesa e alla sicurezza nazionale“. La richiesta di riesame contesta l’illegittimità di questo diniego che viola il principio di proporzionalità: anche in presenza di informazioni sensibili, la legge impone di oscurare solo le singole parti a rischio, non di secretare in blocco interi fascicoli. Questa azione legale è l’espressione diretta di una forte mobilitazione locale e di un vasto lavoro di rete sul territorio. A promuovere in prima linea l’istanza sono Cittadinanzattiva APS e l’Assemblea Antirazzista Trento, affiancate da un team legale d’eccezione composto dagli avvocati Gennaro Santoro, Antonello Ciervo, Salvatore Fachile e da Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti di Cittadinanzattiva. A supportare politicamente e socialmente la richiesta vi è l’intero Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR, una coalizione che unisce oltre 50 realtà del territorio. La cittadinanza esige trasparenza perché le carte richieste, in particolare quelle urbanistiche, edilizie e ambientali, riguardano direttamente la sicurezza e la salute pubblica. L’area scelta a Maso Visintainer, nel quartiere di Piedicastello, è infatti stretta tra la tangenziale, l’autostrada del Brennero e un metanodotto ad alta pressione. I cittadini hanno il diritto di accedere a questi dati, che non contengono “segreti militari”, ma riguardano cruciali fattori di rischio strutturale, acustico e atmosferico. La vicenda che ha portato a questa richiesta di riesame si è sviluppata attraverso precise tappe: * 23 aprile 2026: viene presentata un’istanza di accesso civico generalizzato tramite lo strumento del FOIA (Freedom of Information Act, la normativa sulla trasparenza per l’accesso agli atti pubblici). L’obiettivo è ottenere la documentazione integrale sulla progettazione e realizzazione del CPR. * 19 maggio 2026: Il Ministero dell’Interno, il Commissariato del Governo e la Provincia Autonoma di Trento rispondono negativamente. Si appellano al D.L. 124/2023, che classifica i CPR come opere di sicurezza nazionale, opponendo un diniego totale e indifferenziato a tutte le richieste. * 15 giugno 2026: Cittadinanzattiva deposita la formale richiesta di riesame al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza per sbloccare i documenti. A sostegno, i legali richiamano una solida giurisprudenza: il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio e il Consiglio di Stato hanno già escluso in passato l’applicabilità del segreto militare ai dati di localizzazione e all’impatto territoriale di queste strutture. Sostenuta da tutta la rete mobilitata, l’associazione chiede ai Responsabili della trasparenza la trasmissione integrale di tutti i documenti originariamente richiesti: «I CPR non sono basi militari, sono luoghi in cui si detengono esseri umani, e per questo ci aspettiamo che siano aperti al controllo pubblico, non schermati dietro una norma che li equipara a infrastrutture di guerra», dichiara il Coordinamento NO CPR. «Pretendiamo che vengano quantomeno desecretati gli atti urbanistici, ambientali e quelli relativi alle modalità di affidamento e gestione della struttura, oppure che venga fornita una motivazione dettagliata per ogni singolo documento negato. In assenza di risposta entro i 20 giorni previsti dalla legge, avvieremo un ricorso giurisdizionale in tribunale. Continueremo a chiedere trasparenza».
Trieste, gli sgomberi che non risolvono nulla
KHANDWALARM 1 Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato 2. A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona. Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina. Approfondimenti LA STRETTA SU PIAZZA DELLA LIBERTÀ: MILITARIZZAZIONE E RECINZIONE CONTRO UN PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ Il primo di una serie di articoli del gruppo KhandwAlarm su quanto accade a Trieste 18 Giugno 2026 Nel disinteresse pressoché generale, in queste ultime settimane stanno continuando gli sgomberi delle persone in movimento e richiedenti asilo dai magazzini del Porto Vecchio di Trieste. Uno dopo l’altro, gli hangar vengono “bonificati” e poi sigillati con mattoni, cemento e pannelli di compensato. Le persone che vi avevano trovato riparo, però, non spariscono: costrette ad accamparsi in questi ricoveri di fortuna in attesa di accedere all’accoglienza a cui avrebbero diritto (un’attesa che può durare mesi), ogni sgombero non fa che spostare di qualche metro una condizione di abbandono che le istituzioni continuano a trattare come un problema di ordine pubblico, anziché come una responsabilità politica e umanitaria. Negli ultimi mesi Comune e Regione hanno progressivamente chiuso una lunga serie di strutture nell’area di Porto Vecchio: dai magazzini 2, 2A, 4, 6, 7 e 10 fino agli edifici 116, 118, 119 e 120. L’ultimo edificio a essere sgomberato – il 21 maggio – è stato il magazzino 19, dove vivevano circa settanta persone. In questo caso, probabilmente anche a causa del numero elevato di persone presenti, per circa sessanta di loro è stato predisposto l’ingresso nel sistema di accoglienza. Le restanti, però, sono rimaste nuovamente senza alcuna alternativa, confermando ancora una volta il carattere puramente emergenziale e parziale di queste operazioni. Gli sgomberi procedono parallelamente all’avanzamento dei cantieri di riqualificazione dell’antico scalo, che il sindaco Roberto Dipiazza immagina trasformato in una sorta di nuova Montecarlo sul mare; e così, agli ingressi dei magazzini, compaiono cartelli che vietano l’accesso, tradotti in sette di lingue. Ma mentre i lavori procedono, continua a mancare qualsiasi intervento strutturale capace di affrontare il nodo centrale: l’abbandono umanitario delle persone escluse dal sistema di accoglienza. È questo, fra i tanti, l’aspetto maggiormente inquietante dell’intero quadro: le autorità sono consapevoli della presenza di persone a cui bisognerebbe garantire, per legge, un’accoglienza dignitosa, eppure sembrano ignorare il problema. E se – formalmente – l’accesso alla domanda di asilo è sempre possibile, nella pratica viene ostacolato dalle prassi illegittime della Questura, come denunciato dalle organizzazioni umanitarie nel rapporto “Accesso negato” 3, pubblicato lo scorso dicembre. LE PERSONE NON SPARISCONO: LO SGOMBERO COME SPOSTAMENTO DELL’ABBANDONO Come denunciato a seguito dell’ultimo sgombero dall’ICS, consorzio che a Trieste si occupa dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, «a Trieste permangono disfunzioni sistemiche gravi nella gestione delle domande di asilo. La Questura non ha adottato alcuna modalità organizzativa che consenta la registrazione tempestiva delle domande, che la legge impone avvenga entro tre giorni dall’arrivo. I tempi di attesa si attestano invece intorno a un mese. Durante questo periodo, la Prefettura non attiva alcuna misura di accoglienza, nonostante la normativa vigente imponga che sia garantito immediatamente almeno l’accesso alle misure minime di accoglienza materiale. A ciò si aggiunge un numero del tutto insufficiente di trasferimenti settimanali verso il resto del territorio nazionale, che causa un effetto imbuto strutturale. È questa colpevole inerzia, che si perpetua da anni, a costringere le persone a cercare riparo nelle strutture fatiscenti e pericolose del Porto Vecchio». Una lettura condivisa da Marta Pacor, operatrice di Diaconia Valdese, secondo cui gli sgomberi «sono parte di un meccanismo istituzionale che propone la risoluzione di problemi le cui cause, sistemiche, sono riconducibili alle istituzioni stesse». Pacor sottolinea come la grande maggioranza delle persone presenti nei magazzini fossero richiedenti asilo impossibilitati a formalizzare la propria domanda proprio a causa delle prassi illegittime adottate dalla Questura di Trieste: «in assenza della registrazione formale della domanda di protezione internazionale – spiega – non è possibile essere inseriti all’interno del sistema di accoglienza istituzionale, e dunque la strada rimane l’unica soluzione». Questo ha portato, nel corso dell’inverno, a un paradosso: «i centri di prima accoglienza in città avevano posti disponibili e, ciò nonostante, le persone erano costrette a rimanere in strada, esposte a temperature rigidissime». Secondo Pacor le operazioni di sgombero vengono così utilizzate unicamente per liberare un’area interessata dai progetti di riqualificazione urbana, senza affrontare le cause strutturali dell’emarginazione. «Non si può parlare semplicemente di inadeguatezza istituzionale nella gestione del fenomeno: risulta ormai chiaro che si tratta di scelte operative ben precise», afferma Pacor, ricordando inoltre come durante l’ultimo inverno due persone siano state trovate morte nei magazzini di Porto Vecchio. Finora buona parte delle persone sgomberate dai magazzini, escludendo quelle che nel frattempo sono riuscite a formalizzare la propria domanda di asilo, si sono semplicemente spostate nei palazzi ancora accessibili, ma con il procedere dei lavori questa non sarà più una strada percorribile. Considerando l’aumento, proprio del periodo estivo, di arrivi dalla rotta balcanica, si intuisce come la situazione potrebbe diventare potenzialmente critica una volta che gli edifici saranno stati tutti chiusi. Le realtà umanitarie, insieme alle forze di opposizione di centro-sinistra, avrebbero una soluzione: l’apertura di un centro di bassa soglia ad alta rotazione nell’ex mercato di via Gioia, edificio di proprietà comunale attualmente inutilizzato. Con una spesa di poche centinaia di migliaia di euro si risolverebbe il problema dell’abbandono delle persone migranti in strada, ma la giunta Dipiazza è contraria, preferendo invece impiegare 1,2 milioni di euro del bilancio comunale per la recinzione di piazza Libertà, il luogo dove le associazioni umanitarie danno supporto alle persone migranti. Una scelta che chiarisce fin troppo l’intenzione del primo cittadino: alimentare la propaganda xenofoba senza risolvere nulla. 1. KhandwAlarm prende il nome dal termine pashto khandwala – «casa rotta» – con cui vengono comunemente indicati i magazzini del Porto Vecchio di Trieste, strutture adiacenti alla stazione da anni abitate da persone in movimento e richiedenti asilo in attesa di un’accoglienza dignitosa. Nato come risposta alle falle strutturali del sistema di accoglienza italiano e alle lungaggini burocratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno, KhandwAlarm vuole lanciare un allarme sulla sistematica violazione dei diritti umani e sulla quotidiana disumanizzazione delle persone in movimento. Contatto email: silos@riseup.net ↩︎ 2. Scarica il rapporto ↩︎ 3. Scarica il rapporto ↩︎
Dieci anni di Sos Méditerranée
A Marsiglia c’è un luogo noto: è l’emblematico «muro di Zidane» a picco sul mare, sulla corniche Kennedy. Un muro di 100 metri quadrati, come un enorme foglio bianco, su cui sono disegnati i tratti di una soccorritrice che scruta il mare con il binocolo. Questo gigantesco murale realizzato dall’artista di strada Mahn Kloix nel 2024 ha preso il posto a «Zizou», la leggenda del calcio francese. E’ un omaggio ai soccorritori della Ong SOS Méditerranée nata nel 2016 a Marsiglia, organizzazione marittima e umanitaria attiva sulla rotta migratoria più letale al mondo. Sono passati dieci anni da allora ed è la giornata mondiale dei rifugiati il venti giugno. SOS Méditerranée ha pensato di onorare questa giornata e la sua permanenza e attività di soccorso nel Central Med in modo un po’ diverso: con una sfilata di barche in mare e  una folla di osservatori a terra. Gli uni connessi agli altri, uniti da un filo potente che è un intreccio di dignità, solidarietà, difesa dei diritti, compreso quello di movimento, negato a troppe persone. Una manifestazione diversa: barche in mare e persone come soccorritrici a terra. Dal mare si vedeva la pietra chiara della Corniche e una lunga fila di persone affacciate sul bordo. Erano settecento, secondo i dati dell’organizzazione. Molte indossavano giubbotti di salvataggio arancioni e avevano un binocolo con cui scrutare l’orizzonte. Proprio come si guarda una rotta dal ponte di una nave quando si fa soccorso nel Mediterraneo Centrale. Occupavano il muro che scende a strapiombo sull’acqua come una linea continua che segue la costa. Dal mare, sembravano ordinati e schierati, compatti, uniti a formare un corpo solo capace di resistere ad un’onda d’urto, come chi sa portare fuori dall’acqua chi ci sta affogando. In mare, invece, le barche si sono disposte davanti alla città. Si sono avvicinate, allontanate, hanno incrociato le traiettorie come si fa navigando nelle zone di search and rescue che dividono il Mediterraneo Centrale. Esposti a bordo, i gilet di salvataggio, le bandiere di SOS MED e qualche striscione. Tra questi “Non à l’indifférence, No all’indifferenza“.  Sos Méditerranée esiste da dieci anni e continua a resistere tra sanzioni, decreti, porti chiusi e destinazioni “sicure” di approdo sempre più lontane dalle zone di search and rescue. Talmente lontane da richiedere lunghe giornate di navigazione che sottraggono al mare e soccorso. Forse tra qualche anno questa organizzazione non esisterà più, perché la politica di esternalizzazione delle frontiere diventerà talmente efficace che le persone non riusciranno nemmeno più a salire su una barca per tentare di attraversare il Mediterraneo. Continueranno ad essere respinte, comprate e vendute e accadrà sempre più lontano dai nostri occhi, come prevede il nuovo Patto su migrazione e asilo, entrato in vigore il 17 giugno 2026: uno strumento che sposta ancora più lontano i confini e con essi la violenza che producono. A responsabilità, solidarietà e salvataggio invocato da Ong e associazioni di diritto, il Patto risponde con controllo, contenimento ed esternalizzazione. Una stessa frontiera e due visioni opposte: quella di chi scruta e percorre il mare per prestare soccorso e quella decisa dagli Stati membri dell’UE che fa scomparire le persone migranti prima ancora che possano arrivare alle porte dell’Europa.
La stretta su piazza della Libertà: militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà
KHANDWALARM Da più di un anno decine di persone in movimento trascorrono settimane davanti alla Questura di Trieste per manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale. L’accesso alla Questura viene sistematicamente ostacolato attraverso una serie di pratiche illegittime, già documentate nel report Accesso Negato. A Trieste, però, le criticità si stratificano: alla cronica carenza di posti nel sistema di accoglienza e alla costante gestione emergenziale e securitaria della situazione migratoria, si sono aggiunti negli ultimi mesi una crescente militarizzazione di Piazza della Libertà, importante presidio solidale cittadino, e numerosi sgomberi nell’area di Porto Vecchio. Qui, diversi magazzini abbandonati vengono utilizzati da persone in movimento e richiedenti asilo come rifugi temporanei, in attesa di accedere all’accoglienza; così, la sopravvivenza delle persone che li occupano entra in conflitto con il progetto istituzionale di riqualificazione immobiliare dell’intera zona. Con questa serie di articoli, il gruppo KhandwAlarm tenta di far luce sulle prassi illegittime e sulle violazioni che si consumano quotidianamente, proponendo un’analisi sociale, politica e giuridica, della situazione cittadina. INTRODUZIONE Piazza della Libertà, luogo che storicamente funge da presidio solidale per persone in movimento e richiedenti asilo nella città di Trieste, da mesi è al centro di una battaglia politica che coinvolge la giunta comunale triestina. Da anni qui, associazioni come Linea d’ombra, Fornelli Resistenti, ICS e Diaconia Valdese, portano supporto quotidiano a chi arriva dalla Rotta Balcanica o alle persone escluse dal circuito dell’accoglienza presenti nel territorio cittadino. Distribuzione dei pasti, supporto medico e legale sono tra i principali servizi messi a disposizione. La piazza è diventata negli anni un luogo di riferimento per la popolazione migrante ma anche per attiviste, attivisti, volontarie e volontari che quotidianamente presidiano questo spazio che negli anni è diventato uno dei pochi luoghi che cerca di sopperire alle carenze del sistema di accoglienza e asilo cittadino. Non è un caso che Linea d’Ombra abbia ribattezzato Piazza della Libertà la “Piazza del Mondo”: perché è uno spazio di tutti e per tutti, un luogo in cui la provenienza non determina il diritto a esserci. In una città che spesso respinge e marginalizza, la piazza è diventata il simbolo concreto della possibilità di condividere lo spazio urbano al di là dei confini, delle nazionalità e dei documenti posseduti. ESCALATION DELLE TENSIONI: UNA RETORICA CRIMINALIZZANTE CHE NON CONSIDERA LE RESPONSABILITÀ ISTITUZIONALI Negli ultimi mesi quelli che vengono definiti gli “episodi violenti” di Piazza della Libertà hanno occupato con continuità le pagine della stampa cittadina, contribuendo ad alimentare un clima di allarme pubblico senza però interrogarsi davvero sulle cause che stanno a monte di questi avvenimenti. Il 7 aprile due cittadini nepalesi rimangono feriti da arma da taglio a seguito di una lite con un ragazzo pakistano. Ecco come la notizia viene raccontata: «Rissa in piazza Libertà, due persone accoltellate!». TriestePrima «Piazza Libertà, tensione alle stelle in pieno giorno: maxi rissa con accoltellamenti, ci sono feriti». TriestePrima Un mese dopo, l’8 maggio, un altro episodio di violenza coinvolge un giovane afghano ferito con un coltello a seguito di una disputa con alcuni connazionali. Ancora una volta il racconto mediatico segue lo stesso schema: «Ancora sangue in piazza Libertà: accoltellato mentre dorme, ventenne grave a Cattinara». TriestePrima «Caos in Piazza Libertà: coltellate, grida, sangue. Un immigrato ferito da più fendenti a metà pomeriggio. Choc tra i turisti di passaggio con i trolley». Il Piccolo Naturalmente questi fatti non devono essere minimizzati né giustificati, si tratta di episodi gravi che meritano attenzione. Il problema è che la loro rappresentazione pubblica si ferma quasi sempre alla cronaca nera, alimentando una retorica allarmistica e criminalizzante nei confronti delle persone migranti che ogni giorno vivono e attraversano quella piazza. In alcuni casi vengono riportati particolari imprecisi o non verificati – come nel caso del giovane afghano che, contrariamente a quanto riportato da alcuni articoli, non stava dormendo su una panchina – contribuendo a costruire una narrazione che rafforza stereotipi e paure più che favorire una comprensione dei fatti. Nessuno si è mai veramente interrogato sul perché proprio Piazza della Libertà è diventata il luogo in cui queste tensioni emergono? Ridurre la risposta alla presunta criminalità dei migranti significa ignorare la responsabilità delle istituzioni nella produzione delle condizioni di marginalità che caratterizzano questo spazio. LA PROPOSTA COMUNALE DELLA RECINZIONE: PIAZZA DELLA LIBERTÀ E TRIESTE TRA MILITARIZZAZIONE E INFRAZIONE DEI DIRITTI In seguito all’accoltellamento del 7 aprile, il sindaco Roberto Dipiazza aveva rilasciato una serie di dichiarazioni dove manifestava la volontà di recintare Piazza della Libertà: «Non posso più tollerare all’ingresso della mia città assolutamente alla sera sono in duecento lì, che fanno di tutto e di più le associazioni gli portano di tutto. Ho detto basta. […] Non possiamo correre più dietro, mancano le leggi no? Perché se fanno dei reati mandiamoli a casa loro è il minimo che possiamo chiedere». Da quel momento è partita una spirale di militarizzazione attorno alla piazza. Ormai da due mesi un blindato della polizia o dei carabinieri presidia costantemente la piazza e ciclicamente vengono fatti controlli a tappeto dei documenti delle persone presenti. La situazione è precipitata nella mattinata del 9 giugno, quando nel consiglio comunale è stata definitivamente approvata la variazione di bilancio per la chiusura di Piazza della Libertà. L’intenzione è quella di destinare 1,2 milioni di euro per la costruzione di una recinzione attorno alla piazza, fondi che le forze di maggioranza hanno già dichiarato che chiederanno alla Regione non appena verrà aperto il bando. Nel frattempo, nonostante le proteste delle forze di opposizione, la delibera per la costruzione e lo stanziamento dei fondi è stata approvata in consiglio comunale. «Sembra che incominci l’inizio della fine per la condizione di porto franco della piazza del Mondo di Trieste […] Dal 2019 la piazza godeva di un’ambigua libertà […] Il sindaco ogni tanto lanciava urla giornalistiche, faceva dispetti come chiudere per mesi l’unica fontanella e, definitivamente, il sottopassaggio, rifugio degli abitatori della piazza nelle sere di maltempo. Ma tutto finiva lì. Ora sembra iniziata una nuova fase. Da oltre un mese furgoni di polizia e carabinieri stazionano ai margini della piazza, con due interventi massicci dentro la piazza anche con cani antidroga […]. Lunedì 8 giugno il consiglio comunale ha approvato una somma enorme – un milione duecentomila euro! – per recintare la piazza, somma peraltro ancora non stanziata: ciò che dimostra l’esigenza politica di avviare un processo di chiusura che potrebbe iniziare semplicemente con la dichiarazione di lavori in suolo pubblico, rendendo quindi inagibile la piazza ben prima dell’inizio effettivo dei lavori. È evidente la sproporzione fra la condizione materiale della piazza e la somma prevista: con molto di meno sarebbe possibile sistemare l’ex supermercato di via Gioia, vicinissimo alla stazione, chiuso da anni, di proprietà del Comune, richiesto per i migranti persino da un prefetto tre anni fa. Sta cominciando da lontano la campagna elettorale per l’anno prossimo e la maggioranza comunale si prepara per sfruttare politicamente il passaggio migratorio.» Linea d’Ombra La domanda sorge spontanea: com’è possibile che si faccia di tutto per trovare più di un milione di euro per recintare Piazza della Libertà mentre le richieste da parte delle associazioni per l’apertura di un centro per l’accoglienza di bassa soglia rimangono inascoltate? L’edificio di Via Gioia Portare sgomberi e recinzioni come “soluzioni” alla situazione migratoria in città rivela la natura di queste azioni. La volontà è quella di portare avanti con una retorica populista e violenta, una marginalizzazione di persone che vivono già contesti di fragilità creati dalle politiche migratorie e dalle istituzioni cittadine. Come attiviste e attivisti hanno denunciato più volte, chiudere il Silos, sgomberare gli edifici di Porto Vecchio non fa altro che spostare il “problema” più in là, precarizzando persone i cui diritti vengono sistematicamente infranti. Richieste come quella di aprire lo spazio di via Gioia, edificio a una manciata di metri dalla Piazza pronto ad essere impiegato come centro di prima accoglienza, cadono nel vuoto. Su uno striscione fatto calare dal Silos durante uno dei momenti di collettività che si creavano al suo interno si legge “From abandoned to welcoming places”. La volontà di rendere invece Trieste sempre meno accogliente è diventata sempre più chiara negli ultimi mesi e la proposta di chiudere Piazza della Libertà è l’apice di questa politica portata avanti in maniera sempre più spregiudicata da una giunta cittadina razzista e fascista a un anno dalle nuove elezioni amministrative. L’ingente mobilitazione di forze della polizia, gli atti intimidatori nei confronti delle associazioni, i controlli a tappeto senza prese in carico alimentano un clima di tensione in un luogo che dovrebbe essere esclusivamente di supporto, nutrendo una retorica criminalizzante che punta a cancellare le responsabilità. Come si legge in un comunicato stampa pubblicato da ICS in seguito alle dichiarazioni di Dipiazza di aprile: «In mancanza di politiche efficaci, il discorso pubblico si è progressivamente spostato verso toni sempre più aggressivi, che colpiscono persone vulnerabili lasciate senza alternative e delegittimano il lavoro di chi, nel territorio, prova a colmare le lacune dell’intervento pubblico. Una deriva che non aumenta la sicurezza, ma contribuisce a deteriorare ulteriormente il tessuto sociale della città». Infine, il 22 maggio 2026 i consiglieri della IV Circoscrizione di Trieste appartenenti a Lista Dipiazza, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega hanno presentato un’interrogazione sulla distribuzione di cibo e assistenza in Piazza Libertà, chiedendo verifiche su autorizzazioni, requisiti sanitari e gestione dell’ordine pubblico. Pur senza citare direttamente Linea d’ombra, l’interrogazione appare come un ulteriore attacco alle associazioni che da anni supportano le persone in movimento in transito a Trieste. Questa ultima azione si inserisce all’interno di un’ottica repressiva nei confronti anche delle realtà solidali, con l’intento sempre più chiaro di andare a smantellare il presidio di Piazza della Libertà. CONCLUSIONI Le persone che oggi vivono Piazza della Libertà sono in larga parte richiedenti asilo o titolari di protezione internazionale che si trovano a subire una continua lesione dei propri diritti fondamentali. Nonostante la normativa europea e italiana garantisca l’accesso alle misure di accoglienza fin dal momento della manifestazione della volontà di chiedere protezione internazionale e imponga agli Stati membri di assicurare condizioni di vita dignitose, a Trieste questo diritto viene spesso disatteso. Le difficoltà nell’accesso alla procedura di asilo e l’insufficienza delle misure di accoglienza lasciano molte persone senza un alloggio e senza supporto, costringendole a vivere in condizioni gravemente precarie. In questo contesto, le tensioni che emergono nello spazio pubblico non possono essere separate dalle condizioni di esclusione e vulnerabilità prodotte dalla mancata garanzia di accoglienza e diritti. Gli episodi di violenza raccontati come eventi eccezionali non possono quindi essere separati dalla violenza istituzionale che, al contrario, è quotidiana, silenziosa e sistematica. Una violenza che colpisce attraverso la negazione dell’accesso ai diritti, all’accoglienza, alla salute, al lavoro e all’abitare. L’antropologo Paul Farmer definiva la “violenza strutturale” come una forma di violenza prodotta dalle istituzioni e dalle disuguaglianze sociali, capace di costringere alcune persone a vivere in condizioni di sofferenza e vulnerabilità estreme. Se la sofferenza è prodotta socialmente, allora anche i conflitti che emergono in questi contesti non possono essere letti esclusivamente come problemi di ordine pubblico. Di fronte a questa situazione, la risposta delle istituzioni è stata ancora una volta securitaria: recintare la piazza. Spendere 1,2 milioni di euro per un intervento vuoto che ha come unico effetto quello di sottrarre spazio alle persone migranti, alle attività solidali e all’accesso ai diritti, per dare spazio ad un mondo che si riempie sempre di più di confini, di fili spinati.
Chaka Konaté è scomparso a Tunisi da giovedì 4 giugno
Tunisi, 10 giugno – Gli amici lanciano un appello per ritrovare Chaka Konaté, scomparso a Tunisi nella giornata di giovedì 4 giugno. Chi è la persona scomparsa: * Nome e cognome: Chaka Konaté * Nazionalità: Ivoriana – rifugiato politico in Tunisia dal 2011 * Luogo di residenza: Tunisi, Tunisia * Professione: artista, sarto e commerciante * Altezza: circa 185 cm – corporatura robusta * Capelli scuri, occhi marroni – segno particolare: strabismo * Ultimo abbigliamento noto: maglietta rossa, jeans blu, espadrillas bianche CIRCOSTANZE DELLA SCOMPARSA L’ultima volta che Chaka è stato avvistato risale a giovedì 4 giugno alle ore 10:00 del mattino nel negozio di abiti usati (friperie) dove lavorava a Lafayette, Tunisi. Secondo le informazioni raccolte finora, in quel momento è stato avvicinato da una volante della polizia tunisina, che l’ha chiamato a sé e portato via. Da allora è irreperibile: il telefono è staccato e non si hanno notizie né conferme ufficiali sulla sua posizione. In assenza di qualsiasi comunicazione da parte delle autorità, la sua situazione potrebbe configurare una detenzione non riconosciuta: per questo chiediamo trasparenza immediata. CHI È CHAKA KONATÉ? Chaka Konaté è un artista, un sarto e un commerciante. È un amico di tante persone, attivisti e ricercatori, giovani e studenti a Tunisi. È un rifugiato politico ivoriano che vive in Tunisia dal 2011, dopo essere fuggito dalla guerra civile in Costa d’Avorio. In una lettera indirizzata alle Nazioni Unite aveva raccontato il suo percorso, segnato dall’esilio, dalla perdita del padre e del fratello, assassinati a causa del loro impegno politico, dalle difficili condizioni vissute nel campo di Choucha e da quattordici anni di discriminazioni e precarietà. Nonostante tutto, aveva continuato a rivendicare con forza la propria dignità e la propria resilienza. Nella lettera scriveva: «Oggi non sono più soltanto un uomo sopravvissuto alla guerra e all’esilio. Sono un testimone della resilienza umana. Nonostante le cicatrici dell’ingiustizia e le lacrime del passato, resto in piedi, forte del mio percorso e pronto a costruire un futuro in cui la mia dignità non sarà mai più messa in discussione.» Oggi è proprio questa dignità che ci impone di agire. Chiediamo: * Alle autorità tunisine di comunicare immediatamente qualsiasi informazione riguardante un’eventuale detenzione o trasferimento di Chaka Konaté. * Alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani di intervenire e monitorare con urgenza la situazione. * Ai media di dare la massima diffusione a questo appello. * A chiunque disponga di informazioni attendibili su Chaka Konaté di contattare Melting Pot Europa all’indirizzo email: collaborazioni@meltingpot.org Rifiutiamo che un essere umano scompaia nel silenzio. Chiunque abbia informazioni, fotografie, video o ricordi di Chaka nel giorno di giovedì 4 giugno o in quelli successivi è invitato a mettersi in contatto con la redazione. Chiediamo la massima diffusione di questo appello. Anche un dettaglio apparentemente insignificante potrebbe essere utile per ricostruire gli spostamenti di Chaka e contribuire al suo ritrovamento.