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Caso Almasri: anche la Corte costituzionale volta le spalle a Lam Magok
«La Corte Costituzionale, con la sua decisione, ha compiuto una scelta precisa: quella di togliermi la possibilità di far sentire la mia voce davanti a una Corte del Paese che ha sottratto Almasri alla giustizia». Con queste parole Lam Magok Biel Ruei – richiedente asilo sud-sudanese, picchiato e torturato da Osama Almasri nel carcere di Mitiga a Tripoli – commenta l’ordinanza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la sua richiesta di intervenire nel giudizio sull’udienza prevista per il 18 maggio. Notizie IL CASO ALMASRI NON È CHIUSO La Corte costituzionale chiamata a decidere sul diritto di ottenere giustizia per una vittima di tortura Redazione 11 Aprile 2026 Lam Magok – scrive l’associazione Baobab Experience – ha visto, pezzo dopo pezzo, l’Italia demolire il suo diritto alla tutela giurisdizionale: prima quando il Governo ha protetto il torturatore Almasri dalla giustizia internazionale, poi quando il Parlamento ha protetto il Governo dalla giustizia penale; da ultimo quando la Corte costituzionale ha respinto la sua richiesta di intervento nel giudizio sulla legittimità della legge di attuazione dello Statuto della Corte penale internazionale (Cpi). > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Baobab Experience (@baobabexperience) Almasri, ricordiamo, era stato arrestato in Italia il 19 gennaio 2025 e liberato due giorni dopo, perché il ministero della Giustizia non aveva mai trasmesso il proprio parere al procuratore generale della Corte d’Appello di Roma. Dopo la liberazione, Almasri era stato riportato in Libia con un volo di Stato. Il processo davanti alla Cpi non si è mai potuto tenere. Il 9 ottobre 2025, la maggioranza parlamentare ha poi accordato l’immunità ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e al sottosegretario Alfredo Mantovano, invocando un presunto “superiore interesse dello Stato” – e barattando, secondo Baobab Experience, «la vita di migliaia di persone con un non meglio precisato timore di ritorsioni contro i cittadini italiani presenti in Libia, con il rischio del collasso degli accordi sul controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo e con la salvaguardia degli approvvigionamenti energetici». A Lam Magok rimaneva quindi un solo giudizio in cui far valere le sue ragioni: quello davanti alla Consulta, chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità della norma che subordina la cooperazione con la Cpi al via libera preventivo del ministro della Giustizia. Anche questa porta gli è stata chiusa. Nell’ordinanza depositata giovedì 14 maggio, i giudici scrivono genericamente che Lam Magok “potrà ottenere piena tutela giurisdizionale nelle sedi appropriate“. Gli avvocati di Baobab Experience Francesco Romeo e Antonello Ciervo smontano però questa tesi: «Secondo i giudici costituzionali, Lam potrà sempre chiedere i danni in sede civile, ma non è affatto così. La decisione della Consulta è un bivio decisivo: se la legge attuale verrà dichiarata incostituzionale, Lam non avrà più alcuno spazio legale per chiedere giustizia e ottenere il risarcimento per il caso Almasri». Se l’intervento fosse stato ammesso, la difesa avrebbe chiesto il rigetto della questione di costituzionalità proprio per preservare questa possibilità. «La Consulta si allinea alla ragion di Stato» Per Romeo e Ciervo, la decisione della Corte si inserisce in una logica già vista: «Il voto della maggioranza parlamentare ha precluso la celebrazione del processo penale a carico di Nordio, Piantedosi e Mantovano per il ricorrere di un ipotetico “superiore interesse dello Stato”. Non condividiamo la decisione della Corte costituzionale che sembra allinearsi a quella “ragion di Stato” emersa dal voto della maggioranza parlamentare del 9 ottobre 2025». La stessa direzione, sostiene Baobab Experience nel proprio comunicato, verso cui sembra andare la Consulta: «Così facendo, la Corte sembra andare nella direzione di quel “superiore interesse dello Stato” che secondo la maggioranza parlamentare ha giustificato la condotta del ministro della Giustizia Nordio che ha liberato il ricercato e del ministro degli Interni Piantedosi e del sottosegretario Mantovano che lo hanno messo al sicuro su un volo di Stato italiano verso la Libia». Per Baobab Experience la decisione assume un valore che va oltre il caso giudiziario: «Quando una vittima si espone, denunciando addirittura il Governo, e non trova spazio e ascolto dinanzi a nessuna autorità giudiziaria, viene da pensare che la legge non sia uguale per tutti, soprattutto quando i carnefici sono molto più potenti delle vittime». La Consulta dovrà ancora valutare, nella camera di consiglio di oggi, altre omissioni e possibili abusi nell’intera vicenda. Il caso Almasri, dunque, non è del tutto chiuso. Per Lam Magok, però, ogni porta sembra essersi già chiusa. E questo non è di sicuro un bel segnale per tutti coloro che insieme a Lam chiedono giustizia.
“No CPR, né qui né altrove”: la Trento antirazzista è tornata in piazza
Tantissime persone, oltre 1.500 secondo il Coordinamento regionale No CPR, sabato 16 maggio hanno nuovamente attraversato e riempito le strade di Trento animando il corteo contro la costruzione di un CPR in città. Una mobilitazione ampia, partecipata e determinata che conferma quanto sia forte e diffusa l’opposizione ad un “lager di Stato” che rappresenta uno dei simboli concreti delle politiche di estrema destra della giunta provinciale e del governo Meloni, ma anche un affronto per il territorio e per un tessuto sociale solidale ben presente in città. Il corteo è partito nel pomeriggio da piazza Dante, sotto i palazzi della Provincia e della Regione, per accusare direttamente chi ha firmato e continua a sostenere l’accordo con il Ministero dell’Interno. Questo accordo è talmente infimo da non prevedere solo la costruzione della struttura detentiva ma anche il taglio dei posti letto del sistema di accoglienza, da 700 a 350, mentre già ora centinaia di persone richiedenti asilo continuano a vivere in strada, escluse da qualsiasi forma di accoglienza o assistenza sociale, in una situazione ulteriormente aggravata dalla chiusura dei dormitori di bassa soglia. Il CPR è anche il risultato di una narrazione tossica e di propaganda politica che in questi mesi ha raccontato Trento come città insicura e colpita dal degrado: «Quale sicurezza pensate di costruire imprigionando 25 persone che non hanno commesso alcun reato solo perché sprovviste di documenti, che le vostre stesse Questure gli rendono quasi impossibile ottenere, mentre ne buttate centinaia a vivere in mezzo alla strada chiudendo sempre più posti di accoglienza?», così le studentesse universitarie hanno puntato il dito contro la propaganda dell’amministrazione provinciale, sottolineando come invisibilizzare e confinare chi si trova in una posizione di marginalità sociale non fa che alimentare le condizioni di disagio delle persone, e che non può esserci sicurezza senza giustizia sociale e riconoscimento di diritti per tutte e tutti.  Da piazza Dante, la manifestazione ha poi attraversato il centro cittadino, facendo tappa sotto il Comune in via Belenzani, dove al consiglio comunale è stata rivolta una richiesta chiara: una presa di posizione netta contro la realizzazione del CPR. Tanti gli interventi che hanno denunciato le politiche nazionali quanto quelle europee che rappresentano un quadro di razzismo sistemico sempre più ostile ai diritti delle persone migranti: dai nuovi decreti sicurezza al Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo, fino al cosiddetto Regolamento Deportazioni, misure che comprimono il diritto d’asilo e la libertà di movimento alimentando un clima di criminalizzazione e repressione.  Diversi interventi hanno poi voluto ricordare le morti nei CPR e gli ultimi fatti di cronaca dove persone nere sono state uccise o sono state vittime di abusi per colpa di un sistema che alimenta gerarchia sociale, sfruttamento e odio razziale.  Il corteo si è concluso a Piedicastello, il quartiere-base della mobilitazione e che fin da quando è stato sottoscritto l’accordo tra PAT e Viminale è stato coinvolto nella mobilitazione. «Crediamo che Trento non abbia bisogno di nuove strutture repressive, ma di politiche capaci di garantire diritti, accoglienza, casa, salute e dignità per tutte e tutti. Per questo continueremo a mobilitarci contro quello che consideriamo uno scempio per la nostra città e per il nostro quartiere, rafforzando una rete di opposizione che in questi mesi è cresciuta dentro e fuori i territori direttamente coinvolti», ha detto un rappresentante del comitato di  quartiere. Ad accogliere i manifestanti, uno striscione calato dalle finestre della piazza dallo stesso comitato, un gesto che ha concluso la giornata con un significato di radicamento e nel quale c’è stato il saluto anche del presidente della circoscrizione Centro storico-Piedicastello, ribadendo la contrarietà generale a tutti i CPR in quanto strumento e che tale struttura non può essere imposta dall’alto su un territorio che non la vuole. ADESIONI AMPIE E TRASVERSALI Quello che ha caratterizzato questa mobilitazione, al pari della manifestazione del 13 dicembre, è la straordinaria trasversalità delle adesioni accumulate nel conto alla rovescia verso il 16 maggio e le tante iniziative di avvicinamento alla data. In questi mesi il Coordinamento ha costruito momenti di confronto, approfondimento e organizzazione collettiva, promuovendo iniziative nelle università, nei quartieri e negli spazi sociali della città. Assemblee pubbliche, dibattiti e incontri hanno permesso di far emergere con chiarezza cosa significhi realmente aprire un CPR: un luogo di detenzione amministrativa, isolamento e privazione della libertà, che alimenta esclusione e violenza istituzionale. Il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR in quasi due anni e mezzo di iniziative pubbliche è cresciuto in termini di adesione e partecipazione. La lista delle realtà aderenti racconta da sola la profondità di questa rete: dal Centro sociale Bruno ai collettivi studenteschi e universitari, dallo Spazio 77 a Bozen Solidale, dall’ANPI all’Arci alle ACLI, passando da decine di associazioni di volontariato, scuole di italiano, enti del terzo settore impegnati in progetti di accoglienza e inclusione sociale. Ma alla manifestazione hanno aderito anche diverse forze politiche – Alleanza Verdi e Sinistra, Rifondazione Comunista, Onda Trentino, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle – e i sindacati CGIL, CISL e UIL. Più di sessanta soggetti presenti in regione, uniti dallo stesso rifiuto, ai quali si aggiungono quasi tutte le circoscrizioni della città che hanno espresso contrarietà al progetto. Un’opposizione che non si limita ai confini regionali e che si collega alle mobilitazioni contro i CPR in corso in altri territori, da Aulla a Castel Volturno. Da ricordare che nelle settimane precedenti si erano aggiunte anche le posizioni di alcune voci autorevoli. L’arcivescovo di Trento Lauro Tisi era stato attaccato pesantemente dalla destra locale e da diversi leoni da tastiera per aver criticato la costruzione del CPR, richiamando principi di umanità e dignità nei confronti delle persone migranti. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, presente sabato scorso alla Piazza del Volontariato, ha definito i CPR «luoghi disumani» e sostenuto la mobilitazione, ricordando che «la vita non è il monologo dell’io» e che di fronte a queste politiche non è possibile restare spettatori. IL PROSSIMO APPUNTAMENTO La mobilitazione non si ferma: a fine corteo sono già stati lanciati i prossimi appuntamenti. Venerdì 22 maggio alle ore 12, quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà a Trento per il Festival dell’Economia, il Coordinamento sarà nuovamente in piazza per contestare la sua presenza e le politiche repressive di cui è promotore. E poi, in vista dell’apertura del cantiere, la promessa è di continuare l’opposizione ai CPR, ai decreti securitari e a un modello di società fondato sulla paura, sull’esclusione e sulla repressione, rivendicando invece una città aperta, solidale e libera da ogni forma di detenzione: “No CPR. Né qui né altrove!“
«Moussa parte per la sua terra, salutiamolo assieme»
A Verona, la comunità maliana e il Comitato Verità e Giustizia per Moussa Diarra chiamano la città a un ultimo saluto collettivo prima del ritorno della sua salma di in Mali. Due i momenti pubblici previsti nei prossimi giorni: domenica 17 maggio, dalle 10 alle 14, presso la stazione di Porta Nuova, e martedì 19 maggio, dalle 10:30 alle 11:30, alla moschea di Verona, dove Moussa farà sosta prima della partenza definitiva verso la sua terra d’origine. Dopo oltre un anno e mezzo dalla sua uccisione, la restituzione del corpo alla famiglia rappresenta un passaggio doloroso ma profondamente simbolico per chi, in questi mesi, ha continuato a chiedere verità e giustizia. Attorno alla vicenda di Moussa Diarra si è infatti costruita una mobilitazione ampia e trasversale, capace di coinvolgere associazioni, spazi sociali, singole persone, realtà di movimento e comunità migranti dentro e fuori Verona. Nel comunicato diffuso in vista delle iniziative pubbliche, il Comitato sottolinea come il ritorno di Moussa in Mali non chiuda affatto il percorso di ricerca della verità. Al contrario, resta aperta la richiesta di un processo che accerti responsabilità individuali e istituzionali per quanto avvenuto il 20 ottobre 2024, quando Moussa venne ucciso da un agente di polizia. Secondo il Comitato, la decisione della GIP di rigettare la richiesta di archiviazione avrebbe evidenziato le contraddizioni e le lacune di un’indagine definita “frettolosa e inconsueta”, oltre ai tentativi di costruire rapidamente una narrazione funzionale a chiudere il caso nel giro di poche ore. Notizie CASO MOUSSA DIARRA, IL GIP RESPINGE L’ARCHIVIAZIONE E DISPONE NUOVE INDAGINI Il poliziotto sarà indagato per concorso in depistaggio Redazione 22 Aprile 2026 Una dinamica che, per le realtà mobilitate, si inserisce dentro un quadro più ampio di violenza istituzionale e razzismo sistemico. «Moussa Diarra è una delle tante vittime di forme di repressione sempre più violente, sempre più legittimate, sempre più razziste«, scrivono gli organizzatori, ribadendo che la ricerca della verità non può essere demandata soltanto ai tribunali ma deve continuare a vivere come responsabilità collettiva. Le giornate del 17 e 19 maggio saranno dunque momenti di memoria, vicinanza e mobilitazione. Un modo per accompagnare simbolicamente Moussa nell’ultimo viaggio verso casa, ma anche per riaffermare pubblicamente che la richiesta di giustizia non si ferma con la partenza della sua salma. L’invito rivolto alla città è semplice e diretto: partecipare, portare un fiore, condividere un pensiero. Per Moussa, per la sua famiglia e per tutte le persone che continuano a subire violenza e discriminazione.
La Campania accoglie e chiede verità
Un appello aperto alle realtà antirazziste, ai collettivi, alle associazioni e alle persone attive nei territori della Campania per costruire un momento di confronto e coordinamento contro la detenzione amministrativa, il razzismo istituzionale e la precarizzazione delle vite migranti. È questo il senso della lettera aperta diffusa in vista dell’incontro-assemblea regionale convocato per il prossimo 26 maggio 2026 dalle 10:30 presso l’Università di Salerno, nel campus di Fisciano 1. L’iniziativa nasce in un contesto segnato da un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie e di accoglienza, a livello sia nazionale che europeo. Le organizzazioni promotrici denunciano una fase caratterizzata dal rafforzamento dell’approccio emergenziale e repressivo alla gestione delle migrazioni, con conseguenze sempre più pesanti sul piano dei diritti, dell’accesso all’accoglienza e delle condizioni materiali di vita delle persone migranti e rifugiate. Al centro della mobilitazione vi è innanzitutto il progetto di apertura di un CPR a Castel Volturno 2, considerato dalle realtà aderenti un ulteriore passo verso la normalizzazione della detenzione amministrativa delle persone straniere 3. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR A CASTEL VOLTURNO: ASSOCIAZIONISMO, CHIESA E REGIONE DICONO NO Il Viminale ha individuato un'area naturalistica con una spesa preventivata di oltre 43 milioni di euro Redazione 27 Aprile 2026 Una prospettiva che, secondo la lettera, contraddice radicalmente qualsiasi idea di accoglienza e convivenza, rafforzando invece dispositivi di controllo, esclusione e segregazione. L’appello richiama anche l’impatto imminente del nuovo Patto europeo su asilo e migrazione, che entrerà progressivamente in vigore nei prossimi mesi e che viene descritto come un ulteriore consolidamento delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, limitazione dell’accesso alla protezione internazionale e ampliamento dei meccanismi di trattenimento. Accanto al tema dei CPR, la lettera pone l’attenzione sulla crisi dei percorsi di accoglienza in Campania. Molte persone inserite nel sistema SAI stanno infatti uscendo dai progetti senza soluzioni abitative o strumenti di supporto adeguati. Una situazione che riguarda anche persone provenienti da contesti di guerra, come la Striscia di Gaza, e che rende evidente – denunciano le realtà promotrici – l’assenza di politiche strutturali sul diritto all’abitare. Particolarmente duro è poi il passaggio dedicato al Decreto flussi, definito un meccanismo che continua a produrre irregolarità amministrativa anziché garantire canali di ingresso regolari e accessibili. I dati citati dalla campagna Ero Straniero mostrano come in Campania il sistema presenti livelli di inefficacia ancora più elevati rispetto alla media nazionale: nel 2025, a fronte di 6.295 quote previste, sarebbero stati richiesti soltanto 118 permessi di soggiorno, con un tasso di successo dell’1,9%. La lettera dedica inoltre ampio spazio alla situazione nella provincia di Salerno, dove tra il 2025 e il 2026 si sono registrate diverse morti di persone immigrate rimaste, secondo i promotori, senza verità e giustizia. Viene ricordato in particolare il caso dell’uomo di nazionalità indiana morto il 24 aprile 2026 all’ospedale di Salerno dopo essere arrivato con una grave cancrena alle gambe, probabilmente causata dall’esposizione a sostanze chimiche. Secondo le realtà firmatarie, questi episodi non possono essere letti separatamente, ma fanno parte di un quadro più ampio di negazione dei diritti e di produzione sistemica di vulnerabilità. Allo stesso tempo, l’appello rivendica l’esistenza di una rete diffusa di solidarietà e resistenza già attiva sul territorio campano: associazioni, collettivi, sportelli, comunità e singole persone che continuano a costruire pratiche di accoglienza e mutualismo. L’obiettivo dell’assemblea del 26 maggio è proprio quello di mettere in connessione queste esperienze, favorire il confronto tra realtà che operano in territori differenti e costruire percorsi comuni di mobilitazione contro CPR, razzismo istituzionale e politiche di esclusione. Per aderire e partecipare all’assemblea è possibile scrivere all’indirizzo: gavallone@unisa.it. Tra le prime adesioni figurano: SOS Cpr, LasciatiCIEntrare, Comunità Accogliente, Metis Fest, Centro sociale ex Canapificio di Caserta, Associazione senegalesi di Salerno, Rete vesuviana solidale, CSC Credito Senza Confini, Frontiera Sud e CIDIS Impresa Sociale. 1. Il CPR di Castelvolturno: un progetto contro un territorio, Vie di fuga (7 maggio 2026) ↩︎ 2. Il Ministero dell’Interno vuole costruire un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) da 120 posti nel Parco umido La Piana di Castel Volturno, A fine aprile l’agenzia Invitalia ha pubblicato su incarico del Viminale l’appalto da 41,2 milioni ↩︎ 3. Interpellanza in merito alla realizzazione di un nuovo CPR a Castel Volturno (Caserta), con particolare riferimento all’impatto sociale e ambientale sul territorio, Ministero dell’Interno (8 maggio 2026) ↩︎
Tunisia, Avocats Sans Frontières sospesa per 30 giorni
Avocats Sans Frontières (ASF), organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani e dell’accesso alla giustizia che opera in oltre 10 paesi, ha ricevuto martedì 5 maggio un provvedimento di sospensione delle proprie attività in Tunisia per un periodo di 30 giorni. La misura è stata adottata ai sensi dell’articolo 45 del Decreto Legge 88-2011 sulle associazioni. Secondo quanto comunicato dall’organizzazione, il provvedimento fa seguito a una diffida formale inviata nell’ottobre 2024 e a una richiesta di integrazione documentale nel febbraio 2026, a entrambe le quali ASF ha risposto integralmente e nei termini previsti. L’organizzazione, con una nota stampa, respinge con fermezza la legittimità della decisione: «ASF considera che questa decisione non sia giuridicamente fondata e non rientri in alcun controllo legittimo e democratico del lavoro associativo, ma costituisca al contrario un attacco manifesto alla libertà di associazione». ASF inquadra la sospensione in «una serie di misure restrittive che colpiscono lo spazio civico in Tunisia», simile ai provvedimenti che hanno recentemente interessato altre organizzazioni della società civile, tra cui la Lega Tunisina per i Diritti Umani, il Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali e l’Associazione Tunisina delle Donne Democratiche. Da oltre 15 anni presente nel paese, ASF era arrivata in Tunisia nel 2012, sull’onda della destituzione del regime di Ben Ali. Da allora, l’organizzazione ha operato in partnership con istituzioni nazionali – tra cui l’Ordine degli Avvocati, i Ministeri della Giustizia, della Salute e degli Affari Sociali – costruendo un meccanismo di assistenza legale gratuita che ha supportato migliaia di persone vulnerabili. Ma dal 25 luglio 2021, data del giro di vite politico in Tunisia del presidente Kaïs Saïed, il clima è progressivamente deteriorato: «ASF ha osservato con profonda preoccupazione gli sviluppi politici in Tunisia e le loro conseguenze su diritti e libertà. Lo spazio civico si è gradualmente ristretto, mentre attacchi crescenti prendono di mira difensori dei diritti umani, giornalisti, attori associativi, oppositori politici e cittadini impegnati». Al di là dell’impatto istituzionale, ASF sottolinea le ricadute concrete sulle persone più fragili: la sospensione «tocca direttamente i team impegnati sul campo, i partner locali, ma soprattutto le centinaia di persone per le quali l’assistenza legale rappresenta talvolta l’ultimo ricorso». L’organizzazione non nasconde la difficoltà del momento per i propri collaboratori: il provvedimento «colpisce direttamente il morale e la sicurezza del suo team in Tunisia, che lavora in un contesto sempre più vincolato». ASF ha annunciato che intende «esercitare il proprio diritto di appello per contestare questa decisione, con il sostegno degli avvocati che si sono offerti volontari per assicurarne la difesa». L’organizzazione ha già ricevuto messaggi di solidarietà da centinaia di personalità, associazioni, beneficiari e cittadini: «I vostri messaggi ci danno forza e conforto in questo periodo di dubbio e incertezza». Il comunicato si chiude con una dichiarazione di determinazione: «Di fronte alla pressione, la nostra determinazione rimane intatta: ASF continuerà, instancabilmente, a difendere la giustizia e lo stato di diritto». La vicenda di Avocats Sans Frontières è l’ultima di una serie di misure repressive contro attivisti, intellettuali e organizzazioni e si deve leggere anche all’interno del dibattito europeo e italiano sul tema delle migrazioni. Numerose organizzazioni per i diritti umani, esprimendo solidarietà ad ASF, hanno ricordato come questi fatti – la messa a tacere della società civile indipendente, la persecuzione di avvocati e giornalisti, ossia complessivamente la sistematica erosione dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani fondamentali – rendano ancora una volta insostenibile la definizione della Tunisia come «paese sicuro». Una qualifica che diversi governi europei continuano ad applicare per giustificare rimpatri forzati e accordi di esternalizzazione delle frontiere, ignorando inoltre una realtà documentata da numerosi report, ultimo in ordine di tempo la denuncia della tratta di Stato tra Tunisia e Libia di Woman State Trafficking.
“No CPR, né qui né altrove”: il 16 maggio a Trento si torna in piazza
Il movimento contro la costruzione del Centro di Permanenza per il Rimpatrio a Piedicastello si prepara a una nuova giornata di mobilitazione. Sabato 16 maggio alle ore 15, il corteo partirà dal centro città per raggiungere la zona di Maso Visintainer, dove la Giunta Fugatti prevede di avviare i lavori in estate: il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR ha convocato la piazza con un appello rivolto alla cittadinanza: «Il 16 maggio sfileremo in corteo dal centro città fino alla zona di Piedicastello dove vorrebbero erigere un lager di Stato, per dire ancora una volta che le nostre comunità si basano sulla solidarietà e la giustizia sociale, non sulla privazione della libertà personale e la violenza». UN’OPPOSIZIONE SOCIALE CHE CRESCE La manifestazione di sabato arriva a cinque mesi di distanza da quella del 13 dicembre, quando oltre 1.500 persone avevano sfilato per le strade di Trento chiamate a raccolta da più di cinquanta realtà sociali e politiche. Un appuntamento che il coordinamento ha definito come una svolta: «Quella giornata ha dimostrato che questa città non ha paura di sfidare la Giunta Fugatti e che esiste un territorio antirazzista e solidale pronto a lottare. Ora dobbiamo tornare in piazza, più determinati di prima». Nel frattempo, il percorso di avvicinamento al 16 maggio ha visto assemblee, incontri pubblici e nuove prese di posizione di contrarietà, tra cui quella di quasi tutte le circoscrizione della città. Lunedì 4 maggio, presso la sala circoscrizionale di Piedicastello, il Coordinamento propone una serata di approfondimento “Corpi reclusi: CPR tra patogenicità e violenza di Stato” sui profili sanitari e legali dei CPR, con il medico infettivologo Nicola Cocco – attivista della rete “Mai più lager – No ai CPR” – e l’avvocato Gianluca Vitale del foro di Torino, legale della famiglia di Moussa Balde e che ha negli anni ha difeso diversi detenuti nei CPR, tra cui l’imam Mohamed Shahin della Moschea di San Salvario di Torino, trattenuto al CPR di Caltanissetta.  Secondo i relatori, la patogenicità dei centri «è un dato scientifico, non un’opinione», come attestato anche dal Policy Brief dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del gennaio 2026, che individua nella detenzione amministrativa dei migranti una causa diretta di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. TAGLI ALL’ACCOGLIENZA E CANTIERE IN ARRIVO Sullo sfondo resta l’accordo tra il presidente della Provincia Maurizio Fugatti e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che prevede non solo la realizzazione del CPR ma anche un taglio dei posti letto del sistema di accoglienza (da 700 a 350). L’estate si avvicina e con essa, secondo il Coordinamento, anche i cantieri. Nel frattempo, la situazione dell’accoglienza sul territorio si aggrava: «Centinaia di persone richiedenti asilo continuano a vivere in strada, escluse da qualsiasi forma di accoglienza e/o assistenza sociale e la situazione è in peggioramento anche con la chiusura dei dormitori di bassa soglia per donne e uomini richiedenti asilo». Il movimento non esita a leggere questo dato come il risultato di precise scelte politiche: «La progressiva riduzione dei posti in accoglienza è il risultato di precise scelte politiche. Il definanziamento e lo smantellamento dei percorsi di accoglienza diffusa contribuisce a produrre marginalità e irregolarità, alimentando un circuito che vuole rendere più facile giustificare strumenti repressivi come i CPR». E ancora: «Smantellare l’accoglienza e costruire CPR sono due facce della stessa politica: una politica che rifiutiamo con fermezza». LA VOCE DEL VESCOVO E LA PROFILAZIONE RAZZIALE DEL QUESTORE A fare discutere, nelle ultime settimane, sono state anche le posizioni di due figure istituzionali: l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi e il questore Nicola Zupo. Monsignor Tisi è stato attaccato dalla destra locale e finito al centro di polemiche per aver richiamato principi di umanità e dignità nel dibattito sui CPR. Il Coordinamento gli ha espresso piena solidarietà: «Esprimiamo piena solidarietà a S. E. Lauro Tisi, oggetto di attacchi strumentali e aggressivi per le sue parole di rifiuto. Le dichiarazioni dell’Arcivescovo richiamano principi fondamentali di umanità, dignità e responsabilità collettiva». Il questore Zupo ha, invece, affermato ai media rispetto alla presunta insicurezza della città: «Nessuno pensi che una segnalazione al 112 verrà trascurata, se un cittadino ha timore anche se non vede un reato, ma sta portando la spazzatura e vede stranieri di cui ha timore». Parole che l’Assemblea Antirazzista Trento ha definito «particolarmente gravi, poiché legittimano segnalazioni fondate su percezioni soggettive e potenzialmente discriminatorie, in contrasto con i principi costituzionali». Il comunicato cita anche il più recente rapporto della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), che segnala «molte testimonianze sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine» in Italia. «Duole constatare che il Questore si presti a fungere da parafulmine per il fallimento della politica, la quale, per celare incompetenza e inerzia, individua nel “migrante” un facile capro espiatorio». «LA VERA SICUREZZA NASCE DALLA CURA, NON DALLE GALERE ETNICHE» Il filo che lega tutti i documenti del Coordinamento No CPR è un’alternativa chiara al modello della detenzione amministrativa. Come ricordano le stesse voci degli studenti delle scuole di italiano che avevano preso parola il 13 dicembre: «La vera sicurezza nasce dalla cura, non dalle galere etniche per chi è sprovvisto di titolo di soggiorno». Per questo viene chiesto che «i 2 milioni di euro di fondi provinciali stanziati per costruire una struttura detentiva siano invece utilizzati per finanziare immediatamente accoglienza, inclusione e diritti». Il Coordinamento fa infine appello a tutta la cittadinanza e alle persone che si sono mobilitate in questi mesi: dal movimento per la Palestina alla manifestazione antifascista di Bolzano contro il cartello “remigrazione”, fino alla manifestazione “No Kings” di Roma di fine marzo. Il 25 aprile il movimento è stato presente ai cortei di Trento e Bolzano con striscioni contro il CPR. Sabato 16 maggio sarà un altro passaggio importante e la mobilitazione vuole collegarsi altri altri territori in lotta contro la costruzione di nuovi CPR, da Aulla a Castel Volturno. «La manifestazione No CPR è aperta a tutte e tutti: singole persone, associazioni, collettivi e realtà sociali e politiche che intendano contribuire a costruire un’opposizione ampia, determinata e radicata. No CPR. Né qui né altrove».
CPR, una settimana ordinaria di orrore: scioperi della fame, minorenni detenuti e gesti disperati
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono luoghi opachi, sottratti allo sguardo pubblico e invisibilizzati. Quello che sappiamo di ciò che accade all’interno lo sappiamo quasi sempre grazie alle reti antirazziste e abolizioniste, che raccolgono voci, diffondono le poche immagini che trapelano e fanno pressione su prefetture e istituzioni locali. Questa è la cronaca di una settimana qualunque, tra Macomer e Milano. SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE NEL CPR DI MACOMER Proseguono le proteste all’interno del CPR di Macomer, in Sardegna, unico modo in cui le persone trattenute possono sperare di uscire dall’invisibilità e denunciare le durissime condizioni di reclusione e isolamento. Nella serata di giovedì 23 aprile, alcuni dei prigionieri hanno diffuso video girati all’interno della struttura, portando alla luce per l’ennesima volta le condizioni in cui versano.  Le immagini sono rare testimonianze visive da un luogo normalmente inaccessibile e mostrano camere e bagni in stato di grave degrado: materassi sporchi e logori, pavimenti bruciati e segnati da quelle che sembrano infiltrazioni o ruggine. Su alcuni corpi dei detenuti sono visibili i segni della scabbia, con il conseguente rischio di contagio per gli altri trattenuti.  > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da NO CPR Macomer (@assemblea.nocpr.macomer) Secondo quanto riferito dall’Assemblea No CPR Macomer – che monitora puntualmente quanto avviene all’interno e raccoglie le voci dei reclusi – nel blocco C è in corso uno sciopero della fame e della sete, e – aggiornamento di ieri – c’è stato un incendio in due dei tre blocchi. La protesta è nata dalla denuncia di una serie di carenze strutturali e assistenziali: mancanza di indumenti e beni di prima necessità, vitto scarso e di bassa qualità, assenza di accesso a cure mediche specialistiche e impossibilità di incontrare i propri avvocati. Non è la prima volta che succede. Appena due settimane fa il centro era stato teatro di accese proteste, culminate con un tentativo di suicidio e con un detenuto caduto dal tetto dell’edificio. Le rivolte sono poi state represse con l’intervento delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, nulla è cambiato e né la società che gestisce il centro né la Prefettura di Nuoro avrebbero risposto alle richieste. L’Assemblea No CPR Macomer, in una nota, definisce la struttura «una sorta di lager del ventunesimo secolo», in cui persone prive di permesso di soggiorno vengono trattenute senza prospettive, in attesa di essere rimpatriate. «Continuiamo a denunciare le condizioni disumane del centro, le responsabilità dell’ente gestore e della prefettura di Nuoro. Chiediamo che le porte del CPR siano aperte alla stampa e alla società civile e che le condizioni dei reclusi cambino radicalmente. I CPR devono chiudere, tutti, iniziamo da Macomer”, è l’appello conclusivo dell’Assemblea. MILANO, UNA SETTIMANA DI EMERGENZA AL CPR DI VIA CORELLI Negli stessi giorni, il CPR di via Corelli a Milano è stato al centro di una serie di episodi gravi che hanno allarmato la rete Mai più lager – No ai CPR. Il 21 aprile, la rete ha denunciato la presenza di almeno un minorenne recluso all’interno: un ragazzo nato nel luglio 2011, quindi di soli 14 anni. Il giorno successivo il numero saliva a cinque, tutti collocati in una stanza di isolamento.  «È rigorosamente vietato dalla legge il trattenimento di persone minorenni, che per definizione sono inespellibili e vanno tutelate. È gravissimo che nel CPR di via Corelli ve ne siano più di uno», ha scritto la rete sui propri canali social. «Non riusciamo a smettere di chiederci quale dottore possa aver mai certificato l’idoneità al trattenimento di un 14enne e dei suoi compagni che sono visibilmente poco più che dei bambini». Nicola Cocco, medico della rete e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), ha sollevato sulla stampa una questione precisa: «In Italia non esiste una certificazione dell’età tramite strumenti biometrici. Mi chiedo: il medico che ha valutato l’idoneità al trattenimento di questo ragazzo di 14 anni su quali elementi si è basato e quale valutazione ha redatto?». Dopo le segnalazioni urgenti al Garante per l’infanzia e alla Prefettura, e grazie anche alla copertura mediatica, almeno quattro ragazzi sono stati liberati nelle ore successive, una volta che gli esami medici ospedalieri hanno confermato la loro età. Trasferiti in un centro per minori non accompagnati, la vicenda si è chiusa – almeno formalmente – senza conseguenze peggiori. La rete ha però sottolineato un elemento preoccupante: «Se i detenuti non avessero avuto cellulari con videocamera per inviarci le foto dei minorenni, non avremmo saputo nulla». Non è un caso, dunque, che il governo Meloni, con il nuovo DDL immigrazione, voglia vietare nei CPR l’uso di telefoni dotati di fotocamera. Nei giorni successivi, tra il 24 e il 26 aprile, il CPR ha registrato una serie ravvicinata di gravi episodi di autolesionismo tra i detenuti, descritti dalla rete come un «terrificante effetto domino». Secondo le testimonianze raccolte, assistere continuamente a scene di violenza in un contesto di isolamento totale e incertezza sul proprio futuro genera una spirale di disperazione difficile da arginare. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mai più lager – NO ai CPR (@noaicpr) «La vita in CPR è una notte infinita: senza fine pena, non sai se e quando uscirai, se tornerai dalla tua famiglia o in un paese che non è più il tuo, per colpa di un pezzo di carta che è impossibile acquisire», spiega la rete. Gli attivisti segnalano inoltre che i soccorsi, in alcuni casi, sarebbero arrivati con ritardi significativi, e che il personale in servizio sarebbe risultato insufficiente e in un’occasione persino il pasto è arrivato con ore di ritardo. «Dobbiamo interrompere questa spirale», conclude la rete Mai più lager – No ai CPR. «Aiutateci a pretendere l’abolizione di questi luoghi torturanti».
CPR a Castel Volturno: associazionismo, chiesa e regione dicono no
Sessantatré ettari di zona umida, due laghetti, sentieri naturalistici e capanni per il birdwatching. È il Parco umido La Piana, a Castel Volturno, in provincia di Caserta, che il Ministero dell’Interno vuole cementificare e trasformare in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio da 120 posti, con un bando Invitalia da oltre 43 milioni di euro.  Fonte: il manifesto L’ennesima scelta del governo, dopo quelle di Trento e Aulla (provincia di Massa-Carrara) in ordine di tempo, per implementare la mappa dei centri detentivi che nuovamente ha scatenato una reazione immediata e trasversale: associazioni, movimenti sociali, vescovi e istituzioni regionali si sono schierati compatti contro un lager di Stato nel territorio.  Contro il CPR si è subito schierato tutto l’associazionismo locale, che a Castel Volturno lavora da anni per supplire all’assenza dello Stato. Il Centro Fernandes, attivo dal 1996, il comitato don Diana, Libera, il Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta, il Centro Sociale ex Canapificio e la CGIL di Caserta: voci diverse che convergono sullo stesso punto. A Castel Volturno «da anni associazioni, movimenti e comitati locali denunciano la storica assenza dello Stato su diritti, casa, lavoro, servizi», mentre migliaia di persone vivono in condizioni di precarietà strutturale. In questo contesto, il governo sceglie di costruire un CPR. «Scegliere, proprio in una delle più complesse realtà caratterizzata da uno dei più fragili sistemi di convivenza d’Italia, di destinare fondi pubblici non per potenziare politiche sulla casa, servizi, scuole, sanità territoriale, bensì per politiche di segregazione, è una scelta politica inaccettabile». Nell’area vivono migliaia di persone con background migratorio1 che, come sottolineano i movimenti, «potrebbero essere sottratte al lavoro nero regolarizzandole e che invece vengono mantenute in gravi condizioni di marginalità e sfruttamento lavorativo». E ancora: «I CPR producono solo violenza, opacità, spreco di risorse e ulteriore marginalizzazione. Non c’è alcuna sicurezza con i CPR, ma solo abbandono istituzionalizzato e fallimento politico». Questa riflessione è la stessa di monsignor Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta che ha usato parole di netta contrarietà. il CPR, ha detto, rappresenta «un’offesa per il territorio del Litorale Domitio, molte volte mortificato a causa di scelte politiche sconsiderate, e già da tempo marchiato dallo stigma del pregiudizio negativo». Lagnese ha messo in discussione anche la logica stessa dello strumento: «La capienza effettivamente disponibile sui 10 CPR presenti sul territorio nazionale è di 672 posti, mentre le presenze effettive sono pari a 546 persone. Perché allora aprire, con dispendio di denaro pubblico, un nuovo CPR?». E ancora: «Perché aprirlo proprio a Castel Volturno, una città che da anni prova, grazie all’impegno di tanti, a sperimentarsi come laboratorio d’integrazione, riscattando un’immagine che la dipinge luogo di degrado sociale e ambientale?» Per il vescovo, il CPR non è solo inutile: è ideologicamente distorto. «Non posso che dare un giudizio critico e manifestare il mio dissenso nei confronti di una narrazione che, di fatto, assimila la condizione irregolare dei migranti alla criminalità. L’atto di privare della libertà persone che non hanno commesso reati e che hanno come unica colpa quella di aver lasciato la propria terra a causa di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, guerre e persecuzioni, ferisce la dignità di tutti noi». Poi l’annuncio, che suona come una promessa: «Non resteremo in silenzio». La presa di posizione di Lagnese è stata assunta dalla Conferenza episcopale regionale, presieduta da monsignor Antonio Di Donna, che ha fatto sentire la propria voce: i vescovi della Campania «si associano alle voci di quanti stanno in queste ore esprimendo le loro profonde preoccupazioni, e ribadiscono con forza che né quella terra né l’intera regione possono essere continuamente mortificati per trovare soluzione ai problemi». Secondo la Chiesa campana, «si tratta di una decisione che rischia di aggravare la situazione di territori già fragili dal punto di vista economico e sociale, minando la stessa dignità dei migranti». Il rischio denunciato è preciso: «Dentro la logica dello scarto crescono inevitabilmente la marginalità e il pericolo di nuovi luoghi di esclusione». Anche il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha preso posizione senza mezzi termini: il progetto «non è la risposta di cui questo territorio ha bisogno. È una scelta che rischia di aggravare fragilità già evidenti, concentrando marginalità proprio dove, invece, servono investimenti, servizi, lavoro e prospettive concrete di futuro». Il Forum per Cambiare l’ordine delle Cose, prova anche a fare due conti: quarantuno milioni di euro – secondo altre stime 43 – per rinchiudere 120 persone in condizione di irregolarità amministrativa. Fanno circa 340.000 euro a persona. Una cifra che viene messe a confronto con tutto ciò che manca: trasporti, bonifica della costa, infrastrutture, centri di accoglienza. Fondi invece usati, prosegue il Forum «per inseguire finalità di propaganda politica e non già una migliore politica che tuteli i diritti e la dignità delle persone in movimento», con la certezza che «in larga parte non saranno mai rimpatriati». Il rapporto “CPR d’Italia. Istituzioni totali”, curato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, è richiamato dal Forum come conferma che «tutti i centri per il rimpatrio si caratterizzano per essere luoghi di estremo degrado, violenza e sperpero di denaro pubblico». Anche sul piano istituzionale il progetto ha suscitato parole di opposizione. Roberto Fico, presidente della giunta campana, ha dichiarato: «Ci opporremo perché è una scelta che penalizza un territorio già complesso. Servono interventi che mettano insieme sicurezza e diritti, senza creare nuovi luoghi di esclusione ed emarginazione sociale».  Come già avviene in altri territori, il fronte del no al CPR è ampio e trasversale, e questa sarà la vera sfida per affrontare una nuova battaglia. A dare la cifra dello spirito con cui si affronta questa lotta sono i movimenti che ogni giorno si sporcano le mani sul campo: «Castel Volturno non è una nuova zona da sacrificare. È un territorio a cui garantire giustizia». E le proposte alternative sono già in campo: «Bisogna abbandonare la fallimentare scelta di costruire nuovi CPR e destinare i 41-43 milioni ipotizzati a politiche pubbliche di sostegno alla crescita economica e culturale del territorio. I CPR vanno chiusi». 1. Secondo i dati e le analisi del progetto InCas, la popolazione straniera regolare residente al 1° gennaio 2023 risulta pari a 4.824 (circa il 17-18% della popolazione). A questa si aggiungono persone prive di permesso di soggiorno, stimate tra le 15.000 e le 20.000. ↩︎
Milano, nuova diffida per la chiusura del CPR di via Corelli
A seguito di una nuova ispezione svolta questa mattina al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli, Cecilia Strada, europarlamentare, Onorio Rosati, Luca Paladini e Paolo Romano, consiglieri regionali, e Rahel Sereke, consigliera del Municipio 3, hanno inviato una diffida al Sindaco di Milano per chiedere la sua immediata chiusura. La situazione del CPR milanese si inserisce in una vicenda che, negli anni, ha già prodotto inchieste giudiziarie, condanne, denunce pubbliche e rilievi istituzionali, senza che a ciò sia seguita una risposta politica adeguata e risolutiva. Da luglio 2025 è disponibile un importante strumento in più: la sentenza n. 96 della Corte Costituzionale sottolinea chiaramente come manchi una legge che disciplini le modalità di trattenimento delle persone all’interno dei CPR, che operano quindi letteralmente fuori dalla legge. Dalla sua riapertura, al CPR di Milano – come del resto in tutti gli altri centri detentivi italiani – vengono irrimediabilmente violati i diritti fondamentali delle persone trattenute, tra cui il diritto alla salute, alla difesa, all’informazione, alla comunicazione e a condizioni di vita dignitose. Criticità strutturali e violenze reiterate, episodi ricorrenti di tensione, proteste, atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono di casa dentro le gabbie del CPR. «Tutti a dire della rabbia del fiume in piena e nessuno della violenza degli argini che lo costringono». dichiara Cecilia Strada, citando una frase di Bertolt Brecht condivisa con lei da una persona trattenuta in CPR. «La violenza degli argini siamo noi – aggiunge – sono le nostre istituzioni che stanno calpestando i diritti e la vita delle persone che vengono rinchiuse nei centri per il rimpatrio, e che non rispettano nemmeno le leggi su cui sono fondate». Le evidenze emerse nel tempo – dalle risultanze del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la gestione del centro, fino ai ripetuti allarmi lanciati da associazioni, avvocati, garanti e società civile – delineano un quadro incompatibile con i principi fondamentali che dovrebbero orientare l’azione delle istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani e i principi fondamentali della Costituzione. «La situazione all’interno dei CPR è sempre più insostenibile. Non si può più rimanere a guardare: chiediamo che ognuno, per il ruolo che ricopre, faccia la propria parte per chiudere questi centri di detenzione illegali. Chiediamo che il sindaco Sala eserciti tutte le sue prerogative perché ciò possa avvenire», afferma Onorio Rosati. Sulla stessa linea Luca Paladini: «Rappresentare le istituzioni vuol dire anche farsi ispettori di quali linee non sono travalicabili. Le linee devono garantire il basilare rispetto dei diritti umani, cosa che i CPR calpestano nel loro semplice esistere. Nostro è il dovere di denunciarlo con tutta la forza che abbiamo». Per questo, firmatari e firmatarie della diffida chiedono la chiusura del CPR di via Corelli. L’iniziativa si inserisce nel solco dell’azione popolare promossa dalla società civile, associazioni, cooperative, cittadine e cittadini milanesi che, in passato, hanno già chiesto all’amministrazione comunale di attivarsi nei confronti del Ministero dell’Interno per ottenere la chiusura del centro, oltre al riconoscimento del danno arrecato all’immagine e all’identità della città. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA IL COMUNE DI MILANO DEVE PRETENDERE LA CHIUSURA DEL CPR E IL RISARCIMENTO DEL DANNO ALL’IDENTITÀ Un'azione popolare promossa da associazioni e cittadinə si rivolge al Sindaco Sala 15 Maggio 2024 «Il sistema dei CPR è un sistema disumano che nega i diritti umani e che tratta come animali esseri umani spesso rei, unicamente, di essere nati dal lato sbagliato del mondo: oltre il 50% delle persone ivi detenute non hanno commesso nessun reato se non l’assenza di un documento. Va messo fine a questa vergogna, lo chiede l’Italia e lo chiede prima di tutto Milano», dichiara Paolo Romano. Lo Statuto del Comune di Milano richiama con chiarezza i valori dell’uguaglianza, della dignità della persona e della tutela dei diritti fondamentali. In questo quadro, l’esistenza del CPR di via Corelli appare in aperto contrasto con i principi che Milano afferma di voler difendere. «Lo Statuto del Comune riprende fedelmente l’art. 3 della Costituzione: è più che mai necessario dare attuazione concreta anche alla sua seconda parte, che impone di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Il CPR, culmine di un sistema discriminatorio, è uno di quegli ostacoli», sottolinea infine Rahel Sereke. Con la diffida firmata oggi, i rappresentanti istituzionali ribadiscono la necessità di assumere una posizione chiara: non può esserci alcuna normalizzazione di un luogo che, per le sue condizioni e per la sua funzione, continua a produrre sofferenza, opacità e violazioni. Il percorso è solo all’inizio: tutte e tutti avranno modo di sostenere l’iniziativa attraverso una raccolta firme pubblica che sarà consegnata al Comune di Milano. Da oggi, il Sindaco avrà 90 giorni di tempo per decidere se farsi personalmente promotore della richiesta presso il Ministero dell’Interno. Firma la petizione online su Change.org
“This pact kills!”: ciclo di formazione gratuito sul nuovo Patto UE su migrazione e asilo
Spazio Stria, Open Gates, Mediterranea Padova e Clinica Popolare Azadî organizzano un ciclo di formazione gratuito sul nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. “Il Patto – scrivono le associazioni – rafforza un sistema di controllo, selezione, detenzione e rimpatrio ai danni delle persone migranti. Crediamo che conoscerne i contenuti sia una condizione fondamentale per rafforzare una rete plurale capace di opporsi alle violazioni dei diritti e dei principi di giustizia, uguaglianza e libertà che esso comporta”. Il ciclo formativo è strutturato con un evento inaugurale e successivi quattro incontri informativi: sarà uno spazio aperto per approfondire le implicazioni giuridiche, sociali e politiche di questa svolta normativa. Venerdì alle 10 aprile alle ore 18:30 si terrà l’evento iniziale ad accesso libero senza bisogno di iscrizione. La contestazione transnazionale del Patto europeo sulle migrazioni Ne parliamo con: * Ilaria Salis (Parlamento Europeo) * Laura Marmorale (Mediterranea Saving Humans) * Maurizio Veglio (ASGI) * Stefano Bleggi (Melting Pot) * Omid Firouzi Tabar (Università Ca’ Foscari) -------------------------------------------------------------------------------- IL CICLO DI FORMAZIONE – CALENDARIO Tutti gli incontri si svolgono presso lo Spazio Stria in Piazza Gasperotto, con possibilità di seguire online via Zoom. L’iscrizione è obbligatoria. mercoledì 22 aprile – Introduzione al Patto europeo + Regolamento Screening/Eurodac Con: Marco Ferrero (avvocato, Cadus), Lucia Gennari (avvocata, Asgi), Francesco Ferri (esperto, Action Aid) mercoledì 29 aprile – Regolamento Procedure e Paesi “sicuri” Con: Giovanni Barbariol (avvocato Asgi), Francesca Venturin (avvocata, Giuristi Democratici), Martina Tazzioli (Università di Bologna) mercoledì 6 maggio – Direttiva accoglienza, MSNA e vulnerabilità Con: Chiara Pernechele (avvocata, Comitato Diritti Umani Padova), Chiara Roverso (avvocata, Cadus), Enrico Gargiulo (Università di Bologna) mercoledì 13 maggio – Regolamento rimpatri Con: Martina Ramacciotti (avvocata, Asgi), Giulia Fabini (Università di Bologna), Alessio Giordano (giornalista, Altreconomia) La formazione è gratuita e aperta a tutte e tutti. Dopo l’evento inaugurale del 10 aprile, ad accesso libero, seguiranno 4 incontri a cui è possibile partecipare compilando il form di iscrizione. Form di iscrizione