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Lottare per la libertà: sette ore per sette anni
Quando il 28 marzo 2019 Abdalla, Amara e Kader sono arrivati sull’isola di Malta avevano solo 15, 16 e 19 anni. Sono passati sette lunghi anni – 2.555 interminabili giorni – da quando sono stati accusati ingiustamente di diversi reati, tra cui atti di terrorismo, minacce all’equipaggio e dirottamento di una nave. Accuse che potrebbero comportare l’ergastolo. Al fianco di Abdalla, Amara e Kader, un’ampia rete di organizzazioni locali e internazionali si è mobilitata fin da subito contro questa profonda ingiustizia, chiedendo il ritiro di tutte le accuse e la libertà dei tre giovani. Iniziative pubbliche, presidi informativi e mobilitazioni durante le udienze hanno segnato questi anni. L’ultima si è svolta sabato 28 marzo, in occasione dell’anniversario del loro arresto: sette ore in Piazza della Valletta per raccontare sette anni di attesa, ingiustizia e resistenza 1. Arrestati al loro arrivo, sono rimasti in detenzione per quasi otto mesi, per poi essere rilasciati su cauzione nel novembre 2019. A quel tempo, due di loro erano minorenni. Da allora, sono obbligati a presentarsi regolarmente alla polizia, mentre il processo continua a trascinarsi senza una conclusione, un vero e proprio accanimento della Procura maltese, caratterizzato da gravi ritardi. Notizie IL PROCESSO AI 3 DI EL HIBLU: UNA SCANDALOSA INGIUSTIZIA CHE DEVE FINIRE Tutte le accuse devono cadere. Free the El Hiblu 3! Redazione 27 Settembre 2023 Fumetto di The Fake Pan commissionato da Amnesty International in occasione del lancio della campagna di lettere “write4rights” nel 2020 Abdalla, Amara e Kader, originari della Costa d’Avorio e della Guinea, erano partiti dalla Libia a bordo di un gommone insieme ad altre 108 persone. Soccorsi al largo delle coste libiche dalla nave mercantile El Hiblu 1, di proprietà turca battente bandiera di Palau, si trovano presto al centro di una nuova emergenza: la Missione Sophia 2 coordina le operazioni e da istruzione al comandante di andare a Tripoli. A bordo cresce rapidamente la tensione, si diffonde il panico e la protesta, legata al rischio concreto di un respingimento illegale. In quel contesto, i tre giovani svolgono un ruolo cruciale come mediatori e traduttori tra equipaggio e persone soccorse, contribuendo a evitare un’escalation e – come sottolinea la Coalizione per gli El Hiblu 3 – dimostrando “coraggio nel prevenire un respingimento illegale verso la Libia” 3. > Le persone piangevano e gridavano “Non vogliamo tornare in Libia!”, > “Preferiamo morire”. Il caso degli El Hiblu 3 esemplifica i tentativi sistematici dell’Europa di criminalizzare le persone in movimento 4. La giornata del 28 marzo ha segnato simbolicamente i 2.555 giorni dalla loro incriminazione. Un tempo sospeso che i partecipanti al presidio hanno voluto rendere visibile. Dopo la conferenza stampa della mattina 5, ogni ora 6 è stato dedicata a un tema specifico: dalla criminalizzazione delle persone migranti ai respingimenti nel Mediterraneo centrale, dalle politiche di esternalizzazione dell’Unione Europea agli accordi con Libia e Tunisia, fino alle espulsioni e alle campagne contro il razzismo e l’esclusione sociale. Ampio spazio è stato dato anche al racconto delle pratiche di resistenza: il lavoro della flotta civile impegnata nei soccorsi in mare, le reti transnazionali di solidarietà, le mobilitazioni che attraversano i confini europei opponendosi al regime di frontiera. Secondo Ċetta Mainwaring della Coalizione per gli El Hiblu 3, Abdalla, Amara e Kader sono veri difensori dei diritti umani, che hanno agito per impedire un respingimento illegale verso la Libia. “Sono oltre 2.556 giorni che vivono in un limbo legale – anni che hanno sottratto loro l’adolescenza e il futuro”, ha sottolineato. Vicki-Ann Cremona, presidente dell’ONG Repubblika, ha aggiunto che sette anni di incertezza e di attesa processuale non possono considerarsi neutrali: un ritardo di questa portata costituisce, di fatto, un’ingiustizia 7. Il presidio si è concluso con un appello chiaro e condiviso: il ritiro immediato delle accuse e la liberazione degli El Hiblu 3. Una richiesta che si rinnova con forza, mentre cresce la consapevolezza che il loro caso rappresenta molto più di una vicenda giudiziaria individuale. È il simbolo di un sistema che criminalizza la mobilità, punisce la solidarietà e trasforma i sopravvissuti in imputati. Sette ore per sette anni, dunque. Ma anche sette ore per ribadire che la lotta continua, e che la solidarietà non si arresta. > Free El Hiblu 3! 1. Qui la convocazione dell’iniziativa e il programma ↩︎ 2. EUNAVFOR MED Operation Sophia si è conclusa il 31 marzo 2020 ↩︎ 3. La Coalizione per gli El Hiblu 3, una rete di individui e gruppi a Malta e oltre, si mobilita a sostegno di Abdalla, Amara e Kader, lavorando al loro fianco per difendere il loro diritto alla giustizia e alla libertà ↩︎ 4. Scarica il libro in diverse lingue pubblicato nel 2022 da Free the El Hiblu 3 Campaign ↩︎ 5. con Ċetta Mainwaring (Coalizione per gli El Hiblu 3); Vicki-Ann Cremona (Repubblika); Regine Nguini (African Media Association Malta); Katrine Camilleri (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati di Malta); David Yambio (Rifugiati in Libia) ↩︎ 6. Sulla pagina Facebook della Coalizione alcuni video del presidio ↩︎ 7. Activists mark seven years since start of El Hiblu 3 legal nightmare, Times of Malta (28 marzo 2026); Coalition renews call to drop El Hiblu 3 charges on seventh anniversary of arrests, Malta Today (28 marzo 2026) ↩︎
Grecia. L’ennesima strage: 22 persone muoiono dopo sei giorni in mare
Ventidue persone, provenienti principalmente dal Sudan e dal Bangladesh, sono morte dopo sei giorni alla deriva in mare. È questo il bilancio dell’ennesima strage nel Mar Egeo, avvenuta il 27 marzo 2026 a sud di Creta, nei pressi di Kali Limenes. Un episodio che è ancora, inesorabilmente, il frutto di politiche che chiudono vie di accesso legali e sicure, delegano il controllo a paesi terzi e spingono le persone verso rotte sempre più pericolose. «Secondo le testimonianze dei sopravvissuti», spiega Aegean Boat Report (ABR), «l’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, nella serata del 21 marzo, con 48 persone a bordo. Solo 26 sono sopravvissute. Si contano 22 morti». La mancanza di cibo, acqua e il freddo pungente ha causato la morte dei passeggeri, i cui corpi, sempre secondo i sopravvissuti, sono stati gettati in mare. Immagine tratta da ABR Due giovani, di 19 e 22 anni, cittadini del Sud Sudan, sono stati arrestati dalle autorità greche e accusati di traffico di esseri umani, favoreggiamento e omicidio colposo. Ancora una volta, chi sopravvive diventa bersaglio, e chi mette in luce le responsabilità del sistema rischia conseguenze penali. Ancora una volta, la morte non è un incidente ma il prodotto di un sistema. Ancora una volta, il dispositivo penale si concentra sull’anello più debole della catena: persone che erano sulla stessa barca, nelle stesse condizioni, esposte allo stesso rischio di morire. È uno schema ricorrente: individualizzare la responsabilità, occultare quella sistemica. Mentre si criminalizzano i cosiddetti “scafisti”, resta intatto il contesto che rende queste traversate inevitabili: assenza di vie legali e sicure, esternalizzazione delle frontiere, politiche di deterrenza che spingono verso rotte sempre più lunghe e pericolose. La tragedia, come sottolinea ABR, non inizia in mare. Inizia prima. Inizia con la chiusura delle vie di accesso alla protezione. Con la delega del controllo a paesi terzi. Con un sistema che non lascia alternative. Negli ultimi anni, questo sistema ha prodotto un’evoluzione precisa: partenze dalla Libia orientale, traversate più lunghe, più tempo in mare con scorte insufficienti, soccorsi ritardati o assenti. Tutti fattori che aumentano esponenzialmente il rischio di eventi con numeri elevati di vittime, come quello del 27 marzo. È dentro questo quadro che va letta anche la persecuzione giudiziaria contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report. Notizie IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il suo arresto, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità greche, è stato definito da 37 organizzazioni internazionali come “l’ennesimo atto di persecuzione contro difensori dei diritti umani che hanno denunciato il crimine dei pushback alle frontiere greche”. Oggi, dopo che l’esistenza di respingimenti sistematici è stata riconosciuta da decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e da numerosi rapporti indipendenti, si procede penalmente contro chi denuncia queste pratiche. «A seguito della recente assoluzione di tutti i membri e i volontari dell’organizzazione ERCI da parte di un tribunale di Mitilene», si sottolinea nella dichiarazione congiunta, «il procedimento contro Tommy Olsen è l’ultimo procedimento aperto contro difensori dei diritti umani e attivisti di ricerca e soccorso». Le richieste rivolte alle autorità greche ed europee sono nette: fermare la persecuzione giudiziaria contro chi denuncia violazioni, porre fine alle campagne di disinformazione contro la società civile, indagare tutte le denunce di pushback, cessare le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali alle frontiere. Il nesso tra la strage del 27 marzo e questo procedimento è diretto. Senza realtà come Aegean Boat Report, molte di queste morti resterebbero senza racconto pubblico. Senza reti indipendenti, verrebbe meno la possibilità stessa di far emergere ritardi nei soccorsi, omissioni, responsabilità istituzionali. Criminalizzare chi denuncia non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. Significa ridurre la trasparenza, indebolire i meccanismi di accountability, trasformare la frontiera in uno spazio opaco dove le violazioni possono continuare senza controllo. Mentre si incarcerano sopravvissuti e si perseguono attivisti, il dispositivo che produce morte resta intatto. E continua a operare. Ventidue morti dopo sei giorni in mare. Due sopravvissuti arrestati. Un attivista sotto mandato d’arresto europeo perchè documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Non sono tre fatti separati. Sono lo stesso sistema.
“Cittadin3 mai più invisibili”
Sabato 28 marzo centinaia di persone hanno sfilato dal Colosseo a Piazza della Repubblica per chiedere diritti, permesso di soggiorno e la chiusura dei CPR, confluendo poi nella grande manifestazione No Kings. Coperte termiche sulle spalle, cartelli, bandiere e uno striscione che recitava “CITTADIN3 MAI PIÙ INVISIBILI”. Si è svolta sabato 28 marzo la “Marcia degli e delle Invisibili“, partita alle 12 dal Colosseo e conclusa a Piazza della Repubblica, dove è confluita nello straripante corteo No Kings che nel pomeriggio ha attraversato il centro della capitale fino a bloccare la tangenziale est. A promuoverla, la marcia, è stata una rete composita di associazioni, collettivi, sindacati e Ong, uniti da un’agenda antirazzista costruita in anni di mobilitazione. Tra le persone scese in piazza i braccianti dell’Agro Pontino e del Foggiano, i cittadini bengalesi truffati dal decreto flussi e tante lavoratrici e lavoratori indispensabili all’economia italiana ma invisibili al sistema di tutele e garanzie. «Invisibili sono le persone di origine straniera, gli immigrati, i rifugiati, utilizzati in questi anni solo a scopo di propaganda elettorale», ha spiegato Filippo Miraglia di Arci Immigrazione, tra i promotori della marcia. Una invisibilità, ha sottolineato, prodotta deliberatamente: «Questo governo ha legiferato solo per produrre razzismo e irregolarità». Le storie che hanno camminato in corteo raccontano meccanismi precisi. I cittadini bengalesi truffati dal decreto flussi si sono ritrovati senza lavoro e senza permesso di soggiorno, costretti a lavorare in nero e in condizioni di sfruttamento. Ma anche chi i documenti ce li ha non se la passa meglio: ogni rinnovo, ogni cambio di lavoro diventa una potenziale trappola burocratica, in una precarietà strutturale che rende le persone ricattabili e prive di tutele reali. I braccianti lavorano per pochi euro all’ora con orari massacranti, vivono nei ghetti e chiedono da tempo alloggi dignitosi e un salario minimo al di sopra della soglia di povertà. L’agenda della marcia è stata anticipata dal testo di indizione. La prima rivendicazione, quella più visibile, riguarda la chiusura dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio con lo striscione “Stop lager” del Network Against Migrant Detention, una rete transnazionale che lotta per l’abolizione della detenzione amministrativa e la chiusura di tutti i CPR, compresi quelli in territorio albanese previsti dal Protocollo siglato dal governo Meloni con Tirana. La critica si è allargata poi a tutti gli accordi con cui l’Unione europea e l’Italia hanno scaricato sui paesi terzi il “lavoro sporco” nella gestione dei flussi migratori: dal Memorandum con la Libia a quello con la Tunisia, fino a quelli che saranno previsti per effetto della nuova Direttiva rimpatri. Intese che producono solo violenza, morti e deportazioni, in reiterata violazione dei diritti fondamentali. Le coperte termiche indossate in corteo hanno richiamato il soccorso in mare, quello che le politiche europee ostacolano e che il decreto Piantedosi criminalizza. Da qui la richiesta di un programma europeo permanente di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, affidato agli stati, e la fine della persecuzione giudiziaria delle ONG che operano nelle acque internazionali e in particolare nel Mediterraneo. Molto sentita in piazza è stata anche la denuncia del decreto flussi, considerato una “truffa di stato”. Migliaia di persone pagano cifre enormi per ottenere un visto di ingresso ritrovandosi poi in Italia senza documenti e lavoro. La riforma richiesta prevede percorsi di ingresso regolari indipendenti dalle cosiddette “quote” e una regolarizzazione permanente per chi ha già costruito legami lavorativi e affettivi in Italia. L’esempio che è possibile mettere in campo politiche diverse è la regolarizzazione spagnola. Sul fronte della cittadinanza la posizione è stata altrettanto chiara: chi nasce in Italia, chi ci cresce, chi ci vive e lavora da anni non può dipendere dalla discrezionalità politica del governo di turno. Il corteo ha rilanciato come priorità non rinviabile la riforma della legge sulla cittadinanza e l’attuazione dello ius soli. Altrettanto sentita è la denuncia della profilazione razziale e degli abusi da parte delle forze dell’ordine che negli ultimi anni hanno visto un’escalation molto preoccupante con violenze e uccisioni. Un fenomeno di razzismo sistematico e impunità documentato e denunciato anche da ECRI, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, e che rimane spesso invisibilizzato.  In Piazza Esquilino, poco prima della conclusione del percorso e di confluire nella manifestazione No Kings, i/le manifestanti si sono seduti per terra in un flash mob per scandire collettivamente le proprie richieste. Per chi ha sfilato, la posta in gioco va oltre questa singola marcia: la sfida collettiva sarà quella di riportare la questione migratoria e dei diritti delle persone migranti e/o con background migratorio al centro del dibattito pubblico e del movimento, sottraendola una volta per tutte alla propaganda del governo. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Network Against Migrant Detention > (@networkagainstmigrantdetention)
Il caso Aegean Boat Report e l’arresto di Tommy Olsen
«Da oltre 8 anni, Aegean Boat Report lavora senza sosta per documentare le violazioni dei diritti umani, monitorare le persone in pericolo e fornire prove indipendenti quando le autorità non riescono a proteggere coloro che cercano rifugio». È da queste parole che emerge con chiarezza il senso di un lavoro che, oggi, è finito sotto attacco diretto. Tommy Olsen è il fondatore di Aegean Boat Report (ABR), l’organizzazione che dal 2015 documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Le autorità greche hanno emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto europeo: è l’ultimo passo di un lungo tentativo di mettere a tacere chi osserva, registra e denuncia. Lunedì 16 marzo, la polizia norvegese lo ha arrestato nella sua casa di Tromsø, la città più grande della Norvegia settentrionale a 350 chilometri a nord del Circolo polare artico. Un tribunale norvegese ha successivamente stabilito che potesse essere estradato in Grecia, decisione contro la quale ha presentato ricorso, ed è stato posto in custodia cautelare. È stato successivamente rilasciato il 20 marzo in attesa dell’udienza di appello, ma rimane a rischio di estradizione. Se estradato, potrebbe subire una detenzione preventiva fino a 18 mesi 1. ✍️ Firma la petizione e chiedi alle autorità norvegesi di non estradare Tommy Olsen! Olsen, è perseguito dalle autorità greche insieme a un difensore greco per i diritti umani, Panayote Dimitras, fondatore del Greek Helsinki Monitor (GHM), con accuse infondate legate al loro attivismo a supporto delle persone in movimento che cercano rifugio in Grecia 2. Dimitras è stato incriminato per aver inviato informazioni alle autorità greche riguardo l’arrivo di persone sulle isole di Kos e Farmakonisi, nel luglio 2021, un’operazione di routine per facilitare le richieste d’asilo. Nonostante ciò, il tribunale ha imposto misure preventive severe: divieto di lasciare la Grecia, obbligo di presentarsi regolarmente alle autorità, cauzione di 10.000 euro e divieto di svolgere qualsiasi attività del GHM, compreso comunicare con le persone appena arrivate. «Migliaia di persone contattano Aegean Boat Report per chiedere assistenza, sia dopo aver raggiunto le isole greche, sia in situazioni di difficoltà nel Mar Egeo. In caso di pericolo per la vita umana, trasmettiamo immediatamente tutte le informazioni pertinenti alle autorità competenti. A causa di questo lavoro, siamo diventati un bersaglio», denuncia ABR. Questo non è l’unico procedimento giudiziario nei suoi confronti. «Negli ultimi anni – spiega Elena Kaniadakis sul Manifesto 3 – le procure di diverse isole dell’Egeo hanno avviato cinque indagini su Olsen: quattro sono state archiviate. Nell’ultimo caso, quello di Kos, è stato disposto il rinvio a giudizio». PH: Moriabevegelsen «Per anni ho documentato e pubblicato prove di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in movimento nell’Egeo», spiega l’attivista norvegese. «Queste includono respingimenti violenti, espulsioni illegali, abusi e azioni che hanno messo a rischio innumerevoli vite. Le prove sono numerose. Eppure non c’è stata alcuna assunzione di responsabilità. L’Europa ha troppo spesso distolto lo sguardo in nome della protezione delle frontiere». «Le accuse mosse contro di me – continua Olsen – sono: partecipazione e appartenenza a un’organizzazione criminale; favoreggiamento dell’ingresso nel territorio greco di cittadini di paesi terzi, presumibilmente commesso in modo ripetuto, da due o più persone, a scopo di lucro e nell’ambito di un’attività professionale; favoreggiamento del soggiorno illegale o della permanenza di cittadini di paesi terzi, presumibilmente a scopo di lucro e in modo ripetuto. Nessuna di queste accuse è vera. Non ho visto alcuna prova credibile a sostegno di esse». Il Ministro greco delle Migrazioni e dell’Asilo, Thanos Plevris 4, ha definito, nelle scorse ore, “ipocrite” organizzazioni come Amnesty International Grecia, accusandole di denunciare violazioni del diritto internazionale mentre chiederebbero di ignorare mandati legittimi della giustizia greca. «L’inasprimento delle disposizioni relative alle ONG nell’ultimo disegno di legge, che l’opposizione non ha sostenuto, si sta rivelando “imprescindibile” per garantire il rispetto della legge», minaccia Plevris. Chi è Thanos Plevris Ministro della Migrazione dal 28 giugno 2025, è noto per posizioni estremiste e dichiarazioni apertamente razziste. Celebre, e inquietante, la frase: «La sicurezza delle frontiere non può esistere senza vittime, per essere chiari, se non ci sono morti». La sua nomina segna la continuità e, per certi versi, la radicalizzazione della linea di Voridis Il Ministro fa riferimento al nuovo disegno di legge nel quale si prevede che la semplice appartenenza a un’ONG iscritta nel registro possa trasformare reati minori, come l’agevolazione del soggiorno irregolare, in reati gravi punibili con fino a 10 anni di carcere e multe fino a 10.000 euro. Anche l’apertura di un procedimento penale può comportare la cancellazione dell’organizzazione, in contrasto con principi fondamentali dello stato di diritto. «Il disegno di legge non è una misura isolata – sottolinea il Legal Centre Lesvos – ma parte di una strategia sistematica del Ministero della Migrazione volta a criminalizzare la migrazione e a smantellare la solidarietà, attuata, tra l’altro, attraverso la Legge 5226/2025 di settembre, che criminalizza il soggiorno irregolare, e attraverso il perseguimento incessante dei difensori dei diritti umani». Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 «Dopo cinque anni di raccomandazioni costanti da parte della Commissione europea 5, del Consiglio d’Europa 6 e delle Nazioni Unite 7 per porre fine alle restrizioni arbitrarie sul lavoro delle organizzazioni della società civile che sostengono i rifugiati e i migranti», sostengono in una dichiarazione congiunta 8 80 organizzazioni internazionali e greche, «il Ministero continua a colpire le organizzazioni ritenute scomode esclusivamente per svolgere il loro lavoro». Esemplare in questo senso è il caso ERCI a Lesbo, un processo durato sette anni contro 24 operatori umanitari minacciati di pene fino a 20 anni per aver soccorso persone in mare: la loro assoluzione completa ha evidenziato come si sia trattato di una deliberata campagna di vessazione giudiziaria contro la società civile. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 In questo contesto legislativo e politico si colloca il mandato d’arresto europeo nei confronti di Tommy Olsen e le misure restrittive contro Panayote Dimitras: il rischio è che chi documenta ciò che accade alle frontiere e sostiene le persone in movimento venga trattato come un criminale, trasformando il confine in uno spazio di eccezione in cui il diritto si piega fino a scomparire e il dissenso viene messo a tacere. A spiegare quanto tutta questa vicenda sia ingiusta, con parole semplici ma potenti, è la figlia quindicenne di Tommy Olsen durante un presidio di solidarietà che si è svolto il 22 marzo davanti al municipio di Tromsø 9: «Ho solo 15 anni e non so molto di leggi o politica. Ma conosco la differenza tra giusto e sbagliato. Papà è una persona che tiene davvero alle persone in difficoltà e ai loro diritti. Fare la cosa giusta dovrebbe ripagare». 1. Per approfondire la vicenda: Norway: Do not extradite NGO worker: Tommy Olsen, Amnesty International (23 marzo 2026) ↩︎ 2. Per approfondire: Greece: Migrant Rights Defenders Face Charges, Human Right Watch (26 gennaio 2026) ↩︎ 3. La persecuzione a Tommy Olsen arriva fino alla Norvegia: la Grecia chiede l’arresto, Il Manifesto (13 febbraio 2026) ↩︎ 4. Thanos Plevris (Αθανάσιος Πλεύρης, nato 1977) è un politico e giurista greco appartenente al partito Nuova Democrazia, nominato nel 2025 Ministro per la Migrazione e l’Asilo in seguito a un rimpasto di governo del primo ministro Kyriakos Mitsotakis. È noto per le sue posizioni conservatrici e per il ruolo centrale nella politica migratoria greca. Come Ministro della Migrazione, Plevris incarna la linea dura del governo Mitsotakis su sicurezza dei confini e controllo dei flussi, influenzando il dibattito greco ed europeo sulla politica migratoria (Fonte: Kathimerini) ↩︎ 5. Leggi il documento della Commissione UE ↩︎ 6. Leggi il documento del Consiglio d’Europa ↩︎ 7. Leggi il documento delle Nazioni Unite ↩︎ 8. Joint Civil Society Statement on the Migration Ministry bill, Refugee Suppot Aegean (20 gennaio 2026) ↩︎ 9. Il presidio era promosso da Moriabevegelsen (Movimento Moria) un movimento di attivismo sociale nato in Norvegia che si occupa di sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica su questioni legate ai diritti umani, in particolare dei bambini e delle persone costrette alla fuga (rifugiati e richiedenti asilo) ↩︎
«Seconda generazione, Prima destinazione»
C’è un modo di imparare che non passa solo dai libri, ma dalle relazioni, dalla creatività e dalla possibilità di raccontarsi. È da questa consapevolezza che nasce il progetto di Quadrato Meticcio (QM) 1, associazione sportiva dilettantistica attiva dal 2012 nel quartiere Palestro, dove il doposcuola è diventato negli anni molto più di uno spazio educativo: un laboratorio di espressione, crescita e condivisione. Qui, scrivere insieme e imparare insieme significa anche divertirsi, sperimentare linguaggi nuovi, trovare nella musica e nella parola strumenti per conoscersi e riconoscersi. Non è la prima volta che la scrittura e il rap diventano veicoli di unione: già in passato, queste pratiche hanno permesso ai ragazzi e alle ragazze del doposcuola di costruire ponti tra esperienze diverse, trasformando le differenze in ricchezza. Da questo percorso nasce il video-clip realizzato per il concorso nazionale “Il razzismo è una brutta storia. Cambiamola insieme”. Un lavoro che ha offerto ai giovani del quartiere Palestro qualcosa di fondamentale: la possibilità di guardare al proprio rione con occhi nuovi, ribaltando una narrazione troppo spesso schiacciata sull’idea di degrado. Seguiti dalla videocamera, i ragazzi e le ragazze hanno attraversato le strade del quartiere a testa alta. Per una volta, non come oggetto di sguardi esterni o stereotipi, ma come protagonisti della propria storia. Fier* delle proprie case, dei propri legami, dei luoghi in cui crescono. Il cuore del progetto è la canzone “Seconda generazione, Prima destinazione”, frutto di un lavoro collettivo di scrittura e registrazione. Attraverso le parole e il ritmo, emergono le esperienze vissute: il razzismo istituzionale, gli insulti quotidiani, le micro aggressioni che segnano la crescita. «Tra sorrisi e momenti di leggerezza – sottolinea QM – nascono legami tra chi condivide ferite simili: la marginalità sociale, la percezione di essere cittadini di serie B perché provenienti dalle case popolari, la dualità delle proprie identità. Insieme abbiamo capito di essere molto di più delle etichette che ci vengono assegnate». Durante questo percorso, prende forma una consapevolezza condivisa: un’identità non cancella l’altra. Essere figli e figlie di più culture non è una frattura, ma una ricchezza. Due storie, due mondi, che si intrecciano generando nuove forme di appartenenza. Tra sorrisi e complicità nascono legami profondi, soprattutto tra chi condivide esperienze simili: la marginalità sociale, lo stigma legato alle case popolari, la sensazione di essere considerati cittadini di serie B. Insieme, però, emerge una verità diversa: si è molto più delle etichette che vengono assegnate. Il valore di questo lavoro è stato riconosciuto anche a livello nazionale: il video-clip ha vinto il primo premio nella categoria Pionieri. Un riconoscimento che non riguarda solo il prodotto finale, ma il processo collettivo che lo ha reso possibile. Essere definiti “pionieri” assume allora un significato profondo. Quadrato Meticcio, insieme ai giovani del rione, rivendica questo ruolo come responsabilità e prospettiva: resistere allo spopolamento e ai processi di gentrificazione, continuare a vivere e trasformare il quartiere dall’interno, senza esserne espulsi. Per questo il lavoro non si ferma. Come pionieri e nuove generazioni, il percorso nel rione Palestro continua, giorno dopo giorno. 1. Per scoprire di più sulla storia dell’ASD Quadrato Meticcio visita questa pagina ↩︎
Roma, 28 marzo – La marcia degli invisibili
Negli ultimi decenni, in maniera più pesante in tempi recenti, sulla pelle delle persone migranti e rifugiate sono state sperimentate politiche discriminatorie, repressive, di criminalizzazione e razzismo. La destra suprematista globale mondiale, così come quella europea e italiana, alimenta rancore sociale e produce sempre maggiore marginalità e irregolarità, per poter incassare utili elettorali, spingendo sull’acceleratore del razzismo di Stato. L’assenza di un’alternativa politica e culturale, determinata anche da un approccio timido e miope delle forze democratiche e di sinistra, o peggio ancora di subordinazione alla destra, inseguita sul suo terreno, ha creato lo spazio per una egemonia politica e culturale del razzismo come tratto sistemico nelle nostre società. Fino a rendere possibile la cancellazione di ogni diritto, incluso quello alla vita, come avviene nel mediterraneo da tanti anni. Le persone di origine straniera e le persone razzializzate, milioni di uomini e donne, che peraltro contribuiscono in misura rilevante al benessere di questo Paese, non trovano spazio e voce nel dibattito pubblico che le riguarda, e sono rese invisibili da una classe dirigente razzista e classista e da un sistema della comunicazione quasi totalmente concentrato, salvo poche eccezioni, sul teatrino dei palazzi della politica. Per contro, sono quotidianamente esposte a micro aggressioni nei rapporti sociali, discorsi d’odio sui social e nel dibattito pubblico, e profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine. Il movimento antirazzista italiano ed internazionale da anni subisce attacchi continui e viene criminalizzato da chi ha investito tutto sull’allargamento dello spazio del razzismo. Il processo avviato dalla convergenza NoKings si fonda anche sull’apertura di uno spazio per le istanze di persone rifugiat3 e migranti. È necessario e urgente restituire visibilità e dare la parola alle persone migranti e a chi si batte al loro fianco per l’affermazione dei diritti e della dignità di ogni essere umano. È necessario rendere visibili, portandole in piazza, le tante vertenze che in questi anni hanno animato e animano la mobilitazione sociale e il movimento antirazzista. * Chiudere la stagione della detenzione amministrativa con la cancellazione dell’aberrazione dei CPR. * Annullare gli accordi di esternalizzazione delle frontiere, che hanno l’obiettivo di cancellare le convenzioni internazionali sul soccorso in mare e sul diritto di asilo, e imporre le deportazioni e gli internamenti nei lager per liberarsi delle e dei richiedenti asilo e dell’insieme delle persone in movimento, a partire dal Memorandum con la Libia e di quello con la Tunisia, che tanta violenza e morte hanno provocato in questi anni, dal Protocollo con l’Albania e dagli accordi che l’Unione Europea e stati membri hanno già attuato 10 anni fa con la Turchia e che ora vorrebbero realizzare con paesi terzi extra UE. * Istituire con urgenza un programma di ricerca e salvataggio europeo e cancellare tutte le norme che impediscono di agire alle ONG che operano anche nelle zone SAR non solo di competenza italiana. * Rivedere radicalmente la pratica fallimentare dei decreti flussi e nel contempo agevolare forme di regolarizzazione permanente per chi vive, lavora, ha costruito legami sociali e affettivi in Italia, a partire dai lavoratori e dalle lavoratrici truffate dall’ultimo decreto flussi. * Ribaltare la logica del nuovo Patto Europeo Migrazioni e Asilo, contro i sovranismi e la costruzione di nuovi muri, per uno spazio politico europeo costruito a partire dai territori e dalle comunità, investendo su percorsi di accoglienza pubblici diffusi e sull’allargamento dei diritti per richiedenti asilo e titolari delle altre forme di protezione. * Riformare la legge sulla cittadinanza affinché chi nasce o cresce in Italia possa essere riconosciuto a pieno diritto come italiano e italiana; rivedere tutto l’impianto della legge n. 91/1992 basato sulla concessione, sul merito e sul reddito, mettendo al centro l’idea che la cittadinanza non sia un punto di arrivo ma parte del percorso di integrazione; eliminare gli strumenti che consentono la sempre più facile revoca della cittadinanza, che nulla ha a che fare con la sicurezza ma che serve solo a produrre ricattabilità e precarizzazione dei/delle nuov3 cittadin3. La cittadinanza deve cessare di essere una concessione per diventare un diritto, le cui condizioni sono contenute nella legge, per uscire dalla discrezionalità della pubblica amministrazione e agevolare percorsi di accesso alla cittadinanza anche per le adulte e gli adulti che vivono stabilmente in Italia. * Consentire la libertà di movimento per chi cerca lavoro e chi cerca protezione, unico modo per combattere i trafficanti di persone. Per questi motivi facciamo appello a tutte le organizzazioni, i movimenti e le reti sociali, a tutte le persone che hanno a cuore il principio di uguaglianza, di scendere in piazza il 28 marzo nell’ambito della giornata di mobilitazione TOGETHER, promossa dalla rete No Kings, contro ogni forma di razzismo. Diamo appuntamento sabato mattina alle 12 a Roma davanti alla fermata Colosseo della metro B per partecipare alla Marcia degli invisibili e poi convergere nel grande corteo che partirà alle ore 14 da Piazza della Repubblica. * Per adesioni: marciadegliinvisibili@gmail.com PRIME ADESIONI A Buon Diritto, ACLI, ActionAid Italia, ADIF, ARCI, Baobab Experience, Casa dei Diritti Sociali, CNCA, Convenzione dei Diritti nel Mediterraneo, Emergency, Europasilo, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, Giuristi Democratici, Gruppo Melitea, Italiani Senza Cittadinanza, Mai più Lager – No ai CPR, Mediterranea Saving Humans, Municipi Sociali Bologna, Network Against Migrant Detention, NO CAP, Nonna Roma, Oxfam Italia, Partito della Rifondazione Comunista, Progetto Melting Pot Europa, ReCoSol, Refugees Welcome Italia, Rete dei Numeri Pari, Rete #NoBavaglio, Spintime Labs, Transform! Italia, UNIRE, Ya Basta Bologna (in aggiornamento…) > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Network Against Migrant Detention > (@networkagainstmigrantdetention)