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Il caso del PRDC di Corinto (II parte)
VOCI DAL CONFINAMENTO ESPERIENZE E PERCEZIONI DEL DETENTION CENTER DI CORINTO L’analisi presentata nel contributo precedente ha esaminato il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto come dispositivo politico inserito nella più ampia agenda migratoria europea e, tramite un’analisi storica, ha testimoniato un continuum di violenze, denunciate ripetutamente ma senza mai produrre un cambiamento reale. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IL CASO DEL PRDC DI CORINTO Antropologia e critica delle condizioni dei centri di detenzione e pre-allontanamento in Grecia Giulia Stella Ingallina 24 Marzo 2026 Attraverso una prospettiva antropologica, il PRDC è stato interpretato come uno spazio in cui si intrecciano controllo, invisibilizzazione e violenza istituzionale, dove le forme di protesta dei detenuti emergono come strategie estreme di rivendicazione e resistenza, capaci di mettere in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, le categorie analitiche e i riferimenti teorici, per quanto utili a comprendere il funzionamento di questi sistemi, rischiano di rimanere astratti se non vengono messi in relazione con le esperienze di coloro che questi luoghi li abitano o li attraversano quotidianamente. Per questo motivo, il presente articolo propone una raccolta di testimonianze provenienti da diversi attori coinvolti nel contesto del detention center di Corinto: personale della struttura, ex detenuti, attivisti e cittadini locali. L’obiettivo non è costruire una narrazione univoca, ma far emergere una pluralità di prospettive che rivelano le tensioni, le contraddizioni e le gerarchie di potere che attraversano questo spazio. Le voci raccolte restituiscono infatti uno sguardo polifonico: da un lato quello delle istituzioni che amministrano e giustificano il sistema della detenzione, dall’altro quello delle persone che lo subiscono o che tentano di denunciarne le condizioni. Attraverso queste testimonianze, il detention center appare non soltanto come un luogo fisico di confinamento, ma come uno spazio sociale attraversato da discorsi, pratiche e percezioni contrastanti. Dare spazio a queste voci significa allora rompere, almeno in parte, il regime di invisibilità che circonda tali strutture e riportare al centro del dibattito le esperienze umane che vi sono racchiuse 1. LE OPINIONI DEL PERSONALE Durante l’intervista, l’ufficiale di polizia è stato schivo e ha fornito per lo più informazioni di carattere basilare: «Questo campo è di 140 acri, a lavorare siamo: 150 ufficiali di polizia, un dottore, due infermiere, una psicologa, due assistenti sociali, venti persone del servizio asilo e cinque traduttori 2. Gli agenti sono responsabili della gestione dei prigionieri. Più o meno ora ci sono 530 prigionieri; sono troppo pochi…da cinque anni per la prima volta ci sono così pochi prigionieri perché di solito la media è di 700-800, mi è capitato di avere mille persone. Sono prigionieri amministrativi, sono entrati illegalmente nel paese. La polizia fuori li arresta e li porta qui, noi li sistemiamo nei reparti. Se è una brava persona non lo terremo oltre dieci mesi, però il massimo è di diciotto. Quando il tempo finisce siamo costretti a rilasciarli, poi è capitato che li abbiamo arrestati di nuovo. I poliziotti che sono incaricati dell’assistenza hanno una comunicazione quotidiana con gli immigrati, perché dobbiamo dare loro da mangiare, colazione, pranzo, cena. E ogni giorno, riceviamo le loro richieste di un medico, di uno psicologo. È una struttura chiusa, come essere in prigione, ci sono buone scorte di sicurezza. Hanno qualche ora al giorno, sì, li lasciamo uscire in cortile, ma il resto sono dentro. Le aree per i detenuti non sono molto buone, le condizioni forse devono essere migliorate, ma sono quelle di una prigione […] C’è un problema perché queste persone nel loro paese non sono molto pulite come popolo. Le condizioni non sono buone, cioè, se non puliscono, non fanno il loro dovere, c’è un problema: non hanno la pulizia nella loro educazione». Le gravi condizioni di vita, spesso denunciate, vengono banalizzate attraverso lo stereotipo della “mancanza di igiene personale”, ribaltando la responsabilità sui detenuti. L’espressione “non sono puliti come popolo” li riduce a una massa indistinta, un insieme anonimo, privandoli di individualità e rafforzando un meccanismo razzializzante che li dipinge come culturalmente inferiori. Generalizzandone la provenienza, li trasforma in un popolo indefinito e sconosciuto, noto solo per un presunto disinteresse verso l’igiene, riproducendo uno dei più beceri stereotipi. Questo discorso costruisce un confine netto tra “noi”, puliti e progrediti, e “loro”, sporchi e arretrati e, da un lato riafferma un senso di superiorità mentre dall’altro infantilizza i detenuti – da nutrire, portare all’aria aperta, redarguire per non aver compiuto l’unico “compito” loro assegnato, pulire e pulirsi – sottraendo loro dignità. La conversazione si sposta poi sul suo lavoro, giustificando le azioni di forza quando gli chiedo delle modalità violente di repressione testimoniate: «Prima che arrivassi a Korinthos, lo sapevo com’era il lavoro, conoscevo l’argomento. Sono contento di essere stato trasferito qui, mi piace. Il momento più difficile sono le rivolte, perché capita che siano violenti. Li facciamo smettere ed entriamo come un plotone, come la polizia antisommossa. Rimaniamo dentro, facciamo arresti e cerchiamo di fermare la rivolta; abbiamo attrezzature che usiamo necessariamente, perché appiccano incendi. Se i prigionieri usano questa violenza, dobbiamo anche noi usare la forza per controllarli, li chiudiamo nelle loro celle per fermare la rivolta e perché potrebbero evadere». Anche rispetto agli episodi relativi ai suicidi – che lui riporta subito al singolare, come se un unico caso lo rendesse meno grave – o degli scioperi della fame, il tono resta quello della giustificazione: Era uno, un turco, non succede tutti i giorni. C’è stata una grande insurrezione, una rivolta di massa con prigionieri indigenti e allora abbiamo dovuto reagire. A volte fai quello che devi fare, devi seguire gli ordini, il protocollo. Quando non vogliono mangiare, okay, di solito il cibo se lo prendono da soli … dopo che sono stati senza per una settimana di solito poi mangiano. Noi non possiamo farci molto, li mandiamo dalla psicologa a parlare magari, però, non possono fare quello che vogliono; quindi, noi facciamo quello che dobbiamo fare. L’atteggiamento rispecchia il classico “ho solo fatto il mio lavoro“, che richiama alla mia mente le parole di Goldhagen (2009) in riferimento agli esecutori, nel nostro caso, di una politica xenofoba radicata. Le sue affermazioni finali si spiegano da sole nella loro schiettezza: Non mi sono formato una mia opinione su queste strutture, cioè ci sono, è giusto. Non mi piacciano gli stranieri che vanno in giro, i costi inutili, le spese legali, il lavoro, il tabacco, i documenti…non mi piace che non vengano controllati. Le persone che entrano ed escono dalla struttura aperta (si riferisce al campo per richiedenti asilo presente anch’esso in città), questo sì che può essere spaventoso, cioè, si vedono gli stranieri in città, i residenti possono essere un po’ spaventati. Preferirei che la struttura aperta fosse da un’altra parte, non avere contatti con i cittadini. Da noi i detenuti, non escono, non si vedono carcerati in città, e loro non vedono i cittadini, così è meglio. Un punto di vista più ambiguo è quello di una psicologa che ha lavorato nel PRDC per sei anni. Le contraddizioni sul suo ruolo “di mezzo” sono evidenti: da una parte si mostra quasi scandalizzata: Penso che tutto il sistema per i migranti sia terribile. Il centro di detenzione è solo un posto per le persone che l’Europa non vuole. Hai dei ragazzi giovani che vogliono una vita migliore e li tieni in prigione per 18 mesi, come se fossero criminali. Magari per questo paese, o per l’Europa, lo sono, ma date loro una possibilità. Dall’altra, però, riconosce di essere stata parte dello stesso sistema che ora critica: Non sono d’accordo, però ho imparato a vivere nella realtà e a cercare di aiutare queste persone insegnando loro a capire la realtà e a prendere da soli le proprie decisioni anche se a volte non gli piacciono. Abbiamo una mano destra e una sinistra, funzioniamo così: siamo lì per aiutare tutto il sistema del centro di detenzione. Le sue parole mostrano l’oscillazione tra una politica di pietà e di controllo, come la descrive Fassin (2005) 3. La lotta interiore tra processi di vulnerabilizzazione e riattribuzione dell’agency, tra complicità col sistema e ruolo di “sostegno”, emerge nel racconto del suo lavoro. Descrive le condizioni del centro mescolando denuncia e stereotipi, sottolineando il compito di “far capire alle persone che possono fare una scelta”, senza considerare che essere rinchiusi, per volontà dello Stato che li respinge o detiene, non garantisce affatto il riconoscimento di vere scelte, quanto tutto al più di quelle obbligate da un sistema repressivo. Negli edifici dove ci sono i detenuti c’è una recinzione d’acciaio tutto intorno, non possono uscire nella zona libera senza un agente di polizia. Anche noi possiamo entrare negli spazi dei detenuti solo per motivi specifici. L’ultima volta, per una formazione, per mostrar loro come pulire gli spazi, usare i sacchi, buttare la spazzatura. Dentro gli edifici le condizioni sono brutte. I detenuti non hanno proprio la cultura della pulizia; noi cerchiamo tanto di insegnargli come tenere tutto pulito, ma non è facile. E poi sono in dodici dentro una stanza. La cosa peggiore erano gli odori, sentivi proprio la malattia dall’odore. Dalle dieci all’una era l’orario in cui loro venivano dalle psicologhe. All’inizio c’erano molte difficoltà perché non avevamo niente per fare le sedute, nemmeno delle sedie, solo un tavolino di plastica. Alcune persone si fanno del male, si tagliano con qualsiasi cosa tu possa immaginare, anche con un cucchiaio. C’è stata una persona che si è suicidata dentro il campo durante il COVID; in quel periodo il campo aveva misure estremamente rigide. Ci sono dei gruppi che rifiutano di mangiare, ad esempio per i ritardi all’accesso al servizio asilo. Cosa diciamo loro? Gli spieghiamo le scelte che hanno. Questa è la legge greca, vediamo quali opzioni hai adesso. Alcuni dicono: “Torno nel mio Paese, perché non sono un prigioniero”. Altri mi hanno detto: “È una mia scelta restare nel centro di detenzione, non voglio tornare indietro, devo andare avanti”. LE VOCI CHE SI TENTA DI SOPPRIMERE: IL PARERE DEI DETENUTI Due testimonianze di chi ha vissuto la detenzione ci raccontano le reali condizioni di vita all’interno. La prima voce è quella di un giornalista britannico, Matt Broomfield, finito nel meccanismo di detenzione dell’UE nel 2021 4. Ho preso il traghetto da Patrasso ad Ancona, ma mi hanno detto che ero bandito dalle zone Schengen, e mi hanno rimandato in Grecia con la stessa procedura che farebbero con chiunque entri illegalmente. Prima sono stato nelle celle in questura a Patrasso per due settimane e poi ci hanno portati al centro di detenzione. Sono stati ammanettati e caricati su un furgone senza finestrini verso una destinazione ignota; per calmarli la promessa di un rapido rilascio ma all’arrivo sono stati corsetti in fila lungo il muro del detention center di Corinto. La procedura “medica” si componeva di perquisizione, denudazione, confisca di oggetti personali, prelievo di sangue e iniezioni, senza nessuna spiegazione circa le sostanze somministrate e l’utilità delle stesse: «Veramente lasciandoci poca dignità». Ci hanno portati in una specie di quarantena, otto in una stanza per 23 ore al giorno, per due settimane. Dopo ci hanno trasferiti nella sezione generale. Le persone sono approssimativamente divise per paese di origine, nella mia sezione c’erano solo ragazzi dall’Afghanistan e dall’Iran. Nelle altre sezioni c’erano principalmente arabi e nordafricani. Ci sono quattro celle abbastanza grandi su un corridoio. Queste quattro celle formano un blocco, che si affacciava su un altro blocco. Nella nostra cella eravamo circa 30 persone, nei letti a castello; avevi solo il tuo materasso, niente altro. Ti portano il cibo tre volte al giorno e mangi lì, in cella. Puoi uscire nel cortile a turno, in quel tempo puoi fare la doccia, perché in cella ci sono solo dei piccoli bagni. Durante l’intervista mi sono state confermate le condizioni squallide della struttura: continue interruzioni d’acqua, luci accese 24 ore su 24 e bagni e pavimenti costantemente sporchi. Ti mettono il cibo direttamente in stanza e lo prendi… non era facile tenere tutto pulito, non c’era niente per aiutarci a farlo. Nessuna assistenza medica o legale, al punto che i detenuti non avevano modo di sapere a che punto fosse il proprio caso: Non riuscivo mai a vedere l’avvocato di persona, non sapevo cosa mi stesse succedendo. Questo è il problema principale: zero informazioni. Le guardie ad ogni domanda ti dicevano “Non lo so” o tipo “ecco il tuo cibo, zitto” e restavano lì all’ombra, e se qualcuno si lamentava con loro, era sempre il problema di altri. Era difficile anche vedere il personale medico, dicevano sempre: “domani, il dottore oggi non c’è”. Così la gente si tagliava, dovevi farti del male per riuscire a vedere un medico. E alcuni ragazzi prendevano sedativi, antipsicotici, pillole per dormire, ce li davano anche per calmarci. Giravano per la prigione, li scambiavano o li vendevano, e si auto-medicavano. Nella mia cella un ragazzo curdo si era ucciso una settimana prima. Ci sono state grosse proteste: hanno dato fuoco a dei materassi, alla torre delle guardie, tirato pietre. Poi li hanno chiusi in una specie di lockdown, così l’energia si è un po’ spenta. Le ultime parole che chiudono l’intervista mettono in luce la differenza di condizioni, pur essendo detenuto nello stesso contesto, il privilegio etnico di “uomo bianco” e cittadino britannico giocavano un ruolo fondamentale: Io comunque sapevo che era temporaneo, e avevo amici in Grecia che venivano e mi portavano cose. Ma il 99% dei ragazzi non hanno rete, certezze, sono abbandonati lì in balia di chissà cosa. Io sono stato lì per sei settimane, non posso immaginare come sia starci per non sai quanto e non essere un privilegiato come me, è davvero terribile. Riporto ora il racconto di un ragazzo che è stato trovato sul territorio privo di documenti e trattenuto nel detention center per 18 mesi. Il poliziotto mi ha beccato che non avevo documenti; prima ti portano alla stazione di polizia, mettono tutti i dati, le impronte, nel sistema: ho detto il mio nome e che vengo dall’Afghanistan. Siamo stati in dieci persone in una stanza minuscola, completamente buia, come una prigione. Io stavo molto male e non ci davano medicine. Ci trattavano come se non fossimo niente. Siamo rimasti un mese lì, poi ci hanno portati in questo centro di detenzione. In quel periodo eravamo dentro più di mille persone. Era estate, era molto caldo, e stavamo circa in 15 persone per stanza. Non era facile. Dentro c’era anche l’ufficio del servizio asilo e dell’IOM, scelgono chi deportare nel loro Paese, li costringono a farlo. Ci mettono sotto una pressione enorme, quindi la situazione psicologica è molto brutta. Per quanto riguarda le cure mediche era tutto pessimo, non davano… chiedevamo antidolorifici, niente. Ci sono state due persone che si sono uccise, le conoscevo, erano nella mia stanza. Per noi non è stato facile nemmeno vedere quello, c’è disperazione, puoi capire a cosa eravamo sottoposti? La sicurezza dentro era cattiva, non erano educati. Picchiavano, facevano quello che volevano. Io ho anche… ho dei video di loro che fanno violenza, e delle foto. Avevamo i telefoni ma anche se chiamavi fuori, non lasciavano entrare nessuno a visitarti. Ricordo una storia: andavo spesso a fare l’interprete per loro perché parlo turco, pashto e farsi, e parlo inglese. Una volta un poliziotto mi ha chiamato per fare l’interprete, così vado, e vedo che la persona era completamente, era stata picchiata per bene. Mentre traducevo ho fatto una domanda rapidissima: come stava, cosa era successo. E lui mi ha detto: “Erano dieci poliziotti che mi picchiavano tutti insieme”. Per le altre condizioni, il cibo non era buono, ma gli altri trattamenti, quelli erano estremamente duri, ci urlavano addosso, ci picchiavano. Ti mettono qui anche se non hai fatto niente, nessun crimine, sei solo un semplice rifugiato. Hanno davvero il diritto di metterti lì e rinchiuderti? No, cioè, per quale motivo? Non si capiscono le procedure. Ho avuto tre rifiuti alle mie domande d’asilo che ho fatto lì dentro: senza nessun avvocato e interprete. Ho provato tre volte, sperando ogni volta che magari l’avrebbero approvata e avrei avuto i miei documenti legali e mi avrebbero rilasciato. Ma no, era tutto una stronzata. […] Alla fine, ho completato i miei 18 mesi. Dopo ti danno solo un foglio che dice che devi lasciare la Grecia entro un mese. Quando sono uscito, sono andato spontaneamente al campo aperto […] E poi l’ultima [intervista] l’ho fatta quando ero nel campo aperto qui a Corinto. Alla quarta volta ho ottenuto i miei documenti, perché il mio caso era valido, sono rifugiato, sono scappato dall’Afghanistan; dovevano per forza farmi passare degli anni nel terrore prima di capirlo? (Intervista a D.H., ex detenuto nel PRDC di Corinto) LE PERCEZIONI DI CHI GUARDA DA FUORI L’ultimo punto di vista da considerare è quello di chi osserva il detention center dall’esterno, i cittadini di Corinto. Alla sua apertura, le autorità regionali si opposero subito a una struttura del genere, soprattutto per la vicinanza al centro città. Proteste e dissenso, in linea con il principio not in my backyard, vennero anche dai cittadini: alcune azioni, come l’interruzione dell’acqua e della raccolta dei rifiuti, peggiorarono però solo le condizioni interne. Nel 2014 il vicesindaco denunciò le condizioni del centro, ma lavandosene le mani: Abbiamo sentito che le condizioni non sono ideali e questo è qualcosa che dovrebbe essere affrontato da coloro che li hanno portati qui e li ospitano, è una loro responsabilità. Noi non abbiamo nulla a che fare con questo 5. .La struttura suscitava disprezzo e angoscia, e la sua vicinanza al centro abitato alimentava pregiudizi e stereotipi razzisti nati dalla paura dell’ignoto. Il pericolo è sempre in agguato. Dopo una rivolta, alcuni [detenuti] possano scappare e prendere in ostaggio uno dei nostri figli e ricattarlo, per entrare nelle nostre case. aveva spiegato il vicesindaco. 6 La struttura non veniva valutata per la crudeltà inflitta a chi vi era trattenuto, ma per il rischio, immaginato avvalendosi degli stereotipi, verso la società locale. Quando divenne chiaro che il pericolo non riguardava i cittadini, l’attenzione iniziale si trasformò in indifferenza e le proteste si affievolirono fino a scomparire. Le autorità locali capirono che sollevare allarmi avrebbe solo dato visibilità a una struttura la cui collocazione non sarebbe stata messa in discussione e la cui funzione restava estranea alla vita cittadina. La politica del silenzio si rivelò allora lo strumento più efficace: gli abitanti tornarono alla loro routine, ignorando la presenza del centro quasi fino a dimenticarla. Non influenza nessuno localmente. Se non senti niente che succede lì dentro, ti importa davvero di quello che fanno? No, non ti importa se non ti disturbano. Non c’è bisogno di andare a vedere cosa fanno, sarebbe solo gossip. (Intervista a un cittadino di Corinto) Considerare “gossip” l’interesse per una struttura aberrante e lesiva dei diritti umani nella propria città evidenzia una strategia di silenziamento che attecchisce nelle convinzioni locali. Il centro di detenzione viene così relegato all’invisibilità, ignorato da chi non conosce né la sua presenza né la sua funzione: Pensavo ci fosse un parcheggio per le auto. (Intervista a una studentessa di Corinto) Per i più curiosi è una struttura avvolta dal mistero, per altri semplicemente dal silenzio, nessuno ha informazioni: Abito qui vicino, e non ne so molto. Quindi, probabilmente è voluto: non diffondono molte informazioni. (Intervista ad un vicino di casa del PRDC) Come suggerisce questa testimonianza, è credibile l’ipotesi di un intento programmatico volto a nascondere le atrocità che avvengono all’interno. Solo in un’occasione un’informazione è riuscita a oltrepassare le mura del centro, sconvolgendo i cittadini: Una volta, leggendo un giornale di Corinto, abbiamo saputo che un ragazzo si era suicidato in bagno. È stata la prima volta che abbiamo avuto qualche informazione dall’interno, la gente era sotto shock, ma dopo qualche giorno nessuno ne parlava più. (Intervista a una cittadina di Corinto) Molti non sanno cosa pensare della struttura, perché paura, stereotipi e opinioni filtrate dai media si intrecciano e confondono la percezione. Forse c’è un problema di sicurezza, vogliono controllare le persone, vedere chi sono e, secondo me, devono farlo in questo modo, hanno le loro ragioni per farlo. […] Alcuni di loro, forse sono criminali? Devi controllarli prima. (Intervista a un cittadino di Corinto) I pareri spesso oscillano: alcuni riconoscono un’utilità nel centro e al tempo stesso provano sentimenti negativi nei suoi confronti. Ciò che manca è un vero pensiero critico, capace di evitare la ricaduta inconsapevole in pregiudizi e opinioni diffuse – criminalizzanti, razzializzanti o assistenzialiste – fino a chi ha ormai normalizzato ciò che accade: Molte volte le persone fanno lo sciopero della fame, la prima volta provi qualcosa per loro. Dopo non ci fai più caso … in realtà non sai più cosa sia “normale” accanto a te. (Intervista a un cittadino di Corinto) In città c’è anche un campo per richiedenti asilo, situato dietro il detention center e circondato dalle stesse mura. Sulla differenza tra i due regna una grande confusione: molte persone non li distinguono e finiscono per confonderli. Alcuni affermano di aver visto più volte il refugee camp ma mai il detention center, nonostante quest’ultimo si affacci su una strada principale, quella che porta alla stazione e all’autostrada per Atene, mentre l’accesso al campo si trova su una via secondaria e poco visibile. Non credo che la gente sappia che sono due campi diversi, che alcuni escono e altri restano dentro. Sappiamo di più delle isole, meno degli altri campi, anche se sono nella nostra città. (Intervista a una cittadina di Corinto e volontaria di un ong sul territorio) Le politiche di invisibilizzazione raggiungono il loro obiettivo: le strategie di confine relegano questa struttura a uno spazio di inesistenza nel tessuto sociale, facendola scomparire sotto il controllo del potere politico: È qualcosa di chiuso, non può avere impatto all’esterno. E’ come un campo fantasma per la città; il campo rifugiati è un campo vero, con cui puoi interagire. Io lavoro con i fantasmi e quando dico che lavoro lì, la gente non lo sa, e quando spiego mi chiedono solo se è pericoloso, non vogliono sapere altro. (Intervista a una psicologa che lavorava nel PRDC) Secondo l’analisi di Brighenti (2010, p.126) 7, perfettamente applicabile al caso in esame, i confini territoriali dello spazio pubblico – e dunque i regimi di (in)visibilità che lo strutturano – sono plasmati dalle molteplici relazioni tra i soggetti che concorrono alla definizione e alla gestione del potere, delle rappresentanze, dell’opinione pubblica, del conflitto e del controllo sociale. In questo quadro, il centro di detenzione, con la sua facciata bianca e apparentemente innocua, rimane immobile e silenzioso, avvolto dal traffico di una delle principali arterie stradali della città: presente ma nascosto, anche in piena luce. Le testimonianze di due volontarie di una ONG attiva a Corinto permettono di far emergere con chiarezza la questione dell’in-visibilità, mostrando come la volontà di vedere o, al contrario, di ignorare produca prospettive radicalmente diverse: 1. Non è così riconoscibile se non vuoi farci attenzione, però è comunque un enorme muro con dentro una prigione per innocenti nella tua città. Una volta siamo passati lì di fianco, dove il muro è crollato e si vede dentro. C’era una persona in lontananza dietro le sbarre …io sto qua e lui sta là, e allora non puoi non vederlo e non pensarci. Poi va beh sta a te, nel senso se ci passi davanti ignorandolo senza mai guardare, allora non lo vedi 2. E’ un muro anonimo, facciata bianca, ben sistemata, con il tettuccio rosso. Sì, okay c’è il filo spinato, ma ormai il filo spinato è ovunque, uno è abituato non ci fa caso. Ho pensato che, se avessi nella mia città un muro così potrei anche io non sapere cosa c’è dentro. Se uno non si informa sicuramente quel posto non va da lui a dirgli cos’è; devo avere la volontà di informarmi, ma lo sappiamo che ignorare è più facile. Mi ha fatto paura pensare a quanto è facile nascondere queste cose. A sinistra, i cancelli di ingresso del detention center; a destra le case, i bar e i ristoranti, simbolo della vita quotidiana che si svolge difronte al centro di detenzione. Fotografie scattate personalmente in data 7 maggio 2024 Nel caso di Corinto, il detention center, situato lungo una strada trafficata e quotidianamente attraversata, è sotto gli occhi di tutti e, tuttavia, rimane invisibile. Nessuno si domanda cosa si nasconda dietro quelle alte mura bianche, né perché da quel cancello scuro entrino ed escano soltanto auto della polizia o, ancora, perché talvolta all’ingresso siano schierate pattuglie in tenuta militare. Le domande si sono esaurite: tutto è stato normalizzato nella routine urbana, e così un luogo pienamente esposto alla vista diventa invisibile, incapace di suscitare qualsiasi sentimento, che sia curiosità, inquietudine, disapprovazione o indignazione. L’invisibilità e la «banalità dei campi», come la definisce Agier (2014) riprendendo il concetto arendtiano, si trasforma in una risorsa per le politiche dell’indifferenza e della violenza su cui si fonda l’agenda europea in materia migratoria. CONCLUSIONI Attraverso politiche di deterrenza volta a colpire le persone in movimento, escludendole dal diritto e confinandole oltre la dignità umana, gli stati europei trasformano l’accoglienza in in-accoglienza e prigionia. Il trattenimento si colloca in una zona grigia di legalità, istituzionalizzando un vero e proprio “mostro giuridico” che criminalizza la migrazione tramite strumenti tipici del penale. I richiedenti asilo chiamano il centro «jail», una prigione senza reati né condanne, priva di garanzie e segnata da brutalità quotidiane. Molti paragonano i centri di detenzione europei ai lager vissuti altrove; «Sono stato in una prigione così anche in Turchia». (Intervista ad un richiedente asilo) e mentre l’Europa li condanna in nome della sua presunta democrazia, nei fatti collabora con quegli stessi paesi, condividendone pratiche e responsabilità per perseguire la sua agenda anti-migratoria. Il DPCR agisce come struttura illecita che viola, come abbiamo visto, principi fondamentali: il diritto di difesa, la libertà personale (art. CEDU) 8, il divieto di trattamenti inumani o degradanti (art. 5 CEDU) e il diritto d’asilo (art. 14 UDHR; art. 1 Convenzione di Ginevra) 9. Nonostante ciò, continua ad agire indisturbato, invisibile all’esterno ma sempre più brutale per chi ne subisce gli effetti. Torna allora utile la nozione di «violenza invisibile» di Žižek (2007) 10, la violenza insita in un sistema strutturalmente malato. Denunciare ogni manifestazione della “mentalità campo” e resistere alla sua normalizzazione significa gettare la luce sui campi tenuti nell’isolamento da quegli stati “moderni” che proclamano democrazia e libertà mentre si rendono complici della violazione dei diritti umani. Le testimonianze raccolte rivelano un sistema che tratta i corpi come oggetti da gestire e non come vite degne. Le voci però, in quanto storie di vita, hanno «il pregio di sfumare le gerarchie» (Montes, 2019) 11 e sono in grado di restituire una visione reale del contesto, rivelando tensioni, contraddizioni e meccanismi di potere che sfuggono a un’analisi puramente strutturale o teorica. L’alternanza tra punti di vista mostra come il centro sia simultaneamente luogo di controllo, spazio di resistenza e terreno di invisibilizzazione; tale invisibilità, rafforzata dall’indifferenza locale e dalla marginalizzazione del centro, facilita la continuità della violenza istituzionale. È allora essenziale rompere il silenzio e denunciare le responsabilità politiche della sofferenza nei centri di detenzione europei: come ricorda Gilroy (2000, P. 87) 12 «non possiamo accettare moralmente di ignorare il campo». Restituire queste voci significa non solo documentare le condizioni materiali o normative, ma lasciare che siano le esperienze vissute, le parole stesse dei soggetti, a rivelare le dinamiche di oppressione e a rendere visibile ciò che il sistema tenta di nascondere. 1. In questo contributo, ho privilegiato il registro diretto delle testimonianze dei miei interlocutori: numerose citazioni, anche estese, vengono riportate integralmente, mentre la mia voce analitica si mantiene più discreta, poiché in diversi passaggi le parole stesse dei partecipanti risultano sufficienti a illuminare le dinamiche, le tensioni e le condizioni del centro ↩︎ 2. Affermazione che si pone in contrapposizione con le testimonianze relative alla mancanza di personale, ma comunque rivela una sproporzione tra gli agenti di sicurezza e gli operatori “sociali” ↩︎ 3. Fassin, D. (2005). Un ethos compassionevole. La sofferenza come linguaggio, l’ascolto come politica. 93-110 ↩︎ 4. Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 5. Citazione dal sito Detention landscapes, centro di detenzione pre-espulsione di Corinto, raccolta di testimonianze ↩︎ 6. Ibidem ↩︎ 7. Brighenti, A. M. (2010). Visibility in Social Theory and Social Research. New York: palgrave macmillan ↩︎ 8. Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo ↩︎ 9. Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo; Convenzione di Ginevra ↩︎ 10. Žižek, S. (2007). La violenza invisibile. (C. Capararo, & A. Zucchetti, Trad.) Milano: Rizzoli ↩︎ 11. Montes, S. (2019). Perché le storie di vita. Una riflessione antropologica. Dialoghi Mediterranei, n. 39 ↩︎ 12. Gilroy, P. (2000). Between camps: Nations, culture and the allure of Race. Londra: Allen Lane ↩︎
ll caso del PRDC di Corinto
CONFINI, PROTESTE E CORPI LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E LA NECROPOLITICA EUROPEA NEL PRDC DI CORINTO Una raccolta di indagini e voci, nell’ambito di una ricerca sul campo di quattro mesi, racconta il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto (PRDC/PRO.KE.KA.), uno dei sette istituti di trattenimento amministrativo rivolto agli “stranieri irregolari 1” presenti in Grecia. I centri di detenzione gettano i trattenuti in una condizione in bilico tra, come lo descriverebbe Stefano degli Uberti (2019) 2, l’essere «forzati dentro», intrappolati in una prigione, e allo stesso tempo «lasciati fuori» dalle dinamiche sociali e spaziali, ottemperando alla volontà politica di criminalizzare, escludere e nascondere. Eppure, nonostante i tentativi delle istituzioni di invisibilizzarla, la struttura – per quanto apparentemente impermeabile – interagisce con l’esterno, attraverso le voci che oltrepassano mura e sistemi di sicurezza. La maggior parte dei cittadini locali ignora la sua l’esistenza ma per alcune persone il nome “Corinto” richiama immediatamente il centro di detenzione: Se sei un minimo nel giro, appena si dice Corinto, la prima cosa che le persone ti dicono è il detention center. Comunque, è – insieme ad Amigdalesa – il più grande della Grecia. (Intervista ad una attivista) 1. Un istituito che nasce nella criminalizzazione e si struttura nella lesione dei diritti: Il PRDC di Corinto viene inaugurato nel 2012 insieme ad altre strutture, tra cui Amygdaleza, Paranesti e Xanthi; la decisione si inserisce in un più ampio piano governativo volto ad ampliare gli spazi destinati al “contenimento” della cosiddetta “massa migrante criminalizzata”. I centri di detenzione e pre-allontanamento, gestiti dalla polizia ellenica e istituiti tramite decreto governativo 3 che ne definisce funzioni e quadro giuridico, dovrebbero costituire una misura eccezionale nella “gestione” della migrazione. In realtà, però, in Grecia – come in altri Paesi UE – il ricorso alla detenzione è progressivamente aumentato negli ultimi anni. La legge 4939/2022 4 (Codice dell’asilo) e le direttive più recenti, tra cui la legge 5226/2025, ne hanno ampliano l’uso in nome della “protezione delle frontiere”; una tendenza destinata a rafforzarsi ulteriormente con l’entrata in vigore, nel giugno 2026, del Patto europeo su migrazione e asilo. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 Una ricerca del 2023 documenta l’attività di queste strutture – cinque situate sulla terraferma e una sull’isola di Kos – per un totale di 3.676 posti disponibili, con la capienza maggiore registrata proprio nel centro di Corinto. Tabella 1 – Fonte: Direzione della polizia ellenica, 18 gennaio 2024. Dal sito AIDA, Place of detention, Greece Oltre all’uso massiccio e improprio del trattenimento, numerose denunce riguardano le condizioni gravemente lesive dei diritti umani in queste strutture. L’indagine invita a interrogarsi sulla necropolitica europea (Mbembe, 2003) 5 e sul ruolo del trattenimento amministrativo come dispositivo aberrante e disumanizzante, prendendo in esame il PRDC di Corinto come caso specifico per far emergere ciò che realmente accade all’interno di queste strutture. Attraverso analisi storico-antropologica, rapporti di ONG, testimonianze e osservazione etnografica, emerge un sistema opaco e degradante, nascosto dalla politica. In queste strutture, scioperi della fame, autolesionismo e suicidi diventano forme estreme di resistenza, in cui il “corpo sofferente del migrante” (Sorgoni, 2022) 6 resta l’unico mezzo di rivendicazione. Intanto, nei contesti in cui sono immersi, si rafforzano l’indifferenza locale, la normalizzazione della violenza istituzionale e l’invisibilizzazione di questi centri. Così, strutture sempre più invisibili all’esterno diventano sempre più brutali per chi le subisce, rivelando la contraddizione di Stati che si proclamano democratici mentre violano sistematicamente i diritti umani. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA GRECIA: GRAVI E PERSISTENTI VIOLAZIONI NEI CENTRI DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE La denuncia al Comitato per la Prevenzione della Tortura e delle Pene Inumane e Degradanti Ludovica Mancini 11 Febbraio 2025 Il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto è una struttura composta da otto edifici a due piani, ciascuno con due ali di dormitori comuni per almeno 12 persone, e un solo bagno per piano. La capacità ufficiale è di circa mille persone, ma il numero effettivo varia a seconda degli arrivi e dell’applicazione, spesso irregolare, della legge e del sistema amministrativo-burocratico. I trattenuti sono uomini provenienti principalmente da Paesi che hanno stipulato con la Grecia accordi di rimpatrio o considerati “sicuri” 7, come Albania, Turchia, Bangladesh e India. Attualmente, la Grecia considera la Turchia “paese terzo sicuro” per richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Bangladesh, Pakistan e Somalia, comportando per queste persone un ulteriore motivo di respingimento o detenzione pre-rimpatrio. Le testimonianze riportano tempi di detenzione principalmente tra i sei e i diciotto mesi, limite massimo imposto dall’attuale legge. Ufficialmente, le persone detenute dovrebbero essere attinte da un provvedimento di espulsione, ma spesso vengono rinchiusi anche richiedenti asilo appena sbarcati o arrestati prima di poter fare domanda di protezione internazionale; talvolta anche minori, in violazione di principi cardine come quelli sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 1989. Iniziamo quindi a vedere l’erosione dei diritti, da quello d’asilo alle condizioni di vita a cui le persone detenute sono costrette da anni. 2. Dal 2012 a oggi: denunce continue sulle condizioni del centro Nonostante la struttura operi in una totale opacità e tenti di negare ogni accesso dall’esterno, il PRDC di Corinto è stato al centro di denunce fin dalla sua apertura. Nel 2012, una delegazione europea per i diritti umani 8, testimoniò la presenza di oltre 1.050 detenuti, molti dei quali trattenuti da più di un anno, in condizioni terribili: sovraffollamento, cibo scarso, servizi igienici insufficienti e nessuna assistenza medica. Nel novembre dello stesso anno, una protesta che coinvolse 800 detenuti venne sedata con gas lacrimogeni e azioni di forza. Nel 2013, due detenuti afgani morirono per mancanza di cure 9, e nel 2014 vennero denunciati 10 casi vulnerabili e atti di autolesionismo senza la dovuta assistenza. Quando, sempre nel 2014, il Consiglio Giuridico Greco autorizzò il prolungamento della detenzione oltre i 18 mesi, fu organizzato dai trattenuti un grande sciopero della fame: Oggi, 9 giugno 2014, noi detenuti abbiamo iniziato uno sciopero della fame. Sentiamo un’immensa pressione a causa dei nostri destini sconosciuti. 11 si legge nella loro dichiarazione. Scioperi della fame e rivolte dei detenuti hanno continuato a emergere con frequenza come risposta agli abusi, ma vengono sistematicamente repressi con l’uso della forza, senza produrre alcun miglioramento delle condizioni interne. Nel 2015, il governo Syriza chiuse e svuotò la struttura per poi riaprirla nello stesso anno, rivelando il carattere simbolico e propagandistico dell’intervento, perché non c’è mai stata la volontà di cambiare quest’istituto. Tsipras (leader di Syriza) aveva preso l’impegno di chiuderlo (il centro di detenzione). Solo che cosa ha fatto? improvvisamente apre, e tutti devono andarsene; ci saranno state quattrocento persone, senza soldi, non sanno cosa fare, affamati. Siamo andati a cercarli; molti li abbiamo trovati al porto, sulle panchine. Poi sono andati via perché li avevano portati qua dalle retate, alcuni vivevano in altre città. Dopo però il centro non poteva stare chiuso, c’era il business; quindi, ha riniziato a funzionare poco dopo. (Intervista ad una attivista, cittadina di Corinto) Nel 2016, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) denunciò 12 la predominanza di detenuti marocchini e algerini, seguita, pochi mesi dopo, da pakistani e bengalesi, segnalando una chiara selettività etnica. Tra il 2016 e il 2018, il GCR (Greek Council for Refugees) 13 e altre organizzazioni denunciarono condizioni disastrose: infestazioni, mancanza di acqua calda, celle sporche, malattie e assenza di attività ricreative. Nel 2018 fu introdotto l’uso del cellulare, permettendo una minima connessione con l’esterno, tuttavia, senza sim-card, questa concessione si svuota e rivela un secondo fine: Ci lasciavano i cellulari, tattica efficace per sedarci… così passi tutto il giorno al telefono. (Intervista a Matt Broomfield) 14 Nel 2021, un ragazzo curdo si è suicidato dopo 16 mesi di detenzione, scatenando una protesta violenta e facendo parlare anche i giornali: Ha preso una corda, sì, se l’è messa attorno al collo ed è andato in bagno. L’hanno trovato morto. È successo di sabato, quindi gli unici presenti erano gli agenti di polizia. Dopo i detenuti hanno iniziato una protesta, hanno bruciato tipo metà del centro. (Intervista ad una psicologa che lavorava nel PRDC) Nel 2023, dopo oltre cinque anni di mancate visite ispettive, il CPT ha rilasciato un rapporto 15 sulle “condizioni catastrofiche” del centro, con infestazioni di scarafaggi e cimici e un’epidemia di tubercolosi che ha messo a rischio la salute dei detenuti, come dimostrato dalla morte di un ragazzo per polmonite, avvenuta senza che ricevesse cure mediche. Tra le principali problematiche, i dipendenti denunciano la scarsità di personale, soprattutto medico. Hanno deciso che non servivano tante persone. Quando l’ultima assistente sociale se n’è andata, sono rimasta completamente sola per un anno, la sera non c’era personale. Nemmeno un medico, nessuno voleva lavorare lì; e non sempre c’era un’interprete. Ho dovuto lasciare anche io perché ci facevano contratti addirittura mensili, ogni mese non sapevamo se avremmo avuto lavoro. Il 26 febbraio 2024, trentasei richiedenti asilo egiziani 16 hanno iniziato uno sciopero della fame contro il silenzio e lo stallo delle procedure di asilo, la negligenza medica e le condizioni disumane. Notizie/CPR, Hotspot, CPA GRECIA. SCIOPERO DELLA FAME NEL CENTRO DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE (PRDC) DI CORINTO Condizioni degradanti e negazione dei diritti fondamentali nei PRDC Chiara Spinnicchia 22 Marzo 2024 Secondo quanto riferiscono Solidarity with Migrants, Equal Rights Beyond Borders e Ef.Syne, le proteste sono state violentemente represse 17 dalle autorità, con incursioni, perquisizioni e intimidazioni. Il 20 febbraio, l’Ombudsman 18 ha richiesto il rilascio degli scioperanti, ma l’appello è stato ignorato. Otto detenuti sono stati trasferiti al PRDC di Amygdaleza per indebolire la protesta. Il Border Violence Monitoring Network, nel rapporto “Violence Within State Borders: Greece” 19, denuncia carenze di beni essenziali (tra cui indumenti intimi e farmaci), una situazione alimentare precaria con cibo di pessima qualità, e restrizioni di movimento, con ore di coprifuoco imposte e limitazioni di accesso all’“l’aria aperta”, in una stretta e rigida sorveglianza. Il Mobile Info Team riporta 20 gravi deterioramenti della salute mentale tra i detenuti, con casi di autolesionismo e il suicidio, nascosto ai media, di un ragazzo egiziano. Fotografie degli spazi interni del detention center che mostrano la separazione delle celle tramite sbarre, servizi igienici in pessime condizioni e un particolare dei letti a castello, circondati da lenzuola per creare privacy. Fonte: Detention landscape e Border Violence Monitoring Network Durante la mia permanenza a Corinto, un nuovo sciopero della fame era in corso. Un gruppo di attivisti locali ha organizzato una manifestazione in solidarietà agli scioperanti, e con il tentativo di far sapere in città quanto stava accadendo nel centro. Tuttavia, i cittadini di Corinto non sembrano aver mostrato alcun interesse: molti ignorano l’esistenza stessa del centro di detenzione e persino alcuni residenti delle aree circostanti non sanno cosa accada al suo interno, dimostrando quanto efficace sia stato il processo di invisibilizzazione. 3. Protesta, corpo e confine: uno sguardo antropologico Una protesta è una performance di conflitto (Pellander, Horsti; 2018) 21 in cui i manifestanti rivendicano dignità opponendosi a decisioni e costrizioni. In questo contesto emergono due forme di dissenso: la ribellione dei detenuti, espressa attraverso i loro corpi, e quella solidale dei cittadini, che cercano di amplificarne le voci. Lo sciopero della fame è una strategia estrema in cui il corpo diventa l’unico strumento di rivendicazione politica: il confine lo attraversa e lo trasforma con un processo di embodiment (Vradis et al., 2020) 22, rendendolo mezzo di denuncia della violenza statale. La somatetica (risonanza somatica (Achenbach, 2024) 23 propone il corpo come luogo di lotta contro questa oggettivazione violenta attraverso il rifiuto. Sfidando la comprensione tradizionale di cosa può essere politico, lo sciopero della fame utilizza un gesto di sacrificazione della salute personale in virtù della causa. Si esemplifica così una forma di necropolitica, ovvero il diritto di lasciar morire individui come parte delle politiche dello stato. Il potere, nella sua massima espressione di controllo sulla vita altrui, è in grado di decidere chi vive e chi muore: Loro usano questa cosa per farci pressione, ma non ci riescono: non mangiare è una loro scelta noi non possiamo farci niente. Cerchiamo di spiegargli che è un diritto umano anche decidere di morire, siamo formati per questo. Per loro non è facile, ma per noi problemi così sono fin troppo semplici da gestire. (Intervista ad un dipendente del PRDC) La morte viene così presentata come diritto, mentre i diritti negati per cui si protesta – come l’asilo – perdono valore. L’enfasi sul “diritto a morire” esemplifica l’esercizio del potere politico che si inserisce nel bios, trasformandosi in biopotere (Foucault) e politiche di morte. L’autolesionismo è un discorso silenzioso che richiede l’attenzione di chi è responsabile della condizione che lo genera; quando questa attenzione non arriva e l’atto viene ridotto a scelta personale, esso perde efficacia. Le gerarchie di potere riducono la ribellione a un’incomprensione dei diritti umani, un’ironica distorsione per chi lotta proprio per difenderli. Nyers (2003, p.1087) 24 definisce «riconquiste sovrane» i processi di riassorbimento del dissenso dentro la logica democratica, dove anche “le prese radicali” (come uno sciopero della fame) possono essere svuotate – piuttosto che avvalorate – in nome del “diritto”. Gli operatori del centro di detenzione dichiarano di essere istruiti a “lasciar scaricare” la protesta, evitando concessioni che creino precedenti; la richiesta d’ascolto viene quindi ignorata e invalidata come ignoranza: non capire che la morte è un diritto. La psicologa del centro, parallelamente, medicalizza la protesta, concentrandosi sui corpi sofferenti e non sulla causa politica, vulnerabilizzando i detenuti anziché riconoscerli come agenti di attivismo. Lo sciopero della fame è un «attivismo impossibile» (Nyers 2003) in quanto il dolore, radicato nella condizione generale e non solo nell’atto fisico, non viene riconosciuto come sofferenza legittima. Le richieste degli scioperanti vengono depoliticizzate e normalizzate, considerate routine: Ma poi queste cose continuano a succedere, tutti a un certo punto fanno lo sciopero della fame, sono sempre le stesse cose, è una piccola abitudine ora per me. (Intervista a un ufficiale di polizia del PRDC) Lo sciopero della fame, come tutte le azioni dimostrative che coinvolgono i corpi detenuti, non può essere ridotto a una semplice “richiesta di aiuto”, svuotata di significato, strumentalizzata, ignorata e confinata entro le mura del detention center, proprio come le persone da cui prende origine. Le azioni solidali che si sviluppano all’esterno, in continuità con le proteste che partono dall’interno, cercano allora di abbattere questo confine, esercitando pressione dall’altra parte e “disturbando” lo spazio urbano per traslare in un’area di visibilità ciò che si tenta di mantenere nascosto. La città stessa può diventare il palcoscenico su cui ri-politicizzare la protesta, sottraendola all’invisibilità prodotta da polizia e personale del centro, veri e propri “guardiani di frontiera” quotidiani. Tuttavia, la protesta raramente riesce a ottenere una reale risonanza mediatica: i messaggi restano circoscritti a una cerchia sensibile, mentre la violenza interna continua indisturbata, rimanendo invisibile dietro mura e filo spinato. Sulle pareti del centro di detenzione e intorno al perimetro, compaiono i messaggi solidali dei pochi attivisti che tentano di esternalizzare la denuncia; eppure, ancora oggi, dopo anni di proteste, la maggioranza dei cittadini di Corinto ignora ciò che, dal 2012, avviene all’interno di quel confine. CONCLUSIONE Questa analisi mostra come la detenzione amministrativa non rappresenti semplicemente uno strumento tecnico di gestione delle migrazioni, come vorrebbero far passare nei messaggi propagandistici, ma un dispositivo politico attraverso cui gli stati europei esercitano forme di controllo, esclusione e violenza sui corpi delle persone in movimento. Da oltre un decennio, rapporti ufficiali, ONG e operatori denunciano sovraffollamento, violenze, mancanza di cure, epidemie e suicidi: una condizione di violenza sistemica e continuativa, conosciuta e ignorata dalle istituzioni. Eppure, il centro non solo resta aperto, ma continua a funzionare come paradigma di un sistema che normalizza l’erosione dei diritti; la violenza che si consuma in questi spazi non è un incidente né una deviazione dall’ordine stabilito, è il suo funzionamento ordinario. In questo contesto, la protesta attraverso il corpo – l’ultimo spazio di espressione e di resistenza – assume una dimensione profondamente politica: i detenuti trasformano la propria vulnerabilità in una forma di rivendicazione che mette in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee. Tuttavia, come mostrato, queste forme di dissenso rischiano spesso di essere neutralizzate, medicalizzate, banalizzate, ridotte a comportamento individuale o riassorbite dallo stesso sistema che le genera e che rimane invisibile. E allora queste proteste non possono restare isolate, ma devono risuonare anche fuori, oltre il confinamento, intrecciandosi con chiunque creda nel valore dei diritti fondamentali. Corinto non è un’eccezione ma il sintomo di un’Europa che proclama democrazia e diritti umani, ma alimenta strutture di oppressione sistematica. Dopo oltre dieci anni di denunce, la questione non è più capire cosa accade dentro il centro, perché lo sappiamo già; bisogna però continuare a raccontarlo per fare in modo che chi ignora questi luoghi, non possa più ignorarli, che chi li tollera non debba più essere disposto a farlo. Perché nel silenzio questi luoghi crescono e cresceranno, come vedremo con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo del 2026 che rafforzerà questa deriva, consolidando la detenzione come strumento centrale della politica migratoria. Se l’analisi storico-teorica permette di cogliere i meccanismi politici e simbolici che sostengono il sistema della detenzione amministrativa e di ricordare da quanti anni persista un dispositivo violento, sono le voci di chi vive, lavora o osserva questi luoghi a rivelarne la dimensione concreta. Spostando lo sguardo dalle strutture alle persone che le abitano o le attraversano quotidianamente, emerge la realtà dietro le mura: corpi reali, sofferenza tangibile e atti di resistenza che il sistema continua a ignorare. Nel prossimo contributo, la ricerca si apre quindi a una raccolta di voci provenienti dall’interno e dall’esterno del centro di Corinto, con l’obiettivo di restituire la complessità delle esperienze e delle percezioni che attraversano questo spazio di confine. 1. “Stranieri irregolari”, è un termine che uso tra virgolette, come fosse una citazione, per sottolineare come questa sia la dicitura utilizzata dagli istituti pubblici e dalle propagande politiche, la quale non trova però riscontro, a mio parare, con la realtà. Nello scenario attuale le persone, più che essere irregolari, sono irregolarizzate dalle politiche che prima ostacolano i percorsi di inserimento regolare e poi demonizzano con queste etichette, chi non ha avuto modo – proprio a causa delle politiche avverse – di legalizzare la sua presenza ↩︎ 2. Degli Uberti, S. (2019). Borders within. An Ethnographic Take on the Reception Policies of Asylum Seekers in Alto Adige/ South Tyrol. Archivio antropologico mediterraneo, Anno XXII, n. 21 (2), 1-21 ↩︎ 3. Decisione ministeriale congiunta 8038/23/22-M – Gazzetta ufficiale 118/B/21-1-2015, Proroga del funzionamento dei Centri di Detenzione Pre-allontanamento per Stranieri ↩︎ 4. Εφημερίδα της Κυβέρνησης της Ελληνικής Δημοκρατίας, NOMOΣ ΥΠ’ ΑΡΙΘΜ. 4939 ΦΕΚ Α 111/10.6.2022. Κύρωση Κώδικα Νομοθεσίας για την υποδοχή, τη διεθνή προστασία πολιτών τρίτων χωρών και ανιθαγενών και την προσωρινή προστασία σε περίπτωση μαζικής εισροής εκτοπισθέντων αλλοδαπών. (Trad. Gazzetta del governo della Repubblica Ellenica, LEGGE N. 4939 Gazzetta ufficiale A 111/10.6.2022. Ratifica di un codice legislativo sull’accoglienza, la protezione internazionale dei cittadini di paesi terzi e degli apolidi e la protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di stranieri sfollati) ↩︎ 5. Mbembe, A. (2003). Necropolitics. Public Culture,15 (1), 11-40. ↩︎ 6. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati. Roma: Carocci editore ↩︎ 7. Per comprendere quali paesi sono considerati “di origine sicura” ai sensi dell’articolo 92 del Codice d’asilo si legga qui: e elenco europeo dei “paesi di origine sicuri“, Commissione europea ↩︎ 8. Corinth: illustration of detention conditions in Greece, (Cap.2, B.5, pp.77-79), in “Frontex between Greece and Turkey: at the border of Denial”. FIDH, Migreurop, EMHRN ↩︎ 9. La comunità afgana in Grecia testimonia la morte di Mohammad Hassan il 27 luglio 2013, dopo 11 mesi di detenzione a Corinto, e la morte di Nezam Hakimi il 4 novembre 2013 dopo quattro mesi di detenzione nonostante malato di cancro, completamente ignorato. ↩︎ 10. Rapporto, Condizioni Detenzione amministrativa e accesso alla procedura di asilo, ottobre 2014 ↩︎ 11. Sciopero della fame nel detention center di Corinto per protestare contro la detenzione a tempo indeterminato, 2014 ↩︎ 12. Report to the Greek Government on the visit to Greece carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) ↩︎ 13. Η διοικητική κράτηση στην Ελλάδα: Διαπιστώσεις από το πεδίο (2018), Ελληνικό Συμβούλιο για τους Πρόσφυγες (trad: La detenzione amministrativa in Grecia: risultati sul campo (2018), Consiglio greco per i rifugiati) ↩︎ 14. Dalle parole di Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎ 15. Council of Europe anti-torture Committee (CPT) again calls on Greece to reform its immigration detention system and stop pushbacks, 2024 ↩︎ 16. In seguito al naufragio al largo della costa di Kalamata, gli uomini sono stati separati dalle donne e dai bambini e trasferiti direttamente alla struttura di detenzione di Corinto. Sostenuti da Equal Rights Beyond Borders, il gruppo di uomini ha presentato un rapporto all’Ombudsman (difensore civico) il 15 febbraio 2024, contestando la legalità della detenzione ↩︎ 17. Άγρια καταστολή σε κρατούμενους πρόσφυγες της Κορίνθου, (trad. Brutale repressione dei rifugiati detenuti a Corinto), Ef.syn ↩︎ 18. L’Ombudsman è un’autorità indipendente che tutela i diritti dei cittadini e vigila sull’operato delle istituzioni pubbliche, garantendo il rispetto delle leggi e dei diritti umani. In Grecia svolge un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti di migranti e rifugiati, monitorando le condizioni nei centri di detenzione e altri aspetti legati all’immigrazione ↩︎ 19. Si legga il rapporto ↩︎ 20. “When and how will I get out of here?” Statement on the deteriorating mental health of detainees at Corinth detention centre” (Mobile Info Team, 22 marzo 24) ↩︎ 21. Pellander, S., & Horsti, K. (2018). Visibility in mediated borderscapes: The hunger strike of asylum seekers as an embodiment of border violence. Political Geography, 66, 161-170. ↩︎ 22. Vradis, A., Papada, E., Papoutsi, A., & Painter, J. (2020). Governing mobility in times of crisis: Practicing the border and embodying resistance in and beyond the hotspot infrastructure. Society and Space, (38) 6, 981 – 990 ↩︎ 23. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198 ↩︎ 24. Nyers, P. (2003). Abject Cosmopolitanism: the politicsof protection in the anti-deportation movement. Third World Quarterly, Vol 24, No 6, 1069–1093 ↩︎