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CPR, porte chiuse alla società civile: le prefetture blindano i centri
Tra l’estate e l’autunno 2026 ASGI, nell’ambito del progetto InLimine – Il diritto di sapere 1, ha chiesto di entrare in tutti i Centri di Permanenza per il Rimpatrio attivi in Italia. Le prefetture hanno risposto con preavvisi di rigetto, silenzi o autorizzazioni vincolate a gravi limitazioni. «Come ci aspettavamo, molte prefetture ci hanno imposto limitazioni all’accesso che sviliscono il fine ultimo del progetto: consentire al cosiddetto “signor nessuno” di entrare nei centri di trattenimento», spiegano da InLimine. Una scelta che, nell’opacità che da sempre circonda il sistema della detenzione amministrativa, pesa ancora di più. L’obiettivo di InLimine era entrare con delegazioni di cinque persone dalle competenze diverse: personale sanitario, giornaliste, ricercatrici, mediatrici, giuriste. Uno sguardo plurale, capace di leggere insieme le condizioni sanitarie, giuridiche e materiali del trattenimento. Le condizioni poste dalle prefetture andavano nella direzione opposta. «Accettarle avrebbe significato dimezzare le delegazioni ed escludere le aree sanitarie e i luoghi di trattenimento, sottraendo allo sguardo esterno proprio i luoghi più importanti per la tutela delle persone trattenute», spiega il progetto. A Caltanissetta e a Macomer l’accesso è stato autorizzato solo per una delegazione ridotta, senza possibilità di entrare nelle celle e nelle aree sanitarie, consultare i registri, parlare con le persone trattenute o effettuare riprese. Dopo uno scambio di memorie, le limitazioni sono state confermate e la delegazione ha rifiutato di entrare. «Non entriamo a condizioni inaccettabili», è la linea rivendicata da InLimine: una visita guidata nelle aree comuni non è monitoraggio. Le risposte arrivate da territori diversi sono quasi identiche nel contenuto e nella forma. «Indicano un orientamento uniforme, che nega alla società civile qualsiasi ruolo di monitoraggio e lo riserva alle sole figure istituzionali», osservano da InLimine. Eppure il diritto della società civile di accedere a questi luoghi è già stato affermato più volte dai tribunali amministrativi, da ultimo dal TAR Lazio nel febbraio 2026. Per questo è stata inviata una replica a ciascuna prefettura con memorie scritte: «Le limitazioni opposte si pongono in antitesi al diritto di accesso ai luoghi di permanenza dei cittadini stranieri riconosciuto alla società civile». Il passo successivo sarà il contenzioso, che il progetto sta strutturando in queste settimane. «I centri di permanenza per il rimpatrio sono luoghi di sospensione dei diritti. Mantenere al loro interno un effettivo controllo democratico e uno sguardo indipendente è indispensabile», ricordano da InLimine. «L’obiettivo è arrivare al riconoscimento del diritto del “signor nessuno” di entrare in un CPR per monitorare e denunciare, esattamente ciò che oggi la pubblica amministrazione esclude». LE RISPOSTE, CENTRO PER CENTRO * Caltanissetta: accesso autorizzato per una delegazione ridotta, senza ingresso nelle celle e nelle aree sanitarie, senza consultazione dei registri, colloqui con le persone trattenute né riprese audio-video. Limitazioni ribadite dopo lo scambio di memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Macomer: stesse condizioni di Caltanissetta, confermate dopo le memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Gradisca d’Isonzo: preavviso di rigetto che nega il ruolo di monitoraggio della società civile. Inviate memorie, si attende risposta. * Palazzo San Gervasio: preavviso di rigetto con accesso alle sole aree comuni e senza colloqui con le persone trattenute. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Torino: preavviso di rigetto con le stesse limitazioni. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Bari: accesso negato per potenziali interferenze con le prestazioni sanitarie; negate le riprese per una possibile violazione della privacy e per il rischio di rivolte che l’ingresso della delegazione potrebbe causare. * Milano: in attesa di risposta. * Roma (Ponte Galeria): nessuna risposta, nonostante il sollecito. * Brindisi: nessuna risposta, nonostante il sollecito. PERCHÉ UNO SGUARDO INDIPENDENTE È INDISPENSABILE Le limitazioni arrivano mentre si moltiplicano i segnali di un sistema sempre più costoso, affollato e inefficace. L’ultimo aggiornamento del report “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari conta 6.835 persone trattenute nei CPR nel 2025, di cui solo una su quattro rimpatriata. La permanenza media è salita a circa 148 giorni e la spesa è cresciuta del 40,5% tra il 2023 e il 2025. Non esiste un dataset pubblico sui CPR, e ASGI segnala difficoltà persino nell’ottenere informazioni sui cosiddetti locali idonei. A Torino la relazione del Garante nazionale, registra in un anno 138 episodi di autolesionismo, appena il 13,8% di persone rimpatriate, certificazioni di idoneità sommarie e persone con gravi patologie trattenute. Nello stesso CPR nemmeno le avvocate e gli avvocati dell’Unione Camere Penali hanno ottenuto un pieno accesso alle aree di trattenimento. Lo avevamo documentato anche noi il 28 settembre, nel report sulla visita al CPR di Caltanissetta del 13 luglio: alla delegazione era stato impedito di entrare nei padiglioni abitativi e di consultare il registro degli eventi critici. E l’opacità non riguarda solo i CPR. In Campania, mentre il territorio si oppone al nuovo centro di Castel Volturno, circa 200 persone sono state rimpatriate negli ultimi tre anni passando direttamente dalle questure, cioè dai locali idonei: i luoghi di trattenimento meno visibili e meno controllati. DA CASTEL VOLTURNO AL CONTENZIOSO Le risposte delle prefetture saranno portate in piazza sabato 24 ottobre a Castel Volturno, dove associazioni, sindacati e movimenti da tutta Italia si ritroveranno per la manifestazione nazionale contro la costruzione del nuovo CPR. «Saremo presenti per portare le risposte delle prefetture e le ragioni della scelta di non entrare a condizioni inaccettabili», concludono da InLimine. * Sabato 24 ottobre, Castel Volturno: manifestazione nazionale contro il nuovo CPR. * Domenica 25 ottobre, ore 10, Ex Asilo Filangieri (Napoli): assemblea nazionale e tavoli di lavoro del Network Against Migrant Detention. * Venerdì 30 ottobre, Radio Radicale: puntata dedicata al progetto InLimine – Il diritto di sapere e alla manifestazione di Castel Volturno. 1. Il progetto InLimine – Il diritto di sapere di ASGI promuove azioni contro l’invisibilità dei luoghi di trattenimento per persone migranti, rafforzando la capacità di controllo della società civile. Contatti: dirittodisapere@asgi.it ↩︎
Il delitto istituzionalizzato: la detenzione amministrativa e il CPR di Palazzo San Gervasio
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → Università degli Studi di Verona Laurea magistrale in editoria e giornalismo IL DELITTO ISTITUZIONALIZZATO LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E IL CASO DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO Michele Francesco D’Andretta (2025-2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Nel dibattito pubblico contemporaneo, il fenomeno migratorio rappresenta una tematica frequentemente oggetto di stigmatizzazione o completamente ignorata. Gli organi di stampa, i media e le retoriche politico-istituzionali adottano narrazioni di matrice securitaria, volte a rappresentare il migrante come una minaccia per l’ordine pubblico, la sicurezza ed il welfare dello Stato italiano. Il presente elaborato analizza il tema dell’immigrazione, con particolar riguardo al sistema di detenzione amministrativa. Giunti nel nostro Paese con l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni di vita, i cittadini stranieri sprovvisti di regolare documentazione vengono rinchiusi all’interno di Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Tali strutture si configurano come dei veri e propri “lager”, all’interno dei quali gli stranieri trattenuti sono privati dei diritti fondamentali, divenendo invisibili agli occhi della società. “Non luoghi” e “buchi neri” dove la dignità rappresenta, ormai, un’eco lontano e la libertà è appesa al filo spinato che delimita le strutture detentive. Il primo capitolo ricostruisce l’evoluzione storico-normativa in materia di detenzione amministrativa. Dalla legge Martelli del 1990 fino al Pacchetto sicurezza del 2026, vengono ripercorsi trentasei anni di interventi legislativi in relazione agli eventi di cronaca che hanno influenzato l’iter politico. Il secondo capitolo propone un focus sul sistema di detenzione amministrativa presentando come caso di studio il Centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, ribattezzato dal giornalismo d’inchiesta come la “Guantanámo italiana”. Attraverso la ricostruzione delle inchieste condotte dalla Procura di Potenza, sono state esaminate le criticità legate alla mala gestione della struttura lucana, alla somministrazione massiccia di psicofarmaci sui soggetti trattenuti e la drammatica vicenda della giovane vita spezzata di Oussama Darkaoui. Inoltre, l’indagine è arricchita da un’intervista all’avvocato Arturo Raffaele Covella, legale di alcuni trattenuti e difensore della famiglia Darkaoui, che ha permesso di comprendere e approfondire le dinamiche interne al centro lucano. Infine, il terzo capitolo si configura come un’analisi empirica di articoli di giornale riguardanti due fatti di cronaca legati al Cpr di Palazzo San Gervasio: l’inchiesta giudiziaria sulla gestione del centro e il decesso di Oussama Darkaoui. L’obiettivo dell’indagine è esaminare quali tipologie narrative la stampa nazionale ha adottato nel rappresentare tali eventi, influenzando l’opinione pubblica.
Espulsioni, la Cassazione richiama i Giudici di Pace: conta la situazione attuale del cittadino straniero
Si segnalano due ordinanze della Corte di Cassazione su altrettanti cittadini albanesi colpiti da decreti di espulsione, confermati dai Giudici di Pace di Bari e di Ragusa. In entrambi i casi la Suprema Corte cassa con rinvio, ribadendo che il giudice deve valutare in concreto e all’attualità la posizione dello straniero. 1. BARI: LA PERICOLOSITÀ SOCIALE VA ACCERTATA IN CONCRETO E ALL’ATTUALITÀ Il ricorrente lasciava l’Albania nel 1992, dopo aver chiesto asilo politico all’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Tirana. Dopo il crollo del regime comunista era l’unico canale per ottenere un titolo di viaggio ed espatriare legalmente. Ottenuta la protezione, risiedeva regolarmente in Germania fino al febbraio 2017. Nel 2017, con un alias e un documento greco, veniva arrestato a Verona per il reato di cui all’art. 73 D.P.R. 309/1990 e condannato. Scontava la pena nelle Case Circondariali di Verona e poi di Palermo. In detenzione manteneva una condotta esemplare, in un percorso pienamente coerente con l’art. 27, comma 3, Cost. Svolgeva lavoro intramurario, seguiva programmi rieducativi e formativi, otteneva numerosi riconoscimenti, attestati e titoli e un encomio. Il Magistrato di Sorveglianza di Palermo gli concedeva permessi premio ex art. 30-ter O.P., su parere favorevole del Direttore dell’Istituto. Svolgeva attività lavorativa affidato ai servizi sociali e usufruiva della liberazione anticipata. Il 9 gennaio 2024 veniva trattenuto nel CPR di Bari-Palese con provvedimento del Questore, asseritamente in esecuzione di un decreto del Prefetto di Verona. Risultava invece un decreto del Prefetto di Bari, motivato così: “considerato che a carico dell’interessato risultano precedenti di polizia: reati inerenti agli stupefacenti, valutato che dalle condotte tenute è possibile desumere la pericolosità sociale del cittadino straniero […]“. All’udienza di convalida la difesa rilevava che le ragioni del trattenimento non erano chiare. L’Amministrazione non forniva chiarimenti e il Giudice di Pace convalidava; anche l’istanza di riesame veniva rigettata. Nel ricorso contro l’espulsione si deduceva la violazione dell’art. 13, comma 1, d.lgs. 286/98, l’insussistenza della pericolosità sociale e la carenza di istruttoria. Il decreto non indicava né le modalità di rintraccio né la condizione dello straniero in Italia dal 2017. Si limitava a richiamare i precedenti per stupefacenti, senza alcuna istruttoria concreta o attuale. Solo con le controdeduzioni della Prefettura emergeva la reale vicenda. Nel 2018 il Magistrato di Sorveglianza di Verona aveva disposto l’espulsione “come cittadino comunitario“. Scarcerato il 22 novembre 2023, il ricorrente era stato trattenuto al CPR di Trapani-Milo, con trattenimento convalidato e prorogato dal Tribunale di Palermo. L’8 gennaio 2024 veniva trasferito a Bari-Palese. Lo stesso giorno le autorità consolari ne accertavano la nazionalità albanese, e “trattandosi di cittadino extracomunitario” il Prefetto di Bari emetteva il nuovo decreto. Ciononostante, il Giudice di Pace rigettava il ricorso. IL RICORSO PER CASSAZIONE Il rigetto veniva impugnato per due motivi. Il primo era la violazione e falsa applicazione dell’art. 13 in combinato disposto con l’art. 16 d.lgs. 286/98 (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.). Il secondo era la motivazione apparente e l’omesso esame di punti decisivi (art. 132 n. 4 c.p.c. in relazione all’art. 18 d.lgs. 150/2011). L’art. 16 prevede per lo straniero detenuto un procedimento specifico. Il questore avvia l’identificazione durante la detenzione. Il magistrato di sorveglianza decide con decreto motivato, opponibile davanti al tribunale di sorveglianza. L’espulsione è eseguita “al questore competente per il luogo di detenzione dello straniero con la modalità dell’accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica“. Ne consegue che il Prefetto di Bari non aveva alcun potere di emettere un nuovo decreto di espulsione amministrativa. Le due tipologie di espulsione sono alternative e non cumulabili, e il precedente provvedimento giudiziario costituiva fatto ostativo all’esercizio del potere prefettizio. Mancava inoltre qualsiasi rivalutazione della pericolosità sociale, risalente al 2018 e superata dal percorso di rieducazione documentato. Il Giudice di Pace, che pure richiamava genericamente le controdeduzioni dell’Amministrazione, avrebbe dovuto rilevare d’ufficio l’incompetenza funzionale del Prefetto e l’illegittimità derivata del decreto. La Cassazione accoglie il secondo motivo, assorbito il primo: “Il secondo motivo, logicamente preliminare poiché afferente ad un vizio del provvedimento impugnato, è fondato. In tema di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi umanitari […], in ipotesi di condanna del cittadino straniero […] per i reati previsti dall’art. 4, comma 3, del d.lgs. n. 286 del 1998, non opera alcun automatismo ostativo […] e non ricorre la presunzione assoluta di pericolosità sociale del richiedente, che deve essere, invece, accertata in concreto e all’attualità […] (Cass., n. 23597/2023; n. 19672/2025). Nella specie, il giudice di pace non ha motivato sulla pericolosità del ricorrente, presumendola sulla scorta del precedente in materia di illeciti in tema di stupefacenti, senza effettuare una verifica attuale e concreta, non tenendo conto del percorso di rieducazione intrapreso dal ricorrente, anche nel corso dell’esecuzione della pena detentiva irrogata“. La causa è rinviata al Giudice di Pace di Bari in diversa composizione. Corte di Cassazione, ordinanza n. 22869 del 7 luglio 2026 2. RAGUSA: LA DOMANDA DI PROTEZIONE SOPRAVVENUTA RENDE LO STRANIERO INESPELLIBILE Il 13 febbraio 2024 il Prefetto di Ragusa adottava nei confronti di un cittadino albanese un decreto di espulsione con accompagnamento immediato. Seguiva l’ordine del Questore di lasciare il territorio entro sette giorni. Nel giudizio di opposizione ci furono alcuni rinvii per impedimenti del difensore, che aveva chiesto più volte la trattazione da remoto o la decisione sugli atti. Il 29 aprile 2024 il Giudice di Pace dichiarava l’estinzione del procedimento ex art. 181 c.p.c. La Cassazione, con ordinanza n. 16439/2025, cassava con rinvio per violazione del principio di effettività della tutela giurisdizionale. Riassunta la causa, il 2 ottobre 2025 il Giudice di Pace rigettava di nuovo il ricorso. Secondo il giudice, il decreto era valido in origine perché nel foglio notizie il ricorrente aveva dichiarato di non voler chiedere protezione e di non avere un permesso in rinnovo. Inoltre non sussistevano cause ostative ex art. 19 T.U.I. né esigenze personali o familiari rilevanti. Il nuovo ricorso per cassazione aveva due motivi. Il primo denunciava motivazione apparente e omesso esame di un fatto decisivo, cioè il rilascio del permesso provvisorio per protezione internazionale (art. 360, comma 1, nn. 4 e 5 c.p.c.). Il secondo denunciava la violazione dell’art. 19 T.U.I., dell’art. 4 d.lgs. 142/2015 e dell’art. 33 della Convenzione di Ginevra (art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c.), richiamando Cass. n. 6011/2024 sulla sospensione dell’efficacia del decreto. LA DECISIONE La Cassazione accoglie entrambi i motivi. Sul primo, il Giudice di Pace non si era confrontato con il fatto sopravvenuto, documentato e non contestato. Il 4 marzo 2024 il ricorrente aveva inviato il kit postale per il rinnovo e il 25 marzo aveva presentato domanda di protezione internazionale. Era seguito il rilascio del permesso provvisorio e poi, il 18 settembre 2025, il rinnovo del titolo. La dichiarazione resa nel foglio notizie, “pur vera al momento della dichiarazione, è stata superata dai fatti sopravvenuti“. Il giudice è chiamato a valutare “la situazione attuale, non quella fotografata al momento dell’arresto“. Sul secondo, la ricevuta della domanda di protezione costituisce permesso di soggiorno provvisorio e dà diritto a permanere sul territorio fino alla definizione del procedimento. Il giudice doveva quindi verificare la persistenza dei presupposti di espellibilità al momento della decisione. Il decreto adottato prima della domanda non diventa invalido, ma la sua efficacia resta sospesa (Cass. n. 6011/2024). Una volta sopravvenuto il titolo provvisorio, il giudice non può pronunciarsi sull’espellibilità convalidando l’espulsione. La Corte enuncia quindi il seguente principio di diritto: “In tema di opposizione a decreto di espulsione, il giudice deve valutare la situazione attuale dello straniero al momento della decisione, tenendo conto dei fatti sopravvenuti rispetto al provvedimento amministrativo; la presentazione della domanda di protezione internazionale e il rilascio del relativo permesso provvisorio ex art. 4 D.Lgs. 142/2015 costituiscono fatti impeditivi dell’espulsione, integranti una causa legale di inespellibilità, in applicazione dell’art. 19 T.U.I. e del principio di non refoulement di cui all’art. 33 della Convenzione di Ginevra“. La causa è rinviata al Giudice di Pace di Ragusa in diversa persona fisica. Corte di Cassazione, ordinanza n. 24437 del 4 agosto 2026 CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE Dai due casi emerge lo stesso dato: per i giudici di pace opera di fatto un automatismo, senza alcun vaglio sulla legittimità dei provvedimenti dell’Amministrazione. A Bari la condanna si traduce in espulsione ai sensi dell’art. 13, comma 2, lett. c) T.U.I. A Ragusa basta una dichiarazione nel foglio notizie, ormai superata dai fatti. Spiace, ogni volta, fare un’amara considerazione: per trovare tutela un cittadino straniero deve affrontare un percorso tortuoso. A Ragusa ci sono voluti due ricorsi per cassazione e una riassunzione. A Bari, dopo il calvario della detenzione, convalida, riesame, opposizione e cassazione. Per fortuna la Suprema Corte non si lascia condizionare dalla cosiddetta pericolosità sociale fondata su una condanna datata nel tempo ed espiata in modo esemplare. Si ringrazia l’Avv. Uljana Gazidede per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni della Corte di Cassazione
CPR a Castel Volturno, medici e mediche della Campania contro Piantedosi
Decine di operatori e operatrici sanitarie firmano l’appello «NO CPR né a Castel Volturno né altrove»: dopo il teorema della Procura di Ravenna, la sanità campana rifiuta di farsi complice della detenzione amministrativa. Verso la manifestazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno – provincia di Caserta – e l’assemblea transnazionale del Network Against Migrant Detention del 25 ottobre. Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi porta avanti il piano di sei nuovi CPR sparsi in tutta Italia, tra cui uno destinato al territorio di Castel Volturno, arriva una risposta corale e senza precedenti da parte della comunità medica e sanitaria della Campania, che rifiuta di trasformarsi in un ingranaggio burocratico di convalida della detenzione amministrativa. La mobilitazione, promossa dalla Comitato regionale campano No CPR, unisce decine di primari, infettivologi, psichiatri, medici e mediche di base. Il testo dell’appello denuncia la violazione dei principi deontologici e l’impatto patogeno delle strutture di trattenimento, e chiama a una catena di azioni concrete fino alla manifestazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno. Interviste/CPR, Hotspot, CPA CPR, LA CURA SOTTO ACCUSA Il dottor Nicola Cocco: «La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno» Avv. Arturo Raffaele Covella 22 Settembre 2026 Facciamo nostre le parole dell’appello e lo rilanciamo, perché tocca un nodo che riguarda tutte e tutti noi: chi decide se un corpo è «idoneo» a essere rinchiuso, e a quale prezzo per chi si rifiuta di certificarlo. LUOGHI PATOGENI PER DEFINIZIONE I CPR sono centri di detenzione amministrativa in cui vengono trattenute persone migranti prive di documenti di soggiorno, in attesa dell’esecuzione di un provvedimento di espulsione. La privazione della libertà personale avviene senza alcuna violazione del Codice penale, e il “trattenimento” può durare fino a 18 mesi. A sostenere le tesi del personale sanitario intervengono dati e pronunce di peso. I report internazionali. Il rapporto 2024 del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) ha documentato maltrattamenti fisici, somministrazione diffusa di psicofarmaci anche senza prescrizione, condizioni materiali propriamente carcerarie, assenza di attività ricreative e trasferimenti degradanti in manette, per ore senza acqua né cibo. L’assistenza sanitaria è garantita solo formalmente, da personale assunto da enti privati e scollegato dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). La letteratura scientifica italiana e internazionale, insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, concorda nell’evidenziare la natura patogena della detenzione: deterioramento della salute mentale, rischio di ri-traumatizzazione per chi ha già vissuto esperienze traumatiche, ostacoli nell’accesso alle cure, uso improprio di psicofarmaci. La permanenza nel centro diventa così un fattore autonomo di aggravamento delle condizioni psicofisiche. La spesa farmaceutica. I dati raccolti dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) sugli acquisti del CPR di Milano tra ottobre 2021 e febbraio 2022 mostrano che oltre il 60% della spesa in farmaci è andata in psicofarmaci. Tra gli acquisti figurano antiepilettici, antipsicotici e farmaci per la scabbia: molecole indicate per patologie che, in molti casi, sono incompatibili con un regime di fatto carcerario. Il quadro costituzionale. Con la sentenza n. 96/2025 la Corte costituzionale ha rilevato il contrasto tra la reclusione nei CPR e l’articolo 13 della Costituzione sulla libertà personale, richiamando la scarsa trasparenza delle modalità di trattenimento. Ne discende, scrivono i firmatari e le firmatarie, che anche migliorando le condizioni di detenzione è l’istituzione stessa del CPR a violare la Costituzione. LA SCURE GIUDIZIARIA SUI CERTIFICATI DI INIDONEITÀ La “caccia ai sanitari” è esplosa dopo l’azione della Procura di Ravenna: un’operazione ad ampio raggio, che abbiamo definito un vero e proprio teorema, che ha coinvolto 23 medici, intercettati e perquisiti, con il sequestro di smartphone e computer a 22 di loro per vagliarne le chat personali. L’obiettivo è mettere in discussione i certificati di inidoneità redatti per impedire l’ingresso nei CPR: di fatto è l’ennesimo tentativo di delegittimare chi con strumenti legali si oppone alla detenzione amministrative in luoghi patogeni, che ammalano le persone. Tra gli indagati, addirittura per associazione a delinquere, figura l’amico Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Interviste/CPR, Hotspot, CPA CPR, LA CURA SOTTO ACCUSA Il dottor Nicola Cocco: «La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno» Avv. Arturo Raffaele Covella 22 Settembre 2026 All’inizio del 2026 la stessa Procura aveva formalizzato l’accusa di falso ideologico nei confronti di otto medici infettivologi dell’Ospedale Santa Maria delle Croci, per il rilascio di certificati ritenuti “inappropriati”. L’inchiesta solleva un interrogativo cruciale sull’autonomia professionale. La valutazione di idoneità, prevista come filtro obbligatorio prima del trattenimento, rischia di essere letta come un atto ostativo all’ordine pubblico anziché come un atto di diagnosi e tutela clinica. Tutto il teorema vuole spostare il bersaglio dal sistema patogeno a chi ne denuncia l’incompatibilità con la salute. Per questo i firmatari e le firmatarie esprimono piena solidarietà ai colleghi e alle colleghe colpite e ribadiscono il dovere del medico di agire nel solo interesse della persona assistita. VERSO LA MANIFESTAZIONE DI CASTEL VOLTURNO L’appello chiama alla costruzione di un fronte comune di tutta la categoria e di tutti i lavoratori e le lavoratrici del sistema sanitario, contro uno strumento di pressione che li vuole complici, sotto ricatto lavorativo o giudiziario, di un sistema di tortura e morte. Il presidio dell’11 ottobre in piazza San Domenico Maggiore a Napoli è stato la prima tappa di questo percorso. A chi condivide l’appello viene chiesto di: * sottoscriverlo e diffonderlo tra colleghi e colleghe, nei luoghi di lavoro e nelle associazioni; * chiedere agli Ordini professionali e ai sindacati di prendere posizione a tutela dell’autonomia e della responsabilità professionale; * partecipare alla manifestazione nazionale promossa dal Comitato Regionale NOCPR, sabato 24 ottobre alle ore 13 a Castel Volturno; * compilare il form con i propri contatti per restare aggiornati sulle prossime iniziative. Il giorno dopo, domenica 25 ottobre, si terrà la nuova assemblea transnazionale del Network Against Migrant Detention, con tavoli di lavoro e una plenaria. Tra i temi: i CPR in Italia e in Albania, la campagna “La cura non è reato” e il ruolo dei sanitari, il monitoraggio dell’attuazione del Patto UE su migrazione e asilo, lo sfruttamento lavorativo e le lotte. È il seguito dei percorsi già avviati con l’assemblea No CPR di Bologna nell’ottobre 2024 e con l’assemblea transnazionale di Roma nel marzo 2025. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA 25 OTTOBRE – ASSEMBLEA DEL NETWORK AGAINST MIGRANT DETENTION A CASTEL VOLTURNO (CE) Domenica 25 ottobre 2026 dalle ore 10 alle 16 9 Ottobre 2026 Saremo a Castel Volturno perché, come ricordano medici e mediche della Campania, impedire che un essere umano venga rinchiuso in questi luoghi significa farsi garanti della sua salute.
«Non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo»
Le persone recluse nel centro di Pastrogor, nel sud della Bulgaria 1, denunciano pestaggi, condizioni di vita insostenibili e restrizioni arbitrarie dei contatti con l’esterno. In una lettera 2 , un gruppo di richiedenti asilo chiede indagini sulle violenze subite, il miglioramento delle condizioni di detenzione e la revoca del divieto di visita imposto alle persone solidali che finora avevano garantito loro sostegno materiale e psicologico. «Le condizioni che stiamo vivendo nel centro sono diventate insopportabili», scrivono i firmatari, chiedendo un intervento urgente per accertare le responsabilità delle autorità e porre fine agli abusi. La lettera è stata trasmessa dal Collettivo Rotte Balcaniche, che ne chiede la massima diffusione e si unisce alle richieste delle persone recluse, sollecitando un’indagine indipendente e la liberazione di tutti i richiedenti asilo detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA, CENTRO DI PASTROGOR: FUGHE, TENTATI SUICIDI E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni per un saluto ai reclusi del centro Redazione 9 Settembre 2026 Nella lettera, i firmatari raccontano di aver subito maltrattamenti e aggressioni fisiche fin dal loro arrivo nel centro. Denunciano pestaggi con manganelli, l’utilizzo di cani da parte delle forze di polizia e la mancata assistenza medica per le persone ferite. «Siamo stati sottoposti a pestaggi e violenza fisica fin dal giorno del nostro arrivo. Molti di noi hanno sperimentato la brutalità della polizia, tra cui pestaggi con mazze e l’uso di cani. I feriti non sono mai stati portati in ospedale». La denuncia prosegue descrivendo un clima quotidiano di sopraffazione: «Ci troviamo inoltre quotidianamente di fronte a maltrattamenti, insulti e violazioni della nostra dignità, e chiediamo che la situazione venga monitorata da vicino per porre fine a questi abusi». Tra gli episodi riportati, c’è un’irruzione avvenuta il 26 luglio. «Molti detenuti sono stati sottoposti ad aggressioni fisiche da parte della polizia e della gendarmeria, che hanno fatto irruzione nel centro di detenzione, mascherati e armati, hanno distrutto i telefoni dei detenuti e li hanno rubati per cancellare le prove della loro violenza», si legge nella lettera. Un secondo episodio sarebbe avvenuto il 25 settembre, intorno alle 11.30, quando agenti della gendarmeria bulgara avrebbero fatto irruzione armati nelle stanze senza una ragione apparente. Secondo i firmatari, quattro persone rifugiate sarebbero state coinvolte e tre di loro aggredite fisicamente. «Molte persone sono ancora sotto shock e spaventate, alcune si trovano in situazioni di vulnerabilità», scrivono, chiedendo un’indagine urgente sulle aggressioni e l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti. La distruzione e la sottrazione dei telefoni rappresentano un ulteriore elemento della denuncia: oltre a limitare i contatti con l’esterno, avrebbero impedito alle persone recluse di conservare le prove delle violenze subite. La lettera denuncia anche la scarsa qualità del cibo distribuito nel centro, descritto come inadatto al consumo. Le condizioni alimentari avrebbero provocato un deterioramento dello stato di salute di numerose persone. «I pasti forniti sono di qualità estremamente scadente e inadatti al consumo umano, obbligando molti di noi a rifiutarli e a cercare alternative dall’esterno a nostre spese. Questa situazione ha portato a un deterioramento della salute di molti residenti, con una perdita di almeno 14 chili, e ancora di più, e fa presagire una catastrofe sanitaria se la situazione dovesse prolungarsi». Secondo i firmatari, molte persone sono costrette a procurarsi cibo dall’esterno, sostenendone personalmente i costi. Una possibilità che non risolve il problema e che rende ancora più difficile la vita di chi non dispone delle risorse necessarie. Al loro arrivo, raccontano, era stato comunicato che un dipendente del centro avrebbe fornito supporto per le commissioni e gli acquisti, tanto che erano stati invitati a firmare documenti a questo scopo. «In realtà, questa assistenza è completamente inesistente. Il dipendente si rifiuta di portarci cibo o beni di prima necessità, occupandosi soltanto di tabacco e sigarette». I firmatari chiedono quindi un’indagine sulle condizioni di vita all’interno della struttura, sulla qualità dell’alimentazione e sulla mancanza di vestiti e prodotti per l’igiene. Uno degli aspetti più rilevanti della denuncia riguarda il divieto di visita imposto alle persone solidali che, nelle settimane precedenti, raggiungevano regolarmente il centro dall’Italia. I firmatari descrivono questi incontri come un legame fondamentale con l’esterno, tanto per il sostegno psicologico quanto per quello materiale. «Per settimane, amici dall’Italia hanno avuto la possibilità di farci visita regolarmente. Non erano solo visitatori, erano la nostra ancora di salvezza e il nostro unico legame con il mondo esterno. Queste persone ci fornivano un enorme sostegno psicologico e morale, dandoci un senso di libertà e speranza che mancava tra le mura di questo centro. Davano anche assistenza materiale, fornendo cibo, vestiti e altre necessità di base a cui non provvedeva l’amministrazione». Secondo i detenuti, nonostante il diritto di visita sia legalmente garantito, le autorità hanno recentemente vietato questi incontri. La polizia avrebbe attribuito la decisione al direttore del centro, mentre un funzionario avrebbe giustificato il divieto sostenendo che i visitatori incitassero i giovani a provocare disordini. I richiedenti asilo riferiscono che un funzionario del centro avrebbe dichiarato: «Io sono responsabile qui, e questi visitatori non saranno ammessi». La lettera riporta anche le parole attribuite agli agenti di polizia, secondo i quali le persone solidali che si recavano a Pastrogor non sarebbero state amiche, ma nemiche. «Rifiutiamo completamente questa politica di punizione collettiva. L’isolamento da questi amici sta peggiorando gravemente il nostro benessere psicologico e fisico», scrivono le persone recluse a Pastrogor. Il divieto di visita interrompe così una rete di sostegno che non si limitava alla solidarietà materiale, ma rappresentava anche un canale di comunicazione con l’esterno e la possibilità di rendere visibili le condizioni vissute nel centro. Nella lettera, le persone detenute rivendicano la propria condizione giuridica e i diritti che ne derivano. I firmatari spiegano di essere entrati in Bulgaria per chiedere protezione internazionale. Dopo il rigetto iniziale delle loro domande, hanno presentato ricorso e dichiarano di essere in attesa della decisione definitiva del giudice. «Vi ricordiamo che non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo il cui diritto a vivere con dignità, ricevere un’alimentazione adeguata e comunicare con la società civile e i volontari è garantito dal diritto internazionale e bulgaro». La rivendicazione assume un significato particolare alla luce delle procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 Come sottolinea il Collettivo Rotte Balcaniche, dal 12 giugno i richiedenti asilo sottoposti alle nuove procedure di frontiera (asylum border procedures) sono trattenuti a Pastrogor in condizioni che, secondo il Collettivo, costituiscono a tutti gli effetti una forma di detenzione. Il centro rappresenta quindi uno dei luoghi in cui osservare concretamente gli effetti delle nuove disposizioni europee sulle persone che chiedono protezione internazionale. Negli ultimi mesi, secondo il Collettivo, le persone recluse hanno organizzato scioperi della fame, proteste e tentativi di evasione. A queste forme di resistenza avrebbero fatto seguito pestaggi, distruzione dei telefoni, isolamento e restrizioni dei contatti con l’esterno. Il Collettivo mette in relazione questi episodi con le garanzie riconosciute dal diritto internazionale in materia di asilo e protezione dei rifugiati, sostenendo che l’attuazione del Patto in Bulgaria ne evidenzi le criticità. Nella parte conclusiva della lettera, i firmatari formulano tre richieste precise: un’indagine urgente sulle aggressioni del 26 luglio e del 25 settembre, l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti e una verifica delle condizioni di detenzione, con particolare attenzione all’alimentazione, alla disponibilità di vestiti e ai prodotti per l’igiene. Chiedono inoltre che venga revocato il divieto di visita e che tutte le persone recluse possano tornare a ricevere beni essenziali dalle persone solidali. «Chiediamo di essere trattati con dignità e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali», scrivono, sollecitando l’invio di una missione indipendente che verifichi quanto accade nel centro. Il Collettivo Rotte Balcaniche si unisce alle richieste dei richiedenti asilo e chiede un’indagine indipendente e la liberazione di tutte le persone recluse a Pastrogor. 1. Qui la scheda su Global Detention Project ↩︎ 2. Leggi la denuncia dei detenuti ↩︎
25 ottobre – Assemblea del Network Against Migrant Detention a Castel Volturno (CE)
Il giorno dopo la manifestazione nazionale di Castel Volturno “No ai CPR, né a Castel Volturno né altrove”, ci ritroviamo al centro Fernandes (via Domitiana km 33.500 n. 480 Castel Volturno – CE) per la nuova assemblea del Network Against Migrant Detention. Da questa terra partì, trentasette anni fa, la prima grande risposta antirazzista del paese. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, a Villa Literno, Jerry Essan Masslo, fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, fu ucciso durante un’aggressione nella baracca dove dormiva con altri lavoratori bracciantili della raccolta del pomodoro. L’asilo gli era stato negato perché l’Italia riconosceva come rifugiate soltanto le persone in fuga dall’Europa. La sua morte portò in piazza a Roma, il 7 ottobre di quell’anno, centinaia di migliaia di persone e costrinse a cancellare quella discriminazione. Su questa stessa terra, il 18 settembre 2008, a Castel Volturno, un commando del clan dei Casalesi guidato da Giuseppe Setola, travestito da carabinieri, aprì il fuoco con kalashnikov e pistole davanti a una sartoria sulla via Domiziana, uccidendo sei giovani africani: Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric e Christopher Adams, del Ghana; El Hadji Ababa e Samuel Kwako, del Togo; Jeemes Alex, della Liberia. Joseph Ayimbora, ghanese, sopravvisse fingendosi morto e con la sua testimonianza contribuì in modo decisivo al processo. Il giorno dopo centinaia di persone migranti bloccarono per ore la Domiziana per chiedere giustizia. Setola e altri tre membri del commando sono stati condannati all’ergastolo, con il riconoscimento dell’aggravante di aver agito con finalità di discriminazione e odio razziale. E qui, a pochi chilometri, nel 2011 fu sperimentato ciò che oggi si vorrebbe riproporre. Nell’aprile di quell’anno oltre trecento giovani tunisini, sbarcati a Lampedusa e trasferiti via mare fino a Napoli, furono rinchiusi in una tendopoli allestita nell’ex caserma “Andolfato” di Santa Maria Capua Vetere: per tre giorni senza alcun provvedimento formale, finché il 21 aprile la struttura fu trasformata per decreto in CIE. Dieci-dodici persone per tenda, su materassi a terra, accessi negati o limitati ad avvocatə, associazioni e perfino a una senatrice. Dopo settimane di proteste e fughe, nella notte tra il 7 e l’8 giugno 2011 un incendio si propagò nel campo di tende, seguito da scontri con le forze di polizia e feriti. A metà giugno il centro fu chiuso perché ritenuto struttura inidonea a qualsiasi ospitalità e il tribunale di Santa Maria Capua Vetere pose sotto sequestro il campo. Eppure, con una nuova ordinanza del 23 gennaio 2012, il governo ne dispose appunto l’uso come CIE. Oggi la distopia è realtà quotidiana: un presente segnato da politiche migratorie sempre più repressive e autoritarie, principali responsabili dell’aumento delle morti in mare e lungo i confini, mentre sullo sfondo avanzano proposte di remigrazione con l’intento di infondere paura, ricattabilità e subordinazione. Il governo vuole estendere a molte regioni il sistema patogeno dei CPR. Intanto il Patto europeo su migrazione e asilo è in applicazione: procedure accelerate e di frontiera moltiplicano i luoghi di confinamento e irregolarizzazione, con l’intento dichiarato di attuare deportazioni di massa verso i paesi di origine o di transito delle persone migranti. I centri in Albania restano il laboratorio neocoloniale di un modello che altri Stati europei vogliono replicare. Chi è in movimento supera il feroce impianto della frontiera a costo della vita, lotta e resiste alla più violenta repressione. Chi (sul territorio) si oppone viene additato come nemico, perquisito, indagato, criminalizzato. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è l’inchiesta contro medici e mediche, che si aggiunge a una lunga serie di episodi di criminalizzazione. Il movimento antirazzista che nacque dopo la morte di Jerry Masslo ci racconta che il corso della storia si può cambiare. Jerry Masslo, i sei giovani uccisi a Castel Volturno, i ragazzi tunisini rinchiusi nelle tende dell’Andolfato: questa terra porta scritta nella propria storia la violenza del razzismo, dello sfruttamento e della detenzione, ma anche la forza di chi vi si è opposto e ha ottenuto giustizia, diritti, chiusura di centri detentivi. Per questo non possiamo accettare che proprio qui sorga un nuovo CPR, un altro lager di Stato. Ancora una volta tocca a noi lottare perché questa terra resti luogo di memoria, di solidarietà e di libertà, e non di reclusione: né a Castel Volturno né altrove. L’assemblea si articolerà in quattro tavoli di lavoro e in un’assemblea plenaria: * CPR in Italia e Albania Il governo vuole imporre aperture di nuovi CPR e di altri “Luoghi Idonei” (strutture interne alle sedi delle questure ancora più impermeabili dei CPR) in diversi territori, mentre i centri in Albania restano il laboratorio dell’esternalizzazione della detenzione. Proseguiamo il lavoro di messa in rete delle lotte territoriali per fermare i nuovi CPR e i Luoghi Idonei, chiudere quelli esistenti e spezzare il modello albanese. * Monitoraggio e mobilitazione contro il Patto UE Procedure accelerate che smontano quel che resta del diritto d’asilo, processi di irregolarizzazione, espulsione e deportazione, nuovi centri “PAF” (Procedure Accelerate di Frontiera) pre-espulsivi: sono questi i pilastri del nuovo Patto. Vogliamo monitorarne l’applicazione e le prassi, conoscerne a fondo le procedure per entrare nelle contraddizioni più evidenti e agire concretamente contro gli effetti e le espulsioni massicce che si genereranno.  * La cura non è reato L’inchiesta che ha colpito medici e mediche si inscrive in una strategia che vuole intimidire e criminalizzare chi si rifiuta di piegare la medicina alla logica della reclusione. Non è un caso che colpisca proprio nel primo periodo di applicazione del Patto UE in cui si dovrà coinvolgere numeroso personale sanitario nelle operazioni di screening. Difendere l’operato di sanitari e sanitarie è un punto imprescindibile, così come allargare la rete ad altre professionalità che non si rendono complici delle detenzioni e delle deportazioni. * Sfruttamento lavorativo e lotte L’irregolarizzazione forzata alimenta in modo sistematico lo sfruttamento lavorativo e il caporalato, rendendo lavoratrici e lavoratori fortemente ricattabili. Sostenere i processi di autorganizzazione, e le istanze, oltre le singole importanti vertenze, è il punto di partenza per spezzare le nuove forme di schiavitù e conquistare diritti e regolarità del soggiorno. La giornata è aperta a tutti i collettivi, associazioni, reti, giuristə, sanitariə, sindacati, movimenti e chiunque voglia promuovere l’abolizione della detenzione amministrativa, la libertà di movimento e l’autodeterminazione dei popoli. * Informazioni per partecipare: againstmigrantdetention@gmail.com
Il Patto UE su migrazione e asilo in applicazione dal 12 giugno 2026: le prime attuazioni e i primi orientamenti giurisprudenziali
Un’analisi a cinque mesi dall’entrata in applicazione del Patto sul Sistema Comune d’Asilo Europeo, anche alla luce del D.L. 100/2026, convertito in legge, di attuazione, delle principali circolari ministeriali e delle procedure operative standard (SOP) e dei primi orientamenti giurisprudenziali. La procedura di frontiera, la condizione delle vittime di tratta e degli altri vulnerabili, i paesi con tasso di riconoscimento pari o inferiore al 20% (c.d. “PSS”), l’efficacia intertemporale della nuova disciplina e le strategie di contenzioso sperimentale e strategico, anche alla luce dei regolamenti RAMM (ex Dublino), Screening, Rimpatri in frontiera e Procedura (APR) e della nuova Direttiva Accoglienza. Il nuovo periodo di recupero e riflessione per le vittime di tratta (art. 18, commi 3-ter e 3-quater, T.U. Immigrazione, introdotto dal d.lgs. 115/2026) e il nuovo decreto ministeriale di designazione delle zone di frontiera. Descrizione Dal 29 settembre 2026 sarà possibile iscriversi alla nuova iniziativa formativa dell’associazione Spazi Circolari. Il corso intensivo si terrà sia in presenza, a Roma, sia in via telematica e avrà inizio l’11 novembre 2026 e termine il 13 novembre 2026, per un totale di 24 ore, divise in 3 incontri da 8 ore che si terranno dalle 9.30 alle 18.30. Il corso intensivo si rivolge ad un massimo di 70 persone in presenza e 100 in collegamento telematico, principalmente rivolto ad avvocate/avvocati e operatori/operatrici legali e mira ad analizzare in una prospettiva critica e pragmatica, a cinque mesi dall’entrata in applicazione del Patto UE su Migrazione e Asilo (12 giugno 2026), le prime prassi applicative dei nuovi regolamenti – con particolare riguardo alla procedura di frontiera, ai paesi con tasso di riconoscimento pari o inferiore al 20% e all’efficacia intertemporale della nuova disciplina -, il Decreto Legge 100/2026 come convertito in legge, le principali circolari ministeriali e le procedure operative standard (SOP) adottate in attuazione del nuovo assetto normativo, i primi orientamenti giurisprudenziali di merito e di legittimità formatisi in materia e le strategie di costruzione di un contenzioso sperimentale e strategico. Tutte le lezioni saranno svolte in co-docenza. IL CALENDARIO DEL CORSO Mercoledì 11 novembre 2026 ore 9.30/13.30: Cenni sul Regolamento RAMM (ex Dublino) e l’efficacia intertemporale della nuova disciplina. Il fermo nel Regolamento Screening A cura di Loredana Leo, Lucia Gennari, Alberto Pasquero e Cristina Laura Cecchini Ore 14.30/18.30: Il Regolamento Screening nelle prime applicazioni e l’avvio del contenzioso sperimentale e strategico A cura di Elena Adamoli, Salvatore Fachile, Federica Remiddi e Giulia Crescini -------------------------------------------------------------------------------- Giovedì 12 novembre 2026 ore 9.30/13.30: La nuova disciplina della vulnerabilità in frontiera A cura di Loredana Leo, Salvatore Fachile, Cristina Laura Cecchini e Lucia Gennari Ore 14.30/18.30: I luoghi di frontiera e i luoghi di espletamento della procedura di frontiera e le nuove garanzie nel Regolamento Procedure, nel DL 100/2026 e nel Decreto ministeriale di luglio 2026 A cura di Giulia Crescini, Thomas Vladimir Santangelo e Federica Remiddi -------------------------------------------------------------------------------- Venerdì 13 novembre 2026 ore 9.30/13.30: I paesi statisticamente sicuri nella procedura di frontiera, la nuova domanda reiterata e il ritiro implicito A cura di Giulia Crescini, Thomas Vladimir Santangelo, Salvatore Fachile e Loredana Leo Ore 14.30/18.30: Il caso Albania, la nuova direttiva accoglienza e ulteriori spunti in tema di contenzioso strategico -------------------------------------------------------------------------------- A cura di Federica Remiddi, Lucia Gennari, Cristina Laura Cecchini, Ginevra Maccarrone e Vittoria Garosci ISCRIZIONI Il costo per ciascun corsista è di 240 euro, da versare al momento dell’iscrizione telematica. Per i soci Spazi Circolari il costo è di 200 euro. Sede: Roma, Città dell’altra economia (quartiere Testaccio), e collegamento telematico via Zoom. PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA La domanda dovrà pervenire esclusivamente on-line compilando il modulo, entro le ore 13 del 9 novembre 2026. Compila il modulo – clicca qui Iscrizioni possibili dal 29 settembre 2026. Numero minimo 30 iscritti; in mancanza il corso non sarà avviato e le quote versate saranno restituite. Priorità cronologica d’iscrizione in caso di eccedenza delle domande. ARTICOLAZIONE DEL CORSO Il corso inizierà l’11 novembre 2026 e avrà termine il 13 novembre 2026 (24 ore di lezione), per 8 ore quotidiane, dalle 9.30 alle 18.30. Attestato: al termine del corso verrà rilasciato un attestato di partecipazione Spazi Circolari a quanti avranno seguito almeno l’80% del percorso. Crediti formativi: è stata avanzata richiesta al COA di Roma, esclusivamente per i corsisti in presenza. Comitato scientifico: Loredana Leo, Federica Remiddi, Cristina Laura Cecchini, Salvatore Fachile, Lucia Gennari e Giulia Crescini Le docenti: Loredana Leo, Federica Remiddi, Lucia Gennari, Cristina Laura Cecchini, Salvatore Fachile, Elena Adamoli, Giulia Crescini, Thomas Vladimir Santangelo, Vittoria Garosci, Alberto Pasquero e Ginevra Maccarrone Scarica la brochure informativa * Informazioni: è possibile scrivere al seguente indirizzo: formazionespazicircolari@gmail.com
UE, il nuovo Regolamento Rimpatri rafforza il sistema delle deportazioni
Il 1° ottobre 2026, il Consiglio dell’Unione Europea ha definitivamente approvato il Regolamento Rimpatri, ribattezzato da numerose ONG “Regolamento Deportazioni” per via del maggiore ricorso alla forza e a misure coercitive previsto dal testo. Il Regolamento andrà a sostituire la Direttiva Rimpatri del 2008 (Direttiva 2008/115/CE 1) e a integrare il nuovo Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Uno dei pilastri centrali di quest’ultimo è infatti la creazione di un sistema europeo comune per i rimpatri. Notizie/Regolamenti UE IL PARLAMENTO EUROPEO DÀ IL VIA LIBERA AL REGOLAMENTO SULLE DEPORTAZIONI Cosa è in gioco nelle fasi finali dei negoziati 11 Marzo 2026 Il nuovo strumento legislativo è dunque il risultato del medesimo contesto politico e ideologico che ha portato alla ratifica del Patto europeo: un quadro caratterizzato da sorveglianza e controllo stringenti, orientato a una securitizzazione dei confini crescente e a una gestione sempre più restrittiva e criminalizzante delle persone migranti. In particolare, il Regolamento Rimpatri inasprisce un approccio punitivo verso i cittadini di Paesi terzi presenti illegalmente sul territorio dell’Unione, dando vita a quella che è stata definita una vera e propria caccia alle streghe e identificando nei rimpatri l’unico mezzo per la gestione di chi risiede irregolarmente negli Stati Membri 2. STRETTA SU DETENZIONE E RIMPATRI: IL REGOLAMENTO UE E I RETURN HUBS Tra le misure più preoccupanti troviamo anzitutto un’espansione dei casi di espulsione, la quale contribuisce a rafforzare l’associazione tra persone escluse dal diritto d’asilo e la necessità di una loro rimozione immediata, criminalizzando così un numero sempre più alto di cittadini di Paesi Terzi. Vengono inoltre estesi i periodi di detenzione da sei mesi a ventiquattro, con un ampliamento dei presupposti per il trattenimento che include anche motivi di sicurezza pubblica o nazionale. Per i soggetti considerati una minaccia in questo senso è persino prevista la possibilità di prolungare la detenzione oltre la soglia dei ventiquattro mesi.  A destare particolare preoccupazione è la possibilità di trattenere minori non accompagnati e famiglie con minori, sia pure in circostanze eccezionali e come estrema ratio. Si tratta infatti di una pratica che rischia di violare gli standard internazionali relativi al principio secondo cui la detenzione non può mai tutelare l’interesse del bambino.  Non meno controversa è la misura sui cosiddetti “return hubs”: centri di rimpatrio situati al di fuori dell’Unione Europea verso cui trasferire chi è soggetto a un ordine di espulsione, prescindendo dalla presenza di un legame effettivo della persona con tali Paesi. Si tratta di un approccio che, oltre a rendere le procedure di rimpatrio fortemente dipendenti da accordi bilaterali con Stati extra-UE, rischia di eludere il principio di non-refoulement: laddove il rientro diretto nel Paese d’origine risulti inattuabile, la persona viene trasferita in un Paese terzo ritenuto sicuro 3. L’insieme delle modifiche sopra elencate, non fa che confermare l’obiettivo politico del Regolamento di massimizzare i rimpatri, nonostante le critiche e i moniti da parte della società civile e delle stesse Nazioni Unite.  SORVEGLIANZA DI MASSA E MISURE INVESTIGATIVE IN STILE ICE  Nel quadro repressivo e coercitivo delineato dal nuovo strumento legislativo, un ruolo chiave è occupato dalle tecnologie di sorveglianza, che ne facilitano l’applicazione 4. Ciò è dimostrato anzitutto dall’introduzione dello “Ordine Europeo di Rimpatrio”, ossia una decisione di rimpatrio comune a livello europeo che riassume gli elementi chiave del provvedimento emesso da un singolo Stato membro e che risulta accessibile a tutti i Paesi dell’UE tramite lo Schengen Information System. In questo modo non sarà più necessario che ogni Stato emetta la propria decisione di rimpatrio se ne esiste già una predisposta da un altro Stato membro: basterà infatti il provvedimento di un solo Paese per renderlo comune a livello europeo. Ciò dovrebbe garantire maggiore rapidità ed efficienza. Approfondimenti IL PATTO UE E LA FRONTIERA DEI DATI Procedure accelerate, detenzione e sorveglianza biometrica nella Fortezza digitale Valeria Gentili 29 Settembre 2026 Tuttavia, la condivisione della decisione di rimpatrio nei database fa sì che i dati personali dei cittadini di Paesi terzi diventino accessibili a migliaia di agenti di polizia in tutta l’UE, esponendoli al rischio di violazioni e fughe di dati.  Le tecnologie di sorveglianza risultano inoltre fondamentali per l’attuazione delle cosiddette “misure investigative” volte all’intercettazione e all’identificazione delle persone migranti irregolari presenti sul territorio di uno Stato Membro. Il Regolamento rende infatti possibile l’applicazione, anche all’interno dei confini nazionali, della procedura di screening prevista dal Patto europeo per le frontiere. Lo screening si basa su un’intensa raccolta di dati biografici e biometrici e fa affidamento sull’incrocio (cross-checking) di tali informazioni con quelle presenti negli altri database europei interoperabili, al fine di identificare la persona. Questa prassi comporta un elevato rischio di facilitare la profilazione razziale, dal momento che i tratti somatici e il colore della pelle potrebbero potenzialmente essere utilizzati per dedurre la nazionalità di un individuo o il suo status migratorio. Tra le misure investigative figura poi la possibilità di effettuare perquisizioni in abitazioni private – senza necessità di un mandato – e in “altri luoghi rilevanti”. Questi ultimi potrebbero includere i locali in cui le persone migranti ricevono supporto e/o accoglienza, estendendosi potenzialmente anche gli uffici di organizzazioni umanitarie e le case dei cittadini che offrono ospitalità. È chiaro che la sorveglianza svolgerà un ruolo chiave nel localizzare abitazioni, uffici e le persone coinvolte, attraverso la raccolta di una mole enorme di dati 5.  È inoltre prevista la facoltà di ispezionare e sequestrare oggetti personali e dispositivi elettronici, con il concreto rischio di violare il diritto alla privacy e alla protezione dei dati.  Tali misure richiamano i metodi coercitivi impiegati dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) statunitense, prendendo di mira le persone all’interno degli Stati membri, compreso chiunque offra supporto ai residenti non documentati. Metodi che, come si è già osservato negli Stati Uniti, rischiano di generare un clima di sospetto e paura, dissuadendo le persone dall’accedere ai servizi pubblici essenziali per il timore di essere scoperte o denunciate. Senza contare il notevole carico posto sulle spalle degli operatori del settore pubblico (personale sanitario, insegnanti, assistenti sociali, ecc.), obbligati a segnalare la presenza di individui senza documenti o irregolari. Ciò alimenta un’atmosfera di persecuzione – ben esemplificata dalle recenti vicende italiane che hanno visto il coinvolgimento di medici indagati – e finisce per discriminare ulteriormente comunità già marginalizzate. Dall’esame del nuovo Regolamento emerge chiaramente come l’apparato di sorveglianza dei confini previsto dal Patto sulla Migrazione e l’Asilo tenda a estendersi e a proiettarsi anche all’interno degli Stati membri, mirando ai cittadini di Paesi terzi in situazione irregolare. Il Regolamento Rimpatri adotta infatti meccanismi di sorveglianza di frontiera entro i confini nazionali, confermando la natura oramai ubiqua e mobile di un confine sempre più digitale e invisibile. FONTI Boccitto, Marco. “Rimandiamoli non a casa loro“. Il Manifesto, 2 ottobre 2026 CILD. “Regolamento UE rimpatri: stretta sulle deportazioni e detenzione migranti“. Coalizione Italiana Libertà e Diritti (CILD), 8 aprile, 2026.  Council of the European Union. “Council Adopts New Rules on Return for Those with No Right to Stay in the EU“. Press release, October 1, 2026. EDRi (European Digital Rights). “The EU Must Stop the Digitalisation of the Deportation Regime and Withdraw the New Return Regulation“. June 23, 2025. European Commission. Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the  Council establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union (Return Regulation). COM(2025) 101 final. March 11, 2025. Interinstitutional Procedure 2025/0059(COD). European Parliament and Council of European Union. “Regulation of the European Parliament and Council of European Union establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union, and repealing Directive 2008/115/EC of the European Parliament and of the Council, Council Directive 2001/40/EC and Council Decision 2004/191/EC.” Document PE-40-2026-INIT, 2026. Ferraris, Valeria. “Entangled in the technology driven borderscape: Border crossers rendered to their digital self.” European Journal of Criminology 20, No. 5 (2023): 1740-1758.  Médecins du Monde. “EU Return Regulation Adopted: Implementation Must Not Come at the Expense of Health“. 1 ottobre 2026. Pahladsingh, Aniel. “Proposal of the European Commission for a Return Regulation: Balancing Effective Return Policy and Fundamental Rights Protection of the Migrant.” ERA Forum 26 (2025): 487–508.  PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants). “No to EU Law Enabling Home Raids, Policing of Public Services and Racial Profiling.” PICUM Blog. February 11, 2026. No to EU law enabling home raids, policing of public services and racial profiling (febbraio 2026) PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants). “The Proposed Deportation (‘Return’) Regulation“. PICUM Blog. February 25, 2026. PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants). “EU Migration Policies.” PICUM Blog. Sundberg Diez, Olivia. “The European Parliament’s Vote on Deportation Rules: Rushed Negotiations Make Dangerous Policies“. Border Criminologies (blog), Oxford Law Blogs, March 20, 2026. UN Special Procedures Mandate Holders. “Joint Communication to the Permanent Delegation of the European Union to the United Nations Office and other international organizations in Geneva“. Ref. OL OTH 166/2025. January 26, 2026. Office of the High Commissioner for Human Rights (OHCHR). .  Valdambrini, Andrea. “Sì al regolamento rimpatri: avanza il progetto return hub“. Il Manifesto, 2 ottobre 2026. 1. Consulta la Direttiva ↩︎ 2. Andrea Valdambrini, “Sì al regolamento rimpatri: avanza il progetto return hub,” Il Manifesto, 2 ottobre 2026; PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants), “The Proposed Deportation (‘Return’) Regulation,” PICUM Blog, February 25, 2026. ↩︎ 3. Council of the European Union, “Council Adopts New Rules on Return for Those with No Right to Stay in the EU,” Press release, 1 ottobre, 2026; European Parliament and Council of European Union, “Regulation of the European Parliament and Council of European Union establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union, and repealing Directive 2008/115/EC of the European Parliament and of the Council, Council Directive 2001/40/EC and Council Decision 2004/191/EC,” Document PE-40-2026-INIT, 2026; European Commission, Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the  Council establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union (Return Regulation), COM(2025) 101 final, March 11, 2025, Interinstitutional Procedure 2025/0059 (COD) ↩︎ 4. EDRi (European Digital Rights), “The EU Must Stop the Digitalisation of the Deportation Regime and Withdraw the New Return Regulation,” June 23, 2025. ↩︎ 5. Council of the European Union, “Council Adopts New Rules on Return for Those with No Right to Stay in the EU,” Press release, 1 ottobre, 2026; European Parliament and Council of European Union, “Regulation of the European Parliament and Council of European Union establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union, and repealing Directive 2008/115/EC of the European Parliament and of the Council, Council Directive 2001/40/EC and Council Decision 2004/191/EC,” Document PE-40-2026-INIT, 2026; PICUM (Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants), “No to EU Law Enabling Home Raids, Policing of Public Services and Racial Profiling,” PICUM Blog, February 11, 2026.  ↩︎
Report sulla visita al Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta
ALESSANDRA DALLARI, ANNAMARIA FORMAGGIA, EVA GONZATO, MARIA ROCCO 1 INTRODUZIONE E OBIETTIVI DEL SOPRALLUOGO Il presente report riporta quanto emerso durante un sopralluogo al CPR di Caltanissetta – Pian del Lago svoltosi il 13 luglio 2026. Esso fa seguito ad altri sopralluoghi precedentemente svolti che avevano rilevato gravi criticità riguardo sia le condizioni materiali di trattenimento sia il rispetto dei diritti delle persone detenute, tra cui la visita svolta dal Garante Nazionale delle persone private della libertà personale nel maggio 2024 2 e quella effettuata da una delegazione ASGI nel novembre 2022 3.  Nel luglio 2023 la gestione del CPR è passata alla Cooperativa Sociale a.r.l. Albatros 1973, già gestore fino al 2021 del CPR di Ponte Galeria 4. Nonostante il cambio di gestione, il sopralluogo ha riscontrato che molte delle criticità evidenziate nel 2022 non sono state sanate, né relativamente alle condizioni materiali di trattenimento, che non paiono migliorate rispetto alle criticità emerse nel novembre 2022, né relativamente ai diritti delle persone trattenute, che sono rimasti compressi in egual maniera.  I SOGGETTI INCONTRATI E COLLOCAZIONE DELLA STRUTTURA Alla visita erano presenti il vice Prefetto, il vice Questore e Dirigente dell’Ufficio Immigrazione di Caltanissetta e il personale dell’ente gestore, tra cui il Direttore, alcuni operatori, un mediatore culturale, la dirigente sanitaria, la psicologa e l’assistente sociale, i quali si sono resi disponibili ad interloquire e a rispondere alla maggioranza dei quesiti posti dalla delegazione.  Alla delegazione non è stato possibile visionare il registro del personale né sapere quante unità fossero impiegate e con quali mansioni.  Il CPR di Caltanissetta è ubicato all’interno di una struttura definita “Centro Governativo Polifunzionale per Immigrati”. Si tratta di un’ ex struttura militare posta a circa 7 km dal centro di Caltanissetta, composta da vari edifici e completamente circondata da una recinzione alta circa 3 metri. L’ingresso principale è sorvegliato da militari.  All’interno dell’area si trovano l’ufficio Immigrazione di Caltanissetta che gestisce anche l’utenza esterna al centro e un CPA (centro di prima accoglienza), gestito dalla cooperativa Officine Sociali, il quale sta venendo utilizzato anche come centro per le procedure accelerate di frontiera. Il CPA è collocato all’interno di un’ulteriore recinzione, al momento del sopralluogo il cancello è aperto e non sorvegliato.  I nostri interlocutori ci riferiscono inoltre che il Centro Governativo Polifunzionale è già attrezzato per svolgere le procedure di screening da rintraccio sul territorio, che al momento del sopralluogo non avevano ancora avuto inizio.  DATI E INFORMAZIONI GENERALI LA STRUTTURA L’area adibita a CPR è separata dal resto della struttura e circondata da una recinzione alta circa una decina di metri, concava nella parte terminale, in modo da impedire alle persone trattenute di tentare la fuga.  All’interno della recinzione, l’area è divisa in 3 padiglioni, due da 36 posti e uno da 20 posti, quest’ultimo costruito durante l’emergenza Covid per permettere l’isolamento sanitario, per una capienza massima di 92 persone. Il CPR è dichiarato totalmente agibile.  Ci viene riferito che è previsto l’ampliamento del CPR attraverso la creazione di un nuovo  padiglione, in un’area già individuata, che porterebbe la capienza a 140 posti circa. Tale informazione era già stata riferita durante il sopralluogo di ASGI del 2022 5 e ad oggi si vedono dei lavori nelle aree antistanti il CPR.  Il CPR è sorvegliato esternamente da personale militare; secondo quanto riferito gli ufficiali dell’esercito entrerebbero nei padiglioni alloggiativi solamente in caso di necessità. Subito dopo l’ingresso principale si trova un’area comune con un container composto da due stanze, una adibita a somministrazione della terapia da parte del medico e dell’infermiere, l’altra è un’anticamera dove dovrebbero rimanere gli operatori dell’ente gestore ed eventuale personale dell’esercito nel caso sia richiesto un intervento durante la somministrazione della terapia. A destra e a sinistra dell’area comune si trovano rispettivamente i due padiglioni alloggiativi da 36 posti ciascuno (A e B), non comunicanti tra loro e circondati a loro volta da ulteriori recinzioni 6. Il padiglione C si trova invece verso il fondo del Centro in posizione più isolata.  I padiglioni sono a un unico piano e sono dotati ciascuno di un cortile di cemento, esternamente sono dipinti di rosso e scrostati e affacciano sul cortile tramite delle finestre dotate di sbarre. Al momento del sopralluogo le finestre erano aperte e coperte da stracci appesi per ombreggiare, paiono infatti prive di tapparelle. Non ci è stato possibile verificare se le finestre fossero effettivamente funzionanti. Nel cortile è presente una struttura tipo veranda, il cui tetto però è assente ed è stato sostituito da stoffe appese per cercare di creare un’ombreggiatura.  Ci viene riferito che le persone presenti nei diversi padiglioni non si incontrano mai e sono divise per “compatibilità” non meglio specificata. I tre padiglioni sono collegati tra loro e alla mensa tramite un corridoio molto stretto con le pareti di cemento alte almeno 10 metri e senza tetto. La mensa si trova nello stesso stabile della cucina, quest’ultima non è accessibile da parte dei trattenuti e comunica con la sala mensa con una finestrella da cui vengono distribuiti i pasti. La sala è composta da tavoli in cemento ricoperti da una lastra in metallo e dalle panche sempre in cemento, fissate al suolo e inamovibili. Fuori dalla mensa si trova un cortile con identici tavoli e panche in cemento. Dietro la mensa, raggiungibile sempre tramite lo stesso corridoio di collegamento, si trova un piazzale di cemento con disegnate le aree del gioco del calcio, privo di porte e di qualsivoglia ombreggiatura o arredo.  LE PRESENZE E I RIMPATRI Al momento della visita le persone trattenute nel CPR erano 79, su una capienza di 92 posti. Ci viene consegnato l’elenco delle persone trattenute al 13/07/2026, composte da: 28 persone di nazionalità tunisina;11 persone di nazionalità marocchina; 9 persone di nazionalità gambiana; 4 persone di nazionalità algerina; 4 persone di nazionalità georgiana; 4 persone di nazionalità bangladese; 3 persone di nazionalità egiziana; 2 persone di nazionalità afghana; 1 persona di nazionalità serba; 1 persona di nazionalità cinese; 1 persona di nazionalità ciadiana; 1 persona di nazionalità pakistana; 1 persona di nazionalità albanese; 1 persona di nazionalità ghanese; 1 persona di nazionalità ivoriana; 1 persona di nazionalità irachena; 1 persona di nazionalità turkmena; 1 persona di nazionalità albanese; 1 persona di nazionalità tanzana; 1 persona di nazionalità slovena; 1 persona di nazionalità senegalese; 1 persona di nazionalità libica I provvedimenti sui trattenimenti riguardano: * Espulsione art. 14 co. 5 TER TUI (12 persone) * Decisione commissione art. 32 D.Lgs 25/2008 (11 persone) * Tratt. art.6 co. 2 D.lgs 142/2015 (5 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett. A TUI (17 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett.B TUI (15 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett.C TUI (16 persone) * Misura di sicurezza (1 persona) * Respingimento Questura art. 10/2 TU (1 persona) * All. comunitario art. 20 co.3 e 11 D.lgs30/2007 (1 persona) Non vengono riferite le età anagrafiche né il numero di persone che hanno attuato atti autolesivi.  È stato possibile interloquire solamente con i trattenuti della struttura alloggiativa A, i quali hanno riferito che in quella struttura sarebbero “tutti giovani e tutti tranquilli” mentre nell’altro padiglione sarebbero presenti anche anziani. Le interlocuzioni sono avvenute alla presenza del mediatore dell’ente gestore che a volte ha risposto alle domande poste ai trattenuti o ha indirizzato le loro risposte. Molti trattenuti ci riferiscono di avere parenti italiani, o figli minori in Italia, uno di loro riferisce di essere in attesa di permesso di soggiorno ex art 31 per assistenza minori. Un trattenuto ci comunica di essere apolide, due trattenuti di essere neomaggiorenni e arrivati in Italia da minori. Un trattenuto afferma di lavorare regolarmente in Italia da 14 anni. Un altro di essere stato spostato da altro CPR e di essere trattenuto da oltre 18 mesi. Relativamente ai rimpatri, dal vice Prefetto viene riferito che dall’inizio del 2026 sino al 13 luglio sono stati effettuati 187 rimpatri, molti dei quali sarebbero stati concordati con le persone trattenute, che sarebbero state collaborative nello svolgimento del rimpatrio stesso. Infatti, molti dei rimpatri sono organizzati con Frontex e con le persone da rimpatriare, fissando una data per l’esecuzione del rimpatrio.  I trattenuti tuttavia riferiscono che molti di loro scelgono questa modalità di rimpatrio a causa delle insostenibili condizioni di vita all’interno del CPR, preferendo essere rimpatriati piuttosto che permanere all’interno del Centro. I trattenuti riferiscono inoltre che le modalità di comunicazione dell’imminente rimpatrio sarebbero diverse da quelle raccomandate dagli organismi di garanzia: i rimpatriandi verrebbero svegliati nel cuore della notte subito prima dell’esecuzione del rimpatrio, e non sarebbe data loro alcuna comunicazione relativa alla deportazione 7.  CRITICITÀ RISCONTRATE INFORMATIVA LEGALE E ACCESSO ALLA DOMANDA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE  Ci viene riferito che l’informativa legale viene effettuata al momento dell’ingresso tramite la consegna di opuscoli ai trattenuti. Gli stessi opuscoli contenenti la carta dei servizi, il regolamento interno del CPR, l’informativa sull’asilo e l’opuscolo informativo per il richiedente lo status di rifugiato sono affissi al muro della sala mensa e ce ne viene consegnata copia al termine del sopralluogo.  Si tratta di informative redatte soltanto nelle lingue veicolari (italiano, inglese, arabo, francese e spagnolo) e che soprattutto nella parte legale risultano datate e non aggiornate alla normativa attuale. Il documento chiamato “Informativa asilo” riporta per esteso l’art.10 del D.Lgs 25/2008, precedente alle modifiche introdotte dal D.L. 100/2026 del 12 giugno 2026, e successivamente riporta una breve e generica informativa sulla protezione internazionale, anch’essa non aggiornata alle modifiche introdotte dal Patto. Il documento chiamato “opuscolo informativo per il richiedente lo status di rifugiato” invece presenta aspetti ben più problematici. In primo luogo esso pare redatto tra il 2002 e il 2008 (circa 20 anni fa!) e da allora mai più rivisto nella sua totalità: le prime righe affermano di “nuova normativa in materia di immigrazione” riferendosi alla legge 189/2002; inoltre si nota che tutto il documento si riferisce ai CPR chiamandoli “Centri di Accoglienza Temporanea ed Assistenza”, nome assegnato dalla legge Turco-Napolitano nel 1998 e cambiato in “Centri di Identificazione ed Espulsione” nel 2008 8. Inoltre i contatti dell’ACNUR/UNHCR indicati a pagina 3 risultano diversi da quelli indicati sul sito ufficiale dell’organizzazione 9. In generale, molte delle informazioni fornite dall’opuscolo sono generiche, imprecise o datate, quando non totalmente errate. Per quanto riguarda la possibilità di nomina di un difensore, ai trattenuti viene fornito un elenco contenente tutti gli avvocati iscritti all’Albo su tutto il territorio italiano. La maggior parte delle nomine avvengono tuttavia sulla base del passaparola tra persone trattenute. Ci viene riferito che solo raramente vengono nominati avvocati d’ufficio.  Le udienze di convalida e proroga del trattenimento si tengono con collegamento da remoto tramite videoconferenza nella stessa sala utilizzata per le visite e i colloqui con gli avvocati 10.  TUTELA DELLA SALUTE Viene riferito che la valutazione di idoneità sanitaria al trattenimento viene talvolta effettuata nelle ventiquattro ore successive all’ingresso in CPR. La struttura dispone di un protocollo con l’ASP che consente di eseguire internamente esami ematochimici, elettrocardiogrammi ed ecografie grazie a strumentazione dedicata, riducendo i trasferimenti ospedalieri e i relativi rischi di fuga. Tuttavia, non è chiaro se tali accertamenti siano condotti da personale pubblico o dipendente dell’ente gestore e resta da verificarne l’effettiva operatività. In ogni caso, l’accesso al registro degli eventi critici risulta precluso. Numerosi trattenuti segnalano di aver messo in atto comportamenti autolesivi, come l’ingestione di corpi estranei tipo “lamette” o tagli alle braccia, prevalentemente per opporsi al rimpatrio. I trattenuti lamentano inoltre  numerosi ostacoli nel proseguire all’interno del PCR le terapie farmacologiche prescritte all’esterno.  Sul fronte della salute mentale, su un totale di 77 trattenuti, si registrano 37 prese in carico psichiatriche: 11 riguardano casi gravi con certificazioni preesistenti all’ingresso, mentre i restanti presentano quadri clinici più lievi. A fronte di ciò, i medici interni preferiscono optare per dosaggi inferiori e sostituendo ampiamente i medicinali tradizionali con rimedi omeopatici, una prassi che solleva forti perplessità sull’adeguatezza delle cure terapeutiche fornite, acuite dall’impossibilità di visionare l’elenco dei farmaci acquistati e di accedere ai locali della farmacia. CORRISPONDENZA TELEFONICA E CONTATTI COL MONDO ESTERNO Rispetto al diritto alla comunicazione con l’esterno, apprendiamo che le persone trattenute non possono disporre dei propri telefoni cellulari, requisiti al momento dell’ingresso in CPR 11. Il centro, che ha dismesso le cabine telefoniche 12, fornirebbe loro alcuni telefoni cordless, consegnati al mattino e ritirati alla sera, attivabili tramite scheda telefonica acquistabile con il pocket money per un valore di cinque euro.  Le schede telefoniche non permettono l’utilizzo di messaggistica istantanea e prevedono un tariffario fisso per eseguire telefonate verso paesi terzi, sembrerebbe – da quanto condiviso dai trattenuti stessi – che una telefonata in uscita verso la Tunisia possa durare indicativamente un massimo di 7 minuti 13. Al momento dell’inserimento del codice riportato sulla scheda telefonica, le indicazioni fornite dalla voce registrata per poter effettuare la chiamata vengono rese solamente in italiano. Si può richiedere di fare accesso al CPR, in veste di familiari anche non stretti, chiedendo autorizzazione alla prefettura. Sembrerebbe, da quanto condiviso dal vice Questore e dal vice Prefetto, che non vi siano moltissime richieste in tal senso e che l’autorizzazione ad accedere verrebbe concessa nel giro di due o tre giorni. Raccogliamo informazioni discordanti da parte dei trattenuti che rappresentano tempi di attesa molto più lunghi, stimati in mesi.  I colloqui con parenti e avvocati sarebbero garantiti all’interno di una sala separata – la stessa utilizzata in sede di audizione telematica presso la Commissione Territoriale – con la presenza fissa di agenti di sorveglianza. Ci viene detto che è data facoltà agli avvocati di recarsi in qualsiasi momento all’interno del CPR per poter svolgere i colloqui con i propri assistiti.  CONDIZIONI GENERALI DI TRATTENIMENTO, SERVIZI GENERALI ALL’INTERNO DEL CENTRO, QUALITÀ DELLA VITA E ATTIVITÀ LUDICO-RICREATIVE Relativamente alle condizioni del centro si evidenza una generale carenza di luoghi ombreggiati e riparati e di vegetazione. Non ci è stato possibile verificare se fossero presenti impianti di riscaldamento o condizionamento, ma le persone trattenute lamentano la mancanza di sistemi di condizionamento e il caldo.  Non ci è stato possibile visitare il padiglione alloggiativo C da 20 posti, né entrare in alcun padiglione alloggiativo, né all’interno dei bagni, ma affacciandoci dalle finestre abbiamo potuto verificare che le stanze sono ancora prive di porte, nonostante le raccomandazioni del Garante Nazionale 14. Esse sono composte da 6 letti ognuna, in cemento e inamovibili, dotati di materassi ignifughi. Non sono presenti tavoli né sedie e mancano totalmente arredi e vani per riporre gli effetti personali. I trattenuti ci riferiscono che è successo di trovare pulci nei materassi. Relativamente alle condizioni dei bagni, i detenuti lamentano lo stato degradato e non funzionante dei servizi, nonostante la presenza di acqua corrente. Anche questi sarebbero ancora privi di porte costringendo le persone a utilizzarli in totale assenza di riservatezza, in condizioni umilianti e degradanti. Per quanto riguarda il tempo libero, è presente una televisione comune nel corridoio del padiglione, ma sono totalmente assenti sedie e tavoli e in generale qualsiasi arredo mobile, per cui i trattenuti sono costretti a guardarla stando in piedi o seduti per terra. Per lo stesso motivo i trattenuti non utilizzano i giochi da tavolo che sarebbero loro forniti. Allo stesso modo, non utilizzano il “campo da calcio” della struttura dal momento che è completamente esposto al sole e totalmente in cemento.  Non sono previste attività ricreative né formative, né sono presenti convenzioni con organizzazioni della società civile presenti sul territorio, al fine di implementare attività ludico ricreative all’interno del Centro. Non sono presenti nemmeno accordi con enti religiosi per l’ingresso di ministri di culto all’interno del Centro, né vi sono zone dedicate alla preghiera e i trattenuti solitamente pregano nel corridoio del padiglione o all’esterno a terra.   Per quanto riguarda la somministrazione dei pasti, essa è gestita dalla società Gam SRL con sede a Foggia. Ai trattenuti sarebbero garantiti solamente due litri di acqua potabile a testa al giorno. L’acquisto di generi alimentari e di conforto non forniti è consentito a proprie spese, tramite una lista consegnata periodicamente all’ente gestore.  Relativamente al pocket money, ogni persona trattenuta ha diritto a ricevere 2,50€ al giorno, che vengono erogati ogni due giorni sotto forma di sigarette o di scheda telefonica, per un valore di 5€. Non è possibile richiedere l’erogazione del pocket money in altro modo. Anche all’uscita dal CPR, se la persona trattenuta ha ancora pocket money da riscuotere, esso viene erogato sotto forma di sigarette. Il personale dell’ente gestore ci riferisce di avere a disposizione delle sigarette extra da poter elargire ai detenuti in maniera discrezionale come strumento per regolarne il comportamento. Si sottolinea che tale prassi, insieme all’utilizzo della divisa da parte degli operatori, riproduce dinamiche di potere sia simboliche sia materiali, ben lontane dal rapporto di fiducia tra operatori e trattenuti descritto invece da Vice Questore e Vice Prefetto. Contrariamente a quanto dichiarato nella carta dei servizi del CPR, non è presente né il servizio di lavanderia, che è dichiarato accessibile tutti i giorni nonostante il CPR sia privo di lavatrici, né il servizio di barberia e parrucchiere, che secondo la carta dei servizi dovrebbe essere effettuato tutti i giorni dalle 9 alle 10:30. In generale, tutti i trattenuti che provenivano da strutture detentive carcerarie erano concordi nell’affermare che le condizioni di vita all’interno del carcere fossero di gran lunga migliori.  CONCLUSIONI  A quasi quattro anni dal precedente sopralluogo, nonostante il cambio dell’ente gestore e le raccomandazioni del Garante Nazionale, le condizioni materiali di trattenimento risultano quasi sostanzialmente immutate; come si è avuto modo di argomentare, persistono ancora gravi e diffuse criticità.  Pensiamo sia però di fondamentale importanza allontanarsi dalla prospettiva puramente empirica di rilevazione delle singole criticità riscontrate per riportare lo sguardo sulla funzione sociale e politica dei CPR 15. Pur gestendo illeciti di natura amministrativa, i CPR sono infatti strutturati come vere e proprie carceri, ma con standard di tutela dei diritti e della salute nettamente inferiori al sistema penitenziario. Proprio su questo fronte, in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta è attiva la campagna NO CPR – Torino, rivolta al personale sanitario 16. La mobilitazione invita a riflettere sui rischi clinici, etici e giuridici della detenzione amministrativa, con l’obiettivo di opporsi alla struttura torinese e promuovere una rete nazionale che ne chieda ovunque la chiusura. In particolare, i professionisti della salute denunciano come questi luoghi siano fisiologicamente patogeni; di conseguenza, le certificazioni di idoneità alla vita in centro risultano lesive per le persone e contrarie alla deontologia medica. Su scala più ampia, la violenza della detenzione amministrativa va inserita in un quadro politico e sociale articolato. I CPR costituiscono infatti solo la punta dell’iceberg della macchina delle espulsioni, in cui si intrecciano i diversi strati di un razzismo sistemico che si attiva non appena una persona varca i confini europei. Chi affronta il viaggio migratorio viene implicitamente punito per la scelta di aver lasciato il proprio paese d’origine: una colpa fatta pesare fin dal primo contatto con le istituzioni, durante la richiesta di un permesso di soggiorno, o anche nell’esercizio del diritto fondamentale di asilo.  Guardare a queste strutture oltre la sola prospettiva antidetentiva rivela la loro funzione primaria: rafforzare il ricatto del documento. Lottare contro la detenzione amministrativa significa quindi schierarsi al fianco delle persone migranti che rivendicano documenti e tutele, ossia la possibilità stessa di esistere all’interno di uno spazio. Il CPR è la manifestazione più concreta della frontiera: attaccarlo, esigendo la sua abolizione o pretendendo quanto meno il rispetto degli standard minimi di legge, vuol dire sostenere attivamente chi subisce questo dispositivo. AGGIORNAMENTO Il 26 agosto 2026 è scoppiata una rivolta all’interno del padiglione C (quello che non era stato possibile visitare) del CPR di Caltanissetta. Secondo le ricostruzioni la rivolta sarebbe scoppiata per opporsi ad una deportazione e tre persone sono state arrestate 17. 1. Le autrici sono attiviste dello Sportello Giuridico Mederì, uno sportello di supporto legale e pratiche di autonomia dedicato principalmente ai cittadini stranieri e ai migranti a Bologna ↩︎ 2. Garante Nazionale Privati Libertà, Rapporto sulla visita effettuata nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Caltanissetta dell’11 maggio 2024 (pag.3) ↩︎ 3. ASGI, Report sulla visita al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Caltanissetta, novembre 2022 ↩︎ 4.  Cfr. ActionAid Italia e UNIBE, CPR Caltanissetta – Pian del Lago ↩︎ 5. Cfr. ASGI, op. cit., p.5 ↩︎ 6. Da quanto si legge nel report dell’11 maggio 2024 redatto dal Garante Nazionale prima degli interventi di ristrutturazione attuati nel 2020 i tre padiglioni erano comunicanti. Sempre dallo stesso report emerge che tali interventi, lungi dall’aver apportato significative migliorie «nelle condizioni materiali della struttura […] hanno riguardato quasi esclusivamente la costruzione di alti muri perimetrali in cemento armato (sostanzialmente riproduttivi del modello logistico proprio dei luoghi di detenzione carceraria) […] Inoltre, si è provveduto a rinforzare la recinzione perimetrale esterna allo scopo di prevenire tentativi di fuga. I padiglioni A, B e C sono stati semplicemente ripuliti»  Garante Nazionale Privati Libertà, Rapporto sulla visita effettuata nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Caltanissetta dell’11 maggio 2024, p.3 ↩︎ 7.  «La comunicazione del rimpatrio […] viene fatta nel momento stesso in cui vengono prelevati dal proprio “modulo abitativo”, dalla scorta della Polizia. Tale prassi è in uso anche al Cpr di Caltanissetta come confermato dal responsabile della Polizia del centro […] Il Garante nazionale ha più volte raccomandato che la data della partenza sia comunicata tempestivamente agli interessati, in modo da consentire loro di organizzarsi per il viaggio, verificare la restituzione di tutti gli effetti personali trattenuti all’ingresso nel centro, preparare in condizioni dignitose i propri bagagli, avvisare i familiari o comunque le persone di fiducia e/o l’avvocato a conoscenza dei quali portare eventuali aggiornamenti riguardanti la propria posizione giuridica» Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p.7 ↩︎ 8. «Le parole: “centro di permanenza temporanea” ovvero: “centro di permanenza temporanea ed assistenza” sono sostituite, in generale, in tutte le disposizioni di legge o di regolamento, dalle seguenti: “centro di identificazione ed espulsione” quale nuova denominazione delle medesime strutture». Decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, articolo 9, in materia di “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica” ↩︎ 9. Cfr. UNHCR Italia – Contatti ↩︎ 10. Come evidenziato nel Rapporto del Garante Nazionale del maggio 2024, tale prassi si è consolidata a seguito dell’emergenza Covid e non è stata modificata da allora nonostante il Garante ritenesse «che nei casi in cui si valuti l’applicazione di una misura di privazione della libertà, sia da considerarsi prioritaria la modalità che prevede la comparizione fisica della persona davanti al giudice; tale approccio infatti consente di valutare meglio le condizioni generali della persona sia dal punto di vista fisico che psichico e previene eventuali condizionamenti o pressioni alle quali la persona potrebbe essere esposta». Garante Nazionale Privati Libertà, op. cit., p.8 ↩︎ 11. Sulla problematicità della prescrizione si esprime anche il Garante. Per una disamina dal punto di vista giuridico si rimanda al Report sulla visita al Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta, pp. 12-14 ↩︎ 12. Nel 2024 le cabine telefoniche disponibili, nel numero di due per ogni padiglione, erano poste, in riferimento al padiglione A, all’esterno della recinzione stessa, obbligando le persone a comunicare attraverso le sbarre. Cfr. Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit. p. 4. ↩︎ 13. Su questo punto si sofferma anche il Report del Garante, che riporta il tariffario attivo nel 2024: 8 minuti verso la Tunisia; 22 minuti verso il Marocco; 16 minuti verso l’Egitto; 18 minuti verso la Nigeria; 14 minuto verso lo Sri Lanka; 20 minuti verso il Bangladesh; 20 minuti verso l’Iran; 15 minuti verso il Pakistan. Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p. 5 ↩︎ 14. «Completamente assenti le porte, inadeguatamente sostituite dalle coperte di lana in dotazione, sia per quanto riguarda le stanze di pernottamento (da sei), sia per quanto concerne i bagni. In particolare, l’assenza di porte che possano garantire la privacy all’interno dei servizi igienici, è una condizione umiliante e degradante per le persone trattenute […] Si raccomanda la necessità che i bagni e le docce, così come gli ambienti di pernottamento, siano dotati di porte che garantiscano l’imprescindibile e necessaria riservatezza di chi usufruisce dei servizi». Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p.3 ↩︎ 15. Nelle conclusioni al lungo lavoro di monitoraggio a vari CPR  promosso dalle realtà aderenti al TAI si legge: «La condizione di degrado materiale registrata in tutti i centri, la totale spersonalizzazione dei reclusi, la abituale violenza fisica e psicologica esercitata su di loro, e la condizione di persone solo “immagazzinate” nelle strutture, come acutamente ha messo in luce il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura nel suo rapporto sui CPR italiani, delineano un quadro generale estremamente grave che non è riconducibile a specifiche situazioni di mala gestione di determinati CPR, ma dipende da fattori di natura strutturale non modificabili; come avviene in tutte le istituzioni totali le finalità ufficialmente dichiarate poste alla base della realizzazione delle istituzioni stesse (nel caso dei manicomi la cura della malattia mentale, nel caso dei CPR l’allontanamento coattivo degli stranieri espulsi) servono a coprire altre e del tutto diverse finalità di natura prevalentemente politica», TAI, CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI Secondo rapporto di monitoraggio sui CPR di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino, Trapani. Gennaio 2026, cit. p. 91. ↩︎ 16. Il documento integrale della campagna “NO CPR di TORINO!” ↩︎ 17. Avvenire, Migranti, tre arresti per la protesta nel CPR di Caltanissetta, 28.08.2026 ↩︎
September 28, 2026
Progetto Melting Pot Europa
The impact of immigration detention on migrants’ health and wellbeing: insights from key informants on the Macomer case
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- University of Bergen Faculty of Psychology – Department of Health Promotion and Development Master’s Degree in Global Development Theory and Practice, with specialisation in Health Promotion THE IMPACT OF IMMIGRATION DETENTION ON MIGRANTS’ HEALTH AND WELLBEING: INSIGHTS FROM KEY INFORMANTS ON THE MACOMER CASE Camilla Cardini (2026) Scarica l’elaborato (EN) INTRODUZIONE Le condizioni di vita precarie nei centri di detenzione per migranti, in Italia, in Europa e nel resto del mondo, sono ben documentate da articoli accademici e report indipendenti. Nonostante ciò, questa pratica sta venendo implementata sempre di più dai governi europei, in primo luogo da quello italiano. Ad oggi nel nostro territorio, quindi escludendo dal conteggio i centri costruiti dal governo Meloni in Albania, sono presenti dieci CPR, ovvero Centri di Permanenza per il Rimpatrio, in cui le condizioni di vita e il loro impatto sulla salute delle persone migranti detenute sono ben note. Questo studio si concentra sul CPR di Macomer, in Sardegna, e ha come obiettivo principale quello di esplorare qual è l’impatto della detenzione amministrativa sulla salute e sul benessere delle persone detenute. Attraverso l’uso della teoria integrale (Integral Theory) di Wilber, questo studio esplora il fenomeno considerando quattro dimensioni fondamentali: la soggettiva, l’oggettiva, l’intersoggettiva e l’interoggettiva. In questa ricerca di tipo qualitativo i dati sono stati raccolti attraverso interviste semistrutturate condotte con nove informatori chiave coinvolti a vario titolo nelle vicende del CPR di Macomer. I partecipanti sono stati selezionati in base al loro precedente accesso alla struttura e al loro ruolo professionale. Le interviste sono state integrate dall’analisi di cinque documenti rilevanti del governo e della società civile, con i dati raccolti riferiti al periodo compreso tra il 2024 e l’inizio del 2026. La ricerca ha prodotto risultati in linea con la letteratura esistente sui CPR in Italia e su altre forme simili di detenzione delle persone migranti nel resto del mondo. In particolare, questo studio ha riscontrato profonde sofferenze psicofisiche, criticità sanitarie e condizioni strutturali fatiscenti, accanto a pratiche condivise all’interno del sistema italiano dei CPR e specifiche interazioni interne al centro. I risultati hanno inoltre rivelato un parallelismo con i vecchi manicomi, una narrazione criminalizzante verso i migranti detenuti, nonché barriere sanitarie e meccanismi di adattamento (coping mechanisms) adottati dai detenuti. I risultati dello studio hanno evidenziato che la detenzione amministrativa è dannosa per gli individui detenuti, minacciandone la salute e il benessere. L’inefficacia di questa pratica potrebbe essere affrontata dai governi e dalle istituzioni internazionali adottando alternative in linea con i diritti fondamentali e i principi di promozione della salute.
September 26, 2026
Progetto Melting Pot Europa