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CPR di Trento: negato l’accesso agli atti alle organizzazioni della società civile
Ministero dell’Interno, Commissariato del Governo e Provincia autonoma di Trento hanno risposto con un rigetto alla richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA) presentata il 23 aprile 2026 da Cittadinanzattiva APS e dall’Assemblea Antirazzista Trento, con il supporto legale degli avvocati Antonello Ciervo, Salvatore Fachile, Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva e Gennaro Santoro. La richiesta mirava a ottenere tutti i documenti relativi alla progettazione e realizzazione del CPR previsto a Maso Visintainer, a Trento. Ne denunciano l’ostracismo le stesse organizzazioni con una nota stampa. La motivazione del diniego è identica in tutte le risposte istituzionali, un copia-incolla: i CPR, in base al decreto-legge 124/2023, sono stati classificati come “opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale“. Una definizione che, in materia di accesso civico generalizzato, equivale a un segreto di Stato: nessun progetto, nessuna relazione tecnica, nessun documento urbanistico o ambientale, nessuna informazione sui costi e tempistiche di realizzazione. «Classificare un centro di detenzione amministrativa alla stregua di un’installazione militare non è una scelta tecnica neutrale, bensì una scelta politica che sottrae deliberatamente al controllo pubblico un’opera che incide profondamente sul territorio, sull’uso del suolo, sulle risorse provinciali e sui diritti delle persone – compreso quello alla salute – che vi saranno recluse», affermano le organizzazioni civiche. Il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR, composto da oltre 50 realtà sociali e politiche che sostengono la campagna contro l’apertura del CPR, e Cittadinanzattiva considerano questa mancata trasparenza gravissima. I CPR sono luoghi strutturalmente opachi: l’accesso al loro interno è negato ai giornalisti e alla società civile, e numerosi report, inchieste giornalistiche e pronunce giurisdizionali hanno documentato come in queste strutture i diritti fondamentali vengano sistematicamente violati. Ora si aggiunge un nuovo tassello: la società civile non può essere messa a conoscenza di quali valutazioni siano in corso sull’impatto territoriale e ambientale, su come verrà costruito il centro, con quali costi e secondo quali criteri. Le organizzazioni ricordano che l’area individuata per la costruzione del CPR è stretta tra la tangenziale di Trento e l’autostrada del Brennero e in particolare il lato est è percorso per tutta la sua lunghezza da un metanodotto ad alta pressione. «Quel che è emerso – la sola documentazione che la Provincia ha ritenuto di non poter nascondere perché già pubblica e facilmente reperibile online – è la delibera di Giunta n. 1626 del 24 ottobre 2025 e il testo dell’accordo Piantedosi-Fugatti. Un accordo che prevede la costruzione del CPR interamente a carico delle casse provinciali, e in cambio impegna il Ministero a dimezzare i posti di accoglienza sul territorio trentino da 700 a 350.  Quello che rimane nell’ombra – i progetti tecnici, le valutazioni ambientali, i costi, le procedure di affidamento – è esattamente ciò che ogni cittadina e ogni cittadino di questo territorio, e non solo, hanno il diritto di conoscere. Continueremo a chiedere trasparenza e a opporci con ogni strumento disponibile. I CPR non sono basi militari: sono luoghi in cui si detengono esseri umani, e per questo, pur ribadendo la nostra netta contrarietà, ci aspettiamo che siano perlomeno aperti al controllo pubblico, non schermati dietro una norma che li equipara a infrastrutture di guerra», concludono le organizzazioni.
«La Campania accoglie. Per una regione libera da CPR, razzismo e morti senza giustizia», sintesi dell’assemblea regionale
Il documento dell’Assemblea regionale che si è svolta il 26 maggio 2026 l’Università degli studi di Salerno. SINTESI L’assemblea regionale “La Campania accoglie”, tenutasi il 26 maggio 2026 presso l’Università degli Studi di Salerno, ha rappresentato un momento di confronto tra diverse realtà impegnate sui temi delle migrazioni, dell’accoglienza e dei diritti. Al centro della discussione vi sono stati lo sfruttamento lavorativo in Campania, le nuove politiche migratorie europee e nazionali, l’opposizione all’apertura di un CPR a Castel Volturno e il sostegno alle persone in uscita dal sistema di accoglienza. Dall’incontro è emersa la volontà di rafforzare il coordinamento regionale e le iniziative comuni di mobilitazione e solidarietà. A. LE PRINCIPALI TEMATICHE AFFRONTATE Il 26 maggio 2026 si è svolta presso l’Università degli Studi di Salerno l’assemblea regionale “La Campania accoglie. Per una regione libera da CPR, razzismo e morti senza giustizia“. L’incontro ha riunito realtà sociali, associative, sindacali, studentesche, del terzo settore e politiche attive nei diversi territori della regione, insieme a operatrici e operatori legali, docenti universitari e rappresentanti istituzionali, tra cui il deputato Franco Mari. L’assemblea si è svolta in un contesto segnato dal progressivo peggioramento delle politiche migratorie e dall’inasprimento delle misure repressive e securitarie. Nel corso della discussione è emersa la necessità di rafforzare gli scambi di conoscenze, pratiche e strumenti tra le diverse esperienze presenti nei territori campani, valorizzando le reti già attive di solidarietà, mobilitazione e difesa dei diritti. I principali temi affrontati sono stati: 1) lo sfruttamento lavorativo in Campania; 2) l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo e i recenti decreti sicurezza; 3) la possibile apertura di un CPR a Castel Volturno; 4) la situazione delle persone in uscita dal sistema di accoglienza, con particolare attenzione alle famiglie palestinesi; 5) i processi di disumanizzazione oggi in corso. 1. Il tema dello sfruttamento lavorativo. È stato sottolineato come il caporalato si sia ormai esteso ben oltre il settore agricolo, investendo numerosi ambiti produttivi e contribuendo a consolidare condizioni diffuse di precarietà, ricattabilità e privazione dei diritti anche in Campania. Specificamente, è stato evidenziato il meccanismo di crescente irregolarità amministrativa determinata dalle normative migratorie in vigore, in particolare dal decreto flussi. È stato ricordato come migliaia di persone, pur essendo entrate regolarmente in Italia attraverso visti e nulla osta, stiano oggi rimanendo senza permesso di soggiorno, scivolando in condizioni di vulnerabilità e ricattabilità. Secondo quanto emerso dal confronto, questa produzione strutturale di irregolarità contribuisce ad alimentare processi di compressione salariale e peggioramento delle condizioni di lavoro, aggravando ulteriormente l’impoverimento della classe lavoratrice campana, soprattutto nei settori storicamente più esposti a bassi salari e sfruttamento. Infine, è stato ricordato l’alto numero di immigrati morti in Campania tra il 2024 e il 2026. particolarmente collegati alle condizioni di lavoro e vita. 2. La crescente repressione. Diversi interventi hanno evidenziato come il contesto politico attuale sia caratterizzato da una generale compressione del diritto a manifestare e del dissenso sociale. Tale processo è stato collegato agli effetti dei recenti decreti sicurezza, all’inasprimento delle pene e al peggioramento delle condizioni di vita e di trattenimento all’interno dei CPR. In questo quadro è stata ribadita la necessità di costruire un argine sociale ampio, fondato sulla partecipazione politica di massa e sul rafforzamento di legami sociali e collettivi capaci di contrastare le politiche repressive oggi in atto. Particolare preoccupazione è stata espressa rispetto all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo su immigrazione e asilo, prevista per il 12 giugno 2026. Le procedure accelerate alle frontiere per l’esame delle domande di protezione internazionale, l’estensione dei trattenimenti amministrativi e il rafforzamento dei dispositivi di controllo vengono considerati strumenti che metteranno ulteriormente in discussione il diritto alla protezione internazionale e i diritti fondamentali delle persone immigrate e richiedenti asilo nell’Unione Europea. 3. L’apertura del CPR a Castel Volturno. Al centro della discussione vi è stata l’opposizione all’apertura del CPR a Castel Volturno, considerata una questione decisiva per l’intero territorio regionale. È stata ribadita con forza la contrarietà alla realizzazione del centro di detenzione amministrativa, ritenuto l’emblema di un modello fondato sulla repressione, sull’esclusione e sulla criminalizzazione delle persone immigrate, ma anche delle reti di solidarietà meticce. Nel corso dell’assemblea è stato sottolineato che, per impedire l’apertura del CPR, sia necessario costruire una strategia condivisa, capace di parlare a settori ampi della popolazione e non soltanto alle realtà dell’attivismo, della militanza e dell’impegno civile. È necessaria una strategia che sappia anche individuare gli interessi economici e sociali che l’apertura del CPR attiverebbe e quelli che colpirebbe anche a livello locale. 4. Persone nel sistema di accoglienza richiedenti asilo e rifugiati e in uscita. L’assemblea ha riconosciuto la necessità di rafforzare il sistema di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo in Campania e sostenere le persone che usciranno a breve dai centri di accoglienza in assenza di alternative; tra queste famiglie palestinesi con bambini e bambine. 5. La crescente disumanizzazione in corso. L’assemblea ha inoltre richiamato la necessità di contrastare la progressiva normalizzazione dei processi di disumanizzazione oggi in corso. Diversi interventi hanno sottolineato come non sia possibile accettare un modello di società che divide l’umanità tra chi dispone pienamente di diritti e chi viene progressivamente privato della propria dignità e della propria possibilità di esistenza. Questa logica si manifesta tanto nelle morti evitabili nel Mediterraneo quanto nella distruzione e nel massacro sistematico in corso a Gaza. B. PROPOSTE La discussione collettiva ha fatto emergere una molteplicità di proposte per le varie tematiche affrontate, ponendo come prioritaria una scelta di metodo, secondo la quale è necessario proseguire il percorso di confronto e coordinamento regionale attraverso iniziative comuni, momenti pubblici di mobilitazione e percorsi territoriali capaci di rafforzare solidarietà, organizzazione sociale e partecipazione democratica. Le proposte emerse, elaborate all’interno delle realtà collettive intervenute, hanno riguardato diversi aspetti. Qui si riporta la sintesi solo di quelli maggiormente coerenti con gli obiettivi prioritari dell’assemblea: * Evitare l’apertura del CPR a Castel Volturno, la quale metterebbe in discussione tutti i percorsi sociali di cooperazione per i diritti sociali e civili condotti negli ultimi due decenni. La mobilitazione contro il CPR in Campania si inserisce nella campagna più generale per il superamento del sistema di detenzione amministrativa a livello nazionale; * Superare logica e meccanismi del decreto flussi, produttore di irregolarità amministrativa; * Dopo avere riconosciuto che la residenza è un ostacolo al rinnovo dei permessi di soggiorno è necessario pensare a un superamento di questo vincolo per evitare la produzione istituzionale di ulteriore irregolarità amministrativa; * Contribuire a individuare con le persone direttamente interessate percorsi possibili di uscita dal sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. In particolare, il superamento strutturale del decreto flussi può essere sostituito da strumenti alternativi. La discussione assembleare ha raccolto le seguenti proposte: * Nell’immediato, a leggi invariate, è possibile riconoscere il permesso di soggiorno in attesa di occupazione alle persone che non hanno potuto convertire il visto connesso al decreto flussi in permesso di soggiorno, evitando così alle persone de facto truffate di ritrovarsi in condizione di irregolarità amministrativa; * Utilizzare l’articolo 18 per le persone in condizioni di sfruttamento lavorativo per sostenere la tutela personale; * Il superamento del decreto flussi si può realizzare introducendo a livello legislativo la misura del visto per ricerca lavoro, in modo da liberare le persone dai meccanismi truffaldini e dai ricatti delle diverse forme di intermediazione. C. PROSSIME INIZIATIVE REGIONALI * Assemblea del 30 maggio a Castel Volturno: ulteriore momento di costruzione per la mobilitazione regionale. Si specifica che nel frattempo questa assemblea 1 si è svolta e ha confermato le mobilitazioni già in programma, oltre a prevedere una giornata di auto-formazione sul tema del CPR a Napoli il 13 giugno; * Manifestazione del 20 giugno a Napoli “Inventare l’avvenire”;  * Iniziativa “Mediterraneo Antirazzista” il 5 e 6 giugno a Scampia.  In conclusione, l’assemblea propone la moltiplicazione in ambito regionale, in più territori possibili, di momenti di discussione pubblica in modo particolare concentrati sulla proposta di apertura del CPR a Castel Volturno. Inoltre, l’assemblea propone di rendere protagonista l’università, che può contribuire all’elaborazione dei movimenti sociali, ma anche essere invitata a prendere posizione dal punto di vista istituzionale, con i suoi organismi di rappresentanza. Per quest’ultima ragione, è stato proposto di verificare una presa di posizione dei lavoratori e lavoratrici della ricerca in Campania e l’organizzazione di ulteriori iniziative negli atenei della regione. In definitiva, l’incontro del 26 maggio ha costituito un contributo verso la costruzione di uno spazio regionale di confronto, solidarietà e mobilitazione contro il razzismo istituzionale, la detenzione amministrativa e lo sfruttamento, e per l’affermazione di pratiche di accoglienza, giustizia sociale e partecipazione democratica, compresa la partecipazione delle università campane e le loro possibili prese di posizione. PARTECIPAZIONE:  SOS Cpr, LasciatiCIEntrare, Comunità accogliente, Metis Fest, Centro sociale ex Canapificio Caserta, Associazione senegalesi di Salerno, Rete vesuviana solidale, CSC Credito Senza Confini, Frontiera sud, Cidis impresa sociale, Forum Antirazzista Salerno, LINK Fisciano, LINK Napoli, Uds Campania, REST Campania Network, SpG Salerno, Associazione Memoria in Movimento, Potere al Popolo – Agro Nocerino Sarnese, Casa del Popolo Cohiba, Libera Campania, Associazione Giovani Italo-Algerini (Figli del Mediterraneo), Associazione Asinu, Assemblea lucana no CPR, Emergency – ambulatorio di Castel Volturno, Movimento migranti e rifugiati di Napoli. 1. Un resoconto è stato curato da Vanna D’Ambrosio: A pochi chilometri dalla tomba di Jerry Essan Masslo. CPR a Castel Volturno? «Né qui né altrove» ↩︎
«L’algoritmo della farfalla»
Una graphic novel scritta da Lucio Cascavilla e disegnata da Giunia C., con la postfazione della rete Mai più Lager – No ai CPR e l’introduzione del ricercatore Pietro Cingolani. Il libro è edito da Morsi Editore, un’officina editoriale indipendente di Torino nata nel 2021 per dare voce a progetti di editoria militante: fumetti, libri illustrati e opere di critica sociale che uniscono narrazione visiva e sguardo radicale sul presente. Lolade è una donna Yoruba giunta in Italia da una decina d’anni. Con il permesso di soggiorno e un marito italiano, la sua vita sembrava costruita su basi solide. Poi, mentre era per strada, due carabinieri l’hanno arrestata perchè sospettata di uno scippo. Scagionata dal furto, si ritrova accusata dagli stessi agenti di resistenza a pubblico ufficiale. Prima ancora di essere rinviata a giudizio, viene spedita in un CPR, un Centro di Permanenza per il Rimpatrio. > Nei CPR non ci capita mai nessuno di famoso. Ai giornalisti non è permesso > entrare. La verità si viene a conoscere solo quando qualcuno riesce a uscire. Dopo qualche giorno nel Centro arriverà la giovane Ife. E poi Laurent. Tre storie che si intrecciano in uno spazio che non dovrebbe esistere, almeno non così. UNA FALLA NEL SISTEMA GIURIDICO L’apertura dei CPR ha significato, nella pratica, una sospensione dei diritti giuridici fondamentali. Si può essere condannati e incarcerati anche senza aver commesso alcun fatto. Questa falla nel sistema giudiziario europeo – e mondiale – apre la strada a detenzioni ingiustificate che possono protrarsi nel tempo senza alcun controllo reale. Il sistema dei CPR gestito da privati porta la situazione all’estremo: l’ente gestore non è più interessato all’amministrazione della giustizia, ma al numero dei reclusi, grazie ai quali riceve fondi dal governo. Più detenuti ci sono, più i rimborsi saranno elevati. Una macchina economica alimentata dalla privazione della libertà. ROMPERE IL SILENZIO Raccontare la storia di Lolade, Ife e Laurent significa rompere un muro di silenzio. Ai giornalisti non è permesso entrare nei CPR, e la verità si viene a conoscere solo quando qualcuno – grazie a qualche cavillo giudiziario – riesce a uscire e torna a raccontare quel che è stato. Se nella prigione si contano i giorni per uscire, dai CPR si vorrebbe uscire senza però essere rispediti nei paesi dai quali si è arrivati, né essere trasferiti nei cosiddetti paesi terzi, lontanissimi. Morsi Editore: Nata nel 2021 a Torino dal desiderio di unire diverse realtà artistiche e culturali, Morsi è un’officina indipendente di fumetti, libri illustrati e progetti creativi. Produce un’editoria militante che offre uno sguardo radicale su politica, cultura, arte e società attraverso mezzi di comunicazione artistica. Sensibilizzazione della collettività e focus sull’attualità trovano un punto d’incontro con le arti visive e una nuova editoria, rivolgendo uno sguardo critico verso la disobbedienza creativa. Grazie alla collaborazione con autori e artisti, Morsi crea prodotti cartacei che affrontano con narrativa e disegno la critica sociale.
“No CPR, né qui né altrove”: la Trento antirazzista è tornata in piazza
Tantissime persone, oltre 1.500 secondo il Coordinamento regionale No CPR, sabato 16 maggio hanno nuovamente attraversato e riempito le strade di Trento animando il corteo contro la costruzione di un CPR in città. Una mobilitazione ampia, partecipata e determinata che conferma quanto sia forte e diffusa l’opposizione ad un “lager di Stato” che rappresenta uno dei simboli concreti delle politiche di estrema destra della giunta provinciale e del governo Meloni, ma anche un affronto per il territorio e per un tessuto sociale solidale ben presente in città. Il corteo è partito nel pomeriggio da piazza Dante, sotto i palazzi della Provincia e della Regione, per accusare direttamente chi ha firmato e continua a sostenere l’accordo con il Ministero dell’Interno. Questo accordo è talmente infimo da non prevedere solo la costruzione della struttura detentiva ma anche il taglio dei posti letto del sistema di accoglienza, da 700 a 350, mentre già ora centinaia di persone richiedenti asilo continuano a vivere in strada, escluse da qualsiasi forma di accoglienza o assistenza sociale, in una situazione ulteriormente aggravata dalla chiusura dei dormitori di bassa soglia. Il CPR è anche il risultato di una narrazione tossica e di propaganda politica che in questi mesi ha raccontato Trento come città insicura e colpita dal degrado: «Quale sicurezza pensate di costruire imprigionando 25 persone che non hanno commesso alcun reato solo perché sprovviste di documenti, che le vostre stesse Questure gli rendono quasi impossibile ottenere, mentre ne buttate centinaia a vivere in mezzo alla strada chiudendo sempre più posti di accoglienza?», così le studentesse universitarie hanno puntato il dito contro la propaganda dell’amministrazione provinciale, sottolineando come invisibilizzare e confinare chi si trova in una posizione di marginalità sociale non fa che alimentare le condizioni di disagio delle persone, e che non può esserci sicurezza senza giustizia sociale e riconoscimento di diritti per tutte e tutti.  Da piazza Dante, la manifestazione ha poi attraversato il centro cittadino, facendo tappa sotto il Comune in via Belenzani, dove al consiglio comunale è stata rivolta una richiesta chiara: una presa di posizione netta contro la realizzazione del CPR. Tanti gli interventi che hanno denunciato le politiche nazionali quanto quelle europee che rappresentano un quadro di razzismo sistemico sempre più ostile ai diritti delle persone migranti: dai nuovi decreti sicurezza al Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo, fino al cosiddetto Regolamento Deportazioni, misure che comprimono il diritto d’asilo e la libertà di movimento alimentando un clima di criminalizzazione e repressione.  Diversi interventi hanno poi voluto ricordare le morti nei CPR e gli ultimi fatti di cronaca dove persone nere sono state uccise o sono state vittime di abusi per colpa di un sistema che alimenta gerarchia sociale, sfruttamento e odio razziale.  Il corteo si è concluso a Piedicastello, il quartiere-base della mobilitazione e che fin da quando è stato sottoscritto l’accordo tra PAT e Viminale è stato coinvolto nella mobilitazione. «Crediamo che Trento non abbia bisogno di nuove strutture repressive, ma di politiche capaci di garantire diritti, accoglienza, casa, salute e dignità per tutte e tutti. Per questo continueremo a mobilitarci contro quello che consideriamo uno scempio per la nostra città e per il nostro quartiere, rafforzando una rete di opposizione che in questi mesi è cresciuta dentro e fuori i territori direttamente coinvolti», ha detto un rappresentante del comitato di  quartiere. Ad accogliere i manifestanti, uno striscione calato dalle finestre della piazza dallo stesso comitato, un gesto che ha concluso la giornata con un significato di radicamento e nel quale c’è stato il saluto anche del presidente della circoscrizione Centro storico-Piedicastello, ribadendo la contrarietà generale a tutti i CPR in quanto strumento e che tale struttura non può essere imposta dall’alto su un territorio che non la vuole. ADESIONI AMPIE E TRASVERSALI Quello che ha caratterizzato questa mobilitazione, al pari della manifestazione del 13 dicembre, è la straordinaria trasversalità delle adesioni accumulate nel conto alla rovescia verso il 16 maggio e le tante iniziative di avvicinamento alla data. In questi mesi il Coordinamento ha costruito momenti di confronto, approfondimento e organizzazione collettiva, promuovendo iniziative nelle università, nei quartieri e negli spazi sociali della città. Assemblee pubbliche, dibattiti e incontri hanno permesso di far emergere con chiarezza cosa significhi realmente aprire un CPR: un luogo di detenzione amministrativa, isolamento e privazione della libertà, che alimenta esclusione e violenza istituzionale. Il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR in quasi due anni e mezzo di iniziative pubbliche è cresciuto in termini di adesione e partecipazione. La lista delle realtà aderenti racconta da sola la profondità di questa rete: dal Centro sociale Bruno ai collettivi studenteschi e universitari, dallo Spazio 77 a Bozen Solidale, dall’ANPI all’Arci alle ACLI, passando da decine di associazioni di volontariato, scuole di italiano, enti del terzo settore impegnati in progetti di accoglienza e inclusione sociale. Ma alla manifestazione hanno aderito anche diverse forze politiche – Alleanza Verdi e Sinistra, Rifondazione Comunista, Onda Trentino, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle – e i sindacati CGIL, CISL e UIL. Più di sessanta soggetti presenti in regione, uniti dallo stesso rifiuto, ai quali si aggiungono quasi tutte le circoscrizioni della città che hanno espresso contrarietà al progetto. Un’opposizione che non si limita ai confini regionali e che si collega alle mobilitazioni contro i CPR in corso in altri territori, da Aulla a Castel Volturno. Da ricordare che nelle settimane precedenti si erano aggiunte anche le posizioni di alcune voci autorevoli. L’arcivescovo di Trento Lauro Tisi era stato attaccato pesantemente dalla destra locale e da diversi leoni da tastiera per aver criticato la costruzione del CPR, richiamando principi di umanità e dignità nei confronti delle persone migranti. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, presente sabato scorso alla Piazza del Volontariato, ha definito i CPR «luoghi disumani» e sostenuto la mobilitazione, ricordando che «la vita non è il monologo dell’io» e che di fronte a queste politiche non è possibile restare spettatori. IL PROSSIMO APPUNTAMENTO La mobilitazione non si ferma: a fine corteo sono già stati lanciati i prossimi appuntamenti. Venerdì 22 maggio alle ore 12, quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà a Trento per il Festival dell’Economia, il Coordinamento sarà nuovamente in piazza per contestare la sua presenza e le politiche repressive di cui è promotore. E poi, in vista dell’apertura del cantiere, la promessa è di continuare l’opposizione ai CPR, ai decreti securitari e a un modello di società fondato sulla paura, sull’esclusione e sulla repressione, rivendicando invece una città aperta, solidale e libera da ogni forma di detenzione: “No CPR. Né qui né altrove!“
La Campania accoglie e chiede verità
Un appello aperto alle realtà antirazziste, ai collettivi, alle associazioni e alle persone attive nei territori della Campania per costruire un momento di confronto e coordinamento contro la detenzione amministrativa, il razzismo istituzionale e la precarizzazione delle vite migranti. È questo il senso della lettera aperta diffusa in vista dell’incontro-assemblea regionale convocato per il prossimo 26 maggio 2026 dalle 10:30 presso l’Università di Salerno, nel campus di Fisciano 1. L’iniziativa nasce in un contesto segnato da un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie e di accoglienza, a livello sia nazionale che europeo. Le organizzazioni promotrici denunciano una fase caratterizzata dal rafforzamento dell’approccio emergenziale e repressivo alla gestione delle migrazioni, con conseguenze sempre più pesanti sul piano dei diritti, dell’accesso all’accoglienza e delle condizioni materiali di vita delle persone migranti e rifugiate. Al centro della mobilitazione vi è innanzitutto il progetto di apertura di un CPR a Castel Volturno 2, considerato dalle realtà aderenti un ulteriore passo verso la normalizzazione della detenzione amministrativa delle persone straniere 3. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR A CASTEL VOLTURNO: ASSOCIAZIONISMO, CHIESA E REGIONE DICONO NO Il Viminale ha individuato un'area naturalistica con una spesa preventivata di oltre 43 milioni di euro Redazione 27 Aprile 2026 Una prospettiva che, secondo la lettera, contraddice radicalmente qualsiasi idea di accoglienza e convivenza, rafforzando invece dispositivi di controllo, esclusione e segregazione. L’appello richiama anche l’impatto imminente del nuovo Patto europeo su asilo e migrazione, che entrerà progressivamente in vigore nei prossimi mesi e che viene descritto come un ulteriore consolidamento delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, limitazione dell’accesso alla protezione internazionale e ampliamento dei meccanismi di trattenimento. Accanto al tema dei CPR, la lettera pone l’attenzione sulla crisi dei percorsi di accoglienza in Campania. Molte persone inserite nel sistema SAI stanno infatti uscendo dai progetti senza soluzioni abitative o strumenti di supporto adeguati. Una situazione che riguarda anche persone provenienti da contesti di guerra, come la Striscia di Gaza, e che rende evidente – denunciano le realtà promotrici – l’assenza di politiche strutturali sul diritto all’abitare. Particolarmente duro è poi il passaggio dedicato al Decreto flussi, definito un meccanismo che continua a produrre irregolarità amministrativa anziché garantire canali di ingresso regolari e accessibili. I dati citati dalla campagna Ero Straniero mostrano come in Campania il sistema presenti livelli di inefficacia ancora più elevati rispetto alla media nazionale: nel 2025, a fronte di 6.295 quote previste, sarebbero stati richiesti soltanto 118 permessi di soggiorno, con un tasso di successo dell’1,9%. La lettera dedica inoltre ampio spazio alla situazione nella provincia di Salerno, dove tra il 2025 e il 2026 si sono registrate diverse morti di persone immigrate rimaste, secondo i promotori, senza verità e giustizia. Viene ricordato in particolare il caso dell’uomo di nazionalità indiana morto il 24 aprile 2026 all’ospedale di Salerno dopo essere arrivato con una grave cancrena alle gambe, probabilmente causata dall’esposizione a sostanze chimiche. Secondo le realtà firmatarie, questi episodi non possono essere letti separatamente, ma fanno parte di un quadro più ampio di negazione dei diritti e di produzione sistemica di vulnerabilità. Allo stesso tempo, l’appello rivendica l’esistenza di una rete diffusa di solidarietà e resistenza già attiva sul territorio campano: associazioni, collettivi, sportelli, comunità e singole persone che continuano a costruire pratiche di accoglienza e mutualismo. L’obiettivo dell’assemblea del 26 maggio è proprio quello di mettere in connessione queste esperienze, favorire il confronto tra realtà che operano in territori differenti e costruire percorsi comuni di mobilitazione contro CPR, razzismo istituzionale e politiche di esclusione. Per aderire e partecipare all’assemblea è possibile scrivere all’indirizzo: gavallone@unisa.it. Tra le prime adesioni figurano: SOS Cpr, LasciatiCIEntrare, Comunità Accogliente, Metis Fest, Centro sociale ex Canapificio di Caserta, Associazione senegalesi di Salerno, Rete vesuviana solidale, CSC Credito Senza Confini, Frontiera Sud e CIDIS Impresa Sociale. 1. Il CPR di Castelvolturno: un progetto contro un territorio, Vie di fuga (7 maggio 2026) ↩︎ 2. Il Ministero dell’Interno vuole costruire un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) da 120 posti nel Parco umido La Piana di Castel Volturno, A fine aprile l’agenzia Invitalia ha pubblicato su incarico del Viminale l’appalto da 41,2 milioni ↩︎ 3. Interpellanza in merito alla realizzazione di un nuovo CPR a Castel Volturno (Caserta), con particolare riferimento all’impatto sociale e ambientale sul territorio, Ministero dell’Interno (8 maggio 2026) ↩︎
Il tempo sospeso dei CPR
Mentre il governo spinge per la realizzazione di nuovi CPR, cresce il bisogno di un piano di azione per superare il sistema della detenzione amministrativa. Da settimane si discute della possibilità che vengano realizzati nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri. È di fine aprile la notizia dell’appalto da 41,2 milioni per la realizzazione di un nuovo Cpr a Castel Volturno 1. Ma si parla con insistenza anche di un nuovo Cpr a Trento, a Bologna e a Pallerone, frazione del comune di Aulla in provincia di Massa-Carrara. Notizie/CPR, Hotspot, CPA “NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE”: IL 16 MAGGIO A TRENTO SI TORNA IN PIAZZA «La vera sicurezza nasce dalla cura, non dalle galere etniche» Redazione 30 Aprile 2026 Quell’idea di realizzare un Cpr in ogni regione, già dichiarata dal ministro Piantedosi da tempo, con l’approvazione dell’ultimo pacchetto sicurezza sta avendo un’accelerata. Di fronte a questa “nuova ondata di sadismo contro i migranti”, riprendendo l’espressione utilizzata dal Centro Studi e Ricerche IDOS nel comunicato del 29 gennaio 2026 sulle ‘politiche italiane improntate al sadismo verso i migranti’, si sono sollevate diverse voci contrarie, le più variegate, presidenti di regione, sindaci, vescovi, associazioni, movimenti. Insomma, non solo gli attivisti storici della galassia No Cpr hanno alzato la voce contro questi progetti, ma una pletora di soggetti istituzionali e no, molto più variegata ha inteso far sentire la propria contrarietà. L’ampliamento del fronte del NO alla costruzione di nuovi Centri di Permanenza per i Rimpatri, è una notizia positiva che però deve innescare una riflessione. A ben vedere, infatti, le posizioni espresse non sembrano tutte andare verso la stessa direzione e, come si dice dalle mie parti, “il diavolo sta nei dettagli”. In questo senso divengono emblematiche le parole pronunciate dal presidente della Regione Toscana – Giani – che fonda la sua opposizione alla realizzazione del Cpr di Pallerone su ragioni di sviluppo economico e turistico del territorio che sarebbero mortificate dalla realizzazione di un Cpr perché, dice il presidente, assieme “ai cittadini stranieri non comunitari, irregolari o destinatari di un provvedimento di espulsione (…) arrivano poi amici, parenti, congiunti: un flusso di persone incontrollato che, come accade in ogni struttura di questo genere, richiama spesso persone che hanno commesso reati, soggetti borderline, e quindi degrado”. Sorvolando sul numero esagerato di luoghi comuni e false informazioni contenute nella dichiarazione del presidente della Regione Toscana, non si può però sorvolare su una questione che fa da sfondo a queste dichiarazioni e che merita di emergere. Mi riferisco al tema tutto politico del futuro del sistema della detenzione amministrativa e dei Cpr. Un dibattito che mentre a destra è definitivamente risolto, nel senso che nessuno si sogna di mettere in discussione il sistema attuale di detenzione amministrativa, se non per auspicarne un potenziamento, per richiederne maggiore durezza e risolutezza. A sinistra, ad essere intellettualmente onesti, il dibattito appare ancora non risolto. Così, al di là delle encomiabili posizioni personali di questo o quel parlamentare, di questo o quel esponente politico, manca ancora una chiara dichiarazione di intenti e un piano d’azione per arrivare, in caso di vittoria elettorale, alla chiusura dei Centri di Permanenza per i Rimpatri. La chiusura dei Cpr non è questione semplice e immediata anche perché l’Europa purtroppo non ci sta aiutando, piuttosto il contrario. Ma proprio perché il tema è dannatamente complesso, non è intellettualmente corretto evitare la discussione, rimandarla, nascondersi dietro uno slogan. Non basta dire “chiudiamo i Cpr”, perché occorre poi anche essere in grado di immaginare e realizzare un sistema di gestione dei flussi migratori e, più in generale, un sistema di accoglienza che non sia fondato su hotspot e CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR, UNA SETTIMANA ORDINARIA DI ORRORE: SCIOPERI DELLA FAME, MINORENNI DETENUTI E GESTI DISPERATI Dalle immagini da Macomer ai minori illegalmente rinchiusi a Milano: cronaca della “normalità” Redazione 28 Aprile 2026 Chi vuole provare ad immaginare un futuro senza Cpr ha il dovere di far partire una riflessione seria sul percorso da seguire per arrivare al risultato sperato. Ed ecco che le strade iniziano a biforcarsi, perché, mentre per alcuni non si può prescindere da una posizione netta e intransigente che si fonda sulla immediata chiusura di luoghi che, in quanto intrinsecamente patogeni (come ripete spesso il dott. Nicola Cocco), sono incompatibili con i principi delle nostre società, per altri, il risultato della chiusura dei Cpr può essere immaginato come punto di arrivo di un processo, le cui tappe però non sono definite. Per correttezza nei confronti di chi legge, dichiaro immediatamente di appartenere alla prima categoria. Faccio questa precisazione con la consapevolezza che la posizione più intransigente porta con sé non pochi problemi da affrontare e da risolvere. Faccio questa precisazione perché credo che le due posizioni debbano confrontarsi e ragionare insieme per individuare la migliore strategia, soprattutto se il fine rimane comune, ma anche consapevole che il rischio che stiamo correndo è quello di una normalizzazione della detenzione amministrativa e del sistema Cpr. L’adesione a una posizione maggiormente intransigente è frutto dell’esperienza maturata in questi anni e a una serie di riflessioni che non vogliono rappresentare un dogma ma, piuttosto, innescare un dibattito. Un dibattito che può partire dal domandarsi se realmente vi possano essere interventi migliorativi del sistema Cpr, se sia accettabile un sistema di privazione della libertà personale in assenza di un reato, se il trattenimento non determini un peggioramento delle condizioni di vita degli stranieri sia dal punto di vista psico-fisico, sia dal punto di vista della possibilità di integrazione. Ed è proprio rispondendo a queste domande che la posizione più intransigente diviene quasi naturale. Ma non solo. Il dibattito sulla detenzione amministrativa va arricchito di altre riflessioni altrettanto importanti, a cui non sempre viene dato il corretto spazio e la giusta attenzione, ovvero la reificazione dello straniero. Approfondimenti/Il progetto/CPR, Hotspot, CPA CONTROFUOCO. PER UNA CRITICA ALL’ORDINE DELLE COSE (N° 2, GIUGNO 2025) «Alle frontiere della detenzione. Genealogie, politiche, lotte»: il nuovo numero della rivista di Melting Pot 22 Luglio 2025 Lo straniero sottoposto al trattenimento in un Centro di Permanenza perde la sua umanità, viene trasformato da persona a cosa. Un segno chiaro di questa trasformazione è la riduzione della persona a un numero identificativo, la perdita di identità che passa dal possesso di un nome e di un cognome, la riduzione a un fascicolo (fascicolo processuale, fascicolo sanitario, fascicolo degli eventi critici). L’utilizzo di un codice per identificare lo straniero trattenuto è non solo spersonalizzante ma anche umiliante. Il numero toglie la individualità della persona, cancella la storia, elimina il suo essere persona unica, portatrice di una storia, di un passato, di un insieme di relazioni e, anche di cadute, di errori, di fallimenti. Come scritto dal dott. Mauro Palma (già Garante Nazionale) “nei luoghi di privazione della libertà, qualunque siano la loro specificità e le motivazioni per cui le persone sono in essi ristrette, l’anonimia è quasi una costante” 2 L’anonimia di cui parla il dottor Palma, non è frutto solamente di disattenzione e superficialità, non è soltanto frutto del desiderio di sminuire e umiliare lo straniero, è anche il prodotto di processi culturali o, meglio, di mancanza di strumenti culturali per comprendere la gravità di tali processi di de-umanizzazione. Ma l’anonimia non è solo la privazione del nome. Vi è uno stretto collegamento tra lo status detentivo e l’utilizzo del tempo come strumento repressivo ed oppressivo. All’interno del Cpr il tempo viene in rilievo sotto due profili differenti. Il tempo viene in rilievo per la sua perdita di significato e viene in rilievo come strumento di oppressione. Il tempo dentro il Cpr viene svuotato di significato, non ha uno scopo, trascorre lentamente tra apatia e frustrazione. È un tempo che cannibalizza le speranze del trattenuto, che annichilisce, che fiacca lo spirito. Non è un caso che all’interno di queste strutture l’utilizzo di psicofarmaci siano una costante drammatica. Non è un caso che i trattenuti soffrano di problemi di insonnia e di irrequietezza. Non sono casuali le rivolte, gli atti di autolesionismo e i tentativi di suicidio. Il tempo privato di una prospettiva diviene un nemico subdolo che piega la mente dei trattenuti. Le giornate trascorrono nella speranza di una notizia positiva ma in assenza di qualsiasi distrazione capace di alleviare le sofferenze della vita ristretta, dell’essere chiuso in gabbia, dell’essere privato di rapporti sociali. In un contesto così opprimente la semplice telefonata o il colloquio con il legale diviene motivo di svago, di distrazione, di sollievo. Pensare che il colloquio con un difensore sia auspicato come momento di frattura nel tempo piatto del Cpr, rappresenta la drammaticità della condizione vissuta. Ma il ruolo cardine del tempo come strumento di repressione è ancora più evidente se si analizzano le vicende processuali che si accompagnano alla detenzione amministrativa. In questo caso il tempo diviene strumento non solo di oppressione ma anche di diseguaglianza. Il tempo processuale è diversamente coniugato nella realtà a seconda dei soggetti che agiscono. Ad esempio, i tempi degli avvocati sono perentori, rigidamente compressi, mentre i tempi dei giudici sono discrezionali e dilatati. Analizzando le dinamiche della detenzione amministrativa occorre domandarsi se il sistema processuale sia al servizio della giustizia o al servizio della politica e, nel caso specifico, della pubblica amministrazione. È singolare, ma, purtroppo, comunemente assunto, che nei procedimenti di convalida e proroga del trattenimento sia consentito alle Questure di avere sempre un giudice pronto a fissare un’udienza e a celebrare la stessa in 48 ore. Mentre, quando a richiedere l’udienza sia il difensore, anche con provvedimenti di urgenza corroborati da solidi presupposti giuridici e fattuali, non si riesce mai a trovare un giudice pronto ad una celebrazione celere del procedimento. I ricorsi d’urgenza, le istanze di riesame, la fissazione delle udienze dei ricorsi riguardanti le richieste di protezione internazionale di stranieri ristretti nei Cpr hanno tempi di attesa assurdamente dilatati. Eppure le esigenze di urgenza ci sono, eppure le persone per cui vengono presentati questi ricorsi sono ristretti, privati della libertà, gettati in strutture dove la violazione dei più elementari diritti è all’ordine del giorno. Eppure i giudici sono gli stessi, gli uffici che devono elaborare le richieste della Questura e quelle degli avvocati sono identici. Ecco allora che anche dal punto di vista processuale il tempo assume il suo peso e diviene uno straordinario strumento di oppressione a danno degli stranieri privati della libertà e ristretti nei Cpr. Lungi dall’essere una dimensione neutrale, naturale, uguale per tutti, il tempo diviene strumento atto a creare diseguaglianza. Il tempo è allora un dispositivo politico e uno strumento di esercizio del potere che piega la giustizia a scopi politici. Pratiche amministrative lente, procedimenti giurisdizionali in attesa di una fissazione di udienza o con udienze fissate a distanza di settimane o mesi, consentono a chi ha il potere di esercitare un controllo discrezionale sulla libertà degli stranieri ristretti nei Cpr. Eppure, nel sistema giudiziario il tempo dovrebbe rappresentare una garanzia di equilibrio e di parità. Invece, nella pratica, il tempo processuale può trasformarsi in uno strumento di oppressione. La durata dei procedimenti, le attese, i rinvii e l’incertezza prolungata incidono profondamente sulla vita delle persone coinvolte, spesso indipendentemente dall’esito finale del giudizio. La lentezza processuale, riservata soltanto ad alcune tipologie di procedimenti, assume così una funzione punitiva anticipata, ma rappresenta anche una precisa scelta del giudice. Una scelta punitiva per il trattenuto. Tutto questo non può essere normalizzato e non può neppure essere combattuto dall’interno. Abbattere un sistema così radicalmente iniquo e oppressivo richiederebbe una serie di riforme drastiche del sistema giuridico e non solo. Ecco perché si rende necessaria un’azione politica mirata e precisa che abbia come unico fine la chiusura di una stagione iniziata nel biennio 97/98 e durata fin troppo. Una stagione fallimentare che deve concludersi con la chiusura dei Cpr e che non può avere altra alternativa. 1. Il nuovo Cpr di Castel Volturno “inaugura” il Panopticon per la detenzione dei migranti, Luca Rondi – Altreconomia (29 aprile 2026) ↩︎ 2. Da Giustizia e Pene, La privazione della liberà: il proprio nome, il proprio tempo”, di Mauro Palma, 2 luglio 2024 ↩︎
La 5° edizione degli Stati Generali sulla detenzione amministrativa
Gli Stati Generali sulla detenzione amministrativa si svolgeranno in presenza a Milano, presso il Centro Internazionale di Quartiere, e online su piattaforma Zoom. La partecipazione è gratuita, previa iscrizione. Il 22 e 23 maggio 2026 si terrà a Milano, presso il Centro Internazionale di Quartiere, la quinta edizione degli Stati Generali sulla detenzione amministrativa: un laboratorio politico e giuridico multidisciplinare che, anno dopo anno, si conferma come uno degli spazi più avanzati di analisi e contrasto del sistema della detenzione amministrativa e del regime dei visti in Europa. L’appuntamento arriva in un momento di passaggio decisivo. Con l’entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo prevista per giugno 2026, il diritto europeo in materia di mobilità, libertà personale e protezione internazionale attraversa una trasformazione profonda. Il programma completo Iscrizioni Una trasformazione che non si limita alla produzione di nuove norme, ma investe il livello più insidioso del diritto: quello del linguaggio. Il Patto, infatti, non introduce soltanto dispositivi giuridici più restrittivi, ma riorganizza il vocabolario stesso attraverso cui tali dispositivi vengono pensati e legittimati. Termini come frontiera, solidarietà, libertà e vulnerabilità ricorrono con frequenza nei testi normativi, ma vengono progressivamente svuotati del loro significato consolidato per assumere funzioni nuove, spesso opposte a quelle riconosciute dal diritto, dalle scienze sociali e dall’esperienza concreta delle persone migranti. È da qui che gli Stati Generali scelgono di partire: dal linguaggio. Non si tratta di un esercizio filologico, ma di un’operazione politica e giuridica essenziale. Smontare il lessico del Patto europeo diventa una condizione preliminare per qualsiasi forma di resistenza, sia essa legale, politica o comunicativa. Prima ancora di costruire argomentazioni alternative, è necessario comprendere come il testo normativo abbia già anticipato, neutralizzato e in parte assorbito le categorie attraverso cui si potrebbero rivendicare diritti. Il programma dei due giorni è costruito attorno a quattro panel tematici, ciascuno dedicato a una parola-chiave: frontiera, solidarietà, libertà e vulnerabilità. Ogni panel prende avvio dal significato ordinario del termine – quello che si potrebbe trovare in un dizionario o nel lessico giuridico consolidato – per metterne in evidenza lo scarto rispetto all’uso che ne fa il Patto europeo. Un esercizio di confronto che mira a rendere visibile la distanza tra il linguaggio dichiarato delle politiche migratorie e i loro effetti materiali. L’obiettivo è la costruzione collettiva di un glossario critico: uno strumento di analisi e di intervento che permetta di leggere le trasformazioni in corso non solo come cambiamenti normativi, ma come riscritture profonde delle categorie attraverso cui si definiscono confini, diritti e soggettività.
“No CPR, né qui né altrove”: il 16 maggio a Trento si torna in piazza
Il movimento contro la costruzione del Centro di Permanenza per il Rimpatrio a Piedicastello si prepara a una nuova giornata di mobilitazione. Sabato 16 maggio alle ore 15, il corteo partirà dal centro città per raggiungere la zona di Maso Visintainer, dove la Giunta Fugatti prevede di avviare i lavori in estate: il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR ha convocato la piazza con un appello rivolto alla cittadinanza: «Il 16 maggio sfileremo in corteo dal centro città fino alla zona di Piedicastello dove vorrebbero erigere un lager di Stato, per dire ancora una volta che le nostre comunità si basano sulla solidarietà e la giustizia sociale, non sulla privazione della libertà personale e la violenza». UN’OPPOSIZIONE SOCIALE CHE CRESCE La manifestazione di sabato arriva a cinque mesi di distanza da quella del 13 dicembre, quando oltre 1.500 persone avevano sfilato per le strade di Trento chiamate a raccolta da più di cinquanta realtà sociali e politiche. Un appuntamento che il coordinamento ha definito come una svolta: «Quella giornata ha dimostrato che questa città non ha paura di sfidare la Giunta Fugatti e che esiste un territorio antirazzista e solidale pronto a lottare. Ora dobbiamo tornare in piazza, più determinati di prima». Nel frattempo, il percorso di avvicinamento al 16 maggio ha visto assemblee, incontri pubblici e nuove prese di posizione di contrarietà, tra cui quella di quasi tutte le circoscrizione della città. Lunedì 4 maggio, presso la sala circoscrizionale di Piedicastello, il Coordinamento propone una serata di approfondimento “Corpi reclusi: CPR tra patogenicità e violenza di Stato” sui profili sanitari e legali dei CPR, con il medico infettivologo Nicola Cocco – attivista della rete “Mai più lager – No ai CPR” – e l’avvocato Gianluca Vitale del foro di Torino, legale della famiglia di Moussa Balde e che ha negli anni ha difeso diversi detenuti nei CPR, tra cui l’imam Mohamed Shahin della Moschea di San Salvario di Torino, trattenuto al CPR di Caltanissetta.  Secondo i relatori, la patogenicità dei centri «è un dato scientifico, non un’opinione», come attestato anche dal Policy Brief dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del gennaio 2026, che individua nella detenzione amministrativa dei migranti una causa diretta di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. TAGLI ALL’ACCOGLIENZA E CANTIERE IN ARRIVO Sullo sfondo resta l’accordo tra il presidente della Provincia Maurizio Fugatti e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che prevede non solo la realizzazione del CPR ma anche un taglio dei posti letto del sistema di accoglienza (da 700 a 350). L’estate si avvicina e con essa, secondo il Coordinamento, anche i cantieri. Nel frattempo, la situazione dell’accoglienza sul territorio si aggrava: «Centinaia di persone richiedenti asilo continuano a vivere in strada, escluse da qualsiasi forma di accoglienza e/o assistenza sociale e la situazione è in peggioramento anche con la chiusura dei dormitori di bassa soglia per donne e uomini richiedenti asilo». Il movimento non esita a leggere questo dato come il risultato di precise scelte politiche: «La progressiva riduzione dei posti in accoglienza è il risultato di precise scelte politiche. Il definanziamento e lo smantellamento dei percorsi di accoglienza diffusa contribuisce a produrre marginalità e irregolarità, alimentando un circuito che vuole rendere più facile giustificare strumenti repressivi come i CPR». E ancora: «Smantellare l’accoglienza e costruire CPR sono due facce della stessa politica: una politica che rifiutiamo con fermezza». LA VOCE DEL VESCOVO E LA PROFILAZIONE RAZZIALE DEL QUESTORE A fare discutere, nelle ultime settimane, sono state anche le posizioni di due figure istituzionali: l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi e il questore Nicola Zupo. Monsignor Tisi è stato attaccato dalla destra locale e finito al centro di polemiche per aver richiamato principi di umanità e dignità nel dibattito sui CPR. Il Coordinamento gli ha espresso piena solidarietà: «Esprimiamo piena solidarietà a S. E. Lauro Tisi, oggetto di attacchi strumentali e aggressivi per le sue parole di rifiuto. Le dichiarazioni dell’Arcivescovo richiamano principi fondamentali di umanità, dignità e responsabilità collettiva». Il questore Zupo ha, invece, affermato ai media rispetto alla presunta insicurezza della città: «Nessuno pensi che una segnalazione al 112 verrà trascurata, se un cittadino ha timore anche se non vede un reato, ma sta portando la spazzatura e vede stranieri di cui ha timore». Parole che l’Assemblea Antirazzista Trento ha definito «particolarmente gravi, poiché legittimano segnalazioni fondate su percezioni soggettive e potenzialmente discriminatorie, in contrasto con i principi costituzionali». Il comunicato cita anche il più recente rapporto della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), che segnala «molte testimonianze sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine» in Italia. «Duole constatare che il Questore si presti a fungere da parafulmine per il fallimento della politica, la quale, per celare incompetenza e inerzia, individua nel “migrante” un facile capro espiatorio». «LA VERA SICUREZZA NASCE DALLA CURA, NON DALLE GALERE ETNICHE» Il filo che lega tutti i documenti del Coordinamento No CPR è un’alternativa chiara al modello della detenzione amministrativa. Come ricordano le stesse voci degli studenti delle scuole di italiano che avevano preso parola il 13 dicembre: «La vera sicurezza nasce dalla cura, non dalle galere etniche per chi è sprovvisto di titolo di soggiorno». Per questo viene chiesto che «i 2 milioni di euro di fondi provinciali stanziati per costruire una struttura detentiva siano invece utilizzati per finanziare immediatamente accoglienza, inclusione e diritti». Il Coordinamento fa infine appello a tutta la cittadinanza e alle persone che si sono mobilitate in questi mesi: dal movimento per la Palestina alla manifestazione antifascista di Bolzano contro il cartello “remigrazione”, fino alla manifestazione “No Kings” di Roma di fine marzo. Il 25 aprile il movimento è stato presente ai cortei di Trento e Bolzano con striscioni contro il CPR. Sabato 16 maggio sarà un altro passaggio importante e la mobilitazione vuole collegarsi altri altri territori in lotta contro la costruzione di nuovi CPR, da Aulla a Castel Volturno. «La manifestazione No CPR è aperta a tutte e tutti: singole persone, associazioni, collettivi e realtà sociali e politiche che intendano contribuire a costruire un’opposizione ampia, determinata e radicata. No CPR. Né qui né altrove».
CPR, una settimana ordinaria di orrore: scioperi della fame, minorenni detenuti e gesti disperati
I Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono luoghi opachi, sottratti allo sguardo pubblico e invisibilizzati. Quello che sappiamo di ciò che accade all’interno lo sappiamo quasi sempre grazie alle reti antirazziste e abolizioniste, che raccolgono voci, diffondono le poche immagini che trapelano e fanno pressione su prefetture e istituzioni locali. Questa è la cronaca di una settimana qualunque, tra Macomer e Milano. SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE NEL CPR DI MACOMER Proseguono le proteste all’interno del CPR di Macomer, in Sardegna, unico modo in cui le persone trattenute possono sperare di uscire dall’invisibilità e denunciare le durissime condizioni di reclusione e isolamento. Nella serata di giovedì 23 aprile, alcuni dei prigionieri hanno diffuso video girati all’interno della struttura, portando alla luce per l’ennesima volta le condizioni in cui versano.  Le immagini sono rare testimonianze visive da un luogo normalmente inaccessibile e mostrano camere e bagni in stato di grave degrado: materassi sporchi e logori, pavimenti bruciati e segnati da quelle che sembrano infiltrazioni o ruggine. Su alcuni corpi dei detenuti sono visibili i segni della scabbia, con il conseguente rischio di contagio per gli altri trattenuti.  > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da NO CPR Macomer (@assemblea.nocpr.macomer) Secondo quanto riferito dall’Assemblea No CPR Macomer – che monitora puntualmente quanto avviene all’interno e raccoglie le voci dei reclusi – nel blocco C è in corso uno sciopero della fame e della sete, e – aggiornamento di ieri – c’è stato un incendio in due dei tre blocchi. La protesta è nata dalla denuncia di una serie di carenze strutturali e assistenziali: mancanza di indumenti e beni di prima necessità, vitto scarso e di bassa qualità, assenza di accesso a cure mediche specialistiche e impossibilità di incontrare i propri avvocati. Non è la prima volta che succede. Appena due settimane fa il centro era stato teatro di accese proteste, culminate con un tentativo di suicidio e con un detenuto caduto dal tetto dell’edificio. Le rivolte sono poi state represse con l’intervento delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, nulla è cambiato e né la società che gestisce il centro né la Prefettura di Nuoro avrebbero risposto alle richieste. L’Assemblea No CPR Macomer, in una nota, definisce la struttura «una sorta di lager del ventunesimo secolo», in cui persone prive di permesso di soggiorno vengono trattenute senza prospettive, in attesa di essere rimpatriate. «Continuiamo a denunciare le condizioni disumane del centro, le responsabilità dell’ente gestore e della prefettura di Nuoro. Chiediamo che le porte del CPR siano aperte alla stampa e alla società civile e che le condizioni dei reclusi cambino radicalmente. I CPR devono chiudere, tutti, iniziamo da Macomer”, è l’appello conclusivo dell’Assemblea. MILANO, UNA SETTIMANA DI EMERGENZA AL CPR DI VIA CORELLI Negli stessi giorni, il CPR di via Corelli a Milano è stato al centro di una serie di episodi gravi che hanno allarmato la rete Mai più lager – No ai CPR. Il 21 aprile, la rete ha denunciato la presenza di almeno un minorenne recluso all’interno: un ragazzo nato nel luglio 2011, quindi di soli 14 anni. Il giorno successivo il numero saliva a cinque, tutti collocati in una stanza di isolamento.  «È rigorosamente vietato dalla legge il trattenimento di persone minorenni, che per definizione sono inespellibili e vanno tutelate. È gravissimo che nel CPR di via Corelli ve ne siano più di uno», ha scritto la rete sui propri canali social. «Non riusciamo a smettere di chiederci quale dottore possa aver mai certificato l’idoneità al trattenimento di un 14enne e dei suoi compagni che sono visibilmente poco più che dei bambini». Nicola Cocco, medico della rete e della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), ha sollevato sulla stampa una questione precisa: «In Italia non esiste una certificazione dell’età tramite strumenti biometrici. Mi chiedo: il medico che ha valutato l’idoneità al trattenimento di questo ragazzo di 14 anni su quali elementi si è basato e quale valutazione ha redatto?». Dopo le segnalazioni urgenti al Garante per l’infanzia e alla Prefettura, e grazie anche alla copertura mediatica, almeno quattro ragazzi sono stati liberati nelle ore successive, una volta che gli esami medici ospedalieri hanno confermato la loro età. Trasferiti in un centro per minori non accompagnati, la vicenda si è chiusa – almeno formalmente – senza conseguenze peggiori. La rete ha però sottolineato un elemento preoccupante: «Se i detenuti non avessero avuto cellulari con videocamera per inviarci le foto dei minorenni, non avremmo saputo nulla». Non è un caso, dunque, che il governo Meloni, con il nuovo DDL immigrazione, voglia vietare nei CPR l’uso di telefoni dotati di fotocamera. Nei giorni successivi, tra il 24 e il 26 aprile, il CPR ha registrato una serie ravvicinata di gravi episodi di autolesionismo tra i detenuti, descritti dalla rete come un «terrificante effetto domino». Secondo le testimonianze raccolte, assistere continuamente a scene di violenza in un contesto di isolamento totale e incertezza sul proprio futuro genera una spirale di disperazione difficile da arginare. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mai più lager – NO ai CPR (@noaicpr) «La vita in CPR è una notte infinita: senza fine pena, non sai se e quando uscirai, se tornerai dalla tua famiglia o in un paese che non è più il tuo, per colpa di un pezzo di carta che è impossibile acquisire», spiega la rete. Gli attivisti segnalano inoltre che i soccorsi, in alcuni casi, sarebbero arrivati con ritardi significativi, e che il personale in servizio sarebbe risultato insufficiente e in un’occasione persino il pasto è arrivato con ore di ritardo. «Dobbiamo interrompere questa spirale», conclude la rete Mai più lager – No ai CPR. «Aiutateci a pretendere l’abolizione di questi luoghi torturanti».
CPR a Castel Volturno: associazionismo, chiesa e regione dicono no
Sessantatré ettari di zona umida, due laghetti, sentieri naturalistici e capanni per il birdwatching. È il Parco umido La Piana, a Castel Volturno, in provincia di Caserta, che il Ministero dell’Interno vuole cementificare e trasformare in un Centro di Permanenza per il Rimpatrio da 120 posti, con un bando Invitalia da oltre 43 milioni di euro.  Fonte: il manifesto L’ennesima scelta del governo, dopo quelle di Trento e Aulla (provincia di Massa-Carrara) in ordine di tempo, per implementare la mappa dei centri detentivi che nuovamente ha scatenato una reazione immediata e trasversale: associazioni, movimenti sociali, vescovi e istituzioni regionali si sono schierati compatti contro un lager di Stato nel territorio.  Contro il CPR si è subito schierato tutto l’associazionismo locale, che a Castel Volturno lavora da anni per supplire all’assenza dello Stato. Il Centro Fernandes, attivo dal 1996, il comitato don Diana, Libera, il Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta, il Centro Sociale ex Canapificio e la CGIL di Caserta: voci diverse che convergono sullo stesso punto. A Castel Volturno «da anni associazioni, movimenti e comitati locali denunciano la storica assenza dello Stato su diritti, casa, lavoro, servizi», mentre migliaia di persone vivono in condizioni di precarietà strutturale. In questo contesto, il governo sceglie di costruire un CPR. «Scegliere, proprio in una delle più complesse realtà caratterizzata da uno dei più fragili sistemi di convivenza d’Italia, di destinare fondi pubblici non per potenziare politiche sulla casa, servizi, scuole, sanità territoriale, bensì per politiche di segregazione, è una scelta politica inaccettabile». Nell’area vivono migliaia di persone con background migratorio1 che, come sottolineano i movimenti, «potrebbero essere sottratte al lavoro nero regolarizzandole e che invece vengono mantenute in gravi condizioni di marginalità e sfruttamento lavorativo». E ancora: «I CPR producono solo violenza, opacità, spreco di risorse e ulteriore marginalizzazione. Non c’è alcuna sicurezza con i CPR, ma solo abbandono istituzionalizzato e fallimento politico». Questa riflessione è la stessa di monsignor Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta che ha usato parole di netta contrarietà. il CPR, ha detto, rappresenta «un’offesa per il territorio del Litorale Domitio, molte volte mortificato a causa di scelte politiche sconsiderate, e già da tempo marchiato dallo stigma del pregiudizio negativo». Lagnese ha messo in discussione anche la logica stessa dello strumento: «La capienza effettivamente disponibile sui 10 CPR presenti sul territorio nazionale è di 672 posti, mentre le presenze effettive sono pari a 546 persone. Perché allora aprire, con dispendio di denaro pubblico, un nuovo CPR?». E ancora: «Perché aprirlo proprio a Castel Volturno, una città che da anni prova, grazie all’impegno di tanti, a sperimentarsi come laboratorio d’integrazione, riscattando un’immagine che la dipinge luogo di degrado sociale e ambientale?» Per il vescovo, il CPR non è solo inutile: è ideologicamente distorto. «Non posso che dare un giudizio critico e manifestare il mio dissenso nei confronti di una narrazione che, di fatto, assimila la condizione irregolare dei migranti alla criminalità. L’atto di privare della libertà persone che non hanno commesso reati e che hanno come unica colpa quella di aver lasciato la propria terra a causa di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, guerre e persecuzioni, ferisce la dignità di tutti noi». Poi l’annuncio, che suona come una promessa: «Non resteremo in silenzio». La presa di posizione di Lagnese è stata assunta dalla Conferenza episcopale regionale, presieduta da monsignor Antonio Di Donna, che ha fatto sentire la propria voce: i vescovi della Campania «si associano alle voci di quanti stanno in queste ore esprimendo le loro profonde preoccupazioni, e ribadiscono con forza che né quella terra né l’intera regione possono essere continuamente mortificati per trovare soluzione ai problemi». Secondo la Chiesa campana, «si tratta di una decisione che rischia di aggravare la situazione di territori già fragili dal punto di vista economico e sociale, minando la stessa dignità dei migranti». Il rischio denunciato è preciso: «Dentro la logica dello scarto crescono inevitabilmente la marginalità e il pericolo di nuovi luoghi di esclusione». Anche il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha preso posizione senza mezzi termini: il progetto «non è la risposta di cui questo territorio ha bisogno. È una scelta che rischia di aggravare fragilità già evidenti, concentrando marginalità proprio dove, invece, servono investimenti, servizi, lavoro e prospettive concrete di futuro». Il Forum per Cambiare l’ordine delle Cose, prova anche a fare due conti: quarantuno milioni di euro – secondo altre stime 43 – per rinchiudere 120 persone in condizione di irregolarità amministrativa. Fanno circa 340.000 euro a persona. Una cifra che viene messe a confronto con tutto ciò che manca: trasporti, bonifica della costa, infrastrutture, centri di accoglienza. Fondi invece usati, prosegue il Forum «per inseguire finalità di propaganda politica e non già una migliore politica che tuteli i diritti e la dignità delle persone in movimento», con la certezza che «in larga parte non saranno mai rimpatriati». Il rapporto “CPR d’Italia. Istituzioni totali”, curato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, è richiamato dal Forum come conferma che «tutti i centri per il rimpatrio si caratterizzano per essere luoghi di estremo degrado, violenza e sperpero di denaro pubblico». Anche sul piano istituzionale il progetto ha suscitato parole di opposizione. Roberto Fico, presidente della giunta campana, ha dichiarato: «Ci opporremo perché è una scelta che penalizza un territorio già complesso. Servono interventi che mettano insieme sicurezza e diritti, senza creare nuovi luoghi di esclusione ed emarginazione sociale».  Come già avviene in altri territori, il fronte del no al CPR è ampio e trasversale, e questa sarà la vera sfida per affrontare una nuova battaglia. A dare la cifra dello spirito con cui si affronta questa lotta sono i movimenti che ogni giorno si sporcano le mani sul campo: «Castel Volturno non è una nuova zona da sacrificare. È un territorio a cui garantire giustizia». E le proposte alternative sono già in campo: «Bisogna abbandonare la fallimentare scelta di costruire nuovi CPR e destinare i 41-43 milioni ipotizzati a politiche pubbliche di sostegno alla crescita economica e culturale del territorio. I CPR vanno chiusi». 1. Secondo i dati e le analisi del progetto InCas, la popolazione straniera regolare residente al 1° gennaio 2023 risulta pari a 4.824 (circa il 17-18% della popolazione). A questa si aggiungono persone prive di permesso di soggiorno, stimate tra le 15.000 e le 20.000. ↩︎