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Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1 Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4 novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3, che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei diritti civili. La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario. Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello penale 4“. La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e insufficiente alla sopravvivenza. La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei diritti fondamentali della persona umana: “Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva. Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti, con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”. All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5. In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche, scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici, perennemente guasti e abbandonati all’incuria. Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali, erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi medica e burocratica. Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come “Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete. L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o” al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria, vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 22932/2017. Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente – Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato, delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti. La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio, autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà. Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili, morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che genera sistematicamente disperazione. I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023, su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31). 1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale ↩︎ 2. Statuto di Roma Capitale ↩︎ 3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎ 4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎ 5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone Private della Libertà del 2025 ↩︎ 6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎ 7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’ Avv. Martina Ciardullo; Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in Italia, 2024 ↩︎ 8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…» (da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎ 9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel Latif – Internazionale ↩︎ 10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa; Bianca Maurizi – L’Unità; Angela Stella – L’Unità ↩︎ 11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎
Trattenimento illegittimo nei CPR: sì al risarcimento anche senza aver impugnato la proroga
Le Sezioni Unite civili: rimedio caducatorio e rimedio risarcitorio sono “autonomi, complementari e concorrenti”. Con la sentenza n. 18658 del 9 giugno 2026, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite civili stabilisce che la persona straniera trattenuta illegittimamente in un ex C.I.E. (oggi C.P.R.) può chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale anche se non ha prima impugnato il provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione delle sue garanzie. Il caso riguarda un cittadino straniero arrivato in Italia nel 2007 e destinatario di un decreto di espulsione nel gennaio 2010. Dal 12 gennaio al 29 giugno 2010 era stato trattenuto presso il C.I.E. di Roma per complessivi 168 giorni. Le prime due proroghe del trattenimento (dell’11 febbraio e del 10 marzo 2010) erano state disposte dal Giudice di pace senza alcun contraddittorio: nel primo caso con la mera apposizione di un timbro sull’istanza della Questura, senza fissare udienza né sentire l’interessato. Una volta rilasciato, l’uomo aveva agito per il risarcimento del danno derivante da quell’illegittima compressione della libertà personale. Il Tribunale di Roma, pur respingendo la domanda di accertamento dell’illegittimità del decreto di trattenimento, aveva riconosciuto il risarcimento del danno non patrimoniale proprio in ragione del difetto di contraddittorio delle prime due proroghe, condannando la Presidenza del Consiglio al pagamento di 19.836 euro. La Corte d’Appello di Roma (sentenza n. 2958/2024) aveva confermato integralmente. Contro questa decisione le Amministrazioni statali hanno proposto ricorso per cassazione, sostenuto da un’obiezione di fondo: il danno sarebbe stato risarcibile solo se lo straniero avesse prima impugnato in Cassazione i provvedimenti di proroga, ottenendone l’annullamento. Non avendolo fatto, l’azione risarcitoria sarebbe inammissibile. Le Sezioni Unite respingono questa tesi. Non esiste alcuna “pregiudiziale”: l’azione risarcitoria e quella caducatoria sono strumenti distinti ma convergenti verso la stessa tutela della libertà personale, secondo il sistema integrato di garanzie delineato dall’art. 5 CEDU. Subordinare la prima alla seconda renderebbe la tutela “soggettivamente variabile in funzione delle iniziative processuali” dell’interessato, in contrasto con la Convenzione e con la Carta dei diritti fondamentali UE. La Corte esclude anche l’applicazione della disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati (l. 117/1988): il trattenimento ha natura sostanzialmente amministrativa e lo Stato risponde del vizio dell’intera procedura, non dell’atto del singolo giudice. Il giudice civile adito per il risarcimento, precisano le Sezioni Unite, valuta la legittimità del trattenimento non impugnato solo incidenter tantum, al fine di accertare i presupposti dell’illecito ex art. 2043 c.c. e quantificare il danno, senza annullare formalmente l’atto, che resta comunque riesaminabile per la sua natura cautelare. Il principio di diritto: l’azione risarcitoria per l’illegittima privazione della libertà personale in forza di un invalido provvedimento di proroga del trattenimento “è ammissibile anche nel caso in cui avverso di esso non siano stati proposti i pertinenti rimedi impugnatori“, essendo il rimedio risarcitorio e quello caducatorio “autonomi, complementari e concorrenti“. Corte di Cassazione, sentenza n. 18658 del 9 giugno 2026 Il caso è stato seguito dall’Avv. Alessandro Ferrara, il commento è a cura della redazione.
CPR, il Ministero dell’Interno ha sei mesi per rifare il capitolato d’appalto a tutela di salute e vulnerabilità
Il Consiglio di Stato (Sezione Terza, sentenza n. 5450/2026) ha accolto il ricorso presentato da ASGI e Cittadinanzattiva APS: il Ministero dell’Interno ha dato un’attuazione solo parziale alle precedenti disposizioni dei giudici e dovrà, entro sei mesi, condurre una reale e approfondita istruttoria sulle condizioni di salute nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) al fine di emanare un nuovo capitolato d’appalto. Il Collegio ha accertato che il Viminale si era limitato a uniformare formalmente il capitolato alla direttiva ministeriale del 19 maggio 2022, eludendo però l’obbligo di valutare le concrete condizioni di vita all’interno delle strutture. I giudici hanno evidenziato la totale assenza di un’istruttoria reale sull’assistenza sanitaria e psicologica, sulla tutela delle persone con vulnerabilità psichiatrica e sulle misure di prevenzione dei suicidi. Con la nuova pronuncia, il Consiglio di Stato impone un termine di sei mesi entro il quale il Ministero dell’Interno dovrà effettuare una ricognizione puntuale della situazione. Questa dovrà includere l’analisi dell’assistenza sanitaria, della carenza formativa del personale e degli episodi critici verificatisi nell’ultimo quinquennio, il tutto in stretta sinergia con il Ministero della Salute e il Garante nazionale. La vicenda trae origine dalla sentenza n. 7839/2025 del Consiglio di Stato, che aveva annullato in parte il precedente schema di capitolato di appalto, imponendo l’introduzione di modifiche essenziali per garantire la tutela della salute e prevenire il rischio suicidario nei centri. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR, IL CONSIGLIO DI STATO CONFERMA: VIOLATO IL DIRITTO ALLA SALUTE DEI TRATTENUTI Una sentenza che svela la patogenicità della detenzione amministrativa Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Novembre 2025 L’11 marzo 2026, grazie al lavoro del collegio composto dagli avvocati e dalle avvocate Giulia Crescini, Salvatore Fachile, Gennaro Santoro, Ginevra Maccarrone, Maria Teresa Brocchetto, Livia Stemme e Valeria Capezio, ASGI e Cittadinanzattiva avevano presentato un nuovo ricorso, denunciando come l’operato ministeriale si fosse rivelato “un’operazione meramente formale“. Le associazioni contestavano la persistente e grave lacuna nella disciplina, aggravata dal mancato coinvolgimento attivo delle autorità sanitarie e di garanzia. Le associazioni commentano così la decisione dei giudici: “In Italia, solo le persone straniere possono essere trattenute in luoghi la cui gestione è totalmente affidata a privati. In questo contesto, il capitolato d’appalto è l’unico strumento giuridico in grado di imporre agli enti gestori le attività e i servizi necessari a garantire i diritti fondamentali delle persone trattenute. Per questo il Consiglio di Stato richiede un’esecuzione piena e seria della sentenza, in cui un ruolo essenziale spetta ai soggetti intermedi, come il Ministero della Salute e il Garante nazionale, che hanno l’obbligo di verificare e segnalare le criticità esistenti nei centri“. Consiglio di Stato, sentenza n. 5450 del 8 luglio 2026
Trattenimento nel CPR di Gjadër: annullata la proroga per difetto di motivazione sulla prospettiva di rimpatrio
La Corte di Cassazione, Prima Sezione Penale, si pronuncia su un caso relativo al trattenimento di un cittadino togolese presso il CPR di Gjadër in Albania, già trattenuto e rilasciato sempre in Albania la primavera scorsa.  Il Giudice di pace di Roma aveva rigettato l’istanza di riesame del trattenimento, ritenendo legittimi sia il trasferimento presso il CPR albanese – fondato sul d.l. n. 37 del 2025 come mera modalità esecutiva del trattenimento- sia la prosecuzione della misura, nonostante il lungo pregresso di trattenimenti infruttuosi e le problematiche sanitarie del ricorrente. La Cassazione accoglie il ricorso per difetto di motivazione sull’esistenza di una ragionevole prospettiva di rimpatrio. Il punto centrale della sentenza è che, a fronte di una specifica deduzione difensiva (il ricorrente era già stato trattenuto in più occasioni, dal 2019 in poi, senza che il rimpatrio si fosse mai concretizzato, e tutti i tentativi di identificazione avviati erano rimasti inevasi), il Giudice di Pace si era limitato a richiamare con formula stereotipata le “gravi difficoltà” connesse all’identificazione e la mancanza di collaborazione del cittadino straniero, senza spiegare per quali ragioni le nuove iniziative avrebbero potuto condurre a un esito positivo. In particolare, non si era confrontato con la circostanza che nessun riscontro fosse mai pervenuto dalle autorità diplomatiche competenti. La Corte ribadisce che, ai sensi dell’art. 14, comma 5, d.lgs. 286/1998 come modificato dal d.l. 124/2023, per le proroghe successive alla prima rilevano solamente cause imputabili allo straniero o al Paese terzo, e non già ritardi nell’esecuzione del decreto di espulsione imputabili esclusivamente all’amministrazione rimasta inattiva. Il Giudice di pace, in sede di riesame, è chiamato a una valutazione particolarmente intensa (tanto più stringente quanto più prolungato è il trattenimento) e non può limitarsi agli elementi addotti dall’autorità amministrativa, dovendo verificare se il protrarsi della misura possa ancora essere giustificato alla luce degli elementi concreti già emersi. Il provvedimento impugnato viene annullato con rinvio per nuovo esame al Giudice di pace di Roma, ma la persona straniera viene rilasciata il giorno dopo.  Corte di Cassazione, sentenza n. 1908 del 30 aprile 2026 Il caso è stato seguito dalle Avv.te Marina Chetoni e Loredana Leo, in collaborazione con Elena Luda. Si ringrazia l’Avv. Salvatore Fachile per la segnalazione e il commento.
Trame d’Europa: dalle rotte migratorie alle nuove cittadinanze trentine
MAJA HUSEJIĆ 1 L’Europa dei nostri giorni vive una profonda contraddizione morale: celebra e si giova della fluidità delle frontiere interne mentre militarizza i suoi confini esterni. L’Europa che a Ventotene sognava un continente di pace e solidarietà oggi alza muri e associa la migrazione alla sicurezza, trasformando la speranza in minaccia, la solidarietà in contratti con paesi terzi a cui delega azioni di confinamento e di violazione dei diritti umani. Lungo la frontiera dei Balcani occidentali, ad esempio, da anni si consuma il tentativo drammatico di persone migranti, adulte e bambine, che scappano da povertà, guerre e persecuzioni, di superare barriere fisiche e istituzionali, alla ricerca di protezione per (ri)costruirsi una vita dignitosa. Per il Trentino, questa dinamica non è un fatto distante, da diversi punti di vista. Il nostro territorio custodisce nella memoria storica il significato della frontiera, delle migrazioni della propria popolazione; al contempo è stato protagonista della solidarietà attivata negli anni Novanta durante il conflitto in ex-Jugoslavia e, a partire dal 2011, in occasione della cosiddetta “emergenza Nord Africa”. Connettere oggi questa memoria storica alla geopolitica attuale significa dare sostanza a un’idea di democrazia applicata all’Autonomia: riconoscere che l’accoglienza delle persone in movimento e l’interculturalità non possono che essere processi partecipativi, vivi e permanenti, capaci di estendere i diritti e determinare la reale qualità democratica delle nostre comunità. È proprio la rigidità di queste dinamiche a generare il dispositivo politico dell’esternalizzazione delle frontiere. Questo tipo di logica sposta il controllo giuridico ed etico dell’Unione Europea al di fuori dei suoi limiti geografici, delegando la gestione del contenimento e del respingimento a Stati terzi. In questo scenario, la condizione specifica della Bosnia ed Erzegovina assume una valenza emblematica: mantenuta deliberatamente in una sala d’attesa permanente ai margini dell’Unione Europea, viene di fatto utilizzata dai paesi membri come uno “stato-cuscinetto”. L’esternalizzazione tenta così di allontanare lo sguardo dai percorsi migratori, disumanizzando le persone prima ancora che tocchino il territorio comunitario. Le dinamiche escludenti che si consumano ai confini esterni dell’Europa non si esauriscono lungo la frontiera, ma si riproducono capillarmente all’interno dei singoli territori di arrivo, trasformandosi in barriere istituzionali, sociali e burocratiche. Una volta giunti in Italia e in Trentino l’impatto con la realtà locale svela questa continuità. Per anni, il Trentino è stato un modello d’eccellenza grazie al sistema dell’accoglienza diffusa, che distribuiva le persone richiedenti asilo in piccoli nuclei nelle valli, favorendo l’interazione con la popolazione ed evitando la ghettizzazione. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA L’ACCOGLIENZA NEGATA AI RICHIEDENTI ASILO IN TRENTINO Solo in un anno lasciate in strada oltre 1.200 persone 4 Luglio 2024 A partire dalla fine del 2018 però, le strette politiche hanno progressivamente smantellato questa filiera, piegando la gestione a una logica emergenziale, securitaria e colpevolizzante. Si assiste sempre più spesso a una sistematica stigmatizzazione delle persone straniere, utilizzate come capro espiatorio politico e dipinte unicamente attraverso la lente della minaccia alla sicurezza e al decoro urbano. Ridurre l’accoglienza all’isolamento e alla precarietà significa privarla della sua funzione trasformativa, prolungando artificialmente quella condizione di marginalità iniziata lungo le rotte migratorie. Una gestione lungimirante dovrebbe invece configurarsi come un esercizio di social design – una progettazione multidisciplinare e comunitaria capace di generare spazi pubblici inclusivi e percorsi di autonomia reale attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti del territorio, a partire dalle comunità diasporiche. Il culmine di questa deriva si manifesta nel tentativo di importare sul territorio logiche detentive, come l’ipotesi di apertura di un CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio). Di fronte a questa prospettiva, la società civile trentina e i movimenti per i diritti umani si sono mobilitati con forza, esprimendo un “no” collettivo e motivato. I CPR non sono strumenti di gestione dei flussi, ma veri e propri buchi neri del diritto, dove la privazione della libertà avviene in condizioni che calpestano la dignità umana senza che sia stato commesso alcun reato. La storia ventennale di strutture come quella di Gradisca d’Isonzo – dove le stesse amministrazioni locali e i sindaci che si sono succeduti ne hanno denunciato la totale inutilità e l’inefficacia rispetto agli stessi obiettivi di rimpatrio – dimostra che questi centri producono solo costi altissimi, tensioni sociali e violenze, senza risolvere nulla. Rifiutare i CPR significa riaffermare che la sicurezza si costruisce con l’inclusione, non con la reclusione e la criminalizzazione della condizione di migrante. E soprattutto che la sicurezza va costruita non contro le comunità diasporiche, ma insieme a loro. Notizie/CPR, Hotspot, CPA “NO CPR, NÉ QUI NÉ ALTROVE”: LA TRENTO ANTIRAZZISTA È TORNATA IN PIAZZA Una partecipazione ampia e trasversale: oltre 1.500 persone raccolgono l'appello del Coordinamento regionale No CPR Redazione 18 Maggio 2026 Mentre il dibattito politico rimane ancorato alla gestione degli arrivi, la realtà sociale del Trentino muove verso la stanzialità. Il volto della nostra Provincia sta cambiando radicalmente nelle aule scolastiche, nei quartieri, nel mondo del lavoro, dove le figlie e i figli dell’immigrazione – le cosiddette “seconde generazioni” – ridefiniscono quotidianamente l’assetto comunitario. Queste giovani persone non sono ospiti temporanei, ma protagonisti politici e culturali che abitano il territorio a pieno diritto. L’idea di una “identità trentina” statica e monoculturale si confronta e scontra con la ricchezza di identità plurali. Il mancato riconoscimento formale di questa cittadinanza – evidente negli ostacoli legislativi nazionali, nonostante le forti mobilitazioni civili che hanno attraversato anche la nostra provincia per la riforma del diritto di cittadinanza – genera una frattura democratica rischiosa. Negare lo status di cittadino a chi cresce e progetta il proprio futuro qui significa lasciare indietro le nuove generazioni e, per questioni ideologiche, rompere un patto di fiducia con questa parte della cittadinanza, impoverire il territorio stesso, privandolo di energie vitali in un’epoca segnata dal declino demografico e dall’isolamento delle aree montane. La Rotta balcanica, le strutture di Accoglienza locali, i tavoli di discussione e di coordinamento dei Movimenti dal basso sono nodi della stessa rete. Il futuro del Trentino dipende dalla capacità di connettere queste dimensioni, superando la retorica della costante emergenza. L’Autonomia speciale trentina non deve essere intesa come una trincea identitaria, ma come una responsabilità: la libertà di sperimentare politiche sociali innovative. Il territorio si salva dall’inaridimento solo se sa farsi laboratorio di convivenza, capace di accogliere la complessità del mondo globale e di trasformarla in risorsa locale. Riconoscere le nuove cittadinanze, rifiutare le strutture di confinamento e riprogettare l’accoglienza su basi orizzontali e partecipative – convergendo con il mondo del lavoro senza però farsi sopraffare dalle logiche di profitto e di sacrificio dei diritti – è l’unico modo per onorare la nostra comune storia e scrivere un futuro condiviso. 1. Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, vivo attualmente in Trentino. Impegnata in progetti e iniziative di advocacy, contrasto alle discriminazioni, diritti umani, sono stata referente provinciale per il referendum sulla cittadinanza. Faccio parte del Coordinamento regionale No CPR del Trentino Alto Adige-Süd Tirol. ↩︎
«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
TERESA STEFANELLI, HENRI PEN ETAME È il 24 giugno 2026 e siamo con Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli. Quattro giorni fa, il 20 giugno, 15.000 persone hanno sfilato per le strade di Napoli alla manifestazione «Inventare l’Avvenire»: una piazza che portava dentro di sé l’antirazzismo e la solidarietà, e che ha mostrato una società civile consapevole e decolonizzata, capace di strappare il velo di un racconto falso costruito per giustificare lo sfruttamento e il mantenimento del privilegio. Con Yaya proviamo a fare il punto sulle rivendicazioni di quella giornata, sulla lotta in Campania contro il CPR e sul percorso del Movimento dentro una comune lotta antirazzista per i diritti, la libertà di movimento e la cittadinanza.  Le interviste di Radio Melting Pot «Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:29:57 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:29:57 | Registrato il 30 Giugno 2026 T.S. – YAYA, QUESTA MANIFESTAZIONE NON È SOLO NECESSARIA, MA RAPPRESENTA IL PUNTO DI ARRIVO E INSIEME DI PARTENZA DI UN PERIODO DI LOTTE CONDIVISE. QUALI SONO LE RIVENDICAZIONI DELLA MANIFESTAZIONE E PERCHÉ C’ERANO 15.000 PERSONE IN CORTEO? Y.R. – Le nostre rivendicazioni riguardano soprattutto il rilascio del permesso di soggiorno per la comunità migrante perché, purtroppo, è questo pezzo di carta il riconoscimento della nostra dignità. Al permesso di soggiorno si aggiungono altre rivendicazioni: una casa dignitosa perché i padroni non affittano le case agli stranieri. Anche le persone che sono in regola e hanno un contratto di lavoro non hanno accesso alla casa. Abbiamo anche rivendicazioni riguardo all’accesso alla formazione della comunità migrante e, soprattutto, diciamo no all’apertura di un CPR. Tutte queste richieste per garantire la nostra dignità, perché sono tutte correlate. Perché 15.000 persone? Perché, prima di fare la manifestazione, ci siamo presi del tempo anche per trovare il nome. Ci siamo ispirati al capitano Thomas Sankara, che ci ha insegnato: «Non è più il momento di sperare, dobbiamo osare inventare l’avvenire». E quindi l’abbiamo fatto, abbiamo osato inventare l’avvenire. 15.000 perché abbiamo chiamato tutta la cittadinanza. Ci siamo presi due settimane per farlo, assieme a coloro che il sistema cerca di calpestare e siamo diventati una forza unica: il lavoratore italiano precario, lo studente che non ha diritto allo studio, la donna, anche italiana, che porta il peso della sopravvivenza, e soprattutto lo straniero che rifiuta di essere un fantasma senza documenti – perché senza documenti diventi un fantasma, diventi invisibile. Siamo diventati un unico corpo, perché quando la dignità di una persona è calpestata, tocca tutti. Eravamo 15.000. È stata una bella dimostrazione di forza per dire no a questo sistema che cerca di renderci invisibili. Anche noi contribuiamo alla crescita di questa città. H.P.E. – IN ITALIA MOLTI MIGRANTI SONO SOTTO SFRUTTAMENTO PERCHÉ NON RIESCONO FACILMENTE AD OTTENERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO, SENZA IL QUALE NON POSSONO AVERE UN LAVORO DIGNITOSO, NÉ AFFITTARE UNA CASA, COME SI DICEVA PRIMA, NÉ ACCEDERE ALLA SALUTE. COSA DITE DI QUESTA SITUAZIONE? Allora, partiamo da due fasi. La prima: un migrante che arriva qui deve fare per forza la domanda di protezione internazionale. E’ stata stilata una lista di paesi sicuri. Quindi ci sono alcuni paesi che vengono dichiarati sicuri, ma quale sicurezza? Se uno scappa dalla fame, dalle guerre per cercare rifugio qui, perché limitarlo? Questi paesi sono detti sicuri e quindi quando le persone migranti fanno richiesta d’asilo politico, all’audizione davanti alla Commissione, vengono diniegati. Quindi devono fare un appello, devono attendere il ricorso. E questo fa perdere molto tempo. Prendiamo poi alcuni paesi dove ci sono ancora guerre in corso, come il Burkina Faso, la Nigeria, eccetera. Aspettano ancora due anni dopo la formalizzazione per avere un’audizione in cui devono raccontare la loro storia, tutte le difficoltà, tutti i gironi di inferno che hanno attraversato dal loro paese fino a qui. Passando alla seconda fase, prendiamo il decreto Flussi, che è gestito male. Chi entra regolarmente con il visto attraverso il decreto Flussi, arriva qui e non trova il datore di lavoro – perché ci sono alcuni datori di lavoro falsi che fanno una specie di mafia, soprattutto nella comunità bangladese. Una persona che spende migliaia di euro per arrivare qui e che lo Stato ha fatto entrare regolarmente, se non trova il datore di lavoro, diventa irregolare. È una situazione assurda. Una persona che viene solo per lavorare, che entra con il decreto Flussi proprio per lavorare, e poi non trova il datore di lavoro e diventa irregolare. È un sistema – direi – per renderci ricattabili. Perché così siamo ricattabili, siamo obbligati a lavorare in nero, a ricevere paghe da fame e ad essere invisibili. H.P.E. – VOLETE RACCONTARCI COME È NATO E CHE PERCORSO DI CRESCITA HA AVUTO IL MOVIMENTO MIGRANTI E RIFUGIATI DI NAPOLI? Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 e ormai sono dieci anni che lottiamo, dieci anni che esistiamo, dieci anni che resistiamo per la dignità di tutta la popolazione migrante. È nato nel 2016 quando c’era una narrazione per cui i migranti avevano una vita meravigliosa, hotel a 5 stelle, pocket money, tutto. Ma i centri d’accoglienza non erano così. A una manifestazione abbiamo incontrato i primi maliani, che sono i primi fondatori del Movimento Migranti. Ci hanno raccontato l’inferno che vivevano nel centro di accoglienza e così abbiamo iniziato: abbiamo fatto indagini, siamo andati nei centri d’accoglienza, abbiamo raccolto notizie, fatto report, e abbiamo iniziato a denunciare. Così è nato il Movimento Migranti. Abbiamo capito che i migranti avevano voglia di lottare, quindi ci siamo detti: perché non facciamo il Movimento?  La prima cosa che abbiamo deciso di fare è la scuola di italiano, perché abbiamo bisogno degli strumenti. E qual è lo strumento fondamentale? La lingua. Chi parla bene la lingua riesce a difendersi, riesce a leggere il proprio contratto di lavoro, riesce a capire se è sfruttato. Poi, man mano, abbiamo aperto anche lo sportello legale per aiutare i migranti a formalizzare le richieste, a diventare regolari, al riconoscimento del permesso di soggiorno. Abbiamo la nostra area ludica, perché nel Movimento Migranti ci sono delle mamme. Nell’area ludica le mamme portano i bambini e loro giocano, fanno i compiti. Nel doposcuola ci sono anche bambini italiani. Questi bambini crescono con la solidarietà in testa – qualcosa che fa parte della prima socializzazione: un bambino che cresce, che vede una persona di un altro colore, capisce che quella persona ha il mal di testa come lui, ha fame come lui, è normale come lui. Questa è l’area ludica del Movimento Migranti. Poi abbiamo aperto l’area residenza e ricerca casa, perché, come sapete, ci sono alcuni permessi di soggiorno – tipo il permesso di soggiorno per lavoro – per i quali è necessario un contratto di affitto, soprattutto la residenza. Noi facciamo la domanda di residenza direttamente al Comune e aiutiamo le persone a cercare casa, anche se è difficile, ad avere un contratto d’affitto e la residenza. Questo mi porta a parlare di quello che è successo ai nostri che sono stati sgomberati senza alternative nell’aprile scorso, a causa del presunto sovraffollamento degli edifici 1. Abbiamo fatto un presidio per incontrare il Comune, con cui stiamo dialogando e stiamo cercando soluzioni. Questo è il Movimento Migranti. Da dieci anni continuiamo a lottare perché abbiamo capito che la lotta paga, e con questa lotta abbiamo ottenuto delle vittorie. Chi frequenta il Movimento Migranti sa chi siamo davvero. T.S. – PUOI RACCONTARCI DI QUESTI ULTIMI SGOMBERI? Questi ultimi sgomberi sono avvenuti ad aprile. Una notte sono arrivati e hanno cacciato le famiglie. C’era una famiglia con 4 o 5 bambini e un’altra con una donna incinta. Li hanno messi fuori senza alternative. La cosa assurda è che l’assistenza sociale ha detto di aver proposto un piano B alle persone sgomberate, ma non era vero. È venuto fuori anche in un incontro formale. Quello che ci fa davvero pensare è che siamo fuori dall’umanità. Come possiamo permetterci di cacciare una donna incinta, sul punto di partorire, senza darle un’alternativa? Queste famiglie si sono rivolte a noi, alcune hanno preso dei B&B perchè erano rimaste per strada. Il giorno dopo abbiamo fatto un presidio davanti al Comune, che ha aperto un dialogo. Sono passati due mesi e stanno predisponendo delle misure: noi continuiamo a interloquire e a lottare per avere un piano concreto. Quest’anno per la residenza abbiamo presentato quasi 300 domande ERPA per i nostri, perché era un’informazione che la popolazione migrante non conosceva. Pensiamo che anche questa popolazione meriti di avere una casa dignitosa. T.S. – UNA COSA MOLTO POTENTE DELLA MANIFESTAZIONE ERA LA PARTECIPAZIONE DI BAMBINE E BAMBINI. COME SONO TUTELATE L’INFANZIA, L’ADOLESCENZA E LA GIOVINEZZA IN ASSENZA DI UN REDDITO STABILE, DEI SERVIZI E DI UNA CASA ADEGUATA? Questo è un vero problema, perché senza un buon reddito è molto difficile far crescere un bambino. Ma le nostre mamme sono forti, sono donne che fanno mille lavori al giorno e riescono a prendersi cura dei bambini. Ma questo non basta. Meritano di più. Ci sono anche famiglie italiane che vivono la stessa condizione: precarie, povere, in grande difficoltà. Se non tuteli l’infanzia, quale sarà l’impatto? Cosa sarà della futura generazione? Far crescere questi bambini nell’odio, seminare l’odio, fare propaganda – questo non fa che allargare le fratture. Noi come Movimento Migranti ci aiutiamo a vicenda, facciamo solidarietà concreta. Chi ha un lavoro cerca lavoro per l’altro. E soprattutto le nostre mamme sono delle guerriere, fortissime, e riecono. Ma non basta. Lo Stato deve intervenire. Toccare la sensibilità di un bambino e di una famiglia è assurdo. Anche una classe politica di destra, molto severa, deve pensare all’umanità, deve pensare alla condizione dell’infanzia. H.P.E. – IN ITALIA, QUANDO FACCIAMO RICHIESTA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO, DOBBIAMO DICHIARARE LA NOSTRA NAZIONALITÀ. INVECE, QUANDO CI SONO AGGRESSIONI, OMICIDI, VIOLENZA, VENIAMO GENERALIZZATI TUTTI. QUANDO UN MIGRANTE È VITTIMA DI VIOLENZA, I COLPEVOLI SONO DEFINITI PERCHÉ NON TUTTI GLI ITALIANI SONO COLPEVOLI. ALLORA, PERCHÉ NON SI APPLICA LA STESSA MISURA PER LE PERSONE MIGRANTI? NON È QUESTA UNA FORMA DI RAZZISMO E DI DISCRIMINAZIONE DI STATO? Esattamente, è una forma di discriminazione. Se non ti informi bene e segui la propaganda, ti diranno che, rispetto al tasso di criminalità, la popolazione migrante ha una percentuale maggiore. Ma se prendiamo i dati, non è vero. Tra i migranti che sono in questa circostanza ci sono soprattutto quelli definiti “irregolari”. Il problema è che una persona senza documenti, che vive nella sofferenza, che si trova abbandonata dopo il viaggio che ha affrontato, diventa non solo ricattabile, ma anche vulnerabile all’influenza della camorra. È molto facile fargli fare cose che lui non vorrebbe. Prendo l’esempio di un nostro fratello, Alhagie Konte, un ragazzo molto intelligente che frequentava il Movimento. Ha avuto anche qualche problema mentale perché ha perso il suo amico con cui aveva fatto il viaggio, e aveva iniziato a spacciare. È stato arrestato. Alhagie aveva però capito di aver preso una strada sbagliata e aveva iniziato a fare volontariato nella biblioteca del carcere per cambiare la sua vita. Poi si è ammalato di tubercolosi e non ha ricevuto assistenza. Lo hanno lasciato morire. E noi a questo abbiamo detto no, abbiamo protestato 2. Come dicevi tu, la propaganda dice che noi siamo quelli che stuprano le donne italiane. Ma come può una persona che ha attraversato il mare, attraversato il deserto, che scappava dalla fame e dalle guerre, arrivare qui con l’intenzione di commettere reati, di fare il casino? È inammissibile.  Il problema è che non danno i documenti. Se non hai un appoggio come il Movimento Migranti, sei solo, sei abbandonato. E se non sei forte mentalmente, cadi nelle mani della camorra. Come dicevi tu, quando dobbiamo chiedere l’asilo politico dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità, ma quando ci sono dei reati dicono: «Vabbè, sono stranieri, sono loro». Ma anche noi stranieri siamo intelligenti, vogliamo contribuire alla società, vogliamo studiare, vogliamo andare all’università, vogliamo fare formazione. È vero, ci piace l’Italia. Ma abbiamo lasciato i nostri paesi perché volevamo scappare da una situazione che anche loro hanno creato. Perché vengono da noi – parlo anche dell’Italia, dell’Europa – vengono da noi, rubano le nostre risorse, corrompono i nostri dirigenti, i nostri presidenti, prendono tutto e creano le guerre. Prendiamo la situazione dell’AES: Burkina Faso, Mali, Nigeria – sappiamo tutti chi c’è dietro. Sono loro, continuano l’imperialismo. Questa è una seconda fase moderna della schiavitù, una seconda fase moderna dell’imperialismo. E noi siamo qui perché soprattutto l’immigrazione non è e non sarà mai un reato: l’immigrazione è una cosa normale. Muoversi è un diritto umano. La storia ci racconta degli italiani, i primi italiani che sono emigrati in Svizzera, negli Stati Uniti. La storia racconta l’Italia del fascismo. E quello che mi fa veramente indignare è che i nostri antenati, i tirailleurs senegalesi, hanno liberato l’Europa dalle guerre, dal fascismo. E oggi noi immigrati siamo sporchi, siamo delinquenti, siamo quelli che creano problemi. È una propaganda assurda, e noi continuiamo la lotta perché di fronte alla crescita di queste politiche di destra non dobbiamo mollare. T.S. – A PROPOSITO DELLA TUTELA DELLA SALUTE E DELL’ASSENZA DI DIRITTI, UNA DELLE CHIAMATE DELLA MANIFESTAZIONE RIGUARDAVA PROPRIO L’APERTURA DEL CPR A CASTEL VOLTURNO. I CPR SONO DEFINITI DALLO STATO LUOGHI STRATEGICI E, PER QUESTO, SONO SECRETATI E MILITARIZZATI, E CONTINUANO A ESSERE ALLONTANATI DALLO SGUARDO DELLA SOCIETÀ CIVILE. SONO DEI BUCHI NERI IN CUI LA FORTEZZA EUROPA ESPRIME CON CHIAREZZA QUAL È IL SUO PIANO NEI CONFRONTI DELLE PERSONE IN MOVIMENTO. LE PERSONE RECLUSE ALL’INTERNO DEI CPR, PERÒ, CONTINUANO AD AGIRE LA PROPRIA RESISTENZA COME POSSONO E FINCHÉ POSSONO, PASSANDO ANCHE ATTRAVERSO IL PROPRIO CORPO. IN QUESTI MESI LA CAMPANIA, IL SUD DELL’ITALIA E LE RETI NAZIONALI E INTERNAZIONALI SONO IN MOBILITAZIONE PER OSTACOLARE IL PROGETTO DEL CPR A CASTEL VOLTURNO, CON 120 POSTI. VUOI PARLARCI DI QUESTO PROGETTO, DI QUESTO APPALTO, A CHE PUNTO SONO I LAVORI, CHE TIPO DI TERRITORIO LE ISTITUZIONI VOGLIONO CHE DIVENTI CASTEL VOLTURNO, COME SI STANNO MUOVENDO LE ISTITUZIONI LOCALI MA, SOPRATTUTTO, COME SI STA ORGANIZZANDO LA MOBILITAZIONE? Sì, quando abbiamo appreso la notizia della costruzione del CPR ci siamo mossi subito, perché il CPR rappresenta davvero la caduta dello Stato – sono caduti molto in basso. Ci vogliono ricattabili: se diventiamo irregolari ci mettono nel CPR, dicono per rimpatriarci nelle nostre terre. Ma la percentuale di rimpatri effettivi è molto bassa. Sapete quanti soldi servono per rimpatriare qualcuno? Si stima tra i 4.000 e i 5.000 euro, e per 120 persone sono tanti soldi. È una presa in giro costruire un CPR qui a Castel Volturno, che è uno dei ghetti d’Italia, marginalizzato da anni. Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. Quei soldi sono rubati alle scuole, agli ospedali – sono soldi che servono alla cittadinanza, ai castellani. Il CPR è un luogo di tortura, fisica e psicologica. Abbiamo perso due dei nostri: Moussa Balde, che purtroppo non ha potuto resistere, si è tolto la vita, perché non superava questa situazione. Ti danno farmaci, ti rendono una persona diversa, e se non riescono a farti rimpatriare, ti lasciano da solo ed esci da lì fuori di testa. Noi ci opporremo al CPR con tutte le nostre forze. Abbiamo creato il Comitato Metropolitano con Mediterranea e altre realtà, e abbiamo tenuto un incontro prima della manifestazione. Ci stiamo muovendo per organizzare le prossime date e stiamo seguendo la faccenda da vicino. Lo Stato cercherà di non far circolare notizie sull’ente che si aggiudicherà l’appalto della costruzione. Ma noi continuiamo l’indagine.  Il Presidente della Regione ha detto anche che non accetterà che si costruisca il CPR. Quindi abbiamo anche un’istituzione regionale che si è espressa, e pensiamo che ce la faremo, ci opporremo con tutte le nostre forze perché questo CPR non è fatto per garantire la sicurezza, ma serve solo a garantire lo sfruttamento e la disumanità. T.S. – ABBIAMO VISTO IL LUOGO IN CUI C’È L’INTENZIONE DI COSTRUIRE QUESTO CPR. COME PER MOLTI ALTRI CPR IN ITALIA, E IN LINEA CON IL PATTO EUROPEO MIGRAZIONI E L’ASILO, SI TRATTA DI LUOGHI ISOLATI. CI CHIEDIAMO ALLORA QUAL È L’OBIETTIVO? SIGNIFICA PROBABILMENTE CHE C’È LA NECESSITÀ DI RENDERE INVISIBILE QUANTO STA ACCADENDO DA UNA PARTE, E DI LASCIARE SOLE LE PERSONE CHE SUBISCONO LA FORTEZZA EUROPA DALL’ALTRA – SOLE QUANDO ENTRANO, SOLE QUANDO ESCONO, SOLE QUANDO GRIDANO, SOLE QUANDO SI RIBELLANO. E IN PIÙ, PROBABILMENTE, L’ISTITUZIONE SENTE UNA SOLIDARIETÀ CHE STA CRESCENDO. Sì, con questo Patto Europeo purtroppo siamo di fronte a questa crescita delle politiche di destra, ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo mollare. E, come dicevi tu, sono davvero luoghi nascosti, dove nessuno sente. Sapete che ci sono anche italiani che non sanno cosa sia il CPR. Quando abbiamo fatto l’incontro formativo 3 – perché ci siamo detti: prima di tutto bisogna educare la lotta, fare sensibilizzazione, far capire alla gente cos’è il CPR – è venuta la cittadinanza italiana.  Abbiamo fatto delle proiezioni, raccolto delle testimonianze, ed è emersa la situazione sgradevole che si vive nel CPR: nessun accesso alla sanità e quanto ho già detto prima. La maggior parte dell’Europa si trova in questa fase e penso che dobbiamo richiamare i diritti umani, perché questo è calpestare davvero i diritti umani. E questo contribuisce a fare del mondo un luogo in cui non vogliamo far crescere i nostri bambini.  Noi non vogliamo questo. E pensiamo – e ne siamo sicuri – che con la lotta continueremo a chiamare la cittadinanza, continueremo a chiamare tutti per opporci, perché anche la società civile, che contribuisce alla crescita della società, ha la sua parola da dire. H.P.E. COME SI DICEVA, I MIGRANTI SONO INTELLIGENTI, VOGLIONO FARE TANTE COSE, IMPARARE LA LINGUA, FARE FORMAZIONE, MOSTRARE IL LORO VOLTO MIGLIORE. E TU SEI UNO DI QUELLI CHE SONO ESEMPI. TU, MUSTAPHA A PALERMO… SIETE TANTI. ED È VERO CHE SENZA AIUTO I MIGRANTI NON POSSONO FARE TUTTO DA SOLI. MA COME DICE IL MOVIMENTO MIGRANTI: CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI. NON È POSSIBILE FARE DI TUTTE LE LOTTE UNA SOLA LOTTA?  Certo. «Tocca uno tocca tutti» è lo slogan della vittoria. Perché abbiamo capito che l’unione fa la forza. Ci sono ancora cittadini italiani con lo spirito dei partigiani, che non si sono mai arresi, che continuano con quello spirito. E’ lo stesso del migrante che ha subito lo sfruttamento e molte difficoltà nel suo paese. Dobbiamo quindi unirci. Ma il problema è che ci sono anche alcune politiche che usano i migranti come bersagli. Usano i migranti come bersagli magari per farci soldi sopra. Questo non lo vogliamo, perché noi non chiediamo pietà – chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti.  E, come dicevi tu, dobbiamo unirci con la stessa idea, con lo stesso spirito per dire no allo sfruttamento, per dire no a chi vuole calpestarci e dividerci perché se tu sei uno vai più veloce, è vero, ma se siamo in tanti andiamo più lontano, e noi vogliamo andare più lontano! 1.  Il 10 aprile 2026, tre palazzine abitate con regolari contratti di affitto sono state sgomberate per presunta inagibilità (N.d.R.) ↩︎ 2. Alhagie Konte, cittadino gambiano di 27 anni, è deceduto il 10 ottobre 2025 presso l’Ospedale Cotugno di Napoli a seguito di una grave forma di tubercolosi contratta durante la detenzione nella Casa Circondariale di Poggioreale ↩︎ 3. Si tratta dell’incontro formativo “Al di là del muro, cosa sono davvero i CPR”, per capire fino in fondo perchè attivarsi per la loro chiusura, a Castel Volturno e altrove, organizzata dal Comitato Metropolitano NO CPR Napoli il 13 giugno presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici a Napoli ↩︎
Segreto di sicurezza nazionale sul CPR di Trento: negati i documenti
Cittadinanzattiva con il sostegno politico e sociale del Coordinamento regionale No CPR deposita l’istanza di riesame per ottenere le carte urbanistiche e ambientali del progetto. La battaglia per la trasparenza non si ferma: il 15 giugno 2026 è stata depositata una formale richiesta di riesame per ottenere l’apertura dei documenti sul progetto del CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri, la struttura detentiva per l’espulsione di cittadini stranieri) previsto a Trento. L’iniziativa nasce per contrastare il muro di gomma eretto dalle istituzioni: di fronte a una richiesta di accesso agli atti, il Ministero dell’Interno, il Commissariato del Governo e la Provincia Autonoma di Trento hanno infatti opposto un rifiuto totale, nascondendo l’intero progetto dietro l’etichetta di “opera destinata alla difesa e alla sicurezza nazionale“. La richiesta di riesame contesta l’illegittimità di questo diniego che viola il principio di proporzionalità: anche in presenza di informazioni sensibili, la legge impone di oscurare solo le singole parti a rischio, non di secretare in blocco interi fascicoli. Questa azione legale è l’espressione diretta di una forte mobilitazione locale e di un vasto lavoro di rete sul territorio. A promuovere in prima linea l’istanza sono Cittadinanzattiva APS e l’Assemblea Antirazzista Trento, affiancate da un team legale d’eccezione composto dagli avvocati Gennaro Santoro, Antonello Ciervo, Salvatore Fachile e da Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti di Cittadinanzattiva. A supportare politicamente e socialmente la richiesta vi è l’intero Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR, una coalizione che unisce oltre 50 realtà del territorio. La cittadinanza esige trasparenza perché le carte richieste, in particolare quelle urbanistiche, edilizie e ambientali, riguardano direttamente la sicurezza e la salute pubblica. L’area scelta a Maso Visintainer, nel quartiere di Piedicastello, è infatti stretta tra la tangenziale, l’autostrada del Brennero e un metanodotto ad alta pressione. I cittadini hanno il diritto di accedere a questi dati, che non contengono “segreti militari”, ma riguardano cruciali fattori di rischio strutturale, acustico e atmosferico. La vicenda che ha portato a questa richiesta di riesame si è sviluppata attraverso precise tappe: * 23 aprile 2026: viene presentata un’istanza di accesso civico generalizzato tramite lo strumento del FOIA (Freedom of Information Act, la normativa sulla trasparenza per l’accesso agli atti pubblici). L’obiettivo è ottenere la documentazione integrale sulla progettazione e realizzazione del CPR. * 19 maggio 2026: Il Ministero dell’Interno, il Commissariato del Governo e la Provincia Autonoma di Trento rispondono negativamente. Si appellano al D.L. 124/2023, che classifica i CPR come opere di sicurezza nazionale, opponendo un diniego totale e indifferenziato a tutte le richieste. * 15 giugno 2026: Cittadinanzattiva deposita la formale richiesta di riesame al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza per sbloccare i documenti. A sostegno, i legali richiamano una solida giurisprudenza: il TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio e il Consiglio di Stato hanno già escluso in passato l’applicabilità del segreto militare ai dati di localizzazione e all’impatto territoriale di queste strutture. Sostenuta da tutta la rete mobilitata, l’associazione chiede ai Responsabili della trasparenza la trasmissione integrale di tutti i documenti originariamente richiesti: «I CPR non sono basi militari, sono luoghi in cui si detengono esseri umani, e per questo ci aspettiamo che siano aperti al controllo pubblico, non schermati dietro una norma che li equipara a infrastrutture di guerra», dichiara il Coordinamento NO CPR. «Pretendiamo che vengano quantomeno desecretati gli atti urbanistici, ambientali e quelli relativi alle modalità di affidamento e gestione della struttura, oppure che venga fornita una motivazione dettagliata per ogni singolo documento negato. In assenza di risposta entro i 20 giorni previsti dalla legge, avvieremo un ricorso giurisdizionale in tribunale. Continueremo a chiedere trasparenza».
Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR): tra controllo dell’immigrazione e garanzie costituzionali
LAVINIA NOCELLI 1 I Cpr rappresentano una contraddizione giuridica: la legge ne prevede l’uso per garantire i rimpatri, ma nella pratica si trasformano in strutture detentive che violano diritti fondamentali e non raggiungono il loro scopo. Il diritto al trattenimento amministrativo diventa così incompatibile con gli obblighi dello Stato in termini di tutela della dignità umana e di efficacia delle procedure. “I Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) sono luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione (art. 14, D.Lgs. 286/1998). Le strutture di trattenimento per stranieri irregolari sono disciplinate dal testo unico immigrazione (D.Lgs. 286/1998): si tratta dei Centri di permanenza temporanea e assistenza (Cpta), poi definiti Centri di permanenza temporanea (Cpt) e successivamente Centri di identificazione ed espulsione (Cie). Con il decreto-legge 13 del 2017 i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) hanno assunto la denominazione di Cpr”2. Secondo quanto riportato dall’articolo 14 del Testo Unico sull’Immigrazione (D.lgs. 286/1998), nei Cpr vengono trattenuti coloro che, entrati in Italia tramite canali irregolari, non fanno richiesta di protezione internazionale, non ne dispongono i requisiti, o che non sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Il trattenimento nei Cpr è funzionale a garantire l’espulsione da parte delle forze dell’ordine dei soggetti che non presentano i requisiti per soggiornare legalmente sul territorio nazionale. Con la legge Turco-Napolitano, nello specifico con l’articolo 12 della legge n° 40 del 6 marzo 1998 (Disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), i Centri vengono istituiti con lo scopo di trattenere i cittadini stranieri quando non è possibile nell’immediato espellere i soggetti entrati illegalmente nel territorio italiano. Il trattenimento viene disposto nei casi in cui siano necessari accertamenti sull’identità, sui documenti di viaggio, eventuali cure mediche o l’organizzazione del rimpatrio. All’epoca della promulgazione della legge, la durata massima del trattenimento è disposta in venti giorni, che possono essere prorogati per un massimo di altri dieci da parte del giudice su richiesta del questore. Con la legge Bossi-Fini, nello specifico la legge n° 189 del 30 luglio 2002 (modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo), i Cpt prendono il nome di Centri di Identificazione ed Espulsione. Mentre nel contenuto la legge rimane la stessa, vengono invece estesi i termini del trattenimento, che passano da trenta a sessanta giorni. Il periodo massimo viene ulteriormente esteso con la legge n° 94 del 15 luglio 2009 (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica), che porta la durata della detenzione amministrativa da sessanta a centottanta giorni. L’attribuzione della denominazione Cpr arriva con la legge Minniti-Orlando, ossia la legge n°13 del 17 febbraio 2017 (“Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonchè per il contrasto dell’immigrazione illegale“). Questa dispone, inoltre, di un aumento del numero dei centri nel territorio italiano e la loro diffusione da Nord a Sud. Ulteriori modifiche relative alla durata del trattenimento vengono introdotte con il decreto Salvini, la legge n° 113 del 4 ottobre 2018, che estende il periodo massimo di trattenimento fino centottanta giorni. Successivamente, con il decreto Lamorgese, la legge n° 130 del 21 ottobre 2020, il limite viene ridotto a novanta giorni, con possibilità di proroga di trenta giorni in trenta giorni fino a un massimo di centottanta. Con la legge n° 20 del 10 marzo 2023 (“Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all’immigrazione irregolare”), varata dal governo Meloni, sono state emanate le ultime modifiche ai Cpr, che prevedono una proroga del trattenimento per i soggetti di Paesi con cui l’Italia ha sottoscritto accordi in materia di rimpatrio da trenta a quarantacinque giorni. L’evoluzione normativa, ulteriormente modificata con il DL. 124/2023, mostra una progressiva estensione della detenzione amministrativa, sia in termini di durata del trattenimento fino a 18 mesi, sia nella centralità attribuita ai Cpr nella gestione delle migrazioni irregolari. Il trattenimento nei Cpr non costituisce formalmente una pena detentiva, poiché riguarda soggetti che non hanno commesso reati penali ma violazioni amministrative legate al soggiorno irregolare. Il fermo è, infatti, finalizzato esclusivamente a facilitare l’esecuzione dell’espulsione o del respingimento del soggetto, ed è disciplinato dall’articolo 14 del Testo Unico sull’Immigrazione (d.lgs. 286/1998). Nella pratica, però, i Cpr assumono caratteristiche simili a quelle di strutture carcerarie, limitando la libertà personale prevista dall’articolo 13 della Costituzione, senza garantire le stesse tutele previste dal sistema penale. Per questo motivo, diversi osservatori e associazioni per i diritti umani sottolineano come le modalità concrete di attuazione del trattenimento risultino assimilabili a forme di detenzione. La legge definisce la detenzione “amministrativa” proprio per distinguerla dalla detenzione penale, ma numerose criticità evidenziate nei Cpr hanno sollevato interrogativi rispetto alla compatibilità di queste pratiche con gli articoli 3 e 5 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), che sanciscono rispettivamente il divieto di tortura e il diritto alla libertà personale. Nello specifico, l’articolo 3 sancisce il divieto assoluto di tortura o di trattamenti, punizioni inumani o degradanti, mentre l’articolo 5 stabilisce che la privazione della libertà personale deve essere legittima e che l’individuo debba essere informato rapidamente sia delle ragioni dell’arresto, che ad avere un rapido riesame giudiziario, al fine di garantire protezione contro detenzioni arbitrarie. A evidenziare le contraddizioni del sistema contribuiscono anche i report pubblicati nel 2024 da Amnesty International e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT), secondo cui “l’uso eccessivo e sistematico della detenzione amministrativa priva le persone migranti e richiedenti asilo dei loro diritti alla libertà e alla dignità”. In particolare, il CPT ha rilevato “diversi casi di presunti maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza da parte di agenti di polizia nei confronti di cittadini stranieri detenuti”, sottolineando inoltre “l’assenza di un monitoraggio rigoroso e indipendente di tali interventi da parte della polizia e la mancanza di una registrazione accurata delle lesioni subite dalle persone detenute”. Il Comitato ha inoltre criticato la pratica della somministrazione di psicofarmaci non prescritti e le caratteristiche strutturali dei Cpr, ritenute assimilabili a contesti detentivi ad alta restrizione. Così come il report “Trattenuti“, realizzato da ActionAid Italia in collaborazione con l’Università di Bari, che evidenzia come il sistema dei Cpr sia costoso e inefficace, con un aumento della detenzione di richiedenti asilo che ha raggiunto il 45% nel 2024. L’analisi rileva inoltre un fallimento nelle politiche di rimpatrio, con solo il 10% delle persone trattenute effettivamente rimpatriate nel 2023. Nonché il secondo Rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), intitolato “Cpr d’Italia: istituzioni totali”, presentato nel 2026, che descrive i Cpr come luoghi di sospensione dei diritti fondamentali, caratterizzati da isolamento, degrado e grave sofferenza psicofisica per le persone trattenute. La stessa Corte costituzionale italiana, con la sentenza n. 105 del 2001, ha affermato che il trattenimento nei Cpr costituisce una limitazione della libertà personale, paragonabile a una forma di restrizione fisica, e che pertanto deve essere sottoposto alle garanzie previste dal sistema penale. Tale orientamento è stato ribadito con la sentenza n. 96/2025, nella quale la Consulta ha definito il trattenimento come una forma di “assoggettamento fisico all’altrui potere”, rafforzando le criticità già evidenziate rispetto alla compatibilità del sistema dei Cpr con la tutela costituzionale della libertà personale. Ad esempio, la libertà di corrispondenza è tutelata e garantita in modo diverso a seconda del Cpr in cui si è trattenuti. Esclusivamente in due strutture è ammesso il possesso del telefono cellulare: ciò è stato reso possibile dall’azione promossa nell’interesse di uno dei trattenuti nella struttura, con un ricorso ex art. 700 c.p.c. al Tribunale di Milano, sez. XII, ord. 23 febbraio 2021. Le suddette condizioni di privazione della libertà hanno suscitato grandi perplessità, anche a seguito del report del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT), pubblicato nel dicembre 2024, a seguito della visita effettuata ad aprile dello stesso anno in quattro strutture. Il Comitato ha evidenziato gravi criticità, in relazione sia al trattamento delle persone trattenute, sia alle condizioni materiali delle strutture. Un ulteriore nodo critico riguarda l’effettiva efficacia dei rimpatri. Nel 2024, secondo il dossier del Centro Studi e Ricerche IDOS basato su dati del Ministero dell’Interno, su circa 5.870 persone detenute nei Cpr, soltanto 2.526 sono state effettivamente rimpatriate, pari dunque al 43% del totale. Un dato che colpisce se si considera che l’innalzamento progressivo del periodo massimo di trattenimento, arrivato a 18 mesi con l’introduzione del decreto legge n. 89/2011 durante il governo Berlusconi, era stato giustificato proprio con la necessità di aumentare l’efficacia dei rimpatri. Lo stesso documento evidenzia come, nel periodo tra il 2019 e il 2024, il tasso medio di persone rimpatriate sia inferiore alla metà dei detenuti nei Cpr: un dato sceso dal 49,9% del 2022 al 43% del 2024. Rispetto ai circa 500mila immigrati irregolari stimati in Italia, il numero delle persone trattenute nei Cpr rimane comunque marginale. In diversi report e pubblicazioni è evidenziato come le condizioni di salute e di permanenza all’interno dei Cpr siano in contrasto con l’articolo 3 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo), che vieta trattamenti inumani o degradanti. Come anche descritto nel contributo “La tutela della salute nei Cpr, un diritto trattenuto”, pubblicato nel fascicolo n. 3/2024 della rivista Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, “il d.lgs. n. 286/1998 – unica fonte di rango primario che regolamenta il trattenimento degli stranieri presso i Cpr – non contiene alcuna previsione dedicata al diritto alla salute”. La sola disposizione relativa alle modalità di trattenimento è contenuta nell’art.14, co 2, d.lgs. n. 286/1998, che nella sua attuale versione, prevede che “lo straniero è trattenuto nel Centro, presso cui sono assicurati adeguati standard igienico-sanitari e abitativi, con modalità tali da assicurare […] l’assistenza e il pieno rispetto della sua dignità secondo quanto disposto dall’articolo 21, comma 8, del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394”. Diversi monitoraggi europei hanno evidenziato come le condizioni di trattenimento e la carenza di assistenza sanitaria e psicologica possano compromettere la dignità delle persone trattenute. Un ulteriore elemento critico riguarda la vulnerabilità delle persone al momento dell’ingresso nei Cpr. “Occorre considerare la condizione di particolare vulnerabilità di queste persone e la loro possibile incapacità, almeno in alcuni casi, di lamentare il trattamento subito. In tali circostanze, il trattenimento può costituire di per sé un trattamento degradante, per il potenziale effetto di aggravamento di condizioni psichiche già instabili, fermo restando che è necessario dimostrare un effettivo deterioramento della salute mentale del soggetto”, si legge ancora nel dossier, che richiama una pronuncia del 2009 relativa al Caso Slawomir Musial contro la Polonia. Nel già menzionato secondo Rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), si documentano uso improprio di psicofarmaci, autolesionismi e tentativi di suicidio, insieme a gravi limitazioni legate alla tutela legale, tra cui difficoltà di accesso agli avvocati, informazioni frammentarie e scarsa consapevolezza del proprio status giuridico. Il rapporto evidenzia inoltre come le condizioni materiali risultino degradate, tra sovraffollamento, scarse condizioni igieniche, isolamento e inattività forzata. Una logica che, si legge nel documento, “riflette contenimento e controllo, non di tutela“. Anche il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha più volte segnalato criticità legate all’esternalizzazione della gestione sanitaria e alla difficoltà di garantire continuità terapeutica e supporto psicologico nei Cpr. Elementi che evidenziano carenze strutturali nell’assistenza sanitaria all’interno dei centri. Le politiche migratorie italiane, sintetizza il Dossier Statistico Immigrazione 2024, limitano l’accesso alle misure di welfare garantite dalla Costituzione. “La carenza dei servizi resi all’interno dei Centri incide direttamente sulla qualità della vita detentiva delle persone trattenute e sull’accesso ai diritti fondamentali”, si legge ancora nel report “La tutela della salute nei Cpr, un diritto trattenuto”. Un altro elemento di criticità riguarda i costi pubblici del sistema dei Cpr e la loro gestione esternalizzata a soggetti privati. Il report “Buchi neri” sottolinea come, tra il 2021 e il 2023, gli appalti per la gestione dei centri abbiano raggiunto circa 56 milioni di euro. Il sistema di gestione privata è stato inoltre più volte oggetto di contestazioni legate alla qualità dell’assistenza sanitaria, dei servizi legali e del supporto linguistico offerti alle persone trattenute. Nonostante i costi elevati e il progressivo ampliamento della detenzione amministrativa, i dati relativi ai rimpatri continuano però a mostrare risultati limitati, alimentando dubbi rispetto all’efficacia e alla sostenibilità del modello. Come si legge nel rapporto: “Dall’esame degli schemi di capitolato d’appalto predisposti dal Ministero dell’Interno negli ultimi anni (2018 e 2021) risulta evidente come lo Stato italiano abbia puntato ad una drastica riduzione di tutti i servizi alla persona previsti all’interno dei Cpr […], con una evidente ripercussione sui diritti delle persone trattenute”. Attualmente, sono in funzione dieci Cpr in tutta Italia, distribuiti lungo l’intero territorio nazionale: Bari Palese (Puglia); Brindisi, Restinco (Puglia); Caltanissetta, Pian del Lago (Sicilia); Gradisca d’Isonzo, Gorizia (Friuli-Venezia Giulia); Macomer, Nuoro (Sardegna); Milano via Corelli (Lombardia); Palazzo San Gervasio, Potenza (Basilicata); Ponte Galeria, Roma (Lazio); Torino corso Brunelleschi (Piemonte) e Trapani, Milo (Sicilia). Si legge su “La detenzione amministrativa nei Centri per il rimpatrio (Cpr): un’illegittima privazione della libertà personale”, che con la sentenza n. 96/2025 della Corte costituzionale, pubblicata il 3 luglio 2025, è dichiarata inammissibile “la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Giudice di pace di Roma in relazione all’art. 14, comma 2, D.lgs. 286/1998, per contrasto con gli artt. 13, comma 2 e 117, comma 1, Cost., nonché con l’art. 3, in combinato disposto con gli artt. 2, 10, comma 2, 24, 25, comma 1, 32 e 111, comma 1, Cost. La disciplina delle modalità di trattenimento amministrativo all’interno dei Centri per il rimpatrio (Cpr) di persone di cittadinanza straniere, sprovviste di un regolare titolo di soggiorno, era stata ritenuta di dubbia costituzionalità principalmente per violazione della riserva assoluta di legge, prevista dall’art. 13, comma 2, Cost.; un profilo condiviso dalla Corte, che tuttavia ha dichiarato di non avere gli strumenti per intervenire, essendo riservata al legislatore l’introduzione di una disciplina rispettosa dei diritti fondamentali e della dignità delle persone detenute nei Cpr”. La sentenza n. 96/2025 rafforza quindi il tema della compatibilità costituzionale del trattenimento amministrativo nei Cpr, richiamando il legislatore alla necessità di garantire pienamente i diritti fondamentali delle persone trattenute: il fermo di una persona all’interno di un Cpr è un limite alla sua libertà personale, e ciò non può avvenire senza che vengano garantiti i diritti fondamentali, che sono previsti dall’articolo 13 della Costituzione. Negli anni, le criticità del sistema sono state oggetto di numerose interrogazioni parlamentari, monitoraggi indipendenti e pronunce giurisprudenziali, sia nazionali sia europee. Alla luce di ciò, dei dati sui rimpatri e delle pronunce della Corte costituzionale, il sistema dei Cpr sembra assumere una funzione che supera quella specificamente amministrativa prevista dalla normativa. Emerge infatti una gestione della migrazione più orientata al contenimento e alla logica securitaria, attraverso la limitazione delle garanzie, l’estensione del trattenimento e l’ampliamento delle strutture, più che all’effettiva esecuzione dei rimpatri. In questa prospettiva, i Cpr appaiono come strumenti di controllo e marginalizzazione sociale, nei quali la compressione dei diritti fondamentali diventa parte integrante del dispositivo di gestione dell’irregolarità migratoria. 1. Lavinia Nocelli è una giornalista e fotografa freelance che si occupa di migrazioni, diritti e salute mentale. Ha lavorato tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest, attraversando la Rotta Balcanica, in Medio Oriente e nei campi profughi del Nord della Francia. I suoi lavori sono stati pubblicati da testate italiane e internazionali come Bbc, Guardian, Le Monde, Al Jazeera, The New Arab, L’Espresso, Lucy, Il Manifesto, La Stampa, tra gli altri ↩︎ 2. https://www.camera.it/leg17/561?appro=cpr ↩︎
Gjadër, ispezione del TAI a due giorni dal Patto UE: «Un laboratorio di violazione dei diritti, non un modello»
Il 10 giugno 2026, il Tavolo Asilo e Immigrazione 1 e l’On. Rachele Scarpa hanno effettuato un’ispezione presso il centro di Gjadër, in Albania, a due giorni dall’entrata in vigore del Patto Europeo su Migrazione e Asilo. Quello che emerge smentisce punto per punto la narrativa governativa sul cosiddetto «modello Albania». «Il tutto in un clima di sistematica opacità amministrativa, che sembra essere l’ingrediente fondamentale di ogni presunzione di “efficacia”», denunciano le organizzazioni che compongono il TAI. Nonostante la Presidente del Consiglio Meloni continui a rivendicare i risultati del progetto, dalla delegazione arriva una valutazione di estrema criticità: grande incertezza sul futuro delle strutture, forti dubbi di incompatibilità con il nuovo quadro normativo europeo e violazioni dei diritti fondamentali già certificate. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Rachele Scarpa (@rachelescarpa) Da aprile 2025 il centro ha iniziato a operare come un CPR italiano in territorio estero. «I numeri sono autoevidenti», scrive il TAI e la parlamentare. «Attraverso numerose ispezioni abbiamo monitorato il funzionamento e i flussi all’interno dei centri: da aprile 2025 a marzo 2026 sono stati effettuati trasferimenti periodici di circa 10 persone ogni 7-10 giorni, per poter mantenere un numero medio di circa 20 persone nel centro. Solo a marzo 2026, probabilmente per esigenze legate alla campagna elettorale del referendum costituzionale, il governo ha cercato di aumentare il numero di presenze con un trasferimento più massiccio». Alla data dell’ispezione, le persone trattenute sono circa 70, incluse le 10 di cui la delegazione ha osservato direttamente l’ingresso in struttura. Dall’avvio di questa fase del progetto, circa 620 persone sono state trasferite coattivamente in Albania. Di queste, solo 90 sono state effettivamente rimpatriate: una percentuale intorno al 15%, ben al di sotto della media del 40% registrata nei CPR presenti sul territorio italiano. Un dato tanto più significativo se si considera che i rimpatri, per norma, possono essere eseguiti esclusivamente dall’Italia: le persone trattenute a Gjadër vengono prima ritrasferite sul territorio nazionale, con costi aggiuntivi a carico della collettività. «Queste evidenze dimostrano l’assenza di una reale utilità operativa dei centri albanesi anche come CPR esternalizzato – prosegue il TAI – a maggior ragione a fronte della disponibilità di posti nei CPR presenti sul territorio italiano, che risultano occupati in misura largamente inferiore alla loro capienza». Per le organizzazioni, i centri in Albania «lungi dal rappresentare un modello funzionale nella gestione e nel governo del fenomeno migratorio, sono stati in questi due anni un laboratorio di sperimentazione di procedure delocalizzate, trasferimenti illegittimi, interpretazioni arbitrarie delle norme e progressiva sottrazione delle pratiche migratorie agli ordinari meccanismi di controllo democratico». La situazione appare oggi ancora più critica alla luce dell’entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo. A poche ore da una scadenza che ridisegna l’architettura europea delle politiche migratorie, non esiste alcuna informazione ufficiale sul futuro del centro di Gjadër né sul ruolo che il governo italiano intende attribuirgli nel nuovo quadro normativo. Nel frattempo, il parere reso oggi dall’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione europea afferma che il Protocollo Italia-Albania può verosimilmente inficiare le garanzie procedurali minime previste dal diritto UE – in particolare il diritto di difesa, il rispetto della vita privata e familiare e l’immediata liberazione al termine del trattenimento – in assenza di garanzie sufficientemente chiare e precise. Un parere che «conferma le profonde fragilità giuridiche che continuano a caratterizzare il progetto». «A quattordici mesi dall’avvio di questa fase del progetto, il quadro che emerge è quello di una sperimentazione permanente segnata da incertezza normativa, opacità amministrativa e compressione dei diritti, il cui impatto ricade non soltanto sulle persone direttamente coinvolte ma sull’intero sistema delle garanzie democratiche», denuncia il TAI. Le organizzazioni firmatarie e l’on. Rachele Scarpa chiedono piena trasparenza sulle attività svolte nei centri, accesso alle informazioni, pubblicazione dei dati aggiornati e la chiusura dei centri nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento italiano ed europeo. 1. ACLI, ActionAid Italia, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CGIL, CNCA, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia italiana, EMERGENCY, Europasilo, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici Senza Frontiere, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle Comunità Solidali, SIMM, UNIRE. ↩︎
La libertà di stampa bussa (ed entra) nei luoghi di confinamento dei cittadini stranieri
La sentenza del TAR per la Puglia – ottenuta in un caso seguito dall’Avv. Martina Stefanile con il progetto InLimine di ASGI – è un precedente molto utile anche alla luce dell’imminente entrata in vigore del Patto dove la società civile giocherà un ruolo fondamentale nella contro narrazione dei luoghi di frontiera e confinamento dei cittadini stranieri. Si tratta della richiesta di accesso all’ex CARA di Bari – Palese trasmessa da un giornalista insieme a videoreporter. La Prefettura rigettava ritenendo “allo stato” non accoglibile l’istanza. Il TAR con la sentenza di merito ha confermato l’accoglimento cautelare e ha argomentato in maniera estremamente interessante sulla libertà di stampa riferendosi ai giornalisti come a “cani da guardia” (watch dog) della democrazia e delle istituzioni e ricordando che la funzione svolta dalla stampa di diffondere informazioni su questioni di interesse generale corrisponde al diritto del pubblico di riceverle.  In questo senso, secondo il TAR frapporre ostacoli ingiustificati all’accesso dei giornalisti alle informazioni rischia di scoraggiarli o impedire loro di fornire informazioni accurate, compromettendo così il loro fondamentale ruolo di garanti pubblici. Il Collegio infatti, evidenziando “l’enorme interesse della comunità nazionale per la corretta e puntuale esplicazione di ogni attività pubblica” motiva nel senso che “critica e cronaca giornalistica volte a tenere o a ricondurre le pubbliche istituzioni nell’alveo loro proprio vanno non solo giustificate, ma anche propiziate“. Oltre a ciò, il TAR afferma il pieno diritto di accesso alle strutture di accoglienza alle sole condizioni che chi ne faccia richiesta la trasmetta con congruo anticipo e sia debitamente identificato.  Lacosa interessante è che la pronuncia fa un passo avanti rispetto alle precedenti e cioè evidenzia chiaramente che anche il rifiuto “allo stato” (molto frequente su queste istanze) è illegittimo quando non motivi e non differisca specificamente la richiesta ad altro momento. Secondo il TAR infatti, “la mancanza di un limite temporale – priva, tra l’altro, di esplicite motivazioni al riguardo – lede i principi in ordine alla libertà di stampa, invocati dal ricorrente“. Pertanto, un diniego formulato senza una scadenza o una motivazione che giustifichi un rinvio, si trasforma di fatto in un ostacolo alla libertà di stampa insormontabile e sproporzionato la quale, invece, è intrinsecamente legata all’attualità e alla tempestività dell’informazione. T.A.R. per la Puglia, sentenza n. 715 del 9 giugno 2026