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CPR, porte chiuse alla società civile: le prefetture blindano i centri
Tra l’estate e l’autunno 2026 ASGI, nell’ambito del progetto InLimine – Il diritto di sapere 1, ha chiesto di entrare in tutti i Centri di Permanenza per il Rimpatrio attivi in Italia. Le prefetture hanno risposto con preavvisi di rigetto, silenzi o autorizzazioni vincolate a gravi limitazioni. «Come ci aspettavamo, molte prefetture ci hanno imposto limitazioni all’accesso che sviliscono il fine ultimo del progetto: consentire al cosiddetto “signor nessuno” di entrare nei centri di trattenimento», spiegano da InLimine. Una scelta che, nell’opacità che da sempre circonda il sistema della detenzione amministrativa, pesa ancora di più. L’obiettivo di InLimine era entrare con delegazioni di cinque persone dalle competenze diverse: personale sanitario, giornaliste, ricercatrici, mediatrici, giuriste. Uno sguardo plurale, capace di leggere insieme le condizioni sanitarie, giuridiche e materiali del trattenimento. Le condizioni poste dalle prefetture andavano nella direzione opposta. «Accettarle avrebbe significato dimezzare le delegazioni ed escludere le aree sanitarie e i luoghi di trattenimento, sottraendo allo sguardo esterno proprio i luoghi più importanti per la tutela delle persone trattenute», spiega il progetto. A Caltanissetta e a Macomer l’accesso è stato autorizzato solo per una delegazione ridotta, senza possibilità di entrare nelle celle e nelle aree sanitarie, consultare i registri, parlare con le persone trattenute o effettuare riprese. Dopo uno scambio di memorie, le limitazioni sono state confermate e la delegazione ha rifiutato di entrare. «Non entriamo a condizioni inaccettabili», è la linea rivendicata da InLimine: una visita guidata nelle aree comuni non è monitoraggio. Le risposte arrivate da territori diversi sono quasi identiche nel contenuto e nella forma. «Indicano un orientamento uniforme, che nega alla società civile qualsiasi ruolo di monitoraggio e lo riserva alle sole figure istituzionali», osservano da InLimine. Eppure il diritto della società civile di accedere a questi luoghi è già stato affermato più volte dai tribunali amministrativi, da ultimo dal TAR Lazio nel febbraio 2026. Per questo è stata inviata una replica a ciascuna prefettura con memorie scritte: «Le limitazioni opposte si pongono in antitesi al diritto di accesso ai luoghi di permanenza dei cittadini stranieri riconosciuto alla società civile». Il passo successivo sarà il contenzioso, che il progetto sta strutturando in queste settimane. «I centri di permanenza per il rimpatrio sono luoghi di sospensione dei diritti. Mantenere al loro interno un effettivo controllo democratico e uno sguardo indipendente è indispensabile», ricordano da InLimine. «L’obiettivo è arrivare al riconoscimento del diritto del “signor nessuno” di entrare in un CPR per monitorare e denunciare, esattamente ciò che oggi la pubblica amministrazione esclude». LE RISPOSTE, CENTRO PER CENTRO * Caltanissetta: accesso autorizzato per una delegazione ridotta, senza ingresso nelle celle e nelle aree sanitarie, senza consultazione dei registri, colloqui con le persone trattenute né riprese audio-video. Limitazioni ribadite dopo lo scambio di memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Macomer: stesse condizioni di Caltanissetta, confermate dopo le memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Gradisca d’Isonzo: preavviso di rigetto che nega il ruolo di monitoraggio della società civile. Inviate memorie, si attende risposta. * Palazzo San Gervasio: preavviso di rigetto con accesso alle sole aree comuni e senza colloqui con le persone trattenute. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Torino: preavviso di rigetto con le stesse limitazioni. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Bari: accesso negato per potenziali interferenze con le prestazioni sanitarie; negate le riprese per una possibile violazione della privacy e per il rischio di rivolte che l’ingresso della delegazione potrebbe causare. * Milano: in attesa di risposta. * Roma (Ponte Galeria): nessuna risposta, nonostante il sollecito. * Brindisi: nessuna risposta, nonostante il sollecito. PERCHÉ UNO SGUARDO INDIPENDENTE È INDISPENSABILE Le limitazioni arrivano mentre si moltiplicano i segnali di un sistema sempre più costoso, affollato e inefficace. L’ultimo aggiornamento del report “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari conta 6.835 persone trattenute nei CPR nel 2025, di cui solo una su quattro rimpatriata. La permanenza media è salita a circa 148 giorni e la spesa è cresciuta del 40,5% tra il 2023 e il 2025. Non esiste un dataset pubblico sui CPR, e ASGI segnala difficoltà persino nell’ottenere informazioni sui cosiddetti locali idonei. A Torino la relazione del Garante nazionale, registra in un anno 138 episodi di autolesionismo, appena il 13,8% di persone rimpatriate, certificazioni di idoneità sommarie e persone con gravi patologie trattenute. Nello stesso CPR nemmeno le avvocate e gli avvocati dell’Unione Camere Penali hanno ottenuto un pieno accesso alle aree di trattenimento. Lo avevamo documentato anche noi il 28 settembre, nel report sulla visita al CPR di Caltanissetta del 13 luglio: alla delegazione era stato impedito di entrare nei padiglioni abitativi e di consultare il registro degli eventi critici. E l’opacità non riguarda solo i CPR. In Campania, mentre il territorio si oppone al nuovo centro di Castel Volturno, circa 200 persone sono state rimpatriate negli ultimi tre anni passando direttamente dalle questure, cioè dai locali idonei: i luoghi di trattenimento meno visibili e meno controllati. DA CASTEL VOLTURNO AL CONTENZIOSO Le risposte delle prefetture saranno portate in piazza sabato 24 ottobre a Castel Volturno, dove associazioni, sindacati e movimenti da tutta Italia si ritroveranno per la manifestazione nazionale contro la costruzione del nuovo CPR. «Saremo presenti per portare le risposte delle prefetture e le ragioni della scelta di non entrare a condizioni inaccettabili», concludono da InLimine. * Sabato 24 ottobre, Castel Volturno: manifestazione nazionale contro il nuovo CPR. * Domenica 25 ottobre, ore 10, Ex Asilo Filangieri (Napoli): assemblea nazionale e tavoli di lavoro del Network Against Migrant Detention. * Venerdì 30 ottobre, Radio Radicale: puntata dedicata al progetto InLimine – Il diritto di sapere e alla manifestazione di Castel Volturno. 1. Il progetto InLimine – Il diritto di sapere di ASGI promuove azioni contro l’invisibilità dei luoghi di trattenimento per persone migranti, rafforzando la capacità di controllo della società civile. Contatti: dirittodisapere@asgi.it ↩︎
Il delitto istituzionalizzato: la detenzione amministrativa e il CPR di Palazzo San Gervasio
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Sostieni Melting Pot QUESTO ARTICOLO TI È UTILE PER IL LAVORO, LA FORMAZIONE O L’ATTIVISMO? Il tuo contributo ci permette di continuare a produrre e condividere informazione libera e accessibile Sostieni ora → Università degli Studi di Verona Laurea magistrale in editoria e giornalismo IL DELITTO ISTITUZIONALIZZATO LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E IL CASO DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO Michele Francesco D’Andretta (2025-2026) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE Nel dibattito pubblico contemporaneo, il fenomeno migratorio rappresenta una tematica frequentemente oggetto di stigmatizzazione o completamente ignorata. Gli organi di stampa, i media e le retoriche politico-istituzionali adottano narrazioni di matrice securitaria, volte a rappresentare il migrante come una minaccia per l’ordine pubblico, la sicurezza ed il welfare dello Stato italiano. Il presente elaborato analizza il tema dell’immigrazione, con particolar riguardo al sistema di detenzione amministrativa. Giunti nel nostro Paese con l’obiettivo di migliorare le proprie condizioni di vita, i cittadini stranieri sprovvisti di regolare documentazione vengono rinchiusi all’interno di Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr). Tali strutture si configurano come dei veri e propri “lager”, all’interno dei quali gli stranieri trattenuti sono privati dei diritti fondamentali, divenendo invisibili agli occhi della società. “Non luoghi” e “buchi neri” dove la dignità rappresenta, ormai, un’eco lontano e la libertà è appesa al filo spinato che delimita le strutture detentive. Il primo capitolo ricostruisce l’evoluzione storico-normativa in materia di detenzione amministrativa. Dalla legge Martelli del 1990 fino al Pacchetto sicurezza del 2026, vengono ripercorsi trentasei anni di interventi legislativi in relazione agli eventi di cronaca che hanno influenzato l’iter politico. Il secondo capitolo propone un focus sul sistema di detenzione amministrativa presentando come caso di studio il Centro di permanenza per il rimpatrio di Palazzo San Gervasio, ribattezzato dal giornalismo d’inchiesta come la “Guantanámo italiana”. Attraverso la ricostruzione delle inchieste condotte dalla Procura di Potenza, sono state esaminate le criticità legate alla mala gestione della struttura lucana, alla somministrazione massiccia di psicofarmaci sui soggetti trattenuti e la drammatica vicenda della giovane vita spezzata di Oussama Darkaoui. Inoltre, l’indagine è arricchita da un’intervista all’avvocato Arturo Raffaele Covella, legale di alcuni trattenuti e difensore della famiglia Darkaoui, che ha permesso di comprendere e approfondire le dinamiche interne al centro lucano. Infine, il terzo capitolo si configura come un’analisi empirica di articoli di giornale riguardanti due fatti di cronaca legati al Cpr di Palazzo San Gervasio: l’inchiesta giudiziaria sulla gestione del centro e il decesso di Oussama Darkaoui. L’obiettivo dell’indagine è esaminare quali tipologie narrative la stampa nazionale ha adottato nel rappresentare tali eventi, influenzando l’opinione pubblica.
CPR a Castel Volturno, medici e mediche della Campania contro Piantedosi
Decine di operatori e operatrici sanitarie firmano l’appello «NO CPR né a Castel Volturno né altrove»: dopo il teorema della Procura di Ravenna, la sanità campana rifiuta di farsi complice della detenzione amministrativa. Verso la manifestazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno – provincia di Caserta – e l’assemblea transnazionale del Network Against Migrant Detention del 25 ottobre. Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi porta avanti il piano di sei nuovi CPR sparsi in tutta Italia, tra cui uno destinato al territorio di Castel Volturno, arriva una risposta corale e senza precedenti da parte della comunità medica e sanitaria della Campania, che rifiuta di trasformarsi in un ingranaggio burocratico di convalida della detenzione amministrativa. La mobilitazione, promossa dalla Comitato regionale campano No CPR, unisce decine di primari, infettivologi, psichiatri, medici e mediche di base. Il testo dell’appello denuncia la violazione dei principi deontologici e l’impatto patogeno delle strutture di trattenimento, e chiama a una catena di azioni concrete fino alla manifestazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno. Interviste/CPR, Hotspot, CPA CPR, LA CURA SOTTO ACCUSA Il dottor Nicola Cocco: «La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno» Avv. Arturo Raffaele Covella 22 Settembre 2026 Facciamo nostre le parole dell’appello e lo rilanciamo, perché tocca un nodo che riguarda tutte e tutti noi: chi decide se un corpo è «idoneo» a essere rinchiuso, e a quale prezzo per chi si rifiuta di certificarlo. LUOGHI PATOGENI PER DEFINIZIONE I CPR sono centri di detenzione amministrativa in cui vengono trattenute persone migranti prive di documenti di soggiorno, in attesa dell’esecuzione di un provvedimento di espulsione. La privazione della libertà personale avviene senza alcuna violazione del Codice penale, e il “trattenimento” può durare fino a 18 mesi. A sostenere le tesi del personale sanitario intervengono dati e pronunce di peso. I report internazionali. Il rapporto 2024 del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) ha documentato maltrattamenti fisici, somministrazione diffusa di psicofarmaci anche senza prescrizione, condizioni materiali propriamente carcerarie, assenza di attività ricreative e trasferimenti degradanti in manette, per ore senza acqua né cibo. L’assistenza sanitaria è garantita solo formalmente, da personale assunto da enti privati e scollegato dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). La letteratura scientifica italiana e internazionale, insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, concorda nell’evidenziare la natura patogena della detenzione: deterioramento della salute mentale, rischio di ri-traumatizzazione per chi ha già vissuto esperienze traumatiche, ostacoli nell’accesso alle cure, uso improprio di psicofarmaci. La permanenza nel centro diventa così un fattore autonomo di aggravamento delle condizioni psicofisiche. La spesa farmaceutica. I dati raccolti dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) sugli acquisti del CPR di Milano tra ottobre 2021 e febbraio 2022 mostrano che oltre il 60% della spesa in farmaci è andata in psicofarmaci. Tra gli acquisti figurano antiepilettici, antipsicotici e farmaci per la scabbia: molecole indicate per patologie che, in molti casi, sono incompatibili con un regime di fatto carcerario. Il quadro costituzionale. Con la sentenza n. 96/2025 la Corte costituzionale ha rilevato il contrasto tra la reclusione nei CPR e l’articolo 13 della Costituzione sulla libertà personale, richiamando la scarsa trasparenza delle modalità di trattenimento. Ne discende, scrivono i firmatari e le firmatarie, che anche migliorando le condizioni di detenzione è l’istituzione stessa del CPR a violare la Costituzione. LA SCURE GIUDIZIARIA SUI CERTIFICATI DI INIDONEITÀ La “caccia ai sanitari” è esplosa dopo l’azione della Procura di Ravenna: un’operazione ad ampio raggio, che abbiamo definito un vero e proprio teorema, che ha coinvolto 23 medici, intercettati e perquisiti, con il sequestro di smartphone e computer a 22 di loro per vagliarne le chat personali. L’obiettivo è mettere in discussione i certificati di inidoneità redatti per impedire l’ingresso nei CPR: di fatto è l’ennesimo tentativo di delegittimare chi con strumenti legali si oppone alla detenzione amministrative in luoghi patogeni, che ammalano le persone. Tra gli indagati, addirittura per associazione a delinquere, figura l’amico Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Interviste/CPR, Hotspot, CPA CPR, LA CURA SOTTO ACCUSA Il dottor Nicola Cocco: «La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno» Avv. Arturo Raffaele Covella 22 Settembre 2026 All’inizio del 2026 la stessa Procura aveva formalizzato l’accusa di falso ideologico nei confronti di otto medici infettivologi dell’Ospedale Santa Maria delle Croci, per il rilascio di certificati ritenuti “inappropriati”. L’inchiesta solleva un interrogativo cruciale sull’autonomia professionale. La valutazione di idoneità, prevista come filtro obbligatorio prima del trattenimento, rischia di essere letta come un atto ostativo all’ordine pubblico anziché come un atto di diagnosi e tutela clinica. Tutto il teorema vuole spostare il bersaglio dal sistema patogeno a chi ne denuncia l’incompatibilità con la salute. Per questo i firmatari e le firmatarie esprimono piena solidarietà ai colleghi e alle colleghe colpite e ribadiscono il dovere del medico di agire nel solo interesse della persona assistita. VERSO LA MANIFESTAZIONE DI CASTEL VOLTURNO L’appello chiama alla costruzione di un fronte comune di tutta la categoria e di tutti i lavoratori e le lavoratrici del sistema sanitario, contro uno strumento di pressione che li vuole complici, sotto ricatto lavorativo o giudiziario, di un sistema di tortura e morte. Il presidio dell’11 ottobre in piazza San Domenico Maggiore a Napoli è stato la prima tappa di questo percorso. A chi condivide l’appello viene chiesto di: * sottoscriverlo e diffonderlo tra colleghi e colleghe, nei luoghi di lavoro e nelle associazioni; * chiedere agli Ordini professionali e ai sindacati di prendere posizione a tutela dell’autonomia e della responsabilità professionale; * partecipare alla manifestazione nazionale promossa dal Comitato Regionale NOCPR, sabato 24 ottobre alle ore 13 a Castel Volturno; * compilare il form con i propri contatti per restare aggiornati sulle prossime iniziative. Il giorno dopo, domenica 25 ottobre, si terrà la nuova assemblea transnazionale del Network Against Migrant Detention, con tavoli di lavoro e una plenaria. Tra i temi: i CPR in Italia e in Albania, la campagna “La cura non è reato” e il ruolo dei sanitari, il monitoraggio dell’attuazione del Patto UE su migrazione e asilo, lo sfruttamento lavorativo e le lotte. È il seguito dei percorsi già avviati con l’assemblea No CPR di Bologna nell’ottobre 2024 e con l’assemblea transnazionale di Roma nel marzo 2025. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA 25 OTTOBRE – ASSEMBLEA DEL NETWORK AGAINST MIGRANT DETENTION A CASTEL VOLTURNO (CE) Domenica 25 ottobre 2026 dalle ore 10 alle 16 9 Ottobre 2026 Saremo a Castel Volturno perché, come ricordano medici e mediche della Campania, impedire che un essere umano venga rinchiuso in questi luoghi significa farsi garanti della sua salute.
«Non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo»
Le persone recluse nel centro di Pastrogor, nel sud della Bulgaria 1, denunciano pestaggi, condizioni di vita insostenibili e restrizioni arbitrarie dei contatti con l’esterno. In una lettera 2 , un gruppo di richiedenti asilo chiede indagini sulle violenze subite, il miglioramento delle condizioni di detenzione e la revoca del divieto di visita imposto alle persone solidali che finora avevano garantito loro sostegno materiale e psicologico. «Le condizioni che stiamo vivendo nel centro sono diventate insopportabili», scrivono i firmatari, chiedendo un intervento urgente per accertare le responsabilità delle autorità e porre fine agli abusi. La lettera è stata trasmessa dal Collettivo Rotte Balcaniche, che ne chiede la massima diffusione e si unisce alle richieste delle persone recluse, sollecitando un’indagine indipendente e la liberazione di tutti i richiedenti asilo detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA, CENTRO DI PASTROGOR: FUGHE, TENTATI SUICIDI E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni per un saluto ai reclusi del centro Redazione 9 Settembre 2026 Nella lettera, i firmatari raccontano di aver subito maltrattamenti e aggressioni fisiche fin dal loro arrivo nel centro. Denunciano pestaggi con manganelli, l’utilizzo di cani da parte delle forze di polizia e la mancata assistenza medica per le persone ferite. «Siamo stati sottoposti a pestaggi e violenza fisica fin dal giorno del nostro arrivo. Molti di noi hanno sperimentato la brutalità della polizia, tra cui pestaggi con mazze e l’uso di cani. I feriti non sono mai stati portati in ospedale». La denuncia prosegue descrivendo un clima quotidiano di sopraffazione: «Ci troviamo inoltre quotidianamente di fronte a maltrattamenti, insulti e violazioni della nostra dignità, e chiediamo che la situazione venga monitorata da vicino per porre fine a questi abusi». Tra gli episodi riportati, c’è un’irruzione avvenuta il 26 luglio. «Molti detenuti sono stati sottoposti ad aggressioni fisiche da parte della polizia e della gendarmeria, che hanno fatto irruzione nel centro di detenzione, mascherati e armati, hanno distrutto i telefoni dei detenuti e li hanno rubati per cancellare le prove della loro violenza», si legge nella lettera. Un secondo episodio sarebbe avvenuto il 25 settembre, intorno alle 11.30, quando agenti della gendarmeria bulgara avrebbero fatto irruzione armati nelle stanze senza una ragione apparente. Secondo i firmatari, quattro persone rifugiate sarebbero state coinvolte e tre di loro aggredite fisicamente. «Molte persone sono ancora sotto shock e spaventate, alcune si trovano in situazioni di vulnerabilità», scrivono, chiedendo un’indagine urgente sulle aggressioni e l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti. La distruzione e la sottrazione dei telefoni rappresentano un ulteriore elemento della denuncia: oltre a limitare i contatti con l’esterno, avrebbero impedito alle persone recluse di conservare le prove delle violenze subite. La lettera denuncia anche la scarsa qualità del cibo distribuito nel centro, descritto come inadatto al consumo. Le condizioni alimentari avrebbero provocato un deterioramento dello stato di salute di numerose persone. «I pasti forniti sono di qualità estremamente scadente e inadatti al consumo umano, obbligando molti di noi a rifiutarli e a cercare alternative dall’esterno a nostre spese. Questa situazione ha portato a un deterioramento della salute di molti residenti, con una perdita di almeno 14 chili, e ancora di più, e fa presagire una catastrofe sanitaria se la situazione dovesse prolungarsi». Secondo i firmatari, molte persone sono costrette a procurarsi cibo dall’esterno, sostenendone personalmente i costi. Una possibilità che non risolve il problema e che rende ancora più difficile la vita di chi non dispone delle risorse necessarie. Al loro arrivo, raccontano, era stato comunicato che un dipendente del centro avrebbe fornito supporto per le commissioni e gli acquisti, tanto che erano stati invitati a firmare documenti a questo scopo. «In realtà, questa assistenza è completamente inesistente. Il dipendente si rifiuta di portarci cibo o beni di prima necessità, occupandosi soltanto di tabacco e sigarette». I firmatari chiedono quindi un’indagine sulle condizioni di vita all’interno della struttura, sulla qualità dell’alimentazione e sulla mancanza di vestiti e prodotti per l’igiene. Uno degli aspetti più rilevanti della denuncia riguarda il divieto di visita imposto alle persone solidali che, nelle settimane precedenti, raggiungevano regolarmente il centro dall’Italia. I firmatari descrivono questi incontri come un legame fondamentale con l’esterno, tanto per il sostegno psicologico quanto per quello materiale. «Per settimane, amici dall’Italia hanno avuto la possibilità di farci visita regolarmente. Non erano solo visitatori, erano la nostra ancora di salvezza e il nostro unico legame con il mondo esterno. Queste persone ci fornivano un enorme sostegno psicologico e morale, dandoci un senso di libertà e speranza che mancava tra le mura di questo centro. Davano anche assistenza materiale, fornendo cibo, vestiti e altre necessità di base a cui non provvedeva l’amministrazione». Secondo i detenuti, nonostante il diritto di visita sia legalmente garantito, le autorità hanno recentemente vietato questi incontri. La polizia avrebbe attribuito la decisione al direttore del centro, mentre un funzionario avrebbe giustificato il divieto sostenendo che i visitatori incitassero i giovani a provocare disordini. I richiedenti asilo riferiscono che un funzionario del centro avrebbe dichiarato: «Io sono responsabile qui, e questi visitatori non saranno ammessi». La lettera riporta anche le parole attribuite agli agenti di polizia, secondo i quali le persone solidali che si recavano a Pastrogor non sarebbero state amiche, ma nemiche. «Rifiutiamo completamente questa politica di punizione collettiva. L’isolamento da questi amici sta peggiorando gravemente il nostro benessere psicologico e fisico», scrivono le persone recluse a Pastrogor. Il divieto di visita interrompe così una rete di sostegno che non si limitava alla solidarietà materiale, ma rappresentava anche un canale di comunicazione con l’esterno e la possibilità di rendere visibili le condizioni vissute nel centro. Nella lettera, le persone detenute rivendicano la propria condizione giuridica e i diritti che ne derivano. I firmatari spiegano di essere entrati in Bulgaria per chiedere protezione internazionale. Dopo il rigetto iniziale delle loro domande, hanno presentato ricorso e dichiarano di essere in attesa della decisione definitiva del giudice. «Vi ricordiamo che non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo il cui diritto a vivere con dignità, ricevere un’alimentazione adeguata e comunicare con la società civile e i volontari è garantito dal diritto internazionale e bulgaro». La rivendicazione assume un significato particolare alla luce delle procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 Come sottolinea il Collettivo Rotte Balcaniche, dal 12 giugno i richiedenti asilo sottoposti alle nuove procedure di frontiera (asylum border procedures) sono trattenuti a Pastrogor in condizioni che, secondo il Collettivo, costituiscono a tutti gli effetti una forma di detenzione. Il centro rappresenta quindi uno dei luoghi in cui osservare concretamente gli effetti delle nuove disposizioni europee sulle persone che chiedono protezione internazionale. Negli ultimi mesi, secondo il Collettivo, le persone recluse hanno organizzato scioperi della fame, proteste e tentativi di evasione. A queste forme di resistenza avrebbero fatto seguito pestaggi, distruzione dei telefoni, isolamento e restrizioni dei contatti con l’esterno. Il Collettivo mette in relazione questi episodi con le garanzie riconosciute dal diritto internazionale in materia di asilo e protezione dei rifugiati, sostenendo che l’attuazione del Patto in Bulgaria ne evidenzi le criticità. Nella parte conclusiva della lettera, i firmatari formulano tre richieste precise: un’indagine urgente sulle aggressioni del 26 luglio e del 25 settembre, l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti e una verifica delle condizioni di detenzione, con particolare attenzione all’alimentazione, alla disponibilità di vestiti e ai prodotti per l’igiene. Chiedono inoltre che venga revocato il divieto di visita e che tutte le persone recluse possano tornare a ricevere beni essenziali dalle persone solidali. «Chiediamo di essere trattati con dignità e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali», scrivono, sollecitando l’invio di una missione indipendente che verifichi quanto accade nel centro. Il Collettivo Rotte Balcaniche si unisce alle richieste dei richiedenti asilo e chiede un’indagine indipendente e la liberazione di tutte le persone recluse a Pastrogor. 1. Qui la scheda su Global Detention Project ↩︎ 2. Leggi la denuncia dei detenuti ↩︎
25 ottobre – Assemblea del Network Against Migrant Detention a Castel Volturno (CE)
Il giorno dopo la manifestazione nazionale di Castel Volturno “No ai CPR, né a Castel Volturno né altrove”, ci ritroviamo al centro Fernandes (via Domitiana km 33.500 n. 480 Castel Volturno – CE) per la nuova assemblea del Network Against Migrant Detention. Da questa terra partì, trentasette anni fa, la prima grande risposta antirazzista del paese. Nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1989, a Villa Literno, Jerry Essan Masslo, fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, fu ucciso durante un’aggressione nella baracca dove dormiva con altri lavoratori bracciantili della raccolta del pomodoro. L’asilo gli era stato negato perché l’Italia riconosceva come rifugiate soltanto le persone in fuga dall’Europa. La sua morte portò in piazza a Roma, il 7 ottobre di quell’anno, centinaia di migliaia di persone e costrinse a cancellare quella discriminazione. Su questa stessa terra, il 18 settembre 2008, a Castel Volturno, un commando del clan dei Casalesi guidato da Giuseppe Setola, travestito da carabinieri, aprì il fuoco con kalashnikov e pistole davanti a una sartoria sulla via Domiziana, uccidendo sei giovani africani: Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric e Christopher Adams, del Ghana; El Hadji Ababa e Samuel Kwako, del Togo; Jeemes Alex, della Liberia. Joseph Ayimbora, ghanese, sopravvisse fingendosi morto e con la sua testimonianza contribuì in modo decisivo al processo. Il giorno dopo centinaia di persone migranti bloccarono per ore la Domiziana per chiedere giustizia. Setola e altri tre membri del commando sono stati condannati all’ergastolo, con il riconoscimento dell’aggravante di aver agito con finalità di discriminazione e odio razziale. E qui, a pochi chilometri, nel 2011 fu sperimentato ciò che oggi si vorrebbe riproporre. Nell’aprile di quell’anno oltre trecento giovani tunisini, sbarcati a Lampedusa e trasferiti via mare fino a Napoli, furono rinchiusi in una tendopoli allestita nell’ex caserma “Andolfato” di Santa Maria Capua Vetere: per tre giorni senza alcun provvedimento formale, finché il 21 aprile la struttura fu trasformata per decreto in CIE. Dieci-dodici persone per tenda, su materassi a terra, accessi negati o limitati ad avvocatə, associazioni e perfino a una senatrice. Dopo settimane di proteste e fughe, nella notte tra il 7 e l’8 giugno 2011 un incendio si propagò nel campo di tende, seguito da scontri con le forze di polizia e feriti. A metà giugno il centro fu chiuso perché ritenuto struttura inidonea a qualsiasi ospitalità e il tribunale di Santa Maria Capua Vetere pose sotto sequestro il campo. Eppure, con una nuova ordinanza del 23 gennaio 2012, il governo ne dispose appunto l’uso come CIE. Oggi la distopia è realtà quotidiana: un presente segnato da politiche migratorie sempre più repressive e autoritarie, principali responsabili dell’aumento delle morti in mare e lungo i confini, mentre sullo sfondo avanzano proposte di remigrazione con l’intento di infondere paura, ricattabilità e subordinazione. Il governo vuole estendere a molte regioni il sistema patogeno dei CPR. Intanto il Patto europeo su migrazione e asilo è in applicazione: procedure accelerate e di frontiera moltiplicano i luoghi di confinamento e irregolarizzazione, con l’intento dichiarato di attuare deportazioni di massa verso i paesi di origine o di transito delle persone migranti. I centri in Albania restano il laboratorio neocoloniale di un modello che altri Stati europei vogliono replicare. Chi è in movimento supera il feroce impianto della frontiera a costo della vita, lotta e resiste alla più violenta repressione. Chi (sul territorio) si oppone viene additato come nemico, perquisito, indagato, criminalizzato. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è l’inchiesta contro medici e mediche, che si aggiunge a una lunga serie di episodi di criminalizzazione. Il movimento antirazzista che nacque dopo la morte di Jerry Masslo ci racconta che il corso della storia si può cambiare. Jerry Masslo, i sei giovani uccisi a Castel Volturno, i ragazzi tunisini rinchiusi nelle tende dell’Andolfato: questa terra porta scritta nella propria storia la violenza del razzismo, dello sfruttamento e della detenzione, ma anche la forza di chi vi si è opposto e ha ottenuto giustizia, diritti, chiusura di centri detentivi. Per questo non possiamo accettare che proprio qui sorga un nuovo CPR, un altro lager di Stato. Ancora una volta tocca a noi lottare perché questa terra resti luogo di memoria, di solidarietà e di libertà, e non di reclusione: né a Castel Volturno né altrove. L’assemblea si articolerà in quattro tavoli di lavoro e in un’assemblea plenaria: * CPR in Italia e Albania Il governo vuole imporre aperture di nuovi CPR e di altri “Luoghi Idonei” (strutture interne alle sedi delle questure ancora più impermeabili dei CPR) in diversi territori, mentre i centri in Albania restano il laboratorio dell’esternalizzazione della detenzione. Proseguiamo il lavoro di messa in rete delle lotte territoriali per fermare i nuovi CPR e i Luoghi Idonei, chiudere quelli esistenti e spezzare il modello albanese. * Monitoraggio e mobilitazione contro il Patto UE Procedure accelerate che smontano quel che resta del diritto d’asilo, processi di irregolarizzazione, espulsione e deportazione, nuovi centri “PAF” (Procedure Accelerate di Frontiera) pre-espulsivi: sono questi i pilastri del nuovo Patto. Vogliamo monitorarne l’applicazione e le prassi, conoscerne a fondo le procedure per entrare nelle contraddizioni più evidenti e agire concretamente contro gli effetti e le espulsioni massicce che si genereranno.  * La cura non è reato L’inchiesta che ha colpito medici e mediche si inscrive in una strategia che vuole intimidire e criminalizzare chi si rifiuta di piegare la medicina alla logica della reclusione. Non è un caso che colpisca proprio nel primo periodo di applicazione del Patto UE in cui si dovrà coinvolgere numeroso personale sanitario nelle operazioni di screening. Difendere l’operato di sanitari e sanitarie è un punto imprescindibile, così come allargare la rete ad altre professionalità che non si rendono complici delle detenzioni e delle deportazioni. * Sfruttamento lavorativo e lotte L’irregolarizzazione forzata alimenta in modo sistematico lo sfruttamento lavorativo e il caporalato, rendendo lavoratrici e lavoratori fortemente ricattabili. Sostenere i processi di autorganizzazione, e le istanze, oltre le singole importanti vertenze, è il punto di partenza per spezzare le nuove forme di schiavitù e conquistare diritti e regolarità del soggiorno. La giornata è aperta a tutti i collettivi, associazioni, reti, giuristə, sanitariə, sindacati, movimenti e chiunque voglia promuovere l’abolizione della detenzione amministrativa, la libertà di movimento e l’autodeterminazione dei popoli. * Informazioni per partecipare: againstmigrantdetention@gmail.com
Frontiera Albania
Nei centri per migranti in Albania si consuma un esperimento brutale. Con questa inchiesta Luca Rondi sbugiarda la propaganda sull’accordo tra Roma e Tirana, svelando la cruda verità sulle strutture costate milioni di euro. Una detenzione offshore ispirata al modello australiano (e a tanti altri del passato), dove il diritto d’asilo e la dignità delle persone vengono sistematicamente calpestati. Lo raccontano il registro degli eventi critici -la scatola nera del Cpr di Gjadër-, la storia straziante di Hamid e di tante altre persone ridotte cinicamente a pedine elettorali. Il libro denuncia le conseguenze di uno spreco immane di denaro pubblico e una catastrofe umanitaria silenziosa. Il “modello Albania” diventa così lo specchio di un’Europa che celebra l’inizio dell’era delle deportazioni e rinnega se stessa. Prefazione di Behrouz Boochani Leggi l’anteprima GLI AUTORI Luca Rondi (Biella, 1995) è giornalista, scrive inchieste e reportage per il mensile Altreconomia. È coautore di “Gorgo Cpr. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” (2024) con Lorenzo Figoni; “Respinti. Le ‘sporche frontiere’ d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo” (2022) con Duccio Facchini e di alcuni contributi nel saggio “Chiusi dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo” (2024) curato da RiVolti ai Balcani. Tutti i libri sono editi da Altreconomia. Con Silvia Baldetti ha curato il podcast “Limbo – Le vite sospese di chi si fa migrante”, prodotto da Engim internazionale in collaborazione con Altreconomia e Border radio.
Report sulla visita al Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta
ALESSANDRA DALLARI, ANNAMARIA FORMAGGIA, EVA GONZATO, MARIA ROCCO 1 INTRODUZIONE E OBIETTIVI DEL SOPRALLUOGO Il presente report riporta quanto emerso durante un sopralluogo al CPR di Caltanissetta – Pian del Lago svoltosi il 13 luglio 2026. Esso fa seguito ad altri sopralluoghi precedentemente svolti che avevano rilevato gravi criticità riguardo sia le condizioni materiali di trattenimento sia il rispetto dei diritti delle persone detenute, tra cui la visita svolta dal Garante Nazionale delle persone private della libertà personale nel maggio 2024 2 e quella effettuata da una delegazione ASGI nel novembre 2022 3.  Nel luglio 2023 la gestione del CPR è passata alla Cooperativa Sociale a.r.l. Albatros 1973, già gestore fino al 2021 del CPR di Ponte Galeria 4. Nonostante il cambio di gestione, il sopralluogo ha riscontrato che molte delle criticità evidenziate nel 2022 non sono state sanate, né relativamente alle condizioni materiali di trattenimento, che non paiono migliorate rispetto alle criticità emerse nel novembre 2022, né relativamente ai diritti delle persone trattenute, che sono rimasti compressi in egual maniera.  I SOGGETTI INCONTRATI E COLLOCAZIONE DELLA STRUTTURA Alla visita erano presenti il vice Prefetto, il vice Questore e Dirigente dell’Ufficio Immigrazione di Caltanissetta e il personale dell’ente gestore, tra cui il Direttore, alcuni operatori, un mediatore culturale, la dirigente sanitaria, la psicologa e l’assistente sociale, i quali si sono resi disponibili ad interloquire e a rispondere alla maggioranza dei quesiti posti dalla delegazione.  Alla delegazione non è stato possibile visionare il registro del personale né sapere quante unità fossero impiegate e con quali mansioni.  Il CPR di Caltanissetta è ubicato all’interno di una struttura definita “Centro Governativo Polifunzionale per Immigrati”. Si tratta di un’ ex struttura militare posta a circa 7 km dal centro di Caltanissetta, composta da vari edifici e completamente circondata da una recinzione alta circa 3 metri. L’ingresso principale è sorvegliato da militari.  All’interno dell’area si trovano l’ufficio Immigrazione di Caltanissetta che gestisce anche l’utenza esterna al centro e un CPA (centro di prima accoglienza), gestito dalla cooperativa Officine Sociali, il quale sta venendo utilizzato anche come centro per le procedure accelerate di frontiera. Il CPA è collocato all’interno di un’ulteriore recinzione, al momento del sopralluogo il cancello è aperto e non sorvegliato.  I nostri interlocutori ci riferiscono inoltre che il Centro Governativo Polifunzionale è già attrezzato per svolgere le procedure di screening da rintraccio sul territorio, che al momento del sopralluogo non avevano ancora avuto inizio.  DATI E INFORMAZIONI GENERALI LA STRUTTURA L’area adibita a CPR è separata dal resto della struttura e circondata da una recinzione alta circa una decina di metri, concava nella parte terminale, in modo da impedire alle persone trattenute di tentare la fuga.  All’interno della recinzione, l’area è divisa in 3 padiglioni, due da 36 posti e uno da 20 posti, quest’ultimo costruito durante l’emergenza Covid per permettere l’isolamento sanitario, per una capienza massima di 92 persone. Il CPR è dichiarato totalmente agibile.  Ci viene riferito che è previsto l’ampliamento del CPR attraverso la creazione di un nuovo  padiglione, in un’area già individuata, che porterebbe la capienza a 140 posti circa. Tale informazione era già stata riferita durante il sopralluogo di ASGI del 2022 5 e ad oggi si vedono dei lavori nelle aree antistanti il CPR.  Il CPR è sorvegliato esternamente da personale militare; secondo quanto riferito gli ufficiali dell’esercito entrerebbero nei padiglioni alloggiativi solamente in caso di necessità. Subito dopo l’ingresso principale si trova un’area comune con un container composto da due stanze, una adibita a somministrazione della terapia da parte del medico e dell’infermiere, l’altra è un’anticamera dove dovrebbero rimanere gli operatori dell’ente gestore ed eventuale personale dell’esercito nel caso sia richiesto un intervento durante la somministrazione della terapia. A destra e a sinistra dell’area comune si trovano rispettivamente i due padiglioni alloggiativi da 36 posti ciascuno (A e B), non comunicanti tra loro e circondati a loro volta da ulteriori recinzioni 6. Il padiglione C si trova invece verso il fondo del Centro in posizione più isolata.  I padiglioni sono a un unico piano e sono dotati ciascuno di un cortile di cemento, esternamente sono dipinti di rosso e scrostati e affacciano sul cortile tramite delle finestre dotate di sbarre. Al momento del sopralluogo le finestre erano aperte e coperte da stracci appesi per ombreggiare, paiono infatti prive di tapparelle. Non ci è stato possibile verificare se le finestre fossero effettivamente funzionanti. Nel cortile è presente una struttura tipo veranda, il cui tetto però è assente ed è stato sostituito da stoffe appese per cercare di creare un’ombreggiatura.  Ci viene riferito che le persone presenti nei diversi padiglioni non si incontrano mai e sono divise per “compatibilità” non meglio specificata. I tre padiglioni sono collegati tra loro e alla mensa tramite un corridoio molto stretto con le pareti di cemento alte almeno 10 metri e senza tetto. La mensa si trova nello stesso stabile della cucina, quest’ultima non è accessibile da parte dei trattenuti e comunica con la sala mensa con una finestrella da cui vengono distribuiti i pasti. La sala è composta da tavoli in cemento ricoperti da una lastra in metallo e dalle panche sempre in cemento, fissate al suolo e inamovibili. Fuori dalla mensa si trova un cortile con identici tavoli e panche in cemento. Dietro la mensa, raggiungibile sempre tramite lo stesso corridoio di collegamento, si trova un piazzale di cemento con disegnate le aree del gioco del calcio, privo di porte e di qualsivoglia ombreggiatura o arredo.  LE PRESENZE E I RIMPATRI Al momento della visita le persone trattenute nel CPR erano 79, su una capienza di 92 posti. Ci viene consegnato l’elenco delle persone trattenute al 13/07/2026, composte da: 28 persone di nazionalità tunisina;11 persone di nazionalità marocchina; 9 persone di nazionalità gambiana; 4 persone di nazionalità algerina; 4 persone di nazionalità georgiana; 4 persone di nazionalità bangladese; 3 persone di nazionalità egiziana; 2 persone di nazionalità afghana; 1 persona di nazionalità serba; 1 persona di nazionalità cinese; 1 persona di nazionalità ciadiana; 1 persona di nazionalità pakistana; 1 persona di nazionalità albanese; 1 persona di nazionalità ghanese; 1 persona di nazionalità ivoriana; 1 persona di nazionalità irachena; 1 persona di nazionalità turkmena; 1 persona di nazionalità albanese; 1 persona di nazionalità tanzana; 1 persona di nazionalità slovena; 1 persona di nazionalità senegalese; 1 persona di nazionalità libica I provvedimenti sui trattenimenti riguardano: * Espulsione art. 14 co. 5 TER TUI (12 persone) * Decisione commissione art. 32 D.Lgs 25/2008 (11 persone) * Tratt. art.6 co. 2 D.lgs 142/2015 (5 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett. A TUI (17 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett.B TUI (15 persone) * Espulsione art. 13 co. 2 Lett.C TUI (16 persone) * Misura di sicurezza (1 persona) * Respingimento Questura art. 10/2 TU (1 persona) * All. comunitario art. 20 co.3 e 11 D.lgs30/2007 (1 persona) Non vengono riferite le età anagrafiche né il numero di persone che hanno attuato atti autolesivi.  È stato possibile interloquire solamente con i trattenuti della struttura alloggiativa A, i quali hanno riferito che in quella struttura sarebbero “tutti giovani e tutti tranquilli” mentre nell’altro padiglione sarebbero presenti anche anziani. Le interlocuzioni sono avvenute alla presenza del mediatore dell’ente gestore che a volte ha risposto alle domande poste ai trattenuti o ha indirizzato le loro risposte. Molti trattenuti ci riferiscono di avere parenti italiani, o figli minori in Italia, uno di loro riferisce di essere in attesa di permesso di soggiorno ex art 31 per assistenza minori. Un trattenuto ci comunica di essere apolide, due trattenuti di essere neomaggiorenni e arrivati in Italia da minori. Un trattenuto afferma di lavorare regolarmente in Italia da 14 anni. Un altro di essere stato spostato da altro CPR e di essere trattenuto da oltre 18 mesi. Relativamente ai rimpatri, dal vice Prefetto viene riferito che dall’inizio del 2026 sino al 13 luglio sono stati effettuati 187 rimpatri, molti dei quali sarebbero stati concordati con le persone trattenute, che sarebbero state collaborative nello svolgimento del rimpatrio stesso. Infatti, molti dei rimpatri sono organizzati con Frontex e con le persone da rimpatriare, fissando una data per l’esecuzione del rimpatrio.  I trattenuti tuttavia riferiscono che molti di loro scelgono questa modalità di rimpatrio a causa delle insostenibili condizioni di vita all’interno del CPR, preferendo essere rimpatriati piuttosto che permanere all’interno del Centro. I trattenuti riferiscono inoltre che le modalità di comunicazione dell’imminente rimpatrio sarebbero diverse da quelle raccomandate dagli organismi di garanzia: i rimpatriandi verrebbero svegliati nel cuore della notte subito prima dell’esecuzione del rimpatrio, e non sarebbe data loro alcuna comunicazione relativa alla deportazione 7.  CRITICITÀ RISCONTRATE INFORMATIVA LEGALE E ACCESSO ALLA DOMANDA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE  Ci viene riferito che l’informativa legale viene effettuata al momento dell’ingresso tramite la consegna di opuscoli ai trattenuti. Gli stessi opuscoli contenenti la carta dei servizi, il regolamento interno del CPR, l’informativa sull’asilo e l’opuscolo informativo per il richiedente lo status di rifugiato sono affissi al muro della sala mensa e ce ne viene consegnata copia al termine del sopralluogo.  Si tratta di informative redatte soltanto nelle lingue veicolari (italiano, inglese, arabo, francese e spagnolo) e che soprattutto nella parte legale risultano datate e non aggiornate alla normativa attuale. Il documento chiamato “Informativa asilo” riporta per esteso l’art.10 del D.Lgs 25/2008, precedente alle modifiche introdotte dal D.L. 100/2026 del 12 giugno 2026, e successivamente riporta una breve e generica informativa sulla protezione internazionale, anch’essa non aggiornata alle modifiche introdotte dal Patto. Il documento chiamato “opuscolo informativo per il richiedente lo status di rifugiato” invece presenta aspetti ben più problematici. In primo luogo esso pare redatto tra il 2002 e il 2008 (circa 20 anni fa!) e da allora mai più rivisto nella sua totalità: le prime righe affermano di “nuova normativa in materia di immigrazione” riferendosi alla legge 189/2002; inoltre si nota che tutto il documento si riferisce ai CPR chiamandoli “Centri di Accoglienza Temporanea ed Assistenza”, nome assegnato dalla legge Turco-Napolitano nel 1998 e cambiato in “Centri di Identificazione ed Espulsione” nel 2008 8. Inoltre i contatti dell’ACNUR/UNHCR indicati a pagina 3 risultano diversi da quelli indicati sul sito ufficiale dell’organizzazione 9. In generale, molte delle informazioni fornite dall’opuscolo sono generiche, imprecise o datate, quando non totalmente errate. Per quanto riguarda la possibilità di nomina di un difensore, ai trattenuti viene fornito un elenco contenente tutti gli avvocati iscritti all’Albo su tutto il territorio italiano. La maggior parte delle nomine avvengono tuttavia sulla base del passaparola tra persone trattenute. Ci viene riferito che solo raramente vengono nominati avvocati d’ufficio.  Le udienze di convalida e proroga del trattenimento si tengono con collegamento da remoto tramite videoconferenza nella stessa sala utilizzata per le visite e i colloqui con gli avvocati 10.  TUTELA DELLA SALUTE Viene riferito che la valutazione di idoneità sanitaria al trattenimento viene talvolta effettuata nelle ventiquattro ore successive all’ingresso in CPR. La struttura dispone di un protocollo con l’ASP che consente di eseguire internamente esami ematochimici, elettrocardiogrammi ed ecografie grazie a strumentazione dedicata, riducendo i trasferimenti ospedalieri e i relativi rischi di fuga. Tuttavia, non è chiaro se tali accertamenti siano condotti da personale pubblico o dipendente dell’ente gestore e resta da verificarne l’effettiva operatività. In ogni caso, l’accesso al registro degli eventi critici risulta precluso. Numerosi trattenuti segnalano di aver messo in atto comportamenti autolesivi, come l’ingestione di corpi estranei tipo “lamette” o tagli alle braccia, prevalentemente per opporsi al rimpatrio. I trattenuti lamentano inoltre  numerosi ostacoli nel proseguire all’interno del PCR le terapie farmacologiche prescritte all’esterno.  Sul fronte della salute mentale, su un totale di 77 trattenuti, si registrano 37 prese in carico psichiatriche: 11 riguardano casi gravi con certificazioni preesistenti all’ingresso, mentre i restanti presentano quadri clinici più lievi. A fronte di ciò, i medici interni preferiscono optare per dosaggi inferiori e sostituendo ampiamente i medicinali tradizionali con rimedi omeopatici, una prassi che solleva forti perplessità sull’adeguatezza delle cure terapeutiche fornite, acuite dall’impossibilità di visionare l’elenco dei farmaci acquistati e di accedere ai locali della farmacia. CORRISPONDENZA TELEFONICA E CONTATTI COL MONDO ESTERNO Rispetto al diritto alla comunicazione con l’esterno, apprendiamo che le persone trattenute non possono disporre dei propri telefoni cellulari, requisiti al momento dell’ingresso in CPR 11. Il centro, che ha dismesso le cabine telefoniche 12, fornirebbe loro alcuni telefoni cordless, consegnati al mattino e ritirati alla sera, attivabili tramite scheda telefonica acquistabile con il pocket money per un valore di cinque euro.  Le schede telefoniche non permettono l’utilizzo di messaggistica istantanea e prevedono un tariffario fisso per eseguire telefonate verso paesi terzi, sembrerebbe – da quanto condiviso dai trattenuti stessi – che una telefonata in uscita verso la Tunisia possa durare indicativamente un massimo di 7 minuti 13. Al momento dell’inserimento del codice riportato sulla scheda telefonica, le indicazioni fornite dalla voce registrata per poter effettuare la chiamata vengono rese solamente in italiano. Si può richiedere di fare accesso al CPR, in veste di familiari anche non stretti, chiedendo autorizzazione alla prefettura. Sembrerebbe, da quanto condiviso dal vice Questore e dal vice Prefetto, che non vi siano moltissime richieste in tal senso e che l’autorizzazione ad accedere verrebbe concessa nel giro di due o tre giorni. Raccogliamo informazioni discordanti da parte dei trattenuti che rappresentano tempi di attesa molto più lunghi, stimati in mesi.  I colloqui con parenti e avvocati sarebbero garantiti all’interno di una sala separata – la stessa utilizzata in sede di audizione telematica presso la Commissione Territoriale – con la presenza fissa di agenti di sorveglianza. Ci viene detto che è data facoltà agli avvocati di recarsi in qualsiasi momento all’interno del CPR per poter svolgere i colloqui con i propri assistiti.  CONDIZIONI GENERALI DI TRATTENIMENTO, SERVIZI GENERALI ALL’INTERNO DEL CENTRO, QUALITÀ DELLA VITA E ATTIVITÀ LUDICO-RICREATIVE Relativamente alle condizioni del centro si evidenza una generale carenza di luoghi ombreggiati e riparati e di vegetazione. Non ci è stato possibile verificare se fossero presenti impianti di riscaldamento o condizionamento, ma le persone trattenute lamentano la mancanza di sistemi di condizionamento e il caldo.  Non ci è stato possibile visitare il padiglione alloggiativo C da 20 posti, né entrare in alcun padiglione alloggiativo, né all’interno dei bagni, ma affacciandoci dalle finestre abbiamo potuto verificare che le stanze sono ancora prive di porte, nonostante le raccomandazioni del Garante Nazionale 14. Esse sono composte da 6 letti ognuna, in cemento e inamovibili, dotati di materassi ignifughi. Non sono presenti tavoli né sedie e mancano totalmente arredi e vani per riporre gli effetti personali. I trattenuti ci riferiscono che è successo di trovare pulci nei materassi. Relativamente alle condizioni dei bagni, i detenuti lamentano lo stato degradato e non funzionante dei servizi, nonostante la presenza di acqua corrente. Anche questi sarebbero ancora privi di porte costringendo le persone a utilizzarli in totale assenza di riservatezza, in condizioni umilianti e degradanti. Per quanto riguarda il tempo libero, è presente una televisione comune nel corridoio del padiglione, ma sono totalmente assenti sedie e tavoli e in generale qualsiasi arredo mobile, per cui i trattenuti sono costretti a guardarla stando in piedi o seduti per terra. Per lo stesso motivo i trattenuti non utilizzano i giochi da tavolo che sarebbero loro forniti. Allo stesso modo, non utilizzano il “campo da calcio” della struttura dal momento che è completamente esposto al sole e totalmente in cemento.  Non sono previste attività ricreative né formative, né sono presenti convenzioni con organizzazioni della società civile presenti sul territorio, al fine di implementare attività ludico ricreative all’interno del Centro. Non sono presenti nemmeno accordi con enti religiosi per l’ingresso di ministri di culto all’interno del Centro, né vi sono zone dedicate alla preghiera e i trattenuti solitamente pregano nel corridoio del padiglione o all’esterno a terra.   Per quanto riguarda la somministrazione dei pasti, essa è gestita dalla società Gam SRL con sede a Foggia. Ai trattenuti sarebbero garantiti solamente due litri di acqua potabile a testa al giorno. L’acquisto di generi alimentari e di conforto non forniti è consentito a proprie spese, tramite una lista consegnata periodicamente all’ente gestore.  Relativamente al pocket money, ogni persona trattenuta ha diritto a ricevere 2,50€ al giorno, che vengono erogati ogni due giorni sotto forma di sigarette o di scheda telefonica, per un valore di 5€. Non è possibile richiedere l’erogazione del pocket money in altro modo. Anche all’uscita dal CPR, se la persona trattenuta ha ancora pocket money da riscuotere, esso viene erogato sotto forma di sigarette. Il personale dell’ente gestore ci riferisce di avere a disposizione delle sigarette extra da poter elargire ai detenuti in maniera discrezionale come strumento per regolarne il comportamento. Si sottolinea che tale prassi, insieme all’utilizzo della divisa da parte degli operatori, riproduce dinamiche di potere sia simboliche sia materiali, ben lontane dal rapporto di fiducia tra operatori e trattenuti descritto invece da Vice Questore e Vice Prefetto. Contrariamente a quanto dichiarato nella carta dei servizi del CPR, non è presente né il servizio di lavanderia, che è dichiarato accessibile tutti i giorni nonostante il CPR sia privo di lavatrici, né il servizio di barberia e parrucchiere, che secondo la carta dei servizi dovrebbe essere effettuato tutti i giorni dalle 9 alle 10:30. In generale, tutti i trattenuti che provenivano da strutture detentive carcerarie erano concordi nell’affermare che le condizioni di vita all’interno del carcere fossero di gran lunga migliori.  CONCLUSIONI  A quasi quattro anni dal precedente sopralluogo, nonostante il cambio dell’ente gestore e le raccomandazioni del Garante Nazionale, le condizioni materiali di trattenimento risultano quasi sostanzialmente immutate; come si è avuto modo di argomentare, persistono ancora gravi e diffuse criticità.  Pensiamo sia però di fondamentale importanza allontanarsi dalla prospettiva puramente empirica di rilevazione delle singole criticità riscontrate per riportare lo sguardo sulla funzione sociale e politica dei CPR 15. Pur gestendo illeciti di natura amministrativa, i CPR sono infatti strutturati come vere e proprie carceri, ma con standard di tutela dei diritti e della salute nettamente inferiori al sistema penitenziario. Proprio su questo fronte, in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta è attiva la campagna NO CPR – Torino, rivolta al personale sanitario 16. La mobilitazione invita a riflettere sui rischi clinici, etici e giuridici della detenzione amministrativa, con l’obiettivo di opporsi alla struttura torinese e promuovere una rete nazionale che ne chieda ovunque la chiusura. In particolare, i professionisti della salute denunciano come questi luoghi siano fisiologicamente patogeni; di conseguenza, le certificazioni di idoneità alla vita in centro risultano lesive per le persone e contrarie alla deontologia medica. Su scala più ampia, la violenza della detenzione amministrativa va inserita in un quadro politico e sociale articolato. I CPR costituiscono infatti solo la punta dell’iceberg della macchina delle espulsioni, in cui si intrecciano i diversi strati di un razzismo sistemico che si attiva non appena una persona varca i confini europei. Chi affronta il viaggio migratorio viene implicitamente punito per la scelta di aver lasciato il proprio paese d’origine: una colpa fatta pesare fin dal primo contatto con le istituzioni, durante la richiesta di un permesso di soggiorno, o anche nell’esercizio del diritto fondamentale di asilo.  Guardare a queste strutture oltre la sola prospettiva antidetentiva rivela la loro funzione primaria: rafforzare il ricatto del documento. Lottare contro la detenzione amministrativa significa quindi schierarsi al fianco delle persone migranti che rivendicano documenti e tutele, ossia la possibilità stessa di esistere all’interno di uno spazio. Il CPR è la manifestazione più concreta della frontiera: attaccarlo, esigendo la sua abolizione o pretendendo quanto meno il rispetto degli standard minimi di legge, vuol dire sostenere attivamente chi subisce questo dispositivo. AGGIORNAMENTO Il 26 agosto 2026 è scoppiata una rivolta all’interno del padiglione C (quello che non era stato possibile visitare) del CPR di Caltanissetta. Secondo le ricostruzioni la rivolta sarebbe scoppiata per opporsi ad una deportazione e tre persone sono state arrestate 17. 1. Le autrici sono attiviste dello Sportello Giuridico Mederì, uno sportello di supporto legale e pratiche di autonomia dedicato principalmente ai cittadini stranieri e ai migranti a Bologna ↩︎ 2. Garante Nazionale Privati Libertà, Rapporto sulla visita effettuata nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Caltanissetta dell’11 maggio 2024 (pag.3) ↩︎ 3. ASGI, Report sulla visita al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Caltanissetta, novembre 2022 ↩︎ 4.  Cfr. ActionAid Italia e UNIBE, CPR Caltanissetta – Pian del Lago ↩︎ 5. Cfr. ASGI, op. cit., p.5 ↩︎ 6. Da quanto si legge nel report dell’11 maggio 2024 redatto dal Garante Nazionale prima degli interventi di ristrutturazione attuati nel 2020 i tre padiglioni erano comunicanti. Sempre dallo stesso report emerge che tali interventi, lungi dall’aver apportato significative migliorie «nelle condizioni materiali della struttura […] hanno riguardato quasi esclusivamente la costruzione di alti muri perimetrali in cemento armato (sostanzialmente riproduttivi del modello logistico proprio dei luoghi di detenzione carceraria) […] Inoltre, si è provveduto a rinforzare la recinzione perimetrale esterna allo scopo di prevenire tentativi di fuga. I padiglioni A, B e C sono stati semplicemente ripuliti»  Garante Nazionale Privati Libertà, Rapporto sulla visita effettuata nel Centro di Permanenza per i Rimpatri (CPR) di Caltanissetta dell’11 maggio 2024, p.3 ↩︎ 7.  «La comunicazione del rimpatrio […] viene fatta nel momento stesso in cui vengono prelevati dal proprio “modulo abitativo”, dalla scorta della Polizia. Tale prassi è in uso anche al Cpr di Caltanissetta come confermato dal responsabile della Polizia del centro […] Il Garante nazionale ha più volte raccomandato che la data della partenza sia comunicata tempestivamente agli interessati, in modo da consentire loro di organizzarsi per il viaggio, verificare la restituzione di tutti gli effetti personali trattenuti all’ingresso nel centro, preparare in condizioni dignitose i propri bagagli, avvisare i familiari o comunque le persone di fiducia e/o l’avvocato a conoscenza dei quali portare eventuali aggiornamenti riguardanti la propria posizione giuridica» Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p.7 ↩︎ 8. «Le parole: “centro di permanenza temporanea” ovvero: “centro di permanenza temporanea ed assistenza” sono sostituite, in generale, in tutte le disposizioni di legge o di regolamento, dalle seguenti: “centro di identificazione ed espulsione” quale nuova denominazione delle medesime strutture». Decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, articolo 9, in materia di “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica” ↩︎ 9. Cfr. UNHCR Italia – Contatti ↩︎ 10. Come evidenziato nel Rapporto del Garante Nazionale del maggio 2024, tale prassi si è consolidata a seguito dell’emergenza Covid e non è stata modificata da allora nonostante il Garante ritenesse «che nei casi in cui si valuti l’applicazione di una misura di privazione della libertà, sia da considerarsi prioritaria la modalità che prevede la comparizione fisica della persona davanti al giudice; tale approccio infatti consente di valutare meglio le condizioni generali della persona sia dal punto di vista fisico che psichico e previene eventuali condizionamenti o pressioni alle quali la persona potrebbe essere esposta». Garante Nazionale Privati Libertà, op. cit., p.8 ↩︎ 11. Sulla problematicità della prescrizione si esprime anche il Garante. Per una disamina dal punto di vista giuridico si rimanda al Report sulla visita al Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta, pp. 12-14 ↩︎ 12. Nel 2024 le cabine telefoniche disponibili, nel numero di due per ogni padiglione, erano poste, in riferimento al padiglione A, all’esterno della recinzione stessa, obbligando le persone a comunicare attraverso le sbarre. Cfr. Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit. p. 4. ↩︎ 13. Su questo punto si sofferma anche il Report del Garante, che riporta il tariffario attivo nel 2024: 8 minuti verso la Tunisia; 22 minuti verso il Marocco; 16 minuti verso l’Egitto; 18 minuti verso la Nigeria; 14 minuto verso lo Sri Lanka; 20 minuti verso il Bangladesh; 20 minuti verso l’Iran; 15 minuti verso il Pakistan. Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p. 5 ↩︎ 14. «Completamente assenti le porte, inadeguatamente sostituite dalle coperte di lana in dotazione, sia per quanto riguarda le stanze di pernottamento (da sei), sia per quanto concerne i bagni. In particolare, l’assenza di porte che possano garantire la privacy all’interno dei servizi igienici, è una condizione umiliante e degradante per le persone trattenute […] Si raccomanda la necessità che i bagni e le docce, così come gli ambienti di pernottamento, siano dotati di porte che garantiscano l’imprescindibile e necessaria riservatezza di chi usufruisce dei servizi». Garante Nazionale Privati Libertà, op.cit., p.3 ↩︎ 15. Nelle conclusioni al lungo lavoro di monitoraggio a vari CPR  promosso dalle realtà aderenti al TAI si legge: «La condizione di degrado materiale registrata in tutti i centri, la totale spersonalizzazione dei reclusi, la abituale violenza fisica e psicologica esercitata su di loro, e la condizione di persone solo “immagazzinate” nelle strutture, come acutamente ha messo in luce il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura nel suo rapporto sui CPR italiani, delineano un quadro generale estremamente grave che non è riconducibile a specifiche situazioni di mala gestione di determinati CPR, ma dipende da fattori di natura strutturale non modificabili; come avviene in tutte le istituzioni totali le finalità ufficialmente dichiarate poste alla base della realizzazione delle istituzioni stesse (nel caso dei manicomi la cura della malattia mentale, nel caso dei CPR l’allontanamento coattivo degli stranieri espulsi) servono a coprire altre e del tutto diverse finalità di natura prevalentemente politica», TAI, CPR D’ITALIA: ISTITUZIONI TOTALI Secondo rapporto di monitoraggio sui CPR di Bari, Brindisi, Caltanissetta, Gradisca d’Isonzo, Macomer, Milano, Palazzo San Gervasio, Roma, Torino, Trapani. Gennaio 2026, cit. p. 91. ↩︎ 16. Il documento integrale della campagna “NO CPR di TORINO!” ↩︎ 17. Avvenire, Migranti, tre arresti per la protesta nel CPR di Caltanissetta, 28.08.2026 ↩︎
September 28, 2026
Progetto Melting Pot Europa
CPR, la cura sotto accusa
L’inchiesta che ha coinvolto oltre venti medici impegnati nei CPR ha riportato al centro del dibattito il ruolo della medicina nei luoghi della detenzione amministrativa. Come abbiamo raccontato, al centro della vicenda non c’è soltanto la contestazione di presunti reati, ma una questione più profonda: quale autonomia può avere la pratica medica quando la certificazione sanitaria diventa un passaggio necessario per rendere possibile il trattenimento? Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR COME “MALATTIA SOCIALE”, L’ATTACCO AI MEDICI E ALLA CURA L’indagine-teorema di Ravenna sposta l'attenzione dal sistema della detenzione amministrativa a chi il sistema lo contesta Redazione 18 Settembre 2026 La campagna promossa dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.) ha sollevato da tempo una questione altrettanto centrale: se la detenzione amministrativa e i CPR sono luoghi che producono sofferenza e hanno effetti sulla salute, che cosa significa dichiarare una persona «idonea» alla permanenza al loro interno? È da qui che parte la conversazione tra l’avvocato Arturo Raffaele Covella e il dottor Nicola Cocco, tra i promotori della campagna della SIMM sulle certificazioni di idoneità. Dalla campagna all’inchiesta sui medici, il nodo è uno: «Non si può chiedere alla medicina di diventare un bollino per una procedura di polizia». Una riflessione sulla patogenicità della detenzione amministrativa, sull’autonomia della professione medica e sul significato della cura dentro i CPR. E proprio alla fine della conversazione, Nicola Cocco ha voluto aggiungere una cosa: un ringraziamento per le mobilitazioni e per la rete di solidarietà che si è attivata attorno ai medici coinvolti nell’inchiesta. Un messaggio che accompagna questa intervista (disponibile anche video) e che restituisce anche il senso collettivo di una mobilitazione che, in queste giorni, ha attraversato associazioni, professionisti, realtà sociali e singole persone. Radio Melting Pot Intervista al Dott. Nicola Cocco Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:27 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:27 | Registrato il 21 Settembre 2026 PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Buonasera, siamo con il dottor Nicola Cocco, che ringrazio perchè ha accettato questo invito. Non ci accingiamo a fare un’intervista ma una chiacchierata tra due amici e tra due persone che conoscono le vicende dei CPR, i problemi dei CPR e quindi masticano un po’ la materia. Innanzitutto, Nicola, ti volevo chiedere, anche alla luce di tutto quello che è successo: come stai? Nicola Cocco: Sì, ti ringrazio. Allora, io sto bene anche se questa situazione è di una pressione veramente significativa, sia per il significato stesso della denuncia, perché, insomma, l’associazione a delinquere è un reato grave, sia per una ragione di carattere culturale, della percezione, proprio da parte mia. Perché io sono come te, insomma, siamo cresciuti negli anni ’90: per noi l’associazione a delinquere era la criminalità organizzata. Beh, adesso trovarsi accusato di questa cosa chiaramente fa soffrire. Soprattutto mi fa spaventare per ciò che questo significa nell’atmosfera culturale e politica del nostro Paese. Però sto bene, come puoi vedere: non sono dimagrito, non sono sciupato. E la mia preoccupazione ovviamente è legata alla mia situazione familiare, che ovviamente viene toccata da un’indagine di questo impatto. Come ho detto dall’inizio, io non ho nulla da nascondere, così come nulla da nascondere ha la nostra campagna, e andremo avanti a fare quello che stavamo facendo. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Mi fa piacere vedere che, insomma, anche l’ironia è rimasta intatta. Senti, noi ci siamo visti di persona il 18 agosto, quando abbiamo partecipato a un convegno organizzato dalla diocesi a Melfi sui CPR. In quell’occasione abbiamo avuto modo di scambiare due battute proprio sulle indagini che erano in corso a Ravenna.Ti saresti aspettato che da lì a poco sarebbe successo tutto questo trambusto e di trovarti in questa situazione? Nicola Cocco: Allora, io mi aspettavo la perquisizione. Questa me l’aspettavo già da febbraio. L’avevo detto anche pubblicamente, l’avevo detto in televisione. Lo mettevo in conto proprio perché sapevo che uno degli aspetti cardine di quell’indagine è proprio la campagna che noi abbiamo fatto partire. Non mi aspettavo l’accusa di associazione a delinquere, questo non me l’aspettavo. E non me l’aspettavo in questi tempi, nel senso che io, prima dell’estate, mi sono detto: “Vabbè, può essere che non vengano più a fare questa perquisizione“, perché ormai i materiali sono talmente diffusi, talmente, diciamo, condivisi, che hanno quello di cui avevano bisogno. Considera che la stragrande maggioranza delle cose erano già pubbliche. Quindi, figurati, non mi aspettavo questa cosa. A proposito dell’incontro di Melfi, vorrei ricollegare a quell’incontro e a quella chiacchierata che avevamo fatto, vorrei evidenziare come è paradossale che ciò che porta al grande bailamme mediatico è la questione della criminalizzazione dei medici. Noi eravamo lì a parlare in un incontro che era già organizzato, ma ricordiamoci che pochi giorni prima era morta una persona nel CPR di Palazzo San Gervasio. Arturo Raffaele Covella: Certo. Nicola Cocco: E noi ci eravamo incontrati proprio per parlare di come è possibile, ad esempio, che in quello specifico CPR ci sia una mortalità da CPR così alta e di quali sono le caratteristiche che portano a questo problema. Quindi, vedi come tutto si ricollega: il faro mediatico è sulla criminalizzazione dei medici, adesso hanno anche un capo dell’associazione a delinquere, quindi figurati. Però intanto le persone, anche quest’estate, sono morte. E questo, secondo me, è molto grave. Arturo Raffaele Covella: Allora, stavamo parlando appunto di quell’incontro del 18 agosto e tu, insomma, hai fatto riferimento alla campagna, la famosa campagna che la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni porta avanti ormai da diversi anni, perché non è una cosa di queste settimane o di questi anni. Nicola Cocco: Da due anni. Arturo Raffaele Covella: Possiamo cercare di inquadrare meglio questa campagna e di spiegare meglio ai non addetti ai lavori in che cosa consiste? Nicola Cocco: Sì. Per capire questa campagna bisogna partire dal concetto della patogenicità della detenzione amministrativa e dei CPR. In questi anni si sono raccolte a livello internazionale numerose evidenze scientifiche, cioè articoli scientifici che sono stati fatti in diversi paesi a livello globale, oltre che europei, che sottolineano che la detenzione amministrativa in generale, quindi la privazione della libertà non in ambito penitenziario per aver commesso un reato, ma nelle procedure di rimpatrio forzato, di espulsione, di deportazione – ecco, per chiarire – questo tipo di privazione della libertà è patogeno. Nello specifico, in Italia, i luoghi dove tale privazione della libertà viene messa in atto, che sono i centri di permanenza per il rimpatrio, i CPR, hanno delle caratteristiche di patogenicità ulteriormente aggravate dal degrado, dalla violenza e da tutta una serie di elementi che sono emersi, per esempio, grazie a dei report che sono stati scritti sia dal Garante Nazionale, dall’ufficio di Mauro Palma, sia dei report indipendenti del TAI, della CILD, di parlamentari e quant’altro. Avendo quindi l’evidenza della patogenicità del CPR, si pone un problema quando si tratta di definire idonea, dal punto di vista sanitario, una persona da mandare nel CPR. Questo nello specifico perché la direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 1922, la direttiva Lamorgese 1, che tra l’altro non è una legge, è una direttiva – e questo penso che abbia anche un peso in tutto ciò di cui stiamo parlando – dice chiaramente che le persone, per poter essere condotte nel CPR, devono essere valutate da un medico del sistema sanitario nazionale per escludere tutto un ventaglio di problematiche sanitarie, che vanno dalle malattie infettive alle malattie cronico-degenerative, alle patologie psichiatriche, addirittura alle vulnerabilità sociali, che presuppongono un approccio in ambito sanitario. Si dice, olistico: dovresti avere la possibilità di fare una valutazione a 360 gradi della persona. Questo nella realtà non succede praticamente mai, non succedeva e non succede praticamente mai, eppure il 99% di queste valutazioni di idoneità, erano positive e continuano ad essere positive, anche se adesso sembra che di non idonei chissà quanti ne sono. Cioè, il 99% delle richieste di idoneità si traduce in un’idoneità, un po’ come nel discorso della convalida da parte dei giudici di pace. Dall’altra, questa idoneità è data escludendo molto spesso solo le problematiche infettive e contagiose, quindi senza applicare quell’approccio olistico richiesto. Rispetto a questa situazione, alcuni medici hanno cominciato a fare emergere un dilemma etico e deontologico e a porsi alcune domande.  Uno: il tipo di visita che mi viene richiesta è una visita reale che garantisce la tutela e la salute delle persone, anche di quelle che hanno vulnerabilità? Due: se il CPR è un luogo patogeno, e ce ne sono le evidenze, io come faccio a dichiarare idonea una persona, fosse anche sana, a un luogo patogeno? Da questo dilemma, insomma, da questo nodo etico, anche politico ovviamente, è nata questa campagna, che era rivolta sia ai medici certificatori, ma anche a studenti di medicina, agli infermieri, ai professionisti non sanitari, dove noi portavamo le evidenze della patogenicità ai vari livelli: ai livelli di pubblicazioni scientifiche, pubblicazioni di letteratura grigia, quindi le reportistiche, e poi quello di cui non ne frega niente a nessuno, ma che per quanto mi riguarda è l’aspetto più pregnante: le testimonianze dirette che noi riceviamo ogni giorno o che abbiamo incontrato all’interno del CPR. Però questo discorso della testimonianza è stato del tutto cancellato nel nostro panorama. Cioè, vale di più – lo dico sempre – sul Corriere della Sera che la testimonianza di uno che è stato nel CPR. Questa sarebbe una ulteriore riflessione da fare. E in più con la campagna sono state avanzate anche delle criticità deontologiche, etiche, legali, che avevamo approfondito con bioeticisti, con una professoressa di filosofia del diritto, e che avevamo condensato in una famosa bozza che viene oggi spesso tacciata di essere un prestampato per fare le certificazioni false. Si trattava, in realtà, di una sorta di esempio, di un facsimile, in cui raccoglievamo – ovviamente uno doveva scrivere le problematiche di salute – e in fondo abbiamo raccolto gli articoli del codice deontologico che, dal nostro punto di vista, sono critici per il CPR, in particolare per la valutazione di idoneità, la legge sul consenso informato, perché ricordiamo che nessuna persona migrante firma un consenso informato per questo tipo di valutazione, e poi altre considerazioni: l’assenza della mediazione culturale, il fatto che non sappiamo come vengano utilizzati i dati sanitari che vengono raccolti. Ecco, questo è il cuore della campagna: quindi la condivisione delle evidenze della patogenicità, le criticità dell’idoneità e poi, chiaramente, delle considerazioni di tipo politico, che è quello che io sto dicendo anche apertamente. Nel senso, io non andavo dai medici a dire “dovete dare l’idoneità“, però sicuramente mi sarà capitato di dire: “Guarda, per me, considerate come quelli sono dei posti, quello è un dispositivo patogeno; per me nessuno può essere considerato idoneo a stare in quel luogo, perché non è idoneo il dispositivo“. È un reato dire queste cose? A me risulta difficile, o meglio, a me spaventa che ci troviamo in una situazione in cui questo può essere tacciato come un reato. Ovviamente poi, se vuoi, approfondiamo qual è il reato che viene contestato, il falso ideologico, però sui giornali oggi viene criminalizzata questa posizione. Non solo sui giornali viene criminalizzata questa posizione. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sinceramente preferisco evitare gli aspetti relativi all’indagine, per approfondire più questo aspetto dell’idoneità, non idoneità, che credo sia il grosso discrimine, che è anche più difficile per l’opinione pubblica riuscire ad intendere. Adesso, proprio in base a quello che tu mi dici, io mi trovo sotto gli occhi una certificazione di idoneità,ed anche le certificazioni di idoneità che vengono fatte sono prestampate, appunto, e mi trovo un prestampato compilato, dove c’è il nome e il cognome del dottore, la dottoressa che l’ha rilasciato, il nome e il cognome con tutti i dati, diciamo, dello straniero che è stato sottoposto a visita. E qui sostanzialmente c’è una crocetta su una frase già scritta, nella quale c’è scritto: “non presenta evidenza di patologie che rendono incompatibile l’ingresso e la permanenza in comunità ristretta“, data, luogo e firma con il timbro del medico. Appunto, in base a quello che ci dicevamo prima, questo certificato di idoneità è regolare? Nicola Cocco: Mi verrebbe da dire che quello è un falso, nel senso che quello è più che un certificato, è un nulla osta, se ci pensi. Quello è un nulla osta della pubblica sicurezza che chiede al medico di escludere che la persona possa avere una problematica specifica pericolosa in quel momento. Ecco, per dire, in realtà la valutazione di idoneità, così come è sancita dalla direttiva Lamorgese, ma poi come dovrebbe essere dal punto di vista deontologico, dovrebbe essere, in primo luogo, non fatta con un prestampato, dovrebbe indagare tutte le dimensioni di salute previste dall’articolo 3 della direttiva Lamorgese 2, quanto meno, dovrebbe possibilmente essere fatta con la presenza di un mediatore culturale, dovrebbe avere il consenso della persona scritto, perché ricordiamoci che questi possono rifiutare di farsi fare la valutazione. E quello che aggiungiamo noi con la campagna, e questo è un di più, chiaramente, però che interroga la coscienza del medico che deve agire in scienza e coscienza, è considerare la patogenicità del CPR. Quello invece, come puoi vedere, è appiattito sul fatto di semplicemente mettere una firma per poter procedere burocraticamente al trattenimento ed eventualmente all’espulsione della persona migrante. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Sì, aggiungo, a tutto quello che già hai detto, che poi questa documentazione confluisce nel fascicolo che deve essere valutato del giudice in sede di convalida, e mi chiedo il giudice che cosa può valutare alla luce di questo tipo di prestampato? Nicola Cocco: Considera che all’inizio della campagna, in molti dei fascicoli che noi trovavamo nei CPR quando facevamo gli accessi, quindi sto parlando del 2022, soprattutto durante il 2022, in molti non c’era la valutazione di idoneità. Quindi figurati come era sottovalutato questo aspetto della tutela della salute. Cioè, al centro di questo procedimento non c’è mai stata la tutela della salute, ma la necessità, dal punto di vista del governo, di portare le persone nei CPR. Non si può chiedere ai medici di assolvere passivamente a questo tipo di procedura burocratica, perché dal punto di vista deontologico significherebbe svilire la professione e non curare. Cioè, quel tipo di valutazione di idoneità che hai letto tu non si configura in un procedimento, in un processo di cura. Non porta, per esempio, a fare emergere delle problematiche di presa in carico. Serve semplicemente a dare un bollino per una procedura di polizia. Arturo Raffaele Covella: Sì, a proposito del bollino delle procedure, del fatto che poi sostanzialmente tutto si risolve in un meccanismo perverso che si basa sui numeri. Perché noi sappiamo benissimo che l’esigenza delle questure è quella di produrre dei numeri, perché poi, a fine anno, i numeri che le questure producono finiscono nei report del ministero. PH: MP (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Quindi bisogna dimostrare che i CPR funzionano, che le espulsioni funzionano, che le politiche securitarie funzionano. Però, insomma, un grosso dibattito riguarda il fatto che i certificati di non-idoneità rilasciati, in base a quello schema che voi avete predisposto, o comunque non rilasciati da una serie di medici che sono stati posti sotto la lente di ingrandimento, sarebbero dei falsi. E io mi chiedo: ma invece i certificati di idoneità che sono stati rilasciati e che poi sono stati smentiti da altri medici o dai giudici, con una successiva dichiarazione di inidoneità, sono da considerare falsi o semplicemente ci troviamo davanti a valutazioni mediche di tipo differente? Nicola Cocco: No, ci troviamo a valutazioni giuridiche e propagandistiche di tipo differente, perché sono due pesi e due misure. È ovvio che le valutazioni di idoneità di persone che dopo pochi giorni o dopo un paio di settimane presentano problemi di salute, si tagliano, fanno tentativi di suicidio, si suicidano, muoiono. Ricordiamoci che per alcune delle persone di cui abbiamo discusso tante volte hanno perso la vita e avevano dei certificati di idoneità. Ousmane Sylla aveva un certificato di idoneità per cui era considerato idoneo. Ousmane Sylla è un caso molto importante da questo punto di vista perché aveva un primo certificato di idoneità, poi aveva una relazione della stessa psicologa del CPR siciliano in cui si trovava, non mi ricordo qual era, se era Caltanissetta, che diceva che questo ha problemi di salute mentale, sta crollando sostanzialmente, e quando è andato nel CPR di Roma è stato semplicemente ribadito il certificato di idoneità. Non è stata presa in carico quella segnalazione e Ousmane Syllasi è suicidato poche settimane dopo. Però nessuno è andato a fare delle indagini su quei certificati di idoneità che si configurano come – io non dico che sono dei falsi – si configurano come dei certificati dal punto di vista clinico sbagliati, che non hanno saputo tutelare delle persone vulnerabili, vulnerabilizzati ulteriormente poi dal CPR. Una delle cose che sta emergendo e che, secondo me, può essere un po’ utile da evidenziare è che il concetto di falso stesso è fortemente inficiato dalla propaganda in questa storia.Perché una cosa è dire – poi su questo tu sei avvocato – una cosa è dire che, ad esempio, in un certificato, invece di parlare di Ahmed, parli Ismael e quindi per favorire Ismael rispetto ad Ahmed con una certificazione. Quello è evidentemente un falso ideologico. Ma se tu invece scrivi una patologia, poi magari c’è un errore di presa in carico di quella patologia. Tu scrivi scabbia, non dai poi il farmaco per la scabbia: questo è per fare un esempio dei certificati di Ravenna. Ma quello non è un falso, è un errore. È un errore medico, puoi far partire una denuncia per imperizia, per negligenza, per tutto quello che vuoi, ma non è un falso. E siccome tutta questa storia ruota intorno all’utilizzo strumentale del termine falso, falso ideologico, secondo me è importante sottolineare questo aspetto, perché in questo sì c’è un forte attacco all’autonomia medica. Perché allora, se io scrivo un certificato in qualsiasi ambito, nell’ambito assicurativo, nell’ambito della medicina penitenziaria, io scrivo un certificato e devo aver paura che ci sia una strumentalizzazione ideologica in base a quel referto che faccio, diventa molto pericolosa questa situazione che si viene a creare. PH: MP (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sono rimasto anche molto colpito dalle tempistiche, perché ragionando un po’ sulla situazione riflettevo su questo. Da un lato, la campagna che voi avete portato avanti, che ha fatto emergere tutte queste problematiche di tipo sanitario rispetto alle certificazioni di idoneità, unitamente poi a tutte le altre problematiche uscite fuori con i vari report del Garante nazionale, della Commissione contro la tortura, dei vari accessi che ci sono stati da parte di associazioni, quindi, diciamo, sulle condizioni reali dei singoli CPR. Dall’altro lato, le azioni portate avanti, ad esempio, da ASGI, dal punto di vista giudiziario, che hanno messo in discussione i capitolati di appalto proprio sull’aspetto sanitario, quindi la gestione proprio sanitaria costruita dal ministero rispetto ai singoli CPR. Quindi, diciamo, l’idea che mi sono fatto è che la “questione sanitaria” rappresenta un po’ il tallone d’Achille appunto di questo sistema della detenzione amministrativa e dei CPR, e quindi, questa indagine, mi viene da dire, può essere un po’ la reazione rispetto a questa forte azione di pressione su questo aspetto, considerando anche che, insomma, in questi mesi il ministero deve adeguare, deve fare un’analisi di tutti i CPR alla luce di quella che è la sentenza del Consiglio di Stato ultima e quindi, diciamo, deve mettere una pezza a quella che è la situazione, diciamo, proprio dal punto di vista sanitario. Si tratta di una mia interpretazione, diciamo, faziosa e malevola, oppure anche tu ci vedi un qualcosa del genere? Nicola Cocco: Ma allora, gli anelli deboli del sistema dei CPR sono il discorso della legittimità legale, non della legittimità, come dire, dell’esistenza dei CPR, perché quelle previste dalla legge, ma di come funziona la tutela legale all’interno del CPR e questo, lo sai meglio di me, ha delle forti carenze. E poi probabilmente l’anello più debole è legato al fatto che, trattandosi di un luogo che nasce, che è strutturato per far soffrire le persone, per dare anche un esempio propagandistico, visto che non funziona come strumento di rimpatrio – perché se funzionasse come strumento di rimpatrio le critiche potrebbero essere altre – ma il problema è che, dal momento che non c’è quell’efficienza di cui si parla tanto, diventano dei luoghi puramente detentivi e quindi anche con un aspetto di deterrenza nei confronti dell’immigrazione. E quello della salute è chiaramente un nodo, perché gestire i corpi è costoso, è dispendioso. Non per niente bisogna rispondere non solo alla nostra Costituzione, ma anche a carte internazionali, cose che sono state tutte completamente dimenticate. È bastato poi un’analisi del capitolato per far emergere delle grosse carenze. Quello che a me spaventa, tu lo sai, ho una posizione netta e radicale su questo, è che quelle carenze formalmente possono anche essere sistemate sostanzialmente con un investimento, con una diversa organizzazione, ma ciò non curerà i CPR. Anche se ci saranno i vari dispositivi per poter dire, appunto, il piano antisuicidario, la presenza di psichiatri o quant’altro, tu lo puoi anche imbellettare il CPR, ma non ne toglierai la patogenicità. Questo, ancora una volta lo ricavo dalla letteratura scientifica. Gli Immigration Detention Center di altri paesi, in particolare del Nord Europa, che hanno già quelle cose a posto, comunque producono sofferenza, producono autolesionismo, producono morte. Quindi sì, la tempistica la vedo anch’io, chiaramente, perché questi devono dare una risposta alla richiesta di ASGI per il capitolato, però questo mi porterebbe anche a dare per assodato che questa indagine lavora per il Ministero dell’Interno. Io ne sono convinto, però c’è anche il rispetto nei confronti della magistratura che porta a dire che si stanno muovendo indipendentemente. È chiaro che si tratta di un qualcosa che mira a intimidire i medici, perché non si potranno fare, almeno per ora spero, non si potranno portare avanti delle procedure burocratiche di polizia nei confronti delle persone migranti, inclusa l’applicazione del patto europeo. Non le puoi fare senza prendere in considerazione la salute, perché andresti a ledere in maniera talmente evidente la dignità delle persone che veramente ci ritroveremo ai tempi del nazismo. Però questo significa dare un potere decisionale a delle figure esterne al processo burocratico di polizia, che sono i medici. Delle due l’una: o quei medici devono essere parte del procedimento, e penso, ad esempio, al ruolo che si sta configurando per la Croce Rossa nelle procedure accelerate di frontiera, oppure, se si permettono di far emergere dei bug del sistema o di criticare il sistema stesso, vengono criminalizzati. È chiaro che è un orologio che funziona. Arturo Raffaele Covella: Un’ultimissima domanda. Penso che siamo stati chiari nel delineare un po’ la situazione, però un’ultima domanda te la voglio fare rispetto a una frase che tu hai detto nel corso di un’intervista, che ha suscitato un po’ di critiche. Nel rispondere ad una domanda, hai detto: “No, io non rilascerei mai un certificato di idoneità“. Io conosco il tuo pensiero, so che alla base di questa frase c’è un pensiero più articolato, ma vuoi provare a spiegare un attimo a chi ti ascolta il perché di questa affermazione? Nicola Cocco: Sì, perché è la diretta e coerente conseguenza dell’analisi fatta sulla patogenicità di questi dispositivi. La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno? Sì o no? Io ho gli elementi per dire di sì. Dall’altro lato, non vedo altri medici o altri esperti con la mole di ricerche che ho io che vengono e mi dicono: “No, guarda, ti stai sbagliando, sono dei luoghi che fanno bene alla salute“, per paradosso. Quindi, fatta questa considerazione e considerato che l’articolo 32 del codice deontologico dice che il medico deve proteggere le persone, in particolare se vulnerabili, da contesti che ne mettono a repentaglio la salute, la dignità e la vita, ecco, in coerenza con questi due aspetti io non considererei nessuno idoneo al CPR. Questo è il significato di quella frase ed è il significato profondo della riflessione della campagna. Questo non vuol dire che noi andiamo dai medici a dire: “Dovete fare così, dovete fare cos’altro, dovete usare il nostro modulo“. No, noi sollecitiamo questo tipo di riflessione. Personalmente, se mi capitasse – e non mi capita per il lavoro che faccio – giustificando con questi aspetti direi che nessuno è idoneo al CPR. Però, a quel punto, non penso che, anche nell’ottica di un governo fascistissimo che dice “No, questa posizione è inaccettabile, non mi fai fare certificazioni“, ma non che mi accusi o mi criminalizzi dicendo che stai facendo dei reati. A me sembra che sia molto chiara la motivazione. Arturo Raffaele Covella: No, no, certo, certo, è chiarissimo. Però, insomma, ci tenevo che fossi tu stesso a farla questa precisazione. Nicola Cocco: Hai fatto bene, anche perché su questa cosa si è scatenato, si sono scatenate proprio – secondo me questa è una di quelle cose che potrebbe portare uno pure a pigliarmi e a darmi un cartone per strada, per dire. Arturo Raffaele Covella: Senti Nicola, io ti ringrazio per la disponibilità. Sei  stato come sempre gentilissimo, anche perché immagino che il momento non è semplice, quindi trovare il tempo anche per spiegare le tue ragioni è per noi importantissimo. Grazie mille. Nicola Cocco: Grazie a te. 1. La direttiva del 19 maggio 2022 (nota come direttiva Lamorgese, dal nome dell’allora Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese) stabilisce i criteri per l’organizzazione, la gestione e il funzionamento dei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) ↩︎ 2. L’articolo 3 della Direttiva Lamorgese (Direttiva del Ministro dell’Interno del 19 maggio 2022, recante i criteri per l’organizzazione e la gestione dei Centri di Permanenza per i Rimpatri – CPR) disciplina i requisiti sanitari e le procedure di screening medico per l’ingresso degli stranieri nelle strutture di trattenimento. ↩︎
September 22, 2026
Progetto Melting Pot Europa
«No ai CPR, né a Castel Volturno né altrove». Il 24 ottobre la manifestazione nazionale
Sabato 24 ottobre, alle 13, una manifestazione nazionale a Castel Volturno, in provincia di Caserta, contro il CPR che il governo vuole costruire nel parco umido “La Piana”. Martedì 22 settembre ore 19, la call nazionale di organizzazione. Sabato 24 ottobre, alle ore 13, si terrà a Castel Volturno una manifestazione nazionale per fermare la costruzione di un Centro di permanenza per i rimpatri. L’iniziativa nasce dall’appello lanciato da monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, da cui è nata un’alleanza ampia e trasversale, riunita nel Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove», contro la scelta di spendere 43 milioni di euro per un CPR nel territorio. Nei mesi scorsi si sono susseguiti assemblee, concerti e catene umane; ora l’invito è a convergere su un’unica parola d’ordine: «Né qui né altrove». Come annunciato nei mesi scorsi, il Ministero dell’Interno intende realizzare nel Parco umido “La Piana” – area protetta per la sua biodiversità – un CPR da 120 posti, con un bando Invitalia da oltre 43 milioni di euro. Il progetto si inserisce nel disegno di aprire un CPR in ogni regione, dopo le scelte di Trento e di Aulla (Massa-Carrara), e nell’attuazione del nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione. Il fronte del no è ampio e trasversale: associazioni, movimenti, sindacati, comunità di fede e istituzioni. Sul territorio, tra le altre realtà, il Centro Fernandes, il comitato don Diana, Libera, il Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta, il Centro Sociale ex Canapificio e la CGIL di Caserta; sul piano ecclesiale la Conferenza episcopale campana e il cardinale di Napoli Mimmo Battaglia; su quello istituzionale il presidente della Regione Roberto Fico. Alla manifestazione del 24 ottobre hanno annunciato adesione, tra gli altri, la CGIL Napoli e Campania, Emergency, il gruppo di imprese sociali Gesco, la cooperativa sociale Era e il CNCA. L’appuntamento del 24 ottobre arriva dopo la commemorazione della strage del 18 settembre 2008, quando il clan dei Casalesi uccise sei lavoratori africani e Antonio Celiento lungo la via Domitiana, e nel solco della memoria di Jerry Essan Masslo, il bracciante e attivista sudafricano assassinato a Villa Literno nel 1989, la cui morte è al centro della mobilitazione e diede impulso alla prima legge organica sull’asilo. Nell’appello il Comitato indica le proprie richieste. La sicurezza sociale, anzitutto: risorse per i servizi, il lavoro, il sostegno al reddito, i trasporti, le famiglie e le persone più fragili. La cura del territorio e dell’ambiente: bonifica dei suoli, tutela dei fiumi, difesa dei litorali, contrasto agli sversamenti e all’abusivismo, restituzione alla comunità degli spazi sottratti alle mafie. E il cambiamento delle politiche migratorie: superare la logica del respingimento e della reclusione, per una politica fondata sulla lotta alla povertà, sugli ingressi regolari, sul permesso di soggiorno, sul diritto d’asilo, sull’accoglienza e sul contrasto allo sfruttamento. Ci sono per questo dei determinati “No” e al tempo stesso dei decisi “Sì”. > No al CPR, né qui né altrove > No ai lager nelle nostre città > No a nuovi muri e fili spinati > No agli ecomostri > Sì alla sicurezza sociale > Sì alla cura delle persone e dell’ambiente > Sì a Castel Volturno laboratorio di umanità, diritti e giustizia sociale L’appuntamento è per sabato 24 ottobre, alle ore 13, a Castel Volturno. L’organizzazione passa per l’assemblea/call nazionale di domani, 22 settembre ad ore 19, aperta a chi voglia contribuire da tutta Italia. Attraverso il modulo diffuso dal Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove» è possibile aderire alla manifestazione e segnalare la propria partecipazione all’assemblea. Dignità, diritti e sicurezza devono camminare insieme, per tuttə.
September 21, 2026
Progetto Melting Pot Europa
CPR come “malattia sociale”, l’attacco ai medici e alla cura
Scrivevamo il 12 febbraio 2026: «Perquisizioni, personale medico posto sotto indagine e già esposto alla gogna politica e mediatica della destra per aver espresso un parere di incompatibilità sanitaria al trattenimento nei CPR. Succede a Ravenna, dove il reparto di Malattie infettive dell’ospedale cittadino è stato perquisito per l’intera giornata del 12 febbraio». All’alba del 16 settembre è andato in scena il nuovo atto intimidatorio di questo inquietante teorema sul presunto rilascio di certificazioni mediche false, secondo l’accusa della procura di Ravenna, destinate a impedire il trattenimento di persone straniere irregolari nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. La Polizia ha infatti eseguito altri 23 decreti di perquisizione personale e informatica nei confronti di oltre venti medici in nove province: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Ma il dato che segna il salto di qualità della repressione in corso è l’ipotesi di reato: secondo quanto riportato dai media, sarebbe presente un’associazione a delinquere finalizzata alla formazione di falsi certificati per impedire i rimpatri. Al momento, come unico indagato tra i perquisiti, c’è l’amico e stimato medico Nicola Cocco, infettivologo, esponente della Società italiana di medicina delle migrazioni (SIMM) e della rete Mai più lager – No ai CPR di Milano, considerato dagli inquirenti una sorta di “referente” sul tema, finalmente lasciato libero dopo due giorni trascorsi in Questura.  Gli altri professionisti non risultano iscritti nel registro degli indagati, ma anche loro hanno ricevuto lo stesso trattamento, come riporta il loro legale alla stampa, l’avvocato Fabio Anselmo: «Persone che non sono indagate vengono trattate come criminali mafiosi. Quello che è successo è terribile. Sono stati svegliati prima delle 6, accompagnati in Questura, per il sequestro di cellulari e pc. Di queste modalità la responsabilità è della Procura di Ravenna». Già a febbraio erano stati indagati per falso e interruzione di pubblico servizio otto medici, in relazione a 34 certificati ritenuti falsi rilasciati tra il settembre 2024 e il gennaio 2026. Per tre di loro era scattata l’interdizione dalla professione per dieci mesi; agli altri il divieto di occuparsi di certificati per i CPR. La risposta allora era stata di piazza e aveva visto anche l’intervento degli Ordini provinciali e la petizione «La cura non è reato», promossa dalla SIMM e dallo stesso Nicola Cocco. Ph: Helga Bernardini, da Mai più lager – NO ai CPR Che oggi sia proprio Nicola Cocco a essere finito nel mirino della magistratura, bersaglio di  un attacco intimidatorio senza precedenti alla professione medica, non ha nulla di casuale. Tutto si è sempre svolto alla luce del sole, ed è la critica pubblica ai CPR, legittima e rivendicata da tempo con incontri pubblici, petizioni, partecipazione e convegni scientifici e assemblee di movimento, e che investe anche la sfera della salute, a finire sotto accusa. «I medici non sono ausiliari delle politiche di sicurezza»: è con questa distinzione di fondo che il presidente della FNOMCeO 1 Filippo Anelli, a nome del Comitato centrale della Federazione che riunitosi d’urgenza a Roma, ha commentato la vicenda, esprimendo vicinanza ai colleghi coinvolti e fiducia nella magistratura, «alla quale spetta accertare i fatti e le eventuali responsabilità individuali, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza». I medici, ha proseguito, sono «professionisti della cura, il cui mandato fondamentale è tutelare la salute e la dignità di ogni persona», mentre la tutela della sicurezza pubblica «appartiene ad altre istituzioni e non può essere trasferita sui medici, né può condizionarne il giudizio clinico». Anelli ricorda che la Federazione aveva già auspicato una modifica normativa capace di separare nettamente l’atto medico – la certificazione, finalizzata alla sola valutazione dello stato di salute – dall’atto autorizzativo del trattenimento o del trasferimento nei CPR. È la stessa sovrapposizione denunciata a febbraio dagli Ordini di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena: «Il medico non “autorizza” il trattenimento: attesta esclusivamente se sussistano o meno elementi di incompatibilità sanitaria». La cornice richiamata da medici e associazioni è l’essenza della professione. L’articolo 32 della Costituzione pone la salute come diritto fondamentale dell’individuo a prescindere dallo status giuridico; il Codice di deontologia medica, all’articolo 24, impone al medico di rilasciare certificazioni veritiere, basate in modo puntuale e diligente sui rilievi clinici. Su questo si fonda la valutazione di non idoneità alla detenzione. Il punto centrale di tutta la vicenda restano però, a nostro avviso, le condizioni dei CPR sulle quali si è espressa anche la giurisprudenza: la Corte costituzionale, con la sentenza 96/2025, ha rilevato l’illegittimità del sistema nella parte in cui non disciplina adeguatamente le condizioni del trattenimento; il Consiglio di Stato, con la sentenza 7839/2025, ha evidenziato l’insufficiente tutela della salute all’interno di queste strutture. A ciò si aggiunge una letteratura scientifica pubblicata da riviste come il British Medical Journal e The Lancet Regional Health e ripresa dall’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità, che documenta pessime condizioni igienico-sanitarie, presa in carico inadeguata di patologie acute, croniche e psichiatriche, abuso reiterato di psicofarmaci. Su queste basi la rete Mai più lager – No CPR rivendica che certificare l’incompatibilità «non è un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». E non è un caso che con l’entrata in vigore del Patto UE su migrazione e asilo lo scorso giugno, la tensione tra il modo di esercitare ed estendere la detenzione amministrativa a potenzialmente decine di migliaia di persone e il rispetto dei diritti fondamentali, tra cui quello alla salute, si è alzata ulteriormente.  Come sempre avviene quando si parla di “migranti”, il teorema permette al governo di emettere già la propria sentenza. Matteo Salvini ha chiesto la radiazione dall’albo e il risarcimento di tasca propria per le mancate espulsioni, mentre il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Galeazzo Bignami ha evocato «la possibile esistenza di una rete capace, a livello nazionale, di incidere concretamente sull’applicazione delle decisioni dello Stato». È lo stesso schema già visto a febbraio, al quale la FNOMCeO aveva risposto rivendicando le parole del Codice deontologico. Sì, perché il vero nodo resta quello che medici – in primis il dott. Nicola Cocco – e associazioni continuano a indicare: i CPR come luoghi di detenzione senza reato, inadeguati a garantire la salute di chi vi è trattenuto, a tal punto da essere definiti patogeni. Facciamo nostre le parole della rete No CPR: «Il rischio è che l’inchiesta sposti il bersaglio dal sistema a chi quel sistema lo contesta». I medici e le mediche non vanno lasciate sole. L’attacco è diretto a loro ma anche a tutte le altre professioni e persone solidali che mettono in discussione il sistema della detenzione amministrativa. Per questo ogni presa di parola e ogni mobilitazione è importante. In queste ore sono usciti diversi comunicati e appelli di solidarietà da parte dei diversi gruppi NO CPR territoriali e Network Against Migrant Detention, all’ASGI e diverse associazioni, fino ai sindacati. A Bologna è indetto un presidio in Piazza del Nettuno per sabato 19 settembre alle 18 e altre iniziative sono in preparazione anche in altre città. Perché quello che è successo a Nicola Cocco e agli altri medici e mediche riguarda tutte e tutti noi, perché riguarda lo stato di Diritto e lo stato della Democrazia di questo Paese.  1. Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri ↩︎
September 18, 2026
Progetto Melting Pot Europa