Bulgaria, centro di Pastrogor: fughe, tentati suicidi e repressione della solidarietàCinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni dopo un
saluto davanti al centro di detenzione, una fuga di massa repressa con droni e
cani, due minori che tentano il suicidio: nel giro di dieci giorni, nel centro
riaperto con le regole basate sull’applicazione del Patto UE su migrazione e
asilo, si è concentrata tutta la violenza del sistema di confinamento europeo.
Pastrogor si trova nel sud-est della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine
turco, nell’area di Svilengrad. È qui che le autorità bulgare hanno riattivato
un centro di detenzione per richiedenti asilo in vista dell’entrata in
applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, le cui procedure
sono operative dallo scorso 12 giugno. Da allora, denuncia il Collettivo Rotte
Balcaniche, decine di persone si trovano rinchiuse senza sapere perché e per
quanto tempo rimarranno. Il gruppo solidale, presente da anni in Bulgaria con
staffette di attivistə, ha raccolto diverse testimonianze dal centro e
organizzato dei presidi, l’ultimo dei quali represso immediatamente dalle
autorità.
Notizie/CPR, Hotspot, CPA
BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE
È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA
La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche
Redazione
7 Agosto 2026
CINQUE ARRESTI PER UN SALUTO DI SOLIDARIETÀ
La sera di sabato 29 agosto cinque membri del collettivo hanno portato un saluto
di solidarietà all’esterno di Pastrogor. Hanno esposto uno striscione con la
scritta in arabo “Non siete soli”, accanto agli slogan “Freedom for All” e
“Smash the EU Pact”, gridando «Freedom, Hurrya, Azadi». Dall’interno alcuni
reclusi hanno risposto sventolando in silenzio dei drappi bianchi dalle finestre
sbarrate, altri urlavano «We want freedom».
In meno di cinque minuti una quindicina di agenti li ha circondati e condotti
dentro al centro, dove – raccontano lə attivistə – sono state perquisitə e
private di alcuni effetti personali, per poi essere trasferitə alla stazione di
polizia di Svilengrad e trattenute. «Dopo aver trascorso una notte in una cella
sporca e priva di aria – senza mai avere la possibilità di chiamare il nostro
avvocato, senza ricevere alcuna informazione legale e senza traduzioni dei
documenti che ci chiedevano di firmare – la polizia ci ha detto che saremmo
state portate in un “cocktail bar”», scrivono. Nella realtà si è trattato di una
marcia per le vie della città con lə attivistə incatenatə fino al tribunale,
«per un’udienza di cui non sapevamo nulla» e che sono riuscite a far rinviare in
attesa del proprio legale.
La domenica sera, allo scadere delle 24 ore, la procura ha convalidato la
custodia per altre 72 ore: nuovo trasferimento, perquisizioni corporali, celle
separate. «I materassi infestati dalle cimici dei letti, il cibo immangiabile,
le celle piccole e sovraffollate, il divieto di uscire all’aria aperta, ma
soprattutto il potere incontrollato e assoluto della polizia, ci hanno fatto
provare, fortunatamente solo per poche ore, l’orrore insito in ogni galera»,
denunciano lə solidali. Solo il giorno seguente le persone del collettivo sono
riuscite a ricevere la visita dell’avvocato di fiducia e nel pomeriggio, in
tribunale, le testimonianze degli agenti sono crollate nelle loro stesse
contraddizioni. È così che il gruppo di cinque attivistə è stato pienamente
assolto dall’accusa di hooliganism, ossia “teppismo”.
Nel frattempo, però, la loro auto è stata ritrovata con parabrezza e lunotto
sfondati, gomme tagliate e targhe rubate. Le uniche persone a conoscenza della
sua posizione, sottolineano lə attivistə, erano gli stessi agenti di Svilengrad
a cui hanno poi dovuto rivolgersi per sporgere denuncia. «Non è la prima volta –
ricordano – che la polizia distrugge le auto dei solidali». Il veicolo è tuttora
trattenuto, privo di targhe.
Ph: Collettivo Rotte Balcaniche
LA FUGA DELLE PERSONE MIGRANTI DAL CENTRO DETENTIVO REPRESSA CON DRONI E CANI
Quel saluto era arrivato all’indomani di una fuga dal centro detentivo. Nella
notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto, infatti, dodici persone detenute
nell’ambito delle procedure del nuovo Patto UE avevano divelto le sbarre di una
finestra ed erano fuggite dal centro. Sono state braccate dalla polizia con
l’ausilio di droni e cani e riprese tutte, tra loro diversi minorenni. Il
collettivo riferisce di pestaggi e di gravi lesioni: fratture ad arti, ferite
alla testa, morsi di cane.
Sabato 29 le persone fuggite sono state riportate a Pastrogor e rinchiuse in
isolamento al piano terra, insieme a chi è considerato una minaccia per la
sicurezza nazionale, e quasi tutti i telefoni sono stati distrutti o
sequestrati. La punizione è stata collettiva: per tre giorni all’intero centro è
stato negato l’accesso all’aria aperta e la corrente è stata interrotta. Una
persona all’interno ha raccontato al Collettivo: «Sono in 12 e sono stati messi
nel seminterrato, da soli, chiusi in stanze completamente isolate. Sono stati
gravemente maltrattati e picchiati con dei bastoni, al punto che alcuni di loro
hanno riportato delle fratture».
Nei giorni successivi, prosegue il collettivo, alle persone riprese è stato
imposto di scegliere tra la firma del rimpatrio “volontario” e il carcere a
tempo indefinito, senza informazioni sulle accuse. Sotto questo ricatto, tutte
hanno firmato. È la seconda fuga in meno di un mese da un centro riaperto
proprio per l’attuazione del Patto. Solo pochi giorni prima, nel campo chiuso di
Sintiki, al confine tra Grecia e Bulgaria, decine di persone avevano eluso la
polizia e tagliato le recinzioni.
DUE MINORI TENTANO IL SUICIDIO
Andando ancora più indietro, si arriva all’episodio più grave, reso pubblico
sempre dal Collettivo Rotte Balcaniche. Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22
agosto, due ragazzi di diciassette anni detenuti a Pastrogor hanno tentato di
togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per la pulizia e lamette da barba.
Erano reclusi da settimane come richiedenti asilo, nonostante la minore età,
dopo il trasferimento dal centro di Busmantsi a Sofia. Secondo la denuncia, dopo
il gesto entrambi sono stati maltrattati sia dalla polizia sia dal personale
medico: uno è rimasto in ospedale a Svilengrad solo poche ore, l’altro tre
giorni privo di conoscenza, prima di essere riportato nello stesso centro.
Per i solidali non si tratta di episodi isolati né di semplici «incidenti», ma
dell’esito prevedibile delle politiche europee di confinamento. «Non possono
essere considerati solo come tentati suicidi, ma come tentati omicidi da parte
dello Stato», scrivono le attiviste, ricordando che «la storia delle prigioni ci
insegna che il corpo è il campo di battaglia finale e che il più estremo atto di
evasione è anche il più tragico».
Anche in questo caso la solidarietà è stata ostacolata: lə attivistə recatisi in
ospedale durante l’orario di visita si sono visti negare l’accesso ai due
ragazzi senza spiegazioni. La polizia ha perquisito la loro auto e ha emesso
divieti di ingresso all’ospedale e nel paese di Pastrogor per motivi di ordine
pubblico, sequestrando alcuni beni. Il Collettivo denuncia inoltre trasferimenti
punitivi per dividere le persone recluse, il peggioramento del cibo usato «come
arma» e prolungamenti della detenzione fino a diciotto mesi nel pre-removal
detention center di Lyubimets, l’altro centro detentivo presente nel sud-est
della Bulgaria.
Ph: Collettivo Rotte Balcaniche
«VOGLIAMO LA LIBERTÀ»
I tre episodi vanno letti nel suo insieme e restituiscono la routine di un
centro pensato per l’attuazione del Patto. Il Collettivo, nel raccontare la
repressione subita, è consapevole della distanza tra ciò che ha subìto e la
condizione quotidiana delle persone recluse, prive della protezione di un
passaporto europeo. La repressione, osserva, misura quanto possa essere
minaccioso per lo Stato un semplice gesto che rompe l’isolamento tra il dentro e
il fuori. Da dopo la fuga, denunciano, le visite ai reclusi vengono ostacolate,
il numero di telefono per i contatti con l’esterno è stato bloccato e ai
detenuti sono negate l’ora d’aria e, in parte, l’elettricità.
Il messaggio che arriva dall’interno non deve rimanere inascoltato: «Non
vogliamo solo cibo migliore, vogliamo poter andare dove vogliamo. Non vogliamo
solo centri più puliti e procedure più efficienti, vogliamo la libertà».
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Per contribuire alle spese legali e alla riparazione dei danni all’auto, è
possibile sostenere il Collettivo sul conto dell’Associazione Altromondo APS –
IBAN IT19N0880760750000000876000 – BCC Veneta Credito Cooperativo.