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ROTTA BALCANICA: IL PATTO EUROPEO SULLA MIGRAZIONE HA PEGGIORATO LE CONDIZIONI DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BULGARIA
Il Collettivo Rotte Balcaniche denuncia in una lettera aperta il rapido deterioramento delle condizioni detentive e il mancato rispetto dei diritti umani più basilari dei richiedenti asilo nel centro chiuso di Pastrogor, in Bulgaria. In quel luogo, attivisti e attiviste del Collettivo stanno raccogliendo le segnalazioni dei richiedenti asilo sono trattenuti e soggetti a restrizioni della libertà personale, divieti di visita e rigidi controlli mentre attendono l’esame della loro domanda. Le condizioni umanitarie, riportano le testimonianze dei detenuti raccolte dal Collettivo, sono in rapido deterioramento anche in seguito all’approvazione del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Tra le violazioni denunciate la mancata assistenza medico-sanitaria, la scarca qualità alimentare che provoca la perdita di peso delle persone rinchiuse, il divieto arbitrario di visita imposto anche ad attiviste ed attivisti del Collettivo che, oltre al sostegno materiale, raccolgono le denunce dei richiedenti asilo. Non sono mancate inoltre le violenze fisiche degli agenti di polizia contro chi ha provato a protestare sia all’interno che all’esterno del centro di Pastrogor. Anche alcuni membri del Collettivo sono stati arrestati per la loro attività di osservazione e denuncia e per essersi mobilitati con presidi e manifestazioni, alle quali i piccoli paesi della Bulgaria sud orientale non erano abituati. Ci riporta quanto osservato in Bulgaria, Giovanni del Collettivo Rotte Balcaniche. Ascolta o scarica Pubblichiamo la lettera che il Collettivo Rotte Balcaniche ci ha inviato in redazione. 
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
«Non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo»
Le persone recluse nel centro di Pastrogor, nel sud della Bulgaria 1, denunciano pestaggi, condizioni di vita insostenibili e restrizioni arbitrarie dei contatti con l’esterno. In una lettera 2 , un gruppo di richiedenti asilo chiede indagini sulle violenze subite, il miglioramento delle condizioni di detenzione e la revoca del divieto di visita imposto alle persone solidali che finora avevano garantito loro sostegno materiale e psicologico. «Le condizioni che stiamo vivendo nel centro sono diventate insopportabili», scrivono i firmatari, chiedendo un intervento urgente per accertare le responsabilità delle autorità e porre fine agli abusi. La lettera è stata trasmessa dal Collettivo Rotte Balcaniche, che ne chiede la massima diffusione e si unisce alle richieste delle persone recluse, sollecitando un’indagine indipendente e la liberazione di tutti i richiedenti asilo detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA, CENTRO DI PASTROGOR: FUGHE, TENTATI SUICIDI E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni per un saluto ai reclusi del centro Redazione 9 Settembre 2026 Nella lettera, i firmatari raccontano di aver subito maltrattamenti e aggressioni fisiche fin dal loro arrivo nel centro. Denunciano pestaggi con manganelli, l’utilizzo di cani da parte delle forze di polizia e la mancata assistenza medica per le persone ferite. «Siamo stati sottoposti a pestaggi e violenza fisica fin dal giorno del nostro arrivo. Molti di noi hanno sperimentato la brutalità della polizia, tra cui pestaggi con mazze e l’uso di cani. I feriti non sono mai stati portati in ospedale». La denuncia prosegue descrivendo un clima quotidiano di sopraffazione: «Ci troviamo inoltre quotidianamente di fronte a maltrattamenti, insulti e violazioni della nostra dignità, e chiediamo che la situazione venga monitorata da vicino per porre fine a questi abusi». Tra gli episodi riportati, c’è un’irruzione avvenuta il 26 luglio. «Molti detenuti sono stati sottoposti ad aggressioni fisiche da parte della polizia e della gendarmeria, che hanno fatto irruzione nel centro di detenzione, mascherati e armati, hanno distrutto i telefoni dei detenuti e li hanno rubati per cancellare le prove della loro violenza», si legge nella lettera. Un secondo episodio sarebbe avvenuto il 25 settembre, intorno alle 11.30, quando agenti della gendarmeria bulgara avrebbero fatto irruzione armati nelle stanze senza una ragione apparente. Secondo i firmatari, quattro persone rifugiate sarebbero state coinvolte e tre di loro aggredite fisicamente. «Molte persone sono ancora sotto shock e spaventate, alcune si trovano in situazioni di vulnerabilità», scrivono, chiedendo un’indagine urgente sulle aggressioni e l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti. La distruzione e la sottrazione dei telefoni rappresentano un ulteriore elemento della denuncia: oltre a limitare i contatti con l’esterno, avrebbero impedito alle persone recluse di conservare le prove delle violenze subite. La lettera denuncia anche la scarsa qualità del cibo distribuito nel centro, descritto come inadatto al consumo. Le condizioni alimentari avrebbero provocato un deterioramento dello stato di salute di numerose persone. «I pasti forniti sono di qualità estremamente scadente e inadatti al consumo umano, obbligando molti di noi a rifiutarli e a cercare alternative dall’esterno a nostre spese. Questa situazione ha portato a un deterioramento della salute di molti residenti, con una perdita di almeno 14 chili, e ancora di più, e fa presagire una catastrofe sanitaria se la situazione dovesse prolungarsi». Secondo i firmatari, molte persone sono costrette a procurarsi cibo dall’esterno, sostenendone personalmente i costi. Una possibilità che non risolve il problema e che rende ancora più difficile la vita di chi non dispone delle risorse necessarie. Al loro arrivo, raccontano, era stato comunicato che un dipendente del centro avrebbe fornito supporto per le commissioni e gli acquisti, tanto che erano stati invitati a firmare documenti a questo scopo. «In realtà, questa assistenza è completamente inesistente. Il dipendente si rifiuta di portarci cibo o beni di prima necessità, occupandosi soltanto di tabacco e sigarette». I firmatari chiedono quindi un’indagine sulle condizioni di vita all’interno della struttura, sulla qualità dell’alimentazione e sulla mancanza di vestiti e prodotti per l’igiene. Uno degli aspetti più rilevanti della denuncia riguarda il divieto di visita imposto alle persone solidali che, nelle settimane precedenti, raggiungevano regolarmente il centro dall’Italia. I firmatari descrivono questi incontri come un legame fondamentale con l’esterno, tanto per il sostegno psicologico quanto per quello materiale. «Per settimane, amici dall’Italia hanno avuto la possibilità di farci visita regolarmente. Non erano solo visitatori, erano la nostra ancora di salvezza e il nostro unico legame con il mondo esterno. Queste persone ci fornivano un enorme sostegno psicologico e morale, dandoci un senso di libertà e speranza che mancava tra le mura di questo centro. Davano anche assistenza materiale, fornendo cibo, vestiti e altre necessità di base a cui non provvedeva l’amministrazione». Secondo i detenuti, nonostante il diritto di visita sia legalmente garantito, le autorità hanno recentemente vietato questi incontri. La polizia avrebbe attribuito la decisione al direttore del centro, mentre un funzionario avrebbe giustificato il divieto sostenendo che i visitatori incitassero i giovani a provocare disordini. I richiedenti asilo riferiscono che un funzionario del centro avrebbe dichiarato: «Io sono responsabile qui, e questi visitatori non saranno ammessi». La lettera riporta anche le parole attribuite agli agenti di polizia, secondo i quali le persone solidali che si recavano a Pastrogor non sarebbero state amiche, ma nemiche. «Rifiutiamo completamente questa politica di punizione collettiva. L’isolamento da questi amici sta peggiorando gravemente il nostro benessere psicologico e fisico», scrivono le persone recluse a Pastrogor. Il divieto di visita interrompe così una rete di sostegno che non si limitava alla solidarietà materiale, ma rappresentava anche un canale di comunicazione con l’esterno e la possibilità di rendere visibili le condizioni vissute nel centro. Nella lettera, le persone detenute rivendicano la propria condizione giuridica e i diritti che ne derivano. I firmatari spiegano di essere entrati in Bulgaria per chiedere protezione internazionale. Dopo il rigetto iniziale delle loro domande, hanno presentato ricorso e dichiarano di essere in attesa della decisione definitiva del giudice. «Vi ricordiamo che non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo il cui diritto a vivere con dignità, ricevere un’alimentazione adeguata e comunicare con la società civile e i volontari è garantito dal diritto internazionale e bulgaro». La rivendicazione assume un significato particolare alla luce delle procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 Come sottolinea il Collettivo Rotte Balcaniche, dal 12 giugno i richiedenti asilo sottoposti alle nuove procedure di frontiera (asylum border procedures) sono trattenuti a Pastrogor in condizioni che, secondo il Collettivo, costituiscono a tutti gli effetti una forma di detenzione. Il centro rappresenta quindi uno dei luoghi in cui osservare concretamente gli effetti delle nuove disposizioni europee sulle persone che chiedono protezione internazionale. Negli ultimi mesi, secondo il Collettivo, le persone recluse hanno organizzato scioperi della fame, proteste e tentativi di evasione. A queste forme di resistenza avrebbero fatto seguito pestaggi, distruzione dei telefoni, isolamento e restrizioni dei contatti con l’esterno. Il Collettivo mette in relazione questi episodi con le garanzie riconosciute dal diritto internazionale in materia di asilo e protezione dei rifugiati, sostenendo che l’attuazione del Patto in Bulgaria ne evidenzi le criticità. Nella parte conclusiva della lettera, i firmatari formulano tre richieste precise: un’indagine urgente sulle aggressioni del 26 luglio e del 25 settembre, l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti e una verifica delle condizioni di detenzione, con particolare attenzione all’alimentazione, alla disponibilità di vestiti e ai prodotti per l’igiene. Chiedono inoltre che venga revocato il divieto di visita e che tutte le persone recluse possano tornare a ricevere beni essenziali dalle persone solidali. «Chiediamo di essere trattati con dignità e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali», scrivono, sollecitando l’invio di una missione indipendente che verifichi quanto accade nel centro. Il Collettivo Rotte Balcaniche si unisce alle richieste dei richiedenti asilo e chiede un’indagine indipendente e la liberazione di tutte le persone recluse a Pastrogor. 1. Qui la scheda su Global Detention Project ↩︎ 2. Leggi la denuncia dei detenuti ↩︎
La Bulgaria approva nuove tutele contro le cause-bavaglio
La Bulgaria ha approvato una nuova legge per proteggere giornalisti, attivisti e altre persone impegnate nel dibattito pubblico dalle cause giudiziarie usate per intimidire o metterli sotto pressione economica. Le nuove regole permetteranno ai giudici di respingere più rapidamente le richieste manifestamente infondate e limiteranno il ricorso a misure cautelari, come il sequestro dei beni, quando una causa presenta caratteristiche abusive. Si tratta delle cosiddette SLAPP, acronimo inglese di Strategic Lawsuits Against Public Participation - in Italia spesso chiamate “cause-bavaglio”. In quest... Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati. Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo. Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra. ABBONATI / SOSTIENI L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso. Username Password Ricordami     Password dimenticata The post La Bulgaria approva nuove tutele contro le cause-bavaglio appeared first on L'INDIPENDENTE.
October 6, 2026
L'INDIPENDENTE
Resistenze, evasioni e riflessioni dai centri di detenzione in Bulgaria e in Grecia.
In questo episodio di Harraga, due compagne del collettivo Rotte Balcaniche ci hanno restituito aggiornamenti dal centro di screening/detenzione di Pastrogor, dove le proteste scoppiate quest’estate sono continuate con scioperi della fame, tentativi di suicidio e sempre più forte repressione della solidarietà da parte delle forze dell’ordine bulgare. I tentativi di isolare le persone detenute dallx solidali si è concretizzato in un divieto arbitrario di colloqui, reclusi messi in isolamento e solidali arrestatx e processatx. Se la repressione non fa altro che ribadire l’importanza dello stringere legami di solidarietà tra il dentro e il fuori, questi aggiornamenti ci hanno dato l’opportunità di riflettere sugli sviluppi dell’applicazione del nuovo Patto Europeo alle frontiere e nei centri aperti e chiusi. Dall’altra parte della frontiera, in Grecia, anche i campi di Synthiki e Fylakio hanno visto rivolte ed evasioni. Se vengono annunciati progetti di aprire nuovi centri di screening e di detenzione, in Bulgaria come in Italia, i respingimenti alle frontiere e in mare restano il principale strumento di controllo sulle persone in movimento, causando traversate e viaggi sempre più lunghi e pericolosi. I rimpatri volontari vengono imposti con la forza, per deportare più facilmente chi riesce ad entrare, con l’ausilio di organizzazioni internazionali e umanitarie quali l’OIM. I centri di screening e di accoglienza prendono le sembianze di centri di detenzione e determinano, de facto, la reclusione continua dall’ingresso in Europa alla deportazione. In questo quadro di criminalizzazione preventiva, intorno ai giovani uomini viene costruita la figura del nemico, esterno e interno: a farne le spese sono soprattutto i minorenni che vengono sempre meno tutelati e sempre più detenuti insieme agli adulti, qui come a Ceuta. Freedom – حرية – свобода!
October 5, 2026
Radio Blackout - Info
Bulgaria, centro di Pastrogor: fughe, tentati suicidi e repressione della solidarietà
Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni dopo un saluto davanti al centro di detenzione, una fuga di massa repressa con droni e cani, due minori che tentano il suicidio: nel giro di dieci giorni, nel centro riaperto con le regole basate sull’applicazione del Patto UE su migrazione e asilo, si è concentrata tutta la violenza del sistema di confinamento europeo.  Pastrogor si trova nel sud-est della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine turco, nell’area di Svilengrad. È qui che le autorità bulgare hanno riattivato un centro di detenzione per richiedenti asilo in vista dell’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, le cui procedure sono operative dallo scorso 12 giugno. Da allora, denuncia il Collettivo Rotte Balcaniche, decine di persone si trovano rinchiuse senza sapere perché e per quanto tempo rimarranno. Il gruppo solidale, presente da anni in Bulgaria con staffette di attivistə, ha raccolto diverse testimonianze dal centro e organizzato dei presidi, l’ultimo dei quali represso immediatamente dalle autorità. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 CINQUE ARRESTI PER UN SALUTO DI SOLIDARIETÀ La sera di sabato 29 agosto cinque membri del collettivo hanno portato un saluto di solidarietà all’esterno di Pastrogor. Hanno esposto uno striscione con la scritta in arabo “Non siete soli”, accanto agli slogan “Freedom for All” e “Smash the EU Pact”, gridando «Freedom, Hurrya, Azadi». Dall’interno alcuni reclusi hanno risposto sventolando in silenzio dei drappi bianchi dalle finestre sbarrate, altri urlavano «We want freedom». In meno di cinque minuti una quindicina di agenti li ha circondati e condotti dentro al centro, dove – raccontano lə attivistə – sono state perquisitə e private di alcuni effetti personali, per poi essere trasferitə alla stazione di polizia di Svilengrad e trattenute. «Dopo aver trascorso una notte in una cella sporca e priva di aria – senza mai avere la possibilità di chiamare il nostro avvocato, senza ricevere alcuna informazione legale e senza traduzioni dei documenti che ci chiedevano di firmare – la polizia ci ha detto che saremmo state portate in un “cocktail bar”», scrivono. Nella realtà si è trattato di una marcia per le vie della città con lə attivistə incatenatə fino al tribunale, «per un’udienza di cui non sapevamo nulla» e che sono riuscite a far rinviare in attesa del proprio legale. La domenica sera, allo scadere delle 24 ore, la procura ha convalidato la custodia per altre 72 ore: nuovo trasferimento, perquisizioni corporali, celle separate. «I materassi infestati dalle cimici dei letti, il cibo immangiabile, le celle piccole e sovraffollate, il divieto di uscire all’aria aperta, ma soprattutto il potere incontrollato e assoluto della polizia, ci hanno fatto provare, fortunatamente solo per poche ore, l’orrore insito in ogni galera», denunciano lə solidali. Solo il giorno seguente le persone del collettivo sono riuscite a ricevere la visita dell’avvocato di fiducia e nel pomeriggio, in tribunale, le testimonianze degli agenti sono crollate nelle loro stesse contraddizioni. È così che il gruppo di cinque attivistə è stato pienamente assolto dall’accusa di hooliganism, ossia “teppismo”. Nel frattempo, però, la loro auto è stata ritrovata con parabrezza e lunotto sfondati, gomme tagliate e targhe rubate. Le uniche persone a conoscenza della sua posizione, sottolineano lə attivistə, erano gli stessi agenti di Svilengrad a cui hanno poi dovuto rivolgersi per sporgere denuncia. «Non è la prima volta – ricordano – che la polizia distrugge le auto dei solidali». Il veicolo è tuttora trattenuto, privo di targhe. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche LA FUGA DELLE PERSONE MIGRANTI DAL CENTRO DETENTIVO REPRESSA CON DRONI E CANI Quel saluto era arrivato all’indomani di una fuga dal centro detentivo. Nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto, infatti, dodici persone detenute nell’ambito delle procedure del nuovo Patto UE avevano divelto le sbarre di una finestra ed erano fuggite dal centro. Sono state braccate dalla polizia con l’ausilio di droni e cani e riprese tutte, tra loro diversi minorenni. Il collettivo riferisce di pestaggi e di gravi lesioni: fratture ad arti, ferite alla testa, morsi di cane. Sabato 29 le persone fuggite sono state riportate a Pastrogor e rinchiuse in isolamento al piano terra, insieme a chi è considerato una minaccia per la sicurezza nazionale, e quasi tutti i telefoni sono stati distrutti o sequestrati. La punizione è stata collettiva: per tre giorni all’intero centro è stato negato l’accesso all’aria aperta e la corrente è stata interrotta. Una persona all’interno ha raccontato al Collettivo: «Sono in 12 e sono stati messi nel seminterrato, da soli, chiusi in stanze completamente isolate. Sono stati gravemente maltrattati e picchiati con dei bastoni, al punto che alcuni di loro hanno riportato delle fratture». Nei giorni successivi, prosegue il collettivo, alle persone riprese è stato imposto di scegliere tra la firma del rimpatrio “volontario” e il carcere a tempo indefinito, senza informazioni sulle accuse. Sotto questo ricatto, tutte hanno firmato. È la seconda fuga in meno di un mese da un centro riaperto proprio per l’attuazione del Patto. Solo pochi giorni prima, nel campo chiuso di Sintiki, al confine tra Grecia e Bulgaria, decine di persone avevano eluso la polizia e tagliato le recinzioni. DUE MINORI TENTANO IL SUICIDIO Andando ancora più indietro, si arriva all’episodio più grave, reso pubblico sempre dal Collettivo Rotte Balcaniche. Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 agosto, due ragazzi di diciassette anni detenuti a Pastrogor hanno tentato di togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per la pulizia e lamette da barba. Erano reclusi da settimane come richiedenti asilo, nonostante la minore età, dopo il trasferimento dal centro di Busmantsi a Sofia. Secondo la denuncia, dopo il gesto entrambi sono stati maltrattati sia dalla polizia sia dal personale medico: uno è rimasto in ospedale a Svilengrad solo poche ore, l’altro tre giorni privo di conoscenza, prima di essere riportato nello stesso centro. Per i solidali non si tratta di episodi isolati né di semplici «incidenti», ma dell’esito prevedibile delle politiche europee di confinamento. «Non possono essere considerati solo come tentati suicidi, ma come tentati omicidi da parte dello Stato», scrivono le attiviste, ricordando che «la storia delle prigioni ci insegna che il corpo è il campo di battaglia finale e che il più estremo atto di evasione è anche il più tragico». Anche in questo caso la solidarietà è stata ostacolata: lə attivistə recatisi in ospedale durante l’orario di visita si sono visti negare l’accesso ai due ragazzi senza spiegazioni. La polizia ha perquisito la loro auto e ha emesso divieti di ingresso all’ospedale e nel paese di Pastrogor per motivi di ordine pubblico, sequestrando alcuni beni. Il Collettivo denuncia inoltre trasferimenti punitivi per dividere le persone recluse, il peggioramento del cibo usato «come arma» e prolungamenti della detenzione fino a diciotto mesi nel pre-removal detention center di Lyubimets, l’altro centro detentivo presente nel sud-est della Bulgaria. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche «VOGLIAMO LA LIBERTÀ» I tre episodi vanno letti nel suo insieme e restituiscono la routine di un centro pensato per l’attuazione del Patto. Il Collettivo, nel raccontare la repressione subita, è consapevole della distanza tra ciò che ha subìto e la condizione quotidiana delle persone recluse, prive della protezione di un passaporto europeo. La repressione, osserva, misura quanto possa essere minaccioso per lo Stato un semplice gesto che rompe l’isolamento tra il dentro e il fuori. Da dopo la fuga, denunciano, le visite ai reclusi vengono ostacolate, il numero di telefono per i contatti con l’esterno è stato bloccato e ai detenuti sono negate l’ora d’aria e, in parte, l’elettricità. Il messaggio che arriva dall’interno non deve rimanere inascoltato: «Non vogliamo solo cibo migliore, vogliamo poter andare dove vogliamo. Non vogliamo solo centri più puliti e procedure più efficienti, vogliamo la libertà». -------------------------------------------------------------------------------- Per contribuire alle spese legali e alla riparazione dei danni all’auto, è possibile sostenere il Collettivo sul conto dell’Associazione Altromondo APS – IBAN IT19N0880760750000000876000 – BCC Veneta Credito Cooperativo.
«Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà»
Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman Al-Khalidi 1 è finalmente libero 2. A pochi giorni dalla sua liberazione, Abdul ha scritto una lettera per ringraziare le tante persone che in questi anni gli sono state accanto e raccontare le sue prime ore fuori dal centro di detenzione. Notizie/CPR, Hotspot, CPA ABDULRAHMAN AL-KHALIDI È LIBERO Era la notizia che avremmo sempre voluto darvi Redazione 21 Agosto 2026 Ma la libertà, scrive Abdulrahman, non è soltanto l’apertura della porta di un centro di detenzione. La sua procedura per il riconoscimento della protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. La sua battaglia, dunque, continua. Prima di tornare a parlare di tutto questo, però, Abdul si prende qualche giorno per riposare, ritrovare la vita quotidiana e scoprire cosa significa nuovamente poter scegliere. Pubblichiamo integralmente la sua lettera. LA LETTERA DI ABDULRAHMAN AL-KHALIDI Dopo quasi cinque anni di detenzione, finalmente posso rivolgermi a voi da fuori quelle mura. Ci sono molte cose che vorrei dire, ma prima ho voluto concedermi qualche giorno semplicemente per capire cosa significhi essere di nuovo fuori. Dalla mia liberazione, ho ricevuto più messaggi di quanti ne potessi rispondere tutti insieme, da persone che conosco e da molte che non ho mai incontrato. Li ho letti, li apprezzo e risponderò man mano che ritroverò la strada verso la vita quotidiana. Oggi posso aprire una porta e attraversarla di mia volontà. È stato strano uscire e vedere un mondo senza distanziamento sociale o mascherine, senza disinfettanti ovunque a causa del COVID-19, e in cui gli assembramenti negli spazi chiusi sono di nuovo normali. La detenzione sembra una brusca sospensione del tempo. Sono passato da un’epoca all’altra, privato della possibilità di vivere quegli anni, privato della possibilità di essere come tutti gli altri e di fare ciò che scelgo. La detenzione è stata una tappa del viaggio della vita. È stata come il Purgatorio di Dante, che conduce all’Inferno o al Paradiso. In quale dei due sono arrivato? Non lo so ancora. Ma la libertà non consiste semplicemente nell’aprire la porta di un centro di detenzione. La vera libertà è sapere di avere un luogo sicuro in cui costruire la propria vita, avere il controllo sulle proprie scelte fin nei minimi dettagli, poter stare vicino alle persone che si amano e poter esprimere le proprie opinioni senza paura. Sono stato liberato, ma la procedura relativa alla mia domanda di protezione internazionale è ancora in corso e l’ordine di espulsione rimane in vigore. Le autorità hanno imposto una misura alternativa alla detenzione, che mi obbliga a presentarmi periodicamente alla polizia in quanto ancora sottoposto a una procedura di espulsione. Ciò che cerco è semplice e non ne faccio mistero. Voglio vivere senza la paura di essere espulso verso un luogo in cui potrei essere perseguitato. Voglio uno status giuridico che mi permetta di andare avanti con la mia vita e con la mia famiglia. Questa è la fase successiva, e più importante, del mio caso, e continuerò a perseguirla attraverso le vie legali, come ho fatto durante tutti questi anni. Molte persone vedono il carcere come una perdita totale della propria vita. Ma durante quegli anni ho avuto modo di conoscere persone e di capire davvero che tipo di persone fossero: amici, avvocati, difensori dei diritti umani, giornalisti, accademici, organizzazioni, studenti universitari e delle scuole, lavoratori, persone che non avevo mai incontrato e persino persone all’interno del sistema e delle sue istituzioni. Ognuno, a modo proprio, ha scelto di non rimanere in silenzio. Ognuno si è rifiutato di permettere che l’apparato di sicurezza e amministrativo fosse utilizzato come strumento di oppressione contro un altro essere umano. Alcuni hanno portato il mio caso nei tribunali, nei parlamenti e sui media. Alcuni hanno aiutato in silenzio, da qualsiasi luogo si trovassero e con qualunque cosa potessero fare. E a volte è bastata una telefonata in una giornata difficile per permettermi di andare avanti. Ci sono nomi che posso fare pubblicamente e nomi che non posso fare. Ci sono persone le cui azioni a mio favore potrebbero non essere mai conosciute, e ce ne sono state altre che hanno lavorato silenziosamente dietro le quinte e la cui identità non conosco nemmeno io. Ma per quanto riguarda le persone che conosco, ricordo quei volti e porto con me un’immensa gratitudine nei loro confronti. Allo stesso tempo, so che la stanza che ho lasciato non è vuota. Altre persone sono ancora lì, senza un nome sui giornali e senza avvocati. Una detenzione di questo tipo non è più soltanto una misura amministrativa. È una politica e si sta espandendo in tutta Europa attraverso il linguaggio dei rimpatri e dell’ordine. Sì, la mia detenzione è terminata, ma il sistema che l’ha prodotta non è terminato. E la mia liberazione dalla detenzione non è la fine del mio caso. Ci sarà tempo, più avanti, per parlare di tutto questo in modo più approfondito. Per ora, voglio prendermi un momento per riposare e riscoprire come appare la vita dopo un vuoto di cinque anni. Voglio camminare per strada senza dover chiedere il permesso, sedermi con i miei amici senza che la visita finisca a un’ora prestabilita, vedere Sofia di sera e tornare nel luogo in cui vivo e aprire e chiudere la porta da solo. Voglio scoprire di più di questo Paese, della sua cultura e della sua storia. Voglio incontrare le persone anziane nei villaggi e ascoltare le loro storie, e conoscere le tradizioni culinarie locali e la cultura popolare. Nella speranza che tutti noi possiamo svegliarci davanti a un domani migliore. Grazie al mio caro amico Victor Lilov e ai miei straordinari avvocati Diana Radoslavova, Hristo Vasilev, Adela Kat, e a tutte le amiche, gli amici e i compagni. Con i miei migliori auguri, Abdulrahman Al-Khalidi Sofia, Bulgaria 26 agosto 2026 1. Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot ↩︎ 2. Abdulrahman Al-Khalidi è un giornalista, analista politico e attivista per i diritti umani saudita. Nel 2013 ha lasciato l’Arabia Saudita a causa della repressione subita per il suo impegno politico e, negli anni successivi, ha vissuto in diversi Paesi della regione. Nell’ottobre 2021, dopo essere entrato in Bulgaria dalla Turchia, ha presentato domanda di protezione internazionale. Da allora è stato detenuto per quasi cinque anni nei centri di detenzione amministrativa bulgari, senza essere mai stato condannato per un reato. Durante la detenzione ha continuato a denunciare la propria situazione e a scrivere, anche attraverso le pagine di Melting Pot, mentre una rete di avvocati, organizzazioni, attiviste e attivisti in Bulgaria e in Europa si mobilitava per la sua liberazione. Il 21 agosto 2026, dopo quasi cinque anni di detenzione, Abdulrahman è stato liberato. La sua procedura per la protezione internazionale è tuttavia ancora in corso e nei suoi confronti rimane in vigore un ordine di espulsione. ↩︎
Bulgaria, dopo cinque anni torna libero l’attivista saudita al-Khalidi
Il 21 agosto, dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria col costante pericolo di essere rimpatriato, il giornalista e attivista Abdulrahman al-Khalidi ha potuto lasciare il centro chiuso per migranti irregolari di Lyubimets. Al-Khalidi rischiava di essere rimandato nel suo Paese, l’Arabia Saudita, che era stato costretto a lasciare a causa delle sue attività in favore dei prigionieri politici e per aver chiesto riforme democratiche. Fuggito dal Golfo nel 2013, dall’esilio aveva proseguito a denunciare le violazioni dei diritti umani anche attraverso la collaborazione a portali d’informazione. Aveva preso poi parte al movimento delle “api elettroniche”, un gruppo di attivisti informatici promosso dall’esilio dal giornalista Jamal Khashoggi – assassinato in Turchia nel 2018 – per contrastare la propaganda online del governo saudita. Dopo l’arresto, eseguito nell’ottobre 2021 dalle autorità bulgare a cui aveva chiesto protezione internazionale, Melting Pot Europa e il Collettivo Rotte Balcaniche avevano lanciato la campagna Free Abdulrahman. Il suo caso era stato segnalato anche da FrontLine Defenders e Amnesty International ed era stato oggetto di interventi da parte della Corte Europea dei Diritti Umani.   Riccardo Noury
August 23, 2026
Pressenza
Abdulrahman Al-Khalidi è libero
Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Oggi, 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 1, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎