La Germania nel vortice bellicista: la bella gioventù dice signornò
di Paola Giaculli,
Transform!Italia, 13 maggio 2026.
C’è molto da imparare da questi giovanissimi studenti e studentesse che
scioperano e sfilano per le strade della Germania contro la reintroduzione della
leva. Loro sì che sanno da che parte stare. “Mai più guerra – mai più fascismo!”
si legge sullo striscione di apertura della loro manifestazione dell’8 maggio,
anniversario della sconfitta del nazifascismo di 81 anni fa. Pare una risposta
adeguata allo scarno post del cancelliere Merz secondo il quale “l’8 maggio 1945
portò liberazione”. Non è dato sapere da cosa, né ad opera di chi, come se il
lieto evento lo avesse recato in dono la cicogna. Non è un caso se queste
ragazze e ragazzi, che scandiscono in piazza “I giovani vogliono un futuro, i
ricchi vogliono la guerra!”, hanno scelto questa data per il loro, ancora una
volta riuscito, terzo sciopero delle scuole (tutte quelle che precedono il grado
superiore/universitario), dalla primaria in poi (tanto che si vedono in piazza
anche piccolissimi accompagnati dai genitori), dopo quelli del 5 dicembre 2025 e
del 5 marzo scorso.
Quella di Berlino è la manifestazione più consistente, con la presenza di 10.000
persone, in tutto il territorio nazionale si parla di 45.000, mentre le scorse
volte ci si era attestati sui 50-55.000. I ragazzi e le ragazze lamentano le
resistenze e le difficoltà, le incomprensioni di parte delle famiglie, delle
direzioni scolastiche, che talvolta invocano l’intervento delle forze
dell’ordine per riportare in classe gli studenti che vogliono scioperare, come
purtroppo succede. È chiaro che la ribellione di questa gioventù, nel clima di
assoluto bellicismo e di propaganda a tutti i livelli del governo Merz, col suo
ministro della difesa Boris Pistorius (Spd) e della Bundeswehr, l’esercito
tedesco, che vuole essere onnipresente nelle scuole per invogliare i giovani ad
arruolarsi, non può che rappresentare un ostacolo alla formazione dell’“esercito
convenzionale più potente d’Europa”. Si ricorderà in proposito l’obiettivo di
Pistorius già nel 2024, da ministro dell’allora governo Scholz, di rendere la
Germania kriegstüchtig, ovvero “abile” o “idonea” alla guerra.
Ciononostante gli studenti sono riusciti a costruire autonomamente, senza alcun
ausilio di grandi forze politiche, sindacali o associazioni, grazie a social
media come Instagram e TikTok, una rete decentrata e diffusa sul territorio con
la costituzione di comitati organizzativi locali completamente autogestita.
Sì, c’è molto da imparare da questa gioventù che dimostra una maturità e una
chiarezza di rivendicazioni politiche che spesso mancano anche a partiti
politici di sinistra. Il sindacato sembra credere alla riconversione militare
per salvare l’industria metalmeccanica e automotive in declino con decine di
migliaia di posti di lavoro che si perdono ogni mese. La Linke, un po’ al traino
dei sindacati, un po’ per scarsa capacità di analisi e un po’ per evitare
spaccature interne, sembra temporeggiare quando invece il mondo brucia e di
tempo da perdere non ce n’è.
“Non siamo amici di Putin” dice un ragazzo al microfono da un camion del corteo,
“ma non siamo disposti a combattere le guerre del capitale e dell’imperialismo
occidentale”. Si denunciano il sottofinanziamento all’istruzione, “tanto più si
spende per le armi, meno ce n’è per la scuola, la cultura, la sanità, per il
nostro futuro”, e la militarizzazione che fa delle città, dei quartieri
residenziali, bersagli nella guerra che si sta preparando, come a Berlino, con
la conversione di uno stabilimento di componenti per auto alla produzione di
munizioni di Rheinmetall nel quartiere popolare e dalla storia di resistenza
operaia di Wedding. La ragazza portavoce dell’Alleanza di Berlino contro la
produzione di armi (Berliner Bündnis gegen Waffenproduktion) evidenzia come “la
militarizzazione della società comporti anche la repressione interna delle
proteste di solidarietà con la Palestina”.
Alla manifestazione che sfila nell’arteria centrale di Berlino che dalla Porta
di Brandeburgo attraversa il parco del Tiergarten danno il loro sostegno anche
le associazioni di “Genitori contro l’obbligo di leva”, e isolatamente alcuni
affiliati al sindacato insegnanti Gew, i quali però precisano di partecipare a
titolo personale (anche se con bandiera del sindacato). Infatti, lamenta una
mamma che accompagna i suoi due piccoli di 7 e 4 anni, “sarebbe tutta un’altra
situazione se allo sciopero aderisse il corpo insegnante”.
E invece ci sono scuole che sono più che disposte ad aprire le porte ai
rappresentanti delle forze armate a tutti i livelli che vogliono convincere
della minaccia del “nemico” russo e preparare i ragazzi e le ragazze alla guerra
per difendere “la libertà e la nostra democrazia”. Comunque con scarsi
risultati, come dimostrano i sondaggi dei mesi scorsi, secondo cui meno di un
terzo sarebbe allettato dalla prospettiva di arruolarsi. Tra l’altro il 28% dei
maschi diciottenni non ha risposto – nonostante la sanzione amministrativa pari
a 250 euro – al modulo con obbligo di risposta introdotto all’inizio di
quest’anno dalla “legge di modernizzazione della leva” per sondare la
“volontarietà” cioè la predisposizione a fare il servizio militare. La legge
millanta di non costringere nessuno (per le ragazze è facoltativo anche
rispondere al modulo), ma i giovani non cadono in questa trappola, perché è
evidente, come anche predisposto dalla legge, che se non si raggiungono le
260.000 unità (dalle 186.000 attuali) entro il 2029, obiettivo poco realistico
vista la loro riluttanza, scatta “un obbligo di necessità”, poiché viene dato
per scontato che sia “necessario” difendersi dall’ormai di nuovo dichiarato
nemico russo.
Le giovani generazioni sembrano le uniche a opporsi energicamente a questa
follia che vorrebbe trovare, nella narrazione del governo federale e delle
élites europee, una fondatezza costruita sulla minaccia russa, che in Germania
assume il carattere piuttosto inquietante del déjà vu, con il sentore delle
esperienze sciagurate del XX secolo, e vede un riarmo senza precedenti, per 500
miliardi da qui al 2029 pari al 3,5% del PIL. A questo si accompagna una
delirante “strategia militare” (in tre fasi da qui al 2039), la prima di questo
genere dalla fine della seconda guerra mondiale, in cui si agita il “nemico
russo”. Vale la pena di studiarsi il testo, sul sito del ministero della Difesa
disponibile anche in francese e in inglese
(https://www.bmvg.de/resource/blob/6093998/678875025812878cfa657f9801f62ffc/dl-gesamtkonzeption-der-verteidigung-eng-data.pdf.)
per comprendere come la Germania, con l’esercito più forte d’Europa, intenda
guidare la NATO (un ruolo certificato anche dal suo segretario generale Mark
Rutte) per portarla allo scontro con la Russia, nella fattispecie entro il 2029,
anno in cui si prevede che questa attacchi l’Europa. Duole constatare che anche
la Linke, almeno nel comunicato del suo deputato portavoce per le politiche
della difesa al Bundestag, Ulrich Thoden (il Partito in quanto tale non si è
pronunciato in proposito) sposi la tesi della necessità del piano strategico di
fronte alla “reale minaccia della politica di aggressione della Russia”, anche
se critica il militarismo con cui la Germania intende proporsi come guida della
NATO per diventare “grande potenza militare”. Sembra invece chiaro che una
strategia militare di quella portata (e con questo riarmo) non può che portare a
un militarismo forsennato (riaccendendo antiche ambizioni) e alla
militarizzazione della società nel suo complesso. Quindi da una parte si cerca
di mettere la popolazione letteralmente in riga convincendola della legittimità
del riarmo e della leva per difendersi dalla Russia, dall’altra la Germania sta
costruendo quella che sembra a tutti gli effetti una struttura militare
integrata e di tipo strategico che negli scorsi mesi e settimane si è
concretizzata in accordi con paesi, come l’Ucraina e Israele, che, per il
perdurare dei conflitti in cui sono coinvolti, possono “vantare” una “preziosa
esperienza acquisita sul campo”, da cui la Germania intende “imparare”. Con un
linguaggio dal cinismo sconcertante (armi “testate sul campo” è un’espressione
molto gettonata per dimostrare innovazione e affidabilità degli strumenti di
morte), senza quasi alcun cenno e pietà per le vittime e le devastazioni che
rendono “preziosa” l’expertise bellica, vengono siglate cooperazioni e joint
ventures per la produzione di armi in Ucraina e in Germania. In particolare, da
mettere in evidenza è la compenetrazione tra apparato produttivo tedesco e
Israele: gruppi come la Rafael, azienda di stato, già presente in Germania con
le tre affiliate DND, Eurospike e Eurotrophy, e di cui pare certa l’acquisizione
dello stabilimento della Volkswagen di Osnabrück, da cui invece che auto
dovrebbero uscire mezzi di supporto per il sistema Iron Dome, che Israele vuole
vendere in Europa a partire dalla Germania. In gennaio si erano conclusi accordi
con Israele su cybersecurity e sistemi di sorveglianza, in febbraio quello con
l’esercito dell’IDF (sic). Sia questo che l’esercito ucraino daranno il loro
contributo a creare le forze armate più potenti d’Europa addestrando i colleghi
tedeschi “all’arte di condurre la guerra di tipo nuovo”, ossia avvalendosi della
digitalizzazione di droni e altri nuovi prodotti altamente tecnologizzati. “Ne
abbiamo di buoni”, afferma il ministro degli esteri israeliano Gideon Saar in
visita a Berlino accanto al suo omologo tedesco Johann Wadephul, commosso che
sia “il paese delle vittime della Shoa” a garantire, con la super-commessa dei
missili Arrow 3 “la sicurezza della Germania”. Ormai si è perso il senso della
misura e della decenza, senza la minima preoccupazione di rendersi complici di
uno stato responsabile tramite le sue forze armate del genocidio in Palestina e
di aggressione nei confronti di altri popoli su cui vengono testati i suoi
“buoni prodotti”, e quindi di rendersi corresponsabili delle sue nefandezze.
Anche la memoria fa cilecca se invece di non curarsi dei tabù che questo paese
infrange a più non posso, ne costruisce uno intorno alla Russia.
Anche quest’anno alle commemorazioni davanti ai monumenti dei caduti sovietici
nella “Battaglia di Berlino” (ben 80.000!), dal 16 aprile al 2 maggio 1945
sacrificatisi per liberare la città e la Germania dal nazifascismo, sono stati
vietati simboli e bandiere russe e anche rosse (ammesse quelle ucraine, di
solito in segno di protesta), ma anche simboli sovietici che ricordano la
sconfitta del nazifascismo con la capitolazione tedesca dell’8 maggio e la
vittoria sovietica del 9 maggio. Vietate addirittura anche le canzoni sovietiche
o russe con cui le famiglie celebravano solitamente con picnic e musica la
ricorrenza portando sul luogo della commemorazione (per esempio il grande
monumento sovietico nel parco Treptower Park a Berlino, ultima dimora di 7.000
soldati) le foto dei loro congiunti caduti sul fronte di Berlino, neanche queste
ammesse. Si profila un ritorno pesante di un anticomunismo, forse mai sopito,
nella forma di un revisionismo storico molto in voga nell’Europa nordorientale.
In tutto ciò stupisce il pressoché totale silenzio del mondo dell’informazione
d’oltralpe, in particolar modo italiano, che non riferisce su questi incresciosi
sviluppi collegati al gigantesco riarmo, a partire dalla strategia militare, dal
ruolo da questa sancito di grande potenza militare e guida della NATO, per una
guerra contro la Russia – tutto espressamente dichiarato nel testo e da generali
e ministro – e dalle implicazioni consistenti per economia (riconversione dal
civile al militare), militarizzazione della società, con l’incremento dei
riservisti (“cerniera tra civile e militare”) dagli attuali 70.000 a 200.000,
facenti parte a tutti gli effetti del futuro esercito per un totale di 460.000
unità e quindi a partire da informazione, scuola, infrastrutture civili da
attrezzarsi in funzione dell’emergenza di guerra. Questa l’unica dimensione che
oramai sembra possibile in questo paese, attanagliato da una lunga recessione,
che sembra votato, in una rinnovata hybris, a trascinare tutta l’Europa in un
abisso.
Paola Giaculli
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