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Da Sde Teiman è venuta alla luce la verità sul sistema israeliano di giustizia militare
di Michael Sfard,    +972 Magazine, 21 marzo 2026.   Ritirando tutte le accuse contro i soldati ripresi mentre maltrattavano un detenuto palestinese, Israele ha abbandonato tutta la farsa della responsabilità. I soldati israeliani accusati di aver maltrattato un detenuto palestinese nel centro di detenzione di Sde Teiman e i loro avvocati parlano alla stampa in seguito alle dimissioni della Procuratrice Generale Militare, Magg. Gen. Yifat Tomer-Yerushalmi, dopo che il filmato dell’incidente è trapelato alla stampa. All’esterno della Corte Suprema a Gerusalemme, il 2 novembre 2025. (Yonatan Sindel/Flash90) Il famoso astrofisico Stephen Hawking scoprì che un buco nero, l’oggetto celeste che inghiotte tutto ciò che lo circonda e dal quale, apparentemente, nulla di ciò che vi entra riesce mai a sfuggire, emette tuttavia un certo livello di radiazione elettromagnetica. Come è consuetudine nelle scienze esatte, il fenomeno prese il nome dallo scienziato che lo scoprì; in questo caso, la «radiazione di Hawking». Sde Teiman, la base militare israeliana trasformata in centro di detenzione per palestinesi, che comprende un complesso ospedaliero per i prigionieri, ha funzionato sin dall’inizio della devastante guerra di Israele contro Gaza come un buco nero morale. Ogni traccia di umanità — che si tratti dei principi morali più elementari, dell’etica medica o di qualche residuo di vergogna in Israele — è stata risucchiata al suo interno ed è completamente scomparsa. Secondo le testimonianze di ex detenuti e le indagini condotte da giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, noi israeliani abbiamo fatto soffrire la fame, torturato e umiliato i prigionieri palestinesi in quel luogo, fornendo al contempo ai feriti e ai malati cure mediche vergognose che, in diverse occasioni, hanno portato ad amputazioni che sarebbero state evitabili se l’assistenza fosse stata adeguata. Tutti i valori sono stati risucchiati all’interno del buco nero morale che è il campo di Sde Teiman. Non si è davvero salvato nessun valore? Ebbene, a quanto pare anche Sde Teiman emette una propria radiazione di Hawking. Ma proprio come ciò che è scomparso a Sde Teiman, anche la radiazione da esso emessa non è di natura elettromagnetica, bensì etica: Sde Teiman ha diffuso la verità sulla natura, sul funzionamento e sulla missione degli organi delle forze dell’ordine incaricati di gestire le accuse di violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei confronti dei palestinesi. La scorsa settimana, il massimo rappresentante legale delle forze armate israeliane ha ritirato tutte le accuse contro cinque soldati della «Force 100», accusati di aver picchiato un detenuto palestinese e di avergli lacerato il retto pugnalandolo con un oggetto appuntito — un atto che è stato parzialmente ripreso dalle telecamere a circuito chiuso in un filmato poi trapelato. Così facendo, ha smascherato una volta per tutte la grande menzogna israeliana sull’esistenza di un sistema investigativo e giudiziario professionale e indipendente che miri concretamente a chiamare a rispondere delle proprie azioni i soldati disonesti. Tre degli imputati nel caso di abusi di Sde Teiman durante un’udienza per stabilire chi avrà l’autorità sull’indagine relativa alla fuga di notizie, presso la Corte Suprema di Gerusalemme, l’11 novembre 2025. (Yonatan SIndel/Flash90) L’archiviazione del caso e l’annullamento dell’atto d’accusa che attribuiva agli imputati terribili abusi fisici nei confronti di un detenuto indifeso hanno liberato la verità dalle catene di menzogne in cui era stata imprigionata dall’apparato israeliano di hasbara. (Per inciso, questo è l’uso corretto della radice ebraica ḥ-l-tz, “estrarre” — non l’israeliano rimasto bloccato a Londra e riuscito a trovare un volo di ritorno verso la terra delle guerre, dell’apartheid e di un governo kahanista, ma una terribile verità imprigionata all’inferno e riportata alla luce. [si allude qui al generale israeliano Doron Almog che nel settembre2025 sarebbe stato arrestato al suo arrivo a Londra se non fosse riuscito a rimanere sull’aereo e a ritornare in Israele col volo di ritorno]) La verità è che in Israele non è mai esistito, o almeno non da diversi decenni, un sistema di applicazione della legge che si impegni sinceramente a chiamare i soldati a rispondere delle loro azioni quando uccidono, umiliano o maltrattano i palestinesi. La verità è che ciò che esiste è un sistema che di fatto garantisce l’immunità ai soldati quando le loro vittime sono palestinesi, e che addirittura persegue tale risultato. E la verità è che i rari casi di condanna che il sistema produce hanno lo scopo di nascondere questa realtà e respingere l’accusa secondo cui in Israele non vi è alcuna punizione per chi fa del male ai palestinesi. In altre parole, i sistemi di applicazione della legge in ambito militare hanno da tempo cercato di operare senza applicare effettivamente la legge, pur dando l’impressione di adempiere al proprio scopo, sacrificando alcuni casi, solitamente di minore entità, in cui sono state presentate delle accuse. Tali accuse non sono mai state intese come un’applicazione effettiva della legge, ma piuttosto come una rappresentazione simbolica di tale applicazione: un’eccezione volta a nascondere la regola. Secondo i dati ottenuti tramite richieste di accesso alle informazioni rivolte all’esercito dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din (per la quale ricopro il ruolo di consulente legale), tra il 2016 e il 2024 sono state segnalate alle autorità militari competenti 2.427 denunce relative a violenze commesse da soldati nei confronti di palestinesi nella Cisgiordania occupata. L’esercito ha avviato indagini solo su 552 di questi casi (il 22,7% delle denunce) e solo 23 hanno portato a rinvii a giudizio (lo 0,9%). Nella Striscia di Gaza la situazione non è molto migliore: oltre 1.500 denunce relative alla condotta dei soldati dall’ottobre 2023 hanno portato finora a sole due incriminazioni. È in questo contesto che va interpretata la decisione del Procuratore Generale Militare Itay Offir di archiviare il caso di abusi a Sde Teiman: non come l’ultimo chiodo nella bara della finta applicazione della legge, ma piuttosto come l’abbandono di tutta questa farsa. Prigionieri palestinesi provenienti da Gaza in un cortile di una prigione nel sud di Israele, 14 febbraio 2024. (Chaim Goldberg/Flash90) Un nemico in casa Lo stesso vale per le motivazioni addotte per l’archiviazione del caso, che dal punto di vista giuridico non reggono. Offir ha spiegato che, poiché il detenuto vittima di abusi era stato rilasciato e rimpatriato a Gaza, il testimone principale era andato perso. Tuttavia, la sua decisione non contiene alcun riferimento al fatto che l’ex detenuto sia stato contattato o meno per chiedergli se fosse disposto a entrare in Israele per testimoniare contro i sospettati di averlo maltrattato. Offir ha inoltre affermato che, poiché la sua predecessora, Yifat Tomer-Yerushalmi, e il suo staff avevano violato la legge divulgando il video ai media e ostacolando le indagini su tale fuga di notizie, l’equità del processo e il senso di giustizia erano stati compromessi. In qualità di ex avvocato penalista, faccio fatica a comprendere in che modo questa condotta scorretta possa alterare il quadro probatorio a carico degli imputati o la capacità di un tribunale militare di giudicare il caso senza pregiudizi. Nel bene o nel male, la fuga di notizie e il tentativo di insabbiamento non hanno modificato la credibilità né il valore probatorio delle prove del caso: il video, le perizie mediche sulle condizioni del detenuto o le testimonianze del detenuto e degli indagati. Infine, il Procuratore Generale Militare ha osservato che l’indagine sulla fuga di notizie e la conseguente ostruzione delle indagini potrebbero causare notevoli ritardi nello svolgimento del procedimento a carico degli imputati. Ciò può essere vero e potrebbe effettivamente comportare un ritardo problematico nell’amministrazione della giustizia, ma non è il primo caso giudiziario in Israele a protrarsi a lungo, e non ho mai sentito parlare di rinvii a giudizio in gravi procedimenti penali annullati semplicemente perché i procedimenti si trascinano. La verità è che la ragione per cui si sta abbandonando la facciata dell’applicazione della legge non risiede nelle difficoltà probatorie o nel pregiudizio sulla correttezza procedurale, bensì in un cambiamento nella costellazione delle pressioni esercitate sul sistema giuridico israeliano nel suo complesso. L’allora Procuratrice Generale Militare Yifat Tomer-Yerushalmi partecipa a una cerimonia in onore del giudice uscente della Corte Suprema Yosef Elron, a Gerusalemme. 18 settembre 2025. (Yonatan Sindel/Flash90) Dieci anni fa, la preoccupazione principale del Procuratore Generale Militare e del Procuratore Generale era il danno all’immagine di Israele agli occhi della comunità internazionale — qualcosa che avrebbe potuto portare a pressioni internazionali e persino a procedimenti legali dinanzi ai tribunali internazionali. Questo era il motore che determinava la necessità di rinvii a giudizio sacrificali. Oggi, tuttavia, l’ostilità della destra israeliana nei confronti del sistema giudiziario nazionale e l’uso di rari casi di applicazione della legge — come quello di Elor Azaria, un soldato israeliano ripreso a Hebron mentre giustiziava un palestinese che giaceva ferito a terra dopo aver accoltellato un altro soldato — per fomentare l’ostilità nei suoi confronti, hanno convinto il Procuratore Generale e il Procuratore Generale Militare ad abbandonare persino l’apparenza di un’applicazione della legge. Un tempo temevano il mondo; oggi temono la leadership israeliana e l’ira di politici prepotenti — come quelli che hanno fatto irruzione a Sde Teiman per impedire l’arresto dei sospetti — e si allineano a loro. Con la chiusura del caso Sde Teiman, per quanto mi risulta, rimangono solo due casi in cui sono state formulate accuse contro soldati in relazione a fatti legati alla guerra di Gaza. Uno riguarda un soldato sfortunato, che ha rubato del denaro da un’abitazione palestinese (un evento di routine in questa guerra) e, quando ha cercato di depositarlo in Israele, si è scoperto che parte di esso era contraffatto. Il secondo riguarda un riservista che ha anche aggredito dei detenuti a Sde Teiman, ma che ha stupidamente firmato un patteggiamento; col senno di poi, meriterebbe il Premio Israele per essere un uomo più sincero degli altri. La verità, nuda e cruda, è venuta alla luce da Sde Teiman. Per anni è stata tenuta imprigionata e messa a tacere dai suoi guardiani: il portavoce dell’IDF, l’apparato di hasbara del governo e il sistema giudiziario israeliano. Ma l’hanno liberata dalle sue catene non appena è diventato chiaro che tenerla imprigionata stava creando un nemico interno che sfruttava la loro stessa menzogna per fini politici. In collaborazione con LOCAL CALL Michael Sfard è un avvocato specializzato in legge dei diritti umani e diritto internazionale umanitario, nonché autore di «The Wall and The Gate: Israel, Palestine and the Legal Battle for Human Rights». https://www.972mag.com/sde-teiman-israel-military-justice-system/?utm_source=972+Magazine+Newsletter&utm_campaign=79b486ce10-EMAIL_CAMPAIGN_9_12_2022_11_20_COPY_01&utm_medium=email&utm_term=0_f1fe821d25-79b486ce10-318855705 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 23, 2026
Assopace Palestina
Gli agenti israeliani che hanno ucciso una famiglia palestinese in Cisgiordania non saranno interrogati, secondo alcune fonti
di Josh Breiner,  Haaretz, 22 marzo 2026.   Secondo alcune fonti, ci sarebbero prove secondo cui gli agenti che hanno ucciso la famiglia Bani Odeh ritenevano che l’auto della famiglia stesse per attaccarli e hanno aperto il fuoco temendo per la propria vita. I residenti hanno riferito che gli agenti erano entrati in incognito nel villaggio, guidando un’auto con targa palestinese. Khaled e Mustafa Bani Odeh, gli unici due membri della loro famiglia sopravvissuti alla sparatoria mortale in Cisgiordania, in una foto scattata la scorsa settimana. Alex Levak Una settimana dopo che agenti sotto copertura della Polizia di Frontiera israeliana hanno ucciso quattro membri della famiglia palestinese Bani Odeh – un padre, una madre e due dei loro figli – nel villaggio cisgiordano di Tammun, l’unità del Ministero della Giustizia che indaga sui casi di cattiva condotta della polizia non ha ancora convocato gli agenti per un interrogatorio. Secondo fonti vicine alle indagini, sebbene l’inchiesta sia stata avviata immediatamente dopo l’incidente, l’unità ha deciso, per ora, di non interrogare gli agenti coinvolti nella sparatoria. Le fonti hanno affermato che le prove raccolte finora avvalorano la versione degli agenti, come riportato nei loro rapporti operativi, secondo cui ritenevano imminente un attacco con un veicolo e hanno aperto il fuoco temendo per la propria vita. “Si tratta di un incidente operativo estremamente complesso; nessuno dei membri della polizia ha sparato con l’intento di uccidere”, ha detto una fonte. La decisione di non interrogare gli agenti ha suscitato critiche da parte di figure di spicco del sistema israeliano di applicazione della legge. Secondo loro, anche se la sparatoria fosse giustificata, una tale conclusone non può essere presa senza interrogare le persone coinvolte – soprattutto dato che le vittime erano civili. “Si tratta di un caso in cui le persone coinvolte devono essere interrogate il più rapidamente possibile, per fissare la loro versione dei fatti e impedire qualsiasi ostruzione alle indagini”, ha affermato un alto funzionario. “Indagare su un incidente come questo dopo una settimana permette alle persone coinvolte di coordinare le testimonianze tra loro e all’interno dell’intera unità”, ha aggiunto. La famiglia Bani Odeh all’inizio di questo mese. Mohamad Torokman/Reuters A novembre, è stato documentato che agenti della stessa unità hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco, nella città cisgiordana di Jenin, due palestinesi dopo che si erano arresi. Le immagini mostrano i due uscire da una casa nel quartiere di Jabal Abu Dhiya con le mani alzate. Dopo che gli agenti li hanno fermati e hanno ordinato loro di sdraiarsi a terra all’ingresso dell’edificio, hanno sparato a distanza ravvicinata. Il giorno seguente, il ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben-Gvir ha annunciato che avrebbe promosso il comandante dell’unità. A differenza del caso attuale, in quell’incidente di novembre gli agenti sono stati convocati per essere interrogati lo stesso giorno della sparatoria. I quattro membri della famiglia uccisi a Tammun erano Ali Khaled Sa’il Bani Odeh, 37 anni; Waad Othman Akel Bani Odeh, 35 anni; Othman Ali Khaled Bani Odeh, 7 anni; e Mohammed Ali Khaled Bani Odeh, 5 anni. Altri due bambini – Mustafa, 8 anni, e Khaled, 11 anni – sono rimasti leggermente feriti. Khaled, il figlio maggiore sopravvissuto, ha raccontato che i sei familiari erano seduti in auto quando sono stati colpiti. Secondo lui, i suoi due fratelli sono morti sul colpo, mentre i genitori sono deceduti poco dopo. Ha aggiunto che, dopo la sparatoria, un soldato lo ha tirato fuori dal veicolo. “Ha detto: ‘Abbiamo ucciso dei cani’, mi ha tirato fuori dall’auto e mi ha picchiato”, ha raccontato. I residenti del villaggio palestinese hanno detto che un’unità speciale israeliana è entrata in città usando veicoli con targa palestinese, seguita da ulteriori rinforzi dell’IDF. Secondo i residenti, la famiglia stava tornando da Nablus dopo aver fatto acquisti per l’Eid al-Fitr quando una forza israeliana è apparsa davanti alla loro auto e ha cominciato a sparare. L’IDF e la polizia israeliana hanno affermato che il veicolo aveva accelerato verso i militari, che si sono sentiti minacciati e hanno aperto il fuoco. Un parente delle vittime, Magdi Bani Odeh, ha dichiarato a Haaretz che la versione dell’IDF è del tutto infondata. “Un padre, una madre e quattro bambini: verso chi avrebbero potuto accelerare? E in ogni caso, si trattava di un’unità in borghese con targhe palestinesi. Si tratta di un omicidio a sangue freddo”, ha affermato. https://www.haaretz.com/west-bank/2026-03-22/ty-article/.premium/sources-officers-who-killed-west-bank-palestinian-family-wont-be-questioned/0000019d-1527-d82a-addd-5577364b0000? utm_source=App_Share&utm_medium=iOS_Native Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 22, 2026
Assopace Palestina
Depositata in Cassazione la proposta di legge per la “Difesa civile, non armata e nonviolenta”. Parte ora la nuova raccolta firme
di Rete Italiana Pace e Disarmo,  20 marzo 2026.   La campagna “Un’altra difesa è possibile” rilancia la proposta di iniziativa popolare per istituire il “Dipartimento della Difesa Civile, non armata e nonviolenta” presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il 16 marzo a Roma, una delegazione delle tre Reti promotrici della campagna “Un’altra difesa è possibile” (CNESC – Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci!) ha depositato presso la Corte di Cassazione il testo della proposta di legge di iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”. All’atto del deposito hanno preso parte rappresentanti di numerose associazioni e organizzazioni aderenti alle tre Reti promotrici, a testimonianza della vitalità e della profondità del movimento civile che sostiene questa iniziativa. Un percorso lungo e tenace Nel luglio 2014 venne depositato per la prima volta in Cassazione il testo della proposta, ora aggiornata, e nel maggio 2015, dopo sei mesi di raccolta in tutta Italia, vennero consegnate alla Camera dei Deputati oltre 53.000 firme. Nel luglio 2017 poi la proposta venne incardinata e calendarizzata in sede di discussione congiunta delle Commissioni Affari Costituzionali e Difesa della Camera (risultato definibile come storico) ma senza mai giungere all’approvazione definitiva. La Campagna non si è mai fermata: petizioni al Parlamento, incontri istituzionali, mobilitazioni territoriali hanno tenuto viva l’istanza fino ad oggi. Il testo di Legge depositato il 16 marzo ne preserva l’impianto originario, aggiornandolo al mutato contesto normativo e internazionale. Cosa prevede la proposta La proposta istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri un “Dipartimento dedicato alla difesa civile, non armata e nonviolenta”, riconosciuta quale componente a pieno titolo del sistema nazionale di difesa e di sicurezza della Repubblica, in attuazione degli Articoli 2, 11 e 52 della Costituzione e nel solco della sentenza della Corte Costituzionale n. 164 del 1985 che ha riconosciuto l’esistenza di forme “civili” di difesa della Patria. Il Dipartimento andrebbe a coordinare i Corpi Civili di Pace, un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, operando in sinergia con il sistema di protezione civile e il Servizio Civile universale. Nel quadro della proposta formulata dalle organizzazioni della società civile, il finanziamento del Dipartimento sarà garantito da un Fondo nazionale alimentato dalla Legge di Bilancio e da uno strumento fiscale innovativo e di grande valore simbolico: la facoltà, per ogni contribuente, di destinare il 6 per mille della propria IRPEF al Fondo stesso, senza alcun onere aggiuntivo. Si tratta di una vera e propria opzione fiscale tra due modelli di difesa. In piena analogia con chi in passato, chiamato al servizio militare, aveva potuto scegliere di non imbracciare un’arma grazie all’obiezione di coscienza, se la Legge verrà approvata ciascun cittadino e ciascuna cittadina potrà scegliere anche dove indirizzare la propria quota di spesa pubblica per la sicurezza. Verso la difesa militare o verso quella civile e nonviolenta. Una risposta civile alla corsa al riarmo Il deposito della proposta avviene in un momento in cui il dibattito pubblico europeo e italiano sembra aver ceduto definitivamente a una logica pericolosa e fallace: quella secondo cui la sicurezza si garantisce con più armi, più spesa militare, più deterrenza. La Campagna “Un’altra difesa è possibile” ribadisce con chiarezza una prospettiva opposta: la sicurezza reale si costruisce con la prevenzione dei conflitti, la mediazione, l’educazione alla pace, la coesione sociale e la cooperazione internazionale. Questa proposta è figlia diretta della Campagna lanciata nel 2014, ma affonda le radici ben più in profondità: è l’erede di decenni di azioni per l’obiezione di coscienza al servizio militare e delle lotte di quanti hanno pagato di persona il rifiuto delle armi, aprendo la strada al riconoscimento giuridico dell’obiezione e poi del Servizio Civile. Quella stessa tradizione di resistenza nonviolenta chiede oggi di compiere un passo ulteriore: non limitarsi a obiettare individualmente, ma dotare la Repubblica di una struttura pubblica, stabile e finanziata, capace di praticare e promuovere la difesa della Patria con strumenti civili e non armati. QUI i dettagli sulla struttura e le funzioni del Dipartimento proposto Ora servono almeno 50.000 firme A seguito del deposito del Testo di Legge di iniziativa popolare, e dopo la prevista pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ha preso ufficialmente avvio la raccolta delle firme necessarie a portare la proposta in Parlamento. L’obiettivo è raggiungere almeno 50.000 firme. Rispetto alla precedente fase di Campagna i cittadini hanno a disposizione uno strumento in più: è possibile firmare comodamente da casa attraverso il portale online apposito della Presidenza del Consiglio dei Ministri, autenticandosi con SPID o CIE. Nessuna necessità di recarsi fisicamente a un banchetto o a uno sportello: con pochi semplici passaggi e tramite la propria identità digitale la sottoscrizione sarà immediatamente valida.  PER FIRMARE: Cliccare innanzitutto QUI e poi sulla pagina che si apre, cliccare ancora in alto a destra su “ACCEDI” Procedere infine con SPID o CIE RETE ITALIANA PACE DISARMO                                           Segreteria Nazionale c/o Casa per la Nonviolenza via Spagna 8 – 37123 – Verona  www.retepacedisarmo.org
March 22, 2026
Assopace Palestina
Dopo la revoca dell’autorizzazione di un nostro evento in una scuola di Bormio, lo facciamo ugualmente in un’altra sede
da AssopacePalestina-Valtellina,    21 marzo 2026.   Ciao a tutte/i, In seguito ai recenti avvenimenti che, dietro segnalazione del consigliere comunale di Berbenno Stefano Luca Bordoni, hanno visto interessarsi della Scuola Alberghiera di Bormio il Ministero dell’Istruzione e del Merito, l’Ufficio Scolastico Regionale e il Provveditorato Provinciale, vi comunichiamo che: – l’evento, originariamente previsto presso l’Auditorium della scuola stessa, è stato spostato, a causa della revoca dell’autorizzazione, a Sondalo presso la sala riunioni del Centro Polifunzionale in via Verdi 2, alle ore 17:00; – la cena invece è confermata alle ore 20:00 a Bormio, presso la scuola in via Manzoni 4.    Avremo così il tempo di assistere all’evento, con la presenza di Luisa Morgantini, Presidente di AssopacePalestina, già Vicepresidente del Parlamento Europeo, e con la testimonianza dalla Palestina di due ex-prigionieri palestinesi, Munther Amira e Diala Ayesh, lasciando anche un adeguato tempo per le domande. Ci si potrà poi spostare a Bormio in tempo utile per accomodarsi in sala e…dare inizio ai festeggiamenti per il decennale della Sezione Valtellinese di AssopacePalestina! Vi aspettiamo numerose/i AssopacePalestina-Valtellina
March 22, 2026
Assopace Palestina
Sul sentiero di guerra
ILAN PAPPÉ 10 MARZO 2026 Israele farà fatica a perseguire la sua strategia bellica nel lungo periodo. Ciò che è certo è che, prima che questo fiasco finisca, Israele infliggerà molta sofferenza agli iraniani, ai libanesi e ai palestinesi. Ecco un enigma. Mentre le borse di tutto il mondo reagiscono con nervosismo all’attacco contro l’Iran, la Borsa di Tel Aviv è in forte espansione. Eccone un altro: mentre milioni di persone nella regione temono l’operazione militare statunitense-israeliana e le sue conseguenze, la società israeliana è in festa. Secondo gli ultimi sondaggi, il 93 per cento della popolazione ebraica sostiene la guerra. Scrivendo su Yedioth Ahronoth, un giornalista coglie lo stato d’animo euforico: Mentre ci liberiamo del mostruoso polipo iraniano, cammino per strada, i negozi sono aperti, i corrieri di Wolt si affrettano a consegnare sushi, shawarma e torte al cioccolato troppo costose ai cittadini israeliani, la gente fa jogging nel parco e a casa ho elettricità, acqua calda e internet. La palestra di pilates è aperta e la borsa israeliana sta battendo ogni record. E proprio in questo momento, sopra la mia testa nelle pianure, i caccia dell’Aeronautica Militare decollano per un’altra sortita… Distruggono con precisione impossibile un’altra casa di un ufficiale di medio rango delle Guardie Rivoluzionarie… È così che si presenta la guerra più cruciale dalla fondazione dello Stato? È così perché lo Stato di Israele è un miracolo che non può essere spiegato. Egli prosegue suggerendo che Israele debba ringraziare la grande leadership di Netanyahu, oltre alle eccezionali qualità del suo popolo e all’aiuto divino. Su Israel Hayom, un altro giornalista di spicco offre un altro elogio sciovinista al primo ministro israeliano. Anche i detrattori di Netanyahu devono ammettere che egli possiede «pazienza, astuzia, determinazione e concentrazione incrollabile» nella sua costante distruzione del nemico – guerra totale contro Hamas, poi Hezbollah, ora l’Iran – e nel frenare gli sciocchi tentativi di Trump di negoziare con i mullah e ideare un piano di pace per Gaza. La strategia sembra certamente consistere in una campagna di shock and awe dopo l’altra. L’Iran è attualmente nel mirino, ma il messaggio è rivolto a tutti gli Stati del Medio Oriente: non osate sfidare la pretesa di Israele all’egemonia regionale o alla pulizia etnica della Palestina. Raggiungere il primo obiettivo darebbe a Israele l’immunità di cui ha bisogno per il secondo: rettificare l’errore che lo storico Benny Morris ha lamentato quando ha criticato Ben Gurion per non aver espulso tutti i palestinesi nel 1948. Come disse Bezalel Smotrich ai membri palestinesi della Knesset nel 2021, «siete qui perché Ben Gurion non ha portato a termine il lavoro». Agli occhi del governo, e dell’élite politica in generale, sembra essere giunto il momento di portare a termine il lavoro.  Ciò segna una rottura con la strategia sionista pre-statale e con la successiva politica regionale israeliana, basata su operazioni segrete combinate con la cripto-diplomazia. Mi viene spesso chiesto se la guerra attuale miri ad attuare il cosiddetto Piano Yinon. Oded Yinon era un consigliere di Sharon e nel 1982 fu coautore di un articolo che delineava una strategia di “divide et impera” nel mondo arabo. Il settarismo giova a Israele, sosteneva, e dovrebbe essere promosso. Questo avveniva nel periodo in cui Sharon cercava di seminare divisione nelle file della resistenza palestinese, anche incoraggiando le forze islamiste a Gaza. Quando ciò fallì, Sharon lanciò un attacco diretto contro l’OLP in Libano, che fu ampiamente criticato in Israele come un errore strategico. Le recenti notizie su un tentativo di facilitare un'invasione terrestre curda dall'Iraq a complemento dei bombardamenti aerei sull'Iran potrebbero sembrare confermare che queste tattiche siano ancora in atto. Ma non è così. La vecchia strategia era ben meno drammatica: l'intervento clandestino nella politica interna di altri Stati non è una politica di cui vantarsi; né si basa sul trascinare la regione in una guerra. Evidentemente, questo non è più il modus operandi dello Stato di Israele. Ironia della sorte, lo schema interpretativo più calzante in questo caso potrebbe essere proprio quello che gli orientalisti hanno tipicamente applicato – non sempre con grande precisione – alla Repubblica Islamica: ovvero che si tratta di un potere che non agisce secondo un approccio politico «occidentale», razionale e umanista, ma secondo un’ideologia fanatica. Coloro che determinano l’attuale strategia israeliana sono espliciti riguardo alle sue radici nell’insegnamento del sionismo messianico e alla loro visione della guerra attuale come adempimento divino. Netanyahu può essere meno ideologico dei suoi alleati, e più strettamente interessato alla propria sopravvivenza politica, ma non c’è dubbio che accetti la sua glorificazione sia come genio strategico che come messaggero di Dio. Per questo schieramento, la società israeliana stessa deve diventare molto più teocratica. Non è ancora, lamenta Smotrich, lo “Stato dei Cohanim”, ma è sulla strada per essere governato da una severa versione biblica della legge halachica: “Lo Stato di Israele, il paese del popolo ebraico, se Dio vorrà, tornerà a funzionare come ai tempi del re Davide e del re Salomone”. Gran parte della legislazione interna del governo è dedicata al perseguimento di questo fine. In secondo luogo, c’è la necessità di risolvere la questione palestinese. Gaza è il modello. Ancora Smotrich: «Non ci sono mezze misure. Rafah, Deir al-Balah, Nuseirat – distruzione totale. “Cancellerai il ricordo di Amalek da sotto il cielo. Non c’è posto per loro sotto il cielo”». Parlando nell’ottobre 2024, Smotrich ha dichiarato che «una volta in una generazione, c’è una rara opportunità di cambiare la storia, di cambiare l’equilibrio di potere nel mondo e di rimodellare il futuro. Presto dovremo prendere decisioni decisive che porteranno a un Medio Oriente nuovo e migliore». Per la maggior parte dei commentatori politici occidentali, le proclamazioni messianiche – a meno che non provengano da islamisti – sembrano irrilevanti per la politica. Ma queste non sono dichiarazioni vuote. Si tratta di una visione del mondo che ora domina sia l’establishment politico che quello militare, e che costituisce il fondamento di gran parte dell’attuale esultanza e dell’appoggio incondizionato da parte dei media. La guerra contro l’Iran è sostenuta anche da coloro che hanno un approccio più laico – e presumibilmente più razionale – alla politica, nel Mossad e nel mondo accademico, nonché dagli unici politici che potrebbero potenzialmente sconfiggere Netanyahu alle elezioni di ottobre, Avigdor Liberman e Naftali Bennett. La giustificazione è che Israele doveva agire perché affrontava una minaccia esistenziale – un'affermazione plausibile quanto le giustificazioni di Colin Powell all'ONU per l'invasione dell'Iraq. Ancora più assurda è l'argomentazione secondo cui uno Stato che viola sistematicamente i diritti dei palestinesi sta combattendo una guerra in nome dei diritti umani. Giudicato da una prospettiva economica, nonostante l’esuberanza del mercato azionario israeliano, il corso dello Stato israeliano è altamente discutibile. Costa moltissimo – due miliardi di NIS al giorno in spese dirette e da cinque a sei miliardi indirettamente – e richiederà un significativo e continuo aiuto finanziario americano. La logica del governo è che ciò sarà bilanciato dai dividendi economici: profitti alle stelle derivanti dalla vendita di armi, ora che le armi israeliane all’avanguardia vengono messe in mostra sul campo di battaglia, per non parlare della prospettiva delle riserve petrolifere iraniane e di un maggiore accesso a quelle degli Stati del Golfo, man mano che questi ultimi si rendono conto di aver bisogno della protezione di Israele. Eppure non c’è alcuna certezza che ciò compenserà lo sforzo finanziario; lo stesso vale per i soldi spesi per gli insediamenti e la promozione del giudaismo messianico al posto dell’assistenza sanitaria e di altre priorità sociali. Ci sono ulteriori ragioni per cui Israele farà fatica a perseguire la sua strategia nel lungo periodo. Campagne come questa in passato sono state abbandonate nel momento in cui hanno incontrato difficoltà. La perdita di vite americane, la pressione da parte di altri paesi della regione, l’opinione pubblica negli Stati Uniti, la potenziale resilienza del regime iraniano e la continua resistenza dei palestinesi potrebbero tutte far pendere l’ago della bilancia. Un’invasione del Libano, a giudicare dai tentativi passati, non porterà benefici a nessuno. Molto dipende dalla coalizione globale che sostiene le guerre di Israele: l'industria degli armamenti, le multinazionali, i leader megalomani di Stati potenti, le lobby sioniste cristiane ed ebraiche, i governi timidi del Nord del mondo e i regimi arabi corrotti del Medio Oriente. Ciò che è certo è che, prima che questo fiasco finisca, Israele infliggerà molta sofferenza agli iraniani, ai libanesi e ai palestinesi.
Abdullah Öcalan: È nelle nostre mani trasformare quest’anno in un anno di vera libertà per tutti i popoli
In occasione del Newroz, il capodanno curdo, il leader curdo Abdullah Öcalan ha inviato un messaggio ai festeggiamenti ad Amed (Diyarbakır). Il messaggio, letto da Veysi Aktaş, ex prigioniero politico sull’isola di İmralı, recita quanto segue: “L’epopea del Newroz è stata celebrata per millenni dai popoli del Medio Oriente come festa di resurrezione, resistenza e primavera. Il Newroz ha ravvivato lo spirito di resistenza e ispirato la rinascita dei nostri popoli.” I simboli e le figure del Newroz riflettono lo spirito di questa regione. Dehaq è il simbolo di un sistema statale. I serpenti sulle sue spalle, che divorano il cervello di due giovani ogni giorno, incarnano la brutalità dello stato assiro, mentre Kawa il fabbro rappresenta la resistenza contro l’oppressione. Le guerre religiose, settarie e culturali che da mille anni infuriano in Medio Oriente rappresentano il colpo più duro inferto alla cultura della convivenza tra i suoi popoli. Ogni identità e ogni credo, nel tentativo di affermarsi, si chiude in se stessa e demonizza le altre, non fa che approfondire la frattura tra i nostri popoli. I nostri valori e la nostra cultura condivisi vengono ignorati e le nostre differenze trasformate in pretesto di guerra. L’odierna insistenza nel perpetuare politiche obsolete nella regione ha portato al disastro. Le divisioni create da politiche di repressione, negazione e ostilità, soprattutto in Medio Oriente, vengono utilizzate come pretesti per interventi imperialisti. Mentre in Europa tre secoli di guerre religiose e settarie si sono conclusi con la Pace di Vestfalia del 1648, in Medio Oriente il protrarsi di questi conflitti ha causato profonde tragedie per i nostri popoli. Ma possiamo permettere che culture e credenze coesistano di nuovo. È in nostro potere trasformare la guerra e il caos che si stanno creando in Medio Oriente in una fonte di libertà per i popoli. Possiamo invertire la rotta delle tragedie che ci stanno colpendo e creare un clima di libertà. Oggi, le pagine nascoste della storia vengono alla luce e cresce la possibilità di pace tra i popoli e di costruzione di nazioni democratiche. Superando le tradizioni statali sunnite e sciite, nonché quelle nazionaliste, la libera convivenza tra i popoli diventa realtà. Oggi si apre un nuovo capitolo. Si è spalancata la strada affinché i popoli di questa regione possano convivere liberamente. Il processo che abbiamo avviato il 27 febbraio 2025 mira a ravvivare i fondamenti dell’unità nel rispetto dello spirito di Newroz. Affinché ciò accada, dobbiamo credere che culture e credenze possano coesistere, che possiamo trascendere le ristrette ideologie nazionaliste e unirci sulla base dell’integrazione democratica, e che possiamo esistere insieme. Come nella nostra storia, dobbiamo comprendere che, oggi, possiamo superare ogni forma di guerra, povertà e barbarie. Il Newroz 2026 rappresenta l’aggiornamento di questa storia in tutto il suo splendore. La storia si dispiega nel presente, offrendo l’opportunità di raggiungere una consapevolezza basata su una vera identità culturale. Il significato e la forza del Newroz stanno emergendo come una forza determinante del momento presente. Le celebrazioni del Newroz di quest’anno, e quelle degli anni a venire, rivestono un’importanza storica. Il Newroz del 2026 rinasce dalle proprie radici. Si afferma nel presente e compie un passo decisivo verso l’integrazione democratica: diventa il Newroz stesso. Come già accaduto in passato, il Newroz sta vivendo una rinascita affermando la propria influenza nel cuore del Medio Oriente. Torna a svolgere un ruolo di simbolo di integrazione democratica in tutta la regione. Questo processo di rinascita è già in atto e continuerà a svilupparsi. Finora il Newroz è stato celebrato con valori simbolici. Oggi il Newroz non rappresenta un sogno o un’utopia, ma una vita comunitaria reale e in via di sviluppo. Newroz è il giorno in cui realizziamo noi stessi, sia mentalmente che fisicamente. Al Newroz, purifichiamoci dalle relazioni e dai significati inadeguati che ci affliggono costantemente e abbracciamo la vita attraverso relazioni autentiche, una profonda consapevolezza, una nuova etica della libertà e una nuova estetica della comprensione. Mettiamo in pratica la filosofia di “Jin, Jîyan, Azadî” in tutte le nostre relazioni e raggiungiamo una vita libera. Comprendiamo che Newroz non è più semplicemente un momento di speranze, sogni o teorie, ma un momento di realizzazione. Rispondiamo a questo momento di realizzazione con piena comprensione e profonda consapevolezza. In occasione del Newroz, è nelle nostre mani trasformare quest’anno in un anno di vera libertà per tutti i popoli del Medio Oriente e consolidare la tradizione di amicizia e solidarietà tra i popoli. Ciò si può realizzare ponendo fine alle divisioni etniche e religiose e ai conflitti fratricidi, e garantendo l’unità di tutte le culture e credenze religiose sulla base della libertà e della fratellanza. In risposta al massiccio collasso sociale ed ecologico creato dalla modernità capitalista, abbiamo sviluppato la soluzione della modernità democratica, basata sulla politica democratica, sui principi ecologici e sulla liberazione delle donne, il tutto radicato nello spirito della libertà del Newroz. Non permettiamo che il Medio Oriente, culla di diverse culture, si trasformi in un campo di battaglia per mano di potenze egemoniche. Oggi, come in passato, possiamo superare insieme gli ostacoli che impediscono a questa grande cultura di esprimersi liberamente e di integrarsi sulla base della sua vera identità. Non c’è ostacolo che non possiamo superare se ci lasciamo alle spalle le malattie del nazionalismo e del settarismo e abbracciamo invece la millenaria cultura di solidarietà tra i nostri popoli. Con un tale spirito di unità, è possibile realizzare una politica democratica. Se vogliamo coronare la millenaria lotta degli oppressi, il luogo in cui farlo non è l’ambiente capitalista dell’Oriente o dell’Occidente, ma l’ambiente autenticamente libero del Medio Oriente. In queste terre, possiamo rinnovare l’integrazione democratica attraverso un autentico incontro e sulle fondamenta di una nuova umanità, fratellanza, solidarietà e amicizia. Porgo i miei migliori auguri al nostro popolo per l’Eid al-Fitr, e spero che sia un’occasione di pace e fratellanza.Il Newroz del 2026 viene celebrato, per la prima volta, dai nostri popoli con lo spirito di un processo continuo di integrazione democratica, nonché di pace e fratellanza. Abbraccio con tutto il cuore questo spirito e la volontà che esso racchiude. Spero che il Newroz, che quest’anno è diventato veramente degno di essere celebrato come un “Nuovo Giorno”, apra la strada a una marcia gloriosa negli anni a venire. Auguro la pace a tutti i nostri popoli. Vi saluto tutti con amore.   Abdullah ÖCALAN carcere di Imrali  21 marzo 2026
March 21, 2026
UIKI ONLUS
Riempiamo le piazze per celebrare il Newroz e rivendicare la libertà di Rêber Apo!
Celebriamo il Newroz 2026 nel mezzo di un processo in cui gli attuali Dehak hanno trasformato il Medio Oriente in un mare di sangue. Come nella storia, ci troviamo di fronte al compito di combattere contro gli attuali Dehak con lo spirito del Newroz e l’alleanza dei popoli. Il Newroz è un appello a lottare insieme contro questi Dehak attraverso l’alleanza dei popoli. È tempo che i popoli si uniscano nello spirito del Newroz. Sollevarsi nel giorno del Newroz – un giorno di lotta contro ogni forma di male – avvicinerà la fine dei Dehak e condurrà il Medio Oriente verso una civiltà democratica. Rêber Apo, nel suo “Appello per la pace e la società democratica” del 27 febbraio, in vista deò Newroz 2025 si è posto l’obiettivo di porre fine alle forze e alle guerre di stampo dehak in Medio Oriente. Rêber Apo auspica l’instaurazione di una politica che fermi le potenze autoritarie egemoniche internazionali e regionali, le cui politiche sono diventate un peso per la popolazione. Queste potenze, infatti, non solo non riescono a risolvere i problemi con le loro politiche, ma li aggravano ulteriormente. Le potenze dominanti in Medio Oriente si sono allontanate dalla società. Di conseguenza, si stanno indebolendo e diventando vulnerabili agli interventi esterni. L’incapacità di risolvere i problemi in Medio Oriente viene usata come pretesto per interventi esterni. Con il suo “Appello per la pace e la società democratica”, Rêber Apo cerca di porre fine a questa situazione che persiste da oltre un secolo. Il suo appello si rivolge a tutti i paesi del Medio Oriente, in particolare agli stati che cercano di mantenere i curdi sotto il loro dominio. Perché la questione curda irrisolta ha di fatto tenuto in ostaggio l’intero Medio Oriente attraverso questi paesi. Rêber Apo auspica la democratizzazione di questi paesi attraverso l’integrazione democratica basata sulla libertà curda, affinché i paesi del Medio Oriente possano essere liberati da questa catena che li opprime. L’”Appello alla pace e alla società democratica” indica la via verso la soluzione corretta per tutti i paesi. Questa è la strada che porrà fine al progetto delle potenze internazionali in Medio Oriente e renderà il Medio Oriente libero e democratico. Questa è la terza via che renderà i popoli del Medio Oriente liberi e democratici. Questa è anche la chiamata dello spirito di Newroz ai popoli. L’8 marzo, le donne, consapevoli di ciò, hanno espresso la loro richiesta di liberazione di Rêber Apo, l’artefice dell’”Appello per la pace e una società democratica”. Le donne sanno che la liberazione di Rêber Apo trasformerà l’intero Medio Oriente in una terra di sole. Perché Rêber Apo pone la libertà delle donne alla base di tutte le libertà e della democratizzazione. L’8 marzo, tutto il nostro popolo ha raccolto lo stendardo portato dalle donne e sta esprimendo ovunque la richiesta di liberazione di Rêber Apo. Sanno che Rêber Apo, che ha trasformato il popolo curdo in un popolo Newroz, trasformerà tutti i popoli del Medio Oriente in un popolo Newroz. Così come Newroz ha unito il popolo curdo, possiede uno spirito di libertà e fratellanza che unirà i popoli del Medio Oriente. Il nostro popolo celebra quest’anno il Newroz ovunque come il “Newroz della libertà per Rêber Apo e per l’unità democratica curda”. Il popolo curdo, che ha rafforzato la propria unità sociale attraverso azioni di solidarietà per il Rojava, consoliderà ulteriormente l’unità democratica curda in questo Newroz, avvicinando la vita libera e democratica in tutte e quattro le parti del Kurdistan. Così come il popolo curdo ha dimostrato grande solidarietà con il Kurdistan del Rojava, allo stesso modo sosterrà il nostro popolo nel Rojhilat, direttamente colpito dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. L’intero popolo curdo dimostrerà la necessaria sensibilità e responsabilità per garantire che la popolazione del Rojhilat non subisca il peso maggiore di questa guerra. Il popolo curdo lotta anche per un Iran democratico in cui possa raggiungere la libertà nel Rojhilat. È chiaro che la libertà e la democrazia si conquistano solo attraverso la lotta, ovunque. In quest’ottica, anche la libertà di Rêber Apo e la realizzazione di una società democratica dipendono dalla lotta. Newroz è sempre stato il giorno in cui la lotta raggiunge il suo apice e acquista slancio per il successo della lotta di quell’anno. In quest’ottica, riempiamo le piazze di Newroz ovunque per liberare fisicamente Rêber Apo, portare al successo il progetto di una società democratica e rafforzare l’unità curda democratica! Apriamo le porte di Imrali esprimendo chiaramente la nostra richiesta di libertà per Rêber Apo. Crediamo che questo Newroz, guidato dai giovani e dalle donne, rappresenterà l’apice di tutte le celebrazioni del Newroz e auspichiamo che il 2026 si trasformi nell’anno del nostro leader libero, del Kurdistan libero e del Medio Oriente democratico, attraverso una società comunitaria democratica. Celebriamo ancora una volta il Newroz del nostro popolo e di tutti i popoli. Co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK
March 21, 2026
UIKI ONLUS
Non è tempo per perdenti. Perché la guerra pensata per salvare Israele potrebbe invece distruggerlo
di Ramzy Baroud,    CounterPunch, 17 marzo 2026.     Immagine di Timon Studler. Quando Donald Trump e Benjamin Netanyahu il 28 febbraio hanno lanciato la loro aggressione militare contro l’Iran, sembravano convinti che la guerra sarebbe stata rapida. Secondo quanto riferito, Netanyahu avrebbe assicurato a Washington che la campagna avrebbe portato a una vittoria strategica decisiva, in grado di riorganizzare il Medio Oriente e ripristinare la deterrenza di Israele, ormai compromessa. Se Netanyahu stesso credesse a quella promessa è un’altra questione. Da decenni, i circoli influenti all’interno dell’establishment strategico israeliano non hanno necessariamente cercato la stabilità, ma piuttosto una «distruzione creativa». La logica è semplice: smantellare le potenze regionali ostili e consentire che paesaggi politici frammentati le sostituiscano. Questa idea non è emersa dall’oggi al domani. È stata articolata in modo più chiaro in un documento programmatico del 1996 intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, preparato per l’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu da un gruppo di strateghi neoconservatori statunitensi, tra cui Richard Perle. Il documento sosteneva che Israele dovesse abbandonare la diplomazia del “terra in cambio di pace” e perseguire invece una strategia volta a indebolire o rimuovere i regimi ostili nella regione, in particolare Iraq e Siria. L’obiettivo non era semplicemente la vittoria militare, ma una ristrutturazione geopolitica del Medio Oriente a favore di Israele. Per molti versi, i decenni successivi sembrarono confermare tale teoria, almeno dal punto di vista di Tel Aviv. Il Medio Oriente riorganizzato L’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 è stata ampiamente considerata una catastrofe per Washington. Centinaia di migliaia di persone hanno perso la vita, sono stati spesi trilioni di dollari e gli Stati Uniti sono rimasti invischiati in una delle occupazioni più destabilizzanti della storia moderna. Eppure la guerra ha rimosso il governo di Saddam Hussein, smantellato il Partito Baath e distrutto quello che un tempo era stato l’esercito arabo più forte della regione. Per Israele, le conseguenze strategiche furono significative. L’Iraq, storicamente uno dei pochi Stati arabi in grado di affrontare militarmente Israele, cessò di esistere come potenza regionale coerente. Seguirono anni di instabilità, lasciando Baghdad con un sistema politico fragile che faticava a mantenere la coesione nazionale. La Siria, altra preoccupazione centrale nel pensiero strategico israeliano, sarebbe poi precipitata in una guerra devastante a partire dal 2011. Anche la Libia era crollata in precedenza, dopo l’intervento della NATO nel 2011. In tutta la regione, stati nazionalisti arabi un tempo formidabili si sono frammentati in sistemi indeboliti o divisi al loro interno. Dal punto di vista di Israele, la teoria della frammentazione regionale sembrava dare i suoi frutti. In assenza di stati arabi forti in grado di proiettare la propria potenza militare, diversi governi del Golfo hanno iniziato a riconsiderare il loro rifiuto di lunga data di normalizzare le relazioni con Israele. Il risultato furono gli Accordi di Abramo, firmati nel settembre 2020 sotto l’amministrazione Trump, che formalizzarono la normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, seguiti in seguito dal Marocco e dal Sudan. Per un attimo, sembrò che la trasformazione geopolitica immaginata decenni prima si fosse realizzata. Gaza ha cambiato l’equazione Ma la storia raramente procede in linea retta. Il genocidio perpetrato da Israele a Gaza non ha prodotto la vittoria strategica che i leader israeliani avevano previsto. Al contrario, la guerra ha messo a nudo profonde vulnerabilità nella posizione militare e politica di Israele. Ancora più importante, la resistenza palestinese ha dimostrato che una forza militare schiacciante non può tradursi in un controllo politico decisivo. Le conseguenze si sono ripercosse ben oltre Gaza. La guerra ha galvanizzato i movimenti di resistenza in tutta la regione, ha accentuato le divisioni all’interno delle società arabe e musulmane tra i governi allineati con Washington e quelli contrari alle politiche israeliane, e ha innescato un’ondata senza precedenti di solidarietà globale nei confronti dei palestinesi. L’immagine internazionale di Israele ne ha risentito drammaticamente. Per decenni, il discorso politico occidentale ha descritto Israele come un avamposto democratico circondato da forze ostili. Questa narrativa si è progressivamente erosa. Sempre più spesso, Israele viene descritto – persino dalle principali organizzazioni internazionali – come uno stato impegnato in un’oppressione sistematica e, nel caso di Gaza, in violenze di stampo genocida. Il costo strategico di tale crollo reputazionale non può essere sottovalutato. Il potere militare si basa non solo sulle armi, ma anche sulla legittimità. E la legittimità, una volta persa, è difficile da recuperare. L’ultima scommessa di Netanyahu In questo contesto, la guerra contro l’Iran è emersa come la scommessa più decisiva di Netanyahu. Se avesse successo, potrebbe ripristinare il dominio regionale di Israele e riaffermarne la deterrenza. Sconfiggere l’Iran – o anche solo indebolirlo gravemente – ridisegnerebbe gli equilibri di potere in tutto il Medio Oriente. Ma un fallimento comporterebbe conseguenze altrettanto profonde. Netanyahu, ora oggetto di un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nel 2024 per crimini di guerra a Gaza, ha legato la propria sopravvivenza politica alla promessa di una vittoria strategica. In numerose interviste rilasciate nell’ultimo anno, ha descritto il confronto con l’Iran in termini quasi biblici. In un discorso televisivo del 2025, Netanyahu ha dichiarato che Israele era impegnato in una «missione storica» per garantire il futuro dello stato ebraico per le generazioni a venire. Tale retorica non rivela fiducia, ma disperazione. Israele non può condurre una guerra del genere da solo. Non ha mai potuto farlo. Pertanto, Netanyahu ha lavorato instancabilmente per coinvolgere direttamente gli Stati Uniti nel conflitto – uno schema familiare nelle moderne guerre mediorientali. Il paradosso della guerra di Trump Per gli americani, la domanda rimane: perché Donald Trump – che ha ripetutamente condotto la sua campagna contro le «guerre infinite» – ha permesso agli Stati Uniti di entrare in un altro conflitto mediorientale? Durante la sua campagna presidenziale del 2016, Trump dichiarò come è noto: «Non avremmo mai dovuto essere in Iraq. Abbiamo destabilizzato il Medio Oriente». Eppure, quasi un decennio dopo, la sua amministrazione ha fatto precipitare Washington in uno scontro le cui potenziali conseguenze superano di gran lunga quelle delle guerre precedenti. Le motivazioni precise contano poco per chi vive sotto le bombe. In tutta la regione, le scene sono dolorosamente familiari: città devastate, fosse comuni, famiglie in lutto e società costrette ancora una volta a subire la violenza dell’intervento straniero. Ma questa guerra si sta svolgendo in un contesto geopolitico fondamentalmente diverso. Gli Stati Uniti non godono più del dominio incontrastato di cui godevano un tempo. La Cina è emersa come uno dei principali attori economici e strategici. La Russia continua a esercitare la propria influenza. Le potenze regionali hanno acquisito maggiore sicurezza nel contrastare i dettami di Washington. Lo stesso Medio Oriente è cambiato. Una guerra che sta già andando male I primi segnali indicano che la guerra non si sta svolgendo secondo le aspettative di Washington o Tel Aviv. I resoconti dei media statunitensi e israeliani indicano che i sistemi di difesa missilistica in Israele e in diversi stati del Golfo stanno subendo una forte pressione a causa degli attacchi continui. Nel frattempo, l’Iran e i suoi alleati regionali hanno dimostrato capacità missilistiche ben più estese di quanto molti analisti avessero previsto. Quella che doveva essere una campagna rapida assomiglia sempre più a un conflitto prolungato. I mercati energetici forniscono un’ulteriore indicazione del mutamento delle dinamiche. Anziché garantire un maggiore controllo sui flussi energetici globali, la guerra ha interrotto le forniture e rafforzato l’influenza dell’Iran sulle principali rotte marittime. Le ipotesi strategiche basate su decenni di potere militare americano incontrastato si scontrano con una realtà ben più complessa. Persino la retorica politica proveniente da Washington è diventata palesemente difensiva e sempre più rabbiosa – spesso un segno che gli eventi non si stanno svolgendo come previsto. All’interno della stessa amministrazione Trump, è difficile non notare la povertà intellettuale del momento. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, la cui immagine pubblica si basa più sulla spavalderia televisiva che sulla competenza strategica, ha spesso descritto il conflitto con un linguaggio che suona meno come dottrina militare e più come teatralità da spogliatoio. Nei discorsi e nelle interviste, ha ripetutamente ridotto complesse realtà geopolitiche a rozze narrazioni di forza, mascolinità e dominio. Tale retorica può entusiasmare un pubblico di parte, ma rivela un problema più profondo: le persone che dirigono la guerra più pericolosa degli ultimi decenni sembrano comprendere ben poco delle forze che hanno scatenato. Lo stile di Hegseth è sintomatico di un più ampio collasso intellettuale all’interno dei circoli bellici di Washington, dove la conoscenza storica è sostituita da slogan e la pianificazione strategica da dimostrazioni teatrali di durezza. In un ambiente del genere, le guerre non vengono analizzate; vengono messe in scena. La fine di un’era? Netanyahu cercava di dominare il Medio Oriente. Washington cercava di riaffermare la propria posizione di superpotenza mondiale senza rivali. Nessuno dei due obiettivi sembra alla portata. Al contrario, la guerra potrebbe accelerare proprio quelle trasformazioni che avrebbe dovuto impedire: un ruolo strategico degli Stati Uniti in declino, un indebolimento della posizione deterrente di Israele e un Medio Oriente sempre più plasmato dagli attori regionali piuttosto che dalle potenze esterne. Trump, nonostante il linguaggio altisonante e bellicoso, è in realtà un presidente debole. La rabbia è raramente il linguaggio della forza; spesso è la maschera dell’insicurezza. La sua amministrazione ha sopravvalutato l’onnipotenza militare americana, ha minato gli alleati e antagonizzato gli avversari, ed è entrata in una guerra di cui comprende a malapena le dimensioni storiche, politiche e strategiche. Come può una leadership così consumata dal narcisismo e dalla spettacolarità cogliere appieno la portata della catastrofe che ha contribuito a scatenare? Ci si aspetterebbe saggezza nei momenti di crisi globale. Ciò che abbiamo invece è un coro di slogan, minacce e autocompiacimento proveniente da Washington: un’amministrazione apparentemente incapace di distinguere tra ciò che il potere può realizzare e ciò che non può fare. Non comprendono quanto profondamente sia cambiato il mondo. Non comprendono come il Medio Oriente percepisca ora l’avventurismo militare americano. E certamente non comprendono che Israele stesso è diventato, politicamente e moralmente, un marchio in declino. Naturalmente, Trump e la sua amministrazione, altrettanto arrogante, continueranno a cercare qualsiasi frammento di «vittoria» da vendere al loro elettorato come il più grande trionfo della storia. Ci saranno sempre fanatici pronti a credere a tali miti. Ma la maggior parte degli americani – e la stragrande maggioranza delle persone in tutto il mondo – non ci crede più. In parte perché questa guerra contro l’Iran è immorale. E in parte perché la storia ha ben poca pazienza per i perdenti. Il dottor Ramzy Baroud è giornalista, autore e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di sei libri. Il suo prossimo libro, “Before theFlood”, sarà pubblicato da Seven Stories Press. Tra gli altri suoi libri figurano “Our Vision for Liberation”, “My Father was a Freedom Fighter” e “The Last Earth”. Baroud è ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA).   https://www.counterpunch.org/2026/03/17/no-time-for-losers-why-the-war-meant-to-save-israel-may-destroy-it/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 20, 2026
Assopace Palestina
Esposti dall’alto, messi a tacere dall’interno: i palestinesi nell’Israele in guerra
di Samah Watad e Baker Zoubi,    +972 Magazine, 19 marzo 2026.   Decenni di abbandono hanno lasciato i cittadini palestinesi di Israele indifesi di fronte ai lanci di missili, mentre la polizia arresta di chi esprime dissenso. Un palestinese ispeziona i danni fatti da un missile lanciato dall’Iran che ha colpito la città palestinese di Zarzir, nel nord di Israele, il 13 marzo 2026. (Michael Giladi/Flash90) Con la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran che non accenna a placarsi, il suono delle sirene è diventato una costante sia per i cittadini palestinesi che per quelli ebrei di Israele. Ma mentre gli ebrei israeliani corrono nei rifugi o nei centri di sicurezza nei pochi istanti che intercorrono tra l’allarme e l’impatto dei missili o la caduta dei frammenti dei missili intercettati, molti cittadini palestinesi si chiedono: dove possiamo andare? I rifugi e gli spazi protetti sono diventati una componente centrale del sistema di difesa civile di Israele, specialmente dopo il 7 ottobre e le successive escalation con l’Iran, che hanno esteso la minaccia dei lanci missilistici a quasi ogni parte del paese. Tuttavia, nelle comunità arabe – e persino nei quartieri arabi all’interno delle città binazionali – permangono notevoli disparità tra le protezioni fornite ai cittadini ebrei e a quelli palestinesi. Un nuovo studio condotto da due organizzazioni locali, Sikkuy– Aufoq e Injaz, mette in luce la portata di tale disparità: su 11.775 rifugi pubblici presenti in tutto il paese, solo 37 si trovano in località arabe — circa lo 0,3% — e otto di questi sono inutilizzabili. Un rapporto pubblicato all’inizio di quest’anno dal Controllore dello Stato israeliano ha rilevato disparità altrettanto marcate. Ciò significa che centinaia di migliaia di cittadini arabi (che costituiscono circa il 20% della popolazione israeliana) vivono in comunità prive di rifugi pubblici e sono quindi costretti a ripararsi a casa in stanze interne, corridoi o vani scala — spazi che offrono scarsa protezione dai colpi diretti o persino dalla caduta di schegge. Questa vulnerabilità non è solo una falla in tempo di guerra, ma è il risultato di decenni di pianificazione discriminatoria, di cronici sottoinvestimenti e di decisioni politiche che hanno lasciato le città arabe in gran parte al di fuori delle infrastrutture di protezione dello stato. Parte di questo divario è di natura strutturale. Una grande percentuale delle abitazioni nelle comunità palestinesi è stata costruita prima del 1992, quando le normative israeliane hanno iniziato a richiedere una stanza fortificata (nota in ebraico come “mamad”) nelle nuove costruzioni residenziali. Tuttavia, ancora oggi, i residenti palestinesi che cercano di costruire tali rifugi privati a proprie spese spesso non sono in grado di farlo a causa degli ostacoli urbanistici e burocratici presenti nelle città arabe. «Il divario in materia di protezione non è solo una questione tecnica; è anche legato alle politiche di pianificazione e costruzione», ha dichiarato a +972 Raghad Jaraisi, co-direttrice esecutiva di Sikkuy–Aufoq. «Quando vi sono restrizioni al rilascio dei permessi di costruzione e i progetti di riqualificazione urbana non procedono nelle comunità arabe, ciò incide direttamente sulla capacità delle persone di aggiungere stanze protette alle proprie abitazioni». In questo senso, il problema non è semplicemente la carenza di rifugi. È che la sicurezza stessa è stata plasmata da sistemi dai quali i cittadini palestinesi sono stati a lungo esclusi: l’assegnazione dei terreni, il rilascio dei permessi e lo sviluppo guidato dal mercato. L’anno appena trascorso ha messo in luce le profonde e fatali conseguenze di questa mancanza di protezione. Durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno tra Israele e l’Iran, un missile ha colpito un’abitazione nella città palestinese di Tamra, uccidendo due donne e due bambine. Negli ultimi anni, missili o schegge cadute in seguito a intercettazioni hanno causato vittime civili anche a Majd Al-Krum e Shefa-‘Amr‘. Forze di sicurezza e di soccorso israeliane sul luogo di un attacco con missili balistici iraniani a Tamra, nel nord di Israele, il 15 giugno 2025. (David Cohen/Flash90) In altre comunità, episodi simili hanno causato feriti e danni alle abitazioni e alle proprietà. Mercoledì scorso, un razzo di Hezbollah ha colpito un’abitazione nel villaggio settentrionale di Bi’ina, ferendo diverse persone. Due giorni dopo, un attacco missilistico iraniano ha ferito quasi 60 persone nella vicina Zarzir e causato ingenti danni. La notte successiva, delle schegge sono cadute nel villaggio di Umm Al-Ghanam, provocando l’incendio di un veicolo. Allo stesso tempo, un’altra crisi continua a tormentare la vita quotidiana dei cittadini palestinesi: la violenta criminalità organizzata. Sebbene il ritmo degli omicidi sia leggermente diminuito durante la guerra, non si è arrestato: almeno 11 palestinesi sono stati uccisi dal suo inizio. Per molti, l’epidemia di criminalità rimane una minaccia ancora più immediata della guerra stessa. La guerra ha inoltre interrotto le proteste di massa che i cittadini palestinesi avevano iniziato a organizzare contro la criminalità, poiché le restrizioni e le preoccupazioni per la sicurezza rendono molto più difficile una mobilitazione duratura. Allo stesso tempo, qualsiasi opposizione aperta alla guerra o manifestazione pubblica dell’identità palestinese continua a essere brutalmente repressa dalle autorità. In questa realtà, i cittadini palestinesi di Israele vivono sotto una doppia minaccia: la guerra che piove dal cielo e la violenza e la repressione che vengono dall’interno. Cinque rifugi per 3.000 persone I cittadini palestinesi di Israele subiscono da decenni discriminazioni, e le conseguenze di tale situazione sono ora dolorosamente evidenti in materia di sicurezza di base. In tutto il paese, molte città e villaggi palestinesi continuano a non disporre di sufficienti rifugi e spazi protetti, mentre i governi che si sono succeduti hanno compiuto scarsi sforzi per colmare in modo significativo tale lacuna. Nelle cosiddette «città miste» come Lod (o Lyd), Ramla, Jaffa, Haifa e Akka, questa disparità è ancora più marcata, talvolta visibile persino sulla stessa strada. «Quando si guarda la mappa, si vede chiaramente dove esistono i rifugi e dove non ci sono», ha dichiarato a +972 Ghassan Monayer, un attivista sociale di Ramla. «Nei quartieri ebraici ci sono rifugi pubblici, spazi protetti all’interno degli edifici e talvolta persino rifugi mobili. Nei quartieri arabi, il quadro è completamente diverso». In alcuni casi, la disuguaglianza affonda le sue radici nella storia specifica di queste città. Alcuni quartieri di Ramla, ha spiegato Monayer, erano a maggioranza palestinese anche prima del 1948. Dopo la Nakba, vi si insediarono israeliani ebrei e lo stato costruì alloggi pubblici. «In seguito, i residenti ebrei si trasferirono nei quartieri più nuovi, mentre gli arabi si insediarono in quelli più vecchi», ha affermato. «Qui il numero di alloggi è molto esiguo e alcuni versano in cattive condizioni. Certamente non sono adeguati alle dimensioni della popolazione». Altrove, la situazione è ancora più grave: interi quartieri non sono mai stati dotati di rifugi. «In un quartiere di Lod, dove vivono più di 3.000 persone, ci sono solo cinque rifugi mobili», ha affermato Monayer. «In un altro quartiere, l’unico luogo in cui le persone possono trovare riparo è la scuola, ma la distanza tra questa e la maggior parte delle abitazioni è superiore a quella che si dovrebbe percorrere durante l’allarme. «Il Comune afferma che nei quartieri della città ci sono 18 spazi protetti», ha proseguito. «Quei rifugi possono ospitare solo circa 600 persone. La domanda è semplice: e tutti gli altri? Dovrebbero aspettare per strada? A Lod e Ramla ci sono case con i tetti in metallo, case che potrebbero essere distrutte dalle schegge, [figuriamoci] da un missile. Quando la gente sente la sirena, sa che in realtà non ha alcun posto sicuro dove andare». Il sindaco di Sakhnin, Mazen Ghanayem, ha lamentato la mancanza di rifugi nella sua città araba nel nord di Israele. (Odd Anderson/AFP) I residenti hanno proposto soluzioni concrete, ma sostengono di aver ricevuto scarse risposte. «Abbiamo suggerito al Comune un’idea semplice: se non è in grado di realizzare ulteriori spazi protetti, dovrebbe incoraggiare i residenti a costruirli autonomamente. La legge consente di realizzare una stanza protetta nel proprio giardino anche senza permesso, ma le persone temono le multe o la minaccia di ordinanze di demolizione. Abbiamo chiesto: “Concedete agli abitanti uno sgravio sulle tasse comunali o qualche altro incentivo e incoraggiateli a costruire”». La mancanza di protezione è particolarmente grave nei villaggi beduini non riconosciuti situati nel  Naqab (o Negev). Nel corso di un recente dibattito alla Knesset, il deputato Walid Al-Huwashla, residente nel Naqab e membro della Lista Araba Unita (Ra’am), ha sottolineato quella che ha definito una situazione di abbandono quasi totale. Secondo lui, nei villaggi non riconosciuti e in alcuni consigli regionali della zona non esistono praticamente misure di protezione. Anche i risultati della relazione del Controllore dello Stato evidenziano la profondità del divario: in tutti i villaggi non riconosciuti del Naqab, vi sono solo 64 spazi protetti per circa 165.000 residenti. Per cercare di ovviare a questa carenza, l’organizzazione di base Standing Together ha lanciato recentemente un’iniziativa di crowdfunding e ha iniziato a installare rifugi mobili. Tuttavia, secondo una fonte del Comitato nazionale dei Presidenti delle Autorità Locali aAabe, al di là di alcune limitate discussioni incentrate sui villaggi beduini, non vi è stato alcun intervento statale globale volto ad affrontare la più ampia carenza di risorse nelle località arabe. In pratica, l’attenzione si è spostata sulla formazione di squadre locali di volontariato per le emergenze — in materia di soccorso, primo soccorso e sostegno psicologico — affinché le comunità possano reagire autonomamente in caso di attacchi. L’implicazione è chiara: in assenza di una protezione adeguata, la responsabilità della sopravvivenza viene sempre più scaricata sulle comunità stesse. Controllo del dissenso Privi di protezione da missili, razzi e schegge, i cittadini palestinesi di Israele costituiscono anche la principale opposizione all’interno del paese alla guerra con l’Iran, sostenuta da oltre il 90% dell’opinione pubblica ebraica. Ma in uno stato che tollera ben poco il dissenso, i palestinesi sanno bene che esprimersi apertamente può comportare un costo molto alto. Non esistono dati ufficiali sul numero di palestinesi arrestati o interrogati per presunti reati legati alla libertà di espressione dall’inizio della guerra con l’Iran. Tuttavia, nel corso delle ricerche condotte per questo articolo, +972 ha individuato almeno nove casi di questo tipo. Il risultato è una crescente sensazione, diffusa tra molti cittadini palestinesi, che esprimersi apertamente sia diventato più pericoloso che mai. Pochi giorni dopo l’inizio degli attacchi da parte di Israele e degli Stati Uniti, la polizia israeliana ha arrestato Majd Asadi, cantante lirico e attivista palestinese residente nella città a maggioranza drusa di Daliyat Al-Karmel, nei pressi di Haifa, a causa di un post sui social media in cui criticava la guerra. Nel post, Asadi aveva inquadrato la guerra come parte di una più ampia lotta geopolitica, scrivendo che essa riguardava il «controllo delle rotte marittime, delle risorse e del petrolio» e sostenendo che la Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, «non rappresentava una minaccia esistenziale». Ha aggiunto: «Ho molto criticato Khamenei, ma al contempo nutro un enorme rispetto per la sua posizione intransigente nei confronti delle forze imperiali del male… Non è necessario sostenere Khamenei per comprendere che si tratta di una figura storica intransigente». La polizia disperde i manifestanti che protestano contro la guerra in piazza Habima a Tel Aviv, il 3 marzo 2026. (Flash90) Sospettato di affiliazione a un’organizzazione terroristica e di istigazione al terrorismo, Asadi è stato trattenuto in custodia per due giorni prima di essere rilasciato a condizione che non pubblichi altri post sull’Iran per cinque giorni e che si impegni a presentarsi per essere interrogato qualora venisse convocato. Il suo arresto ha suscitato forti reazioni negative tra gli attivisti e le personalità pubbliche palestinesi, molti dei quali hanno considerato questo arresto una grave violazione della libertà di espressione. Ma ha anche scatenato una reazione ostile a livello locale. Rafik Halabi, presidente druso del consiglio comunale di Daliyat Al-Karmel, ha pubblicato un video (che ha successivamente cancellato a seguito delle critiche mosse dai palestinesi che lo hanno giudicato settario e codardo) in cui denunciava Asadi e metteva in guardia dall’«accogliere estranei» nella località. Da allora, Asadi ha scritto di aver parlato con Halabi e di volerlo incontrare nei prossimi giorni per discutere dell’accaduto. I familiari di Asadi hanno riferito che le ripercussioni sono andate ben oltre l’arresto stesso. La madre di Asadi ha ricevuto minacce e ha dovuto lasciare temporaneamente la propria abitazione. Sui social media e all’interno della città, il caso ha alimentato un acceso dibattito pubblico, con accuse e richieste rivolte alla famiglia. La detenzione di Asadi fa seguito a una serie di arresti di cittadini palestinesi di Israele a seguito di post sui social media, in particolare a partire dal 7 ottobre. Solo di recente, Abdel Rahim Haj Yahya, un influencer sui social media di Tayibe, è stato rilasciato dopo aver scontato 27 mesi di carcere per dei post che, secondo le autorità, sostenevano Hamas. L’ultimo arresto è avvenuto oggi, quando Raed Salah, un importante leader palestinese in Israele ed ex capo del Movimento Islamico del Nord, ora dichiarato fuorilegge, è stato arrestato mentre faceva visita ad alcuni conoscenti a Shuafat, a Gerusalemme Est. È stato rilasciato nel giro di poche ore, ma la polizia non ha fornito alcuna spiegazione pubblica, alimentando così la sensazione generale di arbitrarietà nell’applicazione della legge. In un altro caso, il 5 marzo, una donna palestinese nella città settentrionale di Harish è stata arrestata dopo che la polizia aveva trovato una bandiera palestinese nella sua abitazione. Tutto è iniziato con un post di routine pubblicato in un gruppo della comunità in cui cercava un terapeuta di lingua araba per suo figlio; altri residenti hanno esaminato il suo profilo, hanno trovato una vecchia foto in cui lei reggeva una bandiera palestinese e l’hanno denunciata. «Hanno raccolto ulteriori informazioni su di me e hanno manifestato davanti a casa mia, e a un certo punto qualcuno ha presentato una denuncia contro di me [affermando che] sono una terrorista», ha raccontato a +972, chiedendo di rimanere anonima per timore di ulteriori attacchi. «Pensavo che questo tipo di persecuzione fosse riservato solo a persone molto attive politicamente», ha aggiunto. «Ora basta anche solo un semplice commento». La polizia l’ha ammanettata e l’ha condotta in centrale per interrogarla; lì, come ha raccontato, è stata costretta a calpestare una bandiera palestinese e a posare per delle foto davanti a una bandiera israeliana, prima di essere rilasciata più tardi quella stessa notte. Nella prima settimana di marzo, cinque cittadini palestinesi sono stati arrestati con l’accusa di aver dipinto con vernice spray una bandiera palestinese su un edificio comunale; tutti sono stati rilasciati lo stesso giorno per mancanza di prove. La settimana successiva, il 12 marzo, anche Mohammed Sakallah — figlio di un consigliere comunale di Lod — è stato arrestato con accuse simili. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir si è unito a decine di agenti di polizia e a una troupe televisiva mentre facevano irruzione nella sua casa. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir sul luogo in cui un missile balistico lanciato dall’Iran ha colpito Tel Aviv durante la notte, causando gravi danni, 1° marzo 2026. (Chaim Goldberg/Flash90) Sakallah è stato rilasciato e posto agli arresti domiciliari il giorno seguente, e molti residenti palestinesi di Lod hanno interpretato il suo arresto come una dimostrazione di forza volta a intimidire la comunità e a scoraggiare anche la minima espressione politica. Per i cittadini palestinesi di Israele, l’inasprimento della repressione potrebbe indicare un cambiamento più profondo. Hassan Jabareen, direttore del centro legale palestinese Adalah con sede ad Haifa, ha affermato che lo spazio già limitato alla libertà di espressione si è ulteriormente ridotto dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023. «In passato, i palestinesi all’interno di Israele si consideravano cittadini di seconda classe, e tale consapevolezza alimentava la lotta per l’uguaglianza», ha affermato. «Ma dall’inizio della guerra genocida contro Gaza, molti ora ritengono di non essere affatto trattati come cittadini. Ecco perché le persone sono diventate molto più caute». Tale cambiamento, ha spiegato, è strettamente legato all’azione di polizia sempre più aggressiva messa in atto in tempo di guerra sotto Ben Gvir. «Oggi il nemico non è più solo rappresentato dai cittadini arabi, ma sempre più da chiunque si opponga al governo. In pratica, anche la sinistra ebraica israeliana è diventata un bersaglio». L’altra emergenza Come hanno osservato attivisti e giornalisti locali, questi arresti avvengono in un momento in cui i cittadini palestinesi di Israele stanno affrontando un’ondata senza precedenti di crimini violenti. Sembra, in altre parole, che la polizia sia più preoccupata dei post online che degli autori di omicidi.   L’8 marzo, Ahmad Nassar, sindaco della città settentrionale di Arraba, è rimasto ferito in una sparatoria avvenuta all’interno di un panificio locale; anche il dottor Anwar Yassin, presidente del comitato popolare della città, è rimasto ferito. Per Rawyah Handaqlu, avvocata palestinese e fondatrice di Eilaf – Centro per la Promozione della Sicurezza nella Società Araba, questo attacco ha segnato una pericolosa svolta. «Il tentato omicidio del sindaco di Arraba rappresenta una grave escalation, ma purtroppo non è un evento isolato», ha dichiarato a +972. «Quando la criminalità raggiunge questo livello, non minaccia più solo la vita dei singoli individui; danneggia il tessuto sociale e mina la democrazia locale creando un clima di paura che può dissuadere le persone dal dedicarsi al servizio pubblico e alla leadership». Il 16 marzo, tre persone sono state uccise in tre distinti episodi di violenza: un uomo sulla trentina è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Tira; un altro uomo è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Umm Al-Fahm; e un motociclista ventenne è stato ucciso a Ramla. Questa sequenza di eventi suggerisce che l’eventuale breve tregua seguita allo scoppio della guerra potrebbe già essere in via di esaurimento. Sebbene sia troppo presto per trarre conclusioni definitive, il ritorno di omicidi multipli in un solo giorno ha rafforzato i timori che le condizioni di guerra possano creare ancora più spazio per la violenza criminale, poiché l’attenzione dell’opinione pubblica si sposta sul fronte militare e le risorse della polizia sono impegnate altrove. In tal senso, la guerra non ha sostituito un’emergenza con un’altra, ma le ha semplicemente sovrapposte l’una all’altra. Ciò che preoccupa molti nella società araba è la sensazione che la mancanza di protezione — sia dalla violenza criminale che dagli attacchi missilistici — non sia un problema di bilancio. Lo stato, ritengono, dispone degli strumenti per affrontare tali questioni; ciò che manca è la volontà politica. Tuttavia, sotto l’attuale leadership israeliana, e mentre la cosiddetta opposizione incita all’odio contro i cittadini palestinesi, vi sono poche speranze che la situazione possa cambiare. In collaborazione con LOCAL CALL Samah Watad è una giornalista e ricercatrice investigativa palestinese con sede in Israele, che si occupa di politica e questioni sociali. Baker Zoubi è un giornalista e cittadino palestinese di Israele, residente nel villaggio di Kufr Maser, nella Bassa Galilea. Ha iniziato la sua carriera nel 2010 come reporter per testate giornalistiche arabe locali, per poi assumere il ruolo di redattore capo presso la piattaforma di informazione Bokra, con sede a Nazareth. Dal 2021 è collaboratore di Local Call e +972 Magazine, pur continuando a lavorare come redattore part-time presso Bokra e pubblicando articoli di opinione su questioni politiche e sociali nella società palestinese. Oltre al suo lavoro giornalistico, collabora con diverse istituzioni su progetti di traduzione e revisione di testi e occasionalmente cura programmi televisivi. Lui e sua moglie Yara hanno tre figli: una figlia, Jida, e due figli, Jabr e Jawad. https://www.972mag.com/exposed-silenced-palestinians-wartime-israel Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
March 20, 2026
Assopace Palestina
Come Israele sta erodendo la vita dei palestinesi in Cisgiordania
I coloni appendono bandiere e striscioni israeliani nel quartiere Masoudiya vicino alla città di Sebastia, a nord di Nablus, il 13 febbraio 2026. (Foto di Mohammed Nasser/APA Images) La violenza israeliana in Cisgiordania non è drammatica come quella a Gaza, ma è metodica, duratura e talvolta più difficile da comprendere. Ecco come Israele sta usando il terrorismo dei coloni, le politiche finanziarie e le tattiche legali per soffocare la vita palestinese. Di Abdaljawad Omar  13 febbraio 2026  2 Oggi, in Cisgiordania si sta sviluppando una trasformazione silenziosa. Non si tratta della stessa forma di violenza spettacolare che un tempo dominava il ciclo delle notizie globali a Gaza, ma è più metodica e duratura — e più difficile da interrompere. Si svolge in tre processi apparentemente slegati: guerra finanziaria contro la vita economica palestinese, terrorismo dei coloni sostenuto dallo Stato e la legalizzazione dell'annessione. Ciò che lega questi processi non è semplicemente il fatto che avvengano nello stesso territorio e nello stesso momento, ma la loro architettura condivisa: fanno parte di un regime di compressione che non distrugge apertamente la vita palestinese, ma la limita sistematicamente. Ogni meccanismo opera attraverso un registro diverso — uno attraverso la liquidità, uno attraverso la violenza, uno attraverso la legge — ma tutti convergono verso lo stesso obiettivo: restringere il campo d’azione e far continuare la vita ai palestinesi. Tutto questo avviene sotto traccia, mentre il mondo sembra allontanarsi dalla Palestina. I movimenti globali erano stati, dopotutto, mobilitati  dall'orrore dei massacri quotidiani, anche se tutto in Cisgiordania appare immutabile almeno in superficie. Il passaggio quotidiano attraverso i checkpoint si è trasformato in un rituale rigido. Oltre 42.000 rifugiati palestinesi dai campi di Jenin e Tulkarem rimangono sfollati, vivendo una tensione sospesa che si rifiuta di essere risolta. Man mano che i massacri a Gaza cambiano forma e perdono la loro forza più spettacolare, i movimenti di  protesta vacillano e la solidarietà rivela la sua dipendenza dal sangue e dalle catastrofi. Quando l'horror diventa meno “televisivo”, l'attenzione si disperde — un crudo riflesso dello stato dell'economia dell'attenzione globale. Questo continuo scompiglio ha fatto più che esaurire l'attenzione: sta gettando le basi per altre violenze che si svolgeranno in Cisgiordania senza essere notate. È così che il regime di compressione israeliano continua a erodere le condizioni per l'esistenza palestinese. Blocchi finanziari La Cisgiordania sta affrontando una grave crisi bancaria e di liquidità innescata dai limiti imposti da lungo tempo da Israele sui cambi di valuta ai sensi del Protocollo di Parigi del 1994. Per quasi trent’anni, Israele ha fissato informalmente un tetto annuale alla conversione di shekel dalle banche palestinesi a 18 miliardi di NIS, una cifra che non ha tenuto il passo con la crescita economica palestinese. Il risultato è che le banche palestinesi hanno accumulato enormi eccedenze di shekel israeliani che non sono in grado di convertire in valute estere come dollari statunitensi o dinari giordani. Nel maggio 2024, l'Autorità Monetaria Palestinese ha imposto alle banche di smettere di accettare ulteriori shekel, scatenando disagi diffusi: i cittadini faticano a versare assegni, le imprese non riescono a depositare i ricavi e alcuni residenti sono finiti in scoperto bancario.. La carenza di valuta convertibile ha anche alimentato un mercato nero in cui gli shekel vengono scambiati a tassi significativamente inferiori a quello  ufficiale. La crisi è stata aggravata dal ridotto accesso dei lavoratori palestinesi in Israele dall'ottobre 2023, che ha ridotto drasticamente il flusso di salari che un tempo garantiva una fonte costante di valuta estera. Negli ultimi mesi, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha adottato ulteriori misure che i palestinesi vedono come tentativi di indebolire ulteriormente il coordinamento economico: si è opposto all'aumento del tetto di conversione degli shekel e ha ordinato la cancellazione di una garanzia bancaria del governo israeliano (una sorta di lettera di "indennizzo") che protegge le banche israeliane quando collaborano con istituzioni bancarie palestinesi. Sebbene questa revoca non sia ancora formalmente esecutiva, riflette un più ampio mutamento della politica israeliana volto a limitare la cooperazione finanziaria con l'Autorità Palestinese e a creare le condizioni per una crisi strutturale del sistema bancario palestinese. Ciò che questa crisi bancaria indotta rivela non è un'anomalia, ma una logica di governo: il blocco come metodo. La minacciata revoca delle garanzie bancarie di corrispondenza non è stata una semplice manovra finanziaria; ha messo a nudo la morsa strutturale radicata nell'economia palestinese. Poiché le banche palestinesi dipendono dalle controparti israeliane per la compensazione degli shekel e per elaborare transazioni transfrontaliere, l'intero sistema monetario rimane mediato dall'esterno. Il rifiuto di assorbite l’eccedenza di shekel, il congelamento o il ritardo dei meccanismi di autorizzazione e la minaccia periodica di recidere i legami bancari garantiti formano, insieme, un regime di interruzione controllata. Come i checkpoint fisici, questo sistema ne stabilisce di finanziari. Il blocco agisce limitando la circolazione di valuta, liquidità e credito, fino a quando la vita economica non rallenta fino alla soglia dell'asfissia. Non si tratta di un crollo in senso drammatico, ma di qualcosa di più calcolato. I sistemi finanziari dipendono dalla fiducia: dall'aspettativa che i depositi siano sicuri, che la liquidità sia disponibile, che i canali corrispondenti rimangano aperti. Minacciando ripetutamente di revocare le garanzie e di interrompere i processi di autorizzazione, Israele inietta incertezza nel sistema circolatorio della finanza palestinese. Le banche continuano a operare, ma sotto costrizione permanente. I depositanti restano, ma con crescente ansia. L'Autorità Monetaria Palestinese rassicura, ma la rassicurazione stessa diventa parte del ciclo di gestione della crisi. Il blocco produce quindi precarietà cronica invece che un’implosione  immediata. Svuota le istituzioni dall'interno, erodendo la fiducia pur mantenendo la facciata di normalità. Come strategia coloniale di insediamento, il blocco precede la demolizione. Prepara il terreno. Il settore bancario palestinese — un tempo descritto come un pilastro di relativa stabilità — diventa il luogo in cui l'assenza di sovranità si fa sentire più acutamente. La capacità di limitare la circolazione trasforma la dipendenza economica in leva politica. Il blocco è il primo movimento di una sequenza volta a smantellare il mondo palestinese: non solo con una distruzione spettacolare, ma chiudendo silenziosamente i canali attraverso i quali quel mondo si autosostiene. Spinge i palestinesi — commercianti, mercanti, imprese e lavoratori — verso l'orlo del baratro, dove la vita economica si riduce alla mera sopravvivenza e il limite non è più un'eccezione, ma una condizione. Il terrore dei coloni Quelli che erano iniziati come i passi solitari di un colono che scendeva dalla fattoria di Nahal Adasha verso Khirbet al-Halawa si si sono trasformati in uno spettacolo coordinato di dominio in tutta Masafer Yatta, nella Cisgiordania meridionale. Dopo un alterco con i residenti, il colono ha chiamato rinforzi; ne sono arrivati a decine, alcuni armati, presto raggiunti dai soldati israeliani. Per ore, secondo testimoni oculari palestinesi, i coloni hanno picchiato i residenti, rubato decine di pecore, dato fuoco a proprietà e riserve di legna da ardere, frantumato finestre e spruzzato spray al peperoncino nelle case. Gli uomini sono stati trattenuti e costretti a sedersi a terra, donne e bambini aggrediti e ambulanze ostacolate. Nella vicina Khirbet al-Fakhit, un uomo di 48 anni è stato ricoverato con una frattura al cranio e un'emorragia cerebrale, mentre la madre anziana era ferita accanto a lui. Al calare della notte, il bestiame è stato spinto verso gli avamposti e gli insediamenti; la violenza si è estesa da un borgo all'altro in quello che i residenti hanno descritto come un raid pianificato. Per gran parte dell'episodio di sei ore, le forze israeliane erano presenti. Gli abitanti del villaggio raccontano di soldati che assistevano inerti al furto del bestiame e che, in certi momenti, limitavano i movimenti dei medici che cercavano di raggiungere i feriti. Due donne palestinesi sono state arrestate e successivamente rilasciate senza accuse. Ciò che i palestinesi hanno subito non è stata una semplice violenza di massa, ma una coreografia dell'impunità in cui l'architettura dell'occupazione — avamposti civili, coloni armati e soldati in divisa — è confluita per produrre espropriazione in tempo reale. Questa scena non è nuova. È la grammatica della vita nell'Area C, il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano. In queste aree marginali, l'edilizia palestinese è ridotta al minimo e la permanenza è trattata come una provocazione. La vita segue ritmi stagionali: il raccolto delle olive, la cura delle greggi, il lento movimento attraverso le terre aperte. Questi non sono spazi vuoti. Sono geografie vissute, sostenute da vie di pascolo, sentieri pedonali e cure ereditarie. Eppure la loro apertura li rende vulnerabili. Sono esposti all'invasione e all'intimidazione coreografata, a un regime che interpreta la mobilità stessa come una pretesa. La violenza è multidirezionale. Il colono imita il palestinese e nello stesso tempo brucia la terra; Imita il pascolo mentre massacra il gregge; dà fuoco agli ulivi e sradica il suolo stesso da cui traggono la loro vita ostinata. L'attacco a Masafer Yatta non è stata una vicenda isolata. Episodi simili sono stati documentati in tutta la Cisgiordania con frequenza crescente da ottobre 2023: ad al-Tuwani, dove i coloni hanno impedito agli agricoltori l'accesso alle loro terre durante il raccolto delle olive; a Susiya, dove l'espansione degli avamposti ha allontanato le famiglie dalle aree di pascolo che utilizzavano da generazioni; a Jinba, dove la designazione militare di "zone di tiro" è stata usata come arma per facilitare lo sfollamento. Il modello è coerente: la violenza crea fatti sul terreno che le misure amministrative poi consolidano. Ma più di ogni altra cosa, il terrore dei coloni è pensato per confinare, demolire e rendere la vita invivibile — a comprimere l'esistenza in recinti sempre più stretti dove l’allontanamento inizia ad apparire l'unico orizzonte rimasto. Ciò che distingue il momento attuale non è l'invenzione di queste tattiche, ma la loro intensificazione e coordinazione. Il terrore dei coloni è sempre stato una caratteristica dell'occupazione, ma ora opera con un'audacia che implicherebbe  una sanzione ufficiale. I ministri israeliani celebrano apertamente gli attacchi. Le indagini della polizia sono superficiali o inesistenti. Il messaggio è chiaro: la presenza palestinese è provvisoria, soggetta a revoca tramite una combinazione di restrizioni legali e intimidazione fisica. Annessione e legalizzazione Ciò che si è svolto non è una drammatica dichiarazione di sovranità, ma qualcosa di molto più subdolo: un silenzioso inasprimento della morsa. Negli ultimi mesi, il governo israeliano ha promosso una serie di misure che fungono da strumenti di assorbimento territoriale. A gennaio, la Knesset ha approvato una legge che legalizza di fatto dozzine di avamposti coloniali costruiti su terreni privati palestinesi, garantendo loro retroattivamente uno  status ufficiale. La legge consente ai coloni di rivendicare la proprietà della terra che hanno occupato, spesso per anni, asserendo che la loro presenza fosse autorizzata, anche laddove tale autorizzazione non è mai esistita. I proprietari terrieri palestinesi hanno diritto teoricamente a un risarcimento, ma il meccanismo per ottenerlo è farraginoso, richiede di districarsi tra i tribunali israeliani e non offre alcuna garanzia di successo. Contemporaneamente, il governo ha adottato misure per allentare le restrizioni sull'espansione degli insediamenti. Le commissioni di pianificazione che un tempo richiedevano il coordinamento con l'Amministrazione Civile — l'organo militare israeliano che governa l'Area C — possono ora approvare la costruzione più rapidamente. I processi di revisione ambientale sono stati semplificati. Le valutazioni archeologiche, che in precedenza ritardavano alcuni progetti, sono ora accelerate o revocate. L'effetto cumulativo è la rimozione dell'attrito burocratico che, a tratti, aveva rallentato la crescita degli insediamenti. Ciò che un tempo era incrementale diventa ora accelerato. Queste misure sono presentate come aggiustamenti amministrativi, ma funzionano come strumenti di assorbimento territoriale. L'annessione qui non è dichiarata; viene sedimentata — strato dopo strato, permesso dopo permesso, registro dopo registro. Aprendo i registri fondiari e smantellando le tutele, lo stato trasforma il panorama in un mercato in cui potere, capitale e coercizione convergono. La violenza è burocratica, il suo linguaggio tecnico, ma il suo effetto inequivocabilmente politico: la costante cancellazione della presenza spaziale palestinese a favore di una rivendicazione sovrana che avanza senza mai nominarsi. Queste misure svuotano anche ciò che resta dell'autonomia amministrativa palestinese. Il quadro di Oslo — già frammentato e diseguale — si basava sulla finzione di un’autorità delegata in aree designate della Cisgiordania, le cosiddette Aree A e B. Ora, anche quella finzione viene metodicamente smantellata. Estendendo i poteri di controllo israeliani in ambiti un tempo gestiti dalle istituzioni palestinesi — pianificazione, regolamentazione ambientale, patrimonio culturale — l'architettura di un autogoverno limitato crolla su se stessa. L'Autorità Palestinese non viene affrontata in una rottura aperta, ma scavalcata, resa irrilevante e silenziosamente spostata da un regime di diretta supervisione. Quella che sembra essere una riforma della governance è, in realtà, la riconfigurazione della sovranità sul campo. La gravità di questi passi non risiede solo nel loro impatto immediato, ma anche nella loro ambizione temporale. Non si tratta di politica come reazione, ma di politica come permanenza. Essa cerca di precludere il futuro rimodellando il presente — inserendo il controllo israeliano così profondamente nel tessuto legale e amministrativo del territorio da rendere inimmaginabile qualsiasi inversione di rotta. I sostenitori occidentali di Israele possono emettere condanne, ma la macchina del consolidamento procede con calma procedurale. Ogni aggiustamento normativo, ogni approvazione urbanistica, ogni registrazione fondiaria trasforma gradualmente lo status quo in qualcosa che il diritto internazionale non ha più il vocabolario per contestare. La logica della compressione Il blocco limita la circolazione economica. Il terrore rende lo spazio fisico pericoloso e incerto. La legge preclude il ricorso legale e l'autonomia amministrativa. La crisi bancaria significa che anche chi possiede  capitali non può accedervi in modo affidabile. La violenza dei coloni significa che anche chi possiede la terra non può lavorarla in sicurezza. L'annessione legale significa che anche chi possiede titoli di proprietà non può difenderli. Insieme, questi fattori, producono una condizione in cui la protezione rimane indietro e l'esposizione diventa ordinaria. L'obiettivo qui non è ancora l’eliminazione della popolazione palestinese—un tale progetto attirerebbe la condanna internazionale ed una resistenza organizzata—ma la sua gestione sulla soglia della sostenibilità. I palestinesi rimangono, ma la loro capacità di riproduzione sociale, economica e politica autonoma continua a diminuire. Le imprese operano, ma in condizioni che ne impediscono l'espansione. Gli agricoltori coltivano, ma su lotti sempre più piccoli. Le istituzioni funzionano, ma senza le risorse o l'autorità per servire efficacemente le proprie  popolazioni. La vita continua, ma in corridoi sempre più ristretti. Ciò che rende questo regime particolarmente efficace è la sua diffusione delle responsabilità. Nessun singolo attore ne porta l'esclusiva responsabilità. La banca corrispondente cita la conformità normativa. Il colono sostiene legittima difesa o diritto biblico. La commissione edilizia si appella ai regolamenti urbanistici. Il soldato esegue gli ordini. Ogni decisione è difendibile all'interno del proprio dominio, giustificata da precedenti, necessità o pressione esterna. Eppure il modello, invisibile a livello di azioni individuali, diventa leggibile nel suo insieme. Ciò che appare come attrito amministrativo, imperativo di sicurezza o rischio di mercato si rivela, col tempo, come una costrizione organizzata. La realtà esperienziale per chi è sottoposto a questo regime è quella dell'adattamento cronico. Il commerciante di Ramallah che un tempo pianificava a cinque anni, ora fa i calcoli su base trimestrale, incerto se la sua banca onorerà i prelievi o se nuove restrizioni spezzeranno la sua catena di approvvigionamento. Il pastore di Masafer Yatta, che un tempo pascolava sulle colline che la sua famiglia lavora da generazioni, ora confina il suo gregge nelle valli visibili dal villaggio, i suoi figli imparano la cautela prima di acquisire fiducia. Il pianificatore municipale di Bethlehem, che un tempo progettava ampliamenti, ora passa il tempo a districarsi tra dinieghi di permessi e a negoziare ordini di demolizione; la sua formazione professionale è ridotta alla gestione delle crisi. Il tempo diventa reattivo invece che progettuale. La pianificazione si estende solo fino al permesso successivo. Questa logica non è esclusiva della Cisgiordania. In diverse aree geografiche, incontriamo schemi simili: il ridimensionamento dei diritti, la riduzione dei beni pubblici, il restringimento delle possibilità politiche, la normalizzazione dell'emergenza come struttura. A Gaza, il blocco ha operato per quasi due decenni come un laboratorio di diminuzione controllata, mantenendo una popolazione appena sopra la soglia della catastrofe umanitaria impedendo al contempo lo sviluppo economico o l'autonomia politica. E con la distruzione di Gaza, la vita viene ridotta in spazi ancora più angusti e apporti calorici gestiti. La politica dello shock e l'attrito burocratico non sono opposti; sono tempi complementari all'interno di un unico ordine. Lo spettacolo destabilizza la percezione, annunciando trasformazione e rottura, mentre le misure amministrative ricalibrano silenziosamente ciò che è vivibile. Il blitz esecutivo dell'amministrazione Trump — ordini emessi in rapida successione, politiche revocate e reintegrate, norme violate e difese nello stesso tempo — genera disorientamento. L'attenzione si disperde. Quello che ieri sembrava assurdo diventa lo sfondo di oggi. Nel frattempo, il lavoro meno visibile procede: regolamenti riscritti, tribunali riformati, discrezionalità nell'applicazione della legge ampliata. Lo spettacolare e il procedurale collaborano: l’uno esaurisce la capacità di indignazione, l'altro inserisce vincoli nell'architettura istituzionale. Ciò che si sta costruendo, quindi, non è una crisi temporanea, ma una condizione duratura. Il blocco bancario in Cisgiordania non è pensato per essere risolto, ma gestito. La violenza dei coloni non è un’aberrazione da correggere, ma da calibrare. L'annessione legale non è una deviazione dalle norme internazionali, ma in parte è la nuova normalità. La domanda non è se questi processi si intensificheranno—si stanno già intensificando—ma se chi li subisce riconoscerà il modello in tempo per interromperlo, se l'attenzione globale potrà essere sostenuta in assenza di violenza spettacolare, se la solidarietà potrà attaccarsi al lento macinio della compressione con la stessa ferocia con cui un tempo rispondeva allo shock improvviso di un massacro. Per ora, la logica della compressione procede con la sicurezza di un progetto che ha calcolato i limiti della resistenza. Scommette che le popolazioni mantenute sotto la soglia di rottura si adatteranno invece di ribellarsi, si esauriranno nel tentativo di barcamenarsi invece di organizzarsi per la trasformazione. Se questa scommessa reggerà non dipende dall'ingegnosità dei meccanismi — quelli sono già operativi — ma dalla capacità di chi vi è sottoposto di rifiutarne i termini, di trovare proprio nella condizione di compressione le basi per un rifiuto collettivo. Abdaljawad Omar Abdaljawad Omar è scrittore e Professore Associato presso l'Università di Birzeit, Palestina. Seguitelo su X @HHamayel2. How Israel is eroding life for Palestinians in the West Bank – Mondoweiss Traduzione a cura di Associazione di Amicizia-Italo Palestinese Onlus, Firenze