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Life Support, 57 persone soccorse: sette morte durante la traversata. Due evacuate in condizioni critiche
La nave di EMERGENCY ha soccorso un’imbarcazione sovraffollata nelle acque internazionali della zona SAR libica. A bordo anche 29 minori non accompagnati. Sette persone erano già morte, due in condizioni critiche per soffocamento. Alle autorità era stato chiesto un porto vicino, ma è stato assegnato Bari, a 632 miglia nautiche dal luogo del soccorso. Sette persone morte, due in condizioni critiche per soffocamento e altre nove bisognose di assistenza medica. È il bilancio del soccorso effettuato lunedì 17 agosto dalla Life Support di EMERGENCY nel Mediterraneo centrale. L’operazione si è conclusa alle 8:07, dopo che l’imbarcazione, una barca di legno a doppio ponte, era stata individuata alle 6 del mattino. «I naufraghi – spiega l’ONG – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne». Secondo quanto riferito da EMERGENCY, la situazione è apparsa subito particolarmente grave. «Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave», racconta Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support. La presenza della motovedetta libica non ha interrotto l’operazione. «A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata», spiega Nanì La Terra. È durante il soccorso che il team della Life Support ha scoperto la gravità delle condizioni delle persone a bordo. «A metà soccorso il nostro team si è accorto della presenza di 9 persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio», racconta il capomissione. «Per 7 di loro non c’è stato niente da fare; 2 di loro sono in condizioni critiche per soffocamento». Il numero complessivo delle persone soccorse è di 57, mentre il comunicato di EMERGENCY specifica che 50 erano ancora in vita al momento del completamento dell’operazione: 45 uomini e 5 donne. Tra loro ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, 26 maschi e 3 femmine. Nove persone necessitavano di assistenza medica. Per le due persone in condizioni critiche, il personale sanitario della Life Support ha richiesto immediatamente un’evacuazione medica urgente. Il MedEvac è stato completato alle 14:14, trasferendo le due persone a terra per le cure necessarie. Ma mentre l’emergenza sanitaria veniva affrontata, si apriva un’altra questione: quella del porto di sbarco assegnato dalle autorità italiane. Subito dopo il soccorso, EMERGENCY aveva chiesto alle autorità l’assegnazione di un Place of Safety vicino, proprio considerando le condizioni delle persone soccorse e il bilancio dell’intervento. La richiesta non è stata accolta: il porto assegnato è Bari, distante circa 632 miglia nautiche, pari a circa tre giorni di navigazione dal luogo del soccorso. Una decisione che, secondo EMERGENCY, impone alle persone sopravvissute alla traversata e al naufragio ulteriori giorni in mare, nonostante le condizioni fisiche e psicologiche già compromesse. «Una decisione che significa costringere i naufraghi, soggetti vulnerabili che hanno già alle spalle esperienze difficili e traumatiche e che dovrebbero raggiungere un posto sicuro nel minor tempo possibile, a ulteriori giorni di navigazione», denuncia l’organizzazione. Il viaggio verso Bari comporta inoltre il rinvio dell’accesso alle procedure di protezione e ai servizi di cui le persone soccorse hanno bisogno. Il tema del Place of Safety torna così a intrecciarsi con quello delle politiche di gestione delle frontiere nel Mediterraneo: anche dopo essere state individuate e soccorse in acque internazionali, persone sopravvissute a una traversata segnata dalla morte vengono mantenute per altri giorni a bordo di una nave di soccorso, in attesa di poter raggiungere un porto sicuro. A bordo della Life Support, intanto, lo staff di EMERGENCY continua a seguire le persone soccorse e a garantire loro assistenza. La nave SAR di EMERGENCY opera in questa regione dal dicembre 2022 e, da allora, ha soccorso complessivamente 3.588 persone.
Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
HPG: Siamo concentrati sulla libertà fisica di Abdullah Öcalan
Le HPG ha rilasciato una dichiarazione per celebrare il 15 agosto affermando: “Oggi tutte le forze della lotta per la libertà del Kurdistan, in primis la guerriglia per la libertà del Kurdistan e il nostro popolo patriottico sono concentrate sulla libertà fisica di Öcalan”. Il Centro stampa e comunicazione delle HPG ha dichiarato in un comunicato stampa diffuso in occasione dell’anniversario del 15 agosto 1984: “Celebriamo il 42° anniversario della gloriosa offensiva del 15 agosto che ha infranto la condanna a morte emessa contro i curdi e ha dato inizio alla lotta per l’esistenza e la libertà e ha permesso la rinascita del popolo curdo e la festa nazionale della resurrezione, innanzitutto a Rêber Apo [Abdullah Öcalan], leader e artefice di questa svolta storica; alle preziose famiglie dei nostri martiri che hanno portato avanti la nostra lotta fino ad oggi con il loro sacro sangue; ai nostri amici in tutto il mondo che sono stati al nostro fianco nella lotta; e a tutti i nostri compagni che combattono con abnegazione ovunque”. Il comunicato delle HPG prosegue: “La gloriosa offensiva del 15 Agosto si è svolta in condizioni in cui la lingua, l’identità e l’esistenza curda sono state negate, tutti i suoi valori sono stati esposti allo sfruttamento nella massima misura e il Kurdistan nel suo complesso è stato occupato e condannato alle tenebre più profonde. La storica svolta di Rêber Apo, la fondazione del PKK, l’accensione della miccia della resistenza da parte del compagno Mazlum Doğan con tre fiammiferi nella prigione di Amed e l’intensificazione di questa resistenza attraverso i combattenti della resistenza dei quattro e del 14 luglio, hanno costituitole basi dell’offensiva del 15 agosto 1984. In un’epoca in cui nessuno riusciva nemmeno a immaginare di sparare un colpo contro gli occupanti, i colonialisti o la giunta fascista del 12 settembre, intraprendere un’azione così eroica e dare inizio alla guerriglia ha portato a una rinascita e a una sollevazione del popolo curdo in ogni senso. Con il “primo proiettile” sparato il 15 agosto sotto la guida del compagno Mahsum Korkmaz, al fine di frantumare il multiforme colonialismo imposto al popolo curdo è iniziata la nostra lotta per l’esistenza e la libertà, segnando una svolta per i curdi e il Kurdistan. Il nostro popolo, che si è rigenerato dalle proprie ceneri grazie alla volontà apoista, ha spezzato le catene della schiavitù con la sua giusta e legittima lotta, ha superato la propria arretratezza ed è diventato portatore di un’ininterrotta marcia di eroismo. “In questo senso, commemoriamo con rispetto e gratitudine tutti i nostri martiri, incarnati nel comandante Egîd, comandante pioniere e simbolo dell’offensiva del 15 agosto, e rinnoviamo il nostro impegno a conseguire la vittoria realizzando i sogni dei nostri martiri.” L’offensiva del 15 agosto è stata un’iniziativa storica Il comunicato del Centro stampa e comunicazione delle HPG afferma inoltre: “L’offensiva del 15 agosto non è stata semplicemente un’azione militare o un’iniziativa difensiva temporanea. L’offensiva del 15 agosto è stata un intervento storico contro la spirale discendente di un popolo che era stato portato sull’orlo del baratro. Quest’offensiva le cui dimensioni nazionali, ideologiche, politiche, sociali e culturali sono state almeno altrettanto significative quanto la sua dimensione militare, è stata soprattutto una rivolta contro le catene della schiavitù e della sottomissione nella mente curda. Ha distrutto gli avamposti che il colonialismo aveva costruito nella mente del popolo curdo e ha dimostrato che i curdi e il Kurdistan sono realtà innegabili.” La rivoluzione della resurrezione ha innescato un processo rivoluzionario a livello intellettuale, sociale e democratico ovunque vivessero i curdi. A tal punto che la donna curda libera, emersa grazie alla rivoluzione della resurrezione, è oggi diventata una pioniera della vita libera, fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo, che la ammirano e la seguono con interesse. Questi sviluppi, che Rêber Apo ha descritto come una “rivoluzione nella rivoluzione”, hanno dato origine a una nuova identità curda, a una persona curda libera, a uno spirito apoista indomabile, a una coscienza apoista e ai suoi alti valori, che ora tutti abbracciano con orgoglio. “Se oggi è possibile parlare di curdi, di identità curda, di Kurdistan e di valori curdi, e della grandezza di questi valori, non c’è dubbio che l’offensiva del 15 agosto e la successiva lotta condotta dai guerriglieri, al costo di migliaia di martiri, abbiano giocato un ruolo decisivo in tutto questo”. Le HPG hanno aggiunto: “Il guerrigliero non è mai stato semplicemente un combattente ordinario o un esercito difensivo; è diventato l’espressione di una persona curda libera e nuova per il popolo curdo e il Kurdistan. Grazie alle alte qualità umane che ha coltivato in sé, al suo grande spirito di sacrificio, alla sua devozione per il paese e per il popolo, alla sua lotta a livello di eroismo, alla sua volontà indomabile, alla sua determinazione e al suo impegno senza pari, al suo stile di vita da derviscio liberato dall’individualismo, alla sua onestà e dedizione incondizionata, il guerrigliero si è guadagnato un posto nei cuori del nostro popolo. La fiaccola accesa dall’offensiva del 15 agosto, attraverso la sua dimensione spirituale e ideologica, ha liberato dall’individualismo, dall’impotenza e dalla passività, e ha costruito un’etica sociale di sacrificio basata sui principi di dedizione, cameratismo e vita comunitaria. Questa profonda posizione spirituale e ideologica è stata la fonte fondamentale di forza, consentendo al nostro popolo di preservare la propria resilienza anche nelle condizioni più difficili e di rifiutare La libertà di Öcalan è cruciale Le HPG hanno sottolineato che “al centro di tutti questi sviluppi storici, degli alti valori che sono stati creati e della lotta incessante che è stata condotta, si erge Rêber Apo. È un fatto noto in tutto il mondo oggi che la libertà di Rêber Apo, creatore e leader di tutti i valori umani, ideologici e sociali della nostra lotta, è indispensabile per il nostro popolo e per il nostro movimento. Oggi tutte le dinamiche della lotta per la libertà del Kurdistan, inizialmente la guerriglia per la libertà del Kurdistan e il nostro popolo patriottico, sono incentrate sulla libertà fisica di Rêber Apo; tutte le ricerche e gli approcci che non prendono come base la posizione e la libertà assoluta di Rêber Apo, e che ignorano questa realtà sono considerati nulli e privi di validità. Per 27 anni le migliaia di martiri che abbiamo dato nella lotta contro il sistema di tortura di Imralı e la Cospirazione Internazionale ci hanno lasciato lo stesso comando e testamento su questa base, e ognuno dei nostri martiri ha esalato l’ultimo respiro dicendo: “Bijî Serok Apo” (“Lunga vita al leader Apo”). Come guerriglieri per la libertà che seguono le orme dei martiri, sottolineiamo che la nostra resistenza e la lotta del nostro popolo continueranno senza sosta e con determinazione, con ogni mezzo e metodo, fino a quando Rêber Apo non avrà ottenuto la libertà fisica. Con questa speranza, fede e determinazione alla vittoria, celebriamo ancora una volta la festa della resurrezione del 15 agosto e in questa occasione ci impegniamo nuovamente a portare avanti con fermezza la nostra marcia “Leadership libera, Kurdistan libero” verso la vittoria. “Entrando nel 43° anno di lotta, auguriamo un successo straordinario a tutti i nostri compagni che hanno il cuore di Rêber Apo, al nostro popolo patriottico e agli amici del nostro popolo.”
August 15, 2026
UIKI ONLUS
Undici corpi in mare e due intercettazioni violente: il Mediterraneo sempre più pericoloso
Undici corpi in avanzato stato di decomposizione, alcuni ancora con i vestiti addosso, altri tenuti a galla da camere d’aria di pneumatici. È quanto ha osservato il 14 agosto l’equipaggio dell’Albatross, l’aereo di monitoraggio gestito congiuntamente da SOS Méditerranée e Humanitarian Pilots Initiative (HPI), durante un volo sul Mediterraneo centrale. L’equipaggio ha abbassato la quota per poter distinguere meglio la scena. Le circostanze e il momento esatto del naufragio restano sconosciuti. «Questa testimonianza è un duro promemoria delle conseguenze umane delle politiche letali dell’Europa, improntate all’indifferenza e alla deterrenza a tutti i costi», denuncia SOS Méditerranée nel comunicato diffuso il 14 agosto. Il ritrovamento si inserisce in un bilancio sempre più pesante. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) citati dall’organizzazione, dall’inizio del 2026 almeno 872 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo centrale, il 24% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati registrati almeno 702 morti o dispersi. Per SOS Méditerranée, non si tratta di eventi imprevedibili: «Queste morti non sono tragici incidenti, ma il risultato prevedibile di scelte politiche deliberate». MENO ARRIVI, UNA ROTTA PIÙ LETALE Negli ultimi mesi il numero delle persone arrivate in Italia attraverso il Mediterraneo centrale è diminuito del 56%. Un dato che il governo italiano presenta come risultato delle proprie politiche migratorie. Ma, sottolinea SOS Méditerranée, la diminuzione degli arrivi non significa che la traversata sia diventata più sicura. Al contrario, il tasso di mortalità stimato sulla rotta è arrivato a quasi il 3% 1: circa una persona muore o scompare ogni 35 persone che tentano la traversata. «Il calo degli arrivi non ha reso la traversata più sicura», scrive l’organizzazione. «Queste cifre dimostrano che un minor numero di partenze non ha comportato un minor numero di morti, ma piuttosto un rischio crescente per la vita di coloro che continuano a intraprendere il viaggio». Il dato mette in discussione uno dei principali argomenti utilizzati per rivendicare l’efficacia delle politiche di contenimento: meno persone riescono ad arrivare, ma quelle che continuano a partire affrontano una rotta nella quale aumentano le probabilità di morire. DUE INTERCETTAZIONI IN UN’ORA Il ritrovamento degli 11 corpi arriva mentre SOS Méditerranée denuncia anche un aumento delle intimidazioni e delle operazioni di intercettazione condotte da soggetti libici nelle acque internazionali. Il 12 agosto, nel giro di meno di un’ora, l’equipaggio dell’Albatross ha assistito a due intercettazioni. La prima riguarda un’imbarcazione di legno blu con circa 50 persone a bordo, tra cui tre donne, che navigava alla deriva e senza attrezzature di salvataggio. Alcune ore dopo, l’aereo ha osservato due gommoni a scafo rigido non identificati: uno trainava l’imbarcazione ormai vuota, mentre l’altro trasportava le persone che erano state prese a bordo. Poco meno di un’ora dopo, nella stessa zona, l’Albatross ha osservato una seconda operazione. Un gommone nero sovraffollato trasportava circa 30 persone, tra cui bambini e neonati, senza equipaggiamenti di salvataggio visibili. Una motovedetta della Guardia Costiera libica di classe TS 300 si è avvicinata ad alta velocità e ha inseguito il gommone per circa 40 minuti. Secondo quanto documentato dall’equipaggio, durante l’inseguimento la motovedetta avrebbe compiuto «una serie di manovre aggressive e pericolose», speronando più volte il gommone e tentando di legarlo con una corda mentre era ancora in navigazione. Nelle vicinanze si trovava la Humanity 1, nave di SOS Humanity in grado di prestare soccorso alle persone in pericolo. Secondo SOS Méditerranée, alla nave è stato ordinato dalla Guardia Costiera libica di lasciare la zona e dirigersi verso nord. LA MOTOVEDETTA FINANZIATA DALL’UNIONE EUROPEA C’è un ulteriore elemento che rende particolarmente significativa la denuncia: la motovedetta TS 300 coinvolta nell’intercettazione è stata fornita alle autorità libiche attraverso SIBMMIL, il principale programma europeo per la gestione delle frontiere e della migrazione in Libia. Il programma, finanziato dall’Unione europea, fornisce alle autorità libiche risorse, formazione e attrezzature. È proprio sulla responsabilità europea che SOS Méditerranée concentra la propria denuncia. «Quando imbarcazioni finanziate dall’UE vengono utilizzate in episodi violenti come questo, sorgono interrogativi sulla responsabilità a cui le istituzioni europee hanno finora scelto di non rispondere». La questione non riguarda quindi soltanto ciò che accade durante le traversate. Riguarda anche il sistema costruito per impedire alle persone di raggiungere l’Europa: il rafforzamento della Guardia Costiera libica, il trasferimento verso le autorità libiche delle operazioni di intercettazione, l’ostacolo alle attività delle navi civili di soccorso. Da oltre un decennio, denuncia SOS Méditerranée, gli Stati membri dell’Unione europea si sono sottratti alle proprie responsabilità in materia di ricerca e soccorso, mentre hanno continuato a sostenere la Guardia Costiera libica. Gli undici corpi avvistati dall’Albatross sono l’esito più drammatico di una rotta che continua a essere attraversata nonostante l’aumento dei rischi. Le due intercettazioni del 12 agosto mostrano invece cosa può accadere a chi viene fermato prima di raggiungere un luogo sicuro. Il Mediterraneo centrale diventa così sempre più difficile da attraversare, senza che questo significhi che le persone smettano di partire. E, conclude SOS Méditerranée, «In assenza di responsabilità, è probabile che episodi del genere si ripetano.» 1. Questo tasso di mortalità è calcolato sulla base dei dati sugli arrivi (UNHCR), sui decessi e sulle persone disperse (Missing Migrants Project dell’OIM) e sulle intercettazioni (OIM Libia). I dati sulle intercettazioni sono limitati: le autorità tunisine non pubblicano dati sulle intercettazioni dal giugno 2024, mentre i dati più recenti sulle intercettazioni effettuate dalle autorità libiche, forniti dall’OIM Libia, arrivano solo al 25 luglio. Il calcolo si basa pertanto sulla stima più recente disponibile per questo periodo. Poiché le stesse cifre dell’OIM sono ampiamente considerate una sottostima dei decessi e delle persone disperse in mare, il reale tasso di mortalità è probabilmente superiore a quello indicato da questa stima (Fonte: CS in inglese). ↩︎
Aggiornamenti dal CPR di Gradisca d’Isonzo (GO). Agosto 2026
“Sognavo un futuro migliore e mi sono ritrovato in una cella di prigione. Ha senso tutto questo?” Conosciamo ormai da molto tempo le condizioni di detenzione nel CPR di Gradisca. Gabbie, vuoto, insensatezza, una prassi brutale, inconcepibile per chi ci finisce, ma pienamente operativa, in alcuni casi performativa, nel sistema razzista in cui è inserita. […]
Israele porta via le macerie di Gaza per “nascondere il genocidio” e “ridisegnare la mappa”
della Redazione Al Jazeera,  Al Jazeera, 13 agosto 2026.   L’esercito israeliano sta portando via milioni di tonnellate di macerie – comprese quelle provenienti da cimiteri e da luoghi noti per la presenza di resti umani – in quello che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, è un tentativo di cancellare le prove dei crimini di guerra. Bambini che giocano tra le macerie degli edifici distrutti durante la guerra, nel campo profughi di Jabalia, nella Striscia di Gaza settentrionale, il 5 agosto 2026. [Mahmoud Issa/Reuters] Secondo le organizzazioni per i diritti umani e gli osservatori, Israele sta conducendo un’operazione massiccia e organizzata per frantumare, mescolare e trasportare milioni di tonnellate di macerie fuori dalla Striscia di Gaza. La sistematica trasformazione del paesaggio urbano da parte dell’esercito israeliano avviene sullo sfondo di un bilancio umano sconvolgente, con almeno 73.387 palestinesi – per lo più bambini e donne – uccisi dall’inizio della guerra genocida di Israele contro Gaza, nell’ottobre 2023. Questa rimozione delle macerie potrebbe rappresentare un tentativo di ingegneria demografica e di cancellazione delle prove del genocidio, come ha affermato l’Euro-Med Human Rights Monitor, in un rapporto intitolato «Gaza Rapid Damage and Needs Assessment (Valutazione iniziale dei Danni e dei Bisogni a Gaza)». Cancellare la verità Il rapporto stima che vi siano circa 68 milioni di tonnellate di macerie in tutta la Striscia di Gaza, in gran parte frutto della guerra genocida che Israele sta conducendo contro l’enclave. Almeno 10 milioni di tonnellate di macerie sono già state rimosse, frantumate o spostate dai loro siti originari all’interno delle aree sotto il controllo militare illegale di Israele, che coprono circa i due terzi dell’enclave. Circa 400 macchinari pesanti per lo scavo, la frantumazione e il trasporto sono inoltre all’opera per demolire le strutture rimanenti a Gaza. Ogni giorno le macerie vengono caricate su quasi 100 camion israeliani, che lasciano la Striscia di Gaza diretti verso luoghi non resi noti all’interno di Israele e della Cisgiordania occupata. Budour Hassan, ricercatrice di Amnesty International, ha dichiarato ad Al Jazeera che questo potrebbe essere un tentativo calcolato di distruggere le prove dei crimini commessi da Israele durante la guerra. «La demolizione con i bulldozer è parte integrante di tutti i tentativi di distruggere i territori nella città di Gaza e nells Striscia di Gaza in generale, ha ferrmato Hassan. «Il vero timore è che queste operazioni stiano avvenendo con l’obiettivo di cancellare e nascondere le prove». Impedire l’accesso alle prove dei crimini costituisce una sfida diretta alla Corte Internazionale di Giustizia, ha affermato Hassan. La Corte sta attualmente esaminando un caso di genocidio contro Israele presentato dal Sudafrica e sostenuto da numerose altre nazioni. «L’occupazione opera sistematicamente per cancellare le prove e distruggere gli elementi costitutivi del crimine», ha aggiunto. Mohammed Salha, direttore della rete di ONG nella Striscia di Gaza, ritiene che le macerie rimosse dall’enclave contengano frammenti di missili, munizioni e effetti personali – elementi cruciali per un futuro accertamento delle responsabilità. «L’occupazione sta spostando le macerie, frantumandole e trasportandole oltre la Linea Verde per cancellare le prove e i fatti», ha dichiarato Salha ad Al Jazeera. «Naturalmente, sotto queste macerie giacciono migliaia di martiri, e spostare queste macerie insieme ai loro resti significa distruggere deliberatamente la scena del crimine che contiene le prove fondamentali che smascherano la commissione, da parte dell’occupazione, di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio». Ingegneria urbana La rimozione massiccia delle macerie potrebbe servire a un preciso scopo militare e coloniale. Euro-Med Monitor ha riferito che la frantumazione e la rimozione su larga scala delle macerie distruggono i confini territoriali, le fondamenta delle case e la rete stradale, privando i palestinesi dei segni fisici di proprietà e aggravando la pulizia etnica a Gaza. Ciò prepara il terreno per i tentativi di ristabilire gli insediamenti israeliani a Gaza. Il generale di brigata in pensione Elias Hanna, esperto militare e strategico, ha spiegato ad Al Jazeera in che modo la geografia venga utilizzata contro la popolazione come forma estrema di punizione collettiva. «L’edificio e l’area geografica sono diventati parte della battaglia e parte dell’arma stessa», ha affermato Hanna. «Quando il nemico israeliano distrugge e spiana con i bulldozer, questa operazione rientra nella politica della punizione collettiva; ovvero, si crea una nuova ingegneria urbana, una nuova fase e una forma diversa per l’ambiente sociale e di sicurezza, al fine di punire chi resiste e, al contempo, punire la comunità civile», ha spiegato Hanna. Questa strategia di ingegneria urbana mira a alterare in modo permanente l’ecosistema dell’enclave, impedendo il ritorno dei palestinesi alle loro case e rendendo le aree distrutte a Gaza inabitabili o non edificabili, ha aggiunto Hanna. La tragedia quotidiana La rimozione delle macerie comporta anche che i corpi delle persone disperse – il cui numero, secondo le stime della protezione civile di Gaza del luglio 2026, ammonta a circa 8.500 – potrebbero andare perduti per sempre. L’uso di macchinari pesanti senza precedenti indagini forensi rischia di schiacciare o disperdere questi resti, violando gravemente il diritto delle famiglie di conoscere la sorte dei propri cari. Abu Asim, un cittadino palestinese i cui familiari rimangono sepolti nelle zone orientali della Striscia di Gaza, ora designate come situate oltre una “Linea Gialla” militare, ha condiviso la sua agonia con Al Jazeera. «La storia della mia famiglia è che i loro resti sono stati sparsi per le strade, e alcuni di essi giacciono ancora oggi sotto le macerie della casa, senza che siano stati recuperati», ha affermato. «Li abbiamo persi, e la prima tragedia è stata il loro martirio, mentre la seconda tragedia, quotidiana, è l’assenza delle loro tombe e l’assenza delle prove con cui potremmo processare l’occupazione per questi crimini e queste atrocità». Le operazioni di soccorso sono state completamente paralizzate nelle zone occupate dall’esercito israeliano. Samir al-Mana’ama, avvocato del Centro Al Mezan per i Diritti Umani, ha dichiarato ad Al Jazeera che durante la guerra le autorità israeliane hanno occupato un’area pari a circa il 70 per cento della Striscia di Gaza orientale. «[L’esercito israeliano] impedisce l’accesso alle squadre di soccorso per recuperare i corpi dei martiri, e sta inoltre manomettendo le aree ridotte in macerie spostandole da un luogo all’altro, il che costituisce una chiara ed esplicita violazione delle disposizioni del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani», ha dichiarato al-Mana’ama ad Al Jazeera. Raed al-Dahshan, direttore della protezione civile a Gaza, ha sottolineato l’impossibilità della loro missione. «Nelle aree accessibili in cui ci muoviamo ora, la situazione è molto difficile e complessa», ha dichiarato ad Al Jazeera. «Immaginate quindi come sarebbe la situazione se fosse necessario un coordinamento per entrare nelle aree situate all’interno della Linea Gialla, il che richiederebbe attrezzature speciali, coordinamento e misure di sicurezza… data la natura del nostro lavoro in quel luogo». Dove sono localizzati i siti militari israeliani a Gaza? Sono sparsi in tutta la Striscia, ma sono chiaramente concentrati nelle aree vicine alla Linea Gialla. Quelli rappresentati da quadratini più chiari sono i più recenti. (Al Jazeera) Non sono stati risparmiati nemmeno i luoghi di sepoltura noti dei defunti, ha affermato Salha, con siti funerari storici inclusi in questa campagna di cancellazione. «I rapporti e la documentazione sui diritti umani indicano che l’occupazione ha distrutto completamente o parzialmente oltre il 93 per cento dei cimiteri nella Striscia di Gaza», ha dichiarato Salha. «Né le pietre, né gli esseri umani, né tantomeno i defunti nelle loro tombe sono stati risparmiati dall’occupazione». https://www.aljazeera.com/features/2026/8/13/israel-trucks-out-gazas-rubble-to-hide-genocide-and-redraw-the-map Traduzione a cura di AssoPacePalestina Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
August 13, 2026
Assopace Palestina
La porta è stata aperta, stiamo entrando in una nuova fase della lotta democratica
ANKARA – Faik Özgür Erol, membro della delegazione del partito DEM per la circoscrizione di İmralı, ha definito “una restrizione ingiustificata” l’esclusione di alcune indagini e procedimenti giudiziari dall’ambito di applicazione della legge quadro, affermando che, una volta entrata in vigore la legge si avvierà un processo in cui verranno discusse rivendicazioni quali il diritto alla parità di cittadinanza, il diritto di usare la propria lingua madre, la libertà di espressione e di associazione e la democrazia locale. Un passo importante è stato compiuto sul piano politico e giuridico del processo di pace e società democratica in corso da quasi due anni, con l’adozione da parte del Parlamento della “Legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale e dell’integrazione sociale”. Tuttavia l’esclusione di alcuni reati dall’ambito di applicazione della legge quadro, la mancata inclusione del “diritto alla speranza” e l’assenza di qualsiasi disposizione riguardante lo status del leader del popolo curdo Abdullah Öcalan hanno acceso il dibattito sulla portata della legge e sulla sua effettiva completezza come quadro normativo. Fin dall’inizio del processo, i meccanismi di verifica, accertamento e monitoraggio sono rimasti all’ordine del giorno e sono stati nuovamente oggetto di esame in seguito all’approvazione della legge. Si moltiplicano inoltre le richieste affinché il Parlamento svolga un ruolo più attivo nel processo, e affinché vengano coinvolte le organizzazioni della società civile, gli ordini degli avvocati, le organizzazioni femminili e i sindacati. Al di là di queste questioni, l’attenzione si sta ora concentrando su come si svilupperà il processo in materia di diritti e libertà fondamentali una volta che la legge sarà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, in particolare per quanto riguarda la democratizzazione, l’autogoverno locale, la libertà di espressione e di associazione, nonché i diritti linguistici e culturali. Al di queste domande, l’attenzione si sta ora concentrando su come si svilupperà il processo in materia di diritti e libertà fondamentali una volta che la legge sarà pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, in particolare per quanto riguarda la democratizzazione, l’autogoverno locale, la libertà di espressione e di associazione, nonché i diritti linguistici e culturali. Faik Özgür Erol, membro della delegazione di İmralı, ha risposto alle domande dell’Agenzia Mesopotamia (MA) in merito alla legge quadro e alle misure che si prevede di adottare nel prossimo futuro. Nonostante le notevoli lacune della legge, Erol ha affermato che essa ha creato una nuova base giuridica e politica per la risoluzione della questione curda. Ha aggiunto che il processo può ora entrare in una nuova fase in cui tali questioni saranno discusse e si potranno intraprendere ulteriori passi politici e legali.  Dopo quasi due anni di processo per la pace e la società democratica, il Parlamento ha finalmente approvato la tanto attesa legge quadro. Come valuta l’attuale fase del processo da un punto di vista politico e giuridico? Vi sono inoltre diffuse critiche riguardo ad alcune lacune presenti nella bozza di legge. Quali sono queste lacune?  Naturalmente, la bozza è ora diventata legge. Una volta pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, entrerà a far parte del quadro giuridico. Innanzitutto, vorrei augurare a tutti buona fortuna per questo sviluppo. Possa essere di beneficio a tutto il nostro popolo, a tutti gli 86 milioni. Desideriamo inoltre esprimere ancora una volta la nostra gratitudine a tutti coloro che hanno contribuito alla preparazione di questa legge e al processo di discussione e valutazione della stessa. Credo che col tempo arriveremo ad apprezzare molto di più il significato e il valore di questa legge. Allo stesso tempo, però, ritengo necessario definirne la natura in modo più preciso. Avvicinandoci a questa fase del processo, abbiamo costantemente richiesto una “Legge sulla Pace”. Una Legge sulla Pace avrebbe dovuto essere più inclusiva, più focalizzata sul problema di fondo, più orientata alle soluzioni e più completa. Avrebbe inoltre dovuto individuare le cause profonde del problema e delineare una tabella di marcia per risolverlo. Come minimo, avrebbe dovuto essere una legge che incorporasse le fasi delineate e le conclusioni individuate nella relazione della commissione parlamentare. Nella sua forma attuale, questa legge può essere considerata una legge di pace? No. Dobbiamo essere chiari su questo punto. Abbiamo criticato aspramente le lacune della legge a questo riguardo. Tuttavia, pur non costituendo una Legge di Pace nel senso più pieno del termine, rappresenta un primo passo significativo verso una nuova fase del processo. Funge da quadro giuridico iniziale. Per la prima volta nella storia della Repubblica, questa legge ha aperto la possibilità che i curdi entrino a far parte della Repubblica attraverso un quadro giuridico. Quella porta è ora aperta. Affermate che è stata aperta la strada all’integrazione dei curdi nella Repubblica attraverso il sistema legale, in altre parole, che la porta è stata spalancata. Quali responsabilità hanno ora i vari attori coinvolti per garantire che questa porta sia pienamente aperta? Aprire completamente questa porta è ormai diventata una responsabilità primaria di tutti i democratici, i socialisti e chiunque abbia a cuore questo Paese. Questo è un aspetto della questione. Da un altro punto di vista, questa legge potrebbe rappresentare il passo più democratico compiuto nella storia della Grande Assemblea Nazionale turca. Nonostante tutte le sue lacune, da tempo sosteniamo che questa legge avrebbe rivestito una grande importanza. Forse, in questo senso, sono stati semplicemente sprecati mesi. Mesi persi in interminabili dibattiti sull’opportunità di procedere a una determinazione o a una verifica, su quale passo dovesse venire prima, e così via. Nonostante le difficoltà, siamo riusciti a superare quei mesi e a raggiungere questo punto senza incontrare problemi o provocazioni di rilievo né dover affrontare una crisi seria. Eppure, il quadro emerso in Parlamento ha dimostrato quanto avessero ragione coloro che sostenevano che l’esistenza di una legge di questo tipo sarebbe stata così vantaggiosa per questo paese. Ciò ha dimostrato che provvedimenti basati su un consenso così ampio e sulla volontà democratica possono ottenere livelli di sostegno senza precedenti in questo Paese, come dimostra l’approvazione della legge con 468 voti. L’approvazione della legge da parte del Parlamento con 468 voti può essere considerata un’indicazione del livello di consenso e sostegno pubblico per il processo? In effetti, questo è anche un chiaro indicatore di ciò di cui questo Paese ha bisogno. In tal senso, credo che il processo abbia avuto successo in termini di costruzione del consenso e del sostegno sociale. Allo stesso tempo, dobbiamo considerare le vite che questa legge ha influenzato e influenzerà. Non si tratta di una legge che verrà promulgata oggi e attuata domani. Esiste un processo che prevede verifiche e valutazioni, seguite da una decisione del Consiglio di sicurezza nazionale (MGK). A mio avviso questi processi dovrebbero essere completati una volta stabilita una tabella di marcia concordata, e possono essere portati a termine senza protrarsi a lungo. Allo stesso tempo una volta che la legge inizierà ad essere attuata, le sue implicazioni andranno oltre lo status giuridico o il rimpatrio nel Paese di coloro che si trovano all’estero o nelle zone rurali; significheranno anche il rilascio di migliaia di persone dal carcere. Significherà anche il rinvio di circa 75.000-80.000 indagini e fascicoli giudiziari. Si tratta di una legge che influenzerà la vita di centinaia di migliaia di persone. Questi dati hanno inoltre evidenziato quanto ampio e profondo sia stato l’impatto del conflitto derivante dalla questione curda, sia all’interno che all’esterno del Paese, e ci hanno messo di fronte alla realtà di tale impatto.  Il disegno di legge esclude le indagini e i procedimenti penali relativi agli omicidi intenzionali commessi nell’ambito delle attività di un’organizzazione, nonché i reati commessi prima del 1° giugno 2005 che prevedono la pena dell’ergastolo o dell’ergastolo aggravato. Questa disposizione suggerisce forse che la legge non sia stata affrontata nella sua interezza? Come valuta questa affermazione? La questione di queste eccezioni ed esclusioni è stata anche uno degli aspetti più dibattuti della legge. Di fatto ne costituisce la lacuna più significativa. Fin dall’inizio, e per questi due anni, abbiamo sempre sostenuto che per risolvere un problema non si possono affrontare le sue diverse dimensioni separatamente. La soluzione deve essere completa. Abbiamo ripetutamente sottolineato questo punto. Tuttavia, certi riflessi, preoccupazioni politiche o forse la necessità di giustificare il processo ai propri elettori potrebbero aver portato a tale restrizione. Ma questa era una restrizione ingiustificata. Non era l’approccio corretto. La legge avrebbe dovuto tutelare tutti, a cominciare dal signor Öcalan. Perché è stato il signor Öcalan a plasmare questo processo fin dall’inizio e a portarlo al punto in cui si trova oggi. E così sarà anche in futuro. Pertanto la legge non aveva bisogno di includere tale restrizione. Detto questo, la legge non si limita a questa restrizione. Potrebbe approfondire la sua affermazione secondo cui “la legge non si limita a questa restrizione”? La legge prevede l’istituzione di un organo superiore una volta che entrerà in vigore. Accanto a questo organo superiore, verranno istituiti anche altri comitati. A questi comitati saranno conferiti diversi poteri nello svolgimento delle loro attività. In altre parole una volta che la legge sarà entrata in vigore e la decisione del Consiglio di sicurezza nazionale sarà stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, il comitato sarà autorizzato a condurre valutazioni periodiche, in particolare dopo l’avvio del rilascio dei prigionieri e del rimpatrio di coloro che si trovano all’estero.  Queste valutazioni periodiche da parte del consiglio gli conferiscono l’autorità di richiedere provvedimenti giudiziari, amministrativi e legislativi. Di conseguenza durante questo periodo, il consiglio potrà formulare tali richieste in conformità con lo scopo e l’ambito di applicazione della legge. Dico “in conformità con lo scopo e l’ambito di applicazione” perché non sono previste eccezioni. Nessun gruppo è stato escluso. In questo quadro la possibilità per la commissione di formulare tali richieste sulla base di una valutazione periodica potrebbe aprire la strada a un approccio giuridico che includa anche coloro che sono esclusi dalla legge. Come avverrà dunque tutto ciò? Dipenderà da come si svilupperà il processo. Credo che il processo sia ormai avviato e che sia importante mantenerlo su questa strada. Una volta che il processo sarà avviato nella giusta direzione, ci aspettiamo che, attraverso le valutazioni periodiche della commissione, tutti coloro che sono stati esclusi dalla legge vengano, nel tempo, inclusi nel suo ambito di applicazione. Questa è essenzialmente l’aspettativa. Questo è ciò che dovrebbe accadere. L’ambito di applicazione comprende sia il signor Öcalan sia tutti gli altri che sono stati esclusi. Le osservazioni di Bahçeli sul “diritto alla speranza”, ampiamente interpretate come un segnale di avvio del processo, sono tornate alla ribalta proprio il giorno in cui la legge quadro è stata presentata al Parlamento. Eppure, il “diritto alla speranza” non è stato incluso nella legge quadro. Lo status di Abdullah Öcalan sarà determinato esclusivamente da un’iniziativa politica, oppure verrà affrontato attraverso un meccanismo legale e istituzionale? Nel nostro recente incontro con il signor Öcalan a İmralı, egli ha condiviso la sua valutazione della legge. In sostanza l’ha descritta come una sorta di “accordo tra gentiluomini”, un’intesa in cui non tutto è necessariamente messo per iscritto, ma che si basa sulla fiducia e sulle garanzie. Abbiamo visto questo riflesso in tutti gli approcci del signor Öcalan fino ad oggi. Ogni volta che ha dato la sua parola su una questione ha mantenuto i suoi impegni fino alla fine. Ora credo che uno dei risultati più importanti che emergeranno dall’emanazione di questa legge sarà la creazione delle condizioni che consentiranno al signor Öcalan di lavorare liberamente.  Come avverra’?  La legge prevede l’istituzione di diversi organi. In effetti, ci aspettiamo che la legge crei tre organismi principali. Uno di questi è un organo di livello superiore, denominato Comitato di monitoraggio e valutazione. Esso riunirà le principali istituzioni che possono essere genericamente definite il nucleo dell’apparato di sicurezza turco, tra cui il Vicepresidente e i Ministeri della Giustizia, dell’Interno e degli Affari Esteri. Allo stesso tempo, riteniamo importante istituire una Commissione di monitoraggio in Parlamento, nonché un Comitato per la pace e l’integrazione politica che opererà a fianco di questi organi e svolgerà un ruolo nelle fasi di verifica, determinazione e impegno del processo.  A prescindere dall’attuazione della legge, questi organismi dovrebbero essere istituiti non appena la legge sarà promulgata. Il processo dovrebbe poi essere condotto in coordinamento tra i tre organi. Il Consiglio per la Pace e l’Integrazione Politica, o commissione, comunque lo si voglia chiamare, è anche l’organismo attraverso il quale il signor Öcalan svolgerà il suo ruolo. È un organismo che riflette sia il suo ruolo di promotore della pace sia il suo ruolo di promotore dell’integrazione politica. Per quasi 27 anni sull’isola di İmralı il signor Öcalan ha spesso usato un’espressione: “C’è una pozza, ma non c’è acqua”. In altre parole ha detto: “Voglio fare qualcosa, voglio dare il mio contributo, ma ho le mani legate e non ho i mezzi per farlo”. Con questa legge, emergeranno le basi per queste possibilità a livello ufficiale, legale e politico. Credo che questo sia uno dei risultati più importanti della legge. Grazie al lavoro di questa commissione, credo che presto potremo assistere al completamento dell’iter tecnico, alla pubblicazione della decisione nella Gazzetta Ufficiale e all’entrata in vigore della legge. Le discussioni sulla verifica e la determinazione sono in corso fin dall’inizio del processo. Secondo il disegno di legge, verrà istituita una Commissione parlamentare di monitoraggio composta da 17 membri per sovrintendere alle attività contemplate dalla legge. Quali saranno le responsabilità della commissione? L’inclusione della Commissione parlamentare di monitoraggio in questo processo legislativo è, soprattutto, la chiara indicazione che nessun lavoro viene svolto senza il coinvolgimento del Parlamento. Questa è sempre stata una richiesta fondamentale per il signor Öcalan, per il movimento politico curdo e per le altre forze di opposizione democratiche in Turchia: che le questioni relative alla questione curda e alla risoluzione del conflitto vengano discusse in Parlamento. Come abbiamo visto durante i dibattiti su questa legge nonostante tutte le sue lacune, il Parlamento è in realtà un forum idoneo a condurre tali discussioni in modo significativo e sostanziale. Allo stesso modo, il Parlamento ha svolto questo ruolo nel processo di istituzione della commissione e nella preparazione della sua relazione. La Commissione parlamentare di monitoraggio consentirà al Parlamento sia di monitorare e supervisionare l’attuazione della legge una volta entrata in vigore, sia di monitorare e supervisionare il lavoro dei relativi organi. Allo stesso tempo la commissione avrà il compito di condividere i propri risultati con il pubblico e di tenerlo informato, individuando le esigenze legali derivanti dal processo futuro e, in quanto organo legislativo, garantendo che tali esigenze legali vengano soddisfatte. In questo senso ritengo che la Commissione di monitoraggio sia un organismo molto importante. C’è naturalmente, un consiglio esecutivo, che sarà responsabile della verifica, della determinazione e degli impegni. C’è anche quello che la legge definisce “Comitato per la pace e l’integrazione politica”. E ora abbiamo la Commissione parlamentare di monitoraggio. Ci auguriamo che tutti e tre si dimostrino organismi efficaci e sufficientemente competenti per portare avanti questo processo. Nell’ambito di questo processo, che tipo di processo politico e di lotta possiamo aspettarci di vedere in relazione a ulteriori leggi di democratizzazione, in particolare quelle che riguardano diritti fondamentali come l’autogoverno locale, la libertà di espressione e di associazione, la lingua e i diritti culturali? Il significato stesso di definire questa legge un primo passo risiede proprio in queste problematiche. In altre parole mentre questa legge contribuisce a risolvere, in una certa misura, le questioni fondamentali di natura legale e di illegalità, ci stiamo ora muovendo verso un processo in cui potremo discutere la risoluzione della questione curda nel suo complesso, comprese le richieste di pari cittadinanza, il diritto alla propria lingua madre, la libertà di espressione e di associazione e la democrazia locale. Il signor Öcalan lo ha espresso in modo molto diretto durante l’incontro: “Sono ancora fermo sulla mia posizione di 35 anni fa. Non è mai cambiato nulla. Lo dicevo allora e lo dico ora: fine della lotta armata e continuazione della lotta politica”. Pertanto il processo che stiamo intraprendendo con questa legge non è semplicemente un processo che conduce a una sorta di risultato finale. Segna l’inizio di una nuova fase di lotta. La lotta politica che scaturirà da questa legge sarà un periodo in cui tutte queste questioni saranno discusse e messe in pratica. Nella relazione della commissione, tutti i partiti politici rappresentati in Parlamento, compresi l’AKP e il CHP, si sono impegnati a quanto segue: La questione curda non si riduce a una mera questione di conflitto. Pertanto l’eliminazione delle condizioni per il conflitto non può essere limitata a sole misure legislative. Parallelamente sono necessarie soluzioni politiche, sociali ed economiche, qualunque esse siano, e occorre adottare i provvedimenti del caso. Il rapporto infatti, include numerose proposte concrete su questi temi. Stiamo quindi avviando un processo che svilupperà e approfondirà ulteriormente il quadro delineato nel rapporto della commissione, adattandolo maggiormente alla nostra realtà. L’attuazione di questa legge fornirà anche un forum per discutere la questione della lingua madre, la richiesta di parità di cittadinanza, il diritto alla libertà di espressione e di associazione, e il rafforzamento della democrazia e dell’autogoverno locale. Lei ha seguito da vicino questo processo per quasi due anni, incontrando sia la delegazione statale che Abdullah Öcalan. Durante questo periodo, abbiamo constatato che la fiducia è stata una delle questioni più importanti per la società. Sulla base della sua esperienza e delle sue osservazioni, come valuta l’impegno delle parti nel portare avanti il processo e nello sviluppo della fiducia reciproca? A questa domanda rispondo sempre allo stesso modo: “La fiducia è politica”. La fiducia è un fenomeno politico. Quando si tratta di questioni che riguardano la società e ampie fasce della popolazione, non possiamo affrontarle ponendoci domande come “Ci fidiamo di questa persona o di quella?” come faremmo nelle nostre relazioni personali. Qui la relazione è politica. Pertanto ogni questione qui affrontata, compresa quella della fiducia, deve essere affrontata politicamente. Se la lotta condotta finora, una lotta democratica popolare, è riuscita ad arrivare fin qui grazie alle sue dinamiche, allora dobbiamo portare avanti il processo basandoci sulle nostre dinamiche, sulle dinamiche della lotta del nostro popolo, sulle nostre specificità, sulla nostra struttura e, naturalmente, confidando nei nostri amici, alleati e compagni. Ma il successo di questo processo non andrà a beneficio solo di noi o di una sola parte della società. Basti guardare a ciò che abbiamo visto ieri sera. Ne beneficeranno tutti compresi coloro che si sono opposti con maggiore veemenza a questo processo. Questo è ciò che è stato sottolineato fin dall’inizio. Chi ne risentirebbe negativamente la pace? Chi perderebbe l’opportunità di ampliare lo spazio per i diritti democratici in un Paese? Chi ne subirebbe le conseguenze? Pertanto dobbiamo continuare a perseguire un percorso politico così giustificato e legittimo, e che è stato sviluppato con tanta cura politica. Ripeto: il percorso che ci attende non sarà facile. Sarà un percorso difficile. Dobbiamo riconoscerlo. Perché non possiamo davvero parlare né di un sistema repubblicano né di un sistema politico plasmato da una lunga storia di esperienza democratica e intriso di principi democratici. In un Paese in cui l’assenza di politica viene considerata politica, il leader Öcalan sta sinceramente cercando di tracciare con attenzione la strada da seguire. Questo merita di essere riconosciuto. Merita il nostro rispetto e deve essere trattato con il rispetto che gli spetta. Allo stesso tempo, affinché tutto ciò riceva il riconoscimento che merita, dobbiamo fare ciò che ci è richiesto attraverso la lotta democratica e politica. Non sarà un percorso facile, ma abbiamo sia la forza per superare queste sfide sia la determinazione per portarlo a termine.   MA / Selman Güzelyüz – Sema Bingöl
August 13, 2026
UIKI ONLUS
Jebri. Perché l’esclusione raramente si ferma a un confine
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu.  È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Jebri trasforma la differenza in distanza. Indica chi viene percepito come rozzo, poco raffinato, fuori posto rispetto alle regole non scritte della città e del prestigio sociale. Non descrive soltanto una persona: la colloca più in basso in una scala invisibile di valore e riconoscimento.  Jebri ricorda che lo stigma viaggia e chi ne è bersaglio può a sua volta usarlo contro qualcuno ritenuto ancora più marginale. Così, l’etichetta passa di mano in mano, scendendo lungo la gerarchia sociale fino a raggiungere i più vulnerabili. La parola rivela che l’esclusione raramente si ferma a un confine. Si riproduce, si adatta, cerca sempre un altro corpo su cui posarsi. Dietro jebri  si esprime un bisogno umano: quello di sentirsi più vicini al centro allontanando verso il margine un altro essere umano.  JEBRI a cura di Nadia Chaouch, Università di Genova Il termine jebri si riferisce generalmente a qualcuno considerato incivile, che si comporta in modo percepito come arretrato o inappropriato dal punto di vista sociale e collettivo. Può riflettere l’aspetto, l’abbigliamento, l’accento o persino le maniere a tavola e nel vestire di una persona. Pertanto essere etichettati come jebri implica essere considerato irrispettoso, socialmente inadatto o privo di raffinatezza. In Tunisia questa etichetta è spesso attribuita alle persone provenienti dalle zone rurali o dai quartieri popolari, il cui comportamento è giudicato diverso dalle norme sociali dello spazio urbano. Ad esempio, coloro che pronunciano la lettera qaf come gaf (un accento rurale) possono essere chiamati jboura (plurale di jebri). Ciò che colpisce, tuttavia, è che anche coloro che sono stigmatizzati da questa etichetta possono usarla contro altri quando la gerarchia sociale cambia, prendendo di mira in genere persone più povere o considerate meno colte, come gli africani subsahariani bloccati negli uliveti di El Amra e Jbiniana (si veda Zitounes). In diverse località abbiamo trovato graffiti che dice vano: «I nostri quartieri sono in esilio (ghorba) e gli jboura sono nei nostri quartieri». Abbiamo documentato graffiti di questo tipo a Jbiniana, una località semirurale, i cui stessi abitanti sono spesso etichettati come jboura dalla popolazione più urbana di Sfax. Tuttavia i graffiti dimostrano che gli abitanti di Jebiniana hanno interiorizzato questo stigma e lo hanno reindirizzato verso i migranti subsahariani: i nostri figli sono emigrati in Italia e gli africani, che noi consideriamo jboura, hanno preso il loro posto. Abbiamo riscontrato lo stesso murales anche nel governatorato di Mahdia, a dimostrazione della diffusione di questo discorso stigmatizzante. Al contrario il termine wasif è più comunemente usato per riferirsi tanto ai migranti sub sahariani quanto ai discendenti di schiavi tunisini, e denota principalmente una persona per il suo colore della pelle. Il termine deriva dalla parola araba che significa «servo» o «domestico». Nonostante le connotazioni razziste, molte delle persone che ho incontrato si riferivano comunemente alle persone con la pelle scura come wousfan (plurale di wasif). Alcuni, anche all’interno degli ambienti accademici, sminuiscono le connotazioni razziste sostenendo che si tratti semplicemente di un termine descrittivo del colore della pelle. Questa prospettiva fa eco all’argomentazione per cui la normalizzazione del razzismo è profondamente radicata in Tunisia, anche tra le persone di alto status sociale, affondando le proprie radici nella storia della schiavitù. Sebbene la Tunisia abbia compiuto progressi significativi sul piano giuridico nell’abolizione legale della schiavitù, permangono alcuni residui sociali e culturali nei confronti delle persone di pelle nera. Queste sono spesso percepite in posizioni subordinate o servili ereditate dal loro passato di schiavi. Alcune di queste percezioni sono legate al colore della pelle mentre altre sono legate alla posizione socio-economica che le persone di colore occupavano un tempo e, in una certa misura, continuano a occupare. Sebbene il termine ’abid («schiavo») sia in gran parte scomparso dal linguaggio quotidiano, essendo proibito e considerato generalmente inaccettabile – tranne che tra un numero molto ristretto di individui inconsapevoli o ignoranti -, tali retaggi permangono. Essi perpetuano un senso di sottomissione e rafforzano una gerarchia sociale in cui gli africani subsahariani sono percepiti JEBRI, come inferiori, giustificando così il loro sfruttamento sia storicamente che nel presente. Esempi dal campo  L’espressione jboura è spesso utilizzata nei commenti ai video e alle notizie sui social media, per esempio quando una donna sub sahariana dà alla luce un bambino in un ospedale tunisino. Molti tunisini usano la parola jboura perché, nella loro visione, queste donne fanno troppi figli in viaggio e non considerano le conseguenze per la loro crescita. Intervista con una donna tunisina a Sfax Wasif è usato solo per descrivere il colore, proprio come diciamo abyad per le persone bianche, diciamo wasif per una persona nera, e non ha nulla a che vedere con il razzismo. Intervista con uomo tunisino a Jbiniana
«È così che finisce la nostra storia?» I rifugiati palestinesi vivono nella paura mentre Israele prende di mira i campi profughi della Cisgiordania
di Aseel Mafarjeh,     Mondoweiss, 10 agosto 2026.      Tra incursioni sempre più frequenti e dichiarazioni di funzionari israeliani che promettono operazioni militari contro i campi profughi in Cisgiordania, i palestinesi nei campi della zona di Ramallah affermano che non si tratta di chiedersi se arriverà il loro turno, ma quando. Le forze israeliane effettuano un raid militare nel campo profughi di Askar, a est della città di Nablus in Cisgiordania, il 6 agosto 2026. Il raid è iniziato poche ore dopo quello del 5 agosto nel campo profughi di Qalandia, nella zona di Ramallah. (Foto di Mohammed Nasser /apaimages) Nulla nella notte di mercoledì 5 agosto lasciava presagire che le ore che sarebbero seguite, prima dell’alba, avrebbero stravolto la vita della famiglia di Younis Jahjouh. Erano le 2:30 del mattino nel campo profughi di Qalandia, alle porte di Ramallah, nella Cisgiordania occupata, quando un’esplosione ha scosso l’edificio di quattro piani dove abitava la famiglia di Younis Jahjouh, facendo saltare in aria la porta di casa sua. In pochi secondi, decine di stivali di soldati hanno invaso la casa e le stanze si sono trasformate in un posto di raccolta militare. Circa 40 soldati israeliani hanno fatto irruzione nell’edificio, guidati da un prigioniero palestinese, ammanettato e bendato, mentre i soldati si sparpagliavano per i piani perquisendo ogni angolo e rovesciando i mobili. All’interno dell’edificio c’erano Younis Jahjouh, 57 anni, sua moglie Ghadeer, sua figlia Aya di 16 anni, i suoi figli Ahmad, Tamer e Louay, il più piccolo. A Ghadeer e Aya è stato ordinato di lasciare immediatamente la casa. Younis e i suoi figli sono stati costretti a consegnare i loro telefoni prima che i membri maschi della famiglia fossero radunati nel piccolo bagno della casa, dove sono rimasti dalle 3 del mattino fino alle 17. Durante quelle quattordici ore, la casa ha smesso di essere una dimora. I soldati entravano e uscivano, portando prigionieri palestinesi provenienti da diversi quartieri del campo, trasformando l’edificio in un centro di interrogatori sul campo mentre i proprietari rimanevano intrappolati nel bagno, ignari di ciò che stava accadendo nel resto della loro casa. «Mi hanno trascinato fuori da casa mia come un animale», ha raccontato Younis a Mondoweiss. «La casa per cui ho lavorato così duramente. Lavoravo come insegnante di arabo e, dopo il turno in una pasticceria, davo lezioni private — tutto solo per garantire ai miei figli una vita migliore». Younis si è rifiutato di lasciare che i suoi figli parlassero con i giornalisti, temendo che le loro fotografie o testimonianze potessero diventare motivo di arresto in una futura incursione. Quando i soldati israeliani se ne sono finalmente andati, la casa non è stata restituita alla famiglia così com’era. Quando i Jahjouh sono rientrati, hanno trovato la casa nel caos, disseminata delle tracce dell’incursione israeliana. «È davvero così che finisce la storia del campo?», ha aggiunto Younis con voce stanca. «Non ci è rimasto nulla: né un’autorità [palestinese], né un ministro, nemmeno gli stati arabi». Il raid della scorsa settimana nel campo profughi di Qalandia, durato 48 ore, ha visto decine di abitazioni locali perquisite e almeno 60 persone, tra cui donne e bambini, fermate e interrogate. Secondo quanto riportato dai media locali, le squadre della Mezzaluna Rossa palestinese hanno prestato soccorso a 51 persone durante l’assalto israeliano, tra cui 38 feriti che hanno richiesto il ricovero in ospedale, sei feriti a seguito di percosse curati sul posto, un ferito da proiettile di metallo rivestito di gomma e sei casi di intossicazione da gas. Il raid ha provocato un effetto paralizzante in tutto il campo. Si è trattato del secondo raid di questo tipo a Qalandia in meno di un mese ed è avvenuto solo pochi giorni dopo un’operazione simile nel campo profughi di Dheisheh a Betlemme, durante la quale sono state arrestate almeno 25 persone. Appena una settimana prima del raid, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva ordinato alle forze armate israeliane di invadere e occupare un nuovo campo profughi in Cisgiordania ed espellerne i residenti, nell’ambito di una più ampia operazione militare nel territorio «per espandere le operazioni offensive contro il terrorismo palestinese, che sta tentando di riorganizzarsi». Le dichiarazioni di Katz hanno alimentato un diffuso timore tra i residenti del campo, che fino a quel momento avevano evitato il destino che l’anno scorso aveva colpito i campi della Cisgiordania settentrionale, ovvero che la campagna militare israeliana sarebbe presto arrivata alle loro porte. A conferma dei peggiori timori di Qalandia, secondo un articolo del quotidiano israeliano Yediot Ahronot, i piani militari israeliani al vaglio riguardavano uno dei tre campi profughi: Jalazone (Ramallah), Balata (Nablus) o Qalandia.   «Dove dovremmo andare?» Omar Abu Halawa, 55 anni, gestisce da anni un negozio di dolciumi a Qalandia. Nei giorni precedenti al raid della scorsa settimana, lui e tanti altri nel campo erano con il fiato sospeso. Non era questione di «se», ma di «quando» sarebbe arrivato il loro turno. Parlando con Mondoweiss, ricorda il momento in cui ha sentito per la prima volta il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir chiedere di applicare la distruzione inflitta a Beit Hanoun a Gaza e ai campi profughi della Cisgiordania settentrionale ad altre città e villaggi palestinesi: è impallidito e non riusciva a elaborare ciò che stava sentendo. «Sono uscito e ho trovato i vicini che ne parlavano già, avvertendo che Qalandia avrebbe potuto subire lo stesso destino di Jenin, un campo che descrivevano come ormai completamente svuotato di persone», ha detto, descrivendo i momenti successivi alle recenti dichiarazioni del ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, che chiedeva che venisse perpetrata una distruzione di massa contro città, campi e villaggi palestinesi in Cisgiordania, Le dichiarazioni di Ben-Gvir sono giunte dopo un attacco da parte di coloni nei pressi della città di Tell, a sud-ovest di Nablus, dove sono stati uccisi quattro palestinesi e due soldati israeliani. Le sue affermazioni hanno coinciso con gli ordini impartiti da Katz all’esercito di espandere le operazioni militari in tutta la Cisgiordania, inasprire gli assedi su diverse città e centri abitati, accelerare le demolizioni di abitazioni e velocizzare la legalizzazione degli avamposti degli insediamenti.  «Dove dovremmo andare? Non ci sono alternative, e nessuno dell’Autorità Palestinese parla di alternative», ha proseguito Abu Halawa. «Tutti i residenti credono che stia arrivando il loro turno», ha detto, descrivendo le incursioni israeliane e le demolizioni di abitazioni quasi quotidiane in Cisgiordania.  «La mia paura non è più quella delle incursioni in sé, ma di vedere questo campo diventare una replica dei campi nel nord, dove le case vengono demolite e la gente se ne va senza sapere quando potrà tornare». I campi di Ramallah osservano e aspettano Ciò che sta accadendo a Qalandia, dove vive una popolazione di circa 15.000 palestinesi, è esattamente ciò che gli abitanti dei campi della Cisgiordania centrale e meridionale temono da più di un anno: che quanto accaduto nei campi profughi di Jenin e della zona di Tulkarem, nel nord, non sia più un’eccezione, ma diventi un modello da seguire. Quando, alla fine di gennaio del 2025, Israele ha lanciato la sua vasta operazione “Muro di Ferro” per sgomberare tre campi profughi nel nord della Cisgiordania, la campagna è andata oltre le tradizionali incursioni israeliane, trasformandosi in demolizioni di massa, sfollamenti forzati e nella chiusura prolungata dei campi che da allora ha impedito a migliaia di residenti di tornare a casa. Appena un giorno prima del raid su Qalandia, i residenti del vicino campo profughi di Jalazone, dove vivono circa 10.000-13.000 persone, temevano che potesse essere il loro turno, dopo che veicoli militari israeliani e una presenza di truppe più massiccia del solito si erano radunati agli ingressi del campo. Ahmad Abu Dweik, 31 anni, si trova ai margini del campo e si chiede ad alta voce: «Quello che è successo a Qalandia, succederà anche a Jalazone?» Ahmad, che vive in una casa multigenerazionale all’interno del campo, gestisce una palestra molto frequentata dai giovani della zona. Nonostante sogni di espandere la propria attività, oggi non pensa più a come farla crescere, ma solo a come salvarla dalla distruzione. «Quanto tempo ci concederanno? Chiunque abbia dato il via a questa campagna nel nord e l’abbia portata qui a Qalandia, è chiaro che si tratta di un piano che riguarda tutti i campi», ha affermato. Nella casa di famiglia, il padre di Ahmad, 65 anni, membro dell’organizzazione politica locale di Fatah, rivolge la sua frustrazione alla leadership politica palestinese. «Come organizzazione, abbiamo cercato di incontrare qualsiasi funzionario politico dell’Autorità [Palestinese], ma non ci siamo riusciti», ha detto. «Non vediamo alcun intervento concreto per fermare le operazioni di demolizione ed espulsione. Per lo meno, diteci onestamente: sta arrivando il vostro turno». Nel terzo campo profughi di Ramallah, quello di al-Amari, che ospita tra le 10.000 e le 12.000 persone, Motassem Nassar, 36 anni, capo dell’organizzazione di Fatah nel campo e direttore degli scout giovanili di Amari, descrive una realtà nel campo caratterizzata da un’ansia permanente e da una frustrazione simile nei confronti della leadership palestinese. «In questi tempi, la gente non aveva bisogno di molte spiegazioni: data la vicinanza, davano per scontato che il loro turno sarebbe arrivato presto», ha detto, riferendosi alla vicinanza del suo campo al campo profughi di Qalandia. Quasi ogni giorno, Nassar si ritrova a cercare di smentire le voci che si diffondono rapidamente nel campo riguardo al prossimo obiettivo militare di Israele. Ma nonostante la sua appartenenza a Fatah, il partito al potere dell’Autorità Palestinese, non è in grado di fornire risposte alle domande più elementari della gente: la gente deve restare nelle proprie case e aspettare? Oppure dovrebbe cominciare a prepararsi a partire subito e cercare rifugio altrove? La gente vive sotto il peso frustrante di due scenari impossibili: «Uno che comporta una probabile perdita, e uno che comporta una paura senza fine», ha detto Nassar. Aseel Mafarjeh è una giornalista specializzata nella Cisgiordania, che si concentra su storie che raccontano le sfide e la creatività dei giovani in Palestina. https://mondoweiss.net/2026/08/is-this-how-our-story-ends-palestinian-refugees-live-in-fear-as-israel-takes-aim-at-west-bank-camps/ Traduzione a cura di AssoPacePalestina Non sempre AssoPacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
August 11, 2026
Assopace Palestina