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Festa dell’Assemblea Permanente del Terzo Settore – 3 ottobre 2026
Ti senti stanc@ di essere sottopagat@ o sfruttat@? Quante volte ti sei ritrovat@ a fare i conti con un lavoro che non riconosce il tuo valore, trattando la tua professionalità come semplice “volontariato”? Sul posto di lavoro non sei sol@. È ora di parlarne, confrontarci e cambiare le cose insieme Quando: 3 ottobre 2026 alle 18:00 Dove: Casale Garibaldi, Via Romolo Balzani 87, Roma Unisciti a noi per conoscerci, raccontare le nostre storie e costruire qualcosa di più forte. Ti aspettiamo! L'articolo Festa dell’Assemblea Permanente del Terzo Settore – 3 ottobre 2026 proviene da Casale Garibaldi.
October 2, 2026
Casale Garibaldi
Frontiera Albania
Nei centri per migranti in Albania si consuma un esperimento brutale. Con questa inchiesta Luca Rondi sbugiarda la propaganda sull’accordo tra Roma e Tirana, svelando la cruda verità sulle strutture costate milioni di euro. Una detenzione offshore ispirata al modello australiano (e a tanti altri del passato), dove il diritto d’asilo e la dignità delle persone vengono sistematicamente calpestati. Lo raccontano il registro degli eventi critici -la scatola nera del Cpr di Gjadër-, la storia straziante di Hamid e di tante altre persone ridotte cinicamente a pedine elettorali. Il libro denuncia le conseguenze di uno spreco immane di denaro pubblico e una catastrofe umanitaria silenziosa. Il “modello Albania” diventa così lo specchio di un’Europa che celebra l’inizio dell’era delle deportazioni e rinnega se stessa. Prefazione di Behrouz Boochani Leggi l’anteprima GLI AUTORI Luca Rondi (Biella, 1995) è giornalista, scrive inchieste e reportage per il mensile Altreconomia. È coautore di “Gorgo Cpr. Tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari” (2024) con Lorenzo Figoni; “Respinti. Le ‘sporche frontiere’ d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo” (2022) con Duccio Facchini e di alcuni contributi nel saggio “Chiusi dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo” (2024) curato da RiVolti ai Balcani. Tutti i libri sono editi da Altreconomia. Con Silvia Baldetti ha curato il podcast “Limbo – Le vite sospese di chi si fa migrante”, prodotto da Engim internazionale in collaborazione con Altreconomia e Border radio.
Il caso Aegean Boat Report: al via il processo contro i due difensori dei diritti umani
Il 6 ottobre, a Rodi, inizierà il processo contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report, e Panayote Dimitras, rappresentante del Greek Helsinki Monitor. I due difensori dei diritti umani sono accusati dalle autorità greche di favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza irregolare di cittadini di Paesi terzi. A darne notizia è Amnesty International 1, che in un comunicato stampa torna sul caso e chiede che le accuse contro i due vengano ritirate, denunciando i rischi per chi svolge attività di monitoraggio delle frontiere e difesa dei diritti delle persone in movimento. Al centro del procedimento ci sono le attività svolte dai due nel 2021 sull’isola di Kos: assistere persone che chiedevano protezione internazionale e documentare le violazioni dei diritti umani commesse alle frontiere greche, comprese le operazioni di respingimento, i cosiddetti pushback. Secondo Amnesty International, non vi sarebbero elementi che indichino che l’attività di Olsen e Dimitras sia andata oltre il supporto alle persone nell’esercizio dei propri diritti e la documentazione della situazione alle frontiere. L’organizzazione denuncia l’uso della legislazione greca contro il traffico di persone per colpire attività di tutela dei diritti umani. Il processo arriva dopo un anno segnato da un passaggio giudiziario che ha portato il caso ben oltre i confini greci. Nel marzo 2026 Tommy Olsen era stato arrestato nella sua abitazione a Tromsø, in Norvegia, sulla base di un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità greche nell’ambito dell’inchiesta avviata nel 2022. Dopo alcuni giorni di detenzione era stato rilasciato in attesa dell’esame del ricorso contro l’estradizione. Notizie IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il 15 maggio la Corte d’appello di Hålogaland ha respinto definitivamente la richiesta greca. Secondo la decisione, le condotte contestate a Olsen non costituiscono reato secondo la legge norvegese e l’estradizione avrebbe comportato un rischio concreto per il suo diritto alla libertà di espressione. La decisione non è stata impugnata. La decisione norvegese, tuttavia, non ha chiuso il procedimento in Grecia. Il mandato d’arresto europeo e le accuse nei confronti di Olsen sono rimasti in vigore e il processo è stato fissato per il 6 ottobre a Rodi. Tommy Olsen ha fondato Aegean Boat Report nel 2017 con l’obiettivo di monitorare gli arrivi sulle isole greche, documentare le situazioni di pericolo e denunciare le violazioni dei diritti delle persone in movimento. Nel corso degli anni l’organizzazione ha raccolto e diffuso informazioni sui respingimenti alle frontiere greche, fornendo dati e testimonianze a organizzazioni umanitarie, media e altri soggetti impegnati nel monitoraggio delle frontiere. Panayote Dimitras, attraverso il Greek Helsinki Monitor, ha a sua volta documentato violenze razziste e violazioni dei diritti delle persone migranti e presentato denunce alle autorità greche sui presunti pushback. È proprio questo lavoro ad essere finito nel mirino dell’inchiesta. Per Amnesty International, il caso rappresenta un ulteriore esempio dei rischi legati all’utilizzo della normativa greca contro il traffico di migranti. L’organizzazione sostiene che le norme, formulate in termini ampi e vaghi, non offrano adeguate garanzie a chi svolge attività di tutela dei diritti umani e assistenza. Se condannati, Olsen e Dimitras rischiano fino a 20 anni di carcere. Dimitras, inoltre, è sottoposto dal 2023 a misure cautelari particolarmente restrittive: non può lasciare la Grecia, deve presentarsi periodicamente alla polizia e ha dovuto versare una cauzione di 10.000 euro. Questo procedimento non è un caso isolato. La Grecia è da anni uno dei principali teatri europei della criminalizzazione delle attività di solidarietà con le persone in movimento. Nel gennaio 2026, dopo sette anni di procedimento, 24 operatori umanitari erano stati assolti a Lesbo dalle accuse più gravi legate alle attività di soccorso e assistenza alle persone migranti. Anche in quel caso gli operatori erano stati accusati di favoreggiamento dell’ingresso irregolare. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 Il 6 ottobre, quindi, a Rodi non sarà soltanto la posizione di due operatori per i diritti umani ad essere sottoposta al giudizio del tribunale. Sullo sfondo del procedimento resta la questione di quali attività possano essere considerate assistenza e tutela dei diritti e quali, invece, possano essere ricondotte al favoreggiamento dell’ingresso irregolare. Per Tommy Olsen, il procedimento rischia di produrre un messaggio preciso per chi opera lungo le frontiere europee: documentare le violazioni e assistere le persone in movimento può trasformarsi in un’accusa penale. 1. Grecia: i difensori dei diritti umani Tommy Olsen e Panayote Dimitras sotto processo per il loro lavoro a sostegno di rifugiati e migranti (2 ottobre 2026) ↩︎
Perché l’Iran inasprisce la situazione
di Mohammad Ayatollahi Tabaar,  Foreign Affairs, 1° ottobre 2026.   La strategia di Teheran per cacciare l’America dal Medio Oriente Shonagh Rae Potrebbe sembrare che questi siano giorni felici per la Repubblica Islamica dell’Iran. Dopo anni di isolamento diplomatico, strangolamento economico e attacchi militari, il regime iraniano si è trovato faccia a faccia con il suo scenario da incubo – una guerra su vasta scala con Israele e Washington – ed è sopravvissuto. Gli Stati Uniti hanno iniziato a bombardare l’Iran il 28 febbraio con l’obiettivo di distruggere il programma nucleare del paese, il suo programma missilistico e persino il suo governo, solo per fallire clamorosamente in ciascuno di questi obiettivi. Di fatto, Teheran potrebbe ora essere più forte di quanto non fosse all’inizio della guerra. È riuscita a impadronirsi dello Stretto di Hormuz e a chiuderlo, facendo schizzare alle stelle i prezzi dell’energia. Le sue forze armate si sono dimostrate in grado di continuare a infliggere danni alle basi militari americane nonostante fossero sottoposte a pesanti bombardamenti. Il sostegno statunitense alla guerra, da sempre debole, è calato, mentre l’indignazione internazionale nei confronti di Washington ha raggiunto livelli altissimi. Non c’è da stupirsi, quindi, che molti analisti ritengano che Teheran manterrà la stessa rotta nel corso del prossimo anno. I funzionari iraniani sono senza dubbio orgogliosi di come il loro paese abbia tenuto testa a Israele e agli Stati Uniti. Si sono vantati pubblicamente del loro successo e hanno persino dichiarato vittoria. Ma nelle conversazioni private, le élite del regime rimangono piuttosto nervose. Sanno che gli Stati Uniti dispongono di molti strumenti e tattiche che possono utilizzare per aumentare la pressione sull’Iran, e temono che i fattori che sembrano frenare Washington – le scorte di munizioni in esaurimento, l’opinione pubblica interna e l’opposizione internazionale – possano scomparire, diventare gestibili o comunque perdere importanza agli occhi dei funzionari americani. Per gli Stati Uniti, questa potrebbe sembrare una buona notizia. Se Teheran teme ancora Washington, forse il governo statunitense può esercitare pressioni sui leader iraniani affinché facciano concessioni. Ma questo significa fraintendere lo stato d’animo che regna nella capitale iraniana. Le élite del Paese si sono indurite a causa della guerra, che ha ucciso i loro amici e familiari. Considerano il 28 febbraio 2026 allo stesso modo in cui gli israeliani considerano l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023: come il momento in cui il loro nemico si è dimostrato disposto a massacrarli e, quindi, come la prova che deve essere sconfitto definitivamente. Non hanno mai riposto molta fiducia nei negoziatori americani; ora, non ne hanno praticamente più alcuna. L’Iran, quindi, sta adottando una strategia nei confronti degli Stati Uniti caratterizzata dall’escalation e dall’offensiva continua. Ciò significa che non manterrà la rotta né scenderà a compromessi con Washington. Al contrario, inizierà a fare ancora di più per danneggiare le economie dei partner regionali degli Stati Uniti e per decimare i mercati energetici globali, oltre ad ampliare i propri attacchi alle infrastrutture militari statunitensi. Potrebbe tentare di assassinare funzionari americani e israeliani. Potrebbe persino lanciare offensive terrestri contro i propri vicini, anche cercando di impadronirsi delle basi statunitensi situate nei paesi arabi del Golfo. Questo approccio potrebbe non riuscire a far cedere gli Stati Uniti. Ma anche se nessuna delle due parti riuscisse a prevalere sull’altra in questo momento ed entrambe accettassero un accordo, è improbabile che la pace duri a lungo. Teheran ritiene che Washington si riorganizzerà e, alla fine, ricomincerà a combattere. Il regime è determinato a rispondere con forza a qualsiasi provocazione americana, e forse persino ad attaccare senza che ve ne sia una. Non ritiene di poter convivere con una presenza statunitense in Medio Oriente, quindi è disposto a dare il massimo per cacciare gli Stati Uniti. L’obiettivo a lungo termine dell’Iran, in altre parole, sarà quello di rendere la permanenza nella regione così dolorosa che Washington non avrà altra scelta se non quella di ritirare la maggior parte delle sue truppe, accettare il controllo di Teheran sullo Stretto di Hormuz e riconoscere la Repubblica Islamica come potenza duratura. PAURA E ODI Quando è iniziata la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si trovava a una riunione nel complesso del Leader Supremo Ali Khamenei. Araghchi aveva trascorso gli ultimi mesi a negoziare con gli Stati Uniti sul programma nucleare iraniano, ma nelle settimane precedenti Washington aveva spostato molte delle sue risorse militari più vicino al Golfo Persico e aveva preteso che l’Iran rinunciasse a ogni forma di arricchimento nucleare. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stava pubblicamente lasciando intendere che avrebbe potuto tentare di rovesciare la Repubblica Islamica. Araghchi era nel bel mezzo di un briefing con alti funzionari su questi sviluppi e sulla crescente probabilità di un conflitto quando le bombe cominciarono a cadere. Il complesso di Khamenei fu preso di mira nei primi attacchi, che uccisero molti alti funzionari, compreso lo stesso leader supremo. Ma Araghchi sopravvisse. Emerse dalle macerie stordito e coperto di detriti. Secondo quanto ha raccontato a un podcaster iraniano, è corso in strada, ha fermato un’auto di passaggio e ha chiesto all’autista di portarlo al ministero degli Esteri. Da lì, ha cercato di contattare tutti i comandanti militari che poteva e ha iniziato a rivolgersi ai leader stranieri. Ben presto è stato raggiunto da altri funzionari sopravvissuti. La Repubblica Islamica aveva da tempo previsto che Khamenei e i suoi vice potessero essere uccisi, quindi era ben preparata a gestire le conseguenze degli attacchi. Il governo aveva trascorso gran parte dell’anno, ad esempio, a decentralizzare la propria burocrazia politica e militare in modo che i governatori provinciali e i comandanti militari potessero operare senza istruzioni dai vertici. Gli alti funzionari dovevano designare almeno due persone che li succedessero nel caso non fossero sopravvissuti. Ma l’esperienza è stata comunque traumatica per il regime. I leader iraniani non potevano più rimanere in un unico luogo e dovevano invece trascorrere ore in auto e in moto spostandosi da un bunker all’altro. Dovevano fare i conti con la perdita di colleghi, amici e, talvolta, familiari. Il nuovo leader supremo del Paese, Mojtaba Khamenei, ha perso la moglie, una sorella e una nipote negli attacchi, oltre al padre. Funzionari dei servizi segreti statunitensi affermano che egli stesso sia rimasto ferito. Di per sé, questi shock sarebbero stati sufficienti a rendere il governo iraniano ancora più ostile nei confronti di Israele e Washington di quanto non fosse prima. Ma le élite del regime sono state ulteriormente irritate dagli attacchi statunitensi alle infrastrutture civili iraniane, tra cui impianti energetici e reti di trasporto. Sono giunte alla conclusione che Israele e gli Stati Uniti non stiano conducendo un conflitto limitato volto a distruggere le persone e le istituzioni che da tempo governano la Repubblica Islamica, bensì una guerra volta a distruggere il paese stesso. Di conseguenza, hanno adottato una nuova posizione decisa. Mojtaba ha promosso leader militari di linea dura per sostituire i colleghi deceduti e ha dato loro istruzioni di prepararsi a «operazioni offensive contro il nemico». Mohsen Rezaei, capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche durante la guerra Iran-Iraq, è diventato segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e ha dichiarato che l’Iran avrebbe preso di mira, oltre alle strutture militari, anche i beni economici americani e le compagnie petrolifere. Il paese ha inoltre iniziato ad attaccare apertamente i partner regionali di Washington. (Prima del 28 febbraio, Teheran esercitava il proprio potere militare in tutto il Medio Oriente, ma soprattutto attraverso la sua rete di alleati non statali.) Infine, il regime ha iniziato a sferrare attacchi preventivi. A luglio, ad esempio, ha colpito basi in Giordania utilizzate dall’esercito statunitense, sostenendo che fungessero da base operativa per attacchi in Iran. In questo modo, Teheran ha ucciso tre soldati americani. Il nuovo approccio del regime è concepito per andare oltre la semplice deterrenza psicologica nei confronti di Washington. È anche volto a indebolire sistematicamente le infrastrutture militari e di intelligence statunitensi in Medio Oriente. In questo senso, l’Iran sta sviluppando una propria versione della strategia israeliana di «falciare il prato», in cui conduce attacchi ripetuti e limitati intesi a indebolire le capacità dell’avversario tra una fase principale di conflitto e l’altra. In questo modo, spera di rendere gli Stati Uniti meno capaci di proteggere i propri alleati e le proprie forze da futuri attacchi iraniani — e quindi meno propensi a rimanere nella regione. SFRUTTARE IL VANTAGGIO I leader iraniani sono soddisfatti dei risultati ottenuti con i loro metodi. Ritengono che la rapida e massiccia escalation in tutta la regione abbia costretto Israele e gli Stati Uniti a limitare i propri attacchi alle infrastrutture civili iraniane e abbia contribuito a placare il conflitto. Tuttavia, le élite iraniane non ritengono che Teheran abbia pienamente prevalso. I funzionari statunitensi e israeliani hanno trascorso decenni a prevedere che la Repubblica Islamica fosse sul punto di crollare e, anche dopo la sua prestazione militare sorprendentemente forte, continuano a dipingerla come debole. A settembre, ad esempio, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha affermato che il paese si trovava «in una spirale mortale». Per il regime, questo divario di percezione è pericoloso. I funzionari iraniani ritengono che, se Washington pensa che il governo sia a un passo dal collasso – basti una sanzione, un attacco o una protesta – non smetterà di esercitare pressioni economiche e militari. Prima della sua morte, l’anziano Khamenei aveva avvertito, sia in privato che in pubblico, che Washington non avrebbe lasciato in pace l’Iran finché i funzionari statunitensi non avessero potuto semplicemente negare la sua potenza militare. E lo scorso agosto, Mojtaba ha ordinato alle forze armate iraniane di raggiungere quella che ha definito la «massima deterrenza» contro gli Stati Uniti. In passato, alcuni leader iraniani pensavano di poter negoziare una coesistenza pacifica con gli Stati Uniti. Ma ora, quasi nessuno all’interno del regime ritiene che sia così. Teheran è invece giunta alla conclusione che gli Stati Uniti non saranno mai un partner in buona fede. Il bilancio di Washington, dopotutto, è segnato dal tradimento. Si è ritirata dall’accordo nucleare del 2015 dopo soli tre anni. Quando hanno attaccato l’Iran sia nel giugno 2025 che nel febbraio 2026, le due parti erano nel bel mezzo dei negoziati. E secondo Teheran, gli Stati Uniti sono responsabili del fallimento del loro più recente tentativo di pace — il «memorandum d’intesa» firmato dai due paesi a giugno — per aver cercato di aprire un nuovo corridoio marittimo attraverso lo Stretto di Ormuz. Il regime iraniano teme inoltre che la sua posizione favorevole non duri per sempre. Con il tempo, l’economia globale potrebbe trovare rotte di esportazione alternative a quelle del Golfo Persico, rendendo inefficace la chiusura dello stretto. Washington, nel frattempo, potrebbe rafforzare la propria posizione. I leader iraniani ritengono che Trump sia per ora vincolato dal desiderio che i repubblicani vincano le prossime elezioni di medio termine, e l’escalation della guerra con l’Iran si è rivelata profondamente impopolare. Ma una volta superate quelle elezioni, il presidente non dovrà preoccuparsi più di tanto dei suoi indici di gradimento. Teheran potrebbe resistere in attesa che un democratico vinca nel 2028, ma non ritiene che nemmeno questo risultato le sarà di grande aiuto. Il presidente Joe Biden aveva promesso durante la campagna elettorale di tornare all’accordo nucleare del 2015, solo per poi tentare senza successo, una volta insediato, di sfruttare le sanzioni di “massima pressione” del primo mandato di Trump per ottenere concessioni. Anche la prossima amministrazione potrebbe ritenere di trovarsi in una situazione di conflitto con l’Iran e quindi decidere di andare avanti. Infatti, un presidente più moderato potrebbe rivelarsi ancora più pericoloso per la Repubblica Islamica, ricucendo i rapporti internazionali di Washington e convincendo i partner asiatici, europei e mediorientali a sostenere maggiormente la sua campagna contro l’Iran. Missili iraniani in mostra a Teheran, settembre 2026. Majid Asgaripour / West Asia News Agency / Reuters È quindi improbabile che il regime rimanga con le mani in mano. Al contrario, inizierà fin da ora ad aumentare la pressione su Washington. Può farlo attraverso una serie di meccanismi. Il governo potrebbe, ad esempio, iniziare a bloccare completamente le esportazioni di gas e petrolio dal Golfo Persico. Teheran ha già interrotto gran parte di questo commercio chiudendo lo Stretto di Ormuz, ma alcuni Stati del Golfo possono ancora accedere all’Oceano Indiano direttamente o transitando per il Mar Rosso. Per soffocare questi paesi, l’Iran potrebbe attaccare direttamente i loro impianti di produzione petrolifera e i loro porti. Potrebbe anche coordinarsi con i suoi alleati Houthi nello Yemen per bloccare il Mar Rosso minacciando di bombardare le navi che lo attraversano, come il gruppo ha fatto per gran parte della guerra di Israele a Gaza. Gli Houthi si sono messi in una posizione di forza per chiudere nuovamente quella via navigabile conquistando altro territorio alle forze sostenute dall’Arabia Saudita nello Yemen. In risposta, Riyadh ha temporaneamente chiuso l’oleodotto che utilizza per trasportare il petrolio dal Golfo Persico al Mar Rosso. L’Iran potrebbe anche intensificare i propri attacchi contro i suoi antagonisti diretti. Ciò potrebbe significare lanciare un maggior numero di droni e missili contro le basi militari statunitensi. Potrebbe significare condurre un maggior numero di operazioni informatiche contro le infrastrutture civili negli Stati Uniti — proprio come i funzionari statunitensi ritengono che l’Iran abbia fatto a luglio, quando parti delle infrastrutture idriche del Minnesota sono state temporaneamente messe fuori uso. Se attaccato nuovamente, l’Iran potrebbe prendere di mira in modo più aggressivo le infrastrutture civili della regione del Golfo Persico, anche colpendo gli impianti di desalinizzazione dell’acqua fino a rendere inabitabili alcune parti della regione. Infine, Teheran potrebbe tentare di assassinare funzionari americani e israeliani. Per il regime, ciò rappresenterebbe una sorta di ritorno alle origini. Nel corso degli anni ’80, la Repubblica Islamica e i suoi alleati sciiti libanesi hanno compiuto ogni tipo di omicidio mirato, eliminando dissidenti iraniani in Europa e centinaia di soldati statunitensi e francesi in una serie di attentati dinamitardi. Alla fine degli anni ’90 si era in gran parte allontanata da tali operazioni, nel tentativo di ridurre le tensioni con altri stati e dopo aver acquisito missili e droni come mezzi di deterrenza. Ma gli analisti iraniani della sicurezza lamentano ora la perdita delle competenze in materia di omicidi mirati, e Teheran sembra determinata a ripristinare questa capacità. L’Iran avrebbe difficoltà ad assassinare alti funzionari statunitensi e israeliani. L’esercito iraniano non ha accesso al tipo di armi avanzate, tra cui i caccia F-35, né alle sofisticate informazioni di intelligence che hanno permesso a Israele e a Washington di uccidere figure di spicco del regime iraniano. Secondo funzionari statunitensi, Teheran avrebbe tentato di ingaggiare un sicario per uccidere Trump nel 2024, ma il complotto sarebbe stato immediatamente sventato dalle forze dell’ordine americane. (L’Iran ha smentito queste notizie.) Ma il paese ha comunque delle opzioni. Potrebbe, ad esempio, condurre operazioni segrete o avvalersi della propria rete di alleati regionali per eliminare determinati obiettivi. Potrebbe anche tentare di uccidere personale meno in vista. Ad agosto, ad esempio, l’esercito iraniano ha annunciato che avrebbe pagato 30.000 dollari a chiunque avesse ucciso o catturato un soldato statunitense. NESSUNA PIETÀ L’Iran potrebbe decidere di esercitare un effetto deterrente semplicemente facendo a Israele e agli Stati Uniti ciò che questi due paesi hanno già fatto a lui. Ma se così non fosse, i funzionari iraniani non esiteranno a introdurre nuove tattiche. Potrebbero, ad esempio, interrompere le comunicazioni globali. Oltre al petrolio, lo Stretto di Ormuz ospita infrastrutture di comunicazione fondamentali, compresi i cavi sottomarini di Internet che collegano l’Europa all’Asia meridionale, che Teheran potrebbe recidere impiegando sommozzatori da combattimento, veicoli subacquei senza equipaggio o navi di superficie che trascinano le ancore sul fondale marino. In modo ancora più drastico, l’Iran potrebbe tentare di impadronirsi di territori vicini. Israele, come hanno osservato alcuni analisti iraniani, si è appropriato di territori nella Striscia di Gaza, in Libano e in Siria dopo il 7 ottobre, sostenendo che ciò fosse essenziale per la propria sicurezza. L’Iran, sostengono, dovrebbe cercare a sua volta di istituire zone di sicurezza. Teheran sarà particolarmente propensa ad agire se riterrà imminente un’offensiva terrestre americana. Dopo che funzionari statunitensi hanno sollevato la possibilità di un’invasione dell’Iran e dell’occupazione dell’isola di Kharg, il principale terminale di esportazione petrolifera iraniano, alcuni analisti iraniani e membri del parlamento di linea dura hanno proposto di invadere il Bahrein e il Kuwait e di prendere il controllo delle vicine basi statunitensi. Teheran potrebbe presentare tali mosse non come espansione territoriale, ma come misure difensive volte a impedire ai propri avversari di occupare posizioni operative avanzate. Teheran potrebbe applicare questa stessa logica più a nord. I rapporti tra l’Azerbaigian e l’Iran sono da tempo tesi — alcuni azeri considerano le province iraniane a maggioranza azera come parte del Grande Azerbaigian, mentre alcuni iraniani ritengono che l’attuale Repubblica dell’Azerbaigian faccia parte del Grande Iran — e i loro rapporti si sono particolarmente inaspriti negli ultimi anni. L’Azerbaigian e Israele sono stretti partner, e molte élite iraniane hanno accusato in modo credibile l’Azerbaigian di consentire a Israele di utilizzare il proprio territorio come base operativa per azioni contro l’Iran. L’Azerbaigian ha negato queste accuse, ma il paese è un importante fornitore di petrolio per Israele, il che potrebbe essere sufficiente a spingere Teheran a tentare di impadronirsi del Nakhichevan, un’exclave azera al confine con l’Iran. Come minimo, Teheran potrebbe attaccare le infrastrutture energetiche dell’Azerbaigian. Allo stesso modo, l’Iran potrebbe compiere un’incursione nella regione curda dell’Iraq, che considera anch’essa una base operativa per i propri oppositori. Nelle prime settimane di guerra, funzionari statunitensi hanno accennato alla possibilità di armare i gruppi curdi e di far loro sferrare un’offensiva terrestre. Se Teheran ritenesse che gli Stati Uniti vogliono stabilire un corridoio terrestre da Israele verso l’Iran — che passerebbe necessariamente attraverso le regioni curde dell’Iraq — potrebbe lanciare un attacco terrestre preventivo. In una situazione del genere, potrebbe chiedere alle milizie irachene sostenute dall’Iran di attaccare la Siria, che farebbe anch’essa parte di tale corridoio. Potrebbe anche chiedere a quelle milizie di invadere la Siria qualora la nuova leadership del paese agevolasse una campagna militare contro Hezbollah, il partner dell’Iran in Libano. Potrebbe persino chiedere agli Houthi di entrare in territorio saudita. Infine, Teheran potrebbe tentare di fare ciò che i funzionari americani e israeliani temono da tempo e si sono adoperati per evitare: costruire una bomba nucleare. Il governo iraniano continua a sostenere ufficialmente di non avere alcuna intenzione di costruire armi nucleari, ma molte delle élite del paese, compresi i membri del parlamento, sostengono ora che Teheran debba acquisirle per garantire la deterrenza. Non è ancora chiaro quanto sia diffusa questa opinione e, se l’Iran intraprendesse passi verso la militarizzazione, ciò potrebbe a sua volta spingere Israele e gli Stati Uniti a un’escalation. Tuttavia, se i leader iraniani giungessero alla conclusione che nulla potrà impedire a Washington di continuare ad attaccare, potrebbero decidere che la via del nucleare sia la linea d’azione più responsabile. SETE DI DISTRUZIONE Anche se l’Iran non si lanciasse alla ricerca di una bomba, Israele e gli Stati Uniti potrebbero rispondere alle sue provocazioni sferrando attacchi più violenti ed estesi. Senza un’invasione terrestre su vasta scala, straordinariamente costosa, tuttavia, non è chiaro quali ulteriori risultati possano ottenere israeliani e americani. Il regime iraniano ha dimostrato di sapersi adattare e ritiene di essere coinvolto in una battaglia esistenziale che deve vincere. Se Israele e Washington sferrassero ulteriori attacchi mirati a decapitare la leadership, devastassero infrastrutture critiche o inviassero truppe sul terreno, finirebbero probabilmente per rafforzare la determinazione della Repubblica Islamica, e il regime salirebbe ulteriormente la scala dell’escalation. Teheran, dopotutto, non arriverà immediatamente al limite massimo. Se Washington se ne rendesse conto, potrebbe rispondere alle nuove provocazioni iraniane cercando di raggiungere un cessate il fuoco o di congelare in altro modo il conflitto. Ma, a lungo termine, è improbabile che anche questa strategia funzioni. La Repubblica Islamica è chiara su ciò che vuole – il ritiro di tutte le forze statunitensi dalla regione – ed è pronta a rimanere indefinitamente in stato di guerra per ottenerlo. Potrebbe persino lanciare un’offensiva su larga scala senza essere prima colpita o minacciata, quando Washington sembra colta alla sprovvista. A tal fine, l’Iran e i suoi alleati potrebbero decidere di sferrare un’invasione terrestre simultanea e altamente coordinata contro i vari partner regionali e le basi degli Stati Uniti, accompagnandola con una massiccia campagna di bombardamenti, che includerebbe attacchi alle forze navali statunitensi. L’obiettivo sarebbe quello di sopraffare rapidamente l’esercito americano, costringendolo a ritirarsi. Il regime iraniano dovrà agire con cautela prima di sferrare un attacco del genere, o anche prima di intraprendere forme meno gravi di escalation. I funzionari iraniani stanno sviluppando strategie per aggirare le sanzioni e rompere il blocco, ma il protrarsi del conflitto causerà quasi certamente un continuo disagio interno. La Repubblica Islamica è una dittatura, ma i regimi autoritari possono pagare un prezzo per un atteggiamento troppo conflittuale, specialmente quando erano già in difficoltà in precedenza. La giunta argentina in difficoltà, ad esempio, crollò dopo aver tentato senza successo di strappare le Isole Falkland al Regno Unito nel 1982. I leader politici e militari iraniani ne sono consapevoli e hanno ripetutamente sottolineato che le decisioni militari devono avere almeno un certo sostegno interno — e globale. In un’intervista di agosto, Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, ha dichiarato che il suo paese avrebbe proceduto secondo una traiettoria logica e razionale in cui «il mondo possa seguirci» e il «popolo iraniano» comprenda «che in realtà non stiamo cercando la guerra». Ma la leadership della Repubblica Islamica ritiene che la retorica e le azioni dell’amministrazione Trump le abbiano garantito un sostegno duraturo. Sostiene, ad esempio, che i governi stranieri stiano dicendo in privato ai funzionari iraniani di ammirare la resistenza del regime alle pressioni statunitensi e israeliane. Allo stesso modo, i leader iraniani ritengono di aver convinto i propri elettori che la guerra valga i costi che comporta. Prima del 28 febbraio, molti iraniani erano scettici riguardo all’affermazione del regime secondo cui Washington volesse «inghiottire» l’intero paese, come disse l’anziano Khamenei, piuttosto che limitarsi al governo. Ma dopo che Trump ha iniziato a bombardare infrastrutture civili, ha rivendicato la sovranità sullo Stretto di Ormuz e ha dichiarato che l’intera civiltà iraniana «morirà» se il paese si rifiuterà di riaprire la via navigabile, le dichiarazioni del regime sono apparse molto più fondate. TUTTO O NULLA In un certo senso, l’Iran si è già trovato in questa situazione. Subito dopo la fondazione della Repubblica Islamica, il paese fu invaso dall’Iraq e fu oggetto di ripetuti attacchi mirati a decapitare la leadership da parte di gruppi armati dell’opposizione. Nel 1981, ad esempio, un attentato dinamitardo spazzò via gran parte della leadership del Partito Repubblicano Islamico al governo. I sopravvissuti decisero che il regime doveva essere più che semplicemente resiliente dal punto di vista organizzativo se voleva resistere. Doveva anche reagire con durezza contro i propri avversari, affinché imparassero a non sfidarlo mai più. A parte Mojtaba, i nuovi leader iraniani provengono ancora dall’élite dell’era rivoluzionaria e ricordano bene questa lezione. Hanno deciso che, per fermare gli attacchi statunitensi e israeliani, devono ancora una volta fare tutto il necessario per dimostrare la propria forza, anche se ciò significa passare all’offensiva per anni. Teheran è quindi più che pronta a colpire una gamma sempre più ampia di obiettivi finché gli Stati Uniti non cederanno. L’escalation, ovviamente, è una mossa rischiosa. Se l’Iran si spinge troppo oltre, potrebbe provocare proprio il tipo di risposta americana che sta cercando di scoraggiare, compreso un rafforzamento delle forze statunitensi in Medio Oriente e una grande invasione via terra. Se il suo popolo si stancasse della guerra, potrebbe sollevarsi in segno di protesta. Ma il regime ritiene di poter evitare una forte reazione negativa e, per i suoi funzionari, i rischi sono un motivo in più per agire rapidamente. I leader iraniani ritengono che gli Stati Uniti siano in difficoltà, che il mondo sia solidale con la loro causa e che i loro cittadini li sostengano. Credono, in altre parole, che questa possa essere la loro occasione per sconfiggere finalmente Washington. Mohammad Ayatollahi Tabaar è professore associato di Affari Internazionali presso la Bush School of Government and Public Service della Texas A&M University, ricercatore presso il Baker Institute for Public Policy della Rice University e studioso non residente presso il Carnegie Endowment for International Peace. È autore di Religious Statecraft: The Politics of Islam in Iran. https://www.foreignaffairs.com/united-states/why-iran-escalates?utm_medium=promo_email&utm_source=pre&utm_campaign=EDIT_ND26%20Pre-Release_100126_Will%20Iran%20Escalate?&utm_content=20261001& utm_term=all-actives Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 2, 2026
Assopace Palestina
Stop all’esercitazione nucleare NATO “Steadfast Noon”, a cui l’Italia dovrebbe partecipare inviando da Ghedi i propri cacciabombardieri nucleari Tornado
Appello congiunto Peace Link, 30 settembre 2026.   Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l’imminente avvio dell’esercitazione militare nucleare della NATO denominata “Steadfast Noon” che prevede voli e scenari di attacco con l’impiego simulato di bombe atomiche B61. Con questo appello congiunto, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l’imminente avvio dell’esercitazione militare nucleare della NATO denominata “Steadfast Noon”, che prevede voli e scenari di attacco con l’impiego simulato di bombe atomiche B61. Riteniamo inaccettabile che l’Italia partecipi attivamente a questa simulazione inviando i propri cacciabombardieri nucleari Tornado, in partenza dalla base aerea di Ghedi (Brescia), senza che vi sia stato alcun dibattito parlamentare. Decisioni di tale portata politica, etica e strategica non possono essere sottratte al controllo democratico delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Denunciamo inoltre la totale mancanza di trasparenza poiché le località in cui verrà simulato lo sgancio degli ordigni nucleari rimangono protette dal segreto militare. In un momento di altissima tensione internazionale, alimentare scenari di guerra nucleare all’insaputa dei cittadini rappresenta un rischio grave e un vulnus alla democrazia. Chiediamo al Governo di riferire immediatamente alle Camere, di garantire il diritto dei cittadini all’informazione e di fermare il coinvolgimento del nostro paese in operazioni che evocano la minaccia della distruzione atomica. FIRMATARI * Giacomo Alessandroni, vicepresidente PeaceLink, insegnante, Pesaro * Gianni Alioti, ricercatore, Genova * ⁠Stefano Barazza, attivista antinucleare di Pordenone  * Daniele Barbieri, blogger, Imola (BO) * ⁠Filippo Bianchetti, Tenda per la Palestina e contro le armi, Varese  * Alberto Cacopardo, scrittore, Antropologo, Università di Firenze * Alessandro Cannavale, docente universitario, Lecce * Alessandro Capuzzo, Portavoce Tavola della Pace Friuli Venezia Giulia * Andrea Catone, responsabile edizioni MarxVentuno, presidente di Articolo11, Bari * Angelo Cifatte, funzionario pubblico, Genova * Enrico Consoli, insegnante, RSU FLC CGIL, Taranto * Beppe Corioni, portavoce del Centro Sociale 28 Maggio, Rovato (Brescia) * Marinella Correggia, autrice e attivista, Torri in Sabina * Angela Dogliotti, Centro Studi Sereno Regis, Torino * Adriana De Mitri, responsabile nodo PeaceLink di Lecce * Rossana De Simone, ricercatrice, Bologna * Antonino Drago, docente universitario, Calci, Pisa * Loredana Flore, attivista per la pace, insegnante in pesione, Taranto * Eugenia Foddai, Donne e Uomini contro la Guerra, Brescia  * Rosella Francesconi, traduttrice in pensione, Lugo di Romagna * Giovanna Frattolin, attivista antinucleare di Pordenone * Domenico Gallo, ex magistrato, Pistoia * Ugo Giannangeli, avvocato, Abbasso la Guerra OdV Venegono (Varese) * Carlo Gubitosa, coordinatore di Sociale.network, scrittore, giornalista, ingegnere, Bruxelles * Pasquale Iannamorelli, direttore bimestrale Qualevita, curatore dell’Agenda Giorni Nonviolenti, Sulmona * Francesco Iannuzzelli, coordinatore tecnico di PeaceLink, ingegnere, Rotterdam * Alessandro Marescotti, presidente PeaceLink, insegnante in pensione, Taranto * Marinella Marescotti, insegnante in pensione, Martina Franca (Taranto) * Ida Merello, docente in pensione, Università di Genova, responsabile nodo PeaceLink Genova * Annamaria Moschetti, pediatra, ambientalista, ricercatrice, Palagiano (TA) * Elio Pagani, presidente Abbasso la guerra ODV, obiezione di coscienza al lavoro bellico, Varese * Domenico Palermo, docente universitario, Roma * Gianni Penazzi, musicista, attivista del MIR, Lugo di Romagna * Enrico Peyretti, storico della nonviolenza, Torino * Alex Zanotelli, missionario comboniano, direttore di Mosaico di Pace, mensile di Pax Christi Note: Per adesioni: info@peacelink.it (indicare professione o attività svolta e luogo di residenza) https://www.peacelink.it/disarmo/steadfast-noon-2026
October 2, 2026
Assopace Palestina
Convegno CESP 23/10/2026 “La Scuola Disarticolata”
Analisi delle riforme 2025/2026 dal primo ciclo alla filiera tecnologica. Cosa cambia in classe per i docenti Venerdì 23 Ottobre 2026 Ore 8.30-16.30 ID SOFIA: 161494 Il Convegno si svolgerà in presenza, contemporaneamente, nelle città di Roma, Alessandria, Caserta, Chieti, Firenze/Prato, Frosinone, Genova, Grosseto, Latina, Napoli, Pavia, Pescara, Pisa/Livorno, Pistoia, Potenza, Reggio Calabria, Salerno, Siena, Spoleto (PG), Torino, Trieste/Gorizia
October 1, 2026
Cobas Scuola
Libano meridionale: «È una tortura, stanno radendo al suolo le nostre vite davanti ai nostri occhi»
di Laurent Perpigna Iban,  Middle East Eye, 1° ottobre 2026.   Da una collina del villaggio di Hanniyeh, nel Libano meridionale, gli abitanti del vicino villaggio di Mansouri osservano le forze di occupazione israeliane che radono al suolo le loro case. (Laurent Iban Perpigna/MEE) Giorno dopo giorno, il villaggio di Mansouri, occupato da Israele e arroccato su una collina verdeggiante a pochi chilometri a sud della città costiera di Tiro, sta lentamente scomparendo. Già gravemente danneggiato durante la guerra, ora viene letteralmente cancellato dalla mappa, in un ultimo atto di cinismo, proprio durante il cessate il fuoco. L’esercito israeliano, che da settimane ne ha fatto uno dei suoi principali teatri operativi, non sta risparmiando alcuno sforzo: negli ultimi giorni, demolizioni con esplosivi e attacchi aerei si sono susseguiti a un ritmo inarrestabile, con grande disperazione dei circa 5.000 abitanti del villaggio. Il villaggio, che l’esercito israeliano presenta come una roccaforte operativa di Hezbollah, era inizialmente situato al di fuori della “Linea Gialla”, la demarcazione “di sicurezza” imposta da Israele sul territorio libanese poco dopo l’entrata in vigore dell’ultimo cessate il fuoco. Già allora, i residenti con cui Middle East Eye aveva parlato dopo il cessate il fuoco temevano che la zona finisse per inglobare il loro villaggio. Ora è successo, anche se ufficialmente solo in parte: la Linea Gialla attraversa Mansouri, dividendolo in due. Sulla carta, cioè, poiché il villaggio è ora interamente occupato – quest’estate, tutti i residenti che erano tornati nella zona non hanno avuto altra scelta che fuggire nuovamente, sotto il fuoco dell’aviazione israeliana, che continua le sue operazioni. Il sindaco del villaggio ha denunciato sulla stampa locale «gli attacchi contro i residenti con l’uso di artiglieria, nonché di bombe a mano e granate stordenti lanciate dai droni». Lui stesso è miracolosamente sopravvissuto dopo essere stato ferito in un attacco israeliano. La mia casa è l’unica ancora in piedi La strada verde che conduce al villaggio di Hanniyeh, ancora accessibile in auto ai civili libanesi, è intrisa di paura. Questo minuscolo villaggio, anch’esso arroccato su una collina al di fuori della Linea Gialla, offre una vista senza ostacoli su Mansouri. E, di fronte ad esso, si vedono le truppe israeliane che hanno preso posizione dall’altra parte, lasciando gli abitanti locali esposti al fuoco. E mentre la maggior parte degli abitanti di Hanniyeh ha scelto di rimanere sfollata più a nord, decine di persone provenienti da Mansouri attraversano il villaggio ogni giorno, osservando con sgomento l’esercito israeliano che distrugge la loro città natale. Sul ciglio della strada, nascosto dietro un albero, Ahmad, 47 anni, ha sistemato il suo telefono su un treppiede. Sta trasmettendo in diretta su Facebook, cercando di documentare la distruzione in corso per qualche decina di spettatori. «Guardate! La casa gialla è la mia. È l’unica ancora in piedi; tutte le altre intorno sono state distrutte», racconta a Middle East Eye. La scena è agghiacciante, distopica. Lo ammette lui stesso: vedere il proprio villaggio distrutto ogni giorno, in attesa che la propria casa sia la prossima, è davvero inquietante.  Dal villaggio di Hanniyeh, nel sud del Libano, si vede il fumo che sale dal luogo di una serie di esplosioni controllate da Israele nel vicino villaggio di Mansouri, 28 settembre 2026. (Kawnat Haju/AFP) Come se la guerra e il caos israeliano in Libano fossero diventati uno spettacolo. Accanto ad Ahmad, un altro abitante di Mansouri, Ali, la cui casa è stata distrutta durante la guerra, dice: «Sì, è umiliante assistere a tutto questo, ma voglio restare qui, il più vicino possibile al mio villaggio. Non voglio abbandonarlo». Continua: «È peggio di qualsiasi altra cosa. Non ho più un lavoro. Avevo dei terreni agricoli ai piedi del villaggio. Guarda, il fumo proviene da lì: stanno bruciando la mia terra». A circa un centinaio di metri di distanza, una trentina di persone, uomini e donne, hanno sistemato delle sedie. La maggior parte sono vicini di casa, amici di una vita. Insieme, anche loro assistono a ciò che è indicibile, commentando le scene degli ultimi giorni.  Ora, senza lavoro e impossibilitati ad accedere alle loro case, passano il tempo seguendo il ritmo delle operazioni israeliane. Uno di loro mostra un video girato nei giorni scorsi: si vede un drone israeliano che cala molto lentamente degli esplosivi, sospesi verticalmente a un cavo, e li posiziona sul tetto di un edificio. Le immagini sono impressionanti: pochi minuti dopo, la zona esplode. All’improvviso, tutti tacciono. Una nuvola di polvere si muove lungo una delle strade del villaggio. Veicoli israeliani stanno scendendo lungo la strada, sollevando polvere mentre avanzano. Il villaggio di Mansouri, nel sud del Libano, viene raso al suolo dalle forze di occupazione israeliane. (Laurent Iban Perpigna/MEE) Guardando attraverso il binocolo, uno degli uomini dice di vedere un trattore che sgombera le macerie di una casa, che presto sarà ridotta a un terreno vuoto. «Oggi non abbiamo visto nessun carro armato Merkava. Devono essere a riposo», scherza amaramente un uomo sulla sessantina. Ibtissem, una donna di 38 anni, continua: «Ogni giorno succede qualcosa. Un giorno bombardano, il giorno dopo mandano i bulldozer. A volte esplodono le cariche che hanno piazzato all’interno delle nostre case. È una tortura, stanno radendo al suolo le nostre vite davanti ai nostri occhi.  “Ma questa terra è tutto per noi. Torneremo e ricostruiremo, se Dio vorrà”, dice. Abbandonati da tutti Non sorprende che l’inerzia della comunità internazionale, e soprattutto quella del governo libanese, ricorra continuamente in ogni conversazione. Qui l’esercito libanese non si vede da nessuna parte. Peggio ancora, gli abitanti di Mansouri, come quelli dei 63 villaggi situati nell’area occupata dall’esercito israeliano a sud della «Linea Gialla» – circa 460 chilometri quadrati – affermano di essere stati completamente lasciati a se stessi. Quest’estate, gli abitanti hanno organizzato un sit-in pacifico nei pressi del posto di blocco dell’esercito libanese ad al-Amiriya, all’insegna dello slogan «Mansouri non è occupata», chiedendo la fine dei bombardamenti e il ritorno dell’esercito libanese nel villaggio, e dichiarandosi pronti a marciare al suo fianco non appena avesse deciso di entrare a Mansouri. «Non è successo nulla. Noi e il nostro villaggio siamo stati abbandonati. E da allora nessuno ci ha aiutato, assolutamente nessuno, mentre restiamo sfollati e nessuno ha più un lavoro», sospira un abitante. Parlando a bassa voce, quasi a malincuore, ammette che persino Hezbollah, che per anni, guerra dopo guerra, ha aiutato le comunità colpite, oggi non ha più i mezzi per fare granché. Oggi Mansouri, come Tallouseh e Mais al-Jabal più a est, è uno dei principali teatri delle operazioni militari israeliane. Molti libanesi vedono in questo un tentativo di «portare a termine l’opera» – in altre parole, di distruggere ogni possibilità che gli abitanti tornino nella zona, al fine di consolidare a lungo termine la presenza di Israele sul territorio. Questa dinamica prosegue nonostante l’accordo quadro del 26 giugno, che prevedeva la sperimentazione di una soluzione diversa nel sud. A Froun, Srifa e Zawtar al-Gharbiyeh, tre “zone pilota”, l’esercito libanese avrebbe dovuto riprendere gradualmente il controllo sul terreno, mettere in sicurezza i villaggi e impedire qualsiasi presenza armata non autorizzata in quei luoghi, sotto il coordinamento del Gruppo di Coordinamento Militare per il Libano (MCG4L), il meccanismo guidato dagli Stati Uniti incaricato di supervisionare l’accordo. La realtà, tuttavia, è diversa. A Zawtar al-Gharbiyeh, i soldati israeliani sono stati recentemente accusati di aver aperto il fuoco nei pressi delle truppe libanesi mentre queste si schieravano. Il 18 settembre, a Deir Mimas, una forza israeliana si è avvicinata a una postazione dell’esercito libanese e ha lanciato granate stordenti nelle vicinanze, scatenando un altro scontro, disinnescato all’ultimo momento grazie all’intervento dell’MCG4L. «Non crediamo più che qualcuno venga ad aiutarci», dice Abbas, un ventiseienne di Hanniyeh, con le lacrime agli occhi. «Il mio sogno è riavere la mia terra, i miei vicini, ricostruire la mia casa. Non mi è rimasta molta speranza. Per averne, l’esercito libanese dovrebbe essere in grado di mantenere il controllo del territorio, ma finché la comunità internazionale non eserciterà pressioni su Israele, potremmo non rivedere mai più la nostra terra.» https://www.middleeasteye.net/news/south-lebanon-its-torture-they-are-razing-our-lives-our-eyes Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
October 1, 2026
Assopace Palestina
Se le persone si muovono
Sono 42 le voci del Contro dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, a partire dal 19 febbraio, una voce accompagnerà lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Persone in movimento. È l’espressione usata dal mondo del soccorso civile in mare e dell’attivismo per indicare chi attraversa per arrivare in Europa. E’ un’espressione che  parla semplicemente di persone e cerca di mettere tra parentesi le etichette, le paure e i giudizi che spesso accompagnano la parola «migrante». Ricorda una condizione più essenziale: quella di esseri umani in viaggio. Questa espressione racconta un tentativo di restituire dignità attraverso il linguaggio. E siccome sguardo e linguaggio si alimentano, forse, se si cambia il modo di descrivere qualcuno,  si modifica la percezione che si ha su di lui. E anche se questo non può modificare il mondo che spinge a partire, forse può almeno cambiare il mondo che accoglie. POM People on the move: con queste parole il mondo del soccorso indipendente in mare – la flotta civile – definisce coloro che fuggendo da Libia e Tunisia provano a raggiungere Lampedusa, l’Europa. L’espressione PoM e i suoi sinonimi generano un’inversione di sguardo rispetto ai modi in cui i diretti protagonisti si rappresentano – bozayeur, aventurier, soldat, clandestin, passeggeri, harraga – sottolineando sempre la dimensione attiva della propria mobilità. Nel mondo bianco e middle class della solidarietà in mare non si mettono in rilievo tratti quali l’assunzione deliberata del rischio, la forza, la lotta, la trasgressione della legalità o, semplicemente, la condizione di chi acquisisce un servizio, piuttosto si cercano vie per «demigranticizzare» parole e discorsi sulle migrazioni. L’espressione PoM è ormai diffusa in tutta la reportistica di numerose organizzazioni umanitarie. Riprendendo Erving Goffman potremmo dire che – diversamente dal lessico degli aventurier costruito attorno alla trasformazione dello stigma in emblema – le parole degli attori della solidarietà enfatizzano l’invisibilizzazione e l’eufemizzazione; perché in mare non ci sono migranti ma persone, naufraghi, che una volta soccorsi e portati a bordo delle navi delle Ong diventano guests. Tale eufemizzazione ha un duplice intento: da un lato vuole arginare lo stigma associato alla parola «migrante», che è ormai satura di apriori negativi capaci di modificare lo sguardo di chi dovrà poi accogliere, dall’altro prova a costruire un frame più astratto, volto a riconoscere a questi soggetti gli stessi diritti di chiunque si trovi in pericolo. La legge morale del mare, insieme alle convenzioni internazionali che la sanciscono – e che vengono insegnate come un mantra a quanti intendono ottenere; Ci sono differenti tipi di people on the move. Ci sono persone che una qualunque patente nautica –, dovrebbe valere per tutti: dai turisti in crociera ai migranti su toba e convoi. Purtroppo, non è ciò che accade. PoB (people on board, quando sono soccorsi dalla flotta civile) e PoM – così come i loro succedanei – permeano le conversazioni informali e le interazioni quotidiane fra equipaggi solidali di terra e mare. Inoltre, contribuiscono a generare un linguaggio tecnico-burocratico, veloce, fatto di acronimi funzionali a segnalare alle autorità le diverse situazioni di soccorso (o casi, dall’inglese case) in cui la flotta civile è impegnata. L’uso di questi termini, come performance tattica di gestione/riduzione dello stigma, si dispiega essenzialmente nel dialogo ufficiale con le istituzioni italiane: nel cruscotto giornaliero degli episodi di sbarco pubblicato dal ministero dell’Interno, così come nelle comunicazioni radio delle Capitanerie e nelle mail dei Centri di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc), in risposta agli eventi segnalati dalla flotta civile si utilizza viceversa il termine «migranti». ESEMPI DAL CAMPO Gentile Ufficiale al Comando, questa la valutazione della situazione: 45 PoB, 14 donne, 5 bambini. Lat: XXXX. Long: YYYY Stiamo distribuendo i salvagenti. Il motore è senza benzina. L’imbarcazione non può navigare. L’acqua sta entrando nello scafo. Il rischio di rovesciamento è alto. Riteniamo che l’imbarcazione sia in pericolo e abbiamo deciso di prendere le persone a bordo del nostro vascello. Prototipo di mail inviata da un attore della flotta civile al mrcc, maritime rescue coordination center, Roma, aprile 2025 Ci sono differenti tipi di people on the move. Ci sono persone che sono molto eccitate quando le incontriamo, sono molto felici, ridono e cantano. Magari sono persone in movimento da un giorno o da un periodo molto corto. Ed è molto importante che noi stessi ci presentiamo quanto prima: devono sapere chi siamo e cosa vogliamo. Intervista con Acab, capitano della flotta civile
Sconfinati Fest! 3a edizione
Sabato 10 ottobre torna Sconfinati Fest, evento organizzato dall’Associazione Naga di Milano e giunto alla sua terza edizione: una giornata di partecipazione, incontro, riflessione, informazione e festa attorno al tema dei confini. Il programma prevede due talk, un laboratorio per bambine e bambini, uno spettacolo e una mostra. Dalle 11.30 alle 20.00, con ingresso libero presso mosso in via Angelo Mosso 3 a Milano. PROGRAMMA 11.30 – 12.30 | LABORATORIO PER BAMBINE E BAMBINI | LA COSTITUZIONE A COLORI Con APIS – Arti per l’Innovazione Sociale, associazione che sviluppa progetti educativi e culturali. Un laboratorio creativo dedicato a bambine e bambini per esplorare il tema dei confini partendo dagli articoli 1, 2 e 3 della Costituzione italiana, che promuovono i diritti inviolabili della persona, l’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli che limitano la libertà. Per scoprire il tesoro dei nostri valori condivisi e superare, insieme, ogni confine. Età consigliata a partire dai 5 anni. Per garantire a tutti un’esperienza di qualità, il laboratorio potrà accogliere le bambine e i bambini fino a esaurimento posti disponibili in sala. Non sono previste iscrizioni: si entra semplicemente in base all’ordine di arrivo, quindi vi aspettiamo con un po’ di anticipo! 14.30 – 16.00 | TALK | CONFINI E CONFLITTI Quale ruolo giocano i confini all’interno dei conflitti contemporanei? La necessità di attraversare i confini è spesso una delle conseguenze dirette delle guerre; confini che, però, finiscono poi per trasformarsi in ostacoli nei cosiddetti Paesi di accoglienza. Come si possono superare davvero? Nel talk dedicato a questi temi approfondiremo il legame tra guerre, migrazioni e controllo dei territori, con uno sguardo particolare rivolto al Medio Oriente e alle rotte migratorie contemporanee, per capire come i confini influenzino vite, guerre e possibilità di movimento. Ne parliamo con: Widad Tamimi – Giornalista e scrittrice. Figlia di un profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e di una donna di origini ebree, è cresciuta a Milano, ha studiato Diritto internazionale a Londra e ha lavorato nei campi profughi. È autrice di Dal fiume al mare. Storia della mia famiglia divisa tra due popoli (Feltrinelli, 2026), Le rose del vento. Storia di destini incrociati (Mondadori 2016),  Il caffè delle donne (Mondadori 2012). Maysoon Majidi – Attivista, regista e giornalista della diaspora curda-iraniana, fuggita dall’Iran. La sua esperienza personale di persecuzione è diventata parte integrante della sua attività pubblica e artistica.  Modera: Martina Stefanoni – Giornalista e voce di Radio Popolare, dove conduce la trasmissione quotidiana di politica internazionale Esteri e Terzo Tempo, rubrica settimanale dedicata alle storie dal mondo. È autrice del libro Unspeakable Il silenzio delle multinazionali davanti al genocidio a Gaza (Prospero Editore, 2025). 17:00 – 18:30 | TALK | CONFINI E PROPAGANDA Esiste un legame tra confini e propaganda? Da sempre i confini e, per estensione, le migrazioni costituiscono un elemento centrale delle narrazioni propagandistiche: come possono essere decostruite e decifrate? Come si articola oggi la costruzione della propaganda contemporanea, online e offline? Il talk dedicato alla propaganda analizzerà il modo in cui si costruiscono immaginari collettivi fondati sulla paura, sull’emergenza e sulla contrapposizione tra un “noi” e un “loro”, continuamente ridefiniti attraverso media, politica e comunicazione contemporanea. Ne parliamo con: Leonardo Bianchi – Giornalista e scrittore, collabora principalmente con Internazionale, Valigia Blu e il manifesto. È autore della newsletter Complotti!, che si occupa di complottismo e disinformazione. Il suo ultimo libro è Le prime gocce della tempesta. Miti, armi e terrore dell’estrema destra globale (Solferino, 2024).     Marta Ciccolari Micaldi –  Giornalista e guida letteraria specializzata in American Studies, ha ideato il progetto divulgativo indipendente che porta il suo nome d’arte, La McMusa, attraverso il quale organizza corsi di letteratura americana in Europa e viaggi letterari negli Stati Uniti (Book Riders). È anche autrice di newsletter (Sogni Americani, States) e podcast (Miglia, Pop Corn) sulla cultura americana, nonché di un bookclub con cui esplorare la geografia fisica e sociale degli Stati Uniti (LIT). Ha pubblicato il memoir Sparire qui (Rizzoli, 2023). Mattia Salvia –Giornalista, content creator e autore ha lavorato a VICE e Rolling Stone. Nel 2019 ha fondato Iconografie, rivista sullo spirito del tempo, di cui è editor. Ha pubblicato Interregno (Nero, 2023) e Cosplayers (Nero, 2025).  Modera: Leila Belhadj Mohamed –  Giornalista, analista politica e commentatrice italo-tunisina per TV e radio, esperta di Mediterraneo, relazioni internazionali, islamofobia, diritti e migrazioni. È anche formatrice sulle tematiche relative al linguaggio e ai bias dell’intelligenza artificiale. 19:00 – 20.00 | SPETTACOLO | MATTEO CACCIA: STORIE DI CONFINE  Una narrazione dal vivo in cui storie, testimonianze e racconti si intrecciano per restituire uno sguardo sulle molteplici forme – individuali e collettive – dei confini. Matteo Caccia – Autore, attore e narratore radiofonico. Collabora con Radio 24, dove conduce la trasmissione Matteo Caccia racconta, e con Il Post, dove è responsabile dell’area podcast e conduce il podcast quotidiano Orazio. MOSTRA | “THERE IS NO BORDER HERE” DI SHILPA GUPTA Nel corso della giornata sarà esposta l’installazione “There is no border here” di Shilpa Gupta (2005-2026, Dimensioni variabili, Wall Drawing). Courtesy: Shilpa Gupta e Galleria Continua. Shilpa Gupta (nata nel 1976; vive e lavora a Mumbai) è considerata tra le voci più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale. Il suo lavoro affronta i conflitti, le restrizioni alla libertà e i confini, indagando come le persone e le esperienze siano modellate da costrutti socio-politici e processi di classificazione e censura. Sfruttando le potenzialità della parola e dei materiali effimeri, l’artista esplora l’arbitrarietà delle divisioni geopolitiche capovolgendo i canali tradizionali con cui l’informazione e il controllo vengono solitamente veicolati. Le sue opere fanno parte delle collezioni permanenti di istituzioni come il Guggenheim Museum di New York, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Modern di Londra. Ha inoltre partecipato alle Biennali di Venezia, Berlino, L’Avana e Yokohama. Attualmente sono in corso due sue importanti mostre personali: “What Still Holds” all’Hamburger Bahnhof di Berlino (fino a gennaio 2027) e “One Palm Closer to the Sky” alla Galleria d’Arte Moderna di Milanoalla Galleria d’Arte Moderna di Milano dal 15 settembre 2026 al 6 gennaio 2027. Nell’installazione “There is no border here”, la rigidità dei dispositivi di sorveglianza viene sovvertita attraverso l’uso del nastro adesivo di sicurezza ad alta visibilità. Un elemento ordinario, impiegato nel paesaggio urbano per transennare e  proibire l’accesso, si traduce qui in un’opera che stimola una riflessione profonda sul senso universale di appartenenza e sulla natura intrinsecamente artificiale di ogni linea di confine. Bar e ristorante saranno aperti seguendo i normali orari di servizio di mosso (più info su mosso.org). Per il ristorante è consigliata la prenotazione chiamando questo numero +39 342 629 4082.
September 30, 2026
Progetto Melting Pot Europa
57.136 firme consegnate al Senato: “Un’altra difesa è possibile” apre la fase due, ora la parola al Parlamento
dal Coordinamento Campagne Rete Italiana Pace e Disarmo,  25 settembre 2026 Le Reti promotrici della campagna “Un’altra difesa è possibile” hanno depositato questa mattina al Senato della Repubblica le firme raccolte a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare per la difesa civile, non armata e nonviolenta: 57.136 sottoscrizioni, ben oltre il quorum di 50.000 richiesto dalla normativa. Quello compiuto oggi al Senato dalla campagna “Un’altra difesa è possibile” è un passaggio cruciale per il movimento italiano per la pace e la nonviolenza: un risultato storico, che dimostra la capacità delle reti e organizzazioni della società civile di trasformare la mobilitazione dal basso in proposte concrete di cambiamento, e che si inserisce in un lavoro più ampio e non concluso, quello di costruire vere e proprie istituzioni di pace. Alla fine di questa prima fase di campagna sono ben 57.136 le cittadine e i cittadini che hanno sostenuto la nostra proposta di legge: 54.751 firme raccolte digitalmente tramite la piattaforma del Ministero della Giustizia, a cui si aggiungono 2.385 firme raccolte con la modalità cartacea. Un risultato che le Reti promotrici considerano davvero un grande successo, raggiunto nonostante alcune difficoltà iniziali nel percorso di raccolta e un diffuso “silenzio” dei grandi media: la campagna è comunque riuscita a convincere migliaia di persone e a mettere in moto energie e iniziative in numerosi territori italiani, tra incontri pubblici, banchetti, presentazioni e momenti di approfondimento organizzati da gruppi locali, associazioni ed enti di servizio civile. Il lavoro delle Reti promotrici non finisce però con il deposito delle firme. Dopo la presentazione e l’annuncio della proposta di legge in Senato inizierà un percorso di stimolo, coinvolgimento, pressione verso i gruppi parlamentari affinché il testo di legge venga approfondito, discusso e portato al voto. Il percorso istituzionale che si apre oggi è anche l’occasione per intensificare la diffusione della proposta e l’approfondimento di un’idea che, nonostante il risultato raggiunto, resta ancora poco conosciuta: la difesa civile, non armata e nonviolenta come componente riconosciuta del sistema di difesa e sicurezza della Repubblica, distinta ed autonoma da quella militare. Le Reti promotrici lavoreranno quindi su un doppio binario: da un lato advocacy e pressione istituzionale, affinché il Parlamento non perda questa occasione storica e cruciale, e dall’altro rilancio informativo e diffusione dei contenuti e delle idee alla base della campagna. Vogliamo che le proposte di “Un’altra difesa è possibile” arrivino in tutte le città e i territori attraverso i gruppi locali, le persone delle associazioni aderenti e i giovani in servizio civile, per allargare la platea di chi sostiene questa forma diversa di difesa della Patria e di costruzione della pace, in alternativa a percorsi militari che nei fatti non hanno saputo garantire sicurezza né nel mondo né nei conflitti in corso. Come Reti promotrici di “Un’altra difesa è possibile” siamo disponibili a continuare a lavorare insieme alle realtà che già sostengono la campagna e a tutte quelle che vorranno aderire nei prossimi mesi, nel percorso che porterà la proposta di legge in Parlamento. La campagna “Un’altra difesa è possibile” è promossa e coordinata da Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile (CNESC), Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! La proposta di legge di iniziativa popolare chiede l’istituzione di un Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, che coordini i Corpi civili di pace, il Servizio civile universale, la Protezione civile e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, finanziato anche attraverso una quota del 6 per mille dell’IRPEF. https://mail.google.com/mail/u/0/?shva=1#inbox/WhctKLcMfCPVhSbWxdsZDcpgPBXcwSlzLqSsJBgzLFFRgsRHqVVVTHBBHJZbgVPsDpqsHMq
September 30, 2026
Assopace Palestina