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La Germania nel vortice bellicista: la bella gioventù dice signornò
di Paola Giaculli,  Transform!Italia, 13 maggio 2026.   C’è molto da imparare da questi giovanissimi studenti e studentesse che scioperano e sfilano per le strade della Germania contro la reintroduzione della leva. Loro sì che sanno da che parte stare. “Mai più guerra – mai più fascismo!” si legge sullo striscione di apertura della loro manifestazione dell’8 maggio, anniversario della sconfitta del nazifascismo di 81 anni fa. Pare una risposta adeguata allo scarno post del cancelliere Merz secondo il quale “l’8 maggio 1945 portò liberazione”. Non è dato sapere da cosa, né ad opera di chi, come se il lieto evento lo avesse recato in dono la cicogna. Non è un caso se queste ragazze e ragazzi, che scandiscono in piazza “I giovani vogliono un futuro, i ricchi vogliono la guerra!”, hanno scelto questa data per il loro, ancora una volta riuscito, terzo sciopero delle scuole (tutte quelle che precedono il grado superiore/universitario), dalla primaria in poi (tanto che si vedono in piazza anche piccolissimi accompagnati dai genitori), dopo quelli del 5 dicembre 2025 e del 5 marzo scorso. Quella di Berlino è la manifestazione più consistente, con la presenza di 10.000 persone, in tutto il territorio nazionale si parla di 45.000, mentre le scorse volte ci si era attestati sui 50-55.000. I ragazzi e le ragazze lamentano le resistenze e le difficoltà, le incomprensioni di parte delle famiglie, delle direzioni scolastiche, che talvolta invocano l’intervento delle forze dell’ordine per riportare in classe gli studenti che vogliono scioperare, come purtroppo succede. È chiaro che la ribellione di questa gioventù, nel clima di assoluto bellicismo e di propaganda a tutti i livelli del governo Merz, col suo ministro della difesa Boris Pistorius (Spd) e della Bundeswehr, l’esercito tedesco, che vuole essere onnipresente nelle scuole per invogliare i giovani ad arruolarsi, non può che rappresentare un ostacolo alla formazione dell’“esercito convenzionale più potente d’Europa”. Si ricorderà in proposito l’obiettivo di Pistorius già nel 2024, da ministro dell’allora governo Scholz, di rendere la Germania kriegstüchtig, ovvero “abile” o “idonea” alla guerra. Ciononostante gli studenti sono riusciti a costruire autonomamente, senza alcun ausilio di grandi forze politiche, sindacali o associazioni, grazie a social media come Instagram e TikTok, una rete decentrata e diffusa sul territorio con la costituzione di comitati organizzativi locali completamente autogestita. Sì, c’è molto da imparare da questa gioventù che dimostra una maturità e una chiarezza di rivendicazioni politiche che spesso mancano anche a partiti politici di sinistra. Il sindacato sembra credere alla riconversione militare per salvare l’industria metalmeccanica e automotive in declino con decine di migliaia di posti di lavoro che si perdono ogni mese. La Linke, un po’ al traino dei sindacati, un po’ per scarsa capacità di analisi e un po’ per evitare spaccature interne, sembra temporeggiare quando invece il mondo brucia e di tempo da perdere non ce n’è. “Non siamo amici di Putin” dice un ragazzo al microfono da un camion del corteo, “ma non siamo disposti a combattere le guerre del capitale e dell’imperialismo occidentale”. Si denunciano il sottofinanziamento all’istruzione, “tanto più si spende per le armi, meno ce n’è per la scuola, la cultura, la sanità, per il nostro futuro”, e la militarizzazione che fa delle città, dei quartieri residenziali, bersagli nella guerra che si sta preparando, come a Berlino, con la conversione di uno stabilimento di componenti per auto alla produzione di munizioni di Rheinmetall nel quartiere popolare e dalla storia di resistenza operaia di Wedding. La ragazza portavoce dell’Alleanza di Berlino contro la produzione di armi (Berliner Bündnis gegen Waffenproduktion) evidenzia come “la militarizzazione della società comporti anche la repressione interna delle proteste di solidarietà con la Palestina”. Alla manifestazione che sfila nell’arteria centrale di Berlino che dalla Porta di Brandeburgo attraversa il parco del Tiergarten danno il loro sostegno anche le associazioni di “Genitori contro l’obbligo di leva”, e isolatamente alcuni affiliati al sindacato insegnanti Gew, i quali però precisano di partecipare a titolo personale (anche se con bandiera del sindacato). Infatti, lamenta una mamma che accompagna i suoi due piccoli di 7 e 4 anni, “sarebbe tutta un’altra situazione se allo sciopero aderisse il corpo insegnante”. E invece ci sono scuole che sono più che disposte ad aprire le porte ai rappresentanti delle forze armate a tutti i livelli che vogliono convincere della minaccia del “nemico” russo e preparare i ragazzi e le ragazze alla guerra per difendere “la libertà e la nostra democrazia”. Comunque con scarsi risultati, come dimostrano i sondaggi dei mesi scorsi, secondo cui meno di un terzo sarebbe allettato dalla prospettiva di arruolarsi. Tra l’altro il 28% dei maschi diciottenni non ha risposto – nonostante la sanzione amministrativa pari a 250 euro – al modulo con obbligo di risposta introdotto all’inizio di quest’anno dalla “legge di modernizzazione della leva” per sondare la “volontarietà” cioè la predisposizione a fare il servizio militare. La legge millanta di non costringere nessuno (per le ragazze è facoltativo anche rispondere al modulo), ma i giovani non cadono in questa trappola, perché è evidente, come anche predisposto dalla legge, che se non si raggiungono le 260.000 unità (dalle 186.000 attuali) entro il 2029, obiettivo poco realistico vista la loro riluttanza, scatta “un obbligo di necessità”, poiché viene dato per scontato che sia “necessario” difendersi dall’ormai di nuovo dichiarato nemico russo. Le giovani generazioni sembrano le uniche a opporsi energicamente a questa follia che vorrebbe trovare, nella narrazione del governo federale e delle élites europee, una fondatezza costruita sulla minaccia russa, che in Germania assume il carattere piuttosto inquietante del déjà vu, con il sentore delle esperienze sciagurate del XX secolo, e vede un riarmo senza precedenti, per 500 miliardi da qui al 2029 pari al 3,5% del PIL. A questo si accompagna una delirante “strategia militare” (in tre fasi da qui al 2039), la prima di questo genere dalla fine della seconda guerra mondiale, in cui si agita il “nemico russo”. Vale la pena di studiarsi il testo, sul sito del ministero della Difesa disponibile anche in francese e in inglese (https://www.bmvg.de/resource/blob/6093998/678875025812878cfa657f9801f62ffc/dl-gesamtkonzeption-der-verteidigung-eng-data.pdf.) per comprendere come la Germania, con l’esercito più forte d’Europa, intenda guidare la NATO (un ruolo certificato anche dal suo segretario generale Mark Rutte) per portarla allo scontro con la Russia, nella fattispecie entro il 2029, anno in cui si prevede che questa attacchi l’Europa. Duole constatare che anche la Linke, almeno nel comunicato del suo deputato portavoce per le politiche della difesa al Bundestag, Ulrich Thoden (il Partito in quanto tale non si è pronunciato in proposito) sposi la tesi della necessità del piano strategico di fronte alla “reale minaccia della politica di aggressione della Russia”, anche se critica il militarismo con cui la Germania intende proporsi come guida della NATO per diventare “grande potenza militare”. Sembra invece chiaro che una strategia militare di quella portata (e con questo riarmo) non può che portare a un militarismo forsennato (riaccendendo antiche ambizioni) e alla militarizzazione della società nel suo complesso. Quindi da una parte si cerca di mettere la popolazione letteralmente in riga convincendola della legittimità del riarmo e della leva per difendersi dalla Russia, dall’altra la Germania sta costruendo quella che sembra a tutti gli effetti una struttura militare integrata e di tipo strategico che negli scorsi mesi e settimane si è concretizzata in accordi con paesi, come l’Ucraina e Israele, che, per il perdurare dei conflitti in cui sono coinvolti, possono “vantare” una “preziosa esperienza acquisita sul campo”, da cui la Germania intende “imparare”.  Con un linguaggio dal cinismo sconcertante (armi “testate sul campo” è un’espressione molto gettonata per dimostrare innovazione e affidabilità degli strumenti di morte), senza quasi alcun cenno e pietà per le vittime e le devastazioni che rendono “preziosa” l’expertise bellica, vengono siglate cooperazioni e joint ventures per la produzione di armi in Ucraina e in Germania. In particolare, da mettere in evidenza è la compenetrazione tra apparato produttivo tedesco e Israele: gruppi come la Rafael, azienda di stato, già presente in Germania con le tre affiliate DND, Eurospike e Eurotrophy, e di cui pare certa l’acquisizione dello stabilimento della Volkswagen di Osnabrück, da cui invece che auto dovrebbero uscire mezzi di supporto per il sistema Iron Dome, che Israele vuole vendere in Europa a partire dalla Germania. In gennaio si erano conclusi accordi con Israele su cybersecurity e sistemi di sorveglianza, in febbraio quello con l’esercito dell’IDF (sic). Sia questo che l’esercito ucraino daranno il loro contributo a creare le forze armate più potenti d’Europa addestrando i colleghi tedeschi “all’arte di condurre la guerra di tipo nuovo”, ossia avvalendosi della digitalizzazione di droni e altri nuovi prodotti altamente tecnologizzati. “Ne abbiamo di buoni”, afferma il ministro degli esteri israeliano Gideon Saar in visita a Berlino accanto al suo omologo tedesco Johann Wadephul, commosso che sia “il paese delle vittime della Shoa” a garantire, con la super-commessa dei missili Arrow 3 “la sicurezza della Germania”. Ormai si è perso il senso della misura e della decenza, senza la minima preoccupazione di rendersi complici di uno stato responsabile tramite le sue forze armate del genocidio in Palestina e di aggressione nei confronti di altri popoli su cui vengono testati i suoi “buoni prodotti”, e quindi di rendersi corresponsabili delle sue nefandezze. Anche la memoria fa cilecca se invece di non curarsi dei tabù che questo paese infrange a più non posso, ne costruisce uno intorno alla Russia. Anche quest’anno alle commemorazioni davanti ai monumenti dei caduti sovietici nella “Battaglia di Berlino” (ben 80.000!), dal 16 aprile al 2 maggio 1945 sacrificatisi per liberare la città e la Germania dal nazifascismo, sono stati vietati simboli e bandiere russe e anche rosse (ammesse quelle ucraine, di solito in segno di protesta), ma anche simboli sovietici che ricordano la sconfitta del nazifascismo con la capitolazione tedesca dell’8 maggio e la vittoria sovietica del 9 maggio. Vietate addirittura anche le canzoni sovietiche o russe con cui le famiglie celebravano solitamente con picnic e musica la ricorrenza portando sul luogo della commemorazione (per esempio il grande monumento sovietico nel parco Treptower Park a Berlino, ultima dimora di 7.000 soldati) le foto dei loro congiunti caduti sul fronte di Berlino, neanche queste ammesse. Si profila un ritorno pesante di un anticomunismo, forse mai sopito, nella forma di un revisionismo storico molto in voga nell’Europa nordorientale. In tutto ciò stupisce il pressoché totale silenzio del mondo dell’informazione d’oltralpe, in particolar modo italiano, che non riferisce su questi incresciosi sviluppi collegati al gigantesco riarmo, a partire dalla strategia militare, dal ruolo da questa sancito di grande potenza militare e guida della NATO, per una guerra contro la Russia – tutto espressamente dichiarato nel testo e da generali e ministro – e dalle implicazioni consistenti per economia (riconversione dal civile al militare), militarizzazione della società, con l’incremento dei riservisti (“cerniera tra civile e militare”) dagli attuali 70.000 a 200.000, facenti parte a tutti gli effetti del futuro esercito per un totale di 460.000 unità e quindi a partire da informazione, scuola, infrastrutture civili da attrezzarsi in funzione dell’emergenza di guerra. Questa l’unica dimensione che oramai sembra possibile in questo paese, attanagliato da una lunga recessione, che sembra votato, in una rinnovata hybris, a trascinare tutta l’Europa in un abisso.  Paola Giaculli https://transform-italia.it/la-germania-nel-vortice-bellicista-la-bella-gioventu-dice-signorno/
May 14, 2026
Assopace Palestina
A Gaza, Israele non cercava solo vendetta
di Nir Hasson,  Haaretz, 11 maggio 2026.     Soldati a Gaza, nel 2025. Crediti: Ufficio del portavoce dell’IDF Non è possibile comprendere il modo in cui le Forze di Difesa Israeliane e la società israeliana hanno agito negli ultimi due anni e mezzo senza riconoscere il fatto che la vendetta è stata parte del carburante che ha alimentato gli eventi. La distruzione e le uccisioni nella Striscia di Gaza, il terrore ebraico in Cisgiordania, la distruzione dei villaggi nel sud del Libano e la legislazione sulla pena capitale non hanno altra logica se non il desiderio di vendetta. Se c’era qualche dubbio sul fatto che la vendetta fosse diventata la dottrina ufficiale, è arrivata la scelta di Avraham Zarbiv – diventato un eroe culturale grazie agli atti di vendetta che ha compiuto – per accendere la torcia nel Giorno dell’Indipendenza. Come ha spiegato il giornalista Yehuda Schlesinger su Canale 12: «Avremmo dovuto vedere molta più vendetta lì, con fiumi di sangue di Gaza». I conduttori di Canale 14 erano ossessionati dalla vendetta. Questo è emerso anche nei sermoni dei rabbini, nelle interviste ai politici, nelle dichiarazioni del primo ministro, che ha usato il termine biblico Amalek, del ministro della difesa che ha parlato di “animali umani” e nella nuova canzone di successo per matrimoni, “Che il tuo villaggio bruci”. La vendetta non è una novità nel discorso israeliano. Ha sotteso la motivazione degli attacchi di rappresaglia negli anni ’50, la demolizione delle case delle famiglie degli attentatori suicidi, gli omicidi mirati e non proprio mirati. Ma fino all’ottobre 2023 e all’attuale governo, l’Israele ufficiale vedeva la vendetta come qualcosa da condannare, da non ammettere pubblicamente e sicuramente non da vantare. L’Israele sconfitto e umiliato in seguito al massacro del 7 ottobre ha sentito il bisogno di ripristinare la propria autostima in modo rapido e sconsiderato, e il modo per farlo era vendicarsi contro gli abitanti della Striscia di Gaza. Il risultato è stato uccisioni, distruzione, fame deliberata e sradicamento su una scala senza precedenti nella storia del conflitto israelo-palestinese. La ricercatrice Yagil Levy ha organizzato tre mesi fa una conferenza dedicata alla vendetta nella guerra del 7 ottobre. La conferenza si è tenuta presso l’Istituto per lo studio delle relazioni civili-militari dell’Open University. I soliti censori di destra hanno cercato di impedirne lo svolgimento, ma l’università, con un coraggio non scontato al giorno d’oggi, ha insistito per portarla avanti. Levy distingue due gruppi all’interno dell’IDF che sono stati conquistati dal discorso della vendetta. Uno è quello degli ultraortodossi nazionalisti. Si tratta di un’élite piccola ma potente che ha abbracciato una concezione secondo cui la guerra non è solo una mossa diplomatica o legata alla sicurezza, ma anche un’azione che racchiude valori connessi alla “lotta tra il bene ebraico e il male dei suoi nemici”. Il secondo gruppo affascinato da tale idea è quello che lui chiama “combattenti della classe operaia”, soldati dell’esercito di terra, solitamente di origine mizrahi tradizionale, che si sono ribellati alle regole del gioco militare. Si sono filmati mentre dipingevano graffiti, demolivano case, maltrattavano prigionieri, nell’ambito di un discorso di vendetta, ma non meno come atto di sfida contro i propri comandanti. «Invece di cancellare i graffiti, cancelliamo Gaza», ha scritto un soldato su un muro a Gaza dopo che i suoi comandanti gli avevano detto di cancellare i messaggi. Il fatto che la vendetta fungesse da espressione di identità e da fonte di motivazione militare ha reso difficile per gli alti comandanti sradicare questo fenomeno. La vendetta, a differenza delle rappresaglie o delle misure punitive, non ha lo scopo di bilanciare il peccato precedente, ha affermato un altro esperto presente alla conferenza, il dottor Ariel Handel dell’Accademia delle Arti Bezalel. Non basta un occhio per un occhio, ma richiede molti occhi per un occhio. La canzone di vendetta che negli ultimi anni è diventata quasi un inno ufficiale nei circoli sionisti religiosi si intitola “Ricordati di me”. Si basa sulle parole “per un occhio si possono uccidere migliaia di Filistei”, ha detto Handel. Handel e altri hanno sottolineato un problema con questo concetto, sostenendo che la vendetta da sola ha plasmato l’immagine di questa guerra. La vendetta, ha argomentato Handel, “ha un punto di arrivo. C’è un momento in cui dici: ti ho dato una lezione, e il conto è chiuso”. Ma a Gaza, sembrava che il conto non fosse mai stato saldato. Al contrario, più ci vendicavamo, più volevamo continuare a distruggere. La vendetta da sola, ha detto Handel, non può spiegare la portata e il modo sistematico con cui è stata portata avanti la distruzione a Gaza. Distruzione nella città di Gaza, la scorsa settimana. Crediti: AFP/OMAR AL-QATTAA Per comprendere questo, ha sostenuto la prof.ssa Sara Helman dell’Università Ben Gurion, occorre ricorrere al concetto di “sicurezza permanente” coniato dal ricercatore sul genocidio Dirk Moses. Questa è stata la base della maggior parte degli atti genocidi nel corso della storia. La “sicurezza permanente” è l’idea che vi sia la necessità di annullare e cancellare ogni accenno di minaccia, reale o immaginaria. Secondo questo approccio, un’intera popolazione, comprese donne e bambini, è percepita come una minaccia permanente alla sicurezza di un gruppo dominante – «non ci sono persone innocenti a Gaza», hanno detto alcuni. Il miglior esempio di questa logica è una dichiarazione della partecipante al dibattito Stella Weinstein su Channel 13, la quale ha affermato che un neonato a Gaza è simile a un «terrorista in incubatrice». La vendetta e il concetto di “sicurezza permanente” si sono fusi in una guerra sfrenata a Gaza. Inseguire la vendetta e la sicurezza permanente è una ricetta per commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma questa ricerca danneggia quasi sempre la qualità della vita e la sicurezza della parte attaccante. Lo si può vedere nella guerra ingannevole con l’Iran e Hezbollah. Inseguire l’ultimo lanciarazzi, compiere uno sforzo sisifeo per uccidere sempre più figure militari e politiche e distruggere villaggi in Libano non ha contribuito in alcun modo alla sicurezza degli israeliani. Sembra che abbiano solo rafforzato gli elementi estremisti e la loro determinazione ad armarsi. I cinema hanno recentemente proiettato una nuova versione del film di vendetta di Quentin Tarantino “Kill Bill: The Whole Bloody Affair”. Sono quattro ore e mezza catartiche di vendetta giustificata. Ma nella prima scena, Tarantino ha inserito una bambina che assiste all’omicidio della madre come parte della saga di vendetta. Quando sarai grande, se la ferita nel tuo cuore sarà ancora fresca, ti aspetterò, dice la vendicatrice (Uma Thurman). “Il problema della vendetta è il ciclo della vendetta”, ha osservato Handel. “C’è un senso di chiusura e poi una sorpresa quando il vendicatore si rende improvvisamente conto che qualcuno sta vendicandosi contro di lui”. https://www.haaretz.com/opinion/2026-05-11/ty-article-opinion/.premium/it-wasnt-just-revenge-we-were-after-in-gaza/0000019e-132e-d73c-a99e-df7f3e160000 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 13, 2026
Assopace Palestina
Cokseur: l’organizzatore logistico del viaggio
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Figura di passaggio, sospesa tra mondi, instabile, senza radici né garanzie, il cokseur aggrega una domanda che non può dichiararsi apertamente, la trasforma in movimento. Vive di fiducia e sospetto, di ombra e di fama. È nel suo gesto iniziale, nel raccogliere e mettere in relazione, che il viaggio prende forma. Non è il viaggio, ma  colui che lo rende possibile.  Tessitore di relazioni, raccoglitore di traiettorie disperse. Talvolta onesto, altre no. I luoghi della boza sono incerti, le sue strade non sono segnalate,  ogni direzione è rischio. Ed è allora che appare il cokseur: indica, connette, raduna. Un logista del viaggio. Lo si incontra lontano dal mare, tra stazioni improvvisate e margini urbani, pronto a comporre gruppi di viaggiatori come fossero costellazioni temporanee: autobus, taxi, barche ancora da immaginare. È voce e ponte al contempo, memoria di percorsi già tentati e archivio vivente di contatti. Spesso è stato egli stesso un aventurier, ma ha finito per fermarsi a metà del cammino. Conosce l’avventura e proprio per questo è capace di orientare quello degli altri. COKSEUR Parola a cura di Vincenza Pellegrino – Università di Parma-, Ivan Bonnin e Hamid BM Cokseur è il nome con cui viene indicata la figura di qualcuno che funge da intermediario nel dare informazioni utili a organizzare la boza. È una figura fondamentale poiché spesso gli aventurier si trovano in contesti che non conoscono, dentro i quali è difficilissimo muoversi senza essere intercettati e soprattutto è necessario acquisire informazioni e contatti per proseguire. Il cokseur è quindi una figura di relais: offre informazioni e contatti per proseguire il viaggio, e d’altro canto è colui che raccoglie i passeggeri per formare gli equipaggi di autobus, taxi, barche, per costituire insomma il gruppo di viaggio che affronterà insieme la tappa successiva. Termine solitamente riferito a figure terrestri più che marine (le si incontra lontano dal mare), per traslazione oggi indica anche coloro che organizzano gli equipaggi di mare (più spesso chiamati lanceurs, coloro che lanciano in mare). Nello stesso luogo vi sono spesso molti cokseur, come attori in competizione tra loro e con reputazioni diverse. Il cokseur è quindi l’aggregatore di una domanda sociale, un soggetto liminale posto tra il mondo dei viaggiatori neri e quello dei fornitori tunisini o maghrebini più in generale. Nella complessa organizzazione del viaggio di cui parliamo, il cokseur è spesso una persona che ha tentato la propria boza, ha desiderato raggiungere l’Europa o raggiungere una condizione di regolarità in altri paesi di transito, ma ha fallito nella propria impresa, e – avendo acquisito molta esperienza e contatti – si trova nella condizione di svolgere questo ruolo. «Non avendo famiglia, né radicamento, né diritti, il cokseur è spesso un uomo senza radici e da questo deriva la sua inaffidabilità», mi dice Hamid. A volte però svolgono il ruolo di cokseur anche studenti in migrazione o altre figure che – avendo documenti – possono facilitare le transazioni di soldi per il pagamento dei servizi resi. Perché una questione determinante in questi viaggi verso la salvezza è come svolgere le transazioni, visto che non si può viaggiare facilmente con soldi materiali poiché si è troppo esposti al furto (si veda Cachette). In tal senso una delle principali abilità del cokseur è quella di stabilire legami e relazioni con persone locali o in possesso di documenti attraverso cui effettuare le transazioni. La logica, quindi, è quella di sviluppare reti che consentano la circolazione dei soldi legata ai servizi di informazione, di assemblaggio delle domande e di trasporto necessari a chi deve muoversi nascostamente ma che sono fuori da logiche di sfruttamento criminale – di tipo sessuale e lavorativo ad esempio – alle quali invece allude in modo general generico l’informazione mediatica.  Altra figura simile ma diversa è quella del passeur, termine che indica invece più spesso una persona originaria del paese di transito (ad esempio Marocco, Algeria, Tunisia ma anche Mauritania e così via), e che a differenza del cokseur – che ha un ruolo di relais, informazione, assemblaggio – lavora operativamente a organizzare lo spostamento: ha contatti con gli chauffeur (coloro che guidano i mezzi) o è esso stesso proprietario di qualche mezzo (spesso sono persone che già svolgevano un lavoro nel trasporto di oggetti).  La logica con cui ci si affida a un cokseur o a un passeur è sempre la stessa: quella del passa parola e della raccomandazione informale («altre persone con lui sono riuscite a fare boza»). Ma più in generale si ha poca scelta: per sottrarsi alla violenza bisogna proseguire, e per proseguire spesso ci si espone alla violenza.  Altri termini testimoniano infine della complessa rete di figure che aiutano le persone a cui la mobilità è interdetta a muoversi verso condizioni migliori: tornano ad esempio nelle testimonianze i lanceurs («sono i maghrebini, les arabes che ti lanciano nel mare»), les guides (migranti molte volte respinti o ai quali persone locali insegnano le strade del passaggio), i kamò (una parola che probabilmente viene da camorassien, che sembra essere una traslazione ivoriana della parola «camorrista»). Se il cokseur ha tra i suoi compiti economici quello di reclutare le bouteille per il viaggio, il kamò rappresenta invece il manager del convoi, il soggetto subsahariano che stabilisce i contatti con les arabes.  ESEMPI DAL CAMPO Probabilmente se non fossi riuscito a passare e a salvarmi, se non fossi riuscito a fare boza, io sarei diventato un cokseur perché parlo le lingue e non avrei avuto altre scelte. Ho avuto molte occasioni di diventare cokseur. Ma se sei lì da cinque anni, dieci anni e nessun paese ti dà documenti, né la Tunisia né puoi andare in Europa né puoi tornare che è tutto bruciato, allora cosa fai? Certo che inizi a lavorare nel mondo del viaggio.  Intervista con Hamid, giovane uomo di origine camerunese incontrato in Tunisia, ora in Italia
«Rischio di morte»: alcuni detenuti raccontano gli orribili abusi subiti dal dottor Hussam Abu Safiya durante la detenzione in Israele
di Palestine Will Be Free,  Palestine Will Be Free, 10 maggio 2026.   Tre ex detenuti hanno rivelato che gli israeliani hanno riservato al dottor Abu Safiya un «trattamento eccezionalmente duro». Dal ridurlo al punto di non reagire più alle torture, al lasciare che i cani lo sbranassero, gli ex detenuti che sono stati rinchiusi nelle segrete israeliane dove si praticano stupri e torture hanno raccontato gli orribili abusi inflitti al dottor Hussam Abu Safiya dalle guardie carcerarie israeliane. Il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel nord di Gaza, è stato rapito dagli israeliani il 27 dicembre 2024 e ha ormai trascorso quasi 500 giorni in prigionia israeliana senza alcuna accusa. Tre ex detenuti hanno rivelato che gli israeliani hanno riservato al dottor Abu Safiya un “trattamento eccezionalmente duro”, che include umiliazioni e gravi abusi fisici e verbali da parte di unità carcerarie israeliane specializzate, nel tentativo di cancellarne l’identità. Ahmad Qaddas, recentemente rilasciato dalla detenzione israeliana, ha detto che i compagni di detenzione potevano sentire il dottor Abu Safiya urlare mentre veniva picchiato, senza poter intervenire. “Trascorreva la maggior parte del tempo seduto in stato di torpore a causa del grave esaurimento causato dalle continue torture”, ha riferito Asra Media. “L’ex prigioniero ha descritto con amarezza come il rispettato direttore dell’ospedale Kamal Adwan fosse stato ridotto a mormorare debolmente delle preghiere, le cui parole erano a malapena comprensibili nonostante i ripetuti tentativi di parlare, un’immagine che rifletteva il grave crollo fisico che aveva raggiunto.” Hamza Abu Omeira, detenuto recentemente rilasciato, ha incontrato il medico nell’ottobre 2025 e lo ha trovato già in “cattive condizioni di salute, visibilmente esausto e malato”. Hamza ha inoltre rivelato che il dottor Abu Safiya “sembrava fragile e emaciato, indossava abiti sporchi e mostrava segni di continuo esaurimento”. Nonostante abbiano tenuto in detenzione lo stimato medico per quasi un anno e mezzo, gli israeliani non sono stati in grado di produrre alcuna prova di illeciti a suo carico. Tuttavia, ciò non li ha fermati dal condurre frequenti interrogatori, pieni di “percosse e insulti”, ha rivelato Hamza. Gli abusi incessanti hanno lasciato il medico in uno stato costante di vomito. «Il cibo era malsano», ha detto Hamza. «Vomitava tutto ciò che mangiava. Ne mangiava un boccone e lo rigurgitava immediatamente». Inoltre, Hamza ha detto che gli israeliani hanno costretto il dottor Abu Safiya a trascorrere «sette giorni consecutivi ammanettato a mani e piedi, rendendo insopportabilmente difficili attività basilari come mangiare, bere e andare in bagno». Nel tentativo di spezzarlo, gli israeliani hanno costretto il dottor Abu Safiya “a ripetere frasi offensive su se stesso mentre era sottoposto a gravi torture”. Rami Abu Omeira, rilasciato dalla detenzione israeliana circa sei settimane fa, ha detto di aver assistito al terrore causato al dottor Abu Safiya da parte dei cani della polizia, che gli hanno prodotto lividi sul corpo. “Lo hanno spogliato e gli hanno aizzato i cani contro”, ha detto Rami. «I cani lo hanno attaccato, graffiato e buttato a terra.» Gli israeliani non hanno concesso tregua al tenace medico, nemmeno mentre cercava di dormire. Rami ha detto che «le forze carcerarie hanno deliberatamente fatto irruzione nella zona notte del medico, lanciando granate stordenti e gas lacrimogeni vicino a lui prima di trasferirlo con la forza, in quelli che ha descritto come tentativi di spezzare la sua resistenza psicologica.» Le segnalazioni di torture estreme inflitte al dottor Abu Safiya abbondano sin dal suo rapimento alla fine di dicembre 2024. Il suo avvocato, all’inizio di quest’anno, ha rivelato abusi fisici e mentali estremi che hanno causato al dottor Abu Safiya una perdita di peso di 40 kg. Rami ha avvertito che il medico rimane a serio rischio di essere ucciso o di morire a causa delle torture e ha chiesto un intervento urgente per salvargli la vita e garantirne il rilascio. Il dottor Abu Safiya ha sopportato gravi difficoltà prima della sua detenzione, mentre cercava di mantenere in funzione l’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo ospedale ancora in piedi all’epoca nel nord di Gaza, nonostante un assedio israeliano durato settimane. Gli israeliani hanno ucciso Ibrahim, il figlio del dottor Abu Safiya, in un attacco con droni nelle vicinanze dell’ospedale. Poco dopo il suo rapimento, la madre del medico è morta in seguito a un infarto. Gli israeliani non gli hanno permesso di partecipare alle preghiere funebri per la madre. Nonostante gli appelli di Amnesty International, di varie agenzie delle Nazioni Unite e di organizzazioni palestinesi per i diritti umani che ne chiedono il rilascio, il dottor Abu Safiya continua a sopportare condizioni estreme nella detenzione israeliana. La sua unica consolazione risiede nella preghiera. Secondo Hamza, “il dottor Abu Safiya ha fatto grande affidamento sulla preghiera e sulla spiritualità per sopportare la detenzione, chiedendo costantemente ad Allah di alleviare le sue sofferenze e chiedendo preghiere ai compagni di detenzione”. https://palestinewillbefree.substack.com/p/detainees-recount-abuse-dr-hussam-abu-safiya-israeli-detention-risk-of-death?utm_source=post-email-title&publication_id=2027620&post_id=197046817& utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=2xiwfl&triedRedirect=true&utm_medium=email Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 13, 2026
Assopace Palestina
La Campania accoglie e chiede verità
Un appello aperto alle realtà antirazziste, ai collettivi, alle associazioni e alle persone attive nei territori della Campania per costruire un momento di confronto e coordinamento contro la detenzione amministrativa, il razzismo istituzionale e la precarizzazione delle vite migranti. È questo il senso della lettera aperta diffusa in vista dell’incontro-assemblea regionale convocato per il prossimo 26 maggio 2026 dalle 10:30 presso l’Università di Salerno, nel campus di Fisciano 1. L’iniziativa nasce in un contesto segnato da un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie e di accoglienza, a livello sia nazionale che europeo. Le organizzazioni promotrici denunciano una fase caratterizzata dal rafforzamento dell’approccio emergenziale e repressivo alla gestione delle migrazioni, con conseguenze sempre più pesanti sul piano dei diritti, dell’accesso all’accoglienza e delle condizioni materiali di vita delle persone migranti e rifugiate. Al centro della mobilitazione vi è innanzitutto il progetto di apertura di un CPR a Castel Volturno 2, considerato dalle realtà aderenti un ulteriore passo verso la normalizzazione della detenzione amministrativa delle persone straniere 3. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR A CASTEL VOLTURNO: ASSOCIAZIONISMO, CHIESA E REGIONE DICONO NO Il Viminale ha individuato un'area naturalistica con una spesa preventivata di oltre 43 milioni di euro Redazione 27 Aprile 2026 Una prospettiva che, secondo la lettera, contraddice radicalmente qualsiasi idea di accoglienza e convivenza, rafforzando invece dispositivi di controllo, esclusione e segregazione. L’appello richiama anche l’impatto imminente del nuovo Patto europeo su asilo e migrazione, che entrerà progressivamente in vigore nei prossimi mesi e che viene descritto come un ulteriore consolidamento delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, limitazione dell’accesso alla protezione internazionale e ampliamento dei meccanismi di trattenimento. Accanto al tema dei CPR, la lettera pone l’attenzione sulla crisi dei percorsi di accoglienza in Campania. Molte persone inserite nel sistema SAI stanno infatti uscendo dai progetti senza soluzioni abitative o strumenti di supporto adeguati. Una situazione che riguarda anche persone provenienti da contesti di guerra, come la Striscia di Gaza, e che rende evidente – denunciano le realtà promotrici – l’assenza di politiche strutturali sul diritto all’abitare. Particolarmente duro è poi il passaggio dedicato al Decreto flussi, definito un meccanismo che continua a produrre irregolarità amministrativa anziché garantire canali di ingresso regolari e accessibili. I dati citati dalla campagna Ero Straniero mostrano come in Campania il sistema presenti livelli di inefficacia ancora più elevati rispetto alla media nazionale: nel 2025, a fronte di 6.295 quote previste, sarebbero stati richiesti soltanto 118 permessi di soggiorno, con un tasso di successo dell’1,9%. La lettera dedica inoltre ampio spazio alla situazione nella provincia di Salerno, dove tra il 2025 e il 2026 si sono registrate diverse morti di persone immigrate rimaste, secondo i promotori, senza verità e giustizia. Viene ricordato in particolare il caso dell’uomo di nazionalità indiana morto il 24 aprile 2026 all’ospedale di Salerno dopo essere arrivato con una grave cancrena alle gambe, probabilmente causata dall’esposizione a sostanze chimiche. Secondo le realtà firmatarie, questi episodi non possono essere letti separatamente, ma fanno parte di un quadro più ampio di negazione dei diritti e di produzione sistemica di vulnerabilità. Allo stesso tempo, l’appello rivendica l’esistenza di una rete diffusa di solidarietà e resistenza già attiva sul territorio campano: associazioni, collettivi, sportelli, comunità e singole persone che continuano a costruire pratiche di accoglienza e mutualismo. L’obiettivo dell’assemblea del 26 maggio è proprio quello di mettere in connessione queste esperienze, favorire il confronto tra realtà che operano in territori differenti e costruire percorsi comuni di mobilitazione contro CPR, razzismo istituzionale e politiche di esclusione. Per aderire e partecipare all’assemblea è possibile scrivere all’indirizzo: gavallone@unisa.it. Tra le prime adesioni figurano: SOS Cpr, LasciatiCIEntrare, Comunità Accogliente, Metis Fest, Centro sociale ex Canapificio di Caserta, Associazione senegalesi di Salerno, Rete vesuviana solidale, CSC Credito Senza Confini, Frontiera Sud e CIDIS Impresa Sociale. 1. Il CPR di Castelvolturno: un progetto contro un territorio, Vie di fuga (7 maggio 2026) ↩︎ 2. Il Ministero dell’Interno vuole costruire un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) da 120 posti nel Parco umido La Piana di Castel Volturno, A fine aprile l’agenzia Invitalia ha pubblicato su incarico del Viminale l’appalto da 41,2 milioni ↩︎ 3. Interpellanza in merito alla realizzazione di un nuovo CPR a Castel Volturno (Caserta), con particolare riferimento all’impatto sociale e ambientale sul territorio, Ministero dell’Interno (8 maggio 2026) ↩︎
Tunisia, Avocats Sans Frontières sospesa per 30 giorni
Avocats Sans Frontières (ASF), organizzazione internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani e dell’accesso alla giustizia che opera in oltre 10 paesi, ha ricevuto martedì 5 maggio un provvedimento di sospensione delle proprie attività in Tunisia per un periodo di 30 giorni. La misura è stata adottata ai sensi dell’articolo 45 del Decreto Legge 88-2011 sulle associazioni. Secondo quanto comunicato dall’organizzazione, il provvedimento fa seguito a una diffida formale inviata nell’ottobre 2024 e a una richiesta di integrazione documentale nel febbraio 2026, a entrambe le quali ASF ha risposto integralmente e nei termini previsti. L’organizzazione, con una nota stampa, respinge con fermezza la legittimità della decisione: «ASF considera che questa decisione non sia giuridicamente fondata e non rientri in alcun controllo legittimo e democratico del lavoro associativo, ma costituisca al contrario un attacco manifesto alla libertà di associazione». ASF inquadra la sospensione in «una serie di misure restrittive che colpiscono lo spazio civico in Tunisia», simile ai provvedimenti che hanno recentemente interessato altre organizzazioni della società civile, tra cui la Lega Tunisina per i Diritti Umani, il Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali e l’Associazione Tunisina delle Donne Democratiche. Da oltre 15 anni presente nel paese, ASF era arrivata in Tunisia nel 2012, sull’onda della destituzione del regime di Ben Ali. Da allora, l’organizzazione ha operato in partnership con istituzioni nazionali – tra cui l’Ordine degli Avvocati, i Ministeri della Giustizia, della Salute e degli Affari Sociali – costruendo un meccanismo di assistenza legale gratuita che ha supportato migliaia di persone vulnerabili. Ma dal 25 luglio 2021, data del giro di vite politico in Tunisia del presidente Kaïs Saïed, il clima è progressivamente deteriorato: «ASF ha osservato con profonda preoccupazione gli sviluppi politici in Tunisia e le loro conseguenze su diritti e libertà. Lo spazio civico si è gradualmente ristretto, mentre attacchi crescenti prendono di mira difensori dei diritti umani, giornalisti, attori associativi, oppositori politici e cittadini impegnati». Al di là dell’impatto istituzionale, ASF sottolinea le ricadute concrete sulle persone più fragili: la sospensione «tocca direttamente i team impegnati sul campo, i partner locali, ma soprattutto le centinaia di persone per le quali l’assistenza legale rappresenta talvolta l’ultimo ricorso». L’organizzazione non nasconde la difficoltà del momento per i propri collaboratori: il provvedimento «colpisce direttamente il morale e la sicurezza del suo team in Tunisia, che lavora in un contesto sempre più vincolato». ASF ha annunciato che intende «esercitare il proprio diritto di appello per contestare questa decisione, con il sostegno degli avvocati che si sono offerti volontari per assicurarne la difesa». L’organizzazione ha già ricevuto messaggi di solidarietà da centinaia di personalità, associazioni, beneficiari e cittadini: «I vostri messaggi ci danno forza e conforto in questo periodo di dubbio e incertezza». Il comunicato si chiude con una dichiarazione di determinazione: «Di fronte alla pressione, la nostra determinazione rimane intatta: ASF continuerà, instancabilmente, a difendere la giustizia e lo stato di diritto». La vicenda di Avocats Sans Frontières è l’ultima di una serie di misure repressive contro attivisti, intellettuali e organizzazioni e si deve leggere anche all’interno del dibattito europeo e italiano sul tema delle migrazioni. Numerose organizzazioni per i diritti umani, esprimendo solidarietà ad ASF, hanno ricordato come questi fatti – la messa a tacere della società civile indipendente, la persecuzione di avvocati e giornalisti, ossia complessivamente la sistematica erosione dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani fondamentali – rendano ancora una volta insostenibile la definizione della Tunisia come «paese sicuro». Una qualifica che diversi governi europei continuano ad applicare per giustificare rimpatri forzati e accordi di esternalizzazione delle frontiere, ignorando inoltre una realtà documentata da numerosi report, ultimo in ordine di tempo la denuncia della tratta di Stato tra Tunisia e Libia di Woman State Trafficking.
Due letti per 18 persone: Israele detiene palestinesi della Cisgiordania in condizioni disumane
di Eden Solomon,  Haaretz, 11 maggio 2026.   Un avvocato d’ufficio ha riferito che i detenuti erano ammanettati ogni volta che venivano scortati verso l’unico bagno presente in una cella destinata a due persone. I giudici hanno affermato che il caso mette in luce un fenomeno ricorrente di sovraffollamento delle strutture di detenzione provvisoria della polizia e la mancata esecuzione delle ordinanze del tribunale relative al trasferimento dei detenuti. Detenuti palestinesi alla stazione di polizia di Arad questa settimana. Crediti: Ahmed Saadi Diciotto palestinesi entrati senza permesso in Israele dalla Cisgiordania sono stati arrestati sabato scorso e condotti in una stazione di polizia ad Arad, nel sud di Israele, dove sono stati trattenuti per diversi giorni in condizioni dure e, secondo le sentenze del tribunale, del tutto illegali. I 18 uomini sono stati arrestati il 2 maggio e hanno dormito in una cella di detenzione con solo due letti e un unico bagno. Il giudice del tribunale di primo grado di Be’er Sheva, Ahinoam Tzuriel, ha stabilito che i detenuti erano tenuti in condizioni anomale e dovevano essere trasferiti alla custodia del Servizio Penitenziario Israeliano. Al momento delle sentenze, alcuni detenuti sono però rimasti alla stazione di Arad nelle stesse condizioni. Martedì, sei dei detenuti hanno partecipato a un’udienza in cui la polizia ha chiesto di prolungare la loro detenzione. I difensori d’ufficio hanno descritto le condizioni di detenzione. L’avvocato Ayelet Cohen, che ha rappresentato alcuni dei detenuti per conto  del difensore d’ufficio, ha affermato che, sebbene la cella di detenzione presso la stazione di polizia sia attrezzata per ospitare solo due detenuti, tutti e diciotto sono stati trattenuti nella stessa sala d’attesa sin dal loro arresto. “Non riesco a immaginare come degli esseri umani possano sopravvivere a queste condizioni precarie”, ha affermato. Secondo Cohen, ogni volta che si recavano all’unico bagno a disposizione del gruppo, i detenuti dovevano essere ammanettati e scortati da un agente. La polizia ha confermato che ciò avveniva in conformità con la procedura prevista. I detenuti hanno dichiarato di non avere nemmeno un posto dove lavarsi il viso, ha aggiunto. L’avvocato difensore Taher Al-Makawi ha affermato che tali condizioni rappresentano una “brutale violazione dei diritti dei detenuti”. Ha aggiunto che “un paese che si rispetti o si prende cura dei propri detenuti o non li arresta”. La polizia ha dichiarato di aver tentato senza successo di procurarsi ulteriori strutture di detenzione. Ha aggiunto che i detenuti erano stati distribuiti tra la cella di detenzione e la sala d’attesa della stazione e che era stato fornito loro cibo “secondo necessità”. Il tribunale ha criticato le condizioni di detenzione, affermando che non era stata presentata alcuna prova che contraddicesse le affermazioni della difesa. Ha stabilito che i detenuti erano tenuti in condizioni inadeguate e che il numero eccezionale di detenuti non consentiva una detenzione legittima. Detenuti palestinesi alla stazione di polizia di Arad questa settimana. Crediti: Ahmed Saadi Il tribunale ha ordinato il rilascio di quattro detenuti a condizioni restrittive e ha prorogato la detenzione di altri due fino a domenica, citando i loro precedenti penali. Il giudice ha affermato che non vi era alcuna giustificazione per le condizioni in cui erano tenuti i detenuti né per la violazione dei loro diritti, e ha sottolineato che dovevano essere trasferiti alla custodia del Servizio Penitenziario Israeliano per garantire condizioni adeguate. I detenuti di cui era stato ordinato il rilascio non sono stati in grado di soddisfare le condizioni imposte loro, tra cui la presentazione di un garante israeliano e di garanzie finanziarie. Sono stati riportati in custodia e ricondotti alla stazione di Arad, dove sono stati nuovamente trattenuti in condizioni dure, contrariamente alla sentenza del tribunale, secondo l’avvocato Ahmad Saadi dell’Ufficio della Difesa Pubblica, che rappresenta alcuni dei detenuti. “Uno di loro è sotto la custodia del Servizio Penitenziario Israeliano e tutti gli altri 17 sono ancora alla stazione di Arad”, ha detto Saadi. Ha aggiunto che la stazione non è in grado di contenere il numero di detenuti, il che comporta una quantità insufficiente di cibo, l’ammanettamento dei detenuti gli uni agli altri e difficoltà nell’accedere alla toilette, che richiede ogni volta una scorta di polizia. “Alcuni di loro non riuscivano a dormire perché la cella è piccola”, ha detto. Prigione di Ofer, nel 2019. Crediti: Olivier Fitoussi I detenuti sono stati condotti giovedì a un’altra udienza presso il Tribunale di primo grado di Be’er Sheva, dove il giudice Eran Tzabari ha criticato le loro condizioni di detenzione e la mancata attuazione della decisione di trasferirli alla custodia del Servizio Penitenziario Israeliano. Ha affermato che quando i detenuti sono trattenuti nelle stazioni di polizia durante le indagini, e quando vengono formulate le accuse, spesso c’è l’intenzione di trasferirli alla custodia del Servizio Penitenziario, ma ciò non viene attuato. Secondo il giudice, il caso riflette un fenomeno più ampio di detenuti tenuti in condizioni difficili. “Non solo in questo caso, ma anche in altri, il tribunale si trova a dover affrontare le condizioni di detenzione di persone contro le quali sono state presentate accuse, con il denominatore comune di condizioni dure e inadeguate”, ha affermato. Come riportato da Haaretz, la polizia spesso tiene i detenuti in strutture inadatte a causa del sovraffollamento delle carceri e spesso non li trasferisce alla custodia del Servizio Penitenziario Israeliano. In un altro caso alla stazione di polizia di Arad, 34 detenuti sono stati tenuti in un’unica cella, come è emerso durante un’udienza presso il Tribunale Distrettuale di Be’er Sheva. Il Tribunale di primo grado di Be’er Sheva, nel 2021. Crediti: Eliahu Hershkovitz “Mi sono avvicinata alla grande gabbia dove erano rinchiusi i detenuti, tutti in piedi. Il più alto tra loro è riuscito a parlarmi”, ha raccontato l’avvocata Ayelet Cohen. “Non capisco come 34 persone possano dormire in una cella in condizioni spaventose, come sardine. Come si possono tenere degli esseri umani in queste condizioni?” Ha anche detto che quando i detenuti chiedevano di fare i propri bisogni, “gli veniva detto di farli l’uno sull’altro”. Il Regolamento di Procedura Penale stabilisce che la superficie media per detenuto in una cella non deve essere inferiore a 4,5 metri quadrati. La Legge di Procedura Penale stabilisce inoltre che i detenuti devono essere trattenuti in condizioni adeguate che non danneggino la loro salute e dignità, e che ogni detenuto ha diritto a un letto, un materasso e coperte per uso personale. La Polizia di Israele ha dichiarato: “In virtù del suo ruolo, la Polizia di Israele fa rispettare la legge e protegge il pubblico dai trasgressori, compresi coloro che entrano illegalmente nel paese. La polizia garantisce i diritti dei detenuti durante tutto il processo penale”. https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-05-11/ty-article/.premium/two-beds-for-18-people-israel-detains-w-bank-palestinians-in-harsh-conditions/0000019e-0d11-d0cf -a7ff-1f3b4e160000?utm_source=App_Share&utm_medium=iOS_Native Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 12, 2026
Assopace Palestina
L’omicidio di Bakary Sako e la normalizzazione della violenza razzista
«Taranto non può restare in silenzio». È da queste parole che parte l’appello lanciato da associazioni, realtà sociali e comunità del territorio dopo l’uccisione di Bakary Sacko, giovane lavoratore originario del Mali assassinato mentre si preparava ad andare al lavoro nei campi. Per il 14 maggio è stato convocato un presidio pubblico in Piazza Fontana, luogo dell’aggressione, per chiedere verità e giustizia e ribadire che “nessuna vita è invisibile”. Una mobilitazione che prova a rompere il silenzio e a reagire collettivamente alla normalizzazione della violenza razzista, dell’odio e della disumanizzazione delle persone migranti. L’Italia continua ad attraversare una stagione di violenza razzista e autoritaria che non si può continuare a leggere come una sequenza di episodi isolati, scollegati tra loro, frutto di devianze individuali o di improvvise esplosioni di follia. La morte di Bakary Sako, ucciso a Taranto mentre si apprestava ad andare a lavorare 1, si colloca dentro una trama molto più ampia, profonda e strutturale. Una trama fatta di parole, campagne politiche, dispositivi giuridici, rappresentazioni mediatiche, pratiche istituzionali e forme quotidiane di disumanizzazione che, da anni, attraversano l’Europa e, in modo sempre più evidente, l’Italia Come accadde dopo la strage di Macerata del 2018, quando Luca Traini, ex candidato della Lega Nord alle elezioni comunali di Corridonia, attraversò la città sparando deliberatamente contro persone nere e migranti, ferendo sei giovani africani al grido di “Viva l’Italia” e accompagnando la propria azione con il saluto romano, anche oggi il rischio è quello di ridurre tutto a una questione di ordine pubblico, di disagio sociale indistinto o di marginalità individuale. Quella strage rappresentò uno spartiacque simbolico e politico: mostrò in maniera brutale come il razzismo potesse tradursi apertamente in violenza armata dentro uno spazio pubblico europeo, alimentato da anni di campagne securitarie, criminalizzazione dei migranti e retoriche identitarie costruite attorno alla figura dello “straniero invasore”. Eppure, anche allora, una parte del dibattito pubblico tentò di isolare il gesto dal clima politico e culturale che lo aveva reso possibile. La violenza non nasce mai nel vuoto. Viene preparata, alimentata, resa possibile da un clima culturale e politico che costruisce continuamente nemici interni, individua bersagli vulnerabili e normalizza l’idea che alcune vite valgano meno di altre. Non è un caso che, nelle ore immediatamente successive all’omicidio, ci sia stato chi ha tentato rapidamente di derubricare quanto accaduto a una generica “lite tra stranieri”, secondo un copione già visto molte volte: minimizzare, confondere, depoliticizzare, impedire che emergano le matrici profonde della violenza. Eppure, proprio grazie alla preziosa testimonianza di Babele associazione promozione sociale, che ha restituito pubblicamente il volto, la storia e la dignità di Bakary Sako, sta emergendo in queste ore un’altra verità. Quella di un giovane lavoratore accerchiato e aggredito da ragazzi del posto, alcuni, sembrerebbe, giovanissimi, addirittura minorenni. Un elemento che dovrebbe interrogarci ancora più profondamente sul clima culturale e sociale dentro cui stanno crescendo intere generazioni, abituate sempre più spesso a considerare lo straniero come un bersaglio, una presenza inferiore, un corpo sacrificabile. Bakary Sako non è morto soltanto per mano dei suoi aggressori. È morto dentro un Paese che da anni produce dispositivi materiali e simbolici di inferiorizzazione dei cittadini stranieri. È morto dentro un sistema che continua a considerare le migrazioni non come una questione sociale, umana e politica, ma come una minaccia permanente da contenere, sorvegliare e respingere. È morto dentro una società che si abitua progressivamente all’idea che lo sfruttamento, la segregazione abitativa, la precarietà estrema e perfino la morte di uomini e donne migranti siano un prezzo inevitabile dell’ordine sociale. La violenza razzista non si manifesta soltanto nei delitti di sangue. Si manifesta nelle baraccopoli dove migliaia di braccianti sopravvivono senza acqua, elettricità, trasporti e assistenza sanitaria. Si manifesta nei CPR, luoghi di detenzione amministrativa dove persone che non hanno commesso alcun reato vengono private della libertà personale. Si manifesta nei naufragi del Mediterraneo, nelle torture sistematiche subite in Libia da uomini e donne bloccati grazie agli accordi stipulati dall’Europa e dall’Italia. Si manifesta nelle campagne mediatiche costruite quotidianamente contro lo “straniero invasore”, contro il richiedente asilo, contro il povero trasformato in colpevole. > Il razzismo contemporaneo non è soltanto odio esplicito. È soprattutto un dispositivo politico e culturale che organizza gerarchie tra vite degne e vite sacrificabili. Produce distanza morale, abitua all’indifferenza, trasforma la sofferenza altrui in rumore di fondo. È questo il terreno su cui maturano le aggressioni, i pestaggi, gli omicidi. Per questo la morte di Bakary Sako riguarda la qualità della nostra democrazia, il modello di società che stiamo costruendo, il confine sempre più fragile tra diritto e arbitrio. Continuare a parlare genericamente di emergenza sicurezza significa nascondere il vero problema: l’insicurezza prodotta da un sistema che precarizza il lavoro, distrugge welfare e legami sociali, impoverisce interi territori e poi scarica paure e frustrazioni contro i più deboli. Lo straniero diventa così il bersaglio perfetto su cui proiettare ansie collettive costruite dentro decenni di disuguaglianze e politiche neoliberiste. E allora bisogna tornare ancora una volta al volto e alla storia di Bakary Sako. Un giovane uomo partito dal Mali, che aveva attraversato il mare sfidando la morte, le frontiere militarizzate, le politiche disumane costruite dall’Europa e dall’Italia per impedire la mobilità dei poveri del mondo. Aveva affrontato ciò che migliaia di persone affrontano ogni anno: deserti, violenze, respingimenti, lager libici, il rischio concreto di morire nel Mediterraneo. Non per inseguire privilegi, ma per lavorare, sostenere la propria famiglia, costruire una possibilità di vita dignitosa. Ed è qui che ha trovato la morte. Non in mare. Non nel deserto. Ma in Italia, mentre si preparava ad andare a lavorare nei campi, a guadagnare pochi soldi attraverso uno dei lavori più duri del nostro sistema economico. C’è qualcosa di terribile e profondamente simbolico in tutto questo. Un uomo sopravvissuto alle frontiere della Fortezza Europa viene ucciso dentro i confini di quella stessa Europa che continua a proclamarsi culla dei diritti umani. È una contraddizione che dovrebbe interrogare tutti: le istituzioni, la politica, i media, la società civile. Perché la morte di Bakary Sako non è soltanto il prodotto della violenza di chi lo ha aggredito. È anche il risultato di un clima costruito giorno dopo giorno, di un linguaggio che disumanizza, di politiche che trasformano i migranti in problemi di ordine pubblico, di dispositivi che producono esclusione, ricattabilità e marginalità sociale. Finché continueremo a leggere queste morti come eccezioni e non come il prodotto ordinario di un sistema sociale e politico, continueremo ad arrivare sempre troppo tardi: dopo l’ennesima aggressione, dopo l’ennesimo corpo, dopo l’ennesima vita considerata sacrificabile. 1. Aggredito in gruppo e colpito con un coltello: così è morto Bakari Sako, Taranto Today (11 maggio 2026) ↩︎