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Sciopero ferrovieri: 11 giugno, mobilitazione per sicurezza e diritti
> Sciopero nazionale dei ferrovieri per sicurezza, diritti e contro le > privatizzazioni selvagge. Stop dalle 3:00 dell’11 giugno alle 2:00 del 12 > giugno 2026 Giovedì 11 giugno sarà una grande giornata di scioperi. Sulla medesima data ricadono infatti le proclamazioni di un vasto fronte sindacale. * Ci sarà infatti uno sciopero di 23 ore per tutte le aziende ferroviarie per richiedere migliori condizioni di lavoro e maggiore sicurezza per i ferrovieri, con la proclamazione di CUB e SGB dalle 3.00 dell’11 giugno alle 2.00 del 12 giugno, * All’interno di questo, uno sciopero di 8 ore per tutto il personale degli equipaggi ferroviari, dalle 9 alle 17 del giorno 11 da parte di CAT e Assemblea Nazionale PDM PDB. * Un’altra proclamazione di 8 ore, sempre dalle 9 alle 17 dell’11 giugno, da parte di CGIL, CISL, UIL, FAST, UGL e ORSA, per chiedere clausola sociale e l’applicazione del CCNL Mobilità AF a tutte le imprese che dovessero subentrare a seguito della gara d’appalto del servizio Intercity. Tutti in sciopero: occorre porre un freno a governo e imprese che mirano a fare cassa peggiorando le condizioni di lavoro e sacrificando la salute e la sicurezza dei ferrovieri sull’altare del profitto. L'articolo Sciopero ferrovieri: 11 giugno, mobilitazione per sicurezza e diritti proviene da Ancora in Marcia!.
June 9, 2026
Ancora in Marcia!
CPR di Trento: negato l’accesso agli atti alle organizzazioni della società civile
Ministero dell’Interno, Commissariato del Governo e Provincia autonoma di Trento hanno risposto con un rigetto alla richiesta di accesso civico generalizzato (FOIA) presentata il 23 aprile 2026 da Cittadinanzattiva APS e dall’Assemblea Antirazzista Trento, con il supporto legale degli avvocati Antonello Ciervo, Salvatore Fachile, Laura Liberto, coordinatrice nazionale di Giustizia per i diritti-Cittadinanzattiva e Gennaro Santoro. La richiesta mirava a ottenere tutti i documenti relativi alla progettazione e realizzazione del CPR previsto a Maso Visintainer, a Trento. Ne denunciano l’ostracismo le stesse organizzazioni con una nota stampa. La motivazione del diniego è identica in tutte le risposte istituzionali, un copia-incolla: i CPR, in base al decreto-legge 124/2023, sono stati classificati come “opere destinate alla difesa e alla sicurezza nazionale“. Una definizione che, in materia di accesso civico generalizzato, equivale a un segreto di Stato: nessun progetto, nessuna relazione tecnica, nessun documento urbanistico o ambientale, nessuna informazione sui costi e tempistiche di realizzazione. «Classificare un centro di detenzione amministrativa alla stregua di un’installazione militare non è una scelta tecnica neutrale, bensì una scelta politica che sottrae deliberatamente al controllo pubblico un’opera che incide profondamente sul territorio, sull’uso del suolo, sulle risorse provinciali e sui diritti delle persone – compreso quello alla salute – che vi saranno recluse», affermano le organizzazioni civiche. Il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol NO CPR, composto da oltre 50 realtà sociali e politiche che sostengono la campagna contro l’apertura del CPR, e Cittadinanzattiva considerano questa mancata trasparenza gravissima. I CPR sono luoghi strutturalmente opachi: l’accesso al loro interno è negato ai giornalisti e alla società civile, e numerosi report, inchieste giornalistiche e pronunce giurisdizionali hanno documentato come in queste strutture i diritti fondamentali vengano sistematicamente violati. Ora si aggiunge un nuovo tassello: la società civile non può essere messa a conoscenza di quali valutazioni siano in corso sull’impatto territoriale e ambientale, su come verrà costruito il centro, con quali costi e secondo quali criteri. Le organizzazioni ricordano che l’area individuata per la costruzione del CPR è stretta tra la tangenziale di Trento e l’autostrada del Brennero e in particolare il lato est è percorso per tutta la sua lunghezza da un metanodotto ad alta pressione. «Quel che è emerso – la sola documentazione che la Provincia ha ritenuto di non poter nascondere perché già pubblica e facilmente reperibile online – è la delibera di Giunta n. 1626 del 24 ottobre 2025 e il testo dell’accordo Piantedosi-Fugatti. Un accordo che prevede la costruzione del CPR interamente a carico delle casse provinciali, e in cambio impegna il Ministero a dimezzare i posti di accoglienza sul territorio trentino da 700 a 350.  Quello che rimane nell’ombra – i progetti tecnici, le valutazioni ambientali, i costi, le procedure di affidamento – è esattamente ciò che ogni cittadina e ogni cittadino di questo territorio, e non solo, hanno il diritto di conoscere. Continueremo a chiedere trasparenza e a opporci con ogni strumento disponibile. I CPR non sono basi militari: sono luoghi in cui si detengono esseri umani, e per questo, pur ribadendo la nostra netta contrarietà, ci aspettiamo che siano perlomeno aperti al controllo pubblico, non schermati dietro una norma che li equipara a infrastrutture di guerra», concludono le organizzazioni.
Decreto sul nuovo Patto Ue, accelera il governo
Il 4 giugno il Consiglio dei ministri ha annunciato il decreto legge per l’attuazione del nuovo Patto Europeo su migrazione e asilo.  «Una rivoluzione copernicana» per «accompagnare l’immediato ingresso ed entrata in vigore di queste norme, anche forti del fatto che come governo riteniamo di esser stati attori principali del processo riformatore del sistema di asilo a livello europeo», ha detto spocchioso il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in conferenza stampa il 4 giugno.  «Abbiamo voluto con questo intervento, senza depotenziare gli altri cantieri che abbiamo aperto come il disegno di legge migrazione e asilo che già viaggia in Parlamento – ha aggiunto – anticipare quelle che ci consentono di dare immediata attuazione a questo processo regolatorio nuovo da parte dell’Unione europea a partire dal 13 giugno». Il decreto d’urgenza serve a rendere «immediatamente operative, a decorrere dal 12 giugno 2026, data di avvio dell’applicazione del Patto Ue sulla migrazione e l’asilo, le procedure di asilo alla frontiera che il diritto dell’Unione rende obbligatorie per determinate categorie di richiedenti». In attuazione della decisione della Commissione europea che ha quantificato la capacità adeguata degli Stati membri e il numero massimo annuale di domande da esaminare nella procedura di frontiera, l’Italia «dovrà esaminare con procedura di frontiera, nel primo periodo di applicazione compreso tra il 12 giugno 2026 e il 12 giugno 2027, fino a 16.032 domande annue». La procedura di frontiera, in attuazione delle disposizioni del nuovo Patto, troverà obbligatoria applicazione nel caso di persone provenienti da Paesi che presentano un tasso di accoglimento delle domande inferiore al 20%, di soggetti considerati pericolosi per la sicurezza nazionale, o che abbiano presentato informazioni o documenti falsi. Le procedure di frontiera, ai sensi del nuovo Patto, «devono concludersi entro il termine massimo complessivo di dodici settimane. Di qui la necessità per l’ordinamento nazionale di fissare: i termini della fase amministrativa e quelli della fase processuale in modo coerente con tale limite massimo; apprestare i necessari rafforzamenti per gli uffici amministrativi e giudiziari che saranno impegnati nella suddetta attività». A questo si aggiungono la previsione del fermo del richiedente alla frontiera «per un massimo di 72 ore» nelle more degli accertamenti su identità e pericolosità, e l’introduzione di decisioni di rigetto più rigide, per le quali – nelle ipotesi di inammissibilità, manifesta infondatezza e ritiro implicito della domanda – non opererebbe l’effetto sospensivo automatico del ricorso giurisdizionale. Ogni “rivoluzione” dipende dal punto di osservazione che si ha si sta “in alto” o “in basso” nella gerarchia sociale, su appunto chi impatta e chi ne beneficia e quali sono gli obiettivi: per tutte le realtà organizzate italiane che da anni operano sul terreno della tutela dei diritti delle persone migranti c’è una lettura diametralmente opposta a quella del Viminale.  Approfondimenti GLI STATI GENERALI SULLA DETENZIONE AMMINISTRATIVA La semantica del contenimento nel Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo Nicoletta Alessio 6 Giugno 2026 «Per chi difende i diritti fondamentali, questa non è una svolta verso una maggiore tutela delle persone, bensì verso la normalizzazione di procedure accelerate di frontiera, del trattenimento e dell’eccezione come regola», scrive Mediterranea. L’obiettivo è dichiarato ed è un solo, ossia «respingere». Cioè «rendere più facile espellere e deportare verso i paesi d’origine o paesi terzi donne e uomini, bambine e bambini, che stanno cercando protezione in Italia e in Europa».  Dietro il linguaggio dell’efficienza, denuncia l’organizzazione, «si costruisce un sistema che mira a smantellare il diritto d’asilo, indebolire le garanzie giurisdizionali e ampliare gli spazi di discrezionalità amministrativa. Procedure accelerate, nuove limitazioni alla libertà personale, possibilità di rigetti più rapidi e minori tutele per chi presenta ricorso: misure che incidono direttamente sulla vita di migliaia di persone». Di qui il rovesciamento della formula ministeriale: «Più che una “rivoluzione copernicana”, siamo di fronte a un’ulteriore escalation nella guerra contro un’umanità la cui unica colpa è di essere nata nel posto “sbagliato” del pianeta». Un posto «sbagliato» che però, osserva l’organizzazione, «diventa “giusto” se andiamo a fare razzie di petrolio, gas, oro, terre rare. È “giusto” per vendere armi a più non posso, per depredarlo di ogni cosa. Diventa “sbagliato” solo quando si tratta di riconoscere ai suoi abitanti che lo abbiamo impoverito, devastato, inquinato, togliendo loro il diritto di chiedere diritti». Sul metodo, prima ancora che sul merito, interviene il Tavolo Asilo e Immigrazione 1, che esprime «forte preoccupazione e sconcerto» per l’adozione di un nuovo decreto-legge «mentre è ancora in corso l’esame parlamentare del disegno di legge relativo già approvato dal Consiglio dei Ministri nei mesi scorsi». Il punto centrale è la scelta della decretazione d’urgenza a fronte di due anni di tempo per il recepimento. «Ancora una volta, e nonostante ci siano stati due anni di tempo per il recepimento delle normative europee, il governo, che ha tenuto nascosti i Piani di implementazione, sceglie la strada della decretazione d’urgenza e dell’intervento emergenziale, comprimendo il dibattito democratico e svuotando il ruolo del Parlamento». Una prassi, per il Tavolo, «ormai consolidata di intervenire su diritti fondamentali attraverso strumenti normativi che limitano il confronto pubblico e la possibilità di incidere sui contenuti delle riforme». Sul merito, l’allarme riguarda gli automatismi. I testi finora circolati, avverte il Tavolo, mostrano «il rischio concreto di un ampliamento degli spazi di discrezionalità amministrativa che possono riguardare pericolosi automatismi incompatibili con il principio di valutazione individuale, imposto dal Patto Ue, relativo alle richieste d’asilo e riduzioni delle garanzie giurisdizionali effettive». In gioco, si legge, vi è il rispetto di principi fondamentali: «il diritto d’asilo, la libertà personale, la tutela della salute, la dignità delle persone e il divieto di refoulement, tutelati dalla Costituzione italiana, dal diritto dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali». A pesare è anche il deficit di trasparenza. Le criticità, sottolinea il Tavolo, «si sommano all’assenza, pressoché totale nel percorso di implementazione del Patto, di un adeguato processo di consultazione pubblica»: organizzazioni della società civile, enti territoriali e attori coinvolti nei sistemi di accoglienza «non sono stati messi nelle condizioni di potersi confrontare sui testi preparatori del Piano», documento «rimasto ad oggi nascosto». Da qui l’appello finale alle istituzioni. Il Tavolo «richiama con forza il Parlamento a esercitare pienamente la propria funzione di indirizzo e controllo», perché il recepimento del Patto «non deve tradursi in un abbassamento delle garanzie costituzionali e convenzionali». Ed è necessario «ricondurre ogni intervento normativo entro un quadro di trasparenza e partecipazione, assicurando che le politiche migratorie siano costruite nel rispetto dei diritti fondamentali e non piegate a logiche emergenziali e propagandistiche». Una conclusione netta: «Il rispetto dello stato di diritto non può essere considerato un ostacolo, ma è la condizione imprescindibile per la legittimità e l’efficacia delle politiche pubbliche». 1. Ne fanno parte: A Buon Diritto, ACLI, ActionAid International Italia, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Casa dei Diritti Sociali, CIR, CGIL, CIES ETS, CNCA –  Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, Commissione Migrantes Missionari Comboniani Provincia Italiana, EMERGENCY, Europasilo, FCEI – Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Fondazione Migrantes, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, International Rescue Committee Italia, Italiani Senza Cittadinanza, Medici del Mondo, Oxfam Italia, Recosol – Rete delle comunità solidali, Refugees Welcome Italia, Save the Children, SIMM, UIL.  ↩︎
La strage di Amendolara: dai caporali alla GDO, un’unica filiera di sfruttamento
Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori impiegati nella raccolta delle fragole sono stati uccisi dai loro caporali. Attraverso le voci di chi studia e racconta il fenomeno (sociologi, sindacalisti, ricercatori e giornalisti), la terribile vicenda rappresenta il punto estremo di un sistema che tiene insieme criminalità organizzata, imprese legali e grande distribuzione. Sono stati bruciati vivi per “punizione” i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano – per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata – hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.  Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Un solo sopravvissuto: un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole.  «Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta», nell’area agricola di Scanzano Jonico. UN ASSASSINIO BRUTALE, E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Per Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scientifico di In Migrazione – tra i massimi esperti dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato – la strage di Amendolara ha tratti inediti rispetto a quanto si conosce del fenomeno. «Si tratta – ha detto in un’intervista alla Fondazione Feltrinelli – di un assassinio brutale, che però ha alcune caratteristiche originali rispetto a quello che abbiamo da sempre studiato e compreso del padronato, del caporalato e delle agromafie: si è svolto in un’area pubblica, ripreso da una telecamera, con un’attività assassina evidentemente brutale, con quattro persone bruciate vive sotto gli occhi dei loro aguzzini, caporali assassini. È qualcosa di veramente straordinario, che impatta sulle nostre coscienze. Purtroppo non su quelle delle istituzioni, che il 2 giugno sono rimaste in silenzio dinanzi a questo assassinio brutale: non hanno pensato di prendere parola, sono rimaste a celebrare la festa della Repubblica, dimenticando che ci sono circa 450.000 persone che, soltanto nel settore agroalimentare, non vivono la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma vivono dentro un sistema dispotico – da noi organizzato anche sul piano normativo – che riduce in condizioni di grave sfruttamento e schiavismo persone: l’80% migranti, il 20% italiani. Obbligate a lavorare sotto padrone, a restare in silenzio, e a diventare soggetti della cronaca solo dopo morte». E aggiunge un appello: «È necessario prendere coscienza di tutto questo, ribellarci, organizzarci e intervenire, perché tragedie come queste – come quella di Satnam Singh e di molte altre – non abbiano davvero più a ripetersi. Perché tutto questo possa diventare una riflessione di natura politica, e non soltanto cronaca giornalistica, per quanto drammatica come quella di questi giorni». Notizie SULLA MORTE DI SATNAM SINGH Marco Omizzolo: «Sono decine di migliaia i lavoratori sfruttati, malpagati e vessati nel nostro Paese» 1 Luglio 2024 LA TRASMISSIONE DI RADIO ONDA D’URTO Della vicenda, si è occupato anche il Focus di Mezzogiorno di Radio Onda d’Urto, andato in onda mercoledì 3 giugno 2026, con gli interventi di Caterina Vaiti, segretaria generale della Flai Cgil Calabria; di Silvio Messinetti, giornalista calabrese e collaboratore de Il Manifesto; e di Sara Manisera, reporter e autrice del libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne. Per Caterina Vaiti è un sistema che produce vittime su più livelli: «C’è uno sfruttamento, dentro le campagne, da fare paura; un caporalato nelle campagne e nell’edilizia che dovrebbe mettere i brividi. Ma poco ci si indigna». Anche i lavoratori pakistani, osserva, «vengono assoldati con il corrispettivo di un piccolo aumento sulla giornata, e fanno il lavoro sporco che viene loro chiesto». Poi l’aspetto normativo: «Siamo al decimo anno della legge 199 [del 2016, contro il caporalato], che però non ha una funzione preventiva, ma repressiva. Quello che manca è poterci lavorare prima: non abbiamo abbastanza ispettori rispetto al problema, non c’è un luogo pubblico dove far incontrare domanda e offerta di lavoro. Così la mercificazione del mercato del lavoro è altissima». A pagarne il prezzo sono «i cosiddetti invisibili, quelli che per le lungaggini della burocrazia hanno un permesso ancora in attesa di conversione: sono invisibili, e alla mercé di chiunque li voglia sfruttare». «Due anni fa abbiamo avuto la questione di Satnam Singh, il lavoratore abbandonato davanti a casa con il braccio tranciato. Questa è l’ennesima situazione, ma a una simile ferocia non si era mai arrivati: qui siamo di fronte a un omicidio collettivo. Come Flai siamo davvero arrabbiati, e tuteleremo questi lavoratori con rabbia – sul piano legale, previdenziale, in ogni modo possibile. Non vanno lasciati soli». A interrogarsi sulle responsabilità è Silvio Messinetti, giornalista e collaboratore de Il Manifesto e del Quotidiano del Sud. «La strage di Amendolara, come unico effetto collaterale positivo, ha acceso finalmente i riflettori su una miccia esplosiva pronta a deflagrare», dice. Ma si mostra scettico sulla durata di quell’attenzione: «Sono convinto che già dopo i funerali non se ne riparlerà più. Torneremo a fare la spesa comprando le clementine della Sibaritide o le fragole, senza renderci conto che tutto questo è il frutto di un sistema oliato di sfruttamento, nel disinteresse generale e nel silenzio delle istituzioni». Messinetti ricorda un precedente preciso: «Due anni fa organizzazioni importanti come la Flai Cgil Calabria e la comunità Progetto Sud di Lamezia Terme depositarono alla procura di Castrovillari una denuncia che spiegava nel dettaglio i meccanismi di intermediazione illecita. Quel faldone è finito praticamente coperto. Poi servono le stragi per accendere i riflettori». E punta il dito sulle responsabilità politiche: «Quando il presidente della Regione Occhiuto piange i morti di Amendolara, dovrebbe chiedersi come mai sta organizzando centri di reclutamento e formazione di manodopera in Tunisia, e come mai sta creando un nuovo CPR in Calabria. Perché gli afghani morti qui sono gli stessi che sbarcano a Cutro». La filiera, sostiene, è nota a ogni livello: «Quando l’assessore all’agricoltura va di sagra in sagra a presentare i suoi prodotti, sa benissimo che quello è l’anello di una filiera che parte dai braccianti; sopra ci sono i caporali, e sopra ancora, magari, la criminalità organizzata». Sul possibile ruolo della ‘ndrangheta resta prudente: «Sarà la magistratura a verificarlo, c’è un’indagine in corso. Ma, da vecchio conoscitore di queste zone, mi suona strano che si muova foglia senza che la ‘ndrangheta ne sappia nulla». I veri beneficiari, per lui, stanno però più in alto: «I veri profittatori di questo sistema criminale sono le imprese: lucrano sui trasporti, sui salari. A loro fa comodo un sistema senza regole e senza controlli». Controlli che, denuncia, «sono diminuiti drasticamente, del 50% nell’ultimo anno», mentre la legge del 2016 sul caporalato «come quasi tutte le leggi italiane è scritta sulla carta, ma poi viene disattesa». Chiude la trasmissione la reporter e scrittrice Sara Manisera, autrice di Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne: «Oggi è peggio di ieri. Il livello di violenza nelle campagne è ormai parte sistemica del modello agroindustriale e del cibo che mettiamo in tavola: non c’è territorio escluso dallo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici». All’origine, dice, ci sono le norme sull’immigrazione: «Sono leggi razziali di fatto, che rendono le persone ancora più invisibili. Si è scelto di non permettere a queste persone di accedere facilmente a un permesso di soggiorno e a un contratto: si crea così una massa di individui che, per sopravvivere e mandare soldi a casa – spesso indebitati per il viaggio -, sono costretti ad accettare qualsiasi condizione. È l’invisibilità prodotta dallo Stato a generare altra violenza nelle campagne». E qui entra in gioco l’ultimo anello, quello che di solito resta fuori dal racconto: «Non si può parlare di braccianti senza tenere presente il ruolo della grande distribuzione organizzata. Parliamo di quattro, cinque, sei oligopoli con un potere contrattuale enorme, che impongono prezzi devastanti: e tutti quei costi finiscono per scaricarsi sull’anello più debole. Non è possibile continuare a parlare della morte di braccianti senza guardare al sistema e alla filiera». Manisera richiama anche la lunga storia delle lotte contadine – dai Fasci siciliani ai grandi scioperi del Novecento, fino alla riforma agraria del dopoguerra – per misurarne l’assenza di oggi: «Erano movimenti di massa, i sindacalisti andavano di campagna in campagna. Oggi quella spinta è pressoché assente, e la classe lavoratrice bracciante è frammentata, ai margini. Cosa resta di quelle lotte? Poco. Restano storie di chi resiste a durissimo prezzo, provando a fare un’agricoltura giusta, senza sfruttare l’ecosistema né le persone. Ma sono piccole lucciole». Il suo invito finale parte dal gesto quotidiano: «Ogni volta che entriamo in un supermercato dovremmo chiederci quali sono le storie delle mani che raccolgono la frutta e la verdura in Italia. Dietro una salsa di pomodoro da cinquanta centesimi ci sono vite, famiglie, figli dall’altra parte del mondo. Ogni volta che mettiamo quell’euro in un prodotto, dovremmo pensare a quelle storie». «LA VIOLENZA È INSITA NEL CAPORALATO» Sul senso più profondo della vicenda è stato intervistato da Radio Onda d’Urto anche Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro Il caporalato. Una storia (Carocci). «Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche», premette Ferrarese. «Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del “caporale”, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme. Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette “normali”, si ricorre addirittura alla violenza». Un caso eclatante, ma non isolato. «Non è l’unico e non è il primo. Solo nel 2018 Soumayla Sacko, un bracciante straniero, è stato ucciso in Calabria perché rivendicava diritti. C’è una lunga scia di sangue legata agli atti di violenza nelle campagne, che si affianca a quella legata agli incidenti, per arrivare sul posto di lavoro o sul posto di lavoro stesso. Non dobbiamo considerarlo un caso isolato, ma uno dei mezzi – l’ultimo, probabilmente – a cui si ricorre per garantire l’ordine interno di questo sistema». «È la cosa più normale del mondo essere pagati e chiedere diritti, ma non è la più scontata», osserva Ferrarese. «Se voglio vedere nella drammaticità del caso l’unico elemento positivo, è il fatto che queste persone cominciano a chiedere il rispetto dei loro diritti; e pare anche che siano arrivate da poco in Italia. Vuol dire che sta maturando in loro una consapevolezza. Spero che si moltiplichino i casi in cui i braccianti stranieri rivendicano i loro diritti, anche con forza». C’è poi un equivoco da smontare, quello che lega il caporalato al solo Mezzogiorno. «È una puntualizzazione che, in quanto meridionale, ogni volta mi preme fare. Siamo abituati, anche nel linguaggio giornalistico, a immaginare il caporalato nelle sue forme più violente legate al Sud. La ricerca storica ci dice invece che uno dei primi episodi di violenza da parte di un caporale verso un bracciante raccontati alla stampa avviene al Nord, a Verona, nel 1993: Ornella Gardini, bracciante veronese, viene pestata a morte per essere arrivata in ritardo sul campo. Il fenomeno non è mai stato solo meridionale: ha sempre riguardato tutta la penisola». E accanto alle forme più visibili ne esistono altre, più mimetizzate. «Questa notizia, nella sua drammaticità, ne ha scavalcata un’altra particolarmente interessante: un cantiere per la costruzione di un’ambasciata USA che utilizza il caporalato di una multinazionale, con un manager turco. È una forma più infida, più nascosta – tanto è vero che quella persona ha cercato di fuggire appena ha capito che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando. È anche socialmente più accettata, meno visibile, rispetto ai fatti consumati in Calabria. Eppure, pur sembrando realtà lontane, sono molto vicine: due modi diversi di comprimere i diritti dei lavoratori per massimizzare il profitto. Perché di questo si tratta. E ci devono portare a pensare che il cibo che consumiamo, i vestiti che indossiamo, persino gli spazi in cui abitiamo, molto spesso vedono meccanismi di questo tipo nella loro realizzazione». «NESSUNO SI SENTA ASSOLTO» Le conclusioni di questo articolo le affidiamo alle parole di Francesco Piobbichi pubblicate sulla sua pagina Facebook.  «A bruciarli lo sfruttamento. A rinchiuderli e metterli nelle mani dei caporali, le leggi della frontiera. Nessuno si senta assolto». «Probabilmente la vicenda di Amendolara va guardata dentro il fallimento del decreto flussi», prosegue Piobbichi. «Dobbiamo capire le storie di queste persone: da dove sono arrivate, chi e come le ha fatte arrivare. Dobbiamo capire se è questo meccanismo di ingresso ad aver creato le condizioni per la costruzione di una filiera di intermediazione del lavoro transnazionale che genera abusi. Una filiera dentro la quale imprese fasulle, studi commerciali farlocchi e imprese criminali dispongono di un canale di ingresso che permette – probabilmente attraverso l’indebitamento – il controllo di lavoratori sfruttabili, che diventano invisibili. Invisibili nella società, ma non nei campi e nelle fabbriche. Da Monfalcone ad Amendolara, passando per centinaia di luoghi e settori produttivi, sono decine di migliaia i lavoratori che vivono questa condizione». «E allora no: prima di tutto capiamo, ed evitiamo di costruire la solita retorica del caporale che riproduce quella dello scafista. Perché queste figure sono integrate nel nostro sistema produttivo, che non può farne a meno: così come in Medio Oriente e in altri Paesi dove è richiesta forza lavoro a basso costo, altrettanto avviene da noi. I dati delle persone arrivate in Italia regolarmente con il decreto flussi e poi scomparse, non si sa bene dove, stanno lì a dimostrarlo. Sono lì, evidenti e plateali. Basta entrare nel retro di un ristorante, nel campo dei vicini, nei cantieri delle nostre città per ritrovarli». «E sì: il fuoco dei braccianti di Amendolara ha illuminato questa merda. Evitiamo che la spengano in fretta, almeno per il rispetto di quei ragazzi così giovani, morti in modo così atroce. Evitiamo che i nostri governanti dicano che la colpa è dei caporali brutti e cattivi. Perché se è vero che chi ha commesso questa strage sono dei pezzi di merda, altrettanto vero è che c’è un sistema giuridico ed economico complice, che permette loro di agire e di ricattare. Ed è quello che dobbiamo capire: qual è il meccanismo infame che permette che queste cose avvengano».
Il tribunale di Chieti annulla la detenzione e la sanzione all’Ocean Viking di SOS Mediterranee
Il tribunale di Chieti ha annullato integralmente la detenzione amministrativa di 20 giorni imposta all’Ocean Viking di SOS Mediterranee nel novembre 2023, insieme all’ammenda associata e a tutte le altre misure sanzionatorie. La decisione rappresenta un’altra vittoria significativa contro il governo italiano e il cosiddetto decreto Piantedosi, nonché una conferma del principio del soccorso in mare. Il 15 novembre 2023 le autorità italiane avevano bloccato la nave nel porto di Ortona e inflitto una sanzione finanziaria in base al decreto-legge n. 1/2023, noto appunto come decreto Piantedosi. La vicenda riguarda un’operazione di soccorso condotta l’11 novembre 2023 nella zona SAR libica, durante la quale l’Ocean Viking aveva tratto in salvo 34 persone a bordo di un’imbarcazione in difficoltà, dopo ripetuti tentativi falliti di ottenere un coordinamento efficace dalle autorità marittime libiche. Nella sentenza di primo grado, il tribunale ha chiaramente confermato la legalità dell’operazione di soccorso, riconoscendo che il comandante “si trovava di fronte alla necessità di intervenire senza indugio“»” per proteggere vite umane. I giudici hanno inoltre sottolineato l’assenza di coordinamento effettivo da parte delle autorità libiche, riconoscendo che l’Ocean Viking era “l’unica nave intervenuta per adempiere all’obbligo di soccorso in mare“. La sentenza ribadisce che gli obblighi internazionali in materia marittima derivanti dalle convenzioni UNCLOS, SOLAS e SAR prevalgono quando sono in pericolo vite umane, e che non possono essere imposte sanzioni in assenza di coordinamento da parte degli Stati o quando tale coordinamento sia insufficiente. Il giudizio richiama inoltre la sentenza n. 101/2025 della Corte costituzionale italiana, che ha confermato come le leggi nazionali in materia di soccorso in mare debbano essere conformi al diritto internazionale: nessuna norma interna può contraddire il dovere di salvare vite in mare. «Questa decisione conferma ciò che sosteniamo dal novembre 2023: l’Ocean Viking ha agito in piena conformità con il diritto marittimo internazionale e nel rigoroso rispetto dei propri obblighi», ha dichiarato Soazic Dupuy, direttrice delle operazioni di SOS Mediterranee. «Le organizzazioni di soccorso umanitario non devono mai essere sanzionate per aver fatto ciò che le autorità non hanno fatto: garantire un soccorso rapido ed efficace alle persone in pericolo». La pronuncia arriva in un momento particolarmente grave. Il 2026 si profila già come uno degli anni più letali dell’ultimo decennio nel Mediterraneo, mentre il governo italiano intensifica gli ostacoli per impedire alle ONG di ricerca e soccorso di operare. Il Senato ha infatti avviato l’esame di un nuovo pacchetto legislativo sull’immigrazione che include nuove disposizioni volte a impedire alle ONG di entrare nelle acque italiane – propagandate dalla Presidente del Consiglio Meloni come “blocco navale” – in quello che si configura come un ulteriore tentativo di ostacolare le operazioni di salvataggio. SOS Mediterranee ricorda nel suo comunicato stampa che sabato 16 maggio il comandante della Sea-Watch 5 è stato addirittura accusato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare 1 dopo aver condotto un’operazione di soccorso nel corso della quale i guardacoste libici hanno aperto il fuoco. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Nonostante le ripetute decisioni dei tribunali che confermano la legalità delle operazioni di soccorso civile nel Mediterraneo, le ONG continuano a subire molteplici forme di criminalizzazione e attacchi, tra cui atti amministrati del tutto illegittimi. «Le persone in pericolo – conclude amaramente l’Ong – non possono attendere che sia resa giustizia mentre l’assistenza vitale viene ostacolata per ragioni politiche». 1. Nuovo attacco alla solidarietà in mare: dopo le raffiche di spari delle milizie libiche contro Sea-Watch 5, lo Stato italiano risponde avviando un’indagine penale contro il capitano: comunicato di Sea-Watch ↩︎
Tortura: ecco come l’Italia (non) rispetta gli obblighi della Convenzione ONU
La Rete Italiana per il Supporto alle Persone Sopravvissute a Tortura (ReSST 1), in collaborazione con Action Aid, ha pubblicato il 21 maggio 2026 il rapporto “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura” che mostra come l’Italia, al di là di annunci e raccomandazioni non vincolanti, sia ancora largamente inadempiente rispetto agli obblighi internazionali che impongono di rendere accessibili ai sopravvissuti a tortura i servizi specialistici necessari per una piena riabilitazione. Il rapporto, anticipato al Comitato ONU contro la tortura (CAT) in occasione della 7° revisione periodica sull’Italia, sarà discusso in un webinar “L’Italia e la riabilitazione delle vittime di tortura. Come (non) rispettiamo gli obblighi posti dalla Convenzione ONU contro la Tortura”, organizzato dalla ReSST il prossimo lunedì 25 maggio alle 17.30. Al webinar saranno presenti Pietro Buffa, curatore del rapporto, Chiara Montaldo, responsabile medica di Medici Senza Frontiere (MSF) e Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà (ICS). Iscrizione al webinar CURE SULLA CARTA Il rapporto evidenzia come le Linee Guida del ministero della salute del 2017 hanno un valore di indirizzo, ma non garantiscono il rispetto degli obblighi. Anche il Vademecum sulle vulnerabilità del ministero dell’interno del 2023 rimane un insieme di raccomandazioni non vincolanti e prive di qualsiasi attuazione concreta. Quello che emerge è un sistema in cui il diritto alla riabilitazione esiste formalmente ma non è garantito nella pratica, e dove l’accesso ai servizi dipende più dal territorio in cui ci si trova – o dalla fortuna di incontrare un operatore particolarmente formato – che da una garanzia uniforme dello Stato. Le organizzazioni del privato sociale tamponano dove il pubblico è assente, ma con finanziamenti a progetto, discontinui e non strutturali. «Attualmente l’Italia, la principale destinazione europea per migliaia di persone che hanno subito torture nei paesi di origine o durante il transito, in Libia e in Tunisia, non rispetta nessuno degli obblighi della Convenzione ONU contro la tortura», dichiara la dr.ssa Chiara Montaldo di MSF. «I servizi esistenti si basano quasi interamente su iniziative individuali all’interno del sistema sanitario pubblico e, soprattutto, sul terzo settore». Il risultato è un sistema che, pur esistendo sulla carta, spesso non riesce a garantire un percorso di riabilitazione reale alle persone sopravvissute a tortura. In molte parti dell’Italia mancano ancora servizi dedicati e personale formato per assistere chi ha vissuto torture e violenze estreme. A questo si aggiunge una scarsa collaborazione tra il sistema sanitario e quello dell’accoglienza, oltre all’assenza di strumenti che permettano di verificare se i programmi di riabilitazione funzionino davvero e arrivino alle persone che ne hanno bisogno. Per questo, molte persone sopravvissute a tortura non sono identificate precocemente e faticano ad accedere in tempi rapidi a cure e supporto specialistico continuativo. Secondo l’analisi di Action Aid contenuta nel rapporto, nel sistema di accoglienza non esistono oggi le condizioni minime per riconoscere tortura e traumi complessi, a causa dei servizi drasticamente ridotti, del poco tempo disponibile per ogni persona e dell’aumento delle richieste di protezione. «Così è pressoché impossibile che la vulnerabilità venga individuata e presa in carico per tempo e rischia di emergere solo quando diventa crisi, e la privazione della libertà rischia di tradursi in omissione di protezione», aggiunge Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni di ActionAid Italia. Ancora più allarmante la situazione nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR): le visite mediche di ingresso sono descritte come sbrigative, condotte spesso in assenza di mediazione culturale e in presenza delle forze dell’ordine, basate su modelli prestampati che non cercano segni di tortura né valutano la salute mentale. Tra i trattenuti – il cui numero di richiedenti asilo è in forte crescita, con circa il 43% del totale nel 2025 – è realistico che vi siano vittime di tortura, per le quali la detenzione stessa può riattivare traumi e aggravare la sofferenza psichica. Mancano protocolli per la gestione delle vulnerabilità e per la prevenzione del rischio suicidario, come documentato in modo sistematico dal Garante Nazionale delle Persone Private della Libertà in rapporti che si ripetono, con le stesse criticità, dal 2019 al 2025. A complessive e identiche conclusioni è arrivato anche il CAT nel suo documento di Osservazioni Conclusive, approvato a seguito dell’ultima sessione di revisione periodica sull’Italia. Il CAT si è rammaricato sul fatto che l’Italia non abbia fornito alcuna informazione sull’esistenza di programmi di riabilitazione per le vittime di tortura come previsto dall’articolo 14 della Convenzione ONU. Il CAT ha chiesto all’Italia di garantire che tutte le vittime di tortura ottengano i mezzi per una riabilitazione il più completa possibile (conclusione n.38), e di adottare ulteriori misure per assicurare la tempestiva identificazione delle vittime di tortura (conclusione n.16), tramite di procedure di screening da applicarsi sia all’ingresso in Italia sia al momento dell’ammissione nei centri di trattenimento. LE RICHIESTE ALL’ITALIA La ReSST esorta l’Italia ad attuare le raccomandazioni del CAT in modo da sopperire a questa asimmetria persistente tra gli obblighi assunti e la loro concreta attuazione. «Ovunque si trovi in Italia, un sopravvissuto a tortura dovrebbe avere accesso alle cure», conclude Chiara Montaldo di MSF. «Servono meccanismi finanziari stabili e dedicati per passare da risposte basate sulle emergenze a misure a lungo termine, nonché un sistema di monitoraggio per valutare qualità, efficacia e trasparenza». Il rapporto, nelle raccomandazioni finali, chiede che si vada in una direzione opposta: una legge nazionale, il recepimento delle Linee Guida in tutte le Regioni, investimenti stabili, formazione obbligatoria e un sistema di monitoraggio indipendente che renda conto ogni anno di come vengono spesi i soldi pubblici e di quante vittime di tortura ricevono effettivamente la cura a cui hanno diritto. Scarica il rapporto completo 1. Nata nel 2024, la ReSST riunisce enti pubblici e privati e ONG che gestiscono in Italia programmi o servizi specializzati per la presa in carico di persone che hanno subito tortura: Caritas, Centro immigrazione asilo e cooperazione internazionale (Ciac), Kasbah, Medici Contro la Tortura (MCT), Medici Senza Frontiere (MSF), Medici per i Diritti Umani (MEDU), NAGA, SaMiFo ASLRoma 1 e USL Toscana Centro. La ReSST si pone come obiettivi informare e sensibilizzare sulla tortura e le sue conseguenze, migliorare la disponibilità e la qualità dei servizi per la riabilitazione delle persone sopravvissute a tortura, e promuovere attività di ricerca scientifica, formazione e aggiornamento professionale. Oltre agli enti associati, impegnati in servizi diretti per i sopravvissuti alla tortura, fanno parte della Rete, in qualità di osservatori, anche A Buon Diritto, Amnesty International Italia, Antigone e SIMM – Società Italiana di Medicina delle Migrazioni. ↩︎
Percorsi di inclusione a rischio per i minori arrivati soli in Italia
Ventisette Organizzazioni della società civile chiedono a Governo e Parlamento di non interrompere, tramite la limitazione del sostegno a 19 anni, i percorsi di inclusione degli adolescenti migranti arrivati soli in Italia durante la minore età e di garantire il mantenimento delle tutele previste dalla L.47/2017 (“Legge Zampa”) nell’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Il 19 maggio, in occasione dell’incardinamento del Disegno di Legge Immigrazione (S. 1869) in Commissione Affari Costituzionali del Senato, 27 Organizzazioni della società civile impegnate nella tutela dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) 1 richiamano l’attenzione su alcuni elementi del provvedimento che rischiano di incidere in modo significativo sulla vita di migliaia di adolescenti arrivati soli in Italia. Negli ultimi anni, la Legge 47/2017 (“Legge Zampa”) ha reso possibile costruire percorsi concreti di protezione e integrazione, riconosciuti anche a livello europeo. Grazie a questi strumenti, molti giovani hanno potuto studiare, formarsi, lavorare e iniziare a costruire il proprio futuro. Oggi, alcune delle modifiche previste dal DDL rischiano di indebolire proprio quelle leve che permettono a questi percorsi di diventare stabili e duraturi. Tra queste, il ridimensionamento del “prosieguo amministrativo” desta particolare preoccupazione: si tratta dello strumento che oggi consente ai neomaggiorenni di continuare ad essere accompagnati nella difficile transizione all’età adulta e dopo aver compiuto la maggiore età, al massimo fino ai 21 anni, completando studi, formazione e inserimento lavorativo. Il DDL contiene una norma che limita categoricamente questo periodo di prolungato sostegno nell’accoglienza a 19 anni. «Ridurre tassativamente il tempo massimo del sostegno al compimento dei 19 anni, come intende fare il DDL in esame, è una scelta di cui non comprendiamo le ragioni – dichiarano le Organizzazioni – e sappiamo che essa può significare, in molti casi, impedire ai ragazzi e alle ragazze di raggiungere la stabilità necessaria alla loro inclusione positiva nella società. Tale riduzione comporterebbe inoltre, nei fatti, una disparità di trattamento tra i minori non accompagnati e i minori affidati a comunità di tipo familiare o in affido familiare a seguito di un provvedimento di allontanamento dal nucleo familiare, i quali possono fruire del prosieguo nel sostegno fino a 21 anni». L’esperienza quotidiana nei territori mostra con chiarezza che il passaggio alla maggiore età è una fase delicatissima, soprattutto per chi non ha una rete familiare. È proprio in questo momento che la continuità del supporto fa la differenza tra un percorso che si consolida e uno che si interrompe, con il rischio di scivolare in condizioni di vulnerabilità e marginalità, che portano con sé il rischio di ricadute nello sfruttamento. Preoccupano inoltre le modifiche previste in materia di rimpatrio assistito, che spostano il baricentro decisionale dall’autorità giudiziaria a quella amministrativa. Si tratta di decisioni che incidono profondamente sui diritti e sul futuro dei minori e che richiedono, per loro natura, le massime garanzie e un’attenzione piena al superiore interesse del minore. Il DDL contiene anche lo schema di legge delega relativo all’attuazione dei Regolamenti e della Direttiva discendenti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo: un complesso di disposizioni che può avere un impatto di forte riduzione delle tutele per i minori non accompagnati, in particolare in termini di procedure accelerate, qualità della tutela e trattenimento durante le procedure di screening dopo l’arrivo. Le organizzazioni firmatarie, forti dell’esperienza maturata sul campo, rivolgono quindi un invito al Governo, promotore del DDL, e al Parlamento, che dovrà esaminarlo, affinché la discussione del provvedimento rappresenti un’occasione per rafforzare, e non ridurre, la qualità del sistema di tutela. In particolare, si chiede di: * preservare il prosieguo amministrativo, mantenendo la possibilità di una valutazione caso per caso fino ai 21 anni e di richiederlo anche dopo il compimento del diciottesimo anno di età * tutelare le garanzie procedurali e il diritto all’ascolto dei giovani coinvolti * mantenere in capo al Tribunale per i minorenni la competenza a decidere sul rimpatrio assistito * assicurare la piena tutela dei minori non accompagnati sin dal momento del loro arrivo in Italia nell’attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo Non si tratta solo di norme, ma di percorsi reali: di ragazzi e ragazze che stanno cercando di diventare autonomi, di trovare il proprio posto nella società, di contribuire al contesto in cui vivono. Accompagnarli fino in fondo non è un costo: è un investimento che produce inclusione, stabilità e coesione. 1. Promuovono l’appello: ActionAid, Ai.Bi. Amici dei Bambini, Amnesty International Italia, Associazione Agevolando, ASGI, ARCI, Caritas Italiana, Centro Astalli, CeSPI, CIDAS, CIES ONLUS, CIR – Consiglio Italiano per i Rifugiati, CISMAI, Cooperativa CivicoZero, CNCA, Defence for Children International, Fondazione Migrantes, Fondazione Terre des Hommes Italia, ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà, International Rescue Committee Italia, Intersos, Oxfam Italia, Refugees Welcome, Salesiani per il Sociale, Save the Children Italia, SOS Villaggi dei Bambini, Tutori in Rete. ↩︎
Da Mitiga all’Aja: alla Corte Penale Internazionale le udienze contro El Hishri, pari grado di Almasri
Si sono aperte martedì 19 maggio alla Corte Penale Internazionale le udienze preliminari contro Khaled Mohamed Ali El Hishri, il generale Al Buti, alto dirigente della milizia libica SDF/RADA e pari grado di Osama Almasri Njeem. Per questo momento storico, Refugees in Libya e Mediterranea Saving Humans sono presenti all’Aja con una delegazione per tutta la durata delle audizioni. El Hishri è infatti il primo indagato a comparire davanti alla CPI da quando la Corte ha aperto le indagini sulla Libia, nel 2011, su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le accuse a suo carico – tortura, detenzione arbitraria, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù, persecuzione – riguardano crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra il 2014 e il 2020 nella prigione di Mitiga, nel compound controllato dalla milizia a Tripoli, dove almeno 5.140 persone sarebbero state arrestate, detenute e sistematicamente torturate. Ph: Flickr – ICC-CPI: El Hishri case «OGGI SOTTO PROCESSO C’È UN SISTEMA» Finalmente, dopo anni di denunce, testimonianze e mobilitazioni sta emergendo quello che vittime e organizzazioni solidali stanno denunciando da almeno un decennio: non crimini scollegati uno dall’altro, bensì sono parte di un sistema costruito e alimentato grazie agli accordi tra governi europei, Italia compresa, e milizie libiche trasformate in guardiani armati delle frontiere europee. È questo il cuore politico e giuridico del processo che si sta celebrando all’Aja. «Queste tre giorni di udienze stanno affrontando per la prima volta, con un imputato fisicamente presente, il tema del sistema Libia», spiega Luca Casarini, capomissione e tra i fondatori di Mediterranea. «Sistema Libia significa una sistematica organizzazione di violazione dei diritti umani e della vita delle persone – in particolare migranti, ma anche cittadini libici e oppositori politici – che in questi anni è stato utilizzato anche dalle istituzioni italiane come strumento per organizzare respingimenti di massa nel Mediterraneo centrale». Il meccanismo è stato ricostruito in aula con centinaia di testimonianze, video, fotografie e documenti ufficiali. «La milizia RADA – quella di Almasri, per capirci – viene trasformata sostanzialmente in polizia di frontiera. La cosiddetta guardia costiera libica cattura i migranti in mare, li deporta nelle prigioni di Mitiga, e lì avviene l’impensabile. Oggi è stato descritto compiutamente, crimine per crimine. La Corte ha fatto un lavoro enorme per ricostruire questo meccanismo, confermando che l’illegalità e la violazione dei diritti umani vengono esercitate su donne, uomini e bambini innocenti – anche con la complicità di governi che finanziano queste milizie, forniscono mezzi e addestramento, e di fatto deportano in lager gestiti da chi oggi è sotto processo». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) SECONDO GIORNO: TESTIMONIANZE DURISSIME E RICHIESTA DI RESPONSABILITÀ POLITICHE Nel secondo giorno di udienza, mercoledì 20 maggio, l’aula ha ascoltato testimonianze tra le più pesanti del processo: sopravvissuti che hanno raccontato i crimini perpetrati nel carcere di Mitiga contro donne, uomini e bambini. Per molti di loro è la prima volta che il loro racconto viene formalmente ascoltato da una corte internazionale, e questo è un fatto reso possibile solo dal coraggio di chi ha scelto di rompere anni di silenzio. Mentre emergono responsabilità sempre più gravi sul fronte libico, cresce parallelamente la pressione perché vengano accertate anche le responsabilità del governo italiano sul caso Almasri: in particolare di Giorgia Meloni, Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e Alfredo Mantovano, dopo la mancata consegna del criminale di guerra alla giustizia internazionale. C’è però un grande assente nell’aula dell’Aja: Almasri stesso. «E questo – sottolinea Casarini – la dice lunga sul perché il nostro governo ne abbia organizzato la fuga e la sottrazione alla cattura. Cosa che invece non è accaduta per El-Hishri, il suo pari grado nell’organizzazione della milizia RADA, arrestato dalla Germania all’aeroporto di Berlin Brandenburg nel dicembre 2025 e regolarmente consegnato alla Corte». Presente all’Aja anche David Yambio, di Refugees in Libya, organizzazione che ha portato al processo decine di testimonianze dirette. «Vogliamo ringraziare il popolo italiano e la società civile europea per la loro solidarietà», dichiara Yambio che critica il governo: «Il popolo italiano dovrebbe mettere in discussione la credibilità e i principi di lavoro di Giorgia Meloni, perché non si può impunemente minare il diritto internazionale sui diritti umani. I crimini che questa milizia perpetua su bambini, donne e uomini dovrebbero essere ascoltati da tutti i ministri e da tutti i parlamentari italiani, per capire di cosa stiamo parlando. Cose orribili fatte anche con la complicità di istituzioni che si definiscono democratiche e civili». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mediterranea Saving Humans (@mediterranearescue) Il confronto con la Germania è alquanto evidente: mentre l’Italia, nel gennaio 2025, arrestava Almasri in esecuzione di un mandato CPI per poi, di fatto, accompagnarlo a Tripoli su un volo di Stato due giorni dopo – trincerandosi dietro “sicurezza nazionale” e “segreto di Stato” – Berlino arrestava El-Hishri sullo stesso tipo di mandato e lo consegnava regolarmente alla Corte. Per la condotta italiana, la CPI ha già formalmente deferito il caso all’Assemblea degli Stati Parte, accertando la violazione degli obblighi di cooperazione previsti dallo Statuto di Roma. La complicità italiana nel sistema denunciato davanti alla Corte precede però di anni il caso Almasri. Come fanno notare Refugees in Libya e Mediterranea, comincia con il Memorandum d’intesa Italia–Libia del febbraio 2017, prosegue con la Dichiarazione di Malta e con i fondi dell’EUTF for Africa dell’Unione Europea, che finanziano motovedette, addestramento e tecnologie di sorveglianza alla guardia costiera libica. Nel 2018 la Libia ha ottenuto il riconoscimento di una propria zona SAR dall’IMO, su spinta di Italia e UE: una copertura formale per i respingimenti. Tra gennaio 2018 e settembre 2025, oltre 145.000 persone sono state intercettate e riportate in Libia. Molte sono finite a Mitiga. «LA SOLIDARIETÀ NON SARÀ MAI UN CRIMINE» C’è un’ironia amara che Mediterranea non manca di sottolineare: mentre chi soccorre vite in mare nel Mediterraneo viene messo sotto accusa e criminalizzato, oggi alla Corte Penale Internazionale è sotto processo chi quel sistema di morte lo ha costruito, gestito e difeso. «Rimarremo anche oggi all’Aja per stare accanto ai sopravvissuti e per pretendere che la giustizia non si fermi davanti a un singolo torturatore», conclude Casarini. «Il processo a El-Hishri è il processo a un sistema: un sistema che il nostro governo e l’Unione Europea finanziano da quasi dieci anni, un sistema che continua a uccidere, a torturare, a respingere. La CPI deve continuare e ampliare le indagini sull’intera architettura della detenzione libica e perseguire tutti i responsabili – libici ed europei – che lo hanno reso possibile». Le vittime e i sopravvissuti continuano a chiedere verità, giustizia e riparazione. È ora, scrivono le organizzazioni, di rompere la complicità con un sistema di violenza che l’Europa e l’Italia continuano a sostenere. «Mitiga non è un orrore lontano. È la conseguenza diretta delle nostre frontiere. La solidarietà non sarà mai un crimine. La complicità con tortura e violenze invece lo è».
Caso Almasri: anche la Corte costituzionale volta le spalle a Lam Magok
«La Corte Costituzionale, con la sua decisione, ha compiuto una scelta precisa: quella di togliermi la possibilità di far sentire la mia voce davanti a una Corte del Paese che ha sottratto Almasri alla giustizia». Con queste parole Lam Magok Biel Ruei – richiedente asilo sud-sudanese, picchiato e torturato da Osama Almasri nel carcere di Mitiga a Tripoli – commenta l’ordinanza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la sua richiesta di intervenire nel giudizio sull’udienza prevista per il 18 maggio. Notizie IL CASO ALMASRI NON È CHIUSO La Corte costituzionale chiamata a decidere sul diritto di ottenere giustizia per una vittima di tortura Redazione 11 Aprile 2026 Lam Magok – scrive l’associazione Baobab Experience – ha visto, pezzo dopo pezzo, l’Italia demolire il suo diritto alla tutela giurisdizionale: prima quando il Governo ha protetto il torturatore Almasri dalla giustizia internazionale, poi quando il Parlamento ha protetto il Governo dalla giustizia penale; da ultimo quando la Corte costituzionale ha respinto la sua richiesta di intervento nel giudizio sulla legittimità della legge di attuazione dello Statuto della Corte penale internazionale (Cpi). > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Baobab Experience (@baobabexperience) Almasri, ricordiamo, era stato arrestato in Italia il 19 gennaio 2025 e liberato due giorni dopo, perché il ministero della Giustizia non aveva mai trasmesso il proprio parere al procuratore generale della Corte d’Appello di Roma. Dopo la liberazione, Almasri era stato riportato in Libia con un volo di Stato. Il processo davanti alla Cpi non si è mai potuto tenere. Il 9 ottobre 2025, la maggioranza parlamentare ha poi accordato l’immunità ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e al sottosegretario Alfredo Mantovano, invocando un presunto “superiore interesse dello Stato” – e barattando, secondo Baobab Experience, «la vita di migliaia di persone con un non meglio precisato timore di ritorsioni contro i cittadini italiani presenti in Libia, con il rischio del collasso degli accordi sul controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo e con la salvaguardia degli approvvigionamenti energetici». A Lam Magok rimaneva quindi un solo giudizio in cui far valere le sue ragioni: quello davanti alla Consulta, chiamata a pronunciarsi sulla costituzionalità della norma che subordina la cooperazione con la Cpi al via libera preventivo del ministro della Giustizia. Anche questa porta gli è stata chiusa. Nell’ordinanza depositata giovedì 14 maggio, i giudici scrivono genericamente che Lam Magok “potrà ottenere piena tutela giurisdizionale nelle sedi appropriate“. Gli avvocati di Baobab Experience Francesco Romeo e Antonello Ciervo smontano però questa tesi: «Secondo i giudici costituzionali, Lam potrà sempre chiedere i danni in sede civile, ma non è affatto così. La decisione della Consulta è un bivio decisivo: se la legge attuale verrà dichiarata incostituzionale, Lam non avrà più alcuno spazio legale per chiedere giustizia e ottenere il risarcimento per il caso Almasri». Se l’intervento fosse stato ammesso, la difesa avrebbe chiesto il rigetto della questione di costituzionalità proprio per preservare questa possibilità. «La Consulta si allinea alla ragion di Stato» Per Romeo e Ciervo, la decisione della Corte si inserisce in una logica già vista: «Il voto della maggioranza parlamentare ha precluso la celebrazione del processo penale a carico di Nordio, Piantedosi e Mantovano per il ricorrere di un ipotetico “superiore interesse dello Stato”. Non condividiamo la decisione della Corte costituzionale che sembra allinearsi a quella “ragion di Stato” emersa dal voto della maggioranza parlamentare del 9 ottobre 2025». La stessa direzione, sostiene Baobab Experience nel proprio comunicato, verso cui sembra andare la Consulta: «Così facendo, la Corte sembra andare nella direzione di quel “superiore interesse dello Stato” che secondo la maggioranza parlamentare ha giustificato la condotta del ministro della Giustizia Nordio che ha liberato il ricercato e del ministro degli Interni Piantedosi e del sottosegretario Mantovano che lo hanno messo al sicuro su un volo di Stato italiano verso la Libia». Per Baobab Experience la decisione assume un valore che va oltre il caso giudiziario: «Quando una vittima si espone, denunciando addirittura il Governo, e non trova spazio e ascolto dinanzi a nessuna autorità giudiziaria, viene da pensare che la legge non sia uguale per tutti, soprattutto quando i carnefici sono molto più potenti delle vittime». La Consulta dovrà ancora valutare, nella camera di consiglio di oggi, altre omissioni e possibili abusi nell’intera vicenda. Il caso Almasri, dunque, non è del tutto chiuso. Per Lam Magok, però, ogni porta sembra essersi già chiusa. E questo non è di sicuro un bel segnale per tutti coloro che insieme a Lam chiedono giustizia.
“No CPR, né qui né altrove”: la Trento antirazzista è tornata in piazza
Tantissime persone, oltre 1.500 secondo il Coordinamento regionale No CPR, sabato 16 maggio hanno nuovamente attraversato e riempito le strade di Trento animando il corteo contro la costruzione di un CPR in città. Una mobilitazione ampia, partecipata e determinata che conferma quanto sia forte e diffusa l’opposizione ad un “lager di Stato” che rappresenta uno dei simboli concreti delle politiche di estrema destra della giunta provinciale e del governo Meloni, ma anche un affronto per il territorio e per un tessuto sociale solidale ben presente in città. Il corteo è partito nel pomeriggio da piazza Dante, sotto i palazzi della Provincia e della Regione, per accusare direttamente chi ha firmato e continua a sostenere l’accordo con il Ministero dell’Interno. Questo accordo è talmente infimo da non prevedere solo la costruzione della struttura detentiva ma anche il taglio dei posti letto del sistema di accoglienza, da 700 a 350, mentre già ora centinaia di persone richiedenti asilo continuano a vivere in strada, escluse da qualsiasi forma di accoglienza o assistenza sociale, in una situazione ulteriormente aggravata dalla chiusura dei dormitori di bassa soglia. Il CPR è anche il risultato di una narrazione tossica e di propaganda politica che in questi mesi ha raccontato Trento come città insicura e colpita dal degrado: «Quale sicurezza pensate di costruire imprigionando 25 persone che non hanno commesso alcun reato solo perché sprovviste di documenti, che le vostre stesse Questure gli rendono quasi impossibile ottenere, mentre ne buttate centinaia a vivere in mezzo alla strada chiudendo sempre più posti di accoglienza?», così le studentesse universitarie hanno puntato il dito contro la propaganda dell’amministrazione provinciale, sottolineando come invisibilizzare e confinare chi si trova in una posizione di marginalità sociale non fa che alimentare le condizioni di disagio delle persone, e che non può esserci sicurezza senza giustizia sociale e riconoscimento di diritti per tutte e tutti.  Da piazza Dante, la manifestazione ha poi attraversato il centro cittadino, facendo tappa sotto il Comune in via Belenzani, dove al consiglio comunale è stata rivolta una richiesta chiara: una presa di posizione netta contro la realizzazione del CPR. Tanti gli interventi che hanno denunciato le politiche nazionali quanto quelle europee che rappresentano un quadro di razzismo sistemico sempre più ostile ai diritti delle persone migranti: dai nuovi decreti sicurezza al Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo, fino al cosiddetto Regolamento Deportazioni, misure che comprimono il diritto d’asilo e la libertà di movimento alimentando un clima di criminalizzazione e repressione.  Diversi interventi hanno poi voluto ricordare le morti nei CPR e gli ultimi fatti di cronaca dove persone nere sono state uccise o sono state vittime di abusi per colpa di un sistema che alimenta gerarchia sociale, sfruttamento e odio razziale.  Il corteo si è concluso a Piedicastello, il quartiere-base della mobilitazione e che fin da quando è stato sottoscritto l’accordo tra PAT e Viminale è stato coinvolto nella mobilitazione. «Crediamo che Trento non abbia bisogno di nuove strutture repressive, ma di politiche capaci di garantire diritti, accoglienza, casa, salute e dignità per tutte e tutti. Per questo continueremo a mobilitarci contro quello che consideriamo uno scempio per la nostra città e per il nostro quartiere, rafforzando una rete di opposizione che in questi mesi è cresciuta dentro e fuori i territori direttamente coinvolti», ha detto un rappresentante del comitato di  quartiere. Ad accogliere i manifestanti, uno striscione calato dalle finestre della piazza dallo stesso comitato, un gesto che ha concluso la giornata con un significato di radicamento e nel quale c’è stato il saluto anche del presidente della circoscrizione Centro storico-Piedicastello, ribadendo la contrarietà generale a tutti i CPR in quanto strumento e che tale struttura non può essere imposta dall’alto su un territorio che non la vuole. ADESIONI AMPIE E TRASVERSALI Quello che ha caratterizzato questa mobilitazione, al pari della manifestazione del 13 dicembre, è la straordinaria trasversalità delle adesioni accumulate nel conto alla rovescia verso il 16 maggio e le tante iniziative di avvicinamento alla data. In questi mesi il Coordinamento ha costruito momenti di confronto, approfondimento e organizzazione collettiva, promuovendo iniziative nelle università, nei quartieri e negli spazi sociali della città. Assemblee pubbliche, dibattiti e incontri hanno permesso di far emergere con chiarezza cosa significhi realmente aprire un CPR: un luogo di detenzione amministrativa, isolamento e privazione della libertà, che alimenta esclusione e violenza istituzionale. Il Coordinamento Trentino-Alto Adige/Südtirol No CPR in quasi due anni e mezzo di iniziative pubbliche è cresciuto in termini di adesione e partecipazione. La lista delle realtà aderenti racconta da sola la profondità di questa rete: dal Centro sociale Bruno ai collettivi studenteschi e universitari, dallo Spazio 77 a Bozen Solidale, dall’ANPI all’Arci alle ACLI, passando da decine di associazioni di volontariato, scuole di italiano, enti del terzo settore impegnati in progetti di accoglienza e inclusione sociale. Ma alla manifestazione hanno aderito anche diverse forze politiche – Alleanza Verdi e Sinistra, Rifondazione Comunista, Onda Trentino, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle – e i sindacati CGIL, CISL e UIL. Più di sessanta soggetti presenti in regione, uniti dallo stesso rifiuto, ai quali si aggiungono quasi tutte le circoscrizioni della città che hanno espresso contrarietà al progetto. Un’opposizione che non si limita ai confini regionali e che si collega alle mobilitazioni contro i CPR in corso in altri territori, da Aulla a Castel Volturno. Da ricordare che nelle settimane precedenti si erano aggiunte anche le posizioni di alcune voci autorevoli. L’arcivescovo di Trento Lauro Tisi era stato attaccato pesantemente dalla destra locale e da diversi leoni da tastiera per aver criticato la costruzione del CPR, richiamando principi di umanità e dignità nei confronti delle persone migranti. Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, presente sabato scorso alla Piazza del Volontariato, ha definito i CPR «luoghi disumani» e sostenuto la mobilitazione, ricordando che «la vita non è il monologo dell’io» e che di fronte a queste politiche non è possibile restare spettatori. IL PROSSIMO APPUNTAMENTO La mobilitazione non si ferma: a fine corteo sono già stati lanciati i prossimi appuntamenti. Venerdì 22 maggio alle ore 12, quando il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà a Trento per il Festival dell’Economia, il Coordinamento sarà nuovamente in piazza per contestare la sua presenza e le politiche repressive di cui è promotore. E poi, in vista dell’apertura del cantiere, la promessa è di continuare l’opposizione ai CPR, ai decreti securitari e a un modello di società fondato sulla paura, sull’esclusione e sulla repressione, rivendicando invece una città aperta, solidale e libera da ogni forma di detenzione: “No CPR. Né qui né altrove!“