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Grecia. L’ennesima strage: 22 persone muoiono dopo sei giorni in mare
Ventidue persone, provenienti principalmente dal Sudan e dal Bangladesh, sono morte dopo sei giorni alla deriva in mare. È questo il bilancio dell’ennesima strage nel Mar Egeo, avvenuta il 27 marzo 2026 a sud di Creta, nei pressi di Kali Limenes. Un episodio che è ancora, inesorabilmente, il frutto di politiche che chiudono vie di accesso legali e sicure, delegano il controllo a paesi terzi e spingono le persone verso rotte sempre più pericolose. «Secondo le testimonianze dei sopravvissuti», spiega Aegean Boat Report (ABR), «l’imbarcazione era partita da Tobruk, in Libia, nella serata del 21 marzo, con 48 persone a bordo. Solo 26 sono sopravvissute. Si contano 22 morti». La mancanza di cibo, acqua e il freddo pungente ha causato la morte dei passeggeri, i cui corpi, sempre secondo i sopravvissuti, sono stati gettati in mare. Immagine tratta da ABR Due giovani, di 19 e 22 anni, cittadini del Sud Sudan, sono stati arrestati dalle autorità greche e accusati di traffico di esseri umani, favoreggiamento e omicidio colposo. Ancora una volta, chi sopravvive diventa bersaglio, e chi mette in luce le responsabilità del sistema rischia conseguenze penali. Ancora una volta, la morte non è un incidente ma il prodotto di un sistema. Ancora una volta, il dispositivo penale si concentra sull’anello più debole della catena: persone che erano sulla stessa barca, nelle stesse condizioni, esposte allo stesso rischio di morire. È uno schema ricorrente: individualizzare la responsabilità, occultare quella sistemica. Mentre si criminalizzano i cosiddetti “scafisti”, resta intatto il contesto che rende queste traversate inevitabili: assenza di vie legali e sicure, esternalizzazione delle frontiere, politiche di deterrenza che spingono verso rotte sempre più lunghe e pericolose. La tragedia, come sottolinea ABR, non inizia in mare. Inizia prima. Inizia con la chiusura delle vie di accesso alla protezione. Con la delega del controllo a paesi terzi. Con un sistema che non lascia alternative. Negli ultimi anni, questo sistema ha prodotto un’evoluzione precisa: partenze dalla Libia orientale, traversate più lunghe, più tempo in mare con scorte insufficienti, soccorsi ritardati o assenti. Tutti fattori che aumentano esponenzialmente il rischio di eventi con numeri elevati di vittime, come quello del 27 marzo. È dentro questo quadro che va letta anche la persecuzione giudiziaria contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report. Notizie IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il suo arresto, in esecuzione di un mandato d’arresto europeo emesso dalle autorità greche, è stato definito da 37 organizzazioni internazionali come “l’ennesimo atto di persecuzione contro difensori dei diritti umani che hanno denunciato il crimine dei pushback alle frontiere greche”. Oggi, dopo che l’esistenza di respingimenti sistematici è stata riconosciuta da decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo e da numerosi rapporti indipendenti, si procede penalmente contro chi denuncia queste pratiche. «A seguito della recente assoluzione di tutti i membri e i volontari dell’organizzazione ERCI da parte di un tribunale di Mitilene», si sottolinea nella dichiarazione congiunta, «il procedimento contro Tommy Olsen è l’ultimo procedimento aperto contro difensori dei diritti umani e attivisti di ricerca e soccorso». Le richieste rivolte alle autorità greche ed europee sono nette: fermare la persecuzione giudiziaria contro chi denuncia violazioni, porre fine alle campagne di disinformazione contro la società civile, indagare tutte le denunce di pushback, cessare le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali alle frontiere. Il nesso tra la strage del 27 marzo e questo procedimento è diretto. Senza realtà come Aegean Boat Report, molte di queste morti resterebbero senza racconto pubblico. Senza reti indipendenti, verrebbe meno la possibilità stessa di far emergere ritardi nei soccorsi, omissioni, responsabilità istituzionali. Criminalizzare chi denuncia non è un effetto collaterale: è una condizione funzionale al sistema. Significa ridurre la trasparenza, indebolire i meccanismi di accountability, trasformare la frontiera in uno spazio opaco dove le violazioni possono continuare senza controllo. Mentre si incarcerano sopravvissuti e si perseguono attivisti, il dispositivo che produce morte resta intatto. E continua a operare. Ventidue morti dopo sei giorni in mare. Due sopravvissuti arrestati. Un attivista sotto mandato d’arresto europeo perchè documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Non sono tre fatti separati. Sono lo stesso sistema.
“Cittadin3 mai più invisibili”
Sabato 28 marzo centinaia di persone hanno sfilato dal Colosseo a Piazza della Repubblica per chiedere diritti, permesso di soggiorno e la chiusura dei CPR, confluendo poi nella grande manifestazione No Kings. Coperte termiche sulle spalle, cartelli, bandiere e uno striscione che recitava “CITTADIN3 MAI PIÙ INVISIBILI”. Si è svolta sabato 28 marzo la “Marcia degli e delle Invisibili“, partita alle 12 dal Colosseo e conclusa a Piazza della Repubblica, dove è confluita nello straripante corteo No Kings che nel pomeriggio ha attraversato il centro della capitale fino a bloccare la tangenziale est. A promuoverla, la marcia, è stata una rete composita di associazioni, collettivi, sindacati e Ong, uniti da un’agenda antirazzista costruita in anni di mobilitazione. Tra le persone scese in piazza i braccianti dell’Agro Pontino e del Foggiano, i cittadini bengalesi truffati dal decreto flussi e tante lavoratrici e lavoratori indispensabili all’economia italiana ma invisibili al sistema di tutele e garanzie. «Invisibili sono le persone di origine straniera, gli immigrati, i rifugiati, utilizzati in questi anni solo a scopo di propaganda elettorale», ha spiegato Filippo Miraglia di Arci Immigrazione, tra i promotori della marcia. Una invisibilità, ha sottolineato, prodotta deliberatamente: «Questo governo ha legiferato solo per produrre razzismo e irregolarità». Le storie che hanno camminato in corteo raccontano meccanismi precisi. I cittadini bengalesi truffati dal decreto flussi si sono ritrovati senza lavoro e senza permesso di soggiorno, costretti a lavorare in nero e in condizioni di sfruttamento. Ma anche chi i documenti ce li ha non se la passa meglio: ogni rinnovo, ogni cambio di lavoro diventa una potenziale trappola burocratica, in una precarietà strutturale che rende le persone ricattabili e prive di tutele reali. I braccianti lavorano per pochi euro all’ora con orari massacranti, vivono nei ghetti e chiedono da tempo alloggi dignitosi e un salario minimo al di sopra della soglia di povertà. L’agenda della marcia è stata anticipata dal testo di indizione. La prima rivendicazione, quella più visibile, riguarda la chiusura dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio con lo striscione “Stop lager” del Network Against Migrant Detention, una rete transnazionale che lotta per l’abolizione della detenzione amministrativa e la chiusura di tutti i CPR, compresi quelli in territorio albanese previsti dal Protocollo siglato dal governo Meloni con Tirana. La critica si è allargata poi a tutti gli accordi con cui l’Unione europea e l’Italia hanno scaricato sui paesi terzi il “lavoro sporco” nella gestione dei flussi migratori: dal Memorandum con la Libia a quello con la Tunisia, fino a quelli che saranno previsti per effetto della nuova Direttiva rimpatri. Intese che producono solo violenza, morti e deportazioni, in reiterata violazione dei diritti fondamentali. Le coperte termiche indossate in corteo hanno richiamato il soccorso in mare, quello che le politiche europee ostacolano e che il decreto Piantedosi criminalizza. Da qui la richiesta di un programma europeo permanente di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, affidato agli stati, e la fine della persecuzione giudiziaria delle ONG che operano nelle acque internazionali e in particolare nel Mediterraneo. Molto sentita in piazza è stata anche la denuncia del decreto flussi, considerato una “truffa di stato”. Migliaia di persone pagano cifre enormi per ottenere un visto di ingresso ritrovandosi poi in Italia senza documenti e lavoro. La riforma richiesta prevede percorsi di ingresso regolari indipendenti dalle cosiddette “quote” e una regolarizzazione permanente per chi ha già costruito legami lavorativi e affettivi in Italia. L’esempio che è possibile mettere in campo politiche diverse è la regolarizzazione spagnola. Sul fronte della cittadinanza la posizione è stata altrettanto chiara: chi nasce in Italia, chi ci cresce, chi ci vive e lavora da anni non può dipendere dalla discrezionalità politica del governo di turno. Il corteo ha rilanciato come priorità non rinviabile la riforma della legge sulla cittadinanza e l’attuazione dello ius soli. Altrettanto sentita è la denuncia della profilazione razziale e degli abusi da parte delle forze dell’ordine che negli ultimi anni hanno visto un’escalation molto preoccupante con violenze e uccisioni. Un fenomeno di razzismo sistematico e impunità documentato e denunciato anche da ECRI, la Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza, e che rimane spesso invisibilizzato.  In Piazza Esquilino, poco prima della conclusione del percorso e di confluire nella manifestazione No Kings, i/le manifestanti si sono seduti per terra in un flash mob per scandire collettivamente le proprie richieste. Per chi ha sfilato, la posta in gioco va oltre questa singola marcia: la sfida collettiva sarà quella di riportare la questione migratoria e dei diritti delle persone migranti e/o con background migratorio al centro del dibattito pubblico e del movimento, sottraendola una volta per tutte alla propaganda del governo. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Network Against Migrant Detention > (@networkagainstmigrantdetention)
Aggiornamento del PdS di lungo periodo: illegittima la revoca fondata sulla residenza fittizia e sulla rivalutazione dei requisiti di rilascio
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto ha annullato il provvedimento del Questore della Provincia di Venezia del 18 febbraio 2025, con cui era stata rigettata l’istanza di aggiornamento del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui era titolare un cittadino straniero presente in Italia da oltre quarant’anni e, contestualmente, era stato revocato tale titolo di soggiorno. Il Collegio ha ritenuto fondato il terzo motivo del ricorso patrocinato dall’Avv. Francesco Mason, ravvisando un’illegittima applicazione al permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di criteri valutativi propri dei permessi di soggiorno ordinari, con conseguente violazione del regime giuridico speciale dettato dall’art. 9 del d.lgs. n. 286 del 1998. Il ricorrente, titolare sin dal 2011 del permesso in questione, aveva presentato in data 8 maggio 2024 un’istanza di aggiornamento del titolo. La Questura di Venezia aveva inviato, il 14 novembre 2024, un preavviso di rigetto fondato su tre circostanze: l’assenza di attività lavorativa protratta nel tempo; la mancanza di una fonte stabile di reddito o di pensione; la cancellazione dall’anagrafe comunale risalente al 2013, con indicazione della casa comunale come recapito. Con il provvedimento definitivo del 18 febbraio 2025, il Questore aveva poi disposto sia il rigetto dell’istanza di aggiornamento sia la revoca del permesso di soggiorno. Il Tribunale, con ordinanza cautelare, aveva già accolto la domanda di sospensiva e aveva sollecitato la Questura a rilasciare un permesso di soggiorno per attesa occupazione, poi effettivamente emesso il 23 maggio 2025. Il ricorrente si è rivolto al TAR per l’annullamento del provvedimento, ottenendo piena accoglienza nel merito all’udienza del 14 gennaio 2026. Il fulcro interpretativo della decisione ruota attorno alla corretta lettura dell’art. 9 del d.lgs. n. 286/1998. Il Collegio richiama anzitutto il comma 2, ai sensi del quale il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo “attesta il riconoscimento permanente del relativo status” ed è soggetto a rinnovo automatico alla scadenza. Questa qualificazione normativa – che attribuisce al titolo una natura sostanzialmente stabile e tendenzialmente permanente – costituisce il presupposto logico e giuridico dell’intera motivazione. Su tali basi, il Tribunale afferma con nettezza il carattere tassativo del catalogo delle cause di revoca previsto dal comma 7 del medesimo articolo, specificando che tale catalogo “non è previsto il venir meno delle condizioni di cui al comma 1, ossia la disponibilità di un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale e la continuità dell’iscrizione anagrafica, elementi che rilevano, invece, ai fini del rilascio del permesso di soggiorno ordinario“. Pertanto i requisiti di cui al comma 1 sono condizioni di accesso al titolo di lungo periodo, non presupposti di mantenimento in via permanente. Una volta acquisito lo status, il suo venir meno non è soggetto alle medesime condizioni che ne avevano consentito il rilascio, ma soltanto alle cause tassativamente elencate al comma 7. Ne consegue, nella valutazione del Collegio, che “il provvedimento impugnato è frutto dell’illegittima estensione, al permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, di valutazioni proprie dei permessi di soggiorno ordinari“: una censura di eccesso di potere per erronea individuazione della norma applicabile. Particolarmente significativa, sotto il profilo pratico, è la parte della sentenza dedicata alla rilevanza dell’iscrizione anagrafica presso la casa comunale. Il Questore aveva ritenuto che tale circostanza – unitamente alla cancellazione dall’anagrafe dal 2013 – fosse sintomatica di una condizione di irreperibilità incompatibile con il mantenimento del titolo. Il Tribunale confuta questa impostazione su un duplice piano. Sul piano della qualificazione giuridica, osserva che “l’iscrizione anagrafica ha natura meramente certificativa e non coincide con l’accertamento della presenza effettiva sul territorio dello Stato, che può essere dimostrata aliunde“. Sul piano della legittimità dell’uso del recapito convenzionale, precisa che “l’utilizzo di recapiti convenzionali o l’assenza di una stabile abitazione non legittimano automaticamente una presunzione di irreperibilità o di assenza dal territorio nazionale, imponendo invece all’Amministrazione una verifica concreta e sostanziale della presenza effettiva e del radicamento dello straniero“. Il Collegio richiama inoltre un’ulteriore equiparazione già affermata dalla propria giurisprudenza: quella tra residenza fittizia presso la casa comunale e residenza anagrafica ai fini della concessione della cittadinanza italiana, istituto che – a differenza del permesso di lungo periodo – esige per legge l’iscrizione anagrafica come requisito. Ne deriva che la residenza fittizia non può essere svalutata nell’ambito più favorevole del soggiorno di lungo periodo. Sul piano fattuale, il Tribunale valorizza la circostanza che il ricorrente fosse reperibile presso una struttura della Caritas, avesse una presenza quarantennale sul territorio nazionale e risultasse iscritto all’anagrafe del Comune di Venezia al momento della decisione: elementi che dimostrano il radicamento in modo ben più pregnante della mera iscrizione formale. Il Tribunale esclude poi che la disoccupazione di lunga durata possa fondare autonomamente la revoca del permesso, richiamando giurisprudenza consolidata secondo la quale tale circostanza “non è di per sé idonea a sorreggere la legittimità di un provvedimento sfavorevole in materia di soggiorno” (T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. IV, 12 marzo 2015, n. 695; Cons. Stato, Sez. III, 17 aprile 2018, n. 2286). Quanto alle segnalazioni e ai controlli di polizia menzionati nel provvedimento impugnato – compreso il deferimento per il reato di invasione di terreni ed edifici del 19 novembre 2024 – il Collegio ne esclude la decisività ai fini del giudizio di pericolosità, osservando che detti elementi sono “privi di riscontri in provvedimenti giurisdizionali o in misure di prevenzione adottate dall’autorità competente”. L’osservazione si inserisce nel solco dell’art. 9, comma 4, d.lgs. n. 286/1998, che richiede una pericolosità per l’ordine pubblico o la sicurezza dello Stato desumibile da elementi concreti, e non da mere segnalazioni prive di esito giudiziario. La sentenza ribadisce con chiarezza l’autonomia del regime giuridico del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo rispetto a quello dei permessi ordinari, precisa i limiti della funzione probatoria dell’iscrizione anagrafica in materia di immigrazione e circoscrive rigorosamente il perimetro del giudizio di pericolosità sociale rilevante ai fini della revoca. T.A.R. per il Veneto, sentenza n. 220 del 26 gennaio 2026
Il caso Aegean Boat Report e l’arresto di Tommy Olsen
«Da oltre 8 anni, Aegean Boat Report lavora senza sosta per documentare le violazioni dei diritti umani, monitorare le persone in pericolo e fornire prove indipendenti quando le autorità non riescono a proteggere coloro che cercano rifugio». È da queste parole che emerge con chiarezza il senso di un lavoro che, oggi, è finito sotto attacco diretto. Tommy Olsen è il fondatore di Aegean Boat Report (ABR), l’organizzazione che dal 2015 documenta in modo indipendente ciò che accade nel Mar Egeo. Le autorità greche hanno emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto europeo: è l’ultimo passo di un lungo tentativo di mettere a tacere chi osserva, registra e denuncia. Lunedì 16 marzo, la polizia norvegese lo ha arrestato nella sua casa di Tromsø, la città più grande della Norvegia settentrionale a 350 chilometri a nord del Circolo polare artico. Un tribunale norvegese ha successivamente stabilito che potesse essere estradato in Grecia, decisione contro la quale ha presentato ricorso, ed è stato posto in custodia cautelare. È stato successivamente rilasciato il 20 marzo in attesa dell’udienza di appello, ma rimane a rischio di estradizione. Se estradato, potrebbe subire una detenzione preventiva fino a 18 mesi 1. ✍️ Firma la petizione e chiedi alle autorità norvegesi di non estradare Tommy Olsen! Olsen, è perseguito dalle autorità greche insieme a un difensore greco per i diritti umani, Panayote Dimitras, fondatore del Greek Helsinki Monitor (GHM), con accuse infondate legate al loro attivismo a supporto delle persone in movimento che cercano rifugio in Grecia 2. Dimitras è stato incriminato per aver inviato informazioni alle autorità greche riguardo l’arrivo di persone sulle isole di Kos e Farmakonisi, nel luglio 2021, un’operazione di routine per facilitare le richieste d’asilo. Nonostante ciò, il tribunale ha imposto misure preventive severe: divieto di lasciare la Grecia, obbligo di presentarsi regolarmente alle autorità, cauzione di 10.000 euro e divieto di svolgere qualsiasi attività del GHM, compreso comunicare con le persone appena arrivate. «Migliaia di persone contattano Aegean Boat Report per chiedere assistenza, sia dopo aver raggiunto le isole greche, sia in situazioni di difficoltà nel Mar Egeo. In caso di pericolo per la vita umana, trasmettiamo immediatamente tutte le informazioni pertinenti alle autorità competenti. A causa di questo lavoro, siamo diventati un bersaglio», denuncia ABR. Questo non è l’unico procedimento giudiziario nei suoi confronti. «Negli ultimi anni – spiega Elena Kaniadakis sul Manifesto 3 – le procure di diverse isole dell’Egeo hanno avviato cinque indagini su Olsen: quattro sono state archiviate. Nell’ultimo caso, quello di Kos, è stato disposto il rinvio a giudizio». PH: Moriabevegelsen «Per anni ho documentato e pubblicato prove di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in movimento nell’Egeo», spiega l’attivista norvegese. «Queste includono respingimenti violenti, espulsioni illegali, abusi e azioni che hanno messo a rischio innumerevoli vite. Le prove sono numerose. Eppure non c’è stata alcuna assunzione di responsabilità. L’Europa ha troppo spesso distolto lo sguardo in nome della protezione delle frontiere». «Le accuse mosse contro di me – continua Olsen – sono: partecipazione e appartenenza a un’organizzazione criminale; favoreggiamento dell’ingresso nel territorio greco di cittadini di paesi terzi, presumibilmente commesso in modo ripetuto, da due o più persone, a scopo di lucro e nell’ambito di un’attività professionale; favoreggiamento del soggiorno illegale o della permanenza di cittadini di paesi terzi, presumibilmente a scopo di lucro e in modo ripetuto. Nessuna di queste accuse è vera. Non ho visto alcuna prova credibile a sostegno di esse». Il Ministro greco delle Migrazioni e dell’Asilo, Thanos Plevris 4, ha definito, nelle scorse ore, “ipocrite” organizzazioni come Amnesty International Grecia, accusandole di denunciare violazioni del diritto internazionale mentre chiederebbero di ignorare mandati legittimi della giustizia greca. «L’inasprimento delle disposizioni relative alle ONG nell’ultimo disegno di legge, che l’opposizione non ha sostenuto, si sta rivelando “imprescindibile” per garantire il rispetto della legge», minaccia Plevris. Chi è Thanos Plevris Ministro della Migrazione dal 28 giugno 2025, è noto per posizioni estremiste e dichiarazioni apertamente razziste. Celebre, e inquietante, la frase: «La sicurezza delle frontiere non può esistere senza vittime, per essere chiari, se non ci sono morti». La sua nomina segna la continuità e, per certi versi, la radicalizzazione della linea di Voridis Il Ministro fa riferimento al nuovo disegno di legge nel quale si prevede che la semplice appartenenza a un’ONG iscritta nel registro possa trasformare reati minori, come l’agevolazione del soggiorno irregolare, in reati gravi punibili con fino a 10 anni di carcere e multe fino a 10.000 euro. Anche l’apertura di un procedimento penale può comportare la cancellazione dell’organizzazione, in contrasto con principi fondamentali dello stato di diritto. «Il disegno di legge non è una misura isolata – sottolinea il Legal Centre Lesvos – ma parte di una strategia sistematica del Ministero della Migrazione volta a criminalizzare la migrazione e a smantellare la solidarietà, attuata, tra l’altro, attraverso la Legge 5226/2025 di settembre, che criminalizza il soggiorno irregolare, e attraverso il perseguimento incessante dei difensori dei diritti umani». Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 «Dopo cinque anni di raccomandazioni costanti da parte della Commissione europea 5, del Consiglio d’Europa 6 e delle Nazioni Unite 7 per porre fine alle restrizioni arbitrarie sul lavoro delle organizzazioni della società civile che sostengono i rifugiati e i migranti», sostengono in una dichiarazione congiunta 8 80 organizzazioni internazionali e greche, «il Ministero continua a colpire le organizzazioni ritenute scomode esclusivamente per svolgere il loro lavoro». Esemplare in questo senso è il caso ERCI a Lesbo, un processo durato sette anni contro 24 operatori umanitari minacciati di pene fino a 20 anni per aver soccorso persone in mare: la loro assoluzione completa ha evidenziato come si sia trattato di una deliberata campagna di vessazione giudiziaria contro la società civile. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 In questo contesto legislativo e politico si colloca il mandato d’arresto europeo nei confronti di Tommy Olsen e le misure restrittive contro Panayote Dimitras: il rischio è che chi documenta ciò che accade alle frontiere e sostiene le persone in movimento venga trattato come un criminale, trasformando il confine in uno spazio di eccezione in cui il diritto si piega fino a scomparire e il dissenso viene messo a tacere. A spiegare quanto tutta questa vicenda sia ingiusta, con parole semplici ma potenti, è la figlia quindicenne di Tommy Olsen durante un presidio di solidarietà che si è svolto il 22 marzo davanti al municipio di Tromsø 9: «Ho solo 15 anni e non so molto di leggi o politica. Ma conosco la differenza tra giusto e sbagliato. Papà è una persona che tiene davvero alle persone in difficoltà e ai loro diritti. Fare la cosa giusta dovrebbe ripagare». 1. Per approfondire la vicenda: Norway: Do not extradite NGO worker: Tommy Olsen, Amnesty International (23 marzo 2026) ↩︎ 2. Per approfondire: Greece: Migrant Rights Defenders Face Charges, Human Right Watch (26 gennaio 2026) ↩︎ 3. La persecuzione a Tommy Olsen arriva fino alla Norvegia: la Grecia chiede l’arresto, Il Manifesto (13 febbraio 2026) ↩︎ 4. Thanos Plevris (Αθανάσιος Πλεύρης, nato 1977) è un politico e giurista greco appartenente al partito Nuova Democrazia, nominato nel 2025 Ministro per la Migrazione e l’Asilo in seguito a un rimpasto di governo del primo ministro Kyriakos Mitsotakis. È noto per le sue posizioni conservatrici e per il ruolo centrale nella politica migratoria greca. Come Ministro della Migrazione, Plevris incarna la linea dura del governo Mitsotakis su sicurezza dei confini e controllo dei flussi, influenzando il dibattito greco ed europeo sulla politica migratoria (Fonte: Kathimerini) ↩︎ 5. Leggi il documento della Commissione UE ↩︎ 6. Leggi il documento del Consiglio d’Europa ↩︎ 7. Leggi il documento delle Nazioni Unite ↩︎ 8. Joint Civil Society Statement on the Migration Ministry bill, Refugee Suppot Aegean (20 gennaio 2026) ↩︎ 9. Il presidio era promosso da Moriabevegelsen (Movimento Moria) un movimento di attivismo sociale nato in Norvegia che si occupa di sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica su questioni legate ai diritti umani, in particolare dei bambini e delle persone costrette alla fuga (rifugiati e richiedenti asilo) ↩︎
«Seconda generazione, Prima destinazione»
C’è un modo di imparare che non passa solo dai libri, ma dalle relazioni, dalla creatività e dalla possibilità di raccontarsi. È da questa consapevolezza che nasce il progetto di Quadrato Meticcio (QM) 1, associazione sportiva dilettantistica attiva dal 2012 nel quartiere Palestro, dove il doposcuola è diventato negli anni molto più di uno spazio educativo: un laboratorio di espressione, crescita e condivisione. Qui, scrivere insieme e imparare insieme significa anche divertirsi, sperimentare linguaggi nuovi, trovare nella musica e nella parola strumenti per conoscersi e riconoscersi. Non è la prima volta che la scrittura e il rap diventano veicoli di unione: già in passato, queste pratiche hanno permesso ai ragazzi e alle ragazze del doposcuola di costruire ponti tra esperienze diverse, trasformando le differenze in ricchezza. Da questo percorso nasce il video-clip realizzato per il concorso nazionale “Il razzismo è una brutta storia. Cambiamola insieme”. Un lavoro che ha offerto ai giovani del quartiere Palestro qualcosa di fondamentale: la possibilità di guardare al proprio rione con occhi nuovi, ribaltando una narrazione troppo spesso schiacciata sull’idea di degrado. Seguiti dalla videocamera, i ragazzi e le ragazze hanno attraversato le strade del quartiere a testa alta. Per una volta, non come oggetto di sguardi esterni o stereotipi, ma come protagonisti della propria storia. Fier* delle proprie case, dei propri legami, dei luoghi in cui crescono. Il cuore del progetto è la canzone “Seconda generazione, Prima destinazione”, frutto di un lavoro collettivo di scrittura e registrazione. Attraverso le parole e il ritmo, emergono le esperienze vissute: il razzismo istituzionale, gli insulti quotidiani, le micro aggressioni che segnano la crescita. «Tra sorrisi e momenti di leggerezza – sottolinea QM – nascono legami tra chi condivide ferite simili: la marginalità sociale, la percezione di essere cittadini di serie B perché provenienti dalle case popolari, la dualità delle proprie identità. Insieme abbiamo capito di essere molto di più delle etichette che ci vengono assegnate». Durante questo percorso, prende forma una consapevolezza condivisa: un’identità non cancella l’altra. Essere figli e figlie di più culture non è una frattura, ma una ricchezza. Due storie, due mondi, che si intrecciano generando nuove forme di appartenenza. Tra sorrisi e complicità nascono legami profondi, soprattutto tra chi condivide esperienze simili: la marginalità sociale, lo stigma legato alle case popolari, la sensazione di essere considerati cittadini di serie B. Insieme, però, emerge una verità diversa: si è molto più delle etichette che vengono assegnate. Il valore di questo lavoro è stato riconosciuto anche a livello nazionale: il video-clip ha vinto il primo premio nella categoria Pionieri. Un riconoscimento che non riguarda solo il prodotto finale, ma il processo collettivo che lo ha reso possibile. Essere definiti “pionieri” assume allora un significato profondo. Quadrato Meticcio, insieme ai giovani del rione, rivendica questo ruolo come responsabilità e prospettiva: resistere allo spopolamento e ai processi di gentrificazione, continuare a vivere e trasformare il quartiere dall’interno, senza esserne espulsi. Per questo il lavoro non si ferma. Come pionieri e nuove generazioni, il percorso nel rione Palestro continua, giorno dopo giorno. 1. Per scoprire di più sulla storia dell’ASD Quadrato Meticcio visita questa pagina ↩︎
Le imprese degli immigrati sfidano la crisi e riscrivono i luoghi comuni
Secondo il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 del Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA, in meno di quindici anni le aziende condotte da persone straniere sono cresciute di quasi il 50%, diventando un pilastro strutturale dell’economia italiana. Crescono quando le altre calano, resistono alle crisi, si strutturano, si diversificano e cominciano a trainare filiere produttive. Le imprese guidate da immigrati in Italia non sono più un fenomeno marginale o di passaggio: sono, secondo i numeri, uno dei motori silenziosi dell’economia italiana. È quanto emerge dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, presentato a Roma presso la sala “Esperienza Europa-David Sassoli” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Una ricerca basata sui dati del Registro delle Imprese, condotta ininterrottamente dal 2014, che quest’anno porta con sé una lettura statistica della realtà: non solo i numeri crescono, ma lo fanno smentendo quasi tutti i pregiudizi consolidati sul fenomeno. QUASI 667MILA IMPRESE: UNA CRESCITA “ANTICICLICA” I dati parlano chiaro. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese italiane “autoctone” perdevano il 7,9% delle unità, quelle condotte da persone straniere aumentavano del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767. Una traiettoria ascendente che non si è interrotta neppure di fronte agli strascichi della crisi del 2008, alla pandemia o alle tensioni energetiche innescate dai conflitti internazionali. Il Rapporto definisce questo fenomeno con un’espressione precisa: “dinamismo anticiclico”. Alla fine del 2024, le imprese immigrate rappresentano l’11,3% di tutte le attività indipendenti del Paese, contro il 7,4% del 2011. E, secondo i ricercatori, il potenziale è ancora largamente inespresso. «L’imprenditoria immigrata non è solo parte integrante del tessuto produttivo italiano», scrivono IDOS e CNA, «ma un vettore che ne sostiene significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo delle donne. Una realtà tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo sviluppo economico del Sistema Paese». Uno degli stereotipi più duri a morire è quello dell’impresa immigrata come realtà fragile e provvisoria. I dati lo ridimensionano. È vero che le ditte individuali restano la forma prevalente (72,4%), ma la composizione interna sta cambiando velocemente. Le società di capitale, cresciute del 223,2% tra il 2011 e il 2024, coprono oggi il 21,1% del tessuto imprenditoriale immigrato, a fronte del 9,6% di tredici anni fa. Il Rapporto parla di una «incisiva transizione verso forme societarie più strutturate», accelerata soprattutto nel periodo post-pandemico. Anche la durata delle imprese racconta una storia diversa da quella del passato: più di un terzo di quelle esistenti (37%) ha alle spalle oltre dieci anni di attività, a testimonianza di «esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale». Forse il dato più sorprendente riguarda il ruolo nelle filiere produttive locali. Tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane analizzate da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi di euro. Una quota che il Rapporto definisce «ancora relativamente contenuta, ma dalla valenza strutturale». Significativo anche il profilo dei fornitori: rispetto alle aziende autoctone, quelle immigrate offrono meno servizi di base e più servizi avanzati. Il 12% è addirittura identificato come «strategico» per le imprese che si riforniscono da loro. LE DONNE IMMIGRATE: LA VERA SORPRESA Nel Rapporto emerge una tendenza che spicca come interessante novità: quella delle donne. Tra il 2011 e il 2024 le imprese guidate da immigrate sono aumentate del 56,2%, un ritmo ben superiore a quello già notevole registrato dall’insieme dell’imprenditoria straniera. Sono oggi 164.509, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati in Italia, e rappresentano il 12,6% dell’intera imprenditoria femminile nazionale, un’incidenza quasi doppia rispetto al 7,3% del 2011. Un protagonismo che si fa ancora più significativo se si considera il contesto: le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato del lavoro, largamente concentrate nel lavoro domestico e di cura, con scarse possibilità di mobilità professionale nonostante spesso dispongano di competenze elevate. L’imprenditoria rappresenta per molte di loro una via di emancipazione e autopromozione che il mercato del lavoro dipendente difficilmente offre. I settori di inserimento più frequenti restano il commercio e la ristorazione, ma negli ultimi cinque anni a crescere più rapidamente sono stati comparti fino a poco fa quasi inesplorati: le attività immobiliari (+33,3%), quelle finanziarie e assicurative (+24,7%), le professioni scientifiche e tecniche (+24,2%), i servizi alla persona (+27,2%). Nell’insieme, quasi 10.000 imprese femminili immigrate operano oggi in questi settori specialistici, a conferma di una capacità crescente di cogliere opportunità nuove e di costruire percorsi imprenditoriali sempre meno prevedibili. IL TRAMONTO DELLE “SPECIALIZZAZIONI ETNICHE” Per anni si è parlato di comunità di immigrati inchiodate a specifici settori: le persone di origine marocchina nel commercio, rumena nell’edilizia, cinese nella ristorazione e nel manifatturiero e così via. Il Rapporto registra una «lenta ma graduale attenuazione» di queste concentrazioni. Le specializzazioni non sono scomparse – albanesi e romeni restano fortemente presenti nell’edilizia, bengalesi e marocchini nel commercio – ma i margini si stanno erodendo, sotto la spinta del mercato e dell’emergere di nuovi profili imprenditoriali. Nel frattempo, dopo la pandemia, stanno crescendo in modo rilevante settori inaspettati: i servizi immobiliari (+32,6% dalla fine del 2020), quelli finanziari e assicurativi (+25,4%), le attività scientifiche e tecniche (+18,8%). E il commercio, un tempo dominante, registra una flessione del 6,6%. In controtendenza, il comparto alberghiero e della ristorazione segna un +93,6% dal 2011. Nonostante i risultati, il Rapporto segnala margini di crescita significativi. Il tasso di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati delle persone straniere è ancora al 12,9%, contro il 20,9% dei nati in Italia. E solo il 27% degli autonomi immigrati impiega lavoratori dipendenti, un dato vicino alla media europea (28,6%) ma lontano dal 33,9% dei nativi. «È fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate», concludono IDOS e CNA, «che sostengano la crescita professionale, il consolidamento strutturale e l’accesso agli incentivi». Leggi la sintesi del Rapporto