Tag - redazione

La CPI avvia uno storico processo sui crimini contro l’umanità nel sistema detentivo libico
La decisione della Corte penale internazionale (CPI) di confermare il 16 luglio tutti i 17 capi d’imputazione a carico di Khaled Mohamed Ali El Hishri e di rinviare il caso a giudizio segna una svolta storica per i sopravvissuti dei crimini commessi nel carcere di Mitiga e per la giustizia in Libia. È il primo processo che scaturisce dall’indagine della CPI sulla Libia da quando, nel 2011, la situazione è stata deferita alla Corte. La decisione riconosce la gravità e l’ampiezza dei presunti crimini commessi contro detenuti libici e non libici, tra cui persone migranti e rifugiate, e avvicina i sopravvissuti all’accesso alla giustizia, alla verità e alla riparazione. Approfondimenti DA MITIGA ALL’AJA: ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE LE UDIENZE CONTRO EL HISHRI, PARI GRADO DI ALMASRI Mediterranea e Refugees in Libya: «Sotto processo è il sistema Libia» Redazione 21 Maggio 2026 «La mia più grande gioia e soddisfazione nascono dal fatto di aver continuato a riporre fiducia nella CPI perché affermasse la verità e la giustizia in mio nome», ha dichiarato David Yambio, fondatore e direttore esecutivo dell’organizzazione guidata da sopravvissuti Refugees in Libya. «Quella fiducia si è accompagnata a un impegno incrollabile, di fronte al trauma mentale, fisico e psicologico che ho dovuto rivivere più e più volte. E se da un lato la mia fiducia nella Corte non viene meno, dall’altro spero che tutto questo non si fermi a El Hishri, ma arrivi a chiamare in causa anche le responsabilità degli attori europei». La Camera preliminare ha ritenuto sussistenti motivi sostanziali per credere che El Hishri sia responsabile di 17 capi di crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui imprigionamento, oltraggi alla dignità personale, tortura, stupro, omicidio, riduzione in schiavitù e persecuzione. Figura di vertice di una potente milizia libica di Tripoli, già nota come SDF/RADA e collegata al Consiglio presidenziale libico, El Hishri avrebbe esercitato un’autorità generale sul carcere di Mitiga e un controllo diretto sulla sezione femminile. Particolarmente significativa è la conferma dei capi d’imputazione di riduzione in schiavitù e persecuzione. Con un’applicazione innovativa dell’approccio intersezionale, la Camera ha riconosciuto che i crimini contestati hanno colpito le persone detenute in modo differente a seconda di fattori che si sovrappongono. Ha rilevato, in particolare, che le persone migranti nere sono state ridotte in schiavitù e perseguitate per l’effetto combinato della loro nazionalità, etnia e condizione migratoria, anche attraverso il lavoro forzato su base razziale e altre forme di sfruttamento e abuso. Si tratta di un importante riconoscimento delle esperienze specifiche vissute da persone migranti e rifugiate. «È un risultato straordinario per i sopravvissuti, che continuano a battersi perché venga riconosciuta la realtà di Mitiga in tutta la sua portata, in particolare la riduzione in schiavitù e la persecuzione di migranti e rifugiati», ha affermato Allison West, consulente legale di ECCHR. «L’accertamento delle responsabilità non può fermarsi ai muri del carcere di Mitiga. Il Procuratore deve ora indagare sul sistema più ampio che ha portato le persone in detenzione e ne ha garantito il funzionamento, compreso il ruolo e la possibile responsabilità penale dei decisori politici dell’UE e degli Stati membri». Insieme a Refugees in Libya, ECCHR sostiene la partecipazione al procedimento dei sopravvissuti che si trovano in Europa, in Libia e in altri Paesi africani, in particolare persone nere. La decisione di andare a processo è un forte riconoscimento dell’importanza delle loro testimonianze, ascoltate e documentate. La Corte deve ora considerare prioritario garantire alle vittime informazioni tempestive e accessibili, oltre a una rappresentanza legale indipendente e da loro scelta, così che possano partecipare in modo sicuro e sostanziale. El Hishri resta comunque solo uno degli autori all’interno di un sistema molto più vasto di detenzione arbitraria, sfruttamento e abusi. I mandati d’arresto pendenti devono essere rispettati dagli Stati parte della CPI e dalle autorità libiche, compreso quello nei confronti di Osama Elmasry Njeem, conosciuto come Almasri: la condanna attualmente emessa nei suoi confronti in Libia non fa venir meno l’obbligo delle autorità di cooperare con la Corte e di consegnarlo alla CPI perché si avvii un ulteriore procedimento. Le testimonianze dei sopravvissuti depositate nel caso El Hishri raccontano anche di come siano stati catturati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica prima di essere condotti nel carcere di Mitiga. Altri hanno spiegato di essere stati trasferiti da o verso i centri di detenzione finanziati dall’UE. L’indagine, della CPI sulla Libia, sottolinea ECCHR, deve essere estesa fino a comprendere l’intera gamma dei crimini commessi nel Paese, incluso il ruolo e la responsabilità giuridica di funzionari dell’UE e degli Stati membri. Questa decisione, prosegue l’organizzazione, arriva mentre in Libia si intensifica la campagna contro le persone migranti e rifugiate nere, fatta di raid violenti e attacchi di massa, e mentre l’UE rafforza la cooperazione con le autorità libiche nel tentativo di impedire alle persone migranti di raggiungere l’Europa. Arriva anche in un momento di pressione politica senza precedenti sulla CPI e di rinnovati tentativi di ostacolarne il lavoro. Portare a processo il primo caso libico della Corte dimostra perché una giustizia internazionale indipendente resti indispensabile. Sulla decisione è intervenuta anche Mediterranea Saving Humans, che in questi anni ha raccolto le testimonianze delle sopravvissute e dei sopravvissuti e contrastato la narrazione di una Libia «porto sicuro». Per l’organizzazione si tratta di «un primo, fondamentale passo verso la giustizia»: «Mitiga non è stata un’eccezione. È stata uno degli ingranaggi di un sistema di detenzione, violenza e sfruttamento che per anni è stato alimentato anche dalle politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, attraverso il sostegno economico, logistico e politico agli apparati libici incaricati di intercettare e rinchiudere le persone migranti». El Hishri e Almasri, sottolinea l’organizzazione, «sono stati tra i protagonisti di questo sistema di violenza e impunità che ha avuto nel carcere di Mitiga uno dei suoi principali epicentri. Le responsabilità individuali dovranno essere definitivamente accertate nei tribunali. Ma esistono anche responsabilità politiche che non possono continuare a essere ignorate».
Catania e Ortona: due nuove sentenze smontano le accuse contro le navi di soccorso
Prima le accuse e la gogna mediatica, i fermi delle navi, le sanzioni pecuniarie, gli anni di procedimenti. Poi, quando si è costretti a difendersi e ricorrere ai giudici, l’assoluzione senza che le istituzioni ne prendano atto e perlomeno chiedano scusa, dicano “ci siamo sbagliati“. È un copione ormai rituale quello che si è ripetuto questa settimana, quando due tribunali italiani hanno smontato modalità diverse per ostacolare e criminalizzare le organizzazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. A Catania è stato assolto il team di SOS Méditerranée dall’accusa di traffico illecito di rifiuti; a Ortona un giudice ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Humanity 1. Due vicende che sono distinte ma che hanno la stessa logica di fondo: usare strumenti repressivi e accuse pretestuose come arma contro chi soccorre vite in mare. CATANIA: NOVE ANNI DI ACCUSE INVENTATE A distanza di nove anni dall’avvio del procedimento, il Tribunale penale di Catania ha assolto un membro di SOS Méditerranée e gli altri ex componenti dell’equipaggio della nave Aquarius dalle accuse di presunte attività illegali e traffico illecito di rifiuti. Il caso nasce da un’indagine della Procura di Catania sullo smaltimento dei rifiuti prodotti a bordo durante le operazioni dell’Aquarius nel 2017 e nel 2018: gli indumenti delle persone soccorse e i materiali generati dalle attività mediche. La Procura aveva scelto di classificare quegli oggetti come rifiuti sanitari infettivi, da trattare con procedure speciali e costi più elevati, una qualificazione che l’organizzazione ha sempre contestato. Al Viminale sedeva Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepresidente del Consiglio nel governo Conte I, e la sua politica dei porti chiusi, dei decreti sicurezza e di criminalizzazione della solidarietà era nel pieno della sua propaganda mediatica. Il 5 novembre 2018 quella lettura giudiziaria si era già tradotta nella richiesta di sequestro dell’Aquarius, all’epoca gestita da SOS Méditerranée insieme a Medici Senza Frontiere, con l’accusa – rivolta all’allora Coordinatore delle attività SAR – di aver organizzato un traffico illecito di rifiuti per risparmiare denaro, generando un presunto rischio sanitario sul territorio italiano. Una ricostruzione che l’assoluzione ribalta. Per la gestione dei rifiuti, ricorda l’organizzazione, i team hanno sempre seguito procedure standard basate sulle normative vigenti e su regolari contratti con agenti portuali e aziende autorizzate: tutti i materiali sono stati consegnati agli operatori abilitati e destinati allo smaltimento ordinario, senza che a bordo si sia mai verificato alcun rischio per la salute pubblica. L’ONG francese, che ha da poco celebrato 10 anni di attività, ha accolto la decisione con sollievo, pur rivendicando il peso che questi anni hanno scaricato sull’organizzazione e sul suo personale. E ha giustamente letto la vicenda per quello che è: l’ennesimo esempio di come i governi italiani manipolino la legge e strumentalizzino le norme amministrative per ostacolare, intralciare e criminalizzare le attività di salvataggio nel Mediterraneo centrale. ANCORA UNA VOLTA: LA LIBIA NON È UN PORTO SICURO Ph: Sofia Bifulco – SOS Humanity Il tribunale di Ortona – in perfetta continuità con tutte le precedenti decisioni che riguardano il cosiddetto “Decreto Piantedosi” – ha consegnato all’alleanza Justice Fleet un’altra vittoria giudiziaria, stabilendo che il fermo della nave di soccorso Humanity 1 – disposto nel dicembre 2025 – era illegittimo. La sentenza ribadisce quanto già affermato dalle precedenti pronunce dei tribunali: detenere le navi di soccorso per non aver coordinato le operazioni con il centro di coordinamento libico viola il diritto marittimo internazionale, perché è «assolutamente impossibile» considerare la Libia un luogo sicuro, dal momento che le violazioni dei diritti umani nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti proseguono impunemente. Il fermo colpiva la Humanity 1 dopo il soccorso di 160 persone in pericolo: le autorità italiane avevano bloccato la nave perché l’equipaggio non aveva comunicato con il centro di coordinamento dei soccorsi libico. SOS Humanity e Justice Fleet non riconoscono la cosiddetta Guardia Costiera libica come attore legittimo, poiché sono accertati i suoi gravi crimini contro le persone in fuga. «In un’ennesima sentenza, un giudice italiano ha affermato che è illegale imporre a un comandante di comunicare con il centro di coordinamento libico per il soccorso, poiché la Libia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare», spiega Cristina Laura Cecchini, avvocata di SOS Humanity. LE ASSOLUZIONI NON FERMANO PERÒ LA STRATEGIA REPRESSIVA Che le vittorie in tribunale non si traducano automaticamente in un cambio di rotta lo dimostra la cronaca degli stessi giorni. Il 9 luglio è stato emesso un provvedimento di fermo di 45 giorni nei confronti della Trotamar III, gestita da CompassCollective, il cui equipaggio si era rifiutato – anche qui – di comunicare con il centro di coordinamento libico dopo aver soccorso 25 persone. «Il fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta quasi contemporaneamente in un caso analogo, mettono a nudo la posizione giuridica altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle ONG comunichino con questi attori libici illegittimi», ha osservato Wasil Schauseil, portavoce di SOS Humanity. «Mentre i tribunali sottolineano le condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste persone di fuggire dal Paese». È qui che la vicenda giudiziaria si salda a quella politica. I documenti pubblicati da Statewatch mostrano che l’UE e i suoi Stati membri continuano ad ampliare la cooperazione in materia migratoria con le autorità libiche pur essendo consapevoli delle condizioni disumane e delle torture nei centri detentivi, dell’ostilità diffusa verso le persone migranti e della repressione delle ONG. Un rapporto del 2025 l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha, infine, documentato la responsabilità europea nelle violazioni sistematiche dei diritti umani in Libia. Catania e Ortona, insomma, raccontano la stessa storia da due angolazioni diverse: da un lato l’accusa costruita a tavolino che si sgretola davanti a un giudice, dall’altro il riconoscimento che il modello di esternalizzazione delle frontiere si regge su un attore criminale che i tribunali stessi giudicano illegittimo. Le assoluzioni alla fine arrivano, ma dopo anni di fango e di costi enormi, con un Paese incattivito che parla di “remigrazione” e uno spostamento verso l’estrema destra di tutta la politica europea. Nel contempo, la macchina spietata della criminalizzazione e dell’esternalizzazione dei confini continua a produrre un mix letale di violenza e morte.
UE: l’accordo con la Tunisia sulla migrazione peggiora le violazioni dei diritti umani
«L’Unione Europea (UE) e i suoi Stati membri dovrebbero denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani in Tunisia e smettere di finanziare le attività abusive di controllo dell’immigrazione», hanno affermato 46 organizzazioni di tutela dei diritti umani in una dichiarazione congiunta che è stata diffusa ieri. L’appello giunge a tre anni dalla firma, il 16 luglio 2023, del protocollo d’intesa (MoU) tra l’UE e la Tunisia, motivato in gran parte dalla ricerca della cooperazione tunisina per impedire le partenze irregolari di imbarcazioni che trasportano migranti e richiedenti asilo verso l’Europa. Il MoU ha alimentato e normalizzato gravi violazioni dei diritti umani in Tunisia. In alcuni casi, questi abusi hanno persino portato alla morte di persone migranti. Il proseguimento della cooperazione in materia di migrazione con la Tunisia rende l’UE complice delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza tunisine. Nell’ambito della componente migratoria dell’accordo, l’UE e i suoi Stati membri hanno stanziato 105 milioni di euro per le intercettazioni in mare e le attività di controllo delle frontiere in Tunisia. Almeno 65 milioni di euro sono già stati stanziati per addestrare ed equipaggiare entità responsabili di abusi, in particolare la Guardia Costiera tunisina e il Centro di coordinamento tunisino per il soccorso in mare. «Le persone che abbiamo soccorso da situazioni di pericolo in mare hanno raccontato al nostro equipaggio storie strazianti di torture, violenze sessuali e abusi razzisti subiti in Tunisia», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche presso SOS Humanity. «La Guardia Costiera tunisina, sostenuta dall’UE, agisce con violenza contro le persone in pericolo in mare e le riporta con la forza in un sistema di abusi che comporta un alto rischio di essere deportate nel deserto o trafficate verso la Libia. Con ogni euro versato alle forze di sicurezza responsabili, l’UE sta consolidando un sistema di abusi contro persone in cerca di protezione». Da quando l’accordo è stato firmato, gli organismi delle Nazioni Unite e le organizzazioni della società civile hanno documentato gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza tunisine nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, tra cui comportamenti pericolosi e violenti durante le intercettazioni in mare; detenzioni arbitrarie; torture e altri maltrattamenti, compresa la violenza sessuale; ed espulsioni collettive verso i paesi confinanti. Rapporti e dossier WOMEN STATE TRAFFICKING: GENERE, RAZZIALIZZAZIONE E VIOLENZA DI STATO TRA TUNISIA E LIBIA Il nuovo report di RR[X] documenta la catena di detenzione, vendita e abuso che colpisce le donne migranti nel silenzio complice dell'UE Roberta Derosas 16 Aprile 2026 La retorica razzista e le pratiche discriminatorie dei funzionari tunisini nei confronti degli africani neri, compresi i cittadini tunisini, hanno alimentato la violenza razzista e il profiling razziale. Le autorità tunisine hanno preso di mira le organizzazioni della società civile che forniscono assistenza indispensabile a rifugiati e richiedenti asilo, ricorrendo anche ad arresti e procedimenti penali. A partire da giugno 2024 hanno sospeso le attività relative all’asilo e le procedure di riconoscimento dello status di rifugiato da parte dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), eliminando di fatto l’accesso all’asilo nel Paese. «Da quando il presidente ha definito la migrazione un “piano criminale volto a modificare la composizione demografica della Tunisia” – discorso che ha preceduto la firma del protocollo d’intesa – i nostri meccanismi di assistenza legale hanno registrato un forte aumento delle richieste da parte di migranti e richiedenti asilo», ha affermato Emma Cabrol, direttrice regionale Euro-Mediterranea di Avocats Sans Frontières. «Queste richieste – ha sottolineato – provengono generalmente da persone arrestate nel corso di operazioni di sicurezza su larga scala in cui i loro diritti non sono stati rispettati, da persone sfrattate con la forza dalle loro abitazioni o sottoposte ad abusi da parte di privati, nonché da richiedenti asilo che incontrano gravi ostacoli nell’accedere alla protezione». «Le testimonianze che raccogliamo attraverso la nostra assistenza legale rivelano livelli senza precedenti di violenza e vulnerabilità subiti dai migranti in Tunisia, sia da parte di attori statali che non statali. Con l’aggravarsi degli ostacoli nell’accesso all’alloggio, al lavoro e a percorsi sicuri per lasciare il Paese, molti migranti descrivono la loro situazione come una prigione a cielo aperto», ha infine concluso la direttrice di ASF. Nonostante le gravi preoccupazioni e le raccomandazioni sollevate dal Mediatore europeo e dalla Corte dei conti europea nel 2024, la Commissione europea non è riuscita a dimostrare che il proseguimento dei finanziamenti, della formazione, della fornitura di attrezzature e del sostegno operativo alle autorità tunisine sia conforme agli obblighi giuridici dell’UE e alle garanzie contenute nei suoi strumenti di finanziamento, hanno affermato le organizzazioni. La cooperazione in materia di migrazione non dovrebbe essere considerata separatamente dal contesto dei diritti umani in Tunisia, hanno affermato le organizzazioni. Le stesse istituzioni statali tunisine, sostenute da finanziamenti dell’UE e responsabili del controllo delle frontiere e dell’applicazione delle norme sull’immigrazione – in particolare la Guardia Nazionale tunisina e la polizia – sono anche implicate nella repressione in corso contro il dissenso, l’indipendenza giudiziaria e la criminalizzazione delle organizzazioni non governative, in atto dal 2021, quando il presidente Kais Saied ha preso il potere. Le autorità tunisine hanno intensificato gli abusi contro gli oppositori politici,i giornalisti, gli avvocati e le organizzazioni della società civile, ricorrendo anche ad arresti arbitrari, detenzioni, indagini penali, restrizioni amministrative e altre forme di repressione. Nel febbraio 2026, l’UE ha aggiunto la Tunisia a un elenco dei cosiddetti «paesi di origine sicuri», nonostante le conclusioni di esperti delle Nazioni Unite, di Amnesty International, di Human Rights Watch, dell’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT) e di giornalisti d’inchiesta secondo cui la Tunisia non è un «luogo sicuro» ai sensi del diritto marittimo. La cooperazione dell’UE in materia di migrazione senza garanzie efficaci, se proseguita, si inserisce in un sistema più ampio di governance autoritaria – e rischia di rafforzarlo e perpetuarlo -, hanno dichiarato le organizzazioni firmatarie. «L’UE non può fingere di difendere i diritti umani mentre rafforza la cooperazione con le autorità tunisine responsabili della repressione del dissenso e degli abusi nei confronti dei migranti», ha concluso Friederike Mager, coordinatrice senior per le attività di advocacy presso l’UE di Human Rights Watch. «A tre anni dal suo accordo illegittimo con la Tunisia, l’UE dovrebbe prendere posizione contro le violazioni e porre i diritti umani – non il controllo dell’immigrazione – al centro del proprio impegno, con parametri chiari e conseguenze concrete qualora gli abusi dovessero continuare». ”A Blueprint For Complicity”. Joint Statement by 46 human rights and humanitarian organizations
Roma e Firenze: il diritto d’asilo ostacolato dalle Questure
Diverse segnalazioni, raccolte da associazioni e inchieste giornalistiche, davanti agli Uffici Immigrazione di più città, raccontano le stesse barriere strutturali: file interminabili, notti all’addiaccio e sportelli impenetrabili che trasformano la richiesta di protezione internazionale in un percorso a ostacoli, compromettendo dei diritti fondamentali quali l’accesso al sistema di accoglienza, alla salute, alla formazione e al lavoro. Chi arriva in Italia in cerca di protezione scopre presto che la burocrazia è un dispositivo che permea la vita quotidiana, ne scandisce inesorabilmente i tempi e affida tutto all’arbitrio, ma è una casualità solo apparente, che funziona in realtà come un filtro. Un meccanismo che alimenta mercati informali, furberie e raggiri, spezza i legami di solidarietà e isola gli individui. È qui che, superata la traversata del mare o le rotte balcaniche, comincia una seconda sfida che è fatta di marciapiedi, code notturne, prassi illegittime e sportelli inaccessibili. E’ il quadro che emerge, in modo quasi speculare, da recenti denunce e reportage che riguardano tre delle principali città italiane: Roma, Firenze e Torino. ROMA: «UNA PARALISI CRONICA» A Roma il sistema d’asilo – denuncia il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS – «sta scivolando in una paralisi cronica». Un «vero e proprio abisso burocratico» nel quale l’Ufficio immigrazione della Questura e la Commissione territoriale si distinguono, secondo il contributo firmato da A Buon Diritto, per una «condotta omissiva e impenetrabile» che ostacola gravemente l’esercizio dei diritti. Denuncia tanto più grave se si considera che proprio nella città di Roma si concentra il numero più elevato di richieste di protezione internazionale del Paese. La normativa, in teoria, è semplice: lo status di richiedente asilo si acquisisce nel momento in cui una persona manifesta la volontà di chiedere protezione, e l’accesso alla procedura dovrebbe essere garantito senza ritardi. Nella pratica, il Rapporto descrive una «via crucis in 10 tappe». L’Ufficio immigrazione riceve «solo 20 persone al giorno» e, a differenza di altre città, non dispone di un sistema di prenotazione online, una prassi di contingentamento che «il Tribunale di Roma ha censurato più volte», senza che nulla cambiasse. Gli interessati sono così costretti a «stazionare per giorni consecutivi sui marciapiedi davanti agli uffici», alimentando «il mercato nero delle file» e fenomeni di sfruttamento ormai tristemente noti. Chi riesce ad accedere ottiene spesso solo un appuntamento differito, e per il fotosegnalamento viene convocato non nello stesso ufficio ma «in commissariati periferici a Ostia, Tivoli o persino Civitavecchia», talvolta con un solo giorno di preavviso: chi non si presenta deve «ripartire dal via». Prima della formalizzazione possono passare mesi, una «zona d’ombra giuridica» in cui i richiedenti restano privi di un titolo valido e non possono accedere «all’accoglienza, al lavoro, alle cure mediche o alla formazione». Complessivamente, tra la manifestazione della volontà e il rilascio del permesso possono trascorrere «fino a tre o quattro anni». A completare il quadro, un sistema reso «impenetrabile» dall’eliminazione di ogni contatto diretto con l’utenza: si comunica «solo via Pec», una «barriera tecnologica» che «di fatto incoraggia l’inerzia e la discrezionalità degli uffici pubblici». E tempi così dilatati richiederebbero, nel frattempo, una rete di accoglienza che invece i richiedenti – anche i più vulnerabili – spesso non trovano, a causa di un «sistema perennemente saturo». FIRENZE: «ACCAMPARSI PER GIORNI DAVANTI AGLI UFFICI» Il 30 giugno il team di Medici per i Diritti Umani – MEDU Firenze, attraverso il progetto “Un camper per i Diritti”, ha denunciato «stress, tensione, attese di giorni e pernottamenti all’aperto» davanti all’Ufficio immigrazione della Questura. E questo succede da tempo, spiega l’organizzazione che raccoglie testimonianze di persone costrette a trascorrere giorni, e talvolta settimane, dormendo davanti alla Questura nella speranza di ottenere un appuntamento per formalizzare la domanda di protezione. Si tratta spesso di persone «segnate da gravi vulnerabilità fisiche e psicologiche» subite nel Paese d’origine o durante il viaggio, che una volta arrivate in Italia si trovano «intrappolate in una condizione di forte incertezza». Nel corso del monitoraggio – condotto da un coordinatore medico, dal coordinatore del progetto e da un mediatore culturale – l’équipe ha incontrato persone «costrette ad accamparsi per giorni davanti agli uffici, vivendo nel costante timore che anche un allontanamento temporaneo potesse comportare la perdita del proprio posto in fila». Condizioni in cui «lo stress, l’incertezza e le privazioni fisiche creano inevitabilmente le condizioni per il manifestarsi di episodi di tensione». Anche per MEDU non si tratta di «un’anomalia circoscritta a Firenze, ma una prassi diffusa e denunciata in molte altre città italiane»: un «ostacolo strutturale all’esercizio del diritto di asilo». Le ragioni? «L’incapacità della Questura di garantire modalità alternative» – come la prenotazione online già in uso per altri servizi – e il numero molto limitato di persone ammesse ogni giorno agli sportelli. Una situazione che appare «il risultato di precise scelte organizzative» e di un approccio che continua ad affrontare la questione migratoria «in termini prevalentemente securitari, anziché attraverso un approccio fondato sulla tutela dei diritti». TORINO: LA «LOTTERIA DEGLI APPUNTAMENTI» A Torino il nodo si sposta di un passo lungo la stessa catena burocratica: non solo la domanda d’asilo, ma anche il ritiro del permesso di soggiorno. Davanti al Commissariato Barriera di Milano, in via Botticelli, nella periferia nord della città, un reportage di Paolo Valenti su lavialibera ha contato oltre 230 persone in coda, prima ancora dell’apertura degli sportelli, alle 8.30 in attesa sotto un sole destinato a toccare i 35 gradi, senz’acqua né bagni. C’è chi è arrivato a mezzanotte e chi «alle dieci di ieri sera, prendendosi la pioggia», tra loro diverse donne con bambini piccoli. Nell’agosto scorso, il Tribunale di Torino ha condannato la questura e il Ministero dell’Interno per una «prassi che impone condizioni mortificanti e con effetti discriminatori» ai cittadini stranieri costretti a ore, se non giorni, di coda. La questura aveva allora spostato lo sportello da corso Verona, dove si erano formati veri e propri accampamenti, a via Botticelli, ma il problema resta «tutt’altro che risolto». Molti in fila non hanno appuntamento: alcuni non hanno mai ricevuto la convocazione benché il permesso risulti pronto, altri non sono riusciti a presentarsi nel giorno fissato e il portale online, «di difficile consultazione e spesso malfunzionante», non consente di cambiare data. È la «lotteria degli appuntamenti». Chi arriva da fuori Torino non ha alternative, perché quello di via Botticelli è l’unico sportello della provincia. Ci sono persone in coda dalle quattro del mattino. Intanto il trasferimento degli uffici nel complesso del Santo Volto, annunciato e più volte rinviato entro la metà del 2026, resta senza date certe. UN OSTACOLO CHE IL PATTO EUROPEO RISCHIA DI AGGRAVARE Le due denunce di Roma e Firenze convergono su un ultimo punto. Lo scenario, avverte MEDU, «risulta ancora più allarmante alla luce del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo», che introduce «procedure accelerate» per chi proviene dai cosiddetti «Paesi sicuri». Un timore che l’articolo del Rapporto IDOS declina anche sul versante romano, dove i tempi rischiano di allungarsi ulteriormente «con le nuove procedure introdotte dal recente “Decreto Paesi sicuri”, che lasceranno indietro le pratiche di asilo “ordinarie”». Il risultato, a Roma come a Firenze, è che il diritto di chiedere asilo, riconosciuto sulla carta nel momento stesso in cui viene manifestato, resta appeso a una fila sul marciapiede e al caso. MEDU chiede alle autorità di adottare con urgenza modalità «alternative, accessibili e dignitose», che garantiscano «il pieno esercizio del diritto alla protezione internazionale». Una richiesta minima, che misura la distanza tra la norma e ciò che accade davanti agli uffici delle Questure. Ma quanto avviene a Roma e Firenze o Torino non sono prassi affatto isolate: come raccontiamo da tempo sulle pagine di Melting Pot, gli stessi meccanismi si ritrovano, con specificità diverse, nelle città di confine come Trieste, nei grandi centri del Sud come Napoli, o nei capoluoghi di provincia come Trento e Padova. È un sistema strutturato per includere le persone in modo differenziale: per tenerle costantemente sul filo del rasoio, facilmente ricattabili, ridotte a strumenti nelle mani di logiche di sfruttamento e di propaganda politica.
Assemblea di solidarietà a un collega licenziato
L’assemblea on line del 29 giugno 2026 sul licenziamento del macchinista di Mercitalia Rail Roberto Anzaldi ha visto la partecipazione di colleghi di tutta Italia. Nell’introduzione è stata riportata una sintesi dei fatti accaduti: Anzaldi alcuni mesi fa ha avuto dei problemi di salute, che lo hanno portato ad un drammatico stato di preoccupazione e a isolarsi da tutti. Per settimane nessuno sapeva cosa gli fosse capitato. Alcuni colleghi, preoccupati per lui, dopo una lunga ricerca sono riusciti a rintracciarlo e a parlargli, rendendosi conto dello stato di diffcoltà in cui si trovava. Roberto ha quindi accettato di farsi aiutare, ma ormai era partito il provvedimento di licenziamento. Ora il nostro collega, per il proprio recupero psicofisico, sta seguendo un percorso con degli specialisti. Inoltre si è rivolto alla CISL per impugnare il licenziamento. Per la vertenza Roberto ha sostenuto, fno ad oggi, una spesa di euro 8.823, per le spese legali e per le visite presso specialisti, che hanno certifcato la sua condizione di disagio psicofisico nel periodo in cui era irreperibile. I partecipanti all’assemblea manifestano la propria vicinanza, e quella di tutti i colleghi, a Roberto. In un contesto nel quale lo stress causato dalle atipiche condizioni di lavoro del personale dei treni è oggettivamente percepito da tutti, l’assemblea esprime la propria piena solidarietà, in quanto ciò che è capitato a Roberto Anzaldi poteva capitare a chiunque altro. Nessuno deve essere lasciato solo nell’affrontare i problemi, in particolare quelli connessi con il lavoro. L’assemblea decide, come gesto concreto, di aiutare Roberto con le spese sostenute per la vertenza, aprendo una sottoscrizione. Si approva di utilizzare come strumento di raccolta il conto corrente del CAT Lombardia, che ha dato la propria disponibilità in tal senso. Si invitano quindi tutti i colleghi che volessero manifestare la propria solidarietà a Roberto Anzaldi ad effettuare un versamento al CC intestato a Coordinamento Autorganizzato Trasporti – Regione Lombardia IBAN: IT75T0845320500000000260260 indicando come causale “Donazione solidarietà a Roberto Anzaldi”. Si decide inoltre di contattare la Cassa di Solidarietà Ferrovieri per esporre la situazione di Roberto e richiedere un aiuto. La redazione di Ancora In Marcia L'articolo Assemblea di solidarietà a un collega licenziato proviene da Ancora in Marcia!.
July 2, 2026
Ancora in Marcia!
Strage Viareggio: per i ferrovieri ogni fischio del treno è un pensiero alle vittime
> Dopo le condanne si apre una fase nuova, salvare la memoria e imparare dal > passato per migliorare il futuro. VIAREGGIO, 28 giugno 2026 – A 17 anni da quel tragico 29 giugno, con il percorso giudiziario ormai concluso, invitiamo ancora una volta, come ogni anno, i macchinisti a fischiare con il loro treno in arrivo, in partenza e in transito nella stazione di Viareggio, dalla mezzanotte del 28 e per tutta la giornata del 29, per far testimoniare la vicinianza di tutti i ferroveri. Questo semplice gesto è il contributo che i lavoratori  vogliono offrire alla città di Viareggio, ai sopravvissuti, ai familiari delle vittime e a tutti coloro che hanno a cuore l’importanza della memoria storica della strage . Il tempo lenisce i dolori ma non deve cancellare la storia: con i nostri fischi  vogliamo “far sentire” che i ferrovieri ci sono e non dimenticano. Un modo semplice e spontaneo per richiamare anche alla riflessione e alla consapevolezza dell’impegno necessario per impedire che fatti analoghi accadano in futuro. Pur se se convinti che ci sono poche possibilità di equivoco sulla natura e sul significato dei fischi del 29 giugno a Viareggio, le Autorità locali sono tuttavia comunque ufficialmente informate dell’iniziativa ad evitare che i lunghi e numerosi fischi dei treni possano essere indebitamente interpretati come segnali di allarme. > Il fischio del treno… Un saluto da brividi > > “…brividi è dire poco, > > altro che il Suono del Silenzio > > altro che Campane a Lutto… > > Lacrime”. L'articolo Strage Viareggio: per i ferrovieri ogni fischio del treno è un pensiero alle vittime proviene da Ancora in Marcia!.
June 27, 2026
Ancora in Marcia!
L’evidenza dei numeri: la legge Piantedosi è responsabile dell’aumento delle morti in mare
Dal 2 gennaio 2023, data di entrata in vigore del decreto-legge Piantedosi (DL 2 gennaio 2023, n.1), le autorità italiane hanno emesso ordini di fermo nei confronti di 41 navi di soccorso umanitario, per un totale di 1.075 giorni, una cifra equivalente a quasi tre anni di operazioni search and rescue ostacolate nel Mediterraneo centrale. Nello stesso periodo, secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, più di 6.490 persone sono annegate o scomparse su una delle rotte migratorie più letali al mondo. I primi sei mesi del 2026 hanno già fatto registrare oltre 1.330 morti o dispersi lungo la rotta del Mediterraneo centrale, segnando l’inizio d’anno più letale da quando l’OIM ha cominciato a monitorare morti e dispersi nel 2014. L’ultimo segnalato, in ordine di tempo, il 19 giugno quando almeno 51 persone migranti sono morte o risultano disperse dopo il naufragio della loro barca partita dalla Libia il 12 giugno. Nel contempo, cinque navi civili sono state bloccate nei porti italiani dall’inizio dell’anno. A raccogliere dati e denunciare il quadro complessivo è la Justice Fleet, alleanza di 13 organizzazioni di ricerca e soccorso costituita nel novembre 2025, che definisce la legge del governo Meloni uno strumento di sabotaggio sistematico delle operazioni umanitarie in mare. «È scandaloso che, invece di intervenire per salvare le persone in pericolo in mare come previsto dal diritto internazionale, gli Stati europei scelgano di rimanere in silenzio, mentre il governo italiano intensifica l’ostruzionismo sconsiderato delle imbarcazioni di ricerca e soccorso non governative», ha affermato Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza. «Le navi della flotta civile sono gli unici attori che forniscono assistenza nell’area al largo delle coste della Libia e della Tunisia, dove si verificano la maggior parte dei naufragi. Ostacolare il loro lavoro porta semplicemente alla morte di più persone». Lo schema è ormai consolidato e alla luce del sole: sulla sponda sud del Mediterraneo milizie e carcerieri libici e tunisini sono finanziati ed equipaggiati per bloccare le partenze e rinchiudere le persone migranti, mentre in mare si delegano i respingimenti e intimidazioni a milizie e guardie costiere, e si criminalizza il soccorso civile. In passato l’Unione europea mostrava una certa ritrosia a rivendicare apertamente questo modus operandi, spesso minimizzato o taciuto; oggi viene invece applaudito e incoraggiato. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 Per quanto riguarda l’Italia, tra i principali attori europei della demagogia anti-migrazione e della svolta autoritaria, il meccanismo della legge Piantedosi prevede fermi e multe per le navi che non ottemperano agli ordini delle autorità italiane, anche quando tali ordini contrastano con il diritto internazionale o implicano il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica. «I tribunali italiani hanno tuttavia più volte chiarito che quest’ultima non costituisce un attore di soccorso legittimo e che seguire le sue istruzioni viola il diritto internazionale. In almeno due casi di fermo – basati sull’interruzione delle comunicazioni con le autorità libiche – i giudici si sono pronunciati a favore delle navi», sottolinea la Justice Fleet. Notizie/In mare SPARI CONTRO LA SEA-WATCH 5: L’ENNESIMO ATTO DI PIRATERIA NEL MEDITERRANEO «Il Mediterraneo è ormai diventato un parco giochi per criminali sostenuti dagli interessi complici UE» Redazione 15 Maggio 2026 In questo momento, l’unica barriera, per quanto fragile, che limita l’azione repressiva del governo è quella dello stato di diritto. Tutto il resto dipende dalla capacità di restare presenti nel Mediterraneo e di rafforzare la scelta di disobbedire alle leggi illegittime e di rispettare il diritto del mare. Ed è proprio di fronte all’escalation di queste politiche che dal basso si prova a rispondere con nuova capacità operativa. PH: Alessio Cassaro / SOS Humanity Il 25 giugno 2026, nel cantiere navale di Licata, in Sicilia, la Ong tedesca SOS Humanity ha battezzato la Humanity 2, una barca a vela di 24 metri acquistata nell’ottobre 2025 e trasformata in nave di soccorso grazie al lavoro di numerosi volontari. L’imbarcazione opererà principalmente nelle acque al largo della Tunisia con un equipaggio di dieci persone, potrà accogliere fino a 100 persone a bordo e affiancherà la Humanity 1, in servizio dall’agosto 2022. «La barca a vela è stata acquistata e trasformata grazie a grande dedizione, ai finanziamenti della società civile e al duro lavoro dei volontari», ha spiegato Till Rummenhohl, direttore generale di SOS Humanity. «La missione di questa nave è anche quella di contribuire a testimoniare ciò che sta accadendo in mare, tutte le violazioni dei diritti umani commesse quotidianamente da entità sostenute dall’UE». All’evento ha preso la parola David Yambio, direttore esecutivo di Refugees in Libya e ambasciatore della nuova nave, lui stesso sopravvissuto alla traversata del Mediterraneo. «Non si tratta più di decidere se rifiutare o meno le politiche di frontiera letali ed esclusive dell’UE», ha aggiunto l’attivista. «Si tratta piuttosto del nostro rifiuto di essere complici dei crimini contro l’umanità commessi nel Mediterraneo centrale. Se ciò significa schierare 30.000 navi civili di soccorso in mare, lo faremo senza esitazione, nonostante ogni tentativo di criminalizzare il nostro dovere, la nostra solidarietà e la nostra umanità». Benvenuta quindi a Humanity 2 mentre il governo Meloni si prepara all’ennesima norma in continuità con le precedenti: questa volta l’intenzione è quella di impedire l’ingresso nelle acque italiane alle navi delle ONG ritenute una “grave minaccia all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale“. La Justice Fleet avverte che tale formulazione è del tutto illegittima e rilancia per l’immediata abrogazione della legge Piantedosi e il pieno rispetto del diritto internazionale del mare.
Il Community Center Verona di One Bridge To: presentato il Report 2025
One Bridge To- (in origine One Bridge to Idomeni) compie dieci anni di attività e presenza sulla Rotta Balcanica, in Grecia e a Verona, e ha deciso di festeggiarli con un calendario fitto di iniziative nel periodo a ridosso del 20 giugno, la Giornata Mondiale del Rifugiato 2026. Ph: Presentazione del Report 2025 Tra queste, il 18 giugno, ha presentato il Report di Attività 2025 del Community Center Verona 1, il progetto che dal 2022 opera in Via Campo Marzo 32 con cinque sportelli integrati, una scuola di italiano, uno sportello psicologico e il progetto di community matching TRAME. I numeri del rapporto raccontano da soli l’importanza che progressivamente ha assunto questo spazio. Nel 2025, si legge nel report, ci sono stati 1.853 accessi agli sportelli, 731 persone distinte raggiunte, 517 nuove. Una crescita del 69% rispetto ai 1.095 accessi e alle 435 persone del 2024. Numeri, precisa Edoardo Garonzi, Presidente di One Bridge To- ETS, che «non misurano il nostro successo, bensì l’ampiezza di un bisogno che il sistema pubblico fa sempre più fatica a soddisfare». Il profilo di chi varca la porta di Via Campo Marzo è quello di una marginalità stratificata e spesso irrisolta. Al primo accesso, il 31% era richiedente protezione internazionale, il 27% era senza fissa dimora, il 69% era disoccupato. Quasi due utenti su tre hanno tra i 21 e i 40 anni: la fascia d’età in cui, come scrive il report, «si prendono le decisioni che strutturano il resto della vita». Il fatto che quegli anni si trascorrano in attesa di un appuntamento in Questura, in dormitorio, senza residenza e senza contratto «non è un’emergenza temporanea: è una perdita di tempo che non si recupera». UNO SPORTELLO CHE NON SI OCCUPA SOLO DI BUROCRAZIA Lo Sportello Socio-Legale è il cuore operativo del Community Center (CC): 800 accessi nel 2025, 401 utenti unici, con il problema dominante legato ai permessi di soggiorno (313 accessi, il 39% del totale delle pratiche legali). I tempi della Questura di Verona per i rinnovi hanno superato l’anno, lasciando le persone in un limbo in cui sono tecnicamente regolari ma di fatto bloccate. Come ricorda l’équipe multidisciplinare che ha redatto il report, «quattro colloqui su cinque si traducono in una presa in carico diretta»: il CC tende a non delegare verso l’esterno, spesso perché i servizi a cui si dovrebbe rinviare presentano barriere che li rendono inaccessibili a chi ne avrebbe più bisogno. Trasversale a tutti gli sportelli è il tema della residenza anagrafica. Senza iscrizione non si aggiorna il permesso di soggiorno di lungo periodo, non si ottiene la carta d’identità, non si attiva lo SPID, non si accede ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione. «Il cerchio si chiude su se stesso», denuncia il report. L’indirizzo convenzionale assegnato ai senza dimora a Verona per l’iscrizione anagrafica è Via Olimpio Vianello, dedicata a un ex gondoliere veneziano senza casa che nella notte dell’8 dicembre 1990 fu picchiato a morte sotto il porticato dell’ex Tribunale. La partecipazione al Tavolo di Coordinamento Abitare ha prodotto nel 2025 un risultato concreto: il Comune di Verona ha pubblicato sul proprio sito istituzionale una pagina dedicata alla procedura di iscrizione anagrafica per persone senza fissa dimora, con i moduli scaricabili in un unico luogo. Prima di questa pubblicazione la procedura era frammentata e opaca. È il tipo di risultato, si specifica nel report, «che non compare nei database degli sportelli ma che moltiplica l’impatto del lavoro svolto». LAVORO, LINGUA, PSICOLOGIA: UNA FILIERA DI SERVIZI INTEGRATI Lo Sportello Lavoro ha registrato 521 accessi per 302 utenti unici. Nel 2025 almeno 47 persone passate dal CC hanno avviato un rapporto di lavoro regolare, includendo i 4 contratti di assunzione conseguenti ai tirocini del progetto LA.VR, finanziato dall’8xmille della Chiesa Valdese. L’équipe avverte però di leggere quel dato con cautela: «registriamo gli inserimenti di cui siamo informati, non quelli di chi ha trovato lavoro e non è tornato a comunicarcelo. Il numero reale è quasi certamente più alto, e la mancanza di ritorno è spesso, essa stessa, un buon segno». Anche le difficoltà linguistiche sono tra le barriere maggiormente riscontrate: oltre la metà degli utenti dello sportello lavoro ha un livello di italiano inferiore all’A2 al momento del primo accesso. La Scuola di Italiano ha registrato 336 iscrizioni nel 2025, su 274 persone fisiche distinte. Ma 126 persone non hanno potuto essere accolte, una su quattro tra quelle che ne hanno fatto richiesta. Il cd. Decreto Cutro (DL 20/2023) ha progressivamente eliminato i corsi di italiano che i gestori dei CAS erano tenuti a garantire internamente, e il CPIA di Verona, sovraffollato, non riesce ad assorbire la domanda aggiuntiva. La lista d’attesa della Scuola «è un termometro del sistema: misura quanto la domanda di apprendimento linguistico nel territorio superi strutturalmente l’offerta disponibile». Lo Sportello Psicologico ha seguito 14 pazienti su 16 segnalati, con 70 colloqui clinici e il coinvolgimento di 7 mediatori e traduttori diversi. Non si tratta di un servizio ordinario: intercetta persone che il sistema di salute mentale non raggiunge, con storie di migrazione forzata e trauma multiplo. Il mediatore linguistico-culturale, specifica il report, «non è un supporto aggiuntivo: è parte integrante del processo clinico». Senza quella figura, «una parte rilevante dei 70 colloqui del 2025 non sarebbe stata clinicamente possibile». TRAME E IL VOLONTARIATO COME MODELLO Il progetto TRAME – finanziato da Fondazione Cariverona – ha avviato nel 2025 la prima annualità del community matching: abbinamenti strutturati tra persone in condizione di marginalità e tutor buddy della comunità locale. Tre match attivati, 10 tutor selezionati, 63 partecipanti alle formazioni, 111 servizi e comunità mappate. Il CC non funzionerebbe senza i suoi 25 volontari: 6 agli sportelli, 12 al Laboratorio di Conversazione del giovedì sera, 4 tirocinanti, 3 psicologi. Il contributo complessivo stimato è di circa 4.700 ore annue di lavoro volontario, «l’equivalente di quasi tre posizioni a tempo parziale». One Bridge To- ETS precisa però che «il volontariato al CC non è una risposta alla scarsità di risorse. È un modello deliberato di prossimità». LE RICHIESTE ALLE ISTITUZIONI La pubblicazione si chiude con tre richieste alle istituzioni: ridurre i tempi della Questura o garantire tutele equivalenti nell’attesa; reintrodurre i corsi di italiano come standard nei CAS e SAI; rimuovere i criteri discriminatori del DL 145/2024 che escludono i richiedenti asilo territoriali dall’accoglienza. ASGI ha già definito quella norma «uno stravolgimento senza precedenti che mina alla base le garanzie di tutela dei diritti fondamentali». Dieci anni dopo la sua fondazione, One Bridge To- sta consolidando a Verona un modello che non si limita a erogare servizi: trasforma i dati dei colloqui e le osservazioni raccolte in argomenti per il cambiamento istituzionale. 1. Leggi il Report 2025 completo ↩︎
Da Gaza a Venezia, ma il visto per lasciare la Striscia non arriva
Abdallah Emad Shukri Salem ha vent’anni, è un graphic e multimedia designer di Gaza, e ha un profilo solido che gli ha permesso di essere ammesso lo scorso anno all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Il dossier [ clicca qui ] Ha studiato di notte, alla luce del telefono, durante i lunghi blackout energetici che accompagnano la terribile guerra che Israele ha scatenato sulla Striscia di Gaza. «Ogni candidatura universitaria, ogni progetto e ogni esame sono stati preparati in condizioni estremamente difficili», scrive nel suo dossier. Ha superato la selezione internazionale per il corso di Arti Multimediali il 10 settembre 2025. Il sistema universitario italiano lo ha riconosciuto pienamente: esonero totale dalle tasse per merito e reddito il 14 ottobre, idoneità alla borsa di studio e al servizio alloggio ESU Venezia in fascia reddito 1 tra ottobre e novembre, la registrazione effettuata sul portale Universitaly. Sulla carta, è già uno studente regolare, approvato e meritevole delle tutele garantite perché il diritto allo studio non sia solo uno slogan. «Il mio percorso universitario era già iniziato sulla carta. Restava soltanto raggiungere Venezia», denuncia lo studente nel suo dossier. Tuttavia, ancora oggi, si trova a Gaza. La pratica di visto per studio di Abdallah Salem è stata formalmente acquisita dal Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme il 15 gennaio 2026, dopo che l’avvocata Elsa Kiranmoyee Chaudhuri aveva inviato la richiesta via PEC in novembre. La risposta del Consolato è spiazzante e paradossale: accetta la domanda per via telematica, concede l’esenzione dalla percezione consolare, poi aggiunge una clausola che vale quanto un muro: “L’eventuale possesso di un visto rileva per l’ingresso in Italia, ma non dà diritto alla fuoriuscita da Gaza“. In altre parole: il visto potrebbe anche essere concesso, ma Abdallah Salem non può comunque lasciare la Striscia. Una situazione assurda di cui il Consolato è perfettamente consapevole. Il non detto è che lì comanda Israele e l’Italia non ha nessuna intenzione di fare pressione. Nei mesi successivi Abdallah ha continuato a comunicare con il Consolato, il Ministero degli Affari Esteri, l’Accademia di Belle Arti di Venezia e numerosi soggetti istituzionali. L’Accademia ha trasmesso la documentazione alle autorità competenti, si è attivata direttamente presso il MAECI per sostenere il suo caso, «ma finora senza risultati concreti», ci riferisce lo stesso studente. «Ogni documento richiesto è stato presentato. La destinazione rimane ancora irraggiungibile». E il tempo stringe. «Attendo una soluzione dall’ottobre dello scorso anno, nonostante il mio dossier sia completo sotto il profilo accademico e amministrativo», ci dice Abdallah. Nel frattempo, altri gruppi di studenti gazawi sono riusciti a partire nei mesi di maggio e giugno. Secondo informazioni ricevute da chi segue il processo, potrebbero esserci ulteriori partenze nelle prossime settimane, probabilmente le ultime prima della chiusura del canale nel mese di luglio. IL QUADRO GIURIDICO: L’ITALIA È CONSAPEVOLE MA NON AGISCE La situazione di Abdallah non è giuridicamente nuova. Nel ricorso presentato vengono citate numerose pronunce recenti che hanno già stabilito obblighi precisi in capo al MAECI nei confronti di studenti e richiedenti visto gazawi (TAR Lazio sentenza n. 12503/2025, e almeno cinque decreti cautelari del Tribunale di Roma). Tutte riconoscono “la sussistenza di un obbligo rafforzato in capo al Ministero degli Affari Esteri di porre in essere ogni azione utile a consentire l’ingresso sicuro in Italia“. Alcune hanno persino ammesso l’invio della richiesta di visto tramite PEC e il rilascio di procure alle liti online, vista l’impossibilità materiale per i gazawi di raggiungere fisicamente il Consolato di Gerusalemme. Il combinato disposto dell’articolo 10, comma 3, della Costituzione e dell’articolo 25 del Regolamento CE n. 810/2009, si legge nella richiesta, “non solo permette allo Stato, in presenza di ragioni umanitarie, di rilasciare un visto in deroga agli adempimenti previsti dalla legge, ma sancisce anche un preciso obbligo di garantire protezione allo straniero le cui libertà fondamentali e diritti inviolabili siano posti in serio pericolo“. A settembre 2025, una commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU ha concluso che la condotta israeliana a Gaza integra il genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia aveva già sancito nel gennaio 2024 l’esistenza di «un reale e imminente rischio» in tal senso. Anche il caso di Abdallah Salem quindi conferma che lo Stato italiano conosce i propri obblighi, li ha visti ricordati più volte in sede giurisdizionale, e continua a non darvi seguito consolare. Abdallah Salem non è solo in questa battaglia per costruirsi un futuro. Sua moglie Noor Salem è stata anch’essa recentemente ammessa all’Università di Siena. Nel 2026 entrambi hanno ricevuto nuove ammissioni accademiche, che si aggiungono al percorso veneziano. «Queste nuove opportunità non sostituiscono il mio progetto originario», tiene a precisare il ragazzo. «Il mio obiettivo rimane quello di raggiungere l’Accademia di Belle Arti di Venezia». La famiglia di Salem è stata colpita dalla guerra e la loro storia è già stata raccontata da media internazionali. In Italia una prima visibilità è arrivata da Skuola.net e dall’interessamento del Prof. Tiziano Bonini. Ma il visto non si sblocca, e cresce la preoccupazione. «Spero che questo materiale possa raggiungere il maggior numero possibile di persone, associazioni, università, giornalisti, difensori dei diritti umani e istituzioni competenti», ci dice. «Mi auguro in particolare che questo appello arrivi al Ministero degli Affari Esteri italiano, al Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme, all’Ambasciata d’Italia ad Amman e a tutte le autorità coinvolte nelle procedure riguardanti gli studenti di Gaza. Ogni aiuto, ogni segnalazione e ogni intervento presso le istituzioni competenti potrebbe fare una reale differenza». «L’istruzione è il nostro diritto. La pace è il nostro sogno. La democrazia è il nostro futuro», è la frase con cui lo studente chiude il suo dossier. Ma il sistema di oppressione che attanaglia in una morsa spietata milioni di palestinesi si rifiuta di rendere praticabile un diritto che ad Abdallah, e a tanti altri studenti come lui, è già stato formalmente riconosciuto. E il governo italiano continua a esserne inesorabilmente complice.
«Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative»
«Se sei povero, possono farti qualunque cosa.» Lo dice un abitante della baraccopoli di Lungo Stura Lazio a Torino. È una frase che sintetizza la logica che Manu Cencetti documenta e decostruisce nel suo saggio Sgomberi dolci, edito da Eris edizioni, collana BookBlock+. Il titolo è un ossimoro dichiarato. Uno sgombero non è mai dolce: è sempre un atto violento, militare, che distrugge case, oggetti, documenti, legami, territorio. Eppure da quindici anni – a partire da Torino, città che ha inventato questo «modello», poi adottato da amministrazioni di ogni colore politico in tutta Italia, in particolare a Milano e Roma – gli sgomberi vengono raccontati come gesti umanitari. Come interventi necessari, persino benefici per chi li subisce. Il saggio nasce da anni di osservazione, ricerca e lotta condotta direttamente accanto alle comunità che vivono nei cosiddetti «campi», nelle baraccopoli e nelle occupazioni abitative sistematicamente sgomberate. L’autore mostra come la violenza che colpisce questi luoghi sia strutturale e pervasiva: non riguarda solo le forze dell’ordine e le istituzioni, ma anche parti del Terzo settore, fondazioni bancarie e filantropiche, la cittadinanza stessa. Una lunga guerra contro la popolazione povera e senza casa, che si inserisce in un più ampio dispositivo nazionale di gestione repressiva della povertà. Le persone che abitano campi, baraccopoli e occupazioni vengono trattate come «umanità in eccesso»: più o meno etnicizzate, prive di reddito sufficiente o dei documenti necessari per accedere al mercato dell’affitto. Eppure in questi spazi marginali costruiscono relazioni, reti sociali, forme di solidarietà, un luogo da chiamare casa. Lo sgombero cancella tutto questo. Il risultato è la perdita totale: della casa, degli oggetti, dei legami, del territorio. Un nuovo sradicamento che lascia famiglie e individui ancora più soli e vulnerabili. Sgomberi dolci è però anche una storia di resistenza. Di chi non si arrende passivamente, di chi nella lotta riscopre complicità, solidarietà e persino gioia. Un libro che restituisce dignità e complessità a vite sistematicamente cancellate dal discorso pubblico. L’AUTORE Manu Cencetti nasce a Torino. Si occupa da tempo di sgomberi e violenza contro persone povere e senza casa, considerate sempre fuori posto, da cacciare o da sfruttare. Video-maker. Nel 2020 insieme a Jean Diaconescu e Stella Iannitto realizza il film documentario La versione di Jean, proiettato al TFF 2020. Il progetto ha posto le basi per il successivo sito laversionedijean.it sulla storia del Platz, una grande baraccopoli di Torino, e della sua distruzione. Scrive e fa ricerca in modo indipendente. BOOKBLOCK E BOOKBLOCK+ Ogni titolo di queste due collane è uno strumento per interpretare la realtà – affrontando nuove tematiche o approfondendo singoli argomenti tramite focus specifici – e per immaginare e intraprendere percorsi diversi da quelli canonici. BookBlock e BookBlock+ nascono per dare spazio a quelle voci che esplorano, con riflessioni attuali, temi chiave della contemporaneità.