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CPR, porte chiuse alla società civile: le prefetture blindano i centri
Tra l’estate e l’autunno 2026 ASGI, nell’ambito del progetto InLimine – Il diritto di sapere 1, ha chiesto di entrare in tutti i Centri di Permanenza per il Rimpatrio attivi in Italia. Le prefetture hanno risposto con preavvisi di rigetto, silenzi o autorizzazioni vincolate a gravi limitazioni. «Come ci aspettavamo, molte prefetture ci hanno imposto limitazioni all’accesso che sviliscono il fine ultimo del progetto: consentire al cosiddetto “signor nessuno” di entrare nei centri di trattenimento», spiegano da InLimine. Una scelta che, nell’opacità che da sempre circonda il sistema della detenzione amministrativa, pesa ancora di più. L’obiettivo di InLimine era entrare con delegazioni di cinque persone dalle competenze diverse: personale sanitario, giornaliste, ricercatrici, mediatrici, giuriste. Uno sguardo plurale, capace di leggere insieme le condizioni sanitarie, giuridiche e materiali del trattenimento. Le condizioni poste dalle prefetture andavano nella direzione opposta. «Accettarle avrebbe significato dimezzare le delegazioni ed escludere le aree sanitarie e i luoghi di trattenimento, sottraendo allo sguardo esterno proprio i luoghi più importanti per la tutela delle persone trattenute», spiega il progetto. A Caltanissetta e a Macomer l’accesso è stato autorizzato solo per una delegazione ridotta, senza possibilità di entrare nelle celle e nelle aree sanitarie, consultare i registri, parlare con le persone trattenute o effettuare riprese. Dopo uno scambio di memorie, le limitazioni sono state confermate e la delegazione ha rifiutato di entrare. «Non entriamo a condizioni inaccettabili», è la linea rivendicata da InLimine: una visita guidata nelle aree comuni non è monitoraggio. Le risposte arrivate da territori diversi sono quasi identiche nel contenuto e nella forma. «Indicano un orientamento uniforme, che nega alla società civile qualsiasi ruolo di monitoraggio e lo riserva alle sole figure istituzionali», osservano da InLimine. Eppure il diritto della società civile di accedere a questi luoghi è già stato affermato più volte dai tribunali amministrativi, da ultimo dal TAR Lazio nel febbraio 2026. Per questo è stata inviata una replica a ciascuna prefettura con memorie scritte: «Le limitazioni opposte si pongono in antitesi al diritto di accesso ai luoghi di permanenza dei cittadini stranieri riconosciuto alla società civile». Il passo successivo sarà il contenzioso, che il progetto sta strutturando in queste settimane. «I centri di permanenza per il rimpatrio sono luoghi di sospensione dei diritti. Mantenere al loro interno un effettivo controllo democratico e uno sguardo indipendente è indispensabile», ricordano da InLimine. «L’obiettivo è arrivare al riconoscimento del diritto del “signor nessuno” di entrare in un CPR per monitorare e denunciare, esattamente ciò che oggi la pubblica amministrazione esclude». LE RISPOSTE, CENTRO PER CENTRO * Caltanissetta: accesso autorizzato per una delegazione ridotta, senza ingresso nelle celle e nelle aree sanitarie, senza consultazione dei registri, colloqui con le persone trattenute né riprese audio-video. Limitazioni ribadite dopo lo scambio di memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Macomer: stesse condizioni di Caltanissetta, confermate dopo le memorie: accesso rifiutato dalla delegazione. * Gradisca d’Isonzo: preavviso di rigetto che nega il ruolo di monitoraggio della società civile. Inviate memorie, si attende risposta. * Palazzo San Gervasio: preavviso di rigetto con accesso alle sole aree comuni e senza colloqui con le persone trattenute. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Torino: preavviso di rigetto con le stesse limitazioni. Chiesto accesso senza limitazioni, si attende risposta. * Bari: accesso negato per potenziali interferenze con le prestazioni sanitarie; negate le riprese per una possibile violazione della privacy e per il rischio di rivolte che l’ingresso della delegazione potrebbe causare. * Milano: in attesa di risposta. * Roma (Ponte Galeria): nessuna risposta, nonostante il sollecito. * Brindisi: nessuna risposta, nonostante il sollecito. PERCHÉ UNO SGUARDO INDIPENDENTE È INDISPENSABILE Le limitazioni arrivano mentre si moltiplicano i segnali di un sistema sempre più costoso, affollato e inefficace. L’ultimo aggiornamento del report “Trattenuti” di ActionAid e Università di Bari conta 6.835 persone trattenute nei CPR nel 2025, di cui solo una su quattro rimpatriata. La permanenza media è salita a circa 148 giorni e la spesa è cresciuta del 40,5% tra il 2023 e il 2025. Non esiste un dataset pubblico sui CPR, e ASGI segnala difficoltà persino nell’ottenere informazioni sui cosiddetti locali idonei. A Torino la relazione del Garante nazionale, registra in un anno 138 episodi di autolesionismo, appena il 13,8% di persone rimpatriate, certificazioni di idoneità sommarie e persone con gravi patologie trattenute. Nello stesso CPR nemmeno le avvocate e gli avvocati dell’Unione Camere Penali hanno ottenuto un pieno accesso alle aree di trattenimento. Lo avevamo documentato anche noi il 28 settembre, nel report sulla visita al CPR di Caltanissetta del 13 luglio: alla delegazione era stato impedito di entrare nei padiglioni abitativi e di consultare il registro degli eventi critici. E l’opacità non riguarda solo i CPR. In Campania, mentre il territorio si oppone al nuovo centro di Castel Volturno, circa 200 persone sono state rimpatriate negli ultimi tre anni passando direttamente dalle questure, cioè dai locali idonei: i luoghi di trattenimento meno visibili e meno controllati. DA CASTEL VOLTURNO AL CONTENZIOSO Le risposte delle prefetture saranno portate in piazza sabato 24 ottobre a Castel Volturno, dove associazioni, sindacati e movimenti da tutta Italia si ritroveranno per la manifestazione nazionale contro la costruzione del nuovo CPR. «Saremo presenti per portare le risposte delle prefetture e le ragioni della scelta di non entrare a condizioni inaccettabili», concludono da InLimine. * Sabato 24 ottobre, Castel Volturno: manifestazione nazionale contro il nuovo CPR. * Domenica 25 ottobre, ore 10, Ex Asilo Filangieri (Napoli): assemblea nazionale e tavoli di lavoro del Network Against Migrant Detention. * Venerdì 30 ottobre, Radio Radicale: puntata dedicata al progetto InLimine – Il diritto di sapere e alla manifestazione di Castel Volturno. 1. Il progetto InLimine – Il diritto di sapere di ASGI promuove azioni contro l’invisibilità dei luoghi di trattenimento per persone migranti, rafforzando la capacità di controllo della società civile. Contatti: dirittodisapere@asgi.it ↩︎
«Hanno fatto il deserto e lo chiamano decoro»: a Trieste la questura sfratta la solidarietà
Associazioni e volontari chiedono di ritirare le prescrizioni che confinano il presidio di Linea d’Ombra e dei Fornelli resistenti in piazza della Libertà a due ore serali e lo vietano nel fine settimana. Melting Pot aderisce: il testo della lettera e come firmare. Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO. Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica. Sostieni ora → «Non era mai successo in tanti anni che ci vietassero di accogliere le persone sulla piazza». Lorena Fornasir, psicoterapeuta in pensione e cofondatrice di Linea d’Ombra con Gian Andrea Franchi, fatica ancora a crederci. Dal 2019, ogni sera, in piazza della Libertà davanti alla stazione di Trieste, l’associazione e la rete dei “Fornelli Resistenti” e diversi volontari medicano, sfamano e orientano chi arriva in città proveniente dalla Rotta Balcanica. Molte persone portano i segni delle violenze subite lungo il percorso che può durare svariati mesi. Circa un mese fa le associazioni hanno presentato il preavviso richiesto dalle nuove norme sulla sicurezza. La questura ha risposto spostando il presidio dalla fascia 19-22 a quella 18-20. Il 14 ottobre lo ha vietato nel fine settimana, per garantire “il regolare svolgimento delle attività di socialità, intrattenimento, svago” e delle “iniziative economiche del centro”. Il 17 e 18 ottobre la piazza era deserta. «Hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato decoro», ha detto Lorena Fornasir. «Ora chi arriva dalla rotta negli orari in cui non ci siamo o nel fine settimana non trova nessuno a orientarlo, a spiegare dove sta la questura, dove sono i servizi di base, nessuno che ne curi le ferite o chiami medici o ambulanze se necessario». Anche i gruppi di Fornelli Resistenti hanno dovuto sospendere la distribuzione dei pasti ad oltre 150 persone. Le prescrizioni arrivano dopo settimane di campagne d’odio, minacce ai volontari e le passeggiate neofasciste di Forza Nuova e altri gruppi di estrema destra. Il sindaco ha promesso di recintare la piazza. Il 7 ottobre un controllo straordinario ha portato all’identificazione di circa settanta persone e ad alcuni divieti di accesso alle aree urbane. Il 14 ottobre, ha raccontato Linea D’Ombra alla stampa, i volontari hanno lasciato la piazza all’orario imposto: dieci minuti dopo le forze dell’ordine erano lì a controllare i documenti. Chi viola le prescrizioni rischia l’arresto fino a tre mesi. «Speriamo che questa città si risvegli», ha scritto Linea D’Ombra. «In parte questa ostilità è frutto della campagna elettorale, ma chi sta pagando il prezzo più alto sono queste persone che sono lasciate sempre più sole». LA LETTERA A QUESTORA E PREFETTO Per chiedere il ritiro delle prescrizioni, associazioni e volontari hanno scritto una lettera aperta alla questora di Trieste, Lilia Fredella, e al prefetto Giuseppe Petronzi. La lettera è firmata “La Società Civile” ed è aperta alle adesioni di associazioni, reti e singole persone. Facciamo nostre le sue parole e aderiamo come Melting Pot Europa. Qui sotto il testo integrale, si può firmare a questo link.  Oggetto: Richiesta di revisione delle disposizioni relative all’assistenza alle persone migranti in Piazza della Libertà a Trieste Sig.ra Questora, Sig. Prefetto, scriviamo per esprimere la nostra indignazione nel leggere le ulteriori disposizioni che limitano giorni e orari nei quali possiamo prestare assistenza agli esuli della rotta balcanica che raggiungono Piazza della Libertà a Trieste. Riteniamo tali limitazioni inaccettabili. L’assistenza a persone che si trovano in condizioni di estrema fragilità non può essere subordinata agli orari della movida cittadina. Fame e freddo non aspettano che i bar si svuotino per far sentire i loro morsi e la disperazione non si mette in pausa il sabato e la domenica. I migranti che arrivano a Trieste dopo aver attraversato i Balcani non sono un problema da nascondere. Sono esseri umani che hanno lasciato la propria casa, il proprio Paese, la propria lingua e la propria cultura, affrontando pericoli estremi pur di cercare una possibilità di sopravvivenza. Non possiamo accettare che la possibilità di curare delle ferite ed offrire una bevanda calda venga subordinata alla necessità di rendere meno visibile una sofferenza che ci mette a disagio. Non possiamo accettare che il bisogno di tranquillità di chi può tornare a casa, chiudere la porta e ripararsi dalla bora, prevalga sulle necessità primarie di chi non ha un riparo, non ha cibo e non sa a chi rivolgersi. Vogliamo davvero che persone vulnerabili, prive di riferimenti e di informazioni, siano esposte al rischio di affidarsi a trafficanti e sfruttatori perché le reti di solidarietà vengono ostacolate o rese insufficienti? Le esigenze di sicurezza e di gestione degli spazi pubblici non possono diventare un pretesto per comprimere in modo sproporzionato la possibilità di offrire concreta solidarietà. Eventuali criticità devono essere affrontate attraverso il confronto con soluzioni concrete, non attraverso limitazioni che rischiano di lasciare senza sostegno persone già esposte a condizioni estreme. Ci auguriamo che vogliate assumervi la responsabilità di riconsiderare queste disposizioni prima che si possano produrre conseguenze irreparabili. In attesa di un vostro urgente riscontro, porgiamo distinti saluti.
Naufragio di Cutro, processo d’appello rinviato all’11 novembre
Doveva essere l’udienza conclusiva del processo d’appello per il naufragio del caicco Summer Love, avvenuto il 26 febbraio 2023 davanti alle coste di Steccato di Cutro. Il 14 ottobre, la Corte d’Appello di Catanzaro ha invece rinviato il procedimento all’11 novembre. Davanti al tribunale, il Collettivo AltraMarea e il Comitato Oltre i Confini – Scafiste tutte hanno organizzato un presidio di solidarietà per i tre imputati, che si trovano in carcere da oltre tre anni. Durante l’udienza, Sami Fuat ha ribadito la propria innocenza: > «Io sono arrivato in Italia come migrante, ma sono stato arrestato. Non ci > sono prove contro di me: non ci sono fotografie, non ci sono video, non c’è > nulla che mi colleghi a queste accuse». La difesa ha contestato l’attendibilità delle testimonianze raccolte dopo il naufragio, richiamando le criticità legate all’impiego di interpreti improvvisati e le dichiarazioni di alcuni sopravvissuti che avrebbero denunciato pressioni da parte degli inquirenti. Il procuratore generale ha chiesto 12 anni di reclusione per Khalid Arslan e 17 anni ciascuno per Sami Fuat e Hasab Hussain, oltre a pesanti sanzioni pecuniarie. Nel comunicato diffuso dopo il presidio, AltraMarea e il Comitato Oltre i Confini contestano una narrazione che concentra l’attenzione sui presunti responsabili della traversata, lasciando sullo sfondo le politiche migratorie. «Chi sopravvive a un naufragio non diventa per questo automaticamente colpevole. Essere migranti non è un reato. Sopravvivere non è una prova di responsabilità», scrivono le due realtà. Per i promotori del presidio, la ricerca di giustizia per le 94 persone morte a Cutro deve accompagnarsi all’accertamento rigoroso delle responsabilità individuali, senza sacrificare le garanzie processuali. Notizie ACCUSATI DI SCAFISMO, CONDANNATI ALL’OBLIO Storie dimenticate di alcuni detenuti in Calabria 14 Ottobre 2026 Il comunicato richiama anche le responsabilità politiche di un sistema che restringe le possibilità di raggiungere l’Europa attraverso percorsi sicuri e legali, mentre affida sempre più spesso la gestione della mobilità umana a strumenti di controllo e repressione. La prossima udienza è fissata per l’11 novembre, quando il processo d’appello dovrebbe arrivare alla conclusione.
Ordini libici e fermi illegittimi: Humanity 1 vince in appello, ma la Sea Punk I viene bloccata
Il 23 settembre i giudici di Catanzaro hanno stabilito che gli ordini della cosiddetta Guardia costiera libica che catturano e riportano le persone in Libia non sono mai vincolanti. Ma due giorni dopo, sulla base della stessa accusa, il governo blocca la Sea Punk I: è l’undicesimo fermo di una nave della Justice Fleet. Ci sono voluti quasi tre anni di procedimenti perché un altro tribunale italiano mettesse nero su bianco ciò che le organizzazioni di soccorso in mare denunciano da tempo: la cosiddetta Guardia costiera libica non può impartire ordini quando l’effetto è catturare e riportare le persone in Libia. Con la sentenza del 23 settembre 2026, la Corte d’Appello di Catanzaro ha dichiarato illegittimo il fermo imposto alla nave di SOS Humanity nel dicembre 2023. Eppure, appena due giorni dopo, il 25 settembre, le autorità italiane hanno disposto un fermo amministrativo di 15 giorni e una sanzione di 7.500 euro contro la Sea Punk I. La motivazione è la stessa già smontata a Catanzaro: il comandante non avrebbe seguito le istruzioni dei libici. A nostro avviso, le due notizie vanno lette insieme, perché ben rappresentano un governo che continua ad applicare il decreto Piantedosi come strumento punitivo, anche quando la giurisprudenza da tempo lo ritiene in molte parti non vincolante, se non addirittura illegittimo. Infatti, la Corte d’Appello ha respinto la tesi del ministero secondo cui il capitano della Humanity 1 avrebbe disatteso le istruzioni della cosiddetta Guardia costiera libica. Al contrario, ha stabilito che quelle istruzioni erano illegittime: un ordine che ha per effetto il respingimento delle persone in Libia non è mai vincolante, e una nave che si rifiuta di eseguirlo non può essere sanzionata. Il salvataggio di 46 persone a rischio di annegamento, secondo i giudici, è avvenuto nel pieno rispetto del diritto marittimo internazionale e del diritto europeo. Centrale è la definizione di “luogo sicuro”. Richiamando la sentenza n. 101/2025 della Corte costituzionale, la Corte ha ribadito che un soccorso in mare si conclude solo con lo sbarco dei sopravvissuti in un luogo dove la loro vita e i loro diritti fondamentali siano tutelati. Gli ordini che violano questo obbligo non vincolano nessuno. «Questa importante sentenza ribadisce chiaramente che la Libia non è un luogo sicuro, quando invece un’operazione di soccorso può concludersi solo in un tale luogo sicuro. Il mancato rispetto di ordini illegittimi impartiti da soggetti marittimi che violano la legge, costringendo le persone in pericolo a tornare in Libia invece di soccorrerle, non è punibile», commenta l’avvocata Cristina Laura Cecchini, che ha difeso SOS Humanity. «Questa decisione ha il grande merito di applicare i principi della sentenza della Corte costituzionale italiana sulle sanzioni alle ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso (SAR) del maggio 2025. Si tratta di un prezioso precedente per i procedimenti in corso e per eventuali futuri fermi, che dimostra come il diritto internazionale e i diritti umani siano alla base di qualsiasi giurisdizione», aggiunge l’avvocata Giulia Crescini del collegio difensivo. «La sentenza chiarisce che un tribunale deve valutare se le persone soccorse sarebbero realisticamente sbarcate in un luogo sicuro, in linea con il diritto marittimo». Ci sono voluti quindi ben 3 anni per smentire la tesi delle autorità. Il 30 novembre 2023 l’equipaggio della Humanity 1 aveva soccorso 46 persone in pericolo. Il 2 dicembre la nave era stata fermata in base al decreto Piantedosi: il governo accusava il capitano di non aver obbedito alle autorità libiche e di aver “contribuito a creare una situazione di pericolo“. Accuse che SOS Humanity aveva definito fin da subito false. Il ricorso presentato dalla ONG era stato respinto dal Tribunale di Crotone il 13 febbraio 2025, alla terza udienza: secondo il giudice, i libici stavano conducendo i soccorsi in modo corretto e la Humanity 1 aveva contribuito al pericolo. La Corte d’Appello di Catanzaro ha ora ribaltato quella decisione, accogliendo il ricorso di SOS Humanity. «Si tratta di un’altra sentenza che conferma il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, per i quali le organizzazioni di ricerca e soccorso si battono nel Mediterraneo centrale. Ancora una volta, una decisione giudiziaria dimostra che i fermi amministrativi previsti dal decreto-legge Piantedosi sono punitivi e illegali», afferma Janna Sauerteig, responsabile dell’advocacy di SOS Humanity. SEA PUNK I: L’UNDICESIMO FERMO DELLA JUSTICE FLEET Giovedì 10 settembre 2026 l’equipaggio della Sea Punk I ha soccorso 20 persone in pericolo vicino alla piattaforma petrolifera di Bouri, in acque internazionali. L’intervento, sottolinea la Justice Fleet, è stato condotto in stretto coordinamento con le autorità italiane competenti e nel rispetto delle convenzioni internazionali. Nonostante questo, il 25 settembre lo Stato ha disposto il fermo della nave per 15 giorni e una multa di 7.500 euro, accusando il comandante di non aver seguito le istruzioni della cosiddetta Guardia costiera libica. È l’undicesimo fermo di una nave della Justice Fleet. Dalla fondazione dell’alleanza, nel novembre 2025, le autorità italiane hanno tenuto bloccate le sue navi per più di 310 giorni complessivi: giorni sottratti al soccorso, in un tratto di mare dove ogni assenza si paga in vite. «Mentre in Libia si stanno consumando violenze estreme contro le persone in fuga, le autorità italiane vogliono costringerci a collaborare con la cosiddetta Guardia costiera libica. Non con noi! Chiediamo la fine immediata della cooperazione europea con la cosiddetta Guardia costiera libica», dichiara Giulia Messmer, portavoce della Justice Fleet. Dal 2016 le organizzazioni civili di soccorso in mare hanno documentato quasi 80 episodi di violenza estrema da parte di milizie libiche, la maggior parte commessi proprio dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Solo nell’ultimo anno, più di 27.000 persone sono state riportate forzatamente in Libia, in violazione del diritto internazionale. E nel Paese le persone migranti sono sempre più esposte a violenze estreme e minacce di morte. La sentenza di Catanzaro offre ora uno strumento in più per contestare fermi come quello della Sea Punk I, fondati sulla stessa pretesa di obbedienza ai libici. Ma la giustizia arriva dopo anni, mentre i fermi colpiscono subito. Facciamo nostra la richiesta della Justice Fleet: fine immediata della cooperazione con la cosiddetta Guardia costiera libica e stop ai fermi amministrativi contro chi soccorre in mare.
Naufragio della Summer Love, presidio a Catanzaro per i tre imputati
Mercoledì 14 ottobre, alle ore 9, il Collettivo L’AltraMarea sarà davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro per un presidio di solidarietà nei confronti di Khalid Arslan, Hasab Hussain e Sami Fuat, tre degli imputati nel processo per il naufragio della Summer Love, che giungerà a conclusione nella stessa giornata. Notizie NAUFRAGIO CUTRO, QUANDO IL SOPRAVVISSUTO DIVENTA IMPUTATO La vicenda giudiziaria di Khalid Arslan Redazione 10 Agosto 2026 La strage di Cutro del 26 febbraio 2023 causò la morte di 94 persone. A oltre tre anni da quella notte, il processo d’appello riporta al centro la vicenda dei tre imputati, condannati in primo grado per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e morte in conseguenza del favoreggiamento, ma assolti dall’accusa di naufragio colposo. Le difese hanno impugnato la sentenza. Con il presidio, L’AltraMarea vuole esprimere solidarietà ai tre uomini e richiamare l’attenzione sul contesto politico e sociale in cui è maturata quella traversata. «Non vogliamo che tre imputati diventino il capro espiatorio di un sistema che lascia le persone senza alternative sicure e poi affida al mare le conseguenze di questa assenza», scrivono gli organizzatori nell’appello. «Il Mediterraneo» – sottolinea il collettivo – «non è diventato una frontiera soltanto perché lo abbiamo chiamato così. È diventato una frontiera perché per migliaia di persone l’ingresso in Europa continua a essere affidato a viaggi pericolosi, a imbarcazioni inadatte e alla fortuna». «Le politiche europee continuano a processare chi si trova su una barca. Continuano stabilire responsabilità individuali. Ma non possono pensare di risolvere il problema delle morti nel Mediterraneo limitandosi a cercare, dopo ogni naufragio, un colpevole da portare davanti a un tribunale». La vicenda della Summer Love non può essere separata dalla progressiva restrizione delle possibilità di raggiungere l’Europa attraverso percorsi sicuri. Per chi fugge da guerre, persecuzioni e condizioni di vita insostenibili, l’assenza di alternative accessibili rende il mare una delle poche possibilità rimaste. «Quando una persona è costretta a scegliere tra il rischio del mare e l’assenza di una via sicura, non possiamo fermarci a domandare soltanto che cosa sia accaduto su quella barca», si legge nell’appello. «Dobbiamo avere il coraggio di chiederci anche quale mondo quella barca abbia incontrato, quali alternative fossero realmente disponibili e perché, ancora oggi, tante persone siano costrette ad affidare la propria vita a un viaggio così pericoloso». Una riflessione che riguarda il sistema europeo di controllo delle frontiere e la responsabilità politica di un modello che cerca di impedire le possibilità di movimento, mentre le persone continuano a cercare protezione. Il presidio di Catanzaro vuole quindi essere anche un momento per ricordare le persone morte a Cutro e impedire che la vicenda venga ridotta esclusivamente alla dimensione processuale. «Essere presenti davanti alla Corte significa anche ricordare che dietro un processo ci sono persone, vite e storie che meritano di essere ascoltate», scrive L’AltraMarea. L’appuntamento è per mercoledì 14 ottobre, alle ore 9, davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro. «Per non lasciare soli Khalid Arslan, Hasab Hussain e Sami Fuat. Perché nessuno diventi il capro espiatorio di una tragedia più grande di lui e perché la ricerca della giustizia non perda mai di vista l’umanità».
CPR a Castel Volturno, medici e mediche della Campania contro Piantedosi
Decine di operatori e operatrici sanitarie firmano l’appello «NO CPR né a Castel Volturno né altrove»: dopo il teorema della Procura di Ravenna, la sanità campana rifiuta di farsi complice della detenzione amministrativa. Verso la manifestazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno – provincia di Caserta – e l’assemblea transnazionale del Network Against Migrant Detention del 25 ottobre. Mentre il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi porta avanti il piano di sei nuovi CPR sparsi in tutta Italia, tra cui uno destinato al territorio di Castel Volturno, arriva una risposta corale e senza precedenti da parte della comunità medica e sanitaria della Campania, che rifiuta di trasformarsi in un ingranaggio burocratico di convalida della detenzione amministrativa. La mobilitazione, promossa dalla Comitato regionale campano No CPR, unisce decine di primari, infettivologi, psichiatri, medici e mediche di base. Il testo dell’appello denuncia la violazione dei principi deontologici e l’impatto patogeno delle strutture di trattenimento, e chiama a una catena di azioni concrete fino alla manifestazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno. Interviste/CPR, Hotspot, CPA CPR, LA CURA SOTTO ACCUSA Il dottor Nicola Cocco: «La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno» Avv. Arturo Raffaele Covella 22 Settembre 2026 Facciamo nostre le parole dell’appello e lo rilanciamo, perché tocca un nodo che riguarda tutte e tutti noi: chi decide se un corpo è «idoneo» a essere rinchiuso, e a quale prezzo per chi si rifiuta di certificarlo. LUOGHI PATOGENI PER DEFINIZIONE I CPR sono centri di detenzione amministrativa in cui vengono trattenute persone migranti prive di documenti di soggiorno, in attesa dell’esecuzione di un provvedimento di espulsione. La privazione della libertà personale avviene senza alcuna violazione del Codice penale, e il “trattenimento” può durare fino a 18 mesi. A sostenere le tesi del personale sanitario intervengono dati e pronunce di peso. I report internazionali. Il rapporto 2024 del Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT) ha documentato maltrattamenti fisici, somministrazione diffusa di psicofarmaci anche senza prescrizione, condizioni materiali propriamente carcerarie, assenza di attività ricreative e trasferimenti degradanti in manette, per ore senza acqua né cibo. L’assistenza sanitaria è garantita solo formalmente, da personale assunto da enti privati e scollegato dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). La letteratura scientifica italiana e internazionale, insieme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, concorda nell’evidenziare la natura patogena della detenzione: deterioramento della salute mentale, rischio di ri-traumatizzazione per chi ha già vissuto esperienze traumatiche, ostacoli nell’accesso alle cure, uso improprio di psicofarmaci. La permanenza nel centro diventa così un fattore autonomo di aggravamento delle condizioni psicofisiche. La spesa farmaceutica. I dati raccolti dall’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) sugli acquisti del CPR di Milano tra ottobre 2021 e febbraio 2022 mostrano che oltre il 60% della spesa in farmaci è andata in psicofarmaci. Tra gli acquisti figurano antiepilettici, antipsicotici e farmaci per la scabbia: molecole indicate per patologie che, in molti casi, sono incompatibili con un regime di fatto carcerario. Il quadro costituzionale. Con la sentenza n. 96/2025 la Corte costituzionale ha rilevato il contrasto tra la reclusione nei CPR e l’articolo 13 della Costituzione sulla libertà personale, richiamando la scarsa trasparenza delle modalità di trattenimento. Ne discende, scrivono i firmatari e le firmatarie, che anche migliorando le condizioni di detenzione è l’istituzione stessa del CPR a violare la Costituzione. LA SCURE GIUDIZIARIA SUI CERTIFICATI DI INIDONEITÀ La “caccia ai sanitari” è esplosa dopo l’azione della Procura di Ravenna: un’operazione ad ampio raggio, che abbiamo definito un vero e proprio teorema, che ha coinvolto 23 medici, intercettati e perquisiti, con il sequestro di smartphone e computer a 22 di loro per vagliarne le chat personali. L’obiettivo è mettere in discussione i certificati di inidoneità redatti per impedire l’ingresso nei CPR: di fatto è l’ennesimo tentativo di delegittimare chi con strumenti legali si oppone alla detenzione amministrative in luoghi patogeni, che ammalano le persone. Tra gli indagati, addirittura per associazione a delinquere, figura l’amico Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM). Interviste/CPR, Hotspot, CPA CPR, LA CURA SOTTO ACCUSA Il dottor Nicola Cocco: «La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno» Avv. Arturo Raffaele Covella 22 Settembre 2026 All’inizio del 2026 la stessa Procura aveva formalizzato l’accusa di falso ideologico nei confronti di otto medici infettivologi dell’Ospedale Santa Maria delle Croci, per il rilascio di certificati ritenuti “inappropriati”. L’inchiesta solleva un interrogativo cruciale sull’autonomia professionale. La valutazione di idoneità, prevista come filtro obbligatorio prima del trattenimento, rischia di essere letta come un atto ostativo all’ordine pubblico anziché come un atto di diagnosi e tutela clinica. Tutto il teorema vuole spostare il bersaglio dal sistema patogeno a chi ne denuncia l’incompatibilità con la salute. Per questo i firmatari e le firmatarie esprimono piena solidarietà ai colleghi e alle colleghe colpite e ribadiscono il dovere del medico di agire nel solo interesse della persona assistita. VERSO LA MANIFESTAZIONE DI CASTEL VOLTURNO L’appello chiama alla costruzione di un fronte comune di tutta la categoria e di tutti i lavoratori e le lavoratrici del sistema sanitario, contro uno strumento di pressione che li vuole complici, sotto ricatto lavorativo o giudiziario, di un sistema di tortura e morte. Il presidio dell’11 ottobre in piazza San Domenico Maggiore a Napoli è stato la prima tappa di questo percorso. A chi condivide l’appello viene chiesto di: * sottoscriverlo e diffonderlo tra colleghi e colleghe, nei luoghi di lavoro e nelle associazioni; * chiedere agli Ordini professionali e ai sindacati di prendere posizione a tutela dell’autonomia e della responsabilità professionale; * partecipare alla manifestazione nazionale promossa dal Comitato Regionale NOCPR, sabato 24 ottobre alle ore 13 a Castel Volturno; * compilare il form con i propri contatti per restare aggiornati sulle prossime iniziative. Il giorno dopo, domenica 25 ottobre, si terrà la nuova assemblea transnazionale del Network Against Migrant Detention, con tavoli di lavoro e una plenaria. Tra i temi: i CPR in Italia e in Albania, la campagna “La cura non è reato” e il ruolo dei sanitari, il monitoraggio dell’attuazione del Patto UE su migrazione e asilo, lo sfruttamento lavorativo e le lotte. È il seguito dei percorsi già avviati con l’assemblea No CPR di Bologna nell’ottobre 2024 e con l’assemblea transnazionale di Roma nel marzo 2025. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA 25 OTTOBRE – ASSEMBLEA DEL NETWORK AGAINST MIGRANT DETENTION A CASTEL VOLTURNO (CE) Domenica 25 ottobre 2026 dalle ore 10 alle 16 9 Ottobre 2026 Saremo a Castel Volturno perché, come ricordano medici e mediche della Campania, impedire che un essere umano venga rinchiuso in questi luoghi significa farsi garanti della sua salute.
«Non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo»
Le persone recluse nel centro di Pastrogor, nel sud della Bulgaria 1, denunciano pestaggi, condizioni di vita insostenibili e restrizioni arbitrarie dei contatti con l’esterno. In una lettera 2 , un gruppo di richiedenti asilo chiede indagini sulle violenze subite, il miglioramento delle condizioni di detenzione e la revoca del divieto di visita imposto alle persone solidali che finora avevano garantito loro sostegno materiale e psicologico. «Le condizioni che stiamo vivendo nel centro sono diventate insopportabili», scrivono i firmatari, chiedendo un intervento urgente per accertare le responsabilità delle autorità e porre fine agli abusi. La lettera è stata trasmessa dal Collettivo Rotte Balcaniche, che ne chiede la massima diffusione e si unisce alle richieste delle persone recluse, sollecitando un’indagine indipendente e la liberazione di tutti i richiedenti asilo detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA, CENTRO DI PASTROGOR: FUGHE, TENTATI SUICIDI E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni per un saluto ai reclusi del centro Redazione 9 Settembre 2026 Nella lettera, i firmatari raccontano di aver subito maltrattamenti e aggressioni fisiche fin dal loro arrivo nel centro. Denunciano pestaggi con manganelli, l’utilizzo di cani da parte delle forze di polizia e la mancata assistenza medica per le persone ferite. «Siamo stati sottoposti a pestaggi e violenza fisica fin dal giorno del nostro arrivo. Molti di noi hanno sperimentato la brutalità della polizia, tra cui pestaggi con mazze e l’uso di cani. I feriti non sono mai stati portati in ospedale». La denuncia prosegue descrivendo un clima quotidiano di sopraffazione: «Ci troviamo inoltre quotidianamente di fronte a maltrattamenti, insulti e violazioni della nostra dignità, e chiediamo che la situazione venga monitorata da vicino per porre fine a questi abusi». Tra gli episodi riportati, c’è un’irruzione avvenuta il 26 luglio. «Molti detenuti sono stati sottoposti ad aggressioni fisiche da parte della polizia e della gendarmeria, che hanno fatto irruzione nel centro di detenzione, mascherati e armati, hanno distrutto i telefoni dei detenuti e li hanno rubati per cancellare le prove della loro violenza», si legge nella lettera. Un secondo episodio sarebbe avvenuto il 25 settembre, intorno alle 11.30, quando agenti della gendarmeria bulgara avrebbero fatto irruzione armati nelle stanze senza una ragione apparente. Secondo i firmatari, quattro persone rifugiate sarebbero state coinvolte e tre di loro aggredite fisicamente. «Molte persone sono ancora sotto shock e spaventate, alcune si trovano in situazioni di vulnerabilità», scrivono, chiedendo un’indagine urgente sulle aggressioni e l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti. La distruzione e la sottrazione dei telefoni rappresentano un ulteriore elemento della denuncia: oltre a limitare i contatti con l’esterno, avrebbero impedito alle persone recluse di conservare le prove delle violenze subite. La lettera denuncia anche la scarsa qualità del cibo distribuito nel centro, descritto come inadatto al consumo. Le condizioni alimentari avrebbero provocato un deterioramento dello stato di salute di numerose persone. «I pasti forniti sono di qualità estremamente scadente e inadatti al consumo umano, obbligando molti di noi a rifiutarli e a cercare alternative dall’esterno a nostre spese. Questa situazione ha portato a un deterioramento della salute di molti residenti, con una perdita di almeno 14 chili, e ancora di più, e fa presagire una catastrofe sanitaria se la situazione dovesse prolungarsi». Secondo i firmatari, molte persone sono costrette a procurarsi cibo dall’esterno, sostenendone personalmente i costi. Una possibilità che non risolve il problema e che rende ancora più difficile la vita di chi non dispone delle risorse necessarie. Al loro arrivo, raccontano, era stato comunicato che un dipendente del centro avrebbe fornito supporto per le commissioni e gli acquisti, tanto che erano stati invitati a firmare documenti a questo scopo. «In realtà, questa assistenza è completamente inesistente. Il dipendente si rifiuta di portarci cibo o beni di prima necessità, occupandosi soltanto di tabacco e sigarette». I firmatari chiedono quindi un’indagine sulle condizioni di vita all’interno della struttura, sulla qualità dell’alimentazione e sulla mancanza di vestiti e prodotti per l’igiene. Uno degli aspetti più rilevanti della denuncia riguarda il divieto di visita imposto alle persone solidali che, nelle settimane precedenti, raggiungevano regolarmente il centro dall’Italia. I firmatari descrivono questi incontri come un legame fondamentale con l’esterno, tanto per il sostegno psicologico quanto per quello materiale. «Per settimane, amici dall’Italia hanno avuto la possibilità di farci visita regolarmente. Non erano solo visitatori, erano la nostra ancora di salvezza e il nostro unico legame con il mondo esterno. Queste persone ci fornivano un enorme sostegno psicologico e morale, dandoci un senso di libertà e speranza che mancava tra le mura di questo centro. Davano anche assistenza materiale, fornendo cibo, vestiti e altre necessità di base a cui non provvedeva l’amministrazione». Secondo i detenuti, nonostante il diritto di visita sia legalmente garantito, le autorità hanno recentemente vietato questi incontri. La polizia avrebbe attribuito la decisione al direttore del centro, mentre un funzionario avrebbe giustificato il divieto sostenendo che i visitatori incitassero i giovani a provocare disordini. I richiedenti asilo riferiscono che un funzionario del centro avrebbe dichiarato: «Io sono responsabile qui, e questi visitatori non saranno ammessi». La lettera riporta anche le parole attribuite agli agenti di polizia, secondo i quali le persone solidali che si recavano a Pastrogor non sarebbero state amiche, ma nemiche. «Rifiutiamo completamente questa politica di punizione collettiva. L’isolamento da questi amici sta peggiorando gravemente il nostro benessere psicologico e fisico», scrivono le persone recluse a Pastrogor. Il divieto di visita interrompe così una rete di sostegno che non si limitava alla solidarietà materiale, ma rappresentava anche un canale di comunicazione con l’esterno e la possibilità di rendere visibili le condizioni vissute nel centro. Nella lettera, le persone detenute rivendicano la propria condizione giuridica e i diritti che ne derivano. I firmatari spiegano di essere entrati in Bulgaria per chiedere protezione internazionale. Dopo il rigetto iniziale delle loro domande, hanno presentato ricorso e dichiarano di essere in attesa della decisione definitiva del giudice. «Vi ricordiamo che non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo il cui diritto a vivere con dignità, ricevere un’alimentazione adeguata e comunicare con la società civile e i volontari è garantito dal diritto internazionale e bulgaro». La rivendicazione assume un significato particolare alla luce delle procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 Come sottolinea il Collettivo Rotte Balcaniche, dal 12 giugno i richiedenti asilo sottoposti alle nuove procedure di frontiera (asylum border procedures) sono trattenuti a Pastrogor in condizioni che, secondo il Collettivo, costituiscono a tutti gli effetti una forma di detenzione. Il centro rappresenta quindi uno dei luoghi in cui osservare concretamente gli effetti delle nuove disposizioni europee sulle persone che chiedono protezione internazionale. Negli ultimi mesi, secondo il Collettivo, le persone recluse hanno organizzato scioperi della fame, proteste e tentativi di evasione. A queste forme di resistenza avrebbero fatto seguito pestaggi, distruzione dei telefoni, isolamento e restrizioni dei contatti con l’esterno. Il Collettivo mette in relazione questi episodi con le garanzie riconosciute dal diritto internazionale in materia di asilo e protezione dei rifugiati, sostenendo che l’attuazione del Patto in Bulgaria ne evidenzi le criticità. Nella parte conclusiva della lettera, i firmatari formulano tre richieste precise: un’indagine urgente sulle aggressioni del 26 luglio e del 25 settembre, l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti e una verifica delle condizioni di detenzione, con particolare attenzione all’alimentazione, alla disponibilità di vestiti e ai prodotti per l’igiene. Chiedono inoltre che venga revocato il divieto di visita e che tutte le persone recluse possano tornare a ricevere beni essenziali dalle persone solidali. «Chiediamo di essere trattati con dignità e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali», scrivono, sollecitando l’invio di una missione indipendente che verifichi quanto accade nel centro. Il Collettivo Rotte Balcaniche si unisce alle richieste dei richiedenti asilo e chiede un’indagine indipendente e la liberazione di tutte le persone recluse a Pastrogor. 1. Qui la scheda su Global Detention Project ↩︎ 2. Leggi la denuncia dei detenuti ↩︎
KLICK: raccontare il lavoro migrante attraverso le relazioni
KLICK è un progetto editoriale nato dopo anni di ricerca sui rapporti di lavoro nella raccolta della frutta nel Saluzzese. Al centro ci sono i lavoratori africani impiegati come braccianti, la parte più debole di un’agricoltura profondamente inserita nelle dinamiche della globalizzazione. «I primi tre numeri di KLICK sono dedicati alla stagione della raccolta in corso», spiega il curatore Marco Buttino. Tre numeri, quindi, dedicati ad altrettanti aspetti della vita e del lavoro dei braccianti stagionali. Il primo numero pubblicato nel mese di agosto, ha affrontato la ricerca di una casa da parte dei lavoratori stagionali, soffermandosi sulla progressiva privatizzazione dell’accoglienza: una situazione nella quale quasi tutti i braccianti finiscono per lavorare e dormire nelle aziende agricole. Il secondo uscito ad ottobre, si concentra invece sui rapporti di fiducia interni alla società migrante, osservando le relazioni di solidarietà ma anche i rapporti di potere e le forme di sfruttamento che attraversano la comunità migrante. Il terzo sarà infine una piccola inchiesta di bilancio della stagione della raccolta. Buttino raccoglierà le testimonianze di diversi braccianti africani per capire come sono stati pagati, quali erano le loro aspettative, quanto denaro riescono a inviare alle famiglie e quali sono i loro obiettivi. Il percorso di Buttino parte dal lavoro accademico. «Ho lavorato per decenni all’Università di Torino come professore di Storia contemporanea. Il mio lavoro principale, e i miei libri, riguardano la storia dell’Asia centrale», racconta. Accanto a questo percorso, ogni anno teneva un corso di Storia delle città e delle migrazioni. È da qui che nasce l’interesse per le vicende dei migranti africani nel Saluzzese. Oggi Buttino conduce anche una ricerca in Senegal sull’uso delle rimesse e sull’economia circolare dei migranti. Nel Saluzzese, dopo aver pubblicato un libro sui braccianti, continua a frequentare e intervistare i lavoratori agricoli e collabora con l’ostello sociale Dambe So, sostenuto dalla Chiesa valdese. «Da questo è nato KLICK». Il progetto non vuole però limitarsi alla produzione di singoli numeri. Nell’ultimo numero, KLICK si presenta come uno spazio aperto al confronto con chi lavora quotidianamente nel territorio – amministratori, cooperative sociali, sindacati e realtà che operano con i migranti – e invita a mettere in comune esperienze e conoscenze. Tra gli obiettivi dichiarati c’è anche quello di costruire, attorno all’ostello sociale Dambe So di Revello, uno spazio di discussione e riflessione. E soprattutto di arrivare, nel tempo, a una redazione composta dagli stessi migranti: «Il sogno di KLICK è una redazione formata da persone migranti». Questa, forse, è la direzione più interessante del progetto: non parlare semplicemente dei lavoratori migranti, ma costruire le condizioni perché possano essere loro stessi a prendere parola e contribuire alla produzione del racconto.
Il caso Aegean Boat Report: al via il processo contro i due difensori dei diritti umani
Il 6 ottobre, a Rodi, inizierà il processo contro Tommy Olsen, fondatore di Aegean Boat Report, e Panayote Dimitras, rappresentante del Greek Helsinki Monitor. I due difensori dei diritti umani sono accusati dalle autorità greche di favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza irregolare di cittadini di Paesi terzi. A darne notizia è Amnesty International 1, che in un comunicato stampa torna sul caso e chiede che le accuse contro i due vengano ritirate, denunciando i rischi per chi svolge attività di monitoraggio delle frontiere e difesa dei diritti delle persone in movimento. Al centro del procedimento ci sono le attività svolte dai due nel 2021 sull’isola di Kos: assistere persone che chiedevano protezione internazionale e documentare le violazioni dei diritti umani commesse alle frontiere greche, comprese le operazioni di respingimento, i cosiddetti pushback. Secondo Amnesty International, non vi sarebbero elementi che indichino che l’attività di Olsen e Dimitras sia andata oltre il supporto alle persone nell’esercizio dei propri diritti e la documentazione della situazione alle frontiere. L’organizzazione denuncia l’uso della legislazione greca contro il traffico di persone per colpire attività di tutela dei diritti umani. Il processo arriva dopo un anno segnato da un passaggio giudiziario che ha portato il caso ben oltre i confini greci. Nel marzo 2026 Tommy Olsen era stato arrestato nella sua abitazione a Tromsø, in Norvegia, sulla base di un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità greche nell’ambito dell’inchiesta avviata nel 2022. Dopo alcuni giorni di detenzione era stato rilasciato in attesa dell’esame del ricorso contro l’estradizione. Notizie IL CASO AEGEAN BOAT REPORT E L’ARRESTO DI TOMMY OLSEN La Norvegia deve fermare l'estradizione dell'attivista in Grecia Redazione 26 Marzo 2026 Il 15 maggio la Corte d’appello di Hålogaland ha respinto definitivamente la richiesta greca. Secondo la decisione, le condotte contestate a Olsen non costituiscono reato secondo la legge norvegese e l’estradizione avrebbe comportato un rischio concreto per il suo diritto alla libertà di espressione. La decisione non è stata impugnata. La decisione norvegese, tuttavia, non ha chiuso il procedimento in Grecia. Il mandato d’arresto europeo e le accuse nei confronti di Olsen sono rimasti in vigore e il processo è stato fissato per il 6 ottobre a Rodi. Tommy Olsen ha fondato Aegean Boat Report nel 2017 con l’obiettivo di monitorare gli arrivi sulle isole greche, documentare le situazioni di pericolo e denunciare le violazioni dei diritti delle persone in movimento. Nel corso degli anni l’organizzazione ha raccolto e diffuso informazioni sui respingimenti alle frontiere greche, fornendo dati e testimonianze a organizzazioni umanitarie, media e altri soggetti impegnati nel monitoraggio delle frontiere. Panayote Dimitras, attraverso il Greek Helsinki Monitor, ha a sua volta documentato violenze razziste e violazioni dei diritti delle persone migranti e presentato denunce alle autorità greche sui presunti pushback. È proprio questo lavoro ad essere finito nel mirino dell’inchiesta. Per Amnesty International, il caso rappresenta un ulteriore esempio dei rischi legati all’utilizzo della normativa greca contro il traffico di migranti. L’organizzazione sostiene che le norme, formulate in termini ampi e vaghi, non offrano adeguate garanzie a chi svolge attività di tutela dei diritti umani e assistenza. Se condannati, Olsen e Dimitras rischiano fino a 20 anni di carcere. Dimitras, inoltre, è sottoposto dal 2023 a misure cautelari particolarmente restrittive: non può lasciare la Grecia, deve presentarsi periodicamente alla polizia e ha dovuto versare una cauzione di 10.000 euro. Questo procedimento non è un caso isolato. La Grecia è da anni uno dei principali teatri europei della criminalizzazione delle attività di solidarietà con le persone in movimento. Nel gennaio 2026, dopo sette anni di procedimento, 24 operatori umanitari erano stati assolti a Lesbo dalle accuse più gravi legate alle attività di soccorso e assistenza alle persone migranti. Anche in quel caso gli operatori erano stati accusati di favoreggiamento dell’ingresso irregolare. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 Il 6 ottobre, quindi, a Rodi non sarà soltanto la posizione di due operatori per i diritti umani ad essere sottoposta al giudizio del tribunale. Sullo sfondo del procedimento resta la questione di quali attività possano essere considerate assistenza e tutela dei diritti e quali, invece, possano essere ricondotte al favoreggiamento dell’ingresso irregolare. Per Tommy Olsen, il procedimento rischia di produrre un messaggio preciso per chi opera lungo le frontiere europee: documentare le violazioni e assistere le persone in movimento può trasformarsi in un’accusa penale. 1. Grecia: i difensori dei diritti umani Tommy Olsen e Panayote Dimitras sotto processo per il loro lavoro a sostegno di rifugiati e migranti (2 ottobre 2026) ↩︎
«No ai CPR, né a Castel Volturno né altrove». Il 24 ottobre la manifestazione nazionale
Sabato 24 ottobre, alle 13, una manifestazione nazionale a Castel Volturno, in provincia di Caserta, contro il CPR che il governo vuole costruire nel parco umido “La Piana”. Martedì 22 settembre ore 19, la call nazionale di organizzazione. Sabato 24 ottobre, alle ore 13, si terrà a Castel Volturno una manifestazione nazionale per fermare la costruzione di un Centro di permanenza per i rimpatri. L’iniziativa nasce dall’appello lanciato da monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, da cui è nata un’alleanza ampia e trasversale, riunita nel Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove», contro la scelta di spendere 43 milioni di euro per un CPR nel territorio. Nei mesi scorsi si sono susseguiti assemblee, concerti e catene umane; ora l’invito è a convergere su un’unica parola d’ordine: «Né qui né altrove». Come annunciato nei mesi scorsi, il Ministero dell’Interno intende realizzare nel Parco umido “La Piana” – area protetta per la sua biodiversità – un CPR da 120 posti, con un bando Invitalia da oltre 43 milioni di euro. Il progetto si inserisce nel disegno di aprire un CPR in ogni regione, dopo le scelte di Trento e di Aulla (Massa-Carrara), e nell’attuazione del nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione. Il fronte del no è ampio e trasversale: associazioni, movimenti, sindacati, comunità di fede e istituzioni. Sul territorio, tra le altre realtà, il Centro Fernandes, il comitato don Diana, Libera, il Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta, il Centro Sociale ex Canapificio e la CGIL di Caserta; sul piano ecclesiale la Conferenza episcopale campana e il cardinale di Napoli Mimmo Battaglia; su quello istituzionale il presidente della Regione Roberto Fico. Alla manifestazione del 24 ottobre hanno annunciato adesione, tra gli altri, la CGIL Napoli e Campania, Emergency, il gruppo di imprese sociali Gesco, la cooperativa sociale Era e il CNCA. L’appuntamento del 24 ottobre arriva dopo la commemorazione della strage del 18 settembre 2008, quando il clan dei Casalesi uccise sei lavoratori africani e Antonio Celiento lungo la via Domitiana, e nel solco della memoria di Jerry Essan Masslo, il bracciante e attivista sudafricano assassinato a Villa Literno nel 1989, la cui morte è al centro della mobilitazione e diede impulso alla prima legge organica sull’asilo. Nell’appello il Comitato indica le proprie richieste. La sicurezza sociale, anzitutto: risorse per i servizi, il lavoro, il sostegno al reddito, i trasporti, le famiglie e le persone più fragili. La cura del territorio e dell’ambiente: bonifica dei suoli, tutela dei fiumi, difesa dei litorali, contrasto agli sversamenti e all’abusivismo, restituzione alla comunità degli spazi sottratti alle mafie. E il cambiamento delle politiche migratorie: superare la logica del respingimento e della reclusione, per una politica fondata sulla lotta alla povertà, sugli ingressi regolari, sul permesso di soggiorno, sul diritto d’asilo, sull’accoglienza e sul contrasto allo sfruttamento. Ci sono per questo dei determinati “No” e al tempo stesso dei decisi “Sì”. > No al CPR, né qui né altrove > No ai lager nelle nostre città > No a nuovi muri e fili spinati > No agli ecomostri > Sì alla sicurezza sociale > Sì alla cura delle persone e dell’ambiente > Sì a Castel Volturno laboratorio di umanità, diritti e giustizia sociale L’appuntamento è per sabato 24 ottobre, alle ore 13, a Castel Volturno. L’organizzazione passa per l’assemblea/call nazionale di domani, 22 settembre ad ore 19, aperta a chi voglia contribuire da tutta Italia. Attraverso il modulo diffuso dal Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove» è possibile aderire alla manifestazione e segnalare la propria partecipazione all’assemblea. Dignità, diritti e sicurezza devono camminare insieme, per tuttə.
September 21, 2026
Progetto Melting Pot Europa