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Trieste e la Rotta balcanica: politiche di frontiera, esclusione e pratiche di solidarietà
Sostieni Melting Pot AIUTACI A MANTENERE LIBERO E ACCESSIBILE IL NOSTRO LAVORO Con 12 € sostieni un’informazione indipendente, decoloniale e critica Sostieni ora → Dalla rotta balcanica a Trieste, dalle frontiere alpine di Oulx a Calais, fino alla Grecia e al Mediterraneo centrale, un percorso attraverso i luoghi e i meccanismi del controllo, tra respingimenti, sorveglianza e pratiche di solidarietà e resistenza. Un nuovo articolo ogni venerdì su Melting Pot 1. PH: Stefano Gili, Officina 31021 LA FRONTIERA ORIENTALE E LE CONTRADDIZIONI DEL SISTEMA EUROPEO La frontiera orientale italiana rappresenta uno dei luoghi in cui emergono con particolare chiarezza le contraddizioni del sistema europeo di asilo. Trieste, al confine con la Slovenia e all’interno dello spazio Schengen, è un punto di passaggio della cosiddetta Rotta balcanica, percorsa da persone provenienti, tra gli altri Paesi, soprattutto da Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan e Bangladesh. Le ragioni della partenza sono diverse e comprendono guerre, persecuzioni, instabilità politica, crisi economiche e assenza di prospettive di vita sicure. Parlare genericamente di «pressione migratoria» rischia di cancellare le storie individuali e i contesti che spingono le persone a partire, trasformando esperienze complesse in un problema da contenere 2.  A Trieste, la frontiera rivela così il suo volto più profondo. Non è soltanto una linea geografica, ma un dispositivo che regola la mobilità, seleziona l’accesso ai diritti e può condannare all’attesa, alla precarietà e all’invisibilità. Il confine diventa anche un metodo per stabilire chi può muoversi, a quali condizioni e con quali possibilità di essere riconosciuto e tutelato 3. Il controllo, infatti, non si ferma ai posti di frontiera, ma prosegue negli uffici, nelle procedure d’asilo, nell’accesso all’accoglienza e nella ricerca, spesso disperata, di un riparo e di assistenza. In questo scenario si colloca il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in applicazione il 12 giugno 2026, che ridefinisce le procedure di screening, asilo e rimpatrio e i meccanismi di solidarietà tra gli Stati membri 4. La sua attuazione, però, deve garantire il rispetto dei diritti fondamentali, della dignità umana, dell’accesso effettivo all’asilo, della protezione delle persone vulnerabili, del principio di non-refoulement e del diritto a un ricorso effettivo. Ma, oggi, tali garanzie sembrano passare in secondo piano nelle politiche migratorie, anziché rappresentare obblighi imprescindibili per un’Unione europea fondata sui diritti umani e sullo Stato di diritto. Per questo il monitoraggio indipendente alle frontiere è indispensabile, soprattutto dove le barriere linguistiche e la mancanza di assistenza legale rischiano di lasciare gli abusi senza voce e le persone senza strumenti per difendersi. Anche durante i controlli temporanei al confine italo-sloveno, previsti fino al 18 dicembre 2026, gli obblighi di tutela dei diritti fondamentali restano invariati 5. La sfida di Trieste è dunque impedire che la frontiera diventi una soglia oltre la quale i diritti si assottigliano. Garantire procedure accessibili, accoglienza e protezione significa riconoscere che dietro ogni attraversamento c’è una persona, non un’emergenza o numero da respingere. SECURITIZZAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS e collaboratore di Altreconomia e ASGI, interpreta quanto accade lungo il confine orientale come parte di una trasformazione più ampia delle politiche europee: dalla gestione della mobilità alla costruzione di ostacoli che mirano a impedire o scoraggiare gli attraversamenti, anche attraverso la cooperazione con Paesi terzi e condizioni di permanenza particolarmente difficili per chi arriva 6. Questa lettura si collega al concetto di securitizzazione, che descrive il processo attraverso cui la migrazione viene rappresentata soprattutto come una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, legittimando controlli più rigidi e politiche di deterrenza 7. Le persone migranti diventano così il bersaglio su cui concentrare paure e responsabilità, mentre passano in secondo piano le cause strutturali dei problemi. Il dibattito degli ultimi anni si è spesso concentrato sulla mera denuncia dell’emergenza e sulla richiesta di misure restrittive, senza sviluppare soluzioni durature. Il successo delle politiche migratorie viene misurato soprattutto in base alla capacità di bloccare gli arrivi, mentre l’accesso all’asilo, l’accoglienza, la salute e l’inclusione sociale diventano questioni secondarie. A questo modello si è affiancato il processo di esternalizzazione delle frontiere, attraverso cui l’Unione europea ha progressivamente trasferito parte delle attività di controllo dei flussi migratori ai Paesi terzi, mediante accordi, finanziamenti e forme di cooperazione operativa 8. Questo meccanismo può essere letto come una sorta di subappalto delle responsabilità: affidando ad altri Stati la gestione e il contenimento dei movimenti migratori, l’Unione europea rischia di delegare anche la tutela dei diritti delle persone coinvolte, allontanando i controlli dai propri confini senza per questo venir meno agli obblighi internazionali in materia di diritti umani e protezione dei rifugiati. La strategia diventa problematica quando privilegia la deterrenza a scapito dell’accesso all’asilo e delle garanzie dei diritti umani 9. Tali pratiche devono rispettare il principio di non-refoulement, sancito dalla Convenzione di Ginevra, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il principio vieta, nei termini previsti dal diritto applicabile, di trasferire una persona verso luoghi in cui rischia persecuzioni o trattamenti inumani o degradanti. Come chiarito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Hirsi Jamaa e altri c. Italia del 2012 10, gli accordi con Paesi terzi non esonerano gli Stati dalle proprie responsabilità 11. Esternalizzare i controlli non significa trasferire o cancellare gli obblighi di tutela. Un paradosso riguarda la lotta ai trafficanti di persone. Infatti la chiusura dei canali regolari e i respingimenti non eliminano la necessità di fuggire, ma spingono le persone a tentare nuovamente il passaggio, affidandosi a intermediari informali. Finché persistono guerre, persecuzioni e crisi globali, che continuiamo a finanziare oltretutto, le persone continueranno a migrare 12. Chiudere le vie legali alimenta così il Game lungo la Rotta balcanica, rendendo i viaggi più costosi e pericolosi e aumentando la dipendenza dai trafficanti 13. Le riammissioni informali dall’Italia alla Slovenia, avviate nel maggio 2020, rappresentano una contraddizione emblematica. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i trasferimenti sarebbero spesso avvenuti senza un’adeguata valutazione individuale, sufficienti garanzie procedurali o un’effettiva possibilità di chiedere asilo 14. Como osserva Schiavone, l’accordo bilaterale italo-sloveno del 1996 non poteva giustificare trasferimenti privi delle necessarie garanzie. Gli Stati restano vincolati dal diritto d’asilo, dal principio di non-refoulement e dal diritto a una tutela giurisdizionale effettiva. In alcuni casi, i trasferimenti sarebbero avvenuti senza provvedimenti individuali, interpreti o un’effettiva verifica della volontà di chiedere protezione, esponendo le persone al rischio di chain refoulement, cioè respingimenti a catena verso la Croazia e poi la Bosnia-Erzegovina o la Serbia. Negli ultimi decennio poi soprattutto, come noto e documentato, lungo la rotta sono state inoltre denunciate percosse, maltrattamenti, distruzione di telefoni e documenti e sottrazione di effetti personali 15. MARGINALITÀ URBANA E INCLUSIONE DIFFERENZIALE La fine delle riammissioni informali non è stata accompagnata da una risposta strutturale sul fronte dell’accoglienza. La carenza di alloggi e i ritardi amministrativi hanno continuato a spingere le persone verso condizioni di abbandono e insediamenti degradati come l’ex Silos di Trieste 16. Le carenze del sistema alimentano così vulnerabilità e ghettizzazione, mentre le misure restrittive, spesso giustificate in nome della «sicurezza urbana», rischiano di compromettere proprio la sicurezza e la coesione sociale che dichiarano di proteggere 17. Lo sgombero del Silos, avvenuto il 21 giugno 2024, non ha, infatti, cancellato i bisogni abitativi e sanitari di chi vi trovava riparo, così come l’allontanamento dagli edifici dismessi e dagli spazi informali del Porto Vecchio non elimina le cause dell’esclusione. Ma si può davvero costruire sicurezza negando diritti e lasciando irrisolte le cause della marginalità? PH: Stefano Gili, Officina 31021 Le politiche che escludono in nome della sicurezza non rischiano forse di produrre proprio ciò che dichiarano di voler combattere, alimentando un circolo vizioso di insicurezza, abbandono e invisibilità? Bloccare la migrazione, fenomeno che attraversa da sempre la storia umana ed europea, non significa fermarla, ma costringere le persone a percorsi più pericolosi e informali. La stessa Europa è il risultato dell’incontro tra popoli, culture e storie diverse. Eppure, quando mancano vie legali, accoglienza e reali possibilità d’integrazione, le persone non scompariranno, diventano ombre ai margini delle città, private di diritti e prospettive. Individuare, poi, un gruppo vulnerabile a cui attribuire le colpe dei problemi collettivi è una strategia che ricorre da tempo nella storia. Costruire un capro espiatorio è spesso più semplice che affrontare le responsabilità istituzionali, le disuguaglianze e le carenze strutturali. La persona migrante diventa così il bersaglio visibile su cui proiettare paure e insicurezze, distogliendo l’attenzione sulle vere carenze. E, spesso, storicamente questa tecnica del “diverso” responsabile si è messa in pratica. Il controllo delle frontiere e i respingimenti si trasformano in risposte simboliche, capaci di alimentare una narrazione di fermezza e raccogliere consenso nell’elettorato. Se non è accompagnata da politiche strutturali di accoglienza, inclusione e convivenza, la sicurezza rischia solo di ridursi a propaganda uno slogan che individua un colpevole, promette una soluzione immediata e rinvia ogni cambiamento reale. La frontiera entra così nella città. Si manifesta nella possibilità diseguale di accedere all’alloggio, ai servizi, alla registrazione amministrativa e allo spazio pubblico. Mezzadra e Neilson descrivono processi analoghi attraverso il concetto di inclusione differenziale: non una semplice esclusione, ma una condizione in cui l’accesso alla società rimane precario, incompleto e subordinato 18. PROPAGANDA E COSTRUZIONE DEL NEMICO In questo quadro, l’esternalizzazione delle frontiere si inserisce in un contesto politico e sociale in cui alimentare la paura e individuare un nemico comune diventa funzionale alla costruzione del consenso. In un mondo attraversato da crisi economiche, sociali, culturali, educative e sanitarie, è più facile attribuire le responsabilità a chi viene percepito come diverso che affrontare le cause strutturali di queste difficoltà. La propaganda contemporanea può così trasformare la persona migrante in un capro espiatorio a cui imputare ogni problema: dall’insicurezza alla precarietà economica, dalle difficoltà dei servizi pubblici alla sanità e all’istruzione. Il migrante viene caricato di contraddizioni e accusato contemporaneamente di sottrarre lavoro e di non lavorare, di gravare sul welfare e di non contribuire, di essere invisibile e di occupare troppo spazio 19. Come evidenzia Piero Gorza di OnBorders, dalla crisi del 2015 stiamo assistendo a una vera e propria «guerra al migrante», in cui la persona diventa un’ombra: presente nello spazio pubblico, ma privata della propria storia e ridotta a un numero, un flusso o un’emergenza 20. Questo meccanismo sposta l’attenzione dalle responsabilità e dalle scelte istituzionali ed economiche verso gruppi vulnerabili e facilmente identificabili, mentre le misure di controllo vengono presentate come prova di fermezza. Affrontare effettivamente le crisi richiederebbe, al contrario, investimenti strutturali e politiche di lungo periodo: rafforzare la sanità e l’istruzione, garantire l’accesso alla casa e al lavoro, contrastare la marginalità e l’esclusione, sostenere i territori e costruire comunità in cui l’incontro tra persone con storie e culture diverse possa diventare una risorsa sociale e culturale. Richiederebbe una gestione condivisa a livello europeo, capace di superare la logica dell’emergenza e di distribuire responsabilità e risorse. Ma sembra oggi più importante e lungimirante investire in un carro armato, quanto piuttosto che in educazione e sanità.  LE RETI DI SOLIDARIETÀ E L’ESPERIENZA TRIESTINA Nel contesto triestino, l’attività dell’ICS, di Linea d’Ombra, del Centro Diurno e di altre reti solidali dimostra l’importanza di risposte basate sui bisogni concreti. La distribuzione di cibo e coperte, la medicazione delle ferite e la «cura dei piedi» in Piazza della Libertà non sono soltanto forme di assistenza immediata, ma anche gesti che restituiscono visibilità e dignità a persone spesso ridotte a un fenomeno astratto. Queste reti rappresentano infrastrutture informali di cura, fondamentali quando i servizi pubblici risultano insufficienti, pur senza poter sostituire le responsabilità istituzionali. La loro importanza è emersa anche dopo le restrizioni alle attività di Linea d’Ombra il 16 ottobre 2026, che hanno introdotto limitazioni di orario e nei fine settimana per ragioni di ordine pubblico e fruibilità della piazza 21. Notizie «HANNO FATTO IL DESERTO E LO CHIAMANO DECORO»: A TRIESTE LA QUESTURA SFRATTA LA SOLIDARIETÀ La lettera a questora e prefetto contro i divieti in piazza della Libertà Redazione 20 Ottobre 2026 Una volontaria di Linea d’Ombra ci ha raccontato il significato della sua presenza in Piazza della Libertà: «Per me, distribuire i pasti significa prendere consapevolezza del privilegio in cui vivo. Il mondo non si esaurisce nella mia singola esistenza, ma è fatto di persone che desiderano muoversi, spostarsi e cercare una vita migliore, nonostante violenze e pericoli. Questa piazza è importante perché l’incontro con queste persone significa riconoscerle nella loro umanità, restituendo loro un’identità e una dignità che troppo spesso vengono negate, quando sono ridotte a numeri, a vite invisibili, a ombre calpestate». Dal 2020, come Officina 31021, sosteniamo le reti di solidarietà attive a Trieste, tra cui Linea d’Ombra, ICS, Lungo la Rotta Balcanica, Fornelli Resistenti e Mediterranea Saving Humans, contribuendo a garantire alle persone cibo, vestiti, cure e, soprattutto, ascolto e vicinanza. Vedere oggi Piazza Libertà così vuota ci lascia sgomenti. Quello spazio sembra tornare a essere il simbolo dell’abbandono e dell’esclusione, proprio là dove, nel tempo, sono nati legami, si sono intrecciate storie, lotte e pratiche di cura. Come ci ha raccontato Gianandrea Franchi, di Linea d’Ombra: «Trieste, un tempo porto e incrocio di culture, ricca proprio grazie allo scambio, alla contaminazione e al flusso continuo di idee e persone, oggi appare vuota, chiusa e diffidente: non sappiamo più riconoscere la bellezza dell’incontro». Trieste rende visibili le contraddizioni del regime europeo di frontiera: riammissioni informali, precarietà abitativa e difficoltà di accesso ai servizi limitano concretamente l’esercizio dei diritti, mentre le reti di solidarietà cercano di colmare le lacune dell’accoglienza. Il rischio è che la deterrenza prevalga sulla tutela delle persone e sulle responsabilità istituzionali. In questo contesto, il migrante diventa spesso il capro espiatorio di crisi economiche e sociali che richiederebbero risposte strutturali. La sfida non è scegliere tra controllo e accoglienza, ma coniugare legalità, protezione e inclusione attraverso alloggi dignitosi, accesso alla salute, istruzione e collaborazione tra istituzioni e società civile. Le esperienze di solidarietà presenti a Trieste dimostrano che la marginalità non è inevitabile. Governare la mobilità significa garantire i diritti e costruire comunità in cui nessuno venga ridotto a un’ombra o trasformato in un bersaglio delle paure collettive. PH: Stefano Gili, Officina 31021 1. Leggi la presentazione del reportage: Il confine come dispositivo. Un reportage sulle forme e le trasformazioni della frontiera europea ↩︎ 2. Convenzione relativa allo status dei rifugiati, Ginevra, 28 luglio 1951, e Protocollo relativo allo status dei rifugiati, New York, 31 gennaio 1967; UNHCR, documentazione sul diritto d’asilo e sulla protezione internazionale; ICS, Consorzio Italiano di Solidarietà, documentazione sulle attività di accoglienza e tutela a Trieste, disponibile sul sito ufficiale ↩︎ 3. Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Duke University (agosto 2013) ↩︎ 4. «New migration and asylum rules enter into application: what is changing?», Commissione europea (12 giugno 2026) ↩︎ 5. FRA (2024), documentazione sui diritti fondamentali alle frontiere; comunicazioni ufficiali relative alla reintroduzione temporanea dei controlli alla frontiera italo-slovena (19 giugno – 18 dicembre 2026) ↩︎ 6. Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 7. Security and Immigration: Toward a Critique of the Governmentality of Unease, Didier Bigo (febbraio 2022); Huysmans, J. (2006), The Politics of Insecurity: Fear, Migration and Asylum in the EU, London, Routledge ↩︎ 8. Moreno-Lax, V. (2017). Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law. Oxford: Oxford University Press; Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Sassen, S. (2014); Gammeltoft-Hansen, T. (2011), Access to Asylum, Cambridge University Press; Buzan, B., Wæver, O. e de Wilde, J. (1998), Security, Lynne Rienner; SIPRI (2024) ↩︎ 9. Lavenex, S. (2006), «Shifting Up and Out: The Foreign Policy of European Immigration Control», West European Politics, 29(2), pp. 329–350; Moreno-Lax, V. (2017), Accessing Asylum in Europe: Extraterritorial Border Controls and Refugee Rights under EU Law, Oxford, Oxford University Press ↩︎ 10. Corte europea dei diritti umani, sentenza del 23 febbraio 2012, caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ASGI (2012) ↩︎ 11. Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, ricorso n. 27765/09, sentenza del 23 febbraio 2012; CEDU, artt. 3, 13 e Prot. 4, art. 4; Carta dei diritti fondamentali dell’UE, artt. 18-19; Convenzione di Ginevra del 1951, art. 33. ↩︎ 12. Castles, S., de Haas, H. e Miller, M. J. (2014), The Age of Migration, 5ª ed., Palgrave Macmillan; Sassen, S. (2014), Expulsions, Harvard University Press; Wihtol de Wenden, C. (2018), Atlas des migrations, Autrement ↩︎ 13. Triandafyllidou, A. e Maroukis, T. (2012), Migrant Smuggling, Palgrave Macmillan; UNHCR (2020), documentazione sulla Rotta balcanica; OIM (2021); OHCHR (2019); UNODC, documentazione sul traffico di migranti. ↩︎ 14. ASGI (2020), documentazione sulle riammissioni informali al confine italo-sloveno; Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026 ↩︎ 15. ASGI (2020); Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA, 2024); Schiavone, G., intervista realizzata a Trieste nel maggio 2026. ↩︎ 16. Schiavone, G. (2021); ICS, documentazione sulla prima accoglienza a Trieste; Medici Senza Frontiere (MSF, 2023). ↩︎ 17. OIM (2021); Campesi, G. (2018); Zagrebelsky, G. (2017) ↩︎ 18. Mezzadra, S. e Neilson, B. (2013), Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Durham, Duke University Press ↩︎ 19. Stephan, W. G. e Stephan, C. W. (2000), «An Integrated Threat Theory of Prejudice», in Oskamp, S. (a cura di), Reducing Prejudice and Discrimination, Lawrence Erlbaum Associates; Allport, G. W. (1954), The Nature of Prejudice; Wodak, R. (2015), The Politics of Fear, SAGE. ↩︎ 20. Gorza, P., intervista realizzata nel marzo 2026 ↩︎ 21. Ikonomou, M. (2026), articolo sulle restrizioni a Linea d’Ombra, Domani, 16 ottobre 2026; RaiNews TGR FVG, «Stop alla distribuzione di cibo ai migranti di piazza Libertà nel fine settimana», 17 ottobre 2026; Linea d’Ombra, sito ufficiale. ↩︎
«Non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo»
Le persone recluse nel centro di Pastrogor, nel sud della Bulgaria 1, denunciano pestaggi, condizioni di vita insostenibili e restrizioni arbitrarie dei contatti con l’esterno. In una lettera 2 , un gruppo di richiedenti asilo chiede indagini sulle violenze subite, il miglioramento delle condizioni di detenzione e la revoca del divieto di visita imposto alle persone solidali che finora avevano garantito loro sostegno materiale e psicologico. «Le condizioni che stiamo vivendo nel centro sono diventate insopportabili», scrivono i firmatari, chiedendo un intervento urgente per accertare le responsabilità delle autorità e porre fine agli abusi. La lettera è stata trasmessa dal Collettivo Rotte Balcaniche, che ne chiede la massima diffusione e si unisce alle richieste delle persone recluse, sollecitando un’indagine indipendente e la liberazione di tutti i richiedenti asilo detenuti. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA, CENTRO DI PASTROGOR: FUGHE, TENTATI SUICIDI E REPRESSIONE DELLA SOLIDARIETÀ Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni per un saluto ai reclusi del centro Redazione 9 Settembre 2026 Nella lettera, i firmatari raccontano di aver subito maltrattamenti e aggressioni fisiche fin dal loro arrivo nel centro. Denunciano pestaggi con manganelli, l’utilizzo di cani da parte delle forze di polizia e la mancata assistenza medica per le persone ferite. «Siamo stati sottoposti a pestaggi e violenza fisica fin dal giorno del nostro arrivo. Molti di noi hanno sperimentato la brutalità della polizia, tra cui pestaggi con mazze e l’uso di cani. I feriti non sono mai stati portati in ospedale». La denuncia prosegue descrivendo un clima quotidiano di sopraffazione: «Ci troviamo inoltre quotidianamente di fronte a maltrattamenti, insulti e violazioni della nostra dignità, e chiediamo che la situazione venga monitorata da vicino per porre fine a questi abusi». Tra gli episodi riportati, c’è un’irruzione avvenuta il 26 luglio. «Molti detenuti sono stati sottoposti ad aggressioni fisiche da parte della polizia e della gendarmeria, che hanno fatto irruzione nel centro di detenzione, mascherati e armati, hanno distrutto i telefoni dei detenuti e li hanno rubati per cancellare le prove della loro violenza», si legge nella lettera. Un secondo episodio sarebbe avvenuto il 25 settembre, intorno alle 11.30, quando agenti della gendarmeria bulgara avrebbero fatto irruzione armati nelle stanze senza una ragione apparente. Secondo i firmatari, quattro persone rifugiate sarebbero state coinvolte e tre di loro aggredite fisicamente. «Molte persone sono ancora sotto shock e spaventate, alcune si trovano in situazioni di vulnerabilità», scrivono, chiedendo un’indagine urgente sulle aggressioni e l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti. La distruzione e la sottrazione dei telefoni rappresentano un ulteriore elemento della denuncia: oltre a limitare i contatti con l’esterno, avrebbero impedito alle persone recluse di conservare le prove delle violenze subite. La lettera denuncia anche la scarsa qualità del cibo distribuito nel centro, descritto come inadatto al consumo. Le condizioni alimentari avrebbero provocato un deterioramento dello stato di salute di numerose persone. «I pasti forniti sono di qualità estremamente scadente e inadatti al consumo umano, obbligando molti di noi a rifiutarli e a cercare alternative dall’esterno a nostre spese. Questa situazione ha portato a un deterioramento della salute di molti residenti, con una perdita di almeno 14 chili, e ancora di più, e fa presagire una catastrofe sanitaria se la situazione dovesse prolungarsi». Secondo i firmatari, molte persone sono costrette a procurarsi cibo dall’esterno, sostenendone personalmente i costi. Una possibilità che non risolve il problema e che rende ancora più difficile la vita di chi non dispone delle risorse necessarie. Al loro arrivo, raccontano, era stato comunicato che un dipendente del centro avrebbe fornito supporto per le commissioni e gli acquisti, tanto che erano stati invitati a firmare documenti a questo scopo. «In realtà, questa assistenza è completamente inesistente. Il dipendente si rifiuta di portarci cibo o beni di prima necessità, occupandosi soltanto di tabacco e sigarette». I firmatari chiedono quindi un’indagine sulle condizioni di vita all’interno della struttura, sulla qualità dell’alimentazione e sulla mancanza di vestiti e prodotti per l’igiene. Uno degli aspetti più rilevanti della denuncia riguarda il divieto di visita imposto alle persone solidali che, nelle settimane precedenti, raggiungevano regolarmente il centro dall’Italia. I firmatari descrivono questi incontri come un legame fondamentale con l’esterno, tanto per il sostegno psicologico quanto per quello materiale. «Per settimane, amici dall’Italia hanno avuto la possibilità di farci visita regolarmente. Non erano solo visitatori, erano la nostra ancora di salvezza e il nostro unico legame con il mondo esterno. Queste persone ci fornivano un enorme sostegno psicologico e morale, dandoci un senso di libertà e speranza che mancava tra le mura di questo centro. Davano anche assistenza materiale, fornendo cibo, vestiti e altre necessità di base a cui non provvedeva l’amministrazione». Secondo i detenuti, nonostante il diritto di visita sia legalmente garantito, le autorità hanno recentemente vietato questi incontri. La polizia avrebbe attribuito la decisione al direttore del centro, mentre un funzionario avrebbe giustificato il divieto sostenendo che i visitatori incitassero i giovani a provocare disordini. I richiedenti asilo riferiscono che un funzionario del centro avrebbe dichiarato: «Io sono responsabile qui, e questi visitatori non saranno ammessi». La lettera riporta anche le parole attribuite agli agenti di polizia, secondo i quali le persone solidali che si recavano a Pastrogor non sarebbero state amiche, ma nemiche. «Rifiutiamo completamente questa politica di punizione collettiva. L’isolamento da questi amici sta peggiorando gravemente il nostro benessere psicologico e fisico», scrivono le persone recluse a Pastrogor. Il divieto di visita interrompe così una rete di sostegno che non si limitava alla solidarietà materiale, ma rappresentava anche un canale di comunicazione con l’esterno e la possibilità di rendere visibili le condizioni vissute nel centro. Nella lettera, le persone detenute rivendicano la propria condizione giuridica e i diritti che ne derivano. I firmatari spiegano di essere entrati in Bulgaria per chiedere protezione internazionale. Dopo il rigetto iniziale delle loro domande, hanno presentato ricorso e dichiarano di essere in attesa della decisione definitiva del giudice. «Vi ricordiamo che non siamo prigionieri criminali, ma richiedenti asilo il cui diritto a vivere con dignità, ricevere un’alimentazione adeguata e comunicare con la società civile e i volontari è garantito dal diritto internazionale e bulgaro». La rivendicazione assume un significato particolare alla luce delle procedure di frontiera previste dal nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 Come sottolinea il Collettivo Rotte Balcaniche, dal 12 giugno i richiedenti asilo sottoposti alle nuove procedure di frontiera (asylum border procedures) sono trattenuti a Pastrogor in condizioni che, secondo il Collettivo, costituiscono a tutti gli effetti una forma di detenzione. Il centro rappresenta quindi uno dei luoghi in cui osservare concretamente gli effetti delle nuove disposizioni europee sulle persone che chiedono protezione internazionale. Negli ultimi mesi, secondo il Collettivo, le persone recluse hanno organizzato scioperi della fame, proteste e tentativi di evasione. A queste forme di resistenza avrebbero fatto seguito pestaggi, distruzione dei telefoni, isolamento e restrizioni dei contatti con l’esterno. Il Collettivo mette in relazione questi episodi con le garanzie riconosciute dal diritto internazionale in materia di asilo e protezione dei rifugiati, sostenendo che l’attuazione del Patto in Bulgaria ne evidenzi le criticità. Nella parte conclusiva della lettera, i firmatari formulano tre richieste precise: un’indagine urgente sulle aggressioni del 26 luglio e del 25 settembre, l’accertamento delle responsabilità degli agenti coinvolti e una verifica delle condizioni di detenzione, con particolare attenzione all’alimentazione, alla disponibilità di vestiti e ai prodotti per l’igiene. Chiedono inoltre che venga revocato il divieto di visita e che tutte le persone recluse possano tornare a ricevere beni essenziali dalle persone solidali. «Chiediamo di essere trattati con dignità e nel rispetto delle leggi nazionali e internazionali», scrivono, sollecitando l’invio di una missione indipendente che verifichi quanto accade nel centro. Il Collettivo Rotte Balcaniche si unisce alle richieste dei richiedenti asilo e chiede un’indagine indipendente e la liberazione di tutte le persone recluse a Pastrogor. 1. Qui la scheda su Global Detention Project ↩︎ 2. Leggi la denuncia dei detenuti ↩︎
Cinque persone morte nel fiume Kupa: il confine uccide ancora
Nel pomeriggio di venerdì 25 settembre, cinque persone sono affogate nel fiume Kupa sulla rotta balcanica, all’altezza della località croata di Severin na Kupi, mentre tentavano di raggiungere la riva slovena. La narrazione dei media, inizialmente, riportava di un intervento salvifico della polizia croata in seguito a una segnalazione di quella slovena sulla presenza di alcune persone, probabilmente migranti, nei pressi del fiume. I cinque uomini facevano parte di un gruppo più numeroso, composto da circa 20 persone, 10 delle quali sarebbero riuscite a raggiungere il territorio sloveno, dove avrebbero presentato domanda di asilo. Polizia e vigili del fuoco avrebbero inoltre tratto in salvo, secondo quanto riportato dalla stampa, altre cinque persone in difficoltà durante l’attraversamento. La domanda sorge però spontanea: perché quelle persone si sono gettate in acqua, trovandosi inevitabilmente in una situazione di pericolo? La verità è infatti radicalmente diversa da quella inizialmente narrata, ed è emersa grazie alle testimonianze di alcuni dei sopravvissuti raccolte in Piazza della Libertà a Trieste. I giovani afghani e pakistani sono stati costretti a gettarsi nel fiume mentre cercavano di sottrarsi alle pattuglie della polizia croata, che, come le altre polizie nazionali lungo la rotta, bracca le persone in movimento. Durante la traversata, iniziata improvvisamente per sfuggire alla polizia, in molti si sono trovati in estrema difficoltà e in cinque sono stati trascinati dalla corrente perdendo conseguentemente la vita. Un’altra fonte in Piazza della Libertà ha inoltre raccontato che i cinque sopravvissuti che non sono però riusciti a raggiungere il territorio sloveno sarebbero stati respinti in Bosnia ed Erzegovina nell’arco di meno di 48 ore. Questa dinamica è ben nota alle associazioni solidali che da anni operano lungo la rotta balcanica e denunciano le violazioni dei diritti umani sui confini. Gli attraversamenti delle frontiere avvengono infatti nel contesto di continui pushback illegali e di violenze perpetrate sistematicamente dalle polizie nazionali e dagli agenti di Frontex dispiegati alle frontiere europee. Avvengono nelle jungle, lungo sentieri montani, attraverso fiumi e in condizioni ambientali estreme. È il cosiddetto game, come viene chiamato dalle persone in movimento il percorso a ostacoli che uomini, donne e bambini sono costretti ad affrontare per raggiungere l’Italia o altri territori europei. Ed è proprio la militarizzazione delle frontiere a spingere le persone verso percorsi sempre più invisibili, precari e, di conseguenza, mortiferi. La verità è che le persone non guaderebbero la Kupa, la Drina o l’Evros se avessero un’alternativa. Non guaderebbero questi fiumi e non ci si getterebbero dentro se non fossero costrette a rendersi invisibili agli occhi della polizia, cercando percorsi sempre più difficili e pericolosi per sottrarsi ai controlli o, in tantissimi casi, se non fossero inseguite proprio da quella stessa polizia che poi sui giornali viene dipinta esclusivamente come l’autorità che ha impedito una tragedia più grande. Polizia che si rende protagonista di violenze, dai pestaggi al sequestro di beni personali, dai respingimenti all’abbandono, con il tacito benestare di un’Europa che si chiude sempre più in sé stessa, militarizzando le frontiere esterne ed interne e smantellando progressivamente il diritto all’asilo. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”. Border Violence Monitoring Network, novembre 2024, respingimento dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina 1 I fiumi balcanici sono da anni teatro di tentativi di attraversamento che spesso finiscono con eventi drammatici. Anche quando le persone riescono ad accedere al territorio dello Stato successivo, confini e ostacoli si imprimono sui loro corpi che si portano poi impressi addosso le violenze di confine. Le aree di frontiera diventano così zone in cui le tutele internazionali vengono sospese, gli agenti agiscono nella totale impunità e la sopraffazione diventa l’unica legge vigente. Le violenze della polizia, Bosnia 2022 È tra l’altro di recente pubblicazione su Altraeconomia un reportage firmato da Silvia Maraone, esperta di rotta balcanica che da anni lavora in Bosnia. L’articolo, dal titolo “Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia”, mostra come la militarizzazione dei confini non fermi i transiti, ma ne modifichi le traiettorie, rendendo alcuni percorsi sempre più pericolosi. La regione croata di Karlovac è stata una delle più mortali nei primi mesi del 2026, una zona attraversata da numerosi corsi d’acqua e limitrofa a quella in cui, venerdì, sono morte le cinque persone nel fiume Kupa. “La parte più mortale di questo bilancio si è concentrata nella regione croata di Karlovac, dove da sempre i fiumi sono trappole 2: testate locali che si occupano di cronaca come Radio Mrežnica hanno documentato il ritrovamento, in un solo giorno, di quattro corpi senza vita riaffiorati dalle acque del Mrežnica e del Kupa, corsi d’acqua che le persone in movimento si trovano costrette a tentare di guadare al buio per aggirare la polizia con i suoi droni e i pattugliamenti. Questa tragica contabilità -che si somma ai quattro corpi rinvenuti asfissiati nel rimorchio di un furgone carico di persone nella stessa zona e ai naufragi fluviali e annegamenti- non fa che dimostrare che di frontiera si muore, più che di annegamento o incidenti” 3. La ricercatrice e professoressa Cristina del Biaggio, durante le sue ricerche sulle morti e le scomparse sui confini dell’arco alpino, ha coniato il termine oplopoiesi, traduzione del più conosciuto weaponization. Il termine è formato dal greco hoplisis, arma o armamento, e poiesis, “fare, creare, trasformare” (Del Biaggio, 2020, p. 14). L’oplopoiesi non indica quindi solamente la militarizzazione dei confini, ma il processo attraverso cui gli elementi ambientali vengono utilizzati per «potenziare l’effetto barriera» (Ivi, p. 15). Montagne, mare, fiumi e deserti presenti nelle zone di confine vengono così trasformati in armi naturali, utilizzate per ostacolare i flussi migratori e bloccare le persone, esponendole a rischi sempre maggiori. Il pericolo, però, non è costituito dal contesto naturale in sé. I confini, anche quando si fondano su elementi geografici, sono costruzioni sociali e politiche e vengono tracciati in corrispondenza di barriere naturali sia per farli apparire a loro volta naturali (Khosravi, 2019, p. 20), sia per limitare ulteriormente il passaggio delle persone ritenute irregolari. Per respingerle, basta chiudere le parti maggiormente accessibili, perché a rendere complessi i passaggi in altri punti «ci pensa la geografia» (Ivi, p. 176). Questi elementi naturali diventano oltretutto un alibi per le autorità di frontiera, che operano spesso in condizioni di semi-opacità (Tazzioli, 2023, p. 65), per attribuire morti e violenze alla topografia e alla pericolosità del paesaggio, anziché alle proprie azioni o alle politiche statali. Fotografia scattata in uno squat vicino al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia. PH: attivista del collettivo, Bosnia, 2022 Anche quando una morte o una violenza fisica o psicologica non viene perpetrata in maniera diretta, attraverso un inseguimento o il respingimento in un fiume, essa è comunque la conseguenza di un sistema violento che costringe le persone ad affrontare gli ambienti naturali in condizioni di elevato rischio, nel tentativo di evitare la polizia, per raggiungere il territorio successivo e per cercare di portare a termine quel game, alla fine del quale, superati tutti gli ostacoli, si spera di trovare un luogo che possa accoglierti. Le responsabilità di quanto accade sono chiare e sembra quasi che parlare di tragedia riferendosi a quanto avvenuto venerdì riconduca l’evento in un’area di tragica eccezionalità. Ma queste morti non sono eccezionali. Sono l’esito ricorrente e strutturale di un sistema di frontiere diventa sempre più chiuso, più militarizzato e controllato, che esclude violentemente chi ha il diritto di chiedere protezione internazionale. In una testimonianza raccolta a febbraio 2022 da NoNameKitchen si legge di una vicenda che sembra quella di venerdì, a dimostrazione della sistematicità di questi eventi anche negli stessi luoghi: “At around 4 pm on the February 20, the ten of them decided to enter Slovenia by passing the border river Kolpa. The current of the river was very strong so it was challenging for them to cross it. They decided that the men would cross first, so the three women were watching them crossing from the Croatian side. When the last one went in, he soon lost his fight against the river’s strong current and got carried away by the water. […] At around 4 am on February 21, they were woken up by a group of Slovenian officers. First the officers dressed in standard uniforms searched the group of six. They told the police officers what happened and the Slovenian officers called out for help. “They came and searched the river, but nobody found him.” Afterwards, the six of them were taken to a police station. […] The translator did not answer any of their questions regarding asylum. On the next morning, February 22, around 10 am, the Slovenian officers drove the six of them in a van back to the Croatian border. There, they were handed over to the Croatian authorities and had to switch into another van. In this van, there were already other people on the move, in total they were now 13 people. The van drove about one hour until they reached the Bosnian border”. Febbraio 2022, dalla slovenia alla Croazia 4 Negli anni, le rotte balcaniche si sono continuamente riorganizzate. Le persone in movimento non sono soggetti passivi di questo processo: sviluppano continuamente pratiche di riappropriazione della mobilità, reinventando le proprie possibilità di attraversamento. Spesso però queste pratiche di riappropriazione coincidono inevitabilmente con percorsi più pericolosi o viaggi molto più costosi, come si è verificato negli ultimi anni proprio sulla rotta balcanica. È deresponsabilizzante utilizzare in questi contesti il termine tragedia perché la morte di Fahad e Shaid (a cui si è riuscito a restituire dei nomi grazie al fratello di uno dei due giovani in Italia da tempo) e degli altri loro tre compagni (per i quali invece questo non è ancora stato possibile), è il risultato di un sistema di frontiere che rende queste morti tutto fuorché eccezionali… 5 La vicenda conferma ciò che attiviste, attivisti, cittadinanza solidale e associazioni cercano di denunciare e documentare da anni: le politiche migratorie dell’unione europea sono politiche che provocano la morte di migliaia di persone ogni anno, rendendo le frontiere esterne e interne della balcanica come il Mediterraneo cimiteri a cielo aperto di persone la cui morte è calcolata consapevolmente. 1. “When they forced us into the river at night I thought I would die. The friend who was with me had lost his mind, he kept asking for water even though we were inside the river”, BVMN (novembre 2024) ↩︎ 2. La tomba del fratello e i corpi dei migranti finiti nei fiumi dei Balcani, Max Hirzel (Altreconomia – settembre 2024) ↩︎ 3. Si veda: Il “gioco” della rotta balcanica è ancora sporco. Una cronaca dalla frontiera tra Bosnia e Croazia, Luca Rondi (Altreconomia, maggio 2026) ↩︎ 4. They came and searched the river, but nobody found him, BVMN (febbraio 2019) ↩︎ 5. Migranti annegati nel fiume in Croazia, il racconto di un sopravvissuto, Rai News (settembre 2026) ↩︎
Violenza istituzionale sulla rotta balcanica: la normalizzazione dei respingimenti
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Ca’ Foscari University of Venice Bachelor’s Degree programme in Philosophy, International and Economic Studies Final Thesis INSTITUTIONAL VIOLENCE ALONG THE BALKAN ROUTE: EU BORDER GOVERNANCE AND THE NORMALIZATION OF PUSHBACKS Camilla Della Vida (2025-2026) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE L’Unione Europea è una comunità fondata su principi inviolabili, come riflesso nei primi tre articoli della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea: la dignità umana (Art. 1), il diritto alla vita (Art. 2) e il diritto all’integrità della persona (Art. 3). Nonostante questi principi fondamentali, l’Unione Europea è diventata sempre più uno spazio in cui la violenza alle frontiere esterne viene trasformata in pratica amministrativa, diventando routinaria e in larga misura invisibile. Negli ultimi anni è emersa una crescente contraddizione tra avanzati sistemi di protezione dei diritti umani e pratiche sistemiche di esclusione alle frontiere. Questa tensione rivela quella che può essere definita una crisi della governance, nella quale le norme giuridiche rimangono formalmente in vigore mentre le pratiche quotidiane ne compromettono l’effettiva applicazione. In un mondo sempre più globalizzato, l’interdipendenza economica, l’instabilità geopolitica e le pressioni ambientali continuano a influenzare i modelli di mobilità umana. La migrazione non dovrebbe pertanto essere interpretata esclusivamente attraverso la lente della gestione delle emergenze, ma piuttosto come una caratteristica strutturale e di lungo periodo delle società contemporanee. Le frontiere rappresentano, di conseguenza, spazi particolarmente significativi per osservare dinamiche politiche e sociali più ampie. Ciò che avviene alle frontiere riflette spesso sviluppi più generali nella governance, nelle politiche di sicurezza e nell’applicazione selettiva dei diritti, rendendo queste aree particolarmente rilevanti per l’analisi. La Rotta Balcanica Occidentale, che ha costituito un importante percorso per migranti e rifugiati provenienti dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa e diretti verso l’Unione Europea, è stata progressivamente trasformata in un meccanismo centrale e fortemente securitizzato di gestione della migrazione. A seguito degli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno iniziato a funzionare sempre più come una zona cuscinetto, volta a contenere e regolare i movimenti migratori prima che questi potessero raggiungere gli Stati membri dell’UE. Anziché rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata nel più ampio sistema di governance delle frontiere esterne dell’UE. Durante il cosiddetto “lungo estate della migrazione” del 2015, la Rotta Balcanica funzionava come un corridoio relativamente aperto, che consentiva a un numero elevato di migranti e rifugiati di spostarsi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura fu rapidamente sostituita da politiche di transito progressivamente più restrittive. In seguito all’EU-Turkey Statement del 2016, la costruzione di recinzioni, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure di sicurezza contribuirono al consolidamento delle strategie di contenimento lungo la rotta. Questi sviluppi svolsero un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, poiché l’UE fece sempre più affidamento sui Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestire le procedure di asilo, trasferendo di fatto parte della governance migratoria oltre i propri confini territoriali formali. Dopo l’attuazione dell’EU-Turkey Statement del 2016, i pushback divennero progressivamente una componente centrale del regime europeo delle frontiere, coinvolgendo sia gli Stati membri dell’UE sia i Paesi di transito (Goldner Lang e Nagy 2021). Il termine “pushback” si riferisce generalmente all’allontanamento informale e illegittimo di individui attraverso le frontiere, senza garantire l’accesso alle procedure di asilo o alle garanzie giuridiche (Moraru 2022). Tali pratiche costituiscono violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, tra cui il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, quali la detenzione arbitraria, la violenza fisica e l’umiliazione, possono inoltre configurare trattamenti inumani o degradanti e provocare conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quello che un tempo veniva presentato come una risposta eccezionale si è progressivamente trasformato in una pratica routinaria esercitata dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena nel quale gli individui vengono ripetutamente respinti attraverso diverse frontiere. Piuttosto che prevenire efficacemente la migrazione, queste pratiche spesso costringono le persone a cercare rotte alternative e più pericolose, aumentando così il rischio di lesioni, traumi e morte. Allo stesso tempo, tali meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo i migranti più vulnerabili all’esclusione e all’allontanamento all’interno del più ampio sistema di governance migratoria. Numerosi rapporti prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di tali pratiche lungo la Rotta Balcanica. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsione, violenza e negazione dell’accesso alle procedure di asilo, suggerendo che queste pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La normalizzazione dei pushback è strettamente collegata alla rappresentazione della migrazione come una minaccia persistente alla sicurezza e come uno stato di crisi permanente. Tale narrazione consente di giustificare misure eccezionali e facilita la sospensione selettiva dei diritti. Di conseguenza, pratiche che contraddicono chiaramente gli standard internazionali in materia di diritti umani possono essere gradualmente normalizzate attraverso il discorso politico, la militarizzazione delle frontiere e la securitizzazione della migrazione, indebolendo infine gli impegni europei in materia di tutela dei diritti fondamentali. Da questa prospettiva, la violenza istituzionale non può essere ridotta al danno fisico diretto, ma emerge anche dalle strutture politiche e amministrative che regolano la mobilità attraverso meccanismi di esclusione. Le narrazioni razzializzate e i discorsi orientati alla sicurezza contribuiscono alla criminalizzazione della migrazione, legittimando pratiche coercitive e rafforzando le asimmetrie di potere esistenti. La nozione di “crisi” svolge un ruolo cruciale in questo processo, poiché evoca urgenza e pericolo, consentendo a misure straordinarie di diventare routine e di essere istituzionalizzate all’interno delle politiche migratorie, soprattutto quando applicate ai migranti privi di autorizzazione. Questa tesi analizza come la gestione della migrazione lungo la Rotta Balcanica Occidentale abbia contribuito all’emergere di un sistema nel quale i pushback e le forme di violenza istituzionale sono diventati pratiche normalizzate, sollevando importanti interrogativi in merito alla responsabilità e all’accountability all’interno della governance europea delle frontiere. Il primo capitolo illustra il quadro giuridico che disciplina le frontiere europee e la tutela dei diritti fondamentali. Il secondo capitolo esamina le diverse forme di violenza e i meccanismi che ne consentono la legittimazione. Il terzo capitolo presenta evidenze empiriche e testimonianze che documentano la violenza istituzionale lungo la Rotta Balcanica e il ruolo del monitoraggio della violenza alle frontiere. La ricerca si basa sulle testimonianze raccolte da migranti giunti attraverso la Rotta Balcanica durante il lavoro sul campo condotto a Trieste, che rappresenta una delle destinazioni finali del percorso verso l’Unione Europea. Ulteriori dati sono stati raccolti attraverso attività di monitoraggio della violenza alle frontiere in Serbia. Questi materiali vengono integrati con l’analisi giuridica e delle politiche pubbliche al fine di esaminare la discrepanza tra i quadri normativi e le pratiche sul terreno. Collocando i pushback all’interno di un sistema più ampio di governance migratoria, questa tesi mira a individuare modelli di responsabilità che vadano oltre i singoli attori o Stati, evidenziando come le lacune nei meccanismi di accountability vengano prodotte e mantenute a livello europeo.
Bulgaria, centro di Pastrogor: fughe, tentati suicidi e repressione della solidarietà
Cinque solidali del Collettivo Rotte Balcaniche fermati per tre giorni dopo un saluto davanti al centro di detenzione, una fuga di massa repressa con droni e cani, due minori che tentano il suicidio: nel giro di dieci giorni, nel centro riaperto con le regole basate sull’applicazione del Patto UE su migrazione e asilo, si è concentrata tutta la violenza del sistema di confinamento europeo.  Pastrogor si trova nel sud-est della Bulgaria, a pochi chilometri dal confine turco, nell’area di Svilengrad. È qui che le autorità bulgare hanno riattivato un centro di detenzione per richiedenti asilo in vista dell’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, le cui procedure sono operative dallo scorso 12 giugno. Da allora, denuncia il Collettivo Rotte Balcaniche, decine di persone si trovano rinchiuse senza sapere perché e per quanto tempo rimarranno. Il gruppo solidale, presente da anni in Bulgaria con staffette di attivistə, ha raccolto diverse testimonianze dal centro e organizzato dei presidi, l’ultimo dei quali represso immediatamente dalle autorità. Notizie/CPR, Hotspot, CPA BULGARIA – UNA PROTESTA DEI RICHIEDENTI ASILO DETENUTI IN BASE AL NUOVO PATTO UE È STATA BRUTALMENTE REPRESSA DALLA POLIZIA La denuncia del Collettivo Rotte Balcaniche Redazione 7 Agosto 2026 CINQUE ARRESTI PER UN SALUTO DI SOLIDARIETÀ La sera di sabato 29 agosto cinque membri del collettivo hanno portato un saluto di solidarietà all’esterno di Pastrogor. Hanno esposto uno striscione con la scritta in arabo “Non siete soli”, accanto agli slogan “Freedom for All” e “Smash the EU Pact”, gridando «Freedom, Hurrya, Azadi». Dall’interno alcuni reclusi hanno risposto sventolando in silenzio dei drappi bianchi dalle finestre sbarrate, altri urlavano «We want freedom». In meno di cinque minuti una quindicina di agenti li ha circondati e condotti dentro al centro, dove – raccontano lə attivistə – sono state perquisitə e private di alcuni effetti personali, per poi essere trasferitə alla stazione di polizia di Svilengrad e trattenute. «Dopo aver trascorso una notte in una cella sporca e priva di aria – senza mai avere la possibilità di chiamare il nostro avvocato, senza ricevere alcuna informazione legale e senza traduzioni dei documenti che ci chiedevano di firmare – la polizia ci ha detto che saremmo state portate in un “cocktail bar”», scrivono. Nella realtà si è trattato di una marcia per le vie della città con lə attivistə incatenatə fino al tribunale, «per un’udienza di cui non sapevamo nulla» e che sono riuscite a far rinviare in attesa del proprio legale. La domenica sera, allo scadere delle 24 ore, la procura ha convalidato la custodia per altre 72 ore: nuovo trasferimento, perquisizioni corporali, celle separate. «I materassi infestati dalle cimici dei letti, il cibo immangiabile, le celle piccole e sovraffollate, il divieto di uscire all’aria aperta, ma soprattutto il potere incontrollato e assoluto della polizia, ci hanno fatto provare, fortunatamente solo per poche ore, l’orrore insito in ogni galera», denunciano lə solidali. Solo il giorno seguente le persone del collettivo sono riuscite a ricevere la visita dell’avvocato di fiducia e nel pomeriggio, in tribunale, le testimonianze degli agenti sono crollate nelle loro stesse contraddizioni. È così che il gruppo di cinque attivistə è stato pienamente assolto dall’accusa di hooliganism, ossia “teppismo”. Nel frattempo, però, la loro auto è stata ritrovata con parabrezza e lunotto sfondati, gomme tagliate e targhe rubate. Le uniche persone a conoscenza della sua posizione, sottolineano lə attivistə, erano gli stessi agenti di Svilengrad a cui hanno poi dovuto rivolgersi per sporgere denuncia. «Non è la prima volta – ricordano – che la polizia distrugge le auto dei solidali». Il veicolo è tuttora trattenuto, privo di targhe. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche LA FUGA DELLE PERSONE MIGRANTI DAL CENTRO DETENTIVO REPRESSA CON DRONI E CANI Quel saluto era arrivato all’indomani di una fuga dal centro detentivo. Nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto, infatti, dodici persone detenute nell’ambito delle procedure del nuovo Patto UE avevano divelto le sbarre di una finestra ed erano fuggite dal centro. Sono state braccate dalla polizia con l’ausilio di droni e cani e riprese tutte, tra loro diversi minorenni. Il collettivo riferisce di pestaggi e di gravi lesioni: fratture ad arti, ferite alla testa, morsi di cane. Sabato 29 le persone fuggite sono state riportate a Pastrogor e rinchiuse in isolamento al piano terra, insieme a chi è considerato una minaccia per la sicurezza nazionale, e quasi tutti i telefoni sono stati distrutti o sequestrati. La punizione è stata collettiva: per tre giorni all’intero centro è stato negato l’accesso all’aria aperta e la corrente è stata interrotta. Una persona all’interno ha raccontato al Collettivo: «Sono in 12 e sono stati messi nel seminterrato, da soli, chiusi in stanze completamente isolate. Sono stati gravemente maltrattati e picchiati con dei bastoni, al punto che alcuni di loro hanno riportato delle fratture». Nei giorni successivi, prosegue il collettivo, alle persone riprese è stato imposto di scegliere tra la firma del rimpatrio “volontario” e il carcere a tempo indefinito, senza informazioni sulle accuse. Sotto questo ricatto, tutte hanno firmato. È la seconda fuga in meno di un mese da un centro riaperto proprio per l’attuazione del Patto. Solo pochi giorni prima, nel campo chiuso di Sintiki, al confine tra Grecia e Bulgaria, decine di persone avevano eluso la polizia e tagliato le recinzioni. DUE MINORI TENTANO IL SUICIDIO Andando ancora più indietro, si arriva all’episodio più grave, reso pubblico sempre dal Collettivo Rotte Balcaniche. Nella notte tra venerdì 21 e sabato 22 agosto, due ragazzi di diciassette anni detenuti a Pastrogor hanno tentato di togliersi la vita ingerendo prodotti chimici per la pulizia e lamette da barba. Erano reclusi da settimane come richiedenti asilo, nonostante la minore età, dopo il trasferimento dal centro di Busmantsi a Sofia. Secondo la denuncia, dopo il gesto entrambi sono stati maltrattati sia dalla polizia sia dal personale medico: uno è rimasto in ospedale a Svilengrad solo poche ore, l’altro tre giorni privo di conoscenza, prima di essere riportato nello stesso centro. Per i solidali non si tratta di episodi isolati né di semplici «incidenti», ma dell’esito prevedibile delle politiche europee di confinamento. «Non possono essere considerati solo come tentati suicidi, ma come tentati omicidi da parte dello Stato», scrivono le attiviste, ricordando che «la storia delle prigioni ci insegna che il corpo è il campo di battaglia finale e che il più estremo atto di evasione è anche il più tragico». Anche in questo caso la solidarietà è stata ostacolata: lə attivistə recatisi in ospedale durante l’orario di visita si sono visti negare l’accesso ai due ragazzi senza spiegazioni. La polizia ha perquisito la loro auto e ha emesso divieti di ingresso all’ospedale e nel paese di Pastrogor per motivi di ordine pubblico, sequestrando alcuni beni. Il Collettivo denuncia inoltre trasferimenti punitivi per dividere le persone recluse, il peggioramento del cibo usato «come arma» e prolungamenti della detenzione fino a diciotto mesi nel pre-removal detention center di Lyubimets, l’altro centro detentivo presente nel sud-est della Bulgaria. Ph: Collettivo Rotte Balcaniche «VOGLIAMO LA LIBERTÀ» I tre episodi vanno letti nel suo insieme e restituiscono la routine di un centro pensato per l’attuazione del Patto. Il Collettivo, nel raccontare la repressione subita, è consapevole della distanza tra ciò che ha subìto e la condizione quotidiana delle persone recluse, prive della protezione di un passaporto europeo. La repressione, osserva, misura quanto possa essere minaccioso per lo Stato un semplice gesto che rompe l’isolamento tra il dentro e il fuori. Da dopo la fuga, denunciano, le visite ai reclusi vengono ostacolate, il numero di telefono per i contatti con l’esterno è stato bloccato e ai detenuti sono negate l’ora d’aria e, in parte, l’elettricità. Il messaggio che arriva dall’interno non deve rimanere inascoltato: «Non vogliamo solo cibo migliore, vogliamo poter andare dove vogliamo. Non vogliamo solo centri più puliti e procedure più efficienti, vogliamo la libertà». -------------------------------------------------------------------------------- Per contribuire alle spese legali e alla riparazione dei danni all’auto, è possibile sostenere il Collettivo sul conto dell’Associazione Altromondo APS – IBAN IT19N0880760750000000876000 – BCC Veneta Credito Cooperativo.
Il piede di cartone
LORENA FORNASIR, LINEA D’OMBRA Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, da anni si prende cura delle persone in movimento che arrivano stremate dalla rotta balcanica nella «Piazza del Mondo» di Trieste, come viene chiamata piazza della Libertà. Lo fa attraverso la cura dei corpi feriti, ma anche attraverso l’ascolto e la restituzione di dignità a chi attraversa il confine. Un lavoro che nelle ultime settimane è stato accompagnato da intimidazioni, minacce e aggressioni contro la rete solidale triestina 1. È dentro questo contesto che Lorena racconta la storia di un piede ferito, avvolto nel cartone, diventato suo malgrado il simbolo di un viaggio, della resistenza e dell’ostinato desiderio di restare in piedi. Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra! Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della piazza del mondo. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afganistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambini provenire dalla rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “vai, vivi e salvaci”. > Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Wilfred Bion) Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del Desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la Caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del Desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda ad un’alterità, ad un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi “Io sono confine” 2, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afgano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita ad una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua ad interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una Caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della Cura. 1. Il servizio su TG3 ↩︎ 2. La scheda del libro ↩︎
Abdulrahman Al-Khalidi è libero
Ogni volta che scrivevamo di questa profonda ingiustizia, ogni volta che sentivamo Abdul, ogni volta che partecipavamo ai presidi per chiedere la sua liberazione, ogni volta che traducevamo e diffondevamo i suoi testi, lo facevamo con la speranza di poter arrivare, un giorno, a scrivere queste parole: > Abdulrahman Al-Khalidi è libero. Dopo quasi cinque anni di detenzione amministrativa in Bulgaria, Abdulrahman ha finalmente lasciato il centro di detenzione. Oggi, 21 agosto 2026, è stato trasferito da Lyubimets a Sofia, dove la misura che ne disponeva la detenzione è stata modificata, permettendogli di uscire dal centro chiuso. Abdulrahman era detenuto in Bulgaria dall’ottobre 2021, dopo essere fuggito dall’Arabia Saudita e aver attraversato il confine turco-bulgaro per chiedere protezione. Aveva lasciato in Turchia la moglie e i suoi due figli. Da allora era rimasto in detenzione amministrativa, senza una condanna penale. Oggi, insieme ad Abdul, il nostro pensiero e il nostro abbraccio vanno a loro.  Lo abbiamo conosciuto nel 2024, quando era già detenuto da tre anni e aveva iniziato uno sciopero della fame contro il rischio di deportazione in Arabia Saudita. Da allora abbiamo continuato a seguire la sua vicenda. Nel tempo Abdulrahman è diventato anche autore di Melting Pot. Dal centro di detenzione ci ha affidato i suoi testi, continuando a scrivere, a denunciare e a far sentire la propria voce. Attraverso i suoi articoli ha continuato a parlare con l’esterno, raccontando la propria condizione e quella di tante altre persone prigioniere delle politiche di frontiera. Ma la sua storia non è stata soltanto raccontata. Abdul non è mai stato solo. In questi anni, in Bulgaria e fuori dalla Bulgaria, tante persone hanno continuato a stargli accanto. Una solidarietà fatta di mobilitazioni e presidi, di sostegno legale e politico, ma anche di presenza concreta, di aiuto materiale, di telefonate, incontri e vicinanza. Il Collettivo Rotte Balcaniche, che da anni attraversa e sostiene le persone lungo la rotta balcanica, ha mantenuto con Abdul un rapporto diretto, portandogli sostegno e presenza durante gli anni della detenzione. E insieme a tante altre realtà 1, associazioni, attiviste e attivisti e organizzazioni, abbiamo continuato a chiedere la sua liberazione attraverso presidi, iniziative, petizioni e azioni di solidarietà e a denunciare il rischio della sua deportazione in Arabia Saudita. Da questa mobilitazione è nata anche la campagna internazionale Free Abdulrahman, che ha raccolto e rilanciato la richiesta di liberazione, portando la sua vicenda all’attenzione di un pubblico sempre più ampio e delle istituzioni europee. > Una mobilitazione che non ha mai smesso di dire una cosa semplice: Abdulrahman > doveva essere libero. Ma se oggi possiamo festeggiare questa vittoria, il primo nome da ricordare è quello di Abdul. È stata la sua forza, la sua determinazione e la sua capacità di resistere a tenere aperta questa battaglia per quasi cinque anni. Ha continuato a lottare, a scrivere, a parlare, a denunciare. Non ha mai accettato che la detenzione cancellasse la sua voce. La sua liberazione non cancella gli anni che gli sono stati sottratti. Non cancella l’ingiustizia di una detenzione durata quasi cinque anni senza una condanna. Ma oggi possiamo raccontare una vittoria. Ogni giorno, con il nostro lavoro editoriale e con la nostra presenza sul campo, siamo accanto alle persone che subiscono la violenza delle frontiere, le detenzioni, i respingimenti e le violazioni. Raccontiamo queste storie e lottiamo perché possano avere un esito diverso. Oggi quell’esito diverso ha un nome: la libertà di Abdulrahman. Nonostante tutto, si può vincere. Si può resistere alla detenzione. Si può continuare a parlare quando si vorrebbe imporre il silenzio. Si può costruire una rete di solidarietà che attraversa confini, centri di detenzione e anni di attesa. Questa vittoria ha il volto e la voce di Abdulrahman e di tutte coloro che hanno lottato al suo fianco. Bentornato, Abdul. Melting Pot e Collettivo Rotte Balcaniche * Leggi gli articoli di Abdulrahman su Melting Pot * La campagna per la sua liberazione – Free Abdulrahman PH: Migrants Solidarity in Bulgaria (centro di detenzione bulgaro di Busmantsi, Sofia) 1. Migrant Solidarity Bulgaria, Храна не война Sofia, reti di attiviste e attivisti della società civile, organizzazioni non governative internazionali ↩︎
La Rotta Balcanica: l’istituzionalizzazione della violenza nella governance europea delle frontiere
CAMILLA DELLA VIDA Ogni giorno, la gestione delle migrazioni lungo la Rotta Balcanica continua a produrre violenze sistemiche che colpiscono le persone in movimento ben oltre il momento dell’attraversamento della frontiera. Migliaia di persone attraversano confini, boschi e campi informali nel tentativo di raggiungere un luogo sicuro, scontrandosi però con un sistema di controllo sempre più violento e militarizzato. In seguito agli arrivi su larga scala del 2015, i Balcani occidentali hanno progressivamente iniziato a funzionare come una zona cuscinetto, finalizzata a contenere e regolare i movimenti migratori prima che raggiungessero gli Stati membri dell’Unione Europea. Più che rimanere un corridoio umanitario temporaneo, la Rotta Balcanica è stata progressivamente incorporata all’interno del più ampio sistema europeo di governance delle frontiere esterne. Personalmente, ho lavorato due mesi in Serbia con l’organizzazione No Name Kitchen e ho avuto la possibilità di raccogliere testimonianze su come la violenza non si limiti al confine fisico, ma continui attraverso procedure arbitrarie, sospensione dei diritti, detenzioni illegali e produzione di irregolarità. Nel mio periodo a Sjenica, dove ho lavorato in un centro diurno che tutti i giorni accoglie i richiedenti asilo del campo, ho avuto la fortuna di conoscere K., un uomo siriano di 33 anni, che ha lasciato la Siria dopo che lui e la sua famiglia sono stati presi di mira dalle autorità locali. Ph: Camilla Della Vida – reception center di Bujanovac La sua storia mostra come la violenza di frontiera assuma l’aspetto di procedure opache, detenzione, precarietà giuridica e continua incertezza. Dopo essere passato dalla Turchia, dove racconta di aver subito discriminazioni a causa delle sue origini armene, è arrivato in Bulgaria attraversando il confine con un parapendio, ferendosi gravemente durante l’atterraggio. Dopo essere stato fermato dalla polizia bulgara, racconta di essere stato picchiato e detenuto per un mese in un centro dove, nonostante avesse chiesto asilo, veniva costantemente interrogato e scoraggiato dal proseguire la procedura. Una volta uscito dal centro, ha camminato fino in Serbia dove poi ha dovuto chiedere assistenza medica a causa di un forte dolore alle ginocchia. Oggi si trova ancora in attesa di una decisione sulla sua domanda d’asilo, lontano dalla sua famiglia e senza sapere quale direzione prenderà la sua vita nei prossimi mesi. Anche R., cittadino pakistano ed ex medico patologo, arrivato in Turchia legalmente con il visto, racconta di anni di detenzione amministrativa e criminalizzazione nel Paese. Dopo aver tentato di raggiungere la Grecia con la moglie incinta, è stato accusato più volte di essere uno smuggler – un trafficante di esseri umani – detenuto per mesi e sottoposto a continui obblighi di firma, pur non essendo mai stato condannato. La sua famiglia è stata progressivamente separata a causa delle politiche migratorie: la moglie e i figli vivono oggi a Cipro in condizioni precarie, mentre lui si trova in Serbia dopo aver attraversato Turchia e Bulgaria a piedi insieme ad altre persone in movimento. «Don’t trust smugglers, come legally, so you will not suffer like me», racconta. Eppure, per molte persone, le vie legali rimangono inaccessibili. Durante la cosiddetta “lunga estate delle migrazioni” del 2015, la Rotta Balcanica operava come un corridoio relativamente aperto che permetteva a un gran numero di migranti e rifugiati di muoversi verso l’Europa occidentale e settentrionale. Questa temporanea apertura è stata rapidamente sostituita da politiche di transito sempre più restrittive. Dopo la Dichiarazione UE-Turchia del 2016, la costruzione di barriere, la chiusura delle frontiere e l’intensificazione delle misure securitarie hanno contribuito al consolidamento di strategie di contenimento lungo la Rotta. Questi sviluppi hanno avuto un ruolo importante nella graduale normalizzazione dei pushback, in quanto l’UE ha iniziato ad affidarsi sempre più ai Paesi dei Balcani occidentali per svolgere funzioni di controllo delle frontiere e gestione delle procedure d’asilo, spostando di fatto parte della governance migratoria al di fuori dei propri confini territoriali formali. Ph: Camilla Della Vida – distribuzione di acqua e cibo Il termine pushback si riferisce generalmente al respingimento informale e illegale di persone oltre frontiera, senza accesso alle procedure d’asilo o alle garanzie legali previste. Tali pratiche rappresentano violazioni del diritto nazionale, europeo e internazionale, inclusi il divieto di espulsioni collettive, il principio di non-refoulement e il diritto di chiedere asilo. Ulteriori pratiche frequentemente documentate, come la detenzione arbitraria, la violenza fisica e le umiliazioni, configurano trattamenti inumani o degradanti e lasciano conseguenze fisiche e psicologiche durature. Quella che inizialmente veniva presentata come una risposta eccezionale si è gradualmente trasformata in una pratica ordinaria, portata avanti dalle autorità di frontiera lungo la Rotta Balcanica, creando un effetto a catena in cui le persone vengono respinte ripetutamente attraverso diversi confini. Piuttosto che impedire efficacemente le migrazioni, queste pratiche costringono spesso le persone a cercare percorsi alternativi e più pericolosi, aumentando il rischio di ferite, traumi e morte. Allo stesso tempo, questi meccanismi contribuiscono alla produzione dell’irregolarità, rendendo le persone migranti più vulnerabili all’esclusione e all’espulsione nel più ampio quadro della governance migratoria. Numerosi report prodotti da organizzazioni internazionali, ONG e reti di monitoraggio hanno documentato il carattere sistematico di queste pratiche. Le testimonianze raccolte dai migranti descrivono frequentemente schemi ricorrenti di espulsioni e violenze, suggerendo che tali pratiche non possano essere comprese come eventi isolati, ma piuttosto come elementi di un più ampio sistema di gestione delle frontiere. La progressiva fortificazione e securitizzazione delle frontiere europee è stata accompagnata da un aumento dei respingimenti violenti nei confronti delle persone in transito, soprattutto dopo il luglio 2016 1. La cosiddetta “Regola degli 8 km”, introdotta dall’Ungheria, autorizzava la polizia a ricondurre oltre il confine chiunque venisse intercettato entro 8 km dalla frontiera. Inoltre, a queste persone veniva impedito di presentare domanda d’asilo, aggirando di fatto le garanzie legali previste 2. Nel 2020 questa pratica è stata duramente condannata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, poiché viola il principio di non-respingimento. Dopo anni di mancato rispetto della sentenza del 2020, nel giugno 2024 la CGUE ha imposto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro e una penalità giornaliera di 1 milione di euro. Nell’aprile 2026, l’importo complessivo dovuto dall’Ungheria è stimato intorno a 800 milioni di euro. Dopo le elezioni dell’aprile 2026, Péter Magyar ha espresso la volontà di fermare le sanzioni quotidiane, senza però manifestare l’intenzione di rispettare maggiormente i diritti umani; al contrario, il nuovo governo sembra intenzionato a mantenere una linea rigida sulle migrazioni e a conservare la barriera di confine. L’esperienza delle persone in movimento lungo la Rotta Balcanica mostra inoltre come la violenza non si manifesti soltanto attraverso i pushback o le violenze fisiche dirette, ma finisca spesso per essere incorporata negli stessi sistemi di asilo e accoglienza. Molte persone, dopo essere state fermate dalla polizia, raccontano di essere state trattenute illegalmente per giorni in garage o strutture informali prima di essere trasferite nei campi, spesso senza accesso ad acqua o cibo. Altre si trovano invece intrappolate nella lentezza delle procedure istituzionali e nell’incertezza costante legata alla propria situazione giuridica. Nel frattempo, la Commissione Libertà Civili del Parlamento Europeo ha raggiunto un accordo sulla proposta della Commissione relativa alle nuove regole sui rimpatri, conosciuta come Return Regulation. Approfondimenti/Regolamenti UE/Confini e frontiere PER LA DESTRA EUROPEA, LA REMIGRAZIONE È INIZIATA Il voto in plenaria conferma l’approvazione del Regolamento Deportazioni del Parlamento UE 14 Aprile 2026 Si tratta di una riforma che contribuisce a delineare una nuova politica europea delle deportazioni, destinata con ogni probabilità a produrre una maggiore criminalizzazione delle persone migranti, raid nelle comunità e la creazione di centri detentivi in paesi extra-UE, definiti dall’UE come “return hubs”. In queste strutture, le persone deportate dal territorio europeo rischiano di essere esposte ad abusi e violazioni dei diritti umani. Le modifiche più recenti riguardanti i cosiddetti “Paesi sicuri” si inseriscono nel più ampio Patto Europeo su Asilo e Migrazione, adottato nel 2024 e che entrerà in vigore a giugno 2026. Uno degli elementi centrali del Patto, l’Asylum Procedure Regulation (APR), punta ad accelerare l’esame delle domande di asilo all’interno dell’UE. Il regolamento introduce una lista comune dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” (Safe Countries of Origin, SCO) e modifica il funzionamento dei “paesi terzi sicuri” (Safe Third Countries, STC) 3. Questi cambiamenti rischiano però di avere conseguenze molto concrete sulla vita delle persone richiedenti asilo. Procedure accelerate e criteri sempre più restrittivi aumentano il rischio di decisioni superficiali o arbitrarie, soprattutto nei confronti di persone che hanno già vissuto esperienze traumatiche. Persone in condizioni di vulnerabilità o appartenenti a gruppi marginalizzati potrebbero essere rimandate in paesi dove la loro sicurezza non è garantita o finire in luoghi in cui diritti e dignità non vengono realmente tutelati. Si tratta di misure che incidono direttamente sulla vita di adulti e bambini già costretti a lasciare le proprie case a causa dell’aumento delle disuguaglianze globali, dei conflitti e delle violenze che popolano il mondo di oggi. Lungo la Rotta Balcanica, la violenza non appare più come un’eccezione, ma come una componente strutturale della governance migratoria europea. Dai pushback alle deportazioni accelerate, fino agli ostacoli nell’accesso all’asilo, emerge un sistema sempre più orientato alla deterrenza e alla criminalizzazione delle persone migranti piuttosto che alla tutela dei loro diritti. 1. “Introduction to Context”, Border Violence Monitoring Network, n.d. ↩︎ 2. “Access to the territory and pushbacks, Asylum Information Database”, 19 Maggio 2026 ↩︎ 3. “What do the latest decisions on “safe countries” and returns mean for people on the move?” – International Rescue Committee (IRC), 9 Marzo 2026 ↩︎
Il punto sulla guerra russo-ucraina
Abbiamo chiesto a Francesco Dall’Aglio, storico, esperto di est Europa e autore del seguito canale Telegram sulla guerra russo-ucrina War rooms, di fare il punto sul conflitto. Abbiamo parlato di droni e sconfinamenti di droni, delle reticenze sempre maggiori sull’ingresso dell’Ucraina nell’UE da parte dei Paesi membri – e non per la decisione di dare a un’unità militare il nome dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, all’epoca della Seconda Guerra Mondiale alleato dei nazisti, e autore di massacri contro la popolazione polacca (cosa che comunque ha ovviamente fatto infuriare Tusk e la Polonia) e della riattivazione del fronte da parte russa. Ascolta o scarica l’interessante approfondimento.