Il Cile sulla scia di Javier Milei

Pressenza - Tuesday, August 11, 2026

L’Argentina attira i miliardari con una massiccia riduzione delle imposte, la Cina aiuta la martoriata Cuba e il Brasile si appresta ad andare alle urne.

Nel subcontinente sudamericano le opinioni sono ancora una volta divise: da un lato ogni sorta di conservatori, che si aggrappano al «modello» della cosiddetta politica economica libertaria; dall’altro, i sostenitori di norme e ideali di stampo socialdemocratico. Il confine tra i due territori è per giunta labile e disseminato di insidie.

Quello che il president argentino di estrema destra Javier Milei, ideatore della «nuova» medicina per le molteplici malattie di cui l’Argentina soffre da decenni, predica ai suoi sostenitori, non è né nuovo né efficace. Inutilmente, sia i governi civili democraticamente eletti che le dittature militari hanno tentato di migliorare la situazione, e ora Milei sostiene che ogni fallimento delle politiche liberali, neoliberiste e conservatrici attuate finora sia da imputare esclusivamente a misure non sufficientemente radicali.

Nel frattempo, però, il suo governo è al potere da più di 30 mesi. L’inflazione, il male principale che trascina con sé innumerevoli altri problemi, tutti molto gravi, è comunque ancora ferma al 33% (da luglio 2025 a giugno 2026). Non si può certo parlare di una terapia efficace, nonostante l’uso della famigerata motosega. Il paziente, la seconda economia più grande del Sudamerica, lamenta forti dolori.

Il miliardario Peter Thiel come beneficiario

Nonostante tutto, intanto, a seguito delle elezioni, sei nazioni su dieci della regione sono finite nella scia del neoliberismo e dei «libertari»: Ecuador, Cile, di recente Perù e Colombia, da un’eternità il Paraguay e probabilmente presto anche la Bolivia. La situazione è simile nell’area centroamericana: El Salvador, Honduras, Panama.

L’arsenale della politica economica di Milei è ben conosciuto. Lo strumento principale sembra essere un programma di incentivi denominato «Super-RIGI». Non c’è nemmeno bisogno di indovinare quale sia la sua attrattiva: un massiccio sgravio fiscale per i grandi investitori stranieri interessati. Secondo «amerika21», lo sgravio «riduce per 30 anni l’imposta sugli utili dal 35% al 15%, abbassa i contributi previdenziali dal 24% al 10%, consente importazioni esenti da dazi doganali secondo necessità e promette ulteriori vantaggi ed esenzioni». Inoltre, nuove norme per regolare il possesso di terreni. Il principale interessato e beneficiario di queste iniziative sembra essere il miliardario statunitense Peter Thiel, che ha recentemente trasferito la propria residenza in Argentina.

«Ricostruzione nazionale» in Cile

In Cile il governo appena eletto del presidente di estrema destra José Antonio Kast ha lanciato un pacchetto di misure apparentemente preparato da tempo. Sia nella sostanza che in molti dettagli, l’approccio di Milei ha trovato a Santiago un riscontro molto positivo. Con grande presunzione se ne parla come «Piano di ricostruzione nazionale», come se il predecessore in carica avesse lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie.

Kast era uscito vittorioso dal ballottaggio a dicembre con il 58% dei voti. Nei primi tre mesi del suo mandato, tuttavia, la sua popolarità è scesa in tempo record di 20 punti percentuali, attestandosi al 38%. Secondo quanto riporta il quotidiano cooperativo tedesco «taz», le promesse con cui aveva vinto le elezioni finora non sono state mantenute: voleva arginare la criminalità, controllare l’immigrazione e rilanciare l’economia.

Lula da Silva guadagna punti nella campagna elettorale – e fa surf nell’Atlantico

Come andrà a finire questo tiro alla corda tra le forze di destra e quelle di sinistra in America Latina dipenderà in misura non trascurabile dalle elezioni presidenziali e congressuali che si terranno in Brasile la prima domenica di ottobre. Per molto tempo la lotta per il potere nel Paese gigante sembrava essere destinata ad un pareggio, sia al primo che al secondo turno. Ora, però, il divario tra l’attuale presidente di sinistra moderata Luiz Inácio da Silva e il figlio maggiore dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro, l’attuale senatore Flávio Bolsonaro, si sta allargando. Secondo i sondaggi, Lula avrebbe nel frattempo guadagnato alcuni punti percentuali di vantaggio sull’acerrimo rivale.

Un corrispondente speciale dal Brasile per il quotidiano liberale di destra argentino «La Nación» cerca di approfondire le ragioni di questo cambiamento di tendenza. Arriva alla conclusione che tre iniziative del governo Lula potrebbero averlo determinato: in primo luogo, l’abile rifinanziamento di una parte del debito dello Stato; poi, il dibattito pubblico su una riduzione generale dell’orario di lavoro settimanale; e infine, l’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori che guadagnano meno degli equivalenti 850 Euro. Misure che sarebbero idonee a rafforzare la «nuova classe media» del Paese.

Un altro ambito in cui l’ex leader sindacale potrebbe guadagnare consensi alle urne: Lula da Silva si oppone con determinazione e consapevolezza alle richieste impertinenti del suo collega statunitense Donald Trump. Le minacce ricorrenti del signore della Casa Bianca di imporre nuovi dazi punitivi contro il Brasile, nel caso in cui il suo amico Jair Bolsonaro non venga scarcerato, sono percepite da molti brasiliani come indegne dei rapporti tra grandi potenze.

Quando Trump ha recentemente annunciato nuove sanzioni commerciali, Brasilia ha reagito prontamente con una nuova linea di credito destinata ai settori industriali direttamente colpiti, come quello calzaturiero, tessile e dell’edilizia residenziale, al fine di neutralizzare il più possibile le ritorsioni di Trump. Il fatto che l’ottantenne Lula abbia cavalcato le onde dell’Atlantico sulla tavola da surf con la stessa sicurezza di un ragazzo – così ha osservato il corrispondente della «Nación» – sembra aver fatto colpo sugli imprenditori locali, altrimenti piuttosto cauti nei suoi confronti.

Cuba cerca di sfilarsi dal cappio

Nel frattempo – nel contesto dell’attuale svolta a destra della maggior parte dei Paesi dell’America Latina – anche a Cuba si sta delineando un movimento simile, sebbene in questo caso si tratti di un passaggio da posizioni marxiste ortodosse verso un regime di centro-sinistra che si avvicina chiaramente agli ideali socialdemocratici. E cioè a strutture di politica statale ed economica che attribuiscono maggiore importanza agli obiettivi sociali rispetto al capitalismo puro, così come praticato soprattutto nelle società occidentali fino all’esagerazione e alla follia.

A metà giugno L’Avana ha annunciato riforme di ampia portata, dopo che il presidente Trump aveva adottato ulteriori misure drastiche volte a soffocare definitivamente l’economia cubana e, di conseguenza, a provocare una controrivoluzione totale. Il portale di notizie «amerika21» illustra in modo sommario come il governo cubano stia ora cercando di tirarsi fuori dai guai.

Molte di queste «176 misure» non sono più una novità, poiché dal crollo del comunismo nell’Unione Sovietica, Cuba, passando da una situazione di emergenza all’altra, ha avuto tre decenni e mezzo di tempo per prepararsi a una dolorosa fine della propria rivoluzione. Lungo questo percorso, i punti chiave da affrontare in caso di una caduta sono stati ripetutamente discussi – e ripetutamente rinviati, ripetutamente accantonati – segnali evidenti di come l’Avana percepisce l’unità in caso di emergenza. Nel frattempo, Washington continuava a martellare i cubani con sanzioni e blocchi, attentati e sabotaggi, con l’obiettivo di renderli finalmente malleabili per la rivolta contro il regime comunista.

La Cina offre aiuto ai cubani

Il mondo, a parte poche eccezioni e le ricorrenti dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’ONU a favore della fine dell’embargo statunitense, ha assistito passivamente e senza intervenire mentre i dieci milioni di abitanti dell’isola venivano ridotti alla fame. Ora la Cina è decisa a dare aiuto ai cubani con progetti che sembrano essere stati pianificati con cura.

L’obiettivo di raggiungere il progresso sociale per la grande maggioranza dei popoli in un contesto democratico credibile non è più una pura utopia. Sono finiti i tempi in cui la socialdemocrazia veniva equiparata senza discussioni al comunismo e poteva quindi essere perseguitata, punita e rovesciata. Per quanto riguarda l’America Latina: politici come João Goulart in Brasile, Juan Bosch nella Repubblica Dominicana, Jacobo Arbenz in Guatemala e Salvador Allende in Cile avevano perseguito obiettivi socialdemocratici e sono stati comunque costretti a dimettersi, con il decisivo aiuto degli Stati Uniti e della CIA, in quanto presunti comunisti. Di recente, invece, riformatori moderati come Gabriel Boric in Cile, Gustavo Petro in Colombia, Bernardo Arévalo in Guatemala e, finora, anche Lula da Silva in Brasile sono riusciti a portare a termine i loro mandati nonostante la forte opposizione.

Traduzione dal tedesco di Anna Sette

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Romeo Rey, Die Geschichte Lateinamerikas vom 20. Jahrhundert bis zur Gegenwart, (La storia dell’America Latina dal XX secolo ai giorni nostri), 284 pagine, 3ª edizione, Editore C.H.Beck 2015, CHF 22.30 (solo in tedesco).

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