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Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al 51%…  Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte… Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi. Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli ultimi anni e per le prossime decadi. > La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è > davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze > culturali, ideologiche ed economiche. Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo, militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo, come direbbe Gilberto Freire. La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni: tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano funzioni di controllo sull’operato del governo. Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al centro. SENATO Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica 27Sinistra 5Centro 49Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente – bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha, sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis. Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso margine di iniziativa in tutto il Congresso.  CAMERA DEI DEPUTATI Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica 107Sinistra 123Centro 283Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress CHI SONO LE SENATRICI E DEPUTATI DEL BOLSONARISMO E DELLA SINISTRA BRASILIANA Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione. Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social. Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie. Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10 dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il merito scagliandosi contro le quote razziali. A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di stare in politica. Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223 voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo) ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere la semiotica della destra bolsonarista. Screenshot dai video Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like. C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news, comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”, ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”. > Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio > appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio, > alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti, > interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica > rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta > a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di > armarle di pistola. Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade» (indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.  Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato. E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e della comunità LGBTQIA+. TORNIAMO AL BALLOTTAGGIO DEI DUE CANDIDATI Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti, una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra potrebbe confluire sul PL.  È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando, durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia, l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23% e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo turno.  Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa, invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati. > La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL > ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino > elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del > voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto > Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di > Lula.  La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale, sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo». Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone, a condividere la campagna digitale. E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada), migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ, influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan, hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.  Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena un milione e mezzo di iscrizioni. E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo, gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre 2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho (VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con 191.371 voti. L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana – colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere nazionale. > La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva, > dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di > renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso > democratico del termine.  Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci lascia ben sperare nella svolta, a virada. Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel ’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014, poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa. > Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla > presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come > stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere > sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di > elettorato ancora indecisa. Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione  della metropolitana di Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e indebolito dall’esito elettorale. Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.  Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.   Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo, costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro, attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con ingenuità? BOLSONARISMO E POLITICHE PUBBLICHE Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza, sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che da sempre fanno le destre. > In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e > violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza > può diventare una proposta politica molto efficace. Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale», ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão, possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare. > In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere > percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione > brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la > promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico > di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade, > appare più allettante e vicina. Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione. Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario, alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti, spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese. Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il “proprio” Presidente. > Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento > entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e > nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare > affidamento sulla figura salvatrice del Paese. Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership. Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale. E con lui tramonterà un modo di fare politica. President Donald J. Trump poses for a Family Photo with world leaders at the Shield of the Americas summit at Trump National Doral, Saturday, March 7, 2026, in Miami, Florida. (Official White House Photo by Daniel Torok) IL RUOLO DI TRUMP E DEL BRASILE NELL'EQUILIBRIO DELL'AMERICA LATINA Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a guardarci dentro riusciamo a specchiarci.  Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la marea ha inondato anche i movimenti nostrani. > Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni > presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o > centrodestra. Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione «Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese, nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo». Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti, sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari. La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington, infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino. > Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida > consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere > i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e > partner commerciale di primo piano.  È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre. Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno. Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente. Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare, coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25 ottobre.  Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi. Immagine di copertina Lula official Flickr Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 22, 2026
DINAMOpress
Brasile. Bolsonaro e Lula sono testa a testa, secondo i sondaggi
Diciannove giorni dopo che i sondaggi hanno negato quasi tutti i sondaggi, Flávio Bolsonaro ha poco più di un punto dal vantaggio che aveva preso al primo turno. Il senatore del Partito Liberale (PL) ha concluso il 4 ottobre con quasi due punti di vantaggio su Luiz Inácio Lula da […] L'articolo Brasile. Bolsonaro e Lula sono testa a testa, secondo i sondaggi su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Brasile. Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca
Dopo un’elezione combattuta segnata da geopolitica e alto astensionismo, ci sarà un secondo turno in Brasile. Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra imprigionato a Brasilia per un fallito colpo di stato nel gennaio 2023, ha ottenuto il 47,06% dei voti contro il 45,13% di Luiz Inacio Lula da […] L'articolo Brasile. Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca su Contropiano.
October 17, 2026
Contropiano
Sulle elezioni in Brasile
Intervista sulle elezioni in brasile. Maria Teresa Muraca, educatrice popolare e professoressa Università Federale del Parà, Celso Carminati, professore università dello Stato di Santa Catarina.
October 12, 2026
Radio Onda Rossa
Brasile: il fascismo bolsonarista si avvicina al Planalto
Flávio Bolsonaro, figlio del golpista Jair, conduce con un vantaggio di oltre due punti percentuali su Lula dopo il primo turno delle presidenziali di domenica 4 ottobre. Disastro petista anche nelle elezioni di Senato e Camera dei Deputati. Il ballottaggio del 25 ottobre rischia di consegnare il più grande paese dell’America latina all’Internazionale nera in un contesto in cui i
October 11, 2026
La Bottega del Barbieri
Elezioni in Brasile: un bivio
Il risultato uscito dalle urne la sera del 4 ottobre nelle elezioni brasiliane è stato del tutto diverso dalle previsioni dei sondaggi di indirizzi e metodologie differenti. Ne è emerso un Paese sconosciuto, abitato da masse ignote assorbite da una destra estrema che ha fagocitato ampie aree del centro destra e del centro. Al momento risultano definitivamente eletti gli organismi legislativi della Federazione e degli Stati e alcuni governatori, mentre parte di questi ultimi e il Presidente della Repubblica andranno al ballottaggio il 25 ottobre. Particolarmente preoccupante per la tenuta democratica e istituzionale è il prevalere di Flavio Bolsonaro (con il 47,07% dei voti validi) su Lula (con il 45,12%). Per valutare le conseguenze, nelle istituzioni e nel Paese, di queste elezioni occorrerà vedere quale dei due candidati presidenti prevarrà. Qui mi limito, dunque, ad alcune informazioni sullo stato delle cose, rinviando a un secondo momento scenari e interpretazioni privi oggi di riscontri reali. Due fatti dominano su tutti. Il primo riguarda i governatori degli Stati. Nello Stato di San Paolo l’esponente di destra Tarcísio de Freitas è stato rieletto al primo turno con il 62,65% dei voti validi e il maggiore collegio del Paese, con 46 milioni di abitanti, incide molto sul risultato complessivo. In altri 19 Stati il governatore è già assegnato, con il successo dell’estrema destra nella regione Sud. In solo tre unità prevale la sinistra. Mancano sette Stati, fra cui Rio de Janeiro, pesantemente contaminato dalle milizie, che andranno al ballottaggio. L’onda lunga dell’antipolitica è giunta anche in Brasile con 33 milioni di astensioni, mentre 3 milioni 700.000 schede sono risultate nulle e 2 milioni 300.000 bianche. Quindi il suffragio di 40 milioni, pari a un quarto degli aventi diritto al voto, non è entrato nel computo. Un brutto panorama, dunque, che si conferma nella composizione delle assemblee legislative. Va tenuto anche presente che i governatori hanno potere esecutivo sulle polizie militari e civili degli Stati, corpi armati (molto armati), propensi alla gestione repressiva dell’ordine pubblico caro alle destre. Il secondo fatto ormai consolidato è la composizione del Senato, di cui sono stati rinnovati due terzi, cioè due eletti per ogni Stato. Si è rafforzato l’obiettivo prioritario dell’area bolsonarista di controllare questo ramo del Parlamento. Perché? Perché alla Camera alta sono attribuiti dalla Costituzione poteri su importanti passaggi istituzionali (deposizione del presidente, dei giudici del Tribunale Supremo Federale e di alti quadri giudiziari e amministrativi, nonché convalida di nomine di prerogativa del Presidente della Repubblica) che spesso richiedono una maggioranza di due terzi, cioè a 54 voti necessari su 81, al fine di evitare che il Senato blocchi provvedimenti già approvati dalla Camera e che sia alterato l’impianto istituzionale). Il Partito Liberale/PL, di cui fa parte la famiglia Bolsonaro, inoltre, intende imporre un’amnistia per i condannati del tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 rendendo di fatto del Parlamento, titolare del potere legislativo, un revisore delle decisioni giudiziarie (in questo caso delle sentenze dell’odiato Tribunale Supremo Federale). Anche la Camera dei Deputati si è ulteriormente spostata a destra. In teoria si può pensare che gli elettori abbiano scelto il proprio candidato in base al programma depositato da ciascuno di loro presso il Tribunale Superiore Elettorale/TSE, un documento vincolante al di là di semplici promesse di campagna. Scorrere tali programmi consente di cogliere la divergenza insanabile fra i due percorsi proposti. Probabilmente pochi elettori hanno avuto conoscenza di questi testi, che tuttavia si può immaginare che saranno presenti nel confronto delle prossime settimane. Provo, quindi, a riassumere e confrontare le posizioni espresse da Lula e Flavio, l’uno l’opposto dell’altro. Il progetto di Lula ha come filo conduttore la difesa attiva della sovranità e delle risorse naturali e la riduzione delle diseguaglianze, che in Brasile sono enormi e radicate in tutti i versanti, economico, culturale, sanitario, razziale, religioso, di genere e di età. Giustizia tributaria, reindustrializzazione, durata e qualità della giornata lavorativa, programmi sociali per alimentazione, casa, educazione, impegno instancabile per la salute pubblica universale sono i temi dominanti. Il progetto di Flavio è molto tecnologico, nel senso che prevede il ricorso all’informatizzazione per risolvere nodi fiscali, catastali, amministrativi nei servizi pubblici, sanitari, del ciclo scolastico obbligatorio: un’azione quantitativa il cui risultato dipende da ciò che viene imputato. I punti centrali sono equilibrio fiscale, controllo del costo del lavoro e “resistenza alla Repubblica sindacale”, ordine pubblico attraverso repressione primitiva (castrazione chimica, abbassamento dell’età penale a 14-16 anni, riconoscimento facciale capillare, omologazione fra criminalità organizzata e terrorismo). Anche i luoghi nei quali i due schieramenti svolgono la propria campagna elettorale sono diversi. La compagine di sinistra/centro sinistra si rende visibile soprattutto con comizi, manifestazioni (l’ultima molto partecipata a San Paolo il 3 ottobre), incontri nei luoghi di lavoro, nelle piazze ecc. L’alleanza di destra/centro destra ha i suoi canali di organizzazione in buona parte attraverso le infinite parrocchie neopentecostali che controllano in modo severo non solo il comportamento dei propri aderenti, ma anche, e forse soprattutto, le loro opzioni e azioni politiche (oltre a vigilare con meticolosità sulla decima obbligatoria). La criminalità organizzata indirizza i voti dei territori nei quali ha influenza, ovviamente con la minaccia e l’uso della brutalità. Le forze armate al momento tacciano, ma non è dato sapere quale vento soffia nelle caserme. Potente è la capacità della destra di usare le reti e gli influencer, spesso giovani violenti urlanti e vuoti e quindi facilmente assimilabili, che drenano milioni di voti. Non è una novità, poi, che la stampa di proprietà di grandi gruppi privati appoggi sempre le posizioni meno o per niente democratiche e sociali. Ma se non si è parlato di programmi durante il periodo elettorale di che cosa si è parlato? Le prime settimane di propaganda sono state dominate dall’esplosione di una profonda crisi nel Tribunale Supremo Federale, attizzata da una serie di iniziative anomale di alcuni giudici volte a proteggere Flavio dalle ricadute di un possibile enorme illecito finanziario che lo minaccia da vicino. Le settimane successive hanno visto una novità importante, cioè il ritorno sulla scena pubblica, dopo una lunga non innocente assenza, della Chiesa cattolica attraverso il suo massimo organo, la CNBB/Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani, con esplicita difesa dell’indiscutibilità della democrazia. Gli aventi diritto al voto sono i cittadini e le cittadine brasiliane, ma altri si prendono la libertà di partecipare. Mi riferisco ovviamente agli Stati Uniti e in scala minore all’Europa nella sua espressione UE. Il governo Trump intende dominare in modalità coloniale l’intera America Latina e ha delegato la funzione all’imbroglione maniacale Marco Rubio. Il sequestro di Maduro è stato il lancio di tale progetto, ma interferenze più discrete si sono ripetute nelle elezioni degli Stati affacciati sul Pacifico (Perù, Colombia, Equador, Honduras) e anche nella continentale Bolivia. Tuttavia lo sforzo maggiore di condizionamento è stato ed è applicato al Brasile per il suo peso regionale. Qui la campagna elettorale statunitense contro il governo è iniziata a luglio 2025 con dazi alle stelle, sanzioni ad personam contro alti magistrati, minacce intorno ai processi contro i golpisti, sospensione di visti (cose tutte documentabili con date, numeri, attori). Una seconda ondata di misure similari è stata lanciata a distanza di un anno nel luglio agosto 2026. Per tutto il periodo il governo Trump/Rubio ha coltivato rapporti privilegiati e di protezione con il gruppo di autoesiliati variamente golpisti rifugiati negli Stati del sud degli Usa e ha promosso continui inviti e incontri ad alto livello con Flavio, vassallo portatore di promesse di fedeltà e tributi. Senza questa quinta colonna interna al Brasile il gioco statunitense sarebbe ben difficile. Per completare venerdì 2 ottobre, a meno di 48 ore dall’apertura delle urne, il Dipartimento di Stato con grandi annunci ha chiuso le sedi diplomatiche in Brasile dichiarando la situazione pericolosa. Anche l’Australia ha fatto lo stesso, sa il cielo perché. Una pressione psicologica rozza, un incitamento al panico senza fondamento. Delle normali elezioni sono dunque pericolose? In tutto il percorso di attacco alle istituzioni che il Brasile ha conosciuto in questi anni l’Europa ha brillato per omissione, fingendo di non vedere ciò che stava accadendo in America Latina. Valvassore pavido, l’Europa ha mandato un messaggio negativo al governo brasiliano sospendendo il 3 settembre 2026 (un mese e un giorno prima delle elezioni) l’importazione di proteine animali per motivi di controlli chimici. L’Italia, valvassino genuflesso, si è adoperata per ospitare sul proprio territorio personaggi con doppia cittadinanza già ampiamente condannati in Brasile per reati gravissimi. A San Paolo siamo nei primi giorni della primavera australe, con il compito immane di contenere un’onda avvelenata che vuole minare i pilastri di una fragile e incompiuta impalcatura democratica, costruita sulla difficile uscita da vent’anni di dittatura militare e sostenuta dalla Costituzione del 1988, imperfetta ma molto degna e minacciata. Un cielo caliginoso ammorba l’aria e, per riprendere una felice espressione del presidente Lula nel suo discorso in apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2026, siamo di fronte a un bivio: democrazia o mistificazione, dei corpi, dei luoghi, dei sogni.   Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Bisogna inventare forme nuove di partecipazione
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono elezioni che chiedono di essere guardate ben oltre il risultato delle urne. A volte, dentro una competizione politica, emergono domande importanti che attraversano società intere. Le recenti elezioni in Brasile ce ne pongono una che non riguarda soltanto l’America Latina: che cosa accade quando la paura diventa più credibile della speranza? Sono stata molte volte in Brasile, ospite di persone del posto, e ho toccato con mano una paura della violenza estremamente concreta, trasversale ad ambienti sociali diversi. Ho conosciuto persone che avevano subito un furto con un’arma puntata addosso o che evitavano interi quartieri e strade che sapevano essere troppo pericolosi. Quando mi portavano in giro, mi spiegavano come vestirmi, cosa non mostrare, dove non fermarmi, come comportarmi. Ricordo soprattutto la naturalezza di quelle raccomandazioni. Non erano discorsi teorici sulla criminalità: erano semplicemente le istruzioni per sopravvivere alla vita quotidiana. La paura, quando è così pervasiva, non è soltanto un sentimento. È un modo di abitare il mondo. Modifica gli spostamenti, le abitudini, le relazioni. Ma soprattutto genera un’insicurezza profonda che sfocia spesso nella rabbia. Per questo non possiamo considerarla un’invenzione della propaganda, la paura è tremendamente reale. E proprio perché è reale, è politicamente potentissima. Prenderla sul serio significa ascoltarla, comprenderne le cause e costruire risposte. Cavalcarla, al contrario, significa trasformarla in uno strumento di consenso: indicare un nemico, promettere ordine immediato, far credere che una realtà complessa possa essere risolta da un uomo forte. Ma la paura non va negata, né può essere regalata a chi la usa per propri fini. Per sottrarla alla “politica della paura”, dobbiamo capire cosa si è rotto dentro le nostre società mentre noi continuavamo a usare vecchie mappe per orientarci. Il paradosso del voto: quando i numeri non bastano Come è potuto succedere, per esempio, che, in Brasile, molte donne nere che vivono nelle favelas abbiano scelto di votare per Flávio Bolsonaro, un politico maschilista e razzista che renderà la loro vita ancora più complicata? I governi di sinistra come quello di Lula hanno prodotto risultati e trasformazioni sociali storiche che non possono essere cancellati. Ma sarebbe un errore tragico pensare che quei risultati, per quanto fondamentali, bastino da soli a costruire consenso. Un progresso può essere reale e, allo stesso tempo, parziale. Una statistica può raccontare che la povertà è diminuita, che l’occupazione è cresciuta e che i diritti si sono ampliati. Ma la vita di una persona non è una statistica. Il voto è dettato dalle emozioni, dalle emergenze quotidiane, dallo stato d’animo. Quel miglioramento dello stato generale non migliora in modo significativo la vita delle persone. Molte donne nelle periferie vivono in uno stato di allarme continuo: la paura del marito violento, del figlio arruolato dal narcotraffico, dei proiettili vaganti, dei “banditi” che controllano il quartiere, della solitudine… Sulle spalle portano il peso di un lavoro precario o che manca, e la sensazione angosciante di non avere nessuno a cui rivolgersi. La politica non parla soltanto alla ragione che valuta i programmi: parla al bisogno primario di sentirsi protetti, riconosciuti, visti e ascoltati. E laddove questo ascolto manca, la gente si allontana. Il vuoto riempito dalle Chiese È in questa spaccatura tra il bisogno di protezione e l’assenza dello Stato che la destra ha trovato il suo più grande alleato: la Chiesa Evangelica. Dai primi anni ’80 a oggi, i cristiani evangelici in Brasile sono arrivati a rappresentare quasi un terzo della popolazione. Durante la sua presidenza, Jair Bolsonaro ha consolidato un’alleanza ferrea con potenti telepredicatori e leader religiosi, creando una vera e propria macchina di attivismo politico al servizio della sua famiglia. Ma oltre la macchina politica, c’è un dato umano: la chiesa evangelica ti offre una comunità reale. Ti offre un posto dove andare la domenica, qualcuno che ti ascolta quando sei disperato, una spiegazione chiara del mondo, regole per rimettere insieme una vita che sta crollando. Le politiche sociali e i sussidi statali sono fondamentali, ma spesso vengono percepiti come pratiche burocratiche e astratte. La comunità religiosa invece è lì, oggi, e ti dice: «Non sei solo. Sei dentro qualcosa». Se la sinistra si limita a gestire il governo dall’alto, riducendo la democrazia a un’erogazione di servizi, le persone rimangono sole. E quando rimani solo davanti a uno schermo, esposto agli algoritmi, alla propaganda e all’angoscia, la politica reazionaria e identitaria trova un terreno fertilissimo. La presenza nei territori e le infrastrutture della vita comune Dobbiamo allora farci le domande che abbiamo evitato per troppo tempo: dove può una persona raccontare ciò che le sta accadendo senza dover aspettare le elezioni? Dove può trovare qualcuno che ascolti un problema prima che diventi rabbia? Dove può incontrare altri con cui provare a risolverlo? Se la politica arriva nelle vite soltanto attraverso una legge, una conferenza stampa o un post sui social, viene percepita come qualcosa che accade altrove. La democrazia ha invece un disperato bisogno di presenza fisica nei territori. Ha bisogno di associazioni, cooperative, scuole aperte, centri culturali, spazi sportivi, reti di vicinato… Luoghi nei quali non si sia soltanto utenti o elettori, ma persone capaci di partecipare alla costruzione del bene comune. Questo significa anche ripensare il modo in cui guardiamo alle nostre città. Abbiamo lasciato che fossero la speculazione e la rendita a decidere come trasformarle, dimenticando che una città è il luogo in cui si vive insieme. Cosa succede quando un quartiere diventa troppo costoso, quando i servizi si allontanano, quando gli spazi pubblici si restringono e persino incontrarsi diventa difficile perché tutto deve essere consumato? Si impoverisce la possibilità stessa di costruire legami. Ecco perché case accessibili, trasporti, parchi, piazze, biblioteche e presidi sanitari non sono semplici voci di bilancio: sono le infrastrutture della vita comune. Una biblioteca può essere un luogo dove non ci si sente soli, una palestra può far incontrare ragazzi con storie diverse; una piazza è uno spazio in cui una comunità torna a vedersi. Anche la sicurezza cambia segno: non è soltanto controllo di polizia, ma è la certezza che nel tuo quartiere esistono relazioni, che una donna che subisce violenza trova un riparo, che un anziano non è isolato, che i giovani hanno un luogo in cui incontrarsi. La vera sicurezza è fatta di legami. Non una nuova promessa, ma una pratica Certamente non si tratta di tornare al passato. Bisogna inventare forme nuove di partecipazione. Lo Stato democratico può garantire scuola, sanità e giustizia, ma la democrazia non può vivere soltanto dentro le istituzioni. Ha bisogno di una società capace di organizzarsi, cooperare e assumersi responsabilità dal basso. Quando i luoghi intermedi scompaiono, il rapporto tra l’individuo e il potere diventa drammaticamente diretto: da una parte una persona sola con le proprie paure, dall’altra un leader che promette di proteggerla. La democrazia dovrebbe fare l’opposto: moltiplicare i legami tra le persone, non lasciarle sole davanti al potere. Il compito della politica progressista oggi non è dire alla gente «dovete tornare a credere nella politica», ma creare le condizioni perché le persone possano tornare a fare esperienza della politica. Non come spettacolo, non come scontro permanente, non soltanto come voto ogni cinque anni, ma come possibilità concreta di intervenire sulla propria vita. Allora la domanda iniziale cambia. Non è più soltanto: perché la paura diventa più forte della speranza? La vera domanda diventa: che cosa abbiamo smesso di costruire perché una persona impaurita possa trovare nella democrazia un luogo in cui sentirsi protetta, senza aver bisogno di affidarsi a un uomo forte? La risposta non può essere l’ennesima promessa elettorale. Deve essere una pratica quotidiana: essere presenti, ascoltare, rendere le città abitabili, difendere gli spazi comuni, costruire reti di mutualismo… La speranza non è l’opposto della paura. La paura continuerà a esistere: ci saranno sempre la precarietà, l’incertezza, il dolore. La speranza comincia nell’esatto momento in cui una persona scopre che non deve affrontare tutto questo da sola. È proprio questa la sfida della democrazia oggi: non promettere un mondo ipocritamente privo di paure, ma costruire una società nella quale le paure non diventino mai la porta attraverso cui consegnare tutto il potere a qualcuno. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La sfida comunitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Bisogna inventare forme nuove di partecipazione proviene da Comune-info.
October 8, 2026
Comune-info
L’ultima occasione di Lula
Il primo turno delle elezioni brasiliane ha inferto un duro colpo al Partito dei Lavoratori (Pt) e, più in generale, alla causa della democrazia in America latina. Nel 2022, Luiz Inácio Lula da Silva aveva ottenuto circa sei milioni di voti in più di Jair Bolsonaro al primo turno, un margine che si era ridotto a circa due milioni al ballottaggio. Questa volta, Flávio Bolsonaro ha superato Lula di 2,2 milioni di voti, con un vantaggio di tre punti percentuali. Ciò rende il secondo turno del 25 ottobre particolarmente difficile per Lula e la sinistra brasiliana. I candidati che si sono piazzati dietro ai primi due, che insieme hanno ottenuto circa sei milioni di voti (circa il 6%), sono tutti di estrema destra. Hanno sostenuto il governo di Jair Bolsonaro e si sono opposti a quello di Lula, quindi è probabile che si formi un ampio fronte contro di lui al ballottaggio. C’è una concreta possibilità che la famiglia Bolsonaro torni alla presidenza. SLANCIO DI DESTRA La stessa dinamica ha caratterizzato anche le elezioni legislative. Al Senato, il Partito liberale (Pl) di Bolsonaro è passato da quindici a ventotto seggi, mentre il Pt è rimasto stabile a nove (su un totale di ottantuno). Anche le speranze di una maggiore presenza femminile in Parlamento sono rimaste deluse. Le elezioni per la carica di governatore hanno raccontato una storia simile. Sergio Moro, il senatore di estrema destra che fece incarcerare Lula in seguito al colpo di stato parlamentare e giudiziario contro Dilma Rousseff, ha vinto le elezioni per la carica di governatore del Paraná al primo turno. L’estrema destra ha trionfato anche in Stati ricchi come Santa Catarina e Rio Grande do Sul. Al Congresso, la camera bassa del parlamento brasiliano, il Pt ha ottenuto risultati particolarmente deludenti nello Stato di San Paolo, dove figure di spicco del partito come Paulo Teixeira, Nabil Bonduki e José Dirceu non sono riuscite a conquistare seggi. La principale candidata del Pt nello Stato, Luana Zaratini, ha raccolto 230.000 voti, mentre il principale candidato del Pl, Luciano Pavanato, ne ha ottenuti tre milioni. A livello nazionale, i partiti di sinistra con rappresentanza parlamentare – il Pt, il Partito del socialismo e della libertà (Psol), Rede e il Partito comunista – sono passati da ottantotto a novantasei deputati. Sono stati però superati dal partito di Bolsonaro, che è balzato da novantanove a 120 deputati (su un totale di 513).  Quando Bolsonaro fu eletto per la prima volta, nel 2018, il clima generale era di rivolta. L’estrema destra salì al potere cavalcando un movimento entusiasta dal basso, che riempì le strade. Questo non è accaduto con Flávio quest’anno. Nonostante il successo elettorale del Partito liberale e la forza del bolsonarismo alle urne, le strade sono tiepide. Le promesse non sembrano certo un piano per rovesciare tutto, come nella precedente campagna elettorale, ma più come un progetto per riprendere l’opera incompiuta della destra, in particolare l’amnistia per le famiglie e la vendetta contro la Corte suprema. Il movimento che ora proviene dall’alto potrebbe essere più pericoloso di quello che proviene dal basso. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA I MOVIMENTI SPOSTANO A SINISTRA LULA Pablo Castaño - Vitória Genuino INTERFERENZA STATUNITENSE Contrariamente alle aspettative, l’intervento degli Stati uniti non si è concretizzato in una rumorosa ingerenza da parte di Donald Trump e dei suoi alleati. Sembra invece essersi tradotto in un’efficace pressione, esercitata sottotraccia, sulla Polizia federale e sulla Corte suprema, che sono diventate il fulcro del dibattito politico. Ciò si è rivelato particolarmente dannoso. Invece di dibattere su questioni di politica e programmi, la campagna si è concentrata sulla corruzione, terreno prediletto dell’estrema destra. E questa volta, il dibattito si è focalizzato più sulla Corte suprema che sulla presidenza. La prima cosa che Washington ha fatto dopo l’arresto di Jair Bolsonaro è stata applicare il Magnitsky Act, imponendo sanzioni al magistrato responsabile del caso, Alexandre de Moraes, per punirlo di aver preso di mira il principale alleato di Trump nel continente. Da allora, la pressione sul sistema giudiziario brasiliano è continuata, in modo meno visibile ma con maggiore aggressività. La condotta stessa della Corte l’ha resa un facile bersaglio. I suoi giudici hanno una storia di tutela degli interessi borghesi e il confine tra affari pubblici e privati è mal definito: i giudici, una volta lasciata la carica, diventano spesso avvocati multimilionari. Questa è la storia dello scandalo del Banco Master. Diversi giudici e, soprattutto, i loro familiari sono stati coinvolti in contratti multimilionari, favori, regali e feste in stile Epstein organizzate dal banchiere fraudolento al centro del più grande crimine finanziario nella storia del Brasile. Tra loro c’era anche la moglie di Moraes, Viviane Moraes. Sono stati coinvolti cinque degli undici giudici della Corte Suprema, eppure la crisi è ruotata attorno a Moraes, e l’estrema destra l’ha sfruttata per attaccare la figura che aveva mandato Bolsonaro in prigione. La questione cruciale sugli accordi segreti di Viviane Moraes è come il giudice André Mendonça, un predicatore evangelico di estrema destra con stretti legami con la destra evangelica statunitense, abbia avuto accesso ai documenti riservati. Le modalità, la rapidità e l’accesso di cui ha goduto, lui, nominato da Bolsonaro, suggeriscono decisamente un’interferenza statunitense nel processo. Durante un’accesa udienza della Corte suprema trasmessa in diretta televisiva un mese prima del voto, Moraes ha affermato che il rapporto era stato redatto in settantadue ore e ha insistito sul fatto che un lasso di tempo del genere fosse impossibile per un documento di quel tipo. Moraes ha insistito sul fatto che i metadati dimostravano che l’inchiesta di polizia era stata aperta e chiusa lo stesso giorno su un computer della Polizia federale, il che significava che il rapporto era stato semplicemente inserito al suo interno. Ha descritto questo fatto come prova di un tentativo di interferenza straniera nelle elezioni brasiliane. Mendonça è intervenuto anche durante l’offensiva contro Moraes, destituendo il capo della Polizia federale, nominato da Lula e responsabile del contenimento del tentato colpo di stato dell’8 gennaio 2023. Il probabile intervento degli Stati uniti nella controversia sulla Corte suprema ha spostato i termini del dibattito a vantaggio della destra brasiliana, a differenza dei dazi imposti da Trump dopo l’incarcerazione di Bolsonaro, che non fecero altro che aumentare il sostegno a Lula. Questa volta, l’attenzione non era rivolta all’azione intrapresa dall’amministrazione Trump, bensì alle accuse di corruzione a carico dei giudici che avevano appoggiato il governo Lula. UN GOVERNO DEBOLE Sebbene l’attenzione sulla Corte suprema abbia certamente facilitato le cose per Bolsonaro, è impossibile ignorare il fatto che il terzo governo di Lula sia stato il meno trasformativo dei suoi tre mandati. Ciò si spiega in parte con l’evoluzione delle istituzioni brasiliane a partire dal colpo di stato contro la sua successora, Dilma Rousseff. Il colpo di stato contro Dilma è stato al contempo un colpo di stato del parlamento e un colpo di stato a favore del parlamento. La destra conservatrice al Congresso l’ha destituita per insediare alla presidenza una delle sue figure di spicco, il vicepresidente Michel Temer. Allo stesso tempo, ha cercato di indebolire il potere esecutivo e rafforzare quello legislativo, conferendo inoltre maggiore potere alla Corte Suprema a scapito della presidenza. Come risultato di questi sforzi, la capacità di Lula di governare è stata notevolmente limitata dipendendo molto più dal Congresso, anche su questioni come il bilancio. Sotto Bolsonaro, il Congresso ha assunto un ruolo istituzionale diretto nella stesura del bilancio e nella gestione autonoma della spesa pubblica, in un modo mai visto prima, e questa pratica è continuata sotto Lula. Secondo il politologo André Singer, il Brasile è passato da un sistema presidenziale basato su ampie coalizioni parlamentari a qualcosa di più simile a un regime semi-presidenziale post-golpe. Ma l’indebolimento della presidenza non spiega di per sé il pessimo risultato del Pt. Il governo ha relativamente poco da mostrare in termini di miglioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice. È vero che la disoccupazione è ai minimi storici, mentre i livelli di fame sono stati riportati a quelli dei precedenti governi di Lula, dopo essere aumentati vertiginosamente sotto Temer e (soprattutto) Bolsonaro. Ma sebbene la vita sia in gran parte tornata alla normalità pre-pandemia, le condizioni per i lavoratori rimangono molto difficili.  Secondo l’ultimo sondaggio Quaest prima delle elezioni, gli elettori appartenenti a famiglie con un reddito fino al doppio del salario minimo (circa 620 dollari al mese) hanno sostenuto Lula contro Flávio con il 52% dei voti contro il 23%. Questo gruppo ha visto migliorare le proprie condizioni di vita grazie alla riduzione della povertà estrema dopo la pandemia. Tuttavia, ciò non è bastato a compensare le perdite del Pt in altri settori sociali. Tra le famiglie con un reddito da due a cinque volte il salario minimo, Flávio ha prevalso di stretta misura con il 36% contro il 35%. Tra quelle con un reddito superiore a cinque volte il salario minimo, il suo vantaggio è stato più ampio, con il 42% contro il 30%. Sebbene la fame sia diminuita, i prezzi dei generi alimentari hanno continuato ad aumentare, seppur in misura minore rispetto al periodo di Bolsonaro. La qualità del cibo è peggiorata, con una maggiore presenza di prodotti semi-industriali e prezzi più elevati per la carne e altri alimenti di base che prima del Covid erano molto più accessibili. La disponibilità di carne è particolarmente importante: ha giocato un ruolo centrale nella campagna elettorale di Lula del 2022. Anche il mercato del lavoro presenta una situazione simile. La disoccupazione è in calo, ma trovare lavoro è diventato più difficile. L’amministrazione Temer ha abolito una serie di diritti dei lavoratori, e nessuno di questi è stato ripristinato sotto Lula. I contratti PJ (pessoa jurídica), che riguardano i liberi professionisti e i lavoratori autonomi, sono cresciuti a scapito dell’occupazione formale, generando una maggiore precarietà. Gran parte della crescita occupazionale si è concentrata nei settori dei servizi legati ad app e piattaforme digitali, dove le cattive condizioni di lavoro e la mancanza di tutele hanno peggiorato ulteriormente la situazione. LEGGI ANCHE… ANTIFASCISMO IN BRASILE LA CONVERGENZA GLOBALE ANTIFASCISTA Tommaso Chiti DEBITO Il debito rappresenta un problema particolare. L’indebitamento della classe lavoratrice è cresciuto, e questo è particolarmente rilevante per il Pt e per Lula, perché la strategia di governo del partito è stata quella di ampliare la capacità delle famiglie di contrarre debiti. Per quanto riguarda i trasporti, ad esempio, la strategia principale è stata quella di facilitare l’accesso all’acquisto di automobili tramite credito, piuttosto che investire massicciamente nel trasporto pubblico. Si è assistito a una notevole espansione dell’accesso agli alloggi per coloro che guadagnavano da una a cinque volte il salario minimo. Tuttavia, molto decisivo è stato il ruolo dei sussidi per l’edilizia privata attraverso il programma Minha Casa, Minha Vida, che ha ampliato l’accesso spingendo le persone a indebitarsi. Le università pubbliche si sono espanse, ma la crescita maggiore si è registrata negli istituti privati, grazie a sovvenzioni e schemi di finanziamento che hanno comportato anche un maggiore indebitamento. In altre parole, i successi dei governi di Lula e Dilma si basavano su un maggiore accesso a beni come automobili, alloggi e istruzione, acquistati a fronte di un aumento del debito delle famiglie. A più di vent’anni dal lancio di politiche volte a integrare la classe lavoratrice nella società di massa attraverso i consumi, l’80% delle famiglie si trova ora ad avere livelli di indebitamento elevati. LA SINISTRA E I MOVIMENTI DI MASSA Gli sforzi per evitare conflitti con il Congresso, la Corte suprema e la classe capitalista brasiliana hanno inoltre reso più difficile per il governo di Lula mantenere le promesse elettorali. Sebbene la devastazione della foresta amazzonica sia stata ridotta, Lula ha fatto delle trivellazioni petrolifere al largo della foce del Rio delle Amazzoni una delle sue priorità dopo l’insediamento, con il serio rischio di sversamenti lungo la costa amazzonica. Il suo governo ha annunciato anche un piano che avrebbe incluso tratti strategici dei fiumi Madeira, Tapajós e Tocantins nel Programma nazionale di privatizzazione, con l’obiettivo di trasformarli in corridoi per l’esportazione di soia.  È stata la mobilitazione dei movimenti indigeni e studenteschi durante le proteste della Cop30 a Belém do Pará a bloccare il progetto. Tra i primi sostenitori di questo progetto fallimentare si sono distinti Guilherme Boulos, ministro responsabile della segreteria generale presidenziale e dei rapporti con i movimenti sociali, e Sônia Guajajara, ministra per i popoli indigeni. La Guajajara aveva ottenuto 160.000 voti alle elezioni del 2022; questa volta ne ha ricevuti solo 54.000. L’aspetto più significativo è stato il fallimento, o la riluttanza, del governo a trasformare le lotte dei lavoratori in mobilitazioni a proprio favore. La principale rivendicazione della working class, sin dall’elezione di Lula, è stata la fine del turno 6×1 (sei giorni di lavoro seguiti da un giorno di riposo) e la riduzione della settimana lavorativa. Tuttavia, il Pt ha incanalato questa rivendicazione in una lotta puramente parlamentare, senza scioperi o proteste di piazza a sostenerla. La stessa logica smobilitante è stata applicata allo sciopero dei lavoratori delle app (il breque dos apps), forse il momento più esplosivo della lotta della classe a San Paolo negli ultimi anni. Mentre il governo si adoperava per scongiurare lo sciopero, l’unica proposta offerta a questi lavoratori è stata quella di concedere un prestito per l’acquisto di biciclette. POLITICA ESTERA In politica estera, il governo di Lula non ha mai sviluppato una linea coerente di opposizione alle politiche dell’amministrazione Trump. Non ha dato seguito alle minacce di tassare direttamente i prodotti americani e ha preferito negoziare con Washington in merito all’invocazione del Magnitsky Act. Per quanto riguarda la Palestina, Lula ha condannato fin da subito il genocidio israeliano e il suo governo si è unito al ricorso per genocidio presentato dal Sudafrica presso la Corte internazionale di giustizia lo scorso anno. Tuttavia, l’amministrazione ha anche utilizzato il Ministero dei diritti umani per controbilanciare i rapporti con Tel Aviv. Silvio de Almeida, il Ministro dei diritti umani che ha lasciato l’incarico in seguito ad accuse di molestie sessuali, si è rifiutato per mesi di condannare il genocidio, affermando che si trattava di una questione di competenza del presidente e del Ministero degli Esteri. Il suo successore, Macaé Evaristo, ha orientato il ministero verso una politica di «lotta all’antisemitismo» che prevedeva visite a istituzioni ebraiche, al Museo dell’Olocausto e a sinagoghe filo-sioniste, ignorando al contempo la comunità palestinese e non prendendo posizione contro l’islamofobia. Anche la risposta del governo al fallito colpo di stato bolsoniano è stata inadeguata. Pur avendo appoggiato la Corte suprema, si è rifiutato di perseguire obiettivi importanti come l’argentino Fernando Cerimedo, legato a reti di interferenza statunitensi e israeliane in America Latina e rimosso dall’atto d’accusa finale del procuratore generale, e Jovem Pan, il principale organo di stampa che aveva incitato al golpe. VINCERE IL BALLOTTAGGIO Le mosse più popolari di Lula in vista delle elezioni hanno riguardato il cambiamento delle posizioni precedenti. Il suo governo si era limitato a regolamentare la crescita delle scommesse online, che ha colpito duramente le famiglie della classe lavoratrice, soprattutto quelle sul calcio. Ora ha deciso di vietarle completamente. I pagamenti previsti dal programma Bolsa Família, ideato per ridurre la povertà e la fame estrema, non erano stati adeguati all’inflazione negli ultimi tre anni. Questa situazione è cambiata alla vigilia del voto. Il governo ha inoltre iniziato a investire nella sanità pubblica per combattere l’obesità, acquistando trattamenti come Mounjaro, cosa che in precedenza non aveva fatto. Questi cambiamenti di politica hanno rafforzato il sostegno a Lula e potrebbero persino aver impedito a Flávio Bolsonaro di vincere direttamente al primo turno. Se Lula vuole essere rieletto al ballottaggio, deve infondere speranza di cambiamento. Questo è stato il problema centrale della sinistra brasiliana. Banche, grandi imprese, la maggior parte dei politici e gran parte dei media tendono a destra, eppure la percezione prevalente è che il Brasile viva sotto un regime di sinistra e che il campo di Bolsonaro rappresenti l’alternativa allo status quo. Lula non è riuscito a dimostrare di rappresentare il cambiamento al posto dell’estrema destra. Ciò è dovuto in parte al fatto che il suo governo non è stato un governo di cambiamento.  Astensioni, schede bianche e schede nulle hanno raggiunto complessivamente il 24% dell’elettorato. Il tasso di astensione da solo è stato del 21%, il più alto dal 1998. Affinché il Pt possa conquistare anche solo una parte degli ex elettori di destra e anti-regime, e costruire una propria base sociale invece di assistere all’astensione, avrà bisogno di una strategia più combattiva basata sulla mobilitazione popolare e sociale. Ecco l’unica via per sconfiggere l’estrema destra. *Aldo Cordeiro Sauda è un giornalista, avvocato e attivista del Psol, ha seguito la Primavera araba dal Cairo e da Beirut per O Estado de S. Paulo e Folha de S.Paulo. È dottorando in scienze politiche all’Università di San Paolo e fondatore di Contrabando Editorial. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’ultima occasione di Lula proviene da Jacobin Italia.
October 7, 2026
Jacobin Italia
Elezioni presidenziali in Brasile
Domenica 4 ottobre si è tenuto il primo turno elettorale in Brasile. La sfida tra Lula da Silva e Flávio Bolsonaro, figlio del ex presidente Jair Bolsonaro, sarà decisiva per il panorama geopolitico globale e nella conformazione attuale dei paesi latinoamericani, i quali, nel corso degli ultimi anni, hanno subito nuovamente una forte ingerenza da parte del governo Trump e dei suoi alleati sionisti. I due candidati si sfideranno al ballottaggio il 25 ottobre: 
Da un lato Lula da Silva, sindacalista e tre volte presidente con il Partito dei Lavoratori, si lancia per un quarto mandato. 
Dall’altro, Flávio Bolsonaro, senatore e rappresentante della politica di estrema destra, implicato in diversi processi penali tra cui corruzione e omicidio, promette un’alleanza con gli Stati Uniti e l’adesione al Escudo de las Americas. 
 Chi sono i candidati che prenderanno il potere sulla democrazia e l’economia più grande del Centro e Sudamerica? Ne parliamo con Marika Marianello, professora di capoeira, traduttrice, insegnante precaria nella scuola pubblica e attivista.
October 7, 2026
Radio Blackout - Info
Elezioni in Brasile: verso il ballottaggio tra Lula e Bolsonaro
1. Il voto di domenica è stato tremendamente negativo. Flávio Bolsonaro è arrivato in testa con il 47,03% dei voti, con Lula a quasi due punti di distanza, al 45,16%. Terzo il centrista e scrittore di libri di auto-aiuto Cury, con il 2,89%; quarto Renan Santos, con il 2,24%; quinto Rolando Caiado, con il 2,18%, entrambi di destra. Gli altri candidati, a sinistra e a destra, si dividono lo 0,5% dei voti restanti. 2. Il risultato non era previsto dalla maggioranza dei sondaggi, ma nemmeno era del tutto inatteso. Il 30% dei sondaggi del giorno prima delle elezioni dava Flávio in vantaggio su Lula già al primo turno, di uno o due punti. Gli altri davano invece Lula in vantaggio da uno a cinque punti. Nessun sondaggio, in tutta la campagna elettorale, aveva mai previsto una vittoria di Lula al primo turno, come invece quasi tutti nella mia bolla di sinistra speravano il giorno del voto. I due istituti di sondaggi più importanti del Brasile (Datafolha e Quaest) prevedevano una vittoria di Lula di uno e tre punti percentuali al primo turno, mentre la media dei sondaggi per il secondo turno dava una sfida 50-50, totalmente incerta. Quindi è vero: c’è stata una sorpresa rispetto ai sondaggi, ma nemmeno troppo vistosa. E il fenomeno è in continuità con quanto accaduto quattro anni fa, quando Jair Bolsonaro era dato al 39-40% al primo turno e prese invece il 43,3%. Sembra esserci, nell’elettorato di estrema destra, un voto nascosto fisiologico del 3-4%. Non è chiaro se questo voto sia nascosto perché gli elettori si vergognano di dichiararlo oppure perché uno zoccolo duro del bolsonarismo è ancora oggi così profondamente antisistema da disconoscere e non legittimare gli istituti sondaggistici. 3. Ora la strada per il secondo turno è ardua. Lula può provare a recuperare una maggioranza dei voti di Cury, ma tra quelli di Santos e Caiado sarà quasi impossibile. È possibile, tuttavia, che una buona parte degli elettori di Renan Santos si astenga. Santos è stato una sorpresa in questa elezione non tanto per il numero di voti ottenuti, quanto per il tipo di sostegno militante che ha raccolto tra i giovanissimi, come candidato antisistema. Pur provenendo da posizioni di estrema destra – è legato al Movimento Brasil Livre (MBL), nato nel 2014 a sostegno dell’impeachment di Dilma Rousseff, è adorato negli ambienti redpill – sta avendo ora una deriva che potremmo definire “rossobruna”: è arrivato a difendere la riforma agraria e la sovranità nazionale contro le ingerenze di Trump, a sponsorizzare la lettura di Mark Fischer e ha rotto completamente i ponti con il bolsonarismo, accusandolo di corruzione. Caiado è invece il rappresentante dell’agribusiness dello Stato di cui è governatore. Anche se non ha dichiarato preferenze, la maggior parte dei suoi voti andrà probabilmente a Bolsonaro; forse una piccola parte dei voti “locali” del suo Stato potrebbe andare a Lula. In generale, Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha votato bianco o nullo (quasi il 10%) e tra gli astenuti. Più del 20% dei cittadini si è astenuto, anche se il voto è teoricamente obbligatorio; la maggior parte di loro è costituita da persone anziane, residenti nelle aree interne o povere, tutti settori nei quali Lula è in vantaggio. 4. Il principale problema di questa elezione, tuttavia, è stato il risultato al Congresso, specialmente al Senato. In Brasile il Congresso è tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra denominati Centrão: sono partiti fisiologicamente clientelari, privi di un’ideologia politica definita, ma con un forte radicamento locale intorno ad alcune figure di spicco. Normalmente appoggiano qualunque governo, di qualunque colore, in cambio di ministeri, segreterie e finanziamenti pubblici di ogni tipo. La sinistra occupa tradizionalmente circa un quarto dei parlamentari. In questa elezione il suo peso non è cambiato, mentre dal 2018 quello dell’estrema destra è cresciuto enormemente, prima ai danni dei partiti del centrodestra tradizionale – ormai praticamente scomparsi – e ora del Centrão. > Prima di domenica, il PL, il partito dei Bolsonaro, aveva 98 deputati su 513 e > 14 senatori su 81; ora è passato a 121 deputati e 28 senatori. Ma alcune stime > indicano che, includendo i partiti e i parlamentari alleati del bolsonarismo, > questo blocco arriva a 49 senatori e 283 deputati, più del 50%. Per fare un paragone, i partiti di centrosinistra hanno complessivamente 124 deputati e 15 senatori. Tra questi sono cresciuti leggermente il PT, il partito di Lula, e il PSOL, la sinistra cosiddetta radicale, ai danni di altri partiti generalmente più moderati. Nel caso del PSOL, è aumentato da tre a cinque il numero dei deputati anticapitalisti. 5. Questa composizione parlamentare, che già prima delle elezioni era estremamente preoccupante e poneva enormi problemi di governabilità a Lula, oggi renderebbe un ipotetico nuovo governo Lula completamente monco. > Al di là della possibilità, sempre possibile, di un impeachment del > presidente, il rischio più immediato è che ai 49 senatori bolsonaristi si > aggiungano i cinque necessari per avviare un processo di impeachment contro i > giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair > Bolsonaro. Questo creerebbe un terremoto nei rapporti fra i tre poteri. Nel caso in cui vinca Flávio Bolsonaro, l’impeachment dei giudici a lui contrari è praticamente certo. A questo si aggiunge il fatto che il prossimo presidente nominerà quattro degli undici giudici che compongono la Corte. Quello stesso STF che, durante il governo di Jair Bolsonaro, aveva dato parecchio filo da torcere all’estrema destra. 6. Il tema dell’STF ci porta a uno dei motivi del disastro elettorale di domenica: il cordone ombelicale che lega il governo attuale alla Corte Suprema e, soprattutto, al suo giudice più famoso, Alexandre de Moraes. Il problema risale a monte. Fin dall’inizio del governo Lula, una volta recuperata la vita democratica dopo il fallito colpo di Stato, non ci sono stati sforzi da parte della sinistra istituzionale per promuovere qualunque tipo di lotta antifascista dal basso. In una logica ormai consolidata di adattamento all’istituzionalità democratica e allo status quo, la sinistra e il PT hanno avuto l’ingenuità di affidare ai giudici il compito di sconfiggere il fascismo. E il fascismo, ovviamente, ha avuto buon gioco nel presentarsi ancora una volta come opposizione al “sistema”. Ora, succede che questo cordone ombelicale con la Corte Suprema abbia avuto il suo tornaconto. A inizio anno è scoppiato in Brasile il più grande scandalo di corruzione della storia del Paese, intorno a una banca chiamata Banco Master e al banchiere Daniel Vorcaro, che ora si trova in prigione. Qualche mese fa era venuto alla luce un audio di Flávio Bolsonaro a Vorcaro, nel quale chiedeva un finanziamento enorme per realizzare un film sul padre, Jair. Pare che buona parte del finanziamento servisse a mantenere l’attività politica di Eduardo Bolsonaro, fratello di Flávio e figlio di Jair, che si trova negli USA in “autoesilio”, ma che è di fatto la cinghia di trasmissione con il governo Trump. Questo audio aveva creato un enorme scandalo e Flávio Bolsonaro era precipitato nei sondaggi. Tuttavia, a inizio settembre è emerso un nuovo scandalo, che legava il Banco Master allo stesso Alexandre de Moraes. Un audio incriminato di Vorcaro a Moraes è stato fatto filtrare da un altro giudice dell’STF, André Mendonça, alleato di Bolsonaro. Questo ha creato una crisi enorme all’interno dello stesso STF, il cui principale effetto politico è stato quello di bruciare la credibilità del tribunale in quanto tale. E, visto che il tribunale era percepito come politicamente associato al governo, tutto questo ha finito per ricadere anche su Lula. Già tre settimane fa, dunque, era evidente a tutti che l’elezione non sarebbe stata più una passeggiata, ma una sfida sul filo di lana. *** 7. Per quanto le cronache giudiziarie abbiano preso il sopravvento nell’ultimo anno, esistono anche motivi più profondi alla base della delusione – o, per lo meno, di una certa indifferenza – di ampli settori dell’elettorato nei confronti del governo Lula. Il governo Lula è il prodotto di un’alleanza molto ampia tra diversi settori, dalla sinistra a pezzi del centrodestra, costruita intorno all’unico obiettivo di battere Bolsonaro nel 2022, in un contesto di crisi della democrazia e di estrema polarizzazione politica. > Questa piattaforma, estremamente moderata, riprendeva in una forma ancora più > blanda l’orientamento politico già presente nei precedenti governi del PT, nei > quali alcune politiche pubbliche decisive per contrastare la fame e la povertà > assoluta venivano finanziate attraverso un aumento delle esportazioni di > materie prime, soia e cereali. Questo comportava un aumento del peso > dell’agribusiness e del settore minerario nella società. In questo caso, tuttavia, il terzo governo Lula ha posto limiti ancora più stretti alla capacità dello Stato di realizzare politiche pubbliche di inclusione sociale. Fin dal secondo anno di governo, infatti, per rassicurare i mercati finanziari, il ministro dell’Economia Fernando Haddad, del PT, ha fatto approvare dal Parlamento una legislazione speciale che impone un tetto alla spesa pubblica in ogni ambito e limita anche la crescita del salario minimo, mantenendola non molto al di sopra dell’inflazione. L’aumento del salario minimo era stato invece uno dei motori dello sviluppo e dell’ascesa sociale nei precedenti governi del PT. Allo stesso tempo, un altro problema è stata la politica della Banca Centrale. Dal 2016, con Temer, ne è stata istituita l’autonomia, in ossequio al diktat neoliberale, e la Banca ha imposto tassi di interesse sistematicamente altissimi, intorno al 15%. A partire dal 2024, Lula ha potuto nominare un proprio banchiere centrale di fiducia, ma questi ha mantenuto gli stessi tassi di interesse e il governo ha smesso di chiederne l’abbassamento. Questo ha prodotto almeno tre effetti nocivi. In primo luogo, l’impossibilità per molta gente di accedere al credito per acquistare beni durevoli come una casa o un’automobile, con effetti depressivi sull’economia, che, nonostante abbia beneficiato ancora una volta della crescita delle materie prime, non ha mai registrato una crescita superiore al 3%. In secondo luogo, gli alti tassi di interesse hanno permesso al settore finanziario di appropriarsi di una parte consistente dei benefici ottenuti dalla popolazione grazie all’aumento dell’occupazione – anche se in buona parte informale – e al modesto aumento dei salari. Infine, i tassi elevati hanno alimentato una corsa senza fine all’indebitamento privato, per cui nuovi debiti servivano a pagare gli interessi enormi sui debiti precedenti. Questo ha contribuito a far cadere una parte consistente della popolazione nella piaga delle scommesse online. 8. Ci sono però ragioni per la sconfitta di Lula al primo turno che non possono essere spiegate soltanto attraverso queste questioni macroeconomiche. Di fatto, le condizioni di vita sono leggermente migliorate negli ultimi quattro anni, l’inflazione è stata mantenuta relativamente sotto controllo, sono stati introdotti sgravi fiscali e agevolazioni per la classe medio-bassa – che in maggioranza vota Bolsonaro – e il Brasile è uscito nuovamente dalla mappa mondiale della fame, nella quale era rientrato durante il governo Bolsonaro. Sembra proprio che in Brasile sia successo qualcosa di molto radicale sul piano ideologico, nelle forme della coscienza collettiva, negli anni 2014-2018: gli anni del secondo governo Dilma, dell’impeachment, dello scandalo della Lava Jato, del governo Temer, della riforma neoliberale del lavoro e dell’ascesa di Bolsonaro. Qualcosa che invece non è avvenuto con la stessa radicalità durante gli anni del governo Bolsonaro, vissuti tra indici altissimi di inflazione e un governo che ha scientemente lasciato morire 700.000 persone durante la pandemia. Tutta la tragedia rappresentata dal bolsonarismo ha avuto come massimo effetto una sconfitta elettorale estremamente di misura, 50,9% contro 49,1%, nel 2022. Ma ha mantenuto l’opzione politica bolsonarista viva e in crescita, con il pieno appoggio di strutture sociali come le chiese evangeliche, di istituzioni come l’esercito e la polizia militare e di svariate categorie di lavoratori, soprattutto formalmente autonomi Oggi sembra proprio che l’estrema destra disponga di un consenso stabile e incrollabile, qualunque cosa accada nella società: un consenso ideologico che arriva, in molti casi, a identificare la sorte dei membri della famiglia Bolsonaro e di altre figure di spicco dell’estrema destra con la propria. 9. Il radicamento del consenso ideologico dell’estrema destra è avvenuto, però, attraverso un cambiamento delle sue forme. Nel 2018 l’ascesa di Bolsonaro era vissuta da molti con un sentimento di rottura, di cambiamento radicale, quasi di “rivoluzione”. Nella società era quindi visibile una militanza attiva nelle strade, violenta, aggressiva, fascista nel vero senso della parola o, per lo meno, propria di quel fascismo originario, diciannovista, radicale e squadrista. Sia nel 2018 sia nel 2022, c’erano stati diversi episodi di figure di spicco del bolsonarismo che andavano in giro armate, minacciavano di morte o di stupro gli avversari politici, così come casi di omicidio di sostenitori del PT. Quest’anno la campagna bolsonarista è stata condotta più in sordina, senza dichiarazioni eclatanti e con numeri bassi nelle manifestazioni di strada. Questo aveva dato una falsa impressione di crisi del bolsonarismo, che le urne hanno clamorosamente smentito. Lo stesso Flávio Bolsonaro è considerato una figura più moderata rispetto al padre o al fratello, è privo di un grande carisma e non ci sono state, in questa campagna elettorale, dichiarazioni o proposte politiche di particolare rilievo che io ricordi. L’impressione è che, se al suo posto avessero candidato qualsiasi persona, avrebbe ottenuto lo stesso numero di voti. Sono calate, quest’anno, anche altre figure di estrema destra considerate battitori liberi, che presentano in alcuni casi divergenze puntuali rispetto al bolsonarismo. Le eccezioni sono state Renan Santos – che comunque ha ottenuto un risultato elettorale mediocre – e il senatore Cleitinho, che è stato eletto governatore di Minas Gerais al primo turno per il Partito Repubblicano. Sembra esserci stato un disciplinamento delle figure alternative al PL, mentre quelle che stanno emergendo sono più fedelmente allineate al bolsonarismo, come nel caso del deputato Nikolas Ferreira, che a 29 anni ha ottenuto più di tre milioni di voti individuali – più di un quarto dei voti per deputato nello Stato – e che molti considerano il futuro leader dell’estrema destra brasiliana. > Tutto ciò dà l’idea di una transizione del fascismo verso una fase più > istituzionale, “di regime”. Se un ipotetico governo Flávio – il cui primo atto > sarebbe dare l’indulto al padre – riuscisse a sottomettere la Corte Suprema, > potremmo presto ritrovarci di fronte a qualcosa di simile a ciò che sta > avvenendo negli USA con Trump II, ma in un contesto nel quale il peso del capo > è relativizzato e l’adesione ideologica al partito è più forte. Rimane però un problema non indifferente per l’estrema destra: se vince, dovrà governare. Durante il governo Jair, il suo metodo era una sorta di “lotta e governo”: cercava continuamente di aggirare i problemi radicalizzando la propria base e attribuendo la colpa ai nemici di turno – sindaci, governatori, sistema giudiziario. Ma in questa nuova versione di fascismo “dall’alto” potrebbe non essere facile mantenere il controllo sulla piazza, soprattutto se, come alcuni economisti prevedono, dovesse presto esplodere una nuova grande crisi. 10. Un’ultima riflessione riguarda la sinistra, brasiliana e latinoamericana. Nell’ultimo anno, governi progressisti sono stati sconfitti alle elezioni da candidati di destra in Cile e in Colombia. In Cile si trattava di un governo estremamente deludente e moderato, che aveva tradito senza appello qualsiasi sentimento di cambiamento da parte della popolazione che lo aveva eletto; in Colombia, invece, di un governo molto più audace, capace di riforme strutturali e di una mobilitazione costante contro l’oligarchia interna e l’aggressione statunitense. Questa doppia sconfitta fa riflettere sulle difficoltà che esistono oggi per chiunque si opponga alla macchina finanziaria, mediatica e desiderante-suicida dell’estrema destra trumpista, dal momento che dimostra che tanto la via centrista come quella radicale non sono riuscite nel loro obiettivo. Nel caso del Brasile abbiamo una situazione intermedia: un governo debole e con scarsa iniziativa, che però si regge sul carisma e sulla mitologia di un leader come Lula, una delle maggiori figure politiche della storia latinoamericana. Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento entriamo nella prospettiva di una sinistra in crisi nella società, con la difficilissima sfida di rinnovarsi senza dover fare affidamento sul salvatore della Patria. Questo probabilmente la farà sprofondare in una crisi ancora maggiore nel breve periodo, ma potrebbe anche avere effetti benefici sul lungo periodo. Perché ciò avvenga, però, non deve avere paura di inserirsi nelle lotte che potrebbero sorgere nel prossimo periodo, senza la pretesa di controllarle e addomesticarle in funzione elettorale, ma con il coraggio di navigare in mare aperto. Immagine di copertina di Edilson Rodrigues da Wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 6, 2026
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