Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di
certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque
regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al
51%… Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della
sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un
pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché
le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità
diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di
collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta
infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte…
Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la
turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero
un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci
restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di
campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel
ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi.
Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico
del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un
quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del
Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si
presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e
del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli
ultimi anni e per le prossime decadi.
> La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è
> davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze
> culturali, ideologiche ed economiche.
Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il
ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che
combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo,
militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo,
come direbbe Gilberto Freire.
La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni:
tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto
l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza
delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani
delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla
legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già
prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità
governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda
politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema
legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del
Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano
funzioni di controllo sull’operato del governo.
Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si
ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito
Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si
aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a
partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato
federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il
conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare
proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il
resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al
centro.
SENATO
Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica
27Sinistra
5Centro
49Destra
Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress
Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente
– bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno
delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha,
sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con
posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla
Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il
ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i
giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro
per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis.
Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito
di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il
numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT
si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso
margine di iniziativa in tutto il Congresso.
CAMERA DEI DEPUTATI
Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica
107Sinistra
123Centro
283Destra
Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress
CHI SONO LE SENATRICI E DEPUTATI DEL BOLSONARISMO E DELLA SINISTRA BRASILIANA
Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione.
Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna
di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi
politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social.
Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale
del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il
volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie.
Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di
Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10
dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo
offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta
senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il
merito scagliandosi contro le quote razziali.
A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha
presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera
campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e
violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei
popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per
la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente
biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in
cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale
che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando
argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti
femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di
stare in politica.
Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223
voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute
virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un
chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e
una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo)
ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere
la semiotica della destra bolsonarista.
Screenshot dai video
Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale
con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma
profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche
d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua
principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai
contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like.
C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali
esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una
presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla
fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle
elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come
Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera
federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale
attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news,
comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”,
ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”.
> Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio
> appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio,
> alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti,
> interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica
> rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta
> a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di
> armarle di pistola.
Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di
soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata
federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando
la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas
Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata
costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito
il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola
pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed
efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato
la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non
corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le
reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade»
(indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e
scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.
Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e
libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca
nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di
sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e
riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera
prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato.
E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza
Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro
nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a
Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera
comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e
della comunità LGBTQIA+.
TORNIAMO AL BALLOTTAGGIO DEI DUE CANDIDATI
Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera
destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che
da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti,
una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra
potrebbe confluire sul PL.
È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido
Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo
attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al
candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le
precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando,
durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la
Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia,
l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i
sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23%
e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo
turno.
Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra
liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa,
invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e
candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo
turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati.
> La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL
> ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino
> elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del
> voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto
> Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di
> Lula.
La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una
semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia
di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a
preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale,
sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato
dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato
infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo».
Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che
possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai
prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda
in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al
secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti
sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone,
a condividere la campagna digitale.
E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada),
migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula
Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a
sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ,
influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme
mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan,
hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.
Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale
senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato
federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della
comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma
contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è
riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di
iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione
a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena
un milione e mezzo di iscrizioni.
E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi
della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che
incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino
sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo,
gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto
discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine
della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena
di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false
promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di
riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei
diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika
Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre
2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana
lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho
(VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio
de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con
191.371 voti.
L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso
tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette
gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana
– colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di
identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere
nazionale.
> La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva,
> dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di
> renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso
> democratico del termine.
Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di
Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza
tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su
dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio
statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci
lascia ben sperare nella svolta, a virada.
Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i
risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di
delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe
piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per
quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di
miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma
non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio
e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma
che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel
’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014,
poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la
solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare
ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa.
> Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla
> presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come
> stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere
> sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di
> elettorato ancora indecisa.
Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti
pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica
risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione della metropolitana di
Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti
medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si
sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe
puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze
conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e
indebolito dall’esito elettorale.
Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e
contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono
coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale
unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di
sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di
denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta
la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e
trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche
nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.
Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi
negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per
coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal
Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un
mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.
Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha
condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo,
costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre
sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro,
attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali
tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere
pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato
da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno
scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo
per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato
nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con
ingenuità?
BOLSONARISMO E POLITICHE PUBBLICHE
Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi
popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e
indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo
pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza,
sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da
povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio
dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due
sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che
da sempre fanno le destre.
> In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e
> violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza
> può diventare una proposta politica molto efficace.
Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come
assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono
dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale»,
ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver
interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina
ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di
rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita
inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão,
possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare.
> In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere
> percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione
> brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la
> promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico
> di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade,
> appare più allettante e vicina.
Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare
lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione.
Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali
hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario,
alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas
sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti,
spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva
su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e
superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere
quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite
culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma
anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese.
Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata
dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può
commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il
“proprio” Presidente.
> Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento
> entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e
> nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare
> affidamento sulla figura salvatrice del Paese.
Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla
forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e
benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership.
Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre
corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e
comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che
rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale.
E con lui tramonterà un modo di fare politica.
President Donald J. Trump poses for a Family Photo with world leaders at the
Shield of the Americas summit at Trump National Doral, Saturday, March 7, 2026,
in Miami, Florida. (Official White House Photo by Daniel Torok)
IL RUOLO DI TRUMP E DEL BRASILE NELL'EQUILIBRIO DELL'AMERICA LATINA
Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda
tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti
con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un
Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a
guardarci dentro riusciamo a specchiarci.
Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono
l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di
governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela,
Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono
l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto
all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la
marea ha inondato anche i movimenti nostrani.
> Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni
> presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o
> centrodestra.
Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui
Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione
«Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla
presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a
Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della
sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative
statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia
di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha
già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese,
nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati
nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo».
Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia
latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai
confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti,
sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per
il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina
rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi
strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA
hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra
cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi
per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari.
La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo
al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione
statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo
sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington,
infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino.
> Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida
> consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere
> i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e
> partner commerciale di primo piano.
È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale
ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del
Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre.
Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del
Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil
não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno.
Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande
Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza
economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche
ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente.
Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa
domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà
il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee
diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia
mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare,
coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al
miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25
ottobre.
Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la
questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e
strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo
delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e
con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi.
Immagine di copertina Lula official Flickr
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