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30 ottobre: Dalla città al Porto, Ravenna sciopera con i portuali di tutto il mondo!
        Il 30 ottobre Ravenna si unisce allo sciopero mondiale dei portuali contro la guerra, indetto dalla rete internazionale Ports in Action composta da CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), Water Transport Workers Federation of India (India). Nel mondo si fermeranno quasi 60 porti e nuove adesioni stanno arrivando.  I portuali di tutto il mondo e la società civile si oppongono ai traffici di armi che alimentano guerre, genocidi ed ecocidi, si oppongono alla militarizzazione dei porti, alla corsa al riarmo e all’automazione portuale che erodono i diritti sociali e dei lavoratori. In Italia ci sarà anche uno sciopero generale intercategoriale indetto da USB, contro il carovita e per aumenti salariali. A Ravenna faremo una intera giornata di mobilitazione e sciopero che partirà dalla città e arriverà al porto (Marina di Ravenna). Il porto di Ravenna, già hub del fossile, è al centro di un processo di militarizzazione inquietante, tra traffici di armi, di materiale “dual use” e precursori di esplosivi come il nitrato di ammonio, verso Israele ma anche verso altre mete per nulla democratiche come Emirati Arabi Uniti ed Egitto.  Le Dogane per oltre un anno hanno cercato di opporre il segreto sulla quantità di armi che passano, invocando anche lo stato di guerra mondiale “ibrida” e permanente. L’avvocatura di Stato che dipende direttamente da Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato che il porto di Ravenna è un porto a rilevanza militare (pur essendo classificato come civile e commerciale) e per questo vanno limitati i diritti democratici alla trasparenza. Sconfitte in ogni grado di giudizio dal lavoro della giornalista Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, le Dogane sono costrette a divulgare i dati, grazie ad una sentenza del Consiglio di Stato che farà giurisprudenza. Dal nostro porto nel 2025 sono stati scoperti traffici di munizioni e componenti di armamenti pesanti verso Israele, nel 2026 sappiamo di altre spedizioni di dual use dirette a Elbit Systems, il più grande produttore di armi israeliano, effettuate attraverso il porto ravennate. Ma quelle scoperte sono solo punte di iceberg giganteschi. Si aggiungono anche le spedizioni di merci verso le colonie illegali israeliane in Cisgiordania violando il diritto internazionale. Poche settimane fa a Ravenna ha fatto scalo anche la nave in uso all’esercito italiano, la Capucine. Traffici di armi si incrociano con traffici di gas e petrolio: a Ravenna oltre al petrolchimico abbiamo il rigassificatore, il deposito di gnl, una fitta rete di gasdotti, l’impianto di cattura e stoccaggio  della CO2, tutte infrastrutture critiche che alimentano la crisi climatica ed ecologica, legano sempre di più il territorio alla dipendenza dal sistema fossile  e mettono a rischio la nostra sicurezza.  Ravenna è snodo di tre corridoi Ten-t (reti ferroviarie e portuali europee ad uso civile ma sempre più usate per il trasporto di armi) e, con con il sostanziale avallo da parte dell’autorità portuale, del Comune e della Regione, è candidata ad essere un punto strategico anche del corridoio Imec che collegherà Europa, Israele e India e che verrà usato anche per inviare e importare armi. Il Comune e la Regione, non si sono costituiti ad adiuvandum nella storica vertenza legale contro le dogane, e nonostante le belle parole, come azionisti pubblici di Sapir (gestore del terminal container) hanno approvato un codice etico quantomeno ambiguo, che all’art 3 comma 15 dice che Sapir “valuterà” se instaurare o mantenere rapporti “con soggetti coinvolti in attività illecite, terrorismo, criminalità organizzata, violazione di diritti umani” (!).  Ma la lotta della società civile e dei portuali contro le guerre, contro il traffico di armi, contro genocidio ed ecocidio va avanti.   Dobbiamo impegnarci per l’applicazione integrale (e per il miglioramento) della legge 185/1990, del regolamento europeo sul dual use (UE) 2021/821 e al contempo mettere in evidenza lo strettissimo legame esistente fra guerre e sistema fossile, lavorando per una svolta reale nel modello energetico. Ci rifiutiamo di stare a guardare mentre tutto questo accade sotto i nostri occhi, mentre le guerre continuano a distruggere vite, risorse, salute e natura. Invitiamo tutte e tutti a unirsi a noi il 30 ottobre!   Programma: 9:00 ritrovo degli studenti in piazza del Popolo e corteo verso la Darsena  10:00  concentramento generale alla Darsena (retro stazione) e corteo verso autorità portuale  11:00  partenza per il porto con bici-bus-auto private Per chi va in bici: pedalata antifa (percorso Autorità portuale-ponte mobile- ciclabile verso Marina di Ravenna)  Per chi in bus: prendere bus numero 70 (ogni 30 minuti) 12:30 Marina di Ravenna concentramento presso Piazzale della Marina (sotto la Nave Militare)  pranzo sociale (preparato da Sovversughi) a offerta libera  Interventi, musica, arte 14:00 corteo verso il Canale    Organizzano  Coordinamento popolare contro i traffici di armi porto Ravenna (La comune, Arci brigante Pieve Cesato, Brigate di Solidarietà, Ravenna in comune, Sanitari per Gaza Ravenna, coord.No NATO, SGB Ravenna, Slai Cobas Ravenna, Potere al popolo Ravenna, Carc, Partito Comunista di Unità Popolare) USB Romagna OSA-Opposizione Studentesca d’Alternativa  Cambiare Rotta Giovani palestinesi Bologna BDS Ravenna Sovversughi   Aderiscono  Global Sumud Flotilla Sanitari per Gaza Italia  Cap (comitato autonomo portuale Ravenna) Rete no rigass no gnl Fronte Della Gioventù Comunista  Piceno per la Palestina Ferrovieri contro la guerra Fondazione Cetacea  Coordinamento ravennate per il Clima Fuori dal Fossile  Emergency Ravenna  Mercoledì per la Palestina  Arci Ravenna Agorà    Altri nostri articoli: > La sentenza del Consiglio di Stato su Ravenna fa giurisprudenza Redazione Romagna
October 23, 2026
Pressenza
Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone e distogliere l’attenzione dai problemi sociali.
Intervista a Miriyam Aouragh Antropologia digitale, teoria critica, media globali e antirazzismo intorno al Lago ex Snia Il contesto dell’incontro Anna Lodeserto: Che cosa ti ha portata qui e qual è il significato di questo incontro? Miriyam Aouragh: Sono stata invitata a parlare di razzismo e antirazzismo nell’ambito di questo incontro organizzato presso il lago dell’ex Snia. Tra pochi minuti si svolgerà una manifestazione legata alla lotta contro il razzismo e alla costruzione di un mondo alternativo, diverso da quello in cui viviamo. Qui possiamo già vedere, su piccola scala, un esempio di quel mondo: persone che si ritrovano, tavoli con messaggi politici, attività collettive, cibo e bevande condivisi, musica. Sono tutte pratiche che contribuiscono a costruire comunità e a creare spazi di solidarietà. È una splendida giornata e questo incontro esprime qualcosa di importante sul significato dell’azione politica collettiva. Razzismo, disuguaglianze sociali e trasformazioni contemporanee Anna Lodeserto: Nel tuo lavoro analizzi il rapporto tra razzismo, strutture politiche e innovazione tecnologica. Quali sono oggi le principali tendenze e i rischi del razzismo contemporaneo? In che modo le forme tradizionali di razzismo si intrecciano con i nuovi sistemi di controllo tecnologico e di sorveglianza digitale? Miriyam Aouragh: Il razzismo è un fenomeno estremamente complesso e, al tempo stesso, per certi aspetti molto semplice. Fa parte della vita quotidiana e le società in cui viviamo sono strutturate intorno allo sfruttamento. Gli Stati nazionali che si sono formati nel corso degli ultimi secoli si fondano sull’idea di confine e generano, attraverso queste strutture, profonde contraddizioni sociali. Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone e distogliere l’attenzione dai problemi sociali. È presente ogni giorno, anche se in alcuni momenti risulta più visibile che in altri. Le sue modalità e i suoi bersagli cambiano nel tempo, perché cambia il mondo in cui viviamo. Per questo è fondamentale comprendere il rapporto tra il razzismo e le trasformazioni storiche. Nel mio intervento di questa mattina ho analizzato, per esempio, i cambiamenti avvenuti a partire dagli anni Novanta, dopo la fine della Guerra fredda, il crollo dell’Unione Sovietica e l’affermazione della cosiddetta «fine della storia». Questi processi hanno trasformato anche il razzismo. Quando le società attraversano cambiamenti profondi, cambia tutto: ciò che mangiamo e beviamo, il modo in cui comunichiamo e le tecnologie che utilizziamo. Anche fenomeni sociali come il razzismo e il sessismo si trasformano in risposta a questi mutamenti. Negli anni Novanta e Duemila abbiamo assistito a una contraddizione particolarmente evidente: da un lato, un enorme aumento della ricchezza, con i più ricchi diventati ancora più ricchi; dall’altro, il peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, sempre più impoverite. La concentrazione della ricchezza è strettamente legata al complesso militare-industriale e all’espansione dei conflitti armati. È una delle grandi contraddizioni di quel periodo. Avremmo dovuto entrare in una nuova epoca, caratterizzata dalla cosiddetta «fine della storia», dal consumismo liberale e dalla libertà individuale. In realtà, queste libertà e questi privilegi sono rimasti in larga misura circoscritti a gruppi sociali e Paesi relativamente ristretti e privilegiati. Gran parte del mondo non ha mai conosciuto livelli comparabili di ricchezza e libertà. Nel frattempo, abbiamo assistito a conflitti devastanti in Somalia, nell’ex Jugoslavia, in Medio Oriente, in Sudan e in altre regioni. Queste guerre hanno provocato enormi sofferenze, distruzione e povertà, contribuendo anche all’aumento del numero di persone sfollate e rifugiate. Parallelamente, la concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita della popolazione. Un altro fattore determinante è stato il ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali, tra cui la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale, insieme a raggruppamenti politici come il G8. Questi attori hanno promosso la privatizzazione e la liberalizzazione economica in numerosi Paesi, imponendo spesso condizioni a Stati già alle prese con il debito postcoloniale e con gravi crisi finanziarie. In diversi Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, per esempio, i prestiti sono stati utilizzati come strumento di pressione per imporre programmi di aggiustamento strutturale. Che cosa significava tutto questo nella pratica? Beni essenziali e servizi pubblici da cui dipendeva la popolazione, come la farina e l’olio da cucina sovvenzionati, l’acqua e l’elettricità, sono stati progressivamente sottoposti a privatizzazione e a riforme orientate al mercato. Questi processi hanno contribuito ad aggravare le disuguaglianze e le crisi sociali, anche in alcune aree del Nord globale e nei Paesi situati alla sua periferia. Il collasso economico dell’Argentina nel 2001 rappresenta un esempio significativo. La crisi ha mostrato le conseguenze devastanti dell’instabilità economica, dell’inflazione e del crollo del potere d’acquisto. Pressioni analoghe, seppure in forme differenti, si sono manifestate anche in altre parti del mondo. Quando le persone non riescono più a sostenersi nel luogo in cui vivono, sono costrette a spostarsi. Migrano perché hanno bisogno di cibo, sicurezza e condizioni che consentano loro di sopravvivere. La tragica ironia è che molte persone sono costrette a migrare o a cercare rifugio a causa di condizioni prodotte, almeno in parte, dai Paesi più ricchi e dall’ordine economico internazionale. Non si tratta semplicemente di scelte individuali o di circostanze interne ai Paesi di origine. Eppure, le narrazioni mediatiche e i discorsi che attraversano il sistema educativo si concentrano spesso sulla presunta arretratezza di queste società o sulla corruzione. L’Africa, per esempio, viene frequentemente rappresentata attraverso generalizzazioni sulla corruzione, sugli Stati falliti e sulle cosiddette «repubbliche delle banane». Queste narrazioni contribuiscono a sottrarre l’Unione europea, gli Stati Uniti e altri attori potenti alle proprie responsabilità, oscurando il ruolo delle loro decisioni economiche e politiche nella produzione di queste crisi. Le persone comuni, tuttavia, continuano a spostarsi alla ricerca di condizioni di vita migliori. Negli ultimi dieci-quindici anni, le migrazioni sono proseguite in un contesto sempre più difficile. Frontiere europee, migrazioni e sorveglianza digitale Le disuguaglianze economiche, i conflitti e gli equilibri di potere internazionali contribuiscono a determinare i fenomeni migratori. Come sono cambiate le politiche migratorie europee e quale ruolo svolgono l’esternalizzazione delle frontiere, le tecnologie di sorveglianza e le imprese private nel controllo dei flussi migratori? Miriyam Aouragh: L’Unione europea ha adottato politiche migratorie sempre più restrittive, rafforzando il modello della cosiddetta «Fortezza Europa». Parallelamente, ha esternalizzato le proprie frontiere, trasferendo parte del controllo migratorio al di fuori del territorio europeo. Paesi governati da regimi autoritari o repressivi sono stati coinvolti in accordi che prevedono finanziamenti in cambio di interventi volti a impedire ai migranti di raggiungere l’Europa. La Libia, la Tunisia, l’Algeria e il Marocco sono diventati attori importanti di questo sistema di esternalizzazione delle frontiere. Si tratta di accordi profondamente calcolati e disumani. I finanziamenti sono collegati, in varie forme, all’intercettazione dei migranti e al tentativo di impedirne l’arrivo in Europa. Il controllo delle migrazioni diventa così parte di un meccanismo politico ed economico. Durante le mie ricerche in Marocco, in particolare tra le comunità migranti di Tangeri, nel nord del Paese, ho osservato una trasformazione significativa. Storicamente, il Marocco è stato soprattutto un Paese di emigrazione, da cui partivano cittadini diretti verso l’Europa, compresa l’Italia. Nel tempo è diventato anche un Paese di transito e di arrivo per persone provenienti da altre regioni dell’Africa e del mondo, che sperano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la Spagna. Una situazione analoga si osserva in Tunisia, da dove i migranti cercano di raggiungere l’Italia, e in altri Paesi di transito da cui le persone tentano di entrare in Europa. Questi movimenti sono contrastati attraverso un’intensa repressione. Tuttavia, poiché il controllo delle frontiere è legato anche ad accordi finanziari, il sistema può generare incentivi perversi. Per esempio, la gendarmeria e la polizia di frontiera marocchine possono arrestare i migranti, registrare le operazioni e ricevere finanziamenti connessi alle attività di controllo. I migranti possono poi essere rilasciati e arrestati nuovamente. Si crea così un sistema nel quale le stesse persone possono essere sottoposte ripetutamente ai controlli, mentre il processo migratorio continua. Il risultato è il prolungamento dei percorsi migratori, una maggiore insicurezza e un’intensificazione della repressione al di fuori dei confini europei. Anche le grandi imprese tecnologiche sono entrate a far parte di questo sistema. Le Big Tech, le agenzie europee di controllo delle frontiere come Frontex e gli appaltatori privati contribuiscono sempre più allo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche utilizzate per il controllo dei confini e la sorveglianza delle migrazioni. Attraversare le frontiere europee è diventato così molto più difficile. Rotte un tempo più accessibili, comprese quelle dirette verso la Spagna e le enclave spagnole di Ceuta e Melilla, in Nord Africa, sono oggi sempre più pericolose e sottoposte a controlli stringenti. Le persone vengono quindi spinte verso percorsi più rischiosi, spesso affidandosi ai trafficanti o tentando pericolose traversate via mare. Il punto fondamentale è che le migrazioni non sono scomparse. Le crisi economiche, le guerre e le ristrutturazioni neoliberiste continuano a spingere le persone ad abbandonare le proprie case, mentre le politiche migratorie sempre più restrittive rendono il viaggio più pericoloso. La mia conclusione è che le migrazioni non sono diminuite: sono aumentati i morti. Le persone continuano a partire e spesso sono ancora più numerose quelle che tentano il viaggio, ma un numero crescente di loro perde la vita lungo il percorso. Il Mar Mediterraneo è diventato un immenso cimitero. Nel frattempo, attivisti e organizzazioni umanitarie continuano a contrastare questa situazione attraverso operazioni di ricerca e soccorso. Eppure, chi cerca di salvare vite umane viene sempre più spesso criminalizzato e trattato come se stesse violando la legge. Anche chi partecipa alle operazioni di soccorso può essere arrestato e sottoposto a procedimenti giudiziari. Esistono inoltre iniziative importanti che riuniscono antropologi forensi e sviluppatori tecnologici con l’obiettivo di identificare i corpi delle persone morte durante questi viaggi. Le dimensioni della tragedia sono enormi. Durante l’estate, per esempio, sono state riportate notizie di un numero molto elevato di persone che hanno tentato di raggiungere Ceuta, l’enclave spagnola in territorio marocchino. Molte sono state respinte, mentre altre sono morte, tra cui bambini e persone che non sapevano nuotare. Le circostanze di alcune di queste traversate sono particolarmente drammatiche. Gli ostacoli e le misure adottate per il controllo delle frontiere possono rendere ancora più letale un attraversamento già estremamente pericoloso. Antropologi forensi e tecnologi stanno sviluppando metodi per identificare le persone decedute. Il loro lavoro è essenziale: migliaia di persone muoiono senza che sia possibile risalire alla loro identità. Morire senza essere identificati rappresenta un’ulteriore ingiustizia. Le famiglie possono non sapere mai che cosa sia accaduto ai propri cari, non ricevere conferma della loro morte e non avere la possibilità di salutarli un’ultima volta. L’identificazione dei corpi non è dunque soltanto una questione tecnica: riguarda la dignità, la giustizia e l’umanità. Nel loro insieme, questi fenomeni delineano una dinamica più ampia, caratterizzata dall’aumento della militarizzazione, della privatizzazione, delle disuguaglianze economiche, della sorveglianza e della violenza, in un contesto segnato dalla persistenza delle migrazioni e dall’inasprimento delle politiche di frontiera. Nessuna di queste misure ha eliminato le migrazioni. Le persone continuano a partire perché cercano di sottrarsi a condizioni insostenibili e di costruire una vita migliore. La mobilità è una risposta profondamente umana, che accompagna le società da millenni. Il risultato principale delle politiche migratorie sempre più restrittive non è stato, dunque, la fine delle migrazioni, bensì l’aumento delle morti. Colonialismo digitale, antirazzismo e solidarietà politica Quali connessioni individui tra le tue ricerche sul colonialismo digitale e sull’imperialismo digitale, il tuo impegno antirazzista e le lotte politiche dei gruppi che hai incontrato a Roma? Miriyam Aouragh: Inizialmente sono stata invitata a parlare delle mie ricerche sul colonialismo digitale e sull’imperialismo digitale. L’obiettivo era quello di approfondire le connessioni tra questi concetti, le teorie dell’imperialismo e le critiche politiche della tecnologia. Poi, come spesso accade, una cosa ha portato all’altra. Le persone mi hanno raccontato le iniziative a cui partecipavano e mi sono resa conto che anch’io lavoravo su alcune delle stesse questioni. Mi hanno parlato di campagne antirazziste e di altre attività politiche, e ho riconosciuto che questi temi facevano già parte del mio lavoro e ho avuto l’opportunità di incontrare diversi collettivi attivi a Roma. Per certi aspetti, questa esperienza mi ha fatto sentire come se stessi tornando a casa. Non ero mai stata qui prima e non conosco particolarmente bene la cultura locale, ma sono rimasta colpita dalla familiarità della cultura politica, delle sue dinamiche e persino del linguaggio utilizzato dalle persone. Ho ritrovato qualcosa di familiare nel modo in cui le persone entrano in relazione tra loro e organizzano la propria vita. Ho la sensazione che questa visita sia soltanto l’inizio di molti altri incontri. Ho conosciuto persone straordinarie e ascoltato le storie di chi è impegnato in programmi educativi, nell’organizzazione antifascista e in iniziative che mettono in relazione la storia e l’eredità dell’antifascismo in Italia con le lotte politiche contemporanee. Oggi ho incontrato anche persone che collaborano con gruppi palestinesi e altre che lavorano con organizzazioni argentine. Mi ha colpita soprattutto la quantità di connessioni possibili tra questi gruppi, le loro storie e le loro lotte. Non ci sono abbastanza ore in una giornata per incontrare tutte le persone e approfondire ogni possibile relazione. Per questo ho la sensazione che siamo soltanto all’inizio. È stata un’esperienza davvero bella e spero che possa aprire la strada a nuove conversazioni, collaborazioni e ad altre occasioni di incontro e di ricerca. *Miriyam Aouragh ( Amsterdam , 18 novembre 1972) è un’attivista e accademica olandese-marocchina residente a Oxford (Regno Unito). Scrive e insegna di infrastrutture, rivolte politiche e implicazioni sociali dei media digitali. È professoressa di Antropologia Digitale presso l’ Università di Westminster. Anna Lodeserto
October 20, 2026
Pressenza
Etiopia: tra guerra e speranza per il futuro di tanti giovani
In questi giorni già così tumultuosi a livello internazionale, un altro conflitto ha ripreso il suo corso. A fine settembre 2026 sono ripresi gli scontri tra le forze federali dell’esercito regolare etiope e il braccio armato del Fronte di liberazione del popolo del Tigray (TPLF). La prima guerra del Tigray risale agli anni 2020/2022, interrotta dagli accordi di Pretoria firmato a novembre 2022 grazie alla mediazione dell’Unione africana. Quel conflitto ha provocato un numero di vittime civili stimato tra le 600.000 e le 800.000. La nuova guerra del Tigray, apparentemente un conflitto civile, vede in realtà anche il coinvolgimento di paesi terzi, come l’Eritrea, ed è combattuta con armi che arrivano anche dal vicino Sudan. Per questo motivo il timore internazionale è quello di un’escalation che possa coinvolgere l’intero Corno d’Africa. Sono diversi, infatti, i paesi coinvolti direttamente o indirettamente, attraverso la fornitura di armi e il sostegno all’una o all’altra forza in campo. In un clima di questo tipo, solo un mese e mezzo prima dello scoppio della nuova ondata di violenza, il gruppo di ragazzi varesini dell’associazione Progetto Madiba ha compiuto il proprio viaggio di volontariato e solidarietà a sostegno delle popolazioni civili dei villaggi di Jimma Bonga e Kaffa. Dal 2023 l’associazione si occupa di sostenere il percorso scolastico di bambini e ragazzi etiopi offrendo loro la possibilità di costruirsi un futuro migliore e di cambiamento, per sé stessi, per le loro famiglie e per il loro paese. Ne avevamo parlato su Pressenza in questo articolo pubblicato a maggio 2026, quando i volontari stavano preparando il loro viaggio di agosto. La serata di sabato 17 ottobre, presso l’auditorium San Giovanni Bosco di Varese, è stata organizzata con entusiasmo dai ragazzi che hanno partecipato alla missione. L’incontro è stato ben strutturato ed emozionante. Attraverso un racconto fotografico della loro esperienza, è stato coinvolgente ascoltare i loro resoconti e i pensieri personali su tutto quello che hanno vissuto. Al termine della serata le sensazioni erano contrastanti: da una parte l’amarezza e la rabbia per quello che hanno mostrato e dall’altra il senso di speranza e di gratitudine che questi giovani sono riusciti a trasmettere. I temi affrontanti sono stati molti: lo stupore per l’itinerario di viaggio, l’impatto con la capitale Addis Abeba in un contrasto forte tra i nuovi palazzi di vetro e metallo, degni di una capitale moderna, e le barriere di lamiere verdi, che nascondono la povertà dei villaggi di chi vive ancora nelle baracche. Sono stati presentati e raccontati i vari progetti realizzati, ma si è parlato anche dell’isolamento di alcuni villaggi, del problema dalla fruibilità dell’acqua, delle difficoltà di bambini che nascono o vivono in carcere con le loro madri detenute; del senso di comunità che emerge forte intorno alle persone che vivono a Jimma Bonga; della guerra e della pace. Durante questo viaggio è emerso lo sconcerto per condizioni di vita così distanti e lontane dalle proprie, e la consapevolezza che molte situazioni, inizialmente difficili da comprendere, in contesti come i villaggi etiopi, rappresentano l’inevitabile andamento della vita quotidiana. È il caso, per esempio, dell’organizzazione dei matrimoni precoci imposti alle giovani donne, come avviene nel villaggio isolato della zona di Kaffa dove l’etnia Menja, tradizionalmente emarginata, non ha altra scelta che far sposare le loro giovani ragazze per garantire loro un futuro. Ma oggi le cose stanno lentamente cambiando, hanno incontrato Helmelal, una ragazza che sarà la prima della sua comunità a poter frequentare l’università. I progetti dell’associazione Madiba, realizzati grazie al coordinamento locale di Don Kifle Alemayehu, responsabile dell’ufficio dello Sviluppo Sociale della diocesi di Jimma-Bonga, sono stati diversi e i ragazzi hanno potuto assistere all’inaugurazione di quanto è stato possibile realizzare con le raccolte fondi e le donazioni di chi ha voluto sostenere l’associazione. È stato inaugurato un pozzo di acqua potabile a disposizione dalla popolazione locale e di due scuole vicine, nella zona di Muti dove, prima della realizzazione, le ragazze erano costrette ad abbandonare precocemente la scuola per occuparsi del recupero dell’acqua che richiedeva gran parte del loro tempo. I volontari sono stati anche a Dukra dove, grazie ai fondi raccolti tramite il 5 per mille, è stato possibile acquistare dei banchi per i bambini che frequentano la scuola elementare dando loro la possibilità di studiare in ambiente più adeguato. L’esperienza più toccante, per molti di loro, è stata la visita al carcere di Bonga, dove l’associazione si impegna a fornire il materiale necessario alle attività scolastiche dei figli delle detenute. Questi bambini, infatti, sono costretti a vivere in carcere insieme alle madri, non avendo altre possibilità di sopravvivenza. Un altro momento toccante della serata è stata la proiezione di un’intervista ad un ex soldato dell’esercito etiope che ha combattuto nella prima guerra del Tigray e che non ha più voluto tornare nell’esercito dopo essere stato ferito. Oggi il suo obiettivo è quello di tornare a studiare e diventare medico per poter riscattare il suo passato da soldato, e convincere altri giovani a non arruolarsi poiché ha conosciuto la guerra e non trova il senso della barbarie che essa porta con sé. Il destino di molti bambini, e poi ragazzi etiopi, senza l’istruzione è segnato dallo sfruttamento e dalla morte. Per questo motivo Paolo Lacchin, presidente dell’associazione, ha rivolto un accorato invito a tutti i presenti a fine serata: non rimanere indifferenti a quanto accade in questa zona di mondo. Sul sito dell’associazione si possono trovare tutte le informazioni necessarie per aderire al progetto. Ognuno può contribuire secondo le proprie possibilità: con donazioni occasionali, attraverso il 5 per mille oppure con un impegno più costante, con il finanziamento di borse di studio annuali, per le scuole elementari o medie, oppure per scuole superiori e università. Trovate anche tutti i contatti per chiedere informazioni e seguire i vari progetti a questo link. Monica Perri
October 19, 2026
Pressenza
A Gaza si contano 1,4 milioni di persone a rischio alimentare
In un comunicato diffuso in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione, che si celebra ogni 16 ottobre, la FAO ha lanciato un allarme sull’impatto della carenza di cibo su minori, donne incinte e in allattamento, anziani e altri gruppi vulnerabili. Secondo i dati ufficiali, 189 delle vittime erano anziani, pari al 40,5 per cento del totale dei decessi per cause legate alla fame. Il Ministero ha inoltre riferito che tra il 2024 e l’agosto del 2026 sono stati registrati a Gaza 158.000 casi di malnutrizione acuta nei bambini di età inferiore ai cinque anni. Di questi, 28.716 soffrivano di malnutrizione acuta grave, una condizione potenzialmente letale, mentre il 12,2% presentava ritardo della crescita. L’ente ha sottolineato che la mortalità tra i bambini di età inferiore ai cinque anni è aumentata da 13,6 a 33,4 decessi ogni mille nati vivi tra il 2022 e il 2025. Inoltre, ha previsto che 74.200 bambini avranno bisogno di cure per la malnutrizione acuta entro aprile 2027. Secondo l’allerta sanitaria, oltre 1,4 milioni di palestinesi, circa il 67% della popolazione di Gaza, potrebbero trovarsi ad affrontare livelli critici di insicurezza alimentare o condizioni ancora peggiori prima della fine del 2026. La crisi si sta sviluppando in un contesto caratterizzato da restrizioni all’ingresso degli aiuti, distruzione delle infrastrutture e ripetuti sfollamenti. Le autorità palestinesi sostengono che le limitazioni imposte da Israele abbiano aggravato la carenza di cibo e reso più difficile l’accesso della popolazione ai beni di prima necessità. Il 22 agosto 2025, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef), il Programma Alimentare Mondiale (PMA) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno dichiarato lo stato di carestia nella Striscia di Gaza. Secondo l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza, l’ingresso dei camion con aiuti umanitari rimane al di sotto degli impegni stabiliti, con un’adempienza che non supera il 34 per cento. Le autorità palestinesi affermano che le forniture in arrivo sono insufficienti a coprire i bisogni della popolazione. Il Ministero della Salute ha esortato la comunità internazionale e le Nazioni Unite ad adottare misure urgenti per garantire l’ingresso sicuro, continuo e senza restrizioni di generi alimentari, forniture mediche e medicinali. Ha inoltre chiesto di dare priorità all’assistenza a bambini, donne incinte e in allattamento e anziani. L’istituzione ha inoltre chiesto sostegno per ripristinare la produzione alimentare locale, compromessa dai danni subiti dai terreni agricoli, dagli impianti produttivi e dalle reti di approvvigionamento idrico. La distruzione delle infrastrutture e delle strutture sanitarie, insieme alla perdita di reddito familiare e all’aumento dei prezzi dei prodotti, ha accresciuto la dipendenza dagli aiuti umanitari nei territori palestinesi, dove l’accesso regolare alle forniture continua a rappresentare una sfida. Prensa Latina
October 17, 2026
Pressenza
L’Arte della resistenza: CittàVisibili APS ad ARTifariti 2026
L’Arte della resistenza: CittàVisibili APS ad ARTifariti 2026 porta il vento della rivolta nei campi profughi saharawi L’associazione Città Visibili APS annuncia la sua partecipazione ufficiale all’edizione 2026 del Festival Internazionale delle Arti per i Diritti Umani – ARTifariti per raccontare memoria, dignità e autodeterminazione. L’evento, in programma dal 1° all’8 novembre nei campi profughi saharawi di Tindouf (Algeria), si svolge sotto l’egida del Ministero della Cultura della Repubblica Araba Saharawi Democratica, con il movimento solidale italiano e spagnolo ed in collaborazione con la Rete Saharawi. ARTifariti, giunto alla sua diciannovesima edizione, rappresenta, da anni, un crocevia fondamentale di incontro, scambio e solidarietà, dove l’arte si trasforma in un potente strumento di denuncia, memoria e costruzione collettiva di pace e libertà. L’iniziativa riunisce annualmente artisti saharawi e internazionali, attivisti, ricercatori e studenti, impegnati in laboratori, installazioni, performance e mostre che fondono creatività e impegno civile. La Graphic Novel “El Uali” tra le dune del deserto Città Visibili APS contribuirà al festival con la presentazione, a cura dell’autore Luca Ralli, della Graphic Novel “Io sono El Uali – il vento della rivolta saharawi”. Il fumetto, già presentato in Italia nell’ambito di Festival e Mostre di settore, sarà presentato nei campi profughi come gesto di restituzione del valore e del senso profondo della lotta del Fronte Polisario e del popolo saharawi. L’associazione allestirà inoltre una mostra pittorica con opere di Mono Carrasco, Brunella Fontani, Mascia Gaudiano e Nadia Conti. Le opere saranno esposte per tutta la durata della manifestazione e poi donate al Ministero della Cultura. La delegazione italiana per la Solidarietà Culturale L’associazione Città Visibili APS si recherà a Tindouf con una propria delegazione, insieme alla associazione El Ouali di Bologna ed ad un gruppo di studenti bolognesi che cureranno laboratori ed attività nel corso della loro esperienza. La missione include anche membri del Progetto S.O.S. Solidarietà Odontoiatrica Saharawi, sempre dell’associazione Città Visibili APS. Per l’edizione 2026 di ARTifariti la comunità italiana conferma il proprio ruolo di supporto concreto alla realizzazione del festival, un gesto che rimarca il valore simbolico e politico della solidarietà internazionale, da sempre sostenuta con convinzione da Città Visibili APS. Simone Bolognesi, presidente di Città Visibili APS, ha commentato: “La partecipazione a ARTifariti è per noi un atto di amicizia e di profonda responsabilità culturale verso un popolo che da cinquant’anni combatte per la propria indipendenza. Portare le nostre attività nei campi profughi significa dare eco e risonanza allo sguardo e alla voce che da quel territorio sono emersi, amplificandone il messaggio di dignità”. Simone Bolognesi Per informazioni: Città Visibili APS www.cittavisibili.it cittavisibili.arci@gmail.com Redazione Toscana
October 15, 2026
Pressenza
Ein al-Auja (seconda parte)
COME GLI ATTACCHI DEI COLONI E LA SOTTRAZIONE DI RISORSE IDRICHE HANNO CANCELLATO UNA COMUNITÀ PALESTINESE La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. “Siamo isolati” Le conseguenze devastanti della crisi idrica colpiscono anche la fauna selvatica locale e le comunità di pastori in tutta la Valle del Giordano; qui i palestinesi hanno segnalato ingenti perdite di bestiame a causa dei ripetuti attacchi, furti e confische da parte dei coloni. Le restrizioni alla circolazione e la perdita dell’accesso ai pascoli hanno aggravato la loro difficile situazione. In uno dei più gravi episodi recenti, i residenti della zona di Ein al-Auja hanno riferito che, all’inizio dello scorso anno, alcuni coloni israeliani hanno rubato circa 1.500 tra pecore e capre durante un’incursione nella comunità, infliggendo un duro colpo alle famiglie di pastori locali. Il giorno seguente, nell’area sono state rinvenute decine di carcasse di animali. La distruzione delle loro tradizionali fonti di sostentamento non ha lasciato a molti beduini altra scelta se non quella di cercare lavoro negli insediamenti israeliani vicini o di accettare impieghi stagionali e mal retribuiti all’interno dell’economia israeliana. La terra che un tempo garantiva loro la sopravvivenza è ora accessibile solo come luogo di lavoro, privo però di tutele lavorative o diritti contrattuali. Nel caso di Rashaidh, prima dello sfollamento della famiglia, le fonti principali di sostentamento erano l’agricoltura e l’allevamento. Oggi lavora come bracciante in una piantagione di palme da dattero vicino a Balqa. “È un contesto ad alto rischio: lavoriamo senza permessi e molti di noi subiscono infortuni o vengono arrestati mentre vanno al lavoro o ne tornano”, ha raccontato, sottolineando come il tragitto casa-lavoro sia segnato da pericolosi posti di blocco, sorveglianza costante e dalla minaccia sempre incombente di arresto. La frammentazione di questa comunità, al pari di molte altre in tutta la Cisgiordania occupata, ha inoltre contribuito a indebolire le reti di sostegno sociale. “Tutto è diventato lontano. Anche raggiungere i servizi essenziali ormai richiede ore”, ha dichiarato a MEE un residente sfollato di Balqa, parlando a condizione di anonimato per timore di rappresaglie israeliane. “Siamo tagliati fuori dai luoghi da cui dipendevamo”. Un genitore sfollato di Balqa, anch’egli rimasto anonimo, ha sottolineato le ripercussioni sull’istruzione: “Un tempo i miei figli andavano a scuola a piedi senza problemi. Ora si svegliano prestissimo e a volte non riescono comunque ad arrivare, perché la strada è lunga e pericolosa. Certi giorni, semplicemente restano a casa”. Turisti sotto assedio Tornando a Ein al-Auja – località che, grazie alla sua cascata e ai sentieri montani circostanti, è da tempo un’attrazione naturale per visitatori provenienti dalla Palestina e dall’estero – non sono solo i residenti a temere la violenza dei coloni. Anche i turisti sono stati presi di mira. Nel gennaio 2023, un gruppo internazionale di escursionisti – tra cui turisti americani, italiani e francesi – si è trovato di fronte a un gruppo di coloni armati, che secondo quanto riferito li ha aggrediti con bastoni e spray al peperoncino. “Siamo stati respinti verso le colline e praticamente circondati”, ha riferito a MEE un partecipante palestinese, chiedendo di rimanere anonimo per timore di ritorsioni israeliane. “Siamo stati picchiati. Due donne sono rimaste ferite, una italiana e una palestinese, mentre il resto del gruppo cercava di raggiungere una distanza di sicurezza”. Secondo il partecipante palestinese, ci sono volute ore prima che le forze israeliane arrivassero a garantire l’uscita del gruppo. Tali episodi scoraggiano ulteriormente un settore già duramente colpito dal conflitto in corso. Il turismo in Cisgiordania ha subito un duro colpo dopo lo scoppio della guerra a Gaza nel 2023; i dati ufficiali indicano perdite di milioni di dollari a causa del crollo del numero di visitatori. Nei fine settimana, le strade che un tempo vedevano il passaggio di famiglie, autobus turistici e gruppi di escursionisti diretti alle sorgenti della Valle del Giordano appaiono decisamente più vuote. I venditori, che un tempo allestivano sedie di plastica e banchetti per il tè lungo il percorso, raccontano di lunghe ore trascorse senza clienti. «Ogni fine settimana aspettavamo gli autobus provenienti dal nord e dal sud della Cisgiordania, ma ora il traffico è quasi inesistente», ha dichiarato a MEE Muhammad Taha, un venditore di Gerico. Oggi, lui e i suoi colleghi si limitano a osservare il paesaggio, anziché offrire i propri servizi ai visitatori. Battaglia legale Nel frattempo, per le famiglie costrette a fuggire dall’area di Ein al-Auja, una battaglia legale rappresenta l’ultima speranza. Nel tentativo estremo di bloccare il loro trasferimento forzato, l’anno scorso i residenti si sono rivolti all’Alta Corte, chiedendo alle autorità israeliane di smantellare gli avamposti illegali che invadono le loro terre e di agevolare il loro ritorno a casa. “Abbiamo chiesto un intervento giudiziario per fermare la progressiva scomparsa delle nostre comunità, minacciate dalla violenza dei coloni e dall’espansione degli avamposti pastorali circostanti”, ha spiegato a MEE Hassan Mleihat, supervisore generale di al-Baidar, un’organizzazione locale che tutela i diritti dei beduini. Durante le udienze, lo Stato ha negato l’esistenza di ordini formali di evacuazione, sostenendo che non vi fosse alcuna politica governativa volta a impedire il ritorno dei residenti; ciò nonostante la realtà sul campo, che molti palestinesi temono abbia reso irreversibile la loro espulsione. Lo scorso febbraio, il tribunale ha ordinato alle autorità israeliane di aiutare le famiglie a tornare alle loro abitazioni nei pressi della sorgente di Ein al-Auja e di riferire, entro 60 giorni, sulle misure adottate per garantirne la sicurezza. Ad aprile, non essendo stata rispettata la scadenza, i ricorrenti hanno chiesto all’Alta Corte di imporre allo Stato l’adempimento dei propri obblighi. Lo Stato continua a contestare tali richieste, sostenendo davanti al tribunale che non vi è alcun fondamento per dislocare una forza di sicurezza permanente nell’area. Questo caso non è affatto un’eccezione. Le istanze palestinesi volte a impedire sfratti o a ottenere lo smantellamento di avamposti vengono regolarmente respinte o bloccate dai tribunali israeliani; allo Stato viene infatti riconosciuta un’ampia discrezionalità nella gestione del territorio, anche quando è dimostrato che i residenti vi abitano da decenni. E quando il caso di Ein al-Auja è arrivato in tribunale, le ultime famiglie se n’erano già andate. Tornando a Balqa, Rashaidh sottolinea l’importanza della solidarietà, sia a livello regionale che globale, di fronte alla minaccia costante e crescente rappresentata dai coloni. “Nessuno abbandona la propria terra volontariamente; è una delle cose più difficili della vita”, ha affermato. “Ma restare soli non basta. Abbiamo difeso la nostra terra da soli e l’abbiamo persa, insieme al bestiame e all’acqua. Se non ci uniamo, perderemo tutti”. Il ricorso alle vie legali non è stato una scelta strategica, ha spiegato Mleihat, bensì un tentativo disperato di far valere i diritti dei palestinesi di fronte a una realtà in rapida evoluzione al di fuori dell’aula di tribunale, dove “il luogo era già stato svuotato”. In effetti, Ein al-Auja non è più quella di un tempo. La sorgente, che un tempo scorreva abbondante, si è ridotta a rivoli d’acqua intermittenti. Il terreno è arido e screpolato. Gli alberi sono diminuiti. L’aria è più silenziosa. Non si sentono voci di bambini né il movimento di greggi. Solo il vento, che attraversa un luogo un tempo pieno di vita. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione di Valentina Valle -Parte seconda- la prima la trovate QUI Redazione Piemonte Orientale
October 15, 2026
Pressenza
I gemellaggi che ci piacciono
Il Comune di Milano, a tutt’oggi, rimane gemellato con quello di Tel Aviv. Noi di “In piazza per Gaza”, dal 16 giugno 2025 presenza quotidiana in piazza del Duomo a MIlano, abbiamo scelto un altro gemellaggio: quello con le compagne e i compagni di Losanna, dal 30 giugno 2025 presenti tutti i giorni davanti alla stazione ferroviaria. Il 9 ottobre Alessandra, Michele, Paolo e Renata hanno “disertato” piazza Duomo a Milano per andare a conoscere le compagne e i compagni di Losanna, partecipando con loro al presidio che si svolge di fronte alla stazione ferroviaria, dalle 17:30 alle 18:30, ogni giorno dal 30 giugno 2025. Scorrono le stagioni: estate, autunno, inverno, primavera e poi di nuovo estate, autunno…e le persone continuano imperterrite a manifestare in strada. I passanti, per lo più frettolosi, perché stanno andando a prendere un treno, a volte sono indifferenti o addirittura abbassano la testa, a volte sorridenti e grati, a volte, più o meno apertamente, ostili. Si sentono i clacson dei veicoli che passano per la strada che separa il presidio dalla stazione e ci hanno spiegato che spesso sono saluti di sostegno rivolti proprio a chi è lì a mostrare cartelli e sventolare bandiere. In particolare avevano individuato un taxi che “salutava” sempre, finché un giorno il tassista è andato a presentarsi, ha detto di essere palestinese, che all’interno della sua vettura tiene una piccola bandiera della sua terra ed ha partecipato con loro all’azione. Samir invece ha dovuto interrompere, per questioni di lavoro, la sua presenza al presidio e, da allora, si dedica, in ogni momento che può e in ogni luogo della città, alla raccolta firme per l’iniziativa popolare federale per il riconoscimento dello stato di Palestina che è stata lanciata da un gruppo di cittadini di Ginevra. Obbiettivi del presidio di Losanna sono quindi: la protesta, l’informazione, la raccolta firme ma anche il sostegno, tramite raccolta fondi, a GazaLand, un’associazione umanitaria creata a Losanna da palestinesi di Gaza per Gaza che fornisce cibo, acqua e prodotti essenziali alle famiglie. GazaLand è stata scelta perché, al presidio, è presente regolarmente Rami, un palestinese che collabora con l’associazione. Da più di un’anno, Charlotte e Ulysse, il suo cane labrador, avevano preso l’abitudine di essere tutte le sere al presidio della stazione di Losanna. Ulysse era diventato un po’ la mascotte del gruppo, faceva parte della «famiglia». Poi, il dramma… Una sera di metà agosto, Charlotte e Ulysse avevano osservato l’eclissi solare sul balcone del loro appartamento, si erano poi soffermati, nella speranza di vedere qualche stella cadente e infine erano andati a dormire, lui sul balcone e lei nel suo letto. Verso le cinque del mattino Charlotte, svegliata dall’abbaiare di Ulysse, vede intorno a lei le fiamme. Chiama il cane rimasto sul balcone. Invano. Preso dal panico, non ce la fa a raggiungerla. Circondata dalle fiamme Charlotte deve fuggire. Infila presto pantaloni e scarpe ed esce sul marciapiede. Tutto brucia, anche il povero Ulysse. Charlotte rimane impietrita dall’orrore, ha perso tutto: casa, vestiti, documenti, foto, mobili, ricordi, è rimasto solo un cumulo di cenere. Ulysse le ha salvato la vita ma l’ha lasciata sola. Distrutta, è accolta da Luca, un amico della stazione che, ancora oggi, si prende cura di lei con altri amici. La sera dell’incontro con «gli amici di piazza del Duomo a Milano», Charlotte, per la prima volta dopo la tragedia, è tornata al presidio. E’ ancora molto fragile ma, a poco a poco, la luce filtra tra le nuvole. La lotta per la Palestina e i bambini di Gaza dà senso alla sua vita. I gazawi hanno dedicato un murale a Charlotte e Ulysse. Questo invece è il messaggio che le hanno inviato: “Un messaggio per la signora Charlotte dal cuore di Gaza, una terra che conosce il dolore, le perdite e le difficoltà. Oggi le inviamo tutto il nostro affetto e il nostro sostegno. Sappiamo che la perdita di Ulysse è stata un immenso dolore per lei, soprattutto dopo l’incendio che ha distrutto la sua casa. Perdere la propria casa è una prova terribile, ma perdere un compagno fedele che faceva parte della propria vita è un dolore indescrivibile. Noi dell’associazione GazaLand di Gaza abbiamo realizzato un disegno che ritrae lei e Ulysse. Desideravamo che questo disegno le arrivasse da Gaza come un bellissimo ricordo di lui, per dirle: Ulysse rimarrà sempre nel suo cuore e nei suoi ricordi. Alla stazione di Losanna, tutte le persone che sono al suo fianco hanno percepito il suo dolore. Siamo tutti con lei e le auguriamo tanto coraggio e forza in questo momento difficile. Charlotte, noi abitanti di Gaza sappiamo cosa significa perdere una persona cara e perdere la propria casa. Condividiamo il suo dolore e le inviamo tutta la nostra solidarietà e il nostro affetto. “ Al link sotto copiato si possono vedere: il filmato della realizzazione del murale e altro materialeuhj Presidio di Losanna Articolo di Renata Pironi e Michele Sangiorgio Redazione Milano
October 15, 2026
Pressenza
Ein al-Auja (Prima parte) : come gli attacchi dei coloni e la sottrazione di risorse idriche hanno cancellato una comunità palestinese
La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata, mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di risorse. Majd Jawad, Ramallah, Palestina occupata 13 agosto 2026 Haitham Rashaidh è stato tra gli ultimi ad abbandonare la propria casa vicino a Ein al-Auja, una sorgente naturale con cascata situata a nord di Gerico, in Cisgiordania. La sua famiglia ha smontato le tende, ha caricato tutti i propri averi su un trattore e ha intrapreso un viaggio di due ore su un terreno impervio verso al-Balqa, un’area scarsamente popolata della Valle del Giordano, dove si sono accampati accanto ai vicini, anch’essi sfollati. Lasciare Ein al-Auja è stato come perdere una parte di sé, ha spiegato Rashaidh con tristezza. Un tempo qui l’acqua scorreva impetuosa, con una portata stimata in migliaia di metri cubi al giorno; oggi, invece, il terreno è arido e la sorgente, che un tempo sosteneva una comunità beduina di oltre cento famiglie, si è ridotta a un esile rivolo. I palestinesi consideravano Ein al-Auja un’oasi di pace in una regione sotto assedio. Tuttavia, la deviazione dell’acqua da parte di Israele e i continui attacchi dei coloni hanno finito per rendere insostenibile la vita della comunità. “Non ce ne siamo andati la prima volta che hanno tentato di cacciarci”, ha raccontato Rashaidh a Middle East Eye. “Siamo tornati, abbiamo ricostruito ciò che potevamo e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite”. “Ma le cose non sono cambiate”, ha aggiunto. “Ogni volta che tornavamo, la pressione si faceva più forte: più restrizioni, più attacchi, meno accesso all’acqua”. Lo scorso gennaio, giunta al limite della sopportazione, la famiglia di Rashaidh ha dovuto abbandonare la propria casa per trasferirsi a Balqa, un minuscolo accampamento beduino privo di servizi pubblici. Da lì occorrono più di due ore per raggiungere il centro abitato più vicino e Rashaidh ammette, con evidente dolore, che i suoi figli non possono più frequentare la scuola. La difficile situazione vissuta dalla sua comunità si è aggravata notevolmente negli ultimi due anni, da quando gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno iniziato a ridefinire la vita dei palestinesi nei territori occupati. Prima della guerra a Gaza, gli episodi di sfollamento forzato nell’area di Ein al-Auja erano stati limitati: l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) aveva registrato, tra il 2017 e il 2023, solo due attacchi da parte di coloni che avessero provocato vittime o danni materiali. Tuttavia, dall’inizio del 2024, nella zona sono sorti diversi nuovi avamposti illegali di coloni israeliani e, di conseguenza, gli attacchi si sono intensificati, raggiungendo quota 38 casi documentati nell’ultimo anno. “L’accesso all’acqua è stato particolarmente compromesso; coloni, presumibilmente provenienti da questi avamposti, hanno ripetutamente tagliato o danneggiato le condutture collegate alla sorgente [di Ein al-Auja], bloccato le strade di accesso utilizzate per il prelievo e il trasporto dell’acqua, svuotato i serbatoi domestici e intimidito o aggredito residenti e pastori intenti a rifornirsi d’acqua, compromettendo gravemente i loro mezzi di sussistenza”, ha rilevato l’OCHA in un rapporto di gennaio. In un caso documentato all’inizio di quest’anno, 26 famiglie, per un totale di 124 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa delle continue violenze perpetrate da coloni armati e truppe israeliane. “Sembrava che stessero mettendo alla prova la nostra capacità di resistenza”, ha raccontato Rashaidh. “Alla fine, non è stato un singolo episodio a costringerci ad andarcene, ma il ripetersi continuo di tutto quanto, ancora e ancora, finché restare è diventato impossibile”. self, Public domain, via Wikimedia Commons Declino costante Il drastico e costante calo della portata della sorgente di Ein al-Auja negli ultimi anni rispecchia la scomparsa della comunità palestinese circostante. La sua portata, storicamente stimata in oltre 1.000 metri cubi all’ora – e potenzialmente doppia durante le stagioni delle piogge – è diminuita tra il 50% e il 70% negli ultimi anni e talvolta si azzera completamente, secondo Ayman Abu Zaher, un ricercatore ambientale che monitora il sistema idrico locale. Essendo una delle sorgenti storicamente più significative della regione, Ein al-Auja è stata sottoposta a una pressione crescente dovuta sia ai cambiamenti climatici sia ai pozzi scavati nelle vicinanze, ha riferito Abu Zaher a MEE. Negli anni di siccità, la ridotta ricarica delle falde acquifere, unita a un pompaggio intensivo, ha limitato la portata della sorgente. L’assetto idrogeologico della regione comprende due principali falde acquifere, ha spiegato Abu Zaher: una falda superficiale, solitamente accessibile tramite pozzi profondi tra i 70 e i 100 metri, e una falda molto più profonda che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Storicamente, tre pozzi gestiti dallo Stato nell’area di Ein al-Auja raggiungevano una profondità di 500-600 metri; tuttavia, negli ultimi tre decenni, le autorità israeliane li hanno approfonditi fino a quasi 1.000 metri e ne hanno aggiunto un quarto, ha riferito Abu Zaher. Secondo le sue stime, complessivamente questi pozzi estraggono ogni anno tra i quattro e i sei milioni di metri cubi d’acqua dall’acquifero profondo che alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Quest’acqua viene poi convogliata verso gli insediamenti israeliani, anziché rifornire le vicine comunità palestinesi. Tale squilibrio è aggravato dalla capacità limitata delle fonti idriche controllate dai palestinesi nella stessa zona. Abu Zaher stima che vi siano circa una dozzina di pozzi palestinesi in loco, ma li definisce “poco profondi e insufficienti”. “L’acqua che producono non è sufficiente per l’agricoltura ed è sempre meno adatta all’irrigazione, il che spinge l’area verso la desertificazione”, ha affermato. Mentre un tempo frutteti irrigui e campi coltivati coprivano oltre 30.000 dunum (3.000 ettari) nella zona di Ein al-Auja, oggi rimangono attivamente irrigati solo circa 3.000 dunum, ha precisato Abu Zaher. Per le famiglie sfollate dalle proprie abitazioni e ora residenti in tende in aree limitrofe come Balqa, questa trasformazione non è un concetto astratto, bensì una realtà profondamente radicata nella loro lotta quotidiana per la sopravvivenza. Tra le persone più colpite vi sono le donne, spesso responsabili dell’approvvigionamento idrico per i propri nuclei familiari. Quando vivevano vicino a Ein al-Auja, potevano riempire i loro piccoli contenitori di plastica alla cascata, raccogliendo rapidamente quanto bastava per il fabbisogno giornaliero. Ora sono costrette a percorrere diversi chilometri sotto un sole cocente alla ricerca di autobotti o punti di distribuzione, tornando spesso a casa con i contenitori vuoti quando le scorte mancano o vengono respinte dalle forze israeliane. Il razionamento dell’acqua è diventato parte della loro realtà quotidiana. “Siamo state costrette ad acquistare grandi quantità d’acqua a causa della scarsità della sorgente”, ha dichiarato a MEE Naifa Zaied, sfollata a Balqa all’inizio di quest’anno. “Ma nell’ultimo anno l’esercito ci ha persino impedito di acquistarla. Alle autocisterne è stato vietato di raggiungerci”. La carenza d’acqua ha inciso su quasi ogni aspetto della vita, ha spiegato la donna, costringendo le famiglie a razionare l’acqua destinata a bere, cucinare, lavarsi e accudire il bestiame. “Un tempo avevamo l’acqua a portata di mano. Oggi, procurarsi anche solo un litro è una lotta”, ha affermato. “A volte aspettiamo autocisterne che non arrivano mai e siamo costretti a conservare l’acqua per bere, dando priorità a questa necessità rispetto a tutte le altre”. -continua- Articolo originale: https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community Traduzione Valentina Valle Redazione Piemonte Orientale
October 14, 2026
Pressenza
Solidarietà del Partito della Rifondazione Comunista a Fabio Marcelli
Minacce di morte a Fabio Marcelli, la solidarietà di Rifondazione Comunista 12 Ottobre 2026 A nome del Partito della Rifondazione Comunista esprimo forte preoccupazione per le minacce di morte ricevute dal compagno Fabio Marcelli, giurista specializzato in diritto internazionale e copresidente del Cred. L’impegno costante di Fabio Marcelli nella solidarietà con il popolo palestinese e nella denuncia dei crimini israeliani potrebbe essere la ragione delle minacce ricevute. Ricordo che Fabio Marcelli è uno dei giuristi che ha promosso la denuncia di Meloni, Tajani e Crosetto alla Corte Penale Internazionale per complicità nel genocidio a Gaza. Maurizio Acerbo, segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea Maurizio Acerbo
October 13, 2026
Pressenza
Minacce sioniste al giurista Fabio Marcelli
La bara per Marcelli è pronta’: perché difendere la Palestina mi sta costando minacce di morte Come ho riferito alle Forze dell’Ordine, assai cooperative e disponibili, ritengo che il macabro messaggio sia riconducibile ai gruppi sionisti “Qui l’agenzia di pompe funebri. Volevamo avvisare il signor Marcelli che la bara è pronta”. Giovedì 8 ottobre alle ore 12.30 circa ho ricevuto questo sibillino e minaccioso messaggio. Quali gli autori? Come ho riferito alle Forze dell’Ordine, prontamente avvisate e assai cooperative e disponibili, ho motivo di ritenere che il macabro messaggio sia riconducibile alla mia attività in difesa del popolo palestinese e contro il genocidio. Si tratterebbe quindi delle frange estremiste e organizzate del sionismo che da qualche tempo stanno praticando, in particolare a Roma, una sorta di terrorismo a bassa intensità fatto di attentati, aggressioni e intimidazioni di ogni genere. Il fenomeno non va sottovalutato e prima o poi potrebbe scapparci il morto. Eppure devo constatare che, al di là dell’indiscutibile buona volontà e professionalità dei singoli tutori dell’ordine, le alte sfere del ministero dell’Interno, con in testa il buon Piantedosi, e quindi il governo Meloni nel suo complesso, appaiono più che altro intente a perseguitare i critici di Israele, comprimendo arbitrariamente la libertà di pensiero e di informazione, che a identificare e reprimere coloro che, forti innanzitutto della loro assoluta impunità, vorrebbero importare in Italia la guerra e il genocidio scatenati da Netanyahu & C. Nessun provvedimento è stato infatti mai adottato nei confronti di costoro, i cui nominativi e indirizzi sono tuttavia ovviamente noti a Digos e Carabinieri. Basti pensare che il ventunenne Eitan Bondi, autore confesso della sparatoria del 25 aprile, se l’è cavata con qualche giorno di arresti domiciliari. Questa evidente impunità è intollerabile e confligge in modo aperto col principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e con il compito istituzionale di prevenzione e repressione dei reati e tutela dell’ordine pubblico che spetta alle autorità di polizia. Mentre Mohammed Hannum e altri palestinesi sono ancora in cella sulla base di accuse formulate sulla base di materiale prodotto in buona parte da organismi facenti capo al governo genocida israeliano, e Piantedosi e Valditara reprimono cittadini, studenti e insegnanti che osano denunciare i crimini di Israele, i terroristi o aspiranti tali sionisti imperversano tranquilli e sicuri della loro impunità. Si tratta d’altra parte dell’altra faccia della complicità del governo italiano col genocidio che abbiamo denunciato alla Procura di Roma e alla Corte penale internazionale e che continua, nonostante il tentativo vergognoso di nasconderla, confermato ad esempio dal rifiuto anticostituzionale delle Dogane di rivelare la natura, quantitativo e destinazione del materiale bellico in transito per il porto di Ravenna o altri porti.
 Il governo italiano è purtroppo parte integrante del meccanismo che alimenta la guerra, non solo in Palestina, e il genocidio. La guerra viene promossa mediante un uso scriteriato delle Forze armate e delle risorse erariali, sostenendo il regime corrotto e guerrafondaio di Zelensky, che fa di tutto e di più per far scoppiare la Terza Guerra Mondiale allontanando così la propria inevitabile fine, o mandando contingenti militari malamente mascherati a puntellare il regime saudita che si trova in forte difficoltà di fronte alla controffensiva yemenita. Anche il regime criminale, terrorista e genocida di Bibi Netanyahu è inevitabilmente alla frutta. I I partiti arabi sono destinati a svolgere un ruolo decisivo nella prossima legislatura israeliana. Ciò non comporterà l’abbandono immediato delle attuali politiche, ma il governo del generale Eisenkot o di altri dovrà fare i conti con pressioni interne e internazionali crescenti e si apriranno nuove prospettive per un assetto di quella cruciale regione finalmente conforme al diritto internazionale e al rispetto dell’umanità oggi martoriata nelle carni dell’eroico popolo palestinese. Personalmente ho sempre nutrito il massimo rispetto e considerazione per la cultura ebraica che considero parte importante del patrimonio ideale comune dell’umanità. Così pure per la storia e l’identità delle comunità ebraiche. Queste ultime non possono però in nessun caso tramutarsi nella longa manus di uno Stato che attualmente si qualifica come criminale, terrorista e genocida, e i loro membri devono osservare i loro doveri normativi e costituzionali alla pari con qualsiasi altro cittadino italiano. Uno Stato di Israele depurato da Netanyahu & C. e da ogni ideologia suprematista, al cui interno ebrei, arabi, drusi ed altri convivano fraternamente, potrebbe costituire il perno di un nuovo ordine mediterraneo improntato ai principi della pace e della cooperazione internazionale. Sembra un sogno irraggiungibile, ma costituisce in realtà un obiettivo irrinunciabile, da perseguire combattendo strenuamente l’attuale sciagurata politica estera di Meloni e dei settori che, anche all’interno del cosiddetto “campo largo” continuano a considerare se stessi e tutti noi come sudditi sciocchi e ciechi dell’Occidente in declino anziché come fautori del futuro condiviso dell’umanità basato sui principi fondamentali consacrati dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Costituzione italiana. Redazione Roma
October 13, 2026
Pressenza