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Cuba sequestra 22.800 dosi di una droga provenienti dagli Stati Uniti
L’Ufficio generale delle dogane della Repubblica di Cuba ha riferito martedì del sequestro di quasi 23.000 dosi di una droga sintetica nota sull’isola come “el Chimico” . La scoperta ha sventato un tentativo di introdurre queste droghe sull’isola, sequestrando 19 foglie impregnate di cannabinoidi sintetici. Secondo William Pérez González, primo vice capo della dogana, le dosi sono state rinvenute all’interno di una scatola di cereali proveniente dagli Stati Uniti . Quanto sopra dimostra l’utilizzo di merci esentate dai dazi doganali per tentare di eludere i controlli alle frontiere , ha osservato l’agenzia di stampa cubana (ACN) . “Il consumo di 22.800 dosi è stato impedito grazie al lavoro della dogana cubana e dell’agenzia antidroga”, ha scritto il funzionario in X. Pérez González ha inoltre confermato che gli Stati Uniti sono la “fonte principale” di questa droga, il cui impatto si concentra soprattutto sui giovani e sugli adolescenti. Dosi de “El Chimico” sequestrati dalla dogana cubana   Nel riferire sull’incidente, l’ ACN  ha ricordato che Cuba mantiene una politica ufficiale di “tolleranza zero” nei confronti del traffico e del consumo di droga , nell’ambito della sua strategia di sicurezza nazionale e di salute pubblica. La storia della Cuba rivoluzionaria è caratterizzata da una lunga storia di collaborazione con l’Agenzia ONU per il Controllo della Droga (UNDCP) contro il narcotraffico. Il sociologo Pino Arlacchi, ex direttore dell’UNDCP ed analista politico, ha definito Cuba il “gold standard” della cooperazione antidroga nei Caraibi, sottolineando come l’isola sia totalmente estranea ai grandi flussi del narcotraffico internazionale. Già nel 2001, Arlacchi elogiò pubblicamente l’impegno di Cuba, definendolo un grande sforzo che merita riconoscimento e auspicando una maggiore cooperazione tra Washington e L’Avana per la sicurezza regionale. Cuba ha inaugurato un modello di ostilità alla droga e controllo del territorio che ha impedito alla criminalità organizzata di radicarsi nell’isola, a differenza di altri Paesi dell’area. Nel corso del 2025, le autorità cubane hanno sequestrato 1.941 chilogrammi di droga arrivata via mare, tra cui marijuana, cocaina e hashish, come riportato da Cubadebate lo scorso febbraio. Nello stesso anno, furono inoltre sventate 31 operazioni aeree, che portarono al sequestro di 27 chilogrammi di droga, principalmente cocaina, cannabinoidi sintetici e metanfetamina, provenienti da 11 paesi, con gli Stati Uniti come principale punto di origine. Il Codice Penale Cubano prevede pene detentive dai 4 ai 30 anni per i reati legati alla droga, sebbene nei casi più gravi le pene possano arrivare all’ergastolo. Cuba resiste anche contro il traffico di droga proveniente dagli USA, che forse vorrebbero farla ritornare al narco-Stato che era come ai tempi della dittatura fascista di Fulgencio Batista.   Info su notizia: > Aduana de Cuba decomisa casi 23 mil dosis de una droga procedente de EEUU Ulteriori info su tolleranza zero di Cuba verso narcotraffico: https://contropiano.org/interventi/2025/11/01/la-grande-bufala-del-narco-venezuela-0188251 https://it.granma.cu/cuba/2025-02-24/sequestrata-a-cuba-piu-di-una-tonnellata-di-droga-nel-2024 https://it.granma.cu/cuba/2022-02-04/cuba-zero-tolleranza-di-fronte-alla-minaccia-globale-del-narcotraffico https://it.granma.cu/cuba/2024-12-10/contro-le-droghe-si-vince https://it.granma.cu/cuba/2020-11-04/cuba-ha-frustrato-due-operazioni-di-narcotraffico https://it.granma.cu/cuba/2023-05-23/frustrata-unoperazione-di-narcotraffico-internazionale-a-nord-di-holguin https://www.aduc.it/notizia/cuba+ricetta+pino+arlacchi+vincere+terrorismo_32189.php Lorenzo Poli
April 22, 2026
Pressenza
La Resistenza Continua: il 25 Aprile Manifestiamo Per Tenere Fuori l’Italia dalla Guerra
Il 25 Aprile non può ridursi ad una semplice ritualità. Oggi difendere lo spirito della guerra di Liberazione partigiana richiede di trasformare la memoria in una giornata di lotta per ribadire con forza ciò che la nostra Costituzione afferma senza ambiguità: l’Italia ripudia la guerra. L’Unione Europea, il Governo italiano e la sua contraddittoria opposizione parlamentare con le loro politiche guerrafondaie e complici ci stanno facendo pagare i costi della guerra in Ucraina, in Medio Oriente e del riarmo europeo alimentando inflazione, carovita, crisi energetica, impoverimento sociale, diseguaglianze, smantellamento dello stato sociale, militarizzazione e repressione, con un’escalation sempre più pericolosa. Inoltre la presenza di oltre 120 basi NATO/USA, anche con bombe nucleari, rende evidente la condizione di subordinazione strategica, di paese colonizzato e di obiettivi militari. Per quello spirito che la guerra di Liberazione partigiana ci ha trasmesso: – non è accettabile che nel corteo del 25 aprile sfilino le bandiere dello stato terrorista, colonialista e genocida di Israele rappresentato dalla Brigata Ebraica. – è necessario distinguersi dalle ambiguità di coloro che non si oppongono alla linea guerrafondaia e di riarmo dell’Unione Europea contro la Russia, che si oppongono solo strumentalmente alle azioni di Trump e Netanyahu non condannando seriamente le criminali aggressioni all’Iran e al Libano, dimenticandosi delle guerre scatenate dagli USA negli ultimi decenni e degli 80 anni di feroce occupazione israeliana della Palestina. Per queste ragioni, il Coordinamento per la Pace – Milano, esprimendo solidarietà ai popoli di Palestina, Libano e Iran, sarà come sempre nel corteo tra gli antifascisti ma formando uno spezzone autonomo con interventi alternativi alla conclusione per riaffermare, nelle attuali condizioni, la Resistenza continua contro la guerra, il riarmo e le aggressioni. UNISCITI AL NOSTRO SPEZZONE E AL COMIZIO ALTERNATIVO CONCLUSIVO FUORI L’ITALIA DALLA GUERRA Coordinamento Per La Pace – Milano https://www.facebook.com/coordinamentopacemilano/ https://www.instagram.com/coordinamentopacemilano/ https://www.youtube.com/@coordinamentopacemilano   Cristina Mirra
April 22, 2026
Pressenza
Sabato di Pace: anche l’embargo a Cuba è un atto di guerra
Sabato 11 aprile in piazza Carignano si è riunita la 215° Presenza di Pace. L’iniziativa delle Presenze prese avvio in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ed è diventata nel tempo, un’occasione per ricordare e dire NO alle tante guerre che insanguinano il nostro pianeta. Questo Sabato in particolare, l’attenzione è andata al di là dell’Oceano, precisamente a Cuba, dove il blocco economico, commerciale, finanziario ed energetico, imposto dal governo degli Stati Uniti da oltre sei decenni, è stato reso ancora più severo a partire da gennaio a causa dall’embargo petrolifero imposto dall’Ordine Esecutivo di Trump che impone dazi doganali a qualunque paese che fornisca petrolio all’isola caraibica. Un embargo che come è stato giustamente gridato in piazza, è un vero e proprio atto di guerra e sta sottoponendo la popolazione cubana a condizioni di vita estremamente difficili. Cuba produce 40.000 barili di petrolio al giorno ma il suo fabbisogno si aggira sui 110.000 barili, più del doppio. Per soddisfare il proprio fabbisogno energetico necessita quindi di forniture estere. In un articolo pubblicato su Micromega, il prof. Samuel Farber, Professore emerito di Scienze politiche al Brooklyn College della City University di New York, sostiene che l’escalation degli Usa nei confronti dell’isola caraibica, di poco successiva al vergognoso intervento in Venezuela, “ha creato la situazione più difficile per Cuba dal 1° gennaio 1959, ed è molto difficile intravedere una soluzione accettabile, almeno nel breve periodo… È una situazione terribile. Le forniture di petrolio dal Venezuela erano già diminuite prima del colpo di Stato e del rapimento avvenuti il 3 gennaio per mano degli Stati Uniti. Ma ora sono completamente interrotte.” Il governo deve razionare il carburante, destinandolo alle situazioni più delicate come gli ospedali ma gli effetti di questo ricatto si stanno facendo sentire rapidamente. L’elettricità ormai manca per la maggior parte del tempo, quasi venti ore al giorno, e le ripercussioni sulla vita quotidiana sono molteplici. I trasporti sono fermi, sia di terra che di cielo. L’approvvigionamento alimentare è in difficoltà, per cucinare spesso si devono utilizzare legna e carbone. Le pompe idriche funzionano saltuariamente così come i frigoriferi usati non solo per gli alimenti ma anche per i medicinali che, tra l’altro cominciano a scarseggiare. Il semplice paracetamolo è introvabile sugli scaffali delle farmacie di Stato, quello che si trova per altre vie è troppo costoso. Anche gli ospedali non riescono più prestare l’assistenza ordinaria ma devono concentrare le poche risorse per affrontare le situazioni d’emergenza. In “Cuba: collasso di un sistema sanitario” pubblicato nella rivista Recenti Progressi in Medicina si legge che “novantaseimila persone (quasi 1 su cento degli abitanti) – di cui 11.000 bambini – sono in lista d’attesa per un intervento chirurgico. Oltre 300 interventi chirurgici pediatrici a settimana sono compromessi dalla carenza di farmaci, ossigeno, anestesia e materiali di consumo”. Un vero e proprio collasso di un paese che, nonostante limitate risorse, aveva costruito una sanità eccellente, universale e gratuita, con un numero di medici pro capite molto elevato, circa 8,4 ogni mille abitanti. Personale sanitario che, al bisogno, ha operato in moltissimi paesi. Da noi arrivarono ad aiutarci quando il Covid si diffuse e, com’è stato ricordato sabato, anche negli ospedali calabresi che rischiavano la chiusura. Mancano farmaci, mancano le cure e crescono i casi di Zika, Dengue e Chikungunya. A livello internazionale ci sono state mobilitazioni di aiuto in favore della popolazione cubana. Dal Messico sono arrivati aiuti umanitari, cibo e prodotti per l’igiene personale, non petrolio. La Cina ha inviato pannelli fotovoltaici, alcuni anche dall’Italia con il progetto dell’Agenzia di interscambio culturale ed economico con Cuba (Aicec) inserito nella campagna “Let Cuba Breathe”. Il convoglio si è unito alla Flotilla internazionale partita il 21 marzo da Cancun a cui hanno aderito 19 Paesi e oltre 50 organizzazioni di solidarietà europee e internazionali. Aiuti che rischiano però di non venir distribuiti: i beni arrivano nei porti e poi si fa fatica a distribuirli, il paese è paralizzato. La situazione per la popolazione è veramente molto drammatica. Dopo decenni di embargo, l’uragano Melissa in autunno, lo stop alle forniture di petrolio diventa veramente lo strangolamento di un’intero paese. Le Nazioni Unite a Cuba, con la voce del coordinatore Francisco Pichon, hanno proposto un pacchetto di aiuti di emergenza da 94,1 milioni di dollari per mantenere i servizi essenziali per le persone più vulnerabili a Cuba e “salvare vite umane”. In questo pacchetto sarebbero previste anche le tanto necessarie forniture di carburante ma anche installazione di sistemi solari per ospedali, scuole e impianti di irrigazione, oltre al rafforzamento delle infrastrutture idriche. Perché con questo blocco anche la manutenzione delle infrastrutture e dei macchinari è estremamente complicata visto che è difficile trovare pezzi di ricambio e attrezzature. Al momento sembra però che i fondi recuperati per questo progetto siano meno di un terzo. Sara Panarella
April 15, 2026
Pressenza
Lettera aperta all’ANPI per il 25 aprile a Milano
Lettera aperta Al Presidente Nazionale dell’ANPI, Gianfranco Pagliarulo Alla Segreteria Nazionale Al Presidente Provinciale dell’ANPI di Milano, Primo Minelli Alla Segreteria Provinciale di Milano Al Comitato Provinciale di Milano Siamo un gruppo di iscritte e iscritti a numerose sezioni dell’ANPI città metropolitana di Milano. Abbiamo saputo che anche quest’anno ANPI Provinciale di Milano e ANPI Nazionale hanno negato alla Comunità Palestinese di potere essere degnamente rappresentata nel corteo e sul palco delle celebrazioni per il 25 Aprile. Nel ribadire quanto abbiamo già sostenuto in una lettera dell’anno scorso, firmata da circa 300 iscritti e non iscritti all’ANPI e da una ventina di comitati, riteniamo improcrastinabile, questo 25 aprile, dare voce alla resistenza di un popolo il cui annientamento prosegue in tutta la Palestina, nonostante la “tregua” firmata tra Hamas e Israele e mai rispettata dall’esercito israeliano. Che si tratti di genocidio è stato attestato dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU e dal Tribunale dei Popoli di Gaza, come già precedentemente era stato ritenuto “plausibile” da una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia. Nemmeno l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi ha spinto la dirigenza dell’ANPI Provinciale ad aderire alle manifestazioni del sabato indette dai Palestinesi e a sostenere la loro partecipazione attiva alla manifestazione del 25 aprile. Nel ripudio di tutte le sopraffazioni e le guerre che caratterizzano questi tempi, chiediamo che possa essere data finalmente attuazione allo Statuto dell’ANPI che a pag. 6 dichiara che l’Associazione persegue le sue finalità “civiche, solidaristiche e di utilità sociali” mediante lo svolgimento di varie attività di interesse generale, tra cui: * Promozione della cultura della legalità e della pace tra i popoli (art. 5 CTS, lett. v); * Promozione e tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici, promozione delle pari opportunità e delle iniziative di aiuto reciproco (art. 5 CTS, lett. w). Chiediamo che questa lettera non resti senza risposta da parte del gruppo dirigente, come già accaduto con la precedente, e che venga trasmessa ai Presidenti di Sezione perché ne informino gli iscritti. Milano, 9 aprile 2026 Firmatari: * Luciano Bagoli – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Norina Vitali – Sezione ANPI Vittoria * Pietro Danise – Sezione ANPI Vittoria * Donatella De Col – Sezione ANPI Crescenzago * Nunzia Augeri – Sezione ANPI Codé Montagnani Marelli * Arturo Pinotti – Sezione ANPI Crescenzago * Anna Stefanelli – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Laura Marco Cavina – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Arianna Lissoni – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Franco Trimboli – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Alberto Michelino – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Ines Biemmi – Sezione ANPI Vigentina-Diego Aliotta * Laura Basso – Sezione ANPI Novate Milanese * Rolando Federico Colferai – Sezione ANPI Crescenzago * Luigi Lago – Sezione ANPI Ortica * Donata Mattioz – Sezione ANPI Ortica * Lea Fava – Sezione ANPI Ortica * Patrizia Danisi – Sezione ANPI 25 aprile * Monica Gargatagli – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Marco Sannella – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Alessandro Dama – Sezione ANPI Stadera-Gratosoglio * Lucia Sessa * Nella Acconcia – Sezione ANPI Milano Crescenzago * Ugo Giannangeli – ex iscritto ANPI Seprio * Rita Barbieri – Sez. ANPI Barona Milano Carlo Smuraglia * Tiziana Visconti – Sez. ANPI Crescenzago * Giulietta Gresti – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Lutz Kuhn – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Silvio Tursi – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Tommaso Ursuelli – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Laura Incantalupo – Sezione ANPI Crescenzago Milano * Tiziana Ferrante – Sez. ANPI Stadera-Gratosoglio * Fausto Marchesi – Sez. ANPI Stadera-Gratosoglio * Giovanni Cogliati – Sez. ANPI Crescenzago * Silvia Rizzi – Sez. ANPI 25 aprile * Gisella Tosini – Sez. ANPI 25 aprile * Patrizia Minella – Direttivo Sez. ANPI Sesto San Giovanni * Raffaella Polverini – Sez. ANPI Sesto San Giovanni * Stefania Bolzoni – Sez. ANPI Vittoria * Loris Bailini – Sezione ANPI Osvaldo Brioschi * Marinelli Sanvito – Cittadinanza Attiva (Continua…) Per adesioni scrivere a: 25palfirma@gmail.com Redazione Italia
April 13, 2026
Pressenza
Intervista al pacifista israeliano Omri Evron: “Non smettiamo di mobilitarci, in Israele e in tutto il mondo”
D: Non smette di stupirci questo movimento pacifista arabo-israeliano, che settimana dopo settimana sta riguadagnando la piazza, o meglio le piazze, perché le manifestazioni che si sono mobilitate questo ultimo week end (in particolare sabato sera, 11 aprile) erano davvero tante: Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, ben 17 le postazioni che hanno risposto all’appello. E il primo a dichiararsi stupito è lo stesso Omri Evron, pacifista da sempre, oltre che membro attivo di Hadash (Partito Comunista Israeliano) e da un paio d’anni alla co-direzione della Peace Partnership Coalition che è stata il principale motore di questa mobilitazione. Lo abbiamo raggiunto per telefono ed ecco il suo commento: R: Se penso alle prime uscite in risposta all’attacco israelo/americano all’Iran del 28 febbraio, non riesco quasi a credere alla partecipazione cui abbiamo assistito l’altra sera: straordinaria, colorata, rumorosa, creativa, da pochissimi che eravamo siamo cresciuti moltissimo in poco più di un mese. E nonostante la repressione che avevamo subito il 4 aprile, quando siamo stati violentemente aggrediti dalle forze dell’ordine, dispersi con gli idranti, per non dire dei 17 arresti, eccoci di nuovo in tanti l’altra sera a Tel Aviv: Habima Sq. traboccante di cartelli, striscioni, tamburi, caroselli, pupazzi con le facce di Trump e Netanyahu da mandare a casa, eravamo almeno dieci mila. Un successo reso possibile dalla quantità di organizzazioni che hanno aderito alla convocazione, impossibile citarle tutte ma ti basti dare un’occhiata alla locandina: una sessantina di loghi diversi e il dato importante è la compresenza di sigle arabe insieme a quelle israeliane. Una risposta che chiaramente esprime un netto calo di consensi verso questo regime di guerra infinita che il governo di Netanyahu vorrebbe imporci come unica sicurezza possibile! D: Raccontaci la tua storia: israeliano, comunista e convintamente pacifista… R: Sono nato a Giaffa che originariamente era una città palestinese, poi assorbita dall’espansione di Tel Aviv. Sono quindi cresciuto in un ambiente misto, dove l’ebraismo si trova a convivere per forza con le tradizioni arabe, il che è raro per chi vive in Israele e inevitabilmente soffre di una semi totale mutua segregazione, con pochissime possibilità di incontro. Mi considero un privilegiato, sia per l’ambiente che per la famiglia che mi ha generato, per niente allineata con la dominante ideologia sionista: i miei nonni erano comunisti, i miei genitori mi hanno sostenuto in tutte le mie scelte soprattutto quelle più difficili. Per esempio quando a 18 anni, in risposta alla chiamata per il servizio militare, ho promosso quella lettera degli shministim (giovani obiettori di coscienza). Era il 2005, nel pieno della 2nda intifada, e siccome eravamo in 250 a dichiararci refusenik la cosa fece rumore. Oltre a costare ad alcuni di noi qualche mese di prigione, perché l’IDF non ha mai riconosciuto l’obiezione di coscienza. In compenso la nostra iniziativa venne non poco apprezzata all’estero, e un paio di anni dopo eccomi invitato da varie situazioni pacifiste anche in Italia (compreso il Sereno Regis ndr). Bello vedere tanti giovani israeliani che stanno seguendo il nostro esempio… Quanto al mio impegno politico: ho cominciato da ragazzino, affiliato alla Gioventù Comunista e sempre più presente alle proteste contro l’occupazione in Cisgiordania. Da un paio di anni sono alla guida di questa Peace Partnership Coalition che, oltre a opporsi alla guerra come unica e permanente non-soluzione, rappresenta un raro esempio di riuscita coesistenza, tra tante diverse realtà sia ebraiche che arabe, sempre più spesso attive congiuntamente. Un ruolo molto coinvolgente e impegnativo, che ho il privilegio di condividere con la palestinese Sulafa Makhoul. D: Come è nata questa Peace Partnership Coalition, e in che senso si differenza dalla coalizione It’s Time che il 30 aprile si ritroverà per il Peace Summit di Tel Aviv? R: Siamo nati in reazione agli eventi del 7 ottobre. Era il dicembre del 2023 e tutte le componenti del cosiddetto ‘campo di pace’ israeliano erano allo sbando: nessuno osava esprimersi in dissenso nei confronti del governo, e ogni minima espressione di pubblica protesta, anche da parte di Hadash che pure gode di legale riconoscimento, veniva dispersa dalle forze dell’ordine. La conclusione fu tentare la carta della coalizione: se da soli non contavamo quasi più nulla, insieme potevamo sperare di renderci un po’ meno invisibili, sebbene in minoranza rispetto al maggioritario bellicismo della società israeliana. E così è stato: la maggior parte delle manifestazioni di denuncia contro l’occupazione e contro la guerra che sono state inscenate in Israele durante questi due anni e mezzo sono successe grazie a questa nostra Peace Partnership Coalition che ormai conta una sessantina di sigle. Naturalmente aderiamo alla It’s Time Coalition, con la quale condividiamo gli obiettivi di fondo, oltre alle decine di sigle che fanno parte di entrambe i fronti. L’unica differenza è operativa. Mentre loro si concentrano su uno o due grandi eventi all’anno, la nostra coalizione è espressione di una mobilitazione pressoché permanente a livello di base, grazie al contributo dei tanti comitati attivi in Israele all’interno di Hadash e alle situazioni equivalenti in Cisgiordania. Il fatto che siano numericamente in crescita conferma il valore di questa nostra rete, in risposta al crescere delle criticità a livello sociale. Possiamo quindi definirci un ponte, o meglio un diffuso punto di ascolto: tra il movimento pacifista all’interno di Israele, con la sua storia, e le rappresentanze attive su traiettorie analoghe all’interno della società palestinese. Un indubbio punto di forza della nostra coalizione è Hadash e il credito di cui gode all’interno del fronte arabo: in radicale opposizione all’apartheid e al genocidio; e in difesa dei valori democratici, in condizioni di totale parità di diritti. A cominciare dal diritto all’autodeterminazione: passaggio imprescindibile per il riconoscimento del popolo palestinese e unico presupposto per una pace duratura e sostenibile in questa regione. D: Però i sondaggi parlano di un crescente consenso per Netanyahu,e proprio grazie alla guerra con l’Iran… R: Credo che la situazione sia ben più dinamica di quel che fotografano i sondaggi, le cose cambiano molto rapidamente. È vero che all’inizio dell’attacco israelo-americano contro l’Iran c’era un generale consenso a favore della guerra,il che spiega lo scarso successo dellenostre prime manifestazioni subito disperse dalle Forze dell’Ordine e sbeffeggiate sui social. Ma rispetto alle guerre precedenti il consenso si è sgretolato più velocemente .Anche se non sta soffrendo come a Gaza o in Libano, lapopolazione israeliana è stanca di questo stato di guerra permanente, senza alcuna prospettiva all’orizzonte. Già prima del fragile cessate il fuoco si avvertiva una generale avversioneverso questo stato di cose e la situazione è destinata ad aggravarsi con il fallimento dei negoziati di Islamabad. Ed è per questo che dobbiamo continuare a mobilitarci, in Israele come in tutto il mondo, cosa che sta succedendo. Io resto ottimista. Articolo originale: https://serenoregis.org/2026/04/13/intervista-al-pacifista-israeliano-omri-evron-non-smettiamo-di-mobilitarci-in-israele-e-in-tutto-il-mondo/     Daniela Bezzi
April 13, 2026
Pressenza
Il silenzio che ci rende complici
Oggi, 13 aprile, scade il termine utile per impedire il rinnovo automatico del Memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele, firmato nel 2003. Se non sarà presentata una formale disdetta – come è ormai certo –, l’accordo si rinnoverà automaticamente per altri cinque anni, senza voto del Parlamento, senza dibattito pubblico e senza alcuna assunzione trasparente di responsabilità politica. Non stiamo parlando di un dettaglio amministrativo. Stiamo parlando di un accordo che, da oltre vent’anni, lega l’Italia a una cooperazione militare strutturata con Israele: programmi congiunti, scambio di tecnologie, integrazione tra apparati della difesa e industria bellica. Non è un meccanismo neutro, non è un protocollo tecnico, ma una scelta politica precisa, reiterata nel tempo. Ed è proprio qui il punto. Questo accordo non è diventato oggi improvvisamente insostenibile. Non lo è mai stato. È stato costruito e mantenuto dentro una logica che ha sempre rimosso la questione fondamentale: l’occupazione dei territori palestinesi, le violazioni sistematiche del diritto internazionale, un conflitto gestito per decenni attraverso la forza. Per anni si è fatto finta che la cooperazione militare potesse essere separata da tutto questo, come se le armi e le tecnologie fossero strumenti neutri. Non lo sono mai state. Oggi però la situazione è ancora più grave, in quanto nessuno può essere inconsapevole di ciò che sta accadendo in Palestina. La guerra in corso a Gaza ha prodotto una devastazione umana e materiale senza precedenti recenti. A gennaio 2026 si contavano oltre 70 mila vittime, in larghissima parte civili, con un numero enorme di bambini uccisi o feriti. Interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture civili distrutte, una popolazione privata di acqua, cure ed elettricità. Non è più possibile nascondersi dietro formule diplomatiche: siamo davanti a una catastrofe umanitaria che sempre più osservatori internazionali definiscono, senza mezzi termini, un genocidio. Se questo accordo è sempre stato moralmente e politicamente indifendibile, oggi lo è ancora di più, alla luce di ciò che sta accadendo. Continuare a mantenerlo significa accettare che anche l’Italia resti dentro una filiera militare che contribuisce, direttamente o indirettamente, a questa distruzione. Non esistono più alibi, non esistono più zone grigie. Il meccanismo del rinnovo automatico rende tutto questo ancora più grave. Il cosiddetto silenzio-assenso non è una procedura neutra, ma uno strumento politico che consente di evitare il confronto e di sottrarre una scelta pesante al Parlamento e all’opinione pubblica. È una forma di deresponsabilizzazione consapevole. Si decide di non decidere e, così facendo, si permette che tutto continui esattamente come prima. Qui non siamo davanti a un vuoto. Siamo davanti a una scelta politica precisa, anche quando si presenta come inerzia. C’è poi un punto che per noi è decisivo: la Costituzione. L’articolo 11 afferma che l’Italia ripudia la guerra. Non dice che la limita, non dice che la regola, ma che la ripudia. Questo significa che non può esistere una politica estera che, nei fatti, contribuisce a sostenere apparati militari impegnati in operazioni di guerra di questa natura. Se quel principio ha ancora un valore, deve valere adesso. Altrimenti è solo una formula svuotata. Il Governo guidato da Giorgia Meloni porta una responsabilità piena. Se il Memorandum si rinnoverà automaticamente non sarà un incidente, non sarà un automatismo inevitabile, ma una scelta precisa. Una scelta di continuità, una scelta di allineamento, una scelta di complicità, anche quando questa non viene dichiarata. E allora le parole devono essere chiare. Non siamo di fronte a una questione tecnica, ma a una questione politica e morale di prima grandezza. Non si può invocare la pace nei comunicati ufficiali e poi mantenere in piedi accordi che rafforzano la cooperazione militare con un Paese impegnato in operazioni di questa portata. Non si può richiamare il diritto internazionale e poi aggirarlo nei fatti. Da parte nostra non c’è ambiguità: questo accordo va cancellato, non semplicemente ridiscusso. Va interrotto perché è sbagliato nelle sue basi e perché oggi produce effetti ancora più gravi. E va aperta una discussione pubblica vera su tutto il sistema di cooperazione militare, sulle relazioni industriali nel settore della difesa e sul ruolo che l’Italia vuole giocare in uno scenario internazionale segnato da guerra e riarmo. Il 13 aprile non è una scadenza formale. È uno spartiacque politico. Segna la linea tra chi sceglie di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e chi preferisce nascondersi dietro il silenzio. Ma il silenzio, oggi, non è neutralità. È complicità. Giovanni Barbera
April 13, 2026
Pressenza
Sudan, 3 anni di guerra in 3 parole: catastrofe, impunità e atrocità
Tre anni di guerra in Sudan si riassumono in 3 parole: catastrofe, atrocità e impunità. Catastrofe perché si tratta della crisi umanitaria più grave al mondo, con circa 14 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case. Atrocità perché le persone vengono massacrate a causa della propria etnia, subendo torture, fame e violenza. Impunità perché questa guerra viene combattuta senza alcun riguardo per i civili e in palese violazione del diritto internazionale umanitario. “Il mondo deve agire ora. La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria, ma un fallimento politico collettivo” dichiara il dr. Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF). “Non solo le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere la popolazione, ma devono essere anche ritenute responsabili delle violazioni in corso. La popolazione sudanese deve essere protetta in ogni momento, ovunque si trovi”. Lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), insieme ai gruppi alleati di entrambe le parti, ha provocato uno smantellamento sistematico dei servizi essenziali su cui la popolazione fa affidamento, tra cui l’assistenza sanitaria, la protezione e la sicurezza alimentare e di base. Nel 2025, i team di MSF hanno curato più di 7.700 pazienti vittime di violenza fisica – inclusi feriti per arma da fuoco – hanno fornito oltre 250.000 visite mediche di emergenza e hanno condotto più di 4.200 visite per casi di violenza sessuale, molto spesso utilizzata come arma di guerra, e che colpisce in primo luogo le donne. Nello stesso periodo, più di 15.000 bambini sotto i 5 anni sono stati ricoverati nei programmi nutrizionali ospedalieri di MSF a causa della malnutrizione acuta, una condizione in aumento, che aggrava il rischio di decesso per malattie altrimenti curabili. Nel loro insieme, questi dati dimostrano che, al di là delle vittime dirette del conflitto, la violenza incessante sta infliggendo un danno profondo e di vasta portata, con gravi conseguenze per la salute della popolazione. Un sistema sanitario indebolito e preso di mira Nel corso del conflitto, i programmi di vaccinazione sono stati interrotti e i sistemi di sorveglianza sanitaria compromessi, accelerando la diffusione di malattie e ritardando l’individuazione delle epidemie. La risposta umanitaria internazionale — compresa quella delle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare nel Darfur — non è ancora sufficiente a prevenire perdite evitabili di vite umane. I tagli ai finanziamenti stanno peggiorando ulteriormente una situazione già disastrosa, e ancora una volta sono le persone a pagarne il prezzo: muoiono per cause prevenibili perché le autorità sudanesi e la comunità internazionale non riescono a venire in loro aiuto. MSF ha assistito a ricorrenti focolai di malattie mortali, ma prevenibili, in tutto il Sudan: dal morbillo nel Darfur all’epatite E nello Stato di Jazeera, fino al colera nel Khartoum o nel Nilo Bianco. Nel 2025 MSF ha curato più di 12.000 pazienti colpiti da morbillo e quasi 42.200 colpiti da colera. Queste ondate stanno costando la vita alle persone più vulnerabili, specialmente bambini e donne in gravidanza. “La mia bambina è nata prematura, perché la guerra ci ha costretti a fuggire da Omdurman mentre ero incinta” racconta Ferdos Salih, madre di una bambina di 11 mesi colpita da morbillo e malnutrizione acuta grave, ricoverata all’ospedale universitario di El Geneina, nel Darfur occidentale. “Ha sofferto molto a causa dei ripetuti ricoveri. Inoltre, non era stata vaccinata a causa della guerra”. Gli ospedali sono stati saccheggiati, bombardati e occupati. Il personale medico è stato minacciato, arrestato o costretto a fuggire, mentre alle ambulanze è stato impedito di raggiungere i feriti. Da aprile 2023, più di 2.000 persone sono state uccise e 720 ferite in 213 attacchi a strutture sanitarie in tutto il paese — nel 2025, secondo l’OMS, in Sudan si è verificato l’82% di tutti i decessi globali causati da attacchi alle strutture sanitarie. Nello stesso periodo, MSF ha documentato 100 attacchi contro il proprio personale, le strutture supportate e le forniture mediche. Il 2 aprile, un attacco all’ospedale di Al Jabalain, che secondo fonti locali sarebbe stato compiuto dalle RSF, ha causato 10 vittime, tra cui 7 membri del personale medico, alcuni dei quali avevano precedentemente lavorato con MSF. Solo 2 settimane prima, il 20 marzo, un attacco contro l’ospedale di El Daein, nel Darfur orientale, che, sempre secondo fonti locali, sarebbe stato compiuto dalle SAF, ha causato la morte di 70 persone, tra cui 15 bambini. Eppure, nonostante le minacce costanti, i ripetuti attacchi da entrambe le parti in conflitto e la continua indifferenza internazionale, i volontari e il personale medico sudanese continuano a dimostrare una dedizione straordinaria, impegnandosi a fornire assistenza dove è più necessaria. “Le autorità sudanesi continuano a rendere talvolta impossibile per MSF e altri attori umanitari fornire o potenziare le cure salvavita — sia bloccando il nostro ingresso in determinate aree, sia impedendoci di svolgere le nostre attività anche dopo il nostro arrivo” afferma Amande Bazerolle, capomissione di MSF in Sudan. “L’impossibilità di intervenire costringe MSF in una posizione inaccettabile: incapace di rispondere a sofferenze e morti evitabili nonostante sia pronta e disposta a farlo”. Oggi, la vasta regione del Kordofan – nella parte centro-meridionale del paese – è la zona di conflitto più instabile e attiva e si teme che possa diventare il prossimo teatro di atrocità, come è già accaduto in passato in altre regioni, tra cui il Darfur, il Khartoum o la Gezira. È anche una delle aree meno accessibili per le organizzazioni umanitarie, il che rende le comunità ancora più vulnerabili man mano che la violenza si intensifica. Un ciclo di violenza inarrestabile contro i civili Negli ultimi mesi, MSF ha osservato un preoccupante cambiamento nelle modalità della guerra, compreso un uso massiccio di droni sia da parte delle RSF che delle SAF. Questi attacchi si verificano sempre più spesso ben oltre le linee del fronte, prendendo di mira infrastrutture logistiche e zone civili densamente popolate. Da febbraio, MSF ha prestato soccorso a circa 400 persone ferite da attacchi con droni che hanno colpito zone civili nel Ciad orientale e in varie aree del Darfur. Secondo le Nazioni Unite, questi attacchi hanno causato la morte di oltre 500 civili dal 1° gennaio al 15 marzo di quest’anno. “I team di MSF stanno accogliendo pazienti con ferite orribili: ferite trapassanti, arti amputati, ustioni devastanti – molti dei quali sono già morti quando arrivano in ospedale” afferma Muriel Boursier, coordinatrice delle emergenze di MSF nel Darfur. “La portata della violenza e delle atrocità a cui assistiamo è insopportabile”. Questi attacchi, condotti in evidente violazione del diritto internazionale umanitario, non sono sempre diretti contro obiettivi militari. Ciò segna l’ennesimo grave deterioramento di un conflitto in cui le sofferenze della popolazione continuano ad aggravarsi. Un fallimento politico collettivo La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria: è anche un fallimento politico collettivo. Dopo 3 anni di quella che è diventata la più grave crisi umanitaria al mondo, la risposta dei governi e delle organizzazioni internazionali non è riuscita a soddisfare nemmeno le aspettative più elementari. I ripetuti avvertimenti sulle atrocità, comprese quelle commesse contro le comunità non arabe a El Fasher da parte delle RSF, non hanno portato ad alcuna azione significativa. Nel frattempo, bambini, madri e altre persone nelle comunità continuano a morire ogni giorno, sia a causa della violenza indiscriminata contro i civili, incluse uccisioni di massa, fame, torture e stupri, sia per la mancanza dei servizi di base che il sistema umanitario internazionale dovrebbe fornire. Da aprile 2023, quasi 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e molte sono dovute fuggire più volte, perdendo tutto. Le due parti in conflitto, che in precedenza formavano il governo del Sudan, stanno smantellando la capacità del paese di proteggere, curare e sostenere la propria popolazione. “Ora più che mai, la protezione dei civili, il rispetto delle strutture sanitarie, la responsabilità per le atrocità e l’accesso umanitario sono urgenti e non negoziabili” conclude Amande Bazerolle di MSF. “3 anni di guerra sono già costati al Sudan un prezzo incalcolabile. Permettere che questa traiettoria continui rischia di condannare un’intera generazione”. Le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere i civili. Devono essere ritenuti responsabili delle violazioni in corso, che stanno infliggendo immense sofferenze alla popolazione. Gli attori internazionali influenti devono esercitare con urgenza una pressione diplomatica significativa su coloro che finanziano, armano o sostengono politicamente le parti in conflitto. Anche se finora hanno tragicamente fallito nell’usare la loro influenza per fermare le atrocità di massa, esiste ancora una possibilità per influenzare la situazione e prevenire ulteriori crimini. Il silenzio e l’inazione stanno contribuendo a prolungare le sofferenze di milioni di persone. Medecins sans Frontieres
April 13, 2026
Pressenza
I soldati americani possono dire no a ordini ingiusti
La lezione di don Milani risuona nelle parole dell’arcivescovo Broglio: i soldati USA possono dire no a ordini ingiusti C’è un filo rosso che lega la lettera di don Lorenzo Milani ai giudici – scritta nel 1965 per difendere l’obiezione di coscienza come scelta etica e civile – e le parole pronunciate il 21 gennaio 2026 dall’arcivescovo americano Timothy P. Broglio, ordinario militare per gli Stati Uniti. Un filo che attraversa decenni di guerre, silenzi e complicità, per riaffermare una verità scomoda: la coscienza non può essere messa in caserma. In un’intervista alla BBC, ripresa da Famiglia Cristiana, monsignor Broglio ha dichiarato che i soldati statunitensi possono – anzi, in certi casi devono – disobbedire a ordini che ritengono moralmente inaccettabili. «In casi estremi, un militare potrebbe essere giustificato moralmente nel rifiutare un ordine che va contro la sua coscienza», ha affermato. E ha aggiunto: «Sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine». IL PRIMATO DELLA COSCIENZA: UN PRINCIPIO CATTOLICO TROPPO SPESSO DIMENTICATO La Chiesa cattolica insegna che «nessuno può essere costretto a compiere un atto che la sua coscienza giudica intrinsecamente sbagliato». Eppure, per decenni, questa dottrina è stata messa in soffitta quando le armi parlavano più forte del Vangelo. L’obiezione di coscienza al servizio militare è stata a lungo criminalizzata o ridicolizzata, soprattutto nei paesi a forte tradizione bellicista come gli Stati Uniti. Don Milani, con la sua lettera ai giudici, capovolse questa prospettiva. Oggi, l’arcivescovo Broglio sembra riecheggiare quella stessa intuizione: l’obbedienza militare non è assoluta. UN CONSERVATORE CHE CRITICA IL POTERE: IL VALORE PROFETICO DI UNA POSIZIONE SCOMODA Broglio non è un vescovo progressista. Fino a novembre 2025 è stato presidente della Conferenza episcopale statunitense, ed è noto per le sue posizioni conservatrici su temi etici. Proprio per questo, la sua presa di distanza dalle politiche trumpiane – sia sui migranti, sia sulla politica estera – ha un peso specifico ancora maggiore. Non è una voce pacifista di sinistra, ma un rappresentante dell’establishment ecclesiastico che invoca la disobbedienza. In un precedente comunicato congiunto, tre influenti cardinali americani (Cupich, McElroy e Tobin) avevano già espresso sfiducia verso la politica estera dell’amministrazione Trump. Ora Broglio, pur da posizioni più caute su altri fronti, si unisce a questo coro con un’argomentazione radicale: il soldato non è un automa, ma una coscienza in divisa. Altre informazioni su https://www.famigliacristiana.it/chiesa/larcivescovo-americano-broglio-i-soldati-usa-possono-disobbedire-agli-ordini-di-trump-sulla-groenlandia-de7rjgiq _______________________ ALBERT È UN PROGETTO COOPERATIVO A CUI PUOI PARTECIPARE ANCHE TU Vuoi segnalare un evento? C’è un calendario online a tua disposizione. Se organizzi qualcosa, o se vuoi segnalare eventi che ritieni importanti, clicca su www.peacelink.it/segnala Il calendario online è uno strumento digitale collaborativo e gratuito progettato per raccogliere e promuovere eventi legati alla cultura della pace, della nonviolenza, dei diritti umani, della difesa ambientale e del volontariato. Funge da agenda condivisa per il movimento pacifista, permettendo di aumentare la visibilità delle iniziative su scala nazionale. _______________________ Vuoi sostenere PeaceLink? PeaceLink è una piattaforma senza pubblicità. Non riceve finanziamenti pubblici. Non è sostenuta da partiti o sindacati. E’ libera e autogestita. Opera in forma completamente indipendente. Puoi donare utilizzando questo link www.peacelink.it/donazioni Il tuo contributo è importante per sostenere le nostre attività di supporto alla cittadinanza attiva, alla solidarietà, alla pace e all’ecologia. Peacelink Telematica per la Pace
April 13, 2026
Pressenza
La conferenza di Santa Marta e il legame tra combustibili fossili, armi e guerre
Oggi la spesa militare globale supera i 2.630 miliardi di dollari l’anno. Una cifra senza precedenti che sottrae risorse a politiche sociali, servizi, salute, istruzione, ricerca e alla riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica. I sussidi dell’UE continuano a sostenere i combustibili fossili e a marzo 2025 la Commissione Europea ha dirottato i fondi del New Green Deal verso il piano di riarmo europeo. Oltre il 60% delle guerre è legato al controllo delle riserve di petrolio, gas e carbone. Le filiere dei combustibili fossili si intrecciano strettamente con quelle dei conflitti armati: commercianti di materie prime, raffinerie, assicuratori e compagnie di navigazione traggono profitto dalle guerre e contribuiscono ad alimentarle, operando in un contesto caratterizzato da gravi lacune nella governance globale e dall’assenza di efficaci meccanismi multilaterali di controllo. Le guerre e il comparto delle armi sono tra le attività più inquinanti. Ogni 100 miliardi di dollari nella spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. L’obiettivo dei Paesi NATO di portare le spese militari almeno al 3,5% del PIL comporterà un +132 milioni tCO₂e, più delle emissioni annuali del Cile. Siamo di fronte a un’oligarchia profondamente legata agli interessi dei combustibili fossili e dell’industria bellica, che agisce fuori delle regole condivise del diritto internazionale, disprezza i diritti umani, viola la sovranità di popoli e nazioni e gioca con le sorti del mondo, riducendolo a oggetto di conquista per i propri interessi. Le guerre in Ucraina, in Asia Occidentale, il genocidio in Palestina e il blocco imposto a Cuba mostrano quanto la dipendenza dai combustibili fossili sia intrecciata con instabilità, conflitti, colonialismo e competizione per le risorse. La geopolitica aggressiva di USA e Israele ha innescato e intensificato una crisi energetica globale, generando aumenti dei prezzi di petrolio e gas che si ripercuotono su tutte le economie, facendo lievitare i costi di cibo, trasporti e servizi essenziali. Questi impatti ricadono in modo più pesante su lavoratrici e lavoratori, comunità più povere ed escluse e sui Paesi del Sud del mondo. Chi ha contribuito meno alle emissioni globali si trova ad affrontare l’aumento del costo della vita, i disastri climatici, l’insicurezza sociale ed energetica. Allo stesso tempo, la crisi viene utilizzata per giustificare passi indietro nelle politiche di contrasto e mitigazione del collasso climatico, tra cui l’espansione del carbone e del gas e i ritardi negli impegni di eliminazione graduale, aggravando così la crisi e i danni che questa genera a cascata. In questo contesto si svolgerà la Prima Conferenza per l’uscita dall’economia fossile che si terrà a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile 2026, convocata dal governo colombiano e da quello dei Paesi Bassi. Non un semplice vertice, ma un percorso che mira a cambiare paradigma, spostando il focus dall’efficienza energetica all’eco-sufficienza, rafforzando la cooperazione internazionale e affrontando le crisi interconnesse alla loro origine comune: l’attuale modello economico, insostenibile socialmente e ambientalmente. Un passaggio cruciale per la stabilità globale, perché la riconversione non è una questione ambientale o di politica climatica, ma l’unica strada per garantire pace, casa, lavoro, salute, partecipazione e una vita degna per tutte e tutti. Pensare globalmente e agire localmente non basta più! Dobbiamo agire globalmente per cambiare davvero i rapporti di forza, per uscire dall’economia dei combustibili fossili, per bloccare la deriva militarista, autoritaria, imperialista, colonialista e patriarcale e rimettere al centro il diritto a una vita dignitosa per tutte le entità viventi che abitano il pianeta. Unisciti anche tu e agiamo insieme! Per sottoscrivere la campagna www.fossilfueltreaty.org/endorsements Per sapere di più della Conferenza di Santa Marta transitionawayconference.com Per unirti alla campagna italiana www.geascuola.org/la-campagna-in-Italia Per approfondire le argomentazioni del percorso www.geascuola.org/GENERALBRIEFING-ITA Per scaricare i materiali di comunicazione www.geascuola.org/Perche-e-utile-firmare.zip Elisa Sermarini, Presidente di Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale   Redazione Italia
April 10, 2026
Pressenza
Venezuela, Delcy Rodriguez non è al soldo di Trump
I tentativi di guerra mediatica e di disinformazione contro il Venezuela stanno crollando sotto il loro stesso peso. Il caso più recente è quello del quotidiano britannico The Guardian, che ha pubblicato un articolo a gennaio 2026 intitolato “Delcy Rodríguez ha assicurato la cooperazione degli Stati Uniti dopo la cattura di Maduro”, smentito dallo stesso governo venezuelano attraverso l’account X Miraflores al Momento. A questo proposito, il giornalista internazionale Carlos Montero ha commentato un thread su X della politologa spagnola Irene Zugasti, la quale ha affermato che si tratta di una rielaborazione del Miami Herald. Zugasti ha sottolineato che il testo perde ogni rigore nella parte del racconto in cui si cerca di descrivere il presidente in carica. “Sarebbe rigoroso presentare qualcosa di più di una serie di congetture sotto forma di fughe di notizie e voci e trasformarlo in un’esclusiva”, ha sostenuto. Delcy Rodríguez ha dichiarato fin da subito, dopo gli avvenimenti del 3 gennaio 2026, di essere “stanca degli ordini di Washington”, riferendosi alle pressioni esercitate dagli Stati Uniti dopo i raid aerei e la detenzione del presidente Nicolás Maduro. “Basta con gli ordini di Washington ai politici venezuelani”, ha detto Rodríguez in un discorso ai lavoratori del petrolio nello stato orientale di Anzoátegui. “Lasciate che la politica venezuelana risolva le nostre controversie e i nostri conflitti interni. Basta con le interferenze straniere”, ha aggiunto. “Non abbiamo paura, perché ciò che dovrebbe unirci come popolo è garantire la pace e la stabilità a questo Paese” – ha continuato Rodríguez, secondo il quotidiano cinese China Daily – aggiungendo che “il Venezuela non avrebbe mai immaginato che una capitale del Sud America sarebbe stata sottoposta a un attacco militare da parte di una potenza straniera”, riferendosi all’incidente del 3 gennaio, quando le forze statunitensi hanno preso d’assalto Caracas e hanno arrestato con la forza il presidente Nicolás Maduro e sua moglie. La presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito inoltre – fin da subito – l’autonomia del Paese durante la Consultazione Pubblica sulla Riforma della Legge sugli Idrocarburi, respingendo le dichiarazioni del Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent. > Venezuela, Delcy Rodriguez: “Ley de Hidrocarburos consentirà l’attivazione > degli spazi petroliferi inutilizzati” Rodríguez ha sottolineato che il Venezuela non accetta ordini esterni e che il suo governo risponde esclusivamente al mandato del popolo, sottolineando l’importanza di relazioni diplomatiche basate sul rispetto reciproco. Di fronte a questa franchezza, non si può che ribadire la totale distorsione e manipolazione intenzionale nei sistemi mediatici occidentali. Trump e la narrazione occidentale hanno intenzionalmente distorto mediaticamente la propensione al dialogo del governo bolivariano, per spacciarlo come un “cedimento” ai suoi piedi per diffondere l’idea, ancor più grave, che il governo bolivariano di Delcy Rodriguez avesse tradito lo “spirito di Hugo Chavez” e del presidente costituzionale Maduro. Idea quest’ultima che ha influenzato anche alcuni ambienti della sinistra radicale, purtroppo. Trump ha fatto di tutto per trasmettere al mondo la falsa idea di “gestire la transizione democratica in Venezuela” , supportato dai media mainstream occidentali che veicolavano l’idea che Trump avesse dato uno “spiraglio di luce democratico al Venezuela” e che abbia sotto scacco il governo bolivariano. Il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha avuto ed ha un solo fine da parte del establishment occidentale: indebolire, attraverso i media, la credibilità internazionale della Rivoluzione Bolivariana e dividere al suo interno il movimento internazionalista in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana stessa. Il tutto con una serie di fake news. Zugasti ha aggiunto che The Guardian “è la sentinella liberale del Regno Unito, che cattura il pubblico progressista con la retorica sociale e poi la allinea agli obiettivi di politica estera del Regno Unito e della NATO nei momenti critici”. Da parte sua, Montero aveva affermato a gennaio che “le fonti, se provengono dal Miami Herald, non hanno alcuna credibilità”. Oggi questo è ancor di più confermato dai fatti. Lorenzo Poli
April 10, 2026
Pressenza