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San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza
Palestina Anima Mundi: l’evento in diretta streaming a Varese
Pubblichiamo il comunicato del Comitato Varesino per la Palestina  sull’imminente incontro di Francesca Albanese con i presidi aderenti in tutta Italia. Palestina Anima Mundi Anche Varese partecipa ad una diretta streaming che coinvolgerà più di cento piazze e presidi in tutta Italia per la presentazione del nuovo libro di Francesca Albanese “La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero”. Un manifesto di resistenza e libertà. Sarà l’occasione  per stringerci attorno a questa straordinaria donna e manifestarle tutta la  gratitudine che indubbiamente merita per la competenza, il coraggio,  la forza e l’ incrollabile determinazione con cui si impegna a diffondere la verità e difendere i diritti dei palestinesi. Portiamole tutto il nostro sostegno per le nuove sanzioni da cui è stata ingiustamente colpita. Riuniamoci tutti presso la sala Kolbe in viale Aguggiari, 140 a Varese venerdì 19 giugno a partire dalle 20:30 collegamento con Francesca Albanese – Relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati. Redazione Italia
June 7, 2026
Pressenza
Aeroporto di Cagliari, 4 giugno 2026: protesta di attivisti e attiviste pro Palestina
Pubblichiamo i comunicati dell’Associazione Sardegna Palestina sui voli Tel-Aviv – Cagliari del 4 giugno 2026. Oggi all’aeroporto di Cagliari nuovi voli di andata e ritorno da quel paese, dove è comune inneggiare a stupri di guerra e impiccagioni, dove si arrestano i bambini, anche quelli piccoli. I cari ospiti, alcuni dei quali potrebbero essere tra quelli che si divertivano ad ammazzarli, i bambini, saluteranno la nostra isola dopo la vacanzina di riposo ristoratore, altri invece arriveranno. Noi saremo ad accoglierli. Chissà se questa volta la polizia avrà la felice intuizione di identificare gli ospiti, magari per sapere se per caso sono pericolosi ricercati, invece di chiedere i documenti a noi… che tanto ci conoscono benissimo. Pare che per tutta l’estate potremo trovarceli accanto, i pericolosi ricercati: al mare, al ristorante, ad un concerto all’Arena del Forte… Aeroporto di Cagliari, oggi 4 giugno Non vogliamo i criminali sionisti in Sardegna Alle partenze e agli arrivi da e per Tel Aviv ci siamo fatti sentire: cartelli, bandiere palestinesi, slogan. La maggior parte di loro fingeva di non vederci, manifestando grande distacco, altri si sono lasciati andare mimando l’atto di sgozzare o dicendo “we will kill them all”. Alle partenze, prima dei controlli, la fila di tutti i turisti è stata bloccata per farli passare, anche lì corsia preferenziale. Attivisti/e pro Palestina all’aeroporto di Cagliari-Elmas, 4 giugno 2026 (foto tratte da video dell’Associazione Amicizia Sardegna Palestina, rielaborate da Pierpaolo Loi) Durante tutta la mattina, altri turisti, il personale ci davano supporto, sorrisi e ringraziamenti…diversi tipi di umanità. Comitato Sardo di Solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina, in collaborazione con “Giovedì Bianco”   Redazione Cagliari
June 7, 2026
Pressenza
Quanto conta Gaza nel mondo?
Quanto conta Gaza nel mondo? Due milioni su otto miliardi, è una parte di quarantamila. Quanto contano 500 persone che manifestano in piazza a Milano, una città di due milioni di abitanti? Una su quarantamila. La stessa proporzione. Una minima parte, ma con un enorme significato. In piazza la rappresentazione delle atrocità che l’uomo sa compiere. A Gaza non è la rappresentazione. Il simbolo di una resistenza durissima. Ieri a Milano cinquecento persone hanno aperto lo straordinario sudario che da mesi sta girando l’Italia, una grandissima stoffa dove sono scritti a mano i ventimila nomi dei bimbi palestinesi uccisi a Gaza. Ci potranno mai perdonare un giorno di non essere riusciti a fermare le mani che li uccidevano? Potremo noi mai guardare negli occhi i bimbi sopravvissuti che sono stati per anni sotto le bombe, braccati come scarafaggi da un esercito armato fino ai denti e guidato da pazzi criminali? Il tritacarne che stritola i palestinesi va avanti, lento e inesorabile, come il bulldozer che avanza, spostando detriti e cadaveri, un frullato di perfidia che solo l’essere umano tra tutti gli esseri viventi di questo pianeta sa fare. Noi guardiamo Israele dicendo: “Ma come è possibile che non fermino i loro governanti? Come possono lasciare che questo genocidio continui? Non ha anticorpi quella società? Non implode? Come fanno ad andare avanti? Come possono credersi il “popolo eletto”?” E ora pensate ad un essere vivente di questo pianeta che non faccia parte di questo genere maledetto, il nostro. Penserà esattamente le stesse cose, ma non del popolo di Israele, di tutti noi. “Cosa fanno? Perché non si fermano? Perché non fermano i loro governanti? I loro eserciti di morte? Chi credono di essere? Stanno prendendosi tutto: ammazzano, depredano, violentano, distruggono. Non ha anticorpi quella specie animale?” In Palestina vi è lo spaccato del peggio e del meglio che sa fare l’essere umano. La brutalità e la poesia, le risate volgari e le lacrime sospese. Siamo cresciuti tra fiabe e poi film dove, praticamente sempre, vinceva il bene sul male. In Palestina, nel mondo, sta vincendo il male. Il bene arranca, balbetta, cerca di farsi spazio, alza la mano, chiede la parola. Così hanno provato a fare queste 500 persone che ieri a Milano hanno sfilato in silenzio per dire: Basta! Fermatevi! Tornate a casa giovani soldati trasformati in assassini. Per quanto tempo dovrete chiedere perdono? E noi che abbiamo sfilato con i vostri nomi, bambini di Gaza volati via, anche noi vi chiediamo perdono. Non abbiamo fatto abbastanza. E a voi, bimbi di Gaza, donne e uomini schiacciati in uno spazio sempre più piccolo e vuoto, promettiamo di andare avanti, non smetteremo di spingere quella porta che vi ha chiuso dentro, quelle porte delle galere che hanno chiuso i vostri padri, fratelli, zii, nonni. Dobbiamo spingere più forte per ridare la libertà ad un intero popolo, e a tutti e tutte noi. Andrea De Lotto
June 6, 2026
Pressenza
Militari israeliani in Sardegna: esposto alla CPI dell’Aja
Secondo notizie di stampa e interrogazioni parlamentari, circa cento famiglie di riservisti dell’IDF (Israel Defense Forces) starebbero trascorrendo un periodo di vacanza e cosiddetta “decompressione” presso strutture di lusso in Sardegna. Tali militari provengono da un esercito attualmente impegnato in operazioni belliche che hanno causato decine di migliaia di vittime civili, distruzioni sistematiche e accuse gravissime di violazioni del diritto internazionale umanitario. La Sardegna sta diventando, per il secondo anno consecutivo, luogo di tali soggiorni senza che la Regione o le istituzioni locali abbiano ricevuto comunicazioni preventive o chiarimenti circa le procedure di sicurezza e la natura di tali accordi. È attualmente in corso un’attività d’indagine da parte della Corte Penale Internazionale riguardo a potenziali crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nei territori coinvolti dal conflitto. Per queste ragioni il Comitato Costituzione Attiva ha presentato un esposto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Sassari, 5 giugno 2026 Comitato Costituzione Attiva – Sassari esposto_militari_israeliani_sardegna_con_allegati Redazione Sardigna
June 6, 2026
Pressenza
Ucraina: cessiamo il fuoco!
Non provo alcuna simpatia per il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelens’kjy, anzi…, ma, come si dice, “anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta” e quindi, nessuno se ne abbia a male, dico in tutta onestà che sono d’accordo con quanto scrive nella sua lettera a Putin, poichè ritengo seria e motivata la sua proposta di Pace e penso che sprecare questa occasione significherebbe condannare a morte decine di migliaia di giovani Ucraini e Russi per poi arrivare tra qualche mese, nella migliore delle ipotesi, o tra qualche anno di guerra alle stesse conclusioni che sono oggi proposte. Intendiamoci, io considero il Presidente Zelens’kjy uno dei signori della guerra, al pari di Putin, ovviamente, ma anche di Biden, di Ursula von der Leyen, di Boris Johnson, di Jens Stoltenberg, di Mark Rutte, di Olaf Scholz, di Friedrich Merz, di Emmanuel Macron, di Mario Draghi, di Giorgia Meloni e compagnia bella. La guerra in Ucraina non è iniziata peraltro nel 2022 ma nel 2014 come guerra civile per il controllo  del Donbass. Una guerra in cui l’Occidente appoggiava l’Ucraina e suoi governi mentre la Federazione Russa sosteneva le autoproclamate repubbliche popolari di Doneck e Lugansk (ora, peraltro, annesse a tutti gli effetti alla Federazione Russa, insieme alla Crimea ovvero a circa il 20% del territorio Ucraino). Il conflitto attuale, che gli Ucraini indicano come “guerra su vasta scala” e che Putin si ostina a chiamare “operazione militare speciale di denazificazione”, è iniziato il 24 febbraio del 2022 ed è la prosecuzione della guerra in Donbass, un tumore maligno che in Europa nessuno ha saputo nè voluto seriamente eradicare. Perchè ritengo che la lettera che il presidente Zelens’kjy ha inviato al suo collega Putin e che contiene una proposta di Pace sia da prendere sul serio? Zelens’kjy venne eletto al ballottaggio contro l’oligarca ed ex presidente Petro Porosenko che sosteneva e aveva praticato politiche ultranazionaliste, promuovendo la lingua Ucraina come unica lingua dello stato e mettendo di conseguenza al bando il Russo, che è la lingua madre di almeno il 30% della popolazione, sempre Porosenko aveva voluto riabilitare, quando non addirittura proclamare come eroi della patria, tutti i combattenti che si erano opposti, durante la Seconda Guerra Mondiale, all’Armata Rossa, combattendo di conseguenza, spesso e volentieri, al fianco dei nazisti tedeschi e rendendosi inoltre autori di efferate stragi contro Ebrei, Zingari e Polacchi che abitavano nei territori sotto il loro controllo. Zelens’kjy, durante la campagna elettorale, a parole, sosteneva invece il pieno rispetto della lingua e cultura Russa, dichiarando di essere lui stesso di madre lingua Russa e tenendo nelle regioni orientali comizi in Russo. Promise di operare per la Pace con la Russia, nel rispetto degli accordi di Minsk, e la lotta alla corruzione. Chi lo ha votato lo ha fatto dunque per questi motivi, che poi lui sia stato fedele a questi impegni presi con il popolo è tutt’altro paio di maniche. Il presidente Zelens’kjy sa che la sua popolarità ha avuto un tracollo per tre ragioni di fondo: le indagini contro la corruzione, che sono arrivate a lambirlo; la discriminazione verso i Russi di Ucraina, che hanno risentito pesantemente della russofobia che ha continuato a demonizzarne la loro Storia e la loro Cultura (si pensi ad esempio alla rimozione della statua della Zarina Caterina la Grande da una piazza di Odessa, città che ne deve l’esistenza)  e la guerra, che ha voluto prolungare respingendo le iniziali proposte russe di Pace, sperando che l’aiuto della Nato l’Ucraina avrebbe ottenuto la vittoria militare e quindi la riconquista dei territori persi nel 2014. Un vasto e spontaneo movimento di base, formato soprattutto di giovani autoconvocatisi attraverso i social media, nel luglio del 2025 è sceso in piazza, cosa assai inconsueta per un Paese in guerra, per protestare contro la legge che voleva mettere sotto il controllo del governo i due principali enti anticorruzione, un movimento che si è quindi schierato contro il Parlamento, il Governo e il Presidente, che furono quindi costretti ad abrogare in tutta fretta la legge in questione. Inoltre ormai la gente comune è stanca della guerra e vorrebbe il cessate il fuoco e trattative per una Pace giusta. Anche in questo secondo caso monta la protesta con le grandi mobilitazioni contro un’altra legge approvata dal Parlamento allo scopo di decretare come morti in guerra gli oltre 90 000 dispersi. I manifestanti, con cui ho parlato nei pressi di Majdan Nezaleznosti (Piazza dell’Indipendeza a Kiev), sono i famigliari dei soldati. Sarebbe più giusto dire le manifestanti poichè al 90% sono donne ossia le madri, le mogli, le sorelle e le fidanzate riunitesi dal basso contro la legge che, senza prove in mano, vuole cancellare la loro speranza di poter un  giorno riabbracciare vivi i loro cari. Queste donne coraggiose chiedono un cessate il fuoco permenenete, lo scambio dei prigionieri o delle loro salme. Voglio insomma la verità su ciò che è succcesso ai loro cari, li rivogliono indietro  vivi, ma se davvero sono morti pretendono un corpo a cui dare degna sepoltura. Si tratta anche in questo caso di un movimento che assume sempre di più connotazioni politiche di critica nei confronti del Presidente, del Governo e del Parlamento. Zelens’kjy si muove attualmente in due direzioni opposte: da un lato continua a lisciare il pelo delle forze più estremiste, neo fasciste e neonaziste riabilitando i loro eroi, a partire dal nazionalista suprematista Stepan Bandera, e dall’altro è costretto a fare credibili proposte di Pace sapendo che ne uscirebbe bene sia se fossero accolte, permettendogli di avere così un ruolo nel processo di Pace, sia se venissero respinte da Mosca, rendendo così giustificabile agli occhi della popolazione la guerra, vista come unica alternativa alla capitolazione. Zelens’kjy ha ragione quando chiede un immediato cessate il fuoco, da proseguire per tutto il tempo necessario alle trattative di pace, allo stesso tempo appare eccessiva la richiesta perentoria di Mosca di assumere il controllo dell’intero Donbass e cioè di quei territori che gli Ucraini hanno strenuamente difeso fino ad oggi, come precondizione ad ogni trattattiva. Non me ne vogliate ma in questo momento è Putin a frenare una ipotesi realistica di Pace, ossia il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte, d’altro canto vi sono  diverse potenze Europee come la Germania e il Regno Unito, insieme a Polonia e ai Paesi Baltici che continuano a gettar benzina sul fuoco. Nel frattempo il movimento contro la guerra in Europa e nel mondo, che ha dato origine ad imponenti manifestazioni contro il genocidio in Palestina e che si è mobilitato (a dire il vero in misura assai minore) contro l’aggressione Usa al Venezuela, contro la guerra di Israele e Stati Uniti d’America contro l’Iran ed il Libano, e al tempo stesso a sostegno delle Flottille di Mare, la Freedom e la Sumud, così come alla Carovana di aiuti via Terra, bloccata dai Libici e a ora a difesa di Cuba indipendente e socialista, sulla questione Ucraina dorme sonni profondi, malgrado noi Europei ed Italiani questa guerra la alimentiamo fornendo importanti e costosissimi aiuti militari. Ci sono persone che per mobilitarsi contro una guerra vogliono sapere chi sono i buoni ed i cattivi, ma spesso non esiste una parte buona in una guerra, basti pensare alla Prima Guerra Mondiale, ad esempio. E’ tempo quindi di scendere in piazza anche contro la guerrra in Ucraina, contro chi l’ha provocata, contro chi ha violato con una aggressione il Diritto Internazionale, contro chi l’ha alimentata e contro chi di volta in volta ha sabotato le trattative di Pace. Il movimento per la Pace è l’unico soggetto che può imporre, attraverso i propri governi, alle parti in conflitto un immediato cessate il fuoco, anzi meglio sarebbe dire “cessiamo” il fuoco poichè il nostro governo e l’Unione Europea nel suo complesso, con poche coraggiose eccezioni, sono tra quelli che questo focolaio di guerra, questa orribile ed inutile carneficina (che tuttavia è fonte di incalcolabili guadagni per una ristretta minoranza di oligarchi, capitalisti e di politici corrotti) continuano ad alimentare scherzando con il fuoco, rendendo questa guerra ogni giorno più pericolosa per tutti. Mauro Carlo Zanella
June 6, 2026
Pressenza
Palestina Anima Mundi
Pubblichiamo il comunicato del presidio stabile per la Palestina  – Cagliari  sull’imminente incontro di Francesca Albanese con i presidi aderenti in tutta Italia. Palestina Anima Mundi Come la Palestina possa essere diventata lo specchio del mondo lo racconta con magistrali parole Francesca Albanese nel suo ultimo libro. Parole che lasciano un segno profondo nella coscienza di chi legge. Il 19 giugno, in diretta streaming, Francesca Albanese presenterà “La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero“. 100 e + piazze e presidi collegati 100 e + baluardi di libertá 100 e + luoghi che seminano speranza. Palestina Libera e con essa il mondo intero. 19 giugno ore 20.45 il presidio Stabile di Cagliari per la Palestina introduce la serata. Ore 21 collegamento con Francesca Albanese – Relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati. Il link della serata verrà spedito il giorno prima a tutte le piazze aderenti. Per unirsi all’iniziativa, scrivere alla mail: presidiopalestinaca@gmail.com; per aggiornamenti pagina Istagram presidiopalestinacagliari. Redazione Sardigna
June 5, 2026
Pressenza
Verità che a Miami non si dicono: la storia che l’estrema destra cubano-americana preferisce nascondere.
È risaputo che la politica statunitense nei confronti della Rivoluzione cubana è stata plasmata dai cubani fuggiti a Miami per sfuggire alla giustizia. I primi ad arrivare, nel gennaio del 1959, furono i  sicari, gli assassini, i torturatori, i ladri e gli ufficiali militari  che si erano arricchiti sotto il regime del tiranno Fulgencio Batista. Cuba, sotto la protezione del trattato di estradizione firmato con Washington, ha chiesto ufficialmente l’estradizione all’Avana di coloro che avevano casi aperti nei tribunali cubani. Ma  gli Stati Uniti non hanno estradato nessuno  dei famigerati assassini: Esteban Ventura, Rolando Masferrer, Conrado Carratalá, Mariano Faget Díaz, Rafael Gutiérrez Martínez, Pilar García, Irenaldo García Báez, Julio Laurent Rodríguez, José Franco Mira e molti altri. A tutti loro è stato concesso  lo “status di rifugiato politico “. Nonostante i crimini commessi, hanno vissuto pacificamente sotto la protezione della legge statunitense. CIÒ CHE SI SONO LASCIATI ALLE SPALLE: 20.000 MORTI E UNA SOCIETÀ SENZA SPERANZA. Ciò che quei “rifugiati” si sono lasciati alle spalle a Cuba è stato: * 20.000 morti  a causa della repressione di Batista. * L’oppressione delle classi più povere. * Discriminazione razziale sistematica. * Contadini senza terra né scuole per i loro figli. * Mancanza di medici e di ospedali nelle zone rurali. * Nei campi e sulle montagne non c’era luce elettrica. * Lussuosi casinò per l’alta borghesia e i turisti yankee, gestiti dalla mafia italoamericana. * Centinaia di bordelli dove venivano impiegate giovani donne senza alcuna speranza di un futuro dignitoso, molte delle quali contadine analfabete. Coloro che lasciarono Cuba e ora affermano di aver lasciato dietro di sé una “coppa d’oro” nascondono il fatto di aver lasciato dietro di sé  la disoccupazione, uno dei maggiori problemi  di quel periodo. Il censimento della popolazione e delle abitazioni condotto negli anni ’50 rivelò che solo  il 51% della popolazione in età lavorativa aveva un impiego stabile . La stampa dell’epoca riportava quotidianamente questo dato. PROFESSIONISTI SENZA FUTURO: L’ALTRA FACCIA DEL CAPITALISMO CUBANO Perché quegli attuali residenti in Florida non parlano di cosa accadeva realmente a Cuba prima del trionfo rivoluzionario? Basti ricordare loro che, secondo i dati ufficiali,  diecimila giovani professionisti  – medici, ingegneri, avvocati, veterinari, insegnanti, dentisti, farmacisti, giornalisti, intellettuali e artisti – si sono laureati con la speranza di realizzarsi professionalmente, ma  la maggior parte non ha trovato lavoro nel proprio settore . Oggi i social media sono inondati di vecchie foto dei quartieri benestanti dell’Avana, che mostrano le lussuose residenze della borghesia. Ma  non pubblicano mai immagini delle zone più vulnerabili  , come Las Yaguas e quartieri simili, privi di elettricità, fognature, acqua potabile, scuole e altri servizi essenziali. Non rendono mai pubblici i furti commessi dalla schiera di politici e militari ladri e corrotti che si sono arricchiti a spese del popolo. FULGENCIO BATISTA: DAL FIGLIO DI UNA POVERA CONTADINA ALL’UOMO PIÙ RICCO DI CUBA Per rinfrescare la memoria a coloro che vogliono infangare l’immagine degli attuali leader cubani, diciamo la verità: Fulgencio Batista, nato nella campagna orientale e figlio di una donna povera e senza risorse, durante i suoi mandati presidenziali  divenne l’uomo più ricco dell’isola , rubando e pretendendo laute commissioni su ogni investimento effettuato. Dal nulla è diventato il proprietario di: * Diverse testate giornalistiche. * Proprietario del canale televisivo 12 e di diverse stazioni radio. * Compagnia aerea aeropostale per il trasporto di merci, messaggi espressi e posta. * Principale azionista della Cuban Aviation Company. * Titolare della Inter-American Road Transport Company SA * Titolare della Miller Transportation Company. * Compagnia di spedizioni dell’isola di frutti di mare SA * Gli hotel Treasure Island e Colony, situati su quella che allora era l’Isola dei Pini. * Il 50% del capitale della Playas del Golfo SA * $ 326.000 in azioni di Radio Siboney SA * Proprietario della Eastern Radio Network. * Proprietario del Circuito Nazionale Cubana SA * Proprietario di Unión Radio e Compañía Inversiones Radiales SA * Riceveva una buona parte degli incassi giornalieri di tutti i casinò gestiti dalla mafia italoamericana. * Titolare della Gulf Engineering Company SA * Azionista di maggioranza di Metropolitan Gas Services SA * Socio della East Havana Electric Company SA * L’80% delle azioni della Hispano Cuban Bank. * Agenzia immobiliare di Marimuca. * Società di investimento Dofinca SA * Adorsinda Real Estate. * Investimenti e sviluppo di Baracoa. * Promozione del tunnel dell’Avana, per la quale ha richiesto la consegna di 5 milioni di dollari all’impresa di costruzioni francese. * Società immobiliare Marielena. * Fomento Almendares SA * Società di sviluppo urbano Valvolano. * Crysa SA e altre società immobiliari, terreni e condomini. Tutto ciò avvenne  sotto la protezione degli Stati Uniti , che possedevano i terreni migliori dell’isola, le industrie, il sistema bancario e le risorse minerarie, sempre con l’approvazione del dittatore. LA POLITICA NEI CONFRONTI DI CUBA ERA DIRETTA DALL’AMBASCIATA STATUNITENSE. La politica cubana era diretta dall’ambasciata statunitense e dalla stazione della CIA, dove si decideva cosa fare e cosa non fare, chi dovesse essere ministro o presidente. Questa è la storia di 58 anni di una pseudo-repubblica, costellata di colpi di stato e corruzione elettorale di ogni genere. Né il governo di Batista né i suoi predecessori sono mai stati sanzionati o bloccati  con leggi come quelle che vengono imposte oggi a Cuba. Non ci fu mai una campagna mediatica per condannarlo o accusarlo di corruzione. Al contrario, gli ambasciatori statunitensi erano i suoi amici più stretti e Washington lo considerava un grande leader per l’isola. Appoggiarono il colpo di stato del marzo 1952 e l’OSA riconobbe il suo governo come  “democratico ”  . Gli americani hanno sempre negoziato senza esitazione con militari corrotti e sanguinari. MARCO RUBIO E I SUOI SEGUACI: VOGLIONO TORNARE A QUEL PERIODO? In quell’ambiente della Florida, popolato da assassini, torturatori e ladri al servizio del governo di Fulgencio Batista e dei suoi militari,  Marco Rubio è cresciuto e si è formato , nonostante i suoi genitori cubani avessero dovuto lasciare il paese per sfuggire alla criminalità, alla disoccupazione e alla mancanza di opportunità che regnavano in quella repubblica pseudo-democratica, sotto un sistema capitalista. Rubio e i suoi accoliti —María Elvira Salazar, Carlos Giménez e Mario Díaz-Balart, figlio di un ex ministro e amico intimo del sanguinario dittatore Batista — intendono forse instaurare a Cuba  quel regime di oppressione e disuguaglianza  che hanno dimenticato? Chiedete ai genitori di Marco Rubio di spiegare perché hanno lasciato Cuba per stabilirsi negli Stati Uniti. Vi diranno la verità: erano semplici  operai non qualificati senza alcuna speranza di una vita migliore , non borghesi o politici che si sono arricchiti in quella società iniqua dove non c’erano opportunità per tutti. ECCO PERCHÉ È SCOPPIATA LA RIVOLUZIONE. Ecco perché è scoppiata la Rivoluzione: per porre fine a tanti mali. Qualcosa che a Washington e Miami non riescono a perdonare. Ricordiamo José Martí quando scrisse: > “La verità non deve rimanere inespressa.”   Fonte: https://razonesdecuba.cu/verdades-que-no-se-dicen-en- miami-la-historia-que-la-extrema-derecha-cubanoamericana-prefiere-ocultar/ Traduzione. italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
June 5, 2026
Pressenza
Brasile, la posizione del Movimento Sem Terra: “Perché continuiamo a sostenere il Venezuela”
L’attuale situazione politica del Venezuela non può essere spiegata solo dagli avvenimenti successivi al 3 gennaio. Dobbiamo contestualizzare ciò che sta accadendo negli ultimi 4 decenni. Negli anni ’90 c’era una totale egemonia degli Stati Uniti nel continente, che ci impose l’accordo NAFTA e successivamente voleva imporre l’ALCA, come un’area sotto il totale controllo del capitale statunitense. Tutti i governi, tranne Cuba, sostenevano i gringos. Ma il popolo di alcuni paesi insorse. Ci fu il Caracazo nel 1989, poi la ribellione militare e infine la vittoria elettorale di Chávez, che assunse il potere nel ’99 e spezzò l’onda neoliberista, aprendo un nuovo ciclo di governi progressisti – proseguito con Lula, Correa, Evo, Kirchner – che alterò la correlazione delle forze nel continente. Ora si proponeva un’altra integrazione al posto dell’ALCA (sconfitta formalmente nel 2005): avremmo avuto l’ALBA. L’imperialismo statunitense, i governi democratici e repubblicani e la classe dominante degli Stati Uniti non hanno perdonato l’audacia di Chávez. E in questi 4 decenni hanno imposto tutte le tattiche possibili all’interno del ricettario descritto dal ricercatore Andrew Korybko, basato sui documenti ufficiali delle forze armate statunitensi, come nuove tattiche delle GUERRE IBRIDE. In questo lungo periodo hanno cercato in tutti i modi possibili di sconfiggere il processo bolivariano in Venezuela. Ricordiamo: * Il colpo di stato che rimosse Chávez dal governo per due giorni, in cui la ripercussione internazionale e l’immediata mobilitazione popolare impedirono ai golpisti di fucilarlo. Ricordiamo che persino il cardinale di Caracas gli aveva dato l’estrema unzione in prigione, sull’isola di Orchila, dov’era prigioniero! * Lo sciopero politico dei petrolieri per smantellare la PDVSA (l’industria petrolifera venezuelana ndr). La mancanza di carburante e il caos furono risolti grazie all’aiuto dell’allora governo di Fernando Henrique Cardoso in Brasile. * Successivamente arrivarono le guarimbas con una totale violenza di piazza, che causò terrorismo, incendi di scuole, ospedali, carestia pianificata a tavolino e decine di morti. Molti prigionieri sono stati ora amnistiati. * La morte di Chávez, causata da uno strano cancro che non reagiva ai farmaci, rimane ancora oggi un mistero. Coincidenza vuole che anche Lugo, Dilma, Kirchner e Lula abbiano affrontato un cancro nello stesso periodo. * Subito dopo, il riconoscimento del governo fantoccio di Guaidó, al quale trasferirono tutti i depositi in dollari e l’oro dello Stato venezuelano, affinché la borghesia parassita venezuelana si arricchisse. * Hanno provocato un’inflazione incontrollata basata sulla manipolazione del tasso di cambio da Miami. * Hanno bloccato tutti i conti del paese all’estero. Hanno impedito gli investimenti nel settore petrolifero e la produzione è scesa a livelli inferiori al 30%, con un crollo del PIL fino al 90%. Tutto ciò ha causato molti problemi economici a tutta la popolazione e ha generato una migrazione di lavoratori venezuelani senza precedenti. Hanno contestato la rielezione di Maduro, con il sostegno e l’illusione di alcuni personaggi considerati progressisti. Tutto questo sommato a una campagna mediatica permanente e consistente, che è certamente costata milioni di dollari nell’uso di reti, computer e dei cosiddetti influencer pagati dalla CIA e dalle sue agenzie. Una campagna che prosegue tuttora. Il colpo finale è arrivato con il secondo governo Trump che, assetato di petrolio e perdendo l’egemonia economica a favore dell’Eurasia, ha rieditato la dottrina Monroe, volendo trasformare di nuovo il continente nel proprio cortile di casa e imponendo un controllo economico, politico e militare. E il 3 gennaio, dopo aver mobilitato tutta la sua forza militare, ha invaso il paese per via aerea, sequestrando il Presidente Maduro e la deputata Cilia Flores. C’è stata resistenza, combattimenti e più di 100 morti. Solo tra qualche anno sapremo quanti soldati americani sono morti. Sappiamo solo che erano per la maggior parte latini del gruppo d’élite Delta Force, armati con le migliori armi del pianeta. Il Venezuela, il suo popolo e le forze armate sono stati sconfitti. Hanno perso vite umane e il loro presidente. Ma l’impero non aveva nessuno da mettere al suo posto, poiché la sua agente, María Corina Machado, è screditata nella società venezuelana, e con lei tutta l’opposizione traditrice della Patria. La via d’uscita è stata quindi quella di trattenere il presidente sequestrato e negoziare con il governo chavista, con la corda al collo o nel mirino del fucile. Alcuni settori della sinistra istituzionale e coloro che seguono la politica solo attraverso i social si sono affrettati a parlare di tradimento. O a dire che non c’è stata resistenza. E proprio ora si inizia a propagandare che ci sia una divisione tra i governi di Venezuela e Cuba. Queste tesi fanno solo parte delle tattiche degli Stati Uniti, diffuse dai media influenzati dalla CIA per dividere la sinistra e l’opinione pubblica. Il popolo venezuelano, nella sua ampia maggioranza chavista, va avanti con la propria vita, lavorando, producendo e organizzando le comuni. Pur addolorato, continua a sostenere il governo chavista, avendo coscienza di tutto ciò che è accaduto. Il nostro movimento ha legami storici con il movimento contadino venezuelano, con le comuni produttive e con il governo chavista. Abbiamo molti progetti di cooperazione nella produzione di sementi, alimenti e scambi nella formazione di quadri tecnici. Saremo eternamente grati per le borse di studio presso l’ELAM Salvador Allende, che permettono a decine di giovani contadini, poveri, di formarsi come medici. Il popolo venezuelano continua a essere vittima della guerra ibrida dell’impero. Il governo chavista ha il sostegno del suo popolo. Il nostro movimento sarà sempre solidale con il popolo chavista. Speriamo che la correlazione delle forze internazionali cambi a favore dell’umanità e della pace. Speriamo che la correlazione delle forze interne agli Stati Uniti cambi, e che le forze progressiste riescano a mutare la loro politica estera e la loro vocazione bellicista di aggressione ai popoli. Che la Dottrina Monroe venga sepolta. Speriamo che il governo e il popolo chavista trovino le strade migliori per aumentare la produzione di petrolio e di altri beni di cui hanno bisogno. Che mantengano la sovranità sul petrolio, sui minerali e sul loro territorio. Difendere il Venezuela e Cuba è un obbligo morale e politico di tutte le forze progressiste e democratiche del nostro continente. E non illudetevi: se loro venissero sconfitti, l’impero aumenterebbe la sua pressione su Messico, Brasile, Colombia e su tutto il continente. Prima hanno usato lo spettro del comunismo e dell’URSS, poi sono passati ai terroristi islamici (che loro stessi hanno finanziato), e ora hanno creato lo spauracchio del narcotraffico, come se non fossero proprio loro il mercato più grande… e si scagliano anche contro i migranti. Lotteremo affinché il Presidente Maduro e la deputata Cília Flores siano liberati, poiché non hanno commesso alcun crimine e gli Stati Uniti non hanno il diritto né la morale per condannarli a nulla. Al contrario, spero che in futuro il tribunale dell’Aia giudichi e condanni gli attuali governanti degli Stati Uniti per le loro bombe e i loro crimini a Gaza, in Iran, in Siria, in Sudan, nei Caraibi, in Venezuela, a Cuba e all’interno del loro stesso paese, per le persecuzioni contro i poveri e i migranti. La storia della lotta di classe vive di fasi alterne, alti e bassi, progressi e ritirate, ma l’umanità camminerà sempre verso la costruzione di società più giuste e ugualitarie, con la sovranità dei popoli e la pace.   di João Pedro Stedile, militante del MST e dirigente di ALBA MOVIMENTOS e della Assemblea Internazionale dei Popoli – AIP 𝐴𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑠𝑜 𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑑𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑔𝑛𝑎 𝐺𝑒𝑟𝑎𝑙𝑑𝑖𝑛𝑎 𝐶𝑜𝑙𝑜𝑡𝑡𝑖. Redazione Italia
June 5, 2026
Pressenza
Colombianos asisiteron a la cita para elegir al próximo mandatario desde Ginebra, Suiza
Las urnas en Ginebra, Suiza presentaron un amplio movimiento de votantes que acudieron para apoyar la democracia en el país y elegir al candidato que cumplía con sus expectativas. Se espera que el candidato elegido propugne por el avance de la nación en materia económica, política, social y educativa. Este domingo, los colombianos que viven en Ginebra, Suiza se dieron cita por segunda vez en el año para ejercer su derecho al voto. En esta segunda ocasión, los connacionales elegirán al jefe de estado quien guiará al país en los siguientes cuatro años, tras finalización del mandato de Gustavo Petro Urrego. En la metrópoli europea 3.088 personas inscribieron su cédula de ciudadanía y fueron habilitados por la Registraduría General de la Nación para depositar su voto, y en el territorio de la neutralidad “más de 8.000 de personas están registradas para ir a las urnas”, indicó Juan Manuel Morales, Segundo Secretario de la Misión. Los escargados de vigilar la trasparecia en el proceso y asistir a quienes ejercen la democracia, esperaban la asistencia de almenos 64% de los inscritos en las cinco mesas dispuestas  y ubicadas en las instalaciones la sede de la Misión Permanente de Colombia. Hacia el medio día, con cerca de 27 grados centígrados, los hijos de las tierras cafeteras llegaron algunos acompañados de sus familiares y menores de edad. A pesar de que se presentó un número considerable de votantes, las cinco filas no eran extensas y el llamado para la verificación de las cédulas se realizó de manera eficaz por parte los voluntarios y funcionarios de la Misión. Las mesas uno y dos registraron la mayor cantidad de votantes hasta las tres de la tarde. A estas podían acudir la población de mayor edad que decidió ejercer su derecho al voto; mientras que, en las mesas tres, cuatro y cinco el número de electores en horas de la mañana fue menor. La apertura de las urnas inció el pasado 25 de mayo en el Consulado de Colombia en Suiza, ubicado en la capital, Berna y terminó este domingo 31 a las cuatro de la tarde, hora local. Los demás lugares de votación puestos a disposición de los colombianos se ubicaron en la ciudades de Zúrich, Lugano y Ginebra, en las cuales se estableció una fecha específica, dado la disponibilidad de los funcionarios, la logística y el desplazamiento del material electoral. Tras cerrar las urnas en el país de la Cruz Roja, en Colombia los votantes llevaban una hora asistiendo a la jornada electoral que comenzó a las 8 a.m. Stephanía Aldana Cabas
May 31, 2026
Pressenza