Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone e distogliere l’attenzione dai problemi sociali.Intervista a Miriyam Aouragh
Antropologia digitale, teoria critica, media globali e antirazzismo intorno al
Lago ex Snia
Il contesto dell’incontro
Anna Lodeserto: Che cosa ti ha portata qui e qual è il significato di questo
incontro?
Miriyam Aouragh:
Sono stata invitata a parlare di razzismo e antirazzismo nell’ambito di questo
incontro organizzato presso il lago dell’ex Snia. Tra pochi minuti si svolgerà
una manifestazione legata alla lotta contro il razzismo e alla costruzione di un
mondo alternativo, diverso da quello in cui viviamo.
Qui possiamo già vedere, su piccola scala, un esempio di quel mondo: persone che
si ritrovano, tavoli con messaggi politici, attività collettive, cibo e bevande
condivisi, musica. Sono tutte pratiche che contribuiscono a costruire comunità e
a creare spazi di solidarietà.
È una splendida giornata e questo incontro esprime qualcosa di importante sul
significato dell’azione politica collettiva.
Razzismo, disuguaglianze sociali e trasformazioni contemporanee
Anna Lodeserto: Nel tuo lavoro analizzi il rapporto tra razzismo, strutture
politiche e innovazione tecnologica. Quali sono oggi le principali tendenze e i
rischi del razzismo contemporaneo? In che modo le forme tradizionali di razzismo
si intrecciano con i nuovi sistemi di controllo tecnologico e di sorveglianza
digitale?
Miriyam Aouragh: Il razzismo è un fenomeno estremamente complesso e, al tempo
stesso, per certi aspetti molto semplice. Fa parte della vita quotidiana e le
società in cui viviamo sono strutturate intorno allo sfruttamento. Gli Stati
nazionali che si sono formati nel corso degli ultimi secoli si fondano sull’idea
di confine e generano, attraverso queste strutture, profonde contraddizioni
sociali.
Il razzismo è uno dei meccanismi più antichi ed efficaci per dividere le persone
e distogliere l’attenzione dai problemi sociali. È presente ogni giorno, anche
se in alcuni momenti risulta più visibile che in altri.
Le sue modalità e i suoi bersagli cambiano nel tempo, perché cambia il mondo in
cui viviamo. Per questo è fondamentale comprendere il rapporto tra il razzismo e
le trasformazioni storiche.
Nel mio intervento di questa mattina ho analizzato, per esempio, i cambiamenti
avvenuti a partire dagli anni Novanta, dopo la fine della Guerra fredda, il
crollo dell’Unione Sovietica e l’affermazione della cosiddetta «fine della
storia».
Questi processi hanno trasformato anche il razzismo. Quando le società
attraversano cambiamenti profondi, cambia tutto: ciò che mangiamo e beviamo, il
modo in cui comunichiamo e le tecnologie che utilizziamo. Anche fenomeni sociali
come il razzismo e il sessismo si trasformano in risposta a questi mutamenti.
Negli anni Novanta e Duemila abbiamo assistito a una contraddizione
particolarmente evidente: da un lato, un enorme aumento della ricchezza, con i
più ricchi diventati ancora più ricchi; dall’altro, il peggioramento delle
condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, sempre più impoverite.
La concentrazione della ricchezza è strettamente legata al complesso
militare-industriale e all’espansione dei conflitti armati. È una delle grandi
contraddizioni di quel periodo.
Avremmo dovuto entrare in una nuova epoca, caratterizzata dalla cosiddetta «fine
della storia», dal consumismo liberale e dalla libertà individuale. In realtà,
queste libertà e questi privilegi sono rimasti in larga misura circoscritti a
gruppi sociali e Paesi relativamente ristretti e privilegiati. Gran parte del
mondo non ha mai conosciuto livelli comparabili di ricchezza e libertà.
Nel frattempo, abbiamo assistito a conflitti devastanti in Somalia, nell’ex
Jugoslavia, in Medio Oriente, in Sudan e in altre regioni. Queste guerre hanno
provocato enormi sofferenze, distruzione e povertà, contribuendo anche
all’aumento del numero di persone sfollate e rifugiate.
Parallelamente, la concentrazione della ricchezza nelle mani di un numero sempre
più ristretto di persone ha ulteriormente peggiorato le condizioni di vita della
popolazione.
Un altro fattore determinante è stato il ruolo delle istituzioni finanziarie
internazionali, tra cui la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale,
insieme a raggruppamenti politici come il G8. Questi attori hanno promosso la
privatizzazione e la liberalizzazione economica in numerosi Paesi, imponendo
spesso condizioni a Stati già alle prese con il debito postcoloniale e con gravi
crisi finanziarie.
In diversi Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, per esempio, i prestiti
sono stati utilizzati come strumento di pressione per imporre programmi di
aggiustamento strutturale.
Che cosa significava tutto questo nella pratica? Beni essenziali e servizi
pubblici da cui dipendeva la popolazione, come la farina e l’olio da cucina
sovvenzionati, l’acqua e l’elettricità, sono stati progressivamente sottoposti a
privatizzazione e a riforme orientate al mercato.
Questi processi hanno contribuito ad aggravare le disuguaglianze e le crisi
sociali, anche in alcune aree del Nord globale e nei Paesi situati alla sua
periferia. Il collasso economico dell’Argentina nel 2001 rappresenta un esempio
significativo. La crisi ha mostrato le conseguenze devastanti dell’instabilità
economica, dell’inflazione e del crollo del potere d’acquisto. Pressioni
analoghe, seppure in forme differenti, si sono manifestate anche in altre parti
del mondo.
Quando le persone non riescono più a sostenersi nel luogo in cui vivono, sono
costrette a spostarsi. Migrano perché hanno bisogno di cibo, sicurezza e
condizioni che consentano loro di sopravvivere.
La tragica ironia è che molte persone sono costrette a migrare o a cercare
rifugio a causa di condizioni prodotte, almeno in parte, dai Paesi più ricchi e
dall’ordine economico internazionale. Non si tratta semplicemente di scelte
individuali o di circostanze interne ai Paesi di origine.
Eppure, le narrazioni mediatiche e i discorsi che attraversano il sistema
educativo si concentrano spesso sulla presunta arretratezza di queste società o
sulla corruzione. L’Africa, per esempio, viene frequentemente rappresentata
attraverso generalizzazioni sulla corruzione, sugli Stati falliti e sulle
cosiddette «repubbliche delle banane».
Queste narrazioni contribuiscono a sottrarre l’Unione europea, gli Stati Uniti e
altri attori potenti alle proprie responsabilità, oscurando il ruolo delle loro
decisioni economiche e politiche nella produzione di queste crisi.
Le persone comuni, tuttavia, continuano a spostarsi alla ricerca di condizioni
di vita migliori. Negli ultimi dieci-quindici anni, le migrazioni sono
proseguite in un contesto sempre più difficile.
Frontiere europee, migrazioni e sorveglianza digitale
Le disuguaglianze economiche, i conflitti e gli equilibri di potere
internazionali contribuiscono a determinare i fenomeni migratori. Come sono
cambiate le politiche migratorie europee e quale ruolo svolgono
l’esternalizzazione delle frontiere, le tecnologie di sorveglianza e le imprese
private nel controllo dei flussi migratori?
Miriyam Aouragh: L’Unione europea ha adottato politiche migratorie sempre più
restrittive, rafforzando il modello della cosiddetta «Fortezza Europa».
Parallelamente, ha esternalizzato le proprie frontiere, trasferendo parte del
controllo migratorio al di fuori del territorio europeo.
Paesi governati da regimi autoritari o repressivi sono stati coinvolti in
accordi che prevedono finanziamenti in cambio di interventi volti a impedire ai
migranti di raggiungere l’Europa. La Libia, la Tunisia, l’Algeria e il Marocco
sono diventati attori importanti di questo sistema di esternalizzazione delle
frontiere.
Si tratta di accordi profondamente calcolati e disumani. I finanziamenti sono
collegati, in varie forme, all’intercettazione dei migranti e al tentativo di
impedirne l’arrivo in Europa. Il controllo delle migrazioni diventa così parte
di un meccanismo politico ed economico.
Durante le mie ricerche in Marocco, in particolare tra le comunità migranti di
Tangeri, nel nord del Paese, ho osservato una trasformazione significativa.
Storicamente, il Marocco è stato soprattutto un Paese di emigrazione, da cui
partivano cittadini diretti verso l’Europa, compresa l’Italia. Nel tempo è
diventato anche un Paese di transito e di arrivo per persone provenienti da
altre regioni dell’Africa e del mondo, che sperano di attraversare il
Mediterraneo per raggiungere la Spagna.
Una situazione analoga si osserva in Tunisia, da dove i migranti cercano di
raggiungere l’Italia, e in altri Paesi di transito da cui le persone tentano di
entrare in Europa.
Questi movimenti sono contrastati attraverso un’intensa repressione. Tuttavia,
poiché il controllo delle frontiere è legato anche ad accordi finanziari, il
sistema può generare incentivi perversi.
Per esempio, la gendarmeria e la polizia di frontiera marocchine possono
arrestare i migranti, registrare le operazioni e ricevere finanziamenti connessi
alle attività di controllo. I migranti possono poi essere rilasciati e arrestati
nuovamente. Si crea così un sistema nel quale le stesse persone possono essere
sottoposte ripetutamente ai controlli, mentre il processo migratorio continua.
Il risultato è il prolungamento dei percorsi migratori, una maggiore insicurezza
e un’intensificazione della repressione al di fuori dei confini europei.
Anche le grandi imprese tecnologiche sono entrate a far parte di questo sistema.
Le Big Tech, le agenzie europee di controllo delle frontiere come Frontex e gli
appaltatori privati contribuiscono sempre più allo sviluppo delle infrastrutture
tecnologiche utilizzate per il controllo dei confini e la sorveglianza delle
migrazioni.
Attraversare le frontiere europee è diventato così molto più difficile. Rotte un
tempo più accessibili, comprese quelle dirette verso la Spagna e le enclave
spagnole di Ceuta e Melilla, in Nord Africa, sono oggi sempre più pericolose e
sottoposte a controlli stringenti.
Le persone vengono quindi spinte verso percorsi più rischiosi, spesso
affidandosi ai trafficanti o tentando pericolose traversate via mare.
Il punto fondamentale è che le migrazioni non sono scomparse. Le crisi
economiche, le guerre e le ristrutturazioni neoliberiste continuano a spingere
le persone ad abbandonare le proprie case, mentre le politiche migratorie sempre
più restrittive rendono il viaggio più pericoloso.
La mia conclusione è che le migrazioni non sono diminuite: sono aumentati i
morti. Le persone continuano a partire e spesso sono ancora più numerose quelle
che tentano il viaggio, ma un numero crescente di loro perde la vita lungo il
percorso. Il Mar Mediterraneo è diventato un immenso cimitero.
Nel frattempo, attivisti e organizzazioni umanitarie continuano a contrastare
questa situazione attraverso operazioni di ricerca e soccorso. Eppure, chi cerca
di salvare vite umane viene sempre più spesso criminalizzato e trattato come se
stesse violando la legge. Anche chi partecipa alle operazioni di soccorso può
essere arrestato e sottoposto a procedimenti giudiziari.
Esistono inoltre iniziative importanti che riuniscono antropologi forensi e
sviluppatori tecnologici con l’obiettivo di identificare i corpi delle persone
morte durante questi viaggi.
Le dimensioni della tragedia sono enormi. Durante l’estate, per esempio, sono
state riportate notizie di un numero molto elevato di persone che hanno tentato
di raggiungere Ceuta, l’enclave spagnola in territorio marocchino. Molte sono
state respinte, mentre altre sono morte, tra cui bambini e persone che non
sapevano nuotare.
Le circostanze di alcune di queste traversate sono particolarmente drammatiche.
Gli ostacoli e le misure adottate per il controllo delle frontiere possono
rendere ancora più letale un attraversamento già estremamente pericoloso.
Antropologi forensi e tecnologi stanno sviluppando metodi per identificare le
persone decedute. Il loro lavoro è essenziale: migliaia di persone muoiono senza
che sia possibile risalire alla loro identità.
Morire senza essere identificati rappresenta un’ulteriore ingiustizia. Le
famiglie possono non sapere mai che cosa sia accaduto ai propri cari, non
ricevere conferma della loro morte e non avere la possibilità di salutarli
un’ultima volta.
L’identificazione dei corpi non è dunque soltanto una questione tecnica:
riguarda la dignità, la giustizia e l’umanità.
Nel loro insieme, questi fenomeni delineano una dinamica più ampia,
caratterizzata dall’aumento della militarizzazione, della privatizzazione, delle
disuguaglianze economiche, della sorveglianza e della violenza, in un contesto
segnato dalla persistenza delle migrazioni e dall’inasprimento delle politiche
di frontiera.
Nessuna di queste misure ha eliminato le migrazioni. Le persone continuano a
partire perché cercano di sottrarsi a condizioni insostenibili e di costruire
una vita migliore. La mobilità è una risposta profondamente umana, che
accompagna le società da millenni.
Il risultato principale delle politiche migratorie sempre più restrittive non è
stato, dunque, la fine delle migrazioni, bensì l’aumento delle morti.
Colonialismo digitale, antirazzismo e solidarietà politica
Quali connessioni individui tra le tue ricerche sul colonialismo digitale e
sull’imperialismo digitale, il tuo impegno antirazzista e le lotte politiche dei
gruppi che hai incontrato a Roma?
Miriyam Aouragh: Inizialmente sono stata invitata a parlare delle mie ricerche
sul colonialismo digitale e sull’imperialismo digitale. L’obiettivo era quello
di approfondire le connessioni tra questi concetti, le teorie dell’imperialismo
e le critiche politiche della tecnologia.
Poi, come spesso accade, una cosa ha portato all’altra. Le persone mi hanno
raccontato le iniziative a cui partecipavano e mi sono resa conto che anch’io
lavoravo su alcune delle stesse questioni. Mi hanno parlato di campagne
antirazziste e di altre attività politiche, e ho riconosciuto che questi temi
facevano già parte del mio lavoro e ho avuto l’opportunità di incontrare diversi
collettivi attivi a Roma.
Per certi aspetti, questa esperienza mi ha fatto sentire come se stessi tornando
a casa. Non ero mai stata qui prima e non conosco particolarmente bene la
cultura locale, ma sono rimasta colpita dalla familiarità della cultura
politica, delle sue dinamiche e persino del linguaggio utilizzato dalle persone.
Ho ritrovato qualcosa di familiare nel modo in cui le persone entrano in
relazione tra loro e organizzano la propria vita.
Ho la sensazione che questa visita sia soltanto l’inizio di molti altri
incontri. Ho conosciuto persone straordinarie e ascoltato le storie di chi è
impegnato in programmi educativi, nell’organizzazione antifascista e in
iniziative che mettono in relazione la storia e l’eredità dell’antifascismo in
Italia con le lotte politiche contemporanee.
Oggi ho incontrato anche persone che collaborano con gruppi palestinesi e altre
che lavorano con organizzazioni argentine. Mi ha colpita soprattutto la quantità
di connessioni possibili tra questi gruppi, le loro storie e le loro lotte. Non
ci sono abbastanza ore in una giornata per incontrare tutte le persone e
approfondire ogni possibile relazione.
Per questo ho la sensazione che siamo soltanto all’inizio. È stata un’esperienza
davvero bella e spero che possa aprire la strada a nuove conversazioni,
collaborazioni e ad altre occasioni di incontro e di ricerca.
*Miriyam Aouragh ( Amsterdam , 18 novembre 1972) è un’attivista e accademica
olandese-marocchina residente a Oxford (Regno Unito). Scrive e insegna di
infrastrutture, rivolte politiche e implicazioni sociali dei media digitali. È
professoressa di Antropologia Digitale presso l’ Università di Westminster.
Anna Lodeserto