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Gioia Tauro: le agenzie li danno già partiti, ma i sedici container sono ancora in porto
Secondo le agenzie di stampa il carico di acciaio sarebbe già ripartito da Gioia Tauro verso Israele. Al momento però ci risulta che tutti e sedici i container siano ancora fermi nell’area portuale. Che la partenza fosse imminente lo indicavano da giorni i siti di tracciamento, molto più attendibili delle rassicurazioni fornite in Parlamento il 1° luglio, quando fu detto che i casi segnalati non erano andati avanti e che le merci tornavano da dove erano arrivate. Apprendiamo da notizie di stampa che una perizia tecnica non avrebbe rilevato alcun contenuto di rilievo penale. Lo apprendiamo appunto dalle agenzie, senza che sia stata data risposta alle interrogazioni parlamentari e alle richieste di accesso agli atti depositate in questi mesi. Ci viene chiesto di considerare chiusa una vicenda durata sei mesi sulla base di una notizia di cui non si cita neanche la fonte. Stando a questa notizia inoltre la perizia riguarderebbe otto container. Ma i container fermati sono sedici, appartenenti a quattro spedizioni distinte. Sono stati svincolati tutti e sedici? Chiediamo che venga spiegato su quali colli sia stata svolta la verifica e in base a quale criterio siano stati eventualmente liberati anche gli altri. Va poi chiarito cosa quella perizia abbia accertato. Affermare semplicisticamente l’assenza di rilievo penale non risponde alle nostre domande, che restano tutte aperte: se quell’acciaio sia di grado balistico, se sia stato classificato come duplice uso, se l’UAMA abbia mai emesso la clausola catch all su Gioia Tauro, se qualcuno abbia presentato istanza di licenza, e chi sia l’utilizzatore finale in Israele. Viene presentato come elemento a discarico il fatto che le barre non fossero dirette a una fabbrica di armi ma a una società di intermediazione tra India e Israele. Ma l’intermediazione commerciale è il meccanismo che segnalavamo già a marzo. Un destinatario che non produce nulla e gira la merce ad altri dice poco sulla destinazione finale, e scambiarlo per il capolinea della catena è un grave errore di lettura. Non mettiamo in discussione la buona fede e la professionalità di chi ha svolto gli accertamenti. Ma chiediamo che la perizia sia resa pubblica, che UAMA e Agenzia delle Dogane rendano noti gli atti amministrativi sul transito, e che il Parlamento sia messo in condizione di verificare. Dal canto nostro continueremo a seguire ogni container che passa da questo porto. Gioia Tauro non sarà un anello della catena logistica del genocidio. _Or.S.A. Mari e Porti – USB Calabria_ Unione Sindacale di Base
September 7, 2026
Pressenza
Cuba come il Venezuela
Su quanto accaduto dopo il sequestro del legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti e sulle scelte del governo presieduto ad interim da Delcy Rodriguez si è scritto molto, c’è chi appoggia la scelta della presidente di aver accettato di ristabilire relazioni diplomatiche con Washington, c’è chi invece urla al tradimento. Il recente accordo con gli Stati Uniti che concede al paese a stelle e strisce la gestione di 17 pozzi petroliferi, che equivalgono a circa 65 miliardi di barili di greggio, ha amplificato le critiche al governo di Caracas da parte di coloro che vedono nelle scelte di Rodriguez un tradimento del popolo venezuelano. Chi sostiene le scelte dell’attuale esecutivo venezuelano mette in primo piano la situazione precedente all’intervento militare della Casa Bianca nel quale è stato rapito Nicolas Maduro, ovvero il fatto che il Venezuela era di fatto con la pistola alla tempia. Con questa giustificazione si accettano le successive, da molti considerate un tradimento, scelte dell’attuale governo. Non mi voglio soffermare sul fatto se Delcy Rodriguez abbia fatto bene a seguire le direttive imposte dalla Casa Bianca, ma voglio ampliare il raggio delle conseguenze di queste scelte su altre realtà politiche del continente americano. Il mio sguardo non può che soffermarsi su Cuba. Come detto il Venezuela aveva la pistola alla tempia e dunque ha accettato di sottomettersi agli Stati Uniti, mia opinione personale, molti mi criticheranno per questa affermazione, ma, scusate, è quello che penso. Quindi, seguendo la narrazione imposta dagli Stati Uniti e appoggiata dai loro vassalli, Unione Europea compresa, il governo di Nicolas Maduro, non era legittimo, era reo di aver incarcerato gli oppositori, di aver costantemente violato i diritti umani dei cittadini venezuelani, di non essere in grado di amministrare il proprio paese e di essere, chiaramente, corrotto. Una narrazione che specularmente e costantemente viene portata avanti anche nei confronti di Cuba. La domanda che adesso faccio è la seguente: se il Venezuela aveva la pistola alla tempia e ha accettato il rapimento di Nicolas Maduro e le successive imposizioni della Casa Bianca perché Cuba non dovrebbe fare lo stesso visti i disagi che quotidianamente la popolazione soffre a causa del blocco statunitense? Una domanda scomoda, ma inevitabile. Cuba ha la pistola alla tempia da oltre sessanta anni, una canna puntata alla testa da quando la rivoluzione, nel 1959, ha cacciato Fulgencio Batista e i suoi mafiosi dall’isola. Se per il Venezuela aver deciso di allinearsi alle direttive degli Stati Uniti ha rappresentato la soluzione, anche se temporanea, come qualcuno afferma un po’ candidamente dimenticandosi che quando abbandoni il sistema socialista, con tutti i distinguo del caso venezuelano, è impossibile ritornare indietro, e come afferma Rodriguez, facilita “un importante flusso di investimenti destinati al recupero e alla ricostruzione di infrastrutture strategiche per lo sviluppo della nostra industria”, allora perché Miguel Diaz Canel non dovrebbe decidere volontariamente di abbandonare Cuba e lasciare ai gringos, quelli che avrebbero permesso al Venezuela di progredire economicamente, di non sbarcare sulle spiagge cubane con tutti i loro inevitabili benefici. Se il Venezuela non aveva altra alternativa che subire le imposizioni di Donald Trump e del suo socio Marco Rubio, perché quelli che adesso proclamano che Caracas è in una fase attendista, una fase temporanea, un momento in cui la rivoluzione bolivariana può anche fare un passo indietro per poi farne due avanti, continuano a sostenere la lotta e la resistenza cubana? Se il governo di Delcy Rodriguez si sta muovendo sulla giusta strada per un rilancio economico del paese sud americano, svendendo tutto all’amico Trump, allora anche a Cuba il governo di Miguel Diaz Canel si dovrebbe dimettere in blocco e lasciare che gli Stati Uniti si approprino delle poche risorse dell’isola mettendo fine al progetto rivoluzionario portato avanti da oltre sessanta anni dal popolo cubano e, finalmente, rendere la vita dei suoi cittadini, vivibile e meno difficile. Ma stranamente quelli che appoggiano, con argomenti vari e discutibili, le nuove scelte di Caracas, quando si parla di Cuba, restano fedeli alla rivoluzione. Un po’ di coerenza sarebbe gradita. Il Venezuela ha perso la sua battaglia, gli Stati Uniti, grazie alle connivenze di settori non del tutto fedeli a Nicolas Maduro, anche questa una mia impressione, discutibile, ma se mi permettete legittima, hanno vinto. Chiamiamo le cose con il loro nome, per favore. Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Ettore Macchieraldo
September 7, 2026
Pressenza
A/I Chiude, Restare Umani – A/I Shuts Down, Stay Human
Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana. Per noi restare umani non è un semplice slogan. Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate. Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali.La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte. A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine. Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo. Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati. Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”. Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani. A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere. Collettivo Autistici/Inventati Redazione Italia
September 7, 2026
Pressenza
DDL Antisemitismo: grave attacco alla Fnsi
Il 9/09 in piazza con oltre 200 realtà che si oppongono all’antisemitismo, ai crimini del governo Netanyahu e alla norma-bavaglio La Rete #NOBAVAGLIO esprime solidarietà piena e determinata alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, destinataria di un attacco ingiusto e allarmante da parte del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi. Le accuse rivolte alla FNSI – secondo cui la mobilitazione contro il ddl Antisemitismo “legittimerebbe la violenza contro gli ebrei” – sono affermazioni gravissime, prive di fondamento e pericolose per il dibattito democratico. Attribuire a chi difende la libertà di informazione una responsabilità indiretta rispetto ad atti di odio è una distorsione che non aiuta la lotta all’antisemitismo: la indebolisce, la confonde, la espone a strumentalizzazioni. Il 9 settembre, in piazza a Montecitorio, ci sarà una comunità larga, plurale e democratica: giornalisti, artisti, attivisti, ONG, studenti, giuristi, docenti, accademici, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti e della libertà di stampa, sindacati, formazioni politiche, associazioni, movimenti per la Palestina e gruppi ebraici impegnati nella tutela della memoria ma anche nel contrasto di nuove violazioni dei diritti umani. Una piazza composta da realtà che da sempre praticano concretamente la lotta all’antisemitismo, al nazismo, al fascismo, al razzismo, all’intolleranza e a ogni forma di discriminazione. Una piazza che interpreta e mette in pratica i principi della Costituzione, difendendo la libertà di informazione come presidio essenziale contro ogni odio identitario. La Rete #NOBAVAGLIO, insieme alla FNSI e a oltre 200 organizzazioni, ha chiesto che l’Italia adotti la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, elaborata da esperti internazionali, che distingue con chiarezza l’odio antiebraico dalla critica politica verso il governo di Israele. Una distinzione fondamentale: denunciare i crimini commessi dal governo Netanyahu, documentare violazioni dei diritti umani, raccontare il genocidio e il massacro di oltre trecento operatori dell’informazione non può e non deve essere considerato antisemitismo. Questa è informazione. Questa è libertà di stampa. Questa è democrazia. L’informazione deve restare libera e al servizio dei cittadini, affinché possano essere correttamente informati su ciò che accade nel mondo, senza censure né intimidazioni. Per questo la Rete #NOBAVAGLIO respinge con fermezza la narrazione che vorrebbe dipingere la mobilitazione del 9 settembre come un atto ostile verso gli ebrei. È l’esatto contrario: la libertà di critica e di informazione è una garanzia per tutte e tutti, minoranze comprese. La lotta all’antisemitismo ci riguarda. La difesa della libertà di stampa ci riguarda. Nessuna delle due può essere usata per indebolire l’altra. La Rete #NOBAVAGLIO sarà a fianco della FNSI, dei giornalisti, delle associazioni e delle realtà civiche e invita tutte le cittadine e i cittadini a partecipare per opporsi a questo ddl-bavaglio e a ogni tentativo di delegittimare chi difende i diritti fondamentali sancito dalla nostra Costituzione. Rete #NOBAVAGLIO
September 7, 2026
Pressenza
Gli acquiloni della Palestina sbarcano alla Mostra del cinema di Venezia
Giovedì 10 settembre, ore 18:30 saremo sulla spiaggia davanti al Palazzo del Cinema, all’Excelsior, a far volare tanti aquiloni costruiti da noi, in solidarietà con il popolo palestinese, vittima di un genocidio, e in particolare con i suoi bambini e le sue bambine, a cui è stata negata l’infanzia. Tra bombardamenti, sfollamento, fame, perdita e distruzione, persino un aquilone può diventare un atto di resistenza – e una minaccia di morte. I nostri aquiloni, con i colori della bandiera palestinese, voleranno anche a sostegno dei film palestinesi e sulla Palestina presenti alla Mostra, e per rivendicare che anche quella bandiera venga issata insieme a tutte le altre. Ancora una volta, saremo un muro di coscienza. In onore, in ricordo, in omaggio e al fianco della resistenza dei bambini palestinesi, del popolo palestinese e di tutti i popoli oppressi. Per un futuro decoloniale, da ogni fiume a ogni mare. Venite a far volare un aquilone con noi. https://www.instagram.com/p/Dc9I1Y4Fw18/?stkn=MTFyZ202bTh4MnpsMA== Global Sumud Flotilla
September 7, 2026
Pressenza
Torino ha corso per Gaza
“Meno male che non ha fatto tanto caldo” ha commentato sotto il palco più di un partecipante alla manifestazione di stamattina domenica 6 settembre. La camminata/corsa/passeggiata/manifestazione (ogni partecipante, infatti, si è posizionato nell’evento in base al proprio passo) si è svolta in un clima soleggiato ma relativamente fresco. Non che la minaccia dell’afa abbia comunque scoraggiato la partecipazione all’evento organizzato da Arci Torino, Uisp Torino, Azeytouna, Global Sumud Flottilla, Freedom Flottilla e Torino per Gaza a cui hanno aderito 84 tra associazioni ed organizzazioni cittadine e che ha ottenuto il patrocinio del Comune di Torino. Proprio il patrocinio era stato contestato dai partiti dell’opposizione che di questa manifestazione avevano solo intravisto e additato la presenza delle organizzazioni che in questi anni hanno animato le proteste per la Palestina (il fantasma di Askatasuna aleggia onnipresente). Gli oltre 3500 iscritti si sono assiepati nel punto di ritrovo davanti al Palazzo di Architettura del Valentino ed hanno proseguito lungo i Murazzi, Corso San Maurizio, Corso Regina Margherita fino ad arrivare in Piazza della Repubblica, tra loro i veri corridori, ma anche gente in cammino, gruppi di amici e famiglie con bambini. L’obiettivo era duplice: da un lato sostenere finanziariamente l’attività in Palestina di Emergency e di Medici Senza Frontiere, dall’altro mantenere acceso il riflettore sulla situazione nella striscia di Gaza, dove le pratiche genocide israeliane stanno proseguendo imperterrite nonostante il “cessate il fuoco”. Da questo punto di vista l’evento può dirsi pienamente riuscito. La partecipazione della cittadinanza torinese ha dimostrato che almeno qui l’attenzione su Gaza rimane alta e la preoccupazione per gli eventi funesti che si stanno succedendo è elevata. Lo dicono i vincitori premiati chiamati a dire due parole: “Io sono qui, ho una bimba piccola di tre anni quindi per me era impensabile non essere qui pensando proprio ai bambini di Gaza”, lo dicono i tanti che hanno condiviso la loro presenza sui social: “A Gaza ancora si muore, ricordarcelo con Run To Gaza è qualcosa”, lo dicono gli organizzatori nei discorsi finali dal palco. Daniele Mandarino per l’ARCI: “Gaza non è sola … siamo qui perché di fronte al genocidio del popolo palestinese abbiamo deciso di non rimanere spettatori … perché la solidarietà non è pietà, la solidarietà è una scelta politica, significa scegliere da che parte stare quando un popolo viene privato della propria terra e della propria libertà dei propri diritti. Quello che sta accadendo a Gaza non è una tragedia senza responsabili, è il risultato di scelte politiche, è il risultato dell’occupazione dell’assedio della negazione sistematica dei diritti del popolo palestinese. Gaza non riguarda soltanto Gaza, Gaza ci racconta il mondo nel quale stiamo entrando, un mondo in cui la guerra rappresenta la forma normale della politica … ci stanno dicendo che dobbiamo abituarci alle guerre … abituarci ai morti nel mediterraneo … no, non vogliamo abituarci perché la guerra non è ineluttabile, il riarmo non è inevitabile, sono scelte politiche, scelte portate avanti da governi, classi dirigenti ed interessi economici.” Sara per Torino per Gaza “Dobbiamo ricordarci che il genocidio del popolo palestinese inizia prima del 2023, che c’è in Palestina un sistema di apartheid da quasi ottant’anni e che c’è un popolo che continua a lottare ed a vivere giorno dopo giorno per realizzare il progetto di rivedere la propria terra libera. La responsabilità che abbiamo noi oggi, prima di tutto come esseri umani, in secondo luogo come persone coscienti, è di interessarci a queste cause per costruire, mattone dopo mattone, un mondo che non permetterà più guerre e genocidi” Straordinaria la copertura mediatica da parte di Aljazeera che manda l’evento in diretta https://www.youtube.com/watch?v=NSyKUU8qCXU Grande successo anche per il concerto al Bunker che ha esaltato il meglio della multietnicità di Barriera di Milano (quartiere di Torino ndr) con la presenza di numerosissime famiglie magrebine venite ad ascoltare la star della serata Cheb Bachir. E il suono della musica magrebina ha fatto ballare tutti, giovani e meno, italiani e testo del mondo in un unica danza per Gaza. Run to Gaza è stato dedicato ad Alex Amendolia, sindacalista e attivista del movimento BDS scomparso la scorsa settimana. Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. 3,500 participants took part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Turin, Italy. 6th September, 2026. City Counselor Abdullahi Ahmed takes part in the Run TO Gaza, a non-competitive race promoted by UISP Torino, Arci Torino, Torino per Gaza, Global Sumud Italia, Freedom Flotilla, Emergency, and Azeytouna – L’Olivo. Credit: M.BARIONA Redazione Torino
September 7, 2026
Pressenza
Cena di autofinanziamento per la Tre Giorni per la Pace 2026
Vi invitiamo sabato 12 settembre a Casa Rossa per un momento di incontro e partecipazione in vista della quarta edizione della Tre Giorni per la Pace. L’appuntamento è alle ore 18.00, con una riunione di verifica organizzativa in preparazione della manifestazione. A seguire, alle ore 20.00 circa, ci ritroveremo per la cena di autofinanziamento, con una quota di partecipazione di 20 euro, bevande incluse. Il ricavato della cena sarà destinato a sostenere i costi della Tre Giorni per la Pace 2026, in programma da venerdì 18 a domenica 20 settembre presso il Centro Internazionale di Quartiere, in via Fabio Massimo 19 – MM3 Porto di Mare. Sarà un’occasione per fare il punto sul lavoro organizzativo, condividere insieme gli ultimi passaggi in vista della manifestazione e trascorrere una serata conviviale.  Casa Rossa via privata Monte Lungo 2, Milano  MM1 Turro Per la cena è necessario prenotare entro le ore 20.00 di giovedì 10 settembre.  353 435 1278 — solo telefonate  coordinamentoperlapacemilano@gmail.com Cristina Mirra
September 6, 2026
Pressenza
La vita dei bambini al fronte
Ostaggi dei propri genitori: la polizia non riesce ad evacuare i bambini dalle città a ridosso del fronte. 17 luglio 2026 – Alina Evych – Marharyta Fal FRONTLINER Ucraina Una gita per comprare un gelato si è conclusa bruscamente per una bambina di sei anni quando uno sciame di droni nemici ha sorvolato la zona e uno di essi ha colpito un edificio vicino. La gente ha urlato e la madre l’ha trascinata appena in tempo nella tromba delle scale di un edificio a caso che aveva notato. La bambina spaventata non piange. È silenziosa, respira a fatica e ascolta attentamente per capire se deve buttarsi a terra. Questa è l’infanzia di migliaia di bambini nelle città a ridosso del fronte. Vivono in edifici bombardati o in scantinati, perché i loro genitori hanno scelto di non evacuare dalla linea del fronte. Frontliner spiega perché la polizia non può ancora aiutare questi bambini, nonostante sia stata promulgata una legge pensata per risolvere questo problema. “La nostra sistemazione in cantina è onestamente migliore di quella che offrono attualmente nei rifugi” . afferma Veronika Koval. Olia Koval, una bambina di sei anni di Kramatorsk, si è nascosta due volte in un solo giorno dai droni russi: la mattina si è rifugiata sotto un albero in un parco; la sera si è nascosta in un negozio vicino quando un drone FPV si è lanciato nella sua direzione. È in grado di distinguere dal suono se si tratta di un attacco missilistico, di un raid di droni o di un colpo di artiglieria, compreso il rumore delle esplosioni di munizioni a grappolo in città. Agli inizi di giugno, quando le forze di occupazione bombardarono il centro di Kramatorsk, cadde sul marciapiede e si sbucciò gravemente le ginocchia. Sua madre, Veronika Koval (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr), racconta che la figlia pianse per ore, turbata per aver sporcato il suo vestito nuovo e spaventata dall’esplosione avvenuta nelle vicinanze. La famiglia di Olia si è trasferita da Pokrovsk nel 2024, lasciandosi alle spalle una casa, un appartamento e un’attività commerciale. Ora, evacuare da Kramatorsk è una decisione molto difficile per i genitori di Olia: hanno acquistato l’appartamento in cui vivono con i soldi messi da parte per le emergenze. Non hanno più un posto dove andare. « Nostra figlia ha la sua stanza qui, tutta sistemata, e c’è un seminterrato che tutti noi abbiamo sistemato con una colletta. Abbiamo finito la ristrutturazione a maggio: abbiamo installato un sistema di ventilazione, comprato generatori e carburante, e c’è anche un pozzo. Condividiamo lo spazio con altre due famiglie, così ognuno ha la sua area. Ci sono persino dei materassi, praticamente nuovi. La nostra sistemazione in cantina è onestamente migliore di quella che offrono nei rifugi in questo momento. Perché dovremmo andarcene? Chiunque qui pensi di non poter sopravvivere se n’è già andato. Noi resisteremo», dice Veronika Koval. La linea di contatto del fronte rimane a 15 chilometri da Kramatorsk, dove è presidiata dalle Forze di Difesa ucraine. Non è stato ordinato alcun ordine di evacuazione, ma decine di famiglie hanno già dichiarato che non se ne andranno nemmeno se tale ordine venisse impartito. Veronika aggiunge che potrebbe cambiare idea se i combattimenti si avvicinassero come a Druzhkivka. Per ora, però, escludono l’evacuazione. Sono rimasti durante l’occupazione. Ora sono costretti a evacuare Viktoriia Melnyk (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr) viveva già sotto occupazione a 13 anni. Le forze russe occuparono il suo villaggio, Komyshany nella regione di Kherson, nei primi giorni dell’invasione su vasta scala. Nell’arco di sei mesi, le truppe russe perquisirono lei e sua madre per ben quattro volte, alla ricerca di soldati nascosti. Veicoli blindati per il trasporto truppe percorrevano le strade e uomini armati chiedevano continuamente documenti. Era terrificante, ma non c’era via d’uscita dall’occupazione. Quando il villaggio fu liberato, la famiglia rimase a casa. Non evacuarono fino a tre anni e mezzo dopo, quando i droni russi incendiarono le case vicine. Ma le famiglie con bambini vivono ancora nei villaggi circostanti, rischiando la vita al prossimo attacco. «La situazione attuale è pericolosa ovunque. Non saremmo al sicuro da un missile o da un attacco di droni da nessuna parte», ribatte la madre Oksana Melnyk (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr). Secondo l’unità speciale di polizia “Angelo Bianco”*, all’inizio di giugno 2026, circa 50 bambini si trovavano ancora nella “zona grigia” nella regione di Kherson. Le famiglie che vivono ancora lì rappresentano i casi più difficili: si rifiutano di lasciare le proprie case nonostante assistano quotidianamente ai bombardamenti russi su Kherson, con il coinvolgimento di circa 500 droni nemici. Anche le squadre di evacuazione sono spesso bersaglio di attacchi. * Nota del redattore: Angelo Bianco è un’unità speciale della Polizia Nazionale ucraina che si occupa dell’evacuazione di civili, compresi i bambini, dalle zone di prima linea e di combattimento. “Inoltre, le forze russe minano Kherson a distanza, esponendo famiglie con bambini al rischio di esplosione” afferma Serhii Tarasenko, capo della protezione civile presso l’Amministrazione militare regionale di Kherson. Durante l’evacuazione di Viktoriia e di sua madre, un rilevatore di droni ha individuato un drone russo che sorvolava la loro auto. La squadra di soccorso è riuscita a bloccare il drone e a mettersi in salvo. Tuttavia, queste operazioni diventano ogni giorno più rischiose, rendendo più difficile il salvataggio delle persone. Nella regione di Donetsk, i bambini venivano nascosti in scatole per poter superare i posti di blocco senza essere notati dalle autorità. Il 2 marzo 2026, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha firmato una legge che autorizzava l’evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento senza il consenso dei genitori. Gli attivisti per i diritti umani hanno lanciato l’allarme: la legge era incompleta. Non specificava dove i bambini evacuati sarebbero stati ospitati, chi se ne sarebbe preso cura e per quanto tempo sarebbero rimasti separati dai genitori. Non era chiaro se la polizia potesse usare manette o armi nel caso in cui gli adulti avessero opposto resistenza violenta all’evacuazione. La Verkhovna Rada, l’organo legislativo ucraino, aveva il compito di risolvere questi problemi entro tre mesi, ovvero entro maggio. Tuttavia, a giugno 2026, la legge n. 4779-IX non è ancora applicabile, poiché è in conflitto con altre leggi, comprese quelle che vietano di allontanare i minori dai genitori o dai tutori. L’evacuazione forzata dei bambini nella regione di Kherson procede senza incidenti di rilievo e relativamente nei tempi previsti; tuttavia, nella regione di Donetsk la situazione è ben diversa. Alcuni residenti di Donetsk vivono a ridosso del territorio occupato dalla Russia dal 2014. I bombardamenti erano rari e vivere a soli due chilometri dalla linea di demarcazione era considerato sufficientemente sicuro. “Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina rinchiusa in uno scantinato. La bambina, a causa delle condizioni di vita precarie, non riusciva a sopportare il peso della malattia” dice Pavlo Diachenko, portavoce della polizia di Donetsk. Quando nel 2022 la linea del fronte ha iniziato a spostarsi rapidamente, molti sfollati si sono trasferiti nelle città vicine, convinti di poter “aspettare” la fine della fase attiva dei combattimenti vicino alla linea del fronte, come avevano fatto nel 2014. “Molti non credono che le forze di occupazione nella zona di guerra stiano effettivamente attaccando i civili, comprese donne e bambini”, afferma il portavoce della polizia di Donetsk, Pavlo Diachenko. Alcuni dubitano persino che le foto delle città distrutte siano reali. Ciò che sembra spaventarli davvero è lo sfratto forzato dalle proprie case. Nella zona di fuoco, gli agenti degli Angeli Bianchi devono perquisire gli scantinati alla ricerca di famiglie con bambini, poiché questi si nascondono lì. «Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina in cantina. Il cuore della bambina non reggeva alle condizioni in cui viveva. La piccola è morta e l’anziana coppia è rimasta ad aspettare i russi. Quando la città è stata occupata, sono finiti in un video in cui ringraziavano le forze russe per la loro “liberazione”, senza nemmeno accennare alla tragedia che aveva colpito la loro famiglia. Si sono limitati a ripetere i soliti slogan propagandistici», racconta Diachenko. Nel 2023, l’Amministrazione militare regionale di Donetsk ha vietato ai genitori di rientrare nella “zona grigia” con i figli. Ma fino a poco tempo fa, le famiglie continuavano a tornare a Kostiantynivka. I bambini venivano nascosti in borsoni per non essere individuati ai posti di blocco. Una famiglia con un bambino piccolo ha tentato di tornare a Pokrovsk attraversando zone minate e campi. Alcune di queste famiglie sono state evacuate dalle cinque alle sette volte. Diachenko aggiunge che la situazione nella regione di Donetsk è ormai così pericolosa che raramente si rende necessario ricorrere all’evacuazione forzata: quando i bambini vengono avvistati in una zona soggetta a evacuazione obbligatoria, come Druzhkivka, i genitori di solito acconsentono senza esitazione ad evacuare il giorno stesso. I genitori si nascondono nei seminterrati invece di rivolgersi agli attivisti per i diritti umani. Quando, all’inizio del 2022, emerse la necessità di evacuare i bambini dai bombardamenti, il governo reagì con lentezza, ammette Dmytro Mykhalov, rappresentante del Difensore civico per le regioni di Donetsk e Luhansk. Non esisteva una politica chiara su come evacuare i bambini, se fosse opportuno farlo o se avessero l’autorità di intervenire le forze dell’ordine. La responsabilità delle evacuazioni fu affidata a una nuova unità di polizia, l’Angelo Bianco. Ma fino al 2026, l’evacuazione richiedeva il consenso dei genitori o del tutore, e spesso i genitori si rifiutavano di partire o addirittura sceglievano di aspettare le forze russe. Di conseguenza, centinaia di bambini ucraini finirono sotto occupazione. Per allontanare i bambini in questi casi, le forze dell’ordine si sono affidate a uno strumento legale diverso: l’articolo 170 del Codice di famiglia ucraino, che consente di allontanare i minori dalle loro famiglie, senza privare i genitori dei loro diritti, se la loro vita è a rischio nel luogo in cui vivono. Durante l’evacuazione di Pokrovsk, le autorità hanno applicato questo articolo 10 volte, ma ogni caso ha richiesto la redazione di rapporti formali, il ricorso in tribunale e mesi di attesa per una sentenza. «Dei 10 bambini evacuati con questa procedura, sette sono tornati dai genitori. Per gli altri tre, le autorità hanno provveduto alla revoca della potestà genitoriale e al collocamento dei bambini in affidamento», afferma Mykhalov. Ciò nonostante, sia allora che oggi, i genitori potrebbero presentare una controquerela per contestare la legalità dell’azione della polizia. «La vita di un bambino non è sempre considerata una priorità. A volte arriva una causa e i giudici si pronunciano a favore dei genitori che hanno tenuto il figlio lontano dai bombardamenti. I giudici interpretano la legge sui diritti dei genitori e dei figli in modo diverso», spiega Mykhalov. “Affinché il meccanismo funzioni a pieno regime,abbiamo bisogno di regolamenti che definiscano nel dettaglio la procedura di evacuazione” aggiunge Mykhalov. Poiché la legge sull’evacuazione forzata è ancora priva di un meccanismo di attuazione, esiste il rischio che i giudici possano dichiarare illegali le azioni di White Angel. Alcune disposizioni devono essere finalizzate per proteggere le forze dell’ordine da tale rischio. «Affinché il meccanismo funzioni a pieno, abbiamo bisogno di regolamenti che definiscano nel dettaglio il processo di evacuazione: da dove e verso dove un bambino può essere portato, dove soggiornerà prima di essere affidato a un tutore, chi svolgerà il ruolo di tutore e chi lo supervisionerà» aggiunge Mykhalov. Nessuno dovrebbe privare un bambino del diritto alla vita e alla salute. Nemmeno i genitori. Mykhalov afferma che dal 2023 non sono state presentate denunce contro White Angel per evacuazioni forzate nella regione di Donetsk. I bambini vengono evacuati da zone prive di elettricità, acqua corrente e copertura per telefoni cellulari. Le persone hanno paura di uscire e si nascondono nei seminterrati per non essere trovate dalla polizia o uccise dalle forze di occupazione. “Ciò che conta di più è la vita, soprattutto quella dei bambini. Quindi, se mai dovesse arrivare una denuncia del genere da una zona di evacuazione forzata, saremmo dalla parte degli ‘Angeli’ se non sono in grado di garantire la sicurezza del proprio figlio, sarà lo Stato a proteggerlo”, afferma Mykhalov, rappresentante del Commissario per i Diritti Umani della Verkhovna Rada nella regione di Donetsk ***’ Ciao, siamo Alina e Marharyta, le autrici di questo articolo. Grazie per averlo letto fino alla fine. Vivere vicino alla linea del fronte c’è un pericolo mortale, e alcuni genitori hanno condannato i propri figli a un’infanzia sotto i bombardamenti, mentre le forze di occupazione cercano di uccidere chiunque si muova e danno la caccia ai civili in quello che è diventato noto come un “safari umano”. La legge sull’evacuazione dei minori era stata pensata per dare alla polizia maggiore libertà d’azione nel trasferire i bambini dalle zone di prima linea. Ma il sistema legale può ancora considerare illegale un’evacuazione imposta dalla polizia. Ogni storia inizia con il tuo supporto. Unisciti alla comunità di Frontliner per permetterci di continuare a documentare la guerra della Russia contro l’Ucraina, sia in prima linea che nelle retrovie. Alina Evych Giornalista Dal 2018 si occupa di temi sociali e bellici e, da marzo 2022, è corrispondente di guerra. Lavora principalmente nelle regioni di Donetsk e Kharkiv. Ciò che più le sta a cuore è la fiducia delle persone che incontra e gli eroi che ritrae nei suoi reportage. Predilige argomenti che valgono il rischio, perché il risultato ripaga di ogni sforzo. Oggi, il suo obiettivo principale è creare contenuti unici e significativi che rimangano impressi nella memoria delle persone. Fa parte del team di Frontliner da luglio 2025. Marharyta Fal Fotografa Si concentra nel documentar sulla vita dei civili Redazione Roma
September 6, 2026
Pressenza
Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi? Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1] Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma “come agisce nella pratica diplomatica?”. Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo? Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump, Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale, investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato desiderabile. Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale? Europa — Che cosa sta diventando il Giappone? Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5] Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6] Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo? Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da Washington.[8] Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per parlare di autonomia strategica. Corea del Sud — Separare storia e cooperazione In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane, costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale. Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e coordinamento con gli Stati Uniti.[9] Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà una prova importante. Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica” Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi. Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti sino-giapponesi.[10] China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce nella direzione opposta.[11] Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta cinese può irrigidire l’ambiente regionale. Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le catene di approvvigionamento giapponesi.[13] L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto; diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro spazio di scelta. Sei prospettive, sei criteri diversi Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia; in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali; nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le possibilità di scelta degli altri paesi. Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”. Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i rapporti con Australia e Sud-est asiatico. Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione del Giappone. Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È ancora presto per rispondere. Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che resta fuori. Note e fonti [1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters, 28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026. [10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026. [5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia, 04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.   Kazuhiro Imamura
September 6, 2026
Pressenza
Coloni israeliani “escursionisti” nel mio villaggio della Cisgiordania.
IL PROSSIMO PASSO È IL VIOLENTO FURTO DI TERRE Gruppi organizzati ora vagano per Qira armati di fucili, rinominando i nostri luoghi sacri e mappando i nostri campi nell’ambito di un processo che si conclude con lo sradicamento dei palestinesi. Per decenni, la mia città natale di Qira è stata un santuario di tranquilla resistenza. Uno dei villaggi più piccoli della Cisgiordania occupata, situato nella governatorato di Salfit e nascosto a occhi avidi, è rimasto relativamente protetto dalle grandi confische di terre e dalle aggressive incursioni durante i lunghi anni di occupazione. Quella oscurità protettiva sta finendo. Nelle ultime settimane, gruppi organizzati di coloni israeliani armati hanno iniziato a fare regolari ed non autorizzate “escursioni esplorative” attraverso il nostro villaggio, passando davanti alle nostre case, ispezionando la nostra antica piscina romana e scendendo nella valle per esaminare i luoghi sacri locali, assegnando loro nomi ebraici e rivendicando collegamenti biblici. Ciò che potrebbe apparire a un osservatore esterno come innocue uscite ricreative è, di fatto, un precursore dell’espansione territoriale – una campagna di ricognizione che segnala che nessun spazio palestinese è al sicuro. Gli stessi coloni l’hanno dichiarato: “Ovunque calchi il piede l’escursionista”, ha affermato il fondatore di un gruppo escursionistico, “lì passerà il confine”. Non dobbiamo andare oltre il villaggio di Tell, vicino a Nablus, per vedere dove porta questa traiettoria. A luglio, quattro palestinesi sono stati uccisi lì dopo uno scontro innescato da una di queste “escursioni” armate di coloni, e i coloni impazziti hanno poi bruciato case nei villaggi vicini. In Cisgiordania, la ricognizione “civile” è l’avanguardia della violenza letale. Dalla tenda all’insediamento I coloni hanno avuto notevole successo nel radicarsi nella coscienza collettiva palestinese come minaccia costante, invadendo e prendendo sempre più ciò che appartiene ai palestinesi. La loro espansione non è più limitata ad aree aperte, terreni statali o spazi comuni. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro. La strategia segue un piano metodico: prima, i coloni arrivano per “esplorare” e fare ricognizione della terra, assegnando nomi ebraici ai siti palestinesi per fabbricare un diritto storico. Poi, montano una singola tenda, che presto diventa un caravan con strutture aggiuntive; seguono un recinto per animali e un camion che scarica un gregge. Gradualmente, questo posto temporaneo evolve in una casa permanente per una famiglia o un gruppo di giovani uomini, che lasciano pascolare il bestiame sui prati locali, cacciando fuori i greggi palestinesi e rivendicando la terra come propria. I fautori di questo modello di “insediamento pastorale” hanno dotato questi avamposti di veicoli fuoristrada, droni con telecamere, fucili automatici, occhiali per la visione notturna e tutto il supporto logistico necessario per sostenere la loro presenza. La loro portata si sta ora espandendo a un ritmo allarmante, con tour organizzati per familiarizzare con la geografia circostante: siti storici, luoghi sacri religiosi, cisterne d’acqua e sorgenti profonde nelle città, villaggi e comunità palestinesi. Una trappola narrativa La dimensione psicologica di queste incursioni è deliberata quanto la presenza fisica. I coloni registrano i loro tour e li trasmettono sui social media in video curati accompagnati da musica. Il più inquietante di tutti è il furto sonoro: i video presentano tradizionali melodie folcloristiche palestinesi, ritmi legati alla nostra campagna e ai nostri antenati, ri-registrate con testi ebraici che invocano temi religiosi. Sovrapponendo testi ebraici a melodie native palestinesi mentre camminano nei nostri campi, i coloni tentano una doppia cancellazione: etichettano antichi monumenti palestinesi con toponimi biblici mentre si appropriano dei paesaggi sonori della vita rurale palestinese. Queste incursioni creano anche una pericolosa trappola per i residenti. Non sorprende più, per un palestinese, aprire la finestra e vedere coloni vagare per le strade del villaggio, potenzialmente entrando nel suo cortile, ispezionando il suo negozio o prendendo le sue proprietà. Eppure, quando i palestinesi cercano di difendere le loro case o i loro beni, vengono immediatamente rappresentati dalle autorità e dai media israeliani come se avessero attaccato “escursionisti ebrei” per motivi nazionalistici. Questa narrativa invertita concede efficacemente ai coloni licenza di abusare o uccidere palestinesi sotto la copertura dell’autodifesa. Per un palestinese, il costo della resistenza è assoluto. Difendere la propria proprietà può significare essere uccisi sul colpo, vedere la casa familiare destinata alla demolizione punitiva e guardare l’intero villaggio soggetto a punizioni collettive e blocchi. Non ci sono ancora stati scontri o distruzione di proprietà a Qira, ma la quiete non porta sollievo: una ricognizione di questo tipo raramente rimane passiva a lungo. Quando i coloni camminano attraverso il mio villaggio, mettono le nostre melodie in preghiere ebraiche e rivendicano la nostra antica piscina romana come propria, affermano la proprietà su ciò che è nostro, trasformando il nostro santuario in una frontiera attiva. Nessuno può prevedere come, quando o dove questa tensione insopportabile esploderà. Rimanere con dignità Nonostante questo soffocamento incessante, il nostro legame con la nostra terra, la nostra storia e il nostro paese rimane incrollabile. Sumud, la nostra fermezza, è l’atto quotidiano di svegliarsi a Qira, curare i nostri ulivi e rifiutare di essere cancellati. Non vogliamo essere costretti a lasciare la nostra terra solo per diventare migranti indesiderati e senza documenti in Europa o negli Stati Uniti, dove politici come Donald Trump dipingono i rifugiati come minacce attraverso una lente razzista e li accusano di diluire la cultura occidentale. Non abbiamo alcun desiderio di partire, e non abbiamo altra casa. Ciò che vogliamo è rimanere con dignità sulla nostra terra. L’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele Mike Huckabee ha definito i coloni che attaccano le comunità palestinesi “terroristi”, ma insiste che siano una “molto piccola minoranza” di “non-coloni”, inquadrando la stragrande maggioranza come pacifici vicini. Eppure l’imprenditoria degli insediamenti stessa è un illegale e aggressivo takeover della nostra terra. Quando gruppi armati entrano nei nostri villaggi, espropriano la nostra acqua e smantellano le nostre comunità con il sostegno dello stato e la protezione militare, funzionano collettivamente come un apparato di terrore contro la vita civile. La pressione su di noi sta crescendo a un grado senza precedenti, soprattutto per una generazione più giovane che vede ogni percorso verso una vita normale bloccato. Per restare, abbiamo bisogno di un vero sostegno dalla comunità internazionale, e soprattutto di una pressione significativa sullo Stato occupante per fermare il terrorismo incontrollato dei coloni in tutta la Cisgiordania. Promettiamo che non lasceremo. Tutto ciò che chiediamo è di essere lasciati in pace per vivere, costruire e fiorire nella nostra patria. Traduzione di Nazarena Lanza Fareed Taamallah 2 September 2026 Organised groups now roam through Qira armed with rifles, renaming our shrines and surveying our fields as part of a process that ends in Palestinian dispossession   For decades, my hometown of Qira was a sanctuary of quiet endurance. One of the smallest villages in the occupied West Bank, nestled in the Salfit governorate and tucked away from covetous eyes, it remained relatively shielded from major land confiscations and aggressive incursions throughout the long years of occupation. That protective obscurity is ending. In recent weeks, organised groups of armed Israeli settlers have begun making regular, unauthorised “exploratory hikes” through our village, wandering past our homes, inspecting our ancient Roman water pool and descending into the valley to survey local shrines, assigning them Hebrew names and claiming biblical connections. What may appear to an outside observer as harmless recreational outings is, in fact, a precursor to territorial expansion – a scouting campaign signalling that no Palestinian space is safe. The settlers themselves have said as much: “Wherever the hiker’s foot treads,” the founder of one hiking group has declared, “there the border will pass.” We need look no further than the village of Tell, near Nablus, to see where this trajectory leads. In July, four Palestinians were killed there after a confrontation sparked by one such armed settler “hike”, and rampaging settlers then burned homes in nearby villages. In the West Bank, “civilian” scouting is the vanguard of lethal violence. From tent to settlement Settlers have succeeded remarkably in embedding themselves in the collective Palestinian consciousness as a constant threat, encroaching upon and seizing ever more of what Palestinians own. Their expansion is no longer limited to open areas, state lands or communal grounds. When settlers walk through my village, set our melodies to Hebrew prayers and claim our ancient Roman pool as their own, they assert ownership over what is ours The strategy follows a methodical blueprint: first, settlers arrive to “explore” and scout the land, assigning Hebrew names to Palestinian sites to manufacture historical entitlement. Next, they pitch a single tent, which soon becomes a caravan with additional structures; then come an animal pen and a truck unloading a herd. Gradually, this temporary post evolves into a permanent home for a family or a group of young men, who unleash their livestock to overrun local pastures, driving out Palestinian herds and claiming the land as their own. The architects of this “pastoral settlement” model have equipped these outposts with four-wheel-drive vehicles, camera drones, automatic rifles, night-vision goggles and all the logistical support needed to sustain their presence. Their reach is now expanding at an alarming pace, with organised tours to familiarise themselves with the surrounding geography: historic sites, religious shrines, water cisterns and springs deep within Palestinian cities, villages and communities. A narrative trap The psychological dimension of these incursions is as deliberate as the physical presence. Settlers record their tours and broadcast them across social media in polished videos set to music. Most unsettling of all is the sonic theft: the videos feature traditional Palestinian folk melodies, rhythms tied to our countryside and our ancestors, re-recorded with Hebrew lyrics invoking religious themes. By superimposing Hebrew lyrics on native Palestinian melodies while walking through our fields, the settlers attempt a double erasure, relabelling ancient Palestinian landmarks with biblical toponymy while appropriating the very soundscapes of rural Palestinian life. These incursions also set a dangerous trap for residents. It is no longer surprising for a Palestinian to open their window and see settlers wandering through the village streets, potentially entering their courtyard, inspecting their shop or taking their property. Yet when Palestinians attempt to defend themselves, their homes or their belongings, they are immediately portrayed by Israeli authorities and media as having attacked “Jewish hikers” out of nationalist motives. This inverted narrative effectively grants settlers licence to abuse or kill Palestinians under the guise of self-defence. For the Palestinian, the cost of resistance is absolute. Defending one’s property can mean being killed on the spot, seeing one’s family home slated for punitive demolition and watching the entire village subjected to collective punishment and lockdown. There have been no clashes or property destruction in Qira yet, but the quiet brings no relief: surveying of this kind rarely stays passive for long. When settlers walk through my village, set our melodies to Hebrew prayers and claim our ancient Roman pool as their own, they assert ownership over what is ours, transforming our sanctuary into an active frontier. No one can predict how, when or where this unbearable tension will erupt. Remaining with dignity Despite this relentless strangulation, our attachment to our land, our history and our country remains unwavering. Sumud, our steadfastness, is the daily act of waking up in Qira, tending our olive trees and refusing to be erased. We do not want to be forced off our land only to become unwanted, undocumented migrants in Europe or the US, where politicians like Donald Trump paint refugees as threats through a racist lens and accuse them of diluting western culture. We have no desire to leave, and we have no other home. What we want is to remain with dignity on our own soil. US Ambassador to Israel Mike Huckabee has called the settlers attacking Palestinian communities “terrorists”, but insists they are a “very small minority” of “unsettlers”, framing the overwhelming majority as peaceful neighbours. Yet the settlement enterprise itself is an unlawful, aggressive takeover of our land. When armed groups enter our villages, expropriate our water and dismantle our communities with state backing and military protection, they function collectively as an apparatus of terror against civilian life. The pressure on us is mounting to an unprecedented degree, especially for a younger generation who sees every path to a normal life blocked. To stay, we need genuine support from the international community, and above all meaningful pressure on the occupying state to halt unchecked settler terrorism across the West Bank. We promise that we will not leave. All we ask is to be left in peace to live, build and flourish in our homeland. Fareed Taamallah
September 4, 2026
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