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Appello urgente alla comunità internazionale affinché intervenga immediatamente per fermare la violenza di Israele
Negli ultimi giorni, la violenza perpetrata dalle milizie dei coloni, avallata e sostenuta dall’esercito israeliano, si è intensificata in tutta la Cisgiordania, con episodi quali l’incendio e la distruzione di proprietà palestinesi e l’espulsione forzata di famiglie e comunità. Questi attacchi sono stati accolti con silenzio e inazione da gran parte della comunità internazionale, consentendo alla violenza di continuare e intensificarsi. L’evento odierno nel villaggio di Tell (Area B), in cui un “tour” dei coloni nel villaggio si è concluso con l’uccisione di almeno 4 palestinesi e 1 colono e il ferimento di diverse persone, sta portando a un’escalation di violenza nella zona, con coloni, ministri e membri della Knesset che invocano ulteriori attacchi di vendetta, già iniziati in tutta la Cisgiordania. L’esperienza dimostra che questi eventi possono degenerare rapidamente in pogrom di massa se accolti con il silenzio. Chiediamo alla comunità internazionale di agire subito. È necessario esercitare una pressione immediata sul governo israeliano affinché fermi ulteriori attacchi, prevenga pogrom e ulteriori uccisioni e garantisca la protezione dei palestinesi, in conformità con gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale. Adalah; Akevot; Bimkom; Breaking the Silence; B’Tselem; Emek Shaveh; Gisha; HaMoked; Haqel; Human Rights Defenders Fund; Ir Amim; MachsomWatch; Parents Against Child Detention; Peace Now; Physicians for Human Rights Israel; Yesh Din; Zazim   Pressenza New York
July 24, 2026
Pressenza
L’insostenibile quotidianità di Gaza
Forse qualcuno ricorda quando nel marzo scorso la nostra amica Veronica raccontò della sua insegnante online di inglese, da Gaza. Le lezioni sono continuate, Veronica migliora il suo inglese. Reem, la sua insegnante, si fa trovare pronta e collegata all’ora giusta, qualche volta rischia che la sua carica non sia sufficiente e si scusa dovendo terminare prima la lezione. Dovrà andare a trovare in una tenda vicina o in una piazza. Così come ci si mette in coda per l’acqua, così si fa per la corrente, immaginiamo. Sabato 18 Veronica legge cosa Reem ha scritto sul suo stato di whatsapp. Riesce a copiare l’immagine, legge e rilegge quello che ha scritto. Ecco la traduzione, sotto un’immagine dove si vedono morti, feriti, distruzione… “Questa è la scena fuori dal posto di lavoro dove vado ogni giorno a lavorare e dove cerco di ricostruire un po’ di normalità. Per fortuna ieri ho deciso di lavorare dalla mia tenda: mi sentivo esausta e semplicemente non avevo le energie per uscire. Mentre lavoravo, questo posto è stato bombardato. C’è stata una strage. Dieci persone sono state uccise e molte altre ferite. Non so se considerarmi fortunata per non essere stata lì in quel preciso istante… o sfortunata per essere ancora viva ed essere così costretta ad assistere ogni giorno a scene come questa.” Veronica, sgomenta, cerca informazioni su cosa è successo quel giorno e trova questi articoli di Eliana Riva sul Manifesto (https://ilmanifesto.it/bombe- sul-corteo-funebre-scene-di-ordinario-orrore-a-nuseirat  e Michele Giorgio su Pagine Esteri  https://pagineesteri.it/2026/07/18/medioriente/ gaza-bombe-sul-funerale-e-nuove-demolizioni/) In sintesi: fuori dalla moschea Ahmed Yassin di Nuseirat, venerdì 17 luglio, un drone ha bombardato un corteo funebre, a cui partecipavano adulti e bambini. Si tratta di uno dei tanti massacri che Israele continua a perpetrare a Gaza, dove, dallo scorso 11 ottobre, nonostante la presunta tregua, almeno 1200 palestinesi sono stati uccisi. Veronica chiede a Reem se vuole scrivere di più per condividere con chi da questa parte del mondo, anche se sensibile e segue i fatti, difficilmente può riuscire a immaginare e sentire cosa significa vivere così vicino alla morte e all’annientamento del proprio popolo e della propria storia. Reem è disponibile. Veronica mi cerca e mi dice: “Cosa possiamo chiederle Andrea?” Penso, penso. “Dove e come trovi la forza per andare avanti? Cosa ti aiuta e ti genera momenti di sollievo? Puoi/vuoi fare tu delle domande a noi? Cosa ci chiedi/chiedete di fare? Così risponde Reem: > “Rispetto alla questione della forza, beh, è davvero complicato. Penso che non > ci sia altra possibilità. O trovi la forza di affrontare tutto questo, > continui ad andare avanti e lavori per il tuo futuro, oppure crolli > completamente. E io non perdo la speranza che la vita possa cambiare un > giorno. Io devo mantenermi da sola… non c’è nessun altro che possa farlo per > me. La vita e le sue circostanze sono davvero difficili, e non ho mai imparato > davvero ad arrendermi (non importa quanto brutte diventino le cose). > Per quanto riguarda i momenti di sollievo, non esagererei affatto se dicessi > che non ci sono veri momenti di riposo. Vivere in una tenda con questo caldo è > davvero pesante. È quasi impossibile riposare, a causa del caldo estremo, > anche se vorrei fare un pisolino durante il giorno. Quindi passo la maggior > parte della giornata con tutto questo rumore intorno e quasi nessuna privacy. > Ma cerco di godermi le piccole cose che possono alleviare un po’ la pressione > della vita, come andare in palestra, vedere i miei amici o bere un caffè con > la cioccolata. Per quanto riguarda l’ultima domanda, onestamente, non so > davvero cosa dire…  Gaza ha bisogno di un aiuto reale e concreto, qualcosa che > possa aiutare concretamente le persone a continuare a vivere e ad andare > avanti dopo l’inferno che abbiamo vissuto negli ultimi tre anni. E > personalmente (forse sembra egoistico) vorrei poter trovare un aiuto o un modo > per lasciare Gaza e iniziare una nuova vita all’estero… prima che crolliamo > completamente qui… o moriamo.” Con Veronica ci guardiamo in silenzio. Due considerazioni: dobbiamo fare tutto il possibile per non abbandonare Reem, per non abbandonare il popolo palestinese. Continuare a fare pressioni, perché si rompa l’assedio di Gaza. Torneremo presto a chiedere a Reem se vorrà raccontarci, fosse solo per far sapere al maggior numero di persone possibili come si vive in quel pezzo di terra che il governo israeliano e il suo esercito hanno trasformato in un inferno. Andrea De Lotto
July 23, 2026
Pressenza
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 1
L’Iran è uno dei paesi più ampiamente raccontati e analizzati al mondo. Dalla Rivoluzione del 1979 a oggi, sono stati scritti migliaia di articoli, libri, servizi giornalistici e analisi politiche sull’Iran. Il dossier nucleare, le sanzioni, le tensioni con l’Occidente, le politiche regionali della Repubblica Islamica e le proteste sociali hanno fatto sì che l’Iran sia rimasto quasi costantemente al centro dell’attenzione dei media, del mondo accademico e dei circoli politici all’estero. Tuttavia, rimane una domanda fondamentale: vedere l’Iran significa anche vedere gli iraniani? Questo saggio parte dal presupposto che il problema centrale non sia la mancanza di attenzione verso l’Iran. Al contrario, l’Iran è stato oggetto di discussioni e analisi più di molti altri paesi. Il problema è che l’Iran viene spesso osservato attraverso filtri che privilegiano lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica rispetto all’esperienza vissuta della sua gente. Il risultato è che si può parlare per ore dell’Iran senza capire nulla della vita quotidiana degli iraniani. Una parte significativa di questa situazione non può essere spiegata esclusivamente con la censura statale. Questo divario viene riprodotto anche nel processo stesso di produzione della narrazione. Accademici, giornalisti e attivisti politici si avvicinano all’Iran da angolazioni diverse. Ognuno ha la propria logica e la propria missione, evidenziando alcuni aspetti della realtà e oscurandone altri. Di conseguenza, ciò che si vede spesso dell’Iran non è la vita delle sue persone, bensì lo Stato iraniano, la crisi iraniana o la questione iraniana. L’ACCADEMIA E L’IRAN: QUANDO LA TEORIA SOSTITUISCE L’ESPERIENZA Gli accademici hanno il compito di spiegare il mondo. Per farlo, si affidano a teorie, modelli e concetti astratti; questo è sia necessario sia indispensabile. Senza la teoria, è impossibile comprendere le strutture di potere, i processi storici o le complesse relazioni politiche. Eppure, questa stessa caratteristica può creare una distanza tra la teoria e l’esperienza vissuta. In gran parte della letteratura accademica sull’Iran, lo Stato occupa il centro dell’analisi. L’Iran viene esaminato come attore regionale, regime ideologico o problema di sicurezza, mentre la società rimane spesso ai margini. Asef Bayatètra è tra i pochi studiosi che hanno cercato di reindirizzare l’attenzione dallo Stato e dalle élite politiche alla vita quotidiana delle persone comuni. Egli dimostra che la politica non si manifesta solo a livello statale; è presente anche nelle pratiche quotidiane, nei piccoli atti di resistenza e negli sforzi delle persone per espandere il proprio spazio vitale. Ciononostante, una parte considerevole degli studi sull’Iran rimane incentrata sullo Stato. In particolare all’interno di alcuni approcci antimperialisti, la Repubblica Islamica riceve maggiore attenzione rispetto alla società iraniana stessa. I pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero vengono giustamente sottolineati; eppure, la repressione interna, i prigionieri politici, la discriminazione di genere e le restrizioni alle libertà civili vengono talvolta spinti in secondo piano. Ciò che emerge qui è una forma di “orientalismo al contrario” all’interno di alcuni circoli accademici occidentali: un contesto in cui la società iraniana viene privata della propria azione (agency), e qualsiasi movimento endogeno di trasformazione viene attribuito ai think tank di Washington, sotto lo schermo di una pur legittima critica all’egemonia occidentale. Contemporaneamente, il predominio del “riduzionismo culturale” riduce le complessità materiali e di classe dell’Iran a rigide astrazioni come il binomio “tradizione contro modernità”. Il problema non è semplicemente che lo Stato si veda più della società. Piuttosto, nel caso dell’Iran, molte discussioni sono impostate fin dall’inizio in modo tale da rendere secondaria l’esperienza vissuta dalle persone. Negli ultimi decenni, gran parte degli studi sull’Iran si è concentrata sulla Rivoluzione del 1979, sull’Islam politico, sulla politica estera della Repubblica Islamica, sul programma nucleare e sulla rivalità dell’Iran con l’Occidente. Si tratta indubbiamente di argomenti importanti; tuttavia, una conseguenza involontaria di questa focalizzazione è stata che la stessa società iraniana è stata frequentemente trattata come un mero sfondo di questi sviluppi. Ad esempio, negli anni che hanno preceduto l’accordo sul nucleare, gran parte della letteratura accademica e politica ruotava attorno alla questione se l’accordo avrebbe modificato o meno il comportamento della Repubblica Islamica. Centinaia di articoli hanno esaminato le conseguenze regionali del JCPOA, il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e l’impatto dell’accordo sull’ordine internazionale. Eppure, rispetto a questa vasta mole di ricerche, molta meno attenzione è stata dedicata a comprendere come gli iraniani comuni vivessero le sanzioni, la corruzione strutturale, le restrizioni politiche e le crisi economiche, e come i loro mezzi di sussistenza venissero costantemente erosi sotto gli ingranaggi dell’alta diplomazia. Una tendenza simile si può osservare in alcune risposte accademiche al movimento “Donna, Vita, Libertà”. Molte analisi sono state preziose, affrontando le dimensioni di genere, sociali e culturali del movimento. Tuttavia, alcune si sono concentrate meno sull’esperienza dei manifestanti stessi e più su questioni quali la possibilità che il movimento portasse a un cambio di regime, il sostegno dell’Occidente o l’impatto sull’equilibrio di potere regionale. In tali narrazioni, i manifestanti stessi sono talvolta diventati attori secondari in un più ampio dramma geopolitico. È proprio qui che diventa evidente l’importanza del lavoro di Asef Bayat. Il suo significato non risiede semplicemente nel fatto di aver scritto sull’Iran o sul Medio Oriente, ma nella sua decisione di spostare il punto di partenza dell’analisi dallo Stato alla società. Nelle sue opere, le persone non sono semplici vittime o spettatori; sono agenti che trovano il modo di rimodellare le proprie vite nonostante i gravi limiti. Forse la lezione più importante di questa prospettiva è che comprendere l’Iran richiede di partire dalla sua gente e dalla loro vita quotidiana, piuttosto che dallo Stato. MEDIA E IRAN: QUANDO LA NARRAZIONE SOSTITUISCE LA COMPLESSITÀ Se gli accademici spiegano il mondo, i giornalisti lo raccontano. E raccontare richiede inevitabilmente una selezione. Nessun servizio giornalistico può trasmettere la piena complessità di una società. Di conseguenza, i media gravitano attorno a storie chiare, immagini simboliche e narrazioni facilmente comprensibili. Nel caso dell’Iran, questa logica ha portato a ripetere all’infinito alcune immagini: negoziati sul nucleare, donne senza velo, proteste di piazza, repressione politica e tensioni regionali. Queste immagini sono reali, ma non costituiscono l’intera realtà. Ciò che i media mainstream riproducono ripetutamente all’interno della cornice dell’“industria della narrazione” è l’immagine dell’Iran come una società unidimensionale in perenne stato di esplosione. All’interno di questa logica commerciale, la resistenza civile—come gli sforzi per istituire sindacati indipendenti o l’attivismo ambientale—manca di un immediato valore di “notizia dell’ultima ora” (breaking news) e diventa quindi censurata attraverso l’invisibilità. La copertura mediatica dell’Iran illustra chiaramente la tensione tra realtà e narrazione. Ai giornalisti è richiesto di spiegare fenomeni complessi a un pubblico vasto entro tempi limitati. Questa necessità evidenzia inevitabilmente alcuni elementi, spingendone altri oltre il campo visivo. Il Movimento Verde del 2009 ne offre un chiaro esempio. Gran parte della copertura internazionale si è concentrata principalmente sulle elezioni contestate e sulle divisioni tra le fazioni all’interno della Repubblica Islamica. Sebbene ciò fosse indubbiamente importante, non rappresentava l’intera realtà. Per molti manifestanti, la questione andava ben oltre i risultati elettorali. Sentimenti di esclusione politica, richieste di libertà civili e uno scontento accumulato nei confronti della struttura del potere costituivano dimensioni essenziali delle proteste. Eppure, le narrazioni mediatiche dominanti hanno spesso ridotto gli eventi a una rivalità tra Ahmadinejad, Mousavi e le élite politiche, lasciando ampiamente invisibile l’esperienza di umiliazione politica vissuta dal pubblico. Un modello diverso è emerso durante le proteste di novembre 2019. Questa volta, la copertura mediatica si è concentrata prevalentemente sulla violenza della repressione statale. I rapporti sul numero delle vittime, il blocco di internet e le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani erano del tutto necessari. Ciononostante, è stata dedicata molta meno attenzione alla composizione sociale dei manifestanti o alle condizioni materiali ed economiche che avevano dato origine alla rivolta. In molte narrazioni, i manifestanti stessi erano visibili, ma la vita sociale e le radici di classe della loro rivolta sono rimaste in gran parte unseen (invisibili). Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha assistito a un’ulteriore forma di semplificazione. Le immagini di donne che si toglievano o bruciavano il velo sono diventate il simbolo globale delle proteste. Si è trattato di un’immagine potente che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale. Al tempo stesso, tuttavia, vi era il pericolo che l’intero movimento venisse ridotto a quella singola immagine. In realtà, il movimento non ha mai riguardato esclusivamente il velo obbligatorio. Riguardava anche le libertà politiche, i diritti delle donne, la crisi di legittimità del regime, le rivendicazioni generazionali, le disuguaglianze economiche strutturali e molte altre questioni. Nel frattempo, la solidarietà di insegnanti, studenti espulsi, lavoratori in sciopero e famiglie in cerca di giustizia è stata oscurata da questa rappresentazione mediatica compressa. Per questo motivo, si può consumare un’enorme quantità di notizie sull’Iran pur possedendo solo una comprensione limitata della società iraniana. I media presentano l’Iran, ma spesso solo attraverso momenti eccezionali, mentre la vita reale della sua gente continua, con tutta la sua complessità , negli intervalli tra quei momenti. – Continua – Redazione Torino
July 21, 2026
Pressenza
Saharawi: la vera Odissea è la normalizzazione, il silenzio e l’economia del neocolonialismo
Il recente film Odyssey di Christopher Nolan, pur presentandosi come un’opera cinematografica di indiscutibile fascino artistico grazie a una magnetica destrutturazione temporale e a maestose riprese panoramiche in 70mm capaci di tradurre il viaggio mitologico in una profonda riflessione filosofica sulla memoria e sull’ossessione del ritorno, porta con sé una pesante implicazione geopolitica. Questa produzione, infatti, rischia di inserirsi in una sistematica strategia di normalizzazione culturale volta a rendere invisibile la drammatica condizione del popolo Saharawi e la sua legittima lotta per l’autodeterminazione nei territori occupati del Sahara Occidentale. Attualmente, il Regno del Marocco controlla militarmente circa l’80% del territorio, mentre la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD) il restante 20%, un’area interna, desertica e priva di sbocchi costieri o significative risorse economiche. Il quadro giuridico internazionale, tuttavia, è inequivocabile. Già nel 1975, il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito l’assenza di qualsiasi vincolo di sovranità territoriale tra il Marocco e il Sahara Occidentale, definendo di fatto Rabat come una potenza occupante de facto. Nel 2002, il parere legale del Sottosegretario per gli Affari Legali delle Nazioni Unite, Hans Corell, ha ribadito che lo sfruttamento delle risorse naturali nei Territori Non Autonomi è lecito esclusivamente a due condizioni tassative: deve andare a diretto beneficio della popolazione autoctona e deve avvenire previo consenso e in conformità con i desideri della stessa. A confermare questo orientamento si sono aggiunte le storiche sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), che hanno annullato a più riprese gli accordi commerciali e di pesca tra UE e Marocco nella misura in cui includevano illegalmente le terre e le acque territoriali del Sahara Occidentale. Le origini del conflitto risalgono al novembre del 1975, quando il re Hassan II diede inizio alla “Marcia Verde“, un’operazione strategica che vide la penetrazione di 350.000 civili marocchini scortati da ingenti forze militari. Questa massiccia occupazione costrinse gran parte della popolazione indigena a una drammatica fuga verso l’inospitale deserto algerino, dove oggi circa 200.000 profughi sopravvivono nei campi di accoglienza situati nella regione di Tindouf. Coloro che sono rimasti nelle zone occupate vivono in uno stato di costante privazione dei diritti fondamentali, all’interno di uno scenario documentato di “impunità strutturale”. Come rilevato da molteplici organismi internazionali – tra cui il Robert F. Kennedy Human Rights, il Gruppo di Lavoro sulla Detenzione Arbitraria (WGAD), il Comitato contro la Tortura (CAT) delle Nazioni Unite, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani (OHCHR), Amnesty International, Human Rights Watch e il centro NOVACT – il governo marocchino ricorre sistematicamente alla detenzione amministrativa e giudiziaria come strumento di persecuzione politica per reprimere il dissenso, blindando al contempo l’area per impedire l’accesso a osservatori e media indipendenti esterni. Nonostante gli accordi per il cessate il fuoco siglati nel 1991 sotto l’egida dell’ONU, che prevedevano l’istituzione della missione MINURSO e la promessa di un referendum per l’autodeterminazione, la consultazione non è mai stata celebrata a causa dei continui veti e ostruzionismi opposti da Rabat. Questa situazione di stallo si è consolidata nel tempo anche grazie all’avallo esplicito di importanti attori geopolitici occidentali e internazionali, come gli Stati Uniti, Israele, la Francia e la Spagna, nonché al silenzio complice di numerose altre nazioni. Al contrario, l’Unione Africana e molti Stati storicamente vicini al movimento dei non allineati mantengono una ferma posizione di supporto alla causa saharawi. Questo prolungato stallo politico consente al Marocco di sfruttare indisturbato le immense ricchezze del territorio: il controllo strategico delle coste oceaniche (tra le rotte più pescose al mondo), i ricchi giacimenti di fosfati, lo sviluppo di impianti di energia rinnovabile, le esplorazioni per idrocarburi e, non da ultimo, la promozione del turismo internazionale. Una penetrazione economica ed estrattivista che non sarebbe realizzabile senza il supporto di investimenti esteri e una diffusa complicità internazionale. In questo scenario, la cultura e l’industria del cinema si trasformano in potenti vettori di legittimazione e normalizzazione geopolitica. Il piano strategico di investimenti del governo marocchino offre infatti un tax rebate (rimborso fiscale) del 30% per le produzioni internazionali che spendono almeno un milione di dollari e garantiscono un minimo di 18 giorni di riprese nel Paese. Questa agevolazione economica viene deliberatamente estesa anche ai territori occupati del Sahara Occidentale. Il Centro Cinematografico Marocchino (l’ente statale incaricato di erogare i fondi) assimila formalmente l’area al resto del Regno, definendola una «provincia del sud» al fine di promuoverla a livello internazionale come territorio pienamente nazionale. È così che le suggestive sequenze di Odyssey hanno trasformato la Duna Bianca – una straordinaria oasi naturalistica incontaminata nei pressi della città occupata di Dakhla – nel set ideale per rappresentare Ogigia, l’isola mitologica in cui la ninfa Calipso trattiene Ulisse. La scelta di questa location dimostra come Rabat utilizzi la settima arte come un sofisticato strumento di soft power, capace di occultare una complessa realtà di occupazione militare dietro la bellezza delle immagini e l’efficienza di un’infrastruttura industriale competitiva su scala globale. Di fronte a questa operazione di mistificazione, suscita profonda perplessità l’atteggiamento di testate giornalistiche tradizionalmente vicine alle lotte post-coloniali e all’autodeterminazione dei popoli. È il caso del quotidiano Il Manifesto, che in un lungo articolo intitolato «Odissea, la ricerca del mito nel nostro tempo», ha dedicato ampi spazi celebrativi alla pellicola di Nolan limitandosi a una recensione puramente artistico-critica, omettendo qualsiasi accenno alla gravità del contesto geopolitico in cui le riprese si sono svolte. Una voce critica si leva invece dalle pagine della testata MOW (Men On Wheels), in cui si sottolinea come «Odyssey sia un film sensazionale che ha incantato la critica» ma si ricorda al contempo che «alcune scene sono state girate nella città di Dakhla. Siamo nel Sahara Occidentale, in un territorio conteso occupato dal Marocco, dove le popolazioni indigene non possono raccontare le proprie storie senza timore di essere imprigionate». L’articolo conclude denunciando come la scelta produttiva abbia «contribuito a legittimare il controllo marocchino sul territorio conteso», delineando «un’Odissea geopolitica molto più complessa di quella epica». Parallelamente, il Western Sahara International Film Festival (FiSahara) ha espresso una dura condanna, evidenziando come la produzione «contribuisca alla repressione del popolo saharawi da parte del Marocco» e agevoli «gli sforzi del regime marocchino per normalizzare l’occupazione». Un monito ribadito con forza dall’attivista saharawi Mamine Hachimi, il quale ha dichiarato che filmare in quei territori senza il consenso della popolazione locale rende la produzione stessa complice e parte integrante del sistema repressivo. Le parole più toccanti e incisive giungono dall’artista, regista e scrittore saharawi Mohamed Sleiman Labat: «Utilizzare i territori del Sahara Occidentale per girare un film senza il consenso del popolo sahrawi non è meno problematico ed estrattivista che sfruttare i nostri fosfati, le nostre risorse ittiche, il vento, il sole o qualsiasi altra risorsa: è un furto a tutti gli effetti e un’appropriazione indebita del territorio e della cultura. Christopher Nolan, non c’è bisogno di tornare indietro nel tempo di 3000 anni per “scavare” una storia umana di ritorno a casa, sfollamento, guerra, sofferenza umana e tradimento. Proprio il luogo in cui il tuo film è stato in parte girato racconta oggi esattamente quei temi. Tu e la tua troupe vi trovavate su una terra i cui legittimi proprietari sono stati sfollati con la forza e che da 50 anni cercano di tornare a casa. L’odissea odierna e il lungo viaggio di ritorno a casa, costellato di ostacoli, sono una realtà vissuta dai sahrawi e da molte altre comunità sfollate. È incredibile rendersi conto che, per raccontare la storia del viaggio decennale di Ulisse verso casa, hai dovuto utilizzare la terra di un popolo che da 50 anni cerca di tornare a casa». Paolo Mazzinghi
July 20, 2026
Pressenza
“L’Albania siamo noi”: 50 giorni di protesta a
Rientrato da un paio di giorni in Italia dall’Albania, continuo a seguire attraverso i social e le persone che ho conosciuto lì la Rivoluzione dei Fenicotteri. Ho fatto tre viaggi a Tirana, dove ho potuto toccare con mano un fenomeno che può insegnarci molto e ora tento una sintesi di questa esperienza. Da un Paese dove fino ad un paio di mesi fa sembrava regnare l’apatia politica e sociale, ci arriva un poderoso esempio di impegno civico, di resistenza e di speranza. Soltanto l’11 maggio del 2025 il sedicente partito “socialista” di Edi Rama aveva ottenuto il 53,27% dei voti, il suo alleato “socialdemocratico” del clan di Tom Doshi, il boss di Scutari era al 3,10%, mentre “l’opposizione” di Sali Berisha era arrivata al 32,93%. In tutto tra governo e un’opposizione che è di fatto il rovescio della stessa medaglia, avevano l’89,30%. Tre piccoli partiti di opposizione (due di centro e uno di sinistra) si aggiudicavano i voti rimanenti e un deputato ciascuno. La partecipazione al voto però era solo del 44,83%. Le proteste pacifiche, iniziate da poche decine di persone, da gruppi ecologisti e dal piccolo partito Levizja Bashke (Movimento Insieme), contro il resort voluto dalla figlia di Trump Ivanka e dal marito Kushner nell’isola di Suzuan e nell’area protetta della Laguna di Narta, avevano scatenato una violenta risposta dei vigilantes privati a guardia dell’area. Le immagini, diventate subito virali sui social media, hanno suscitato un forte sdegno e una forte indignazione, che si è rapidamente trasformata in proteste di massa coinvolgendo decine di migliaia di persone. Queste proteste hanno avuto il loro epicentro a Tirana, dove proseguono ininterrottamente da 50 giorni con quotidiani presidi davanti al palazzo del Primo Ministro e manifestazioni che attraversano la capitale scegliendo ogni giorno una strada diversa. “L’Albania non è in vendita”, “All’Albania serve una Rivoluzione”, “Dimissioni!”, “Per voi è finita”, “No alla corruzione”, “Rama e Berisha in prigione”, “Vogliamo una Nuova Albania”… sono gli slogan più gridati. A partire dalla difesa dell’oasi naturale, dove nidificano i Fenicotteri Rosa, la protesta si è rapidamente allargata ad una serie di questioni legate al malgoverno del Paese. La corruzione, innanzitutto, che riduce la politica a lotta per il potere senza nessun reale progetto di cambiamento e di soluzione dei problemi reali del popolo. Le proteste, che hanno coinvolto i lavoratori della diaspora e gli albanesi dei Paesi confinanti, hanno messo all’ordine del giorno uno sviluppo sostenibile, che crei posti di lavoro utili alla collettività e non alle speculazioni di un capitalismo straniero rapace e ai profitti degli oligarchi. Così via via le proteste hanno coinvolto anziani con pensioni da fame, lavoratori sfruttati o costretti ad emigrare, disabili a cui sono negati adeguati sussidi e studenti che non hanno garantito un futuro nel Paese. La pacifica determinazione di questo popolo che tenacemente continua la sua lotta quotidiana, possa essere un esempio per tutti i popoli che vedono i loro diritti minacciati da una ristrettissima cerchia di persone che si arricchiscono sempre di più e senza alcuno scrupolo etico con la complicità di politici venduti e corrotti. Mauro Carlo Zanella
July 19, 2026
Pressenza
47 giorni di protesta a Tirana: la voce degli studenti
Ieri sera la Rivoluzione dei Fenicotteri è arrivata al suo quantasettesimo giorno. Il presidio si è via via ingrandito e il corteo che ogni sera segue un diverso itinerario per le vie di Tirana era formato da migliaia e migliaia di persone. Oggi però alcuni giovani hanno inscenato una performance vestiti da neo laureati con il tradizionale copricapo e un mantello nero. Diamo quindi a loro la parola traducendo i loro cartelli. Mi sono laureato: all’Accademia di Polizia, ma la decisione della commissione mi ha bloccato; in Giurisprudenza, ma un raccomando ha preso il mio posto; in Ingegneria, ma l’amico del Ministro ha ottenuto l’incarico al posto mio; come ingegnere forestale, ma le foreste sono diventate resort; in Scienze Politiche ma la burocrazia mi dava davvero sui nervi; in Finanza, ma devi accettare che 5×4=25 in Sicurezza Informatica, ma le spie del Partito mi sono passate avanti; in Urbanistica, ma le società straniere si sono aggiudicate i progetti; come attore, ma non posso permettermi il costo della vita; in Architettura, ma il figlio del sindaco ha ottenuto l’incarico al mio posto; in Marketing, ma il Primo Ministro ha nominato un altro al mio posto; come insegnante, ma una bustarella ha deciso per me; in Belle Arti, ma il nepotismo mi è stato di ostacolo; come Giornalista, ma la stampa non è libera; in Legge, ma il figlio di un criminale ha ottenuto il posto che sarebbe dovuto spettare a me; in Relazioni Internazionali, ma la posizione è stata presa dalla figlia di un oligarca; in Storia e stiamo scrivendo la Storia proprio ora. Mauro Carlo Zanella
July 17, 2026
Pressenza
Nella scuola di Valditara è vietato pensare?
Il liceo Vivona di Roma sta vivendo un momento drammatico: un’ispezione ministeriale – volta ad accertare un fatto che non ha alcun evidente motivo di essere perseguito (una comunicazione privata, dopo la fine degli esami e la pubblicazione degli esiti, in cui il loro ex professore invitava i propri ex studenti e studentesse a restare vigili e consapevoli di fronte alle atrocità e alle violenze commesse dai forti contro i deboli, ricordando la vicenda del genocidio di Gaza)– si è abbattuta sulla nostra scuola. Il caso di un libero cittadino che esponga il proprio punto di vista (corredandolo di citazioni letterarie, di cui non si è volutamente afferrato il significato profondo) ad altri liberi cittadini e cittadine, è un fatto da indagare, insomma. Strano: la comunicazione, infatti, è intervenuta a rapporto docente-discenti concluso, dopo la pubblicazione degli esiti degli esami di Stato. Ciò nonostante, il quotidiano “Il Tempo” in un articolo mal scritto e capzioso, ha rivelato e commentato impudicamente il testo della comunicazione, che sarebbe stata fornita al giornale da uno studente anonimo, che parla di “un professore di latino e greco di una scuola di Roma”, fornendone un’interpretazione manipolatoria e in alcuni passaggi priva di logica. Nonostante nell’articolo del “Tempo” non sia nominata la nostra scuola, docenti, ma – soprattutto – studentesse e studenti, sono sottoposte/i ad un accertamento volto a determinare la presunta “colpevolezza” del nostro collega, stimato – come stanno testimoniando le numerose attestazioni che arrivano in queste ore – per cultura, preparazione, onestà intellettuale, impegno nella società, peraltro membro del consiglio di istituto. Quello che ciascuna/o di noi ha fatto – nel corso dell’anno scolastico – per far comprendere ai propri studenti e alle proprie studentesse ciò che è accaduto e continua ad accadere in Palestina è certificato dai nostri registri scolastici, cui gli ispettori possono certamente accedere, senza necessità di intervistare ragazzi e ragazze appena diplomati: un’operazione di informazione, analisi, approfondimento su una circostanza storica drammatica, che è sotto gli occhi di tutti/e, che affonda le proprie radici in una storia antica; e che non noi, ma istituzioni internazionali come l’ONU, definiscono genocidio. Molte e molti di noi, come docenti della scuola della Repubblica e come educatori alla pace, hanno avvertito non solo il diritto, ma il dovere di non abbassare lo sguardo e di rispondere alle domande che studentesse e studenti ci ponevano. Nel caso di specie, però, si tratta di altro. Un ex docente di ex studentesse e studenti si congeda da loro lasciando un messaggio: non accontentatevi di guardare la superficie, esercitate il libero arbitrio che è stato rafforzato attraverso la conoscenza che la scuola vi ha fornito, restate umani, chiunque voi sarete. Qui non si tratta di libertà di insegnamento, ma di libertà di espressione. Alcuni/e di noi hanno deciso – una volta appresa la notizia dell’audizione da parte degli ispettori – di spedire il medesimo messaggio ai propri ex studenti e studentesse: un atto di condivisione, di solidarietà, di contestazione di un evento rispetto al quale non intendiamo rimanere indifferenti, che rivendichiamo; auditeci tutti/e. E diteci chiaramente in cosa abbiamo violato leggi, norme, codice deontologico. Ai nostri colleghi, ma soprattutto agli studenti e alle studentesse che sono stati sottoposti -a 19 anni – al dilemma per decidere se essere delatori o mentitori, comunichiamo la nostra solidarietà: non è questa la scuola del comma 1 dell’art. 33 (che prevede le libertà di insegnamento e di apprendimento); la scuola dell’art. 11 (impudicamente ed erroneamente tirato in ballo dall’art. del “Tempo”, da cui sarebbe scaturito il casus belli, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.); la scuola dell’art. 21 (“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”). In particolare: servendosi del ruolo di docente che un libero cittadino riveste, in un contesto però differente da quello in questione (che è lo scambio di idee con ex studenti), si tenta di minare una delle garanzie costituzionali della libertà individuale e collettiva: il diritto di manifestare il proprio pensiero. Un fatto inedito. A quando l’intervento su quanto padri e madri dicono ai propri figli/figlie? E chiediamo loro scusa: talvolta gli adulti sbagliano. E non stiamo parlando del professore oggetto dell’audizione Redazione Italia
July 16, 2026
Pressenza
Tirana: 46 giorni di Resistenza
L’occupazione dei cantieri navali di Danzica, nel 1980, durò 18 giorni e sempre nel 1980 i metalmeccanici presidiarono i cancelli di Mirafiori per 35 giorni. Lo sciopero dei minatori inglesi tra il 1984 ed il 1985 durò esattamente un mese. Il presidio giornaliero in piazza Duomo a Milano è giunto al suo terzo mese di mobilitazione. Mani Rosse Antirazziste presidia il Viminale ogni giovedì da 8 anni. Il movimento No TAV è in mobilitazione permanente da oltre trent’anni. A volte queste mobilitazioni sono state sconfitte e per anni se ne sono pagate le conseguenze, altre volte hanno segnato dei punti in proprio favore, ma non esistono alternative. Se si vuole contrastare la politica di riarmo dell’Unione Europea, se si vuole impedire una guerra globale in Europa, se si vuole avere uno stato sociale decente e pensioni e salari dignitosi, non esistono scorciatoie ad una mobilitazione permanente. Non siamo numeri! Siamo voci! Il governo deve ascoltarci, non restare in silenzio! Si può vincere, si può perdere, ma se non si prova ad organizzare le speranze in una lotta di lunga durata, la sconfitta è già segnata e le conseguenze saranno devastanti. Diceva Ernesto Che Guevara, la cui immagine ho visto apparire anche qui a Tirana: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.” I manifestanti che animano le proteste in Albania sanno di avere a che fare con un muro di gomma, con un potere arrogante e sordo. Sanno che la loro lotta potrebbe essere lunga, che anche la vittoria al referendum, per cui sono state raccolte oltre venticinquemila firme in un solo banchetto a Tirana (la metà di quante ne servirebbero entro la metà di novembre) potrebbe essere poi annullata, aggirando il risultato con nuove leggi emanate da un Parlamento saldamente in mano ai due compari Edi Rama e Sali Berisha, come è accaduto in Italia rispetto all’acqua pubblica così come oggi si vorrebbe aggirare le vittorie ai referendum contro le centrali nucleari. La corrente va in direzione opposta alla nostra e basta fermarsi per tornare indietro, anche rispetto a diritti che riteniamo erroneamente acquisiti. Non esistono alternative al nuotare in direzione “ostinata e contraria”. Questa è la lezione che ci viene oggi dall’Albania: una minoranza, se ha valide ragioni e se sa essere coerente credibile e tenace, può innescare un movimento di massa potenzialmente in grado di cambiare il corso della Storia. Come dicono i Notav della Valsusa “Sarà dura” e chi ci governa non ci farà sconti. Mauro Carlo Zanella
July 16, 2026
Pressenza
L’Unione Europea chiude le porte ai disertori ucraini
Rifondazione Comunista condanna la decisione del Consiglio d’Europa di escludere dalla proroga della protezione umanitaria i disertori che fuggono dall’Ucraina. La decisione di ieri di prorogare fino al 4 marzo del 2028, la possibilità di ricevere protezione umanitaria speciale in Europa per le cittadine e i cittadini ucraini in fuga dalla guerra, contiene questa oscena esclusione. La guerra per procura contro la Russia necessita di carne da cannone e quindi i governi dell’Unione Europea – si legge nel comunicato del Consiglio d’Europa – “hanno convenuto che la protezione temporanea dovrebbe essere concessa solo a coloro che adempiono ai propri obblighi militari in Ucraina”, di fatto tutti coloro che sono considerati idonei in una fascia di età che va dai 23 ai 60 anni. Il provvedimento ha lo scopo di favorire il reclutamento militare che sta sempre più avvenendo in maniera forzata, con tanto di caccia all’uomo nelle città e nei villaggi. Nel giorno in cui l’UE chiude le porte agli uomini ucraini in età da combattimento che devono continuare a versare il proprio sangue per la NATO Zelenskyy ha insignito Ursula von der Leyen dell’Ordine d’Europa. La “solidarietà europea” verso il popolo ucraino si è tradotta in quattro anni e mezzo di inutile strage. Quante vittime inutili in nome di una vittoria impossibile. Lo abbiamo gridato dall’inizio: l’unica maniera di essere solidali era lavorare per la trattativa. La violazione delle convenzioni internazionali è palese ma non importa a chi è convinto, per i propri profitti e interessi, della necessità di non dover ricorrere, per altri due anni, alla diplomazia. Restiamo al fianco di tutti i disertori di ogni guerra, indipendentemente dalla divisa indossata. Rifondazione Comunista invita al rilancio della mobilitazione contro la guerra e il riarmo e alla solidarietà attiva con tutti i disertori ucraini e russi. #noallaguerra #stoprearmeurope #Ucraina Maurizio Acerbo
July 15, 2026
Pressenza
Quarantacinquesimo giorno di protesta: costruiscono torri ma manca l’acqua potabile
In Albania ci sono gruppi nella società civile che da anni operano per la difesa dell’ambiente, contro gli oligarchi e la svendita del Paese. Sono gli stessi gruppi che si sono mobilitati contro gli accordi con il governo italiano per la carcerazione di coloro che si salvano dai frequenti naufragio e che, Costituzione Italiana alla mano, avrebbero diritto a sbarcare e a chiedere asilo nel nostro Paese. Anche in quella occasione Edi Rama ha dimostrato di essere al tempo stesso arrogante verso il proprio popolo e servo di chi ha un po’ di potere più di lui, servo dei servi insomma. Tirana è un cantiere, in cui in continuazione appaiono nuove torri dalle forme più bizzarre e fantasiose. Per consentire la speculazione edilizia si cacciano le famiglie più povere, che vivono da sempre in alcuni quartieri via via rasi al suolo, poiché spesso non hanno documenti che attestino il possesso delle abitazioni in cui abitano. Molte famiglie sono diventate proprietarie delle case popolari che un tempo erano di proprietà dello stato e che in seguito vennero cedute a chi già le abitava. Per i figli di questa fortunata generazione gli affitti nel centro di Tirana sono assolutamente proibitivi e le fantasiose torri già costruite o in costruzione restano in gran parte vuote. Perfino abitare nella periferia di Tirana è praticamente impossibile per chi vive con uno stipendio medio-basso. In questa città, dove interi quartieri vengono via via demoliti e ricostruiti in forme futurista, l’acqua è un bene prezioso, cosa che non era al tempo del regime stalinista. In gran parte delle abitazioni l’acqua non è potabile e deve essere acquistata in taniche da cinque o da dieci litri. Mi torna in mente l’intervista ad un bos della camorra, che era stato denunciato per aver sepolto fusti di rifiuti tossici. Al l’intervista tore, che gli chiedeva come avesse potuto inquinare le falde acquifere del suo stesso Paese, rispondeva alzando le spalle: “Che me ne fotte: io bevo l’acqua minerale”. Questo accade in Albania grazie ad oligarchi che uniscono ad un capitalismo rapace un sistema mafioso, coperto da una classe politica quasi completamente inerte e complice poiché collusa e corrotta. Per questo i cittadini albanesi non smettono di protestare contro la corruzione e per una “Shqiperia e re”, ossia per una nuova Albania. Mauro Carlo Zanella
July 15, 2026
Pressenza