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La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra
«Se Pinochet fosse vivo voterebbe per me». Questa frase, da sola, basterebbe per descrivere la portata di quello che è successo in Cile domenica 14 dicembre 2025, giorno delle ultime elezioni presidenziali. A pronunciarla, qualche anno fa, nel 2021, fu José Antonio Kast, che oggi è il nuovo Presidente della Repubblica. Leader dell’estrema destra, Kast proviene da una famiglia tedesca emigrata in Cile dopo la seconda guerra mondiale. Suo padre, Michael Kast, fu membro del Partito Nazista e servì nella Wehrmacht durante la guerra, mentre uno dei suoi fratelli, Miguel Kast, fu ministro durante il regime di Pinochet. Tuttavia, per il nuovo Presidente questo pedigree non è affatto imbarazzante. Così come per una parte consistente della popolazione cilena non sono un’eredità imbarazzante i quasi 17 anni di dittatura. Ma l’assenza di una memoria condivisa, a 52 anni dal golpe, non è l’unico motivo che ha portato alla vittoria dell’ultradestra. Il Cile in cui Kast si è affermato è un Paese prima di tutto dominato dalla paura, ma soprattutto dalla delusione. Una delusione che, per essere compresa fino in fondo, richiede un passo indietro di quasi sei anni. LE PROTESTE DEL 2019 Nel 2019, 30 anni dopo il ritorno alla democrazia, il Cile continua a fare i conti con l’eredità del modello neoliberista imposto durante la dittatura di Pinochet: uno stato sociale debole e frammentato e una distribuzione della ricchezza profondamente diseguale. L’economia cilena è tradizionalmente considerata come una delle più solide dell’America Latina, ma l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza, mentre il 50% più povero appena il 2%. A questa situazione si aggiungono un sistema sanitario pubblico limitato e un sistema pensionistico gestito da compagnie assicurative private, con pensioni che spesso non raggiungono i 400 euro mensili. Le diseguaglianze economiche logorano la coesione sociale e il Paese è una pentola a pressione pronta a esplodere. > Il 7 ottobre 2019, dopo l’entrata in vigore dell’aumento delle tariffe del > sistema di trasporto pubblico, Santiago diventa l’epicentro delle proteste che > saranno poi conosciute come “estallido social”, a partire dal 18 ottobre. Le e gli studenti iniziano a rifiutare in massa di pagare il biglietto e a occupare le fermate della metro. Scendono in strada manifestando contro le disuguaglianze, il carovita e la corruzione. Il 18 ottobre la situazione si aggrava, alcune linee della metropolitana vengono chiuse a causa di forti scontri tra carabineros e manifestanti. Le proteste si fanno sempre più violente, nella notte la capitale è in preda a incendi e saccheggi, mentre incominciano a verificarsi episodi di rivolta in tutto il Paese. La mattina del 19, il Presidente Sebastian Piñera sospende l’aumento della tariffa della metro e dichiara lo stato di emergenza, con un coprifuoco in tutta l’area metropolitana di Santiago. Ma ormai è troppo tardi, la bomba cilena è già esplosa. > Lo stato d’emergenza viene esteso in quasi tutte le città capoluogo e > l’esercito viene dispiegato per le strade per far rispettare l’ordine e > reprimere le rivolte. Il 21 ottobre Piñera dichiara: «Siamo in guerra contro > un nemico potente e implacabile». Quel nemico è il suo stesso popolo. Il 25 ottobre, più di un milione di persone scendono in strada a Santiago, in quella che sarà considerata da autorità e stampa come «La marcha más grande de Chile». Non è noto con certezza il numero dei manifestanti che hanno partecipato in tutto il Paese. L’estallido raggiunge la sua fase più intensa tra novembre e dicembre del 2019, affievolendosi nei primi mesi del 2020 con l’arrivo della pandemia di COVID-19, ma i suoi effetti sulla società cilena sono destinati a perdurare nel tempo. Accanto ai casi di rivolte violente e saccheggi, sono molteplici le segnalazioni di abusi e violazioni dei diritti umani da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti: torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e verbali. Echi da un passato oscuro. Un passato che la società cilena credeva di aver lasciato alle spalle. di Luca Profenna IL GOVERNO BORIC E IL PROCESSO DI RIFORMA COSTITUZIONALE Tuttavia, l’estallido social ha portato con sé anche una serie di promesse e speranze: riduzione delle disuguaglianze, rafforzamento dello stato sociale, giustizia sociale, riconoscimento delle popolazioni indigene, una nuova costituzione. Queste speranze hanno consentito, nel 2022, l’elezione del governo Boric e l’avvio di un tentativo di riforma costituzionale teso a superare la Carta del 1980, un’ulteriore eredità del regime di Pinochet. L’11 marzo del 2022, Gabriel Boric raccoglie il 56% dei voti al ballottaggio, battendo proprio José Antonio Kast, diventando il presidente più giovane nella storia recente del Cile. Proveniente dai movimenti studenteschi e portatore di un linguaggio radicalmente diverso da quello della politica tradizionale, Boric conquista la presidenza a capo di una coalizione di partiti e movimenti sinistra. Il suo programma prevede la sostituzione del sistema pensionistico privato con uno pubblico, l’introduzione di tasse più progressive, l’aumento del salario minimo e la riduzione della settimana lavorativa a 40 ore, la riforma delle forze di polizia e investimenti nella lotta contro il cambiamento climatico. In poche parole, un nuovo Cile. L’assemblea costituente, intanto, redige una nuova costituzione, che per alcuni osservatori sarebbe stata una delle più progressiste del mondo. Sicuramente più progressista di quanto la maggior parte dei cileni si aspettasse: ampi diritti alle popolazioni indigene, protezione ambientale, disposizioni sulla parità di genere, impegni più ampi in materia di welfare e un significativo intervento economico statale. La destra sale sulle barricate, inizia una massiccia campagna mediatica contro la riforma costituzionale. A peggiorare la situazione, la lunghezza e la complessità della nuova Carta, di fatto uno dei progetti costituzionali più estesi al mondo, con 388 articoli e numerose disposizioni transitorie, che rendono difficile per molti cittadini capire come e quando le riforme sarebbero entrate in vigore. Ampia tematicamente e complessa nel linguaggio, la proposta introduce concetti innovativi e ostici per l’elettorato cileno: come lo Stato plurinazionale e i sistemi di giustizia paralleli per le popolazioni indigene. Concetti sostenuti dai settori progressisti, ma percepiti come radicali da una parte rilevante dell’elettorato. > Al referendum del 4 settembre 2022, gli elettori respingono la proposta con > quasi il 62% dei voti: una sconfitta schiacciante. A meno di un anno > dall’inizio del suo mandato, Boric si trova così ad affrontare il primo grande > fallimento del suo governo. Non è soltanto il fallimento di un testo > costituzionale, ma il collasso del principale veicolo simbolico del > cambiamento. L’opposizione, rinvigorita, cerca di avviare un nuovo processo costituzionale, producendo un secondo documento, più conservatore. Ma anch’esso viene affossato nel referendum del 17 dicembre del 2023. Ma quel giorno, a Santiago del Cile, non ci sono folle festanti. La costituzione voluta da Pinochet è ancora in vigore. Dopo il primo referendum, il governo Boric entra in una nuova fase. La spinta riformista lascia il posto alla necessità di governare in un contesto istituzionale ostile, con un Parlamento frammentato e un’opinione pubblica più prudente, se non addirittura diffidente. Boric rimescola il governo, apre agli esponenti più moderati della sinistra tradizionale e abbassa il tono della sua agenda. Questo passaggio produce una frattura profonda. I settori che avevano visto in lui il rappresentante politico dell’estallido iniziano a percepirlo come normalizzato, assorbito dalle logiche del potere che aveva promesso di cambiare. Al tempo stesso, i settori moderati continuano a giudicarlo inesperto e indeciso. Il risultato è un governo che fatica a costruire una maggioranza sociale solida e riconoscibile. di Luca Profenna Uno dei punti di maggiore attrito riguarda il tema della sicurezza. L’estallido nasce anche come reazione agli abusi delle forze dell’ordine e alla repressione statale. Boric aveva promesso un nuovo approccio, più garantista e rispettoso dei diritti umani. Tuttavia, durante il suo mandato, la percezione di insicurezza cresce: criminalità organizzata, narcotraffico e violenza urbana diventano temi centrali nel dibattito pubblico. La destra cilena alimenta questa percezione e riesce a far breccia. Di fronte a questa pressione, il governo è costretto a rafforzare polizia ed esercito, adottando misure che contraddicono la narrativa originaria. Un altro nodo cruciale, profondamente legato alle aspettative dell’estallido, è la questione mapuche. Durante la campagna elettorale, Boric aveva promesso un cambio di paradigma nel rapporto tra Stato e popoli indigeni: dialogo politico, riconoscimento dei diritti territoriali e fine della militarizzazione del Wallmapu, territorio mapuche che comprende la cosiddetta “Macrozona sur”. Una promessa che si inscriveva perfettamente nella narrativa di rottura con il passato e nella visione di uno Stato plurinazionale. Una volta al governo, però, queste aspettative si sono scontrate con le esigenze politiche. L’esecutivo ha prorogato più volte lo stato d’emergenza, mantenendo la presenza militare nell’area. Questo ha generato una forte delusione tra le comunità indigene e parti della società cilena che avevano sostenuto Boric, alimentando l’accusa di continuità con le politiche securitarie dei governi precedenti. > Sul piano sociale ed economico, i risultati del governo appaiono parziali, con > riforme promesse come epocali e poi annacquate dal compromesso parlamentare. > Mentre il mandato di Boric sta per finire, pensioni, sanità, istruzione e > costo della vita restano problemi centrali per ampi settori della popolazione > cilena. È innegabile la sproporzione tra le aspettative nate nel 2019 e l’impatto concreto delle politiche pubbliche sulla vita quotidiana. La sensazione diffusa è che il cambiamento promesso non si sia tradotto in miglioramenti tangibili. L’estallido aveva alimentato l’idea di una svolta storica, mentre il governo Boric appare invece intrappolato nella gradualità e nei limiti del sistema che voleva superare. Tuttavia, il fallimento più profondo dell’era Boric non è misurabile in leggi o riforme, ma nella sfera simbolica. Gabriel Boric rappresentava una generazione che chiedeva un nuovo modo di fare politica: più vicino ai movimenti, più empatico, più trasparente. Con il passare del tempo, questa promessa si è scontrata con la realtà delle istituzioni e del potere. Per molti giovani e per una parte della società scesa in piazza nel 2019, la delusione non riguarda solo un programma mancato, ma la sensazione che un momento storico irripetibile sia stato sprecato. Non tanto perché il Cile non sia cambiato abbastanza, ma perché l’energia collettiva che sembrava poterlo trasformare si è dissipata senza trovare una forma duratura. di Luca Profenna IL TRIONFO DELL’ESTREMA DESTRA È in questo clima di sconforto che prende il via la campagna per l’elezione del 37° Presidente della Repubblica del Cile. Al primo turno, gli avversari principali di Kast sono: Jeannette Jara, candidata della sinistra unitaria, espressione del Partito Comunista del Cile ed ex-ministra del Lavoro del Governo Boric; Evelyn Matthei, esponente della destra moderata, ma comunque conservatrice su economia e ordine pubblico; Johannes Kaiser, figura di destra radicale, con posizioni più conservatrici e controverse dello stesso Kast; infine, Franco Parisi, del “Partido de la Gente”, figura populista di centro-destra con posizioni anti-establishment. > La campagna viene fin da subito dominata dai temi della sicurezza, della > criminalità e dell’immigrazione. Questioni che la destra cilena è riuscita a > far percepire all’elettorato come prioritarie, nonostante le statistiche > offrano una descrizione del Cile come uno dei paesi più sicuri del continente. Inizialmente i sondaggi sembrano dare Evelyn Matthei come favorita, ma un esercito di bot inizia a intraprendere una campagna tesa a minare la sua credibilità, sostenendo addirittura che fosse affetta da Alzheimer. Evelyn Matthei denuncia la presenza di gruppi dell’estrema destra vicini a Kast dietro le diffamazioni. La guerra sucia è talmente violenta da indurre Janette Jara a prendere le sue difese, nonostante siano politicamente agli antipodi. José Antonio Kast riesce ad arrivare secondo con il 23% dei voti, a pochi punti di distanza da Janette Jara, che ottiene il 26%. Evelyn Matthei arriva quinta e, visibilmente contrariata, viene costretta dal suo partito ad appoggiare pubblicamente e far convergere i propri voti su Kast. Passerà il resto della campagna elettorale postando sui social contenuti con oggetti di colore rosso, chiaro riferimento alla candidata di sinistra. Janette Jara tenta di affrontare nel migliore dei modi un’elezione che la vede partire sfavorita fin dall’inizio. Mantenendo l’impostazione progressista del suo programma, cerca di presentarsi come un profilo moderato, la giusta via di mezzo tra l’entusiasmo giovanile dell’estallido e la concretezza di una dirigente di esperienza pronta a governare il Paese. Incalza Kast, che rifiuta persino di partecipare ai dibattiti. Riprende alcune proposte di Evelyn Matthei, come quella di coprire l’intero acconto per l’acquisto della prima casa per i giovani tra i 25 e i 40 anni. Cerca di gettare il cuore oltre l’ostacolo, ma non ci riesce. Il 14 dicembre 2025, Kast ottiene il 58% dei voti. L’estrema destra vince in tutte le regioni del Paese, dal deserto di Atacama ai boschi australi, dalle Ande al mare. Il Cile che nel 2019 riempiva le piazze chiedendo dignità, diritti e giustizia sociale è oggi un Paese diverso, profondamente cambiato. Un Paese che vota ordine e sicurezza, dove la paura è diventata programma politico. La Cordigliera, che da sempre osserva Santiago come una madre silenziosa, resta lì, immobile. Ma i sogni che ai suoi piedi avevano preso forma sembrano oggi più lontani che mai. Copertina a cura dell’autore. Immagini nell’articolo di Luca Profenna SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo La Cordigliera dei sogni infranti. Il Cile dall’Estallido al trionfo dell’ultradestra proviene da DINAMOpress.
Il Pinochet dal volto democratico
Articolo di Karina Nohales, Pablo Abufom Domenica 14 dicembre, il candidato di estrema destra José Antonio Kast ha vinto con ampio margine (58,2%) al secondo turno delle elezioni presidenziali contro la sua avversaria, la candidata filogovernativa e membro del Partito Comunista, Jeannette Jara (41,8%). Il risultato rientra nelle previsioni dei principali istituti di sondaggi, ma conferma anche una tendenza politica più ampia, visibile fin dalle primarie del partito al governo di giugno. Come osservato allora “la sfida per la candidatura di Jeannette Jara è enorme su diversi livelli. Il primo e più importante è trasformare gli 825.835 voti delle primarie nei 7 milioni necessari per vincere il ballottaggio presidenziale, che per la prima volta dal 2012 si svolgerà con voto obbligatorio, un sistema che, secondo tutte le tendenze, ha favorito la destra”. Da parte nostra, dopo il primo turno delle elezioni presidenziali, abbiamo constatato che “i risultati elettorali di domenica 16 novembre mostrano chiaramente l’entità della vittoria della destra. Alle elezioni presidenziali, questo blocco ha raggiunto il 50,3% dei voti, distribuito tra José Antonio Kast (23,9%, Partito Repubblicano), Johannes Kaiser (13,9%, Partito Libertario Nazionale) ed Evelyn Matthei (12,5%, Chile Vamos)”. Con un’affluenza alle urne dell’85%, Jeannette Jara ha aumentato i suoi voti di circa 1,7 milioni tra il primo e il secondo turno. Tuttavia, questa crescita si è rivelata chiaramente insufficiente contro l’avanzata di Kast, che ha guadagnato oltre quattro milioni di nuovi elettori e ha vinto in ogni regione del Paese, senza eccezioni. Analizzare la distribuzione dei voti per genere ed età consente di comprendere più precisamente questa dinamica. Kast ha ottenuto i risultati migliori tra gli elettori maschi in tutte le fasce d’età, ma ha registrato anche una performance particolarmente positiva tra le donne di età compresa tra 35 e 54 anni. Jara, d’altra parte, ha prevalso tra le elettrici sotto i 35 anni e sopra i 54 anni, con una base di sostegno conseguentemente più frammentata e localizzata socialmente. CHI È JOSÉ ANTONIO KAST? José Antonio Kast non è un outsider . È stato membro dello storico partito pinochetista, l’Unione Democratica Indipendente (Udi), per oltre due decenni, è stato deputato per sedici anni consecutivi (2002-2018) e si è candidato alla presidenza tre volte. Nel 2016, si dimise dall’Udi sostenendo che il partito avesse abbandonato i suoi principi fondanti – ultraconservatore in materia morale, cattolico in materia culturale e neoliberista in materia economica – a favore di una strategia di mobilitazione di massa e moderazione retorica. Poco dopo, nel 2017, lanciò la sua piattaforma presidenziale, Republican Action, che nel 2019 si costituì formalmente come partito politico con il nome di Republican Party, la sua attuale forza politica. In linea con questo percorso, nel 2020 Kast è stato uno dei firmatari della cosiddetta Carta di Madrid, un’iniziativa promossa dall’estrema destra internazionale con l’obiettivo esplicito di fermare “l’avanzata del comunismo” in America Latina. Kast è il più giovane dei dieci figli di immigrati tedeschi Kast-Rist. Suo padre, Michael Kast, era un soldato delle forze armate naziste (Wehrmacht) ed era affiliato al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Sia i suoi genitori che diversi suoi fratelli sono stati coinvolti in attività commerciali nel settore agricolo del Cile centrale. Inoltre, documentate indagini giornalistiche e giudiziarie collegano i membri della famiglia Kast alle attività criminali del Centro Nazionale di Informazione (Cni) durante la dittatura di Pinochet, inclusa la loro partecipazione a pattugliamenti civili a fianco delle forze repressive del regime e a operazioni associate a gravi violazioni dei diritti umani, tra cui sparizioni forzate. Il fratello maggiore di José Antonio, Miguel Kast, economista formatosi all’Università di Chicago, ha ricoperto posizioni chiave durante la dittatura: è stato ministro del Lavoro e in seguito presidente della Banca Centrale. Nel suo ruolo di ministro dell’Ufficio Nazionale di Pianificazione (Odeplan) tra il 1978 e il 1980, Miguel Kast Rist è stato uno dei principali fautori della categoria statistica di “povertà estrema”, che indirizzava la spesa sociale verso i settori più poveri della società. Questa definizione ha istituzionalizzato una politica di spesa sociale minima, orientata alla mera sopravvivenza, pienamente coerente con il programma di aggiustamento strutturale e di smantellamento dello stato sociale attuato dalla dittatura. Proveniente da una famiglia dal background politico ultra-cattolico, Kast si identifica come un fedele discepolo del principale ideologo civile della dittatura cilena e fondatore del partito Udi, il defunto ex senatore Jaime Guzmán. In questo quadro di riferimenti Guzmán ha mantenuto una posizione estrema sull’aborto: “La madre deve avere il figlio anche se nasce con anomalie, non è voluto, è frutto di uno stupro o se averlo comporta la sua morte”. Come membro del parlamento, Kast si è costantemente opposto all’estensione dei diritti civili e sessuali. Ha votato contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso e la legge antidiscriminazione, ha condotto una campagna attiva contro l’educazione sessuale completa, ha respinto la distribuzione gratuita della pillola del giorno dopo e ha sostenuto l’abrogazione della legislazione vigente sull’aborto in tre circostanze specifiche. Questo orientamento si è riversato anche nelle sue proposte politiche. Durante la sua seconda campagna presidenziale ha proposto di eliminare il ministero per le Donne e l’Uguaglianza di Genere, sostituendolo con un ministero per la Famiglia, e di riservare alcuni programmi di assistenza sociale – particolarmente rilevanti per le donne povere – esclusivamente alle donne sposate. Nel 2017, durante la sua prima campagna presidenziale, sua moglie, Pía Adriasola, raccontò in un’intervista che, dopo aver espresso il desiderio di posticipare la gravidanza prima del terzo figlio – la coppia ne ha nove – consultò un medico che le prescrisse contraccettivi orali. Secondo la sua testimonianza, quando comunicò a Kast questa decisione, lui reagì con la frase: «Sei pazza? Non è possibile», e poi la portò da un prete, che le disse che l’uso di quelle pillole era proibito. Nell’agosto dello stesso anno, José Antonio Kast fu proclamato candidato da gruppi di militari in pensione e da organizzazioni di familiari di condannati per crimini contro l’umanità. In un evento tenutosi al Teatro Caupolicán, dichiarò: «Mi chiamo José Antonio Kast e difendo con orgoglio l’operato del governo militare. Credo che molti militari e membri delle forze armate siano perseguitati e, se sarò presidente, mi impegno a proteggere le forze armate», promettendo di perdonare «tutti coloro che sono ingiustamente o disumanamente imprigionati». Tra i condannati c’è Miguel Krassnoff Martchenko, generale di brigata dell’esercito al momento del colpo di stato del 1973, in seguito agente della Direzione Nazionale dell’Intelligence (Dina) – la polizia segreta della dittatura – e condannato a oltre 1.060 anni di carcere in ventisette casi per rapimento, tortura e sparizione forzata. A Kast, che ha fatto visita a Krassnoff in carcere, è stato ripetutamente chiesto durante quest’ultima campagna presidenziale se intendesse ancora perdonarlo. Si è sempre rifiutato di rispondere. Tutto questo ci permette di caratterizzare José Antonio Kast come un difensore esplicito e coerente della dittatura di Pinochet, non solo in termini di rivendicazione simbolica della lotta anticomunista del passato, ma anche come tentativo consapevole di recuperare il quadro programmatico pinochetista per affrontare le molteplici crisi che la società cilena sta affrontando oggi. La sua proposta combina la mano pesante per ripristinare «lo stato di diritto», la deregolamentazione e la mercificazione dei servizi sociali per «migliorare le condizioni per gli investimenti e la creazione di posti di lavoro», e una concezione della società fondata sulla centralità della famiglia, il diritto preferenziale alla proprietà privata, l’imprenditorialità individuale e il controllo patriarcale su donne e bambini. COSA ASPETTARSI DAL PROSSIMO GOVERNO? Nel 2023, in seguito alla sconfitta del processo costituente scaturito dalla rivolta sociale, ebbe luogo un secondo tentativo di riforma costituzionale che fu, in ogni senso, l’antitesi del precedente. L’organismo noto come consiglio costituzionale era composto da cinquanta consiglieri, ventidue dei quali appartenenti al Partito repubblicano, che ne presiedeva anche la presidenza. La proposta costituzionale emanata da quell’organismo, elaborata a immagine e somiglianza degli ideali repubblicani, consisteva in un ritorno al testo originale della Costituzione Pinochet del 1980, spogliata delle riforme introdotte durante il periodo democratico. Il progetto fu respinto nel plebiscito del dicembre 2023 con il 55,7% dei voti. Questo risultato ha concluso il ciclo costituzionale iniziato nel 2019. Tuttavia, il processo ha permesso di mettere alla prova il grado di dogmatismo del progetto repubblicano e ha portato alla ribalta diverse figure politiche che, con ogni probabilità, svolgeranno un ruolo significativo nei prossimi quattro anni di governo. Domenica sera, nel suo primo discorso da presidente eletto, Kast ha optato per un tono moderato. Ha dichiarato il suo rispetto per la democrazia, per gli avversari politici e per il pluralismo, ha espresso una presunta volontà di raggiungere accordi e ha riconosciuto il contributo dei suoi predecessori. A tratti, è sembrato adottare la cosiddetta «politica degli accordi» che ha caratterizzato la governance post-dittatura: un quadro sostenuto da un centro-sinistra che aveva abbracciato l’economia sociale di mercato e da una destra che aveva gradualmente cercato di prendere le distanze dall’eredità esplicita del pinochetismo per gestire la transizione democratica. Tuttavia, questa retorica conciliante contrasta nettamente con le iniziali dichiarazioni programmatiche della sua squadra. Il piano annunciato per i primi tre mesi della sua amministrazione è in linea con il Kast, della campagna elettorale, ed è strutturato attorno a quattro pilastri centrali: controriforma fiscale, deregolamentazione, offensiva contro il lavoro e aggiustamento fiscale. In materia fiscale, Kast propone di invertire la riforma attuata durante il secondo mandato di Michelle Bachelet, riducendo le tasse per le medie e grandi imprese ed eliminando l’imposta sugli utili individuali per gli imprenditori. Questo approccio rafforza la natura regressiva del sistema fiscale e consolida il trasferimento di reddito verso i settori più ricchi. In termini di regolamentazione, il programma di Kast mira a smantellare i limiti esistenti al potere del capitale, con particolare attenzione alla deregolamentazione dei quadri normativi di tutela ambientale e all’allentamento delle restrizioni al settore immobiliare. Si tratta di un programma a lungo sostenuto dalle grandi imprese, che negli ultimi anni hanno diffuso il neologismo “permsologia” per delegittimare i processi di valutazione dell’impatto ambientale applicati a progetti con potenziali effetti negativi sui beni tutelati dalla normativa vigente. Al centro dell’attacco al mondo del lavoro, l’obiettivo principale è ridurre la capacità di controllo e di applicazione delle leggi contro le pratiche antisindacali e anti-lavorative, indebolendo la Direzione del Lavoro. A ciò si aggiunge l’intenzione esplicita di limitare l’applicazione della legge sulla settimana lavorativa di 40 ore, approvata durante l’attuale amministrazione, vanificando persino i limitati progressi che questa legge ha rappresentato nel porre la questione del tempo libero al centro della lotta del movimento sindacale. Infine, per quanto riguarda la riduzione della spesa pubblica, la proposta è stata volutamente grandiosa: un taglio di 6 miliardi di dollari. L’entità della cifra ha rapidamente generato sospetti e richieste di chiarimenti. In risposta, uno dei portavoce della campagna è stato esplicito nel giustificare il rifiuto di dettagliare gli aggiustamenti: «Ovviamente, non li diremo perché ci paralizzerebbero il giorno dopo. Se dite ‘Metto fine al programma X’, avremo le strade in fiamme». Al di là di questa cinica franchezza, le prime misure annunciate non sono altro che vaghe dichiarazioni: promesse di limitare la cosiddetta «spesa politica», aumentare l’efficienza della spesa pubblica, rafforzare i poteri dell’Ufficio del Controllore Generale di supervisionare la spesa comunale e licenziare funzionari etichettati come «operatori politici». Nel complesso, si tratta di un programma di austerità il cui contenuto concreto rimane volutamente opaco, ma i cui effetti prevedibili avranno un impatto sull’occupazione pubblica, sulle politiche sociali e sulla capacità di regolamentazione dello Stato. IL PRIMO GIORNO: PROTOCOLLO KAST E INTERNAZIONALE Lunedì 15 dicembre, il suo primo giorno da presidente eletto, Kast ha visitato il Palazzo della Moneda e ha incontrato i rappresentanti dei partiti che hanno sostenuto la sua candidatura. Niente di straordinario in termini istituzionali. I segnali politici più significativi della giornata, tuttavia, sono arrivati dalla scena internazionale. Kast ha ricevuto esplicite congratulazioni da figure chiave della cosiddetta «internazionale fascista»: Javier Milei, Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno celebrato apertamente la sua vittoria elettorale e lo hanno presentato come un alleato nell’offensiva contro il socialismo latinoamericano. Il Wall Street Journal ha fatto eco a questo sentimento, interpretando il trionfo di Kast come parte di una «cattiva stagione democratica per il socialismo in America Latina», suggerendo che l’ondata di «violenza di sinistra» e di stagnazione economica si stia attenuando.  Tutto indica che Kast diventerà una figura chiave nel riallineamento della destra latinoamericana al potere, con almeno due conseguenze che fungono da campanelli d’allarme. In primo luogo, un’adesione inequivocabile al nuovo orientamento della politica estera statunitense, il cosiddetto Corollario Trump alla Dottrina Monroe, il cui obiettivo immediato è il cambio di regime in Venezuela e l’appropriazione delle sue risorse energetiche. In secondo luogo, l’avvio di un processo di normalizzazione delle relazioni con Israele, anche a costo di compromettere lo storico impegno del Cile per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Questo impegno si è recentemente espresso nella partecipazione del Cile alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio, nonché nella sospensione di alcune forme di cooperazione diplomatica e militare con lo Stato occupante. Nel concerto dissonante dell’estrema destra globale, ogni paese contribuisce con la propria tradizione e una specifica forma di legittimazione. In Cile, tutto indica che questa forma sia il Pinochet. Lì, l’estrema destra ritrova il suo passato glorificato, le sue esperienze di governo più riuscite dal punto di vista delle classi dirigenti e la memoria strategica – economica, militare e culturale – che le consente di radicarsi nel nuovo panorama globale. COSA SIGNIFICA LA VITTORIA DI KAST Il governo di José Antonio Kast sarà il primo governo democratico del pinochetismo. La sua vittoria segna la realizzazione, per la prima volta, di un’aspirazione di lunga data dei fondatori dell’Unione Democratica Indipendente (Udi), il partito creato da Jaime Guzmán insieme a Miguel Kast e ad altre figure chiave del cattolicesimo autoritario della dittatura. Kast incarna il ritorno di quel progetto, ora aggiornato dall’esperienza dell’ondata reazionaria internazionale e dalle nuove sensibilità di un’estrema destra più giovane, ideologicamente coesa e politicamente disinibita. È importante prestare attenzione al ruolo che le figure storiche dell’Udi svolgeranno nella formazione del governo e delle squadre ministeriali. Proprio come un Fronte Ampio, ancora inesperto, un tempo si affidava a figure della Concertación per mantenere il funzionamento dell’apparato statale, è probabile che un Partito Repubblicano relativamente giovane dovrà fare affidamento sui suoi vecchi compagni: ex ministri della dittatura e dell’amministrazione Piñera, portatori di un’esperienza fondamentale nel governo in condizioni di conflitto sociale e di restaurazione conservatrice. Ma il trionfo di Kast non rappresenta solo la vittoria elettorale del pinochetismo. In queste elezioni, l’anticomunismo ha prevalso anche come ingrediente centrale del  buon senso politico. Non c’è dubbio che la campagna elettorale si sia incentrata sui timori di violenza, disoccupazione e aumento del costo della vita, fenomeni sistematicamente attribuiti a criminalità, narcotraffico, corruzione e migrazione. La domanda cruciale è perché queste ansie siano riuscite a coalizzarsi politicamente attorno a Kast e contro Jeannette Jara. L’idea è che la spina dorsale che ha unificato queste paure sia stata un’idea semplice e persistente: che, al di là di qualsiasi aspetto preoccupante di Kast, «il comunismo è peggio» e che un governo comunista avrebbe inevitabilmente portato a maggiore miseria. Il collante ideologico di queste paure indotte era la minaccia – inesistente in termini reali – di un governo guidato da un comunista, meccanicamente associato al Venezuela, a Cuba, al governo di Unità Popolare o all’Unione Sovietica. In questo modo, le critiche, spesso ragionevoli, alla gestione del governo e alle difficoltà quotidiane affrontate da ampi settori della società sono state riassunte in un argomento profondamente irrazionale: l’anticomunismo come eredità vivente della dittatura, forgiata nel contesto della Guerra Fredda e ancora efficace nell’immaginario popolare cileno. Nelle settimane successive alla sconfitta, analisi retrospettive e scaricabarile abbonderanno. Superata questa fase iniziale, la sinistra cilena sarà costretta a ripartire da zero. Gli aggiustamenti tattici tentati negli ultimi anni non saranno più sufficienti. Lo scenario è estremamente complesso e potrebbe diventare ancora più contraddittorio se si confermassero maggiori investimenti nell’industria del rame, trainati da una maggiore domanda globale, inaugurando potenzialmente un superciclo favorevole al governo entrante. Allo stesso tempo, l’assenza di elezioni per almeno tre anni concede a Kast un ampio margine di manovra per imporre la sua agenda come fulcro della politica nazionale. In questo contesto, le sfide immediate per la classe lavoratrice cilena si concentreranno su due fronti strettamente interconnessi: la resistenza alle riforme regressive del nuovo governo e la capacità di articolare un’opposizione sociale che non sia subordinata alla stessa leadership progressista che ha guidato quelli che ora sembrano quattro anni persi nella lotta contro l’avanzata dell’estrema destra. Il ciclo che si apre richiede più di difese parziali: richiede una ricomposizione strategica della sinistra cilena commisurata a questo nuovo momento storico. L'articolo Il Pinochet dal volto democratico proviene da Jacobin Italia.
“LATINOAMERICA”: UN NOSTALGICO DI PINOCHET, KAST, NEOPRESIDENTE DEL CILE. LA PUNTATA DI LUNEDI’ 15 DICEMBRE 2025
LatinoAmerica, trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto. 30 minuti in volo libero e ribelle tra il border di Tijuana e gli orizzonti sconfinati della Patagonia, dentro il ciclo della “Cassetta degli Attrezzi”. Appuntamento ogni due lunedì, alle ore 18.45, e in replica il giorno dopo, il martedì, alle ore 6.30. La puntata di lunedì 15 dicembre 2025 ci porta in Cile, con i risultati del ballottaggio delle elezioni presidenziali, le prime con obbligo di votare e con multe per chi resta a casa. Vince nettamente Josè Antonio Kast, l’estremista di destra, nostalgico di Pinochet e nemico dichiarato di donne, poveri e migranti, che ha ottenuto più del 58%, cioè 7,2 milioni di voti. La candidata del Partito Comunista e del centrosinistra, Jeannette Jara, si è fermata sotto il 42%, 2 milioni di voti in meno rispetto a Kast. CHI E’ KAST – José Antonio Kast è nato nella capitale, Santiago del Cile, nel 1966. La sua famiglia è arrivata dopo la Seconda Guerra Mondiale in SudAmerica dalla Germania. Il padre, Michael Kast, fu membro del Partito nazista e ufficiale delle SS. Il fratello, Miguel Kast, economista dei cosiddetti “Chicago Boys”, è stato ministro del lavoro dal 1980 al 1982 e direttore della Banca Centrale del Cile durante la dittatura militare di Augusto Pinochet, di cui il neopresidente cileno è esplicito ammiratore e nostalgico. Di Cile parliamo in “LatinoAmerica” con Rodrigo Andrea Rivas, compagno cileno, ex deputato di Unitad Popular, costretto all’esilio in Italia a seguito del golpe Pinochet. Rivas è giornalista, economista, già docente universitario e attento analista di questioni sudamericane. L’intervista a Rodrigo Andrea Rivas in “Latinoamerica”. Ascolta o scarica.
Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile
Lo scorso 16 novembre si è tenuto il primo turno elettorale delle presidenziali cilene: seppure è arrivata al primo posto la candidata della sinistra, Jeannette Jara, del Partito Comunista – Unidad por Chile, con il 26,78%, gli altri candidati della destra, divisi in almeno tre liste, rendono assolutamente complicato il ballottaggio del prossimo 14 dicembre. Al secondo posto, l’estrema destra di José Antonio Kast, del Partito Repubblicano, con il 24,02%, che andrà al ballottaggio contro Jara. Al terzo e quarto posto, rispettivamente, altri candidati di destra, Franco Parisi Fernández, del Partido de la Gente, al 19% e Johannes Kaiser Barents con il 13%. Indicativamente sosterranno tutti Kast, uscito sconfitto quattro anni fa dal ballottaggio contro Boric e oggi principale candidato alla vittoria presidenziale. Pubblichiamo un testo di analisi dello scenario politico ed elettorale cileno a cura di Rordrigo Karmy Bolton, docente dell’Università del Chile. Quanto destituito dalla rivolta del 2019 è stato capitalizzato dalla nuova destra. La sinistra ha finito per espellere la moltitudine che si era mobilitata al punto di arrivare a redigere una nuova Carta Fondamentale, depoliticizzando tutto il processo e infarcendolo di discorso giuridico (il ripristino di un sapere giuridico che ha oscurato la dimensione politica dei sentimenti), al punto che il “legalismo” della sinistra si è concentrato molto più sul contenuto esatto che sull’effetto politico della Nuova Carta redatta da quell’entità, tanto sfuggente quanto problematica nella storia cilena, chiamata “il popolo”. La sinistra ha sostituito il popolo con il diritto. In questo scenario, la destra ha fatto la sua parte e, attraverso i meccanismi oligarchici del Senato, lo ha spogliato del suo potere costituente. Però il processo costituente è rimasto aperto, nonostante molte proposte siano state respinte sia nella prima che nella seconda Assemblea Costituente. Tuttavia, tra le due Assemblee Costituenti [2020 e 2022 – ndt] si è verificata una congiuntura decisiva: le coalizioni tradizionali, sia progressiste che neoliberiste conservatrici, sono state rimaste fuori dai giochi. Altri attori sono entrati in scena, altri volti sono emersi. È in questo “fuori dai giochi” che irrompe sulla scena il Frente Amplio con al timone. Gabriel Boric [Presidente della Repubblica dal 2022 – ndt] e Daniel Jadue [candidato sconfitto alle primarie del Frente Amplio – ndt] Tuttavia, la situazione affrontata dal governo Boric ha fatto sì che, anziché essere un governo di trasformazione, diventasse un governo di “normalizzazione”, replicando così la razionalità politica concertativa degli ultimi 30 anni, ma in un momento storico in cui il governo era stato destituito dalla rivolta del 2019. Da allora, non potendosi fondare su alcun patto costituzionale, il governo Boric è rimasto un governo etereo. Con il pretesto delle “divergenze” su questioni di sicurezza, il governo ha accettato l’agenda della destra con l’ingresso di Carolina Tohá [ex Ministra dell’Interno,  candidata alle presidenziali per il PPD – Partito per la Democrazia – ndt] e per questo, invece di munirsi di un nuovo patto giuridico e istituzionale, hanno concertato un accordo performativo per la sicurezza. La sicurezza (ovvero il meccanismo fondamentale della guerra civile globale) si è trasformata in un sostitutivo della Costituzione, nonostante fosse stata respinto per ben due volte da una cittadinanza in agitazione. > Il progressismo (o la sinistra, per i più ottimisti) è rimasto intrappolato > dal governo per quattro anni: nella misura in cui ha optato per la razionalità > “transitoria” già destituita, non ha potuto rinnovare il proprio immaginario > politico e, non potendolo fare, ha ceduto alla destra il terreno della > mobilitazione emotiva. A questo proposito, è fondamentale affrontare la questione del contatto. Per quanto sia stato decisivo nella rivolta del 2019, nella misura in cui non è stato altro che un incontro affettivo che ha generato una connessione erotica all’interno della moltitudine, ha però sofferto le pene dell’inferno durante la pandemia di Covid19, visto che , con il senno di poi, il contatto non è stato semplicemente oggetto della repressione giuridico-statale, ma piuttosto di gestione biopolitica nella quale bisognava imporre il “distanziamento sociale” e utilizzare le mascherine. Il “contatto” è stato doppiamente pericoloso: per la polizia durante la rivolta e per motivi sanitari durante la pandemia. Di conseguenza, la sinistra intrappolata al governo è stata piuttosto il sintomo di una situazione in cui l’affetto cristallizzato nel “contatto” era stato criminalizzato e patologizzato e, in questo senso, completamente dis-affezionato. Così, il governo di Gabriel Boric ci ha proposto uno scenario ormai vecchio e non ha generato altro che “rabbia” (emozione gioiosa che grida giustizia), immediatamente trasformata dalla destra in “odio” (emozione triste e xenofoba). > La sicurezza ha prevalso. Sia a livello “legale” che “medico”. Ma non come un > punto all’ordine del giorno, bensì come un macchinario mitologico che potuto > compensare con fantasia, attraverso una serie di meccanismi statali, grandi > società di sicurezza private e mezzi di comunicazione in mano agli oligarchi, > lasciando incompiute le trasformazioni costituzionali. Torniamo al punto precedente: il progressismo è stato manchevole di immaginazione politica perché, intrappolate al governo, le masse erano già state tagliate fuori da ogni “contatto”. Tutto è diventato individuale,  tutto apparteneva a “ognuno”, e “l’altro” è diventato un nemico assoluto. La giustizia è stata cancellata dalle priorità e il cammino verso il fascismo internazionale è iniziato proprio in questi anni. L’eventuale vittoria di José Kast [candidato di estrema destra del Partito Repubblicano, fondato nel 2019 da alcuni fuoriusciti dall’UDI Unione Democratica Indipendente – ndt] al secondo turno delle elezioni presidenziali non farà che confermare formalmente il seguente punto: il progressismo ha trovato conforto nella freddezza del Leviatano (lo Stato, secondo Hobbes), ma la nuova destra ne ha catturato l’anima (le emozioni). In breve, il progressismo ha governato seguendo una razionalità politica (la transizione dalla dittatura) che non è riuscita a mobilitare le emozioni. E, di conseguenza, è stata proprio la destra a gestire le anime dei cileni. Stiamo assistendo alla fine del progressismo neoliberista e della visione di transizione che ha rappresentato. La democrazia è diventata così profondamente securitaria che funzionerà come nuova forma di dittatura “civile” (o cibernetica, se vogliamo), precipitando il Paese nella dilagante guerra civiles globale. Ovviamente, tutto questo deve essere spiegato nel contesto globale del trionfo delle destre. Ma nulla può essere spiegato se non si analizza l’impatto locale della mobilitazione emotiva del fascismo alimentata dalla paralisi governative e delle istituzioni. Nulla può essere spiegato se non riconosciamo la sua metamorfosi in quella ragione politica di transizione che la cittadinanza stessa aveva rifiutato. Lo spettro di Portales [Diego Portales, politico cileno durante la Repubblica Conservatrice, ucciso durante un’insurrezione contro la guerra contro la Confederazione Perù-Bolivia del 1836-1839 – ndt], (immagine che riassume il panorama politico della storia cilena) è più attuale che mai: Diego Portales ha instaurato una dittatura e in caso di vittoria al secondo turno, José Kast non eserciterebbe una dittatura nel senso tradizionale del termine, ma intensificherà l’intero apparato securitario che la democrazia fornisce già per iniziare a interferire in spazi ed erodere diritti un tempo considerati inalienabili. Immaginare che la “democrazia liberale” sia l’unico orizzonte politico per la sinistra non è soltanto ingenuo, ma anche complice della trappola in cui è stata catturata. La copertina ritrae Gabriel Boric dopo l’elezione presidenziale (wikimedia) Articolo pubblicato originariamente sul sito lavozdeloquesobra.cl. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Leviatano e i sentimenti: riflessioni sul disastro elettorale in Cile proviene da DINAMOpress.
“LATINOAMERICA”: PRESIDENZIALI IN CILE E REFERENDUM IN ECUADOR. LA PUNTATA DI LUNEDI’ 17 NOVEMBRE 2025
LatinoAmerica è la trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto. Ogni due settimane, 30 minuti in volo libero e ribelle…tra il border di Tijuana e gli orizzonti sconfinati della Patagonia. 30 minuti su Radio Onda d’Urto, dentro il ciclo della “Cassetta degli Attrezzi”: appuntamento ogni due lunedì, alle ore 18.45, e in replica il giorno dopo, il martedì, alle ore 6.30. La puntata di lunedì 17 novembre 2025 ci porta in Cile ed Ecuador. * Cile: al primo turno, domenica 16 novembre, delle elezioni presidenziali la candidata del Partito Comunista, Jeannette Jara, ottiene il 26,85% ed è al primo posto. Non è però un buon risultato, anzi: l’unica candidata non esplicitamente di destra si ferma ben al di sotto del 30%, considerato il livello minimo per pensare concretamente a vincere il ballottaggio. Le destre, divise in tre candidati, sono sopra il 50%, sommando i loro consensi. Al ballottaggio ci sarà l’estremista di destra, esplicito nostalgico di Pinochet e nemico dichiarato di donne, poveri e migranti, Kast, del (cosiddetto) Partito Repubblicano col 23,92% delle preferenze. * Ecuador: anche qui si è votato, domenica 16 novembre, per 4 referendum presentati dal presidente conservatore Noboa. A sorpresa, elettori ed elettrici hanno sonoramente cassato i quattro quesiti, a partire da quello sull’abrogazione della legge che vieta la costruzione di basi militari straniere (cioè Usa) nel Paese. Bocciati anche i quesiti sull’eliminazione dei finanziamenti ai partiti, la riduzione del numero dei parlamentari e la nascita di un’Assemblea costituente, per piegare l’attuale Costituzione in vigore a Quito in senso più nazionalista, estrattivista e iper-capitalista. Di Cile ed Ecuador parliamo con Rodrigo Andrea Rivas, compagno cileno, esule in Italia dopo il colpo di Stato di Pinochet e da allora giornalista e attento osservatore e analista di questioni sudamericane. Ascolta LatinoAmerica di lunedì 17 novembre. Ascolta o scarica.
“LATINOAMERICA”: MESSICO, VENEZUELA E WALLMAPU (CILE). LA PUNTATA DI LUNEDI’ 3 NOVEMBRE 2025
LatinoAmerica è la trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto dedicata al Centro e Sud America. Ogni due settimane, 30 minuti in volo libero e ribelle…tra il border di Tijuana e gli orizzonti sconfinati della Patagonia. 30 minuti su Radio Onda d’Urto, dentro il ciclo della “Cassetta degli Attrezzi”: appuntamento ogni due lunedì, alle ore 18.45, e in replica il giorno dopo, il martedì, alle ore 6.30. La puntata, in onda su Radio Onda d’Urto lunedì 3 novembre 2025, ci porta in Messico, Venezuela e Cile. * Messico: venerdì 7 novembre, ore 18.30, al csa Magazzino 47 di Brescia proiezione del documentario “Mexico2025” con la partecipazione di alcun* compagn* messican*, Alicia Castellanos e Gilberto López y Rivas, in dialogo con il regista e nostro collaboratore Andrea Cegna. Con lui abbiamo anche aggiornato la situazione nel Paese. * Venezuela: Trump minaccia un regime change manu militari. Oltre 500 tra intellettuali, docenti, attivisti e giornalisti, hanno intanto firmato un “appello a difesa del Venezuela bolivariano e dei popoli del mondo, per la pace e la giustizia sociale”. Tra i firmatari Angelo d’Orsi, docente e storico del pensiero politico all’Università di Torino, ai nostri microfoni * Cile: aggiornamento sul Wallmapu, le terre ancestrali dei Mapuche, con Fabrizio di Operazione Colomba, presente dal 2018 nel centro e sud del Cile.   Ascolta LatinoAmerica di lunedì 3 novembre. Ascolta o scarica Prossima puntata: lunedì 17 novembre, ore 18.45.
CILE: AGGIORNAMENTO DAL “WALLMAPU”, I TERRITORI MAPUCHE. INTERVISTA A OPERAZIONE COLOMBA
Dal 2018 Operazione Colomba ha aperto il progetto “Cile Mapuche”, con una presenza di monitoraggio dei diritti civili nel “Wallmapu”, le terre ancestrali del popolo Mapuche. L’obiettivo generale è quello di monitorare la situazione del rispetto dei Diritti Umani delle popolazioni indigene Mapuche dell’Araucanía e in generale del sud del Cile e definire un modello di intervento per la trasformazione nonviolenta del conflitto. Da giugno 2025 “le attività sul campo sono state compromesse – spiega Operazione Colomba – da un evento particolarmente critico e doloroso: la casa di Lautaro, sede dei volontari e delle volontarie di Operazione Colomba, è stata interamente distrutta da un incendio. Il forte impatto di quanto successo è stato accompagnato dalla generosità della comunità circostante, che da subito ha accolto e sostenuto i volontari con attenzione e cura, segno anche di una reale condivisione diretta che Operazione Colomba ha avuto la fortuna di coltivare in questi anni. L’avvenimento ha costretto il gruppo a sospendere le attività sul territorio, ritenendo opportuno il rientro in Italia. Prima del ritorno, i volontari e le volontarie hanno potuto incontrare alcuni attivisti Mapuche, visitando terre ancestrali nei pressi di Curacautín”. Da alcune settimane l’attività sul territorio sta ripartendo, mentre non si sono mai fermati i report mensili e gli aggiornamenti dal Cile. L’ultimo è datato settembre 2025, “in Cile un mese carico di significato, per la storia della dittatura militare di Pinochet (1973-1990) e per le celebrazioni de las Fiestas Patrias. Per le comunità Mapuche, settembre quest’anno si è tuttavia contraddistinto per gli ennesimi atti di ingiustizia e per tenaci azioni di protesta”. Radio Onda d’Urto ha intervistato Fabrizio, di Operazione Colomba, che ha trascorso un lungo periodo a contatto con le comunità Mapuche nella zona centrale e meridionale dell’attuale Cile. Ascolta o scarica    
Jeannette Jara: la prima comunista che guiderà la sinistra cilena
Alle primarie delle elezioni cilene ha vinto Jeannette Jara per il Partito Comunista con oltre il 60% dei voti. Domenica 29 giugno si sono tenute le primarie della sinistra cilena. L’elezione vedeva confrontarsi quattro candidati: Carolina Tohá per il PPD, partito di centrosinistra membro della storica Concertación; Gonzalo Winter per il Frente Amplio, la coalizione del presidente Boric; Jaime Mulet, della Federación Regionalista Verde Social, e Jeannette Jara per il Partito Comunista. Ha vinto Jara, che con oltre il 60% dei voti ha ottenuto una vittoria non solo netta, ma anche storica: per la prima volta, infatti, una militante del Partito Comunista guiderà la candidatura presidenziale della sinistra cilena. Fino a oggi, il Partito Comunista del Cile (PCCh) aveva partecipato a numerose candidature e governi della sinistra cilena. Il governo del presidente Boric, quello di Salvador Allende o il secondo mandato di Bachelet sono alcuni degli esempi più rilevanti. In questi governi e nelle candidature che li hanno portati alla Moneda, il PCCh era presente, ma sempre in secondo piano. I comunisti fornivano disciplina, lavoro e forza militante, ma si riteneva che un candidato di quell’area fosse un suicidio politico. Il Cile era un paese troppo conservatore, o troppo anticomunista, perché qualcuno del PCCh potesse raggiungere la presidenza. Questa narrazione è durata a lungo ed è stata presente persino nella precedente primaria presidenziale, in cui il comunista Jadue partiva come favorito, ma fu ampiamente superato da Gabriel Boric che, oltre a fare una campagna migliore, era considerato più competitivo per la corsa presidenziale. Oggi, per la prima volta, questo racconto si è spezzato e Jara si è imposta con una forza che neppure le più ottimiste si sarebbero aspettate. L’ex-ministra di Boric ha vinto in tutte le regioni e ha ottenuto il doppio dei voti rispetto all’altra ex-ministra Carolina Tohá, che inizialmente molti consideravano come la favorita. Ha dimostrato chiaramente di essere la miglior candidata della primaria e ora resta da vedere come si muoverà in un terreno più difficile: l’elezione presidenziale. Foto di Luca Profenna JARA PUÒ VINCERE? La grande domanda che aleggia nella conversazione pubblica cilena è se Jeannette Jara abbia la possibilità di vincere un’elezione presidenziale. La candidata comunista ha già rotto lo schema delle primarie, ma riuscirà anche a rompere quello di un’elezione presidenziale? La prima cosa da dire è che Jara affronterà la sfida elettorale in un contesto estremamente difficile. La candidata della sinistra cilena avrà molte difficoltà non solo per essere comunista, infatti, molte delle sfide che dovrà affrontare sarebbero toccate a qualunque altro vincitore delle primarie. La prima di queste è il clima di smobilitazione che sta vivendo la sinistra cilena. La campagna ne è stata un chiaro riflesso: mentre la primaria del 2021 fu vibrante, intensa e pervasa da un certo sentimento di speranza, quella del 2025 è stata monotona, noiosa e ha faticato a suscitare l’interesse dei cileni. I numeri della partecipazione parlano da soli: nel 2021 votarono 1,7 milioni di persone in una primaria tra Frente Amplio e Partito Comunista; nel 2025 sono stati solo 1,4 milioni, nonostante questa volta partecipasse anche il centrosinistra e ci fossero quattro candidati. Le differenze non sono solo quantitative, ma anche qualitative: è sembrato che nel 2021 si corresse per vincere, mentre nel 2025 si è corso per sopravvivere. Il secondo elemento che complica qualsiasi candidatura da sinistra è l’usura del governo di Gabriel Boric. Un altro cambiamento del 2025 rispetto al 2021 è che “la primaria della sinistra” è diventata “la primaria del governo” e qualsiasi candidatura vincente sarà la rappresentante dell’attuale esecutivo nel prossimo agosto. Il governo di Boric non è affondato nei consensi, tutt’altro, e a differenza degli ultimi governi Piñera e Bachelet ha mantenuto percentuali stabili fino alla fine del mandato. Il problema è che questi numeri non sono sufficienti, poiché si aggirano attorno al 30% dell’elettorato, più o meno la percentuale che lo sostenne al primo turno nel 2021. Per arrivare al ballottaggio, Jara dovrà inizialmente conquistare quel 30% da cui al momento è piuttosto distante. Nelle elezioni di ieri ha votato solo il 9% del corpo elettorale e la candidata comunista, con i suoi 800.000 voti, dovrà arrivare almeno a due milioni per avere possibilità di giocarsi il secondo turno. Non è impossibile, ma certo non sarà una passeggiata. Il terzo punto critico per la sinistra è un’agenda mediatica sbilanciata a destra, dove l’insicurezza e la lotta alla criminalità restano i temi dominanti del dibattito pubblico e le principali preoccupazioni dei cileni. Questi temi, come già nel 2021, continuano a penalizzare la sinistra, oggi anche considerata responsabile per non averli risolti durante il mandato. In questo contesto, le ricette securitarie e i discorsi della mano dura di Kast, Matthei o Kaiser risultano molto più in sintonia con il sentire comune e hanno maggiori possibilità di crescere rispetto a una sinistra che fatica ancora a trovare tono e proposte. L’unico lato positivo è che almeno la candidata non sarà l’ex-ministra dell’interno – Carolina Tohá – che avrebbe avuto molte difficoltà a convincere qualcuno di essere la soluzione per problemi che non è riuscita a risolvere nell’ultima legislatura. Nonostante uno scenario tutt’altro che promettente, ci sono tre elementi chiave che sono stati determinanti nella vittoria di Jara e su cui si può costruire una candidatura presidenziale vincente. Foto di Luca Profenna LE BUONE CHANCES Il primo è che Jara è l’unica candidata in grado di articolare, in qualche modo, un discorso anti-establishment. A differenza di Winter e Tohá, la candidata comunista è cresciuta in un quartiere popolare e ha una storia personale che può connettere con il cileno medio, evitando di essere percepita come parte dell’élite. Questo è fondamentale nel contesto cileno, dove il rifiuto delle élite è stato una costante negli ultimi anni. Questo rifiuto ha avuto espressioni tanto a destra quanto a sinistra, a seconda del momento politico, ma è presente dal estallido social [una serie di manifestazioni scoppiate in Cile, principalmente nella capitale Santiago, a partire dal 7 ottobre 2019, inizialmente contro l’aumento del costo del biglietto della metropolitana, ma ben presto estese alla protesta contro il carovita e la corruzione, ndt] del 2019. È stato presente nelle proteste contro il governo Piñera, nel rigetto di due proposte costituzionali e anche in un’elezione presidenziale in cui Boric riuscì a incorniciare il secondo turno come uno scontro tra “il nuovo e il vecchio”, che lo portò alla vittoria su Kast. Se Jara vuole vincere l’elezione dovrà in qualche modo cavalcare questo sentimento diffuso tra molti cileni. Avrà un’occasione, dato che i suoi principali avversari – Matthei, Kast e Kaiser – provengono da famiglie con generazioni alle spalle in posizioni di potere politico o militare. Il punto sarà capire se riuscirà a farlo in un contesto di forte distacco verso un governo di cui ha fatto parte attivamente. Il secondo elemento che favorisce Jara è che probabilmente è colei che meglio può sopravvivere al sentimento antigovernativo oggi prevalente in Cile. Tra tutte le misure adottate dal governo in questi quasi quattro anni, quelle uscite dal ministero di Jara sono state le più apprezzate dalla popolazione cilena. La riduzione della giornata lavorativa e l’aumento del salario minimo sono state tra le poche promesse che il governo Boric ha mantenuto in modo soddisfacente, insieme alla riforma delle pensioni, che pur se insufficiente, almeno indica una direzione. Dunque, se si tratta di difendere l’eredità del governo Boric, Jeannette Jara è probabilmente la più preparata a farlo e la meno esposta alle critiche sull’insoddisfazione verso l’esecutivo. Il terzo punto a favore di Jara riguarda il suo rapporto con il partito. Si è ripetuto fino alla nausea che la sua militanza comunista potrebbe condannarla al fallimento, ma Jara non è percepita come una comunista tipica. Il suo rapporto con il partito è stato molto teso negli ultimi mesi e la candidata si è notevolmente distanziata, senza però rompere del tutto con la cupola comunista. Jara ha dichiarato che chi «vince la primaria sarà la candidata di una coalizione ampia, non di un solo partito» e ha evitato di prendere posizione sugli orientamenti internazionali del partito in temi delicati come Cuba o Venezuela, questioni su cui Jadue perse terreno nelle passate primarie. L’ex-ministra del lavoro sa perfettamente che se sarà percepita come una comunista intransigente non avrà nessuna possibilità in queste elezioni, per cui negli ultimi mesi ha cercato di distaccarsi da quella immagine. La figura di Jara, quindi, non è quella di una militante comunista tradizionale, ma quella di una persona che, tanto per il suo percorso personale quanto per la sua traiettoria politica, può essere considerata a suo modo un’outsider – e questo, negli ultimi anni, ha avuto un certo valore nella politica cilena. Per molti, la nuova candidata ricorda più Bachelet per il suo carisma e la sua empatia nel rapporto con le persone, rispetto a una tipica candidata comunista; questo potrebbe aiutarla nelle prossime elezioni. Come detto, per Jara sarà una sfida molto difficile ed è bene essere consapevoli della realtà e non farsi troppe illusioni, nonostante la forza della sua vittoria. Tuttavia, la campagna delle primarie ha mostrato chiaramente – come già si era visto nel suo lavoro di governo – che è una persona capace di connettere con la gente e che ha delle qualità come candidata. Non sarà la candidata ideale, ma è senza dubbio di gran lunga, colei che meglio può rappresentare la sinistra tra coloro che possono (e vogliono) farlo. Articolo pubblicato originariamente in castigliano su El Salto Diario. Traduzione in italiano di Alessia Arecco per DINAMOpress Immagine di copertina di Voceria de Gobierno de Chile, 2022, da commons.wikimedia L'articolo Jeannette Jara: la prima comunista che guiderà la sinistra cilena proviene da DINAMOpress.