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La protesta contro Milei unisce le lotte per i diritti
LA DIFESA DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA DIVENTA IL PUNTO DI INCONTRO DI UNA MOBILITAZIONE SOCIALE PIÙ AMPIA CONTRO LE POLITICHE DI AUSTERITÀ DEL GOVERNO MILEI. NELLE PIAZZE ARGENTINE, STUDENTI, LAVORATORI, PENSIONATI, MOVIMENTI FEMMINISTI E ORGANIZZAZIONI PER I DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ DENUNCIANO LE CONSEGUENZE DEI TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA E RIVENDICANO UN MODELLO DI SOCIETÀ FONDATO SULL’ACCESSO ALLA CONOSCENZA, SULLA GIUSTIZIA SOCIALE E SULLA RESPONSABILITÀ DELLO STATO. UNA PROTESTA CHE VA OLTRE LA QUESTIONE UNIVERSITARIA E INTERROGA IL FUTURO DELLA DEMOCRAZIA ARGENTINA La quinta Marcia federale universitaria ha riunito studenti, lavoratori e lavoratrici  e movimenti sociali contro l’austerità della politica pubblica dell’era Milei. La protesta per l’università pubblica è diventata una battaglia per i diritti, la democrazia e la sovranità. Il Congresso argentino è stato il centro di una giornata che avrebbe dovuto parlare di bilanci, leggi e numeri. Ma fuori dal Parlamento, nella piazza che si riempiva di studenti, docenti, lavoratori e lavoratrici, pensionati e organizzazioni sociali, la discussione era molto più ampia: quale Paese si sta costruendo sotto il governo di Javier Milei, e chi è destinato a pagarne il prezzo? La quinta Marcia federale universitaria ha portato nuovamente migliaia di persone nelle strade di Buenos Aires e di numerose città argentine. Secondo gli organizzatori, circa un milione di persone ha partecipato alle mobilitazioni in tutto il Paese. Il motivo principale era chiaro: chiedere al governo di applicare la legge sul finanziamento delle università pubbliche, approvata dal Congresso e successivamente confermata nonostante il veto presidenziale. Ma la manifestazione del 15 ottobre non è stata soltanto una protesta del mondo accademico o studentesco.  Attorno alla difesa dell’università, pubblica e gratuita,  si sono incontrate rivendicazioni diverse, accomunate dal rifiuto di un modello economico e sociale che considera la spesa pubblica un costo da comprimere, anziché uno strumento per garantire diritti. Un’università sotto assedio In Argentina, l’università pubblica è molto più di un’istituzione educativa. È una delle principali vie di accesso alla formazione superiore per chi proviene dalle famiglie lavoratrici, un luogo di produzione scientifica e culturale, uno spazio di mobilità sociale e di costruzione della cittadinanza. Difenderla significa difendere l’idea che il diritto allo studio non debba dipendere dal reddito familiare. Significa anche tutelare la ricerca, la formazione professionale e la possibilità di sviluppare conoscenze al servizio della società, al di fuori delle sole logiche del mercato. Dal suo insediamento, nel dicembre 2023, il governo di Milei ha imposto una politica di drastica riduzione della spesa pubblica. Il sistema universitario è stato investito da una crisi di finanziamento che ha colpito il funzionamento degli atenei, i salari di docenti e personale non docente e le condizioni materiali degli studenti. Secondo stime riportate dalla stampa argentina, il bilancio universitario ha subito una contrazione reale vicina al 25% dalla fine del 2023. Il conflitto si è aggravato attorno alla legge sul finanziamento universitario, approvata dal Parlamento per recuperare parte delle risorse perse a causa dell’inflazione. Milei ha posto il veto, ma il Congresso ha successivamente confermato la norma. Nonostante ciò, l’esecutivo si è rifiutato di applicarla integralmente, richiamando l’obiettivo dell’equilibrio fiscale. Anche la giustizia è intervenuta, ordinando al governo di rispettare gli obblighi previsti dalla legge. Eppure, al momento della mobilitazione, il contenzioso resta aperto e le risorse reclamate dalle università non sono state ripristinate nella misura richiesta. La domanda che ha attraversato la piazza è quindi anche una domanda sul funzionamento della democrazia: che valore hanno una legge approvata dai rappresentanti eletti e le decisioni dei tribunali, se il potere esecutivo può rifiutarsi di applicarle? Dalla protesta universitaria a una convergenza sociale: Unir las luchas La partecipazione di sindacati, organizzazioni studentesche, centrali dei lavoratori e movimenti sociali ha dato alla giornata una dimensione che va oltre il conflitto tra governo e università. Insieme alla comunità accademica si sono mobilitati rappresentanti delle persone con disabilità, famiglie indebitate, pensionati, organizzazioni popolari e settori contrari alle misure di deregolamentazione della proprietà terriera. Le due principali articolazioni della Central de Trabajadores de la Argentina (CTA), la Confederación General del Trabajo (CGT), l’Associazione dei lavoratori dello Stato e diverse organizzazioni politiche e sociali hanno sostenuto la mobilitazione. Questa convergenza non cancella le differenze tra le organizzazioni né risolve le divisioni che attraversano l’opposizione argentina. Indica, tuttavia, un elemento politicamente significativo: le conseguenze dell’austerità vengono sempre meno percepite come problemi separati. Il salario di un docente, il funzionamento di un ospedale, l’accesso alle cure e ai sostegni per le persone con disabilità, il costo dell’affitto e il diritto allo studio appartengono a uno stesso terreno di conflitto. Quando si riducono le risorse destinate ai servizi pubblici e alla protezione sociale, il peso delle difficoltà ricade sulle famiglie e sulle reti comunitarie, spesso già impegnate a compensare ciò che lo Stato non garantisce più. Per questo la piazza del 15 ottobre ha assunto un significato più ampio: ha reso visibile una società nella quale la questione sociale non può essere ridotta a una somma di problemi individuali.  L’austerità non è neutrale Ogni politica di bilancio produce effetti differenti a seconda della posizione che le persone occupano nella società. I tagli alla spesa pubblica non colpiscono tutti allo stesso modo: incidono con maggiore intensità su chi dipende dai servizi collettivi, dispone di redditi bassi o deve affrontare quotidianamente il lavoro di cura. Non è un caso che l’immagine del presidente Milei sia particolarmente negativa tra le donne argentine che storicamente si fanno carico dei lavori di cura sia nell’ambito domestico che comunitario.  Quando diminuiscono le risorse per l’istruzione, la sanità e le politiche sociali, una parte crescente delle responsabilità viene trasferita alle famiglie. E all’interno delle famiglie, in una società ancora attraversata da profonde disuguaglianze di genere, il lavoro aggiuntivo di cura e organizzazione della vita quotidiana ricade spesso sulle donne. La crisi universitaria ha anche questa dimensione. L’accesso gratuito alla formazione superiore può rappresentare un’opportunità decisiva per donne e giovani provenienti dai settori popolari, comprese le persone che devono conciliare studio, lavoro remunerato e responsabilità familiari. La riduzione delle borse di studio, il deterioramento dei salari e le difficoltà economiche degli atenei possono trasformare un diritto formalmente riconosciuto in una possibilità sempre più difficile da esercitare. La stessa logica attraversa l’economia popolare e solidale, le cooperative e le organizzazioni territoriali che sostengono la riproduzione quotidiana della vita. Quando arretrano le politiche pubbliche, questi spazi vengono spesso chiamati a intervenire con risorse limitate, mentre le persone che li animano devono affrontare condizioni di lavoro più precarie. Da una prospettiva femminista, dunque, contestare l’austerità significa anche chiedersi chi sostiene materialmente la società quando lo Stato ritira il proprio sostegno. Significa riconoscere che la cura, l’educazione e la protezione sociale non sono questioni marginali, ma condizioni essenziali della vita collettiva. Terra, disabilità e democrazia La mobilitazione si è svolta mentre in Parlamento si tentava di riaprire il dibattito sul decreto di necessità e urgenza 70/2023, uno dei principali strumenti normativi del programma di deregolamentazione del governo. L’ufficialismo e i suoi alleati non hanno dato il quorum necessario e di conseguenza non si è potuto riaprire il dibattito.  Tra le questioni contestate figurava anche la modifica delle restrizioni all’acquisto di terreni rurali da parte di cittadini stranieri. Il decreto aveva abrogato le limitazioni previste dalla legge del 2011 sulla proprietà fondiaria rurale. Di fronte alla resistenza politica e sociale, il governo ha annunciato un passo indietro su questo punto, ripristinando i limiti precedenti attraverso modifiche normative. La controversia mostra come il dibattito sull’austerità si intrecci con quello sulla sovranità. La terra non è soltanto un bene immobiliare: in un Paese con enormi risorse agricole e naturali, riguarda la produzione alimentare, il controllo del territorio, le comunità rurali e le possibilità di sviluppo futuro. Nella stessa giornata, le organizzazioni che rappresentano le persone con disabilità hanno portato in piazza la richiesta di garantire i diritti e di prorogare l’emergenza del settore. Le famiglie indebitate hanno denunciato le difficoltà di sostenere il costo della vita. Altri manifestanti hanno contestato le politiche che indeboliscono le protezioni sociali e le condizioni di lavoro. Non tutte queste rivendicazioni hanno la stessa storia o richiedono le medesime risposte. Ma la loro presenza simultanea ha mostrato quanto sia difficile separare la politica economica dalle condizioni concrete dell’esistenza.  La repressione come risposta  La risposta repressiva ha segnato il finale di una giornata nella quale la partecipazione di massa aveva reso visibile la portata del conflitto sociale. I lacrimogeni hanno raggiunto anche il palco, impedendo ai rappresentanti della comunità universitaria di leggere integralmente il documento conclusivo. Gli scontri non devono cancellare il significato politico della mobilitazione,che ha dimostrato l’importanza di unire la protesta, di formulare risposte collettive a una crisi che non è solo economica ma anche sociale e culturale. Inoltre la manifestazione rappresenta un richiamo all’opposizione a essere piú attenta ai reali bisogni e a sforzarsi per costruire spazi di ascolto ed elaborazione di proposte.  Mentre, la risposta del governo è stata la violenza e  la repressione;  resta da interrogarsi sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle condizioni che rendono possibile l’esercizio effettivo del diritto di protesta. Il governo di Milei presenta l’equilibrio fiscale come il criterio fondamentale della propria azione. La sua politica promette di ridurre l’intervento statale e di affidare maggiori spazi al mercato ma la questione decisiva è chi si beneficia di questa trasformazione e chi ne sostiene i costi. L’università pubblica costituisce un punto di osservazione privilegiato proprio perché mette in discussione l’idea che l’accesso alla conoscenza debba essere regolato esclusivamente dalla capacità individuale di pagare. La sua difesa riguarda non soltanto studenti e docenti, ma anche il futuro della ricerca, della produzione culturale e delle possibilità di sviluppo di un’intera società. La marcia del 15 ottobre non ha risolto il conflitto, né ha cancellato le difficoltà dell’opposizione nel costruire un’alternativa politica condivisa. Ha però mostrato che il programma di Milei incontra resistenze che non possono essere liquidate come la difesa corporativa di singoli settori. Dalle università ai luoghi di lavoro, dalle organizzazioni della disabilità ai movimenti sociali, una parte significativa della società argentina continua a rivendicare diritti collettivi e responsabilità pubbliche. La sfida è trasformare questa convergenza in una forza capace di incidere sulle decisioni politiche, senza perdere la pluralità delle esperienze che la compongono. Davanti al Congresso, la domanda non era soltanto quanto dovesse spendere lo Stato per le università. Era quale società l’Argentina voglia essere: una società nella quale l’istruzione, la cura e la conoscenza diventano privilegi sempre più difficili da raggiungere, oppure una società che le riconosce come diritti e investimenti comuni. La risposta non è ancora scritta. Ma il 15 ottobre, nelle strade argentine, migliaia di persone hanno ribadito che il futuro non può essere deciso soltanto nei palazzi del potere o nei bilanci pubblici. L'articolo La protesta contro Milei unisce le lotte per i diritti proviene da Comune-info.
October 20, 2026
Comune-info
Argentina, a Córdoba università occupate
Nel quadro della lotta per l’effettiva applicazione della Legge sul finanziamento universitario, la settimana scorsa nella città di Córdoba si è svolta una mobilitazione in vista della 5ª Marcia Federale Universitaria. Il movimento studentesco ha espresso il proprio sostegno alle rivendicazioni salariali del corpo docente e del personale non docente e ha chiarito il ruolo di primo piano dei giovani studenti come attori sociali nella protesta contro il presidente Javier Milei e il suo governo. La realtà che ci colpisce è dura e, dopo tre anni di mandato, non sembra cedere di fronte alla violazione dei diritti della società civile. Nella società argentina la presenza di proteste e mobilitazioni di piazza è ormai all’ordine del giorno. Nel 2024 è stata bocciata la Legge sul Bilancio Universitario che prevedeva le risorse necessarie per il funzionamento di base delle unità accademiche di livello universitario in tutto il Paese. Ora il malcontento ha raggiunto il suo apice e le misure si sono radicalizzate con l’occupazione in 66 università in tutta l’Argentina. A Córdoba, seconda città più grande del Paese e culla dell’Università Nazionale di Córdoba (UNC), la più antica dell’Argentina con i suoi 413 anni dalla fondazione, si sono verificati occupazioni in 7 facoltà, compresa la Facoltà di Giurisprudenza che aderisce all’iniziativa per la prima volta dalla sua fondazione nel 1791. La lotta si inserisce nel contesto della linea politica liberista e di estrema destra del partito di Milei «La Libertad Avanza», che punta al taglio dei finanziamenti alle università e alle scienze in vista della loro successiva privatizzazione. Martedì 13 ottobre, davanti al Pabellón Argentina, l’edificio centrale del campus dell’UNC, si è tenuta un’assemblea interfacoltà con oltre 400 studenti appartenenti a diverse unità accademiche, con diverse posizioni e organizzazioni politiche. Lì, dopo quattro ore di dibattito e discussioni, è stato deciso come misura radicale di proporre nelle assemblee di base di ciascuna facoltà l’occupazione totale o notturna. Mercoledì 14 ottobre, in modo democratico, in ciascuna assemblea studentesca autoconvocata è stato deciso di ricorrere all’occupazione come strumento politico e pacifico della Facoltà di Scienze Sociali e della Facoltà di Filosofia e Lettere, oltre a decretare un’occupazione notturna presso la Facoltà di Comunicazione e presso il liceo pre-universitario Manuel Belgrano. Le misure sono state attuate fino a giovedì 15 ottobre alle 14, per poi unirsi al raduno di massa della 5ª Marcia Federale in Difesa dell’Università Pubblica. Questa marcia, che ha riunito oltre 100.000 cittadini, è il punto di partenza della nostra lotta, non la sua conclusione. Da oltre un anno il governo, nel pieno di un processo democratico, non rispetta la già approvata Legge sul finanziamento universitario (Legge 27.795), il che non solo comporta la perdita del potere d’acquisto degli stipendi del personale docente e non docente o la mancanza di fondi per la manutenzione delle infrastrutture, ma impedisce anche l’attuazione di programmi per gli studenti, borse di studio e altre misure volte a sostenere l’attività accademica e il percorso di studi degli studenti e dei futuri professionisti. adiuc-unc Noi studenti comprendiamo che in questo momento la rivendicazione non riguarda solo il riconoscimento di quanto dovuto dall’insediamento del governo nel 2023, ma anche le preoccupazioni e le incertezze sul futuro funzionamento delle strutture universitarie e sui percorsi accademici. Per quanto riguarda il bilancio del prossimo anno, il Consiglio Interuniversitario Nazionale (CIN) ha espresso la necessità di 11.000 miliardi di pesos argentini per il funzionamento delle università pubbliche, mentre il bilancio deliberato e approvato dal governo nazionale assegna circa 7.500 miliardi, ovvero il 25% in meno del bilancio minimo. Il finanziamento universitario rappresenterà circa lo 0,5% del PIL nel 2027, un livello simile a quello del 2003 e inferiore alla media storica recente. Un Paese che non investe nelle proprie università è un Paese che non investe nel proprio futuro. Un Paese che non dà priorità allo sviluppo dei propri atenei e delle scienze è un Paese che segue la logica della colonizzazione. LaTinta Cba Noi studenti continueremo a organizzarci finché i nostri diritti all’istruzione non saranno garantiti e finché il governo non darà risposte e non applicherà la Legge sul Finanziamento Universitario. Continueremo a lottare finché i nostri percorsi accademici, il nostro futuro come professionisti e la qualità delle conoscenze che riceviamo non saranno più a rischio. Crediamo nella lotta unitaria, siamo a favore delle misure del personale docente e non docente quali scioperi e abbandono delle mansioni. Di fronte al nemico dell’istruzione pubblica dobbiamo essere uniti e diventare una moltitudine: la situazione ci riguarda tutti e la lotta è di tutti. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo     Redacción Argentina
October 18, 2026
Pressenza
Alle frontiere del tempo
di Mauro Armanino Dalla Liguria al Niger, passando per guerre, migrazioni e periferie del mondo. Mauro Armanino racconta il tempo vissuto: non quello degli orologi, ma quello delle persone, delle …
October 18, 2026
Osservatorio Repressione
In Argentina una spedizione ha scoperto 57 specie marine del tutto sconosciute
Cinquantasette specie che la scienza non conosceva, più cinque generi nuovi: è il bilancio annunciato dal CONICET, il principale ente di ricerca argentino, insieme alla Nippon Foundation-Nekton Ocean Census e allo Schmidt Ocean Institute. Gli animali vivono nel canyon sottomarino di Mar del Plata, a circa trecento chilometri dalla costa della provincia di Buenos Aires, e sono stati identificati all’Universidad Maimónides da venti tassonomi a inizio carriera arrivati da America Latina ed Europa, grazie al materiale raccolto un anno prima da SuBastian, un robot filoguidato sceso fino a 3.900 metri durante la spedizione Talud Continental IV. Le nuove specie comprendono venti copepodi, ventidue echinodermi, quattordici tra coralli e penne di mare e uno scafopode, un mollusco che vive dentro una conchiglia a forma di zanna. Quella che ha fatto più parlare di sé è un’oloturia del genere Peniagone, trovata a 2.577 metri e ribattezzata Loki per le due appendici che ricordano le corna del dio norreno. Ma il dato più sorprendente riguarda i copepodi, crostacei minuscoli e fondamentali per gli ecosistemi profondi, visto che ogni esemplare finito sotto la lente rappresentava una nuova specie, e per ora i ricercatori hanno esaminato appena il dieci per cento dei campioni. L’oloturia del genere Peniagone soprannominata Loki – Foto di ROV SuBastian / Schmidt Ocean Institute Le specie per ora sono state solo scoperte, non ancora descritte, e per la scienza c’è una bella differenza, perché per dar loro un nome servono analisi genetiche e pubblicazioni scientifiche che possono richiedere anni di lavoro. Tra i coralli è spuntata perfino una possibile famiglia nuova, e, tenendo presente che fungono da casa per molti altri organismi, sapere cosa c’è là sotto è il presupposto minimo per proteggerli, in acque dove si pesca e dove l’esplorazione petrolifera in profondità è in espansione. Tra l’altro l’uomo, o meglio, la nostra spazzatura, è già arrivata anche qui: nello stesso canyon sono stati contati ventinove rifiuti, ventisette dei quali di plastica tra sacchetti, lenze da pesca e uno stivale solitario adagiato sul fondo. La stella marina soprannominata Patrick – Foto di ROV SuBastian / Schmidt Ocean Institute Il motivo di tanta abbondanza sta nella geografia del canyon che si trova dove la corrente calda del Brasile incontra quella fredda e ricca di nutrienti delle Malvine, e sprofonda oltre i 3.500 metri, quasi il doppio del Grand Canyon. I ricercatori argentini lo studiavano da più di dieci anni, ma solo con reti e strascichi, nelle campagne del 2012 e del 2013, e il fondale non l’aveva mai visto nessuno. Tra luglio e agosto del 2025 quasi quattro milioni di persone hanno seguito le immersioni trasmesse in diretta su YouTube. Le dirette dello Schmidt Ocean Institute viaggiano di solito sulle 4mila visualizzazioni, queste ne facevano mezzo milione a immersione e nelle chat il pubblico battezzava gli animali. Un granchio reale è stato soprannominato “Drag Queen”, un’oloturia “Batata”. Ma la vera star, che non essendo una nuova specie è stata lasciata dov’era, è una stella marina arancione dal fondoschiena generoso, molto simile al Patrick di SpongeBob, eletta dagli appassionati a “stella culona”. In pochi giorni la diretta ha superato ogni altro streaming del Paese, comprese le interviste al presidente. Il gruppo di ricerca – Foto di The Nippon Foundation-Nekton Ocean Census / Schmidt Ocean Institute La stella marina è diventata un simbolo dello sciopero contro lo svuotamento del CONICET, che il governo di Javier Milei sta definanziando, tra licenziamenti e fondi bloccati. A luglio circa quattrocento ricercatori postdoc sono tornati a protestare perché le loro borse scadranno prima della pubblicazione dei risultati del bando per diventare ricercatori. La risposta del governo è sempre la stessa: i soldi non ci sono. Ma per Daniel Lauretta, capo scientifico della spedizione, «preservare queste competenze è decisivo per il futuro del Paese». La prossima tappa è già fissata: tra febbraio e marzo del 2027 la missione Talud Continental V porterà diciannove scienziati sui canyon Ameghino e Almirante Brown, al largo del Chubut, a circa seicento chilometri dalla costa, anche questa volta in diretta.   The post In Argentina una spedizione ha scoperto 57 specie marine del tutto sconosciute appeared first on L'Indipendente.
October 15, 2026
L'INDIPENDENTE
Abusi-Chiesa: in Italia il silenzio è sacro
Impressionante l’auto-censura dei massmedia. Noi continuiamo a proporre i preziosi articoli e link di Federica Tourn, della «Rete L’abuso» e qualcos’altro. In coda una nota della Bottega (*). TRE LINK da «Preferisco i giorni feriali» (di Federica Tourn) Lo 007 del papa racconta (per sbaglio) lo scheletrone nell’armadio di Leone XIV – 19 settembre – di Giorgio Meletti «Denunciare gli
Non c’è fumetto senza fuochetto: Carlos Latuff
… domenica 4 ottobre ci sono le elezioni presidenziali in Brasile: come le vede un vignettista brasilibanportoghese Ho deciso di dedicare una rubrica (con cadenza alla come viene) ad alcuni disegnatori/fumettisti/vignettisti che mi piacciono, che penso siano meno conosciuti di quanto meritino o per altri motivi che non devo spiegare a nessuno… Benigno Moi A pochi giorni dalle delicate elezioni presidenziali in
Argentina: «la notte delle matite» rischia di venire nascosta
A mezzo secolo dal giorno dell’orrore della dittatura militare argentina nel paese suprematista e quasi negazionista di Milei è in corso un tentativo di colpo di spugna su questa memoria di Valerio Piccioni (*). Con due link dalla “bottega”. Sedici anni, diciassette, diciotto, diciassette, diciotto, sedici. Era l’età che avevano Claudia Falcone, Claudio de Acha, Daniel Alberto Racero, Horacio Ungaro, Maria Clara Ciocchini
September 30, 2026
La Bottega del Barbieri
28 settembre, 5-12 ottobre: lettura on line di “Terricidio” per…
… per sostenere la mobilitazione delle comunità mapuche-tehuelche di Puel Mapu dal 10 al 12 ottobre 2026. In Argentina, le comunità indigene si trovano oggi in una situazione di crescente vulnerabilità. Le politiche del governo di Javier Milei minacciano i territori ancestrali e rafforzano strumenti di esproprio e sgombero. Recentemente il Senato ha approvato una legge che accelera gli sgomberi, uno strumento già utilizzato contro i popoli indigeni e che ora, forte di un crescente consenso
September 29, 2026
La Bottega del Barbieri
Porre fine al terricidio
VIVONO IN UNO DEI TERRITORI DEL SUD DEL MONDO IN CUI IL CAPITALE CONDUCE CON GRANDE FEROCIA LA SUA GUERRA CONTRO LA VITA, MA HANNO IMPARATO A RESISTERE E A REINVENTARSI NEL TEMPO, METTENDO LA LORO COSMOVISIONE IN UN DIALOGO COSTANTE E PROFONDO CON LA TERRA. TERRICIDIO È UN’ESPRESSIONE NATA DAL CALORE DELLE LOTTE DELLE COMUNITÀ CHE VIVONO PER LA DIFESA DEL TERRITORIO MAPUCHE, UN’ESPRESSIONE CHE RICORDA COME NEL MONDO CI SONO OVUNQUE PERSONE CHE SANNO AMARE LA TERRA, CHE VIVONO IN ARMONIA CON ESSA, MA VENGONO PERSEGUITATE, ASSASSINATE. UNA PAROLA CHE ESORTA AD ABBRACCIARE INSIEME LA SOFFERENZA DI TUTTE LE VITTIME DELL’IDRA CAPITALISTA, PATRIARCALE, COLONIALE E SPECISTA, PERCHÉ TUTTE LE VITE E LE FORME DI VITA SONO INTIMAMENTE CONNESSE. TERRICIDIO. SAGGEZZA ANCESTRALE PER UN MONDO ALTERNATIVO (TRADUZIONE DI DIEGO FERRARIS E ANNA MARY GARRAPA) È IL LIBRO DI MOIRA MILLÁN, SCRITTRICE MAPUCHE, CHE INVITA NON SOLO AD ABBATTERE I CONFINI CHE SEPARANO LE TANTE E DIVERSE LOTTE DIFFUSE NEL MONDO, MA ANCHE A SUPERARE LE BARRIERE IDENTITARIE. L’INTRODUZIONE DEL LIBRO (SCRITTA DA LUCIA LINSALATA, DIEGO FERRARIS E ANNA MARY GARRAPA) CHE, DOPO UN PRIMO APPUNTAMENTO CON MOIRA MILLÁN, SARÀ LETTO E DISCUSSO IN ALTRI DUE INCONTRI ON LINE IL 5 E IL 12 OTTOBRE Foto di Raúl Zibechi (leggi anche La montagna sacra e il terricidio) -------------------------------------------------------------------------------- Moira Millán è una scrittrice mapuche nata con un newen (spirito) weychafe. «Weychafe» deriva dalla parola mapudungun «weychan», che significa «combattere». Molti traducono weychafe con la parola guerriero. Ma Moira non è una guerriera. Come lei stessa sottolinea nelle pagine del suo libro, la nazione mapuche non è mai stata una nazione espansionista o bellicosa. Le donne, gli uomini e le persone non binarie del popolo mapuche combattevano solo quando erano chiamate a difendere le loro vite e il territorio che le protegge e le sostiene: la Mapu, la loro terra, la Terra, di cui sono figlie, figli, figl* e custodi (Mapu o Puellmapu sono i nomi – in mapudungun, lingua mapuche – della terra ancestrale del popolo mapuche che è attualmente divisa tra l’Argentina e il Cile). Ecco perché Moira Millán non si definisce una guerriera ma una guardiana. Guardiana della Mapu, difensora della vita, Moira è una donna che lotta al fianco di altre donne e gruppi dissidenti per la dignità del suo popolo, per il recupero del suo territorio, per mantenere viva la sua lingua e, con essa, la memoria ancestrale di un popolo che si rifiuta di essere sterminato. Le sue armi principali sono le parole, parole antiche e nuove, coltivate nelle lunghe conversazioni collettive intrecciate nella lotta quotidiana, conversazioni che, essendo tessute in comunità, organizzano il pensiero e il sentimento collettivo di un popolo. In Terricidio, il suo secondo libro, Moira Millán ci invita a navigare in una narrazione che articola la scrittura biografica e il saggio politico con la memoria e la visione collettiva dei lof (comunità) mapuche di Puellmapu. Con uno stile semplice ma profondo e penetrante ci avvicina agli orrori subiti dal suo popolo, ma anche all’intelligenza politica e all’immensa saggezza che le donne, gli uomini e le persone mapuche con identità di genere non conforme hanno coltivato durante oltre cinquecento anni di lotta contro i poteri coloniali. La saggezza tenace e ribelle di un popolo che ha imparato a resistere e a reinventarsi nel tempo: dalla propria cosmovisione, in un dialogo profondo con la Terra e con le forze cosmiche che la abitano. Questo è uno dei contributi più importanti del libro. Le esperienze, le parole e la molteplicità di espressioni mapudungun che Moira condivide con noi in questo testo riflettono un’alterità epistemologica contemporanea, una episteme indigena incarnata. Questa episteme sfida l linguaggio dei discorsi politici dominanti, illuminando modi molto diversi – e decisamente più speranzosi – di relazionarsi con la vita multispecie che i nostri territori ospitano e di lottare per la loro difesa. Terricidio, la parola che dà il titolo al libro, è un’espressione nata dal calore della lotta per la difesa del territorio mapuche, un’espressione che emerge da un sentire differente, alternativo, che abbraccia tutto il dolore della Mapu. Moira ce lo ha spiegato così quando le abbiamo chiesto di raccontarci com’è nata questa parola. Il concetto di Terricidio è nato in un periodo molto difficile. Viaggiavo tra le comunità indigene del nord dell’Argentina, parlando con le donne, mi raccontavano degli stupri, degli omicidi, delle sparizioni e di tutto ciò che stava accadendo alla terra, ai bambini, ai corpi trans. Mi sono resa conto che venivano usati molti concetti per discutere di questi temi: ecocidio, epistemicidio, genocidio, transfemminicidio; ma in realtà mancava una prospettiva indigena su queste brutalità. Perché ovunque andassi – non solo nelle comunità mapuche, ma in tutte le comunità – sentivo dire che la vita è indivisibile, che tutti gli esseri sono interconnessi, che tutte le forze sono interconnesse, che le nostre vite soffrono un impatto diretto quando altre vite e stili di vita vengono eliminati. Terricidio, come concetto innovativo, infatti, non mette il focus soltanto i sull’eliminazione delle vite, ma sull’eliminazione delle forme di vita. Quando una cultura scompare, quando una lingua viene sterminata, quando una pratica medica viene repressa o censurata, ciò ha un impatto, un impatto su tutti noi. Ecco perché credo che quello di Terricidio sia un concetto necessario che dobbiamo sostenere, che dobbiamo usare per descrivere ciò che ci sta accadendo in questo momento storico. Soprattutto come risposta alla terminologia o alla nomenclatura dell’Antropocene, rispetto a cui dico sempre che il capitalismo non distribuisce mai nulla se non colpe. Ecco perché risulta che tutti gli esseri umani sul pianeta sono responsabili di ciò che sta accadendo, di questa grande crisi climatica e ambientale. Ma in realtà ciò a cui stiamo assistendo è un Terricidio: ci sono persone, ci sono popolazioni che amano veramente la Terra, che vivono in armonia con essa, eppure vengono perseguitate, assassinate. Quindi parlare di Antropocene significa negare che esista una parte dell’umanità che coesiste in armonia – o almeno ci prova – con la Terra. Pertanto ho ritenuto davvero importante sostenere una nuova terminologia che offrisse una caratterizzazione di questa realtà che prendesse in considerazione il punto di vista dei popoli tellurici («Tellurico» deriva da Tellus, antica dea romana della Terra, e si riferisce a tutto ciò che è legato alla terra, al suolo, all’elemento terrestre – in contrapposizione, ad esempio, all’aereo o al celeste – Quindi «popoli tellurici» può essere tradotto letteralmente come popoli legati alla terra, popoli della terra, ndr), dei popoli indigeni. Ed è così che è nato il concetto di Terricidio. Voglio chiarire che nessuno di questi processi è stato solitario. Ecco perché non mi piace essere presentata come una scrittrice intellettuale, perché in realtà questi processi sono stati discussi, dibattuti e presenti tra i temi delle assemblee delle donne indigene che abbiamo tenuto attraverso il Movimiento de Mujeres y Diversidades Indigenas para el Buen Vivir. Quindi, dietro questo nome, c’è un percorso di voci collettive, e sebbene sia vero che io abbia dato un nome a questo concetto, il concetto in sé non è emerso da una bolla solitaria; è un concetto vissuto per millenni e proclamato oggi nelle voci delle moltitudini in lotta, nel grido di giustizia – ambientale, di genere, culturale – delle donne indigene. Quindi, per me, è molto importante sottolineare che è un concetto che nasce collettivamente. Tutto quello che ho fatto è stato dargli un nome ma l’idea, la percezione, la definizione di come siamo intrecciati nella trama della vita, di come la vita sia circolare e tutte le vite siano importanti e tutti i modi di vivere siano necessari, fa parte della saggezza ancestrale dei popoli (intervista realizzata da chi scrive all’autrice per via telefonica nell’estate del 2025). Terricidio, dunque, è una parola che ci invita a dare un nome alle varie forme di uccidere che questo sistema capitalista, patriarcale, coloniale e specista ci impone quotidianamente. È una parola che ci invita ad abbracciare insieme la sofferenza per tutte le morti, perché tutte le vite e le forme di vita contano e sono intimamente connesse. Una parola che ci ricorda che siamo figli della Terra e che, in questa complessa rete di materialità viventi che è la Mapu, tutti gli esseri viventi e tutti i popoli sono interconnessi in un modo o nell’altro. Non esiste un “noi” separato da “loro”: la sofferenza degli altri (umani e non solo umani) è anche la nostra sofferenza, anche se viviamo in un mondo che ci rende insensibili e ci ha abituato a normalizzare stili di vita predatori, sostenuti a scapito della vita e della dignità di molti. La sofferenza che Moira Millán descrive in questo libro è quella del popolo mapuche e, allo stesso tempo, quella di molti altri popoli che lottano contro la ricolonizzazione dei loro territori, l’estrattivismo dilagante del grande capitale e il genocidio silenzioso che continua a essere perpetrato in molti luoghi, come le terre mapuche di Puelmapu occupate dallo Stato argentino e da quello cileno. Ascoltare questo grido di dignità è oggi più necessario che mai. La Patagonia è uno dei territori del Sud del mondo in cui il capitale transnazionale sta conducendo la sua guerra contro la vita con grande ferocia. Negli ultimi anni, e con crescente intensità durante la presidenza di Javier Milei, l’assedio contro il popolo mapuche per costringerlo a cedere le proprie terre si è intensificato drasticamente. Grandi proprietari terrieri, magnati internazionali e imprenditori di tutto il mondo hanno puntato gli occhi sulle immense riserve idriche, sui terreni coltivabili, sulle foreste e sui minerali della Patagonia, spingendo il governo argentino ad accelerare i meccanismi per espropriare le comunità mapuche dei loro territori ancestrali al fine di metterli in vendita e successivamente installare progetti estrattivi. Tra le minacce più urgenti del momento c’è quella dello Stato di Israele che, seguendo gli stessi principi con cui sta perpetrando il genocidio del popolo palestinese e la devastazione del suo territorio, rivendica ora i frutti dell’alleanza con il governo Milei, imponendo con la forza l’ingresso in Patagonia della Mekorot, la compagnia idrica statale israeliana, accusata dall’Onu di crimini contro l’umanità (si veda Mekorot: la empresa israelí denunciada por la ONU elegida para el manejo del agua, in «ANRed», 16 ottobre 2023, disponibile online). Mekorot, non a caso, è la stessa azienda che ha trasformato l’acqua in un’arma genocida contro il popolo palestinese. È la stessa azienda che detiene il monopolio di questa risorsa vitale nei territori palestinesi occupati e che, dall’inizio della nuova spietata offensiva militare israeliana nell’ottobre 2023, ha lasciato molte aree, tra cui la città di Gaza, senza acqua per il 95 per cento del tempo, sottoponendo la popolazione alla sete, al rischio di ingerire acqua contaminata e di sostenere costi esorbitanti per effimere quantità d’acqua. Oggi Mekorot sta assumendo la gestione del servizio idrico in dodici province argentine, tra cui la provincia di Chubut e il territorio del lof Pillañ Mawiza, da dove scrive Moira Millán. La violenza con cui lo Stato coloniale di Israele – in complicità con lo Stato coloniale argentino – cerca di impossessarsi delle risorse idriche della Patagonia è una delle tante manifestazioni del Terricidio che Moira denuncia in questo libro. È una delle espressioni della violenza genocida cui ricorre il nostro tempo, di fronte alla quale Moira Millán ci invita ad abbattere i confini che separano le nostre lotte e a riscattare la profonda consapevolezza che la Terra è la casa di tutti e che tutti noi siamo Terra Una saggezza antica, quella espressa da Moira, che ci propone di articolarci a partire dal riconoscimento delle nostre differenze, di organizzarci superando le barriere identitarie, riconoscendo che siamo tutti e tutte parte della materialità vivente della Terra e che possiamo unirci nello scopo di difenderla, di reimparare a vivere senza distruggerla. Moira dice: Non credo che la validità di questa lotta risieda nell’avere o meno sangue indigeno ma piuttosto nella nostra capacità di unirci attorno a uno scopo comune. In questa diversità di identità che incarniamo, ciò che conta è lo scopo che ci unisce. Il compito che spetta ai Popoli della Terra, in questo processo storico, è quello di unirsi come fratelli e sorelle, di essere nuovamente abitati dal coraggio, di rivendicare la saggezza della Terra, di uscire e combattere. Non possiamo perdere tempo […]. Abbiamo bisogno di unità e di agire ora. Non c’è tempo, non c’è tempo. È ora! Dobbiamo impegnarci e impegnarci. Non ci sono scuse. Una delle tante forme con cui noi che scriviamo questa introduzione abbiamo deciso di assumere l’invito di Moira a unirci attorno a uno scopo comune, superando le divisioni identitarie che troppo spesso ci impediscono di costruire articolazioni politiche fertili, è stata quella di tessere tra noi una relazione di collaborazione per rendere possibile la traduzione, la pubblicazione e la circolazione di questo libro in Italia. L’edizione italiana di Terricidio è in effetti il risultato di un tessuto di lunghe conversazioni interoceaniche, cucinate a fuoco lento, inizialmente tra Moira, Patrizia, Anna, Diego e Lucia, e successivamente con la casa editrice Tangerin, e mille altre realtà. Questo fuoco lento, però costante e persistente, si alimenta di tanti vincoli di solidarietà internazionale che ognuna e ognuno di noi ha coltivato negli anni con i popoli indigeni dell’America Latina, vincoli che ci hanno portato in modo diverso a conoscere Moira e che hanno portato Moira ad aver fiducia in noi e a chiederci di tessere una nuova complicità politica attorno alla pubblicazione di questo libro. I tessuti collaborativi hanno lo straordinario potere di generare relazioni insperate e, a volte, di contagiare speranza, senso critico e capacità di agire. Quello che ha portato alla pubblicazione di questo libro ci ha permesso di incontrarci e riconoscerci oltre al libro in sé e all’amicizia con Moira; ci ha permesso di scoprirci come compagni e compagne di una stessa lotta che oggi si dispiega simultaneamente in diversi luoghi: la lotta per la difesa dei territori di vita, per la dignità dei popoli che si oppongono a essere estinti e per la riscoperta di quei saperi tradizionali diffusi ma spesso dimenticati, coltivati nei solchi profondi della storia, attraverso un dialogo costante e collaborativo con la Terra e con una molteplicità di altri esseri viventi con i quali condividiamo questo pianeta del quale tutti e tutte possiamo imparare a riconoscerci come figli, figlie e guardiane. Speriamo di cuore che questo tessuto collaborativo si espanda, si moltiplichi e ispiri mille altre conversazioni, forme di complicità politiche e collaborazioni possibili. Buona lettura. -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- LETTURA COLLETTIVA DI TERRICIDIO Dopo il primo incontro realizzato il 28 settembre, sono in programma altri due appuntamenti online per leggere e discutere insieme il libro di Moira Millán. Che cosa significa Terricidio? E che cosa può insegnarci la lotta del popolo mapuche sulla difesa della Terra, delle comunità e di tutte le forme di vita? 5 ottobre, ore 20,30 Lo sradicamento dalle forze cosmiche della Mapu e le possibili riconnessioni. Incontro con Alessandra Chiricosta (a partire dai capitoli 11–15 del libro) 12 ottobre, ore 20,30 Memorie e rivoluzione tellurica: costruire alleanze nelle differenze Con Marco Deriu (a partire dai capitoli 16–22) Gli incontri si svolgono online. Il ricavato sarà interamente destinato a sostenere il Gran Parlamento Mapuche in Puelmapu, nella Patagonia argentina, organizzato per difendere il territorio e l’esistenza del popolo mapuche. Per iscriversi e contribuire, è sufficiente seguire le indicazioni contenute nel modulo: LINK. Per informazioni: yabastamarche@libero.it -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > La montagna sacra e il terricidio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Porre fine al terricidio proviene da Comune-info.
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