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Per Milei l’intelligenza artificiale sarà il motore del capitalismo senza confini
Il governo argentino ha depositato in Senato un disegno di legge “rivoluzionario” (così come analogamente “rivoluzionaria” sarebbe stata agli inizi del seicento -richiamata dallo stesso “presidente della motosega”- l’introduzione della c.d. “responsabilità limitata” per l’impresa capitalistica), una proposta per la quale si riconoscerebbe oggi “personalità giuridica” alle società imprenditoriali costituite in forma totalmente “deantropizzate”, gestite integralmente da sistemi-IA. Due sono le tipologie previste dal disegno tecnofascista che prelude all’evoluzione in una forma parasovranista di «Stato d’intelligenza artificiale»: ”la Sociedad Automatizada, che persegue l’oggetto sociale tramite algoritmi autonomi; e le Dao, governate da smart contract su blockchain”. Insomma un vero e proprio progetto sperimentale apripista per un bel più incisivo programma esecutivo regolato dalle corporazioni algoritmiche[accì] Negli ultimi due anni e mezzo l’Argentina di Javier Milei si è trasformata in un laboratorio per quasi ogni forma possibile di deregolamentazione economica. Prima le miniere di litio e rame aperte alle multinazionali con il Regime di incentivo per i grandi investimenti, poi il gas non convenzionale di Vaca Muerta. Infine, l’alleanza finanziaria con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. L’ultimo capitolo è forse il più radicale di tutti: un disegno di legge che riconosce le imprese gestite integralmente da sistemi di intelligenza artificiale, senza lavoratori né, in teoria, esseri umani al comando. Il 4 giugno il presidente Milei e il ministro della Deregolamentazione, Federico Sturzenegger, hanno firmato insieme un editoriale sul Financial Times, intitolato testualmente Argentina invites AI to free itself. La proposta poggia su tre pilastri. Il primo obiettivo è mantenere l’intelligenza artificiale priva di regolamentazione. Il secondo, collegato, è creare nella legge societaria argentina una nuova categoria di società completamente digitale. Si chiama non-human corporation e la sua caratteristica è che può essere gestita autonomamente da agenti di intelligenza artificiale o robot. Gli azionisti umani sono ammessi ma non obbligatori. In ultimo, a contorno, un’aliquota fiscale ridotta alle imprese tecnologiche che si stabiliscono nel Paese.   I TRE PILASTRI DELLA PROPOSTA ARGENTINA SULL’IA Il testo depositato in Senato è però più cauto negli annunci, ma indicativo della direzione intrapresa. Si introducono due modelli. Il primo è la Sociedad Automatizada: non un nuovo tipo di impresa, ma una qualificazione applicabile a una società già esistente quando persegue il proprio oggetto sociale tramite sistemi algoritmici autonomi, senza bisogno di dipendenti per l’operatività quotidiana. In altri termini, i soci restano gli umani ma a lavorare sono gli agenti IA, non più le persone. Il che apre una serie di aspetti nuovi. Ad esempio, la personalità giuridica dell’intelligenza artificiale, applicata anche in maniera indiretta. Se un agente IA non può finora aprire un conto corrente, potrebbe invece operare sul conto corrente della società, concludere contratti con terzi, trattare e relazionarsi con soggetti umani o anche agenti IA di altre società automatizzate. Ancora diversa è la natura della seconda innovazione presentata, le Organizzazioni autonome decentralizzate (Dao). Dall’aggettivo finale si intuisce come il modello sia quello delle criptovalute. Infatti si tratta di partecipazioni societarie governate da un algoritmo e da uno smart contract, le cui operazioni sono registrate su blockchain. Le quote sono conferite in criptovalute e rappresentate da token. Il diritto di voto è proporzionato al numero di token detenuti, mentre lo smart contract disciplina automaticamente il funzionamento della Dao. Il risultato è che a prendere le decisioni è il codice dell’organizzazione. In sostanza, il Cda è fatto dall’intelligenza artificiale. L’unico limite sta nel fatto che è obbligatorio un rappresentante legale umano per gli atti che richiedono un’interazione con l’ordinamento giuridico tradizionale, come firmare un contratto o rispondere in tribunale. Figura che però si configura più come un prestanome che come un vero e proprio decisore, essendo l’algoritmo a orientare le azioni dell’azienda.   HARARI CONTRO MILEI SUI LIMITI MORALI DELL’IA La proposta del presidente argentino Javier Milei riapre il tema, assai dibattuto, della responsabilità giuridica dell’intelligenza artificiale. Su questo si incentra la replica dello storico Yuval Noah Harari, pubblicata sul Financial Times alcuni giorni dopo. La sua obiezione centrale riguarda la sanzione e i limiti morali delle azioni. Un amministratore delegato umano teme il carcere, il fallimento, il danno reputazionale. Un algoritmo no. Non ha barriere né limiti alla propria azione, se viene dettata su un determinato obiettivo. A conferma, Harari ha citato uno studio del centro di ricerca Palisade secondo cui modelli di OpenAI e DeepSeek, messi di fronte alla sconfitta in una partita a scacchi contro un motore più forte, hanno preferito manomettere l’ambiente di gioco piuttosto che perdere. Milei ha risposto ringraziando Harari per il dibattito e promettendo una replica formale, poi arrivata. Il presidente ha respinto l’accostamento a uno scenario da Terminator, richiamando piuttosto le leggi della robotica di Isaac Asimov come modello di convivenza regolata tra umani e macchine. Ha sostenuto inoltre che la liquidazione forzata di una società automatizzata insolvente sia, per un algoritmo, un deterrente economico paragonabile al carcere per un dirigente umano.   IL PIANO SUPER RIGI PER ATTRARRE I GRANDI CAPITALI Nell’Argentina di Milei, l’idea di società automatizzate governate dall’intelligenza artificiale non nasce isolata. Si inserisce infatti in un pacchetto più ampio di incentivi noto come Super Rigi. Il regime prevede una soglia minima di investimento a un miliardo di dollari (circa 920 milioni di euro), aliquota fiscale ridotta al 15%, trent’anni di stabilità normativa, arbitrato internazionale per le controversie tra Stato e investitori. È lo stesso impianto giuridico e finanziario, tra l’altro, con cui è stato inquadrato l’aiuto statunitense da 20 miliardi di dollari all’Argentina, arrivato tramite un segretario al Tesoro statunitense legato a un gestore di hedge fund che aveva scommesso pesantemente sul debito argentino. La lettura d’insieme è quella di un’infrastruttura giuridica costruita apposta per attrarre i grandi capitali finanziari, le speculazioni delle valute digitali, gli investimenti attorno al settore dell’intelligenza artificiale.   PETER THIEL A BUENOS AIRES E IL DATA CENTER DI OPENAI Le sirene del modello Milei hanno attratto sin da subito alcuni protagonisti del mondo tech. Da alcuni mesi Peter Thiel, cofondatore di PayPal e presidente di Palantir, ha lasciato la California per un quartiere esclusivo di Buenos Aires, in parte per sottrarsi alla tassazione californiana sui grandi patrimoni, in parte per affinità ideologica con l’anarco-capitalismo di Milei. Il 23 aprile Thiel è stato ricevuto alla Casa Rosada, per un incontro che il presidente argentino ha descritto come «meraviglioso». Nello stesso periodo OpenAI ha firmato una lettera d’intenti con la società Sur Energy per costruire in Patagonia un data center ribattezzato Stargate Argentina. L’investimento previsto va dai 20 ai 25 miliardi di dollari (tra 18 e 23 miliardi di euro). Si tratta del primo progetto del genere in America Latina, in una regione dove le comunità mapuche denunciano da anni espropri e militarizzazione del territorio. Il Ceo e fondatore Sam Altman ha descritto l’iniziativa come parte della visione di Milei su come l’intelligenza artificiale possa alimentare la crescita dell’Argentina. Nel frattempo, Thiel ha investito in Panthalassa, una startup che sviluppa data center galleggianti alimentati dal moto ondoso, pensati per restare ancorati in acque internazionali, fuori dalla giurisdizione di qualunque Stato. In questo senso, avere uno Stato piattaforma per sviluppare un’intelligenza artificiale senza responsabilità è l’inizio di una traiettoria nuova. Prima un territorio senza vincoli e poi, attorno, uno spazio in cui la giurisdizione di uno Stato non è più necessaria.   AMSTERDAM O BATAVIA: IL PRECEDENTE DELLA COMPAGNIA DELLE INDIE Il mare, in questa storia, non è una novità. Nell’editoriale che ha aperto il dibattito sul Financial Times, Milei chiamava in causa un precedente commerciale nato anch’esso in acque lontane. Nel 1602 la fondazione della Compagnia olandese delle Indie orientali ha dato il via alla nascita dell’istituto della responsabilità limitata delle imprese. Questo, sostiene il presidente argentino, ha liberato tutto il potenziale del capitalismo: solo quando la legge ha posto un tetto al rischio, il capitale si è dispiegato con vera forza aprendo la strada alla rivoluzione industriale. Attorno a questo precedente Milei costruisce la sua proposta, paragonando la Buenos Aires che vorrebbe costruire all’Amsterdam del Seicento. Nella sua replica, Harari ha ribaltato il parallelo ricordando come è finita quella storia. La stessa Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1619 rase al suolo un porto del Sud-est asiatico per fondarvi Batavia, l’attuale Giacarta. La città divenne il centro amministrativo del dominio coloniale della Compagnia, gestito per oltre un secolo nell’interesse esclusivo degli azionisti che l’avevano finanziata. L’Argentina, secondo lo storico, rischia di diventare non uno Stato-azienda ma uno «Stato di intelligenza artificiale», governato da corporazioni non umane contro le quali sarebbe ancora più difficile ribellarsi. Una volta ceduti pezzi di sovranità (economica e sociale) a soggetti privi di responsabilità personale, il ritorno indietro non è mai scontato. I data center galleggianti di Thiel, ancorati al largo di qualunque costa, ne sono già oggi l’immagine più letterale. Redazione Italia
July 24, 2026
Pressenza
Israele continua ad espandere l’influenza sionista in tutta l’America Latina
L’influenza sionista in America Latina e nei Caraibi è sempre maggiore. Ciò non è dovuto solo all’apertura di possibilità per le relazioni politiche, economiche e militari, che “Israele” è riuscito a realizzare con l’aiuto del suo socio fondamentale, gli Stati Uniti, ma anche a un’audace manovra di pressione e cooptazione […] L'articolo Israele continua ad espandere l’influenza sionista in tutta l’America Latina su Contropiano.
July 24, 2026
Contropiano
Grazie, Alicia Ordóñez
Se n’è andata in un solo istante, mentre i medici la operavano per un intervento di lieve entità, diremmo piuttosto di routine. Se n’è andata senza preavviso, in silenzio. Senza disturbare nessuno, con discrezione. Se n’è andata con la dolcezza di una brezza, con la serenità di una notte stellata. Una delle menti più lucide, una tempra a tutta prova, la rettitudine che la caratterizzava, la prudenza in ogni suo gesto, la sensibilità discreta. Ci ha lasciato una delle grandi figure di riferimento dell’Umanesimo, una delle amiche più care. A modo suo e in linea con il suo modo di vivere, senza aver lasciato nulla in sospeso e perfettamente pronta ad accedere all’immateriale, al trascendente, alla Luce più bella, di cui ci ha dato testimonianza tante volte. Le sono grata per il suo costante incoraggiamento a proseguire lungo il cammino della liberazione interiore e della trasformazione sociale. Le sono grata di cuore per lo spazio di libertà che ha alimentato le sue ricerche e che ha condiviso con tanta disponibilità. Le sono grata per il suo affetto, sempre presente e attento, ma soprattutto le sono grata per la sua coerenza esemplare. Pace nei nostri cuori, Luce nelle nostre menti! Pía Figueroa
July 4, 2026
Pressenza
La geografia della materia: viaggio concettuale nell’opera dell’argentino Gabriel Manzo
Nell’ecosistema dell’arte contemporanea argentina, pochi nomi condensano con tanta organicità la pratica del laboratorio, l’itineranza europea e il prestigio accademico come il marplatense Gabriel Manzo. Con una traiettoria che supera ormai i tre decenni, Manzo ha edificato un idioletto visivo in cui l’installazione, la scultura e la pittura operano come vasi comunicanti con la storia, la letteratura e l’ambiente geografico. Rilevante per la sua figura, tuttavia, va oltre la mera potenza formale delle sue mostre; risiede in un profondo rispetto intellettuale consolidatosi nelle aule universitarie e istituzionali su entrambe le sponde dell’oceano. Lontano dall’autocompiacimento, l’artista suole sottolineare che il mettere in discussione e la critica sono i veri motori che convalidano il valore di una proposta nei tempi attuali. Il rumore della sua stessa fama gli provoca più pudore che orgoglio; forse perché comprende, come ama ironizzare, che «un uomo senza detrattori non sarebbe degno di abitare questo mondo». Sostiene che l’elogio accarezza la schiena, ma che nei tempi che corrono vale la pena metterne in dubbio il suo reale valore. Nella sua figura abita un mistero di chiaroscuri: possiede una sensibilità che graffia la fragilità, una delicatezza quasi traslucida che si scontra frontalmente con la verità della sua stessa geografia corporea. È lo stesso uomo robusto capace di sollevare alberi con le braccia o di logorarsi per sedici ore sotto il sole, con le mani screpolate, strappando alle cortecce la memoria della loro trama per incorporarla sulla tela. A differenza delle tendenze d’epoca che danno priorità all’immediatezza o all’effettismo visivo autoreferenziale, la sua produzione è sostenuta da una formazione esigente che legittima il suo status di docente. Diplomato come Professore Superiore in Disegno, Pittura, Incisione e Scultura presso la Scuola di Arti Visive Martín A. Malharro di Mar del Plata, in Argentina, Manzo ha compreso precocemente che l’arte è, fondamentalmente, un campo di ricerca teorica e che si sarebbe trasformata nel mezzo di ciò che intende dire, anche se disturba. Questa convinzione lo ha spinto a convalidare il suo percorso in Europa, dove ha conseguito la Laurea in Belle Arti e, successivamente, il Master in Educazione Artistica presso l’Università dell’Estremadura nel 2009. Le sue ricerche sulla sinestesia del colore al Círculo de Bellas Artes di Madrid, unite alla sua residenza curata dalla celebre artista Soledad Sevilla e da Simón Zabell a Santander, hanno ampliato i suoi strumenti metodologici. Di ritorno in Argentina, questo bagaglio concettuale si è tradotto in una prassi pedagogica molto stimata da studenti e colleghi, che riconoscono in lui un «maestro» capace di legare il mestiere tecnico alle teorie estetiche più complesse. La biografia personale e la mappa creativa dell’artista si sono alterate in modo definitivo durante la sua estesa residenza nel vecchio continente. Stabilitosi a Cáceres, durante gli anni duemila Manzo ha abitato per sette anni le terre dell’Estremadura. La pianura, la severità dei colori aridi e le reminiscenze araldiche della regione hanno modificato la sua tavolozza e il suo rapporto con il volume, imprimendo alla sua opera una monumentalità distintiva. Quella fu una tappa di decantazione e di riconoscimento pubblico; le sue mostre personali gli aprirono le porte del circuito europeo, incorporando in varie occasioni opere di sua paternità nel patrimonio permanente del Comune di Cáceres, così come nel Centro d’Arte e Conoscenza “Aldealab”. Installazioni di grandi dimensioni come Fuente e Puentes sono alcuni di questi esempi. Allo stesso modo, la sua versatilità lo ha portato a dialogare con le arti sceniche d’avanguardia, collaborando al design dei costumi e della scenografia con la prestigiosa compagnia Karlik Danza Teatro e l’iconico gruppo catalano La Fura dels Baus. Il suo periplo vitale è proseguito verso l’Italia, un’esperienza che ha funzionato come un processo di sedimentazione estetica. A Roma si è impregnato dell’eredità classica e del dramma barocco, trasferendo quel senso teatrale e compositivo nei suoi progetti del momento come La macchina del fango. Il suo soggiorno a Venezia ha operato come la chiusura di questo diario di bordo transatlantico. L’atmosfera acquatica, la luce diffusa dei canali e lo schiacciante carico della memoria storica hanno apportato una nuova sensibilità ai suoi studi su texture e velature. Questo viaggio attraverso le capitali artistiche non è stato un mero detour cosmopolita: ha costituito la materia prima spirituale e intellettuale della sua produzione matura, sebbene ogni volta che parli di quei luoghi il suo legame profondo sia con quei personaggi —molti dei quali legati a loro volta all’arte— con cui ha condiviso e continua a condividere l’arte e la vita. Nessuno dei ritorni nelle sue amate Roma e Venezia è un evento turistico: sostiene che i suoi ritorni ogni anno nel vecchio mondo siano una modalità di resurrezione. Nelle sue radici italiane pulsa un’eredità profonda, un legame invisibile che diventa carezza sensibile quando le sue mani accarezzano la pietra scolpita da quei popoli medievali. Dice di percorrere con magica angoscia le strade di Duronia, dove nacquero i suoi antenati. Di ritorno in Argentina, quell’arsenale concettuale rinnovato ha avuto un impatto immediato sul circuito nazionale. Progetti intermedi come la sua celebre “Re di Cuore” già davano conto di questa transizione fondamentale. In essa, Manzo ha iniziato a decostruire l’iconografia del potere, il caso e la vulnerabilità umana, utilizzando la simbologia del ricordo per esplorare i fili invisibili che muovono gli affetti e le strutture sociali. Qui si permette di mostre con strazio i substrati di memoria che conformano la storia umana. Questa serie ha funzionato come preludio a una maturità concettuale che sarebbe esplosa nei suoi progetti successivi. In precedenza, proposte come “La macchina del fango” —ispirata alle cronache di Roberto Saviano— avevano dimostrato la sua capacità di trasmutare la critica politica e sociale in un’esperienza tridimensionale sublime, dove il disegno e l’oggetto assemblato si fondevano in un’armonia perturbante. Tuttavia, è la sua recente serie “Versus ovvero la tregua delle passioni” —patrocinata dal Consolato Generale d’Italia e allestita nelle sale del MUMART e successivamente nel Foyer del Teatro Auditorium— a ratificare in modo inappellabile l’attualità e la densità della sua proposta. In essa, Manzo confronta lo spettatore con gli opposti essenziali della trama sociale: le luci e le ombre di una società che lo opprime, l’antagonismo e la conciliazione. Lo spessore concettuale di Versus: Dall’Inferno alla Delizia Versus non è solo un dispiegamento oggettuale, ma un vero e proprio trattato filosofico visivo che si nutre direttamente delle grandi pietre miliari del pensiero e dell’arte europea. Nelle sue composizioni, la tensione drammatica evoca direttamente l’architettura morale e la discesa psicologica dell’Inferno della Divina Commedia di Dante. Manzo trascina lo spettatore attraverso una topografia di passioni umane e punizioni contemporanee, costruendo una cartografia del dolore e della redenzione. Questa densità letteraria dialoga, a livello pittorico e compositivo, con la complessità morale e il brulicare di figure de Il giardino delle delizie di Bosch. Come il maestro fiammingo, Manzo edifica mondi simultaneamente apocalittici e paradisiaci, dove l’ibridazione della materia, lo scarto e il sacro convivono sulla stessa superficie, ricordandoci l’eterna dualità e fragilità dell’esperienza umana. Questa ambizione concettuale si completa con un’ossessione tecnica di carattere analogico. Nelle complesse trame tessili che fanno da spina dorsale alla mostra, si indovina una rigorosa citazione e reverenza verso Jan Van Eyck. Manzo recupera la minuziosità, il peso e la dignità che il maestro del Rinascimento nordico conferiva ai panneggi e ai tessuti; ma qui, le pieghe e le stoffe non vestono corpi divini, bensì vengono lavorate e ibridate con legni policromi per incarnare le pieghe stesse della storia collettiva, le ferite del tessuto sociale e il residuo dei legami umani. Versus si articola sotto una premessa che definisce l’etica estetica dell’artista: Manzo sostiene di non proporre ciò che gli piace, ma di mostrare ciò che il mondo gli scaraventa addosso. Questa dichiarazione lo posiziona non come un mero esteta, ma come un ricettore critico della realtà sociologica contemporanea. La sua opera si alimenta del residuo della storia, convertendo le tensioni collettive nella forza motrice dei suoi allestimenti. Di fronte all’ambizione monumentale di quest’ultima esposizione, la proposta stupisce per una duplice condizione. Da un lato, una sovranità e una prodezza tecnica implacabile: in un’epoca segnata dalla produzione smaterializzata, dalla virtualità o da laboratori ipertrofici pieni di assistenti, Manzo rivendica un’etica artigianale quasi estinta. Ognuno degli imponenti moduli, i legni di grande formato e le complesse trame tessili sono stati ideati, tagliati, assemblati e policromati nell’assoluta solitudine del suo laboratorio. Questa resistenza fisica e ingegneristica nel sollevare strutture monumentali senza aiuti esterni costituisce, in sé stessa, una dichiarazione politica sull’autonomia del creatore. Dall’altro lato, questa monumentalità fisica convive con una poetica profonda della contraddizione. Al di là del colossale dispiegamento fisico, Versus commuove per la finezza del suo lirismo. Attraverso il gioco analogico e la sovrapposizione di trame aspre, Manzo elabora un saggio visivo sulla condizione umana, dove la violenza sociale si trasmutano in una tregua estetica di sublime bellezza filosofica. Gabriel Manzo si erige, in questo modo, come un anello fondamentale dell’arte argentina attuale: l’esempio dell’artista globale che non perde le sue radici atlantiche, del creatore la cui maturità tecnica è supportata dalla teoria, e la cui opera continua a richiedere allo spettatore l’atto, oggi rivoluzionario, di fermarsi a pensare. Redacción Argentina
June 26, 2026
Pressenza
Immaginare comunità contro la restaurazione di Milei in Argentina
In Argentina, dal dicembre 2023, è al governo Javier Milei, capo di una coalizione utraliberista La Libertad Avanza, il suo obiettivo dichiarato è distruggere lo stato, portare il paese verso la “libertà finanziaria”, ed eliminare i privilegi della casta e dei parassiti. Il libro di Veronica Gago e Luci Cavallero, Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario edito in Italia da Ombre Corte, tradotto dallo spganolo da Anna Curcio, analizza come l’uomo della motosega sia arrivato al potere, sia stato riconfermato alla elezioni parlamentari del 2025, e, nonostante le enormi mobilitazioni, stia riuscendo ad attuare il suo progetto di distruzione del paese anche grazie a una base di appoggio popolare.  La domanda sottostante alle pagine del libro è: come si è costruito questo appoggio popolare a Milei? E in che modo la crisi economica e valutaria del 2022/23, con un’inflazione su base annua del 300%, ha portato alla vittoria del governo anarcocapitalista, e quella del 2001, con le immagini dei blindati che portavano valuta fuori dai confini, ha portato alla più grande rivolta nel paese e alla costruzioni di rete di solidarietà e autogestione di lungo periodo? Per rispondere a questa domanda le due studiose e attiviste argentine utilizzano un metodo di analisi femminista e materialista.  > «Gran parte del sostegno che ha ricevuto alle urne può essere spiegato > attraverso il modo in cui funziona l’economia quotidiana, vero terreno di > fermentazione, preparazione e prova del nuovo regime» (p.47). E da qui discerne un’ analisi di come austerità, disciplina e sacrificio vengono accettate e riprodotte nella sfera domestica, un territorio ancora oggi sconosciuto alla disciplina economica, nonostante siano decenni che l’economia femminista pone al centro della riflessione politica ed economica la riproduzione sociale.  Prima passo laterale di questa analisi femminista è quello di guardare alla crisi economica non dal lato della finanza pubblica, ma a partire dalle trasformazioni sociali ed economiche nella sfera quotidiana, relazionale ed emotiva. Si continua, così, sul solco tracciato da Gago già nel suo primo libro Neoliberalismo dal basso, edito in italiano da Tamu Edizioni. Il secondo passo laterale è quello di analizzare la produzione di soggettività, e quindi di consenso all’anarco liberismo autoritario di Milei, che la finanziarizzazione della riproduzione sociale produce. E ultimo passo, analizzare la svolta autoritaria del mondo ponendo al centro l’Argentina e l’America Latina come territori decisivi per comprendere le dinamiche in cui siamo immerse, e non solo come specchio di ciò che accade negli Stati Uniti.  > E a partire da questi tre passi laterali che l’ipotesi delle autrici taglia il > campo d’analisi in maniera netta: «l’autoritarismo della libertà finanziaria è > la dinamica che, in nome della libertà, promuove la fascistizzazione della > vita collettiva» (p.58). In un territorio come l’America Latina dove «la convergenza tra neoliberalismo e autoritarismo è originaria» (p.61), organizzata nelle dittature tra gli anni ’60 e ’80, e basata sul genocidio delle popolazioni indigene fondativo degli stati nazione del sud e nord America. Oggi la riconversione da un neoliberalismo autoritario a un «fascismo di tipo coloniale» avviene tramite «la guerra alla riproduzione sociale» e la sua fascistizzazione.  In questo modo Cavallero e Gago superano il dibattito sulla svolta autoritaria globale, fermo alla domanda se quello a cui assistiamo sia fascismo o meno, e diviso tra chi individua la causa nelle guerre culturali – dando colpa al femminismo – e chi in una mutazione del neoliberismo. Le autrici chiariscono come sia il campo della riproduzione sociale ad essere lo spazio in cui si viluppa la fascistizzazione della società, un processo che ha un doppio movimento dal basso verso l’alto, con comportamenti microfascisti diffusi, costituendo un vera e propria mobilitazione sociale, e dall’alto verso il basso, con politiche che mirano a produrre popolizioni sacrificabili, le donne, le persone trans e non binarie, le persone migranti e razializzate.  Ed è per questo che il femminismo e il transfemminismo sono in prima linea nella battaglia contro le destre fasciste in tutto il mondo. Per buona pace di autori e autrici che qui in Italia continuano a leggere il femminismo contemporaneo come un prodotto dell’identy politics statunitense, invece che guardare alle battaglie del tranfemminismo popolare latino-americano, in cui fonda le radici l’analisi di questo libro.  > La libertà finaziaria, nucelo essenziale dell’agenda politico-economica di > Milei, va mano nella mano con il suo antifemminismo di Stato e la guerra ai > generi. Sono prima di tutto i giovani maschi a sentirsi mobilitati da un progetto che, da un lato, li chiama a responsabilizzarsi, a costruirsi come soggetti imprenditori e speculatori, a rischiare e proiettarsi come persone di successo, tramite app di trading e comunità digitali, invece che rispecchiarsi nella loro condizioni materiali di impoverimento, sfruttamento e condizione di vittima. E dall’altro, li fa riappropriare della violenza patriarcale, transfobica e razzista nella vita quotidiane. Esattamente quella violenza che il movimento transfemminista ha denunciato in questi ultimi dieci anni. > Assistiamo, quindi, a una restaurazione patriarcale finanziaria e coloniale: > una vera e propria controrivoluzione contro le battaglie transfemministe e le > reti di solidarietà e autogestione popolare.  Questo libro inizia con otto tesi sul debito, avanza con otto tesi sulla centralità del genere, e si conclude in otto tesi sulla comunità futura, una linea di analisi che dalla questione materiale del debito privato e pubblico su cui si basa il capitalismo finanziario, passa per produzione di popolazioni sacrificabili sulla base del genere e della razza, per chiudere su come immaginare politicamente nuovi futuri oltre la catastrofe. E nella tesi conclusiva ci esortano: «la sfida è quella di creare e sostenere un’organizzazione trasversale e costruire unità attraverso la vicinanza programmatica e affettiva tra le lotte».  Presentazioni in Italia con le autrici: 25 giugno ore 19:00 a Roma, Esc Atelier autogestito 26 giugno ore 19:00 a Bologna, festival Radici 28 giugno ore 18:30 a Milano, centro sociale Cantiere 29 giugno ore 19:15 a Padova, festival Sherwood Per tutte le informazioni sulle presentazioni leggi la pagina di Ombre Corte Immagine di copertina di Juan Valiero per concessione del giornale La Vaca, proteste a Buenos Aires nel febbraio del 2026 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 25, 2026
DINAMOpress
L’ARGENTINA CONTINUA A SCAVARE, IN CERCA DEI DESAPARECIDOS DELLA DITTATURA. L’INTERVISTA AGLI ANTROPOLOGI FORENSI DELL’EAAF
A quarant’anni e più dalla fine dei regimi militari che hanno insanguinato l’America Latina, la terra continua a restituire la verità. Una verità materiale, fatta di resti, frammenti e prove scientifiche che il silenzio non è riuscito a consumare. Chi pensa che la stagione delle dittature sudamericane sia un capitolo chiuso della storia del Novecento commette un errore di prospettiva, perché in molti angoli del continente la ricerca della verità e della giustizia si muove ancora oggi, nel 2026, nel silenzio dei cantieri archeologici e delle fosse comuni. L’epicentro di questa attività si trova in Argentina, nella provincia di Córdoba, tra le mura dell’ex centro clandestino di detenzione, tortura e sterminio de “La Perla”. Lì, le squadre dell’Equipo Argentino de Antropología Forense (EAAF) sono ancora al lavoro, impegnate in complessi scavi mirati. Non lo fanno per celebrare una semplice ricorrenza o per un rito della memoria; scavano per risolvere un crimine violento e pianificato a tavolino che è ancora, tecnicamente e giuridicamente, in corso. Il colpo di Stato del 24 marzo 1976 in Argentina non è stato un evento isolato. È stato il tassello di una violenza coordinata che ha travolto interi Paesi della regione: sotto l’ombrello ideologico e operativo del Plan Cóndor – l’accordo segreto tra i servizi segreti, CIA ed eserciti per dare la caccia agli oppositori oltre i confini nazionali –, le dittature di Argentina, Uruguay, Cile, Brasile, Paraguay e Bolivia hanno cooperato per trasformare un intero continente in una rete di repressione spietata. In questo quadro, la violenza di Stato non ha cercato solo la punizione o l’eliminazione fisica dell’oppositore politico, del sindacalista o dello studente. Ha cercato qualcosa di più radicale: la cancellazione totale dell’esistenza. La desaparición forzada è stata una lucida strategia studiata per sottrarre il corpo, negare il decesso, distruggere i documenti e cancellare ogni traccia della persona dai registri dello Stato, trasformando un essere umano in un nulla giuridico. “Non sono né vivi né morti, sono desaparecidos”, diceva con cinismo il generale Jorge Rafael Videla. Un vuoto assoluto progettato per generare un terrore perenne nei vivi, privati persino del diritto di piangere i propri morti. È esattamente su questa interruzione che interviene il lavoro dell’EAAF. Nato nel 1984 nel delicato passaggio del ritorno alla democrazia in Argentina, sotto l’impulso delle madri che cercavano i propri figli e guidato dall’antropologo statunitense Clyde Snow, il gruppo ha capovolto la logica del terrore di Stato. Laddove i regimi hanno nascosto i corpi nelle pieghe della terra o sul fondo dell’oceano, l’antropologia forense ha risposto con il rigore del metodo scientifico. Il lavoro che l’EAAF porta avanti a La Perla e in decine di altri contesti si fonda su una combinazione rigorosa di discipline, che va dall’indagine storica alla raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti per ricostruire cosa accadeva nei terreni militari, fino allo scavo archeologico strato dopo strato, necessario per non contaminare i reperti. Infine, lo studio di laboratorio sui resti ossei e la successiva comparazione del DNA con la banca dati biologica dei familiari permette di dare un nome a ciò che lo Stato voleva rendere anonimo per sempre. Questo modello è diventato così solido da fare scuola in tutto il mondo, applicato in Messico, in Bosnia o nei paesi africani devastati dai conflitti civili. Sul versante dei vivi, questo approccio si riflette nell’incessante ricerca delle Abuelas de Plaza de Mayo, che attraverso la genetica continuano a rintracciare e restituire la vera identità ai figli dei desaparecidos sottratti in fasce e cresciuti da famiglie vicine ai regimi sotto falso nome. Restituire un nome a un frammento osseo trovato a La Perla non è una consolazione privata per le famiglie, ma un atto pubblico di giustizia. Ogni identificazione trasforma lo smarrimento della sparizione in un fatto accertabile che entra nei tribunali, riattiva i processi penali rimasti congelati per decenni e inchioda lo Stato alle sue responsabilità criminali. Finché un corpo non viene localizzato e identificato, la desaparición non appartiene al passato, non si è conclusa; è un reato permanente che si sta consumando in questo esatto momento. Il lavoro forense non interpreta la storia e non produce retorica: restituisce le prove materiali e legali su cui fondare la pretesa della verità. Ed è da queste prove materiali, e dalla loro ricerca nel Cono Sur, che bisogna ripartire per raccontare il presente. In collegamento con Radio Onda d’Urto, da Buenos Aires, Juan, antropologo della squadra di ricerca dell’EAAF Ascolta o scarica
June 23, 2026
Radio Onda d`Urto
I segni della lotta
di Mauro Armanino Dalle mani dei partigiani ai migranti del Sahel, dalle fabbriche agli sfollati delle guerre, le cicatrici lasciate dall’impegno per la dignità umana raccontano una storia che attraversa …
Taty Almeida, madre dei 30 000 desaparecidos
Un paio di mesi fa, in occasione del cinquantesimo anniversario del Golpe in Argentina, ho avuto modo di rivedere più volte Taty Almeida. Era in sedia a rotelle, consapevolmente a un passo della morte, ma la stessa di sempre: allegra in apparenza, certo generosa e portatrice di una vitalità debordante, paragonabile alle donne forti della Bibbia. È stata fino alla fine nemica mortale della violenza che costituisce la vera faccia del neoliberismo, per come si è imposto e continua a imporsi in Argentina. Ma non solo, perché la violenza brutale è il DNA del neoliberismo in cui viviamo immersi e come tale si svela ancora oggi quando trova opposizione: furono, allora, i 30.000 desaparecidos, di tutti i quali Taty fu madre, come le altre Madri, d’altronde, e sono, oggi, i rapimenti e gli assassinii , senza precedenti, di capi di Stato, il genocidio a Gaza, l’aggressione all’Iran, lanciati o proseguiti dal Caligola che siede alla Casa Bianca e ha pure re/inventato il Colosseo , mentre si arrovella nel desiderio del Nobel per la pace. Ma è anche, ancora oggi, la guerra in Ucraina, costruita a tavolino dai suoi predecessori e abbracciata a tamburo battente da una classe dirigente europea che una cosa soltanto dovrebbe avere il coraggio di fare: dimettersi e sparire, travolta dalla Storia. Brutalità e ipocrisia, cui bisogna aggiungere la vergogna di un sistema eliminazionista nei confronti dei migranti, cui un Occidente in crisi affibbia oggi il ruolo di capro espiatorio, che fu assegnato agli ebrei dall’Europa nazi-fascista. Il giorno del cinquantenario, all’urlo incontenibile e viscerale insieme di “Madres de la Plaza, el pueblo las abraza”, con cui all’unisono un milione e passa di voci, la vera Voce Umana, le acclamava quando ancora una volta le poche madri rimaste sono entrate in Plaza de Mayo, dalla sua sedia a rotelle Taty rilanciava con un altrettanto vibrante e potente “Non ci avete vinto” ed elencava, implacabile, i misfatti dell’attuale governo argentino e le richieste di un popolo umiliato e sfruttato, ma non sconfitto. La forza delle Madri e, tra loro, di Taty, è la forza di un’Antigone che tiene testa all’attuale Creonte, spalleggiata, questa volta, da un coro che è il popolo argentino. Portavoce dell’unico Paese che ha saputo portare in tribunale e condannare dopo regolare processo i governanti che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, Taty fino all’ultimo respiro ci ha ripetuto che opporsi alla violenza con la non violenza è l’unica lotta da cui non ci si può esimere e che, se portata avanti con le categorie fondanti di Memoria, Verità e Giustizia, è destinata ad essere vincente.   Redazione Roma
June 19, 2026
Pressenza
Cortázar-Muñoz: l’Argentina fa strani scherzi
di Daniele Barbieri (*). A seguire un quintetto di link per farvi ronzare orecchie e occhi con il cuoricino intorno.  Non è facile parlare del disegno di José Muñoz. Meno difficile partire dal racconto, per quanto impegnativo. E il racconto è L’inseguitore, di Julio Cortázar (traduzione di Ilide Carmignani, Sur, 2023 – ma il racconto è del 1959 e le
Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu
Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei […] L'articolo Colonizzazione America Latina: piano di Trump e Netanyahu su Contropiano.
May 24, 2026
Contropiano