La protesta contro Milei unisce le lotte per i diritti
LA DIFESA DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA DIVENTA IL PUNTO DI INCONTRO DI UNA
MOBILITAZIONE SOCIALE PIÙ AMPIA CONTRO LE POLITICHE DI AUSTERITÀ DEL GOVERNO
MILEI. NELLE PIAZZE ARGENTINE, STUDENTI, LAVORATORI, PENSIONATI, MOVIMENTI
FEMMINISTI E ORGANIZZAZIONI PER I DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ
DENUNCIANO LE CONSEGUENZE DEI TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA E RIVENDICANO UN MODELLO
DI SOCIETÀ FONDATO SULL’ACCESSO ALLA CONOSCENZA, SULLA GIUSTIZIA SOCIALE E SULLA
RESPONSABILITÀ DELLO STATO. UNA PROTESTA CHE VA OLTRE LA QUESTIONE UNIVERSITARIA
E INTERROGA IL FUTURO DELLA DEMOCRAZIA ARGENTINA
La quinta Marcia federale universitaria ha riunito studenti, lavoratori e
lavoratrici e movimenti sociali contro l’austerità della politica pubblica
dell’era Milei. La protesta per l’università pubblica è diventata una battaglia
per i diritti, la democrazia e la sovranità.
Il Congresso argentino è stato il centro di una giornata che avrebbe dovuto
parlare di bilanci, leggi e numeri. Ma fuori dal Parlamento, nella piazza che si
riempiva di studenti, docenti, lavoratori e lavoratrici, pensionati e
organizzazioni sociali, la discussione era molto più ampia: quale Paese si sta
costruendo sotto il governo di Javier Milei, e chi è destinato a pagarne il
prezzo?
La quinta Marcia federale universitaria ha portato nuovamente migliaia di
persone nelle strade di Buenos Aires e di numerose città argentine. Secondo gli
organizzatori, circa un milione di persone ha partecipato alle mobilitazioni in
tutto il Paese. Il motivo principale era chiaro: chiedere al governo di
applicare la legge sul finanziamento delle università pubbliche, approvata dal
Congresso e successivamente confermata nonostante il veto presidenziale.
Ma la manifestazione del 15 ottobre non è stata soltanto una protesta del mondo
accademico o studentesco. Attorno alla difesa dell’università, pubblica e
gratuita, si sono incontrate rivendicazioni diverse, accomunate dal rifiuto di
un modello economico e sociale che considera la spesa pubblica un costo da
comprimere, anziché uno strumento per garantire diritti.
Un’università sotto assedio
In Argentina, l’università pubblica è molto più di un’istituzione educativa. È
una delle principali vie di accesso alla formazione superiore per chi proviene
dalle famiglie lavoratrici, un luogo di produzione scientifica e culturale, uno
spazio di mobilità sociale e di costruzione della cittadinanza.
Difenderla significa difendere l’idea che il diritto allo studio non debba
dipendere dal reddito familiare. Significa anche tutelare la ricerca, la
formazione professionale e la possibilità di sviluppare conoscenze al servizio
della società, al di fuori delle sole logiche del mercato.
Dal suo insediamento, nel dicembre 2023, il governo di Milei ha imposto una
politica di drastica riduzione della spesa pubblica. Il sistema universitario è
stato investito da una crisi di finanziamento che ha colpito il funzionamento
degli atenei, i salari di docenti e personale non docente e le condizioni
materiali degli studenti. Secondo stime riportate dalla stampa argentina, il
bilancio universitario ha subito una contrazione reale vicina al 25% dalla fine
del 2023.
Il conflitto si è aggravato attorno alla legge sul finanziamento universitario,
approvata dal Parlamento per recuperare parte delle risorse perse a causa
dell’inflazione. Milei ha posto il veto, ma il Congresso ha successivamente
confermato la norma. Nonostante ciò, l’esecutivo si è rifiutato di applicarla
integralmente, richiamando l’obiettivo dell’equilibrio fiscale.
Anche la giustizia è intervenuta, ordinando al governo di rispettare gli
obblighi previsti dalla legge. Eppure, al momento della mobilitazione, il
contenzioso resta aperto e le risorse reclamate dalle università non sono state
ripristinate nella misura richiesta.
La domanda che ha attraversato la piazza è quindi anche una domanda sul
funzionamento della democrazia: che valore hanno una legge approvata dai
rappresentanti eletti e le decisioni dei tribunali, se il potere esecutivo può
rifiutarsi di applicarle?
Dalla protesta universitaria a una convergenza sociale: Unir las luchas
La partecipazione di sindacati, organizzazioni studentesche, centrali dei
lavoratori e movimenti sociali ha dato alla giornata una dimensione che va oltre
il conflitto tra governo e università.
Insieme alla comunità accademica si sono mobilitati rappresentanti delle persone
con disabilità, famiglie indebitate, pensionati, organizzazioni popolari e
settori contrari alle misure di deregolamentazione della proprietà terriera. Le
due principali articolazioni della Central de Trabajadores de la Argentina
(CTA), la Confederación General del Trabajo (CGT), l’Associazione dei lavoratori
dello Stato e diverse organizzazioni politiche e sociali hanno sostenuto la
mobilitazione.
Questa convergenza non cancella le differenze tra le organizzazioni né risolve
le divisioni che attraversano l’opposizione argentina. Indica, tuttavia, un
elemento politicamente significativo: le conseguenze dell’austerità vengono
sempre meno percepite come problemi separati.
Il salario di un docente, il funzionamento di un ospedale, l’accesso alle cure e
ai sostegni per le persone con disabilità, il costo dell’affitto e il diritto
allo studio appartengono a uno stesso terreno di conflitto. Quando si riducono
le risorse destinate ai servizi pubblici e alla protezione sociale, il peso
delle difficoltà ricade sulle famiglie e sulle reti comunitarie, spesso già
impegnate a compensare ciò che lo Stato non garantisce più.
Per questo la piazza del 15 ottobre ha assunto un significato più ampio: ha reso
visibile una società nella quale la questione sociale non può essere ridotta a
una somma di problemi individuali.
L’austerità non è neutrale
Ogni politica di bilancio produce effetti differenti a seconda della posizione
che le persone occupano nella società. I tagli alla spesa pubblica non
colpiscono tutti allo stesso modo: incidono con maggiore intensità su chi
dipende dai servizi collettivi, dispone di redditi bassi o deve affrontare
quotidianamente il lavoro di cura. Non è un caso che l’immagine del presidente
Milei sia particolarmente negativa tra le donne argentine che storicamente si
fanno carico dei lavori di cura sia nell’ambito domestico che comunitario.
Quando diminuiscono le risorse per l’istruzione, la sanità e le politiche
sociali, una parte crescente delle responsabilità viene trasferita alle
famiglie. E all’interno delle famiglie, in una società ancora attraversata da
profonde disuguaglianze di genere, il lavoro aggiuntivo di cura e organizzazione
della vita quotidiana ricade spesso sulle donne.
La crisi universitaria ha anche questa dimensione. L’accesso gratuito alla
formazione superiore può rappresentare un’opportunità decisiva per donne e
giovani provenienti dai settori popolari, comprese le persone che devono
conciliare studio, lavoro remunerato e responsabilità familiari. La riduzione
delle borse di studio, il deterioramento dei salari e le difficoltà economiche
degli atenei possono trasformare un diritto formalmente riconosciuto in una
possibilità sempre più difficile da esercitare.
La stessa logica attraversa l’economia popolare e solidale, le cooperative e le
organizzazioni territoriali che sostengono la riproduzione quotidiana della
vita. Quando arretrano le politiche pubbliche, questi spazi vengono spesso
chiamati a intervenire con risorse limitate, mentre le persone che li animano
devono affrontare condizioni di lavoro più precarie.
Da una prospettiva femminista, dunque, contestare l’austerità significa anche
chiedersi chi sostiene materialmente la società quando lo Stato ritira il
proprio sostegno. Significa riconoscere che la cura, l’educazione e la
protezione sociale non sono questioni marginali, ma condizioni essenziali della
vita collettiva.
Terra, disabilità e democrazia
La mobilitazione si è svolta mentre in Parlamento si tentava di riaprire il
dibattito sul decreto di necessità e urgenza 70/2023, uno dei principali
strumenti normativi del programma di deregolamentazione del governo.
L’ufficialismo e i suoi alleati non hanno dato il quorum necessario e di
conseguenza non si è potuto riaprire il dibattito.
Tra le questioni contestate figurava anche la modifica delle restrizioni
all’acquisto di terreni rurali da parte di cittadini stranieri. Il decreto aveva
abrogato le limitazioni previste dalla legge del 2011 sulla proprietà fondiaria
rurale. Di fronte alla resistenza politica e sociale, il governo ha annunciato
un passo indietro su questo punto, ripristinando i limiti precedenti attraverso
modifiche normative.
La controversia mostra come il dibattito sull’austerità si intrecci con quello
sulla sovranità. La terra non è soltanto un bene immobiliare: in un Paese con
enormi risorse agricole e naturali, riguarda la produzione alimentare, il
controllo del territorio, le comunità rurali e le possibilità di sviluppo
futuro.
Nella stessa giornata, le organizzazioni che rappresentano le persone con
disabilità hanno portato in piazza la richiesta di garantire i diritti e di
prorogare l’emergenza del settore. Le famiglie indebitate hanno denunciato le
difficoltà di sostenere il costo della vita. Altri manifestanti hanno contestato
le politiche che indeboliscono le protezioni sociali e le condizioni di lavoro.
Non tutte queste rivendicazioni hanno la stessa storia o richiedono le medesime
risposte. Ma la loro presenza simultanea ha mostrato quanto sia difficile
separare la politica economica dalle condizioni concrete dell’esistenza.
La repressione come risposta
La risposta repressiva ha segnato il finale di una giornata nella quale la
partecipazione di massa aveva reso visibile la portata del conflitto sociale. I
lacrimogeni hanno raggiunto anche il palco, impedendo ai rappresentanti della
comunità universitaria di leggere integralmente il documento conclusivo.
Gli scontri non devono cancellare il significato politico della
mobilitazione,che ha dimostrato l’importanza di unire la protesta, di formulare
risposte collettive a una crisi che non è solo economica ma anche sociale e
culturale. Inoltre la manifestazione rappresenta un richiamo all’opposizione a
essere piú attenta ai reali bisogni e a sforzarsi per costruire spazi di ascolto
ed elaborazione di proposte.
Mentre, la risposta del governo è stata la violenza e la repressione; resta da
interrogarsi sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle condizioni che rendono
possibile l’esercizio effettivo del diritto di protesta.
Il governo di Milei presenta l’equilibrio fiscale come il criterio fondamentale
della propria azione. La sua politica promette di ridurre l’intervento statale e
di affidare maggiori spazi al mercato ma la questione decisiva è chi si
beneficia di questa trasformazione e chi ne sostiene i costi.
L’università pubblica costituisce un punto di osservazione privilegiato proprio
perché mette in discussione l’idea che l’accesso alla conoscenza debba essere
regolato esclusivamente dalla capacità individuale di pagare. La sua difesa
riguarda non soltanto studenti e docenti, ma anche il futuro della ricerca,
della produzione culturale e delle possibilità di sviluppo di un’intera società.
La marcia del 15 ottobre non ha risolto il conflitto, né ha cancellato le
difficoltà dell’opposizione nel costruire un’alternativa politica condivisa. Ha
però mostrato che il programma di Milei incontra resistenze che non possono
essere liquidate come la difesa corporativa di singoli settori.
Dalle università ai luoghi di lavoro, dalle organizzazioni della disabilità ai
movimenti sociali, una parte significativa della società argentina continua a
rivendicare diritti collettivi e responsabilità pubbliche.
La sfida è trasformare questa convergenza in una forza capace di incidere sulle
decisioni politiche, senza perdere la pluralità delle esperienze che la
compongono.
Davanti al Congresso, la domanda non era soltanto quanto dovesse spendere lo
Stato per le università. Era quale società l’Argentina voglia essere: una
società nella quale l’istruzione, la cura e la conoscenza diventano privilegi
sempre più difficili da raggiungere, oppure una società che le riconosce come
diritti e investimenti comuni.
La risposta non è ancora scritta. Ma il 15 ottobre, nelle strade argentine,
migliaia di persone hanno ribadito che il futuro non può essere deciso soltanto
nei palazzi del potere o nei bilanci pubblici.
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