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Tornano a Salerno «I Giovedì del Cinema dei Diritti Umani»: tre storie vere di bambini coinvolti nella guerra
La XIII edizione della rassegna promossa dall’associazione Cinema e Diritti e dal Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli si svolgerà dal 28 al 30 aprile nell’Aula Magna del Liceo Alfano I in via dei Mille 40. Titolo dell’edizione: «I bambini alla guerra». Le tre proiezioni a ingresso libero saranno precedute e seguite dal confronto con i registi e i testimoni dei fatti raccontati nei film. Si tratta di tre documentari ambientati in Palestina, Argentina e Napoli, accomunati dal tema dell’infanzia esposta alla violenza dei conflitti armati, delle dittature e delle mafie. Si parte martedì 28 aprile alle ore 17.30 con «GAZA: A Stolen Childhood» (Qatar, 2025, 50 minuti), diretto da Moamen Ghonem. Il documentario segue per circa un anno le vicende di Mohammad, Farah e Sabri, tre bambini della Striscia di Gaza cresciuti sotto i bombardamenti successivi al 7 ottobre 2023. Alla proiezione interverranno Tina Marinari, di Amnesty International Italia e in collegamento Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina. Il dibattito toccherà anche le condizioni di reclusione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane e i contenuti dell’ultimo dossier della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Mercoledì 29 aprile alle ore 10.00 sarà la volta di «Identità Rubata» (Regno Unito, 2025, 25 minuti), di Florencia Santucho e R. Vázquez-Salessi. Il film racconta la storia di un uomo di 46 anni, rapito alla nascita durante la dittatura militare argentina del 1976-1983, che ritrova la famiglia biologica grazie al lavoro delle Nonne di Plaza de Mayo. Alla proiezione interverranno la regista Florencia Santucho e lo scrittore Damiano Gallinaro, la cui presenza consentirà di approfondire la vicenda del fumettista Héctor Germán Oesterheld, autore de «L’Eternauta», scomparso nei primi anni della dittatura, insieme a una panoramica sull’Argentina contemporanea. La rassegna si chiude giovedì 30 aprile alle ore 10.00 con «La Madre» (Italia, 2023, 61 minuti), di Amalia de Simone. Il documentario ricostruisce, attraverso intercettazioni tratte dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, le faide tra bande di minori che per anni hanno segnato un’area del centro antico partenopeo, patrimonio UNESCO. Alla proiezione sarà presente la regista e giornalista Amalia de Simone. «Le guerre di questi anni sembrano avere nel mirino proprio i minori – osserva il coordinatore dell’associazione Cinema e Diritti, Maurizio Del Bufalo – per annientarli o, attraverso il loro sacrificio, intimidire genitori, fratelli e parenti. È uno stratagemma perverso e crudele che non tiene conto né delle etnie né delle latitudini e che ritroviamo non solo nelle guerre dichiarate, ma anche nei conflitti civili e nascosti, come quello strisciante delle mafie contro lo Stato. Neppure le nostre città si salvano: le periferie delle metropoli europee sono piene di tragedie che si consumano all’ombra della movida, dove i minori diventano corrieri dello spaccio, guardaspalle dei camorristi, pistoleri incensurati. Il cinema può offrire una risposta più obiettiva a questi interrogativi, documentando realtà spietate e offrendo al tempo stesso una speranza di redenzione». La manifestazione, giunta alla sua XIII edizione, consolida la collaborazione tra il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli e il Liceo Alfano I di Salerno, che ospita proiezioni e dibattiti aperti al pubblico e agli studenti di altri istituti cittadini. La rassegna si inserisce nell’attività ventennale del Festival partenopeo a sostegno delle campagne per la difesa dei diritti umani. Redazione Napoli
April 23, 2026
Pressenza
Ancora sull’«Eternauta»
Quando un fumetto costa la vita e attraversa il tempo. di Fabrizio Melodia. In coda i nostri link. Nevica su Buenos Aires. Una neve che non è neve, ma morte che scende dal cielo, silenziosa e inesorabile. Chi la tocca, muore. Chi esce di casa, muore. Chi si affida alle autorità, muore lo stesso. È il 1957 quando Héctor Germán
Argentina. L’immagine di Javier Milei, in caduta libera a causa della crisi economica
Non meno del 65 percento, due cittadini su tre, disapprova la gestione di Javier Milei a capo del governo, mentre solo il 33 percento lo approva.  Dal punto di vista della sequenza storica, questo è il momento peggiore del presidente “libertario” (1), perché prima delle elezioni di ottobre 2025 aveva il 37,1 percento di approvazione […] L'articolo Argentina. L’immagine di Javier Milei, in caduta libera a causa della crisi economica su Contropiano.
April 11, 2026
Contropiano
A 50 anni dall’ultimo golpe, Milei rievoca i fantasmi della dittatura in Argentina
Sono passate due settimane dal 24 marzo che, in Argentina, non è una data qualunque, ma l’anniversario del colpo di stato del 1976 che portò al potere il generale Videla. Quest’anno si è raggiunto il 50esimo anniversario di quell’esperienza terribile per il popolo argentino, proprio mentre la presidenza Milei fa […] L'articolo A 50 anni dall’ultimo golpe, Milei rievoca i fantasmi della dittatura in Argentina su Contropiano.
April 7, 2026
Contropiano
A 50 anni dal golpe in Argentina: dati e argomenti contro il negazionismo
In questa breve nota (la brevità è sempre necessaria quando ci si riferisce a quella dittatura), ripercorriamo alcuni aspetti fondamentali della più grande tragedia politica e sociale della nostra storia recente, sia per le generazioni più giovani che per coloro i quali, perplessi di fronte a questo reflusso di negazionismo, amano andare a rivedere dati ed argomentazioni. Vale la pena ricordare che quella iniziata 50 anni fa fu soltanto l’ultima di una serie di dittature: 1930-1943, 1943-1946, 1955-1958, 1962-1963, 1966-1971, 1973, 1976-1983. Nessuna di queste ha assunto caratteristiche popolari, nè tanto meno espresso alcun tipo di vicinanza con un ragionamento anche soltanto lontanamente di sinistra. Al contrario, si è trattato sempre, senza eccezioni, di figure militari e civili, tra cui conservatori liberali, nazionalisti e neoliberisti, e in ogni caso le élite economiche (esportatori di prodotti agroalimentari, industriali e banchieri) sono stati complici. In particolare, l’ultima dittatura ha goduto del sostegno, a diversi livelli, degli Stati Uniti (nell’ambito dell’Operazione Condor portata avanti in tutta la regione) con il coinvolgimento delle sue agenzie di sicurezza e di intelligence. Il colpo di stato del 24 marzo 1976 venne preceduto da un governo (Juan Perón e Isabel Perón) che ospitava al suo interno un gruppo paramilitare armato, l’Alleanza Anticomunista Argentina (AIA), responsabile di oltre 1.500 omicidi a sfondo politico, mentre le forze di sicurezza, già impegnate in torture, uccisioni e sparizioni, imprigionarono circa 5.000 persone per motivi ideologici. Tra il 1973 e il 1976, sono scomparse circa 900 persone, pratica che a partire dal colpo di stato divenne sistematica e diffusa. Sul piano economico e sociale, i liberali al governo (Celestino Rodrigo, Ricardo Zinn del partito UCEDE [Unione del Centro Democratico – ndt] e un giovane Pedro Pou, che sarebbe poi diventato presidente della Banca Centrale Argentina durante il secondo mandato di Carlos Menem [1995-1999 – ndt]) crearono le condizioni affinché l’ultraliberale José Alfredo Martínez de Hoz [Ministro dell’Economia durante l’ultima dittatura 1976-1981 – ndt] potesse  presentare il proprio piano a seguito del colpo di stato. QUAL ERA L’OBIETTIVO PRINCIPALE DEI MILITARI E DELLE CORPORAZIONI ECONOMICHE CHE GESTIVANO IL GOVERNO DI FATTO? Dal nostro punto di vista, il loro scopo era neutralizzare, disgregare e, di fatto, eliminare la crescente organizzazione operaia, la partecipazione dei lavoratori alla ricchezza prodotta e la trasversalità degli attori sociali con un elevato potenziale di ribellione: il movimento studentesco, il movimento villero nelle baraccopoli, i sindacati, i sacerdoti della teologia della liberazione, gli scrittori, i giornalisti, il movimento femminista, il Fronte di Liberazione Omosessuale, i circoli di controcultura, e molti altri. Quello che in definitiva cercavano di sradicare dalla società erano gli effetti progressivi della serie di rivolte avvenute tra il 1968 e il 1969, la più emblematica delle quali fu il Cordobazo [rivolta di Córdoba contro la dittatura di Juan Carlos Ongania, 1966-1970 – ndt], insieme al Rosariazo, al Villazo, al Tucumanazo, al Rocazo, ecc. IN COSA CONSISTEVA IL TERRORISMO DI STATO? Si è trattato di un piano sistematico (dimostrato a livello accademico, legale e politico) di sequestri, torture, stupri, espropriazioni, furto di neonati, omicidi e sparizioni forzate. Per metterlo in atto, furono istituiti circa 500 Centri Clandestini di Detenzione, Tortura e Sterminio (CCDTyE), dove le persone sequestrate venivano torturate per estorcere informazioni o per il perverso piacere dei torturatori. Venivano poi uccise, rilasciate o detenute “legalmente” e messe a disposizione del Potere Esecutivo Nazionale. Nella maggior parte dei casi, i corpi delle vittime venivano sepolti nei cimiteri come corpi non identificati, cremati o gettati, ancora vivi, nei fiumi o nel mare argentino. I figli delle vittime, rapiti insieme a loro o nati in cattività durante il rapimento della madre, venivano sottratti e affidati a famiglie legate all’esercito o alla polizia. Foto di Laura Giménez SI È TRATTATO DAVVERO DI 30.000 PERSONE? Qualsiasi discussione su omicidi e sparizioni dal punto di vista meramente numerico è odiosa ed è per questo che la cifra di 30.000 funge da diga di contenimento, da punto di svolta per passare alla discussione più importante su cause, procedure, conclusioni, effetti… e, soprattutto, sull’ottenere giustizia. Tuttavia, come accade con i negazionisti antisemiti quando si riferiscono all’Olocausto, il negazionismo in Argentina insiste nel dibattere sulla cifra senza offrire alcuna soluzione in contropartita. Perché, per definizione, non esiste una cifra ufficiale, nella misura in cui sono i responsabili che dovrebbero fornire i dati (esercito, Chiesa cattolica, imprenditori, forze di polizia). Il luogo comune dei negazionisti è quello di citare la cifra rilasciata dalla CONADEP [Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone – ndt]. Questa commissione ha pubblicato un rapporto noto come “Nunca Más” [“Mai più”, pubblicato e consegnato al Presidente della Repubblica Argentina Alfons ín nel 1984 – ndt], che è servito da base per il processo alla dittatura della Giunta Militare (1985). Il rapporto includeva resoconti su 8.960 sparizioni e identificava 340 centri di detenzione clandestini. È  chiaro che si è trattato di un’impresa tanto preziosa quanto parziale, visto che la decisione politica di perseguire i responsabili era stata già presa. Col tempo, vennero scoperti altri centri di detenzione e molti altri casi di sparizioni. Ben oltre la pubblicazione sull’ANCLA [Agenzia di Notizie Clandestine] della famosa Lettera aperta di uno scrittore alla giunta militare di Rodolfo Walsh (che sarebbe stato ucciso il 25 marzo 1977), in cui affermava che c’erano «15.000 detenuti politici e innumerevoli morti e desaparecidos» (e siamo appena nell’agosto del 1976), o del rapporto della CADHU [Commissione Argentina per i diritti Umani – ndt] del 1977 nel quale si parlava di 20.000 sparizioni fino a quel momento, persino nel momento costituente dell’Assemblea Permanente per i Diritti Umani (APDH), la Lega per i Diritti dell’Uomo, dei Familiari dei Detenuti e degli Scomparsi per Motivi Politici e del Movimento Ecumenico per i diritti umani,  indicava 30.000 scomparsi già nel 1979. Sarebbe  interessante fare riferimento ad altri tipi di fonti, magari più vicine ai responsabili. Il 24 marzo 2006, il giornalista Hugo Alconada Mon ha scritto sul quotidiano “La Nación” che l’esercito argentino aveva ammesso di aver ucciso e fatto sparire 22.000 persone tra il 1975 e il 1978 (ovvero, con altri cinque anni di dittatura mancanti all’appello), dopo aver avuto accesso a copie dell’Archivio di Sicurezza Nazionale dell’Università di Georgetown, dove tali informazioni erano giunte tramite Enrique Arancibia Clavel, agente della Direzione di Intelligence Cilena (DINA) a Buenos Aires. Inoltre, come racconta Juan Chazarreta nel prologo alla seconda edizione del suo libro Operación Chacabuco [il campo di concentramento di Chacabuco, costruito su una miniera di salnitro – ndt] , nel 1977 l’agente Allen “Tex” Harris, inviato dalla Casa Bianca per monitorare il piano della dittatura, arrivò all’ambasciata statunitense in Argentina. > Dopo aver esaminato a fondo i documenti forniti dagli stessi militari, > dichiarò in un’intervista (“Perfil”, 20 giugno 2025) che la cifra di 30.000 è > una stima abbastanza accurata dell’entità del genocidio in Argentina. Si è > spinto addirittura a dire che il numero reale potrebbe raggiungere i 50.000 e > ha affermato che «non si trattava di persone uccise per aver piazzato bombe, > ma per le loro idee». Inoltre, esistono altri modi per contare le vittime, raccogliendo le informazioni sparse negli oltre 500 centri di detenzione clandestini. Ad esempio, se nel cosiddetto “circuito dei campi” (a cui partecipò Roque Carlos Presti, ufficiale militare in servizio all’epoca e padre dell’attuale Ministro della Difesa) risultavano circa 5.000 persone scomparse, non è difficile immaginare che, pur considerando l’ordine di scala, il totale potrebbe facilmente superare i 30.000 detenuti scomparsi in tutto il paese. Quindi, sì, come dicono i negazionisti, la cifra è politica e simbolica, ma non perché sia “gonfiata”, al contrario: serve a stabilire una linea di demarcazione e forma parte di un consenso popolare – un numero simbolico per smettere di parlare di numeri. Per smettere di parlare di “guerra” e chiamare le cose con il nome che gli spetta: è stato un genocidio. Foto di Laura Giménez GENOCIDIO O GUERRA? Riguardo alla definizione di quel genocidio come “guerra”, narrazione abbracciata dai militari e adottata dagli attuali negazionisti, qual è stato il ruolo dei gruppi guerriglieri? In realtà, i Montoneros, il PRT, le FAR, le FAP [Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, Forze Armate Rivoluzionarie, Forze Armate Peroniste – ndt], tra le tante, erano organizzazioni politiche con militanza attiva e impegno territoriale e culturale e che hanno avuto un braccio armato emerso durante le precedenti dittature. > I negazionisti di vario genere spesso giustificano quella dittatura sostenendo > che alcuni dei gruppi sopra menzionati avessero mantenuto la loro strategia di > guerriglia durante il breve periodo democratico successivo al ritorno di Perón > nel paese. Ma l’argomentazione che tenta di legittimare i crimini della > dittatura attraverso le azioni di gruppi politici armati che i militari > consideravano “sovversivi” è fallace. Questo è stato espresso dallo stesso Alto Comando dell’Esercito argentino un mese dopo il fallimento dell’operazione dell’ERP a Monte Chingolo [Esercito Rivoluzionario del Popolo, assalto avvenuto il 23-24 dicembre 1975 – ndt]: «L’attacco all’Arsenale 601 e il fallimento del tentativo dimostrano l’assoluta impotenza delle organizzazioni terroristiche rispetto alla loro presunta potenza militare (…) la sconfitta ha rivelato gravi carenze organizzative e operative che mostrano mancanza di capacità militare» (Juan Chazarreta, www.coyunturas.com.ar). La suddetta dichiarazione dell’Esercito è stata pubblicata dal quotidiano “Clarín” il 31 gennaio 197 e quello che l’Esercito stesso ammette ex-ante è che la dittatura non ha combattuto alcuna “guerriglia sovversiva”, ma piuttosto il suo obiettivo era la società civile, le persone che gli si opponevano con idee e atteggiamenti. Senza questa fallacia, l’argomentazione della guerra crolla. Ma anche se fosse stato vero che la guerriglia rappresentasse un pericolo per le guerre “cristiane” e “occidentali”, non è possibile affermare in alcun modo che ci sia stata una guerra tra uno Stato con tutte le sue forze militari e gruppi di guerriglieri composti da poche centinaia di giovani inesperti o da persone che avevano poca familiarità con le armi. Inoltre, non è solo una questione di proporzioni, ma concettualmente lo Stato ha, per definizione, la responsabilità di far rispettare la legge e proteggere i suoi cittadini, il che rende impossibile equiparare un attacco “terroristico” da parte di un gruppo militante a un piano sistematico di rapimenti, torture, stupri, omicidi, espropriazioni, sottrazione di bambini e sparizioni forzate. Nora Cortiñas lo ha affermato chiaramente: «Un crimine di Stato è il crimine dei crimini». QUALI ERANO I DATI ECONOMICI? Dopo la visita di Friedrich von Hayek e Milton Friedman in Cile per stringere la mano al sanguinario dittatore Pinochet, divenne chiaro che i neoliberisti consideravano problematico lo stato sociale ma non lo stato di polizia. I neoliberisti e i conservatori argentini non sono da meno; pertanto, con uno stato di polizia e, diciamolo, uno stato terroristico, come sostegno, hanno attuato un sanguinoso piano di smantellamento del settore pubblico e smembramento dell’apparato produttivo. Questo programma, con alcune varianti, si è ripresentato più volte in democrazia con Menem, Macri e Milei… alla Tripla A [da Alleanza Anticomunista Argentina – ndt] é seguita la Tripla M. Un lavoro in corso dello storico e ricercatore economico Bruno Napoli è illuminante per comprendere la portata dell’inettitudine, dell’ostinazione ideologica e dell’opportunismo del progetto economico della dittatura: Sei ministri dell’economia si sono succeduti durante gli otto mandati tra il 1976 e il 1983. Diversi studi concludono (sulla base di misurazioni dei bisogni primari insoddisfatti e di altre variabili) che tra il 1974 e il 1975 la povertà si aggirava intorno al 4%, fino alla forte svalutazione nota come “Rodrigazo”, avvenuta pochi mesi prima del colpo di stato [dal nome di Celestino Rodrigo, Ministro dell’Economia nel 1975 durante il governo di Maria Estela Peròn – ndt]. Bruno Napoli afferma che la ricostruzione dei dati da tutte le “bibliografie” disponibili indica tassi di povertà del 22% nel 1982 e di quasi il 27% nel 1983. Un altro dato interessante è che durante la dittatura nacquero circa 400 baraccopoli e che, nel contesto dell’organizzazione dei Mondiali di calcio del 1978, la politica di sgombero delle baraccopoli portò allo sfollamento di 195.577 persone (su questo tema Oscar Oszlak ha svolto un lavoro approfondito). Per quanto riguarda l’inflazione (indicatore sensibile per misurare la povertà), il piano di Jose Gelbart [Ministro dell’Economia 1973-1974 sotto Perón – ndt] era riuscito a ridurla al 20% annuo, ma dopo la crisi petrolifera e il Rodrigazo, risalì al 180% e continuò ad aumentare. La dittatura ereditò quindi una forte inflazione ma non fece altro che subire fluttuazioni nel pieno di un brutale processo di aggiustamento, raggiungendo addirittura il 443% annuo nel 1983. L’espropriazione delle imprese e la corruzione economica, così come la finanziarizzazione dell’economia (compreso un lucroso carry trade [pratica speculativa di compravendita di valute nazionali – ndt], simile a quello di Luis Caputo oggi [Ministro dell’Economia del governo Milei ed ex Presidente della Banca Centrale Argentina – ndt]) furono caratteristiche decisive di quel periodo. La crescita del debito estero fu il prodotto della politica economica, illegittima perché attuata da un governo dittatoriale, della corruzione dilagante e della nazionalizzazione dei debiti del settore privato (gruppi collaborazionisti come Socma di proprietà della famiglia Macri, Bridas di proprietà della famiglia Bulgheroni, Techint, Pérez Companc, Ford, Impsa, Fiat e altri): il debito lordo aumentò da 7,899 miliardi di dollari a 45,946 miliardi di dollari. Il Fondo Monetario Internazionale, che ha iniziato ad includere l’Argentina tra i suoi membri dopo il colpo di stato del 1955, sottoscrisse sette accordi con la dittatura. Inoltre, tra le leggi ancora in vigore emanate dal regime genocida, la Legge sugli Enti Finanziari (21.526, del 1977) è, forse, la più attuale e sintomatica di una trasformazione della struttura economica del nostro Paese che nessun governo ha osato affrontare. Foto di Laura Giménez OGGI E DOMANI Il governo di Milei e Villarruel (parente di complici del genocidio), con la Fondazione Faro guidata da Agustín Laje, che ha celebrato pubblicamente i crimini della dittatura, e con il sostegno di Patricia Bullrich, accusata durante la campagna dallo stesso Milei di «piazzare bombe negli asili» (e accusata all’epoca dagli attivisti di operare come agente dei servizi segreti), e l’inestimabile complicità, ancora una volta, delle élite economiche, danno voce istituzionale e possibilità di esercitare pressioni politiche al negazionismo. Un’altra forma di negazionismo che tende a essere confusa con un certo fastidio o pigrizia nei confronti della nostra storia è quella che insiste sul fatto che dobbiamo lasciarci alle spalle ciò che è accaduto, che appartiene al passato e non ha nulla a che vedere con il presente. > Di fronte a questo è necessario chiedersi: quegli anni sono davvero rimasti > nel passato? In un certo senso, si può dire che quello che è successo > appartiene a una situazione con le sue regole e particolarità, una situazione > che non è più la nostra. Ma al tempo stesso, nessuno ha l’autorità nè la > certezza di affermare che quanto accaduto non stia succedendo di nuovo. Da un lato, gli effetti di quella catastrofe umanitaria, istituzionale, economica e sociale si fanno ancora sentire a vari livelli, ma soprattutto, la scomparsa è una situazione unica che impedisce la ritualizzazione della fine di quelle vite, del loro lutto e del loro addio, della loro iscrizione nella storia come qualsiasi altra vita. Per questo Hebe de Bonafini, insieme alle altre Madri di Plaza de Mayo, ha chiesto con tanta lucidità «il loro ritorno in vita», perché era un modo per ribaltare il concetto di desaparecido, per ripagare lo Stato con la stessa moneta: se sono scomparsi, è responsabilità dello Stato indicare dove si trovano e in che condizioni; se sono stati assassinati, è responsabilità dello Stato segnalare il luogo in cui si trovano i loro corpi. Finché ci saranno “desaparecidos”, quella dittatura non avrà cessato di esistere. É nostro compito riconoscerlo, prendere in mano il nodo gordiano della nostra storia recente, raccogliere la fiaccola delle Madri di Plaza de Mayo seguendo il loro esempio: ricerca della giustizia,  costruzione di reti di solidarietà, capacità di trasformare il dolore in un grande dialogo pubblico e monito contro il pericolo dell’istituzionalizzazione della violenza. Le Madri di Plaza de Mayo sono una nuova istituzione, la cui legittimità non deriva dallo Stato che, di fatto, hanno combattuto nella sua forma peggiore (Stato terrorista), ma dalla pratica etica, dalla saggia pazienza e dalla ricerca della giustizia condivisa con tutta la società. *L’autore è saggista, docente e ricercatore (UNPAZ, UNA), membro del Gruppo di Studi Sociali e Filosofici (IIGG-UBA) e dell’Istituto di Studi e Formazione della CTA Autonoma. e co-direttore di Red Editorial. Articolo pubblicato originariamente su Tiempo Argentino. Traduzione in italiano di Michele Fazioli per DINAMOpress. Immagine di copertina di Laura Gimenez SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo A 50 anni dal golpe in Argentina: dati e argomenti contro il negazionismo proviene da DINAMOpress.
April 2, 2026
DINAMOpress
Argentina: il golpe di allora e l’autoritarismo di oggi
Dalla riforma del lavoro all’offensiva contro la memoria fino alla progressiva cancellazione dei diritti in nome dell’individualismo più sfrenato Javier Milei ha riportato il paese ad una situazione non dissimile da quella del 24 marzo 1976. A 50 anni dal golpe la fanno da padrone repressione e negazionismo. di David Lifodi Foto: https://www.lineasindical.com.ar/ Pochi giorni fa, in Argentina, in un
Diritti, sud e divenire minoritario
IL DETRITO È LO SCARTO, L’IMPRODUTTIVO, QUALCOSA CHE IL SISTEMA RIGURGITA. A VOLTE PERÒ I DETRITI PRENDONO PARLANO, IN ALCUNI CASI IMPARANO A DISOBBEDIRE, SPESSO VIVONO I SUD PER PENSARE LE VITE ALTRIMENTI E APRIRE SPAZI DEL POSSIBILE. A PROPOSITO DEL FILM DEBRIS/DETRITI_ARGENTINA DI SERGIO RACANATI, PRESENTATO AL BIF&ST-BARI INTERNATIONAL FILM&TV FESTIVAL VENERDÌ 27 MARZO Una carcassa di un animale, inerme e isolata in una strada. Cartelli e murales tra i rumori del traffico di Buenos Aires. Persone che dicono No. Sono i detriti di cui ci parla il film DEBRIS/DETRITI_Argentina di Sergio Racanati, presentato in occasione del Bif&st-Bari International Film&Tv Festival il 27 marzo 2026. Ma cos’è un detrito? Il detrito è lo scarto, l’improduttivo, qualcosa che ha svolto la sua funzione per un certo lasso di tempo e ora ha smesso di farlo. Qualcosa che il sistema ha rigurgitato, via, lontano, tra i marciapiedi, nelle periferie, nei terzi mondi interni ed esterni, fuori dalle aziende, dalle economie, dai privilegi, dalle norme. Qualcosa che non può essere reintrodotta e deve essere accumulata, accatastata, ma pur sempre misurata e controllata, nelle città, nei quartieri, nei sottoscala. Racanati afferma a tal riguardo: “Per me il film essay si sviluppa come un dialogo continuo e stratificato tra materiali visivi, etno-antropologici e una riflessione concettuale e politica che li attraversa e li mette in tensione”. Come gli ossi di seppia di Montale, anche qui le vite sono state prosciugate, ridotte all’osso. Mentre i cosiddetti Grandi 20 nel 2018 parlavano di nuove agende lavorative, di nuove infrastrutture per incrementare lo sviluppo e di politiche sostenibili, il mondo, le strade, i detriti, gli ossi de seppia, iniziarono a disobbedire. D’altro canto, si sa, sono sempre gli altri che hanno buoni propositi per noi, guai lasciare alle persone la possibilità di autodeterminarsi. Nel film di Racanati sono proprio questi detriti a parlarci, che si tratti di anime al margine, di oggetti abbandonati sul ciglio della strada, di lische di pesce, di cibi putridi, essi in ogni caso custodiscono la potenza di una possibilità. Le inquadrature si soffermano proprio su questi particolari apparentemente inutili, insignificanti, improduttivi, che disegnano una logica del minorare, come avrebbe detto Deleuze, che non vuole convertirsi in maggioranza e, forse, non vuole più essere contemplato dalla Storia, quella con la “S” maiuscola. Così come nel pensiero del filosofo francese la letteratura minore scava e sovverte quella maggiore, allo stesso modo la logica dei detriti di Racanati cerca di sovvertire — o al limite sospendere — gli accadimenti in cui essi sono inseriti. Inquadrare ciò che è scarto, l’improduttivo, affinché tutto il resto venga sospeso. Sembra essere questo, tra le altre cose, l’atto di resistenza dell’artista. Il detrito diventa l’elemento che apre lo spazio del possibile quando ogni politica, etica ed estetica hanno irrimediabilmente fallito. Perché sì, inutile ribadirlo, hanno fallito. L’artista sostiene infatti: “Sono contento di portare la riflessione sui Sud del mondo al BIFEST, insieme al materiale fragile dell’umanità che per me designa quella moltitudine di soggettività, narrazioni e forme di vita che occupano una posizione di vulnerabilità all’interno dei regimi di visibilità e di rappresentazione”. La sezione Frontiere del festival è il luogo ideale per condividere il film con il pubblico: “La mia ricerca ha come punto di partenza e di approdo la dimensione umana, osservata e de-costruita in relazione alle disparità politiche e sociali. Storia e contesto, coordinate imprescindibili ai fini di questa indagine filosofica e politica, si integrano in un rapporto tra forze polarizzate – globale e locale, macrostoria e microstoria, memoria collettiva e individuale – con uno sguardo che si focalizza sullo scarto, sul frammento, sul lacerato, sul detrito”. -------------------------------------------------------------------------------- Frame tratto da DEBRIS/DETRITI_Argentina, concessione dell’artista -------------------------------------------------------------------------------- È forse a partire da questo che si comprende la riflessione sui Sud che accompagna la produzione artistica di Racanati. Il film è infatti accompagnato dalla lettura del manifesto redatto dall’artista in cui vengono esplicitate le ragioni che lo hanno portato ad abbandonare le grandi capitali europee per vivere in un paese marginale del Sud Italia. Anche qui, il Sud è vissuto come spazio di possibilità. Non un’area geografica, ma una potenza che si muove all’interno delle relazioni politiche, ecologiche, sociali, spaziali e, disattivando l’operare dei dispositivi di potere, consente di pensare le vite altrimenti. Racanati, attraverso il Sud e la logica del minorare dei detriti, sembra parlarci proprio di questa possibilità. Come spiega lo stesso artista nel suo manifesto: “Sono particolarmente interessato alle marginalità, ai territori liminali, alle periferie, ai sistemi di decentramento del capitale cognitivo: ed ecco che ho scelto di ri-posizionarmi a Sud. Il Sud per me è un eco-sistema di possibilità di riscatto, di rivincita sullo sfruttamento del tempo-spazio e delle risorse umane. A Sud puoi ri-appropriarti del tuo tempo, del tuo spazio esistenziale. Non sono legato alla spettacolarizzazione del Sud. La sua dimensione più rurale, le sonorità più dure, l’inceppo politico, la sua struggente deriva mi seducono. Il Sud, è per me, un bene comune: un archivio dell’umanità. È ancor oggi per me la culla dell’umanità, anche nella sua dimensione più tragica. Anche nella sua dimensione di deriva”. Siamo il popolo dei detriti, degli amputati, quelli a cui è stata cucita la bocca, tagliato un braccio, una gamba; siamo il popolo che a lungo è stato tenuto nelle tenebre, ai margini delle strade, dei marciapiedi, lontano da quello che loro chiamano civiltà. Ma come dice Isaia, siamo il popolo delle tenebre, ma “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”. -------------------------------------------------------------------------------- Frame tratto da DEBRIS/DETRITI_Argentina, concessione dell’artista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Diritti, sud e divenire minoritario proviene da Comune-info.
March 26, 2026
Comune-info
24 marzo 1976 – 24 marzo 2026. A cinquant’anni dal golpe in Argentina
Una splendida video-intervista a Enrico Calamai a 50 anni dal golpe argentino. Come vice console a Buenos Aires, salvò centinaia di giovani dalla caccia all’uomo scatenata dai militari argentini, permettendo loro di lasciare il Paese e trovare rifugio in Italia e ancora prima fece lo stesso nel Cile di Pinochet. Una lezione di storia e politica per le nostre fragili democrazie minacciate dal fascismo. Oggi, 24 marzo 2026, ricordiamo il cinquantesimo anniversario del colpo di stato civile e militare che tenne l’Argentina per sette lunghi anni nel buio e nel silenzio della tortura e della morte, cancellando una generazione di giovani “desaparecidos” per mano di spietati militari sostenuti dagli Stati Uniti. Le responsabilità non furono soltanto dei militari, ma anche di imprenditori, massoni, clericali e naturalmente dei sistemi politici e di intelligence statunitensi. Anche l’Italia di Andreotti e Licio Gelli sostenne la dittatura argentina e l’esempio di uomini coraggiosi e disobbedienti come Enrico Calamai e Filippo di Benedetto salvò la dignità del nostro popolo e la vita di molte centinaia di uomini e donne destinati dal nostro governo a morte sicura. Facciamo conoscere ai nostri giovani queste storie terribili e meravigliose, soprattutto oggi che festeggiamo in Italia una vittoria popolare e democratica e la primavera ci appare più bella. Il fascismo, in Italia e in Argentina, è di nuovo al governo e la lotta per la libertà è di nuovo solo all’inizio. Non lo dimentichiamo. Grazie Enrico Calamai!   Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza
ARGENTINA: 50 ANNI FA IL GOLPE MILITARE. MIGLIAIA IN PIAZZA IN RICORDO DELLE VITTIME DELLA DITTATURA
Oggi, 24 marzo, ricorre il 50.mo anniversario del colpo di Stato che instaurò in Argentina la più sanguinosa dittatura della storia del Paese. 50 anni fa i comandanti delle forze armate Jorge Rafael Videla, Emilio Eduardo Massera e Orlando Ramón Agosti diedero il via alla dittatura con un colpo di stato. L’Argentina in quel momento era governata dal governo di Isabel Martínez de Perón, che era stata l’ultima moglie di Juan Domingo Perón. Il 24 marzo di ogni anno in Argentina si celebra la “Giornata nazionale della memoria per la verità e la giustizia” che ricorda il colpo di stato della Giunta Militare che prese il potere nel 1976 e che produsse in pochi anni 30 mila morti e migliaia di desparecidos, persone scomparse nel nulla. Un numero contestato dal presidente fascioliberista Javier Milei, ammiratore della dittatura, che parla di “meno di 9 mila vittime”. La giornata, scandita da vari appuntamenti in varie parti di Buenso Aires, culminerà a Plaza de Mayo, punto di convergenza di tutti i manifestanti con la lettura del documento elaborato dall’”Incontro per la Memoria, la Verità e la Giustizia” e dalla Tavola Rotonda delle Organizzazioni per i Diritti Umani. Il Governo di Javier Milei non partecipa alle celebrazioni ufficiali. Tante anche le iniziative che si tengono nelle scuole nonostante il tentativo da parte del governo di vietarle. Dall’Argentina Alberta Bottini, docente presso il Dipartimento di Economia e Amministrazione dell’Universidad Nacional de Quilmes Ascolta o scarica  Dall’Argentina sentiamo anche Federico Larsen giornalista e nostro collaboratore che ci racconta anche della situazione politica e sociale in cui arriva questo cinquantesimo anniversario dalla dittatura dei militari  Ascolta o scarica 
March 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Argentina. Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia
Come ogni mercoledi, ormai da mesi, i pensionati argentini sono tornati a manifestare sotto al Parlamento. E come spesso è già accaduto, contro di loro e i giornalisti presenti è stata scatenata una repressione brutale da parte della polizia federale e della gendarmeria. La coreografia di mercoledì, quel rituale di resistenza […] L'articolo Argentina. Pensionati alla fame protestano sotto il Parlamento, pestati dalla polizia su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano