
«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
Progetto Melting Pot Europa - Tuesday, June 30, 2026TERESA STEFANELLI, HENRI PEN ETAME
È il 24 giugno 2026 e siamo con Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli. Quattro giorni fa, il 20 giugno, 15.000 persone hanno sfilato per le strade di Napoli alla manifestazione «Inventare l’Avvenire»: una piazza che portava dentro di sé l’antirazzismo e la solidarietà, e che ha mostrato una società civile consapevole e decolonizzata, capace di strappare il velo di un racconto falso costruito per giustificare lo sfruttamento e il mantenimento del privilegio.
Con Yaya proviamo a fare il punto sulle rivendicazioni di quella giornata, sulla lotta in Campania contro il CPR e sul percorso del Movimento dentro una comune lotta antirazzista per i diritti, la libertà di movimento e la cittadinanza.
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«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
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Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:29:57 | Registrato il 30 Giugno 2026
T.S. – Yaya, questa manifestazione non è solo necessaria, ma rappresenta il punto di arrivo e insieme di partenza di un periodo di lotte condivise. Quali sono le rivendicazioni della manifestazione e perché c’erano 15.000 persone in corteo?
Y.R. – Le nostre rivendicazioni riguardano soprattutto il rilascio del permesso di soggiorno per la comunità migrante perché, purtroppo, è questo pezzo di carta il riconoscimento della nostra dignità.
Al permesso di soggiorno si aggiungono altre rivendicazioni: una casa dignitosa perché i padroni non affittano le case agli stranieri. Anche le persone che sono in regola e hanno un contratto di lavoro non hanno accesso alla casa.
Abbiamo anche rivendicazioni riguardo all’accesso alla formazione della comunità migrante e, soprattutto, diciamo no all’apertura di un CPR.
Tutte queste richieste per garantire la nostra dignità, perché sono tutte correlate.
Perché 15.000 persone? Perché, prima di fare la manifestazione, ci siamo presi del tempo anche per trovare il nome. Ci siamo ispirati al capitano Thomas Sankara, che ci ha insegnato: «Non è più il momento di sperare, dobbiamo osare inventare l’avvenire». E quindi l’abbiamo fatto, abbiamo osato inventare l’avvenire.
15.000 perché abbiamo chiamato tutta la cittadinanza. Ci siamo presi due settimane per farlo, assieme a coloro che il sistema cerca di calpestare e siamo diventati una forza unica: il lavoratore italiano precario, lo studente che non ha diritto allo studio, la donna, anche italiana, che porta il peso della sopravvivenza, e soprattutto lo straniero che rifiuta di essere un fantasma senza documenti – perché senza documenti diventi un fantasma, diventi invisibile. Siamo diventati un unico corpo, perché quando la dignità di una persona è calpestata, tocca tutti.
Eravamo 15.000. È stata una bella dimostrazione di forza per dire no a questo sistema che cerca di renderci invisibili. Anche noi contribuiamo alla crescita di questa città.


H.P.E. – In Italia molti migranti sono sotto sfruttamento perché non riescono facilmente ad ottenere il permesso di soggiorno, senza il quale non possono avere un lavoro dignitoso, né affittare una casa, come si diceva prima, né accedere alla salute. Cosa dite di questa situazione?
Allora, partiamo da due fasi.
La prima: un migrante che arriva qui deve fare per forza la domanda di protezione internazionale.
E’ stata stilata una lista di paesi sicuri. Quindi ci sono alcuni paesi che vengono dichiarati sicuri, ma quale sicurezza? Se uno scappa dalla fame, dalle guerre per cercare rifugio qui, perché limitarlo? Questi paesi sono detti sicuri e quindi quando le persone migranti fanno richiesta d’asilo politico, all’audizione davanti alla Commissione, vengono diniegati. Quindi devono fare un appello, devono attendere il ricorso. E questo fa perdere molto tempo.
Prendiamo poi alcuni paesi dove ci sono ancora guerre in corso, come il Burkina Faso, la Nigeria, eccetera.
Aspettano ancora due anni dopo la formalizzazione per avere un’audizione in cui devono raccontare la loro storia, tutte le difficoltà, tutti i gironi di inferno che hanno attraversato dal loro paese fino a qui.
Passando alla seconda fase, prendiamo il decreto Flussi, che è gestito male. Chi entra regolarmente con il visto attraverso il decreto Flussi, arriva qui e non trova il datore di lavoro – perché ci sono alcuni datori di lavoro falsi che fanno una specie di mafia, soprattutto nella comunità bangladese.
Una persona che spende migliaia di euro per arrivare qui e che lo Stato ha fatto entrare regolarmente, se non trova il datore di lavoro, diventa irregolare. È una situazione assurda. Una persona che viene solo per lavorare, che entra con il decreto Flussi proprio per lavorare, e poi non trova il datore di lavoro e diventa irregolare.
È un sistema – direi – per renderci ricattabili. Perché così siamo ricattabili, siamo obbligati a lavorare in nero, a ricevere paghe da fame e ad essere invisibili.
H.P.E. – Volete raccontarci come è nato e che percorso di crescita ha avuto il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli?
Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 e ormai sono dieci anni che lottiamo, dieci anni che esistiamo, dieci anni che resistiamo per la dignità di tutta la popolazione migrante. È nato nel 2016 quando c’era una narrazione per cui i migranti avevano una vita meravigliosa, hotel a 5 stelle, pocket money, tutto. Ma i centri d’accoglienza non erano così.
A una manifestazione abbiamo incontrato i primi maliani, che sono i primi fondatori del Movimento Migranti. Ci hanno raccontato l’inferno che vivevano nel centro di accoglienza e così abbiamo iniziato: abbiamo fatto indagini, siamo andati nei centri d’accoglienza, abbiamo raccolto notizie, fatto report, e abbiamo iniziato a denunciare. Così è nato il Movimento Migranti.
Abbiamo capito che i migranti avevano voglia di lottare, quindi ci siamo detti: perché non facciamo il Movimento?
La prima cosa che abbiamo deciso di fare è la scuola di italiano, perché abbiamo bisogno degli strumenti. E qual è lo strumento fondamentale? La lingua. Chi parla bene la lingua riesce a difendersi, riesce a leggere il proprio contratto di lavoro, riesce a capire se è sfruttato.
Poi, man mano, abbiamo aperto anche lo sportello legale per aiutare i migranti a formalizzare le richieste, a diventare regolari, al riconoscimento del permesso di soggiorno.
Abbiamo la nostra area ludica, perché nel Movimento Migranti ci sono delle mamme. Nell’area ludica le mamme portano i bambini e loro giocano, fanno i compiti. Nel doposcuola ci sono anche bambini italiani. Questi bambini crescono con la solidarietà in testa – qualcosa che fa parte della prima socializzazione: un bambino che cresce, che vede una persona di un altro colore, capisce che quella persona ha il mal di testa come lui, ha fame come lui, è normale come lui. Questa è l’area ludica del Movimento Migranti.
Poi abbiamo aperto l’area residenza e ricerca casa, perché, come sapete, ci sono alcuni permessi di soggiorno – tipo il permesso di soggiorno per lavoro – per i quali è necessario un contratto di affitto, soprattutto la residenza. Noi facciamo la domanda di residenza direttamente al Comune e aiutiamo le persone a cercare casa, anche se è difficile, ad avere un contratto d’affitto e la residenza.
Questo mi porta a parlare di quello che è successo ai nostri che sono stati sgomberati senza alternative nell’aprile scorso, a causa del presunto sovraffollamento degli edifici 1. Abbiamo fatto un presidio per incontrare il Comune, con cui stiamo dialogando e stiamo cercando soluzioni.
Questo è il Movimento Migranti. Da dieci anni continuiamo a lottare perché abbiamo capito che la lotta paga, e con questa lotta abbiamo ottenuto delle vittorie. Chi frequenta il Movimento Migranti sa chi siamo davvero.
T.S. – Puoi raccontarci di questi ultimi sgomberi?
Questi ultimi sgomberi sono avvenuti ad aprile. Una notte sono arrivati e hanno cacciato le famiglie. C’era una famiglia con 4 o 5 bambini e un’altra con una donna incinta. Li hanno messi fuori senza alternative. La cosa assurda è che l’assistenza sociale ha detto di aver proposto un piano B alle persone sgomberate, ma non era vero. È venuto fuori anche in un incontro formale. Quello che ci fa davvero pensare è che siamo fuori dall’umanità. Come possiamo permetterci di cacciare una donna incinta, sul punto di partorire, senza darle un’alternativa? Queste famiglie si sono rivolte a noi, alcune hanno preso dei B&B perchè erano rimaste per strada.
Il giorno dopo abbiamo fatto un presidio davanti al Comune, che ha aperto un dialogo. Sono passati due mesi e stanno predisponendo delle misure: noi continuiamo a interloquire e a lottare per avere un piano concreto.
Quest’anno per la residenza abbiamo presentato quasi 300 domande ERPA per i nostri, perché era un’informazione che la popolazione migrante non conosceva. Pensiamo che anche questa popolazione meriti di avere una casa dignitosa.


T.S. – Una cosa molto potente della manifestazione era la partecipazione di bambine e bambini. Come sono tutelate l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza in assenza di un reddito stabile, dei servizi e di una casa adeguata?
Questo è un vero problema, perché senza un buon reddito è molto difficile far crescere un bambino. Ma le nostre mamme sono forti, sono donne che fanno mille lavori al giorno e riescono a prendersi cura dei bambini. Ma questo non basta. Meritano di più.
Ci sono anche famiglie italiane che vivono la stessa condizione: precarie, povere, in grande difficoltà. Se non tuteli l’infanzia, quale sarà l’impatto? Cosa sarà della futura generazione?
Far crescere questi bambini nell’odio, seminare l’odio, fare propaganda – questo non fa che allargare le fratture.
Noi come Movimento Migranti ci aiutiamo a vicenda, facciamo solidarietà concreta. Chi ha un lavoro cerca lavoro per l’altro. E soprattutto le nostre mamme sono delle guerriere, fortissime, e riecono. Ma non basta. Lo Stato deve intervenire. Toccare la sensibilità di un bambino e di una famiglia è assurdo. Anche una classe politica di destra, molto severa, deve pensare all’umanità, deve pensare alla condizione dell’infanzia.
H.P.E. – In Italia, quando facciamo richiesta del permesso di soggiorno, dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità. Invece, quando ci sono aggressioni, omicidi, violenza, veniamo generalizzati tutti. Quando un migrante è vittima di violenza, i colpevoli sono definiti perché non tutti gli italiani sono colpevoli. Allora, perché non si applica la stessa misura per le persone migranti? Non è questa una forma di razzismo e di discriminazione di Stato?
Esattamente, è una forma di discriminazione. Se non ti informi bene e segui la propaganda, ti diranno che, rispetto al tasso di criminalità, la popolazione migrante ha una percentuale maggiore. Ma se prendiamo i dati, non è vero.
Tra i migranti che sono in questa circostanza ci sono soprattutto quelli definiti “irregolari”. Il problema è che una persona senza documenti, che vive nella sofferenza, che si trova abbandonata dopo il viaggio che ha affrontato, diventa non solo ricattabile, ma anche vulnerabile all’influenza della camorra. È molto facile fargli fare cose che lui non vorrebbe.
Prendo l’esempio di un nostro fratello, Alhagie Konte, un ragazzo molto intelligente che frequentava il Movimento. Ha avuto anche qualche problema mentale perché ha perso il suo amico con cui aveva fatto il viaggio, e aveva iniziato a spacciare. È stato arrestato. Alhagie aveva però capito di aver preso una strada sbagliata e aveva iniziato a fare volontariato nella biblioteca del carcere per cambiare la sua vita. Poi si è ammalato di tubercolosi e non ha ricevuto assistenza. Lo hanno lasciato morire. E noi a questo abbiamo detto no, abbiamo protestato 2.
Come dicevi tu, la propaganda dice che noi siamo quelli che stuprano le donne italiane. Ma come può una persona che ha attraversato il mare, attraversato il deserto, che scappava dalla fame e dalle guerre, arrivare qui con l’intenzione di commettere reati, di fare il casino? È inammissibile.
Il problema è che non danno i documenti. Se non hai un appoggio come il Movimento Migranti, sei solo, sei abbandonato. E se non sei forte mentalmente, cadi nelle mani della camorra.
Come dicevi tu, quando dobbiamo chiedere l’asilo politico dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità, ma quando ci sono dei reati dicono: «Vabbè, sono stranieri, sono loro». Ma anche noi stranieri siamo intelligenti, vogliamo contribuire alla società, vogliamo studiare, vogliamo andare all’università, vogliamo fare formazione.
È vero, ci piace l’Italia. Ma abbiamo lasciato i nostri paesi perché volevamo scappare da una situazione che anche loro hanno creato. Perché vengono da noi – parlo anche dell’Italia, dell’Europa – vengono da noi, rubano le nostre risorse, corrompono i nostri dirigenti, i nostri presidenti, prendono tutto e creano le guerre. Prendiamo la situazione dell’AES: Burkina Faso, Mali, Nigeria – sappiamo tutti chi c’è dietro. Sono loro, continuano l’imperialismo.
Questa è una seconda fase moderna della schiavitù, una seconda fase moderna dell’imperialismo. E noi siamo qui perché soprattutto l’immigrazione non è e non sarà mai un reato: l’immigrazione è una cosa normale. Muoversi è un diritto umano. La storia ci racconta degli italiani, i primi italiani che sono emigrati in Svizzera, negli Stati Uniti.
La storia racconta l’Italia del fascismo. E quello che mi fa veramente indignare è che i nostri antenati, i tirailleurs senegalesi, hanno liberato l’Europa dalle guerre, dal fascismo. E oggi noi immigrati siamo sporchi, siamo delinquenti, siamo quelli che creano problemi. È una propaganda assurda, e noi continuiamo la lotta perché di fronte alla crescita di queste politiche di destra non dobbiamo mollare.
T.S. – A proposito della tutela della salute e dell’assenza di diritti, una delle chiamate della manifestazione riguardava proprio l’apertura del CPR a Castel Volturno. I CPR sono definiti dallo Stato luoghi strategici e, per questo, sono secretati e militarizzati, e continuano a essere allontanati dallo sguardo della società civile. Sono dei buchi neri in cui la fortezza Europa esprime con chiarezza qual è il suo piano nei confronti delle persone in movimento. Le persone recluse all’interno dei CPR, però, continuano ad agire la propria resistenza come possono e finché possono, passando anche attraverso il proprio corpo. In questi mesi la Campania, il sud dell’Italia e le reti nazionali e internazionali sono in mobilitazione per ostacolare il progetto del CPR a Castel Volturno, con 120 posti. Vuoi parlarci di questo progetto, di questo appalto, a che punto sono i lavori, che tipo di territorio le istituzioni vogliono che diventi Castel Volturno, come si stanno muovendo le istituzioni locali ma, soprattutto, come si sta organizzando la mobilitazione?
Sì, quando abbiamo appreso la notizia della costruzione del CPR ci siamo mossi subito, perché il CPR rappresenta davvero la caduta dello Stato – sono caduti molto in basso. Ci vogliono ricattabili: se diventiamo irregolari ci mettono nel CPR, dicono per rimpatriarci nelle nostre terre. Ma la percentuale di rimpatri effettivi è molto bassa. Sapete quanti soldi servono per rimpatriare qualcuno? Si stima tra i 4.000 e i 5.000 euro, e per 120 persone sono tanti soldi.
È una presa in giro costruire un CPR qui a Castel Volturno, che è uno dei ghetti d’Italia, marginalizzato da anni. Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. Quei soldi sono rubati alle scuole, agli ospedali – sono soldi che servono alla cittadinanza, ai castellani.
Il CPR è un luogo di tortura, fisica e psicologica. Abbiamo perso due dei nostri: Moussa Balde, che purtroppo non ha potuto resistere, si è tolto la vita, perché non superava questa situazione. Ti danno farmaci, ti rendono una persona diversa, e se non riescono a farti rimpatriare, ti lasciano da solo ed esci da lì fuori di testa.
Noi ci opporremo al CPR con tutte le nostre forze. Abbiamo creato il Comitato Metropolitano con Mediterranea e altre realtà, e abbiamo tenuto un incontro prima della manifestazione. Ci stiamo muovendo per organizzare le prossime date e stiamo seguendo la faccenda da vicino. Lo Stato cercherà di non far circolare notizie sull’ente che si aggiudicherà l’appalto della costruzione. Ma noi continuiamo l’indagine.
Il Presidente della Regione ha detto anche che non accetterà che si costruisca il CPR. Quindi abbiamo anche un’istituzione regionale che si è espressa, e pensiamo che ce la faremo, ci opporremo con tutte le nostre forze perché questo CPR non è fatto per garantire la sicurezza, ma serve solo a garantire lo sfruttamento e la disumanità.


T.S. – Abbiamo visto il luogo in cui c’è l’intenzione di costruire questo CPR. Come per molti altri CPR in Italia, e in linea con il Patto Europeo Migrazioni e l’Asilo, si tratta di luoghi isolati. Ci chiediamo allora qual è l’obiettivo? Significa probabilmente che c’è la necessità di rendere invisibile quanto sta accadendo da una parte, e di lasciare sole le persone che subiscono la Fortezza Europa dall’altra – sole quando entrano, sole quando escono, sole quando gridano, sole quando si ribellano. E in più, probabilmente, l’istituzione sente una solidarietà che sta crescendo.
Sì, con questo Patto Europeo purtroppo siamo di fronte a questa crescita delle politiche di destra, ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo mollare. E, come dicevi tu, sono davvero luoghi nascosti, dove nessuno sente. Sapete che ci sono anche italiani che non sanno cosa sia il CPR. Quando abbiamo fatto l’incontro formativo 3 – perché ci siamo detti: prima di tutto bisogna educare la lotta, fare sensibilizzazione, far capire alla gente cos’è il CPR – è venuta la cittadinanza italiana.
Abbiamo fatto delle proiezioni, raccolto delle testimonianze, ed è emersa la situazione sgradevole che si vive nel CPR: nessun accesso alla sanità e quanto ho già detto prima. La maggior parte dell’Europa si trova in questa fase e penso che dobbiamo richiamare i diritti umani, perché questo è calpestare davvero i diritti umani. E questo contribuisce a fare del mondo un luogo in cui non vogliamo far crescere i nostri bambini.
Noi non vogliamo questo. E pensiamo – e ne siamo sicuri – che con la lotta continueremo a chiamare la cittadinanza, continueremo a chiamare tutti per opporci, perché anche la società civile, che contribuisce alla crescita della società, ha la sua parola da dire.
H.P.E. Come si diceva, i migranti sono intelligenti, vogliono fare tante cose, imparare la lingua, fare formazione, mostrare il loro volto migliore. E tu sei uno di quelli che sono esempi. Tu, Mustapha a Palermo… siete tanti.
Ed è vero che senza aiuto i migranti non possono fare tutto da soli. Ma come dice il Movimento Migranti: chi tocca uno tocca tutti. Non è possibile fare di tutte le lotte una sola lotta?
Certo. «Tocca uno tocca tutti» è lo slogan della vittoria. Perché abbiamo capito che l’unione fa la forza.
Ci sono ancora cittadini italiani con lo spirito dei partigiani, che non si sono mai arresi, che continuano con quello spirito. E’ lo stesso del migrante che ha subito lo sfruttamento e molte difficoltà nel suo paese. Dobbiamo quindi unirci.
Ma il problema è che ci sono anche alcune politiche che usano i migranti come bersagli. Usano i migranti come bersagli magari per farci soldi sopra. Questo non lo vogliamo, perché noi non chiediamo pietà – chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti.
E, come dicevi tu, dobbiamo unirci con la stessa idea, con lo stesso spirito per dire no allo sfruttamento, per dire no a chi vuole calpestarci e dividerci perché se tu sei uno vai più veloce, è vero, ma se siamo in tanti andiamo più lontano, e noi vogliamo andare più lontano!
- Il 10 aprile 2026, tre palazzine abitate con regolari contratti di affitto sono state sgomberate per presunta inagibilità (N.d.R.) ↩︎
- Alhagie Konte, cittadino gambiano di 27 anni, è deceduto il 10 ottobre 2025 presso l’Ospedale Cotugno di Napoli a seguito di una grave forma di tubercolosi contratta durante la detenzione nella Casa Circondariale di Poggioreale ↩︎
- Si tratta dell’incontro formativo “Al di là del muro, cosa sono davvero i CPR”, per capire fino in fondo perchè attivarsi per la loro chiusura, a Castel Volturno e altrove, organizzata dal Comitato Metropolitano NO CPR Napoli il 13 giugno presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici a Napoli ↩︎