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Il patrimonio immobiliare da bene pubblico a prodotto finanziario: il caso di Napoli
Premessa I processi di finanziarizzazione del patrimonio immobiliare pubblico non sono certo un fatto nuovo e hanno un risvolto di particolare intensità soprattutto nelle grandi città a partire da quello che è stato definito “Modello Milano” oggetto, com’è noto, anche di inchieste della Magistratura dove è emerso con chiarezza il […] L'articolo Il patrimonio immobiliare da bene pubblico a prodotto finanziario: il caso di Napoli su Contropiano.
Atlante di un territorio sacrificato. La storia di via De Roberto a Ponticelli
(disegno di cyop&kaf) Gelsomina è un’agricoltrice di sessantacinque anni che ha vissuto sin da quando è nata nella periferia est di Napoli, in via De Roberto, la strada di Ponticelli che oggi scorre interamente sotto il viadotto della tangenziale – il cosiddetto “ponte della Fiat”. L’appezzamento che continua a coltivare è lo stesso che lavoravano suo padre e suo nonno. Insieme al fratello Mimmo e al nipote Andrea vende come coltivatrice diretta zucche, finocchi, cavoli e altri ortaggi. «Prima che costruissero il cavalcavia negli anni Settanta – dice –, la terra che avevamo in fitto era molto più grande. Non era nostra ma di un avvocato, pagavamo poco e ci aveva concesso di costruire la nostra casa. Era grande e ci vivevamo tutti: aveva il piano superiore e pure la taverna». Poi le cose cambiano. La tangenziale taglia in due i campi e Ponticelli, nei primi anni Settanta, viene inserita in un Piano di Zona previsto dalla legge 167 del 1962, che individua nuove aree per l’edilizia popolare e consente ai comuni di espropriare terreni agricoli o edificabili in cambio di indennizzi, spesso cospicui. Già dal dopoguerra, questa periferia era interessata da opere di edilizia residenziale popolare e aveva visto nascere dapprima il rione De Gasperi e poi il rione Incis, ma è dal 1980 che questa fase di espansione urbanistica ha un impulso ulteriore. Le conseguenze del terremoto generano infatti l’urgenza di fornire un alloggio agli sfollati e viene varata la legge 219 del 1981, per finanziare la massiccia edilizia di emergenza. È in questo periodo che si aggiungono ai rioni già esistenti i nuovi Lotto O e Parco Conocal. Questi complessi, oltre ad accogliere chi ha perso la casa per colpa del sisma, diventano il luogo in cui viene traslocato chi deve lasciarla per fare spazio a nuove infrastrutture. Gelsomina e la sua famiglia sono tra questi: devono far posto al progetto del depuratore di acque reflue di Napoli Est. «Quando l’avvocato ha venduto quasi tutto al Comune – continua Gelsomina –, ha chiesto che ci dessero un altro posto dove stare, e da allora vivo al Parco Conocal. Per fortuna mio padre è riuscito a comprare questa piccola parte di terra in via De Roberto, ma non ha potuto fare di più; anche se avevamo il diritto di prelazione non avevamo abbastanza soldi, come molti altri contadini. Gli aspiranti acquirenti facevano le offerte e noi avremmo dovuto rilanciare, ma non era semplice. E poi non conveniva essere proprietari di terreni: le tasse sulla terra agricola in quegli anni salirono moltissimo, chi le possedeva era spinto a vendere in fretta, mentre chi voleva acquistare senza cambiarne la destinazione d’uso era disincentivato». Negli stessi anni, infatti, arriva anche l’effetto della grande riforma tributaria nazionale. Nel 1971 il Parlamento approva la cosiddetta “legge Preti”, dal nome del ministro socialdemocratico, che ridisegna l’intero sistema fiscale. Nei due anni successivi una serie di decreti attuativi, varati da governi a guida democristiana, aggiorna le basi su cui vengono calcolate le tasse sulla proprietà dei terreni. In pratica, per chi detiene molti ettari alle porte della città, il possesso dei campi diventa più oneroso; mantenere terreni agricoli in aree urbane è sempre meno conveniente, soprattutto in un periodo in cui gli enti pubblici sono interessati ad acquisirne la proprietà per realizzare opere di servizio alla città. In pochi decenni, la morfologia urbana e sociale di Ponticelli cambia radicalmente. Trasferiti nei rioni vicini e rimasti senza campi da coltivare, una parte dei contadini diventa manodopera nelle nuove strutture che sorgono: impianti di vario tipo, aziende di servizi, imprese di trasporto. «Alcuni vicini presero “il posto” al depuratore, principalmente per fare le pulizie – racconta Mimmo, il fratello di Gelsomina –. Solo che, finiti i loro contratti, nessuno della zona ha più trovato un lavoro lì. Non c’è stato nessun ritorno vero sul territorio. Anzi, per anni le vasche del depuratore non avevano un sistema di filtraggio adeguato e si riempivano di materiale organico che si decomponeva, rendendo l’aria irrespirabile. Molti non hanno retto e sono andati via». Negli anni successivi l’impianto di depurazione è rimasto al centro di discussioni tecniche e politiche: è un impianto ancora basato su un trattamento chimico-fisico e la Regione ha programmato un intervento di adeguamento per trasformarlo in un impianto biologico e ridurne l’impatto sul mare e sull’aria. Per chi abita intorno, come Mimmo, il depuratore è una presenza stabile che influisce negativamente sulla vivibilità.  Così le zone limitrofe al depuratore si svuotano dei campi agricoli e di una parte dei loro abitanti, mentre chi resta vive in piccoli agglomerati di case, compresse tra il viadotto della tangenziale sopra la strada, il depuratore, i capannoni che avanzano verso i terreni rimasti. In parallelo, i processi di industrializzazione e de-industrializzazione apportano nuove conseguenze per l’ambiente e la salute degli abitanti, al punto che nel 1998 l’area è inclusa in un Sito di Interesse Nazionale (SIN) che sancisce l’urgenza di bonificare parte del territorio di Napoli Est. Il perimetro intorno via De Roberto, poco più di un chilometro quadrato, diviene gradualmente un’area desolata, con interstizi vuoti in cui si accumulano discariche spontanee ed ex terreni lottizzati che vengono – nel corso del tempo – acquistati da imprese di trasporto e stoccaggio per conto di terzi; si addensano così operatori che offrono servizi di magazzinaggio e piccoli depositi le cui torri di container si alzano a pochi metri dalle case e dagli orti, disegnando una linea continua di lamiere tra chi abita lì e il resto del mondo. Nel contesto dei conflitti ambientali locali, la posizione di Gelsomina e dei suoi vicini viene spesso considerata una protesta Nimby (Not in my backyard, “non nel mio cortile”). Le opere che servono alla collettività, da qualche parte dovranno pur andare. Ma qui non è semplicemente il rifiuto di un’opera pubblica; a chi vive tra via De Roberto e le strade interne non è stato chiesto di accettare un singolo impianto, ma l’accumulo, in pochi decenni, di funzioni tecniche che se, collocate più equamente, peserebbero meno su ogni singolo quartiere. Intorno al “ponte della Fiat” non si solleva solo la questione della necessità di impianti di servizio alla città, ma si pone il problema di come vengono distribuiti gli oneri del funzionamento urbano. Perché la stessa porzione di territorio deve sostenere insieme depuratore, futuro impianto di compostaggio, viadotto e stoccaggi di container, mentre altre parti di Napoli ne restano quasi del tutto libere? Finché questa asimmetria resta fuori dal dibattito sulle scelte urbane, le voci di chi continua a coltivare e ad abitare qui saranno facilmente archiviate come rifiuto del cambiamento, invece che come richiesta di ridefinire chi, e in quali proporzioni, deve farsi carico delle funzioni più ingombranti della città. (delfina esposito)
Studentati di lusso a Napoli, soldi pubblici profitti privati
(disegno di ginevra naviglio) All’angolo tra via Galileo Ferraris e corso Arnaldo Lucci, a pochi passi da piazza Garibaldi, è stato da poco inaugurato il Campus X. Alla cerimonia sono presenti un circoletto di manager e autorità cittadine, tra cui sindaco e rettore della Federico II. L’ex palazzo dell’Inps è stato revampato e al posto degli uffici ora ci sono miniappartamenti, aree di coworking, palestre, rooftop panoramici e ristoranti. È stato presentato come il modello “europeo” di studentato che a Napoli tanto mancherebbe, ma in realtà dello studentato ha ben poco, se non il fatto che ospiterà nei 540 posti letto disponibili un esiguo numero di studenti (84) a tariffe agevolate (ma solo per tre anni); in cambio di ciò, Investire SGR, la società d’ investimento parte del Gruppo Banca Finnat che ha acquistato lo stabile per circa quaranta milioni di euro, ha potuto beneficiare dei fondi del Pnrr: ventimila euro per ogni posto letto, per un totale di circa due milioni di euro. Una volta dichiarate di “interesse nazionale” queste strutture, in pratica private, si sottraggono all’iter del piano urbanistico comunale. Il palazzo dell’Inps è stato rinnovato e gli interni hanno assunto le sembianze di un rendering 3D. Si ha l’impressione di trovarsi nella hall di un ostello fighetto, con divanetti e mobili di design (ma forse è quello che è in sostanza). Perché la struttura, oltre a quei pochi posti riservati ai vincitori di borsa, è in sostanza un hotel privato e le restanti stanze/zone comuni saranno affittate a un prezzo ben al di sopra di quello mercato, 1.100 euro al mese per una singola di sedici metri quadrati. Anche per questo un gruppo di studenti universitari si è presentato il giorno dell’inaugurazione chiedendo un confronto con sindaco e rettore, che però non hanno voluto parlare con loro. Nello spot promozionale, con tanto di musichetta royalty-free, apparso inspiegabilmente sul canale YouTube del comune di Napoli, il rettore Lorito ha fatto solo un rapido e vago accenno al fatto che, nel prossimo anno, dovrebbero partire i progetti per cinque strutture, queste finalmente pubbliche, con i fondi della legge 338/2000, che prevede il cofinanziamento da parte dello Stato per interventi rivolti alla realizzazione di alloggi e residenze per studenti universitari. Si tratta circa di circa seicento posti letto, che si aggiungerebbero agli attuali novecento. Queste nuove strutture pubbliche, ancora lontane dall’essere pronte, saranno riservate ai vincitori di borsa di studio regionale, e si trovano nella Zona ospedaliera (100 posti), Portici (60 posti), a Napoli (330 posti), a Pozzuoli (70 posti). Ben poca cosa se paragonati ai 150 mila iscritti delle università partenopee, di cui 35 mila fuorisede. Tra questi ultimi quasi 30 mila  risultano idonei ma non beneficiari, ovvero studenti che nonostante abbiano tutte le carte in regola per beneficiare di un alloggio studentesco rimangono fuori dalla graduatoria per mancanza di strutture. Sono stati proprio questi studenti i primi ad accusare le conseguenze dell’impennata degli affitti in città. Negli scorsi anni in diverse occasioni hanno piazzato tende nei cortili delle università per denunciare che affittare sul mercato privato sta raggiungendo cifre proibitive. A influire sono vari fattori, tra cui spicca il fatto che molti degli alloggi del centro storico sono stati convertiti in stanze destinate ad affitti brevi orientati al mercato turistico. Le amministrazioni locali non  saputo (o voluto) mettere dei limiti al proliferare di questo nuovo tipo di strutture, che stanno determinando l’espulsione dei ceti più fragili. Le famiglie sfrattate, e gli studenti che non trovano più alloggio nelle zone che prima abitavano, sono costretti ad accontentarsi di case decrepite o a spostarsi in periferia. In questo modo gli effetti della speculazione si spalmano a cascata in tutta la città. ABBANDONATI A GIANTURCO Qualche giorno fa, in università mi trovo a commentare una notizia di attualità con due ragazzi da poco conosciuti: l’acquisto delle due torri del Banco di Napoli al Centro Direzionale. L’idea sarebbe di riconvertire pure quei due torrioni in acciaio e cemento armato in appartamenti per studenti universitari. In città, d’altronde, c’è penuria di case a prezzi abbordabili. I miei interlocutori, Antonio e Gennaro, sono entrambi studenti di giurisprudenza poco più giovani di me. Antonio ha avuto un’esperienza diretta della questione: ha ventidue anni ed è un fuorisede lucano che si è trasferito a Napoli per i suoi studi. Oggi vive in un appartamento condiviso con altri tre studenti in pieno centro storico, ma i suoi primi tre anni a Napoli li ha passati nello studentato pubblico di Gianturco, zona industriale a est di Napoli. Oggi paga quasi il doppio, perché non ne poteva più della struttura in cui stava. I tre anni che ha passato a Gianturco li descrive come un incubo. Mi mostra foto dei soffitti che cadono a pezzi: «Sembrava un ospedale, ti toglieva la felicità, quando si risolveva un problema se ne ripresentava subito uno nuovo, nella paura costante di essere trasferiti in altre strutture. La sensazione che provano inquilini e lavoratori dello studentato pubblico è abbandono, abbandono da parte dell’istituzione universitaria, da parte di chi dovrebbe gestirlo». Gianturco secondo lui è troppo isolata e pericolosa, quindi per evitare brutte sorprese aveva preso l’abitudine di tornare a casa entro le 18, praticamente un coprifuoco. «Quale studente potrebbe permettersi una singola a novecento euro al mese?», si chiedono i miei due amici. Gennaro aggiunge, tra l’esasperato e il rassegnato: «Lo Stato ha abbandonato il ruolo di garante del diritto allo studio, creando un vuoto che ora viene “colmato” unicamente da operatori privati». Contribuisco alla discussione: gli dico che a Bagnoli stanno facendo un’operazione del genere: al posto di un hotel termale, poi scuola superiore, dismessa da anni, vogliono fare uno Student Hotel di lusso con vista mare. Anche qui il progetto è il sogno dei palazzinari, migliaia di metri cubi di cemento a ridosso dell’arenile. Ma non è l’unico, anche al Rione Berlingieri, a Calata Capodichino, ad Arzano, a Pietrarsa si preparano i cantieri per ristrutturare o creare da zero nuove strutture acquistate da fondi di investimento, gestite da privati, ma che beneficiano di circa venti milioni del Pnrr. In realtà, quello dello studentato sembra una facciata per poi guadagnare anche su altri business: pernottamenti di turisti e viaggiatori, affitto di spazi di lavoro alle piccole aziende, palestra, ecc. Come spiegano bene Portelli e Davoli nel recente volume Abitare in affitto. Le nuove frontiere dell’estrattivismo immobiliare, la diffusione degli studentati di lusso è al centro di una più larga serie di dinamiche urbane. Innanzitutto l’arrivo di attori e capitali finanziari nel mercato dell’edilizia studentesca, poi la contemporanea speculazione immobiliare in altri settori (per esempio quello turistico). Questa nuova stagione di “imprenditorialismo urbano”, dopata dai miliardi del Pnrr, è in sostanza una chance per investitori privati di fare cassa. La casa non è più bene d’uso ma investimento dal quale estrarre rendite crescenti. Quello del “partenariato pubblico-privato” è solo un mito, nei fatti il ruolo delle amministrazioni locali è quello di mettere disposizione risorse e garanzie, mentre i profitti ricadono sui soggetti privati. Gli studentati di lusso a Bagnoli e al Centro Direzionale, il Campus X a piazza Garibaldi, sono la dimostrazione che i cosiddetti vuoti urbani — cioè fabbricati non utilizzati, trascurati o mantenuti sfitti di proposito — non derivano quasi mai da coincidenze o da semplice negligenza. Lasciare che intere aree restino in stato di abbandono permette agli attori immobiliari di comprarle a prezzi irrisori, attendere gli interventi pubblici di riqualificazione e, successivamente, trarre profitto dall’aumento del loro valore. Queste strutture sono presentate da autorità e giornali cittadini come interventi di “rigenerazione” che tentano di risolvere il problema degli alloggi per studenti in città. In realtà, queste opere non fanno altro che riprodurre il problema che millantano di voler risolvere. (francesco nunziante)
Buon compleanno, Civico 7
Sabato prossimo, 10 Gennaio, a partire dalle ore 18:30 presso i locali del nostro Civico 7 a Napoli, festeggiamo i 9 anni dalla Liberazione della struttura. Liberazione dal degrado e dall’abbandono di quegli spazi inutilizzati sotto i portici adiacenti al complesso monumentale della Galleria Principe di Napoli. Spazi che il […] L'articolo Buon compleanno, Civico 7 su Contropiano.
Napoli. Presidio al consolato Usa
Quattro e mezza presso la rotonda Diaz, ieri. E’ stato questo l’appuntamento a Napoli per il presidio in solidarietà col popolo venezuelano, a pochi metri dal consolato americano ovviamente inavvicinabile. Dopo il presidio di sabato presso il consolato venezuelano per esprimere vicinanza alle istituzioni del governo bolivariano, oggi invece dalla […] L'articolo Napoli. Presidio al consolato Usa su Contropiano.
Napoli: Officina 99 non si tocca!
OFFICINA 99 NON È UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO, MA UNA RISORSA SOCIALE COLLETTIVA In relazione alle notizie apparse sulla stampa riguardo una richiesta di sgombero del centro sociale Officina 99, riteniamo necessario chiarire alcuni punti. L’intervento delle forze dell’ordine è avvenuto a seguito di una richiesta di soccorso per […] L'articolo Napoli: Officina 99 non si tocca! su Contropiano.
Napoli. Commissariata la “sede russofila” dell’Anpi
Appena una decina di giorni fa vi era stato il convegno sulla russofobia, con il professor D’Orsi e l’ex deputato Di Battista, presso un’aula dell’università Federico II di Napoli. Moderata da Franco Specchio presidente della sezione Anpi Napoli zona orientale “Aurelio Ferrara”, sezione organizzatrice dell’evento. Evento molto partecipato che sul […] L'articolo Napoli. Commissariata la “sede russofila” dell’Anpi su Contropiano.
“Che ci faceva in Russia?”, prove di Inquisizione liberale
Il diavolo si nasconde nei dettagli. Anche nella russofobia. Soprattutto in quella russofobia “sintetica”, inoculata oggi da mani potenti e straniere per modificare il DNA politico della Repubblica italiana, piegandolo alla militarizzazione e all’ucrainizzazione dell’intero spazio politico europeo. C’è una frase, apparentemente banale, che rivela tutto. È stata pronunciata a […] L'articolo “Che ci faceva in Russia?”, prove di Inquisizione liberale su Contropiano.
“Il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile”
Riceviamo e pubblichiamo chiedendo massima diffusione questo comunicato del Prof. Angelo d’Orsi sui fatti intercorsi durante la Conferenza all’Università Federico II di Napoli nella giornata di lunedì 22 dicembre 2025.  ***** Comunicato di ANGELO D’ORSI (23 dicembre 2025) Ieri 22 dicembre, all’ANPI di Napoli, Sezione Napoli Orientale “A. Ferrara”, si […] L'articolo “Il clima politico-mediatico in Italia sta diventando irrespirabile” su Contropiano.