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Prima le assemblee, poi un giorno di lotta. A Napoli est qualcosa si muove
(foto di giuseppe carrella) A San Giovanni a Teduccio il mare arriva prima come rumore, poi come odore, infine come vista. In alcuni punti, pur essendo vicinissimo, non si vede mai. Lo si intuisce dietro una lunga parete di lamiera, dietro le cancellate protette da telecamere, dietro la centrale termoelettrica, l’ex depuratore e gli scheletri di strutture dismesse che occupano la linea di costa, interrompendo il percorso dal corso principale al mare. Da settimane, ai piedi dei due palazzi del cosiddetto Bronx di San Giovanni, sotto il grande murale che ritrae Che Guevara, cittadini e realtà di movimento si incontrano all’ombra di un albero. Il parchetto, se così lo si può chiamare, è poco più di uno slargo. Ma in un quartiere in cui lo spazio pubblico viene lasciato all’incuria e sottratto pezzo dopo pezzo, anche un albero diventa assemblea, riparo, punto di partenza. Da lì parte una campagna semplice e radicale: chiedere al quartiere di parlare. Sui muri compaiono manifesti con un grande teschio rosso che sbuca dai fumaioli di una fabbrica. Accanto, manifesti bianchi con una domanda: cosa vuoi dal tuo territorio? Qualcuno, tra le varie richieste di verde e mare pulito, risponde: “Femmene c’a pala”. Una scritta apparentemente ironica, ma che comunica una cosa precisa: bisogno di presenza, di aggregazione, di luoghi in cui incontrarsi. Dice che la questione ambientale non è mai soltanto ambientale. È anche sociale, abitativa, relazionale. La mattina del 6 giugno, nella piccola piazza del Municipio, sul corso San Giovanni a Teduccio, un gruppo di attiviste, abitanti, cittadine e cittadini si riunisce per attraversare le spiagge e lanciare una campagna di monitoraggio ambientale. La campagna prevede la costruzione e l’installazione autonoma di centraline per il rilevamento delle polveri sottili e l’uso di termocamere per individuare eventuali variazioni anomale di temperatura dell’acqua. Per produrre dati, rendere visibili i punti critici e costruire strumenti di controllo popolare su un territorio in cui la questione ambientale è stata troppo spesso rimandata, frammentata o raccontata solo dall’alto. Dal corso – l’arteria principale del quartiere, che lo tiene attaccato alla città e alla sua storia – fino all’antica via delle Calabrie raggiungiamo il mare, infilandoci negli accessi rimasti, costeggiando strutture che sembrano ricordare che il litorale esiste, ma non appartiene davvero a chi vive qui. San Giovanni a Teduccio non è semplicemente un quartiere affacciato sul mare. È un pezzo di città in cui il mare, per decenni, è stato parte dell’infrastruttura industriale: raffinerie, depositi, officine, impianti energetici, aree dismesse. La costa è vicina alle case, ma separata dalla vita quotidiana. L’ex raffineria Q8 è uno dei simboli di questa storia. Prima produzione e lavoro, poi dismissione, contaminazione, bonifiche attese. La deindustrializzazione non ha cancellato l’impronta industriale: l’ha lasciata nei suoli e nelle acque di falda, con contaminanti come idrocarburi, metalli pesanti, IPA, PCB e composti clorurati, oltre che nella disoccupazione. Per questo ogni discorso sulla rigenerazione arriva in un territorio già saturo e carico di promesse non mantenute. Qui bonifica non significa solo rimuovere materiali contaminati o riaprire un passaggio verso il mare. Significa capire chi decide il futuro degli spazi, chi potrà usarli, se il mare tornerà davvero accessibile; cosa significa il nuovo terminal container previsto alla Darsena di Levante, a ridosso di un tratto di costa che da anni si dice di voler restituire agli abitanti. Quando arriviamo al lido Chanel, la spiaggia è piena. Una signora con i nipotini chiede al giovane bagnino di “far uscire” un ombrellone, perché i bambini hanno bisogno d’ombra. La sabbia vulcanica, un tempo nera, oggi appare grigia, mescolata alla polvere. I cespugli fioriti che incorniciano il chiosco e il patio provano a costruire un’immagine di normalità balneare, ma non riescono a coprire l’odore forte che impregna l’aria. Poco distante, l’ex depuratore resta sulla linea di costa, come un promemoria di tutto ciò che per anni è stato scaricato in acqua. Sull’orizzonte, nella linea di mare tra Napoli e Portici, passa una grande nave metaniera LNG. (foto di giuseppe carrella) È questa la scena difficile da descrivere senza retorica: famiglie con bambini che giocano, ragazzini al sole, signore che si riparano dal caldo. E insieme l’impressione costante che il diritto al mare sia concesso in una forma residua: puoi andarci, ma devi accettare tutto il resto. L’odore acre, la sabbia polverosa, il mare sporco. Sotto un ombrellone incontro J., giovane madre. Parla con la lucidità pratica di chi non sta facendo teoria, ma organizzando la giornata dei figli. «Vengo qui perché abito qui e i miei figli hanno caldo – racconta –. Ma mi fa paura. L’acqua è sporca e ogni volta che bevono anche una goccia di questo mare poi stanno male». La sua frase sintetizza la distanza tra le opere promesse, annunciate, sponsorizzate dalle istituzioni, e l’esperienza quotidiana di chi ha bisogno di bonifiche vere. Da un lato il linguaggio della riqualificazione, dall’altro una madre che porta i figli al mare perché non ha alternative e deve chiedersi se quell’acqua possa farli stare male. Poco più avanti, in una conca tra un lido e l’altro, l’acqua raccoglie rifiuti e materiali sospinti dalla corrente. Intorno a un grosso tubo nero che sbuca da un pontile eroso e finisce verso il mare, un altro stabilimento offre lettini e cucina di pesce agli avventori. Lo spazio è piccolo, compresso tra la centrale termoelettrica e il museo ferroviario di Pietrarsa, sorto nelle antiche Officine, dove un tempo si producevano locomotive. Nel pomeriggio il corteo ripercorre il corso, passa per il Bronx, accompagnato dalle percussioni della Murga. I ragazzini in giro per il quartiere prendono gli striscioni, chiedono cosa stiamo facendo. Le signore, incuriosite dal clima festoso, si affacciano alle finestre, poi scendono in strada. «Ne abbiamo bisogno», dice una di loro. È una frase semplice, ma dice molto. Non parla solo della manifestazione. Parla del bisogno di vedere il quartiere attraversato, abitato, rimesso in movimento. (foto di giuseppe carrella) Al Parco Troisi viene appesa una grande fotografia di San Giovanni e vengono distribuite mappe sulle quali scrivere o disegnare. A chi vuole partecipare si chiede di indicare i propri desideri per il quartiere. Durante l’assemblea pubblica, abitanti e realtà presenti prendono parola su questo: non una riqualificazione qualsiasi, non l’ennesimo progetto che cambia il volto del quartiere senza migliorare la vita di chi ci vive, ma una trasformazione reale, controllabile, utile alla popolazione. Sullo sfondo, il Parco Troisi racconta da solo il paradosso. Il laghetto è svuotato, pieno di immondizia. Intorno ci sono alberi, colline, spazi ampi che potrebbero essere bellissimi. Il pomeriggio scorre tra persone che scrivono sulle mappe, altre che si avvicinano alla fotografia, altre ancora che prendono il microfono. Le risposte, una dopo l’altra, compongono una mappa diversa: meno speculazione, più cura, più spazi vivibili, più possibilità di attraversare e abitare i luoghi. In un angolo della grande fotografia compare una scritta, accompagnata da alcuni fiori disegnati: “Rinascita”. (delfina esposito)
June 9, 2026
Napoli MONiTOR
#napoli LA NOSTRA LOTTA, LE NOSTRE LOTTE / ASSEMBLEA PUBBLICA NAZIONALE #noautonomiadifferenziata E. Brancaccio, A. Bundu, M. Esposito, P. Spirito, M. Villone, introduce M. Boscaino - coordina F. Russo LA PAROLA AI MOVIMENTI M. Raiola e A. Mazzeo https://www.youtube.com/watch?v=r9scFE8eEO0
June 7, 2026
Antonio Mazzeo
«Il mondo è diventato palestinese»: da Sarah Mustafa a Luigi de Magistris, Napoli interroga la coscienza dell’Occidente
Al Festival del Giallo di Napoli la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso si trasforma in un confronto su Palestina, diritto internazionale, informazione, resistenza e responsabilità dell’Occidente Non è stata una semplice presentazione letteraria. Al Festival del Giallo di Napoli, il nuovo romanzo di Sarah Mustafa, Il giorno che non ti ho ucciso, è diventato il punto di partenza per una riflessione che ha attraversato memoria, occupazione, diritto internazionale, informazione e resistenza. Sul palco, accanto all’autrice, l’editore Aldo Putignano e Luigi de Magistris. Le letture di Brunella Caputo hanno accompagnato la serata, restituendo voce alle pagine del romanzo e portando il pubblico dentro l’atmosfera del racconto. Sarah Mustafa ha aperto il suo intervento ringraziando Napoli per la vicinanza dimostrata alla causa palestinese e per le mobilitazioni di studenti, associazioni e cittadini che fin dai mesi successivi al 7 ottobre 2023 hanno mantenuto alta l’attenzione su Gaza e sui territori palestinesi occupati. L’autrice ha raccontato anche le proprie esitazioni nel periodo in cui stava per pubblicare il suo primo romanzo. Mentre la guerra occupava quotidianamente le prime pagine dei giornali, temeva che non ci fosse più spazio per una narrazione diversa. Fu proprio Aldo Putignano a incoraggiarla a proseguire. Per Mustafa la letteratura rappresenta uno strumento per raccontare ciò che raramente trova spazio nella narrazione dominante occidentale: il punto di vista palestinese. Il giorno che non ti ho ucciso si colloca all’inizio degli anni Settanta e racconta l’incontro, a Pavia, tra Carla, giovane operaia italiana impegnata nelle lotte sindacali, e Omar, profugo palestinese segnato da una storia di perdita e violenza. Due destini lontani che si scoprono accomunati dalla ricerca della libertà e della giustizia. Ma il romanzo affonda le proprie radici anche nella storia personale dell’autrice. Nata in Italia, Mustafa ha vissuto da bambina in un campo profughi palestinese. Durante l’incontro ha ricordato il passaggio da una realtà occidentale a una vita fatta di acqua trasportata nelle taniche, servizi essenziali assenti e precarietà quotidiana. «Non è facile scegliere di lasciare la propria terra. In quella casa ci sono i ricordi, la propria storia, la propria vita». Il dibattito ha assunto un tono ancora più politico con l’intervento di Luigi de Magistris, chiamato da Aldo Putignano a riflettere sul rapporto tra informazione e realtà. «Credo che sia stato fatto molto in questi anni per provare a rompere la narrazione della propaganda occidentale». Secondo l’ex sindaco di Napoli, molte delle mobilitazioni nate in questi mesi hanno contribuito a riportare al centro aspetti della questione palestinese spesso rimossi dal dibattito pubblico. «Si dimentica la Nakba. Si dimentica un secolo di occupazione. Si dimentica un secolo di apartheid. Si dimentica il diritto internazionale». Per de Magistris il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma investe direttamente il rapporto tra potere e diritto nelle democrazie occidentali. «Prima c’era più ipocrisia. Formalmente il diritto internazionale esisteva, anche se veniva calpestato. Adesso si sta togliendo perfino il velo dell’ipocrisia. Si dice apertamente che il diritto vale fino a un certo punto». L’ex sindaco ha ricordato anche il clima che, a suo giudizio, si respirava nei primi mesi della guerra. «Quando andavi in televisione e parlavi di genocidio, ti interrompevano e ti chiedevano se ti assumevi la responsabilità di quello che stavi dicendo. Ti collocavano immediatamente tra i fiancheggiatori di Hamas o tra gli antisemiti». Uno dei passaggi più significativi della serata ha riguardato il tema della resistenza. Richiamando la storia antifascista della città, de Magistris ha stabilito un parallelo tra la lotta palestinese e la Resistenza italiana. «Credo che nessuno si sogni di ritenere i partigiani napoletani delle Quattro Giornate dei terroristi. Francesco Amoretti, presidente dell’ANPI, a sedici anni prese il fucile e sparò contro i cecchini fascisti che coprivano l’avanzata dei carri armati tedeschi. Nessuno avrebbe mai definito terrorista Francesco Amoretti». Da qui la distinzione che ha voluto ribadire con forza: «Il terrorismo va sempre condannato. Io ho fatto il magistrato, sono un giurista. Ma la resistenza è un’altra cosa». E ancora: «Se ti rubano la terra, se ti distruggono le famiglie, se ti negano l’acqua, se ti bombardano, se uccidono bambini, giornalisti, medici e infermieri, la resistenza non diventa soltanto un diritto. Diventa un dovere». Le parole più dure sono arrivate quando il discorso si è spostato sulle responsabilità dell’Occidente. De Magistris ha raccontato il lavoro svolto insieme ad altri giuristi per documentare quelle che definisce «complicità economiche, finanziarie, istituzionali, tecnologiche e militari». «Se noi vediamo che aziende, tra l’altro italiane, impegnate nella produzione di armi stanno al +500% di profitto, diciamoci la verità: il genocidio senza il sostegno delle forze occidentali, e non soltanto di quelle americane, non sarebbe stato possibile». «In questo Paese si stanno processando portuali che hanno fatto disobbedienza per non imbarcare merci dove c’erano armi. Si stanno processando giovani che sono scesi in piazza contro il genocidio». Secondo de Magistris, il rischio è che venga meno la fiducia stessa nelle istituzioni. «Se iniziano a dirci che il diritto internazionale non esiste o che esiste solo quando conviene ai potenti, allora avremo un problema enorme». Nel corso dell’incontro de Magistris ha ricordato anche il progetto fotografico B Twin for Gaza, che mette a confronto la vita quotidiana di una bambina palestinese e quella di una bambina napoletana, sottolineando come la solidarietà tra Napoli e Gaza trovi espressione anche attraverso la cultura e l’arte. Sul tema Pressenza aveva già pubblicato un approfondimento: L’infanzia sotto assedio, l’infanzia protetta. Un ponte fotografico tra Gaza e Napoli In questo contesto ha sottolineato quella che considera una profonda distanza tra il sentimento popolare e le scelte dei governi. «Io credo che ci sia una dicotomia fra gli italiani e i governanti». A suggellare il senso della serata sono state anche le parole della prefazione firmata da Mario Capanna, lette da Aldo Putignano. Capanna definisce il romanzo «utile» perché contribuisce a mantenere viva la coscienza del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e richiama i pericoli rappresentati dalla guerra in corso a Gaza, dall’apartheid denunciata in Cisgiordania e dal rischio di un’ulteriore escalation nella regione. Nelle battute finali il confronto è tornato sul tema della pace. Sarah Mustafa ha sostenuto che non può esistere alcuna prospettiva di pace senza giustizia. «Per arrivare alla pace ci vuole innanzitutto libertà per il popolo palestinese». Ha ricordato l’assenza di diritti fondamentali, dalla disponibilità di acqua potabile alla continuità territoriale, e ha definito il superamento dell’occupazione una condizione imprescindibile per qualsiasi percorso politico futuro. «Bisogna essere in due a voler dialogare». L’ultimo intervento di Luigi de Magistris ha assunto il tono di una riflessione più ampia sul presente. «Pensavano di cancellare per sempre i palestinesi dal mondo. Però non si sono accorti di una cosa. E questo è il bel segreto dell’umanità. Il mondo, un po’ alla volta, è diventato palestinese». Poi la conclusione. De Magistris ha richiamato le parole di Vittorio Arrigoni, «restiamo umani», aggiungendo però la necessità di interrogarsi su quale umanità si voglia difendere. «Dobbiamo chiederci che umani vogliamo essere. Perché Netanyahu è umano. Trump è umano. E non dobbiamo nemmeno cadere nell’errore di dire che quello che stanno facendo è “da bestie”: io, sinceramente, non ho mai visto le bestie fare genocidi». La presentazione di Il giorno che non ti ho ucciso si è trasformata così in una riflessione collettiva sul rapporto tra diritto, giustizia e memoria. Una discussione che, partendo dalla Palestina, ha interrogato direttamente anche le coscienze occidentali. Sarah Mustafa Napoli ascolta la Palestina: Sarah Mustafa al Festival del Giallo Il pubblico segue la presentazione del romanzo Il giorno che non ti ho ucciso di Sarah Mustafa sullo scalone panoramico della Villa Floridiana, a Napoli. Lucia Montanaro
June 7, 2026
Pressenza
#noautonomiadifferenziata #Napoli, sabato 6 giugno 2026 - Assemblea pubblica nazionale "La nostra lotta, le nostre lotte" Comitati Per il ritiro di ogni#autonomia #differenziata, per l’Unità della Repubblica e l’Uguaglianza dei diritti
June 4, 2026
Antonio Mazzeo
Le donne sostengono l’altra metà del cielo. A Napoli una riflessione su diritti, giustizia e nonviolenza
L’INCONTRO PROMOSSO DALL’INNER WHEEL CLUB NAPOLI LUISA BRUNI CON LA MAGISTRATA GEMMA TUCCILLO HA RIPERCORSO IL CAMMINO DELLE DONNE NELLA SOCIETÀ ITALIANA, AFFRONTANDO TEMI COME PARITÀ, VIOLENZA DI GENERE, GIUSTIZIA RIPARATIVA E DIRITTI. Una sala gremita, molte donne di generazioni diverse e una riflessione che attraversa quasi un secolo di storia italiana. È questo il clima che ha accompagnato l’incontro “Forza non violenza – Le donne sostengono l’altra metà del cielo”, promosso dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni e ospitato nella Sala Conferenze dell’ACEN. L’iniziativa, ispirata a un celebre proverbio cinese, ha avuto come protagonista la dottoressa Gemma Tuccillo, magistrato di Cassazione e figura di primo piano della giustizia italiana, da sempre impegnata sui temi della tutela dei minori, dei diritti e della protezione delle persone più fragili. Ad aprire l’incontro è stata la presidente del Club, Gabriella Manieri Giglio. L’Inner Wheel è una delle più grandi organizzazioni femminili di servizio al mondo e opera attraverso progetti sociali, culturali e umanitari. Il Club Napoli Luisa Bruni affianca da decenni all’attività culturale un costante impegno rivolto ai bambini, ai giovani e alle realtà socialmente più fragili della città. Nel corso degli anni ha promosso attività di doposcuola, corsi di ricamo e legatoria, incontri nelle scuole dedicati all’educazione al rispetto e alla prevenzione della violenza, visite guidate, iniziative culturali e spettacoli finalizzati anche alla raccolta di fondi per persone in difficoltà. Un impegno ampio, che unisce educazione, cultura, solidarietà e attenzione alla crescita civile del territorio. La conferenza si è trasformata ben presto in un racconto che ha intrecciato esperienza professionale, memoria personale e riflessione civile. Nel corso dell’incontro, Tuccillo ha richiamato più volte il legame tra mente e cuore, professionalità e umanità: una sintesi che, fin da ragazza, ha orientato il suo modo di intendere la professione. Non soltanto applicazione della legge, ma attenzione alle persone, alle loro storie e alle conseguenze umane che ogni vicenda giudiziaria porta con sé. Con il tono diretto e spesso ironico che la contraddistingue, la magistrata ha ripercorso i propri inizi come magistrato di sorveglianza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in un periodo in cui la presenza femminile nella magistratura era ancora una novità. Le donne, infatti, poterono accedere alla carriera magistratuale soltanto nel 1963, dopo una lunga battaglia per il riconoscimento della piena parità professionale. Tra gli episodi ricordati durante la serata, uno ha suscitato particolare interesse nel pubblico: durante una protesta dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, affrontata con intelligenza e ironia, una battuta riuscì a sciogliere una situazione di forte tensione, dimostrando come autorevolezza e capacità di dialogo possano talvolta ottenere risultati più efficaci della contrapposizione. Partendo dalla propria esperienza, la magistrata ha allargato lo sguardo al percorso compiuto dalle donne nella società italiana. Dal diritto di voto conquistato nel 1945 alla partecipazione femminile all’Assemblea Costituente, fino all’ingresso nelle professioni che per lungo tempo erano rimaste esclusivamente maschili. Nel corso dell’intervento sono state ricordate figure come Teresa Mattei e le tante donne che contribuirono alla costruzione della Repubblica, così come le conquiste più recenti nel mondo dello sport, dal riconoscimento del calcio femminile professionistico alla crescente visibilità delle atlete italiane nelle competizioni internazionali. Il titolo dell’incontro è stato anche lo spunto per una riflessione sul rapporto tra uomini e donne. Tuccillo ha sottolineato come il progresso non passi attraverso una contrapposizione tra i sessi, ma attraverso il riconoscimento reciproco e la valorizzazione delle differenze. Nel corso dell’incontro si è parlato anche delle cosiddette “quote rosa”. La magistrata ha invitato a non fermarsi alle definizioni, osservando come il vero obiettivo non sia il nome attribuito a questi strumenti ma i risultati che essi consentono di raggiungere. Non importa che siano rosa, gialle o di qualsiasi altro colore: ciò che conta è favorire una partecipazione più equilibrata e superare ostacoli che per troppo tempo hanno limitato l’accesso delle donne ad alcuni ambiti della vita pubblica e professionale. Tra gli esempi citati, la crescente presenza femminile in settori tradizionalmente maschili e le misure introdotte per garantire una maggiore rappresentanza delle donne anche nelle competizioni sportive internazionali. Ampio spazio è stato dedicato anche a temi particolarmente attuali: la violenza di genere, il femminicidio e il Codice Rosso, con un richiamo alla necessità di intervenire tempestivamente nei casi di rischio e di favorire l’emersione delle situazioni di pericolo prima che sia troppo tardi. Particolarmente significativi sono stati i riferimenti al sostegno garantito ai familiari delle vittime di mafia e camorra e ai figli delle donne uccise per femminicidio, che non vengono lasciati soli ma accompagnati attraverso specifici percorsi di tutela e assistenza. Nel corso della serata è stata ricordata anche l’esperienza di Giannino Durante, padre di Annalisa Durante, la giovane vittima innocente della camorra. Attraverso incontri nelle carceri e attività di testimonianza, il dolore personale è stato trasformato in un’occasione di dialogo e riflessione, dando vita anche a significativi scambi epistolari con detenuti di diversi istituti penitenziari. Tra gli argomenti affrontati anche la giustizia riparativa, intesa come percorso capace di mettere al centro non soltanto la sanzione, ma anche il riconoscimento del danno subito dalle vittime e la responsabilizzazione di chi lo ha provocato. Non è mancato un accenno ai percorsi di transizione di genere, descritti come momenti particolarmente delicati nella vita delle persone che li affrontano. La riflessione si è concentrata sulla necessità di guardare a queste situazioni con rispetto, attenzione e senso di responsabilità, individuando soluzioni capaci di tutelare la dignità e i diritti delle persone coinvolte. Più che una conferenza, quella promossa dall’Inner Wheel Club Napoli Luisa Bruni è stata una conversazione aperta sulla società italiana e sui cambiamenti che l’hanno attraversata negli ultimi decenni. Un’occasione per ricordare le conquiste raggiunte, ma anche per riflettere sulle sfide ancora aperte, dalla violenza di genere alla tutela delle persone più fragili, passando per il riconoscimento dei diritti e della dignità di ciascuno. Tra ricordi personali, esperienza professionale e riflessioni sul presente, Gemma Tuccillo ha lasciato al pubblico un messaggio semplice ma profondo: il diritto, da solo, non basta. Per costruire una società più giusta servono competenza e responsabilità, ma anche ascolto, rispetto e umanità. In altre parole, quelle stesse qualità che lei stessa ha indicato come guida del proprio percorso: mente e cuore. Lucia Montanaro
June 3, 2026
Pressenza
Uno sguardo su Napoli Nord, tra urbanizzazione selvaggia e lotte sociali
(disegno di otarebill) È una domenica mattina di febbraio, il tempo non è dei migliori ma regge. Si tiene il carnevale sociale di Scampia, il 44esimo da quando esiste. Decido di andarci insieme a mio fratello più piccolo. Ci dirigiamo verso la prima fermata dell’R5 di corso Secondigliano, provenendo da Capodichino. Come ogni domenica mattina, per le strade c’è un gran via vai. Il Perrone, la prima traversa del corso, è denso di attività commerciali: pescherie, fruttivendoli, mercatini; dalla rotonda Di Vittorio verso via De Pinedo si raggiungono San Pietro a Patierno e poi i comuni di Casoria e Casavatore; nonostante i ritardi, sulla rotonda sono visibili i lavori per l’apertura della nuova fermata della Linea 1, che renderà più facile muoversi verso il centro della città. Un tempo Napoli Nord era una terra fertile, caratterizzata da masserie, frutteti e una fitta rete di antichi casali. La modernità industriale, unita all’espansione demografica e al conseguente assorbimento della classe contadina nel nuovo tessuto urbano, portò alla nascita dei quartieri odierni, frutto di una politica urbana che non mirava all’integrazione socio-economica degli inurbati, favorendo piuttosto gli interessi di costruttori, proprietari terrieri e classe politica. IL LAURISMO E LA SPECULAZIONE EDILIZIA Il cambiamento cominciò a partire dal ’51, quando la destra si aggiudicò il governo della città con il sindaco Achille Lauro, figlio di una nota famiglia di armatori e fondatore dell’omonima flotta. Gli anni della sua amministrazione, noti come “laurismo”, vengono ricordati per la forte spinta speculativa. Nel ’58 il prefetto Correra, nominato commissario in seguito allo scioglimento della giunta laurina, consegnava alla città il nuovo piano regolatore generale, bocciato dal ministero dei lavori pubblici quattro anni dopo per il suo carattere speculativo. Era ormai troppo tardi: si stima che dal ’51 al ’61 vennero costruiti circa 300 mila vani in tutta la città, mentre migliaia di abitanti furono cacciati dal centro storico per dare spazio alle demolizioni. Nel mio quartiere, San Pietro a Patierno, l’urbanizzazione selvaggia portò alla nascita di condomini multipiano che eliminarono man mano lo spazio tra la chiesa e il confine perimetrale dell’aeroporto di Capodichino. Via del Cassano, oggi importante arteria di Secondigliano che porta verso Casavatore e Arzano, perse la caratteristica di strada di campagna a causa di densi blocchi edilizi lungo tutto il percorso, con la nascita del rione Berlingieri e del rione Kennedy. IL CORSO SECONDIGLIANO E LA BIRRERIA DI MIANO  Dopo circa venti minuti, arriva l’autobus. Mentre prendiamo posto, vedo turisti che scendono alla fermata con i loro trolley: la turistificazione tocca oggi anche il corso Secondigliano a causa della sua vicinanza all’aeroporto. Il corso è la principale arteria del quartiere, dal finestrino del bus vedo centinaia di attività commerciali, tra cui la storica Taralleria Tonino e la mitica pizzeria Carminiello. Anche qui, durante il laurismo, sorsero palazzi multipiano, lasciando poche tracce di vecchi edifici come villa Cimmino, dal ’56 stazione della polizia. Subito dopo la pizzeria c’è l’incrocio che a destra porta verso il centro storico di Secondigliano, a piazza Zanardelli, un tempo chiamata Miez’ all’Arco, mentre svoltando a sinistra si arriva alla vecchia fabbrica di birra Peroni a Miano, oggi divenuta un centro commerciale. Miano e Mianella erano un tempo casali distinti, oggi invece il secondo è considerato una frazione del primo. Durante il tragitto, quasi all’altezza del quadrivio, sento tre ragazze parlare del carnevale. Dall’accento capisco che non sono di Napoli. Vengono infatti da Bologna e sono arrivate per la prima volta in città per partecipare allo stesso evento a cui siamo diretti io e mio fratello. Superato il quadrivio, scendiamo insieme alla prima fermata di via Roma verso Scampia all’altezza della pompa di benzina Q8. Attraversiamo e raggiungiamo il rione Monterosa, edificato a partire dagli anni Cinquanta. Il concentramento è alla storica sede del Gridas – Gruppo risveglio dal sonno, fondato nel 1981 da Felice Pignataro, Mirella La Magna, Franco Vicario e tante altre persone che dal 1983 hanno dato vita al carnevale sociale di Scampia. Centinaia di persone, tra cui famiglie e bambini, arrivano e di lì a poco il corteo incomincia. Il quartiere si riempie di maschere e carri allegorici fatti con materiale riciclato, coloratissimi, mentre i gruppi preparano le coreografie e gli strumenti musicali. Il corteo si addentra nel rione per poi sfociare su via Arcangelo Ghisleri, nel cuore di Scampia. DALLA LEGGE 167/62 ALLE LOTTE PER LA CASA Provo a raccontare alle ragazze la storia di Scampia: parlo della legge 167 del ’62, dei piani di edilizia economica e popolare che avrebbero dovuto invertire la tendenza speculativa del periodo laurino, di come con questa legge gli enti pubblici fossero vincolati a individuare delle aree edificabili per la costruzione di case popolari da assegnare alle famiglie in condizioni di precarietà; spiego che la nascita del quartiere è il frutto di vari processi, tra speculazioni e lotte popolari. Scampia venne divisa in lotti: alcune strade persero le caratteristiche tipiche dei borghi per dare spazio ai nuovi edifici della 167; via Roma verso Scampia divenne l’anello di congiunzione tra la vecchia Secondigliano e il nuovo quartiere, caratterizzato da edifici a torre; nacque il rione Don Guanella e furono costruite le Vele, progettate dall’architetto Franz di Salvo. Nel progetto iniziale si prevedeva la creazione di una “città nella città”, con la creazione di spazi comuni e servizi integrati, come scuole e negozi. La realtà fu ben diversa. Il piano di edilizia economica e popolare nella zona settentrionale di Napoli portò alla nascita di quartieri-dormitorio, con prefabbricati di scarsa qualità, senza servizi adeguati e collegamenti con il resto della città. Inoltre non furono subito assegnate le abitazioni, anzi, dagli anni Settanta in poi scoppiarono le prime lotte organizzate per la casa a Napoli Nord. Emblematica fu l’occupazione del rione Don Guanella, in cui presero casa ottocento famiglie. La prima occupazione con grossi numeri fu tentata a Marianella, ma non durò a lungo e, dopo ripetute cariche della polizia, il rione venne sgomberato. Ma le famiglie già organizzate occuparono l’intero Don Guanella, grazie anche alla forte mobilitazione delle famiglie di Secondigliano e Piscinola. Da via Ghisleri arriviamo a piazza Giovanni Paolo II, di fianco al parco Ciro Esposito. Al centro della piazza si comincia a preparare il falò per bruciare, allegoricamente, i simboli negativi e far trionfare quelli positivi che danzano intorno alle ceneri. Sullo sfondo è possibile osservare il cantiere per l’abbattimento delle Vele, in seguito alle lotte condotte dagli abitanti del quartiere. Infatti dal 1980, con il Piano per il recupero delle periferie e poi con il terremoto dell’Irpinia che causò danni ingenti anche a Napoli, esplosero le occupazioni di massa. In seguito al terremoto furono oltre 10 mila gli edifici danneggiati, e 170 mila gli sfollati, di cui il settanta per cento proveniva dal centro storico. Nel 1981 il parlamento approvò la legge 219, con la quale si rilanciò un Programma straordinario di edilizia residenziale (Pser) per la costruzione di 20 mila alloggi da assegnare agli aventi diritto nell’area metropolitana di Napoli. Molte famiglie furono costrette a trasferirsi in campi container (36 container leggeri installati a Secondigliano, 113 a Piscinola, 174 a Miano e 337 a San Pietro a Patierno). Successivamente furono edificati nuovi complessi residenziali, come il rione 25/80 a Chiaiano, il rione dei Fiori, poi soprannominato Terzo Mondo, a Secondigliano, le abitazioni popolari e il parco pubblico in viale IV Aprile a San Pietro a Patierno. In questo contesto vennero occupati gli edifici della 167 a Piscinola e Scampia. Se in un primo momento gli abitanti lottarono per la permanenza, con la nascita del Comitato Vele ci si concentrò per l’abbattimento e la riqualificazione del quartiere. Vittorio Passeggio, attivista della prima ora del comitato, spiega che i progetti iniziali per le Vele vennero completamente disattesi: «Nelle Vele più grandi non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva nemmeno a quel poco di luce di filtrare. L’economia del vicolo, nelle intenzioni del progetto, non è mai esistita». Domenico Lopresto, segretario dell’Unione Inquilini, in una intervista del 2013 condotta da Nicola Angrisano in Stalking Asilo. Le mani sulla città, racconta che «se si gira nei rioni popolari, si vede che il degrado è tantissimo, ma va tenuto presente anche la gestione delle organizzazioni criminali. Basta ricordare che i più grandi clan della città stanno tutti nei rioni di edilizia residenziale pubblica». Nel 1990 venne inoltre avviato il funzionamento di un nuovo carcere la cui collocazione ai margini del quartiere era stata decisa diversi anni prima. Pino Guerra, militante dei comitati popolari di Napoli Nord e occupante della Vela Gialla, parla di un quartiere di “annientamento”: «Era un circolo vizioso: senza lavoro, delinqui e  vai in carcere, nel quartiere stesso. Il tuo ciclo di vita rimaneva nel quartiere». Negli anni Novanta nacque il Comitato Occupanti Case, che portò a migliaia di occupazioni per tutta Napoli. Sempre Pino Guerra racconta che «si mobilitarono in piazza circa 10 mila persone, con bambini e carrozzini. E vincemmo la vertenza, perché gli occupanti abusivi si trasformarono in assegnatari. Nel ’95-96, con la chiusura della vertenza, ottennero il diritto di rimanere nelle case». NAPOLI NORD OGGI Mentre mio fratello corre e gioca in piazza con altri bambini in mezzo alla musica e alle danze, le ragazze mi chiedono dei cantieri delle Vele che vediamo in lontananza. Spiego del lungo percorso del comitato, che dal ’97, con l’abbattimento della prima Vela, ha portato alla nascita di nuovi alloggi popolari e al rilancio del progetto Restart Scampia. Racconto pure che dopo le guerre di camorra sono nate tantissime associazioni e nel 2010 venne occupato il Cantiere 167, una scuola abbandonata, ancora oggi sede del Comitato Vele. Si è fatta ora di pranzo ed è arrivato il momento di tornare a casa. Sono tante le riflessioni sulla giornata: il comitato dichiara che il popolo delle Vele ha vinto, ma a che costo? Ragiono sulle trasformazioni su tutta Napoli Nord, sulle differenze rispetto anche a quando ero più piccolo. Oggi ci sono tanti processi urbani in corso: nuovi edifici residenziali continuano a sorgere; ci sono lotte come quella del rione 25/80 di Chiaiano che ancora attende una riassegnazione dopo il terremoto; l’ex Motel Agip, nei pressi del quadrivio, è stato sgomberato; a San Pietro a Patierno il comitato per il verde pubblico chiede la riqualificazione del parco IV Aprile. Capita spesso che ci siano disservizi, come l’estate scorsa con la chiusura della Linea 1 nella tratta Piscinola-Chiaiano, ma nonostante ciò non manca una risposta da parte delle reti sociali. Napoli Nord, in un certo senso, ha ripreso a vivere: c’è ancora chi lotta ogni giorno per il diritto alla città. (zidan shehadeh)
June 3, 2026
Napoli MONiTOR
“Una è a guerra ca ce spetta”: da Basile a Totò, la tradizione napoletana della pace e della disobbedienza civile dialoga con il presente
Alla libreria IoCiSto la lezione di pace di Ermete Ferraro Non una semplice presentazione di un libro, ma una riflessione collettiva sul rapporto tra cultura, pace, potere e tradizione. Nella sala gremita della libreria IoCiSto è stato presentato il saggio di Ermete Ferraro “Una è a guerra ca ce spetta”, edito da Langella. A rendere coinvolgente ed emozionante il clima le letture teatralizzate dell’attrice Marcella Vitiello, che ha dato voce con sensibilità e forza espressiva, nell’antico vernacolo, a brani di Giambattista Basile e Raffaele Viviani. Due autori che hanno saputo raccontare l’anima profonda di Napoli, le sue contraddizioni, la sua ironia e la sua straordinaria umanità. Le interpretazioni dell’attrice hanno offerto al pubblico non soltanto una pausa letteraria, ma una vera immersione in quella tradizione culturale che costituisce il cuore stesso del libro di Ferraro. Un pubblico attento e partecipe, un dibattito intenso che ha intrecciato cultura, diritto, storia, vangelo e attualità. La presentazione del libro di Ermete Ferraro, Una è a guerra ca ce spetta, si è trasformata in qualcosa di più di un semplice incontro letterario: un’occasione di riflessione collettiva sul significato della pace, della giustizia e della responsabilità civile in un tempo segnato da guerre, soprusi e crescenti tensioni internazionali. Il titolo del libro richiama una celebre espressione della sapienza popolare napoletana: “una è a guerra ca ce spetta”; l’unica guerra che davvero “ci spetta” non è quella combattuta con le armi, ma quella contro le ingiustizie, le disuguaglianze, le forme di oppressione e di dominio che attraversano le società umane. È una dichiarazione di intenti. L’opera di Ferraro si inserisce infatti in una lunga e prestigiosa tradizione culturale napoletana che, nei secoli, ha espresso una visione profondamente critica della guerra. Una tradizione, dal Quattrocento ai giorni nostri, che attraversa la letteratura, il teatro e il pensiero civile della città. Da Giambattista Basile, che nelle sue opere ha saputo raccontare il mondo popolare con uno sguardo attento all’umanità degli ultimi, fino alle pagine di Ferdinando Russo e alle intense rappresentazioni di Raffaele Viviani, emerge una costante diffidenza verso ogni forma di sopraffazione e di violenza esercitata dal potere, ma anche la ricerca di modalità alternative di risposta alla violenza, come la solidarietà comunitaria, la satira dell’autorità e la ridicolizzazione della retorica bellicistica. Questa eredità culturale ha poi espressioni altissime nel Novecento con Eduardo De Filippo e Totò. Nelle loro opere, pur diverse per linguaggio e stile, la guerra appare come il simbolo dell’assurdità umana, mentre la solidarietà, la pietà e l’intelligenza popolare diventano gli strumenti per resistere alla brutalità della storia. È una Napoli che non celebra gli eroi armati, ma gli uomini e le donne capaci di conservare la propria umanità anche nelle circostanze più difficili, capace di adattarsi ma senza arrendersi. Chi forza nunn’ave s’arma d’ingegno. A introdurre l’incontro Elio Serino, che ha sottolineato il valore culturale del saggio e la sua capacità di mettere in luce uno dei tratti più originali della storia napoletana: una tradizione popolare e intellettuale che ha sempre guardato con diffidenza alla violenza e ai poteri costituiti. Un percorso che passa anche attraverso l’evoluzione del dialetto e della letteratura napoletana, di una cultura che ha saputo raccontare il popolo senza mai cedere alla celebrazione della guerra. Serino ha definito il volume un libro gradevole e accessibile, ma al tempo stesso ricco di spunti di riflessione. Soprattutto, ha invitato ad andare oltre una visione puramente retorica del pacifismo. La vera rivoluzione, ha osservato, consiste nella pratica della disobbedienza civile e non violenta, nella capacità di opporsi ai meccanismi del potere senza riprodurne la violenza. Ma il cuore politico e civile della discussione è emerso nell’intervento di Luigi de Magistris, che ha collegato le riflessioni del libro ai principi fondamentali della Costituzione italiana, richiamando in particolare gli articoli 3 e 11: quello sull’uguaglianza e quello che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. “Serve disobbedienza”, ha affermato con forza, indicando nel libro di Ferraro uno strumento prezioso per ripensare il rapporto tra cittadini, istituzioni e potere. Secondo de Magistris, Napoli rappresenta storicamente un laboratorio originale di convivenza e pluralismo. Una città “tendenzialmente anarchica”, ha detto, che non ha conosciuto l’Inquisizione, una città nella quale la diversità è sempre stata una ricchezza e non una minaccia. Una città di porto, aperta al Mediterraneo e al mondo, capace di guardare oltre il mare e oltre i confini, verso l’infinito. Da questa identità nasce anche una responsabilità particolare. De Magistris ha lanciato una proposta culturale e politica che va oltre i confini cittadini: “Napoli non pretende di cambiare da sola il mondo, ma può continuare a dare segnali. Segnali concreti, capaci di indicare una direzione diversa rispetto a quella dei governi e delle logiche di potere”. Ha ricordato il riconoscimento dello Stato di Palestina come atto simbolico e politico di valore universale. Ha richiamato la scelta di denuclearizzare il porto di Napoli impedendo l’ingresso di navi con armamenti nucleari. Ha ricordato la decisione di opporsi agli ordini governativi che imponevano la chiusura del porto alle navi delle organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare, una scelta che comportò conseguenze giudiziarie. “Le città possono scrivere pagine di umanità differenti da quelle spesso dettate dagli interessi geopolitici e dai centri del potere”. L’idea più suggestiva emersa dal suo intervento è stata forse quella di una Napoli “che può provare a diventare punto di riferimento per un’alleanza delle città del Sud del mondo, promotrice di un nuovo modello di giustizia, solidarietà e cooperazione internazionale”. Un progetto ambizioso, certamente, ma che trova alimento proprio nella storia della città e nella sua vocazione all’incontro tra culture diverse. Poi Ermete Ferraro. Insegnante, instancabile e appassionato pacifista, impegnato da decenni nella promozione della nonviolenza, dell’educazione alla pace e della tutela dell’ambiente. Autore di saggi su ecopacifismo, di cui è referente nazionale, e di cultura napoletana, ha spiegato di aver voluto recuperare la lingua, i proverbi e la tradizione culturale napoletana per conoscere le proprie radici come condizione necessaria per affrontare il futuro. Una ricerca che attraversa secoli di storia, dal Trecento fino ai nostri giorni, seguendo un filo conduttore spesso ignorato: quello di una cultura popolare che non si limita ad accettare la realtà, ma la osserva criticamente, la interpreta e talvolta la sfida. “Ho cercato proverbi che esprimessero non soltanto accettazione”, ha spiegato, “ma anche elementi capaci di mettere in discussione stereotipi consolidati”. Da qui il tentativo di costruire un percorso che collega autori e linguaggi diversi, da Basile a Viviani fino a Totò, maestro nell’esprimere concetti profondi attraverso battute fulminanti e un umorismo che unisce raffinatezza inglese a sapienza popolare. Un altro aspetto è il recupero della tradizione epico-satirica napoletana. Ferraro ha raccontato di aver lavorato sull’intreccio tra dimensione eroica e satira, mostrando come la ridicolizzazione dei potenti sia stata spesso uno strumento efficace per denunciare le ingiustizie e smascherare le pretese del potere. L’epica reinterpretata in chiave satirica diventa così una forma di libertà. Permette di dire ciò che altrimenti sarebbe difficile dire. Consente di criticare senza piegarsi e di resistere senza imitare la violenza di chi domina. Da qui la riflessione sulla guerra. Per Ferraro la guerra rimane sempre e comunque “un’inutile strage”. La vera questione non è scegliere tra il cambiare tutto o accettare passivamente l’esistente; la sfida consiste nel costruire forme concrete di opposizione. “Il vero antidoto alla violenza non è altra violenza”, ha sostenuto, “ma la non collaborazione”. “Boicottaggio, opposizione civile, rifiuto di cooperare con i meccanismi della guerra e della sopraffazione”. Nessun potere, ha osservato, può controllare a lungo una società nella quale una parte ampia e consapevole dei cittadini decide di sottrarsi alla collaborazione. Una riflessione che richiama le grandi esperienze della nonviolenza moderna ma che Ferraro radica profondamente nella tradizione popolare napoletana. Non a caso uno dei riferimenti più significativi emersi durante la serata riguarda proprio Viviani e la straordinaria capacità del popolo napoletano di costruire collettività, solidarietà e mutuo sostegno anche nelle condizioni più difficili. Una capacità che rappresenta forse il più autentico antidoto contro la cultura della guerra e dell’individualismo, capacità di guardare con ironia, pietà e spirito critico alle pretese del potere e alle tragedie della guerra. Il dibattito ha toccato una questione fondamentale, etica, giuridica e perfino evangelica: può esistere una guerra giusta? La Resistenza contro un’aggressione può essere considerata legittima? Oppure il percorso più avanzato dell’umanità deve consistere nel superare progressivamente la logica stessa della guerra attraverso la nonviolenza, la disobbedienza civile e nuove forme di partecipazione democratica? Interrogativi che, attraverso il libro di Ferraro, acquistano oggi una drammatica attualità. In un’epoca nella quale il linguaggio delle armi prevale su quello della diplomazia e nella quale termini come “pace”, “disarmo” e “giustizia” appaiono ai margini del dibattito pubblico, Una è a guerra ca ce spetta rappresenta un invito coraggioso a restituire a quelle parole il loro significato originario. È forse proprio questa la sua attualità più profonda, che ricorda che la pace non è passività, ma scelta. Non è rassegnazione, ma impegno. E che l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e ogni forma di disumanizzazione. La serata di IoCiSto ha dimostrato che questa tradizione non appartiene soltanto al passato. Continua a parlare al presente e al futuro. Perché la pace non è un’utopia astratta, ma una pratica quotidiana di responsabilità civile. E perché, come suggerisce il titolo del libro, l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e la rinuncia all’umanità. In questo senso, Una è a guerra ca ce spetta acquista un valore che va ben oltre la dimensione letteraria. È un libro che invita a interrogarsi sul significato stesso della cittadinanza, sulla responsabilità individuale e collettiva, sul rapporto tra diritto e forza. Ferraro compie un gesto controcorrente: restituisce a quelle parole la loro forza originaria e la loro capacità di orientare il futuro. Gina Esposito
May 31, 2026
Pressenza
Napoli, piazza Garibaldi cambia volto: sei chioschi per inclusione, cultura e servizi
Aperti i sei chioschi dell’area nord della piazza. Completato il sistema degli otto presidi previsti dal progetto Bella Piazza, tra inclusione sociale, cultura, servizi e sostegno ai cittadini. Napoli compie un nuovo passo nel percorso di riqualificazione di piazza Garibaldi. Sono stati inaugurati questa mattina i sei chioschi situati nell’area nord della piazza, nell’ambito del progetto “Bella Piazza”, iniziativa di rigenerazione urbana e sociale promossa attraverso la collaborazione tra enti del terzo settore, istituzioni e realtà del territorio. All’inaugurazione hanno partecipato il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il presidente della Fondazione Con il Sud, Stefano Consiglio, e la coordinatrice del progetto Bella Piazza, Elena De Filippo della Dedalus Cooperativa Sociale. Con l’apertura dei nuovi spazi si completa il sistema degli otto presidi previsti per la piazza, che comprende anche la Portineria Garibaldi e il presidio delle forze dell’ordine. L’obiettivo è trasformare l’area in un luogo vissuto, sicuro e capace di offrire servizi, occasioni di incontro e attività culturali e sociali. I sei chioschi ospiteranno iniziative dedicate alla promozione di filiere etiche, al contrasto della violenza di genere, all’inserimento lavorativo di persone fragili, alla mediazione sociale, alla cultura e al supporto dei flussi turistici. Le attività saranno operative sei giorni alla settimana per otto ore al giorno. Tra le realtà coinvolte figurano Dedalus Cooperativa Sociale, Cooperativa Sociale EVA, Bottega Sociale Terre Future, Fondazione RUT, NEST Napoli Est Teatro – Est(ra)Moenia e Temi S.p.A. con il servizio logistico Comebag. Dedalus ha attivato uno spazio dedicato allo street food, accompagnato da laboratori per bambini, attività scolastiche e una biblioteca sui cibi e le culture del mondo. La Cooperativa EVA promuoverà prodotti artigianali a valenza sociale e iniziative sui diritti delle donne. Terre Future offrirà prodotti provenienti da cooperative sociali e beni confiscati alle mafie. Fondazione RUT curerà attività culturali e di promozione della lettura, mentre NEST Napoli Est Teatro realizzerà incontri e spettacoli aperti alla cittadinanza. Infine, Temi S.p.A. porterà in piazza il servizio Comebag per la gestione dei bagagli e il supporto ai turisti. Per il sindaco Gaetano Manfredi, l’apertura dei chioschi rappresenta «un risultato importante» nel processo di riqualificazione della piazza. Secondo il primo cittadino, la presenza di attività sociali e servizi contribuirà a rendere l’area più sicura e vivibile, favorendo una maggiore partecipazione dei cittadini. Tra i prossimi obiettivi dell’amministrazione vi è anche la programmazione di attività serali nella cavea della piazza, con l’intento di animare l’area durante tutto l’arco della giornata. Il progetto Bella Piazza nasce da un percorso di confronto tra associazioni, organizzazioni del territorio, comitati di quartiere e imprenditori interessati a investire sull’area orientale di Napoli. Un lavoro avviato diversi anni fa e culminato con un accordo di gestione condivisa dello spazio pubblico tra soggetti pubblici e privati. «Tre anni fa sembrava un progetto impossibile», ha dichiarato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione Con il Sud, sottolineando il valore della collaborazione tra terzo settore, imprenditoria e istituzioni locali. Elena De Filippo ha invece evidenziato come oggi siano oltre cinquanta le organizzazioni coinvolte nel percorso, con l’obiettivo di restituire piazza Garibaldi ai residenti, ai commercianti, ai viaggiatori e ai turisti attraverso un innovativo modello di co-gestione pubblico-privata. Redazione Napoli
May 29, 2026
Pressenza
Napoli celebra la Giornata Mondiale del Gioco: il 30 maggio alla Mostra d’Oltremare una città più inclusiva, partecipata e a misura di bambini
In occasione della Giornata Mondiale del Gioco, il Comune di Napoli – Assessorato alle Politiche Sociali promuove per il 30 maggio, dalle 10.30 alle 19.00, una grande iniziativa pubblica dedicata al valore educativo, sociale e culturale del gioco. L’evento, realizzato con il contributo educativo e operativo della Ludoteca Cittadina comunale gestita dalla Cooperativa sociale Progetto Uomo Onlus, si svolgerà negli spazi della Mostra d’Oltremare, con ingresso da Viale Kennedy, e sarà aperto a bambini, famiglie e cittadini di tutte le età. La giornata rappresenta un’importante occasione per ribadire il valore del gioco quale leva fondamentale di crescita, inclusione, partecipazione e cura delle relazioni. Attraverso un ricco programma di attività ludiche, laboratori e momenti di incontro, l’iniziativa valorizza il gioco come linguaggio universale, capace di costruire comunità e rafforzare il senso di appartenenza. Con il coinvolgimento di numerose realtà associative e culturali del territorio, l’evento si arricchisce di proposte diversificate: saranno presenti il Ludobus Artingioco, il Circobus, I Brickanti, l’A.D. Scacchistica Partenopea, gli atelier di Raffaella Lavanga, i laboratori di musica popolare di Sara Volpe, Francesco Paolo Manna e la Scalzabandina, la Federazione Nazionale Othello, Magma Ludens – collettivo autori di giochi, Quinta Dimensione – boardgames e GDR, CCT Napoli Eagles – calcio da tavolo, Club Napoli Scrabble, Marco Tramontano con giochi di ruolo per famiglie, e molti altri. Attraverso questa iniziativa, il Comune di Napoli ribadisce una visione della città come comunità educativa: più giusta quando permette ai bambini di vivere lo spazio pubblico, più inclusiva quando accoglie differenze di età, provenienza e abilità, più viva quando riconosce il gioco come esperienza capace di generare fiducia, responsabilità e relazioni. Una giornata per celebrare, insieme, il diritto al gioco e restituire al gioco il suo valore centrale nella vita di tutti. L’Assessora alle Politiche Sociali Chiara Marciani dichiara: «La Giornata Mondiale del Gioco rappresenta per Napoli un momento insieme simbolico e concreto. Con questa iniziativa intendiamo ribadire che il gioco è un diritto di tutti, oltre che uno strumento fondamentale di crescita, inclusione e costruzione di comunità, capace di superare barriere sociali, culturali e generazionali. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento alla Mostra d’Oltremare e al suo Presidente, Remo Minopoli, per l’accoglienza e la disponibilità dimostrate nel sostenere questa iniziativa, contribuendo in modo tangibile alla costruzione di una città più aperta e partecipata. Grazie al prezioso lavoro della Cooperativa Progetto Uomo e al coinvolgimento di tante realtà del territorio, questa giornata dimostra come una città sia davvero più giusta quando investe nella qualità delle relazioni. Napoli intende rafforzare sempre più il proprio ruolo di comunità educativa, inclusiva e vitale.» Redazione Napoli
May 29, 2026
Pressenza
Marina Balbo a Napoli presenta “La cura dei ricordi”: l’EMDR tra trauma, memoria e cura psicologica
La libreria IoCiSto di Napoli ha ospitato la presentazione del libro La cura dei ricordi. Voltare pagina con il metodo EMDR (Mondadori) della psicoterapeuta Marina Balbo, in un incontro con la partecipazione della dottoressa Sonia Collaro. L’appuntamento ha inaugurato una rassegna promossa dall’associazione e centro clinico “Una Base Sicura”, impegnata nella divulgazione dell’approccio EMDR, metodologia terapeutica riconosciuta a livello internazionale per il trattamento dei traumi e utilizzata anche negli interventi psicologici in situazioni di emergenza, catastrofi e guerra. Nel corso dell’incontro, Sonia Collaro ha spiegato come il lavoro dell’associazione sia orientato non solo alla pratica clinica, ma anche alla diffusione di una cultura psicologica accessibile al pubblico: «Ci piace poter condividere non solo tra noi esperti, ma anche con i non esperti, che cos’è l’EMDR, su che cosa funziona e come funziona.» Collaro, referente EMDR per l’emergenza in Campania, ha ricordato inoltre il lavoro volontario svolto dagli psicoterapeuti specializzati nelle situazioni critiche e traumatiche, attraverso interventi gratuiti coordinati dalla società scientifica EMDR Italia. Nel presentare Marina Balbo, Collaro ha sottolineato il suo ruolo tra i soci fondatori dell’Associazione EMDR Italia nel 1999, insieme a Isabel Fernandez e ad altri professionisti che hanno introdotto questo approccio terapeutico nel nostro Paese. Psicoterapeuta di orientamento cognitivista e sociale, didatta e autrice di numerosi testi, Marina Balbo si è occupata a lungo di disturbi del comportamento alimentare, tema affrontato anche nei suoi precedenti libri. Di seguito l’intervista a Marina Balbo. INTERVISTA A MARINA BALBO Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? Visto che parliamo di ricordi, vorrei partire proprio dal primo ricordo legato alla nascita del volume: il momento in cui le è venuta l’ispirazione, oppure un aneddoto che accompagna l’origine del libro. Il termine “ricordi” è molto legato alla psicoterapia EMDR, di cui poi vi parlerò. Fondamentalmente, però, l’idea del libro nasce dal desiderio di fare cultura psicologica. Fare cultura psicologica significa aiutare le persone a comprendere che, molte volte, quando non riescono a stare bene, quando vivono disturbi d’ansia o problematiche legate alla quotidianità, possono sviluppare delle patologie: ansia, attacchi di panico, disturbi del comportamento alimentare o altre condizioni di questo tipo. Cultura psicologica vuol dire anche sapere che si può chiedere aiuto. Vuol dire conoscere che la sofferenza che proviamo nel presente può avere radici molto lontane, collegate ai ricordi della nostra esperienza, magari infantile, oppure a esperienze traumatiche. Per esperienze traumatiche possiamo intendere incidenti, lutti, condizioni in cui la persona è stata esposta a situazioni molto tristi o molto gravi. Ma possono essere anche esperienze legate alla genitorialità vissuta quando si era bambini. Le esperienze dell’infanzia, infatti, e i ricordi collegati a quelle esperienze, spesso ritornano sotto forma di disturbi ogni volta che qualcosa li richiama. I cosiddetti trigger. Bravissima, i famosi trigger. Questo è molto importante, anche perché le persone spesso pensano — e qui è proprio la scienza che parla — che i brutti ricordi passino semplicemente aspettando, cioè che basti il tempo e che il tempo cancelli tutto. Ebbene, la scienza ci dice che il tempo non serve a nulla. Anzi, il tempo può peggiorare la situazione, perché nella nostra memoria, quando abbiamo vissuto esperienze critiche, non esistono meccanismi che cancellano o fanno dimenticare davvero. Il ricordo si mantiene e, ancora peggio, si mantiene anche il vissuto collegato a quel ricordo. Quello che si può fare con la psicoterapia non è cancellare il ricordo, perché non è possibile cancellare un ricordo, ma trasformare il vissuto collegato a quel ricordo. Non sarà più, per esempio, un vissuto da bambino, ma un vissuto da adulto, che può guardare quell’esperienza con occhi diversi e cambiare la qualità della propria vita. C’è un ricordo che le è stato raccontato in terapia e che l’ha particolarmente colpita? Quasi tutti i pazienti mi raccontano ricordi, e quasi tutti sono ricordi particolarmente critici. Nel libro ci sono cinque storie in cui parlo proprio di questi ricordi. Sicuramente quelli che colpiscono di più sono i ricordi collegati alle storie infantili: adulti che, quando erano bambini, sono stati trattati male, non sono stati ascoltati. Ecco, mi sembra sempre molto significativo quando l’adulto parla e, in realtà, è ancora il bambino a parlare. Perché effettivamente di questo si tratta: la parte bambina è ancora lì, quando il ricordo non è stato elaborato. A questo proposito, si dice spesso che alcune reazioni emotive molto intense, come la rabbia, possano essere legate a esperienze precedenti non elaborate. È come se una situazione del presente riattivasse una sensazione antica, già vissuta nell’infanzia. Esattamente. Quella rabbia è collegata all’ingiustizia, alla condizione vissuta quando si era bambini, ed è ancora lì. Rimane come congelata, non solo nella memoria, ma anche nel corpo. Qui parliamo di tutte quelle condizioni in cui il corpo ci dà dei segnali. Anche i dolori cronici, per esempio, spesso dipendono da esperienze non elaborate. Durante la scrittura del libro ha scoperto qualcosa di nuovo su di sé, come persona o come professionista? Sicuramente ho scoperto il piacere di poter raccontare quello che più di trent’anni di psicoterapia mi hanno lasciato. Ho avuto il piacere di scriverlo e di pensare che altre persone potessero avere un’opportunità in più per stare meglio. Vorrei chiudere con la sua specializzazione nell’EMDR: quando ne è venuta a conoscenza e quando ha deciso di approfondire questa metodologia? Ne sono venuta a conoscenza nel 1999, quando l’attuale presidente dell’Associazione EMDR Italia, Isabel Fernandez, mi chiamò per fare il corso. Io accettai volentieri e con curiosità, anche perché avevo già letto il libro su questo metodo di Francine Shapiro. Frequentai il primo corso e fui una delle prime venti terapeute formate in Italia. Da allora non ho più smesso di utilizzare questo metodo, perché effettivamente ha dei risultati importanti. E non lo dico solo io: sono risultati che ormai il mondo scientifico pubblica in continuazione su riviste internazionali molto prestigiose. La rassegna proseguirà con nuovi appuntamenti dedicati al dialogo tra psicoterapia, cultura e divulgazione. Redazione Napoli
May 28, 2026
Pressenza