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L’elettrificazione del porto di Napoli rischia di diventare un affare per pochi e una beffa per gli abitanti
(disegno di otarebill) Dal mare, Napoli è una cicatrice di cemento e acciaio dove l’acqua incontra le case. Sotto quel taglio di costa, la banchina respira come un ventre meccanico. Celebrato per decenni come motore economico della città, approdo dorato del turismo crocieristico, lo scalo presenta un conto salatissimo a chi abita a ridosso delle banchine – Porta di Massa, il Carmine, le Case Nuove. È il conto dell’aria satura di gasolio marino, bruciato giorno e notte dai motori ausiliari delle navi in sosta. Oggi si parla di svolta ecologica, di porti “green”, di investimenti milionari legati al Pnrr. Ma dietro i tecnicismi ingegneristici del cold ironing – l’elettrificazione delle banchine, che permette alle navi ormeggiate di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica – si gioca una partita più profonda, che riguarda la giustizia ambientale e la gestione di una risorsa essenziale come l’energia. LA CONTABILITÀ DEL DANNO Mentre l’Autorità di Sistema Portuale (AdSP) del Mar Tirreno Centrale procede con l’appalto integrato per spegnere i motori delle navi ormeggiate, con una scadenza già prorogata al 31 dicembre 2027, i dati sanitari restituiscono un quadro drammatico. Da anni i medici dell’Isde Campania (Medici per l’Ambiente), denunciano una correlazione diretta tra le emissioni di porto e aeroporto e l’impennata di patologie tumorali e respiratorie nei quartieri limitrofi. Il registro tumori dell’Asl Napoli 1, diffuso a inizio luglio 2026, colloca proprio i quartieri più vicini al porto e allo scalo di Capodichino ai vertici nazionali per incidenza di cancro al polmone e mesotelioma. Napoli, secondo i dati del Progetto Aria Isde su base Arpac, supera persino Milano per biossido di azoto, con un tasso di mortalità evitabile superiore di un terzo. Nel 2025 la città ha accumulato 203 giorni di sforamento dei limiti di legge per gli inquinanti atmosferici. Sulle cause, il conflitto resta aperto: l’Isde attribuisce alle attività portuali un peso determinante del biossido di azoto non riconducibile al traffico privato, mentre l’Autorità Portuale, richiamando gli stessi dati Arpac, sostiene che tale tipo di inquinamento resti “prevalentemente dominato dal traffico veicolare”.  L’Isde denuncia i picchi pericolosi per la salute che in alcuni punti del porto hanno raggiunto valori di centoventi, centocinquanta e addirittura quattrocento microgrammi per metro cubo, ben oltre il limite di legge di quaranta, mentre l’AdSP si concentra sulla media annuale che rispetta i limiti: 36,6 µg/m³. Al di là della disputa sulle cifre, un dato è incontrovertibile: i quartieri più esposti pagano il prezzo più alto. Il porto, del resto, non agisce da solo. Nella stessa lettura epidemiologica che il dottor Marfella propone da anni, l’altra metà del danno arriva da Capodichino: più di tredici milioni di passeggeri nel 2025, sesto scalo italiano per traffico, incastonato in pieno centro storico come nessun altro grande aeroporto europeo potrebbe più essere. A gestirlo è Gesac, controllata all’83% dal fondo infrastrutturale F2i — di cui è socia, con l’11,8%, la stessa Città Metropolitana di Napoli, obbligata formalmente a tutelare la salute dei cittadini. Porto e aeroporto condividono così, oltre al fumo, un identico intreccio: enti pubblici azionisti o concedenti di infrastrutture private il cui interesse economico immediato è crescere in termini di traffico, non ridurre le emissioni. LA SFIDA TECNOLOGICA La risposta istituzionale si concentra sulla elettrificazione del Molo Angioino, dove attraccano i colossi delle crociere: un’infrastruttura da 45 megawatt, capace di alimentare fino a tre grandi navi contemporaneamente, con 26,8 milioni di euro dal Fondo Complementare del Pnrr (a cui si aggiungono 19,8 milioni per il Molo Manfredi di Salerno). La cabina primaria che alimenterà l’impianto sorge nell’ex edificio Solla, in collaborazione con E-Distribuzione. La sfida ingegneristica non è banale. C’è poi il nodo dell’approvvigionamento: una nave da crociera media, in sosta dieci ore, consuma l’equivalente del fabbisogno di un piccolo comune. Per non mettere in ginocchio la rete cittadina, l’infrastruttura richiederà sistemi di accumulo a batterie (Bess) e, soprattutto, una massiccia micro-generazione fotovoltaica in loco, sfruttando le enormi superfici dei tetti di magazzini e terminal. Fino a ieri, l’uso del cold ironing dipendeva dalla convenienza economica degli armatori: se il petrolio costava poco, bruciare gasolio a bordo restava più conveniente che comprare elettricità da terra. Le nuove regole europee — il modello di Emission Trading System esteso al trasporto marittimo dal 2024, il regolamento FuelEU Maritime dal 2025 — dovrebbero mitigare i conti, penalizzando il gasolio e avvicinando il momento in cui l’allaccio a terra diventerà obbligatorio, entro il 2030. È qui che si sposta la vera partita politica: la gestione dell’energia solare che verrà prodotta sulle superfici demaniali del porto. Uno studio dell’Università Federico II ha esaminato la fattibilità di trasformare lo scalo in una Comunità Energetica Rinnovabile, individuando oltre centomila metri quadrati di superficie utile al fotovoltaico e tassi di autoconsumo potenziali fino al novanta per cento. L’energia c’è, la tecnologia pure. Manca, per ora, qualunque garanzia su chi ne beneficerà. Il meccanismo previsto dalla legge (dlgs 199/2021) costituisce le comunità energetiche intorno a un perimetro elettrico rigido: quello sotteso a un’unica cabina primaria. Vi entra chi possiede un Pod — il punto di consegna dell’energia — collegato a quella cabina: terminalisti, concessionari, compagnie di navigazione. Non ci entrano, semplicemente perché elettricamente fuori perimetro, gli abitanti di Case Nuove o del Carmine, che pure di quelle stesse banchine respirano da sempre le conseguenze. Il rischio è un cortocircuito quasi perfetto: si costruisce un impianto rinnovabile nel nome della transizione energetica del porto, ma il beneficio economico – bolletta abbattuta, incentivo statale sull’energia condivisa – resta confinato dentro un club di operatori privati pronti a tagliare i propri costi industriali, mentre il danno sanitario continua a distribuirsi su tutta la fascia costiera. L’odore che si respira nei corridoi decisionali è quello già noto della privatizzazione dei benefici economici e della socializzazione dei danni ambientali. Nulla, tuttavia, impedirebbe all’Autorità Portuale di scrivere in statuto un vincolo diverso: una quota obbligatoria dell’incentivo pubblico sull’energia condivisa destinata non ai soci portuali ma a un fondo di compensazione per i residenti dei quartieri a più alta esposizione – bonus energia contro la povertà energetica, screening sanitari gratuiti, centraline fisse di monitoraggio e piattaforme di trasparenza ambientale sugli impatti. Un vincolo di questo tipo troverebbe già una cornice pronta nel Piano di azione per l’energia sostenibile e il clima del comune di Napoli, più volte evocato dagli stessi tecnici comunali come sede naturale per una transizione energetica condivisa tra porto e città: oggi resta un auspicio scritto nei verbali, non un obbligo. Si potrebbe chiamare Cers, Comunità energetica rinnovabile e solidale, e non semplicemente Cer. La differenza non è lessicale, è tutta nella domanda a cui nessuno, finora, ha davvero risposto: il sole che batte sui moli del porto è un bene comune o una proprietà esclusiva della logistica e del turismo d’alto bordo? Se la futura comunità energetica non integrerà un meccanismo vincolante di redistribuzione, l’elettrificazione del porto sarà l’ennesima operazione di greenwashing miliardario. I privati risparmiano con soldi pubblici, le navi si ripuliscono la coscienza e gli abitanti, dietro le grate della zona doganale, continuano a pagare con la vita l’accumulo del danno, a ridosso della cicatrice. (edoardo m. benassai)
July 24, 2026
Napoli MONiTOR
#war #iran Basi militari e #Mezzogiorno. La #militarizzazione del Sud Italia #sigonella #napoli Antonio Mazzeo - 2026, Su la testa. Nel Mezzogiorno d’Italia proliferano le installazioni militari USA e NATO di rilevanza strategica mondiale. Le basi e i centri di telecomunicazione sono in prima linea nei conflitti che insanguinano l’Europa orientale e il Medio Oriente.https://www.academia.edu/168385987/Basi_militari_e_Mezzogiorno_La_militarizzazione_del_Sud_Italia
July 24, 2026
Antonio Mazzeo
Ho.P.E. Campania: chi gestirà davvero il piano casa?
Il programma regionale da 245 milioni di euro punta ad affrontare la crisi abitativa, ma la distribuzione delle risorse, il ruolo dell’ACER, gli studentati e i fondi ancora in attesa del via libera europeo sollevano diversi interrogativi. La Giunta regionale della Campania ha approvato il 16 luglio scorso, con la Delibera n. 386, il programma “Ho.P.E. in Campania” (Housing Programma Europeo in Campania), destinando alle politiche abitative circa 245 milioni di euro del PR Campania FESR 2021-2027. È un atto che merita di essere letto oltre il comunicato istituzionale, perché la distribuzione di quelle risorse e le condizioni a cui sono legate raccontano più di quanto dica il titolo del programma. Il contesto che giustifica l’intervento è già di per sé un dato politico. Lo scorso 15 aprile si è chiusa la seconda ricognizione regionale del fabbisogno abitativo pubblico: 45.000 domande presentate, il 45% in più rispetto alla graduatoria del 2022. È la misura di una crisi abitativa che nella conurbazione Napoli-Caserta-Salerno, dove vive tre quarti della popolazione regionale, non è un’emergenza recente ma una condizione strutturale, mentre il patrimonio di edilizia residenziale pubblica costruito nei decenni scorsi invecchia e in parte viene dismesso: nella sola provincia di Napoli gli alloggi ex IACP sono scesi da oltre 35.000 nel 2011 a circa 27.000 nel 2020. Su questo sfondo, il programma stanzia le risorse lungo tre misure e sei linee di intervento: nuovi alloggi ERP tramite riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati alla criminalità organizzata; un intervento analogo riservato alle Città Polo nell’ambito dei loro Programmi PRIUS; il completamento di interventi già avviati dal Comune di Napoli a Scampia, Taverna del Ferro e nell’eco-quartiere di Ponticelli; un piano di manutenzione straordinaria del patrimonio ERP gestito dall’ACER; nuovi alloggi di edilizia residenziale sociale realizzati da imprese e cooperative; e, infine, studentati universitari pubblici in collaborazione con gli atenei campani. È un ventaglio coerente con la riforma degli strumenti legislativi sul diritto alla casa che la Regione porta avanti da anni: dalla definizione dell’edilizia residenziale sociale nell’articolo 5 della legge regionale 13/2022, all’aggiornamento dei limiti di costo degli alloggi ERP ed ERS fissato dal Decreto Dirigenziale 473/2023, fino alle Linee Guida approvate con la Delibera 87/2024 e al richiamo esplicito ai principi del Nuovo Bauhaus Europeo su bellezza, sostenibilità e inclusione degli interventi. Dentro questo impianto, però, ci sono asimmetrie che meritano attenzione, perché toccano il modo in cui la spesa pubblica arriverà a tradursi in case abitabili. La prima riguarda il rapporto tra Comune di Napoli e ACER, l’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale nata dall’accorpamento dei cinque ex IACP regionali. Il Comune riceve 50 milioni per completare tre interventi già avviati con altre forme di finanziamento. L’ACER riceve 34 milioni, destinati esclusivamente alla manutenzione straordinaria, al rifacimento delle coperture, all’efficientamento energetico e al superamento delle barriere architettoniche del patrimonio esistente. È un’asimmetria significativa se si considera che l’ACER amministra la parte più consistente del patrimonio ERP regionale, quello ereditato dai vecchi IACP e concentrato per quasi il 70% nell’area della Città Metropolitana di Napoli, mentre al Comune di Napoli fa capo una porzione minoritaria di quel patrimonio complessivo. Soprattutto, nessuna delle sei linee di intervento affida all’ACER un ruolo nella realizzazione di nuovi alloggi: quella funzione è riservata dal programma a enti locali e Regione nella linea più corposa in assoluto, 85,7 milioni di euro per il riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati, e alle Città Polo per altri 7,3 milioni. Proprio il richiamo ai beni confiscati alla criminalità organizzata, dentro quella linea da 85,7 milioni, meriterebbe un supplemento di attenzione. La Regione si è dotata, con la legge regionale 7/2012, di un Piano Strategico per i Beni Confiscati, definito dalla stessa legge come lo strumento chiamato a fissare i criteri e i settori di intervento per il riutilizzo sociale del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata presente sul territorio regionale. È un’infrastruttura giuridica già collaudata, che negli anni ha finanziato con cadenza annuale interventi di recupero a fini sociali su beni confiscati e che il programma Ho.P.E. richiama esplicitamente come possibile fonte di nuovi alloggi ERP, subordinandone però l’utilizzo, come specifica la delibera, a una previa verifica di compatibilità. Il problema è che la delibera non scorpora, dentro gli 85,7 milioni della linea 1.1, quanto sia riservato al recupero di beni confiscati e quanto al più generico riuso di patrimonio pubblico dismesso: due percorsi che, sul piano amministrativo, non sono affatto equivalenti. I beni confiscati restano gravati da procedure di destinazione che coinvolgono l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati, tempi di trasferimento della proprietà spesso lunghi, verifiche catastali e ipotecarie non sempre lineari e, in alcuni casi, contenziosi pendenti sull’origine del bene che possono trascinarsi per anni. Trattarli nella stessa riga contabile di un edificio pubblico dismesso e già libero da vincoli rischia di produrre, nei cronoprogrammi richiesti come condizione di ammissibilità al finanziamento, una sovrastima della velocità con cui quella parte di risorse potrà davvero tradursi in alloggi assegnabili, con il rischio concreto che siano proprio i progetti su beni confiscati, i più simbolicamente rilevanti, a slittare quando arriverà il momento di certificare la spesa. Un secondo punto riguarda la linea 3.2, i 20 milioni destinati agli studentati regionali in collaborazione con gli atenei campani. È l’unica linea del programma in cui l’ACER non compare in alcun ruolo, né come beneficiaria né come soggetto attuatore, nonostante l’agenzia raccolga l’eredità degli ex IACP, che da oltre un secolo gestiscono in Campania l’edilizia residenziale pubblica, con competenze nella selezione degli assegnatari, nella determinazione e gestione dei canoni calmierati, nella manutenzione dei patrimoni immobiliari e nel contenzioso sulle occupazioni abusive. È un know-how che si presterebbe naturalmente a un modello di studentato pubblico a canone sociale, replicabile su scala regionale, ma che il programma non mobilita su questo fronte, lasciando il tema degli alloggi universitari interamente nelle mani di Regione e atenei. Il vuoto lasciato da questa scelta si osserva già concretamente a Napoli, dove il mercato privato si è mosso più rapidamente del programma regionale. Un’inchiesta di Altreconomia del gennaio 2026 racconta come nelle due ex torri TIM del Centro Direzionale stia per aprire uno studentato privato da 900 posti letto gestito da Ibrido Student, con canoni di 850 euro al mese per una singola e 500 per una doppia condivisa, cifre lontane dalla platea di studenti a basso reddito che uno studentato pubblico dovrebbe servire. Secondo la stessa inchiesta, il progetto ha suscitato perplessità tra studenti, attivisti e urbanisti per la sua natura di operazione immobiliare a fini commerciali, resa possibile da un vincolo di destinazione d’uso di appena dodici anni. Se il programma Ho.P.E. avesse riservato all’ACER un ruolo esplicito nella linea dedicata agli studentati, la Regione avrebbe potuto contrapporre a questo modello un’alternativa pubblica costruita sulle competenze maturate nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica, invece di lasciare spazio a operatori privati i cui canoni restano fuori dalla portata di gran parte degli studenti fuori sede. C’è infine una terza asimmetria, che riguarda la solidità stessa delle cifre annunciate. Dei 244.689.007,42 euro destinati al programma, la delibera specifica che soltanto 105.263.159 euro provengono da dotazioni già assegnate alle Priorità 2 quater e 5 bis del PR FESR. I restanti 139.425.848,42 euro, oltre la metà del totale, dipendono da una modifica del Programma regionale che la Commissione europea non ha ancora approvato, sebbene la Regione abbia già sottoscritto, il 29 dicembre scorso, l’Intesa in Conferenza Stato-Regioni che ne prevede l’integrazione. La delibera lo scrive senza ambiguità: per quella quota di risorse, ammissione a finanziamento e attuazione restano subordinate all’approvazione della modifica da parte della Commissione europea. Il programma Ho.P.E., in altre parole, è oggi per più della metà un impegno politico-programmatico che attende una conferma esterna alla Regione, non uno stanziamento già operativo. A questo si aggiunge che il PR FESR prevede da quest’anno target di spesa impegnativi e che la Giunta, con la Delibera 63 del 27 febbraio scorso, ha subordinato l’ammissione a finanziamento alla dimostrazione, tramite cronoprogrammi aggiornati, della capacità di concorrere a quei target già nell’annualità in corso: avranno la precedenza i progetti più rapidi da rendicontare, non necessariamente quelli più urgenti sul piano sociale, né quelli, come il recupero dei beni confiscati, che richiedono tempi amministrativi più lunghi. Tenere insieme questi elementi — la distribuzione del ruolo attuativo tra Comune di Napoli e ACER, l’assenza dell’ACER dalla linea dedicata agli studentati mentre il mercato privato occupa già quello spazio, e la natura ancora condizionata di gran parte delle risorse annunciate — restituisce un’immagine più utile di quella offerta dal titolo del programma. Un ultimo profilo riguarda infine chi vigilerà sull’attuazione del piano. La delibera affida alla Direzione Generale Governo del Territorio, in raccordo con l’Autorità di Gestione FESR, sia la verifica del rispetto del principio DNSH (Do No Significant Harm), sia il monitoraggio dell’effettivo avvio dei lavori e dell’avanzamento della spesa. È un presidio interamente accentrato in capo alla struttura regionale, che non prevede un ruolo di rendicontazione autonoma né per l’ACER sul proprio patrimonio né per il Comune di Napoli sui propri cantieri. Di fronte a 45.000 famiglie in graduatoria, la domanda utile non è se la Regione stia investendo abbastanza: la cifra complessiva, pur ancora in parte da confermare, non è trascurabile. La domanda è piuttosto a chi, tra i soggetti chiamati ad attuarla, quella spesa viene affidata per tradursi in case abitabili, chi ne verificherà davvero la qualità sul campo e se l’ente che da un secolo amministra il patrimonio pubblico esistente avrà gli strumenti per essere parte della soluzione anche sui fronti, come quello degli studentati, dove oggi non compare. Francesco Russo
July 23, 2026
Pressenza
Napoli, presidio al Consiglio Regionale: i comitati difendono l’acqua pubblica
Circa un centinaio di persone hanno partecipato oggi  mercoledi 22 luglio al presidio promosso davanti alla sede del Consiglio Regionale della Campania, al Centro Direzionale di Napoli, per ribadire la difesa dell’acqua pubblica e contestare ogni ipotesi di privatizzazione o di ulteriore allontanamento della gestione del servizio idrico dal controllo […] L'articolo Napoli, presidio al Consiglio Regionale: i comitati difendono l’acqua pubblica su Contropiano.
July 23, 2026
Contropiano
Napoli. ABC trasformata in SpA, il Servizio Idrico Integrato deve rimanere pubblico
L’incontro tra il Sindaco di Napoli, gli Assessori competenti e Cgil Cisl e Uil ha confermato la volontà della Giunta Manfredi di trasformare ABC Napoli da Azienda Speciale in Società per Azioni interamente partecipata dal Comune. Si tenta di rassicurare cittadini e lavoratori sostenendo che il capitale resterà al 100% […] L'articolo Napoli. ABC trasformata in SpA, il Servizio Idrico Integrato deve rimanere pubblico su Contropiano.
July 12, 2026
Contropiano
C’è una faglia tra noi e il campo largo
La contestazione al comizio del campo largo a Napoli e le polemiche politiche che ne sono scaturite, offrono materia di riflessione sulla “faglia” che separa l’opzione del centro-sinistra da quella di una alternativa politica a tutto campo. La stessa organizzazione del comizio dei leader di Pd, M5S, AVS parla da […] L'articolo C’è una faglia tra noi e il campo largo su Contropiano.
July 11, 2026
Contropiano
Napoli. Libero fischio in libera piazza
Pensare di venire a Napoli, una città letteralmente devastata dal Campo Largo, a fare una passerella elettorale senza essere contestati significa non avere alcun contatto con la realtà. Napoli è una città dove, proprio in questi giorni, 1.200 disoccupati che avrebbero dovuto iniziare un tirocinio dopo dieci anni di lotte […] L'articolo Napoli. Libero fischio in libera piazza su Contropiano.
July 10, 2026
Contropiano
Napoli accoglie i bambini saharawi, piccoli ambasciatori di pace
«SONO NATI NEL DESERTO, NON HANNO MAI VISTO IL MARE». A PALAZZO SAN GIACOMO IL BENVENUTO AI BAMBINI SAHARAWI DEL PROGETTO NAZIONALE “PICCOLI AMBASCIATORI DI PACE” «Sono nati nel deserto questi bambini. Non hanno mai visto né una piscina né il mare. Portarli al mare e in piscina è la cosa che loro amano di più.» Bastano queste parole di Francesca Doria, presidente dell’associazione Tiris OdV, per comprendere il valore umano del progetto “Piccoli Ambasciatori di Pace”, che anche quest’anno ha portato a Napoli un gruppo di bambini saharawi provenienti dai campi profughi, offrendo loro un periodo di accoglienza, assistenza sanitaria e scambio culturale. La delegazione è stata ricevuta a Palazzo San Giacomo, dove le istituzioni cittadine hanno dato il benvenuto ai piccoli ospiti, protagonisti di un’iniziativa che da anni rappresenta uno dei più significativi esempi di cooperazione e solidarietà internazionale promossi sul territorio. Come ha spiegato Francesca Doria, il progetto è un’iniziativa nazionale che ogni estate coinvolge bambini saharawi accolti in diverse città italiane. L’obiettivo principale è quello di consentire loro di effettuare uno screening medico completo, verificandone le condizioni di salute attraverso visite specialistiche. Accanto all’assistenza sanitaria, il soggiorno diventa un’importante occasione di crescita personale e di incontro con i coetanei italiani. «Il progetto consiste principalmente in uno screening medico, nell’appurare le condizioni di salute dei bambini, dopodiché in uno scambio culturale con i nostri bambini. Il mio progetto è finanziato dal 5 per mille e da varie iniziative con cui cerchiamo di coinvolgere la società civile per avere delle donazioni, assolutamente di privati.» Parole che raccontano un’iniziativa resa possibile soprattutto grazie all’impegno del volontariato e alla generosità di tanti cittadini. Ad accogliere i bambini anche la presidente del Consiglio comunale di Napoli, Enza Amato, che ha sottolineato come questo appuntamento rappresenti ormai una tradizione per la città. «Con grande piacere ospitiamo gli ambasciatori di pace del popolo saharawi. Ormai è una tradizione che, insieme all’associazione Tiris e al Comune di Napoli, il Consiglio comunale dedica qualche ora a questi piccoli ambasciatori che saranno qui per un po’ di tempo nella nostra città.» Nel suo intervento, Amato ha ricordato anche il significato storico e politico dell’iniziativa, richiamando l’attenzione sulla lunga vicenda del popolo saharawi. «Il popolo saharawi vive nel Sahara Occidentale, in una terra desertica lontana dal mare. Proclamata nel 1976, la Repubblica Saharawi è solo in parte riconosciuta a livello internazionale. Per noi è molto bello ospitarli e far sentire la nostra vicinanza e il nostro affetto rispetto a questo popolo e alla sua battaglia per l’autodeterminazione.» I bambini accolti a Napoli provengono dai campi profughi di Tindouf, nel sud-ovest dell’Algeria, dove una parte consistente della popolazione saharawi vive da decenni in condizioni difficili, in attesa di una soluzione politica della questione del Sahara Occidentale. Per molti di loro, il soggiorno in Italia rappresenta un’opportunità preziosa non solo per ricevere cure mediche e partecipare ad attività educative e ricreative, ma anche per vivere esperienze semplici che assumono un significato speciale: una giornata al mare, un bagno in piscina, l’incontro con bambini della loro età. L’accoglienza di Palazzo San Giacomo rinnova così il legame tra Napoli e il popolo saharawi, confermando il valore di un progetto che, attraverso piccoli gesti concreti, continua a promuovere la cultura della pace, della solidarietà e del dialogo tra i popoli. FONTI Comune di Napoli – Festa a Palazzo San Giacomo con i bambini Saharawi ANSA Campania – Servizio sull’accoglienza dei bambini saharawi a Napoli (edizione 2026) Lucia Montanaro
July 9, 2026
Pressenza
Moderati ed no
Nelle dichiarazioni rilasciate subito dopo la contestazione di Potere al Popolo alla piazza del “campo largo” a Napoli, il segretario si Sinistra italiana e uno dei due leader di Avs Nicola Fratoianni, riferendosi al governo, afferma che sui temi sociali “ci chiedono di essere pazienti e moderati, ma il tempo […] L'articolo Moderati ed no su Contropiano.
July 9, 2026
Contropiano