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Prosieguo amministrativo: il neomaggiorenne può agire direttamente anche dopo i diciotto anni
La Corte d’Appello di L’Aquila riforma il decreto di chiusura e dispone la presa in carico fino al ventunesimo anno di età. Con decreto del 14 luglio 2026, la Corte d’Appello di L’Aquila, Sezione per i minorenni, ha accolto il reclamo proposto da un giovane cittadino straniero, già minore non accompagnato, contro il provvedimento con cui il Tribunale per i minorenni aveva chiuso la procedura per il solo intervenuto raggiungimento della maggiore età. In riforma della decisione, la Corte ha disposto il prosieguo amministrativo ai sensi dell’art. 13, comma 2, della legge n. 47/2017 fino al compimento del ventunesimo anno, con presa in carico da parte dei servizi sociali. IL CASO E IL PROVVEDIMENTO DI PRIMO GRADO Il giovane era giunto in Italia da minorenne ed era stato inserito dapprima in un progetto dedicato ai minori stranieri non accompagnati e, successivamente, in un progetto SAI/MSNA. Aveva avviato un percorso di apprendimento della lingua italiana presso il CPIA, mostrato una positiva adesione alle attività proposte dall’équipe e manifestato un progetto personale orientato al lavoro e all’autonomia abitativa. La relazione sociale descriveva, inoltre, un vissuto migratorio complesso e alcuni elementi di vulnerabilità, tali da rendere necessario un accompagnamento non meramente assistenziale, ma finalizzato al consolidamento del percorso già intrapreso. Dopo il compimento dei diciotto anni, il diretto interessato, assistito dal legale, aveva presentato personalmente l’istanza di prosieguo amministrativo. Il Tribunale per i minorenni aveva tuttavia disposto la chiusura della tutela, la revoca dell’asserito precedente affidamento ai servizi sociali e la chiusura della procedura, facendo discendere tali conseguenze dal solo dato anagrafico. Il decreto presentava anche rilevanti incongruenze fattuali: indicava una nazionalità non corrispondente a quella risultante dagli atti, richiamava un precedente affidamento senza indicarne gli estremi e lasciava incompleta la formula relativa alla struttura di collocamento. Nel reclamo si è quindi sostenuto che la decisione fosse il risultato di una trattazione standardizzata, non accompagnata da una reale verifica della posizione individuale del neomaggiorenne. IL COMPIMENTO DELLA MAGGIORE ETÀ NON DETERMINA ALCUNA DECADENZA La Corte d’Appello muove dal principio affermato da Cass. civ., Sez. I, 25 gennaio 2026, n. 1674: il diritto previsto dall’art. 13, comma 2, della legge n. 47/2017 può essere esercitato al compimento della maggiore età, immediatamente prima o subito dopo, senza che il raggiungimento dei diciotto anni comporti decadenza. La competenza funzionale del giudice minorile permane nella fascia compresa tra i diciotto e i ventuno anni, purché risulti dimostrata l’esigenza di completare un percorso di inserimento positivamente avviato. La formulazione della norma è del resto inequivoca: il prosieguo amministrativo è una misura di accompagnamento verso l’età adulta, destinata proprio al giovane che, al compimento della maggiore età, non abbia ancora raggiunto un’autonomia effettiva. Interpretare i diciotto anni come causa automatica di chiusura della procedura significa rovesciare la funzione dell’istituto e trasformare il suo presupposto applicativo in una ragione di esclusione. Il decreto si colloca in continuità con un precedente della stessa Corte d’Appello dell’11 marzo 2026 e con il decreto della Corte d’Appello di Venezia del 20 febbraio 2026, che ha escluso la necessità di una previa tutela o di un affidamento già in corso, riconoscendo la possibilità di disporre ex novo la presa in carico da parte dei servizi sociali. LE OMISSIONI ISTITUZIONALI NON POSSONO RICADERE SUL GIOVANE Particolarmente significativo è il passaggio nel quale la Corte accerta che, nonostante il richiamo contenuto nel provvedimento impugnato, non vi era alcuna traccia documentale di un precedente affidamento ai servizi sociali. Dagli atti risultava soltanto che, al momento dell’ingresso in accoglienza, era stata richiesta l’apertura della tutela, senza che vi fosse stato un riscontro conoscibile dall’interessato. La decisione conferma così un principio essenziale: l’inerzia o il ritardo dei soggetti istituzionalmente preposti alla protezione del minore non possono tradursi nella perdita della misura prevista dalla legge. Quando il tutore, i servizi sociali o la struttura non abbiano tempestivamente attivato il procedimento, deve essere consentito al neomaggiorenne di agire direttamente, attraverso la difesa tecnica, per evitare che omissioni a lui non imputabili interrompano il percorso di inclusione. Il dato sostanziale non è l’esistenza formale di un precedente decreto, ma l’effettivo avvio, durante la minore età, di un percorso sociale, scolastico o formativo che necessiti di ulteriore sostegno. La Corte ha pertanto esaminato la documentazione disponibile e ha valorizzato la frequenza del CPIA, la progressione nell’apprendimento della lingua italiana, l’adesione ai laboratori di empowerment e orientamento, la partecipazione ad attività rivolte a giovani, nonché la concreta aspirazione a un inserimento lavorativo. UNA VALUTAZIONE INDIVIDUALIZZATA La Corte richiama la necessità di valutare la singola posizione in un’ottica costituzionalmente orientata e nel rispetto dell’art. 8 CEDU. Il prosieguo amministrativo non è un automatismo, ma richiede una prognosi favorevole sulla possibilità che il sostegno prolungato conduca all’autonomia. Tale prognosi deve però essere costruita sulla base di elementi concreti e non può essere sostituita da formule standard, presunzioni o carenze istruttorie. Nel caso esaminato, la relazione sociale e gli ulteriori documenti consentivano di ritenere che il percorso fosse già stato avviato e che la sua interruzione avrebbe compromesso i risultati raggiunti. La misura è stata quindi disposta fino al limite massimo previsto dalla legge, con affidamento ai servizi sociali, al fine di consolidare l’inclusione sociale e favorire l’accesso a un percorso lavorativo e abitativo autonomo. Il provvedimento offre un’indicazione operativa rilevante per i progetti di accoglienza e per i difensori: l’istanza può essere proposta dal neomaggiorenne; non è necessario dimostrare l’esistenza di un affidamento pregresso; gli eventuali ritardi nell’apertura della tutela non sono ostativi; il giudice deve concentrarsi sul percorso effettivamente svolto e sugli obiettivi ancora da raggiungere. La documentazione sociale, scolastica, formativa e lavorativa assume pertanto un ruolo decisivo. CONCLUSIONI Il decreto della Corte d’Appello di L’Aquila rafforza l’orientamento che riconosce al prosieguo amministrativo la sua autentica funzione: evitare che il compimento dei diciotto anni determini una brusca recisione delle misure di sostegno proprio nel momento più delicato della transizione all’età adulta. La decisione assume particolare valore perché non si limita ad affermare l’ammissibilità della domanda presentata dopo la maggiore età, ma supera espressamente un provvedimento fondato su presupposti fattuali non verificati e riconosce che l’assenza di una risposta alla richiesta di tutela non può pregiudicare il giovane. La protezione prevista dall’art. 13, comma 2, della legge n. 47/2017 deve essere applicata in modo sostanziale, individualizzato e coerente con il superiore interesse della persona che, pur divenuta maggiorenne, si trova ancora nel pieno del percorso verso l’autonomia. Corte d’Appello di L’Aquila, Sezione per i minorenni, decreto del 14 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Gaetano Litterio per la segnalazione e il commento.
Condannata la Questura di Torino a 50 € per ogni giorno di ritardo nel rilascio del permesso di soggiorno temporaneo
Il Tribunale di Venezia, investito dell’impugnazione ex art. 35-bis d.lgs. 25/2008 contro il diniego di protezione speciale, aveva sospeso in via cautelare l’efficacia del diniego, accertando il diritto dellə richiedente a restare in Italia e a ottenere un permesso di soggiorno temporaneo. Nonostante ripetuti solleciti la Questura di Torino per mesi si è rifiutata di rilasciare il titolo provvisorio. Il Tribunale di Venezia, accogliendo un reclamo avverso un primo rifiuto di riconoscere la propria competenza rispetto all’intervento sul rilascio del permesso di soggiorno provvisorio, ha riconosciuto due importanti principi.  In primo luogo, l’attuazione dei provvedimenti cautelari del giudice ordinario spetta allo stesso giudice della cautela ex art. 669-duodecies c.p.c., mentre il giudizio di ottemperanza davanti al giudice amministrativo (art. 112, co. 2, lett. c, c.p.a.) è riservato alle sentenze passate in giudicato e ai provvedimenti a esse equiparati, categorie cui i provvedimenti cautelari – provvisori e inidonei al giudicato – non appartengono (conformi Cons. Stato n. 1463/2021; Cass. Sez. Un. n. 6039/2019). Nel merito, il Tribunale ha ordinato alla Questura di Torino di rilasciare il permesso di soggiorno temporaneo “per richiesta di protezione speciale” entro 30 giorni e, applicando l’art. 614-bis c.p.c., ha fissato in 50 euro al giorno la somma dovuta allə richiedente per ogni giorno di ritardo oltre il termine, con condanna del Ministero dell’Interno alle spese di lite. Si tratta di un’applicazione particolarmente significativa dell’astreinte contro l’inerzia della Questura nel rilascio del permesso provvisorio: il ritardo dell’amministrazione ha ora un costo economico quantificato per ogni giorno. Tribunale di Venezia, ordinanza del 25 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Eleonoria Celoria – Studio legale Oltre – per la segnalazione e il commento.
La progressiva evoluzione della giurisprudenza amministrativa in materia di decreto flussi
LUDOVICA GRASSI, LINDA PEZZANO Negli ultimi anni il diritto dell’immigrazione ha vissuto una profonda trasformazione ermeneutica e una significativa evoluzione interpretativa. La giurisprudenza amministrativa ha infatti dovuto sopperire a un evidente stallo normativo, attraverso un’interpretazione sempre più orientata ai principi di proporzionalità, ragionevolezza e tutela dell’affidamento del singolo. Il fulcro normativo e dogmatico di tale evoluzione è rappresentato dai commi 5 e 9 dell’art. 5, d.lgs. n. 286/1998, considerati dalle Corti vere e proprie norme di chiusura del sistema, idonee ad impedire che il procedimento amministrativo si traduca in una pericolosa impasse giuridica generata da un’applicazione automatica e cieca delle cause ostative senza una preventiva e individualizzata valutazione della situazione concreta dell’interessato. Evoluzione che appare particolarmente evidente se si analizza l’applicazione delle procedure legate al c.d. Decreto Flussi ex art. 22 e ss. T.U.I., storicamente gravate da una spiccata complessità burocratica e frequente inerzia amministrativa. Secondo il chiaro insegnamento del Consiglio di Stato (Sez. III, sent. n. 3643/2024), l’istruttoria in questa complessa fattispecie deve essere sempre orientata al risultato sostanziale e non alla ricerca di una sterile coincidenza formale dei dati. In questo contesto, il principio costituzionale di buon andamento e imparzialità della P.A. (art. 97 Cost.), nonché i doveri di collaborazione e buona fede (art. 1, co. 2-bis l. 241/1990) impongono all’Amministrazione lo specifico dovere di tenere conto degli effetti del decorso del tempo, del comportamento delle parti e della situazione concreta del singolo lavoratore. È, dunque, utile notare come l’irregolarità procedimentale che quasi mai dipende dal lavoratore straniero finisca per ledere la sua posizione giuridica soggettiva in modo irrimediabile, esponendolo a rischi drammatici quali l’espulsione, il licenziamento, l’impossibilità di rinnovare il contratto di lavoro o di ottenere la completa iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale.  LA GIURISPRUDENZA DI MERITO PIÙ RILEVANTE Già abbiamo analizzato in questa rubrica la giurisprudenza più rilevante in tema dei decreto flussi fino a marzo scorso. Ancor più di recente meritano menzione alcune decisioni del TAR Campania – Napoli, autentica pioniera in materia, che delineano in modo netto i confini della tutela del lavoratore straniero a fronte delle carenze datoriali o dei ritardi burocratici. Con la sentenza n. 2200 del 01.04.2026 il TAR Campania – Napoli ha chiarito che il lavoratore straniero entrato regolarmente in Italia è titolare di un legittimo affidamento che va rigorosamente protetto, qualora quest’ultimo sia in buona fede e abbia dimostrato un atteggiamento collaborativo con le autorità. A ulteriore conferma di tale orientamento, si pone l’ulteriore sentenza del TAR Campania, Sezione VI, n. 3216 del 20.05.2026, con la quale il medesimo Tribunale ha statuito il carattere necessario ”[…] della valutazione da parte della Autorità della effettiva latitudine ed intensità dell’ “inserimento sociale, familiare e lavorativo (ndr dello straniero), avendo riguardo alla durata del soggiorno in Italia, ai legami di natura familiare, ai rapporti lavorativi intercorrenti in Italia nonché alla permanenza di legami con il Paese d’origine”. Successivamente, con la sentenza n. 2652 del 27.04.2026 – Sezione VI -, il medesimo Tribunale campano ha specificato l’obbligo in capo all’Amministrazione di operare un corretto bilanciamento degli interessi, escludendo automatismi espulsivi, valorizzando “invece il positivo inserimento del cittadino straniero nella vita economica e sociale (cfr. TAR Campania, sent. n. 1572 del 2025, n. 7323 del 2025 e n. 8310 del 2025; cfr. anche Cons. di Stato, sent. n. 1977 del 2025)” (…) “non potendosi addebitare al lavoratore le mancanze del datore di lavoro originario”. Un lasso di tempo abnorme dal rilascio del nulla osta dovuto ad una mancata tempestiva convocazione delle parti per la stipula del contratto di soggiorno ad opera dell’Amministrazione, ovvero l’alea del decorso del tempo, rendono di per sé illegittima la revoca del nulla osta al lavoro successivamente intervenuta, non potendo questi fattori essere irragionevolmente imputati allo straniero. Per giunta, la circostanza del rinvenimento di una nuova, redditizia e duratura occasione lavorativa da parte dello straniero dovrebbe indurre l’Amministrazione a valutare la possibilità di rilasciare un titolo di soggiorno, con diverso datore di lavoro, ovvero per attesa occupazione (c.f.r. T.A.R. Campania Napoli, Sez. VI, sentenze n. 1647 del 10.03.2026 e n. 3331 del 26.05.2026 ). Tali principi sono stati ribaditi e confermati dalla sentenza del TAR Campania, Sezione VI, n. 2653 del 27.04.2026, che ha specificato come il favor lavoratoris debba prevalere sulle rigide e automatiche determinazioni dell’Amministrazione, “nel rispetto del principio di proporzionalità e di ragionevolezza” (cfr. Tar Campania sentenza del 11.11.2025 n. 7323). L’Amministrazione è tenuta, piuttosto, a svolgere un’adeguata istruttoria, verificando se l’interessato abbia, nelle more del procedimento, intrapreso un concreto ed effettivo percorso di regolarizzazione della propria posizione lavorativa, anche mediante l’instaurazione di un nuovo rapporto di lavoro (cfr. TAR Campania, Napoli, sent. n. 1572/2025 e sent. n. 4123/2025; TAR. Liguria, Genova, Sez. I, n. 549/2026; TAR Veneto, ord. n. 35/2026; TAR Marche, sent. n. 257/2026), e nel riesercizio del potere di verifica dei requisiti del nulla osta, la stessa non gode di una potestà punitiva cieca (cfr TAR Campania, con la sentenza n. 2749 del 29.04.2026 – Sezione VI). LA VALORIZZAZIONE DELLE SOPRAVVENIENZE DOCUMENTALI FAVOREVOLI L’esigenza di una valutazione dinamica nell’alveo del Decreto Flussi investe direttamente anche la fase cautelare. Il TAR Lazio, Sezione I-ter, ordinanza n. 1046 del 18.02.2026, a fronte di un provvedimento di revoca del nulla osta al lavoro subordinato emesso dalla Prefettura, ha accolto la domanda cautelare ai fini del riesame, valorizzando espressamente le sopravvenienze documentali favorevoli intervenute nelle more del giudizio (nel caso di specie, la certificazione di idoneità alloggiativa e asseverazione tardive), proprio per evitare che l’omessa ponderazione dei nuovi elementi incidesse irreversibilmente sulla vita e sulla dignità del lavoratore. Si inserisce in questo solco la successiva sentenza n. 3307 del 17.02.2026 del TAR Lazio, Sezione I-ter, dove il Giudice Amministrativo, per superare il ritardo e il silenzio dell’Amministrazione, ha individuato rimedi processuali stringenti, legittimando non solo il ricorso al rito del silenzio ex artt. 31 e 117 c.p.a., ma disponendo, inoltre, la nomina anticipata del Commissario ad acta direttamente nella sentenza di cognizione, neutralizzando le lungaggini del successivo giudizio di ottemperanza. L’assoluta centralità della tutela personalistica rispetto al mero dato formale trova un riscontro decisivo nelle ulteriori pronunce del Consiglio di Stato (Sez. III nn. 4467/2022, 5498/2023 e 11/2025) e del TAR Lazio (sent. 22278/2025).  È pacifico, dunque, che l’inutile decorso del termine di 60 giorni previsto dell’art. 5 comma 9, d. lgs. n. 286/1998 per il rilascio, rinnovo o conversione del titolo di soggiorno integri silenzio-inadempimento dell’Amministrazione, sindacabile con il rito di cui agli artt. 31 e 117 c.p.a., comportando l’obbligo in capo alla P.A. di concludere il procedimento con provvedimento espresso e motivato, come sancito dall’art. 2 l. n. 241/1990 (v. T.A.R. Campania Napoli, Sez. VI, Sentenza, 02.03.2026, n. 1427, cfr T.A.R. Toscana Firenze, Sez. II, Sentenza, 20.01.2026, n. 115). IL RIGETTO DEI FORMALISMI IN FAVORE DELLA TUTELA PERSONALISTICA DEL SINGOLO STRANIERO Quanto sopra descritto costituisce inevitabilmente il risultato dell’insostenibilità di un sistema che produce situazioni di irregolarità indipendentemente dalla volontà del lavoratore straniero. Come efficacemente sostenuto dal T.A.R. Marche Ancona, Sezione II, con sentenza n. 443 del 01.04.2026, è illegittimo il diniego di rilascio del permesso di soggiorno per lavoro stagionale fondato sul solo rilievo della mancata stipula del contratto di soggiorno con il datore di lavoro indicato nel nulla osta, allorché tale mancato perfezionamento non sia imputabile allo straniero, il quale abbia nel frattempo instaurato un nuovo rapporto di lavoro subordinato. Invero, nella pronuncia si legge quanto segue: “Un’applicazione meramente formale della disciplina di cui al d. lgs. n. 186/1998 (…) si pone in contrasto con l’art. 5, comma 5, che impone all’Amministrazione una valutazione concreta e individualizzata della posizione dello straniero, da svolgersi nel rispetto dei principi di ragionevolezza e proporzionalità, tenendo conto della sua condotta complessiva e delle circostanze maturate nel corso del soggiorno”. Non meno significativa, nelle more di un’auspicabile iniziativa del legislatore, sarebbe certamente l’adozione di un atto di indirizzo amministrativo che assicuri uniformità applicativa, sulla scia della circolare del Ministero dell’Interno del 20 agosto 2007, n. 3836, precedente di particolare rilievo che ha avuto il merito di privilegiare una lettura sostanziale della disciplina relativa ai flussi. Un analogo intervento, adeguato all’attuale quadro normativo e all’ormai consolidata evoluzione giurisprudenziale, rappresenterebbe un efficace strumento per garantire l’effettiva tutela delle posizioni giuridiche degli stranieri.
Revoca del nulla osta per difetto del requisito economico del datore: il CdS e il TAR tutelano il lavoratore in buona fede
I due provvedimenti in commento – l’ordinanza cautelare del Consiglio di Stato e la successiva sentenza del TAR Lazio, relativi al medesimo caso – affrontano un nodo ricorrente nel contenzioso in materia di decreto flussi: le conseguenze, sulla posizione del lavoratore straniero, dell’inadempimento del datore di lavoro rispetto ai requisiti richiesti per il rilascio del nulla osta. Nel caso di specie il ricorrente aveva ottenuto un nulla osta per lavoro subordinato nell’ambito del decreto flussi 2021. La Prefettura di Roma ha poi revocato il nulla osta per la mancanza dell’asseverazione del requisito economico del datore di lavoro – requisito che, come emerso solo nel corso del giudizio, il datore non possedeva più negli anni successivi. Il lavoratore, però, non aveva alcuna conoscenza di questo dato, aveva sempre lavorato regolarmente (stipendi e contributi versati), e aveva già ottenuto il permesso di soggiorno sulla base della stessa documentazione.  Il Consiglio di Stato, in sede cautelare, ha riformato la decisione negativa del TAR e riconosciuto al ricorrente il diritto al permesso di soggiorno per attesa occupazione. Il TAR, decidendo poi nel merito, ha annullato la revoca e rinviato all’Amministrazione per un riesame complessivo – questa volta centrato sui requisiti del lavoratore, non su quelli (mancanti) del datore di lavoro, riconoscendo così che l’inadempimento datoriale non può ripercuotersi su chi non ne aveva né conoscenza né responsabilità. Il TAR, a seguito dell’ordinanza del Consiglio di Stato, ha valorizzato in modo netto la posizione soggettiva del lavoratore, riconoscendone implicitamente la buona fede, basata su diversi elementi di fatto: * Il lavoratore non aveva contezza della capacità economica del datore di lavoro e le informazioni e documenti di cui aveva conoscenza suggerivano al contrario la regolarità assoluta della procedura. * Il lavoratore era sempre stato retribuito, non risultavano irregolarità contributive e infatti gli era stato rilasciato il permesso di soggiorno per lavoro subordinato dalla Questura di Roma, proprio in base alla documentazione prodotta e relativa a questo rapporto di lavoro. * Il lavoratore ha continuato a svolgere attività lavorativa con altro datore e risulta tuttora impiegato. Consiglio di Stato, ordinanza n. 3194 del 30 agosto 2025 T.A.R. per il Lazio, sentenza n. 12372 del 6 luglio 2026 Si ringrazia l’Avv. Lucia Gennari per la segnalazione e il commento. Le cause sono state seguite insieme alle Avv.te Loredana Leo e Federica Remiddi.
Iscrizione gratuita al SSN anche con PdS per residenza elettiva: la Regione Lombardia dovrà rimborsare le persone straniere invalide
La Corte d’Appello e il Tribunale di Milano danno seguito alla sentenza della Corte Costituzionale: la Regione Lombardia dovrà iscrivere gratuitamente al SSN le persone straniere titolari di permesso per residenza elettiva e a restituire le somme pagate per l’iscrizione. Con due sentenze depositate in data 17 luglio 2026, la Corte d’Appello e il Tribunale di Milano, accogliendo il ricorso di ASGI, APN, EMERGENCY e NAGA e di singoli cittadine e cittadini extra UE, hanno applicato in Regione Lombardia la sentenza della Corte Costituzionale 97/2026 in base alla quale il diritto all’iscrizione gratuita al SSN spetta anche alle persone straniere titolari di una pensione di inabilità (e per questo detentrici di un permesso di soggiorno “per residenza elettiva”) se tale permesso deriva dalla conversione di un precedente permesso che dava titolo all’iscrizione gratuita. In altre parole, spiegano le associazioni, la persona straniera che aveva diritto all’iscrizione non lo perde per il solo fatto di aver mutato il suo permesso di soggiorno nel momento in cui diviene invalida. La Corte d’Appello ha confermato che la situazione verificatasi sino ad ora costituiva una discriminazione sia per nazionalità (perché escludeva dal diritto alle cure gratuite una parte di persone straniere) sia per disabilità (perché le escludeva proprio in quanto disabili) e ha ordinato alla Regione di adottare tutti i provvedimenti necessari affinché le ASST della Regione applichino immediatamente tali regole. La conseguenza è anche il diritto alla restituzione delle somme che in passato sono state pagate dalle persone straniere (2000 euro l’anno dal gennaio 2024) come infatti il Tribunale di Milano ha deciso in altra sentenza nella medesima data, accogliendo il ricorso di singoli cittadine e cittadini stranieri. ASGI, APN, EMERGENCY e NAGA esprimono la piena soddisfazione per questi primi sviluppi della sentenza 97/2026 che pongono fine, purtroppo solo dopo più di 20 anni di applicazione (da tanto tempo è infatti richiesto il pagamento per l’iscrizione al SSN, sebbene prima del 2024 la cifra fosse inferiore a 2.000 euro), a una situazione che vedeva escluse dal SSN gratuito proprio le persone in condizioni di maggior bisogno. Le associazioni, infine, invitano Regione Lombardia ad adempiere tempestivamente quanto disposto dai giudici e a predisporre una procedura rapida per i rimborsi; invitano anche le altre regioni ad adeguarsi ai predetti principi al fine di evitare ulteriori contenziosi e il protrarsi di una situazione di grave ingiustizia. Tribunale di Milano, sentenza n. 3833 del luglio 2026 Corte d’Appello Milano, sentenza del 16 luglio 2026
Chi si prenderà cura dell’Italia? Immigrazione, lavoro regolare e il futuro del welfare
LUIGI CAPOANI 1, SILVIA FUSAR BASSINI 2 L’Italia sta vivendo una delle più profonde trasformazioni demografiche della propria storia. L’invecchiamento della popolazione, il calo delle nascite e la riduzione della popolazione in età lavorativa stanno mettendo sotto pressione un sistema di welfare progettato in un contesto sociale profondamente diverso da quello attuale. In questo scenario, il lavoro di cura rappresenta ormai una componente essenziale dell’assistenza alle persone anziane e fragili, ma continua a essere caratterizzato da forti criticità, tra cui l’elevata diffusione del lavoro irregolare, una programmazione insufficiente delle politiche pubbliche e, non da ultimo, il fatto che a sostenerlo sia quasi ovunque la stessa componente della popolazione – donne, e in larghissima parte donne migranti. Luigi Capoani, Presidente dell’European Youth Think Tank e Professore a contratto di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia, insieme a Silvia Fusar Bassini, analista dell’European Youth Think Tank, riflettono sulle sfide che il sistema italiano dell’assistenza dovrà affrontare nei prossimi anni, evidenziando il ruolo dell’immigrazione regolare, della qualità del lavoro di cura e della necessità di ripensare il welfare in un’ottica intergenerazionale. Il lavoro di cura è diventato una necessità strutturale Negli ultimi decenni il lavoro di cura è passato dall’essere un supporto occasionale a rappresentare uno dei pilastri del welfare italiano. L’aumento della speranza di vita, la crescente incidenza delle patologie croniche e la trasformazione delle strutture familiari hanno determinato una domanda sempre più elevata di assistenza domiciliare, che è diventata una necessità più che un’opzione. Una parte significativa di questo fabbisogno viene oggi soddisfatta da lavoratrici e lavoratori stranieri, che svolgono un ruolo fondamentale nell’assistenza quotidiana agli anziani e alle persone non autosufficienti. I numeri raccontano con chiarezza chi sostiene oggi questo settore: nel 2025 la componente femminile tra i lavoratori domestici sfiora il 90%, e quasi 7 su 10 provengono da un altro Paese. La comunità più numerosa arriva dall’Est Europa – Romania, Ucraina, Moldavia in testa – seguita da Sud America e Filippine. Senza questo contributo, molte famiglie avrebbero enormi difficoltà a garantire una presa in carico continuativa dei propri familiari. UN LAVORO SOSTENUTO QUASI INTERAMENTE DA DONNE MIGRANTI Parlare genericamente di “lavoratori stranieri” rischia di appiattire una realtà che è, prima di tutto, una questione femminile. Chi lascia il proprio Paese per accudire un anziano italiano spesso lo fa affidando i propri figli o i propri genitori ad altre donne rimaste a casa, che possono essere sorelle, madri, vicine oppure altre lavoratrici pagate a loro volta. È quella che viene definita una catena globale della cura: il lavoro di accudimento si riverbera lungo una serie di donne che si sostituiscono l’una all’altra, spesso trascorrendo lunghissimi periodi di distanza dai propri affetti. A questo si aggiungono altri problemi sistemici. È frequente la presenza di lavoratrici straniere che hanno qualifiche professionali conseguite nel Paese d’origine ma non riconosciute in Italia, e si ritrovano a svolgere lavori di cura pur avendo una formazione più alta oppure semplicemente diversa da quella richiesta dal ruolo. Chi lavora in convivenza, poi, affronta un isolamento ulteriore: vive nella casa dell’assistito, spesso senza orari definiti, senza rete sociale nelle vicinanze e con margini ridotti per far valere i propri diritti. E poiché l’ingresso e il rinnovo del permesso di soggiorno restano legati al contratto di lavoro, chi ha meno alternative – spesso proprio le donne arrivate da sole, senza una rete di supporto già radicata – si trova nella posizione più debole per negoziare condizioni dignitose o denunciare eventuali abusi. IL PROBLEMA DELL’IRREGOLARITÀ Accanto a questa realtà permane un problema che il dibattito pubblico affronta troppo raramente: una quota ancora rilevante del lavoro di cura continua a svilupparsi nell’irregolarità. L’Inps registra poco più di 800mila rapporti di lavoro domestico regolari, mentre altre stime che includono anche il lavoro non regolare arrivano a censire oltre 3,3 milioni di persone coinvolte nel settore. Il divario tra questi due numeri è la misura reale del problema. Il lavoro sommerso non rappresenta un vantaggio né per i lavoratori né per le famiglie. Chi presta assistenza senza un regolare contratto rimane privo di adeguate tutele previdenziali e assicurative, come maternità, infortuni, disoccupazione o pensione, mentre gli assistiti rischiano di ricevere servizi privi di standard professionali verificabili e continuità assistenziale. Favorire la regolarizzazione dei rapporti di lavoro significa rafforzare la dignità del lavoro, migliorare la qualità dell’assistenza, aumentare le entrate contributive e costruire un sistema più trasparente e sostenibile. L’immigrazione può rappresentare una risorsa importante, ma soltanto se accompagnata da percorsi di integrazione, formazione linguistica e professionale e da strumenti che facilitino l’incontro tra domanda e offerta di lavoro regolare. Nel 2025 il governo ha introdotto un canale di ingresso fuori quota dedicato all’assistenza familiare e sociosanitaria, superando in parte la logica dei decreti flussi che per anni ha reso l’incontro tra domanda e offerta quasi casuale. Restano però da sciogliere i nodi di fondo: procedure ancora macchinose, tempi di attesa lunghi e un legame tra permesso di soggiorno e contratto che continua a esporre le lavoratrici a un potere contrattuale sbilanciato. INVESTIRE NELLA QUALITÀ DELL’ASSISTENZA La questione non riguarda soltanto il numero di operatori disponibili, ma anche la qualità dell’assistenza offerta. Prendersi cura di una persona anziana richiede competenze sempre più articolate, che spaziano dagli aspetti sanitari di base alla gestione delle fragilità cognitive, fino alla capacità di instaurare relazioni umane di fiducia. Per questo motivo diventa essenziale investire nella formazione continua degli assistenti familiari, nella certificazione delle competenze e nello sviluppo di servizi territoriali capaci di accompagnare sia le famiglie sia i lavoratori. In questa direzione va, ad esempio, la proposta, rilanciata di recente anche dai vertici dell’Inps, di istituire un Albo nazionale per colf e badanti, capace di certificare le qualifiche del settore e di dare finalmente visibilità pubblica a un lavoro che oggi resta in gran parte invisibile. Migliori condizioni di lavoro e di formazione non sono solo un costo: possono ridurre i ricoveri evitabili, alleggerire la pressione sul sistema sanitario e migliorare concretamente la vita di chi viene assistito. RIPENSARE IL WELFARE IN UNA PROSPETTIVA INTERGENERAZIONALE L’invecchiamento della popolazione impone anche una riflessione più ampia sull’equilibrio del welfare italiano. Storicamente, una parte molto consistente della spesa sociale è stata destinata alla protezione previdenziale, mentre risultano relativamente più contenuti gli investimenti rivolti alle nuove generazioni, alle politiche familiari, alla natalità, alla formazione e all’inserimento lavorativo dei giovani. Non si tratta di mettere in discussione le tutele degli anziani, che rappresentano una conquista fondamentale del nostro sistema sociale. Piuttosto, la sfida consiste nel costruire un welfare capace di rispondere contemporaneamente ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e alle aspettative delle giovani generazioni, evitando che il peso dell’invecchiamento ricada esclusivamente su chi oggi entra nel mercato del lavoro. Un sistema equilibrato deve essere in grado di proteggere chi ha bisogno di assistenza senza compromettere le opportunità di sviluppo delle generazioni future. UNA SFIDA CHE RIGUARDA L’INTERO PAESE L’assistenza agli anziani non può essere considerata esclusivamente una questione privata demandata alle famiglie. Essa rappresenta una sfida strutturale che richiede una strategia nazionale capace di integrare politiche migratorie, mercato del lavoro, formazione professionale e welfare territoriale. L’immigrazione regolare può contribuire ad affrontare il progressivo calo della popolazione attiva e a sostenere un settore destinato a crescere nei prossimi decenni. Tuttavia, questa opportunità potrà tradursi in un reale beneficio soltanto attraverso regole chiare, percorsi di integrazione efficaci e una decisa lotta al lavoro irregolare e solo se si riconoscerà, accanto al bisogno di chi riceve le cure, anche i diritti e la dignità di chi le presta ogni giorno. Investire nel lavoro di cura significa investire nella qualità della vita delle persone anziane, nella serenità delle famiglie e nella sostenibilità futura del welfare italiano. In un Paese che continua a invecchiare, la vera domanda non è se avremo bisogno di più assistenza, ma se saremo capaci di costruire un sistema in grado di garantire qualità, legalità e dignità a chi riceve cure e a chi le presta ogni giorno. 1. Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È stato inoltre docente di Macroeconomia presso l’Università di Salerno e l’Università di Verona e docente di Economia Monetaria presso l’Università di Trieste. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno attraverso un percorso internazionale svolto in collaborazione con l’Università di Birmingham. È fondatore e presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT), una piattaforma indipendente e senza scopo di lucro che connette giovani ricercatori europei e promuove progetti interdisciplinari orientati alla pubblicazione scientifica internazionale. All’interno dell’EYTT coordina attività di ricerca interdisciplinare e iniziative scientifiche dedicate all’innovazione, alla collaborazione internazionale e alla valorizzazione dei giovani studiosi. ↩︎ 2. Silvia Fusar Bassini è analista presso l’European Youth Think Tank (EYTT), dove si concentra sulle relazioni internazionali e i diritti umani. I suoi interessi di ricerca comprendono il diritto internazionale, le dinamiche socioeconomiche specialmente nei paesi in via di sviluppo con particolare attenzione ai fenomeni migratori e alle sfide di governance internazionale in materia di sviluppo e giustizia sociale. ↩︎
Il d.lgs. 115/2026 recepisce la direttiva antitratta: il coordinamento con le nuove procedure di frontiera del Patto UE Immigrazione e Asilo
FEDERICA REMIDDI, SALVATORE FACHILE E GIULIA CRESCINI Il contributo esamina il decreto legislativo 12 giugno 2026, n. 115, di attuazione della direttiva (UE) 2024/1712, che modifica la direttiva 2011/36/UE in materia di prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e di protezione delle vittime. Il punto centrale del commento è costituito dal nuovo periodo di recupero e riflessione, introdotto nei commi 3-ter e 3-quater dell’art. 18 del d.lgs. n. 286/1998, e dal suo rapporto con le procedure di screening, di frontiera e accelerate disciplinate dal Patto UE su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026: si tratta di verificare se, e in quale misura, il nuovo istituto sia in grado di sottrarre la potenziale vittima di tratta alla logica acceleratoria e contenitiva propria di tali procedure. Il commento ricostruisce inoltre le altre modifiche apportate dal decreto, distinguendo quelle che intersecano la posizione del richiedente protezione internazionale da quelle relative alle vittime di tratta a prescindere da tale condizione – tra cui le novelle al codice penale (artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1), la disciplina dell’indennizzo e il nuovo Coordinatore nazionale anti-tratta. Un approfondimento specifico è dedicato al diritto della vittima di tratta di svolgere attività lavorativa già in forza della semplice ricevuta attestante la presentazione della domanda di permesso di soggiorno ex art. 18, prima ancora del suo rilascio. SOMMARIO 1. Premessa 2. Il periodo di recupero e riflessione: un nuovo istituto per le vittime di tratta 2.1 I diversi contesti applicativi del periodo di riflessione 2.1.1 La preidentificazione in frontiera e il rapporto con lo screening 2.1.2 La procedura di frontiera e l’inconciliabilità con il periodo di riflessione 2.1.3 Le conseguenze al termine del periodo di riflessione 2.2 Il rintraccio sul territorio 2.3 Il periodo di riflessione fuori dai casi di screening 3. I minori stranieri non accompagnati 4. Le procedure operative standard, il Meccanismo Nazionale di Referral e il sostegno transfrontaliero Parte II. Le modifiche relative alle vittime di tratta, a prescindere dalla condizione di richiedente protezione internazionale 5. Le modifiche al codice penale: gli artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1 6. Il diritto di indennizzo delle vittime di tratta 7. Il coordinatore nazionale anti-tratta e il servizio nazionale di pronta assistenza 8. Il Piano nazionale d’azione contro la tratta 9. Il diritto al lavoro nelle more del rilascio del permesso di soggiorno: il nuovo comma 3-quinquies dell’art. 18 Scarica l’articolo completo
SCIOPERO MEAT-TO: contro sfruttamento e razzismo nella ristorazione
Venerdì 26 e Sabato 27 Giugno un presidio formatosi davanti al ristorante Meat-TO di via Carlo Boucheron 18 ha sostenuto lo sciopero di due lavoratori addetti alle cucine. Il lavoro senza sosta, 7 giorni su 7 e per paghe misere, ha portato due lavoratori di origine bengalese a rivendicare migliori condizioni. Attraverso l’intervento del sindacato e la solidarietà di alcuni gruppi di compagni e compagne una mobilitazione ha preso forma nel week end per sensibilizzare i e le clienti. Come in altri settori che reggono sulla manodopera di persone razzializzate, ad emergere è non solo il ricatto della sopravvivenza, ma anche quello di accettare condizioni di sfruttamento pur di garantirsi un contratto che possa consentire il riconoscimento del permesso di soggiorno. Insieme ad un compagno del collettivo Ujamaa un racconto della mobilitazione: AGGIORNAMENTO: la mobilitazione continua anche Venerdì 3 e Sabato 4 Luglio dalle ore 18 PRESIDIO IN VIA CARLO BOUCHERON 18
«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
TERESA STEFANELLI, HENRI PEN ETAME È il 24 giugno 2026 e siamo con Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli. Quattro giorni fa, il 20 giugno, 15.000 persone hanno sfilato per le strade di Napoli alla manifestazione «Inventare l’Avvenire»: una piazza che portava dentro di sé l’antirazzismo e la solidarietà, e che ha mostrato una società civile consapevole e decolonizzata, capace di strappare il velo di un racconto falso costruito per giustificare lo sfruttamento e il mantenimento del privilegio. Con Yaya proviamo a fare il punto sulle rivendicazioni di quella giornata, sulla lotta in Campania contro il CPR e sul percorso del Movimento dentro una comune lotta antirazzista per i diritti, la libertà di movimento e la cittadinanza.  Le interviste di Radio Melting Pot «Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:29:57 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:29:57 | Registrato il 30 Giugno 2026 T.S. – YAYA, QUESTA MANIFESTAZIONE NON È SOLO NECESSARIA, MA RAPPRESENTA IL PUNTO DI ARRIVO E INSIEME DI PARTENZA DI UN PERIODO DI LOTTE CONDIVISE. QUALI SONO LE RIVENDICAZIONI DELLA MANIFESTAZIONE E PERCHÉ C’ERANO 15.000 PERSONE IN CORTEO? Y.R. – Le nostre rivendicazioni riguardano soprattutto il rilascio del permesso di soggiorno per la comunità migrante perché, purtroppo, è questo pezzo di carta il riconoscimento della nostra dignità. Al permesso di soggiorno si aggiungono altre rivendicazioni: una casa dignitosa perché i padroni non affittano le case agli stranieri. Anche le persone che sono in regola e hanno un contratto di lavoro non hanno accesso alla casa. Abbiamo anche rivendicazioni riguardo all’accesso alla formazione della comunità migrante e, soprattutto, diciamo no all’apertura di un CPR. Tutte queste richieste per garantire la nostra dignità, perché sono tutte correlate. Perché 15.000 persone? Perché, prima di fare la manifestazione, ci siamo presi del tempo anche per trovare il nome. Ci siamo ispirati al capitano Thomas Sankara, che ci ha insegnato: «Non è più il momento di sperare, dobbiamo osare inventare l’avvenire». E quindi l’abbiamo fatto, abbiamo osato inventare l’avvenire. 15.000 perché abbiamo chiamato tutta la cittadinanza. Ci siamo presi due settimane per farlo, assieme a coloro che il sistema cerca di calpestare e siamo diventati una forza unica: il lavoratore italiano precario, lo studente che non ha diritto allo studio, la donna, anche italiana, che porta il peso della sopravvivenza, e soprattutto lo straniero che rifiuta di essere un fantasma senza documenti – perché senza documenti diventi un fantasma, diventi invisibile. Siamo diventati un unico corpo, perché quando la dignità di una persona è calpestata, tocca tutti. Eravamo 15.000. È stata una bella dimostrazione di forza per dire no a questo sistema che cerca di renderci invisibili. Anche noi contribuiamo alla crescita di questa città. H.P.E. – IN ITALIA MOLTI MIGRANTI SONO SOTTO SFRUTTAMENTO PERCHÉ NON RIESCONO FACILMENTE AD OTTENERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO, SENZA IL QUALE NON POSSONO AVERE UN LAVORO DIGNITOSO, NÉ AFFITTARE UNA CASA, COME SI DICEVA PRIMA, NÉ ACCEDERE ALLA SALUTE. COSA DITE DI QUESTA SITUAZIONE? Allora, partiamo da due fasi. La prima: un migrante che arriva qui deve fare per forza la domanda di protezione internazionale. E’ stata stilata una lista di paesi sicuri. Quindi ci sono alcuni paesi che vengono dichiarati sicuri, ma quale sicurezza? Se uno scappa dalla fame, dalle guerre per cercare rifugio qui, perché limitarlo? Questi paesi sono detti sicuri e quindi quando le persone migranti fanno richiesta d’asilo politico, all’audizione davanti alla Commissione, vengono diniegati. Quindi devono fare un appello, devono attendere il ricorso. E questo fa perdere molto tempo. Prendiamo poi alcuni paesi dove ci sono ancora guerre in corso, come il Burkina Faso, la Nigeria, eccetera. Aspettano ancora due anni dopo la formalizzazione per avere un’audizione in cui devono raccontare la loro storia, tutte le difficoltà, tutti i gironi di inferno che hanno attraversato dal loro paese fino a qui. Passando alla seconda fase, prendiamo il decreto Flussi, che è gestito male. Chi entra regolarmente con il visto attraverso il decreto Flussi, arriva qui e non trova il datore di lavoro – perché ci sono alcuni datori di lavoro falsi che fanno una specie di mafia, soprattutto nella comunità bangladese. Una persona che spende migliaia di euro per arrivare qui e che lo Stato ha fatto entrare regolarmente, se non trova il datore di lavoro, diventa irregolare. È una situazione assurda. Una persona che viene solo per lavorare, che entra con il decreto Flussi proprio per lavorare, e poi non trova il datore di lavoro e diventa irregolare. È un sistema – direi – per renderci ricattabili. Perché così siamo ricattabili, siamo obbligati a lavorare in nero, a ricevere paghe da fame e ad essere invisibili. H.P.E. – VOLETE RACCONTARCI COME È NATO E CHE PERCORSO DI CRESCITA HA AVUTO IL MOVIMENTO MIGRANTI E RIFUGIATI DI NAPOLI? Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 e ormai sono dieci anni che lottiamo, dieci anni che esistiamo, dieci anni che resistiamo per la dignità di tutta la popolazione migrante. È nato nel 2016 quando c’era una narrazione per cui i migranti avevano una vita meravigliosa, hotel a 5 stelle, pocket money, tutto. Ma i centri d’accoglienza non erano così. A una manifestazione abbiamo incontrato i primi maliani, che sono i primi fondatori del Movimento Migranti. Ci hanno raccontato l’inferno che vivevano nel centro di accoglienza e così abbiamo iniziato: abbiamo fatto indagini, siamo andati nei centri d’accoglienza, abbiamo raccolto notizie, fatto report, e abbiamo iniziato a denunciare. Così è nato il Movimento Migranti. Abbiamo capito che i migranti avevano voglia di lottare, quindi ci siamo detti: perché non facciamo il Movimento?  La prima cosa che abbiamo deciso di fare è la scuola di italiano, perché abbiamo bisogno degli strumenti. E qual è lo strumento fondamentale? La lingua. Chi parla bene la lingua riesce a difendersi, riesce a leggere il proprio contratto di lavoro, riesce a capire se è sfruttato. Poi, man mano, abbiamo aperto anche lo sportello legale per aiutare i migranti a formalizzare le richieste, a diventare regolari, al riconoscimento del permesso di soggiorno. Abbiamo la nostra area ludica, perché nel Movimento Migranti ci sono delle mamme. Nell’area ludica le mamme portano i bambini e loro giocano, fanno i compiti. Nel doposcuola ci sono anche bambini italiani. Questi bambini crescono con la solidarietà in testa – qualcosa che fa parte della prima socializzazione: un bambino che cresce, che vede una persona di un altro colore, capisce che quella persona ha il mal di testa come lui, ha fame come lui, è normale come lui. Questa è l’area ludica del Movimento Migranti. Poi abbiamo aperto l’area residenza e ricerca casa, perché, come sapete, ci sono alcuni permessi di soggiorno – tipo il permesso di soggiorno per lavoro – per i quali è necessario un contratto di affitto, soprattutto la residenza. Noi facciamo la domanda di residenza direttamente al Comune e aiutiamo le persone a cercare casa, anche se è difficile, ad avere un contratto d’affitto e la residenza. Questo mi porta a parlare di quello che è successo ai nostri che sono stati sgomberati senza alternative nell’aprile scorso, a causa del presunto sovraffollamento degli edifici 1. Abbiamo fatto un presidio per incontrare il Comune, con cui stiamo dialogando e stiamo cercando soluzioni. Questo è il Movimento Migranti. Da dieci anni continuiamo a lottare perché abbiamo capito che la lotta paga, e con questa lotta abbiamo ottenuto delle vittorie. Chi frequenta il Movimento Migranti sa chi siamo davvero. T.S. – PUOI RACCONTARCI DI QUESTI ULTIMI SGOMBERI? Questi ultimi sgomberi sono avvenuti ad aprile. Una notte sono arrivati e hanno cacciato le famiglie. C’era una famiglia con 4 o 5 bambini e un’altra con una donna incinta. Li hanno messi fuori senza alternative. La cosa assurda è che l’assistenza sociale ha detto di aver proposto un piano B alle persone sgomberate, ma non era vero. È venuto fuori anche in un incontro formale. Quello che ci fa davvero pensare è che siamo fuori dall’umanità. Come possiamo permetterci di cacciare una donna incinta, sul punto di partorire, senza darle un’alternativa? Queste famiglie si sono rivolte a noi, alcune hanno preso dei B&B perchè erano rimaste per strada. Il giorno dopo abbiamo fatto un presidio davanti al Comune, che ha aperto un dialogo. Sono passati due mesi e stanno predisponendo delle misure: noi continuiamo a interloquire e a lottare per avere un piano concreto. Quest’anno per la residenza abbiamo presentato quasi 300 domande ERPA per i nostri, perché era un’informazione che la popolazione migrante non conosceva. Pensiamo che anche questa popolazione meriti di avere una casa dignitosa. T.S. – UNA COSA MOLTO POTENTE DELLA MANIFESTAZIONE ERA LA PARTECIPAZIONE DI BAMBINE E BAMBINI. COME SONO TUTELATE L’INFANZIA, L’ADOLESCENZA E LA GIOVINEZZA IN ASSENZA DI UN REDDITO STABILE, DEI SERVIZI E DI UNA CASA ADEGUATA? Questo è un vero problema, perché senza un buon reddito è molto difficile far crescere un bambino. Ma le nostre mamme sono forti, sono donne che fanno mille lavori al giorno e riescono a prendersi cura dei bambini. Ma questo non basta. Meritano di più. Ci sono anche famiglie italiane che vivono la stessa condizione: precarie, povere, in grande difficoltà. Se non tuteli l’infanzia, quale sarà l’impatto? Cosa sarà della futura generazione? Far crescere questi bambini nell’odio, seminare l’odio, fare propaganda – questo non fa che allargare le fratture. Noi come Movimento Migranti ci aiutiamo a vicenda, facciamo solidarietà concreta. Chi ha un lavoro cerca lavoro per l’altro. E soprattutto le nostre mamme sono delle guerriere, fortissime, e riecono. Ma non basta. Lo Stato deve intervenire. Toccare la sensibilità di un bambino e di una famiglia è assurdo. Anche una classe politica di destra, molto severa, deve pensare all’umanità, deve pensare alla condizione dell’infanzia. H.P.E. – IN ITALIA, QUANDO FACCIAMO RICHIESTA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO, DOBBIAMO DICHIARARE LA NOSTRA NAZIONALITÀ. INVECE, QUANDO CI SONO AGGRESSIONI, OMICIDI, VIOLENZA, VENIAMO GENERALIZZATI TUTTI. QUANDO UN MIGRANTE È VITTIMA DI VIOLENZA, I COLPEVOLI SONO DEFINITI PERCHÉ NON TUTTI GLI ITALIANI SONO COLPEVOLI. ALLORA, PERCHÉ NON SI APPLICA LA STESSA MISURA PER LE PERSONE MIGRANTI? NON È QUESTA UNA FORMA DI RAZZISMO E DI DISCRIMINAZIONE DI STATO? Esattamente, è una forma di discriminazione. Se non ti informi bene e segui la propaganda, ti diranno che, rispetto al tasso di criminalità, la popolazione migrante ha una percentuale maggiore. Ma se prendiamo i dati, non è vero. Tra i migranti che sono in questa circostanza ci sono soprattutto quelli definiti “irregolari”. Il problema è che una persona senza documenti, che vive nella sofferenza, che si trova abbandonata dopo il viaggio che ha affrontato, diventa non solo ricattabile, ma anche vulnerabile all’influenza della camorra. È molto facile fargli fare cose che lui non vorrebbe. Prendo l’esempio di un nostro fratello, Alhagie Konte, un ragazzo molto intelligente che frequentava il Movimento. Ha avuto anche qualche problema mentale perché ha perso il suo amico con cui aveva fatto il viaggio, e aveva iniziato a spacciare. È stato arrestato. Alhagie aveva però capito di aver preso una strada sbagliata e aveva iniziato a fare volontariato nella biblioteca del carcere per cambiare la sua vita. Poi si è ammalato di tubercolosi e non ha ricevuto assistenza. Lo hanno lasciato morire. E noi a questo abbiamo detto no, abbiamo protestato 2. Come dicevi tu, la propaganda dice che noi siamo quelli che stuprano le donne italiane. Ma come può una persona che ha attraversato il mare, attraversato il deserto, che scappava dalla fame e dalle guerre, arrivare qui con l’intenzione di commettere reati, di fare il casino? È inammissibile.  Il problema è che non danno i documenti. Se non hai un appoggio come il Movimento Migranti, sei solo, sei abbandonato. E se non sei forte mentalmente, cadi nelle mani della camorra. Come dicevi tu, quando dobbiamo chiedere l’asilo politico dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità, ma quando ci sono dei reati dicono: «Vabbè, sono stranieri, sono loro». Ma anche noi stranieri siamo intelligenti, vogliamo contribuire alla società, vogliamo studiare, vogliamo andare all’università, vogliamo fare formazione. È vero, ci piace l’Italia. Ma abbiamo lasciato i nostri paesi perché volevamo scappare da una situazione che anche loro hanno creato. Perché vengono da noi – parlo anche dell’Italia, dell’Europa – vengono da noi, rubano le nostre risorse, corrompono i nostri dirigenti, i nostri presidenti, prendono tutto e creano le guerre. Prendiamo la situazione dell’AES: Burkina Faso, Mali, Nigeria – sappiamo tutti chi c’è dietro. Sono loro, continuano l’imperialismo. Questa è una seconda fase moderna della schiavitù, una seconda fase moderna dell’imperialismo. E noi siamo qui perché soprattutto l’immigrazione non è e non sarà mai un reato: l’immigrazione è una cosa normale. Muoversi è un diritto umano. La storia ci racconta degli italiani, i primi italiani che sono emigrati in Svizzera, negli Stati Uniti. La storia racconta l’Italia del fascismo. E quello che mi fa veramente indignare è che i nostri antenati, i tirailleurs senegalesi, hanno liberato l’Europa dalle guerre, dal fascismo. E oggi noi immigrati siamo sporchi, siamo delinquenti, siamo quelli che creano problemi. È una propaganda assurda, e noi continuiamo la lotta perché di fronte alla crescita di queste politiche di destra non dobbiamo mollare. T.S. – A PROPOSITO DELLA TUTELA DELLA SALUTE E DELL’ASSENZA DI DIRITTI, UNA DELLE CHIAMATE DELLA MANIFESTAZIONE RIGUARDAVA PROPRIO L’APERTURA DEL CPR A CASTEL VOLTURNO. I CPR SONO DEFINITI DALLO STATO LUOGHI STRATEGICI E, PER QUESTO, SONO SECRETATI E MILITARIZZATI, E CONTINUANO A ESSERE ALLONTANATI DALLO SGUARDO DELLA SOCIETÀ CIVILE. SONO DEI BUCHI NERI IN CUI LA FORTEZZA EUROPA ESPRIME CON CHIAREZZA QUAL È IL SUO PIANO NEI CONFRONTI DELLE PERSONE IN MOVIMENTO. LE PERSONE RECLUSE ALL’INTERNO DEI CPR, PERÒ, CONTINUANO AD AGIRE LA PROPRIA RESISTENZA COME POSSONO E FINCHÉ POSSONO, PASSANDO ANCHE ATTRAVERSO IL PROPRIO CORPO. IN QUESTI MESI LA CAMPANIA, IL SUD DELL’ITALIA E LE RETI NAZIONALI E INTERNAZIONALI SONO IN MOBILITAZIONE PER OSTACOLARE IL PROGETTO DEL CPR A CASTEL VOLTURNO, CON 120 POSTI. VUOI PARLARCI DI QUESTO PROGETTO, DI QUESTO APPALTO, A CHE PUNTO SONO I LAVORI, CHE TIPO DI TERRITORIO LE ISTITUZIONI VOGLIONO CHE DIVENTI CASTEL VOLTURNO, COME SI STANNO MUOVENDO LE ISTITUZIONI LOCALI MA, SOPRATTUTTO, COME SI STA ORGANIZZANDO LA MOBILITAZIONE? Sì, quando abbiamo appreso la notizia della costruzione del CPR ci siamo mossi subito, perché il CPR rappresenta davvero la caduta dello Stato – sono caduti molto in basso. Ci vogliono ricattabili: se diventiamo irregolari ci mettono nel CPR, dicono per rimpatriarci nelle nostre terre. Ma la percentuale di rimpatri effettivi è molto bassa. Sapete quanti soldi servono per rimpatriare qualcuno? Si stima tra i 4.000 e i 5.000 euro, e per 120 persone sono tanti soldi. È una presa in giro costruire un CPR qui a Castel Volturno, che è uno dei ghetti d’Italia, marginalizzato da anni. Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. Quei soldi sono rubati alle scuole, agli ospedali – sono soldi che servono alla cittadinanza, ai castellani. Il CPR è un luogo di tortura, fisica e psicologica. Abbiamo perso due dei nostri: Moussa Balde, che purtroppo non ha potuto resistere, si è tolto la vita, perché non superava questa situazione. Ti danno farmaci, ti rendono una persona diversa, e se non riescono a farti rimpatriare, ti lasciano da solo ed esci da lì fuori di testa. Noi ci opporremo al CPR con tutte le nostre forze. Abbiamo creato il Comitato Metropolitano con Mediterranea e altre realtà, e abbiamo tenuto un incontro prima della manifestazione. Ci stiamo muovendo per organizzare le prossime date e stiamo seguendo la faccenda da vicino. Lo Stato cercherà di non far circolare notizie sull’ente che si aggiudicherà l’appalto della costruzione. Ma noi continuiamo l’indagine.  Il Presidente della Regione ha detto anche che non accetterà che si costruisca il CPR. Quindi abbiamo anche un’istituzione regionale che si è espressa, e pensiamo che ce la faremo, ci opporremo con tutte le nostre forze perché questo CPR non è fatto per garantire la sicurezza, ma serve solo a garantire lo sfruttamento e la disumanità. T.S. – ABBIAMO VISTO IL LUOGO IN CUI C’È L’INTENZIONE DI COSTRUIRE QUESTO CPR. COME PER MOLTI ALTRI CPR IN ITALIA, E IN LINEA CON IL PATTO EUROPEO MIGRAZIONI E L’ASILO, SI TRATTA DI LUOGHI ISOLATI. CI CHIEDIAMO ALLORA QUAL È L’OBIETTIVO? SIGNIFICA PROBABILMENTE CHE C’È LA NECESSITÀ DI RENDERE INVISIBILE QUANTO STA ACCADENDO DA UNA PARTE, E DI LASCIARE SOLE LE PERSONE CHE SUBISCONO LA FORTEZZA EUROPA DALL’ALTRA – SOLE QUANDO ENTRANO, SOLE QUANDO ESCONO, SOLE QUANDO GRIDANO, SOLE QUANDO SI RIBELLANO. E IN PIÙ, PROBABILMENTE, L’ISTITUZIONE SENTE UNA SOLIDARIETÀ CHE STA CRESCENDO. Sì, con questo Patto Europeo purtroppo siamo di fronte a questa crescita delle politiche di destra, ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo mollare. E, come dicevi tu, sono davvero luoghi nascosti, dove nessuno sente. Sapete che ci sono anche italiani che non sanno cosa sia il CPR. Quando abbiamo fatto l’incontro formativo 3 – perché ci siamo detti: prima di tutto bisogna educare la lotta, fare sensibilizzazione, far capire alla gente cos’è il CPR – è venuta la cittadinanza italiana.  Abbiamo fatto delle proiezioni, raccolto delle testimonianze, ed è emersa la situazione sgradevole che si vive nel CPR: nessun accesso alla sanità e quanto ho già detto prima. La maggior parte dell’Europa si trova in questa fase e penso che dobbiamo richiamare i diritti umani, perché questo è calpestare davvero i diritti umani. E questo contribuisce a fare del mondo un luogo in cui non vogliamo far crescere i nostri bambini.  Noi non vogliamo questo. E pensiamo – e ne siamo sicuri – che con la lotta continueremo a chiamare la cittadinanza, continueremo a chiamare tutti per opporci, perché anche la società civile, che contribuisce alla crescita della società, ha la sua parola da dire. H.P.E. COME SI DICEVA, I MIGRANTI SONO INTELLIGENTI, VOGLIONO FARE TANTE COSE, IMPARARE LA LINGUA, FARE FORMAZIONE, MOSTRARE IL LORO VOLTO MIGLIORE. E TU SEI UNO DI QUELLI CHE SONO ESEMPI. TU, MUSTAPHA A PALERMO… SIETE TANTI. ED È VERO CHE SENZA AIUTO I MIGRANTI NON POSSONO FARE TUTTO DA SOLI. MA COME DICE IL MOVIMENTO MIGRANTI: CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI. NON È POSSIBILE FARE DI TUTTE LE LOTTE UNA SOLA LOTTA?  Certo. «Tocca uno tocca tutti» è lo slogan della vittoria. Perché abbiamo capito che l’unione fa la forza. Ci sono ancora cittadini italiani con lo spirito dei partigiani, che non si sono mai arresi, che continuano con quello spirito. E’ lo stesso del migrante che ha subito lo sfruttamento e molte difficoltà nel suo paese. Dobbiamo quindi unirci. Ma il problema è che ci sono anche alcune politiche che usano i migranti come bersagli. Usano i migranti come bersagli magari per farci soldi sopra. Questo non lo vogliamo, perché noi non chiediamo pietà – chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti.  E, come dicevi tu, dobbiamo unirci con la stessa idea, con lo stesso spirito per dire no allo sfruttamento, per dire no a chi vuole calpestarci e dividerci perché se tu sei uno vai più veloce, è vero, ma se siamo in tanti andiamo più lontano, e noi vogliamo andare più lontano! 1.  Il 10 aprile 2026, tre palazzine abitate con regolari contratti di affitto sono state sgomberate per presunta inagibilità (N.d.R.) ↩︎ 2. Alhagie Konte, cittadino gambiano di 27 anni, è deceduto il 10 ottobre 2025 presso l’Ospedale Cotugno di Napoli a seguito di una grave forma di tubercolosi contratta durante la detenzione nella Casa Circondariale di Poggioreale ↩︎ 3. Si tratta dell’incontro formativo “Al di là del muro, cosa sono davvero i CPR”, per capire fino in fondo perchè attivarsi per la loro chiusura, a Castel Volturno e altrove, organizzata dal Comitato Metropolitano NO CPR Napoli il 13 giugno presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici a Napoli ↩︎
La regolarizzazione in Spagna: novecentomila persone migranti stabilizzate
Novecentomila invisibili hanno appena aderito alla Regularización spagnola promossa con una proposta di legge di iniziativa popolare. Il nuovo quadro legislativo spagnolo riconosce così la presenza di una platea di persone già radicate nel tessuto sociale, ma costrette fino a oggi a vivere e lavorare ai margini della legalità. La ministra Elma Saiz ha invitato a guardare oltre i meri dati quantitativi, sottolineando come «oltre alle cifre, stiamo parlando di persone» e rimarcando che «uscire dall’irregolarità è vantaggioso per la società, per le imprese e soprattutto per chi smette di vivere ai margini».  Tra il 16 aprile e il 30 giugno 2026, la finestra temporale aperta per la stabilizzazione delle persone migranti in Spagna sta registrando un’affluenza record che ha già polverizzato ogni previsione statistica. Con circa 900.000 domande presentate a procedura ancora aperta, il volume delle istanze ha sorpreso persino le organizzazioni non governative, le cui stime sul territorio si fermavano a un massimo di 840.000 persone in condizione di irregolarità. Questo clamoroso scarto tra le previsioni e la realtà dei fatti evidenzia in modo inequivocabile quanto il fenomeno del lavoro sommerso e l’effettiva presenza di cittadini stranieri privati di uno status legale siano strutturalmente sottovalutati dalle autorità e sfuggono ai metodi di stima ordinari. L’elemento centrale di questa svolta normativa non risiede nell’apertura di nuovi canali d’ingresso, bensì nella scelta strategica di operare una profonda azione di stabilizzazione che ha non solo ampliato diritti e inclusione sociale, ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo, accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo.  Nel quinquennio 2021-2025, il PIL reale spagnolo ha registrato una crescita cumulativa di circa il 24%, surclassando il 16,5% registrato dall’Italia. Secondo gli studi della fondazione Funcas, l’integrazione dei lavoratori stranieri spiega da sola il 47% (pari a 4,2 punti percentuali) della crescita cumulativa del PIL a partire dal 2022. L’apporto della forza lavoro straniera non solo ha ampliato i confini del mercato occupazionale, ma ha coperto strutturalmente le carenze di manodopera in settori chiave che soffrivano di cronica scarsità di personale; contemporaneamente la forza lavoro autoctona si è spostata verso occupazioni a maggiore produttività e meglio retribuite. Negli ultimi anni, le persone migranti hanno rappresentato il 45% della crescita netta dell’occupazione in Spagna, benché permangano nodi critici, legati alla sovraqualificazione e alla necessità di migliorare l’accesso a una formazione mirata e al riconoscimento dei titoli di studio. Come accade in Italia, moltissimi lavoratori con qualifiche e competenze acquisite nel paese di origine svolgono mansioni non adeguatamente retribuite né qualificate. Sotto il profilo fiscale, far uscire i lavoratori dal mercato nero garantisce un guadagno immediato per le casse pubbliche. Secondo gli studi degli esperti dell’Università Carlos III de Madrid, il governo spagnolo calcola che ogni lavoratore regolarizzato porti allo Stato un beneficio netto compreso tra i 3.300 e i 4.000 euro all’anno: in questo modo si risana l’economia sommersa e i costi per i servizi di assistenza sociale si trasformano in tasse e contributi regolarmente versati. Certo, organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale ricordano che servono anche altre riforme per far funzionare meglio le imprese e per affrontare l’invecchiamento della popolazione, un problema che i flussi migratori da soli non possono risolvere del tutto. Ciononostante, i nuovi arrivi e la stabilizzazione di queste persone si stanno confermando la vera spinta per la crescita e il benessere della Spagna. Un pilastro fondamentale dell’efficienza amministrativa spagnola è il meccanismo di gestione delle domande: chi presenta l’istanza riceve immediatamente una conferma di ricezione che abilita da subito a risiedere e lavorare legalmente. Ad oggi, delle 900.000 domande presentate, ben 360.000 sono già state ammesse all’iter amministrativo. Questo passaggio ha permesso a più di un terzo dei richiedenti di ottenere un’autorizzazione provvisoria, sbloccando immediatamente la loro posizione sul mercato del lavoro e garantendo tutele immediate nelle more del verdetto definitivo. L’esatto contrario di quel che avviene in Italia, dove l’ostinazione nel non voler stabilizzare chi è già sul territorio produce sistematicamente tragedie disumane. L’ultimo agghiacciante caso arriva dalla Calabria, con la strage di Amendolara, dove quattro giovani braccianti sono stati barbaramente arsi vivi in un minivan usato per portarli a raccogliere la frutta. Dietro questa spietata uccisione non c’è solo la ferocia dei clan o dei caporali, ma la precisa strategia fallimentare di uno Stato italiano che continua a preferire l’invisibilità alla legalità. Garantire la stabilizzazione significa, prima di tutto, azzerare quel limbo di invisibilità che alimenta lo sfruttamento lavorativo più feroce. Sottrarre i lavoratori stranieri al ricatto della clandestinità non è solo un imperativo morale per evitare che altri ragazzi muoiano bruciati vivi, ma risponde anche a una logica di buonsenso economico e gestionale: stabilizzare significa azzerare i costi cronici dell’accoglienza emergenziale, trasformando persone vulnerabili in cittadini contribuenti e con diritti.  Fino a quando l’Italia continuerà a ignorare la lezione spagnola, preferendo la farsa burocratica dei decreti flussi alla realtà dei fatti, lo Stato rimarrà il principale ingranaggio di quella fabbrica della marginalità che continua a mietere vittime nell’indifferenza generale. 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