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Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio
Ceuta e Melilla sono tornate al centro delle attenzioni europee e internazionali la scorsa estate, dopo che migliaia di persone hanno attraversato la frontiera dal Marocco a fine luglio. È l’ennesima “crisi” di questo confine, che rappresenta l’unico di terra tra Marocco e Unione Europea. La prima, però, dall’applicazione del nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo. La risposta dell’Europa a queste “crisi” continua a essere la stessa: inviare militari e polizia,  spostare i confini sempre più lontano, pagare altri Stati per bloccare le persone e chiamarlo “controllo”. Ma queste politiche non fermano le migrazioni: aumentano i rischi e moltiplicano la violenza. Sostieni Melting Pot ABBIAMO UN OBIETTIVO: 2.667 PERSONE CHE CI SOSTENGONO CON 12 € È così che possiamo continuare a fare informazione libera, accessibile e indipendente. Ci sei anche tu? Sostieni ora → Con le politiche di esternalizzazione delle frontiere europee, le migrazioni sono gestite come questioni di sicurezza nella negoziazione tra gli Stati e le persone vengono strumentalizzate e sacrificate come una leva diplomatica nel loro braccio di ferro. È uno degli effetti più perversi dell’esternalizzazione europea: delegare ad altri Paesi il controllo dei movimenti umani significa rendersi ancora più vulnerabili a quegli stessi movimenti. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea porta ancora più risorse e centralità al controllo rigido e violento delle frontiere esterne, per impedire alle persone di entrare e respingere i sopravvissuti. Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dei fatti quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione. Attraverso l’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa, cerchiamo di rispondere ad alcune domande centrali: come si sono create le condizioni che hanno portato agli attraversamenti di massa di questa estate? Che cosa spinge davvero così tante persone a partire? E soprattutto, che cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando i media hanno già distolto lo sguardo? Nel secondo episodio, vi portiamo in Marocco, a Tétouan e Martil, due città vicine al confine con Ceuta e fortemente interessate dai movimenti migratori verso l’enclave spagnola.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco, un’associazione nata nel 2005 nella foreste di Belyounech, dopo un tentativo di attraversamento collettivo della frontiera da parte delle diverse comunità migranti che l’abitavano, represso con estrema violenza dalle autorità marocchine e spagnole. * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni. che ci ha parlato delle campagne di regolarizzazione delle persone straniere in Marocco avvenuta nel 2014 e nel 2017. La strategia nazionale che inquadrava queste regolarizzazioni oggi mostra limiti evidenti di fronte al fatto che molte persone hanno sempre più problemi a rinnovare i loro documenti. * Achraf Maimoun e Jamila El Abboudi, dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani, sezione di Tétouane, che ci hanno parlato del momento storico e politico che vive il Regno del Marocco oggi; di come motivazioni economiche e politiche coesistono nella scelta di tante persone a partire; soprattutto, dell’impatto negativo della cooperazione europea in materia di sorveglianza ai confini e controllo della mobilità rispetto ai processi di politica interna e sui movimenti che vogliono maggiore partecipazione democratica, diritti civili, politici e il rispetto dei diritti umani in Marocco. * Ahmed e Mehdi (nomi di fantasia), due giovani studenti sudanesi arrivati con grande fatica a Ceuta nei primi mesi del 2026, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera, ma anche quello che hanno vissuto durante tutto l’arco del loro viaggio dal Sudan. * Mariam (nome di fantasia), una giovane lavoratrice originaria della Costa d’Avorio, che vive in Marocco e ci ha raccontato delle grandi difficoltà che vivono le persone nero-africane in Marocco e in particolare le donne impiegate nel lavoro domestico. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 2° episodio Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:40:42 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:40:42 | Registrato il 22 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). Reportage e inchieste/Confini e frontiere VOICES FROM THE BORDER: CEUTA E MELILLA – 1° EPISODIO Un podcast realizzato nell’ambito del progetto “Voices from the border: anti-racist and solidarity network” 15 Ottobre 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato daAvocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
Le Dita Nella Presa - Dopo la chiusura di A/I... non manca la voglia di attivarsi
Dopo i cortei del 25 Settembre, aggiorniamo su quel che si muove: da un lato, Banca Etica - insieme ad altre ONG ed associazioni del terzo settore - fa una lettera aperta alla Commissione Europea e al Governo italiano; dall'altro, la rete "Nel Mirino" continua a darsi appuntamenti di mobilitazione ed organizzazione. I prossimi sono il 14 Ottobre a Firenze, e il 22 Ottobre a Roma. Inauguriamo un nuovo ciclo di appuntamenti in cui intervisteremo chi partecipa all'autogestione dei server. Iniziamo con Tracciabili, che ci racconta la loro storia, gli strumenti che mettono a disposizione, il modo con cui gestiscono il server, e ci danno qualche consiglio per chi vuole fare altrettanto. Ascolta la puntata sul sito di Radio Ondarossa
October 16, 2026
Pillole di info digitale
Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio
Il 26 luglio 2026, Ceuta è tornata al centro delle attenzioni mediatiche spagnole ed europee per l’arrivo non autorizzato di circa 60 mila persone in sole 24 ore. La maggior parte sono giunte via mare, dopo aver nuotato per molte ore consecutive. In centinaia hanno provato anche la via di terra, accampandosi nella foresta, scavalcando le recinzioni e il filo spinato.  Anche a Beni Nsar, nella provincia di Nador al confine con Melilla, sono migliaia le persone accorse alla frontiera nella speranza di riuscire a passare. Già nella notte del 31 luglio Border Resistance ha pubblicato sui social video di agenti marocchini che sparavano ad altezza uomo nelle strade della città per cacciare via le persone dai pressi della frontiera. Come si sono create le condizioni favorevoli all’esodo di questa estate? E cosa spinge davvero così tanti a partire? E, soprattutto, cosa succede in questi territori durante il resto dell’anno, quando nessuno guarda? Come Melting Pot Europa, siamo state a Ceuta e Melilla nell’aprile 2026, prima dell’attraversamento di massa di quest’estate. Abbiamo ripercorso la storia di una frontiera che da oltre vent’anni continua ad uccidere. Una frontiera di cui si parla raramente. E quando accade, è quasi sempre nel linguaggio di un’emergenza: una narrazione che si ripete identica negli anni, fatta di immagini di “assalti”, che riproducono la percezione di un assedio permanente e di una vera e propria invasione.  Racconteremo il nostro viaggio in due episodi: un viaggio all’ascolto di chi, ogni giorno, si fa strada attraverso il filo spinato e lotta tra le crepe della Fortezza Europa. Quello di attiviste, giornaliste, operatrici sociali, ma soprattutto persone migranti e candidate alla migrazione.  IN QUESTO EPISODIO ASCOLTERETE: * Antonio Sampere, fotoreporter e residente di Ceuta, che ci ha descritto come funziona il pattugliamento congiunto di guardia civile spagnola e forze ausiliare marocchine alla frontiera terrestre di Ceuta. * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta, un’associazione impegnata nel supporto umanitario e nell’accompagnamento sociale e giuridico delle persone migranti nella cittadella. * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel, che si occupa del sostegno socio-giuridico delle persone in arrivo nell’enclave spagnole di Melilla. * Abdullah e Nazim (nomi di fantasia), due giovani lavoratori marocchini della città di Tétouane, che ci hanno raccontato come e perché hanno attraversato la frontiera nel 2021 e soprattutto le pratiche di respingimento che hanno subito da parte della Guardia Civile Spagnola e degli agenti marocchini. Le interviste di Radio Melting Pot Voices from the border: Ceuta e Melilla – 1° episodio  Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:33:22 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:33:22 | Registrato il 15 Ottobre 2026 Hanno partecipato agli episodi: * Serge Aime Guemou, presidente del Consiglio dei Migranti Subsahariani in Marocco; * Dounia Mseffer, presidente della Rete Marocchina dei Giornalisti di Migrazioni; * Achraf Maimoun, presidente della sezione di Tetouan e coordinatore della Commissione; Centrale per la Migrazione e l’Asilo dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani; * Jamila El Aboudi, membro del comitato amministrativo nazionale dell’Associazione Marocchina dei Diritti Umani e volontaria della sua sezione di Tétouane; * Fernando Moreno, volontario dell’associazione Espuntes de Primavera a Melilla;Antonio Sampere, fotoreporter di Ceuta; * Francesca, attivista e coordinatrice di No Name Kitchen a Ceuta; * Ikram, operatrice sociale e attivista di Solidary Wheel; * Ahmed, Mehdi, Abdullah, Nazim, Mariam, nomi di fantasia per mantenere l’anonimato di chi ha prestato la propria storia per denunciare quanto vissuto dalle persone migranti al confine tra il Marocco e le enclavi spagnole. In redazione: Nicoletta Alessio, Federica Toninello, Ludovica Alberti e Fabrizia Elena Savini. Voce narrante: Nicoletta Alessio. Voci e doppiaggio: Micol Bottacin, Davide Salvadori, Marco Sirotti, Luca Ramello, Riccardo Bigi, Luca Cuzzato, Lisa Giacon, Aurèlie Elisa Morra, Lorenzo Mazzotta, Na Haby Stella Faye, Stefane Ngiombe, Ludovico Carofano, Matteo Parola, Emanuele Lepore. Le musiche e gli effetti sonori utilizzati sono distribuiti su licenza Envato Elements e appartengono ai rispettivi autori (licenza commerciale). --------------------------------------------------------------------------------  Questo progetto è finanziato nell’ambito del progetto TACKLE, finanziato dalla Commissione europea (Riferimento: EuropeAid/173998/DH/ACT/Multi) e attuato da Avocats Sans Frontières, un’organizzazione non governativa, in collaborazione con Alternatives Européennes, ENCLE (European Network for Clinical Legal Education), CLEDU (Legal Clinic for Human Rights), Associazione IUC (International University College) di Torino, Associazione DiFro (Diritti di Frontiera APS) – Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre, APDHA (Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía), UAF (Action de l’Union Féministe de Tanger), Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES), Università degli Studi di Palermo – Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi Roma Tre, Sciences Po – Ecole de Droit, Université Libre de Bruxelles – Equality Law Clinic, Amsterdam Law Clinics dell’Università di Amsterdam. Il contenuto del presente documento è di esclusiva responsabilità di Melting Pot Odv e S-Com e non può in alcun caso essere considerato come espressione della posizione dell’Unione europea.
CPR, la cura sotto accusa
L’inchiesta che ha coinvolto oltre venti medici impegnati nei CPR ha riportato al centro del dibattito il ruolo della medicina nei luoghi della detenzione amministrativa. Come abbiamo raccontato, al centro della vicenda non c’è soltanto la contestazione di presunti reati, ma una questione più profonda: quale autonomia può avere la pratica medica quando la certificazione sanitaria diventa un passaggio necessario per rendere possibile il trattenimento? Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR COME “MALATTIA SOCIALE”, L’ATTACCO AI MEDICI E ALLA CURA L’indagine-teorema di Ravenna sposta l'attenzione dal sistema della detenzione amministrativa a chi il sistema lo contesta Redazione 18 Settembre 2026 La campagna promossa dalla Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (S.I.M.M.) ha sollevato da tempo una questione altrettanto centrale: se la detenzione amministrativa e i CPR sono luoghi che producono sofferenza e hanno effetti sulla salute, che cosa significa dichiarare una persona «idonea» alla permanenza al loro interno? È da qui che parte la conversazione tra l’avvocato Arturo Raffaele Covella e il dottor Nicola Cocco, tra i promotori della campagna della SIMM sulle certificazioni di idoneità. Dalla campagna all’inchiesta sui medici, il nodo è uno: «Non si può chiedere alla medicina di diventare un bollino per una procedura di polizia». Una riflessione sulla patogenicità della detenzione amministrativa, sull’autonomia della professione medica e sul significato della cura dentro i CPR. E proprio alla fine della conversazione, Nicola Cocco ha voluto aggiungere una cosa: un ringraziamento per le mobilitazioni e per la rete di solidarietà che si è attivata attorno ai medici coinvolti nell’inchiesta. Un messaggio che accompagna questa intervista (disponibile anche video) e che restituisce anche il senso collettivo di una mobilitazione che, in queste giorni, ha attraversato associazioni, professionisti, realtà sociali e singole persone. Radio Melting Pot Intervista al Dott. Nicola Cocco Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:30:27 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:30:27 | Registrato il 21 Settembre 2026 PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Buonasera, siamo con il dottor Nicola Cocco, che ringrazio perchè ha accettato questo invito. Non ci accingiamo a fare un’intervista ma una chiacchierata tra due amici e tra due persone che conoscono le vicende dei CPR, i problemi dei CPR e quindi masticano un po’ la materia. Innanzitutto, Nicola, ti volevo chiedere, anche alla luce di tutto quello che è successo: come stai? Nicola Cocco: Sì, ti ringrazio. Allora, io sto bene anche se questa situazione è di una pressione veramente significativa, sia per il significato stesso della denuncia, perché, insomma, l’associazione a delinquere è un reato grave, sia per una ragione di carattere culturale, della percezione, proprio da parte mia. Perché io sono come te, insomma, siamo cresciuti negli anni ’90: per noi l’associazione a delinquere era la criminalità organizzata. Beh, adesso trovarsi accusato di questa cosa chiaramente fa soffrire. Soprattutto mi fa spaventare per ciò che questo significa nell’atmosfera culturale e politica del nostro Paese. Però sto bene, come puoi vedere: non sono dimagrito, non sono sciupato. E la mia preoccupazione ovviamente è legata alla mia situazione familiare, che ovviamente viene toccata da un’indagine di questo impatto. Come ho detto dall’inizio, io non ho nulla da nascondere, così come nulla da nascondere ha la nostra campagna, e andremo avanti a fare quello che stavamo facendo. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Mi fa piacere vedere che, insomma, anche l’ironia è rimasta intatta. Senti, noi ci siamo visti di persona il 18 agosto, quando abbiamo partecipato a un convegno organizzato dalla diocesi a Melfi sui CPR. In quell’occasione abbiamo avuto modo di scambiare due battute proprio sulle indagini che erano in corso a Ravenna.Ti saresti aspettato che da lì a poco sarebbe successo tutto questo trambusto e di trovarti in questa situazione? Nicola Cocco: Allora, io mi aspettavo la perquisizione. Questa me l’aspettavo già da febbraio. L’avevo detto anche pubblicamente, l’avevo detto in televisione. Lo mettevo in conto proprio perché sapevo che uno degli aspetti cardine di quell’indagine è proprio la campagna che noi abbiamo fatto partire. Non mi aspettavo l’accusa di associazione a delinquere, questo non me l’aspettavo. E non me l’aspettavo in questi tempi, nel senso che io, prima dell’estate, mi sono detto: “Vabbè, può essere che non vengano più a fare questa perquisizione“, perché ormai i materiali sono talmente diffusi, talmente, diciamo, condivisi, che hanno quello di cui avevano bisogno. Considera che la stragrande maggioranza delle cose erano già pubbliche. Quindi, figurati, non mi aspettavo questa cosa. A proposito dell’incontro di Melfi, vorrei ricollegare a quell’incontro e a quella chiacchierata che avevamo fatto, vorrei evidenziare come è paradossale che ciò che porta al grande bailamme mediatico è la questione della criminalizzazione dei medici. Noi eravamo lì a parlare in un incontro che era già organizzato, ma ricordiamoci che pochi giorni prima era morta una persona nel CPR di Palazzo San Gervasio. Arturo Raffaele Covella: Certo. Nicola Cocco: E noi ci eravamo incontrati proprio per parlare di come è possibile, ad esempio, che in quello specifico CPR ci sia una mortalità da CPR così alta e di quali sono le caratteristiche che portano a questo problema. Quindi, vedi come tutto si ricollega: il faro mediatico è sulla criminalizzazione dei medici, adesso hanno anche un capo dell’associazione a delinquere, quindi figurati. Però intanto le persone, anche quest’estate, sono morte. E questo, secondo me, è molto grave. Arturo Raffaele Covella: Allora, stavamo parlando appunto di quell’incontro del 18 agosto e tu, insomma, hai fatto riferimento alla campagna, la famosa campagna che la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni porta avanti ormai da diversi anni, perché non è una cosa di queste settimane o di questi anni. Nicola Cocco: Da due anni. Arturo Raffaele Covella: Possiamo cercare di inquadrare meglio questa campagna e di spiegare meglio ai non addetti ai lavori in che cosa consiste? Nicola Cocco: Sì. Per capire questa campagna bisogna partire dal concetto della patogenicità della detenzione amministrativa e dei CPR. In questi anni si sono raccolte a livello internazionale numerose evidenze scientifiche, cioè articoli scientifici che sono stati fatti in diversi paesi a livello globale, oltre che europei, che sottolineano che la detenzione amministrativa in generale, quindi la privazione della libertà non in ambito penitenziario per aver commesso un reato, ma nelle procedure di rimpatrio forzato, di espulsione, di deportazione – ecco, per chiarire – questo tipo di privazione della libertà è patogeno. Nello specifico, in Italia, i luoghi dove tale privazione della libertà viene messa in atto, che sono i centri di permanenza per il rimpatrio, i CPR, hanno delle caratteristiche di patogenicità ulteriormente aggravate dal degrado, dalla violenza e da tutta una serie di elementi che sono emersi, per esempio, grazie a dei report che sono stati scritti sia dal Garante Nazionale, dall’ufficio di Mauro Palma, sia dei report indipendenti del TAI, della CILD, di parlamentari e quant’altro. Avendo quindi l’evidenza della patogenicità del CPR, si pone un problema quando si tratta di definire idonea, dal punto di vista sanitario, una persona da mandare nel CPR. Questo nello specifico perché la direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 1922, la direttiva Lamorgese 1, che tra l’altro non è una legge, è una direttiva – e questo penso che abbia anche un peso in tutto ciò di cui stiamo parlando – dice chiaramente che le persone, per poter essere condotte nel CPR, devono essere valutate da un medico del sistema sanitario nazionale per escludere tutto un ventaglio di problematiche sanitarie, che vanno dalle malattie infettive alle malattie cronico-degenerative, alle patologie psichiatriche, addirittura alle vulnerabilità sociali, che presuppongono un approccio in ambito sanitario. Si dice, olistico: dovresti avere la possibilità di fare una valutazione a 360 gradi della persona. Questo nella realtà non succede praticamente mai, non succedeva e non succede praticamente mai, eppure il 99% di queste valutazioni di idoneità, erano positive e continuano ad essere positive, anche se adesso sembra che di non idonei chissà quanti ne sono. Cioè, il 99% delle richieste di idoneità si traduce in un’idoneità, un po’ come nel discorso della convalida da parte dei giudici di pace. Dall’altra, questa idoneità è data escludendo molto spesso solo le problematiche infettive e contagiose, quindi senza applicare quell’approccio olistico richiesto. Rispetto a questa situazione, alcuni medici hanno cominciato a fare emergere un dilemma etico e deontologico e a porsi alcune domande.  Uno: il tipo di visita che mi viene richiesta è una visita reale che garantisce la tutela e la salute delle persone, anche di quelle che hanno vulnerabilità? Due: se il CPR è un luogo patogeno, e ce ne sono le evidenze, io come faccio a dichiarare idonea una persona, fosse anche sana, a un luogo patogeno? Da questo dilemma, insomma, da questo nodo etico, anche politico ovviamente, è nata questa campagna, che era rivolta sia ai medici certificatori, ma anche a studenti di medicina, agli infermieri, ai professionisti non sanitari, dove noi portavamo le evidenze della patogenicità ai vari livelli: ai livelli di pubblicazioni scientifiche, pubblicazioni di letteratura grigia, quindi le reportistiche, e poi quello di cui non ne frega niente a nessuno, ma che per quanto mi riguarda è l’aspetto più pregnante: le testimonianze dirette che noi riceviamo ogni giorno o che abbiamo incontrato all’interno del CPR. Però questo discorso della testimonianza è stato del tutto cancellato nel nostro panorama. Cioè, vale di più – lo dico sempre – sul Corriere della Sera che la testimonianza di uno che è stato nel CPR. Questa sarebbe una ulteriore riflessione da fare. E in più con la campagna sono state avanzate anche delle criticità deontologiche, etiche, legali, che avevamo approfondito con bioeticisti, con una professoressa di filosofia del diritto, e che avevamo condensato in una famosa bozza che viene oggi spesso tacciata di essere un prestampato per fare le certificazioni false. Si trattava, in realtà, di una sorta di esempio, di un facsimile, in cui raccoglievamo – ovviamente uno doveva scrivere le problematiche di salute – e in fondo abbiamo raccolto gli articoli del codice deontologico che, dal nostro punto di vista, sono critici per il CPR, in particolare per la valutazione di idoneità, la legge sul consenso informato, perché ricordiamo che nessuna persona migrante firma un consenso informato per questo tipo di valutazione, e poi altre considerazioni: l’assenza della mediazione culturale, il fatto che non sappiamo come vengano utilizzati i dati sanitari che vengono raccolti. Ecco, questo è il cuore della campagna: quindi la condivisione delle evidenze della patogenicità, le criticità dell’idoneità e poi, chiaramente, delle considerazioni di tipo politico, che è quello che io sto dicendo anche apertamente. Nel senso, io non andavo dai medici a dire “dovete dare l’idoneità“, però sicuramente mi sarà capitato di dire: “Guarda, per me, considerate come quelli sono dei posti, quello è un dispositivo patogeno; per me nessuno può essere considerato idoneo a stare in quel luogo, perché non è idoneo il dispositivo“. È un reato dire queste cose? A me risulta difficile, o meglio, a me spaventa che ci troviamo in una situazione in cui questo può essere tacciato come un reato. Ovviamente poi, se vuoi, approfondiamo qual è il reato che viene contestato, il falso ideologico, però sui giornali oggi viene criminalizzata questa posizione. Non solo sui giornali viene criminalizzata questa posizione. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sinceramente preferisco evitare gli aspetti relativi all’indagine, per approfondire più questo aspetto dell’idoneità, non idoneità, che credo sia il grosso discrimine, che è anche più difficile per l’opinione pubblica riuscire ad intendere. Adesso, proprio in base a quello che tu mi dici, io mi trovo sotto gli occhi una certificazione di idoneità,ed anche le certificazioni di idoneità che vengono fatte sono prestampate, appunto, e mi trovo un prestampato compilato, dove c’è il nome e il cognome del dottore, la dottoressa che l’ha rilasciato, il nome e il cognome con tutti i dati, diciamo, dello straniero che è stato sottoposto a visita. E qui sostanzialmente c’è una crocetta su una frase già scritta, nella quale c’è scritto: “non presenta evidenza di patologie che rendono incompatibile l’ingresso e la permanenza in comunità ristretta“, data, luogo e firma con il timbro del medico. Appunto, in base a quello che ci dicevamo prima, questo certificato di idoneità è regolare? Nicola Cocco: Mi verrebbe da dire che quello è un falso, nel senso che quello è più che un certificato, è un nulla osta, se ci pensi. Quello è un nulla osta della pubblica sicurezza che chiede al medico di escludere che la persona possa avere una problematica specifica pericolosa in quel momento. Ecco, per dire, in realtà la valutazione di idoneità, così come è sancita dalla direttiva Lamorgese, ma poi come dovrebbe essere dal punto di vista deontologico, dovrebbe essere, in primo luogo, non fatta con un prestampato, dovrebbe indagare tutte le dimensioni di salute previste dall’articolo 3 della direttiva Lamorgese 2, quanto meno, dovrebbe possibilmente essere fatta con la presenza di un mediatore culturale, dovrebbe avere il consenso della persona scritto, perché ricordiamoci che questi possono rifiutare di farsi fare la valutazione. E quello che aggiungiamo noi con la campagna, e questo è un di più, chiaramente, però che interroga la coscienza del medico che deve agire in scienza e coscienza, è considerare la patogenicità del CPR. Quello invece, come puoi vedere, è appiattito sul fatto di semplicemente mettere una firma per poter procedere burocraticamente al trattenimento ed eventualmente all’espulsione della persona migrante. PH: Mai più lager – NO ai CPR (Manifestazione 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Sì, aggiungo, a tutto quello che già hai detto, che poi questa documentazione confluisce nel fascicolo che deve essere valutato del giudice in sede di convalida, e mi chiedo il giudice che cosa può valutare alla luce di questo tipo di prestampato? Nicola Cocco: Considera che all’inizio della campagna, in molti dei fascicoli che noi trovavamo nei CPR quando facevamo gli accessi, quindi sto parlando del 2022, soprattutto durante il 2022, in molti non c’era la valutazione di idoneità. Quindi figurati come era sottovalutato questo aspetto della tutela della salute. Cioè, al centro di questo procedimento non c’è mai stata la tutela della salute, ma la necessità, dal punto di vista del governo, di portare le persone nei CPR. Non si può chiedere ai medici di assolvere passivamente a questo tipo di procedura burocratica, perché dal punto di vista deontologico significherebbe svilire la professione e non curare. Cioè, quel tipo di valutazione di idoneità che hai letto tu non si configura in un procedimento, in un processo di cura. Non porta, per esempio, a fare emergere delle problematiche di presa in carico. Serve semplicemente a dare un bollino per una procedura di polizia. Arturo Raffaele Covella: Sì, a proposito del bollino delle procedure, del fatto che poi sostanzialmente tutto si risolve in un meccanismo perverso che si basa sui numeri. Perché noi sappiamo benissimo che l’esigenza delle questure è quella di produrre dei numeri, perché poi, a fine anno, i numeri che le questure producono finiscono nei report del ministero. PH: MP (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Quindi bisogna dimostrare che i CPR funzionano, che le espulsioni funzionano, che le politiche securitarie funzionano. Però, insomma, un grosso dibattito riguarda il fatto che i certificati di non-idoneità rilasciati, in base a quello schema che voi avete predisposto, o comunque non rilasciati da una serie di medici che sono stati posti sotto la lente di ingrandimento, sarebbero dei falsi. E io mi chiedo: ma invece i certificati di idoneità che sono stati rilasciati e che poi sono stati smentiti da altri medici o dai giudici, con una successiva dichiarazione di inidoneità, sono da considerare falsi o semplicemente ci troviamo davanti a valutazioni mediche di tipo differente? Nicola Cocco: No, ci troviamo a valutazioni giuridiche e propagandistiche di tipo differente, perché sono due pesi e due misure. È ovvio che le valutazioni di idoneità di persone che dopo pochi giorni o dopo un paio di settimane presentano problemi di salute, si tagliano, fanno tentativi di suicidio, si suicidano, muoiono. Ricordiamoci che per alcune delle persone di cui abbiamo discusso tante volte hanno perso la vita e avevano dei certificati di idoneità. Ousmane Sylla aveva un certificato di idoneità per cui era considerato idoneo. Ousmane Sylla è un caso molto importante da questo punto di vista perché aveva un primo certificato di idoneità, poi aveva una relazione della stessa psicologa del CPR siciliano in cui si trovava, non mi ricordo qual era, se era Caltanissetta, che diceva che questo ha problemi di salute mentale, sta crollando sostanzialmente, e quando è andato nel CPR di Roma è stato semplicemente ribadito il certificato di idoneità. Non è stata presa in carico quella segnalazione e Ousmane Syllasi è suicidato poche settimane dopo. Però nessuno è andato a fare delle indagini su quei certificati di idoneità che si configurano come – io non dico che sono dei falsi – si configurano come dei certificati dal punto di vista clinico sbagliati, che non hanno saputo tutelare delle persone vulnerabili, vulnerabilizzati ulteriormente poi dal CPR. Una delle cose che sta emergendo e che, secondo me, può essere un po’ utile da evidenziare è che il concetto di falso stesso è fortemente inficiato dalla propaganda in questa storia.Perché una cosa è dire – poi su questo tu sei avvocato – una cosa è dire che, ad esempio, in un certificato, invece di parlare di Ahmed, parli Ismael e quindi per favorire Ismael rispetto ad Ahmed con una certificazione. Quello è evidentemente un falso ideologico. Ma se tu invece scrivi una patologia, poi magari c’è un errore di presa in carico di quella patologia. Tu scrivi scabbia, non dai poi il farmaco per la scabbia: questo è per fare un esempio dei certificati di Ravenna. Ma quello non è un falso, è un errore. È un errore medico, puoi far partire una denuncia per imperizia, per negligenza, per tutto quello che vuoi, ma non è un falso. E siccome tutta questa storia ruota intorno all’utilizzo strumentale del termine falso, falso ideologico, secondo me è importante sottolineare questo aspetto, perché in questo sì c’è un forte attacco all’autonomia medica. Perché allora, se io scrivo un certificato in qualsiasi ambito, nell’ambito assicurativo, nell’ambito della medicina penitenziaria, io scrivo un certificato e devo aver paura che ci sia una strumentalizzazione ideologica in base a quel referto che faccio, diventa molto pericolosa questa situazione che si viene a creare. PH: MP (Presidio a Bari, 21 settembre 2026) Arturo Raffaele Covella: Io sono rimasto anche molto colpito dalle tempistiche, perché ragionando un po’ sulla situazione riflettevo su questo. Da un lato, la campagna che voi avete portato avanti, che ha fatto emergere tutte queste problematiche di tipo sanitario rispetto alle certificazioni di idoneità, unitamente poi a tutte le altre problematiche uscite fuori con i vari report del Garante nazionale, della Commissione contro la tortura, dei vari accessi che ci sono stati da parte di associazioni, quindi, diciamo, sulle condizioni reali dei singoli CPR. Dall’altro lato, le azioni portate avanti, ad esempio, da ASGI, dal punto di vista giudiziario, che hanno messo in discussione i capitolati di appalto proprio sull’aspetto sanitario, quindi la gestione proprio sanitaria costruita dal ministero rispetto ai singoli CPR. Quindi, diciamo, l’idea che mi sono fatto è che la “questione sanitaria” rappresenta un po’ il tallone d’Achille appunto di questo sistema della detenzione amministrativa e dei CPR, e quindi, questa indagine, mi viene da dire, può essere un po’ la reazione rispetto a questa forte azione di pressione su questo aspetto, considerando anche che, insomma, in questi mesi il ministero deve adeguare, deve fare un’analisi di tutti i CPR alla luce di quella che è la sentenza del Consiglio di Stato ultima e quindi, diciamo, deve mettere una pezza a quella che è la situazione, diciamo, proprio dal punto di vista sanitario. Si tratta di una mia interpretazione, diciamo, faziosa e malevola, oppure anche tu ci vedi un qualcosa del genere? Nicola Cocco: Ma allora, gli anelli deboli del sistema dei CPR sono il discorso della legittimità legale, non della legittimità, come dire, dell’esistenza dei CPR, perché quelle previste dalla legge, ma di come funziona la tutela legale all’interno del CPR e questo, lo sai meglio di me, ha delle forti carenze. E poi probabilmente l’anello più debole è legato al fatto che, trattandosi di un luogo che nasce, che è strutturato per far soffrire le persone, per dare anche un esempio propagandistico, visto che non funziona come strumento di rimpatrio – perché se funzionasse come strumento di rimpatrio le critiche potrebbero essere altre – ma il problema è che, dal momento che non c’è quell’efficienza di cui si parla tanto, diventano dei luoghi puramente detentivi e quindi anche con un aspetto di deterrenza nei confronti dell’immigrazione. E quello della salute è chiaramente un nodo, perché gestire i corpi è costoso, è dispendioso. Non per niente bisogna rispondere non solo alla nostra Costituzione, ma anche a carte internazionali, cose che sono state tutte completamente dimenticate. È bastato poi un’analisi del capitolato per far emergere delle grosse carenze. Quello che a me spaventa, tu lo sai, ho una posizione netta e radicale su questo, è che quelle carenze formalmente possono anche essere sistemate sostanzialmente con un investimento, con una diversa organizzazione, ma ciò non curerà i CPR. Anche se ci saranno i vari dispositivi per poter dire, appunto, il piano antisuicidario, la presenza di psichiatri o quant’altro, tu lo puoi anche imbellettare il CPR, ma non ne toglierai la patogenicità. Questo, ancora una volta lo ricavo dalla letteratura scientifica. Gli Immigration Detention Center di altri paesi, in particolare del Nord Europa, che hanno già quelle cose a posto, comunque producono sofferenza, producono autolesionismo, producono morte. Quindi sì, la tempistica la vedo anch’io, chiaramente, perché questi devono dare una risposta alla richiesta di ASGI per il capitolato, però questo mi porterebbe anche a dare per assodato che questa indagine lavora per il Ministero dell’Interno. Io ne sono convinto, però c’è anche il rispetto nei confronti della magistratura che porta a dire che si stanno muovendo indipendentemente. È chiaro che si tratta di un qualcosa che mira a intimidire i medici, perché non si potranno fare, almeno per ora spero, non si potranno portare avanti delle procedure burocratiche di polizia nei confronti delle persone migranti, inclusa l’applicazione del patto europeo. Non le puoi fare senza prendere in considerazione la salute, perché andresti a ledere in maniera talmente evidente la dignità delle persone che veramente ci ritroveremo ai tempi del nazismo. Però questo significa dare un potere decisionale a delle figure esterne al processo burocratico di polizia, che sono i medici. Delle due l’una: o quei medici devono essere parte del procedimento, e penso, ad esempio, al ruolo che si sta configurando per la Croce Rossa nelle procedure accelerate di frontiera, oppure, se si permettono di far emergere dei bug del sistema o di criticare il sistema stesso, vengono criminalizzati. È chiaro che è un orologio che funziona. Arturo Raffaele Covella: Un’ultimissima domanda. Penso che siamo stati chiari nel delineare un po’ la situazione, però un’ultima domanda te la voglio fare rispetto a una frase che tu hai detto nel corso di un’intervista, che ha suscitato un po’ di critiche. Nel rispondere ad una domanda, hai detto: “No, io non rilascerei mai un certificato di idoneità“. Io conosco il tuo pensiero, so che alla base di questa frase c’è un pensiero più articolato, ma vuoi provare a spiegare un attimo a chi ti ascolta il perché di questa affermazione? Nicola Cocco: Sì, perché è la diretta e coerente conseguenza dell’analisi fatta sulla patogenicità di questi dispositivi. La detenzione amministrativa è un dispositivo patogeno? Sì o no? Io ho gli elementi per dire di sì. Dall’altro lato, non vedo altri medici o altri esperti con la mole di ricerche che ho io che vengono e mi dicono: “No, guarda, ti stai sbagliando, sono dei luoghi che fanno bene alla salute“, per paradosso. Quindi, fatta questa considerazione e considerato che l’articolo 32 del codice deontologico dice che il medico deve proteggere le persone, in particolare se vulnerabili, da contesti che ne mettono a repentaglio la salute, la dignità e la vita, ecco, in coerenza con questi due aspetti io non considererei nessuno idoneo al CPR. Questo è il significato di quella frase ed è il significato profondo della riflessione della campagna. Questo non vuol dire che noi andiamo dai medici a dire: “Dovete fare così, dovete fare cos’altro, dovete usare il nostro modulo“. No, noi sollecitiamo questo tipo di riflessione. Personalmente, se mi capitasse – e non mi capita per il lavoro che faccio – giustificando con questi aspetti direi che nessuno è idoneo al CPR. Però, a quel punto, non penso che, anche nell’ottica di un governo fascistissimo che dice “No, questa posizione è inaccettabile, non mi fai fare certificazioni“, ma non che mi accusi o mi criminalizzi dicendo che stai facendo dei reati. A me sembra che sia molto chiara la motivazione. Arturo Raffaele Covella: No, no, certo, certo, è chiarissimo. Però, insomma, ci tenevo che fossi tu stesso a farla questa precisazione. Nicola Cocco: Hai fatto bene, anche perché su questa cosa si è scatenato, si sono scatenate proprio – secondo me questa è una di quelle cose che potrebbe portare uno pure a pigliarmi e a darmi un cartone per strada, per dire. Arturo Raffaele Covella: Senti Nicola, io ti ringrazio per la disponibilità. Sei  stato come sempre gentilissimo, anche perché immagino che il momento non è semplice, quindi trovare il tempo anche per spiegare le tue ragioni è per noi importantissimo. Grazie mille. Nicola Cocco: Grazie a te. 1. La direttiva del 19 maggio 2022 (nota come direttiva Lamorgese, dal nome dell’allora Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese) stabilisce i criteri per l’organizzazione, la gestione e il funzionamento dei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR) ↩︎ 2. L’articolo 3 della Direttiva Lamorgese (Direttiva del Ministro dell’Interno del 19 maggio 2022, recante i criteri per l’organizzazione e la gestione dei Centri di Permanenza per i Rimpatri – CPR) disciplina i requisiti sanitari e le procedure di screening medico per l’ingresso degli stranieri nelle strutture di trattenimento. ↩︎
September 22, 2026
Progetto Melting Pot Europa
Cortei a Roma e Firenze per Internet libero, contro le sanzioni Usa.
Puntata de Le Dita Nella Presa dedicata agli aggiornamenti sulle mobilitazioni che, a partire dalla solidarietà ad Autistici/Inventati, si oppongono alle sanzioni Usa. Facciamo un riassunto degli ultimi episodi e diamo i dettagli dei cortei che il 25 Settembre sfileranno a Roma e Firenze. Concludiamo la trasmissione rimandando l'ultimo episodio di Sbloccami - da Radio wombat. Ascolta la puntata sul sito di Radio Ondarossa Convocazione corteo di Roma Convocazione corteo di Firenze Il sito della campagna nel mirino
September 21, 2026
Pillole di info digitale
VERONA: GLI AUDIO DEI DIBATTITI DAL FESTIVAL PARATOD@S 2026
Tra il mese di agosto e quello di settembre, abbiamo trasmesso i dibattiti che si sono svolti presso il Paratod@s festival, che si è tenuto a Verona presso l’area feste di via Villa 25 nella frazione di Quinzano, tra il 25 giugno e il 5 luglio. Ve li proponiamo in questo articolo. Ringraziamo compagne e compagni del Laboratorio Autogestito Paratod@s per aver condiviso con la radio gli audio dei dibattiti. “Sgomberi dolci. Contro gli sgomberi di campi, baraccopoli e occupazioni abitative: quali forme di resistenza e autodifesa?” Con Manu Cencetti, autrice del libro Sgomberi Dolci e con attivistɜ di Casa Madiba di Rimini. Al centro del dibattito, città sempre più escludenti, sgomberi, repressione e politiche che espellono ai margini le persone più precarie, mentre case e spazi restano vuoti. Si discute di come uno sgombero, atto violento e militare, venga spesso travestito da azione umanitaria, e delle forme di resistenza, autodifesa e autonomia possibili per gli esclusi all’interno delle città. Un confronto sul diritto all’abitare e sulle pratiche che mettono in discussione le logiche della proprietà, del profitto e della rendita urbana. Prima parte. Ascolta o scarica Seconda parte. Ascolta o scarica “G8 Genova, venticinque anni dopo: che fare? Dalle ragioni di Genova alla costruzione di un altro mondo possibile”. L’incontro ha riunito l’europarlamentare Ilaria Salis, Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica GKN e Gianni Boetto del sindacato ADL Cobas, affiancati da Luca Casarini di Mediterranea Saving Humans, intervenuto in collegamento dagli Stati Uniti. Insieme ripercorrono la memoria storica dei fatti del luglio 2001, confrontandosi sull’eredità politica lasciata da quelle giornate e analizzando le prospettive future delle lotte sociali, della partecipazione democratica e dei diritti dei lavoratori. Prima parte.Ascolta o scarica   Seconda parte. Ascolta o scarica “Be gay do crime – Almanacco di ribellioni e resistenze Queer”. Andrea Viceré e Giovanni Bettini della rete Tumulto Pride dialogano con la traduttrice Diana Da Rin e Cronache Ribelli. In un momento storico in cui le comunità si mobilitano con coraggio per resistere a capitalismo, suprematismo bianco e autoritarismi, Be Gay, Do Crime è la guida fondamentale alla storia delle ribellioni e della resilienza LGBT+. Raccogliendo eventi storici più e meno conosciuti per ogni giorno dell’anno, dal 1° gennaio al 31 dicembre, il libro rende omaggio alle persone coraggiose e agli atti di straordinaria resistenza che hanno contribuito a plasmare la lotta per la giustizia. Ascolta o scarica “Oltre il filo spinato: racconti e immagini dalla Rotta Balcanica” di e con Hamza Tai, con Jacopo Rui di One Bridge To. Hamza ha viaggiato lungo la Rotta Balcanica ripercorrendo al contrario e in bici, il viaggio che aveva fatto 10 anni fa, quando a soli 19 anni, partito dal Marocco, transitando dalla Turchia, è arrivato a Verona. Nell’incontro ha raccontato la sua esperienza con approfondimenti sui flussi migratori della Rotta. Ascolta o scarica “Pratiche di resistenza in latinoamerica – dall’inganno imperialista alla nuova strategia colonialista della dottrina Donroe” con David – attivista ed educatore, Celmira Orozco – attivista del colectivo Colombia Paz y Justicia, difensora dei diritti umani; Federico Carazzolo – Cospe (Cooperativa sviluppo nei paesi emergenti); Fabio Laurenzi rappresentante Cospe a Cuba. La nuova strategia di politica estera del governo Trump è sempre più aggressiva. Dopo l’attacco alla sovranità della repubblica bolivariana del Venezuela e le minacce ai governi di sinistra, gli Stati Uniti vogliono riprendere il controllo delle risorse del continente e dei paesi che li sono sfuggiti di mano, rispolverando una vecchia dottrina che considera i paesi latinoamericani come cortile di casa. In questo momento attuale, l’estrema destra sta prendendo sempre di più consensi grazie al supporto gringo e ad una narrazione propagandistica chiara e diretta che promette di risolvere tutti i problemi di violenza e insicurezza con il pugno duro e per sempre, come dicono in molti in stile Bukele (presidente di El Salvador). Una deriva autoritaria questa, legittimata da un sentimento nazionalista e di protezionismo contro i narcotrafficanti e chiunque si opponga al modello neoliberista che sta devastando i territori, saccheggiando le risorse e lasciando in miseria la popolazione. Questa continua emergenza sociale, sta creando nel dibattito pubblico una netta polarizzazione che sta mettendo in difficoltà la stabilità politica ed economica dei paesi. Il dibattito vuole fare un’analisi della situazione attuale attraverso le testimonianze dei compagni e le compagne che hanno un legame vicino con latinoamerica, portando come focus le forme di resistenza che esistono e che, in qualche modo, possono essere sia di ispirazione ma anche di futuri legami per i nostri movimenti. Ascolta o scarica “Mangiare è un atto di guerra. Presentazione del libro a cura degli amici di Ludd”. Il libro esplora il legame profondo tra la produzione del cibo, le catene alimentari, lo sfruttamento della terra e i conflitti politici ed economici globali. I curatori, gli Amici di Ludd, sono un collettivo che promuove la riflessione critica contro la tecnologia incontrollata, il capitalismo e la mercificazione della vita e della natura. Il volume è pubblicato da Edizioni Tabor.Ascolta o scarica
September 17, 2026
Radio Onda d`Urto
VERONA: GLI AUDIO DEI DIBATTITI DEL FESTIVAL FOMENTO
Nel mese di agosto Radio Onda d’Urto ha trasmesso i dibattiti che si sono svolti presso il Festival Fomento, che si è svolto presso lo spazio Gigi Piccoli di Via Caroto 1 a Verona, tra il 30 aprile e il 2 maggio scorsi. Oltre ai dibattiti, che si sono concentrati su temi quali imperialismo, propaganda, movimento e salute, il festival ha ospitato laboratori, assemblee aperte, presentazioni di libri, proiezioni di documentari e banchetti informativi. Sul canale Fomento Festival verranno pubblicati a breve i video dell’ultima edizione. Ringraziamo compagne e compagni di Fomento per aver condiviso con la radio gli audio dei dibattiti. QUALE MOVIMENTO? Il conflitto sociale tra protesta e populismo. Dibattito con Alessandro Barile. Fomenta l’incontro Marco Tabacchini. Dalla crisi del marxismo negli anni ‘70, al movimento dei centri sociali, fino alla parabola discendente della sinistra altermondista del dopo Genova 2001. Alla luce delle sconfitte che segnano la storia recente, quali sono i nodi da affrontare per ricomporre dal basso un’unità politica conflittuale, un movimento di massa capace di uscire dalla deriva populista e rimettere al centro gli interessi di lavoratori e lavoratrici per produrre un cambiamento reale? È possibile emanciparsi dalle stanche forme della protesta e tornare a darsi obiettivi concreti dentro un orizzonte comune? Ascolta o scarica CONTRO LA SCUOLA NEOLIBERALE. Presentazione del libro. Con Rossella Latempa, Emanuele Caon e Giovanni Ceriani. Nato dall’esperienza del collettivo “Consigli di classe”, il volume è una raccolta di voci di insegnanti, ricercatori, studiosi che vivono ogni giorno in prima persona il mondo della scuola e che trovano profondamente inadeguato il modo in cui le questioni educative vengono oggi trattate nel dibattito generale e nelle scelte politiche. Le recenti trasformazioni dell’istruzione pubblica hanno ridotto l’intero sistema della formazione ad agenzia di soddisfazione dei bisogni di studenti, famiglie e imprese, convertendolo in un prodotto a misura del paradigma neoliberale e delle sue esigenze. È solo assumendo la scuola pubblica come luogo di resistenza alla potenza pervasiva del mercato che essa può riguadagnare la centralità che le spetta: è nel lavoro docente, nella trasmissione del sapere e in una relazione educativa svincolata sia da ogni autoritarismo, sia dalla logica dell’efficienza e dalle astrazioni pedagogizzanti, che emerge il ruolo dell’istruzione come spazio di conoscenza, conflitto, trasformazione del presente ed emancipazione. Ascolta o scarica SE 24 ORE VI SEMBRAN POCHE. Studio per la riduzione dell’orario di lavoro. Presentazione con Davide Dibitonto. Il realismo capitalista ci fa credere che non ci sia alternativa alle 40 ore di lavoro settimanali. Vieni a conoscere la proposta di riduzione della settimana lavorativa del movimento accelerazionista gratuitista. Ascolta o scarica QUALE IMPERIALISMO? Leggere i conflitti internazionali. Dibattito on John Bellamy Foster (da remoto) e Carlo Fino. Fomenta l’incontro: Nicolò Pedrollo. Cosa intendiamo con imperialismo e quali sono le possibili interpretazioni del fenomeno? Russia e Cina sono stati imperialisti? A partire dall’imprescindibile lavoro di Lenin cercheremo di mappare i diversi posizionamenti contemporanei, soffermandoci sulle con continuità e le discontinuità con il suo pensiero. Proveremo poi a capire se come categoria possa essere ancora utile per comprendere lo scenario globale di oggi, con particolare riferimento alle relazioni di sfruttamento neocoloniale. Ascolta o scarica QUALE CURA? Classe e salute mentale. Dibattito con Vincenzo Costa e Gabriele Germani. Fomenta l’incontro: Renzo Vendrasco. Sono già numerosi gli autori che correlano la questione della salute mentale alla precarizzazione delle relazioni all’interno della società neoliberista, evidenziando i limiti di un approccio alla cura medicalizzante e relegato alla sfera individuale. È possibile ritrovare una dimensione pubblica della cura che punti all’emancipazione collettiva? Ascolta o scarica QUALE PROPAGANDA? Narrazioni conflittuali in tempo di guerra. Dibattito con Karem from Haifa e Nicolò Monti. Fomenta l’incontro: Mackda Ghebremariam Tesfaù. Prima ancora dei campi di battaglia, il terreno di scontro è quello dell’informazione, le cui caratteristiche sono in continua evoluzione. Come ci possiamo difendere dalla martellante propaganda imperialista a cui siamo sottoposti? Decostruzione e verifica dei fatti da sole sono sufficienti o è necessario passare al contrattacco? Esiste una propaganda ‘buona’? Ascolta o scarica
August 31, 2026
Radio Onda d`Urto
La frontiera invisibile dell’Europa passa dal deserto
Quando si parla di esternalizzazione delle frontiere europee, il pensiero corre al Mediterraneo. Ma prima ancora del mare, esiste un altro luogo da attraversare, altrettanto vasto ma meno raccontato: il deserto del Sahara. Qui, migliaia di persone perdono la vita ogni anno, nel tentativo di raggiungere i paesi del nord Africa da cui poi cercheranno di attraversare il mare. Se il Mediterraneo centrale è descritto come un cimitero liquido, il deserto è un cimitero di sabbia che ricopre in poche ore i corpi di esseri umani condannati a morte perché resi colpevoli di un movimento che li spinge a viaggiare nascosti ed intraprendere le rotte più pericolose. Per le persone di origine sub sahariana, visa e aerei, che renderebbero i tragitti sicuri, sono spesso negati. Questi esseri umani diventano merce in viaggio: sono venduti e comprati, respinti, arrestati e impiegano spesso molti anni per arrivare a destinazione. O non arrivano mai. Il Mediterraneo è diventato il simbolo del sistema confinario europeo, il deserto rappresenta il suo retroterra nascosto, in cui la politica del respingimento produce quotidianamente morti, sparizioni e violazioni dei diritti umani lontano dagli occhi dell’opinione pubblica. Questo è uno dei grandi risultati dell’esternalizzazione delle frontiere: la possibilità di rendere invisibili migliaia di esseri umani fino a farli scomparire.  PH: APS Per capire cosa accada nel deserto,  bisogna conoscere Alarm Phone Sahara, una rete di soccorso e monitoraggio dei diritti umani che opera lungo il deserto, nella zona del Sahel Sahara al confine tra Niger, Algeria , Libia.  Il fondatore e responsabile è Moctar Dan Yaye. È lui che ce la racconta in un’intervista di cui riportiamo di seguito gli elementi salienti. L’associazione nasce in un momento preciso della storia delle politiche migratorie europee. Dopo il Vertice della Valletta del 2015, il Niger diventa un “laboratorio” dell’esternalizzazione delle frontiere dell’Unione europea. Radio Melting Pot Intervista a Moctar Dan Yaye di Alarme Phone Sahara Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:32:35 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:32:35 | Registrato il 20 Agosto 2026 Agadez, storicamente nodo commerciale e crocevia della mobilità nell’Africa occidentale, si trasforma progressivamente in un punto strategico per il controllo delle migrazioni 1. Agadez  è una città in cui il deserto ha preso forma: le case hanno il colore della sabbia, i minareti indicano cielo ed orizzonte come dita d’argilla e le connection house – luoghi che brulicano come formicai, spazi di transito o attesa di migliaia di esseri umani- sono moltissime. «Alarm Phone Sahara è un’iniziativa nata per portare assistenza e soccorso alle persone in movimento che attraversano il deserto e per documentare gli abusi e le violazioni dei diritti che avvengono lungo le rotte migratorie», racconta Moctar Dan Yaye. È nata così questa associazione, quasi dieci anni fa e, nonostante il tempo trascorso, il suo fondatore ne rinnova uno degli intenti: «Vogliamo denunciare a livello internazionale ciò che accade in questa parte isolata del mondo». Il lavoro dell’associazione, dunque, va oltre il soccorso immediato. «Documentare ciò che accade nel Sahara significa rompere il silenzio su una frontiera che continua a rimanere invisibile».  È proprio contro questa invisibilità che Alarme Phone Sahara opera ogni giorno, costruendo una rete di solidarietà che attraversa il deserto e ricordando che la libertà di movimento e il diritto alla vita non possono essere subordinati alle logiche del controllo delle frontiere. «All’inizio pensavamo che bastasse una linea telefonica. Poi abbiamo capito che molte persone, pur essendo in pericolo, non avevano alcuna possibilità di chiamare. Così abbiamo costruito una rete di volontari che si chiamano “lanceurs d’alerte” 2» racconta Moctar che partecipa alle operazioni in prima linea. > «Quando trovano persone in difficoltà prestano il primo soccorso e contattano > il coordinamento per organizzare le operazioni di salvataggio.»  «Già dal 2017 abbiamo istituito il centro di coordinamento ad Agadez, dove la linea è attiva e risponde. E molte persone impegnate nell’iniziativa rispondono in un modo o nell’altro. Anche il mio numero fa parte di questa linea di assistenza visto che personalmente, gestisco le piattaforme dei social network, in particolare Facebook, WhatsApp e altre. Quindi, spesso, è proprio attraverso questi canali che le persone ci contattano. Inoltre, cerco anche allertare il centro di coordinamento presso la sede centrale di Agadez per organizzare i soccorsi». PH: APS Moctar spiega che per comprendere il lavoro di APS, è necessario capire cosa accada in Niger: «A partire dal 2015 il Paese è diventato un punto strategico per l’Unione europea per controllare e bloccare le persone dirette verso il nord dell’Africa», spiega. «Da quel momento ci siamo chiesti come attirare l’attenzione pubblica sui pericoli di questa esternalizzazione delle frontiere europee nel nostro continente.» L’ispirazione è arrivata da Alarm Phone Watch the Med, la rete telefonica nata per assistere le persone in difficoltà nel Mediterraneo. Ma nel Sahara le condizioni sono completamente diverse, non solo perché le distanze sono immense, ma perché la copertura telefonica è spesso inesistente e chi si trova in difficoltà non sempre riesce a lanciare una richiesta di aiuto. Per questo Alarme Phone Sahara si è costruita come una rete diffusa di persone presenti sul territorio: ex trasportatori, ex cokseurs (che Moctar chiama anche “mediatori di viaggio”), abitanti delle regioni desertiche e migranti stabilitisi in Niger che pattugliano le piste, individuano le persone abbandonate e attivano i soccorsi. «La migrazione in quest’area è vitale. È grazie ad essa che le persone in tutta l’Africa, in particolare in questa zona dove è proprio la mobilità a garantire il sostentamento, riescono a sopravvivere. Sono quindi queste persone che effettuano pattugliamenti o, spesso, nel corso delle loro attività quotidiane, quando vedono persone in difficoltà, cercano di prestare loro i primi soccorsi, oppure tentano di contattare o raggiungere il centro di coordinamento in grado di organizzare missioni di soccorso».  L’associazione, tuttavia, per lungo tempo ha avuto l’obbligo di confrontarsi con una legge che ne ha reso complesso il funzionamento.  Persone in marcia nel deserto da “Point Zéro” ad Assamaka, 18 marzo 2026 – PH: APS «La legge nazionale n. 2015-36, introdotta in Niger nel 2015 nel quadro delle politiche di contrasto al traffico di migranti, ha cambiato radicalmente il contesto del movimento all’interno del Paese» 3. Trasportatori e intermediari che fino ad allora avevano operato legalmente come soggetti responsabili di facilitare la mobilità nel nord del Niger, sono stati improvvisamente assimilati ai trafficanti di esseri umani, smugglers. La legge, concepita formalmente come dispositivo di contrasto alla traffico di esseri umani, ha rovesciato nella sua applicazione la propria funzione dichiarata, colpendo, tra l’altro, i soggetti che cercava di proteggere: coloro che tentavano di raggiungere i paesi del Nord Africa. «In effetti, ha reso più complesso il loro movimento causandone l’aumento delle sparizioni nel deserto» 4. Peraltro, la legge ha avuto un effetto perverso: «non fermare le migrazioni, ma renderle più pericolose, perché, come accade in mare o in qualunque altra frontiera, per evitare i controlli, i percorsi si sono spostati sempre più all’interno del deserto generando l’aumento delle persone disperse». Per gli operatori dell’associazione la legge ha rappresentato anche una minaccia costante. PH: APS «Noi, in quanto persone che cercavano di assistere o soccorrere, potevamo essere considerati come facilitatori della migrazione irregolare e quindi perseguibili dal punto di vista penale…  la legge è rimasta per anni come una spada sospesa sopra le nostre teste. Non sapevamo mai in quale momento il nostro lavoro di assistenza potesse essere interpretato come favoreggiamento della migrazione irregolare. Abbiamo continuato a denunciare questa legge, non solo come Alarm Phone Sahara, ma anche insieme a molti altri attori, in particolare gli ex fornitori di servizi migratori – gli ex trasportatori, i cokseurs e la popolazione in generale: tutti denunciavano questa legge liberticida che violava la libertà di circolazione delle persone nel proprio spazio e ostacolava l’economia della regione». Ma non solo: Moctar spiega l’esistenza di un conflitto legale tra la legge nazionale n. 2015-36 e il protocollo sulla libera circolazione della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), un’area composta da 16 paesi che promuove la libertà di circolazione per i cittadini di tali Stati sin dal 1979 e a cui il Niger aderisce. «Ecco perché questa legge è stata denunciata da tutti. Noi abbiamo presentato una denuncia presso la Corte della CEDEAO contro la sua attuazione». Nel novembre 2023, la normativa viene finalmente abrogata. Una decisione che, per Moctar, rappresenta prima di tutto un sollievo 5. «La sua abrogazione ci ha liberati. Centinaia di persone detenute in nome della sua applicazione sono state rilasciate e la mobilità attraverso il Niger è tornata ad essere meno rischiosa».  Ma la pressione sulle persone migranti non è diminuita. Negli ultimi anni Alarm Phone Sahara ha documentato un aumento dei respingimenti collettivi dall’Algeria, dalla Libia e dalla Tunisia verso il Niger. Migliaia di persone vengono deportate fino alle zone di confine e abbandonate nel deserto, spesso a chilometri dal primo centro abitato. Esseri umani destinati alla morte, ricoperti da uno strato di sabbia. Corpi invisibili, lutti che non si possono elaborare.  «Queste persone vengono lasciate in pieno deserto, al cosiddetto “punto zero”, a circa quindici chilometri dal primo villaggio del Niger, Assamaka. È anche lì che organizziamo gli interventi di soccorso.» “Punto zero” (o “point zero”) è il nome informale con cui si indica il luogo nel deserto, al confine tra Algeria e Niger. Le persone migranti, scaricate lì dai convogli militari algerini, devono percorrere a piedi l’ultimo tratto nel deserto per raggiungere il Niger, spesso senza acqua, cibo o assistenza 6. PH: APS È un punto ben documentato da ONG che vi operano soccorso, perché il tragitto a piedi in quelle condizioni causa regolarmente morti per disidratazione, sfinimento o smarrimento. Secondo quanto riportato nel report di APS, nel 2023 sono state espulse dall’Algeria verso il Niger almeno 26.031 persone. Nel 2024 questo numero è salito a oltre 31.000, il più alto degli ultimi anni. Nell’aprile 2025 si è aperta una nuova crisi umanitaria, con almeno 4 persone uccise il 22 aprile per i maltrattamenti subiti durante l’espulsione. Tra il 18 gennaio e il 17 maggio 2026, secondo le osservazioni del team di Alarme Phone Sahara ad Assamaka sono state almeno 14.602 le persone espulse dall’Algeria verso il Niger 7. Sul piano politico, nell’aprile 2024, Tunisia, Algeria e Libia hanno lanciato una nuova alleanza volta a reprimere l’arrivo di persone sulle rotte trans sahariane, in coordinamento con attori europei; parallelamente, dal gennaio 2025 anche l’Italia ha siglato un nuovo accordo di cooperazione di polizia con l’Algeria 8. Tutto ciò ha favorito i “movimenti di ritorno” di persone che, dalle coste nord africane sono regolarmente respinte: dal mare alle coste, dalle coste alle frontiere e da li verso i deserti. È in questa cornice che si inserisce il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 17 giugno 2026. Per Moctar Dan Yaye «si inserisce nella volontà dell’Europa di trasformarsi sempre più in una fortezza. L’obiettivo è impedire alle persone di arrivare in Europa, trasferendo il controllo delle frontiere ai Paesi terzi.» E per Moctar, questo patto rinforza una tendenza già in atto: rendere il deserto e la frontiera nigerina una delle principali aree di sperimentazione delle politiche europee di contenimento delle migrazioni. Con il patto europeo, paesi come il Niger rischiano di essere trasformati definitivamente in hub dove bloccare, identificare e trattenere le persone, annientando così qualunque loro tentativo di raggiungere il territorio europeo. È così che l’UE usa il deserto per seppellire le persone subsahariane che cercano di raggiungerla. 1. Radio Melting Pot: Agadez, Niger. La porta (blindata) del deserto. La trasmissione del mese di ottobre 2022 (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 2. Letteralmente lanciatori d’allarme ↩︎ 3. Niger: ricorso contro la legge che criminalizza il traffico dei migranti. La Corte di giustizia dell’ECOWAS chiamata a giudicarne la legittimità (Asgi, settembre 2022) ↩︎ 4. Le morti taciute nel deserto: come il Niger è diventato la frontiera più esterna dell’UE. Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 5. «Le richieste della popolazione nigerina vanno ascoltate». Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara (Melting Pot, settembre 2023) ↩︎ 6. Il Niger: analisi di un «confine umanitario». Intervista a Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino (Melting Pot, ottobre 2022) ↩︎ 7. Gennaio–maggio 2026: le espulsioni di massa dall’Algeria verso il Niger continuano su larga scala, APS (maggio 2026) ↩︎ 8. Si tratta del protocollo Pisani-Badaoui il cui testo integrale non è pubblicato, né dal Ministero dell’Interno italiano né dalla Direzione Generale della Sicurezza Nazionale algerina (DGSN). Questo perché un decreto del Ministero dell’Interno del marzo 2022 ha escluso dal diritto di accesso civico gli accordi tecnici di cooperazione internazionale di polizia su frontiere e immigrazione, un divieto assoluto confermato dal Consiglio di Stato nel novembre 2023 (Altreconomia, 1 febbraio 2024) ↩︎
Le Dita Nella Presa - Il prezzo dell'IA e quello dei mondiali
Dopo l'aumento del prezzo dei dischi a stato solido, è arrivato anche quello delle RAM: prezzi circa raddoppiati in un solo anno, e anche questa volta è colpa del boom dell'IA: l'enorme domanda di hardware fatta da una manciata di aziende ha completamente cambiato il settore. Non perdiamo l'occasione, però, per accumulare più dettagli del necessario e capire un po' meglio come funziona questo settore, quali sono le aziende che lo compongono, come si sono comportate in passato e cosa ci possiamo aspettare per il futuro. Lo svolgimento contemporaneo della finale dei mondiali di calcio ci permette di parlare dei recenti sequestri di siti per violazione di copyright. I sequestri sono stati effettuati dal governo statunitense e segnano un ulteriore inasprimento del controllo su Internet, in quanto si tratta di siti che sono stati rimossi globalmente da Internet. Un effetto, per capirci, molto più forte di quelli fatti dal Piracy Shield. Questo provvedimento - non senza precedenti ma comunque significativo - è un ulteriore tassello in un internet in cui le garanzie di quello che una volta si chiamava cyberspazio vengono sistematicamente smantellate. Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎