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Le Dita Nella Presa - Il prezzo dell'IA e quello dei mondiali
Dopo l'aumento del prezzo dei dischi a stato solido, è arrivato anche quello delle RAM: prezzi circa raddoppiati in un solo anno, e anche questa volta è colpa del boom dell'IA: l'enorme domanda di hardware fatta da una manciata di aziende ha completamente cambiato il settore. Non perdiamo l'occasione, però, per accumulare più dettagli del necessario e capire un po' meglio come funziona questo settore, quali sono le aziende che lo compongono, come si sono comportate in passato e cosa ci possiamo aspettare per il futuro. Lo svolgimento contemporaneo della finale dei mondiali di calcio ci permette di parlare dei recenti sequestri di siti per violazione di copyright. I sequestri sono stati effettuati dal governo statunitense e segnano un ulteriore inasprimento del controllo su Internet, in quanto si tratta di siti che sono stati rimossi globalmente da Internet. Un effetto, per capirci, molto più forte di quelli fatti dal Piracy Shield. Questo provvedimento - non senza precedenti ma comunque significativo - è un ulteriore tassello in un internet in cui le garanzie di quello che una volta si chiamava cyberspazio vengono sistematicamente smantellate. Ascolta la puntata sul sito di Radio Onda Rossa
La Tunisia davanti alla Corte Africana: quattro ricorsi rompono il silenzio sulla tratta di Stato
Per la prima volta la Tunisia dovrà rispondere davanti a un tribunale internazionale per il trattamento riservato a chi attraversa il suo territorio in transito irregolare. Un gruppo di legali dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme all’avvocato tunisino Brahim Belguith, ha depositato quattro ricorsi presso la Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli di Arusha per conto di quattro persone migranti provenienti da diversi Stati dell’Africa subsahariana. Le condotte contestate alla Tunisia: detenzioni arbitrarie, tortura, espulsioni collettive nel deserto, tratta di esseri umani, violenze sessuali. Le considerazioni riportate nel testo che segue si basano sulle dichiarazioni rilasciate da ASGI durante la conferenza stampa in merito al ricorso e su un’intervista rilasciata dall’avvocato Luca Masera, socio ASGI e ordinario di diritto penale all’Università di Brescia, tra i responsabili del ricorso 1. Sono quattro i ricorsi depositati nella prima settimana di marzo alla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli, a ridosso di una scadenza importante. Dal 7 marzo 2026 la Tunisia ha ritirato la dichiarazione che permetteva a individui e organizzazioni non governative di rivolgersi direttamente alla Corte. Dopo l’invio dei ricorsi, reso pubblico da ASGI il 19 giugno, la Cancelleria della Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli ha comunicato l’avvenuto deposito e ha aperto la procedura. Lo Stato tunisino ha ora quarantacinque giorni, prorogabili di altri trenta, per rispondere. Solo dopo un ulteriore scambio scritto la Corte deciderà se fissare un’udienza. Si tratta di una procedura che potrebbe durare anni. L’attesa non sarà tempo inutile: Luca Masera ricorda che il ricorso su Lampedusa per i fatti del 2011, e presentato alla Corte Europea nel 2012, ha ricevuto risposta cinque anni dopo, accertando la violazione di diritti fondamentali. Quella decisione ha avuto ricadute sia giudiziarie che politiche. Insomma: un tempo lungo che ha dato i suoi frutti. Non è la prima volta che la Tunisia viene condannata dalla Corte Africana per i Diritti dell’Uomo e dei Popoli per la propria deriva autoritaria. Invece quello che è nuovo è il motivo: il trattamento riservato alle persone migranti. Si tratta di un fronte che, almeno dal 2023 2, resta documentato quasi esclusivamente da organizzazioni per i diritti umani, agenzie Onu e stampa indipendente, ma mai da un apparato giudiziario internazionale. E La Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e dei Popoli dispone – al pari della Corte Europea – del potere di emettere decisioni giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. È una capacità di intervento che nessun altro organismo internazionale possiede sulla materia. «Mentre le decisioni dei comitati dell’ONU hanno un grande valore di natura politica, in quanto non sono direttamente applicabili nell’ordinamento giuridico degli Stati, le decisioni della Corte Europea per l’Europa e della Corte Africana per l’Africa hanno valore giuridico» spiega Masera. Quattro ricorsi, quattro storie, quattro persone. Che raccontano un percorso comune a migliaia di cittadini subsahariani. E l’avvocato ricorda che «la questione importante è che sono casi tutti molto simili, espressivi di un sistema di trattamento riservato agli stranieri. Quello che trova riscontro anche in vari report di associazioni internazionali che noi abbiamo citato anche nel ricorso». Masera, inoltre, ricorda che, per due di loro, L. e S.D., il percorso verso il ricorso è passato prima da un’aula meno formale. Le due vittime erano state ascoltate in ottobre a Palermo durante un’udienza pubblica del Tribunale Permanente dei Popoli, attivo da quasi cinquant’anni sulle violazioni più gravi dei diritti fondamentali. Proprio da quelle testimonianze è maturata la decisione di portare la vicenda anche in sede giudiziaria. Masera sedeva tra i membri della giuria a Palermo e descrive così quell’udienza: «Eravamo tutti noi membri della giuria veramente scossi da queste testimonianze di una drammaticità assoluta, e ci è sembrato evidente che queste vicende dovessero avere un seguito». Che storia raccontano i quattro ricorsi? L., cittadina camerunense, era già stata vittima di tratta durante il tragitto dal Camerun alla Tunisia. Nel 2024, dopo aver tentato la traversata del Mediterraneo, è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina, arrestata arbitrariamente e detenuta per oltre venti giorni in un campo militare nel deserto, rinchiusa in una gabbia, insieme ad oltre cento persone sottoposte a violenze e torture continue. Poi, venduta dalle forze di sicurezza tunisine alle guardie di frontiera libiche, ha subito ulteriori detenzioni, sfruttamento sessuale e nuove forme di tratta. La cage di cui parla ha una localizzazione precisa, come si evince dai report State Trafficking e Women State Trafficking. S.T., cittadino della Costa d’Avorio, era arrivato in Tunisia nell’agosto 2023 dopo aver attraversato Mali, Algeria e Libia. Poco dopo il confine è stato arrestato dalla Guardia Nazionale tunisina in una zona desertica, picchiato con bastoni, cinture e fruste, privato dei suoi effetti personali e infine abbandonato nel deserto insieme a decine di altre persone, con il divieto di rientrare in Tunisia. Due esseri umani del suo gruppo sono morti per le condizioni estreme. Respinto dalle milizie libiche verso il confine tunisino, S.T. è rimasto per circa venti giorni nella zona militarizzata di Ras Jedir, senza accesso adeguato ad acqua, cibo o cure. S.D., cittadino della Guinea Conakry, nel luglio 2024 ha tentato la traversata con un gruppo di 46 persone. Dopo cinque giorni in mare senza soccorsi, l’imbarcazione è stata intercettata dalla Guardia Nazionale tunisina. Sbarcato a Sfax, ha subito violenze fisiche e la confisca dei propri effetti, poi è stato trasferito lo stesso giorno in una zona desertica al confine libico. Qui, è rimasto detenuto per tredici giorni in condizioni degradanti, testimone di stupri commessi sulle donne detenute alla presenza delle altre persone migranti. Al termine della detenzione il gruppo è stato venduto a trafficanti libici. Imprigionato dopo la vendita nella prigione di Al-Assah in Libia, è stato liberato previo pagamento di un riscatto di 700 euro da parte della famiglia. A. è un cittadino della Sierra Leone. Con lui e il suo ricorso viene restituita in modo crudo la grammatica delle intercettazioni in mare lungo questa rotta. Il 5 aprile 2024, mentre era a bordo di un’imbarcazione partita da Sfax con altre 42 persone, comprese donne incinte e bambini, la Guardia Nazionale tunisina ha lanciato lacrimogeni verso la barca e poi effettuato manovre per bloccarne la corsa, fino a urtarla con una motovedetta e provocarne l’affondamento. Sono annegati in molti, tra cui donne e bambini. A. è sopravvissuto nuotando a lungo prima di essere recuperato. Riportato a terra a Sfax, è stato ammanettato, picchiato, derubato e insultato insieme agli altri sopravvissuti. Con loro, è stato trasportato con la forza in un’area desertica al confine libico e abbandonato senza acqua né cibo. Alcuni dei suoi compagni sono morti durante la notte. Il giorno dopo il gruppo è stato intercettato da uomini armati e condotto in un centro di detenzione in Libia. Una sequenza chiara, ripetuta: mare, violenza, cattura, deserto, confine, detenzione. E poi vendita, acquisto, detenzione ancora. E ancora e sempre violenza. Chi segue questa rotta da anni la riconosce come strutturale e perfettamente “oliata”. Una sequenza che non ha nulla di eccezionale perché la stessa gabbia nel deserto sotto un traliccio elettrico, la stessa zona di Ras Jedir, la stessa vendita alle guardie di frontiera libiche appaiono, con variazioni minime, in tre casi su quattro. E fanno ugualmente parte delle testimonianze dei già citati rapporti. Davanti alla Corte, i quattro ricorrenti contestano alla Tunisia la violazione di diritti sanciti dalla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli e, nel caso di L., anche dal Protocollo di Maputo sui diritti delle donne in Africa 3. In tutti e quattro i casi si chiede alla Corte di accertare la responsabilità internazionale della Tunisia, disporre un risarcimento integrale dei danni, imporre misure strutturali contro il ripetersi delle violazioni e istituire un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione della futura decisione. La procedura non è coercitiva, ma non per questo è priva di valore perché, a seguito di una condanna, lo Stato considerato colpevole deve presentare relazioni periodiche sulle riforme attuate o sul perseguimento dei responsabili. Ma il valore di questa iniziativa sta anche altrove: nell’attivare un meccanismo di consapevolezza a livello di Unione Africana, nella speranza che possa sollecitare iniziative diplomatiche da parte degli Stati di origine dei ricorrenti e, soprattutto, nelle ricadute possibili sul piano europeo. La Tunisia effettua le intercettazioni in mare e gli abbandoni nel deserto grazie ai mezzi, alle unità navali e pickup forniti dall’Unione europea. Difficile, in questo modo, separare la cooperazione Ue-Tunisia dalle violazioni documentate. L’avvocato Masera sottolinea anche che «il ruolo dell’Unione Europea è enorme… La Guardia Costiera tunisina, così come la Guardia Costiera libica, si regge sui fondi, sugli strumenti, sulle dotazioni fornite dall’Unione Europea. Qualche giorno fa, sono ricorsi i tre anni dal memorandum d’accordo UE-Tunisia che è a fondamento delle capacità operative della Tunisia. Ora: se si arrivasse a una decisione della Corte africana che stabilisse la violazione dei diritti dei migranti, questo, giuridicamente, non avrebbe degli effetti immediati nel togliere la legittimità del memorandum, però potrebbe essere un elemento politico forte». E lo sarebbe anche nei confronti degli stati africani e dell’Unione africana. Sul fronte libico, il nodo è già arrivato in sede penale: sono stati depositati ricorsi alla Corte Penale Internazionale per la complicità di autorità italiane, di altri Stati europei e delle stesse istituzioni dell’Unione nei crimini contro l’umanità commessi in Libia. Un terreno che, se percorso fino in fondo, potrebbe aprire la strada a un’analoga contestazione della responsabilità europea rispetto alla Tunisia. Certo, il precedente libico invita alla cautela. Le violazioni documentate in Libia non hanno prodotto alcuna revisione della cooperazione tra Ue e questo paese. Gli accordi sono stati rinnovati. Nulla garantisce che l’esito sarà diverso per la Tunisia. Masera non nasconde il pessimismo: «Che cosa succede in Tunisia è ormai chiarissimo da molto tempo e il Parlamento europeo non si è mosso di un millimetro». Basti pensare che il 17 giugno la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato la consegna imminente di altre tre navi di ricerca e soccorso a Tunisi. Nel frattempo, il calo degli arrivi dalla sponda sud del Mediterraneo centrale continua a essere narrato come un successo delle politiche di contenimento: secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, dal 1° gennaio al 16 luglio di quest’anno sono approdate 15.391 persone, contro le oltre 30mila registrate nello stesso periodo del 2024 4. Come sempre, i numeri non raccontano chi sia rimasto dall’altra parte del central Med, né come sia stato bloccato, respinto, venduto, comprato e costantemente privato dei propri diritti. Tuttavia, come Luca Masera invita a riflettere, un’eventuale condanna da parte della Corte Africana renderebbe sensibilmente complicato l’inserimento della Tunisia nella lista di paesi terzi “sicuri” come impone il Patto Ue su Migrazione e Asilo. «Da un punto di vista formale è ovvio che non c’è una diretta e immediata conseguenza, cioè la condanna da parte della Corte africana, automaticamente non ha come effetto l’eliminazione della Tunisia dalla lista dei paesi sicuri, tuttavia ne permette la contestazione di fronte alla Corte di giustizia dell’UE. E questo è un passaggio importante: quindi non è una valutazione puramente e arbitrariamente politica che permette di nominare come sicuro qualsiasi paese. C’è comunque un vaglio giudiziario. Ecco, di fronte ad un vaglio giudiziario, la presenza di un’eventuale condanna della Corte africana avrebbe un peso estremamente importante. Innanzitutto, perché tendenzialmente le Corti dei diritti dell’uomo tendono a riconoscere reciprocamente le proprie decisioni. Quindi se ci troviamo di fronte a una sentenza della Corte africana che dice non è un paese sicuro la Tunisia, i giudici di Strasburgo devono prendere in considerazione quella decisione importante. Quindi, sia pure indirettamente e con meccanismi faticosi, una decisione del genere potrebbe avere un impatto sulla qualificazione della Tunisia come paese sicuro», sottolinea Masera. E la Tunisia è sempre più lontana dall’essere terra di difesa di libertà e diritti: le organizzazioni che documentano gli abusi o forniscono assistenza legale e umanitaria alle persone migranti operano in un contesto sempre più ostile, segnato da campagne di criminalizzazione e restrizioni amministrative. Nel paese che è stata la culla della Primavera araba, non solo aumentano le violenze contro chi migra, ma anche la pressione su chi cerca di renderle visibili. Forse, questo ricorso alla Corte Africana permetterà di raccontare cosa accade in Tunisia e di eliminare due versioni incompatibili di una stessa storia. Alla domanda su come possano convivere queste due narrazioni, Masera risponde senza esitazioni: «Tutte queste violazioni sono punite e vietate da una serie infinita di testi internazionali. Non c’è nessun dubbio che ci siano delle violazioni del diritto internazionale. Il problema è che la nostra politica vuole non vederle. L’idea che si concludano degli accordi con la Libia e con soggetti, parti di milizie, sottoposti a procedimento davanti alla Corte Penale Internazionale è una cosa incredibile. Noi l’abbiamo scritto: si tratta di una forma di concorso in un’associazione a delinquere finalizzata alla commissione di crimini contro l’umanità. Quindi si tratta di un dato che, anche giuridicamente è guardabile in termini gravissimi. Ma è ovvio che il dato su cui poi noi tutti insistiamo di più è far passare nell’opinione pubblica l’insostenibilità di questa posizione, cioè l’idea di dire “noi collaboriamo, noi forniamo le armi a delle milizie, a delle strutture – anche statali – che sappiamo ormai da decenni essere sostanzialmente delle bande di torturatori e di estorsori». 1. Tratta, provocato naufragio, abbandono nel deserto: La Tunisia di fronte alla Corte Africana per i Diritti Umani e dei Popoli – ASGI, 30.06.2026 ↩︎ 2. Anno del Memorandum d’intesa anti-flussi firmato con l’Unione europea ↩︎ 3. Protocol to the African Charter on Human and Peoples’ Rights on the Rights of Women in Africa ↩︎ 4. Cruscotto statistico giornaliero 16-07-2026 – Ministero dell’Interno ↩︎
DataKnightmare, DK10x38 - È arrivato il fenomeno
Per quanto corrotta e stupida la corte, i cantori non mancano mai. Ho letto con una certa fatica una breve intervista sul Sole24Ore a firma di Roberto Manzocco, segnalatami dall'implacabile Daniele. Inizialmente avevo desistito, non tanto perché avevo 32 gradi in casa, ma per l'incipit: > I dati personali sono il nuovo petrolio. Che è sempre stata una stronzata sesquipedale, ma nella mia ingenuità pensavo che dopo dopo dieci anni che ne parliamo e che tutti vedono con i loro occhi che interessi serve, pensavo fosse almeno passata silenziosamente nel dimenticatoio degli AI bro. E invece no, perché arriva il fenomeno che si mette a fare discorsi come se fossimo a Dicembre 2022, avessero lanciato chatGPT ieri, e non ci avessero già strinato i cabbasisi a suon di puttanate. Parliamo del prof. Stefan Lorenz Sorgner, filosofo transumanista che insegna alla John Cabot University a Roma. Come già Cesare ragazzi, anche Sorgner ha avuto un'idea meravigliosa: i problemi dell'Europa derivano dal fatto che non fa come gli USA e la Cina. Ascoltate il podcast o leggete la trascrizione
Le Dita Nella Presa - Non è un'Internet per uman*
Internet è sempre più un ambiente per bot: i dati di Cloudflare indicano che il 57% delle richieste di pagine Web provengono da Bot. Ma quando, come e perché è successo? E cosa c'entra questo con il maggior controllo operato dalle grandi aziende? Per chi ha la passione delle telenovele, il mondo dell'IA fa per voi. In questo episodio, il governo Usa proibisce ad Anthropic di esportare i suoi gioielli, a causa di una soffiata di Amazon, che del resto ha interessi con OpenAI. E se invece il governo l'avesse fatto proprio perché è in combutta con Anthropic, seguendo la nota strategia in cui si millantano strumenti "troppo potenti" senza mai esibirli? Nel frattempo Anthropic se la prende con Alibaba. Ue: ritorna il tentativo di approvare la legge sul controllo delle chat con la scusa della lotta alla pedofilia. La legge, già nota come ChatControl era già stata respinta dal Parlamento europeo. Carrellata di notiziole: l'FCC vuole dei telefoni più "sicuri", Meta invece vuole (continuare a fare) degli occhiali che facciano riconoscimento facciale... e molte altre! Concludiamo con lo scontro tra l'ATAC e il cambiamento climatico (qui inteso nel senso dell'avvicendarsi delle stagioni). Ascolta il podcast nel sito di Radio Ondarossa
Piede sinistro - L'IA consuma un pezzo d'Italia
Con il "Decreto Bollette", il governo ha definito i data center infrastrutture strategiche nazionali, scavalcando i sindaci. Risultato? La Lombardia ospita quasi il 65% della potenza nazionale dei server, e ben 40 dei 82 gigawatt richiesti in tutta Italia sono concentrati solo nella Città Metropolitana di Milano, che ha superato la densità energetica di Zurigo e Madrid. Rita Cantalino, giornalista e attivista, ci racconta quanto già ora l'impatto sia importante e il futuro che ci aspetta con la promessa di "Hub del Mediterraneo". Piede Sinistro è un podcast di approfondimento, analisi e racconto di notizie, attualità e non solo. Uno spazio che non punta a dare risposte, ma a fornire chiavi di lettura e strumenti per affrontare la complessità del presente in autonomia. Ascolta il podcast
Fuori da qui, Ep.138 - sicofanzia e stanze
A proposito di analisi dell'interfaccia dei chatbot e relativo engagement degli utenti, credo che l'episodio 138, "La stanza", del podast di Pieranni dia degli spunti molto interessanti. Tagliando con l'accetta e molto in sintesi, non siate pigri, ascoltate il podcast, mi pare siano 2 i punti molto interessanti: 1. i chatbot basati su LLM sono dei sicofanti (ovvero lusingano gli utenti). In questo modo cresce il coinvolgimento e in ultima analisi la dipendenza. Con il problema che, a quanto pare, gli umani vogliono che i chatbot con cui intetragiscono abbiano questa caratteristica; 2. la memoria distribuita. Gli umani affidano la propria memoria ai chatbot, i quali restituiscono una memoria parziale (magari perché è parziale quella affidata al bot dagli umani) e manipolatoria per vari motivi I due temi sono spiegati bene nel podcast. Entrambe queste caratteristiche ci riportano al fatto che nella relazione tra umani e macchine, c'è un terzo "incomodo" costituito dai padroni della macchina che la costruiscono appositamente in questo modo per condizionare e manipolare gli umani. Nulla di nuovo rispetto ai social media, ma con una tecnologia ancora più coinvolgente e penetrante Ascolta la puntata Cosa succede quando un chatbot ci asseconda e perché. Cosa significa "sicofanzia"? Gli articoli citati nella puntata sono i seguenti: * OpenAI, "Sycophancy in GPT-4o: What happened and what we're doing about it", 29 aprile 2025; * OpenAI, "Expanding on what we missed with sycophancy"; * Treccani, "Oltre lo specchio della chatbot: quando l'IA ci seduce"; * Perez et al., "Discovering Language Model Behaviors with Model-Written Evaluations", arXiv:2212.09251, dicembre 2022; * Joseph M. Pierre, Ben Gaeta, Govind Raghavan, Karthik V. Sarma, "'You're Not Crazy': A Case of New-onset AI-associated Psychosis", Innovations in Clinical Neuroscience, 2025, * Lucy Osler, "Hallucinating with AI: Distributed Delusions and 'AI Psychosis'", Philosophy & Technology, 39:30, 11 febbraio 2026; * Kristen French, "Why You're More Likely to Develop AI-Psychosis than to Join a Cult", Nautilus, 25 febbraio 2026; * Elsop Insights, "OpenAI Launches Ads in ChatGPT: Sam Altman's 'Last Resort' Becomes Reality for 800M Users", 21 gennaio 2026; * Cheng et al., "Sycophantic AI decreases prosocial intentions and promotes dependence", Science, 26 marzo 2026
«Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli
TERESA STEFANELLI, HENRI PEN ETAME È il 24 giugno 2026 e siamo con Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli. Quattro giorni fa, il 20 giugno, 15.000 persone hanno sfilato per le strade di Napoli alla manifestazione «Inventare l’Avvenire»: una piazza che portava dentro di sé l’antirazzismo e la solidarietà, e che ha mostrato una società civile consapevole e decolonizzata, capace di strappare il velo di un racconto falso costruito per giustificare lo sfruttamento e il mantenimento del privilegio. Con Yaya proviamo a fare il punto sulle rivendicazioni di quella giornata, sulla lotta in Campania contro il CPR e sul percorso del Movimento dentro una comune lotta antirazzista per i diritti, la libertà di movimento e la cittadinanza.  Le interviste di Radio Melting Pot «Osare inventare l’avvenire»: intervista a Yaya Ramde del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli Play Episode Pause Episode Mute/Unmute Episode Rewind 10 Seconds 1x Fast Forward 30 seconds 00:00 / 00:29:57 Subscribe Share RSS Feed Share Link Embed Scarica file | Ascolta in una nuova finestra | Durata: 00:29:57 | Registrato il 30 Giugno 2026 T.S. – YAYA, QUESTA MANIFESTAZIONE NON È SOLO NECESSARIA, MA RAPPRESENTA IL PUNTO DI ARRIVO E INSIEME DI PARTENZA DI UN PERIODO DI LOTTE CONDIVISE. QUALI SONO LE RIVENDICAZIONI DELLA MANIFESTAZIONE E PERCHÉ C’ERANO 15.000 PERSONE IN CORTEO? Y.R. – Le nostre rivendicazioni riguardano soprattutto il rilascio del permesso di soggiorno per la comunità migrante perché, purtroppo, è questo pezzo di carta il riconoscimento della nostra dignità. Al permesso di soggiorno si aggiungono altre rivendicazioni: una casa dignitosa perché i padroni non affittano le case agli stranieri. Anche le persone che sono in regola e hanno un contratto di lavoro non hanno accesso alla casa. Abbiamo anche rivendicazioni riguardo all’accesso alla formazione della comunità migrante e, soprattutto, diciamo no all’apertura di un CPR. Tutte queste richieste per garantire la nostra dignità, perché sono tutte correlate. Perché 15.000 persone? Perché, prima di fare la manifestazione, ci siamo presi del tempo anche per trovare il nome. Ci siamo ispirati al capitano Thomas Sankara, che ci ha insegnato: «Non è più il momento di sperare, dobbiamo osare inventare l’avvenire». E quindi l’abbiamo fatto, abbiamo osato inventare l’avvenire. 15.000 perché abbiamo chiamato tutta la cittadinanza. Ci siamo presi due settimane per farlo, assieme a coloro che il sistema cerca di calpestare e siamo diventati una forza unica: il lavoratore italiano precario, lo studente che non ha diritto allo studio, la donna, anche italiana, che porta il peso della sopravvivenza, e soprattutto lo straniero che rifiuta di essere un fantasma senza documenti – perché senza documenti diventi un fantasma, diventi invisibile. Siamo diventati un unico corpo, perché quando la dignità di una persona è calpestata, tocca tutti. Eravamo 15.000. È stata una bella dimostrazione di forza per dire no a questo sistema che cerca di renderci invisibili. Anche noi contribuiamo alla crescita di questa città. H.P.E. – IN ITALIA MOLTI MIGRANTI SONO SOTTO SFRUTTAMENTO PERCHÉ NON RIESCONO FACILMENTE AD OTTENERE IL PERMESSO DI SOGGIORNO, SENZA IL QUALE NON POSSONO AVERE UN LAVORO DIGNITOSO, NÉ AFFITTARE UNA CASA, COME SI DICEVA PRIMA, NÉ ACCEDERE ALLA SALUTE. COSA DITE DI QUESTA SITUAZIONE? Allora, partiamo da due fasi. La prima: un migrante che arriva qui deve fare per forza la domanda di protezione internazionale. E’ stata stilata una lista di paesi sicuri. Quindi ci sono alcuni paesi che vengono dichiarati sicuri, ma quale sicurezza? Se uno scappa dalla fame, dalle guerre per cercare rifugio qui, perché limitarlo? Questi paesi sono detti sicuri e quindi quando le persone migranti fanno richiesta d’asilo politico, all’audizione davanti alla Commissione, vengono diniegati. Quindi devono fare un appello, devono attendere il ricorso. E questo fa perdere molto tempo. Prendiamo poi alcuni paesi dove ci sono ancora guerre in corso, come il Burkina Faso, la Nigeria, eccetera. Aspettano ancora due anni dopo la formalizzazione per avere un’audizione in cui devono raccontare la loro storia, tutte le difficoltà, tutti i gironi di inferno che hanno attraversato dal loro paese fino a qui. Passando alla seconda fase, prendiamo il decreto Flussi, che è gestito male. Chi entra regolarmente con il visto attraverso il decreto Flussi, arriva qui e non trova il datore di lavoro – perché ci sono alcuni datori di lavoro falsi che fanno una specie di mafia, soprattutto nella comunità bangladese. Una persona che spende migliaia di euro per arrivare qui e che lo Stato ha fatto entrare regolarmente, se non trova il datore di lavoro, diventa irregolare. È una situazione assurda. Una persona che viene solo per lavorare, che entra con il decreto Flussi proprio per lavorare, e poi non trova il datore di lavoro e diventa irregolare. È un sistema – direi – per renderci ricattabili. Perché così siamo ricattabili, siamo obbligati a lavorare in nero, a ricevere paghe da fame e ad essere invisibili. H.P.E. – VOLETE RACCONTARCI COME È NATO E CHE PERCORSO DI CRESCITA HA AVUTO IL MOVIMENTO MIGRANTI E RIFUGIATI DI NAPOLI? Il Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli è nato nel 2016 e ormai sono dieci anni che lottiamo, dieci anni che esistiamo, dieci anni che resistiamo per la dignità di tutta la popolazione migrante. È nato nel 2016 quando c’era una narrazione per cui i migranti avevano una vita meravigliosa, hotel a 5 stelle, pocket money, tutto. Ma i centri d’accoglienza non erano così. A una manifestazione abbiamo incontrato i primi maliani, che sono i primi fondatori del Movimento Migranti. Ci hanno raccontato l’inferno che vivevano nel centro di accoglienza e così abbiamo iniziato: abbiamo fatto indagini, siamo andati nei centri d’accoglienza, abbiamo raccolto notizie, fatto report, e abbiamo iniziato a denunciare. Così è nato il Movimento Migranti. Abbiamo capito che i migranti avevano voglia di lottare, quindi ci siamo detti: perché non facciamo il Movimento?  La prima cosa che abbiamo deciso di fare è la scuola di italiano, perché abbiamo bisogno degli strumenti. E qual è lo strumento fondamentale? La lingua. Chi parla bene la lingua riesce a difendersi, riesce a leggere il proprio contratto di lavoro, riesce a capire se è sfruttato. Poi, man mano, abbiamo aperto anche lo sportello legale per aiutare i migranti a formalizzare le richieste, a diventare regolari, al riconoscimento del permesso di soggiorno. Abbiamo la nostra area ludica, perché nel Movimento Migranti ci sono delle mamme. Nell’area ludica le mamme portano i bambini e loro giocano, fanno i compiti. Nel doposcuola ci sono anche bambini italiani. Questi bambini crescono con la solidarietà in testa – qualcosa che fa parte della prima socializzazione: un bambino che cresce, che vede una persona di un altro colore, capisce che quella persona ha il mal di testa come lui, ha fame come lui, è normale come lui. Questa è l’area ludica del Movimento Migranti. Poi abbiamo aperto l’area residenza e ricerca casa, perché, come sapete, ci sono alcuni permessi di soggiorno – tipo il permesso di soggiorno per lavoro – per i quali è necessario un contratto di affitto, soprattutto la residenza. Noi facciamo la domanda di residenza direttamente al Comune e aiutiamo le persone a cercare casa, anche se è difficile, ad avere un contratto d’affitto e la residenza. Questo mi porta a parlare di quello che è successo ai nostri che sono stati sgomberati senza alternative nell’aprile scorso, a causa del presunto sovraffollamento degli edifici 1. Abbiamo fatto un presidio per incontrare il Comune, con cui stiamo dialogando e stiamo cercando soluzioni. Questo è il Movimento Migranti. Da dieci anni continuiamo a lottare perché abbiamo capito che la lotta paga, e con questa lotta abbiamo ottenuto delle vittorie. Chi frequenta il Movimento Migranti sa chi siamo davvero. T.S. – PUOI RACCONTARCI DI QUESTI ULTIMI SGOMBERI? Questi ultimi sgomberi sono avvenuti ad aprile. Una notte sono arrivati e hanno cacciato le famiglie. C’era una famiglia con 4 o 5 bambini e un’altra con una donna incinta. Li hanno messi fuori senza alternative. La cosa assurda è che l’assistenza sociale ha detto di aver proposto un piano B alle persone sgomberate, ma non era vero. È venuto fuori anche in un incontro formale. Quello che ci fa davvero pensare è che siamo fuori dall’umanità. Come possiamo permetterci di cacciare una donna incinta, sul punto di partorire, senza darle un’alternativa? Queste famiglie si sono rivolte a noi, alcune hanno preso dei B&B perchè erano rimaste per strada. Il giorno dopo abbiamo fatto un presidio davanti al Comune, che ha aperto un dialogo. Sono passati due mesi e stanno predisponendo delle misure: noi continuiamo a interloquire e a lottare per avere un piano concreto. Quest’anno per la residenza abbiamo presentato quasi 300 domande ERPA per i nostri, perché era un’informazione che la popolazione migrante non conosceva. Pensiamo che anche questa popolazione meriti di avere una casa dignitosa. T.S. – UNA COSA MOLTO POTENTE DELLA MANIFESTAZIONE ERA LA PARTECIPAZIONE DI BAMBINE E BAMBINI. COME SONO TUTELATE L’INFANZIA, L’ADOLESCENZA E LA GIOVINEZZA IN ASSENZA DI UN REDDITO STABILE, DEI SERVIZI E DI UNA CASA ADEGUATA? Questo è un vero problema, perché senza un buon reddito è molto difficile far crescere un bambino. Ma le nostre mamme sono forti, sono donne che fanno mille lavori al giorno e riescono a prendersi cura dei bambini. Ma questo non basta. Meritano di più. Ci sono anche famiglie italiane che vivono la stessa condizione: precarie, povere, in grande difficoltà. Se non tuteli l’infanzia, quale sarà l’impatto? Cosa sarà della futura generazione? Far crescere questi bambini nell’odio, seminare l’odio, fare propaganda – questo non fa che allargare le fratture. Noi come Movimento Migranti ci aiutiamo a vicenda, facciamo solidarietà concreta. Chi ha un lavoro cerca lavoro per l’altro. E soprattutto le nostre mamme sono delle guerriere, fortissime, e riecono. Ma non basta. Lo Stato deve intervenire. Toccare la sensibilità di un bambino e di una famiglia è assurdo. Anche una classe politica di destra, molto severa, deve pensare all’umanità, deve pensare alla condizione dell’infanzia. H.P.E. – IN ITALIA, QUANDO FACCIAMO RICHIESTA DEL PERMESSO DI SOGGIORNO, DOBBIAMO DICHIARARE LA NOSTRA NAZIONALITÀ. INVECE, QUANDO CI SONO AGGRESSIONI, OMICIDI, VIOLENZA, VENIAMO GENERALIZZATI TUTTI. QUANDO UN MIGRANTE È VITTIMA DI VIOLENZA, I COLPEVOLI SONO DEFINITI PERCHÉ NON TUTTI GLI ITALIANI SONO COLPEVOLI. ALLORA, PERCHÉ NON SI APPLICA LA STESSA MISURA PER LE PERSONE MIGRANTI? NON È QUESTA UNA FORMA DI RAZZISMO E DI DISCRIMINAZIONE DI STATO? Esattamente, è una forma di discriminazione. Se non ti informi bene e segui la propaganda, ti diranno che, rispetto al tasso di criminalità, la popolazione migrante ha una percentuale maggiore. Ma se prendiamo i dati, non è vero. Tra i migranti che sono in questa circostanza ci sono soprattutto quelli definiti “irregolari”. Il problema è che una persona senza documenti, che vive nella sofferenza, che si trova abbandonata dopo il viaggio che ha affrontato, diventa non solo ricattabile, ma anche vulnerabile all’influenza della camorra. È molto facile fargli fare cose che lui non vorrebbe. Prendo l’esempio di un nostro fratello, Alhagie Konte, un ragazzo molto intelligente che frequentava il Movimento. Ha avuto anche qualche problema mentale perché ha perso il suo amico con cui aveva fatto il viaggio, e aveva iniziato a spacciare. È stato arrestato. Alhagie aveva però capito di aver preso una strada sbagliata e aveva iniziato a fare volontariato nella biblioteca del carcere per cambiare la sua vita. Poi si è ammalato di tubercolosi e non ha ricevuto assistenza. Lo hanno lasciato morire. E noi a questo abbiamo detto no, abbiamo protestato 2. Come dicevi tu, la propaganda dice che noi siamo quelli che stuprano le donne italiane. Ma come può una persona che ha attraversato il mare, attraversato il deserto, che scappava dalla fame e dalle guerre, arrivare qui con l’intenzione di commettere reati, di fare il casino? È inammissibile.  Il problema è che non danno i documenti. Se non hai un appoggio come il Movimento Migranti, sei solo, sei abbandonato. E se non sei forte mentalmente, cadi nelle mani della camorra. Come dicevi tu, quando dobbiamo chiedere l’asilo politico dobbiamo dichiarare la nostra nazionalità, ma quando ci sono dei reati dicono: «Vabbè, sono stranieri, sono loro». Ma anche noi stranieri siamo intelligenti, vogliamo contribuire alla società, vogliamo studiare, vogliamo andare all’università, vogliamo fare formazione. È vero, ci piace l’Italia. Ma abbiamo lasciato i nostri paesi perché volevamo scappare da una situazione che anche loro hanno creato. Perché vengono da noi – parlo anche dell’Italia, dell’Europa – vengono da noi, rubano le nostre risorse, corrompono i nostri dirigenti, i nostri presidenti, prendono tutto e creano le guerre. Prendiamo la situazione dell’AES: Burkina Faso, Mali, Nigeria – sappiamo tutti chi c’è dietro. Sono loro, continuano l’imperialismo. Questa è una seconda fase moderna della schiavitù, una seconda fase moderna dell’imperialismo. E noi siamo qui perché soprattutto l’immigrazione non è e non sarà mai un reato: l’immigrazione è una cosa normale. Muoversi è un diritto umano. La storia ci racconta degli italiani, i primi italiani che sono emigrati in Svizzera, negli Stati Uniti. La storia racconta l’Italia del fascismo. E quello che mi fa veramente indignare è che i nostri antenati, i tirailleurs senegalesi, hanno liberato l’Europa dalle guerre, dal fascismo. E oggi noi immigrati siamo sporchi, siamo delinquenti, siamo quelli che creano problemi. È una propaganda assurda, e noi continuiamo la lotta perché di fronte alla crescita di queste politiche di destra non dobbiamo mollare. T.S. – A PROPOSITO DELLA TUTELA DELLA SALUTE E DELL’ASSENZA DI DIRITTI, UNA DELLE CHIAMATE DELLA MANIFESTAZIONE RIGUARDAVA PROPRIO L’APERTURA DEL CPR A CASTEL VOLTURNO. I CPR SONO DEFINITI DALLO STATO LUOGHI STRATEGICI E, PER QUESTO, SONO SECRETATI E MILITARIZZATI, E CONTINUANO A ESSERE ALLONTANATI DALLO SGUARDO DELLA SOCIETÀ CIVILE. SONO DEI BUCHI NERI IN CUI LA FORTEZZA EUROPA ESPRIME CON CHIAREZZA QUAL È IL SUO PIANO NEI CONFRONTI DELLE PERSONE IN MOVIMENTO. LE PERSONE RECLUSE ALL’INTERNO DEI CPR, PERÒ, CONTINUANO AD AGIRE LA PROPRIA RESISTENZA COME POSSONO E FINCHÉ POSSONO, PASSANDO ANCHE ATTRAVERSO IL PROPRIO CORPO. IN QUESTI MESI LA CAMPANIA, IL SUD DELL’ITALIA E LE RETI NAZIONALI E INTERNAZIONALI SONO IN MOBILITAZIONE PER OSTACOLARE IL PROGETTO DEL CPR A CASTEL VOLTURNO, CON 120 POSTI. VUOI PARLARCI DI QUESTO PROGETTO, DI QUESTO APPALTO, A CHE PUNTO SONO I LAVORI, CHE TIPO DI TERRITORIO LE ISTITUZIONI VOGLIONO CHE DIVENTI CASTEL VOLTURNO, COME SI STANNO MUOVENDO LE ISTITUZIONI LOCALI MA, SOPRATTUTTO, COME SI STA ORGANIZZANDO LA MOBILITAZIONE? Sì, quando abbiamo appreso la notizia della costruzione del CPR ci siamo mossi subito, perché il CPR rappresenta davvero la caduta dello Stato – sono caduti molto in basso. Ci vogliono ricattabili: se diventiamo irregolari ci mettono nel CPR, dicono per rimpatriarci nelle nostre terre. Ma la percentuale di rimpatri effettivi è molto bassa. Sapete quanti soldi servono per rimpatriare qualcuno? Si stima tra i 4.000 e i 5.000 euro, e per 120 persone sono tanti soldi. È una presa in giro costruire un CPR qui a Castel Volturno, che è uno dei ghetti d’Italia, marginalizzato da anni. Castel Volturno non ha bisogno di un CPR. Quei soldi sono rubati alle scuole, agli ospedali – sono soldi che servono alla cittadinanza, ai castellani. Il CPR è un luogo di tortura, fisica e psicologica. Abbiamo perso due dei nostri: Moussa Balde, che purtroppo non ha potuto resistere, si è tolto la vita, perché non superava questa situazione. Ti danno farmaci, ti rendono una persona diversa, e se non riescono a farti rimpatriare, ti lasciano da solo ed esci da lì fuori di testa. Noi ci opporremo al CPR con tutte le nostre forze. Abbiamo creato il Comitato Metropolitano con Mediterranea e altre realtà, e abbiamo tenuto un incontro prima della manifestazione. Ci stiamo muovendo per organizzare le prossime date e stiamo seguendo la faccenda da vicino. Lo Stato cercherà di non far circolare notizie sull’ente che si aggiudicherà l’appalto della costruzione. Ma noi continuiamo l’indagine.  Il Presidente della Regione ha detto anche che non accetterà che si costruisca il CPR. Quindi abbiamo anche un’istituzione regionale che si è espressa, e pensiamo che ce la faremo, ci opporremo con tutte le nostre forze perché questo CPR non è fatto per garantire la sicurezza, ma serve solo a garantire lo sfruttamento e la disumanità. T.S. – ABBIAMO VISTO IL LUOGO IN CUI C’È L’INTENZIONE DI COSTRUIRE QUESTO CPR. COME PER MOLTI ALTRI CPR IN ITALIA, E IN LINEA CON IL PATTO EUROPEO MIGRAZIONI E L’ASILO, SI TRATTA DI LUOGHI ISOLATI. CI CHIEDIAMO ALLORA QUAL È L’OBIETTIVO? SIGNIFICA PROBABILMENTE CHE C’È LA NECESSITÀ DI RENDERE INVISIBILE QUANTO STA ACCADENDO DA UNA PARTE, E DI LASCIARE SOLE LE PERSONE CHE SUBISCONO LA FORTEZZA EUROPA DALL’ALTRA – SOLE QUANDO ENTRANO, SOLE QUANDO ESCONO, SOLE QUANDO GRIDANO, SOLE QUANDO SI RIBELLANO. E IN PIÙ, PROBABILMENTE, L’ISTITUZIONE SENTE UNA SOLIDARIETÀ CHE STA CRESCENDO. Sì, con questo Patto Europeo purtroppo siamo di fronte a questa crescita delle politiche di destra, ma non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo mollare. E, come dicevi tu, sono davvero luoghi nascosti, dove nessuno sente. Sapete che ci sono anche italiani che non sanno cosa sia il CPR. Quando abbiamo fatto l’incontro formativo 3 – perché ci siamo detti: prima di tutto bisogna educare la lotta, fare sensibilizzazione, far capire alla gente cos’è il CPR – è venuta la cittadinanza italiana.  Abbiamo fatto delle proiezioni, raccolto delle testimonianze, ed è emersa la situazione sgradevole che si vive nel CPR: nessun accesso alla sanità e quanto ho già detto prima. La maggior parte dell’Europa si trova in questa fase e penso che dobbiamo richiamare i diritti umani, perché questo è calpestare davvero i diritti umani. E questo contribuisce a fare del mondo un luogo in cui non vogliamo far crescere i nostri bambini.  Noi non vogliamo questo. E pensiamo – e ne siamo sicuri – che con la lotta continueremo a chiamare la cittadinanza, continueremo a chiamare tutti per opporci, perché anche la società civile, che contribuisce alla crescita della società, ha la sua parola da dire. H.P.E. COME SI DICEVA, I MIGRANTI SONO INTELLIGENTI, VOGLIONO FARE TANTE COSE, IMPARARE LA LINGUA, FARE FORMAZIONE, MOSTRARE IL LORO VOLTO MIGLIORE. E TU SEI UNO DI QUELLI CHE SONO ESEMPI. TU, MUSTAPHA A PALERMO… SIETE TANTI. ED È VERO CHE SENZA AIUTO I MIGRANTI NON POSSONO FARE TUTTO DA SOLI. MA COME DICE IL MOVIMENTO MIGRANTI: CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI. NON È POSSIBILE FARE DI TUTTE LE LOTTE UNA SOLA LOTTA?  Certo. «Tocca uno tocca tutti» è lo slogan della vittoria. Perché abbiamo capito che l’unione fa la forza. Ci sono ancora cittadini italiani con lo spirito dei partigiani, che non si sono mai arresi, che continuano con quello spirito. E’ lo stesso del migrante che ha subito lo sfruttamento e molte difficoltà nel suo paese. Dobbiamo quindi unirci. Ma il problema è che ci sono anche alcune politiche che usano i migranti come bersagli. Usano i migranti come bersagli magari per farci soldi sopra. Questo non lo vogliamo, perché noi non chiediamo pietà – chiediamo il riconoscimento dei nostri diritti.  E, come dicevi tu, dobbiamo unirci con la stessa idea, con lo stesso spirito per dire no allo sfruttamento, per dire no a chi vuole calpestarci e dividerci perché se tu sei uno vai più veloce, è vero, ma se siamo in tanti andiamo più lontano, e noi vogliamo andare più lontano! 1.  Il 10 aprile 2026, tre palazzine abitate con regolari contratti di affitto sono state sgomberate per presunta inagibilità (N.d.R.) ↩︎ 2. Alhagie Konte, cittadino gambiano di 27 anni, è deceduto il 10 ottobre 2025 presso l’Ospedale Cotugno di Napoli a seguito di una grave forma di tubercolosi contratta durante la detenzione nella Casa Circondariale di Poggioreale ↩︎ 3. Si tratta dell’incontro formativo “Al di là del muro, cosa sono davvero i CPR”, per capire fino in fondo perchè attivarsi per la loro chiusura, a Castel Volturno e altrove, organizzata dal Comitato Metropolitano NO CPR Napoli il 13 giugno presso l’Istituto Italiano di Studi Filosofici a Napoli ↩︎
Le Dita Nella Presa - Chi ci mette le mani dentro e chi chiude le porte
In questa puntata abbiamo parlato dell'hackmeeting appena concluso, con alcune interviste registrate a caldo. Abbiamo proseguito con le vicissitudini di OpenAI e delle altre grandi imprese produttrici di Intelligenza Artificiale generativa. Infine abbiamo cercato di capire le motivazioni che sottostanno all'ennesima chiusura di spazi degli utenti e degli sviluppatori messa in atto da Google nel meccanismo di distribuzione delle app negli smartphone Android. Il 12, 13, 14 giugno si è tenuto a Firenze la 29a edizione di Hackmeeting, l'incontro annuale delle comunità che si pongono in maniera critica rispetto ai meccanismi di sviluppo delle tecnologie all’interno della nostra società. Abbiamo raccontato il clima che si è respirato durante i 3 giorni e dato conto di alcuni laboratori e seminari anche con l'aiuto delle interviste registrate al Centro Sociale Next Emerson. Le interviste integrali sono nelle pillole Cosa unisce Bernie Sanders e Sam Altman (CEO di Open AI)? Entrambi vogliono che il governo USA partecipi agli utili di OpenAI. Ma quali utili? Guardiamo il bilancio del 2025 dell'azienda di Altman che è in perdita di circa 35 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto allo scorso anno. Non sarà che i signori dell'AI stanno preparando il terreno per sfuggire al proprio fallimento finanziario? Riprendiamo, visto l'avvicinarsi della scadenza, la notizia dell'imposizione di Google a tutti gli sviluppatori di App per Android di registrarsi presso l'azienda di Mountain View. Quali sono le ragioni apparenti e quali quelle nascoste che hanno indotto l'azienda ad imporre questa misura? Parliamo anche delle forme di resistenza, come quella messa in campo da KeepAndroidOpen. In extremis un aggiornamento sulla situazione dei nuovi data-center e della legge regionale in Lombardia. Ascolta l'audio della puntata nel sito di Radio Onda Rossa
Com'è andato quest'anno l'Hackmeeting? interviste a caldo
Il 12, 13 e 14 giugno si è tenuto al Centro Sociale Next Emerson di Firenze l'edizione numero 29 di Hackmeeting Di seguito trovate le interviste integrali che registrate durante la giornata di sabato. Altre considerazioni su come è andato l'hackmeeting le trovate nel podcast dell'ultima puntata di Le Dita Nella Presa. Se poi siete curios di conoscere il programma, lo trovate sul sito di HackMeeting Ascolta le interviste Your browser does not support the audio tag. Gazaweb Your browser does not support the audio tag. Buone pratiche di postura digitale Your browser does not support the audio tag. Novità in noblogs ed intersezioni con ULA Your browser does not support the audio tag. Autodifesa digitale in ambiente Linux: come e perché difendersi dalla minaccia di systemd Your browser does not support the audio tag. Hacking della voce Your browser does not support the audio tag. Your browser does not support the audio tag. Dal carnevale No Ponte a una perizia forense (2 testimonianze) Your browser does not support the audio tag. Your browser does not support the audio tag. Kit di autodifesa dai pappagalli stocastici nelle scuole (2 testimonianze) Your browser does not support the audio tag. Randellate Your browser does not support the audio tag. Search & Destroy Your browser does not support the audio tag. Come funziona un LLM Your browser does not support the audio tag. Voci dal Lan Space Your browser does not support the audio tag. Testimonianza di un "local" Your browser does not support the audio tag. Riduzione della dipendenza dai monopolisti nei nostri cellulari Your browser does not support the audio tag. Scalaggio Open Source - Pratiche di deprescrizione di psicofarmaci
Fuori da qui, Ep.137 - Convivere
Puntata n. 137 del podcast di Simone Pieranni. "La musica che sentite è stata presa dalla pubblicità della IMEC del 2002. Un uomo sta camminando lungo una strada affollata, è notte. Mentre cammina si accorge che qualcosa lo sta salutando, probabilmente li per li è solo la percezione del saluto, un braccio che sembra rivolgersi a lui. L'uomo si ferma, guarda e capisce. All'interno di una vetrine illuminata c'è un Apple IMEC, il suo schermo è montato su un braccio regolabile sopra una strana semi-sfera che contiene l'hardware di elaborazione. L'uomo fa per allontanarsi dalla vetrina ma lo schermo lo segue. Scuote la testa e il computer scuote lo schermo, fa un salto e lo schermo fa su e giù. Tira fuori la lingua e il computer apre il lettore CD. Quello che vi ho appena letto l'inizio di un pezzo, parso su uno IMEC il 26 magio 2026, firma di Kinoi Heart. L'implicazione è chiara. Abbiamo a lungo desiderato tecnologie che rispondessero intuitivamente alle nostre interazioni. Guardando i nostri schermi oggi viene spontaneo chiedersi. Quanto manca prima che siano loro a ricambiare il nostro sguardo, solo che è, e questo lo aggiungo io, per consentire alle macchine di guardarci a noi viene richiesta un'estrema opera di semplificazione, di noi stessi." La convivenza con le macchine è il tema di questa puntata. Ma a convivere non siamo solo umani e macchine, ci sono di mezzo anche i proprietari delle macchine. Ascolta la puntata