Ho.P.E. Campania: chi gestirà davvero il piano casa?
Il programma regionale da 245 milioni di euro punta ad affrontare la crisi
abitativa, ma la distribuzione delle risorse, il ruolo dell’ACER, gli studentati
e i fondi ancora in attesa del via libera europeo sollevano diversi
interrogativi.
La Giunta regionale della Campania ha approvato il 16 luglio scorso, con la
Delibera n. 386, il programma “Ho.P.E. in Campania” (Housing Programma Europeo
in Campania), destinando alle politiche abitative circa 245 milioni di euro del
PR Campania FESR 2021-2027. È un atto che merita di essere letto oltre il
comunicato istituzionale, perché la distribuzione di quelle risorse e le
condizioni a cui sono legate raccontano più di quanto dica il titolo del
programma.
Il contesto che giustifica l’intervento è già di per sé un dato politico. Lo
scorso 15 aprile si è chiusa la seconda ricognizione regionale del fabbisogno
abitativo pubblico: 45.000 domande presentate, il 45% in più rispetto alla
graduatoria del 2022. È la misura di una crisi abitativa che nella conurbazione
Napoli-Caserta-Salerno, dove vive tre quarti della popolazione regionale, non è
un’emergenza recente ma una condizione strutturale, mentre il patrimonio di
edilizia residenziale pubblica costruito nei decenni scorsi invecchia e in parte
viene dismesso: nella sola provincia di Napoli gli alloggi ex IACP sono scesi da
oltre 35.000 nel 2011 a circa 27.000 nel 2020.
Su questo sfondo, il programma stanzia le risorse lungo tre misure e sei linee
di intervento: nuovi alloggi ERP tramite riuso di patrimonio pubblico dismesso e
di beni confiscati alla criminalità organizzata; un intervento analogo riservato
alle Città Polo nell’ambito dei loro Programmi PRIUS; il completamento di
interventi già avviati dal Comune di Napoli a Scampia, Taverna del Ferro e
nell’eco-quartiere di Ponticelli; un piano di manutenzione straordinaria del
patrimonio ERP gestito dall’ACER; nuovi alloggi di edilizia residenziale sociale
realizzati da imprese e cooperative; e, infine, studentati universitari pubblici
in collaborazione con gli atenei campani.
È un ventaglio coerente con la riforma degli strumenti legislativi sul diritto
alla casa che la Regione porta avanti da anni: dalla definizione dell’edilizia
residenziale sociale nell’articolo 5 della legge regionale 13/2022,
all’aggiornamento dei limiti di costo degli alloggi ERP ed ERS fissato dal
Decreto Dirigenziale 473/2023, fino alle Linee Guida approvate con la Delibera
87/2024 e al richiamo esplicito ai principi del Nuovo Bauhaus Europeo su
bellezza, sostenibilità e inclusione degli interventi.
Dentro questo impianto, però, ci sono asimmetrie che meritano attenzione, perché
toccano il modo in cui la spesa pubblica arriverà a tradursi in case abitabili.
La prima riguarda il rapporto tra Comune di Napoli e ACER, l’Agenzia Campana per
l’Edilizia Residenziale nata dall’accorpamento dei cinque ex IACP regionali.
Il Comune riceve 50 milioni per completare tre interventi già avviati con altre
forme di finanziamento. L’ACER riceve 34 milioni, destinati esclusivamente alla
manutenzione straordinaria, al rifacimento delle coperture, all’efficientamento
energetico e al superamento delle barriere architettoniche del patrimonio
esistente.
È un’asimmetria significativa se si considera che l’ACER amministra la parte più
consistente del patrimonio ERP regionale, quello ereditato dai vecchi IACP e
concentrato per quasi il 70% nell’area della Città Metropolitana di Napoli,
mentre al Comune di Napoli fa capo una porzione minoritaria di quel patrimonio
complessivo.
Soprattutto, nessuna delle sei linee di intervento affida all’ACER un ruolo
nella realizzazione di nuovi alloggi: quella funzione è riservata dal programma
a enti locali e Regione nella linea più corposa in assoluto, 85,7 milioni di
euro per il riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati, e alle
Città Polo per altri 7,3 milioni.
Proprio il richiamo ai beni confiscati alla criminalità organizzata, dentro
quella linea da 85,7 milioni, meriterebbe un supplemento di attenzione.
La Regione si è dotata, con la legge regionale 7/2012, di un Piano Strategico
per i Beni Confiscati, definito dalla stessa legge come lo strumento chiamato a
fissare i criteri e i settori di intervento per il riutilizzo sociale del
patrimonio sottratto alla criminalità organizzata presente sul territorio
regionale.
È un’infrastruttura giuridica già collaudata, che negli anni ha finanziato con
cadenza annuale interventi di recupero a fini sociali su beni confiscati e che
il programma Ho.P.E. richiama esplicitamente come possibile fonte di nuovi
alloggi ERP, subordinandone però l’utilizzo, come specifica la delibera, a una
previa verifica di compatibilità.
Il problema è che la delibera non scorpora, dentro gli 85,7 milioni della linea
1.1, quanto sia riservato al recupero di beni confiscati e quanto al più
generico riuso di patrimonio pubblico dismesso: due percorsi che, sul piano
amministrativo, non sono affatto equivalenti.
I beni confiscati restano gravati da procedure di destinazione che coinvolgono
l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati
e Confiscati, tempi di trasferimento della proprietà spesso lunghi, verifiche
catastali e ipotecarie non sempre lineari e, in alcuni casi, contenziosi
pendenti sull’origine del bene che possono trascinarsi per anni.
Trattarli nella stessa riga contabile di un edificio pubblico dismesso e già
libero da vincoli rischia di produrre, nei cronoprogrammi richiesti come
condizione di ammissibilità al finanziamento, una sovrastima della velocità con
cui quella parte di risorse potrà davvero tradursi in alloggi assegnabili, con
il rischio concreto che siano proprio i progetti su beni confiscati, i più
simbolicamente rilevanti, a slittare quando arriverà il momento di certificare
la spesa.
Un secondo punto riguarda la linea 3.2, i 20 milioni destinati agli studentati
regionali in collaborazione con gli atenei campani.
È l’unica linea del programma in cui l’ACER non compare in alcun ruolo, né come
beneficiaria né come soggetto attuatore, nonostante l’agenzia raccolga l’eredità
degli ex IACP, che da oltre un secolo gestiscono in Campania l’edilizia
residenziale pubblica, con competenze nella selezione degli assegnatari, nella
determinazione e gestione dei canoni calmierati, nella manutenzione dei
patrimoni immobiliari e nel contenzioso sulle occupazioni abusive.
È un know-how che si presterebbe naturalmente a un modello di studentato
pubblico a canone sociale, replicabile su scala regionale, ma che il programma
non mobilita su questo fronte, lasciando il tema degli alloggi universitari
interamente nelle mani di Regione e atenei.
Il vuoto lasciato da questa scelta si osserva già concretamente a Napoli, dove
il mercato privato si è mosso più rapidamente del programma regionale.
Un’inchiesta di Altreconomia del gennaio 2026 racconta come nelle due ex torri
TIM del Centro Direzionale stia per aprire uno studentato privato da 900 posti
letto gestito da Ibrido Student, con canoni di 850 euro al mese per una singola
e 500 per una doppia condivisa, cifre lontane dalla platea di studenti a basso
reddito che uno studentato pubblico dovrebbe servire.
Secondo la stessa inchiesta, il progetto ha suscitato perplessità tra studenti,
attivisti e urbanisti per la sua natura di operazione immobiliare a fini
commerciali, resa possibile da un vincolo di destinazione d’uso di appena dodici
anni.
Se il programma Ho.P.E. avesse riservato all’ACER un ruolo esplicito nella linea
dedicata agli studentati, la Regione avrebbe potuto contrapporre a questo
modello un’alternativa pubblica costruita sulle competenze maturate nella
gestione dell’edilizia residenziale pubblica, invece di lasciare spazio a
operatori privati i cui canoni restano fuori dalla portata di gran parte degli
studenti fuori sede.
C’è infine una terza asimmetria, che riguarda la solidità stessa delle cifre
annunciate.
Dei 244.689.007,42 euro destinati al programma, la delibera specifica che
soltanto 105.263.159 euro provengono da dotazioni già assegnate alle Priorità 2
quater e 5 bis del PR FESR.
I restanti 139.425.848,42 euro, oltre la metà del totale, dipendono da una
modifica del Programma regionale che la Commissione europea non ha ancora
approvato, sebbene la Regione abbia già sottoscritto, il 29 dicembre scorso,
l’Intesa in Conferenza Stato-Regioni che ne prevede l’integrazione.
La delibera lo scrive senza ambiguità: per quella quota di risorse, ammissione a
finanziamento e attuazione restano subordinate all’approvazione della modifica
da parte della Commissione europea.
Il programma Ho.P.E., in altre parole, è oggi per più della metà un impegno
politico-programmatico che attende una conferma esterna alla Regione, non uno
stanziamento già operativo.
A questo si aggiunge che il PR FESR prevede da quest’anno target di spesa
impegnativi e che la Giunta, con la Delibera 63 del 27 febbraio scorso, ha
subordinato l’ammissione a finanziamento alla dimostrazione, tramite
cronoprogrammi aggiornati, della capacità di concorrere a quei target già
nell’annualità in corso: avranno la precedenza i progetti più rapidi da
rendicontare, non necessariamente quelli più urgenti sul piano sociale, né
quelli, come il recupero dei beni confiscati, che richiedono tempi
amministrativi più lunghi.
Tenere insieme questi elementi — la distribuzione del ruolo attuativo tra Comune
di Napoli e ACER, l’assenza dell’ACER dalla linea dedicata agli studentati
mentre il mercato privato occupa già quello spazio, e la natura ancora
condizionata di gran parte delle risorse annunciate — restituisce un’immagine
più utile di quella offerta dal titolo del programma.
Un ultimo profilo riguarda infine chi vigilerà sull’attuazione del piano.
La delibera affida alla Direzione Generale Governo del Territorio, in raccordo
con l’Autorità di Gestione FESR, sia la verifica del rispetto del principio DNSH
(Do No Significant Harm), sia il monitoraggio dell’effettivo avvio dei lavori e
dell’avanzamento della spesa.
È un presidio interamente accentrato in capo alla struttura regionale, che non
prevede un ruolo di rendicontazione autonoma né per l’ACER sul proprio
patrimonio né per il Comune di Napoli sui propri cantieri.
Di fronte a 45.000 famiglie in graduatoria, la domanda utile non è se la Regione
stia investendo abbastanza: la cifra complessiva, pur ancora in parte da
confermare, non è trascurabile.
La domanda è piuttosto a chi, tra i soggetti chiamati ad attuarla, quella spesa
viene affidata per tradursi in case abitabili, chi ne verificherà davvero la
qualità sul campo e se l’ente che da un secolo amministra il patrimonio pubblico
esistente avrà gli strumenti per essere parte della soluzione anche sui fronti,
come quello degli studentati, dove oggi non compare.
Francesco Russo