Ripartire dall’abitareI recenti sconvolgimenti geopolitici hanno riacceso l’ondata inflazionistica
spinta dall’aumento dei costi di approvvigionamento energetico. Tutti
riconosciamo, guardando alla propria contabilità giornaliera, gli effetti reali
degli aumenti dei prezzi, dall’energia, al carrello del supermercato, alle case.
Il panorama politico-economico sembra però tutto concorde nel lasciare mano
libera al mercato, intervenendo eventualmente a valle con qualche trasferimento
o taglio fiscale temporaneo, tacciando di anacronismo qualsiasi possibile
intervento diretto sui prezzi. Questa reticenza, risultato di una chiara visione
dell’economia, non appare però compatibile con l’attuale fase capitalistica, e
sorge sempre più il dubbio che scaricare continuamente a valle i suoi costi sia
davvero «efficiente». Questo contributo, che si inserisce nel dibattito
sull’alternativa economica avviato da Jacobin Italia, prova a dimostrarlo
partendo da uno degli elementi di base della dignità umana: la casa.
A settembre 2025, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen
ha dichiarato che «la casa è fondamento di dignità; è strumento di giustizia
sociale. Ed è alla base del futuro dell’Europa. Otto anni fa, il Pilastro
europeo dei diritti sociali ha incluso la casa tra i diritti sociali dei
cittadini europei, ed è giunto il momento di rendere realtà questa promessa.
[…]. Dobbiamo rivedere le regole e gli aiuti per rendere effettivo questo
diritto alla casa. In questo spirito, organizzeremo il primo summit europeo
sulla casa per garantire che questo tema sia in cima alla nostra agenda
politica».
Sei mesi dopo, Il 10 marzo, il Parlamento europeo ha approvato la relazione
redatta dalla Commissione speciale sulla crisi abitativa (Hous) in Europa,
partendo dal presupposto che «una casa non è un semplice rifugio e costituisce
la base per la crescita e la prosperità delle famiglie, degli individui, e delle
comunità».
Tra i punti chiave della relazione spicca la necessità di aumentare l’offerta di
alloggi privati e pubblici a «prezzi accessibili». Due le proposte principali
elaborate per stimolare l’offerta: da un lato la riduzione degli oneri normativi
e dei processi burocratici, facilitando e velocizzando – anche attraverso
strumenti digitali – le procedure di autorizzazione urbanistiche; dall’altro
incentivi fiscali per stimolare investimenti immobiliari, come la riduzione
dell’imposizione fiscale sull’acquisto di prima casa, delle imposte di registro,
o del carico fiscale per gli affitti a lungo termine e sugli interventi di
ristrutturazione.
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Tutto, meno l’intervento diretto sul controllo dei prezzi. Anzi, il rapporto
«ricorda che i dati disponibili mostrano che i controlli dei prezzi e gli
interventi statali possono portare a risultati inattesi […]; osserva che tali
misure creano incertezza, disincentivano gli investimenti, e scoraggiano chi
potrebbe contribuire ad ampliare l’offerta». È una scelta politica precisa, non
una neutralità tecnica: significa trattare la casa come una qualsiasi merce
identificata dal suo valore di scambio, anziché come un diritto universale con
un valore d’uso.
In Italia, secondo i dati Eurostat, il prezzo d’acquisto delle abitazioni è
aumentato di circa il 20% in un decennio (2015-2025), mentre quello degli
affitti di circa il 15%. Il Rapporto Immobiliare dell’Agenzia delle entrate 2025
riporta come il canone di locazione medio annuo per metro quadro dei contratti
ordinari a lungo termine sia passato da 75 euro nel 2016, a circa 100 nel 2023.
Milano si conferma la città più cara in termini di accesso all’abitazione in
locazione: 209 euro al metro quadro all’anno. Seguono Firenze e Roma a circa
160, e infine Bologna a 153.
Nel frattempo, i redditi disponibili reali e medi delle famiglie nel 2024 sono
inferiori di circa l’8% rispetto al 2008 – con punte dell’11% nel Mezzogiorno
(Istat) – un dato che costituisce un unicum a livello europeo. Questa forbice
nell’andamento dei redditi delle famiglie – specie tra i più giovani – e i
prezzi di accesso all’abitazione, rende completamente vano l’obiettivo di fondo
che la Presidente della Commissione europea dichiara di perseguire.
L’avversione al controllo diretto sui prezzi – i cosiddetti first-generation
rent control, che si differenziano dai più moderni approcci di second
generation, i quali prevedono un aggiornamento automatico ancorato
all’inflazione – è l’espressione di una precisa visione del mondo, già discussa
da Chiara Davoli e Marco Peverini su Jacobin. In questa visione, qualsiasi
intervento sul prezzo è un limite al profitto ottenibile dal settore immobiliare
e dalla sua stretta connessione con il mondo finanziario. Non si tratta solo di
un limite ai capitalisti immobiliari: anche i rentier – i grandi proprietari e i
fondi immobiliari – vedrebbero ridotta la propria rendita. La casa è, in altri
termini, uno dei campi in cui si esprime il conflitto tra grandi proprietari e
lavoratori. Un conflitto non solo distributivo, ma incorporato nella logica
stessa della valorizzazione immobiliare: Neil Smith introduce a questo proposito
il concetto di rent gap – il differenziale tra la rendita attuale di un immobile
e quella potenzialmente ottenibile attraverso un uso più intensivo o speculativo
– come motore strutturale della gentrificazione e della finanziarizzazione
dell’abitare.
L’economia mainstream direbbe che la determinazione dei prezzi è il risultato
«naturale» dell’incontro tra domanda e offerta nel mercato, e che qualsiasi
intervento sui prezzi produrrebbe nel medio-lungo periodo una scarsità
dell’offerta e un conseguente razionamento del bene. Nello specifico, un
controllo degli affitti causerebbe nell’immediato breve periodo un effetto
prezzo, ossia una reale riduzione dei canoni. Tuttavia, una volta che i
proprietari e costruttori riescono ad aggiustare l’offerta – ad esempio scade il
contratto di affitto, o terminano i lavori di costruzione – si aggiunge un
effetto quantità corrispondente a una riduzione delle unità immobiliari
disponibili in affitto e/o di nuova costruzione, dovuta al calo dei ritorni
della rendita immobiliare.
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Queste previsioni perdono però solidità quando il prezzo non è il risultato di
dinamiche competitive ma di un esercizio di potere in mercati concentrati, o di
una finanziarizzazione eccessiva e speculativa – la crisi del 2008 fu
esattamente questo. Nei mercati abitativi urbani, dove pochi grandi operatori –
fondi immobiliari e grandi proprietari – detengono quote rilevanti dello stock,
i prezzi non convergono verso un equilibrio competitivo ma riflettono il potere
di mercato dei locatori. Seguendo l’approccio post-keynesiano di Michael
Kalecki, in questi mercati oligopolistici il prezzo non è il risultato
dell’incontro tra domanda e offerta, bensì di un mark-up sul costo determinato
dal grado di monopolio: i proprietari possono pertanto mantenere elevati gli
affitti anche in presenza di sottoutilizzo degli immobili (vacancy strategica).
Non è dunque il controllo del prezzo a ridurre l’offerta disponibile, ma la
logica speculativa stessa. Non a caso, secondo il censimento Istat del 2021 in
Italia sono circa 9,5 milioni le abitazioni vuote, di cui il 18% nelle grandi
città: il 14% a Roma, il 12% a Milano, e circa il 19% a Napoli.
Come descritto dal geografo e sociologo marxista David Harvey, il settore
immobiliare agisce poi come un canale di switching del capitale: quando i
profitti dall’attività produttiva si riducono, avviene un reindirizzamento del
capitale eccedente verso forme di rendita più remunerative, quali il settore
immobiliare, particolarmente attrattivo nelle fasi di sovraccumulazione. La
finanziarizzazione dell’abitare, dunque, non è un’anomalia, ma una tendenza
strutturale del capitalismo – che, secondo Giovanni Arrighi, ha origini ancora
più lontane. Ciascun ciclo di accumulazione capitalistica è infatti
caratterizzato da una fase iniziale di espansione materiale e produttiva,
seguita da un trasferimento dei capitali eccedenti verso altre attività più
redditizie – guerre e conquiste territoriali, e/o finanziarizzazione. Una lente
che può essere utile anche per interpretare le recenti dinamiche geopolitiche.
Ne consegue che la tipica predizione per cui a un eccesso di offerta immobiliare
corrisponde una riduzione di prezzo – o, viceversa, a una fissazione del prezzo
si riduce automaticamente l’offerta – non è necessariamente verificata in un
contesto di eccessiva finanziarizzazione: i prezzi sono principalmente il
risultato della domanda e offerta di credito ad acquirenti e costruttori/fondi
immobiliari. L’espansione dell’attività immobiliare, tipicamente caratterizzata
da una crescita dell’offerta superiore alla domanda durante le fasi di
switching, sostiene la profittabilità dell’investimento e spinge i prezzi verso
l’alto, contrariamente alla predizione di base. Di conseguenza, se la domanda
nel mercato immobiliare è trainata da una componente speculativa – in cui può
rientrare anche la domanda a uso non-residenziale, quali gli affitti turistici –
la limitazione del prezzo avrebbe il beneficio di eliminare dal mercato
l’eccesso di domanda dovuta a tale componente, riducendo il potenziale effetto
negativo di riduzione dell’offerta.
In sintesi, dipingere la casa come un bene dotato unicamente di valore di
scambio, anziché concentrarsi sul suo valore d’uso, fa sì che si inneschino più
facilmente dinamiche di finanziarizzazione e investimenti speculativi,
allontanando il mercato dalle tradizionali dinamiche di domanda e offerta
concorrenziale. A ciò si aggiunge che il mercato immobiliare presenta frizioni
strutturali che lo rendono, per sua natura, non assimilabile ai mercati
concorrenziali del modello standard: la localizzazione fissa e non riproducibile
degli immobili, le asimmetrie informative tra locatore e locatario, gli elevati
costi di transazione e di ricerca, la durata pluriennale dei contratti. Questi
elementi rendono il mercato degli affitti strutturalmente vulnerabile
all’esercizio di potere da parte dei proprietari. L’intervento regolativo non è
dunque una distorsione esogena di un mercato altrimenti efficiente, ma la
correzione di una fallacia di mercato endogena.
Questa visione della casa come mera merce è uno dei prodotti della rivoluzione
neoliberale, già incarnata nel motto democristiano «meglio proprietari che
proletari». Ma non sempre è stato così. Come ricostruito dalla storica economica
Aurora Iannello, l’Italia – e buona parte dell’Europa – ha adottato sistemi di
controllo e fissazione di un tetto massimo degli affitti durante l’intero
periodo 1915-1978. La politica di regolamentazione in Italia ha segnato una
svolta nel 1978, con il passaggio all’equo canone – un sistema di controllo di
second-generation dove il canone è fissato per legge sulla base delle
caratteristiche dell’immobile e aggiornato automaticamente in base
all’inflazione. Con l’abolizione dell’equo canone nel 1998, il sistema italiano
è stato completamente deregolamentato.
L’avversione alle forme di controllo dei prezzi e i suoi possibili effetti
distorsivi è rimasta al centro del dibattito teorico e politico, ma fino agli
anni Ottanta i costi furono ritenuti inferiori ai benefici percepiti in termini
redistributivi e, soprattutto, di controllo del livello generale dei prezzi. Non
è un caso, dunque, che il rinvigorimento dell’interesse e del dibattito sulla
casa sia avvenuto a seguito dell’ultima ondata inflattiva post-Covid e
dell’invasione russa in Ucraina. La letteratura economica recente dimostra come
i sistemi di controllo adottati in Germania nel 2015 e in Catalogna nel
2020-2022 siano stati efficaci nel ridurre il livello generale dei prezzi di
affitto, senza effetti distorsivi dal lato dell’offerta.
Anche in questo caso l’Italia latita rispetto agli altri paesi europei,
rimanendo immobile sul fronte delle politiche a sostegno della casa e,
soprattutto, lasciando le porte spalancate all’uso estensivo per alloggi
turistici. Al contrario, un esempio recente di intervento statale viene – ancora
una volta – dalla Spagna. Grazie alle pressioni della sinistra
(Sumar-Comuns-Podemos), il governo guidato da Pedro Sánchez ha approvato nel
2023 la Ley de Vivienda. Il meccanismo centrale della legge è un indice di
riferimento degli affitti, sviluppato dall’Istituto nazionale di statistica, che
fissa un intervallo – minimo e massimo – per ciascun immobile, calcolato su base
catastale e incrociato con i dati fiscali dei proprietari. Pesano nel calcolo
caratteristiche come la superficie, il piano, lo stato di conservazione, la
presenza dell’ascensore, la certificazione energetica e persino la vista
panoramica. La legge introduce il controllo degli affitti di tipo second
generation nelle cosiddette zona tensionada – aree urbane ad alta pressione
abitativa – la cui dichiarazione spetta alle comunità autonome e ha durata
triennale. Distingue poi tra grandi proprietari (chi possiede almeno dieci
immobili, cinque se in zona tensionada) e piccoli proprietari, applicando
obblighi più stringenti ai primi: i grandi proprietari devono rispettare
l’indice di riferimento per tutti i nuovi contratti, mentre i piccoli possono
aggiornare i canoni applicando il nuovo indice Irav ancorato all’inflazione. A
oggi, le aree in cui il controllo degli affitti è già operativo includono la
Catalogna – con Barcellona dal marzo 2024 – i Paesi Baschi, la Navarra e la
città della Coruña in Galizia.
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Redazione Jacobin Italia
Da uno studio che sto conducendo, sembra che gli effetti di breve periodo della
riforma sono incoraggianti: secondo le mie stime, gli affitti nella capitale
catalana sono diminuiti di circa il 12% rispetto a quelli di Madrid (non coperta
dalla misura), senza causare effetti distorsivi sull’offerta. Tuttavia, questi
effetti positivi sono più limitati nei quartieri ad alta densità turistica, dove
i proprietari possono facilmente spostarsi dall’affitto abitativo a quello
breve. Su questo fronte, Barcellona ha dichiarato di ritirare l’intero stock di
licenze – circa 10.000 – per alloggi turistici entro il 2028. E la Catalogna
diventerà la prima comunità autonoma spagnola a limitare l’acquisto speculativo
di immobili: il presidente Salvador Illa e i Comuns hanno firmato l’accordo per
il bilancio 2026, che prevede il divieto di acquisto speculativo da parte dei
grandi proprietari nelle zone tensionade, i quali potranno acquistare solo per
residenza principale, oppure interi edifici a condizione di affittarli nel
rispetto dei limiti di legge. I piccoli proprietari potranno continuare ad
acquistare, purché destinino l’immobile all’uso personale o all’affitto entro i
limiti fissati. Sarà consentita un’unica seconda casa in un comune diverso da
quello di residenza. Un elemento importante riguarda infine le eredità: chi
eredita più di un immobile dovrà destinare quello in eccesso al mercato
dell’affitto regolamentato, o cederlo a un altro familiare.
In un mondo in cui i costi della follia politica ed economica vengono
continuamente scaricati sui lavoratori e le lavoratrici, l’attuazione di
politiche volte a garantire il potere d’acquisto e i diritti fondamentali per la
vita umana, come la casa, dovrebbero essere sull’agenda di ogni compagine
politica. Il continuo processo inflazionistico non fa altro che aumentare le già
enormi disuguaglianze. Come mostrato da Konstantin Kholodilin e Sebastian Kohl
in un’analisi di lungo periodo, un controllo dei prezzi riduce
significativamente il rapporto tra ricchezza-reddito, i redditi dei rentiers e
il classico indice di Gini.
In un paese in cui i redditi reali sono inferiori a quelli di vent’anni fa, gli
sfratti di famiglie socialmente deboli procedono per fare spazio alla rendita e
alla gentrificazione, lo stock di patrimonio pubblico viene progressivamente
privatizzato per alimentare investitori privati negli studentati di lusso, e il
disagio abitativo tocca dimensioni tragiche. L’ex sindaca di Barcellona Ada
Colau sostiene che «senza i cittadini non esiste la città». Va aggiunto che
senza libertà economica e accesso ai servizi fondamentali non esistono nemmeno i
cittadini. Garantire il diritto alla casa – specie per i giovani non ereditieri
– è il primo passo per ricostruire uno spazio di vita, di dignità, e di società
alternativa al decadimento imposto dalle recenti trasformazioni autoritarie del
capitalismo e della rendita.
*Luca Giangregorio è assegnista di ricerca presso l’Università di Roma Tre. La
sua ricerca si concentra sull’economia del lavoro, disuguaglianze, ed economia
pubblica.
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