
“Una è a guerra ca ce spetta”: da Basile a Totò, la tradizione napoletana della pace e della disobbedienza civile dialoga con il presente
Pressenza - Sunday, May 31, 2026Alla libreria IoCiSto la lezione di pace di Ermete Ferraro
Non una semplice presentazione di un libro, ma una riflessione collettiva sul rapporto tra cultura, pace, potere e tradizione. Nella sala gremita della libreria IoCiSto è stato presentato il saggio di Ermete Ferraro “Una è a guerra ca ce spetta”, edito da Langella.
A rendere coinvolgente ed emozionante il clima le letture teatralizzate dell’attrice Marcella Vitiello, che ha dato voce con sensibilità e forza espressiva, nell’antico vernacolo, a brani di Giambattista Basile e Raffaele Viviani. Due autori che hanno saputo raccontare l’anima profonda di Napoli, le sue contraddizioni, la sua ironia e la sua straordinaria umanità. Le interpretazioni dell’attrice hanno offerto al pubblico non soltanto una pausa letteraria, ma una vera immersione in quella tradizione culturale che costituisce il cuore stesso del libro di Ferraro.
Un pubblico attento e partecipe, un dibattito intenso che ha intrecciato cultura, diritto, storia, vangelo e attualità. La presentazione del libro di Ermete Ferraro, Una è a guerra ca ce spetta, si è trasformata in qualcosa di più di un semplice incontro letterario: un’occasione di riflessione collettiva sul significato della pace, della giustizia e della responsabilità civile in un tempo segnato da guerre, soprusi e crescenti tensioni internazionali.
Il titolo del libro richiama una celebre espressione della sapienza popolare napoletana: “una è a guerra ca ce spetta”; l’unica guerra che davvero “ci spetta” non è quella combattuta con le armi, ma quella contro le ingiustizie, le disuguaglianze, le forme di oppressione e di dominio che attraversano le società umane.
È una dichiarazione di intenti.
L’opera di Ferraro si inserisce infatti in una lunga e prestigiosa tradizione culturale napoletana che, nei secoli, ha espresso una visione profondamente critica della guerra. Una tradizione, dal Quattrocento ai giorni nostri, che attraversa la letteratura, il teatro e il pensiero civile della città. Da Giambattista Basile, che nelle sue opere ha saputo raccontare il mondo popolare con uno sguardo attento all’umanità degli ultimi, fino alle pagine di Ferdinando Russo e alle intense rappresentazioni di Raffaele Viviani, emerge una costante diffidenza verso ogni forma di sopraffazione e di violenza esercitata dal potere, ma anche la ricerca di modalità alternative di risposta alla violenza, come la solidarietà comunitaria, la satira dell’autorità e la ridicolizzazione della retorica bellicistica.
Questa eredità culturale ha poi espressioni altissime nel Novecento con Eduardo De Filippo e Totò. Nelle loro opere, pur diverse per linguaggio e stile, la guerra appare come il simbolo dell’assurdità umana, mentre la solidarietà, la pietà e l’intelligenza popolare diventano gli strumenti per resistere alla brutalità della storia. È una Napoli che non celebra gli eroi armati, ma gli uomini e le donne capaci di conservare la propria umanità anche nelle circostanze più difficili, capace di adattarsi ma senza arrendersi.
Chi forza nunn’ave s’arma d’ingegno.
A introdurre l’incontro Elio Serino, che ha sottolineato il valore culturale del saggio e la sua capacità di mettere in luce uno dei tratti più originali della storia napoletana: una tradizione popolare e intellettuale che ha sempre guardato con diffidenza alla violenza e ai poteri costituiti. Un percorso che passa anche attraverso l’evoluzione del dialetto e della letteratura napoletana, di una cultura che ha saputo raccontare il popolo senza mai cedere alla celebrazione della guerra.
Serino ha definito il volume un libro gradevole e accessibile, ma al tempo stesso ricco di spunti di riflessione. Soprattutto, ha invitato ad andare oltre una visione puramente retorica del pacifismo. La vera rivoluzione, ha osservato, consiste nella pratica della disobbedienza civile e non violenta, nella capacità di opporsi ai meccanismi del potere senza riprodurne la violenza.
Ma il cuore politico e civile della discussione è emerso nell’intervento di Luigi de Magistris, che ha collegato le riflessioni del libro ai principi fondamentali della Costituzione italiana, richiamando in particolare gli articoli 3 e 11: quello sull’uguaglianza e quello che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
“Serve disobbedienza”, ha affermato con forza, indicando nel libro di Ferraro uno strumento prezioso per ripensare il rapporto tra cittadini, istituzioni e potere.
Secondo de Magistris, Napoli rappresenta storicamente un laboratorio originale di convivenza e pluralismo. Una città “tendenzialmente anarchica”, ha detto, che non ha conosciuto l’Inquisizione, una città nella quale la diversità è sempre stata una ricchezza e non una minaccia. Una città di porto, aperta al Mediterraneo e al mondo, capace di guardare oltre il mare e oltre i confini, verso l’infinito.
Da questa identità nasce anche una responsabilità particolare. De Magistris ha lanciato una proposta culturale e politica che va oltre i confini cittadini:
“Napoli non pretende di cambiare da sola il mondo, ma può continuare a dare segnali. Segnali concreti, capaci di indicare una direzione diversa rispetto a quella dei governi e delle logiche di potere”.
Ha ricordato il riconoscimento dello Stato di Palestina come atto simbolico e politico di valore universale. Ha richiamato la scelta di denuclearizzare il porto di Napoli impedendo l’ingresso di navi con armamenti nucleari. Ha ricordato la decisione di opporsi agli ordini governativi che imponevano la chiusura del porto alle navi delle organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare, una scelta che comportò conseguenze giudiziarie.
“Le città possono scrivere pagine di umanità differenti da quelle spesso dettate dagli interessi geopolitici e dai centri del potere”.
L’idea più suggestiva emersa dal suo intervento è stata forse quella di una Napoli “che può provare a diventare punto di riferimento per un’alleanza delle città del Sud del mondo, promotrice di un nuovo modello di giustizia, solidarietà e cooperazione internazionale”.
Un progetto ambizioso, certamente, ma che trova alimento proprio nella storia della città e nella sua vocazione all’incontro tra culture diverse.
Poi Ermete Ferraro. Insegnante, instancabile e appassionato pacifista, impegnato da decenni nella promozione della nonviolenza, dell’educazione alla pace e della tutela dell’ambiente. Autore di saggi su ecopacifismo, di cui è referente nazionale, e di cultura napoletana, ha spiegato di aver voluto recuperare la lingua, i proverbi e la tradizione culturale napoletana per conoscere le proprie radici come condizione necessaria per affrontare il futuro. Una ricerca che attraversa secoli di storia, dal Trecento fino ai nostri giorni, seguendo un filo conduttore spesso ignorato: quello di una cultura popolare che non si limita ad accettare la realtà, ma la osserva criticamente, la interpreta e talvolta la sfida.
“Ho cercato proverbi che esprimessero non soltanto accettazione”, ha spiegato, “ma anche elementi capaci di mettere in discussione stereotipi consolidati”. Da qui il tentativo di costruire un percorso che collega autori e linguaggi diversi, da Basile a Viviani fino a Totò, maestro nell’esprimere concetti profondi attraverso battute fulminanti e un umorismo che unisce raffinatezza inglese a sapienza popolare.
Un altro aspetto è il recupero della tradizione epico-satirica napoletana. Ferraro ha raccontato di aver lavorato sull’intreccio tra dimensione eroica e satira, mostrando come la ridicolizzazione dei potenti sia stata spesso uno strumento efficace per denunciare le ingiustizie e smascherare le pretese del potere.
L’epica reinterpretata in chiave satirica diventa così una forma di libertà. Permette di dire ciò che altrimenti sarebbe difficile dire. Consente di criticare senza piegarsi e di resistere senza imitare la violenza di chi domina.
Da qui la riflessione sulla guerra. Per Ferraro la guerra rimane sempre e comunque “un’inutile strage”. La vera questione non è scegliere tra il cambiare tutto o accettare passivamente l’esistente; la sfida consiste nel costruire forme concrete di opposizione.
“Il vero antidoto alla violenza non è altra violenza”, ha sostenuto, “ma la non collaborazione”.
“Boicottaggio, opposizione civile, rifiuto di cooperare con i meccanismi della guerra e della sopraffazione”. Nessun potere, ha osservato, può controllare a lungo una società nella quale una parte ampia e consapevole dei cittadini decide di sottrarsi alla collaborazione.
Una riflessione che richiama le grandi esperienze della nonviolenza moderna ma che Ferraro radica profondamente nella tradizione popolare napoletana.
Non a caso uno dei riferimenti più significativi emersi durante la serata riguarda proprio Viviani e la straordinaria capacità del popolo napoletano di costruire collettività, solidarietà e mutuo sostegno anche nelle condizioni più difficili. Una capacità che rappresenta forse il più autentico antidoto contro la cultura della guerra e dell’individualismo, capacità di guardare con ironia, pietà e spirito critico alle pretese del potere e alle tragedie della guerra.
Il dibattito ha toccato una questione fondamentale, etica, giuridica e perfino evangelica: può esistere una guerra giusta? La Resistenza contro un’aggressione può essere considerata legittima? Oppure il percorso più avanzato dell’umanità deve consistere nel superare progressivamente la logica stessa della guerra attraverso la nonviolenza, la disobbedienza civile e nuove forme di partecipazione democratica?
Interrogativi che, attraverso il libro di Ferraro, acquistano oggi una drammatica attualità. In un’epoca nella quale il linguaggio delle armi prevale su quello della diplomazia e nella quale termini come “pace”, “disarmo” e “giustizia” appaiono ai margini del dibattito pubblico, Una è a guerra ca ce spetta rappresenta un invito coraggioso a restituire a quelle parole il loro significato originario.
È forse proprio questa la sua attualità più profonda, che ricorda che la pace non è passività, ma scelta. Non è rassegnazione, ma impegno. E che l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e ogni forma di disumanizzazione.
La serata di IoCiSto ha dimostrato che questa tradizione non appartiene soltanto al passato. Continua a parlare al presente e al futuro. Perché la pace non è un’utopia astratta, ma una pratica quotidiana di responsabilità civile. E perché, come suggerisce il titolo del libro, l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e la rinuncia all’umanità.
In questo senso, Una è a guerra ca ce spetta acquista un valore che va ben oltre la dimensione letteraria. È un libro che invita a interrogarsi sul significato stesso della cittadinanza, sulla responsabilità individuale e collettiva, sul rapporto tra diritto e forza. Ferraro compie un gesto controcorrente: restituisce a quelle parole la loro forza originaria e la loro capacità di orientare il futuro.