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Un Tribunale Penale svizzero riconosce il genocidio a Gaza e assolve 5 attivisti
Ginevra, 4 giugno 2026 – Una decisione di portata storica che farà giurisprudenza in Europa: 1. riconosce che un genocidio è in corso; 2. giudica che nessun motivo giustifica la sanzione di militanti pacifici; 3. ricorda che la libertà di espressione protegge la disobbedienza civile non violenta e che reprimere queste mobilitazioni è incompatibile con la democrazia. Una vittoria cruciale: difendere i diritti umani non è un crimine. Il Tribunale Penale di Ginevra ha assolto cinque membri del Collectif Urgence Palestine che erano stati processati per aver partecipato a diverse manifestazioni pacifiche denunciando il genocidio a Gaza. Gli imputati hanno contestato sedici multe per un totale di 6.400 CHF, oltre a considerevoli costi legali e giudiziari. Gli attivisti erano rappresentati dagli avvocati Olivier Peter ed Emma Lidén (Peter & Moreau), insieme a Jan Fermon, un avvocato belga specializzato in diritto internazionale. Nella sentenza, che rappresenta una prima in Svizzera, il Tribunale ha stabilito che un genocidio era in corso a Gaza. Nel giungere a questa conclusione, si è basato in particolare sui rapporti internazionali presentati come prova e sulla testimonianza di Raji Sourani, Direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani. Durante la sua testimonianza, il signor Sourani ha sottolineato che “i movimenti di solidarietà possono rompere la cospirazione del silenzio e dare voce a chi non ne ha; senza di essi, la situazione potrebbe essere cento volte peggiore.” La Corte ha inoltre stabilito che le sanzioni imposte ai manifestanti costituivano un ingiustificato intervento nel diritto di riunione pacifica protetto dall’articolo 11 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Ritenendo che l’interferenza non perseguisse alcun obiettivo legittimo né fosse necessaria in una società democratica, la Corte ha assolto tutti gli imputati. Questa decisione rappresenta una potente affermazione di solidarietà internazionale con il popolo palestinese e la necessità di proteggere la protesta pacifica di fronte a un genocidio in corso. InfoPal
June 5, 2026
Pressenza
Extinction Rebellion tappezza Roma con manifesti di Meloni in manganello. “L’Unica Sicurezza è questo Clima di Merda”
Durante la notte Extinction Rebellion ha incollato su muri e bacheche di diversi quartieri di Roma manifesti raffiguranti Giorgia Meloni nel mezzo di un’alluvione munita di manganello con la scritta “L’Unica Sicurezza è questo Clima di Merda”. Tra questi, anche uno alto più di due metri, incollato in via Guendalina Borghese a Garbatella, a pochi metri dalla sede di Fratelli d’Italia dove è partita la carriera politica della premier. Con questo ultimo messaggio, il movimento conclude la settimana di proteste nella Capitale, iniziata con un’ondata di calore anomala e conclusa con trombe d’aria che ieri notte hanno fatto cadere diversi alberi in città. La settimana di manifestazioni preavvisate e azioni dirette lanciata per esigere politiche climatiche serie e radicali in vista delle prossime elezioni, e che ha visto l’inasprimento di misure repressive come conseguenza diretta dei decreti sicurezza promossi ed approvati dal governo Meloni. Dopo quello che è successo martedì – con il sequestro per oltre 7 ore di 6 persone che stavano provando ad appendere uno striscione nel giorno della Festa della Repubblica – abbiamo deciso di lasciare un ultimo messaggio alla città” commenta Extinction Rebellion.“Se non è più possibile manifestare nelle piazze in nome della sicurezza pubblica, faremo in modo che siano i muri a parlare: l’unica sicurezza di cui dovrebbe importarci è questo clima di merda, e le temperature e i temporali di questa settimana ne sono un esempio”. Il riferimento è alle pesantissime misure repressive disposte dalla Questura di Roma nei confronti del movimento nei giorni precedenti. Dalle restrizioni sull’occupazione in tenda di piazza del Viminale costretta ad essere spostata in piazza dell’Esquilino senza motivazioni, alle denunce – a cui probabilmente seguiranno multe per migliaia di euro – per una performance di 20 minuti sotto palazzo Venezia, fino al sequestro di 6 persone per oltre 7 ore impedendogli di dare notizie ai loro legali. “Hanno raccontato per mesi che il decreto sicurezza serviva ad arginare la violenza nelle piazze. Questo è il risultato: persone non violente trattate come criminali e con migliaia di euro di multa da pagare”. Nello specifico, il nuovo Decreto Sicurezza, approvato dal governo e definito dagli esperti dell’ONU “il più grave attacco alla libertà di protesta degli ultimi decenni”, introduce nuovi reati, aggravanti e sanzioni amministrative, in particolare legati a manifestazioni e proteste. Nel frattempo, nel corso della settimana la città è stata colpita da due diversi eventi climatici estremi: un’ondata di calore eccezionale e violenti temporali che hanno causato danni diffusi. “Due eventi climatici estremi nell’arco di una sola settimana ci ricordano quanto la crisi climatica sia ormai diventata un problema sociale e sanitario”, dichiara Extinction Rebellion. “Mentre il governo continua a parlare di sicurezza pubblica in relazione all’inasprimento delle pene nei confronti delle manifestazioni, le persone continuano a morire e a pagare i danni causati da ondate di calore estreme, incendi e alluvioni”. L’ondata di calore sull’Europa centrale e occidentale che ha raggiunto il suo picco la scorsa settimana ha visto raggiungere i 38 gradi in diverse città italiane, e temperature fino a 16 gradi sopra la media del periodo nelle zone europee più colpite. Sulle Alpi lo zero termico ha superato i 4000 metri, una quota superiore alla maggior parte delle vette, che, esponendo i nevai montani a uno scioglimento precoce, riduce le riserve idriche alpine e aumenta il rischio di siccità nei periodi estivi, specialmente quando questi eventi si verificano così presto nella stagione. In Italia, come nel resto del mondo, gli eventi estremi si verificano con sempre più frequenza a causa della crisi climatica, con perdite e danni che affliggono la popolazione: si stima che negli ultimi 30 anni siano morte 38.000 persone in Italia a causa di eventi climatici estremi, e che in dieci anni si siano accumulati 19 miliardi di euro di danni derivanti da frane e alluvioni. Le azioni di questi giorni sono state un piccolo campanello d’allarme e l’inizio di una lunga ondata di agitazione che crescerà fino alle prossime elezioni, affinché sia un monito per tutte le forze politiche, dalla maggioranza all’opposizione” conclude Extinction Rebellion. “Perché le uniche sicurezze da garantire sono quella sociale, sanitaria, lavorativa e climatica”. Extinction Rebellion
June 4, 2026
Pressenza
“Una è a guerra ca ce spetta”: da Basile a Totò, la tradizione napoletana della pace e della disobbedienza civile dialoga con il presente
Alla libreria IoCiSto la lezione di pace di Ermete Ferraro Non una semplice presentazione di un libro, ma una riflessione collettiva sul rapporto tra cultura, pace, potere e tradizione. Nella sala gremita della libreria IoCiSto è stato presentato il saggio di Ermete Ferraro “Una è a guerra ca ce spetta”, edito da Langella. A rendere coinvolgente ed emozionante il clima le letture teatralizzate dell’attrice Marcella Vitiello, che ha dato voce con sensibilità e forza espressiva, nell’antico vernacolo, a brani di Giambattista Basile e Raffaele Viviani. Due autori che hanno saputo raccontare l’anima profonda di Napoli, le sue contraddizioni, la sua ironia e la sua straordinaria umanità. Le interpretazioni dell’attrice hanno offerto al pubblico non soltanto una pausa letteraria, ma una vera immersione in quella tradizione culturale che costituisce il cuore stesso del libro di Ferraro. Un pubblico attento e partecipe, un dibattito intenso che ha intrecciato cultura, diritto, storia, vangelo e attualità. La presentazione del libro di Ermete Ferraro, Una è a guerra ca ce spetta, si è trasformata in qualcosa di più di un semplice incontro letterario: un’occasione di riflessione collettiva sul significato della pace, della giustizia e della responsabilità civile in un tempo segnato da guerre, soprusi e crescenti tensioni internazionali. Il titolo del libro richiama una celebre espressione della sapienza popolare napoletana: “una è a guerra ca ce spetta”; l’unica guerra che davvero “ci spetta” non è quella combattuta con le armi, ma quella contro le ingiustizie, le disuguaglianze, le forme di oppressione e di dominio che attraversano le società umane. È una dichiarazione di intenti. L’opera di Ferraro si inserisce infatti in una lunga e prestigiosa tradizione culturale napoletana che, nei secoli, ha espresso una visione profondamente critica della guerra. Una tradizione, dal Quattrocento ai giorni nostri, che attraversa la letteratura, il teatro e il pensiero civile della città. Da Giambattista Basile, che nelle sue opere ha saputo raccontare il mondo popolare con uno sguardo attento all’umanità degli ultimi, fino alle pagine di Ferdinando Russo e alle intense rappresentazioni di Raffaele Viviani, emerge una costante diffidenza verso ogni forma di sopraffazione e di violenza esercitata dal potere, ma anche la ricerca di modalità alternative di risposta alla violenza, come la solidarietà comunitaria, la satira dell’autorità e la ridicolizzazione della retorica bellicistica. Questa eredità culturale ha poi espressioni altissime nel Novecento con Eduardo De Filippo e Totò. Nelle loro opere, pur diverse per linguaggio e stile, la guerra appare come il simbolo dell’assurdità umana, mentre la solidarietà, la pietà e l’intelligenza popolare diventano gli strumenti per resistere alla brutalità della storia. È una Napoli che non celebra gli eroi armati, ma gli uomini e le donne capaci di conservare la propria umanità anche nelle circostanze più difficili, capace di adattarsi ma senza arrendersi. Chi forza nunn’ave s’arma d’ingegno. A introdurre l’incontro Elio Serino, che ha sottolineato il valore culturale del saggio e la sua capacità di mettere in luce uno dei tratti più originali della storia napoletana: una tradizione popolare e intellettuale che ha sempre guardato con diffidenza alla violenza e ai poteri costituiti. Un percorso che passa anche attraverso l’evoluzione del dialetto e della letteratura napoletana, di una cultura che ha saputo raccontare il popolo senza mai cedere alla celebrazione della guerra. Serino ha definito il volume un libro gradevole e accessibile, ma al tempo stesso ricco di spunti di riflessione. Soprattutto, ha invitato ad andare oltre una visione puramente retorica del pacifismo. La vera rivoluzione, ha osservato, consiste nella pratica della disobbedienza civile e non violenta, nella capacità di opporsi ai meccanismi del potere senza riprodurne la violenza. Ma il cuore politico e civile della discussione è emerso nell’intervento di Luigi de Magistris, che ha collegato le riflessioni del libro ai principi fondamentali della Costituzione italiana, richiamando in particolare gli articoli 3 e 11: quello sull’uguaglianza e quello che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. “Serve disobbedienza”, ha affermato con forza, indicando nel libro di Ferraro uno strumento prezioso per ripensare il rapporto tra cittadini, istituzioni e potere. Secondo de Magistris, Napoli rappresenta storicamente un laboratorio originale di convivenza e pluralismo. Una città “tendenzialmente anarchica”, ha detto, che non ha conosciuto l’Inquisizione, una città nella quale la diversità è sempre stata una ricchezza e non una minaccia. Una città di porto, aperta al Mediterraneo e al mondo, capace di guardare oltre il mare e oltre i confini, verso l’infinito. Da questa identità nasce anche una responsabilità particolare. De Magistris ha lanciato una proposta culturale e politica che va oltre i confini cittadini: “Napoli non pretende di cambiare da sola il mondo, ma può continuare a dare segnali. Segnali concreti, capaci di indicare una direzione diversa rispetto a quella dei governi e delle logiche di potere”. Ha ricordato il riconoscimento dello Stato di Palestina come atto simbolico e politico di valore universale. Ha richiamato la scelta di denuclearizzare il porto di Napoli impedendo l’ingresso di navi con armamenti nucleari. Ha ricordato la decisione di opporsi agli ordini governativi che imponevano la chiusura del porto alle navi delle organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare, una scelta che comportò conseguenze giudiziarie. “Le città possono scrivere pagine di umanità differenti da quelle spesso dettate dagli interessi geopolitici e dai centri del potere”. L’idea più suggestiva emersa dal suo intervento è stata forse quella di una Napoli “che può provare a diventare punto di riferimento per un’alleanza delle città del Sud del mondo, promotrice di un nuovo modello di giustizia, solidarietà e cooperazione internazionale”. Un progetto ambizioso, certamente, ma che trova alimento proprio nella storia della città e nella sua vocazione all’incontro tra culture diverse. Poi Ermete Ferraro. Insegnante, instancabile e appassionato pacifista, impegnato da decenni nella promozione della nonviolenza, dell’educazione alla pace e della tutela dell’ambiente. Autore di saggi su ecopacifismo, di cui è referente nazionale, e di cultura napoletana, ha spiegato di aver voluto recuperare la lingua, i proverbi e la tradizione culturale napoletana per conoscere le proprie radici come condizione necessaria per affrontare il futuro. Una ricerca che attraversa secoli di storia, dal Trecento fino ai nostri giorni, seguendo un filo conduttore spesso ignorato: quello di una cultura popolare che non si limita ad accettare la realtà, ma la osserva criticamente, la interpreta e talvolta la sfida. “Ho cercato proverbi che esprimessero non soltanto accettazione”, ha spiegato, “ma anche elementi capaci di mettere in discussione stereotipi consolidati”. Da qui il tentativo di costruire un percorso che collega autori e linguaggi diversi, da Basile a Viviani fino a Totò, maestro nell’esprimere concetti profondi attraverso battute fulminanti e un umorismo che unisce raffinatezza inglese a sapienza popolare. Un altro aspetto è il recupero della tradizione epico-satirica napoletana. Ferraro ha raccontato di aver lavorato sull’intreccio tra dimensione eroica e satira, mostrando come la ridicolizzazione dei potenti sia stata spesso uno strumento efficace per denunciare le ingiustizie e smascherare le pretese del potere. L’epica reinterpretata in chiave satirica diventa così una forma di libertà. Permette di dire ciò che altrimenti sarebbe difficile dire. Consente di criticare senza piegarsi e di resistere senza imitare la violenza di chi domina. Da qui la riflessione sulla guerra. Per Ferraro la guerra rimane sempre e comunque “un’inutile strage”. La vera questione non è scegliere tra il cambiare tutto o accettare passivamente l’esistente; la sfida consiste nel costruire forme concrete di opposizione. “Il vero antidoto alla violenza non è altra violenza”, ha sostenuto, “ma la non collaborazione”. “Boicottaggio, opposizione civile, rifiuto di cooperare con i meccanismi della guerra e della sopraffazione”. Nessun potere, ha osservato, può controllare a lungo una società nella quale una parte ampia e consapevole dei cittadini decide di sottrarsi alla collaborazione. Una riflessione che richiama le grandi esperienze della nonviolenza moderna ma che Ferraro radica profondamente nella tradizione popolare napoletana. Non a caso uno dei riferimenti più significativi emersi durante la serata riguarda proprio Viviani e la straordinaria capacità del popolo napoletano di costruire collettività, solidarietà e mutuo sostegno anche nelle condizioni più difficili. Una capacità che rappresenta forse il più autentico antidoto contro la cultura della guerra e dell’individualismo, capacità di guardare con ironia, pietà e spirito critico alle pretese del potere e alle tragedie della guerra. Il dibattito ha toccato una questione fondamentale, etica, giuridica e perfino evangelica: può esistere una guerra giusta? La Resistenza contro un’aggressione può essere considerata legittima? Oppure il percorso più avanzato dell’umanità deve consistere nel superare progressivamente la logica stessa della guerra attraverso la nonviolenza, la disobbedienza civile e nuove forme di partecipazione democratica? Interrogativi che, attraverso il libro di Ferraro, acquistano oggi una drammatica attualità. In un’epoca nella quale il linguaggio delle armi prevale su quello della diplomazia e nella quale termini come “pace”, “disarmo” e “giustizia” appaiono ai margini del dibattito pubblico, Una è a guerra ca ce spetta rappresenta un invito coraggioso a restituire a quelle parole il loro significato originario. È forse proprio questa la sua attualità più profonda, che ricorda che la pace non è passività, ma scelta. Non è rassegnazione, ma impegno. E che l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e ogni forma di disumanizzazione. La serata di IoCiSto ha dimostrato che questa tradizione non appartiene soltanto al passato. Continua a parlare al presente e al futuro. Perché la pace non è un’utopia astratta, ma una pratica quotidiana di responsabilità civile. E perché, come suggerisce il titolo del libro, l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e la rinuncia all’umanità. In questo senso, Una è a guerra ca ce spetta acquista un valore che va ben oltre la dimensione letteraria. È un libro che invita a interrogarsi sul significato stesso della cittadinanza, sulla responsabilità individuale e collettiva, sul rapporto tra diritto e forza. Ferraro compie un gesto controcorrente: restituisce a quelle parole la loro forza originaria e la loro capacità di orientare il futuro. Gina Esposito
May 31, 2026
Pressenza
L’addio di Cappato e Perduca al leader nonviolento e dirigente radicale
Olivier Dupuis è mancato il 4 maggio in casa sua, circondato dalle persone a lui più care. Alla fine del 2025 gli era stato diagnosticato un cancro incurabile al pancreas e, avvalendosi della legge belga che dal 2002 disciplina l’eutanasia, ha ottenuto di poterla ricevere. Marco Cappato e Marco Perduca, che hanno condiviso con lui un decennio di iniziative, hanno dichiarato: > Fin dai primi anni ‘80 Olivier Dupuis si era unito al Partito Radicale, > arrivando a essere arrestato in Belgio per la sua affermazione di coscienza > che gli fece rifiutare la leva militare. > > Già 40 anni fa, Dupuis denunciava l’esistenza di sistemi di difesa nazionale > nel momento in cui si stava costruendo l’Europa politica. Il suo era un > antimilitarismo anti-nazionalista per la creazione di una difesa europea parte > fondante anche su una politica estera comune degli Stati Uniti d’Europa. > > Il suo impegno, proseguito anche dopo la militanza nel Partito Radicale, è > sempre stato caratterizzata dalla disobbedienza civile e della nonviolenza > praticate per conquistare obiettivi di libertà, diritti, giustizia e contro > tutte le discriminazioni e l’amministrazione della giustizia nel “suo” Belgio. > > Eurodeputato radicale per due legislature fino al 2004, Dupuis ha messo il > Partito Radicale al servizio della causa dei popoli oppressi. Dai tibetani > agli uiguri, passando per vietnamiti, laotiani, taiwanesi, popoli indigeni > andini quanto indocinesi fino alla dissidenza cinese, Dupuis si è sempre fatto > carico di rappresentare le richieste di libertà e autodeterminazione dei > milioni di persone vittime di regimi autoritari. Fu tra i primi a chiedere > l’incriminazione di Milosevic al neonato Tribunale ad hoc per la > ex-Jugoslavia, e a denunciare il regime fascista di Putin, sostenendo le > proposte diplomatiche del governo ceceno in esilio e, più recentemente, > adoperandosi affinché l’Europa non facesse mancare il sostegno militare alla > resistenza ucraina. > > Con Olivier perdiamo un amico dal quale abbiamo tratto ispirazione per il > perseguimento di obiettivi apparentemente impossibili da raggiungere, e col > quale siamo riusciti a conquistare fondamentali riforme per lo Stato di > Diritto e la giustizia internazionale. Cos’è l’eutanasia per la legge del Regno del Belgio L’eutanasia è un atto medico con cui un medico pone fine intenzionalmente alla vita di una persona su sua richiesta. Tale richiesta deve essere volontaria, ponderata, ripetuta e senza pressioni esterne. L’eutanasia è possibile solo se la persona: * si trova in una situazione medica terminale, * a seguito di una o più patologie gravi e incurabili (causate da malattia o incidente), che le provocano una sofferenza costante, insopportabile e insopportabile. Può essere praticata solo da un medico, secondo una rigorosa procedura legale, e deve essere segnalata alla Commissione Federale per il Controllo e la Valutazione dell’Eutanasia (CFCEE). Quando e come si può richiedere l’eutanasia in Belgio Esistono due modalità per praticare l’eutanasia a seconda della situazione della persona: * Richiesta immediata: l’eutanasia può essere praticata su una persona cosciente e lucida. A tal fine, la persona deve presentare una richiesta esplicita al proprio medico; questa viene definita richiesta immediata di eutanasia. * Direttiva anticipata di volontà per l’eutanasia: l’eutanasia può essere praticata su una persona incapace di esprimere le proprie volontà a causa di incoscienza (coma o stato vegetativo persistente) la cui condizione è considerata irreversibile. Per farlo, è necessario aver precedentemente redatto una direttiva anticipata di eutanasia, un documento ufficiale predisposto in anticipo, nel caso in cui la persona non sia più in grado di esprimere le proprie volontà. Finché la persona è cosciente e in grado di comunicare, si applica solo la richiesta attuale. La direttiva anticipata può essere utilizzata solo se la persona non è più in grado di esprimere le proprie volontà a causa di uno stato di incoscienza irreversibile. Questi passaggi possono essere compiuti contemporaneamente, in momenti diversi o indipendentemente l’uno dall’altro. Per presentare una richiesta o comunicare una direttiva anticipata, è necessario contattare un medico. Solo il medico decide se può soddisfare la richiesta. Pertanto, non è richiesta alcuna autorizzazione ufficiale. Tutte le richieste o dichiarazioni devono rispettare condizioni rigorose, sia nella forma che nella sostanza. Il medico valuta se le condizioni di legge sono soddisfatte e può accettare o rifiutare la richiesta. La persona può sempre cambiare idea. Può modificare, sospendere o annullare la propria richiesta attuale in qualsiasi momento. Allo stesso modo, una direttiva anticipata può essere revocata. Chi può richiedere l’eutanasia? Possono richiedere l’eutanasia le seguenti persone: * Qualsiasi adulto o minore emancipato cosciente e capace di intendere e di volere può presentare una richiesta immediata o una direttiva anticipata; * Qualsiasi minore non emancipato con sufficiente capacità di discernimento può presentare una richiesta immediata, a determinate condizioni. Solo la persona interessata può richiedere l’eutanasia. Un parente non può mai richiederla per conto della persona interessata, nemmeno in presenza di uno stretto legame familiare. L’eutanasia non è un diritto. Anche se tutte le condizioni legali sono soddisfatte, un medico non è mai obbligato a praticare l’eutanasia. Può rifiutarsi per motivi di coscienza o per ragioni mediche. In tal caso, il medico deve: * informare la persona interessata o il suo rappresentante designato (se nominato) del proprio rifiuto entro 7 giorni e indirizzarla a un altro medico. Tale medico viene scelto dalla persona interessata o dal suo rappresentante designato; * trasmettere la cartella clinica al medico scelto entro 4 giorni lavorativi; * fornire i recapiti di un centro o di un’associazione specializzata in eutanasia. Tuttavia, nessuno (famiglia, istituzione, ecc.) può opporsi a una richiesta fatta da un adulto, né alla decisione di un medico di concederla se tutte le condizioni sono soddisfatte. La procedura di eutanasia La persona, in accordo con il proprio medico, determina il luogo (casa, ospedale, casa di cura), l’ora, chi sarà presente e gli eventuali elementi simbolici (musica, candela, ultimo pasto, ecc.). Il medico somministra il farmaco con un metodo sicuro, assicurando che la morte avvenga rapidamente e senza dolore. Il medico rimane presente fino alla fine. È inoltre responsabile della verifica del rispetto dei requisiti di legge e della presentazione del documento di registrazione. Redazione Italia
May 5, 2026
Pressenza
Senigallia: mobilitazione per il diritto alla casa
di Sergio Sinigaglia Ieri pomeriggio (29 aprile) una venticinquina di nuclei familiari di Senigallia, insieme ad attivisti ed attiviste del Centro sociale Arvultura, si è recata ad Ancona, alla sede dell’Erap (Ente Regionale per l’Abitazione Pubblica), per un presidio promosso insieme al Sunia della provincia e per incontrare il presidente dell’ente e i tecnici. Si è trattato del primo punto
Un uragano in abiti vittoriani
di Bruno Lai 22 aprile 1858: nasce Ethel Smyth. Ethel Smyth (1858-1944) è come un uragano in abiti vittoriani. È una donna assolutamente dirompente, capace di farsi largo a gomitate in mondi esclusivamente maschili con una grinta decisamente notevole. È una donna che, se trova una porta chiusa, non bussa: la abbatte. Ethel Smyth è orgogliosamente inglese, nata a Sidcup,
Deterrenza non è prevenzione: l’alternativa alle divise in classe c’è ed è molto più qualificata!
All’IIS Leonardo da Vinci di Maccarese (Roma), il 18 febbraio 2026, dopo analoghi fatti nel novembre 2025, si è consumato un altro atto repressivo con azioni intimidatorie nei miei confronti. Con un cartello riportante il messaggio-chiave, in termini pedagogici, Fuori la polizia dalla scuola, deterrenza non è prevenzione, mi aggiravo nell’androne e nei corridoi. Perché questa azione certamente inconsueta all’interno di una struttura educativa? Poco dopo una pattuglia della Polizia di Stato avrebbe fatto ingresso nell’aula magna, per parlare di femminicidi e di violenza ai danni delle donne. La volta precedente, sempre nell’ambito del progetto Scuole Sicure nato dalla joint-venture Ministero dell’interno e Ministero dell’Istruzione, nella stessa scuola si parlò di bullismo e cyber-bullismo, altri due cavalli da battaglia o meglio cavalli di Troia, visto che con questi due temi varie forze di Polizia (polizia di Stato, Carabinieri, ma anche Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria) hanno grande facilità nel fare breccia proprio nelle scuole. L’azione, sicuramente di forte impatto in termini di disobbedienza civile e in antitesi allo stereotipo del “bravo docente”, si è svolta senza particolari problemi di cosiddetto “ordine pubblico”, di fronte a studenti incuriositi e professori che invece giravano lo sguardo altrove, tirando dritti con evidente imbarazzo. Perché da alcuni anni si continuano ad approvare progetti per contrastare il bullismo, il cyber-bullismo o la violenza contro le donne chiamando operatori che sul campo intervengono in funzione repressiva o al più di contenimento dei soggetti violenti? In alternativa, per esempio, si potrebbero coinvolgere gli esperti del settore che operano sull’altro versante rispetto a quello giudiziario-penale e della sicurezza pubblica, come chi è a contatto con le storie di vita delle donne abusate o dei ragazzi vittime di bullismo: ci sono a disposizione gli e le esperte dei centri anti-violenza, il Telefono Azzurro, oppure, volendo andare ancor più alla radice del fenomeno, cioè nel cuore della cultura  patriarcale, gli psicologi che sono in contatto tutti i giorni con gli uomini che si rivolgono ai centri per uomini violenti. Gli studenti nel cambio tra un’ora e l’altra nel frattempo si accalcavano davanti alla porta dell’aula magna e tardavano ad entrare, ascoltando il motivo della contestazione fino all’arrivo dei due “docenti” in divisa e armati di Beretta 92S Parabellum. Con loro c’era tutto lo staff dirigente, alcuni collaboratori e altri docenti, per lo più silenti che non comprendendo appieno azioni nonviolente ma certamente dissacranti come questa, hanno poi contribuito solo ad alzare il livello di tensione: nessuno ha proposto un dibattito alternativo, ma tutti si sono appellati alla decisione del collegio docenti e dei consigli di classe. Il tutto è culminato con una perquisizione da parte dei due agenti nei miei confronti, alla ricerca di eventuali oggetti o attrezzi pericolosi di fronte ad un’aula ormai colma di studenti. Poi si è passati alla mia identificazione inutile e ridondante, visto che poco prima avevo già dichiarato di essere parte del corpo docente e quindi non un “corpo estraneo” di fronte a colleghi e personale ATA. Una docente ha poi avviato un tentativo di “mediazione” proponendo alla Polizia di farmi assistere all’intervento, pur non essendo lì con le mie classi, con una vaga proposta di “debate” che i poliziotti stessi hanno presentato ai/lle ragazzi/e, avvertendoli però che ciò “avrebbe comportato per loro delle conseguenze.” Salvandosi in corner l’agente che aveva appena lanciato quella velata minaccia l’ha specificata meglio, ma in termini di “o noi o loro”, insinuando cioè che la mia presenza rendeva la loro di troppo. Non contenti i poliziotti hanno tentato di rimuovere fisicamente il fastidioso cartellone sfilandomelo dal basso verso l’alto. Di fronte a quell’azione imprevista e alla determinazione nel portare avanti la contestazione, l’agente poi mi chiedeva, sempre con gli studenti come testimoni, se “avessi per caso qualche problema con la Polizia”. Gli ho risposto che “la domanda era mal posta, anzi parlando come docente di Scienze Umane era tendenziosa e in ogni caso doveva specificare che cosa intendesse per problema.” In certi contesti scolastici l’equivoco e dunque la sovrapposizione, quasi fossero sinonimi, tra deterrenza o repressione, assimilati impropriamente al termine prevenzione, vede il corpo studentesco, quanto meno in questa scuola, spesso in sintonia con quello docente, che a sua volta sottovaluta il risultato di queste presenze, che da anni fissano all’interno di menti in formazione, un’immagine protettiva e salvifica della divisa. Questo processo purtroppo parte già dalle scuole primarie, per proseguire nelle secondarie e poi, appunto, nelle secondarie superiori. Alcuni ragazzi hanno confessato, infatti, che per loro quella presenza “armata” si aggiungeva ad altri due eventi pseudo-formativi nei cicli di studio precedenti. Inquadrando il fenomeno sul piano culturale, a partire dalle serie TV, ai film, ad una vera e propria propaganda sui social o pseudogiornalistica in TV si invoca da più parti un “rispetto della legalità” visto in termini di obbedienza cieca alla legge, qualunque essa sia:  si arriva al punto che al di là della presenza delle divise che in teoria dovrebbe essere evitata a prescindere, la soluzione è quindi quella del “debate” in cui per esempio un rappresentante di Casa Pound dialoga in pubblico con un attivista con una visione marxista dell’economia e della società, o appunto un docente esperto di violenza contro le donne o di bullismo, uno psicologo o un sociologo dialogano in pubblico con il poliziotto esperto della fase finale dei fenomeni di devianza ….e poi, vinca il migliore! O semplicemente vinca il più convincente, come i sofisti dell’antica Grecia ci hanno egregiamente insegnato. Questi incontri cosiddetti educativi sui temi del contrasto alla violenza, invece, il più delle volte sono soltanto accennati nell’ambito dei collegi docenti,  molto spesso inginocchiati al volere di un cerchio ristretto del dirigente e poi approvati con altrettanta superficialità a scatola chiusa, all’interno dei singoli consigli di classe: guardando con una prospettiva di lungo periodo, la soluzione potrebbe essere quella di una proposta di legge che vieti tout court l’ingresso delle forze di Polizia e delle Forze Armate all’interno del sistema scolastico in quanto in totale  antitesi con i principi-cardine, sul piano pedagogico ma anche della Costituzione italiana, su cui si basa l’istruzione pubblica. Tutto ciò senza contare che una scelta in questa direzione dovrebbe essere fuori discussione proprio per il periodo storico contingente che ci vede impegnati in spese folli in armamenti e immersi in un clima di violenza e di prevaricazione, in cui il diritto internazionale e i diritti dell’uomo passano in secondo piano rispetto al diritto del più forte. Risulta chiaro che di fronte a povertà crescenti, soprattutto in alcune classi sociali, al problema di un’erosione dei diritti sociali a partire da quello primario alla salute o all’istruzione, oppure ancora del diritto all’abitare, il rinforzo positivo della divisa e di un approccio “muscolare” a varie forme di violenza e in prospettiva di rivolte sociali nelle piazze, sono funzionali all’attuale stato di polizia (vedi tutti i decreti sicurezza e anti-migranti di questi ultimi 4 anni). Stefano Bertoldi
February 20, 2026
Pressenza