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Report dalle mobilitazioni contro l’esercitazione NATO militare-civile di Amburgo
Ogni qualche ora un’autocisterna nera e verde scuro, che decisamente non si mimetizza sullo sfondo cittadino, scorre nel traffico. Non si sa cosa trasporta, probabilmente è vuota vista l’occasione, ma i simboli che porta sono chiari. Due sono tecnici: un fuoco e un pesce morto stilizzato sotto un albero anch’esso morto e stilizzato segnalano qualche migliaio di litri di qualcosa di infiammabile e altamente nocivo per l’ambiente. Ma il terzo è anche più pericoloso: una “croce di ferro” delle Bundeswehr, le Forze Armate tedesche. Siamo ad Amburgo, dove dal 24 al 26 settembre si sta tenendo Red Storm Charlie, un’operazione NATO di esercitazione militare-civile su scala cittadina, e interpretare questa terza immagine è più difficile, perché la simmetria della croce è vecchia di centinaia di anni. Arriva, senza soluzione di continuità, fino al 1191 a Gerusalemme, quando apparse per la prima volta come stemma dei cavalieri dell’Ordine Teutonico durante la terza “guerra santa”. Non importano un nazifascimo, due guerre mondiali, un genocidio e colonie e guerre sante o giuste o di difesa. Nonostante tutto, le Forze Armate tedesche mantengono ancora la croce, e scrivono con orgoglio: “Wir. Dienen. Deutschland.” sui loro veicoli… Poi ci sono le sirene delle ambulanze, che continuano a attraversare la città a destra e a manca. Forse anch’esse vuote, perché le strutture sanitarie sono una delle parti civili coinvolte nell’esercitazione. E non solo in quella, visto la possibilità della legge tedesche di obbligare, in casi di “emergenza nazionale”, i lavoratori del comparto sanitario a lavorare secondo le necessità del momento. Sembra il corrispettivo sanitario (e tutto civile) dell’obbligo di leva. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vediamo in questa situazione una possibilità di declinare l’obiezione di coscienza totale che pratichiamo quando ci rifiutiamo di partecipare ai progetti scolastici con le forze armate e che praticano i portuali o i lavoratori e le lavoratrici della logistica quando si rifiutano di trasportare armi. Sebbene il discorso sull’obiezione di coscienza in Germania sia a nostro avviso meno diffuso che non in Italia, mobilitazioni di lavoratori e lavoratrici della sanità sono presenti anche là. Un altro effetto di questa prova di guerra è l’attività dei trasporti su ferro e nei magazzini di Edeka, grande catena di supermercati. Un segnale che, se la stampa mainstream non fosse funzionale alla propaganda di guerra, avrebbe di che preoccupare la popolazione. Perché il coinvolgimento dei grandi supermercati, mentre il conflitto russo-ucraino si avvicina ad entrare nel suo quinto inverno, è chiaro: le nuove guerre sono di trincea e logoramento, e per sostenerle occorrono anche essere in grado di approvvigionare, mese dopo mese, la popolazione di leva mandata al fronte. Così la NATO si esercita. A mobilitare truppe, armi, cibo e materiali; a far funzionare le imprese anche in caso di blackout; a rendere normale che due elicotteri militari da combattimento ogni primo pomeriggio sorvolino la città e a gestire: una grossa fuoriuscita di ammoniaca che ha ferito gravemente due persone, un drone esplosivo e un vagone di un treno merci che esplode. Che merci? Se è come accade in questi mesi a Ravenna, non ci è dato saperlo. Anche se potremmo morire mentre ci camminiamo accanto alla fermata, visto che siamo in città. Il tutto con il supporto in back office dei reparti cibernetici dell’esercito, che applicano costantemente le tecniche della guerra cognitiva. «È necessario difendersi» dicono i dirigenti politici e militari. Ma nessuno di loro si sta impegnando né a rendere meno forte quel “necessario”, perché la guerra è del tutto evitabile, né a difenderci dalla guerra invece che dall’idea di Nemico che loro stessi contribuiscono a costruire. Un esempio di guerra cognitiva? L’algoritmo che su Instagram alle ore 17:22 del 24 settembre ci propone un post del giornale NDR in cui Andy Grote, senatore per SPD (centro-sinistra) afferma: «Il piccolo drone che avete visto e che è stato neutralizzato era praticamente una replica fedele del drone di Lipsia. Si tratta esattamente dello stesso tipo di drone, dotato dello stesso ordigno esplosivo, che abbiamo avuto a Lipsia.» E infine ci sono le sirene della Polizei. Ma queste non sono tutte per finta. Perché in città in questi giorni ci sono stati anche molti e multiformi atti di resistenza alla guerra! Qualche giorno fa è arrivata la notizia che il governo tedesco ha deciso di anticipare la visita medica prevista per aprile a questo autunno. E di farla sostenere anche a chi aveva espresso ZERO come indice di interesse a prestare servizio militare nel precedente questionario. Questa visita medica è la seconda parte, dopo il questionario, del processo di schedatura che come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università abbiamo individuato in una delle possibili tecniche per incrementare le fila degli eserciti europei. A nostro avviso, tutto ciò è in progettazione anche anche in Italia, visto lo schema di ddl di giugno in cui si anticipava di voler aumentare gli organici delle forze armate di 40.000 soldati (vedi qui). In Germania il primo passaggio, grazie alla proteste studentesche, è stato un flop e il fronte antimilitarista appare determinato a impedire anche i prossimi passaggi. Poi ci sono stati un concerto per la pace, un presidio intersindacale, conferenze e conferenze stampa, un imbrattamento di un’azienda produttrice di armi, una manifestazione di tremila persone sabato 26 pomeriggio e un fallito tentativo di bloccare, nella notte del 25, un convoglio militare che ha attraversato di gran carriera la città (settanta veicoli, con tanto di cecchini sui tetti lungo il percorso). Una forte organizzazione contro la guerra ha visto convergere attivisti e attiviste da tutta la Germania, ospitati nelle case di compagni e compagne di lotta amburghesi e contribuire ai tendoni dell’accampamento di Rheinmetall Entwaffnen in un parco in centro città. Qui l’obiettivo era la sensibilizzazione, perché non è normale spiegare ai propri bambini perché, mentre giocano al giardino botanico il venerdì pomeriggio, di colpo passano volando elicotteri da guerra. Infine, venerdì 26 Ende Gelände [ndr: analoga tedesca di Ultima Generazione e Extinction Rebellion], è riuscita a bloccare i binari di Moorburg. Quelli che dal porto militare si caricano di armi per poi trasportarle in tutta la “Fortezza Europa” e oltre. Quelle di cui si vantano Rheinmetall, Leonardo S.p.A. e i grandi detentori di interessi economici e le stesse che han permesso l’esercito ucraino, in nome della democrazia, di compiere 12.615 attacchi su infrastrutture civili russe dall’inizio del conflitto nel 2022. Il blocco è durato diverse ore e si è concluso con l’espressione di uno dei volti del sistema in cui ci troviamo: la violenza della polizia sui corpi di chi sta rifiutando la guerra in modo nonviolento. Un attacco alla società, comandato dai dirigenti e acriticamente obbedito più in basso. Alcuni dei ragazzi e delle ragazze di Ende Gelände sono finite in ospedale, gli altri in questura per poi essere rilasciati nel pomeriggio, con la minaccia farlocca di ripercussione se “ci fosse stato sostegno ad attenderli una volta fuori”. E noi si era là ad attendere e sostenere. Con i panini preparati al campo di Rheinmetall Entwaffnen visto che non mangiavano né bevevano da ore. Quello ad Amburgo è stata un atto forte di rifiuto della guerra, della NATO e della militarizzazione del mondo civile. Determinato, perché entrare nei binari non sarà stato facile. Ma i binari ci ricordano che anche in Italia quando diverse realtà si uniscono e cooperano ognuna con le sue forme di lotta i risultati ci sono. E mentre rientriamo a casa, ci viene alla mente uno dei cori della piana di Venaus, liberata dal TAV nel 2005, e poi altro… Che riportiamo, un’altra pluralità di voci e unione d’intenti. «Mia nonna partigiana me l’ha insegnato tagliare le reti non è reato». «C’hanno insegnato la meraviglia contro la gente che ruba il pane ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame». «Giove certo non fu, chi a me le impose, né la giustizia agl’Inferi compagna codeste leggi fissò mai fra gli uomini». > Accampamento di Rheinmetall Entwaffnen al Parco del Vecchio Elba. > «Armi ovunque, giustizia in nessun luogo». > Uno dei veicoli militari nel traffico cittadino. > «Chi vuole la guerra, la prepara! Noi restiamo inabili alla guerra». > Untauglich, “non in forma”, è il termine militare opposto a tauglich, “idoneo” > o “abile”] alla guerra, usato storicamente nella visita di leva. > Mappa al campo di Rheinmetall Entwaffnen, con tutte le mobilitazioni e gli > eventi che via via andavano accadendo durante la settimana. > «Rifiutare, disertare, bloccare, sabotare». > Militari in viaggio nelle stazioni di tutta la Germania domenica 27 settembre. > «Disarmare Rheinmetall. Contro la guerra – costruire la pace». > > Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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L’esperienza e la prossima iniziativa dei ‘Preti contro il genocidio’
Oltre 2˙500 sacerdoti, vescovi e cardinali di 67 nazioni si preparano a tornare in piazza. I coordinatori della rete formata dai ‘pastori’ cattolici aggregati in solidarietà con il popolo palestinese e mobilitati in protesta contro il genocidio hanno presentato un bilancio delle proprie attività e il programma del 22 settembre prossimo a Roma. Dopo l’incontro mattutino alla chiesa di Santo Spirito con i partecipanti al Pellegrinaggio di giustizia in Palestina organizzato da Pax Christi e Un ponte per…, nel pomeriggio i ‘Preti contro il Genocidio’ marceranno in preghiera passando per via della Conciliazione e davanti ai palazzi sedi delle istituzioni nazionali e si raduneranno a implorare la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo insieme a monsignor Giovanni Ricchiuti, arcivescovo emerito di Altamura e presidente di Pax Christi. Alla conferenza stampa svolta online il 2 settembre scorso i referenti dell’aggregazione hanno presentato la dichiarazione ufficiale della rete ‘Preti contro il genocidio’ e l’appello Genocidio, non guerra che rivolgono a governanti e pastori della Chiesa. Il portavoce della rete ‘Preti contro il Genocidio’, Pietro Rossini, ha esordito spiegando: > Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono > ritrovati a Roma perché non riuscivano più a stare zitti. Non avevamo una > struttura, non avevamo un ufficio stampa, non avevamo un programma. Avevamo > una convinzione sola: davanti a un genocidio non esiste la neutralità. > > Oggi siamo oltre 2˙500 fra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi e in > cinque continenti. E in questo anniversario ci diamo un obiettivo preciso: > arrivare a 4˙000 adesioni. > > Quattromila non è un numero scelto a caso. È circa l’1 % di tutto il clero > cattolico del mondo. Un uno per cento che non pretende di rappresentare la > Chiesa intera, ma che chiede alla Chiesa intera di non voltarsi. Nel Vangelo > il lievito è sempre poca cosa rispetto alla pasta: eppure è quello che la fa > cambiare. > > Dobbiamo però dire con chiarezza in che condizioni arriviamo a questo > anniversario. > > In questi dodici mesi non c’è mai stato un cessate il fuoco. C’è stato > l’annuncio di un cessate il fuoco, ci sono stati i comunicati, le fotografie > degli incontri ufficiali. Ma le bombe non si sono fermate, la fame non si è > fermata, i bambini sono continuati ad essere vittime dell’odio e della > violenza. > > Una tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua: è una parola usata per > far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte. > > Per questo il 22 settembre, a Roma, non porteremo slogan. Porteremo in > processione un sudario con i nomi di trecento bambini uccisi da Israele > durante quello che avrebbe dovuto essere il tempo del silenzio delle armi. > Trecento nomi scritti a mano, uno per uno, dai sacerdoti della rete. Perché un > numero si dimentica, un nome no. Perché quei bambini avevano un nome prima di > diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo. > > E qui sta il cuore di quello che vogliamo dire oggi: bisogna chiamare le cose > con il loro nome. > > Una guerra è un conflitto tra due eserciti. Quello che accade a Gaza non è una > guerra: è un genocidio. Lo dicono i giuristi, lo dicono gli storici, lo dicono > le corti internazionali, lo dice quello che vediamo ogni giorno. Chiamarlo > “guerra” non è un errore di vocabolario: è il primo atto di complicità, perché > rende accettabile ciò che è inaccettabile. > > Per questo ci rivolgiamo alle istituzioni civili e a quelle religiose. > > Ai governi: sospendete la vendita di armi, applicate il diritto > internazionale, smettete di trattare le risoluzioni ONU come pareri > facoltativi. > > Ai nostri pastori e alle nostre Conferenze episcopali: una parola più netta, > più profetica, più concreta. > > Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le > atrocità. > > Il 22 settembre la giornata si apre con una mattinata di riflessione tra i > sacerdoti aderenti. Per procedere con una marcia di preghiera verso Via della > Conciliazione ed altri luoghi significativi di Roma per chiedere la pace, la > fine di ogni genocidio e il disarmo. > > Chiediamo al Signore il coraggio per i nostri rappresentanti politici di non > cedere ai compromessi, la forza di difendere ogni vita umana, la sapienza di > costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla verità. Il francescano Jacek Orzechowski, condirettore del Laudato Si’ Center for Integral Ecology della Siena University di Loudonville, una cittadina al centro dello stato di New York, ha riferito delle attività realizzate dalla rete Priests Against Genocide negli Stati Uniti. Il parroco londinese Pat Browne ha descritto le iniziative svolte nel Regno Unito e in Irlanda, tra cui la lettera inviata il 19 agosto scorso al primo ministro britannico.  Pietro Rossini e Jacek Orzechowski hanno testimoniato le esperienze di predicare il genocidio dall’altare. La rete dei ‘Preti contro il Genocidio’ ha aderito alla manifestazione del 9 settembre scorso contro il DDL che equipara l’antisionismo all’antisemitismo. Focalizzando l’attenzione sulla questione oggi cruciale in dibattiti e polemiche politiche e, di riflesso, nei confronti interreligiosi, Pietro Rossini ha osservato: > Il sionismo è un’ideologia diffusa tra ebrei ma anche tra cristiani, cattolici > ed evangelici, e atei, e mentre le posizioni su questo tema si sono > polarizzate i social media hanno amplificato l’eco dei discorsi d’odio, però > ‘bloccando’ il confronto d’opinioni e così togliendo la parola a chi critica > un’ingiustizia e mettendo a tacere le voci che la denunciano. Ovunque, > soprattutto nelle nazioni più tradizionaliste e conservatrici, i preti che > parlano del genocidio palestinese vengono tacciati di antisemitismo e > un’organizzazione ebraica non-sionista, Voce Ebraica per la Pace, in un report > ha documentato gli arresti di 2˙500 ebrei, anche ortodossi, che si oppongono > al genocidio dei palestinesi. Sono intervenuti i giornalisti: * Valerio Giacoia, che ha interpellato i referenti della rete Preti contro il Genocidio sulle difficoltà che hanno affrontato all’interno della Chiesa; *  Luca Kocci, collaboratore de il manifesto e di Adista che ha chiesto informazioni sul pellegrinaggio in Terra Santa e sulle relazioni e interazioni con papa Leone XIV; * Alberto Fazzolo, anche un analista geopolitico e un attivista che ha domandato quali governi ascoltano gli appelli; * Maria Ilaria de Bonis, redattrice di Popoli e Missione che ha chiesto approfondimenti sui rapporti con Vaticano, CEI e politici;  * Flavia Cecchini, redattrice di Città Nuova che ha interpellato i ‘Preti contro il Genocidio’ riguardo alle attività di BDS – boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Osservando che sacerdoti e redattori di quotidiani, riviste e agenzie stampa hanno in comune la facoltà di diffondere notizie e informazioni che formano le opinioni delle persone e contribuire a far conoscere e capire i motivi della disobbedienza civile, Rito Maresca – il parroco di Mortora che l’anno scorso ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando una casula raffigurante la bandiera della Palestina – ha ricordato “ciascuno di noi nella propria sfera d’influenza può fare qualcosa, e fare la differenza” ed esortato i giornalisti a “mettere la penna al servizio della pace, della giustizia e dell’equità”. Maddalena Brunasti
September 5, 2026
Pressenza
Archiviate le accuse contro i nove del Bosco Ospizio querelati nel 2025: nessun reato nel blocco dei trattori
Violenza privata, danneggiamento e invasione di terreni: il fatto non sussiste! A febbraio 2025, nove membri dell’Assemblea del Bosco Ospizio si erano seduti davanti ai trattori per impedire gli sfalci preliminari nell’area. Oggi arriva la notizia di archiviazione, richiesta dal PM già a luglio 2025 e nonostante la resistenza di Conad Centro Nord. Nessun elemento di costrizione, necessario a prefigurare il reato di violenza, nessun danneggiamento a beni o strutture, e una protesta durata poche ore e senza fini di lucro. Grazie alle pratiche di disobbedienza civile non-violenta, che hanno sempre contraddistinto le modalità dell’Assemblea, non emerge, in definitiva, nessun elemento sufficiente a sostenere le accuse. Sono le stesse pratiche che stanno caratterizzando il presidio permanente sorto in Campo di Marte II e che hanno permesso a centinaia di cittadine e cittadini di avvicinarsi, attraversare e popolare quotidianamente il presidio. Oggi dimostriamo, una volta in più, come la resistenza non-violenta si confermi un’espressione di dissenso materialmente efficace, in un sistema politico e giudiziario sempre più repressivi. La notizia ci riempie di fiducia e apre nuovi spiragli davanti alle più recenti denunce contro ignoti depositate da Conad Centro Nord il 3 agosto, quando, di nuovo, abbiamo scelto di usare i nostri corpi per impedire pacificamente l’accesso alle ruspe – questa volta, con un centinaio di persone a sostegno. Oggi dunque festeggiamo: per la chiusura definitiva di un procedimento a nostro carico – e per un intero mese di presidio permanente, che continuerà a difesa di Bosco Ospizio fin quando sarà necessario. Redazione Italia
September 3, 2026
Pressenza
Colombia. Petro contesta i brogli elettorali della destra e chiama alla mobilitazione il 20 luglio
l presidente colombiano uscente Gustavo Petro in un recente tweet sul social network X, ha affermato che il suo successore Abelardo De La Espriella è un presidente illegittimo. “Il presidente della Colombia non riconosce la legittimità del governo entrante. Abelardo non ha vinto le elezioni,” ha detto Petro, denunciando che la […] L'articolo Colombia. Petro contesta i brogli elettorali della destra e chiama alla mobilitazione il 20 luglio su Contropiano.
July 9, 2026
Contropiano