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Rimini, assemblea e corteo per il 25 aprile
Mercoledì 8 aprile numerose realtà sociali e sindacali della città si sono ritrovate in assemblea per confrontarsi dopo la vittoria del NO al referendum e la manifestazione No Kings di Roma. Eventi distinti che però ci hanno dato la misura di come il governo Meloni, allineato alla linea trumpiane, sia in difficoltà tra scandali personali, mancanza di politiche sociali e provvedimenti esplicitamente patriarcali come il DDL Bongiorno. Allo stesso tempo, si intravede la possibilità di ricostruire spazi e pratiche condivise di organizzazione attorno a temi quali le forme della democrazia, il rifiuto del razzismo e del regime dei confini, il contrasto dell’economia di guerra e della militarizzazione della società. Il genocidio di Gaza ha messo a nudo tanto l’allineamento dei governi, soprattutto occidentali, con le politiche coloniali sioniste, quanto gli impatti globali di questi processi.  Tra questi, l’estensione della violenza militare su scala regionale, il collasso delle istituzioni internazionali e del diritto umanitario, e il rischio di una recessione economica planetaria. Mentre da Beirut a Gaza, da Teheran a Kiev, la popolazione civile diventa il bersaglio primario della macchina bellica, l’industria militare, le Big Tech dell’intelligenza artificiale e i fondi speculativi fanno affari. Contrastare l’economia di guerra vuol dire allora praticare nuove forme di resistenza, reclamare welfare invece che armi, praticare solidarietà invece che costruire confini, ripensare la società a partire da chi sta ai margini invece che a favore di chi sta in alto. Per questo come assemblea abbiamo deciso di promuovere un corteo per il 25 aprile, partendo dalla consapevolezza che la Resistenza e l’antifascismo non sono un fatto storico concluso, ma una pratica viva che attraversa il presente. In questo senso immaginiamo il corteo come uno spazio di cura per chi quotidianamente resiste ai poteri e alle loro guerre, un luogo di incontro, riconoscimento e sostegno reciproco, in cui costruire forza collettiva. Fiori che rompono l’asfalto. Uno spazio in cui far emergere alcuni nodi fondanti del territorio, su cui mobilitarci: il diritto alla casa per tuttə, il potenziamento delle politiche transfemministe, welfare, lavoro dignitoso e la rottura dei rapporti istituzionali e commerciali con Israele, i cui governi sono responsabili del genocidio del popolo Palestinese. Il corteo partirà sabato 25 aprile alle ore 11:00 dalla Stazione Fs di Rimini e si concluderà alle ore  12:30 al parco XXV aprile. Alle 13:30 è previsto un pranzo a Casa Madiba, Via Dario Campana 59F. L’appello alla cittadinanza è anche quello a partecipare alle iniziative promosse e patrocinate dal Comune di Rimini, a partire dalle celebrazioni istituzionali del pomeriggio. Promotori ADL Cobas Rimini ANPI Provinciale Rimini ANPI Sezione Rimini Amnesty International Rimini-Cesena Casa Don Andrea Gallo Rimini Casa Madiba Network CGIL Rimini Mediterranea Saving Humans Rimini Non Una Di Meno Rimini Rimini con Gaza Adesioni Possibile Rimini Libera Rimini Sinistra Italiana Rimini Unione Giovani di Sinistra Rimini Europa Verde Rimini EcoMapuche BDS Rimini Casa del popolo Macondo Giovani democratici Rifondazione comunista Rimini EcoSocialista Rimini in Comune – Diritti a Sinistra Sinistra Anticapitalista Rimini   Redazione Italia
April 23, 2026
Pressenza
Tessere la pace, instancabilmente
Alla vigilia dell’appuntamento del 24 che, come ogni mese a Palermo, vede le donne del Presidio per la pace sollecitare la cittadinanza a una riflessione nonviolenta sulla geopolitica e il militarismo, e che precederà domani il corteo e i canti del 25 aprile, proponiamo un video appena diffuso da Viola Glorioso sull’evento del 28 marzo scorso: “10 100 1000 piazze per la pace” realizzato nella nostra città. Il prossimo appuntamento è per il 21 giugno a Roma. 28 marzo 2026 Redazione Palermo
April 23, 2026
Pressenza
Report de La Via Campesina su sovranità alimentare, guerra, imperialismo e fame nel mondo
In occasione del 30° anniversario della Giornata internazionale delle lotte contadine, il 17 aprile 2026, La Via Campesina ha pubblicato il suo documento programmatico sulle guerre nel mondo. Nel 30° anniversario del massacro di Eldorado dos Carajás, un tragico evento che ha segnato la storia de La Vía Campesina, dove contadini senza terra in Brasile furono uccisi dalla polizia federale per aver difeso il loro diritto alla riforma agraria. A pochi chilometri di distanza e 30 anni dopo, il mondo continua a mietere vittime innocenti, in uno scenario sempre più critico, segnato dalla pressione del potere imperiale e dalle tensioni geopolitiche. La Via Campesina, movimento contadino ed ecologista internazionale che riunisce oltre 180 organizzazioni provenienti da 81 paesi e rappresenta più di 200 milioni di contadini, agricoltori, popolazioni indigene e comunità rurali, lancia l’allarme presentando un documento programmatico: “GLOBALIZATION OF WAR AND THE STARVATION OF PEOPLES Food Sovereignty Against Imperialism and Global Wars” (ovvero, “La sovranità alimentare di fronte alla guerra, all’imperialismo e alla fame dei popoli nel mondo”), un position paper che affronta elementi chiave per comprendere l’impatto delle guerre e del potere imperialista sulla sovranità alimentare dei popoli. In linea con la sua lotta centrale, “di fronte alle crisi globali, costruiamo la sovranità alimentare per garantire il futuro dell’umanità”, LVC sottolinea l’urgenza della situazione. Si legge nell’incipit: “Mai nella storia recente così tanti conflitti armati sono scoppiati simultaneamente in così tanti continenti. Le guerre a Gaza, in Libano, Mali, Ucraina, Sudan, Yemen, Myanmar, nel Sahel, nella Repubblica Democratica del Congo e in Siria non sono tragedie isolate. Sono manifestazioni sintomatiche di un unico sistema globale strutturalmente malato, costruito sulla logica dell’accumulazione illimitata di capitale, del razzismo strutturale, dell’escalation delle tensioni geopolitiche, dello sfruttamento delle risorse e del dominio neocoloniale imperialista. Oggi convergono 4 dinamiche che si rafforzano a vicenda: una crisi strutturale del capitalismo globale, l’escalation dell’imperialismo militare da parte delle potenze dominanti, lo sviluppo di tecnologie militari con effetti sempre più distruttivi e l’uso deliberato del cibo come arma. Queste dinamiche costituiscono una minaccia esistenziale non solo per i sistemi alimentari, ma anche per l’umanità e la natura stessa, con gravi violazioni dei diritti umani che eludono le convenzioni internazionali vincolanti. La difesa della terra e del cibo è stata storicamente parte integrante delle lotte dei popoli contro i colonizzatori. Fin dai primi tempi del colonialismo, terre, acque, foreste e territori sono stati conquistati per arricchire gli egemoni globali. Oggi, il neocolonialismo e il neoimperialismo continuano attraverso interventi militari e sistemi commerciali, istituzioni finanziarie e monetarie neoliberiste e multinazionali. Queste dinamiche fanno parte di ciò che Naomi Klein definisce “capitalismo dei disastri”, un sistema in cui le crisi vengono sfruttate per imporre privatizzazioni e deregolamentazione, garantendo che siano proprio loro a ricostruire e promuovere nuove tecnologie per un nuovo sistema di produzione alimentare.” Il documento ha preso in considerazione importanti dati forniti da rapporti del Comitato per la pesca della FAO, attraverso il suo rapporto sullo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI), dello Stockholm International Peace Research Institute, dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), tra gli altri, riguardo ai conflitti globali e al loro impatto sui sistemi alimentari nei Paesi colpiti. “I poveri delle zone rurali, coloro che nutrono il mondo, stanno pagando il prezzo più alto.” – scrive La Via Campesina nel suo report – “Sono intrappolati nella povertà, nella fame e nei conflitti, che causano espropriazione e migrazioni forzate. (…) I fatti richiedono un’urgente chiarezza morale e politica.” Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) (1), i conflitti armati sono la principale causa di fame a livello globale. Sono: * 733 MILIONI persone che soffrono la fame nel mondo (FAO SOFI 2024); * 3,1 MILIARDI persone che non possono permettersi una dieta sana (FAO); * 60% le persone che soffrono la fame viventi in zone di conflitto (WFP); * e $2,44 TRILIONI spese militari globali nelle zone di conflitto 2023 (SIPRI ). Secondo La Via Campesina (LVC): “L’accumulazione di capitale, motore dell’ordine economico globale, si è sempre basata su due forme di espropriazione: lo sfruttamento del lavoro umano e la mercificazione della natura. Terra, acqua, semi, minerali, geni e spazio atmosferico sono stati tutti trasformati in risorse commerciabili. Quando queste risorse diventano scarse o quando gli stati potenti percepiscono una minaccia al loro approvvigionamento, la guerra diventa lo strumento prescelto.” È impossibile comprendere l’attuale proliferazione delle guerre senza confrontarsi con le profonde contraddizioni strutturali del capitalismo del XXI secolo. La globalizzazione della guerra nel mondo sta generando una pericolosa transizione dovuta alle dispute geopolitiche per il potere. Regioni come il mondo arabo e la sua sfera geopolitica, il Corno d’Africa, il Sahel, l’America Latina e il Sud-est e l’Est asiatico (l’Indo-Pacifico) sono diventate teatri centrali della competizione tra superpotenze. La LVC lancia l’allarme su come il multilateralismo sotto l’egida delle Nazioni Unite (ONU) sia effettivamente minacciato, subendo una pressione crescente da parte di potenze egemoniche concorrenti, che porta le Nazioni Unite ad essere irrilevanti nella regolamentazione e nella definizione delle relazioni internazionali. Con l’erosione dell’egemonia statunitense sotto il peso della finanziarizzazione, della deindustrializzazione, dell’ascesa della Cina come superpotenza economica e tecnologica e dell’emergere dei BRICS, la politica estera degli Stati Uniti è diventata sempre più assertiva. Come viene scritto nel report, la dinamica geopolitica è caratterizzata da quattro elementi strutturali: – Militarizzazione dell’economia globale: la spesa militare ha raggiunto la cifra record di 2.440 miliardi di dollari nel 2023 (SIPRI, 2024), mentre la FAO stima che porre fine alla fame nel mondo costerebbe 267 miliardi di dollari all’anno. La scelta di armare anziché nutrire non è una necessità economica, bensì una decisione politica. Riflette una prospettiva in cui il dominio della geopolitica è visto come una via per il dominio dell’economia globale. – L’ascesa del complesso militare-industriale: le lobby delle armi negli Stati Uniti, in Francia, in Israele e in altri paesi esercitano un’influenza significativa sulla politica estera. Le esportazioni di armi generano profitti nell’ordine delle centinaia di miliardi, mentre i territori che le ricevono si misurano in numero di vittime. La capacità distruttiva degli armamenti moderni è senza precedenti e mette il mondo intero a rischio nucleare. – La corsa alle risorse naturali: elementi delle terre rare, combustibili fossili, acqua e terreni agricoli sono la vera posta in gioco nella maggior parte dei conflitti contemporanei. Il blocco delle esportazioni di grano ucraino, la corsa al cobalto congolese e l’assedio delle zone di pesca di Gaza riflettono tutti questa logica. – Dipendenza strutturale dal Sud del mondo: decenni di aggiustamenti strutturali neoliberisti hanno eroso la sovranità alimentare delle nazioni in via di sviluppo, rendendole dipendenti da corridoi di importazione facilmente trasformabili in armi attraverso sanzioni, blocchi o interdizioni marittime. Oltre a questo, la globalizzazione della guerra porta inevitabilmente ad una catastrofe ecologica. “I conflitti armati accelerano la distruzione ambientale attraverso il bombardamento degli ecosistemi, la contaminazione del suolo e dell’acqua, la combustione di combustibili fossili in quantità massicce e il collasso della governance ambientale. Le zone di guerra diventano spesso siti di inquinamento tossico, deforestazione e perdita di biodiversità. Allo stesso tempo, l’accelerazione della crisi ecologica alimenta le tensioni geopolitiche. Con il superamento dei limiti planetari, tra cui l’instabilità climatica, la scarsità d’acqua, il degrado del suolo e la perdita di biodiversità, la competizione per le risorse naturali si intensifica.” In queste guerre si sta tornando ad un uso strategico della fame come arma di guerra. Se prima era una strategia usata dagli imperi nella storia per affamare e sottomettere i popoli,  questa antica logica viene applicata con precisione moderna: attraverso bombardamenti aerei dei sistemi di irrigazione, blocchi marittimi sulle importazioni di cibo, sanzioni che limitano l’accesso a fertilizzanti e pesticidi e il deliberato attacco a banche di semi, depositi di cereali, flotte pescherecce e mercati agricoli. LVC analizza i tre casi seguenti che dimostrano lo smantellamento deliberato dei sistemi alimentari come meccanismo di coercizione, punizione e controllo della popolazione: * A Gaza, la distruzione dell’80% dei terreni agricoli, il bombardamento dei pescherecci e il blocco dei corridoi umanitari costituiscono ciò che il Relatore Speciale delle Nazioni Unite ha definito “genocidio per fame”. * In Yemen, un decennio di blocco del porto di Hudaydah, punto di ingresso per il 70% delle importazioni alimentari, ha prodotto una delle peggiori carestie della storia moderna. * In Sudan, le Forze di Supporto Rapido hanno sistematicamente distrutto granai e saccheggiato terreni agricoli, trasformando un granaio in una catastrofe. “Questi non sono danni collaterali.” – scrive LVC – “Sono politiche deliberate e devono essere definite come tali: crimini di guerra.” La Via Campesina, in quanto movimento che riunisce le organizzazioni contadine a livello globale, ha riflettuto su questo tema e ha costantemente denunciato l’uso della fame come arma di guerra e il business che ne deriva. La distruzione e l’occupazione militare ne traggono vantaggio, alimentando genocidi in corso e perpetrando un numero incalcolabile di violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità, che rischiano di restare impuniti, con donne e bambini che rappresentano i soggetti più vulnerabili. Uniti contro l’imperialismo, il neocolonialismo, la criminalizzazione delle lotte e l’espropriazione dei territori, La Via Campesina invita le sue organizzazioni associate e le organizzazioni alleate a studiare e condividere il documento come strumento educativo divulgativo e come contributo della classe contadina globale, espresso con la sua stessa voce.   (1) Fonti: FAO State of Food Security 2024 | WFP Global Report 2024 | SIPRI Military Expenditure Database 2024   Comunicato di La Via Campesina: https://viacampesina.org/en/2026/04/food-sovereignty-in-the-face-of-war-imperialism-and-the-hunger-of-peoples-around-the-world/ Per scaricare position paper: EN_LVC_2026_04_17_Documento_di_posizione_LA_GLOBALIZZAZIONE_DELLA_GUERRA_E_LA_FAME Documento di posizione di EN LVC_La sovranità alimentare di fronte alla guerra Lorenzo Poli
April 23, 2026
Pressenza
Perché è importante parlare di spese militari nella Giornata della Terra
Il militarismo è profondamente connesso alla crisi climatica. Privilegiando la dominazione e l’estrazione di combustibili fossili, alimenta i conflitti e provoca danni ambientali. Le operazioni militari richiedono enormi quantità di energia, e le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili e tra i principali emettitori di gas serra a livello mondiale. Con il continuo aumento delle spese militari, non solo si alimentano le guerre e si incrementano le emissioni, ma si sottraggono anche risorse vitali alle soluzioni climatiche di cui abbiamo urgente bisogno. In questa Giornata della Terra (Earth Day) è importante rilanciare questi concetti nell’ambito delle Giornate Globali di Azione sulle Spese Militari, per chiedere ai Governi un cambiamento concreto e urgente. Questa giornata, coordinata dal Gruppo di Lavoro su Armi, Militarismo e Giustizia Climatica, riflette una crescente consapevolezza che pace e giustizia climatica sono strettamente interconnesse. Battiamoci per la riduzione delle spese militari e per il reindirizzamento delle risorse verso l’azione climatica, la cura e una transizione giusta.  Unisciti a noi durante la Giornata della Terra 2026 a sostegno della Campagna Globale contro le Spese militari e le sue giornate internazionali GDAMS: Smilitarizzare per la Giustizia Climatica! Militarismo e crisi climatica: i punti chiave Il militarismo e la crisi climatica sono profondamente interconnessi, in modi che spesso rimangono invisibili nel dibattito pubblico. Le forze armate sono tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo, alimentando jet, navi da guerra, basi militari e catene di approvvigionamento globali che producono enormi emissioni di gas serra, in gran parte non rendicontate. Si stima che il settore militare globale sia responsabile di circa il 5,5% delle emissioni annue di gas serra: se fosse uno Stato, avrebbe il quarto impatto climatico più grande al mondo, dopo Cina, USA e India. Solo l’esercito statunitense è già il maggiore emettitore istituzionale di gas serra del pianeta. I numeri sono impressionanti. Ogni 100 miliardi di dollari aggiuntivi di spesa militare generano circa 32 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente — pari alle emissioni annue di circa 23 milioni di automobili. La spesa militare globale ha raggiunto almeno 2.700 miliardi di dollari nel 2024 e continua a crescere, con proiezioni che la portano a 6.600 miliardi entro il 2035. I primi venti Paesi per spesa militare hanno accumulato, solo nel primo quarto del XXI secolo, almeno 10 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente di emissioni legate alle attività militari, a fronte di 40.000 miliardi di dollari spesi per i propri arsenali dal 2001 ad oggi. Il legame tra militarismo e combustibili fossili non riguarda solo le emissioni dirette. Il controllo sulle riserve di petrolio e gas ha storicamente alimentato conflitti geopolitici: si stima che tra il 25 e il 50% dei conflitti interestatali dal 1973 sia stato collegato alle risorse petrolifere. L’estrazione di combustibili fossili è inoltre spesso militarizzata, con forze armate e contractor privati schierati a protezione dei siti estrattivi e per reprimere le resistenze locali. Tra il 2012 e il 2023, oltre 1.900 difensori dell’ambiente e del territorio sono stati uccisi a livello globale, con un impatto sproporzionato su popolazioni indigene e donne. I conflitti armati aggravano ulteriormente la crisi ambientale. La guerra di Israele a Gaza nei suoi primi 15 mesi ha generato emissioni stimate in 33,2 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, equivalenti alle emissioni annue della Giordania. La guerra della Russia in Ucraina ha causato danni climatici stimati in 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Tra il 1950 e il 2000, nove conflitti armati su dieci si sono svolti in aree ad altissima biodiversità, causando deforestazione e danni ambientali duraturi ben oltre la fine dei combattimenti. L’idea di “rendere verde” l’esercito è una falsa soluzione: non esistono prove concrete che le forze armate possano decarbonizzarsi in modo reale e su scala adeguata. I sistemi d’arma acquistati oggi (come ad ese,pio i cacciabombardieri F-35, previsti in servizio ben oltre il 2050) vincolano la dipendenza dai combustibili fossili per decenni. Le emissioni militari sono quasi sempre escluse dagli obiettivi nazionali di neutralità climatica, e gli impegni esistenti sono vaghi e privi di obiettivi concreti. Nel frattempo, i Paesi più ricchi spendono per i propri eserciti trenta volte di più di quanto destinano ai finanziamenti climatici per i Paesi più vulnerabili. Eppure, riallocare anche solo il 15% della spesa militare globale del 2024 (circa 387 miliardi di dollari) sarebbe sufficiente a coprire i costi annuali di adattamento climatico nei Paesi in via di sviluppo. Ridurre le spese militari e riorientarle verso la transizione ecologica non è solo possibile: è una delle leve più potenti a nostra disposizione per affrontare insieme la crisi climatica e costruire un mondo più giusto e pacifico.   Rete Italiana Pace e Disarmo
April 22, 2026
Pressenza
“Banche armate” italiane: verso utili per oltre 7 miliardi di euro
“Banche armate” italiane: verso utili a inizio 2026 per oltre 7 miliardi di euro Riceviamo e pubblichiamo da Gianni Alioti, fra i maggiori esperti del settore armiero, una analisi aggiornata per Pressenza dei profitti delle grandi banche tramite le produzioni militari. Sono solo passate alcune settimane dalla presentazione al Parlamento della Relazione sul controllo dell’esportazione, importazione, transito di materiali d’armamento, da cui risulta che nel 2025 le transazioni bancarie legate all’export di armamenti hanno superato i 14 miliardi di euro complessivi (erano 12 miliardi nel 2024). Due-terzi di queste transazioni per esportazioni definitive è stato gestito da tre soli istituti: UniCredit, Banca Nazionale del Lavoro e Deutsche Bank. Tra i rimanenti istituti bancari maggiormente coinvolti per importo troviamo: Intesa Sanpaolo, Barclays Bank Ireland-Milan Branch, Banca Popolare di Sondrio, Crédit Agricole, Banco BPM, Banca Valsabbina, Banca Monte dei Paschi di Siena, BPER Banca ecc. In questi giorni Noemi Peruch, analista di Morgan Stanley, ha presentato un report basato su 5 istituti bancari italiani: UniCredit, BPER Banca, Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM, in cui si prevedono utili bancari italiani nel primo trimestre del 2026 per oltre 7 miliardi di euro (7,11 miliardi di euro a essere precisi). UniCredit, al primo posto assoluto tra le “Banche Armate” italiane, registra profitti superiori del 2-4% rispetto le attese, con un risultato operativo nel primo trimestre 2026 di 6,594 miliardi di euro e un utile netto di 2,867 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, al terzo posto tra le “Banche Armate” italiane dietro UniCredit e Banca Nazionale del Lavoro, sale invece al primo per risultato operativo pari a 7,074 miliardi di euro e al secondo posto per utile netto attestatosi a 2,69 miliardi di euro (+2,9%), sostenuto in particolare da profitti da trading pari a 426 milioni (+60,7%). BPER Banca tra le prime dieci “Banche Armate” italiane è destinata, in questo ambito, a fare un salto in avanti con l’incorporazione in questi della Banca Popolare di Sondrio, al quarto posto nel 2025 subito dietro le tre grandi. BPER Banca nel primo trimestre del 2026 ha raggiunto un risultato operativo di 1,812 miliardi di euro (+26,8% su base annua) e un utile netto di 515 milioni di euro (+16,3%). Banco BPM, al quinto posto tra le “Banche Armate” italiane, prevede nel primo trimestre 2026 un risultato operativo pari a 1,514 miliardi (+2,6%) e un utile netto di 480 milioni (-6%). Banca Monte dei Paschi di Siena, anche nel 2025 figura tra le “Banche armate” italiane, ma con importi modesti rispetto al passato. Il risultato operativo atteso nel primo trimestre 2026 è di 1,957 miliardi di euro (+94,3%) e l’utile netto è previsto a 567 milioni (+37,3%). Tra la crescita delle transazioni bancarie legate all’export di armamenti e gli utili netti delle banche coinvolte, sicuramente, non ci sono correlazioni “automatiche”, ma neppure semplici coincidenze. Constatiamo, infatti, che le principali “Banche Armate” italiane nel 2025 sono quelle che, in questi mesi, conseguono “risultati particolarmente brillanti”, secondo l’analista di Morgan Stanley, sia in termini di risultati operativi, sia di profitti. Come ripeteva spesso Giulio Andreotti “A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina.” Motivo più che sufficiente per togliere i propri risparmi (per chi li ha) o, semplicemente, il proprio conto corrente da questi istituti bancari. È un gesto forte, per affermare la nostra responsabilità etica e sociale, contro un sistema economico e finanziario che, insieme agli Stati, non ha alcuna remora a sostenere la crescita costante e infinita – sin dal 2014 – delle spese militari e del commercio d’armi. Con il risultato paradossale che, invece di aumentare la sicurezza, si stanno moltiplicando i conflitti armati e si alimentano le guerre. Già i nostri Governi destinano, senza il nostro consenso, una montagna di miliardi di euro delle nostre tasse per le spese militari e l’acquisto di nuovi armamenti, sottraendole al welfare e agli investimenti pubblici per la sanità, l’educazione, la ricerca in campo civile, la protezione ambientale ecc. Non è il caso, quindi, che lasciamo anche alla nostra banca la decisione di utilizzare allo stesso scopo i nostri soldi. È per questo importante sostenere la “campagna di pressione alle banche armate” https://www.banchearmate.org/ , sostenuta da gennaio 2026 anche dalla CEI. Partecipare a questa campagna è una delle azioni dirette più efficaci che possiamo fare per la pace e il disarmo.nche armate Togliamo i nostri risparmi e la gestione dei nostri conti correnti dalle mani “sporche di sangue” delle banche coinvolte nel traffico di armi https://finanzadisarmata.it/risorse/zero-armi/ Redazione Italia
April 22, 2026
Pressenza
Al molo Dalmazia di Marina di Ravenna, mentre la Flotilla parte dalla Sicilia
I tempi dimostrano che la mobilitazione contro la guerra e l’economia di guerra, l’embargo popolare dal basso, sono sempre più utili e necessari. Il diritto internazionale viene calpestato e i civili continuano a pagare il prezzo più alto, ma le mobilitazioni dello scorso autunno ci dimostrano che i lavoratori e i popoli dal basso possono fare quello che i governi complici non intendono fare. In questi giorni, le barche della Global Sumud Flotilla hanno simbolicamente “accerchiato” e ostacolato le navi MSC dirette ad Ashdod, che portano acciaio balistico e rifornimento alla macchina militare israeliana.  Intanto a Cagliari e Gioia Tauro ci sono container pieni di acciaio balistico bloccati e ispezionati da Guardia di Finanza e Dogane grazie alle pressioni popolari e al grande lavoro di monitoraggio e denuncia di BDS. Uomini e donne, da tutto il mondo, prendono parte a una nuova missione, imbarcandosi per portare aiuto a Gaza. Nell’equipaggio in partenza dalla Sicilia ci sono anche uomini e donne delle Marche e della Romagna. Da Ravenna a San Benedetto del Tronto, e in tanti altri porti d’Italia, domenica 26 aprile, alle ore 11 ci ritroveremo sui moli per sostenere e salutare la Flotilla. A Ravenna ci troviamo al molo Dalmazia a Marina di Ravenna, ore 11, con bandiere e striscioni. Il Coordinamento contro il traffico di armi nel porto di Ravenna vuole dare il suo contributo nella costruzione dell’Equipaggio di terra e chiama tutti gli interessarsi a mobilitarsi e coordinarsi per questo obiettivo. Molo Dalmazia: il luogo è altamente significativo. Da questo lembo di mare entrano ed escono settimanalmente navi portacontainer Zim e MSC, dirette ai porti di Ashdod e Haifa. Nelle migliaia di container che portano, ci sono anche armi, dual use e beni che alimentano occupazione e genocidio in Palestina. Il porto di Ravenna continua ad essere snodo di traffici di armi e hub del fossile, con il petrolchimico e il rigassificatore, segnando il sempre più inestricabile legame tra fossile e guerre. Il tutto mentre le istituzioni (comunali, doganali, portuali) si trincerano dietro una cappa di silenzio invalicabile. Il sindaco non risponde alle nostre domande e non sta facendo nulla per cambiare il codice etico della Sapir, come promesso pomposamente a settembre. Il fatto che non risponda nemmeno alle interrogazioni dei consiglieri della sua stessa maggioranza, dimostra che pressioni ci sono per non modificare lo status quo. Anche le dogane hanno alzato una pesante cortina: non vogliono rendere noti i dati aggregati dei traffici di armi nel 2025, perché la loro pubblicazione comporterebbe un “pregiudizio concreto alla sicurezza nazionale, alla sicurezza pubblica e alle relazioni internazionali dello Stato” e hanno rigettato l’accesso generalizzato agli atti. Ma noi non ci arrendiamo e abbiamo fatto ricorso al Tar. La legge 185/90 impone trasparenza sul traffico di armi. Il 15 maggio ci sarà la prima udienza a Bologna e noi siamo pronti, sostenuti come sempre dal grande avvocato Andrea Maestri. E mentre l’esposto contro il traffico di armi dal porto di Ravenna verso Israele (fatto a settembre 2025) langue nelle aule della procura, di contro, però, procede spedita la denuncia contro i manifestanti che l 28 novembre 2025 hanno provato a fermare i container diretti a Israele per poche ore: 34 pacifici attivisti tra cui ostetriche, studenti e pensionati sono stati denunciati per blocco stradale e rischiano anni di carcere. Criminale è il transito di armi e la complicità con Israele non chi pacificamente manifesta! Noi ribadiamo che a ripudiare la guerra al porto di Ravenna, c’eravamo tutti e tutte. Anche per questo scenderemo al modo Dalmazia, domenica 26 aprile: perché nonostante denunce e silenzi pesanti, nonostante pressioni e poteri forti, noi continuiamo nella nostra attività. Siamo solidali con la Flotilla e chiamiamo tutti a sostenerci nella battaglia per l’archiviazione delle denunce. Sosteniamo e rilanciamo lo sciopero nazionale dei porti del 7 maggio per il lavoro usurante lanciato a US,  lo sciopero SGB-CUB il 29 maggio e le altre mobilitazioni nazionali che si preannunciano nel mese di maggio perché la mano che sfrutta è la stessa che sgancia le bombe. Per restare umani e non rassegnarci al silenzio. Domenica unisciti a noi. Ore 11 molo Dalmazia.. Chi può esca in mare. Chi resta a terra faccia sentire la propria presenza con sirene, suoni, campanacci. Coordinamento contro il traffico di armi nel porto di Ravenna Redazione Italia
April 21, 2026
Pressenza
Perugia 2026: l’energia delle nuove generazioni sfida l’inverno nucleare
Perugia non è solo una città che ospita un evento; per quattro giorni all’anno, le sue pietre medievali diventano le pareti di una redazione a cielo aperto. L’edizione 2026 del Festival Internazionale del Giornalismo (#ijf26) ha celebrato il suo ventennale non con una rassegna nostalgica, ma con uno sguardo netto sul presente. Ciò che ha definito questa edizione, più di ogni altra, è stata la presenza massiccia degli under 25. Migliaia di studenti universitari, giovani reporter freelance e volontari provenienti da ogni angolo del globo hanno occupato Corso Vannucci. Non erano lì per “fare numero”: li si trovava in prima fila, taccuino alla mano, a incalzare i direttori delle testate internazionali o a partecipare a workshop tecnici con una competenza spesso sorprendente. È la “Generazione Perugia”: un pubblico che non si accontenta più di consumare notizie, ma vuole capirne i processi e interrogare il potere. Tra i molti temi affrontati, l’incontro del 17 aprile “Cosa devono sapere i giornalisti sulle armi nucleari” ha offerto una delle analisi più dense del programma. Coordinato da Robert K. Elder, il panel ha messo al centro un dato ormai consolidato: l’era della riduzione degli arsenali nucleari è finita. L’intervento di Matt Korda, direttore associato del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists (FAS) e co-autore del Nuclear Notebook — una delle principali stime indipendenti sulle forze nucleari globali basata su fonti aperte — ha delineato un quadro preciso. Dopo decenni di riduzione post-Guerra Fredda, tutti e nove i Paesi dotati di armi nucleari stanno modernizzando i propri arsenali, con decisioni che incideranno sulla sicurezza globale per i prossimi 75 anni. Parallelamente, la trasparenza diminuisce: sempre più informazioni vengono classificate, rendendo difficile il controllo pubblico. In questo contesto, Korda ha sottolineato il ruolo cruciale dell’OSINT (Open Source Intelligence): oggi, grazie a immagini satellitari e dati accessibili, è possibile ricostruire dinamiche che un tempo erano appannaggio esclusivo delle agenzie di intelligence. Uno strumento fondamentale, soprattutto mentre il sistema nucleare evolve da un equilibrio tra due superpotenze a un quadro più complesso e multipolare, in cui le dinamiche tra Stati producono effetti a catena. Nel dibattito, Beatrice Fihn — direttrice di Lex International Fund ed ex Executive Director della International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (ICAN), la coalizione vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2017 — ha spostato il focus sulle implicazioni politiche e democratiche. Tre i punti centrali del suo intervento: – Il deficit democratico: la presenza di armi nucleari in Italia (Ghedi e Aviano) senza che il Parlamento sia mai stato informato ufficialmente. – Il paradosso operativo: piloti italiani chiamati a sganciare bombe statunitensi su ordine di un presidente straniero, con implicazioni giuridiche e morali rilevanti. – I limiti della deterrenza: nei conflitti contemporanei, ha sostenuto, le armi nucleari non si sono dimostrate strumenti efficaci di controllo, pur continuando ad assorbire risorse significative. Riprendendo le analisi della Croce Rossa, il panel ha inoltre evidenziato le conseguenze umanitarie di un eventuale uso dell’arma nucleare: in caso di esplosione, non esiste una risposta efficace. Gli operatori umanitari stessi, secondo i protocolli, dovrebbero ritirarsi per proteggere le proprie vite, poiché non vi sarebbe modo di assistere adeguatamente le vittime. Da qui il richiamo al Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW), indicato come tentativo di riportare il dibattito dal piano strategico-militare a quello della sicurezza umana. L’immagine finale è quella della Sala dei Notari gremita di giovani che, all’uscita, continuano a discutere di arsenali, trattati e responsabilità politica. Se il tema nucleare è stato a lungo confinato negli spazi della strategia militare, a Perugia è tornato al centro del dibattito pubblico.   Tiziana Volta
April 21, 2026
Pressenza
Dalla 21 Cerimonia Congiunta in Memoria dei Caduti trasmessa ieri a Tel Aviv un potente messaggio di speranza
La storia di Liora Eilon, 73 anni, madre di quattro figli, nonna di sette nipoti, sopravvissuta al massacro di Kfar Azza e ancora oggi inconsolabile per la perdita di Tal, figlio amatissimo, ucciso dai miliziani di Hamas il 7 ottobre. “A volte lo immagino seduto lassù in cielo, con qualche altro deceduto palestinese, Tarek o Mahmoud, mentre sorseggiano una tazza di caffè nero, chiedendosi tra sé e sé: se solo sapessero, laggiù, quanto è facile stare insieme… Li immagino che si raccontano la storia delle loro morti, sapendo quanto tutto avrebbe potuto essere diverso…” La storia di Kholoud Houshieh, madre di quattro figli, il suo volto e la sua voce ci arrivano pre-registrati in video perché essendo palestinese di Jenin a Tel Aviv non può mettere piede. Anche lei ha perso il figlio amatissimo, si chiamava Mohammad, “era il mio compagno, la mia anima”. Un proiettile lo ha ucciso il 1 febbraio 2023 mentre con il telefonino stava filmando l’irruzione dell’esercito israeliano nella città di Kafr-Dan. La sua agonia non si è conclusa con quella prima perdita: il 27 febbraio 2025 hanno fatto di nuovo irruzione in casa sua, hanno arrestato senza alcun capo d’accusa l’altro figlio 20 enne Abd-El Karim “qualcuno mi dica quando verrà liberato!”. E di nuovo sono arrivati una terza volta: hanno distrutto ogni cosa, hanno picchiato il marito e anche il figlio 14enne, dopo averlo bendato per terrorizzarlo ancor di più. “Ma stasera sono qui anch’io per dire che il sangue porta solo altro sangue: scegliamo la via della pace, per favore…” La storia di Ayala Metzger, israeliana di 52 anni, che il 7 ottobre ha vissuto l’angoscia di sapere che entrambi i suoceri, Tammy e Yoram, erano finiti tra gli ostaggi: ormai 80enni, bisognosi di cure, sbattuti chissà dove nei cunicoli di Gaza. La suocera venne rilasciata nell’accordo di fine novembre 2023 e da qual momento Ayala e il marito non hanno smesso di mobilitarsi, sfidando ogni genere di ostracismo, per sollecitare uno straccio di negoziato che avrebbe potuto accelerare il rilascio di altri ostaggi – fino alla notizia che Yoran era stato ucciso. “Da quell’abisso di dolore, ho preso la mia decisione: fare in modo che la sua morte non sia stata vana. Lotterò con tutte le mie energie per un futuro di guarigione invece che di distruzione. Sogno il giorno in cui, in questa terra, dal fiume al mare, tutti i bambini di entrambe le nazioni possano crescere sani e felici, liberi, al sicuro, educati al rispetto per ogni altra persona, chiunque essa sia.” La storia infine di Mohamed Da’das, anche lui in video da Nablus per le stesse ragioni di Kholoud: ai palestinesi non è permesso evadere dall’occupazione. Rievoca la morte del nipote Mohammad, durante un attacco a colpi di lacrimogeni e granate mente stava tornando a casa: “era la fine del 2021, lui aveva solo 15 anni, era uno studente, sognava di diventare giornalista. Era figlio unico e i suoi genitori desideravano ardentemente che riuscisse a realizzare quei suoi sogni, che in un istante gli sono stati rubati (…) Siamo qui oggi per dire: Basta! Basta col dolore, basta con le perdite, basta con lo spargimento di sangue! Siamo qui perché, nonostante le ferite, abbiamo scelto di unire le nostre voci: questa realtà non può durare in eterno.” Sono le testimonianze che ci sono state condivise ieri sera dal palco di un Teatro, il Musem Theatre di Tel Aviv, il cui indirizzo è stato tenuto segreto fino all’ultimo a scanso di incidenti, perché la tensione in questi giorni è alta in Israele. E ad andare in scena, è stata la 21 Edizione della Cerimonia Congiunta in onore dei Caduti di entrambi i fronti del conflitto, che anche quest’anno, nonostante la guerra e la routine complicata dalla corsa ai rifugi, i Combattenti per la Pace sono riusciti a organizzare insieme ai Parents Circle Families Forum, per una platea attentissima e partecipe.  Ma anche fuori Israele eccoci collegati in tantissimi, oltre 3000 solo su You Tube, chissà quanti in totale considerando le varie pagine social: una costellazione di piccole e grandi platee virtuali, pubbliche o anche private, tra pochi amici o da soli di fronte allo schermino, simultaneamente in rete nella stessa commozione.  Quasi una decina tra Israele e Palestina: Gerico, Gerusalemme, Beer Sheva, Haifa, Nazareth, Kibbutz Pelekh, e astre, grazie alla collaborazione organizzativa di Standing Together, Beit Radical, Hagada Hasmolit.  Il maggior numero come sempre tra Stati Uniti e Canada: Los Angeles, New York, Filadelfia, Santa Fè, San Francisco, Chicago, Washington, Toronto, Baltimora e molte altre città, la rete di American Friends per entrambe le organizzazioni promotrici è ormai da anni una consolidata realtà.  La novità è stata la risposta europea: da Londra ecco le foto dall’interno di una chiesa in Bishopgate; da Zurigo quella di un’aula universitaria; da Berlino addirittura un cinema. Da Bordeaux la notizia del coinvolgimento della stessa amministrazione cittadina, a cominciare dal sindaco. E poi Olso, Monaco di Baviera, Marsiglia, Salisburgo, Brighton, Bath, Amsterdam insieme ad Iris Gur e Chen Alon… e decine di altre.  Ma la vera sorpresa di quest’anno è stata la risposta in Italia, espressione di una sparsa (e però in crescita) rete di persone che nel corso del tempo si sono ritrovate intorno a questa storia di ri-umanizzazione del nemico, nonostante il conflitto da sempre in corso. Ad Anagni hanno avuto persino il Patrocinio del Comune; a Cambiano, poco fuori Torino, si sono date convegno in una Biblioteca; in Val Chiavenna si è resa disponibile la Saletta della Società Operaia, oltre a vari collegamenti da casa; a Milano le postazioni erano due, oltre a Spazio Pontano anche il Centro Filippo Buonarroti; e poi Livorno, Padova, Talamona, Mantova, ovunque aiutandosi con i testi che erano stati tradotti in precedenza, per compensare la difficoltà (in effetti non piccola) di una diretta in lingua araba ed ebraica con sottotitoli in inglese. Grazie a tutti, davvero, di cuore, per l’impegno, e non perdiamoci di vista! Anche perché come già annunciato ieri sera i molto prossimi appuntamenti saranno importanti: * il 30 aprile ci sarà il terzo e più che mai significativo Summit di Pace a Tel Aviv, organizzato dalla Coalizione It’s Time che quest’anno raggruppa ben 80 diverse sigle; * l’8 maggio si terrà in tutta la Cisgiordania una giornata di solidarietà con le vittime del terrorismo dei coloni; * il 15 maggio, altra cerimonia congiunta per l’Anniversario della Nakba: “per i Combatants For Peace sarà il settimo anno consecutivo” ha sottolineato Sivan Tahel, media attivista israeliana che insieme al palestinese Ibrahim Abu Ahmed conduceva la serata “e questo è il nostro modo di guardare al passato con coraggio, per costruire un futuro condiviso.”    In diretta da Gerico ecco anche la voce e il volto di Omar Filali, produttore per la parte palestinese della cerimonia: “Dall’abisso della sofferenza e della dolorosa realtà dell’occupazione, della pulizia etnica che subiamo ogni giorno, delle espropriazioni di terra, della violenza, del terrorismo dei coloni, e senza ignorare l’ingiustizia dei posti di blocco, dei cancelli di ferro che ci tengono separati… si è aperta stasera una finestra di speranza per un futuro diverso: un futuro non costruito sul sangue, ma sulla giustizia, la libertà, la dignità e l’uguaglianza per tutti.”  “Ritrovarci qui, specialmente in tempi come questi, non è affatto scontato” gli ha fatto eco Ibrahim Abu Ahmed. “Riconoscersi reciprocamente nel dolore che ci unisce, è già un modo di affermare la speranza: dalle rovine, scegliamo di immaginare come potrebbe essere il giorno che verrà dopo la guerra. Noi qui stasera siamo già il giorno dopo.”    Daniela Bezzi
April 21, 2026
Pressenza
Un sistema a guida suprema… il nostro
Non c’è più niente da per-donare a chi fa salire la borsa nera dei ricchi, che fanno brillare la pace negli occhi dei profughi stanchi e felici di rientrare nelle case, nelle scuole e negli ospedali che saranno privatizzati, ri-costruiti e pagati con il sangue dei morti e dei sopravvissuti. Non c’è più niente da per-donare a chi saziato di genocidio dice basta e si prepara a ri-asfaltare le vie del futuro, tutelato da un sistema a guida suprema che raschia il fondo dei poveri stabilizzati e blocca il pianto a dirotto, che non bagna il petto di chi non ha cuore. Non c’è più niente da per-donare alla governante sedotta e abbandonata da chi recita il suo teatro di guerra ed offre il suo sangue di Bacco che dissolve i confini tra l’uomo e il divino, in attesa di essere effigiato nelle banco-note come un santino… protettore di tutte le guerre. Non c’è più niente da per-donare a un dio guaritore… che fa il pazzo tra pazzi, pasciuto e cresciuto senza ri-morsi di coscienza, che esporta la democrazia con le armi e con le zattere della speranza affondata e polarizzata nelle ricchezze e nei profitti e nell’ora delle decisioni irrevocabili… rassegnate. Pino Dicevi
April 21, 2026
Pressenza
Iddo Elam, obiettore di coscienza israeliano: “No al gemellaggio tra Milano e Tel Aviv”
Riceviamo dai gruppi Tikkun – Diaspora Ebraica Decoloniale  e LƏA – Laboratorio Ebraico Antirazzista e volentieri pubblichiamo il messaggio di Iddo Elam, giovanissimo obiettore di coscienza israeliano, sul gemellaggio tra Milano e Tel Aviv. Mi chiamo Iddo Elam. Ho 19 anni e sono un attivista della rete Mesarvot, che aiuta i giovani israeliani che rischiano il carcere per essersi rifiutati di arruolarsi nell’IDF, me compreso, quando sono stato incarcerato l’anno scorso per essermi rifiutato di partecipare al genocidio. Sono nato a Tel Aviv e ci ho vissuto tutta la vita. Intendo continuare a farlo, ma non a costo di rimanere in silenzio sul genocidio e sull’apartheid. Il gemellaggio tra Milano e Tel Aviv non è un segno di opposizione a Netanyahu o alle sue azioni, come il mio sindaco, Ron Huldai, ripete a Giuseppe Sala e al mondo. Il gemellaggio è esattamente il contrario! È uno strumento di insabbiamento per Israele. Il boicottaggio delle istituzioni governative israeliane è fondamentale per un cambiamento significativo. Non basta fare pressione su Netanyahu, Ben Gvir e i loro scagnozzi fascisti; solo quando anche l’establishment liberale israeliano sentirà la pressione vedremo un cambiamento. Il sindaco Huldai, in una lettera al sindaco Sala, ha cercato di fare appello ai milanesi con la frase “De Milan ghe n’è domà vun” (Di Milano ce n’è una sola). Al mio sindaco e a voi dico: esiste una sola Palestina! E Israele sta bruciando i suoi campi, abbattendo i suoi ulivi, distruggendo la sua architettura e i suoi edifici e massacrando la sua gente. Oggi mi rivolgo a voi, cittadini di Milano: non smettete di fare pressione sul vostro Comune e sulla vostra amministrazione locale. Non smettete di parlare della Palestina. Sono stato a Milano e in tutta Italia nell’ultimo anno, ho partecipato alle vostre proteste, ho parlato con le splendide persone del movimento e so che potete vincere! Vi ringrazio tutti per aver dato voce al nostro messaggio. Per migliorare il futuro di tutti gli abitanti della terra in cui vivo, ebrei e palestinesi, dobbiamo fermare il coinvolgimento della leadership europea con l’establishment israeliano. Abbiamo bisogno di vedere misure decise da parte dei leader internazionali che si considerano parte della “sinistra”. Insieme, come movimento globale in crescita, siamo inarrestabili. Insieme vedremo trionfare la pace e l’uguaglianza e vedremo la Palestina libera! Grazie Milano! Redazione Milano
April 20, 2026
Pressenza