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Dare concretezza al principio di pace sancito dalla Costituzione tedesca
> La Costituzione tedesca fu approvata nel 1949, ancora sotto l’immediata > influenza della Seconda guerra mondiale, iniziata proprio dalla Germania. > Contiene articoli che puniscono le attività militari di aggressione attuati > dalla Germania. La Costituzione tedesca manca però di concretizzazioni che > potrebbero impedire alla Germania una spirale di escalation militare. SUCCESSI E FALLIMENTI NEL DISARMO NUCLEARE Gli autori della Costituzione hanno ignorato l’inconcepibilità degli attacchi nucleari, nonostante Hiroshima e Nagasaki. L’8 luglio 2026 in oltre 8000 città e Comuni di tutto il mondo è stata issata la bandiera dei Mayors for Peace (Sindaci per la pace). In Germania sono quasi 850 le città che inviano questo segnale per la pace. L’organizzazione è stata fondata nel 1982 dal sindaco di Hiroshima e si impegna per l’abolizione delle armi nucleari. In tutto il mondo ci sono oltre 12.000 testate nucleari, di cui circa 9000 sono classificate come pronte all’uso. È stato ricordato anche il parere della Corte internazionale di giustizia (CIG) dell’Aia sulla legalità delle armi nucleari, pubblicato 30 anni fa – l’8 luglio 1996. Secondo la Corte suprema delle Nazioni Unite, la minaccia e l’uso di armi nucleari sono fondamentalmente incompatibili con le regole del diritto internazionale umanitario. Ciò ha comportato l’obbligo per tutti gli Stati di condurre negoziati in buona fede per un completo disarmo nucleare e di concluderli con successo. Gli Stati dotati di armi nucleari non hanno ancora adempiuto a questo obbligo. Al contrario: attualmente, con un enorme dispendio finanziario, i sistemi d’arma nucleari – anche attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale – vengono “modernizzati”, cioè resi sempre più efficaci e pericolosi. “30 anni dopo il parere della Corte Internazionale di Giustizia, non stiamo assistendo ad alcun progresso nel disarmo nucleare, ma ad una nuova fase di riarmo. La Germania non può rassegnarsi. Il governo federale dovrebbe rafforzare il diritto internazionale, impegnarsi per passi concreti verso il disarmo e spianare la strada all’adesione al Trattato delle Nazioni Unite per la proibizione delle armi nucleari “, afferma Juliane Hauschulz, membro del consiglio di amministrazione di ICAN Germania. Il Trattato è stato adottato alle Nazioni Unite nel 2017 da 122 Stati ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Nel frattempo, 99 Stati hanno firmato il trattato di divieto, 74 Stati l’hanno ratificato o aderito. “30 anni dopo il parere legale, abbiamo bisogno di una nuova discussione strategica su come continuare il percorso dal divieto all’eliminazione. Mentre gli Stati dotati di armi nucleari continuano ciecamente il loro cammino verso la distruzione finale, il resto del mondo ha bisogno di una nuova tabella di marcia per l’abolizione”, afferma Xanthe Hall, ex Esperta in disarmo dell’IPPNW (Medici per la prevenzione della Guerra Nucleare). Oltre agli Stati dotati di armi nucleari, anche tutti gli Stati della NATO che non possiedono armi nucleari non hanno firmato o ratificato il Trattato. Invece Stati popolosi come Brasile, Malesia, Nigeria, Indonesia, Repubblica Democratica del Congo, Vietnam e Cambogia hanno ratificato il Trattato. IL DISARMO E IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI NON SONO PIÙ AL CENTRO DELL’ATTENZIONE Con una maggioranza di 2/3, il parlamento federale tedesco uscente ha approvato il 18 Marzo 2025 l’abolizione del freno all’indebitamento. 513 deputati hanno votato – con 207 voti contrari – a favore di un allentamento del freno all’indebitamento nella Costituzione. È stato deciso un aumento significativo delle spese per la difesa e un patrimonio speciale di 100 miliardi di €, tra l’altro per gli interventi infrastrutturali. Con questa decisione, il freno all’indebitamento può essere facilmente aggirato in futuro ad esempio per ulteriori armamenti con una decisione a maggioranza del Bundestag. Ciò significa che non vi è più alcun limite di spesa per i programmi di potenziamento in Germania. Questo è stato deciso rapidamente nel Bundestag senza la necessaria discussione nell’opinione pubblica tedesca. Il cancelliere Friedrich Merz vuole che la Germania abbia il più forte esercito convenzionale d’Europa. Nel frattempo, il governo federale adotta l’obiettivo di armamento della NATO del 5% del prodotto interno lordo e la Germania è ora al 4° posto nel mondo per quanto riguarda la spesa per gli armamenti. La Germania parteciperà anche con una quota elevata agli 800 miliardi previsti dall’UE per il riarmo europeo entro il 2030. Dopo il ritorno dal vertice della NATO ad Ankara, il Cancelliere ha anche comunicato di aver concordato con Donald Trump che la Repubblica federale avrebbe acquistato missili da crociera americani Tomahawk dagli Stati Uniti e che li avrebbe stazionati in Germania. “Stiamo colmando un’importante lacuna strategica nella nostra difesa”, ha detto Merz nella sua dichiarazione governativa. I missili da crociera possono trasportare testate da 450 chilogrammi e combattere obiettivi fortificati come sistemi antiaerei, centri di comando e aeroporti militari. A un’altitudine di volo inferiore a 200 metri, sono difficili da localizzare dai radar avversari e potrebbero raggiungere obiettivi in Russia in pochi minuti distruggendo missili nucleari russi e altre infrastrutture. Si tratta chiaramente di armi offensive che potrebbero indurre la Russia a reagire di conseguenza. Il progetto di armamento è stato concordato senza un’offerta negoziale simultanea alla Russia, come nel caso della doppia decisione della NATO sotto Helmut Schmidt. Inoltre, questa misura di armamento – proprio come il fallito dispiegamento dei missili statunitensi alla fine del 2026 – è avvenuta senza un dibattito pubblico in Germania. Chi pensa ancora al controllo degli armamenti, figuriamoci al disarmo! Il Paese deve diventare “abile alla guerra”, prepararsi alla guerra. La società deve prepararsi a una possibile “guerra difensiva” in tutti gli ambiti della vita. Ciò vale, tra l’altro, per la sanità, l’economia e l’industria, nonché per i settori della comunicazione e della logistica. Sono previste ampie misure di costruzione per bunker e il potenziamento delle linee ferroviarie e dei ponti. La difesa aerea militare deve essere rafforzata per garantire la protezione della società civile e dell’approvvigionamento energetico e idrico. Ciò viene giustificato con l’aggressione russa in Ucraina e dal rischio che la Russia attacchi uno Stato della NATO nel prossimo futuro. Ma questo è piuttosto improbabile, dal momento che la Russia non riesce nemmeno a occupare l’Ucraina da più di quattro anni e l’attacco a uno Stato della NATO innescherebbe la reazione dell’alleanza. La Russia avrebbe quindi a che fare con una netta superiorità militare. Anche la parte europea della NATO – quindi senza gli Stati Uniti – sarebbe significativamente superiore alla Russia in termini di scorte di armi convenzionali e forza militare. LA PACE COME REQUISITO DELLA COSTITUZIONE TEDESCA “Consapevole della sua responsabilità davanti a Dio e agli uomini, animato dalla volontà di servire la pace del mondo come membro a pieno titolo di un’Europa unita, il popolo tedesco si è dato questa Legge fondamentale in virtù del suo potere costituente”, così il preambolo della Legge fondamentale. Carlo Schmidt, il “padre spirituale” di questo testo normativo, ha costruito su un immutato imperativo di pace della Germania nel quadro di un sistema di sicurezza collettiva. Impegnarsi con tutte le forze per la pace. Così hanno fatto gli autori della Costituzione, i sopravvissuti della 2° Guerra mondiale, come imperativo di pace scritto nella Costituzione. L’articolo 26 (1) della Legge fondamentale recita: “Azioni idonee e intraprese con l’intento di turbare la pacifica convivenza dei popoli, in particolare la preparazione di una guerra di aggressione, sono incostituzionali. Devono essere puniti.” Heribert Prantl nel suo libro “Vincere la pace” (2024, 166) afferma: “La Germania e l’Europa non hanno bisogno di capacità belliche, ma di capacità di pace; questa è la lezione della storia europea. La pace non è una formula vuota, una parola di riempimento o un vocabolario di gioielli. È il principio fondamentale della Costituzione”. Tuttavia, fino ad oggi non è stato possibile dare a questo imperativo costituzionale una forma sostenibile, come il principio dello Stato sociale: “La Costituzione include il mandato normativo di mettere l’esistenza di una forza armata in concordanza pratica con il comandamento della pace. Il primato proclamato del riarmo e l’uso eccessivo di fondi pubblici a tal fine spostano questo precario equilibrio nella direzione di un ritorno al militarismo. La Germania ha avuto già due volte eserciti pronti alla guerra. E molto prima dello spargimento di sangue in guerra, inizia la militarizzazione all’interno…Quindi, invece di cercare scuse sul perché la pace sia auspicabile, ma purtroppo impossibile da fare, è necessario difendere la convinzione che la Costituzione dovrebbe servire la pace e non preparare la guerra. Con questo imperativo normativo, i piani per un eccessivo riarmo sono incompatibili. Mettono in pericolo la sicurezza che fingono di servire”, afferma Andreas Engelmann, professore di giurisprudenza presso l’Università del Lavoro di Francoforte e segretario federale dell’Associazione dei giuristi democratici (VDJ). “SICUREZZA COMUNE” COME GUIDA In occasione del vertice straordinario della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione (CSCE), il 21 novembre 1990 è stata approvata e firmata la Carta di Parigi. L’obiettivo del documento era ed è la creazione di un nuovo ordine di pace in Europa dopo la fine della guerra fredda e la divisione dell’Europa. “Decidiamo di creare meccanismi per prevenire i conflitti tra gli Stati partecipanti. Cercheremo non solo modi efficaci per prevenire possibili conflitti con mezzi politici, ma anche meccanismi adeguati per la risoluzione pacifica di eventuali controversie, in conformità con il diritto internazionale. Di conseguenza, ci impegniamo a cercare nuove forme di cooperazione in questo settore “, così recita la Carta di Parigi del 1990. Nel suo libro “Conquistare la pace” (2024), il pubblicista Heribert Prantl continua a sostenere questo approccio alla politica di pace: “La ricerca di un ordine di pace paneuropeo, non può e non deve quindi essere considerata una strada sbagliata, un’impresa inutile – anche perché ogni altra strada è così pericolosa da poter portare a una fine dei tempi”. La Commissione Palme del 1982, alla quale hanno partecipato 19 eminenti politici ed esperti dell’Est e dell’Ovest, del Nord e del Sud, tra cui l’ex ministro federale tedesco ed esperto di disarmo Egon Bahr, ha analizzato approfonditamente le conseguenze pericolose per la vita della dottrina della deterrenza nucleare durante l’apice della guerra fredda e ne ha tratto notevoli conclusioni, che ha riassunto in un concetto alternativo di “sicurezza comune”: “Al giorno d’oggi, la sicurezza non può essere ottenuta unilateralmente. Viviamo in un mondo le cui strutture economiche, politiche, culturali e soprattutto militari sono sempre più interdipendenti. La sicurezza della propria nazione non può essere acquistata a spese di altre nazioni”. Il rapporto Palme sulla “sicurezza comune” è un punto di riferimento nelle sue raccomandazioni, soprattutto in tempi di crisi. Ha chiesto il ritorno ai negoziati sul controllo degli armamenti e sul disarmo. Anche se nella situazione attuale sembra difficile rivitalizzare questo concetto, la “sicurezza condivisa” è un concetto che potrebbe promuovere la pace sostenibile e la giustizia climatica. In particolare, la “sicurezza condivisa” apre opportunità per bilanciare interessi geopolitici opposti e aprire una porta ai negoziati. Se ci sia una reale possibilità di riprendere questa strada è attualmente difficile da immaginare alla luce della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, contraria al diritto internazionale. Ma lo sforzo per la pace in Europa non deve essere abbandonato. Nel suo studio “Conseguenze e prevenzione della guerra” (1971), il fisico e filosofo Carl Friedrich von Weizsäcker ha sollecitato una strategia per prevenire la guerra. Le conseguenze di una guerra nucleare in Europa centrale sarebbero esistenziali. Pertanto, sarebbe importante ridurre al minimo il rischio di guerra attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo – così von Weizsäcker: “Non abbiamo una prospettiva sufficiente per sopportare una guerra, anzi solo per sopravvivere; siamo obbligati a prevenirla”. Invito alla firma: Disarmo ORA! > L’annuncio del presidente degli Stati Uniti di non schierare nuovi missili da > crociera in Germania è l’occasione per un cambiamento di politica che ponga > fine all’attuale fase di escalation degli armamenti. > > Ci aspettiamo che la Germania prenda immediatamente un’iniziativa per i > negoziati internazionali sul disarmo e sul controllo degli armamenti sotto > l’egida delle Nazioni Unite. Tuttavia, il tentativo di sviluppare nuove armi a > medio raggio con i partner europei non è una soluzione. Conduce direttamente > in un’altra spirale di escalation che deve essere fermata. Ciò aumenta anche > il rischio di una guerra nucleare. I missili ipersonici sono armi d’attacco. > Possono colpire siti di armi nucleari in 10 minuti. Al contrario, questo vale > anche per i missili ipersonici russi. Tuttavia, le sedi negli Stati Uniti non > sono raggiungibili per loro, quindi un primo colpo non sarebbe possibile. > > Contratti sul controllo degli armamenti, canali di comunicazione diretta e > accordi affidabili riducono significativamente il rischio di una guerra > nucleare involontaria. (…) > > Link alla firma:  https://c.org/S4Wfr5kvKN NECESSARIA LA DEFINIZIONE DEL PRECETTO DI PACE L’ex giudice della Corte costituzionale federale, Helmut Simon, ha ripetutamente sottolineato che purtroppo non è stato elaborato concretamente il precetto della pace in modo simile al precetto dello Stato sociale e dello Stato di diritto. Sono stati trascurati soprattutto “la gestione civile dei conflitti e la loro preminenza sull’uso della forza militare”. Simon riteneva “insopportabile che per questo compito fosse disponibile solo una parte infinitesimale delle risorse che spendiamo per l’esercito”. (Frankfurter Rundschau del 06.01.2004) Pertanto, sarebbe necessario dare forma al comandamento della pace. La pace è un compito permanente di “azione politica in un mondo in cui la pace è esistenzialmente necessaria e deve essere riorganizzata ogni giorno in caso di discordia. Avvicinarsi all’ideale può anche significare un progresso completo della civiltà nella politica mondiale e nella storia umana”, afferma Hanne-Margret Birckenbach, ricercatrice della pace e vincitrice del premio per la pace di Gottinga 2023, nel suo libro ” Friedenslogik Verstehen” (2026, 197f.). La pace dovrebbe essere intesa come un “quadro di riferimento integrato all’interno del quale vengono perseguiti obiettivi parziali in materia di diritti umani, politica di sviluppo, politica di sicurezza ed ecologici “. Secondo Birckenbach (2026, 197) sarebbero necessari, tra l’altro di: * un titolo di bilancio fisso che renda trasparenti i fondi federali per lo sviluppo della pace in Germania e per compiti internazionali, * un’istituzionalizzazione possibile attraverso l’istituzione di un ministero per la pace o più realisticamente attraverso compiti concreti di costruzione della pace dei singoli dipartimenti della Repubblica federale, * Formazione di personale competente per l’attuazione della pace, * Fondi dal titolo di bilancio per l’impegno per la pace delle ONG e della società civile. Il precetto di pace della Costituzione e la Carta delle Nazioni Unite sono un importante fondamento per una politica di pace che dovrebbe essere la linea guida per la Repubblica Federale Tedesca. Il percorso intrapreso per il riarmo e la militarizzazione della società in Germania difficilmente corrispondono al comandamento di pace della Costituzione. Nel peggiore dei casi, potrebbe sfociare in una guerra condotta anche con armi nucleari. Pertanto, è urgente tornare almeno ad una politica di sicurezza misurata e ragionevole e ad una difesa militare legata alla diplomazia e alla prevenzione delle crisi. “Una politica di sicurezza razionale richiede investimenti mirati nell’equipaggiamento difensivo delle forze armate – con un effetto deterrente, ma senza aggravare ulteriormente il problema della sicurezza. Il prerequisito centrale per questo è una strategia europea il più possibile coordinata e una rifocalizzazione sull’equilibrio degli interessi, la diplomazia, le misure di rafforzamento della fiducia e il controllo degli armamenti”, afferma Johannes Varwick, politologo dell’Università di Halle-Wittenberg, nel suo libro “Strong for Peace” (2026). Chiede di limitare le spese per la difesa a circa il 2 % del PIL e di adeguare di conseguenza la pianificazione di bilancio. CONCLUSIONE Invece di cadere in un ingiustificato allarmismo e di investire le risorse future delle prossime generazioni in sistemi d’arma aggressivi, si dovrebbe rispettare il comandamento di pace della Costituzione. Costruire una capacità di difesa è legittimo secondo la Costituzione. Tuttavia, l’argomento della deterrenza di installare sistemi d’arma sempre più pericolosi porta a una spirale distruttiva degli armamenti e spesso anche a uno scontro armato. Carl Friedrich von Weizsäcker ha chiarito la necessità della politica di pace già nel 1971: “L’opinione pubblica deve capire che la propria sopravvivenza può dipendere dal fatto che il cambiamento strutturale del mondo, che porta alla pace mondiale politicamente garantita, sia la prima priorità della politica del proprio Paese”. Pertanto, la priorità non dev’essere il riarmo, ma iniziative diplomatiche per il disarmo e il controllo degli armamenti coordinati a livello internazionale, anche se questo sembra in contrasto con lo spirito bellicista dei tempi in questo momento. Questo vale sia per i Paesi occidentali della NATO che per la Russia o la Cina.   Fonti BIRCKENBACH, HANNE-MARGRET (2026): FRIEDENSLOGIK VERSTEHEN. BERLIN: WOCHENSCHAU VERLAG. PRANTL, HERIBERT (2024): FRIEDEN GEWINNEN. HEYNE VERLAG MÜNCHEN: HEYNE VERLAG. VARWICK, JOHANNES (2026): STARK FÜR DEN FRIEDEN. NEU-ISENBURG: WESTEND-VERLAG. WEIZSÄCKER, CARL FRIEDRICH VON (HRSG.) (1971): KRIEGSFOLGEN UND KRIEGSVERHÜTUNG. MÜNCHEN: CARL HANSER VERLAG. -------------------------------------------------------------------------------- Gli autori: Rolf Bader, Laureato in Scienze dell’Educazione, ex ufficiale della Bundeswehr, ex amministratore delegato e membro della Sezione tedesca dell’IPPNW, ricercatore e membro del consiglio direttivo dell’ex Istituto di Psicologia e Ricerca sulla Pace. Curatore del libro «Frieden braucht Gestaltung» (in preparazione, Wochenschau Verlag). Klaus Moegling, Prof. Dr., in pensione; ha insegnato in diverse università e istituti di formazione per insegnanti, da ultimo all’Università di Kassel in qualità di professore presso il Dipartimento di Scienze Sociali. Insieme a Josef Mühlbauer ha curato il volume “Wege zum Frieden” (maggio 2026, casa editrice Westfälisches Dampfboot). Website: https://www.klaus-moegling.de/ -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza New York
July 29, 2026
Pressenza
La 230ma Presenza di Pace in un fine settimana difficile
Con le Presenze di Pace sabato 25 luglio siamo arrivati al 230° momento. Ebbene sì, più di quattro anni, persone diverse, a volte diversissime si sono riunite in barba alle condizioni meteo per dire, urlare, sostenere il proprio no alle guerre a partire dal no al riarmo nucleare e alla richiesta di ratifica dell’accordo sulle armi nucleari, cosa che in Italia non è ancora stata fatta. Un sabato a dire no alla guerra, “quanti direbbero si vogliamo la guerra?” tra i passanti casualmente fermati con la domanda: ma tu sei a favore della guerra?” nessuna risposta affermativa e fortunatamente possiamo dire. Eppure non è stato un sabato pacifico. Uno degli interventi ha richiamato l’attenzione sull’innalzamento della tensione fra Iran e Stati Uniti, tra minacce di Trump, attacchi a navi mercantili e droni. Proprio nella mattinata di sabato, mentre in piazza ci si riuniva per la Presenza di Pace, il regime ucraino attaccava una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, causando la morte di un marinaio e il ferimento di un altro. Mentre in piazza Carignano parlavamo e chiedevamo la pace, nonostante tutto, in Val di Susa, a meno di un’ora da Torino, era già attivo il Festival dell’Alta Felicità. Una tre giorni di musica, incontri e dibattiti e una manifestazione, proprio il sabato per ribadire e urlare il NO di tutta la comunità della valle. Parliamo proprio di comunità, non solo giovani alternativi, come a volte vengono descritti ma proprio tutti gli abitanti della Valle, famiglie, anziani, anche amministratori pubblici, contrari alla distruzione del proprio territorio a favore dell’arricchimento di alcuni. Sabato, giorno centrale del Festival, si è tenuta la consueta manifestazione che ha toccato tutti i cantieri aperti, 20.000 persone, una vera marea che percorso strade e sentieri, salire per chi non era riuscito ad arrivare prima è stato complicato. Lunedì, a Festival concluso, è stato ancora peggio tornare a casa.  Nella mattinata Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi sono arrivati in elicottero per visitare i cantieri, mentre le forze dell’ordine sottoponevano a controlli i partecipanti che stavano lasciando la valle. Immediata la risposta del Movimento NoTav che, velocemente, ha convocato una conferenza stampa proprio per rispondere allo stato intimidatorio venutosi a creare. Riportiamo le parole di Nicoletta Dosio, storica attivista del movimento: “Abbiamo praticato il diritto alla difesa anche sui cantieri ma ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene la devastazione noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio e il vero dire no è dire no a quella devastazione”. Parole riportate sul loro sito dove continuano “sottolineando che la bellezza di una Valle è stata trasformata in un deserto e il deserto che vorrebbero è anche economico e sociale oltre che ambientale. La grande opera doveva essere una linea passeggeri, poi una linea per le merci e oggi, secondo i suoi promotori, è sempre più necessaria. Questo perché un’opera del genere deve diventare “strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. Noi diciamo no a questi disegni dell’Europa di Maastricht della Nato”. “Si è parlato di violenza ma la violenza è quella che noi da trent’anni subiamo con la militarizzazione che anche oggi viene riproposta con i blocchi di questa mattina per uscire da Venaus”, queste sono invece le parole di Matilde, giovane attivista, anche lei presente alla conferenza. E poiché questo finale di luglio non è caldo soltanto dal punto di vista meteorologico, non si può ignorare quanto sta accadendo in Cisgiordania. Sabato notte sono state date alle fiamme due moschee. Vari villaggi sono stati attaccati. L’aumento dell’aggressività dei coloni era già stato segnalato dal gruppo Castelnuovo per la Palestina in un incontro tenutosi mercoledì sera a Casalborgone. La situazione è, purtroppo, presto peggiorata anche se non occupa un primo piano nelle notizie che vengono diffuse e se lo sono non sempre vengono comunicate in modo corretto. Il comitato spontaneo Rete Cuneo per la Palestina ce ne fornisce un esempio. In un loro comunicato stampa scrivono: “Il 24 luglio 2026, al TG1 delle ore 20:00, il giornalista Giovan Battista Brunori ha aperto il servizio sui fatti di Tell con queste parole: «Vicino all’insediamento israeliano di Avat Gilad, non lontano da Nablus, un gruppo di palestinesi ha attaccato alcuni israeliani che stavano facendo una escursione e è scoppiato uno scontro»”. Secondo il comunicato invece “quel giorno un gruppo di coloni armati provenienti da quell’insediamento era entrato con la forza nelle case e nei terreni del villaggio palestinese di Tell, un’area interdetta ai civili israeliani. Il bilancio di questa aggressione è tragico: sono state uccise quattro persone della stessa famiglia, Farooq Ramadan, 41 anni, Imran, 33 anni, Ibrahim, 31, Jawad, 28, e altre quattro sono rimaste ferite in condizioni critiche. Nelle ore successive i coloni hanno attaccato altri cinque villaggi intorno a Nablus” e continuano: “Definire escursionisti degli aggressori armati e descrivere come attacco palestinese il tentativo di difesa di una comunità assediata è un atto di sciacallaggio mediatico”. Per questo motivo il comitato ha presentato un esposto. Insomma, quello che è ancora positivo è il coraggio, la tenacia è la voglia di non mollare, da Matilde e Nicoletta in Val di Susa, agli attivisti che cercano di sostenere le comunità palestinesi, fino a chi, ogni sabato, continua a partecipare alle Presenze di Pace. Duecentotrenta volte, ostinatamente. Sara Panarella
July 29, 2026
Pressenza
Sicurezza o controllo? Il caso Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Un’analisi del tessuto socio-culturale del Pilastro per comprendere le radici della mobilitazione.   L’omicidio di Abderrahim Fakir avvenuto nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento di polizia, ha scosso profondamente la città e aperto interrogativi che vanno ben oltre la cronaca. Un uomo, segnato da una doppia marginalità – tra condizione migrante e disagio psichico – è morto mentre veniva immobilizzato a terra dagli agenti; la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, iscrivendo diverse persone nel registro degli indagati. Senza entrare qui nel merito della gestione sanitaria del disagio psichico e delle pratiche di contenimento – tema che meriterebbe un approfondimento specifico – è necessario analizzare il contesto sociale e la storia del quartiere, che ha reagito in modo ampio e partecipato alla sua morte. Oggi, al Pilastro, si parla di forme di auto-organizzazione come video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, assistenza di prossimità e presidi territoriali informali. I video diffusi hanno rapidamente alimentato indignazione e proteste, con paragoni internazionali che evocano modelli di gestione repressiva come quelli attribuiti all’ICE negli Stati Uniti. Militarizzazione e protesta Il Pilastro è oggi il simbolo di una tensione più ampia. Già prima dell’omicidio, i comitati territoriali denunciavano una crescente militarizzazione del quartiere: aumento della presenza delle forze dell’ordine e un approccio securitario percepito come invasivo. Le tensioni degli ultimi mesi sono legate anche ai progetti di trasformazione urbana dell’area del parco Mitilini-Moneta-Stefanini, da tempo terreno di conflitto tra residenti e istituzioni. Dopo la morte di Fakir, la risposta della cittadinanza si è espressa in una grande mobilitazione popolare. Circa duemila persone hanno partecipato a una marcia pacifica nel quartiere, chiedendo “verità e giustizia”. Nel frattempo, iniziative e manifestazioni si sono diffuse anche in altre città italiane. La marcia del Pilastro si è distinta per la sua composizione eterogenea: residenti storici, giovani, famiglie, associazioni locali, comitati cittadini e volontari. Un segnale chiaro: il quartiere rifiuta di essere ridotto a una narrazione di degrado e rivendica la propria complessità sociale e politica. Una lunga storia di conflitto e mediazione Per comprendere il presente del Pilastro è necessario tornare alle sue origini. Nato negli anni Sessanta come quartiere di edilizia popolare, è stato fin da subito segnato da isolamento urbano e carenza di servizi. In questo contesto nacque, nella seconda metà degli anni ’60, il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro, promosso da figure come Luigi Spina e Oscar De Paoli, con l’obiettivo di rispondere collettivamente alle condizioni di marginalità. Il Comitato ha storicamente combinato conflitto e dialogo. Le mobilitazioni si accompagnavano a un confronto costante con l’amministrazione comunale, allora guidata dal PCI, dando vita a un modello di partecipazione capace di incidere sulle politiche urbane. I risultati furono significativi. Tra il 1973 e il 1975, le proteste contro la speculazione edilizia portarono a modifiche decisive nella pianificazione urbanistica, tra cui la salvaguardia del cosiddetto “pratone”, oggi Parco Pier Paolo Pasolini. Anche episodi più radicali, come l’occupazione di via Frati nel 1971, rientravano in un ciclo di mobilitazione che alternava conflitto e negoziazione. Questa storia restituisce l’immagine di un quartiere capace di auto-organizzarsi e produrre cambiamento, costruendo nel tempo un’identità collettiva forte. Il Pilastro come laboratorio sociale Un altro elemento fondamentale è rappresentato dall’esperienza del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata, attivo nel quartiere a partire dal 1969. L’intervento evidenziò criticità profonde: sovraffollamento abitativo, isolamento sociale e carenza di servizi educativi. Gli studi condotti mostrarono come il disagio non fosse individuale ma strutturale, legato alle condizioni urbanistiche e sociali. Dopo poco tempo il progetto si interruppe per mancanza di continuità e fondi istituzionali, lasciando irrisolti molti bisogni della comunità. Analisi successive, tra cui ricerche socio-territoriali come RISMA, hanno confermato la persistenza di queste fragilità, sottolineando come l’assenza di politiche di lungo periodo abbia contribuito a consolidare dinamiche di marginalità. Sicurezza o controllo? Centrale è il significato stesso di “sicurezza”. La militarizzazione dei territori e l’intensificazione dei controlli rischia di accentuare la distanza tra istituzioni e cittadini e di alimentare un clima di conflitto permanente. Tutto questo si inserisce in un contesto nazionale segnato da un rafforzamento degli strumenti repressivi, come evidenziato dal dibattito attorno al “ddl sicurezza” e al cosiddetto “ddl antisemitismo”. Diversi osservatori – tra cui giuristi, associazioni per i diritti civili e organismi internazionali – hanno segnalato il rischio che un’estensione eccessiva di tali strumenti possa comprimere gli spazi democratici e la libertà di espressione, aumentare strumenti repressivi e intensificare il conflitto sociale. In questo quadro, la militarizzazione da mesi di un intero quartiere con problematiche sociali irrisolte da anni e l’aumento della violenza della polizia appare non solo insufficiente, ma controproducente. La storia insegna che l’inasprimento del controllo, se non accompagnato da ascolto e politiche sociali, tende ad alimentare la radicalizzazione e lo scontro tra gruppi sempre più contrapposti. Il rischio è quello di una spirale in cui il conflitto si intensifica anziché risolversi. Il Pilastro, invece, ha dimostrato nel tempo che partecipazione, investimento sociale e mediazione possono generare risultati più duraturi. La mobilitazione per Fakir si inserisce in questa tradizione: una richiesta di giustizia che non è solo giudiziaria, ma anche sociale e politica. Ignorare queste istanze e rispondere unicamente con strumenti repressivi significa esporsi a uno scenario prevedibile: l’aumento delle tensioni e, nel peggiore dei casi, delle vittime. Oltre la cronaca L’omicidio di Abderrahim Fakir non è un episodio isolato. È la punta di un iceberg fatto di disuguaglianze urbane, politiche securitarie e fragilità sociali mai risolte. La marcia delle duemila persone al Pilastro indica che esiste una comunità viva, capace di reagire e di rivendicare diritti. Il futuro del Pilastro – e non solo di Bologna – dipenderà dalla capacità di trasformare questa crisi in un’occasione di ascolto e cambiamento. La scelta è aperta: continuare lungo la strada dell’emergenza e della militarizzazione, oppure investire in un progetto di città più giusto e inclusivo, capace di ascoltare le molteplici voci di comitati, volontari e realtà associative.   Fonti per approfondimento: La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe https://www.pressenza.com/it/2026/07/la-vicenda-di-fakir-ricorda-che-la-salute-mentale-e-soprattutto-una-questione-di-classe/ Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati https://www.pressenza.com/it/2026/07/il-pilastro-di-bologna-dalla-citofonata-di-salvini-alla-morte-di-fakir-storia-del-quartiere-popolare-e-dei-suoi-60-anni-tormentati/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa https://www.pressenza.com/it/2026/07/morte-di-fakir-al-pilastro-la-sicurezza-e-una-rete-non-una-divisa/ Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/   Redazione Bologna
July 29, 2026
Pressenza
Spegnere incendi o accendere guerre?
> In questi giorni il Piemonte brucia. Vasti incendi con fronti di fiamma molto > estesi stanno interessando la Valsesia, la val d’Ossola e la Valle Soana. A > causarli le particolari condizioni di caldo intenso e assenza di > precipitazioni dalla fine di maggio; probabilmente innescati dalla caduta di > fulmini, gli incendi vengono ora alimentati dai forti venti. Sono andati in > fumo tra 800 e 900 ettari di bosco, con una stima di circa 700 mila alberi > distrutti. La biodiversità locale è gravemente compromessa. Pochi i mezzi a > disposizione, mentre non lontano si costruiscono gli F35… 19 sono i Canadair in Italia. 19 sono i miliardi in più che Crosetto vuole per la Difesa. Vivo in un territorio devastato in questi giorni dagli incendi, in Piemonte: Val d’Ossola e Valsesia. Non lontano c’è Cameri (NO) dove si producono gli aerei caccia F35. Un solo F35 costa circa 150 milioni di euro. Un Canadair, aereo per spegnere gli incendi, costa circa 40 milioni. Un’ora di volo di una Canadair: 6.000€. Un’ora di volo di un F35: 40.000€. L’Italia ha 19 Canadair, sì 19. Proprio come i 19 miliardi che il Ministro Crosetto, dopo il summit Nato di Ankara dei giorni scorsi, vuole in più di quanto già l’Italia spende, per la Difesa. L’Italia ha in progetto di arrivare ad avere 115 aerei F35, che possono trasportare bombe nucleari. Ma non possono ‘difendere’ le nostre montagne, i nostri boschi. Anzi, gli F35 incendiano, distruggono e uccidono. Non spengono nulla! Si tratta di scegliere chi e cosa si vuole difendere. Vanno in tutt’altra direzione le agghiaccianti conclusioni del vertice NATO ad Ankara: “La deterrenza e la difesa della Nato si basano su un mix appropriato di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da risorse spaziali e cibernetiche… Stiamo investendo nella nostra capacità di schierare, potenziare e sostenere le nostre forze armate e di raggiungere i nostri obiettivi in tutti i domini, compresi gli attacchi di precisione in profondità, … Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali per la difesa di oltre 139 miliardi di dollari… Oggi ad Ankara annunciamo oltre 50 miliardi di dollari in nuovi appalti”. Che dire? Su questa strada andiamo diritti alla guerra, alla distruzione e alla morte di tutti. E il silenzio complice dei responsabili di queste scelte è assordante. “…Non si chiami ‘difesa’ un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Sono parole di Papa Leone all’Università Sapienza, Roma, il 14 maggio 2026. E sempre Papa Leone al Concistoro, il 26 giugno 2026 ha invitato a “risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche”. Renato Sacco Mosaico di pace
July 28, 2026
Pressenza
Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: “Adesso anche basta”
Gli attacchi ci possono stare, ma le mistificazioni non sono tollerabili.  Finora non avevamo risposto perché davvero non ne valeva la pena, e abbiamo altro da fare. Ma se la calunnia viene riprodotta a mezzo stampa, allora la replica è d’obbligo. Primo falso. Si dice che ci sarebbe “un dibattito che sta attraversando il movimento nelle sue varie anime”. Non è così. Ci sono sei persone (Tusini, Lucivero, Dinelli, Drago, Navarra, Ferraro) che hanno espresso un loro parere personale molto critico verso la proposta di legge di iniziativa popolare “Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta”; dall’altra parte ci sono tutte le associazioni delle tre Reti promotrici della Campagna Un’altra difesa è possibile, impegnate nella raccolta firme e in moltissime iniziative sul territorio per informare sui contenuti della proposta. Più che un dibattito vediamo sei monologhi da una parte e una mobilitazione dall’altra. Secondo falso. Sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università viene dato spazio ad un Manifesto in cui si fanno affermazioni gravissime (senza portare nessuna argomentazione) che lanciano discredito su uno dei pilastri portanti della proposta di Legge, tipo “Il Servizio civile diventa strumento utile ai guerrafondai come cavallo di Troia per riportare la leva militare e per militarizzare tutta la società”, e in generale si criminalizza l’idea di un’altra difesa possibile dicendo che sarebbe “strumento funzionale alla strategia Nato della difesa totale, e dunque complice delle guerre d’aggressione”. Addirittura! … e senza uno straccio di argomento. Non sappiamo da cosa sia motivato un attacco così pesante e assurdo. L’unica risposta che ci diamo è che il populismo ideologico ha fatto breccia anche in quell’area minoritaria pacifista che deve trovare un nemico per motivare se stessa. Un populismo pacifista che si nutre di faziosità ed estremismo, formula accuse pretestuose, utilizza argomenti fantoccio. L’accusa di fondo ruota attorno al fatto che la proposta sarebbe “complementare” alla difesa militare e non “alternativa”. Per chi ha un minimo di onestà intellettuale vale forse la pena chiarire un paio di cose: La “difesa totale” è una dottrina militare che non c’entra con ciò di cui stiamo parlando. La “difesa civile”, intesa come componente della difesa totale subordinata alla difesa militare, non ha niente a che fare con la “Difesa civile non armata e nonviolenta” oggetto del disegno di Legge; basterebbe leggere senza pregiudizi il testo di legge e la sua relazione: La Difesa civile non armata e nonviolenta viene attuata da uno specifico Dipartimento totalmente indipendente e autonomo dalle strutture militari. Viene definita “complementare” perché andrebbe ad aggiungersi alle forme di difesa militare oggi esistenti (in attuazione dell’articolo 52 della Costituzione”). Non è possibile infatti definirla “alternativa”, in quanto non può prefiggersi di abolire o sostituire le attuali forze armate (articoli 78 e 87 della Costituzione). Sono considerazioni persino banali da fare, che non mettono minimamente in crisi la visione pacifista e nonviolenta della proposta.  Mettere in contrapposizione, come si tenta di fare, la Difesa civile non armata e nonviolenta costituzionale con l’obiezione di coscienza nonviolenta è un’operazione divisiva fatta in mala fede. Non c’è nessun dualismo: l’obiezione di coscienza è il cuore della Campagna di Obiezione alla guerra promossa dal Movimento Nonviolento; la Difesa civile non armata e nonviolenta è il cuore della Campagna Un’altra difesa è possibile. Viaggiano in perfetta armonia sugli stessi binari. Speriamo che questo surreale “fuoco pacifista” finisca qui. Grazie.   Mao Valpiana (presidente) con il Direttivo del Movimento Nonviolento Movimento Nonviolento
July 28, 2026
Pressenza
Concluso a Varese il presidio della Tenda per la Palestina e contro le armi
La bella esperienza della Tenda nel cortile della biblioteca civica di Varese è arrivata a conclusione. Dopo tre settimane (e due giorni !) di presidio quotidiano chiudiamo questa seconda edizione con la speranza di non aver più motivo di continuare a protestare. Purtroppo però anche negli ultimi mesi niente è cambiato: il genocidio e l’oppressione dei palestinesi procedono nonostante la “finta tregua”; in questa “finta pace” la violenza è cresciuta e si è estesa; la follia del riarmo prosegue e si colora con le tinte sempre più fosche della repressione, del razzismo, dell’odio; attorno a farneticazioni di emergenze e remigrazione la paura e il disagio crescono. Invitiamo i nuovi e vecchi amici a non perdere la speranza, a resistere e a continuare la lotta: Restare Umani è la sola via d’uscita. La “Tenda” continua le sue attività in via Como 21 presso l’ InformaGiovani, che ringraziamo per l’ ospitalità: la sede è aperta tutti i martedì e venerdì dalle 17:30 alle 20:00 per accogliere chiunque desideri raccontarsi, conoscerci, proporre, condividere, partecipare. Il progetto della Tenda potrà continuare solo con l’energia e la forza di tutti. Noi ci saremo. Grazie a chi ha fatto la sua parte e a chi non ha potuto esserci. Segnatevi questo appuntamento: martedì 28 luglio dalle 18 ci troviamo per salutarci, smontare la Tenda e riaffiggere lo striscione dopo la seconda volta che è stato danneggiato volontariamente. E sabato 1° agosto torneremo a rompere il silenzio. Ringraziando dell’ospitalità, dell’aiuto e della gentilezza da cui siamo stati circondati, mangeremo e berremo qualcosa insieme. Siamo o non siamo la Tenda per la Palestina e contro le armi? Allora Restiamo Umani e costruiamo la pace. Comitato Varesino per la Palestina – ETS – ODV dal 2002 attivo sul territorio per diffondere consapevolezza sulla condizione del popolo palestinese. Redazione Varese
July 27, 2026
Pressenza
Megacentro dati dell’Università di Palermo con la multinazionale contractor del Pentagono e Israele
Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. «Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo», scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano: «Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi basati sull’intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni». Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche in caso di blackout o guasti. «Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro», aggiunge l’ufficio stampa di UNIPA. «La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo. Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la tutela della riservatezza delle informazioni». L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. È stato avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più elevati per questo tipo di infrastrutture. Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri dall’Università. L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5 milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e militare. Ovviamente, anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale, sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa. Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane. L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo “Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari Pietro Paolo Corso, Fabrizio D’Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring, Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo, l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT. La netta vocazione di HPE – Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. «Offriamo soluzioni e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e resiliente», vi si legge. «Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone, preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili».  Cloud e AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane. Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. «HPE è complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di insediamento a Gaza e in West Bank», denuncia BDS Italia, organizzazione a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. «HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari. HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da entrambi». Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma dello Stato sionista di Israele. A. MAZZEO, OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ Antonio Mazzeo
July 27, 2026
Pressenza
Prossimo futuro n. 285 27 luglio – 2 Agosto 2026
Bollettino di informazione della redazione di Pressenza sugli eventi della prossima settimana. Inviare le notizie a redazioneitalia@pressenza.com entro la domenica prima dell’evento. APPUNTAMENTI FISSI Mappa dei presidi, incontri e cortei periodici per la pace https://shorturl.at/pWPkJ Per segnalare il proprio presidio o gruppo: https://forms.gle/vXBn83i8vgY1rgYf8   Noi non andiamo in ferie Lunedì 27 luglio alle ore 17 a Palermo presso il Centro Padre Arrupe in via Franz Lehar è promosso dall’associazione “Noi che” un incontro dei progressisti per costruire proposte per il programma elettorale per la città.   Dissentire è democraziaa 27 luglio ore 20:00 Palazzo Marchesale, Fragagnano (TA) Con il supporto di Udap Freedom Flotilla Italia, Edizioni Rapporti Sociali e con il patrocinio del Comune di Fragagnano: si terrà: Dissentire è Democrazia. La repressione silenzia ciò che va ascoltato.   Una società è veramente libera solo se garantisce il pluralismo, permettendo ai cittadini di criticare apertamente le decisioni politiche, manifestare e proporre alternative, che vanno ascoltate. Il dissenso è l’essenza di ogni sistema democratico ma,  nel nostro, viene violentemente silenziato. Il numero dei prigionieri politici palestinesi, chiusi nelle carceri italiane di massima sicurezza, cresce;  i movimenti che si schierano contro riarmo e guerra a favore della Palestina e della tutela dei diritti umani, dei lavoratori e degli immigrati, a tutela della scuola e della sanità pubbliche, dell’ambiente, vengono bersagliati con sanzioni amministrative e provvedimenti penali. Eppure ascoltare la manifestazione di dissenso rimane sempre il barometro democratico di un paese.  Interverranno: -Shokri Alhroub Udap  -Antonietta Ricci Avv. Lavoro-Movimenti -Sara Munari Torino per Gaza  -Jamie Traversa Fgc Ta -Francesco Ricciardi Edizioni Rapporti Sociali  Modera -Mariangela Piccinno Freedom Flotilla Italia Ta/Prov.  Previsto intervento del Consigliere Regionale -Giuseppe Fischetti    Basta con la mafia del fuoco martedì 28 luglio a Palermo alle ore 18.00 appuntamento in piazza Verdi per una manifestazione cittadina che denunci la dolosità degli incendi e l’inerzia, quando non la complicità, delle istituzioni: “non ci rassegniamo agli incendi e allo scempio della Sicilia”. Con l’Osservatorio contro i Disastri Ambientali sarà presente il gruppo Isola Fenice per l’iniziativa “1000 tamburi contro il fuoco!”   Senza tregua: Gaza nel silenzio del mondo 28 luglio ore 20:30 Casa del Giovane, Via Candelaro snc (di fronte Parco S. Felice), Foggia (FG) Incontro con gli attivisti del Global Sumud Convoy: Dina Alberizia e Domenico Centrone (fermati un mese in Libia), Sara Suriano. Si parlerà della loro esperienza e della perdurante, tragica situazione a Gaza.  Nel corso della serata sarà anche proiettato il documentario Gaza: medici sotto attacco e saranno raccolti fondi da destinare all’Associazione Project Allegria di San Severo, che ha un proprio operatore nella Striscia. Per maggiori informazioni: https://www.facebook.com/p/Coordinamento-Capitanata-per-la-pace-100082126150119 Coordinamento Capitanata per la pace coordinamentocapitanatapace@gmail.com   Fermare il DDL Antisemitismo: call straordinaria giovedì 30 luglio ore 21 Incontro online promosso da Rete #NOBAVAGLIO insieme a PRESSENZA, con rappresentanti di BDS, Anbamed, Giuristi Democratici, presidi per Gaza, mondo dell’informazione, dell’arte, della scuola, della sanità, associazioni e Ong ( in aggiornamento). Il DDL Antisemitismo, alle ultime battute dell’iter in Commissione Affari Costituzionale alla Camera, mette a rischio la libertà di critica e di espressione, equiparando le critiche a Israele all’antisemitismo. Parleremo di come difendere la libertà di parola e contrastare ogni deriva autoritaria nel Paese Per partecipare e ricevere il link di meet è necessario mandare una mail (oggetto: incontro 30 luglio) a nobavaglioprenotazioni@gmail.com   Cessate il fuoco! 31 luglio ore 20:30 Piazza Sant’Oronzo , Lecce (LE) Il Comitato Prevenzione Incendi Salento organizza un presidio pubblico per dire basta all’emergenza incendi.  Il Salento è sotto assedio degli incendi, che travolgono terra, alberi, vegetazione, habitat, residenze, economie, fauna, ecosistemi, paesaggio. Si tratta di un’Emergenza inaccettabile e sottovalutata. Questa emergenza riguarda tutti. Per questo il Comitato Prevenzione Incendi Salento promuove un presidio pubblico ed invita cittadine e cittadini, il mondo agricolo, custodi, associazioni, professioniste e professionisti, realtà impegnate nella cura e nella tutela della terra, dell’ambiente e del paesaggio a partecipare al presidio e farsi portatori di un gesto simbolico.  COME PARTECIPARE – Porta con te la foto di un paesaggio che ami, ferito dal fuoco o che vuoi proteggere. Insieme costruiremo la memoria e il futuro verde del Salento. – -Hai un’attività, una vetrina, un mezzo esposto al pubblico — bici, auto, zaino? Stampa la locandina del presidio ed esponila: aiutaci a far arrivare il messaggio ovunque. La nostra presenza in piazza sarà il primo passo per rompere il silenzio e affermare che il destino della nostra terra non può essere fatto di ceneri.  Per maggiori informazioni: instagram: https://www.instagram.com/p/DbNnSG_qcQm/ Comitato Prevenzione Incendi Salento     CAMPI ESTIVI MIR e MN 2026 IL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE E IL MOVIMENTO NONVIOLENTO DI TORINO ORGANIZZANO OGNI ANNO DEI CAMPI ESTIVI. L’OBIETTIVO È QUELLO DI VIVERE LA NONVIOLENZA. I CAMPI ESTIVI SONO UN’OPPORTUNITÀ PER VIVERE IN MANIERA COMUNITARIA, CONDIVIDENDO IL PROPRIO TEMPO CON ALTRI, CONFRONTANDOSI CON PERSONE DIVERSE, LAVORANDO AL LORO FIANCO E QUINDI AMPLIANDO LA PROPRIA MAPPA MENTALE. Quest’anno sono stati programmati 6 campi su diversi temi legati alla nonviolenza, il ripudio della guerra, gli stili di vita ed altri temi propri del MIR.   24-31 LUGLIO Vigna di Chiusa Pesio (CN) diventare ‘custodi della terra’ .. campo per famiglie; coordina  Eva Racca 2-9 AGOSTO Casa S. Antonio al Bosco (SI) come coltivare la speranza in un mondo migliore;  coordinano Silvana Caselli, Adriano Arlenghi, Luciano Bertoldi 2-9 AGOSTO Cascina Macondo – Riva presso Chieri (To) Rotte Condivise: creatività, partecipazione e inclusione per una comunità in movimento; coordina Raffaella Cignarale 16-23 AGOSTO Vigna di Chiusa Pesio (CN) Dal Macro al Micro: la nonviolenza e il ripudio della guerra negli organismi internazionali e nel quotidiano; coordina Silvana Sarchi 26-30 AGOSTO Castello di Albiano d’Ivrea (TO) in direzione ostinata e contraria meglio nudi che in divisa; coordinano Donatella Nespolo, Adriano Arlenghi https://www.miritalia.org/2026/06/11/campi-estivi-2026/ Gruppo di Servizio Campi Estivi MIR e MN Via Garibaldi 13, Torino Tel. 011.532824 mir-mn@serenoregis.org In cammino per la Pace e il disarmo 5-7 e 11-12 Agosto Monte Sole – S.Anna di Stazzema Mercoledì 5 Agosto MARZABOTTO – POGGIOLO Rifugio Re-esistente Ore 9.30 Ritrovo dei partecipanti presso la stazione FS di Marzabotto, visita al memoriale e partenza. Pranzo al sacco. Cena libera alla carta. Pernottamento in camere multiple, compreso biancheria e prima colazione € 30,00. Distanza 9 km +420 m -128 m Durata 3 ore circa Giovedì 6 Agosto POGGIOLO – S. MARTINO – CAPRARA DI SOPRA – CASAGLIA – MONTE SOLE – CERPIANO e ritorno Ore 9.00 ritrovo dei partecipanti, giornata dedicata al territorio di Monte Sole, incontri con la Comunità di Don Dossetti e con una guida della scuola di Pace di Monte Sole. Pranzo in autonomia al bar/ristorante del Poggiolo. Cena libera alla carta. Pernottamento in camere multiple, compreso biancheria e prima colazione € 30,00. Venerdì 7 Agosto POGGIOLO – MONTE SALVARO – VERGATO Ore 8.00 Ritrovo dei partecipanti Ore 9.00 partenza, a seguire apposizione ufficiale della targa in memoria di Marco Frigerio, pensieri e ricordi. Pranzo al sacco acquistabile al Poggiolo. Ripartenza per FS di Vergato. Distanza 16 km +550 m -700 m Durata 7 ore RIPRESA DEL CAMMINO L’11 AGOSTO A VALDICASTELLO (LU) Martedì 11 agosto VALDICASTELLO – S. ANNA DI STAZZEMA Ore 9.00 Ritrovo dei camminatori davanti alla chiesa di Valdicastello. Ore 9.30 partenza a piedi per S.Anna di Stazzema, col gruppo dei giovani della scuola di Pace tedesca. Ore 12.00 circa arrivo a S.Anna. Pranzo al sacco. Cena al sacco e pernottamento in “ecomostro” su brandine o, in caso di non concessione della struttura, in tenda (necessario sacco a pelo o sacco lenzuolo). Qualora fosse necessario portare la tenda, sarà comunicato in anticipo ai partecipanti. Le valigie potranno essere trasportate in auto da Valdicastello a S.Anna da uno degli organizzatori. Distanza 4 km +575 m Durata 2 ore Martedì 12 Agosto SANT’ANNA DI STAZZEMA Dalla mattinata e durante tutta la commemorazione ufficiale, presidio silenzioso, con cartelli e bandiere della pace. Pranzo: panini al bar di Sant’Anna Obbligatorio sottoscrivere assicurazione per i primi tre giorni del cammino per un totale di € 12,00 Le iscrizioni si riterranno confermate solo dopo il versamento di caparra di € 30,00 per iscrizioni e info scrivere a: incamminoperlapaceeildisarmo@gmail.com   Zeitcamp 2026 – Futuri tribali Anche quest’anno siamo riusciti, in “largo” anticipo, a organizzare uno ZeitCamp Per ora possiamo dirvi questo: Feudo, Campobasso dal 10 al 16 agosto Ci sarà la possibilità di partecipare in tenda o camper, immersi nella natura e nello spirito della tribù Costi? Giusto quelli “umani”: cibo (da portare o acquistare insieme in loco) eventuali spostamenti e spese vive varie Se sentite il richiamo della foresta, iniziate a bloccarvi le date in calendario e unitevi alla call Telegram del mercoledì sera È finalmente pronto il modulo di pre-registrazione allo ZeitCamp 2026 – Futuri Tribali! Per maggiori info visita zeitgeistitalia.org/zeitcamp2026    Università estiva di Attac 2026 “Dove va il capitalismo, dove andiamo noi” 11-13 settembre New Camping Le Tamerici Via della Cecinella 3 – Cecina Mare (LI) Scarica la Presentazione dell’Università estiva 2026 di Attac Italia Scarica il  Programma dell’Università estiva 2026 di Attac Italia Scarica le informazioni sui costi, prenotazione e logistica dell’Università estiva 2026 Leggi chi sono le relatrici e i relatori dell’Università estiva 2026 di Attac Italia Programma Venerdì 11 settembre 2026 ore 17.00 – 19.00 “Capitalismo, crisi ecoclimatica e guerra” partecipano Raffaele Giammetti (professore associato di Economia politica Università di Cassino e del Lazio Meridionale) Claudia Terra (dottoressa di ricerca in Filosofia politica Università di Trento in cotutela con École Normale Supérieure de Paris)   Sabato 12 settembre 2026 ore 10.30 – 12.30 “Occidente al tramonto, il sole sorge a Pechino?” partecipano Daniela Caterina (professoressa associata presso la Facoltà di Filosofia della Huazhong University of Science and Technology (Wuhan)) Fabrizio Eva (geografo politico) ore 14.30 – 16.30 “Nuove tecnologie e IA: tecnofascismo o liberazione?” partecipano Armanda Cetrulo (ricercatrice in Economia Scuola Superiore S. Anna di Pisa) Mauro Munzi (filosofo e analista delle tecnologie contemporanee) ore 17.00 – 19.00 “Territori per l’estrattivismo o comunità di cura e di trasformazione?” partecipano Sara Pilia (attivista e referente nazionale Arci per i territori e le aree interne) Donatella Gasparro (dottoranda in Scienze Politiche Scuola Normale Superiore di Pisa)   Domenica 13 settembre 2026 ore 10.30 – 13.00 “Cambiare il mondo dal basso” partecipano Marcella Corsi (professoressa di Economia Politica Università La Sapienza Roma) Dario Salvetti (Collettivo di Fabbrica ex-Gkn) Marco Deriu (professore associato di Sociologia Università di Parma) Marco Bersani (filosofo e attivista di Attac Italia)   Redazione Italia
July 27, 2026
Pressenza
Storie di ordinaria violenza in Cisgiordania
Anche se questi fatti sono purtroppo usciti dal radar dei media e della politica nostrana, nella Cisgiordania occupata la terribile violenza dei coloni, protetti dalle IDF, continua ogni giorno. Ne parliamo con Giulio Canarutto, ebreo torinese, appartenente a Mai Indifferenti e a LəA (Laboratorio Ebraico Antirazzista), nonché membro del Gruppo Studi Ebraici, editore della rivista Ha-Kheillah. Recentemente Giorgio ha visitato la comunità palestinese di Masafer Yatta, dove era stato anche nel 2024. Si tratta di un insieme di villaggi a sud di Hebron che, secondo quanto stabilito dagli Accordi di Oslo, rientra nell’area C, demograficamente a prevalenza palestinese, ma sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Le recenti vicissitudini di Masafer Yatta sono state anche descritte nel documentario “No Other Land”, premiato sia con l’Oscar, che al Festival di Berlino. Qual è la situazione dell’area che hai visitato? Sono andato due volte in Cisgiordania con l’organizzazione CJNV, Center for Jewish Non Violence e la mia base è sempre stata il villaggio di Umm Al-Kheir. La comunità è formata da beduini, cacciati da Israele negli anni ’50 e rifugiatisi nella zona di Masafer Yatta, che allora era territorio giordano. I primi coloni sono arrivati a inizio anni ’80 e 5 o 6 anni fa hanno iniziato a portare al pascolo le loro pecore su terreni in precedenza utilizzati dai palestinesi, limitando il pascolamento di questi, finché gli è stato definitivamente vietato. Già da una ventina di anni sono inoltre iniziati i raid dei coloni, che in alcune occasioni hanno distrutto case palestinesi. Anche la mobilità dei palestinesi è stata progressivamente molto limitata: mentre anni fa potevano raggiungere il Mar Morto, distante una ventina di chilometri, ora non possono oltrepassare la strada che delimita il villaggio. All’uscita delle città e dei villaggi palestinesi, come Yatta e Umm Al-Kheir, sono stati montati dei cancelli, la cui chiusura impedisce persino alle persone di rientrare alle proprie abitazioni. Nel 2022 i militari israeliani hanno ucciso nel villaggio Suleiman Hathaleen, un anziano attivista palestinese per i diritti umani, figura di spicco della resistenza pacifica contro l’occupazione, travolto da un mezzo militare a cui aveva cercato pacificamente di impedire il passaggio, durante un’operazione delle IDF volta a confiscare veicoli nel suo villaggio1. Nello stesso anno si erano più volte ripetute le violenze, le minacce e le provocazioni del colono Shimon Attya, che agiva protetto dalle IDF.2 Infine nel 2025 il colono Ynon Levy ha ucciso il capo villaggio, il giovane e carismatico Awdah Hathaleen, noto attivista e giornalista che aveva collaborato alla realizzazione di “No Other Land”.3 Ynon Levy è un impresario e con le sue ruspe preparava l’ampiamento dell’insediamento israeliano di Carmel che sovrasta il villaggio. Nei mesi successivi infatti i coloni di Carmel hanno posto diverse case prefabbricate a ridosso del villaggio. Da rilevare che la comunità di Umm Al-Kheir ha abbracciato il pacifismo già dalla generazione precedente, tanto che la vedova di Awdah, di nome Amadi, dice di sperare che l’assassino del marito ripensi a quello che ha fatto e si penta. Quale è stata la tua esperienza nell’ultima visita? Quest’anno ho trovato un contesto molto peggiore di quello della visita precedente, con coloni molto più aggressivi. Due anni fa i bambini potevano raggiungere la loro scuola, ora sono bloccati da un filo spinato; due anni fa avevo aiutato a raccogliere pomodori nella serra che ora loro non possono più raggiungere. Sono arrivato a Umm Al-Kheir lunedì 29 giugno e la sera del mercoledì successivo c’è stato il primo incidente. Come si è poi visto dalle telecamere di sorveglianza, un colono aveva messo una bandiera israeliana all’angolo della casa di Salem Hathaleen mentre sopraggiungeva Aziz, un suo parente. Quest’ultimo è stato subito fermato da militari, che evidentemente seguivano da vicino il colono con la bandiera. Subito si è propagato l’allarme nel villaggio, palestinesi e attivisti hanno fronteggiato i soldati ma Aziz è stato caricato su una camionetta e portato via; è stato poi rilasciato qualche ora dopo. La sera di venerdì 3 luglio ci hanno avvisato che i coloni stavano preparando qualcosa di diverso dal sabato di “studio e riposo” cui dovrebbero attenersi per i precetti religiosi ebraici. Poco dopo infatti una trentina di coloni urlanti, alcuni con il mitra a tracolla, si aggrappavano alla recinzione del villaggio, cercando di divellerla, mentre altri avanzavano di qualche metro, prendendo possesso di una parte del terreno appartenente a Salem. Ho sentito un colono dire indicando il terreno: “Yishuv Carmel”, in pratica dichiarando un diritto sulla proprietà privata palestinese. Intervenivano quindi soldati e poliziotti israeliani e Khalil Hathaleen, fratello di Awdah e nuovo capo villaggio, riconosceva in un soldato un colono dell’insediamento confinante col villaggio. I soldati separavano alla fine i contendenti e dichiaravano l’area dove si era svolto lo scontro zona militare chiusa per due giorni, ristabilendo quindi la calma, ma a ogni effetto consolidando e rendendo con tutta probabilità irreversibile la conquista da parte dei coloni. Il gabinetto della famiglia di Salem Hathaleen e un recinto con delle pecore passavano così sotto controllo dei coloni. Gideon Levy e Alex Levac su Haaretz hanno sintetizzato efficacemente e con ironia l’accaduto con un titolo: “I coloni bloccano l’accesso al gabinetto utilizzato da una famiglia, l’esercito lo dichiara Area militare chiusa” 4. Tra domenica e lunedì, allo scadere della chiusura della dichiarata zona militare, c’è stato un nuovo attacco dei coloni ed io venivo fermato. I coloni attaccavano e i palestinesi si difendevano, semplicemente cercando di non far avanzare i coloni e di riportare indietro il filo spinato che i coloni spingevano. Io e altri filmavamo. Alla fine è intervenuta la polizia, ha detto a entrambe le parti di arretrare e, mentre eseguivamo l’ordine, un poliziotto diceva a me e ad un’altra attivista di consegnargli i passaporti. Siamo stati così fermati assieme al famoso attivista giornalista online Andrey X e portati in macchine separate al posto di polizia di Kiryat Arba. Siamo stati interrogati a turno, io per ultimo, e un funzionario mi ha contestato la falsa accusa di aver colpito un colono. Intanto avevo potuto parlare al telefono con la famosa avvocata Lea Tzemel che, con tono amichevole e rassicurante, mi ha detto di raccontare tranquillamente la mia versione dei fatti. Ho così ribattuto che erano stati i coloni a compiere violenza, (ci sono video di Andrey molto chiari a riguardo5) e che io non avevo attaccato nessuno. Alla fine dell’interrogatorio l’ufficiale che mi interrogava mi confermava l’accusa che sarei stato io a colpire i coloni. Ho insistito per scrivere anche la mia versione e lui ha così aggiunto una frase al verbale. Mi ha poi sequestrato il telefono, (mai riavuto) e mi ha vietato di tornare a Masafer Yatta, pena la multa da parte di un giudice di diverse migliaia di shekel. Ciò conferma che in Palestina viene punito chi subisce il sopruso, non chi lo esercita. Sono tornato dopo pochi giorni in Italia alle prese con difficoltà legate al cambio del numero di telefono, certo irrilevanti di fronte a quelle di chi ogni giorno deve fronteggiare il rischio di espulsione e di distruzione della propria casa. Dopo il mio ritorno ho saputo infine del sequestro dell’apparecchio di registrazione della videsorveglianza e della distruzione di una costruzione pur in assenza di un ordine di demolizione. 1 https://www.aljazeera.com/features/2022/1/23/suleiman-hathaleen 2 https://www.instagram.com/reel/DIPXpM8stsj/ 3 https://www.instagram.com/reel/DMsD3QFiNQ5/ 4 Settlers Blocked Access to a Palestinian Family’s Toilet. Then the IDF Declared It a Closed Military Zone – Twilight Zone 5 https://fb.watch/IlPrpxPg5E/ Enrico Campolmi
July 26, 2026
Pressenza
Gaza e la missione umanitaria negata: incontro a Foggia con gli attivisti del Global Sumud Convoy fermati in Libia
Martedì 28 luglio, alle ore 20:30, la Casa del Giovane di Foggia (via Candelaro, di fronte Parco S. Felice) ospiterà un importante incontro-dibattito per riaccendere i riflettori sulla drammatica crisi umanitaria e sanitaria nella Striscia di Gaza. L’evento vedrà la partecipazione dei due attivisti pugliesi, di cui una foggiana, rientrati in Italia dopo essere stati arbitrariamente trattenuti per un mese dalle autorità della Libia Orientale. L’incontro è organizzato dalla Comunità Sulla strada di Emmaus, dal Coordinamento provinciale Capitanata per la pace (Foggia) e da Project Allegria OdV. Durante la serata sarà proiettato il documentario “Gaza: medici sotto attacco”, una cruda testimonianza sulle condizioni del personale sanitario e delle infrastrutture ospedaliere sotto i bombardamenti. Ci sarà inoltre una raccolta fondi da destinare alle attività di impegno umanitario, educativo e sociale di Project Allegria, un’organizzazione che ha sede anche a San Severo (FG) ed un proprio operatore attivo a Gaza a favore dei bambini e dei minori. I testimoni: la vicenda dei due attivisti pugliesi All’incontro prenderanno la parola Dina Alberizia, Domenico Centrone e Sara Suriano. I primi due facevano parte del gruppo dei dieci attivisti internazionali del Global Sumud Land Convoy (la missione via terra della Global Sumud Flotilla) fermati in Libia. Lo scopo della missione era rompere simbolicamente il blocco e raggiungere la Striscia di Gaza attraverso la Libia, l’Egitto e il valico di Rafah per consegnare aiuti umanitari urgenti e sanitari alla popolazione stremata. Il focus della manifestazione: il genocidio a Gaza La catastrofe umanitaria in corso nella Striscia di Gaza è un vero e proprio processo di genocidio ai danni della popolazione palestinese. Dopo il 7 ottobre 2023, le operazioni militari hanno causato un livello senza precedenti di uccisioni di civili, lo sfollamento di massa della popolazione e la distruzione sistematica di infrastrutture vitali, tra cui ospedali, scuole e reti idriche. Il blocco quasi totale degli aiuti umanitari sta deliberatamente utilizzando la fame e la deprivazione medica come armi di guerra contro la popolazione civile. Il sistema sanitario a Gaza è totalmente collassato: gli ospedali rimasti in piedi sono privi di medicinali essenziali, anestetici ed elettricità. Medici, infermieri e operatori umanitari lavorano in condizioni estreme, spesso diventando loro stessi bersaglio dei conflitti, come documentato nel filmato che sarà proiettato durante la serata. Come evidenziato dai rapporti di Amnesty International, le azioni e le politiche messe in atto configurano la violazione della Convenzione ONU sul genocidio del 1948, ignorando le misure restrittive e vincolanti disposte dalla Corte Internazionale di Giustizia. Cosa chiediamo Di fronte a questa emergenza morale e legale, si invoca con forza, ancora una volta: il cessate il fuoco immediato: stop permanente a tutte le operazioni militari; l’accesso umanitario incondizionato: sblocco immediato dei valichi per cibo, acqua e cure mediche; sanzioni e risposte diplomatiche: l’intervento delle istituzioni europee e internazionali per sospendere gli accordi di cooperazione ed esigere il rispetto del diritto internazionale. I promotori invitano la cittadinanza, gli organi di stampa e le associazioni locali a partecipare numerosi per sostenere il valore della solidarietà internazionale e della pace. Coordinamento provinciale Capitanata per la pace (Foggia) Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza