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“Una è a guerra ca ce spetta”: da Basile a Totò, la tradizione napoletana della pace e della disobbedienza civile dialoga con il presente
Alla libreria IoCiSto la lezione di pace di Ermete Ferraro Non una semplice presentazione di un libro, ma una riflessione collettiva sul rapporto tra cultura, pace, potere e tradizione. Nella sala gremita della libreria IoCiSto è stato presentato il saggio di Ermete Ferraro “Una è a guerra ca ce spetta”, edito da Langella. A rendere coinvolgente ed emozionante il clima le letture teatralizzate dell’attrice Marcella Vitiello, che ha dato voce con sensibilità e forza espressiva, nell’antico vernacolo, a brani di Giambattista Basile e Raffaele Viviani. Due autori che hanno saputo raccontare l’anima profonda di Napoli, le sue contraddizioni, la sua ironia e la sua straordinaria umanità. Le interpretazioni dell’attrice hanno offerto al pubblico non soltanto una pausa letteraria, ma una vera immersione in quella tradizione culturale che costituisce il cuore stesso del libro di Ferraro. Un pubblico attento e partecipe, un dibattito intenso che ha intrecciato cultura, diritto, storia, vangelo e attualità. La presentazione del libro di Ermete Ferraro, Una è a guerra ca ce spetta, si è trasformata in qualcosa di più di un semplice incontro letterario: un’occasione di riflessione collettiva sul significato della pace, della giustizia e della responsabilità civile in un tempo segnato da guerre, soprusi e crescenti tensioni internazionali. Il titolo del libro richiama una celebre espressione della sapienza popolare napoletana: “una è a guerra ca ce spetta”; l’unica guerra che davvero “ci spetta” non è quella combattuta con le armi, ma quella contro le ingiustizie, le disuguaglianze, le forme di oppressione e di dominio che attraversano le società umane. È una dichiarazione di intenti. L’opera di Ferraro si inserisce infatti in una lunga e prestigiosa tradizione culturale napoletana che, nei secoli, ha espresso una visione profondamente critica della guerra. Una tradizione, dal Quattrocento ai giorni nostri, che attraversa la letteratura, il teatro e il pensiero civile della città. Da Giambattista Basile, che nelle sue opere ha saputo raccontare il mondo popolare con uno sguardo attento all’umanità degli ultimi, fino alle pagine di Ferdinando Russo e alle intense rappresentazioni di Raffaele Viviani, emerge una costante diffidenza verso ogni forma di sopraffazione e di violenza esercitata dal potere, ma anche la ricerca di modalità alternative di risposta alla violenza, come la solidarietà comunitaria, la satira dell’autorità e la ridicolizzazione della retorica bellicistica. Questa eredità culturale ha poi espressioni altissime nel Novecento con Eduardo De Filippo e Totò. Nelle loro opere, pur diverse per linguaggio e stile, la guerra appare come il simbolo dell’assurdità umana, mentre la solidarietà, la pietà e l’intelligenza popolare diventano gli strumenti per resistere alla brutalità della storia. È una Napoli che non celebra gli eroi armati, ma gli uomini e le donne capaci di conservare la propria umanità anche nelle circostanze più difficili, capace di adattarsi ma senza arrendersi. Chi forza nunn’ave s’arma d’ingegno. A introdurre l’incontro Elio Serino, che ha sottolineato il valore culturale del saggio e la sua capacità di mettere in luce uno dei tratti più originali della storia napoletana: una tradizione popolare e intellettuale che ha sempre guardato con diffidenza alla violenza e ai poteri costituiti. Un percorso che passa anche attraverso l’evoluzione del dialetto e della letteratura napoletana, di una cultura che ha saputo raccontare il popolo senza mai cedere alla celebrazione della guerra. Serino ha definito il volume un libro gradevole e accessibile, ma al tempo stesso ricco di spunti di riflessione. Soprattutto, ha invitato ad andare oltre una visione puramente retorica del pacifismo. La vera rivoluzione, ha osservato, consiste nella pratica della disobbedienza civile e non violenta, nella capacità di opporsi ai meccanismi del potere senza riprodurne la violenza. Ma il cuore politico e civile della discussione è emerso nell’intervento di Luigi de Magistris, che ha collegato le riflessioni del libro ai principi fondamentali della Costituzione italiana, richiamando in particolare gli articoli 3 e 11: quello sull’uguaglianza e quello che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. “Serve disobbedienza”, ha affermato con forza, indicando nel libro di Ferraro uno strumento prezioso per ripensare il rapporto tra cittadini, istituzioni e potere. Secondo de Magistris, Napoli rappresenta storicamente un laboratorio originale di convivenza e pluralismo. Una città “tendenzialmente anarchica”, ha detto, che non ha conosciuto l’Inquisizione, una città nella quale la diversità è sempre stata una ricchezza e non una minaccia. Una città di porto, aperta al Mediterraneo e al mondo, capace di guardare oltre il mare e oltre i confini, verso l’infinito. Da questa identità nasce anche una responsabilità particolare. De Magistris ha lanciato una proposta culturale e politica che va oltre i confini cittadini: “Napoli non pretende di cambiare da sola il mondo, ma può continuare a dare segnali. Segnali concreti, capaci di indicare una direzione diversa rispetto a quella dei governi e delle logiche di potere”. Ha ricordato il riconoscimento dello Stato di Palestina come atto simbolico e politico di valore universale. Ha richiamato la scelta di denuclearizzare il porto di Napoli impedendo l’ingresso di navi con armamenti nucleari. Ha ricordato la decisione di opporsi agli ordini governativi che imponevano la chiusura del porto alle navi delle organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi in mare, una scelta che comportò conseguenze giudiziarie. “Le città possono scrivere pagine di umanità differenti da quelle spesso dettate dagli interessi geopolitici e dai centri del potere”. L’idea più suggestiva emersa dal suo intervento è stata forse quella di una Napoli “che può provare a diventare punto di riferimento per un’alleanza delle città del Sud del mondo, promotrice di un nuovo modello di giustizia, solidarietà e cooperazione internazionale”. Un progetto ambizioso, certamente, ma che trova alimento proprio nella storia della città e nella sua vocazione all’incontro tra culture diverse. Poi Ermete Ferraro. Insegnante, instancabile e appassionato pacifista, impegnato da decenni nella promozione della nonviolenza, dell’educazione alla pace e della tutela dell’ambiente. Autore di saggi su ecopacifismo, di cui è referente nazionale, e di cultura napoletana, ha spiegato di aver voluto recuperare la lingua, i proverbi e la tradizione culturale napoletana per conoscere le proprie radici come condizione necessaria per affrontare il futuro. Una ricerca che attraversa secoli di storia, dal Trecento fino ai nostri giorni, seguendo un filo conduttore spesso ignorato: quello di una cultura popolare che non si limita ad accettare la realtà, ma la osserva criticamente, la interpreta e talvolta la sfida. “Ho cercato proverbi che esprimessero non soltanto accettazione”, ha spiegato, “ma anche elementi capaci di mettere in discussione stereotipi consolidati”. Da qui il tentativo di costruire un percorso che collega autori e linguaggi diversi, da Basile a Viviani fino a Totò, maestro nell’esprimere concetti profondi attraverso battute fulminanti e un umorismo che unisce raffinatezza inglese a sapienza popolare. Un altro aspetto è il recupero della tradizione epico-satirica napoletana. Ferraro ha raccontato di aver lavorato sull’intreccio tra dimensione eroica e satira, mostrando come la ridicolizzazione dei potenti sia stata spesso uno strumento efficace per denunciare le ingiustizie e smascherare le pretese del potere. L’epica reinterpretata in chiave satirica diventa così una forma di libertà. Permette di dire ciò che altrimenti sarebbe difficile dire. Consente di criticare senza piegarsi e di resistere senza imitare la violenza di chi domina. Da qui la riflessione sulla guerra. Per Ferraro la guerra rimane sempre e comunque “un’inutile strage”. La vera questione non è scegliere tra il cambiare tutto o accettare passivamente l’esistente; la sfida consiste nel costruire forme concrete di opposizione. “Il vero antidoto alla violenza non è altra violenza”, ha sostenuto, “ma la non collaborazione”. “Boicottaggio, opposizione civile, rifiuto di cooperare con i meccanismi della guerra e della sopraffazione”. Nessun potere, ha osservato, può controllare a lungo una società nella quale una parte ampia e consapevole dei cittadini decide di sottrarsi alla collaborazione. Una riflessione che richiama le grandi esperienze della nonviolenza moderna ma che Ferraro radica profondamente nella tradizione popolare napoletana. Non a caso uno dei riferimenti più significativi emersi durante la serata riguarda proprio Viviani e la straordinaria capacità del popolo napoletano di costruire collettività, solidarietà e mutuo sostegno anche nelle condizioni più difficili. Una capacità che rappresenta forse il più autentico antidoto contro la cultura della guerra e dell’individualismo, capacità di guardare con ironia, pietà e spirito critico alle pretese del potere e alle tragedie della guerra. Il dibattito ha toccato una questione fondamentale, etica, giuridica e perfino evangelica: può esistere una guerra giusta? La Resistenza contro un’aggressione può essere considerata legittima? Oppure il percorso più avanzato dell’umanità deve consistere nel superare progressivamente la logica stessa della guerra attraverso la nonviolenza, la disobbedienza civile e nuove forme di partecipazione democratica? Interrogativi che, attraverso il libro di Ferraro, acquistano oggi una drammatica attualità. In un’epoca nella quale il linguaggio delle armi prevale su quello della diplomazia e nella quale termini come “pace”, “disarmo” e “giustizia” appaiono ai margini del dibattito pubblico, Una è a guerra ca ce spetta rappresenta un invito coraggioso a restituire a quelle parole il loro significato originario. È forse proprio questa la sua attualità più profonda, che ricorda che la pace non è passività, ma scelta. Non è rassegnazione, ma impegno. E che l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e ogni forma di disumanizzazione. La serata di IoCiSto ha dimostrato che questa tradizione non appartiene soltanto al passato. Continua a parlare al presente e al futuro. Perché la pace non è un’utopia astratta, ma una pratica quotidiana di responsabilità civile. E perché, come suggerisce il titolo del libro, l’unica guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e la rinuncia all’umanità. In questo senso, Una è a guerra ca ce spetta acquista un valore che va ben oltre la dimensione letteraria. È un libro che invita a interrogarsi sul significato stesso della cittadinanza, sulla responsabilità individuale e collettiva, sul rapporto tra diritto e forza. Ferraro compie un gesto controcorrente: restituisce a quelle parole la loro forza originaria e la loro capacità di orientare il futuro. Gina Esposito
May 31, 2026
Pressenza
Marina Balbo a Napoli presenta “La cura dei ricordi”: l’EMDR tra trauma, memoria e cura psicologica
La libreria IoCiSto di Napoli ha ospitato la presentazione del libro La cura dei ricordi. Voltare pagina con il metodo EMDR (Mondadori) della psicoterapeuta Marina Balbo, in un incontro con la partecipazione della dottoressa Sonia Collaro. L’appuntamento ha inaugurato una rassegna promossa dall’associazione e centro clinico “Una Base Sicura”, impegnata nella divulgazione dell’approccio EMDR, metodologia terapeutica riconosciuta a livello internazionale per il trattamento dei traumi e utilizzata anche negli interventi psicologici in situazioni di emergenza, catastrofi e guerra. Nel corso dell’incontro, Sonia Collaro ha spiegato come il lavoro dell’associazione sia orientato non solo alla pratica clinica, ma anche alla diffusione di una cultura psicologica accessibile al pubblico: «Ci piace poter condividere non solo tra noi esperti, ma anche con i non esperti, che cos’è l’EMDR, su che cosa funziona e come funziona.» Collaro, referente EMDR per l’emergenza in Campania, ha ricordato inoltre il lavoro volontario svolto dagli psicoterapeuti specializzati nelle situazioni critiche e traumatiche, attraverso interventi gratuiti coordinati dalla società scientifica EMDR Italia. Nel presentare Marina Balbo, Collaro ha sottolineato il suo ruolo tra i soci fondatori dell’Associazione EMDR Italia nel 1999, insieme a Isabel Fernandez e ad altri professionisti che hanno introdotto questo approccio terapeutico nel nostro Paese. Psicoterapeuta di orientamento cognitivista e sociale, didatta e autrice di numerosi testi, Marina Balbo si è occupata a lungo di disturbi del comportamento alimentare, tema affrontato anche nei suoi precedenti libri. Di seguito l’intervista a Marina Balbo. INTERVISTA A MARINA BALBO Com’è nata l’idea di scrivere questo libro? Visto che parliamo di ricordi, vorrei partire proprio dal primo ricordo legato alla nascita del volume: il momento in cui le è venuta l’ispirazione, oppure un aneddoto che accompagna l’origine del libro. Il termine “ricordi” è molto legato alla psicoterapia EMDR, di cui poi vi parlerò. Fondamentalmente, però, l’idea del libro nasce dal desiderio di fare cultura psicologica. Fare cultura psicologica significa aiutare le persone a comprendere che, molte volte, quando non riescono a stare bene, quando vivono disturbi d’ansia o problematiche legate alla quotidianità, possono sviluppare delle patologie: ansia, attacchi di panico, disturbi del comportamento alimentare o altre condizioni di questo tipo. Cultura psicologica vuol dire anche sapere che si può chiedere aiuto. Vuol dire conoscere che la sofferenza che proviamo nel presente può avere radici molto lontane, collegate ai ricordi della nostra esperienza, magari infantile, oppure a esperienze traumatiche. Per esperienze traumatiche possiamo intendere incidenti, lutti, condizioni in cui la persona è stata esposta a situazioni molto tristi o molto gravi. Ma possono essere anche esperienze legate alla genitorialità vissuta quando si era bambini. Le esperienze dell’infanzia, infatti, e i ricordi collegati a quelle esperienze, spesso ritornano sotto forma di disturbi ogni volta che qualcosa li richiama. I cosiddetti trigger. Bravissima, i famosi trigger. Questo è molto importante, anche perché le persone spesso pensano — e qui è proprio la scienza che parla — che i brutti ricordi passino semplicemente aspettando, cioè che basti il tempo e che il tempo cancelli tutto. Ebbene, la scienza ci dice che il tempo non serve a nulla. Anzi, il tempo può peggiorare la situazione, perché nella nostra memoria, quando abbiamo vissuto esperienze critiche, non esistono meccanismi che cancellano o fanno dimenticare davvero. Il ricordo si mantiene e, ancora peggio, si mantiene anche il vissuto collegato a quel ricordo. Quello che si può fare con la psicoterapia non è cancellare il ricordo, perché non è possibile cancellare un ricordo, ma trasformare il vissuto collegato a quel ricordo. Non sarà più, per esempio, un vissuto da bambino, ma un vissuto da adulto, che può guardare quell’esperienza con occhi diversi e cambiare la qualità della propria vita. C’è un ricordo che le è stato raccontato in terapia e che l’ha particolarmente colpita? Quasi tutti i pazienti mi raccontano ricordi, e quasi tutti sono ricordi particolarmente critici. Nel libro ci sono cinque storie in cui parlo proprio di questi ricordi. Sicuramente quelli che colpiscono di più sono i ricordi collegati alle storie infantili: adulti che, quando erano bambini, sono stati trattati male, non sono stati ascoltati. Ecco, mi sembra sempre molto significativo quando l’adulto parla e, in realtà, è ancora il bambino a parlare. Perché effettivamente di questo si tratta: la parte bambina è ancora lì, quando il ricordo non è stato elaborato. A questo proposito, si dice spesso che alcune reazioni emotive molto intense, come la rabbia, possano essere legate a esperienze precedenti non elaborate. È come se una situazione del presente riattivasse una sensazione antica, già vissuta nell’infanzia. Esattamente. Quella rabbia è collegata all’ingiustizia, alla condizione vissuta quando si era bambini, ed è ancora lì. Rimane come congelata, non solo nella memoria, ma anche nel corpo. Qui parliamo di tutte quelle condizioni in cui il corpo ci dà dei segnali. Anche i dolori cronici, per esempio, spesso dipendono da esperienze non elaborate. Durante la scrittura del libro ha scoperto qualcosa di nuovo su di sé, come persona o come professionista? Sicuramente ho scoperto il piacere di poter raccontare quello che più di trent’anni di psicoterapia mi hanno lasciato. Ho avuto il piacere di scriverlo e di pensare che altre persone potessero avere un’opportunità in più per stare meglio. Vorrei chiudere con la sua specializzazione nell’EMDR: quando ne è venuta a conoscenza e quando ha deciso di approfondire questa metodologia? Ne sono venuta a conoscenza nel 1999, quando l’attuale presidente dell’Associazione EMDR Italia, Isabel Fernandez, mi chiamò per fare il corso. Io accettai volentieri e con curiosità, anche perché avevo già letto il libro su questo metodo di Francine Shapiro. Frequentai il primo corso e fui una delle prime venti terapeute formate in Italia. Da allora non ho più smesso di utilizzare questo metodo, perché effettivamente ha dei risultati importanti. E non lo dico solo io: sono risultati che ormai il mondo scientifico pubblica in continuazione su riviste internazionali molto prestigiose. La rassegna proseguirà con nuovi appuntamenti dedicati al dialogo tra psicoterapia, cultura e divulgazione. Redazione Napoli
May 28, 2026
Pressenza
Il lessico del dolore. Nora Strejilevich a Napoli, cinquant’anni dopo
Napoli, 17 maggio 2026 — IoCiSto Presidio Permanente di Pace, Piazzetta Aldo Masullo Ci sono parole che non nascono dalla lingua. Nascono dal corpo, da quello che il corpo ha subito prima che la mente trovi il modo di dirlo. Una comunità intera a volte si trova a dover inventare parole nuove perché la realtà che deve nominare non aveva precedenti: desaparecidos, per esempio. Spariti. Non morti, non vivi. Assenti in un modo che la grammatica dell’umano faticava a coniugare. Cinquant’anni fa, il 24 marzo 1976, la giunta militare di Jorge Rafael Videla prese il potere in Argentina. Quello che seguì non fu solo una dittatura: fu la costruzione sistematica di un buco nel linguaggio. Migliaia di persone cancellate non solo dalla vita, ma dalla possibilità stessa di essere pianti e sepolti. La morte come atto amministrativo. Il lutto come reato. Da questa voragine nasce La morte è solo occhi di Nora Strejilevich — scrittrice argentina e sopravvissuta. Il libro, pubblicato in italiano da Poiesis Editrice, è stato presentato oggi pomeriggio nella libreria IoCiSto Presidio Permanente di Pace, nel Vomero napoletano. E Nora Strejilevich era lì, seduta tra le pareti turchesi della saletta intitolata a Giancarlo Siani, davanti a una sala gremita. IL NOME RUBATO Il libro si apre con un’immagine che è già una diagnosi: il nome sottratto, l’identità frantumata in frammenti che non tornano al posto di prima. Strejilevich costruisce una scrittura ibrida — né romanzo né testimonianza pura — perché nessuna forma singola regge il peso di ciò che racconta. La psicoanalisi conosce questa zona d’ombra. Freud aveva descritto il trauma come qualcosa che sfonda la barriera protettiva dello psichismo, che arriva troppo forte perché l’apparato mentale possa metabolizzarlo. Ferenczi aveva aggiunto un’osservazione cruciale: il trauma più devastante non è solo l’atto violento, ma il silenzio che segue, la negazione da parte di chi avrebbe dovuto proteggere. I desaparecidos argentini erano stati colpiti su entrambi i fronti: il corpo e poi il linguaggio. La violenza e poi l’oblio organizzato come politica di Stato. Tomás Eloy Martínez, citato da Strejilevich in apertura, aveva scritto che dal 1975 tutto il suo Paese si era trasformato in una morte numerosa — dapprima intollerabile, poi scivolata nell’oblio. È esattamente ciò che la psicoanalisi descrive come dissociazione collettiva: un intero Paese che si dissocia da se stesso per sopravvivere. LA LETTURA DI GINA ESPOSITO Prima che i relatori prendessero la parola, la presidiante di IoCiSto Gina Esposito ha letto ad alta voce le pagine in cui Strejilevich racconta il giorno del proprio sequestro e della tortura — le ore in cui il corpo viene strappato dal suo nome e dalla sua continuità. La sala ha ascoltato senza muoversi. Nora Strejilevich ascoltava se stessa riletta da un’altra voce, in un’altra lingua, a cinquant’anni di distanza. Difficile immaginare un modo più preciso di spiegare cosa significhi la memoria come pratica viva. È questo che la memoria richiede: non l’archivio, ma la trasmissione da una voce a un orecchio. La psicoanalisi lo chiama après-coup: certi eventi tornano a significare solo quando trovano un contesto capace di riceverli. Quel contesto era la sala di IoCiSto, oggi pomeriggio. LE VOCI INTORNO AL LIBRO Valentina Ripa, ispanista dell’Università di Salerno, ha condotto la discussione con il libro aperto in mano. Al suo fianco Marcella Solinas, docente di Lingua, traduzione e linguistica spagnola presso l’Università di Napoli L’Orientale, e Alessandro Rocco, docente di Letterature ispanoamericane presso l’Università di Napoli Federico II, insieme ad altri esperti della realtà latinoamericana che hanno portato prospettive diverse su ciò che il libro continua a dire al presente. Nella loro lettura, la letteratura della testimonianza non è documento storico: è elaborazione del lutto che la storia ufficiale non ha permesso. Strejilevich scrive per restituire voce a chi è rimasto senza, ma anche — questo è il punto psicoanalitico più sottile — per permettere a se stessa di diventare soggetto, non solo oggetto della violenza. C’è un passaggio nel libro sulle lacrime che non aprono le porte, che condensa questa tensione con precisione quasi clinica. Chi sopravvive ai regimi del terrore impara a non piangere non per forza d’animo, ma perché il pianto è stato usato come leva di controllo. Il dolore si incanala nel corpo, che conserva memoria dove la mente non arriva. NAPOLI, LA SALA, IL PRESENTE Sullo scaffale alle spalle di Nora Strejilevich campeggiava un cartello: NON È PASSATO, È ADESSO. Non era una citazione decorativa. Era la premessa teorica dell’intero pomeriggio. Il trauma collettivo non si archivia: resta presente finché non trova parola, finché non incontra qualcuno disposto ad ascoltarlo. IoCiSto ha questa vocazione come pratica quotidiana. Presidio Permanente di Pace significa tenere aperto uno spazio in cui il passato possa parlare senza essere neutralizzato dalla distanza storica. Cinquant’anni dal golpe argentino non sono un’occasione commemorativa. Sono un’occasione per chiedersi cosa non abbiamo ancora capito. CHI RICORDERÀ Mentre Nora Strejilevich parlava dei suoi morti, fuori dalla sala il mondo continuava a produrne altri. Gaza, Sudan, Myanmar, Ucraina: i nomi cambiano, il meccanismo no. Corpi che spariscono, Stati che negano, comunità internazionali che rimandano. Ogni genocidio contemporaneo ha già dentro di sé la domanda che Strejilevich ha impiegato cinquant’anni a trasformare in libro: chi sarà qui, tra mezzo secolo, a leggere ad alta voce queste pagine? La risposta non è scontata. I desaparecidos argentini hanno avuto le Madri di Plaza de Mayo, i tribunali, gli archeologi che scavano sotto le sopraelevate. Hanno avuto Nora Strejilevich. Ma non tutti i genocidi trovano la propria voce narrante: molti scivolano nell’oblio non perché il mondo dimentichi, ma perché non ha mai davvero guardato. La differenza tra un massacro che entra nella storia e uno che ne rimane fuori non è la scala della violenza: è l’esistenza di qualcuno che abbia la forza e la libertà di raccontarlo. Bisogna costruire adesso le condizioni perché il presente possa essere ricordato. Significa proteggere chi testimonia e tenere aperti spazi come IoCiSto in cui una voce possa incontrare un orecchio disposto. La memoria richiede presidio — nel senso più concreto della parola. Stefania De Giovanni
May 18, 2026
Pressenza
IoCiSto, la voce della Palestina
MEMORIA, DOLORE E SPERANZA NELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO LA COLLANA DI YASMIN “Ho pianto davanti alle immagini strazianti di migliaia e migliaia di uomini, donne, ma soprattutto bambini palestinesi massacrati a Gaza dall’esercito israeliano. Quindicimila bambini: un orrore che non può trovare alcuna spiegazione”. Sono le parole che padre Alex Zanotelli ha scritto in una lettera dedicata a Souzan Fatayer, autrice del libro La collana di Yasmin, presentato venerdì alla Libreria IoCiSto, nel cuore del Vomero a Napoli. Venerdì 15 maggio non era una data qualunque. È il giorno che ricorda l’esodo forzato di circa 800mila arabi palestinesi durante la guerra del 1948. È il giorno dell’esproprio delle terre e delle case, della negazione dell’identità di un popolo attraverso la mancata fondazione di uno Stato palestinese. È anche il giorno della nascita dello Stato di Israele. Per il popolo palestinese, il 15 maggio resta il giorno del lutto: l’anniversario della Nakba, la “catastrofe”, il disastro che continua a vivere come una ferita lacerante nella memoria collettiva. Alla Libreria IoCiSto, nella saletta intitolata a Giancarlo Siani, non si è svolta soltanto la presentazione di un libro, come accade ogni giorno, ma qualcosa di molto più profondo. C’erano il peso della memoria, il dolore di una terra martoriata, la rabbia e l’impotenza di non poter fare di più. C’era il pianto trattenuto delle studentesse palestinesi che, accolte a Napoli per continuare a studiare, hanno salvato sé stesse e il proprio futuro, lasciando però dietro di sé affetti, famiglie e una terra devastata dalla guerra e dalla morte. Ma c’era anche la forza della testimonianza e una luminosa speranza di chi continua a credere ostinatamente che un nuovo orizzonte di giustizia e umanità sia ancora possibile. La sala gremita ha accolto con profonda partecipazione la presentazione de La collana di Yasmin e, da subito, l’incontro si è trasformato in un intenso momento collettivo di riflessione e commozione. La collana di Yasmin, scritto a quattro mani con Domenico Borriello, non è solo un racconto intimo e delicato, nonostante le atrocità narrate, ma anche un atto di testimonianza civile. Attraverso la storia personale dell’autrice e quella della piccola Yasmin, il libro intreccia memoria, dolore e dignità, esplorando la vita tra Nablus, città natale della scrittrice, e Napoli, dove oggi vive. Con il suo racconto, Souzan Fatayer ha consegnato ai presenti non soltanto una testimonianza, ma una ferita aperta che continua a sanguinare. Con una scrittura semplice e limpida, ricca di proverbi, immagini e aneddoti, il libro assume una dimensione corale e diventa la voce di un intero popolo. Un’opera che prova a contrastare il rischio dell’indifferenza di fronte alla tragedia palestinese. Ad aprire l’incontro è stato Massimo Angrisano, referente dell’Associazione Oltremani Napoli APS, rete cittadina nata dall’impegno di attivisti e famiglie con l’obiettivo di trasformare l’accoglienza in un modello concreto di inclusione familiare, solidarietà e sostegno per le persone più fragili. Angrisano ha spiegato come l’associazione si fondi sull’idea di una comunità aperta, costruita sulla reciprocità, la gratuità e l’autenticità delle relazioni. “Cerchiamo di riempire un vuoto lasciato dalle istituzioni, che troppo spesso non promuovono reali percorsi di accoglienza e integrazione”, ha detto. “Lavoriamo per cambiare, passo dopo passo, una cultura che demonizza lo straniero, l’altro da sé. In realtà siamo tutti portatori di umanità: tutti diversi, tutti uguali”. Nel suo intervento ha poi allargato lo sguardo al contesto internazionale, definendo la tragedia palestinese “la metafora di un degrado umano e politico che attraversa il mondo contemporaneo, in Palestina come a Cuba e in Venezuela: un nuovo colonialismo che rischia di corrodere le basi stesse della convivenza civile e del rispetto reciproco”. L’impegno di Oltremani è rivolto a superare barriere e pregiudizi verso chi vive condizioni di fragilità e marginalità sociale ed economica, attraverso progetti di accoglienza per rifugiati e studenti stranieri, offrendo percorsi di vita e formazione per restituire la speranza a chi vede il proprio futuro spezzato. E proprio grazie a questi progetti, tre ragazze palestinesi oggi vivono presso famiglie napoletane che le hanno accolte, sottraendole alla guerra e permettendo loro di continuare gli studi. “Sono piccoli passi — è stato sottolineato — ma non bisogna arrendersi”. Particolarmente toccante la testimonianza di Luca, che ha raccontato come lui e sua moglie avessero inizialmente accolto con timore e scetticismo l’idea dell’ospitalità. All’inizio doveva essere una soluzione temporanea, un progetto per permettere a una studentessa di accedere a una borsa di studio e studiare a Napoli. Poi, però, qualcosa è cambiato. La conoscenza diretta della giovane Hara, il contatto umano e la condivisione quotidiana hanno abbattuto paure e diffidenze, trasformando quell’esperienza in un autentico percorso di solidarietà e crescita umana anche per la loro famiglia. Con parole semplici ma profonde, Luca ha invitato a non avere paura di aprire la propria casa a chi non ha più nulla, perché tutto gli è stato sottratto, perfino i sogni. “Apriamo la nostra casa, ma soprattutto il nostro cuore. Questo impegno ci è tornato indietro con un’enorme ricchezza umana”. E ha aggiunto: “Vedere Hara sorridente e capace di gioire per quello che oggi ha, pur portando dentro il dolore per ciò che ha lasciato dietro di sé, è stato per tutti noi una grande lezione di vita”. Poi Souzan Fatayer, palestinese di Nablus, napoletana d’adozione, docente all’Orientale e appassionata attivista per i diritti del popolo palestinese, ha catturato da subito il pubblico in un silenzio denso, quasi sospeso. Con gli occhi lucidi e la voce spezzata dall’emozione, ha ripercorso la propria vita intrecciando ricordi personali agli orrori vissuti dal popolo palestinese a Gaza. Le sue parole, cariche di tensione emotiva, hanno restituito il volto umano della guerra: quello delle famiglie spezzate, delle case distrutte, dell’infanzia violata dalla paura e dall’assenza di futuro. “Eppure il popolo palestinese è un popolo d’amore che abbraccia tutti come fratelli, oltre ogni differenza di religione”, ha detto Souzan. “Durante l’Olocausto i palestinesi hanno accolto tanti ebrei. Ma oggi l’olocausto lo subisce il popolo palestinese proprio per mano degli ebrei”. Alla domanda sul perché abbia scritto questo libro, ha risposto: “Perché gli altri devono conoscere il dolore immenso di un popolo definito terrorista, un popolo a cui vengono tolti la casa, gli affetti, la memoria, la vita stessa. Provate a immaginare se vi privassero della vostra casa, se si impossessassero della vostra acqua. Gli israeliani occupano le nostre falde acquifere e ci erogano acqua una volta alla settimana. Non potete immaginare la gioia di potersi lavare. Soffriamo la sete”. Oggi a Gaza non si muore più solo per le armi, ma si muore di fame, di freddo. Si muore per l’invasione degli insetti e dei topi che dilagano nei campi e nelle tende 4×4, che sono oggi le nuove case. Non viene permesso che entrino veleni per distruggere i topi. Si muore perché non è consentito curarsi: non esistono più ospedali né medicine. Le operazioni che vengono eseguite sono praticate senza anestesia e muoiono soprattutto i più fragili, bambini e anziani. “E le decine di migliaia di ostaggi nelle carceri senza alcuna colpa, tra cui molti medici? Azioni disumane, torture inspiegabili, come quella del medico ucciso con l’estintore nell’ano. Il progetto di Israele appare chiaro: dal fiume al mare, dal Nilo all’Eufrate, dall’Egitto all’Arabia Saudita, il sogno della Grande Israele. Ma noi vogliamo vivere nella nostra terra. Noi siamo forti come i nostri ulivi, noi non ci fermeremo. Ma abbiamo bisogno di voi: non abbandonateci”. “Ho scritto questo libro perché è necessario che la gente comune conosca la verità nelle sue proporzioni drammatiche e non soltanto ciò che l’informazione ufficiale consente di sapere. Gaza merita di essere ricostruita, l’Olocausto non lo abbiamo fatto noi”. “Non abbandonateci, parlate ogni giorno della Palestina” è stato anche l’appello accorato della giovane palestinese Shuruk, oggi studentessa alla Federico II di Napoli, che parla ancora solo in arabo e che ha ringraziato la famiglia che la ospita. Ha raccontato la gioia e, allo stesso tempo, lo strazio provato quando le è stata data la possibilità di venire a Napoli, ma al prezzo di lasciare nella disperazione tutti i suoi affetti. Tra le lacrime ha ricordato come sia stato suo padre a spingerla a non guardarsi indietro, ma a correre verso il proprio futuro. Una testimonianza di forte impatto emotivo. Con la voce rotta dall’emozione ha raccontato il distacco dalla propria terra, la sofferenza per chi è rimasto sotto le bombe, ma anche la gratitudine verso tutte quelle famiglie che hanno scelto di aprire le porte delle proprie case. Racconti semplici e autentici che hanno attraversato la sala con una forza disarmante, lasciando il pubblico immerso in un lungo e rispettoso silenzio. Nella Libreria IoCiSto ogni parola sembrava scavare nel profondo. Non c’era distanza tra chi parlava e chi ascoltava. Solo volti attenti, occhi lucidi e una partecipazione intensa e collettiva. Al termine, dopo il lungo silenzio carico di emozione, l’intera sala si è alzata in piedi in un applauso lungo, sentito, liberatorio. Un applauso che non celebrava soltanto un libro, ma il coraggio della memoria, la dignità del dolore, la speranza ostinata che, anche nei tempi più bui, non smette di credere che una nuova umanità possa ancora trovare spazio. “Non abbandonateci, non abbandonate la Palestina. Continuate a parlarne, a tenere alta l’attenzione. Abbiamo bisogno di voi, noi vogliamo sconfiggere la Morte perché amiamo la Vita”. È stato questo l’appello finale, intenso e commosso, di Souzan Fatayer. L’impegno continua. Il prossimo appuntamento è il 24 maggio, alle ore 17.30, a piazza Dante. Organizzato da Life for Gaza, vedrà sfilare in corteo un lungo sudario su cui saranno scritti i nomi dei 20.000 bambini uccisi dagli israeliani. https://www.iocistolibreria.it Gina Esposito
May 18, 2026
Pressenza