“Una è a guerra ca ce spetta”: da Basile a Totò, la tradizione napoletana della pace e della disobbedienza civile dialoga con il presenteAlla libreria IoCiSto la lezione di pace di Ermete Ferraro
Non una semplice presentazione di un libro, ma una riflessione collettiva sul
rapporto tra cultura, pace, potere e tradizione. Nella sala gremita della
libreria IoCiSto è stato presentato il saggio di Ermete Ferraro “Una è a guerra
ca ce spetta”, edito da Langella.
A rendere coinvolgente ed emozionante il clima le letture teatralizzate
dell’attrice Marcella Vitiello, che ha dato voce con sensibilità e forza
espressiva, nell’antico vernacolo, a brani di Giambattista Basile e Raffaele
Viviani. Due autori che hanno saputo raccontare l’anima profonda di Napoli, le
sue contraddizioni, la sua ironia e la sua straordinaria umanità. Le
interpretazioni dell’attrice hanno offerto al pubblico non soltanto una pausa
letteraria, ma una vera immersione in quella tradizione culturale che
costituisce il cuore stesso del libro di Ferraro.
Un pubblico attento e partecipe, un dibattito intenso che ha intrecciato
cultura, diritto, storia, vangelo e attualità. La presentazione del libro di
Ermete Ferraro, Una è a guerra ca ce spetta, si è trasformata in qualcosa di più
di un semplice incontro letterario: un’occasione di riflessione collettiva sul
significato della pace, della giustizia e della responsabilità civile in un
tempo segnato da guerre, soprusi e crescenti tensioni internazionali.
Il titolo del libro richiama una celebre espressione della sapienza popolare
napoletana: “una è a guerra ca ce spetta”; l’unica guerra che davvero “ci
spetta” non è quella combattuta con le armi, ma quella contro le ingiustizie, le
disuguaglianze, le forme di oppressione e di dominio che attraversano le società
umane.
È una dichiarazione di intenti.
L’opera di Ferraro si inserisce infatti in una lunga e prestigiosa tradizione
culturale napoletana che, nei secoli, ha espresso una visione profondamente
critica della guerra. Una tradizione, dal Quattrocento ai giorni nostri, che
attraversa la letteratura, il teatro e il pensiero civile della città. Da
Giambattista Basile, che nelle sue opere ha saputo raccontare il mondo popolare
con uno sguardo attento all’umanità degli ultimi, fino alle pagine di Ferdinando
Russo e alle intense rappresentazioni di Raffaele Viviani, emerge una costante
diffidenza verso ogni forma di sopraffazione e di violenza esercitata dal
potere, ma anche la ricerca di modalità alternative di risposta alla violenza,
come la solidarietà comunitaria, la satira dell’autorità e la ridicolizzazione
della retorica bellicistica.
Questa eredità culturale ha poi espressioni altissime nel Novecento con Eduardo
De Filippo e Totò. Nelle loro opere, pur diverse per linguaggio e stile, la
guerra appare come il simbolo dell’assurdità umana, mentre la solidarietà, la
pietà e l’intelligenza popolare diventano gli strumenti per resistere alla
brutalità della storia. È una Napoli che non celebra gli eroi armati, ma gli
uomini e le donne capaci di conservare la propria umanità anche nelle
circostanze più difficili, capace di adattarsi ma senza arrendersi.
Chi forza nunn’ave s’arma d’ingegno.
A introdurre l’incontro Elio Serino, che ha sottolineato il valore culturale del
saggio e la sua capacità di mettere in luce uno dei tratti più originali della
storia napoletana: una tradizione popolare e intellettuale che ha sempre
guardato con diffidenza alla violenza e ai poteri costituiti. Un percorso che
passa anche attraverso l’evoluzione del dialetto e della letteratura napoletana,
di una cultura che ha saputo raccontare il popolo senza mai cedere alla
celebrazione della guerra.
Serino ha definito il volume un libro gradevole e accessibile, ma al tempo
stesso ricco di spunti di riflessione. Soprattutto, ha invitato ad andare oltre
una visione puramente retorica del pacifismo. La vera rivoluzione, ha osservato,
consiste nella pratica della disobbedienza civile e non violenta, nella capacità
di opporsi ai meccanismi del potere senza riprodurne la violenza.
Ma il cuore politico e civile della discussione è emerso nell’intervento di
Luigi de Magistris, che ha collegato le riflessioni del libro ai principi
fondamentali della Costituzione italiana, richiamando in particolare gli
articoli 3 e 11: quello sull’uguaglianza e quello che ripudia la guerra come
strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali.
“Serve disobbedienza”, ha affermato con forza, indicando nel libro di Ferraro
uno strumento prezioso per ripensare il rapporto tra cittadini, istituzioni e
potere.
Secondo de Magistris, Napoli rappresenta storicamente un laboratorio originale
di convivenza e pluralismo. Una città “tendenzialmente anarchica”, ha detto, che
non ha conosciuto l’Inquisizione, una città nella quale la diversità è sempre
stata una ricchezza e non una minaccia. Una città di porto, aperta al
Mediterraneo e al mondo, capace di guardare oltre il mare e oltre i confini,
verso l’infinito.
Da questa identità nasce anche una responsabilità particolare. De Magistris ha
lanciato una proposta culturale e politica che va oltre i confini cittadini:
“Napoli non pretende di cambiare da sola il mondo, ma può continuare a dare
segnali. Segnali concreti, capaci di indicare una direzione diversa rispetto a
quella dei governi e delle logiche di potere”.
Ha ricordato il riconoscimento dello Stato di Palestina come atto simbolico e
politico di valore universale. Ha richiamato la scelta di denuclearizzare il
porto di Napoli impedendo l’ingresso di navi con armamenti nucleari. Ha
ricordato la decisione di opporsi agli ordini governativi che imponevano la
chiusura del porto alle navi delle organizzazioni umanitarie impegnate nei
soccorsi in mare, una scelta che comportò conseguenze giudiziarie.
“Le città possono scrivere pagine di umanità differenti da quelle spesso dettate
dagli interessi geopolitici e dai centri del potere”.
L’idea più suggestiva emersa dal suo intervento è stata forse quella di una
Napoli “che può provare a diventare punto di riferimento per un’alleanza delle
città del Sud del mondo, promotrice di un nuovo modello di giustizia,
solidarietà e cooperazione internazionale”.
Un progetto ambizioso, certamente, ma che trova alimento proprio nella storia
della città e nella sua vocazione all’incontro tra culture diverse.
Poi Ermete Ferraro. Insegnante, instancabile e appassionato pacifista, impegnato
da decenni nella promozione della nonviolenza, dell’educazione alla pace e della
tutela dell’ambiente. Autore di saggi su ecopacifismo, di cui è referente
nazionale, e di cultura napoletana, ha spiegato di aver voluto recuperare la
lingua, i proverbi e la tradizione culturale napoletana per conoscere le proprie
radici come condizione necessaria per affrontare il futuro. Una ricerca che
attraversa secoli di storia, dal Trecento fino ai nostri giorni, seguendo un
filo conduttore spesso ignorato: quello di una cultura popolare che non si
limita ad accettare la realtà, ma la osserva criticamente, la interpreta e
talvolta la sfida.
“Ho cercato proverbi che esprimessero non soltanto accettazione”, ha spiegato,
“ma anche elementi capaci di mettere in discussione stereotipi consolidati”. Da
qui il tentativo di costruire un percorso che collega autori e linguaggi
diversi, da Basile a Viviani fino a Totò, maestro nell’esprimere concetti
profondi attraverso battute fulminanti e un umorismo che unisce raffinatezza
inglese a sapienza popolare.
Un altro aspetto è il recupero della tradizione epico-satirica napoletana.
Ferraro ha raccontato di aver lavorato sull’intreccio tra dimensione eroica e
satira, mostrando come la ridicolizzazione dei potenti sia stata spesso uno
strumento efficace per denunciare le ingiustizie e smascherare le pretese del
potere.
L’epica reinterpretata in chiave satirica diventa così una forma di libertà.
Permette di dire ciò che altrimenti sarebbe difficile dire. Consente di
criticare senza piegarsi e di resistere senza imitare la violenza di chi domina.
Da qui la riflessione sulla guerra. Per Ferraro la guerra rimane sempre e
comunque “un’inutile strage”. La vera questione non è scegliere tra il cambiare
tutto o accettare passivamente l’esistente; la sfida consiste nel costruire
forme concrete di opposizione.
“Il vero antidoto alla violenza non è altra violenza”, ha sostenuto, “ma la non
collaborazione”.
“Boicottaggio, opposizione civile, rifiuto di cooperare con i meccanismi della
guerra e della sopraffazione”. Nessun potere, ha osservato, può controllare a
lungo una società nella quale una parte ampia e consapevole dei cittadini decide
di sottrarsi alla collaborazione.
Una riflessione che richiama le grandi esperienze della nonviolenza moderna ma
che Ferraro radica profondamente nella tradizione popolare napoletana.
Non a caso uno dei riferimenti più significativi emersi durante la serata
riguarda proprio Viviani e la straordinaria capacità del popolo napoletano di
costruire collettività, solidarietà e mutuo sostegno anche nelle condizioni più
difficili. Una capacità che rappresenta forse il più autentico antidoto contro
la cultura della guerra e dell’individualismo, capacità di guardare con ironia,
pietà e spirito critico alle pretese del potere e alle tragedie della guerra.
Il dibattito ha toccato una questione fondamentale, etica, giuridica e perfino
evangelica: può esistere una guerra giusta? La Resistenza contro un’aggressione
può essere considerata legittima? Oppure il percorso più avanzato dell’umanità
deve consistere nel superare progressivamente la logica stessa della guerra
attraverso la nonviolenza, la disobbedienza civile e nuove forme di
partecipazione democratica?
Interrogativi che, attraverso il libro di Ferraro, acquistano oggi una
drammatica attualità. In un’epoca nella quale il linguaggio delle armi prevale
su quello della diplomazia e nella quale termini come “pace”, “disarmo” e
“giustizia” appaiono ai margini del dibattito pubblico, Una è a guerra ca ce
spetta rappresenta un invito coraggioso a restituire a quelle parole il loro
significato originario.
È forse proprio questa la sua attualità più profonda, che ricorda che la pace
non è passività, ma scelta. Non è rassegnazione, ma impegno. E che l’unica
guerra che davvero ci riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e
ogni forma di disumanizzazione.
La serata di IoCiSto ha dimostrato che questa tradizione non appartiene soltanto
al passato. Continua a parlare al presente e al futuro. Perché la pace non è
un’utopia astratta, ma una pratica quotidiana di responsabilità civile. E
perché, come suggerisce il titolo del libro, l’unica guerra che davvero ci
riguarda è quella contro l’indifferenza, l’ingiustizia e la rinuncia
all’umanità.
In questo senso, Una è a guerra ca ce spetta acquista un valore che va ben oltre
la dimensione letteraria. È un libro che invita a interrogarsi sul significato
stesso della cittadinanza, sulla responsabilità individuale e collettiva, sul
rapporto tra diritto e forza. Ferraro compie un gesto controcorrente:
restituisce a quelle parole la loro forza originaria e la loro capacità di
orientare il futuro.
Gina Esposito