
La Corte reimpone le sanzioni a Francesca Albanese. “E’ ostile agli interessi americani”
Pressenza - Thursday, May 28, 2026Il Dipartimento di Stato era stato chiaro: «Il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco delle persone sanzionate»; la promessa è stata mantenuta. La Corte d’Appello di Washington D.C. ha infatti rovesciato la decisione del tribunale distrettuale della capitale con cui il giudice federale Richard Leon disponeva la sospensione immediata delle sanzioni contro la Relatrice Speciale per le Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati Francesca Albanese, ricordando che proteggere la libertà di espressione «è sempre nell’interesse pubblico» degli Stati Uniti. L’ingiunzione del tribunale, sostiene la Corte d’Appello, «arreca un danno irreparabile al governo e al pubblico, interferendo con il potere decisionale dell’esecutivo in ambiti delicati come la sicurezza nazionale e gli affari esteri»; le sanzioni devono essere dunque ristabilite e la sentenza del giudice Leon ritirata.
La sospensione delle sanzioni statunitensi a Francesca Albanese è durata appena una settimana. Essa era stata disposta lo scorso 13 maggio, in risposta alla causa intentata dalla famiglia di Albanese contro l’amministrazione USA, che aveva citato in giudizio il presidente Donald Trump e alcuni funzionari. Le sanzioni imposte contro la Relatrice, secondo i ricorrenti, violavano infatti il Primo, il Quarto e il Quinto Emendamento della Costituzione statunitense, configurando un sequestro di beni senza giusto processo. Le misure erano entrate in vigore il 9 luglio dello scorso anno, su effetto dell’ordine esecutivo 14023, firmato dal presidente Trump nel febbraio 2025: come spiegato dalla stessa Albanese, le sanzioni avevano avuto pesanti ripercussioni sulla sua vita, rendendole impossibile non solo recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU, a New York, ma anche avere un conto in banca (sia negli USA che in Italia) e, in generale, di effettuare qualsiasi genere di scambio economico – inclusa l’accettazione di un caffè al bar. Il giudice Richard Leon ha accettato gli argomenti dei ricorrenti e disposto il congelamento delle sanzioni contro la Relatrice.
Una settimana esatta dopo, con un aggiornamento del Dipartimento del Tesoro passato in sordina, gli USA toglievano ufficialmente la Relatrice dalla lista delle persone sanzionate; il Dipartimento di Stato è tuttavia tornato sul tema, specificando che tale rimozione non costituiva un cambio di politica verso Albanese: «Il governo ha presentato ricorso contro la sentenza del tribunale», ha dichiarato. «Nel caso in cui la Corte d’Appello del Distretto di Columbia confermi o annulli tale sentenza, il governo intende reinserire il nome della signora Albanese nell’elenco SDN». Detto, fatto: appena 24 ore dopo l’aggiornamento sul sito del Dipartimento del Tesoro, la Corte d’Appello ha disposto il rovesciamento dell’ordine del tribunale distrettuale.
Secondo i giudici, dal punto di vista tecnico le disposizioni di Leon sarebbero state viziate all’origine, poiché il Primo Emendamento – quello sulle libertà – non proteggerebbe i cittadini non statunitensi residenti all’estero; nonostante ricopra un ruolo che richiederebbe periodicamente la sua presenza fisica presso la sede dell’ONU a New York, Albanese, argomenta la Corte, non avrebbe «legami sostanziali» con il territorio statunitense, e, anche se li avesse, essi «non sarebbero sufficienti a garantire a un cittadino straniero residente all’estero la protezione del Primo Emendamento»; i giudici d’appello hanno inoltre motivato la propria decisione appellandosi al fatto che Albanese non fosse tra i ricorrenti, e che la portata dell’ingiunzione di Leon sarebbe «ben più ampia di quanto necessario per porre rimedio a un eventuale danno subito dai ricorrenti», che potrebbe essere risolto disapplicando le sanzioni contro di essi.
Con tale decisione, la Corte d’Appello chiede al tribunale distrettuale di rivedere in tutto o in parte la propria decisione e di revocare la sospensione delle sanzioni ad Albanese. Se avesse effetto, l’ingiunzione di Leon «minerebbe importanti interessi di sicurezza nazionale e di politica estera degli Stati Uniti, usurpando così l’autorità che la Costituzione e il Congresso hanno conferito al Presidente in questo ambito così delicato».
Gli Stati Uniti avevano già tentato in varie occasioni di colpire Albanese, contestando ripetutamente (e sempre senza successo) la sua attività alle Nazioni Unite, ma le sanzioni dirette sono giunte solamente dopo la pubblicazione del rapporto in cui stilava una lunga lista di aziende (molte delle quali europee e statunitensi) complici del progetto israeliano di colonizzazione della Palestina. Il danno potenziale, evidentemente, avrebbe potuto essere il più temuto di tutti: quello di natura economica. Nel report non vengono citate solo le aziende belliche come la italiana Leonardo, o quelle di sorveglianza tecnologica come Palantir, ma anche Amazon, Carrefour, AirBnB, Booking, IBM, HP, Microsoft e molte altre, oltre a ONG, fondi pensionistici, istituti finanziari.