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Istituito a New York un servizio di assistenza legale ai minori immigrati non accompagnati
Riprendiamo dal profilo X del sindaco di New York Zohran Mamdani la seguente dichiarazione. Un’iniziativa concreta che si aggiunge alla coraggiosa denuncia della disumana politica di Trump nei confronti dei migranti. Le retate dell’ICE e le crudeltà a cui assistiamo nei confronti dei minori sono inaccettabili. Il governo federale ha privato centinaia di migliaia di minori non accompagnati dell’assistenza legale. Molti si troveranno presto di fronte a una scelta impossibile: districarsi da soli nel nostro sistema di immigrazione o rischiare la detenzione e l’espulsione. La nostra città sta intervenendo. Abbiamo investito 16,9 milioni di dollari in servizi legali in materia di immigrazione per i minori non accompagnati, con altri 32 milioni di dollari stanziati nel bilancio di quest’anno per i servizi legali in materia di immigrazione, compresa la consulenza legale di pronto intervento e la rappresentanza legale per le persone in stato di detenzione. Se avete bisogno di assistenza legale in materia di immigrazione, siamo qui per aiutarvi. La nostra linea telefonica gratuita e riservata per l’assistenza legale in materia di immigrazione 1-800-354-0365 è disponibile nella lingua che preferite, indipendentemente dal vostro status di immigrazione. Anna Polo
August 13, 2026
Pressenza
La crociata di Trump contro i giornalisti stranieri
> Il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha proposto di > ridurre il periodo di validità del visto di categoria “I” riservato ai > giornalisti stranieri: invece di periodi pluriennali rinnovabili fino a 5 > anni, la riforma stabilirebbe una durata massima di 240 giorni, ridotta a 90 > giorni per i giornalisti cinesi. Il rinnovo non sarebbe più una procedura > amministrativa di routine, bensì un privilegio che l’amministrazione Trump > potrebbe concedere o negare a propria discrezione. TRASFORMARE IL VISTO IN UN’ARMA La Foreign Press Association e altri media avvertono che, in una situazione del genere, per i corrispondenti stranieri sarà “impossibile” esercitare la propria professione. Se lo status giuridico dei giornalisti scadrà ogni pochi mesi e sarà costantemente condizionato dai capricci politici del governo, diventerà sempre più difficile costruire un network di fonti, approfondire e comprendere appieno le complessità politiche del Paese o, semplicemente, mantenere un legame stabile con la propria famiglia. L’Associazione statunitense dei corrispondenti di stampa estera (AFPC) definisce questa proposta “un palese attacco alla libertà di stampa” che sembra “creata appositamente per disincentivare una valutazione del governo USA, impedendo alla stampa libera di spingere chi detiene il potere a rendere conto delle proprie azioni”. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha amplificato la risonanza di questo allarme e ha dichiarato che tali restrizioni “[cancellano] una politica in vigore da decenni che consentiva ai giornalisti stranieri di svolgere il proprio lavoro dagli Stati Uniti senza temere che il loro visto potesse essere utilizzato contro di loro”. Il direttore del CPJ per le Americhe, José Zamora, ha altresì avvertito che “questa è l’ultima escalation … che segue una serie di violazioni della libertà di stampa molto preoccupanti… È regressione della democrazia, non libertà di espressione internazionale all’avanguardia”. UN ATTACCO AL PRIMO EMENDAMENTO Da un punto di vista formale, il Primo Emendamento vincola il Congresso, non i funzionari consolari o le autorità preposte all’immigrazione. Ma sostanzialmente, questa proposta è un affronto diretto al principio cardine del Primo Emendamento: la stampa libera deve essere in grado di valutare chi è al potere senza temere ritorsioni. Se per un giornalista la possibilità di vivere e lavorare negli Stati Uniti fosse subordinata a rinnovi frequenti e discrezionali, l’amministrazione Trump creerebbe quel clima di autocensura che il Primo Emendamento intende prevenire. Se un giornalista fosse consapevole che scrivere un articolo critico sul Presidente o sui suoi alleati potrebbe tradursi nel rifiuto del rinnovo del visto, il confine tra la normativa e la ritorsione politica svanirebbe del tutto. Non si tratta di uno scenario ipotetico. Il CPJ ha avvertito che una riduzione del periodo di validità del visto potrebbe creare “un contesto di possibile censura editoriale in cui l’amministrazione Trump può barattare l’accesso al Paese in cambio di una copertura giornalistica conforme”. Autorizzare il governo a esaminare il contenuto di un lavoro giornalistico per decidere se rinnovare l’estensione del visto o meno apre le porte al filtraggio ideologico di chi può fare informazione negli Stati Uniti e chi no. E questa logica non differisce granché dai metodi dei regimi autoritari che gli USA hanno storicamente condannato. UNO STRUMENTO PER LA PUNIZIONE SELETTIVA La proposta crea inoltre lo strumento perfetto per la punizione selettiva dei giornalisti provenienti dai Paesi con cui l’amministrazione Trump intrattiene relazioni tese o conflittuali. Il fatto di riservare ai giornalisti cinesi limiti particolarmente severi di 90 giorni segnala esplicitamente che Washington è pronta a brandire il rinnovo del visto come un’arma geopolitica e non come uno strumento amministrativo neutrale. Con un precedente simile, niente impedirebbe all’amministrazione di stringere ulteriormente la morsa sui giornalisti provenienti dalle nazioni che gli USA sperano di punire o sulle quali vogliono esercitare pressioni. Il risultato? Un panorama giornalistico a due livelli in cui i giornalisti provenienti da Paesi “amici” godrebbero di una relativa stabilità, mentre quelli provenienti da Paesi “ostili” si troverebbero ad affrontare una costante incertezza e l’implicita richiesta di “comportarsi bene”. Un sistema del genere provoca contromisure. Altri governi, in particolare quelli già ostili ai media critici, sfrutterebbero l’esempio degli Stati Uniti per giustificare le restrizioni sui visti dei corrispondenti americani, togliendo ulteriore spazio al giornalismo indipendente in tutto il mondo. Nel tentativo di disciplinare i giornalisti stranieri, Washington rischia di mettere in difficoltà i giornalisti americani che lavorano al di fuori degli USA. DANNI COLLATERALI A SOCIETÀ E INDUSTRIA USA Tuttavia, questa proposta non danneggerebbe solo le redazioni giornalistiche. La copertura internazionale degli Stati Uniti è un’arteria vitale per i settori che dipendono dalla visibilità globale, come la finanza, la formazione universitaria, l’intrattenimento, lo sport, il turismo e le istituzioni culturali. Se per le testate straniere diventasse eccessivamente dispendioso o logisticamente impossibile mantenere corrispondenti negli Stati Uniti per più di qualche mese, moltissime trasferirebbero altrove i propri centri operativi. E questo trasferimento ha un prezzo: meno reportage approfonditi sulla democrazia americana, i suoi mercati, le sue università, la sua cultura; una maggiore attenzione a narrazioni “di seconda mano” o avverse. Per un Paese che ancora rivendica la leadership di un “mondo libero”, danneggiare deliberatamente la visibilità globale della propria società sembra, più che ipocrita, decisamente controproducente. COMPROMISSIONE DEI TRATTATI E DELLA REPUTAZIONE GLOBALE Un ulteriore aspetto, spesso sottovalutato, è che queste restrizioni rischiano di scontrarsi con gli obblighi USA previsti dall’Accordo sulla sede delle Nazioni Unite e dagli accordi correlati che regolano l’accesso dei giornalisti stranieri impegnati a seguire le attività dell’ONU. New York non è una città americana come tante altre: è la sede di un’organizzazione internazionale il cui operato dipende dal libero accesso alla stampa di tutti gli Stati membri. Per decenni, Washington ha giustamente insistito che gli Stati sede delle istituzioni internazionali devono garantire il libero accesso alla stampa ed evitare di trasformare i visti in un’arma politica. Se fossero proprio gli Stati Uniti a farlo per primi, questo fornirebbe a ogni governo autoritario la scusa perfetta per fare esattamente la stessa cosa, erodendo quel che rimane di una norma globale già traballante. Inoltre, l’articolo 19 della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite tutela la libertà di “cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere”. Gli organi delle Nazioni Unite hanno ripetutamente esortato i vari Paesi a creare condizioni favorevoli affinché i giornalisti possano lavorare liberamente. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha segnalato che a livello globale la libertà di stampa è sempre più compromessa; ha inoltre esortato i governi “a proteggere i giornalisti e gli operatori dei media, nonché a creare le condizioni necessarie affinché possano svolgere il loro importante lavoro”, ricordando agli Stati che “informare non è un crimine”. L’AFPC ha giustamente osservato che la proposta di legge dell’amministrazione Trump “sarebbe un disastro per la leadership americana nel mondo”, proprio perché dimostra che gli Stati Uniti sono pronti a mettere in discussione le stesse norme che hanno a lungo promosso nei forum internazionali. Pertanto, quando il Paese ospitante delle Nazioni Unite normalizza l’uso strumentale dei visti per i giornalisti, indebolisce le tutele da cui dipendono i propri reporter all’estero. COSA BISOGNA FARE Non tutto è perduto. La proposta può essere contestata e, in ultima analisi, respinta combinando azioni legali, supervisione da parte del Congresso, pressioni diplomatiche, e mobilitazione dell’opinione pubblica. Le testate giornalistiche, le associazioni per la difesa delle libertà civili, le università e le industrie statunitensi che dipendono dalla visibilità internazionale dovrebbero presentare reclami formali e una petizione al Congresso per bloccare l’implementazione della proposta di legge e dovrebbero, al tempo stesso, preparare dei ricorsi sostenendo che la norma è arbitraria, discriminatoria e incompatibile con la tutela costituzionale della libertà di stampa. I governi stranieri e gli organismi internazionali, tra cui l’ONU, dovrebbero chiarire che la compromissione dell’accesso della stampa straniera negli Stati Uniti provocherebbe contromisure restrittive sui giornalisti americani all’estero, isolando ulteriormente il pubblico statunitense dal resto del mondo. Dovrebbero inoltre ricordare a Washington che è soggetta a obblighi in qualità di sede dell’ONU, e che deve adempiere ai suoi impegni in materia di diritti umani. Devono chiedere che faciliti il lavoro dei corrispondenti stranieri, piuttosto che ostacolarlo. I cittadini americani, che in definitiva pagherebbero le conseguenze di un’informazione pubblica impoverita, devono insistere affinché il loro governo non abusi delle leggi sull’immigrazione per farne uno strumento di censura occulto. Come ha sottolineato il CPJ, gli Stati Uniti non possono affermare di essere “l’avanguardia internazionale della libertà di espressione” se poi utilizzano i visti per punire in modo selettivo il giornalismo critico. Non è un caso che Trump, apertamente ostile ai media indipendenti, cerchi ora di trasformare i visti in leve di controllo su chi dovesse parlare al pubblico della sua amministrazione. Se questa norma dovesse essere confermata, rafforzerebbe ulteriormente una forma di autoritarismo che si sta espandendo in America. Ed è proprio per questo che deve essere fermata. -------------------------------------------------------------------------------- Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su IPS News. TRADUZIONE DALL’INGLESE DI LAURA FRESCINA -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Dr. Alon Ben-Meir è Presidente dell’Institute for Humanitarian Conflict Resolution. Pressenza New York
August 13, 2026
Pressenza
I data center consumano troppo: aumentano gli Stati USA che ne sospendono la costruzione
Sempre più Stati USA stanno sospendendo le autorizzazioni per la costruzione di nuovi data center per l’Intelligenza Artificiale (IA) a causa del loro alto impatto energetico, idrico e ambientale: il primo Stato a prendere questa decisione è stato quello di New York, seguito a ruota da diversi altri Stati, tra cui il Texas. Parallelamente, secondo alcuni sondaggi, sempre più cittadini statunitensi si dichiarano favorevoli alla sospensione di nuove costruzioni, guardando con preoccupazione al crescente consumo energetico generato dalle infrastrutture tecnologiche e al relativo aumento delle bollette. La questione mette in evidenza come non si sia ancora raggiunto un compromesso tra questa nuova tecnologia, la sostenibilità energetica e la tutela dell’ambiente naturale. «Mentre lo sviluppo dei data center minaccia di far salire le bollette, esaurire le nostre risorse naturali e creare incertezza per i newyorkesi, è mia responsabilità agire e guidare», ha affermato la governatrice di New York, Kathy Hochul. Quest’ultima – esponente del Partito democratico – ha firmato una moratoria di un anno sulla realizzazione di nuovi grandi impianti per la tutela di cittadini e ambiente, attirandosi le critiche del presidente statunitense Donald Trump. Recentemente, la stessa decisione è stata presa dal Texas che è andato incontro alle stesse critiche da parte del capo della Casa Bianca. Nello specifico, l’ordine esecutivo dello Stato di New York riguarda i grandi data center con un fabbisogno energetico pari ad almeno 50 megawatt. Inoltre, il Parlamento dello Stato ha già approvato un disegno di legge che prevede una disciplina ancora più ampia, estesa anche agli impianti con consumi superiori a 20 megawatt, che però non ha ancora ottenuto la firma della governatrice. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione statale, il prezzo medio dell’energia elettrica per gli utenti residenziali di New York è aumentato di circa il 68% dal 2019. Questa circostanza – insieme a quella di natura ambientale – ha portato molte amministrazioni a vietare temporaneamente la costruzione di nuovi data center, imponendo contemporaneamente che le nuove infrastrutture rispettino determinati requisiti. Tra gli Stati che hanno fatto questa scelta, oltre a quello di New York e del Texas, figurano: Maine, Vermont, Oklahoma, Maryland, Georgia, Minnesota, Wisconsin, Michigan, New Hampshire e Virginia. Tali posizioni hanno dato il via a un animato dibattito politico tra i fautori delle nuove infrastrutture e coloro che, invece, vorrebbero frenarne l’espansione per limitarne gli effetti ambientali e energetici. Tra i primi va annoverato senza dubbio il presidente Donald Trump, secondo il quale «In futuro i data center saranno uno dei principali motori della creazione di posti di lavoro. Sono grandi investimenti e vere e proprie macchine per fare soldi per gli Stati che li ospitano». Il tycoon ha accusato la «sinistra radicale» di far perdere agli USA un vantaggio strategico a favore della Cina e di altri Paesi. L’ultimo Stato ad aver approvato una moratoria per la costruzione delle infrastrutture IA è il Texas, il cui governatore Greg Abbott ha annunciato che le autorizzazioni per la costruzione di nuovi data center proposti per la connessione alla rete elettrica statale sono sospese fino al completamento di determinate verifiche. Attualmente, il Texas è il secondo mercato più grande per questo tipo di strutture negli Stati Uniti, dopo la Virginia, ed è destinato a conquistare il primo posto. Il quotidiano locale Texas Tribune ha individuato almeno 248 data center in programma nello Stato, sebbene centinaia di altri, in fasi di sviluppo meno avanzate, siano già in attesa di essere realizzati. Abbott ha chiesto alla Commissione per i servizi pubblici del Texas (PUCT) e al Consiglio per l’affidabilità elettrica del Texas (ERCOT) di garantire che gli sviluppatori di data center forniscano informazioni sulle agevolazioni fiscali di cui beneficeranno; sul consumo e la produzione di energia; sul consumo idrico e le operazioni di raffreddamento; sugli sforzi per ridurre l’impatto sulle comunità locali; e sulla proprietà della struttura. In particolare, il governatore ha stabilito una serie di criteri per i data center, tra cui l’obbligo di finanziare autonomamente la propria infrastruttura elettrica, riutilizzare l’acqua prodotta, ridurre il costo dell’elettricità per i cittadini, non arrecare disturbo ai quartieri residenziali e alla qualità della vita, nonché eliminare la dipendenza dagli incentivi finanziati dai contribuenti. I progetti che non rispetteranno i requisiti non otterranno l’allacciamento alla rete. Il portavoce di Abbott, Andrew Maheleris, ha sostenuto che le verifiche sono necessarie perché meno del 10% dei data center si conforma alle normative statali in materia di rendicontazione del consumo di energia elettrica e acqua. Inoltre, lo stesso ha spiegato che «Molti non sanno che l’ERCOT sta monitorando un aumento di oltre il 500% della domanda di picco di elettricità. Questa crescita senza precedenti potrebbe mettere a repentaglio l’affidabilità e la stabilità della rete elettrica del Texas». Secondo il quadro tracciato dal nuovo rapporto dell’Istituto per l’Acqua, l’Ambiente e la Salute dell’Università delle Nazioni Unite, entro il 2030, i data center che alimentano l’intelligenza artificiale consumeranno tanta acqua quanta ne necessita l’intera popolazione dell’Africa subsahariana, cioè oltre 1,3 miliardi di persone. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, invece, già oggi i data center consumano tra il 2% e il 3% dell’elettricità mondiale. Il tema, dunque, è particolarmente sensibile e rilevante e implica anche un marcato conflitto di interessi che coinvolge la politica e le cosiddette Big Tech, le quali fanno pressione per l’autorizzazione alla costruzione di nuovi impianti, nonostante l’elevato impatto ambientale e energetico.   L'Indipendente
August 13, 2026
Pressenza
New York, un giudice blocca temporaneamente la tassa sulle seconde case dei super ricchi
Lunedì Wayne M. Ozzi, giudice della Corte Suprema Statale di Staten Island, ha sospeso temporaneamente l’applicazione della “pied-à-terre tax” annunciata in aprile dal sindaco di New York Zohran Mamdani, appoggiata dalla governatrice dello Stato Kathy Hochul e destinata a fruttare alla città almeno 500 milioni di dollari da investire in spese sociali. La città aveva pubblicato un registro fiscale di circa 960.000 proprietari di case di lusso, che non le utilizzano come residenza principale e aveva iniziato a inviare avvisi a 17.000 di loro. Il tribunale ha ordinato di fermare tali avvisi e di rimuovere il registro fiscale in seguito a un ricorso presentato contro il sindaco e il direttore del Dipartimento delle Finanze della città da un gruppo di proprietari, secondo cui le residenze identificate sono in realtà prime case e pertanto non soggette alla tassazione. Il 31 agosto è prevista un’udienza a cui parteciperanno entrambi le parti. L’ufficio del sindaco ha annunciato l’intenzione di fare appello contro la decisione del tribunale. “Siamo fiduciosi sia riguardo alla tassa sui pied-à-terre sia riguardo alla capacità di applicarla in modo equo ed efficace” ha dichiarato il portavoce Matt Rauschenbach. “Chi può permettersi una seconda casa da svariati milioni di dollari a New York City può permettersi di pagare la sua giusta quota” ha commentato Jen Goodman, portavoce della governatrice Hochul.     Anna Polo
August 12, 2026
Pressenza
Usa, il condannato a morte dichiarato innocente n. 203
Da quando, nel 1976, la Corte Suprema federale degli Usa ha autorizzato la ripresa delle esecuzioni, oltre 200 condannati alla pena capitale hanno ottenuto il riconoscimento della propria innocenza. L’ultimo, il numero 203, è stato Jermaine Wright: il 23 luglio il giudice Calvin Scott della Corte Superiore dello Stato del Delaware ha ordinato l’emissione di un certificato d’innocenza con conseguente estinzione della condanna a morte, emessa ben 34 anni fa. Nel 1992 Wright era stato giudicato colpevole dell’omicidio, a seguito di una rapina, del commesso di una rivendita di liquori, Philip Seifert. Pur non essendo emersa alcuna prova del coinvolgimento di Wright nell’omicidio, la giuria si era convinta della sua colpevolezza basandosi su una dichiarazione dell’imputato fatta sotto effetto di eroina e sulla testimonianza di un informatore di polizia. La condanna a morte era stata annullata nel 2014, quando era emerso che la Procura del Delaware aveva omesso di fornire prove che avrebbero messo in dubbio le parole dell’informatore e di far sapere ai giurati che, un’ora prima dell’omicidio attribuito a Wright, c’era stata un’altra rapina in un negozio di liquori da parte di un uomo che somigliava all’autore della seconda rapina e che aveva usato un’arma simile. Nel 2016, pur di evitare un nuovo processo e tornare in libertà dopo 24 anni trascorsi nel braccio della morte, Wright aveva patteggiato una condanna per omicidio di secondo grado. Ma la battaglia dei suoi legali è andata avanti fino ad arrivare, dieci anni dopo, al riconoscimento dell’innocenza. Ora inizia la fase del risarcimento.     Riccardo Noury
August 10, 2026
Pressenza
Ilhan Omar, deputata del Minnesota: “Donald Trump deve porre fine al blocco navale imposto a Cuba”
Il 7 agosto la deputata del Minnesota Ilhan Omar ha rilasciato una dura dichiarazione in cui chiede al presidente Donald Trump di porre immediatamente fine al blocco navale imposto a Cuba. In un comunicato incisivo, la deputata ha denunciato che l’attuale amministrazione statunitense sembra decisa a «riportare gli Stati Uniti indietro di 70 anni, al culmine del maccartismo della Guerra Fredda», sottolineando la combinazione di una politica estera bellicosa e della repressione politica. Omar ha definito «orwelliano» il fatto che il governo degli Stati Uniti accusi Cuba di compiere attacchi contro il proprio Paese, quando, secondo la deputata, sono proprio le politiche di Washington a trasformare «gli americani in strumenti della rovina della loro stessa nazione». La deputata ha lanciato un appello diretto al presidente statunitense riguardo all’impatto umanitario delle sue politiche, concludendo con la seguente richiesta: «Donald Trump deve rispettare la Costituzione e porre fine al pericoloso, crudele e illegale blocco navale che costituisce una punizione collettiva contro Cuba», sottolineando che questo isolamento economico priva deliberatamente l’intera popolazione dell’isola di cibo, carburante e medicinali adeguati. Fonte: https://www.facebook.com/cubaporsiemprefiel   Redazione Italia
August 9, 2026
Pressenza
Altre sanzioni contro Cuba mentre l’ONU chiede di cessare le ostilità contro l’isola
Mentre i relatori delle Nazioni Unite chiedono agli Stati Uniti di cessare l’ostilità contro Cuba il Dipartimento di Stato statunitense annuncia nuove sanzioni contro L’Avana, un segno evidente di come il Consiglio per i Diritti Umani venga ascoltato solamente quando persegue gli interessi di Washington. Relatori speciali ed esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite di Ginevra hanno chiesto agli Stati Uniti di fermare le minacce e gli atti ostili contro Cuba, denunciando misure coercitive che cercano di alterare l’ordine costituzionale di uno Stato sovrano. Secondo il portale del Ministero degli Affari Esteri cubano nella loro dichiarazione i relatori hanno esortato la comunità internazionale e la società civile ad agire rapidamente per evitare che si instaurasse una “Gaza silenziosa” sull’isola, mentre avvertivano dell’impatto di queste azioni sui settori vulnerabili della popolazione. Gli esperti Onu hanno sottolineato che l’energia, i trasporti, le forniture idriche e i servizi di base stanno subendo ripercussioni irreversibili a causa delle misure di Washington. Vengono colpiti  in modo sproporzionato donne, bambini e anziani. “Le misure che privano deliberatamente una popolazione dei mezzi per sopravvivere minacciano le garanzie più basilari del diritto alla vita e minano l’essenza stessa della dignità umana”, hanno dichiarato gli esperti. Di fronte a questa ennesima denuncia, dato che arriva da un organo delle Nazioni Unite, ci aspetteremmo una mobilitazione internazionale, ma come sempre accade quando a violare i diritti umani di una nazione sono gli Stati Uniti il mondo che noi definiamo civile e democratico mette la testa sotto la sabbia. Gli esperti dell’ONU hanno inoltre denunciato il rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblicato il 20 luglio, in cui Cuba è descritta come una presunta minaccia per la sicurezza nazionale e la stabilità emisferica. Il rapporto, come sempre, non fornisce alcuna prova concreta che l’isola sostenga il terrorismo, ma è sufficiente che lo affermi la Casa Bianca per essere preso come oro colato. Viene sottolineato che le misure coercitive unilaterali contravvengono all’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite e fanno parte di una strategia di cambio di regime, che include il blocco economico, commerciale e finanziario imposto a Cuba per decenni. “Il governo degli Stati Uniti deve porre fine a tutte le minacce e gli atti ostili contro la sovranità di Cuba e revocare le misure imposte al Paese. Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea generale devono affrontare urgentemente queste minacce come una questione di pace e sicurezza internazionale”, hanno sottolineato gli esperti ONU. La dichiarazione è stata firmata da George Katrougalos, Zaina Jallad, Sofía Monsalve Suárez, Shalmali Guttal, Carlos Duarte, Davit Hakobyan, Uche Ofodile, Geneviève Savigny e Surya Deva, titolari del mandato del Consiglio per i diritti umani. Dal febbraio 2026, più di una dozzina di esperti, insieme all’Alto Commissario Volker Turk e all’Alto Commissario Aggiunto Awa Dabo, hanno rilasciato nove dichiarazioni pubbliche contro l’inasprirsi del blocco e l’ostilità degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Mentre usciva questa dichiarazione il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciava altre sanzioni contro Cuba con il chiaro obiettivo di aumentare la pressione nei confronti del legittimo governo di L’Avana, sperando che queste misure portino alla sommossa popolare sull’isola e avvenga il tanto auspicato cambio di governo. Queste sanzioni colpiscono cinque entità cubane e otto funzionari di alto rango, con l’accusa di facilitare l’importazione di armi e lo sviluppo della cooperazione militare con Russia e Cina. La misura, adottata ai sensi dell’Ordine Esecutivo 14404 firmata dal presidente Donald Trump, è stata resa nota dal Dipartimento di Stato e rappresenta un’escalation della pressione economica contro l’isola. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
August 7, 2026
Pressenza
Women’s Leadership Summit, le donne conservatrici MAGA rinuncerebbero al proprio diritto di voto
In occasione di una recente conferenza organizzata da Turning Point USA, a diverse donne conservatrici è stata posta una domanda che sarebbe sembrata inimmaginabile a molti americani solo pochi anni fa: sarebbero disposte a rinunciare al loro diritto di voto? Alcune hanno risposto di sì. Diverse donne hanno dichiarato di essere disposte a rinunciare al diritto di voto pur di creare un Paese più conservatore, durante il  Women’s Leadership Summit – organizzato dalla Turning Point USA (1) – svoltosi di recente a San Antonio, in Texas. Molti osservatori hanno evidenziato la forte contraddizione di sostenere tesi anti-suffragio all’interno di una conferenza esplicitamente dedicata al “leadership” e all’attivismo politico femminile. La discussione si è incentrata su un concetto noto come “voto familiare”, ovvero l’idea che le famiglie, piuttosto che i singoli individui, debbano costituire l’unità politica di base della società, con un marito, un padre o un’altra figura maschile che esprima un singolo voto a nome di tutti. Un tempo confinata in gran parte a una piccola nicchia della destra religiosa, l’idea ha guadagnato visibilità negli ultimi anni tra alcuni nazionalisti cristiani e sostenitori del “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che insegna che gli uomini dovrebbero guidare le loro famiglie e che le donne dovrebbero sottomettersi alla loro autorità. In pratica, il voto per nucleo familiare significherebbe che le donne non potrebbero più votare autonomamente, nonostante abbiano il diritto costituzionale di votare sin dalla ratifica del XIX emendamento nel 1920. “Dal mio punto di vista di donna cristiana, io e mio marito siamo una sola carne”, ha dichiarato Alexus DeGraaf all’emittente canadese CBC durante la mega-convention della destra cristiana. “Voto come lui, quindi, onestamente, non avrei problemi a rinunciare al mio diritto di voto, perché so che mi rappresenterebbe bene”. Era una delle poche donne ad aver espresso questa opinione alla CBC, tra cui la stella emergente dell’influencer conservatrice Savannah Stone, che sosteneva l’idea che dovesse esserci un solo voto per famiglia, anziché per persona, nel rispetto della scelta del candidato da parte del marito. “Se mio marito è il capofamiglia, io sono il collo, e lavoriamo in modo molto coeso insieme”, ha detto Brooke Foxworthy alla CBC. “Quindi, immagino che se votasse a nome di tutta la famiglia, non avrei problemi”. Stone, che ha quasi 500.000 follower su Instagram e oltre 300.000 su TikTok , è stata una delle oratrici principali alla conferenza sulle donne Turning Point. Tuttavia, sia The Atlantic che la CBC hanno riportato che, nonostante la presenza di Stone come relatrice principale, tra i partecipanti sembrava esserci un maggiore sostegno al suffragio femminile.  Nella sua intervista del 2025 al podcast “The Pocket with Chris Griffin” – dove la definirono ” la Andrew Tate al femminile ” – Stone affermò: “So per certo che se le donne non potessero votare, l’aborto non sarebbe legale fin dall’inizio”. Al vertice, le idee sulla limitazione del voto femminile sembravano collegate alle idee sulla limitazione del voto in generale: un giornalista di The Nation ha riferito di aver visto adesivi con la scritta “Senza documento d’identità non si vota” in tutta la conferenza. La discussione è emersa anche nel contesto di dibattiti più ampi sui diritti di voto e sulla partecipazione politica delle donne. Alcuni fanno riferimento al SAVE Act, una proposta sostenuta dai Repubblicani che richiederebbe una prova documentale della cittadinanza per potersi registrare alle elezioni federali.  Il vertice sulla leadership femminile è stato presieduto da Erika Kirk, vedova del fondatore ultraconservatore di Turning Point USA, Charlie Kirk, assassinato nel settembre 2025.  Il presidente Donald Trump ha attribuito a Turning Point il merito di aver mobilitato i giovani elettori per la sua campagna e di aver convinto moltissimi giovani ad aderire al movimento della destra cristiana.  Ad aprile 2026, Democracy Docket ha riportato che l’idea che le donne non dovrebbero votare sembra stia guadagnando sempre più terreno nel movimento della destra cristiana, in particolare tra i nazionalisti cristiani. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ricondiviso un video del pastore nazionalista cristiano Doug Wilson, il quale, intervenendo alla CNN, affermava che le donne non dovrebbero votare. La famiglia di Hegseth è membro della chiesa Pilgrim Hill Reformed Fellowship nel Tennessee, che fa parte della rete Communion of Reformed Evangelical Churches di Wilson, la quale promuove il voto a livello familiare e si oppone al voto femminile. Questa premessa presenta evidenti problemi logistici. Che dire delle famiglie senza marito, come quelle guidate da donne divorziate, vedove o nubili? Chi, eventualmente, voterebbe per loro conto? Anche alcuni sostenitori riconoscono queste difficoltà , suggerendo che le donne non sposate potrebbero essere rappresentate da padri, fratelli o zii. Tuttavia, molti fautori immaginano una società in cui le donne siano sposate, e solo con uomini, lasciando le coppie omosessuali al di fuori della struttura familiare su cui si basa la proposta. In ogni caso, i sostenitori del voto a livello familiare spesso presentano il concetto come un ritorno a un ordine sociale più tradizionale. Indicano epoche che vanno dagli anni ’50 alla fine del XIX secolo, o persino il puritanesimo del XVII secolo, come modelli, sostenendo che la società funzionava meglio prima dell’avvento del femminismo, del divorzio senza colpa, dell’aborto legalizzato e di altri cambiamenti che hanno ampliato i diritti e l’indipendenza delle donne. Il voto in ambito familiare è strettamente legato al “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che sostiene che gli uomini debbano guidare le proprie famiglie e che le donne debbano sottomettersi a tale autorità. In questo contesto, il marito funge da rappresentante della famiglia sia in ambito domestico che nella vita pubblica. Tia Levings, autrice del bestseller ” A Well-Trained Wife: My Escape From Christian Patriarchy” , che racconta gli anni trascorsi in un matrimonio plasmato da tali credenze, afferma che i sostenitori spesso presentano il voto in famiglia come un modo per promuovere l’armonia. Alle donne viene spesso detto che rinunciare all’autorità politica rafforzerà i loro matrimoni e ridurrà i conflitti. “Il principale argomento di vendita è che l’uomo prende già tutte le decisioni per la famiglia. Perché non dovrebbe rappresentarti anche in politica ed esprimere il tuo voto?”, afferma. Ma Levings sostiene che il voto a livello familiare fa parte di uno sforzo più ampio per concentrare il potere nelle mani degli uomini. “Quando rinunci alla tua voce, rinunci ai tuoi diritti”, aggiunge. Negli ultimi anni, idee un tempo confinate in gran parte alle comunità religiose patriarcali sono entrate sempre più a far parte del dibattito politico principale. Secondo Du Mez, questo cambiamento riflette il tentativo di portare opinioni un tempo marginali nel discorso politico popolare. “Queste idee vengono presentate in modo più sfacciato e senza remore, passando da una sorta di sottocultura silenziosa al mainstream”, ci spiega. Sebbene le sue radici affondino in tempi ben più remoti, il “patriarcato biblico” ha acquisito nuovo slancio negli ambienti evangelici negli anni ’90 e nei primi anni 2000 grazie a Doug Phillips, fondatore di Vision Forum Ministries e uno dei principali sostenitori del “voto a livello familiare”. Il movimento ha accresciuto la sua visibilità negli ultimi anni. Oggi, una delle sue voci più influenti è quella di Doug Wilson, il pastore dell’Idaho che ha contribuito a plasmare la denominazione frequentata da Pete Hegseth e che ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero essere governati secondo i principi cristiani. Gli attivisti per i diritti di voto hanno espresso preoccupazione per il fatto che la misura potrebbe creare ulteriori ostacoli per alcune donne sposate i cui certificati di nascita non corrispondono al loro attuale nome legale. Secondo Levings, la discussione sottolinea come tali convinzioni possano diffondersi anche in assenza di modifiche legislative. Sostiene che le pressioni culturali e religiose possono incoraggiare le donne a cedere volontariamente l’autorità ai mariti. “Quando i sostenitori di queste idee non saranno in grado di legiferare per ottenere questi cambiamenti, indurranno le donne all’auto-sottomissione”, afferma.   (1) Turning Point USA (TPUSA) è stata fondata da Charlie Kirk, l’attivista di destra assassinato a settembre 2025 durante un dibattito universitario all’aperto nello Utah. L’organizzazione è ora guidata dalla vedova, Erika Kirk, che critica il femminismo, un tema ampiamente condiviso da molti dei relatori di questo summit, con il fine di sostenere il Movimento MAGA e diffondere il nazionalismo, il “patriarcato biblico” e i ruoli di genere tradizionali. L’organizzazione ha attratto una nuova generazione di giovani elettori nel movimento conservatore, attraverso eventi, programmi di sensibilizzazione nei campus universitari e giovanissimi influencer come Savanna Stone. Trump ha attribuito a TPUSA il merito di averlo aiutato a essere rieletto.     Ulteriori informazioni: > At Turning Point USA conference, women offer away their right to vote https://www.youtube.com/shorts/E2NbtSHnamg https://www.theatlantic.com/politics/2026/06/turning-point-usa-erika-kirk/687486/ https://www.cbc.ca/news/world/turning-point-usa-womens-conference-savanna-stone-9.7231088 > Why Some Women Want To Give Up Their Right To Vote   Lorenzo Poli
August 7, 2026
Pressenza
Giovane, attivista, ambientalista: William Lawrence vince le primarie democratiche nel 7° distretto del Michigan
Continuano le vittorie progressiste nelle primarie del Partito Democratico per definire i candidati che sfideranno i repubblicani alla Camera e al Senato nelle elezioni di metà mandato a novembre: in Michigan Abdul El-Sayed si è aggiudicato la nomination per il Senato e William Lawrence, cofondatore del movimento ambientalista Sunrise Movement e attivista di sinistra, ha vinto le primarie per il 7° Distretto del Michigan per la Camera dei Rappresentanti. Lawrence ha sconfitto i candidati più moderati Bridget Brink, ex ambasciatrice USA in Ucraina e Slovacchia e Matt Maasdam, ex membro dei Navy SEAL e assistente militare di Barack Obama, sostenuti dall’establishment del partito e da enormi donazioni. Lawrence, 36 anni, ha ricevuto l’appoggio di El-Sayed, del senatore Bernie Sanders e della deputata Rashida Tlaib e ha concentrato la sua campagna sulla sanità pubblica universale, le tasse ai miliardari e la fine della guerra in Iran e delle vendite di armi a Israele, ma soprattutto sull’opposizione all’espansione incontrollata dei data centers dell’Intelligenza Artificiale. Come Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, anche William Lawrence ha condotto una campagna elettorale di base, con volontari che hanno bussato a oltre 100.000 porte – 80.000 in giugno e luglio e 20.000 negli ultimi giorni in agosto. “Grazie a ogni singolo volontario, a ogni singolo donatore, a ogni singolo sostenitore, a tutti coloro che mi sono stati vicini con i loro consigli e la loro disponibilità ad ascoltarmi», ha detto Lawrence nel suo discorso della vittoria. “Questa è la vittoria di tutti noi e spero che siate tutti molto orgogliosi di voi stessi. Stasera gli elettori del 7° distretto del Michigan hanno lanciato un messaggio chiaro: sono stanchi che siano i miliardari della Silicon Valley e i funzionari di Washington a decidere il futuro delle nostre città e del nostro Paese. Vogliono un rappresentante che non sia corrotto e che non abbia paura di opporsi ai leader di entrambi i partiti e di lottare per i lavoratori.” Nelle elezioni di novembre Lawrence affronterà il deputato repubblicano uscente Tom Barrett.   Anna Polo
August 6, 2026
Pressenza
Un gruppo segreto della CIA per Cuba
La CIA ha creato un gruppo operativo segreto su Cuba per intensificare la pressione su L’Avana, rivela il The New York Times, secondo cui la nuova struttura consentirà di indirizzare rapidamente verso il fronte cubano maggiori risorse finanziarie, tecniche e di personale. “L’obiettivo del gruppo è creare una frattura all’interno dell’élite politica cubana, per spingerla a sostituire i dirigenti più anti-statunitensi con leader più pragmatici, pronti ad accettare le richieste di Trump”. Il gruppo comprende già agenti impegnati nel reclutamento di spie, analisti, specialisti in operazioni informatiche e ufficiali responsabili di operazioni segrete di influenza. L’amministrazione Trump ha inoltre assegnato a Cuba il massimo livello di priorità nel sistema dei compiti di intelligence nazionale degli Stati Uniti. L’isola è stata ora inclusa nella categoria “Priority 1” – insieme a Cina, Russia e Iran. Dopo di ciò, i servizi segreti degli Stati Uniti hanno iniziato a intensificare l’attività di intelligence, compreso l’uso di satelliti e altri mezzi tecnici. “Le informazioni di intelligence raccolte aiuteranno i militari statunitensi ad aggiornare le opzioni di azione contro Cuba, se Trump dovesse decidere di percorrere questa strada,” osserva il New York Times. Dalla Casa Bianca stanno pensando per Cuba a una soluzione in stile venezuelano. Starebbero valutando di sostituire l’attuale dirigenza del governo cubano con persone più inclini a rispettare le decisioni prese a Washington, qualcosa di simile a quello che sta avvenendo a Caracas, dove l’attuale governo è sempre più inginocchiato di fronte allo Zio Sam. Resta da capire il modo in cui vorrebbero procedere. Un’azione militare che decapiti il governo cubano e che metta al suo posto dei burattini, aumentare le pressioni sulla popolazione con ulteriori sanzioni sperando nella sommossa popolare, il tutto nella consueta indifferenza dei Paesi occidentali? Minacce che non vengono minimamente messe in discussione dai vassalli di Washington, che invocano un giorno e l’altro pure il rispetto del diritto internazionale da parte di Russia, Cina, Iran e degli altri Paesi che non si sono venduti agli Stati Uniti, ma che mettono la testa sotto la sabbia quando a violare palesemente ogni regola internazionale è il loro padrone. Insomma, alla Casa Bianca decidono che un governo deve essere sostituito e nessuno ha il coraggio di opporsi. Questo è il nostro democratico mondo, dove uno decide e gli altri si voltano dall’altra parte. www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
August 6, 2026
Pressenza