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E’ morta Frances Stonor Saunders, la giornalista che smascherò gli intellettuali europei al soldo della CIA
Frances Stonor Saunders è morta il 31 agosto 2026, all’età di 60 anni, vittima di un tumore al cervello. Nata il 14 aprile 1966 a Windsor, nel Berkshire, era figlia di Julia Stonor e Donald Saunders, nato Donald Slomnicki vicino a Bucarest, giunti in Gran Bretagna come rifugiati dopo la Seconda Guerra Mondiale. I suoi genitori si separarono quando lei aveva otto anni. Studiò Letteratura inglese al St. Anne’s College di Oxford, laureandosi nel 1987. Dopo aver trascorso un periodo a Roma e aver conosciuto la scena culturale britannica della fine degli anni ’80, iniziò a lavorare come documentarista televisiva. Ha lavorato anche come redattrice culturale per il settimanale britannico New Statesman, ha prodotto numerosi documentari radiofonici per la BBC e ha presentato “Meeting of Minds “, un programma dedicato agli incontri cruciali tra figure della storia intellettuale. Nel 2018 è stata eletta membro della Royal Society of Literature. Con la sua scomparsa, se ne va una di quelle ricercatrici che hanno raggiunto un traguardo raro: scrivere un libro epocale che ha svelato come non solo esistesse una guerra fredda tra blocchi del mondo per il dominio dell’influenza economica e geopolitica, ma come questa guerra portasse con sè l’idea di colonizzare le menti dei cittadini. Stonor Sauders svelò al mondo che vi era un’altra guerra fredda parallela a quella economica: la guerra fredda culturale. «Dicerie», «porcate dietrologiche», «fantasie complottarde» furono le reazioni dei media quando, a metà degli anni Sessanta, il New York Times pubblicò le prime rivelazioni sui finanziamenti della CIA ad alcune delle più prestigiose riviste letterarie europee. Oggi sappiamo che quel “complotto” non era una fantasia, ma un’operazione strategica reale: i servizi segreti USA hanno utilizzato fondi neri, fondazioni fantasma e intellettuali d’élite per disarticolare l’egemonia culturale della sinistra hegelo-marxista nel secondo dopoguerra, strumentalizzando l’arte e la cultura come “armi culturale” in favore del capitalismo neoliberista e del liberal-progressismo (1). Insomma, un’operazione maccarthista attraverso il soft power. L’inchiesta di Sauders, dal titolo  “Chi ha pagato il pifferaio magico? La CIA e la guerra fredda culturale” – pubblicata nel 1999 e nota nella sua versione spagnola come “La CIA y la guerra fría cultural” – non era semplicemente un’indagine sulle operazioni di spionaggio, ma una ricostruzione meticolosa, elaborata e senza compromessi di uno dei più grandi meccanismi noti di intervento politico nella cultura e nella vita intellettuale occidentale. Con La guerra fredda culturale, Frances Stonor Saunders ha rivelato per la prima volta come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti – attraverso la CIA – abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale occidentale. Dopo i due decenni caratterizzati da nazismo, fascismo e seconda guerra mondiale, gran parte degli intellettuali europei era su posizioni critiche anticapitaliste. Per arginare il richiamo del comunismo e la crescita delle sinistre, la CIA, con finanziamenti occulti, promosse fondazioni, riviste, premi e istituzioni artistiche, trasformando la cultura in uno dei principali terreni di confronto tra i due blocchi. Il suo libro vinse il premio Gladstone della Royal Historical Society, fu tradotto – secondo The Guardian – in 17 lingue, e rese un’autrice di poco più di trent’anni un’autorità internazionale. Fu la televisione a condurla per caso sull’argomento che avrebbe segnato la sua vita intellettuale. Nel 1995, produsse la serie di documentari Hidden Hands: A Different History of Modernism per Channel4. Indagando sui rapporti tra l’Espressionismo astratto americano, le sue istituzioni culturali e i servizi segreti statunitensi, Saunders scoprì i primi fili di un complotto ben più ampio: una CIA che non aveva bisogno di portare una pistola. Saunders scoprì un’altra sfaccettatura del potere imperiale americano: non si trattava più di colpi di Stato, operazioni paramilitari, “rivoluzioni colorate”, interventi militari o spionaggio convenzionale. Si trattava di una lotta per determinare quali libri venissero letti, quali riviste acquisissero prestigio, quali scrittori viaggiassero per il mondo, quali mostre raggiungessero le principali capitali europee e quali idee politiche potessero essere presentate come espressione spontanea degli intellettuali occidentali. La storia ufficiale dell’agenzia l’avrebbe poi definita come una delle sue operazioni segrete più audaci ed efficaci della Guerra Fredda: l’ “Operazione Packet”, ovvero una rete di finanziamenti occulti (spesso veicolati tramite fondazioni di comodo) con cui gli Stati Uniti comprarono il consenso dell’intellighenzia europea. Con sede a Parigi e sotto la direzione amministrativa di Michael Josselson, un agente della CIA, quell’organizzazione ha impiegato anni a costruire una rete internazionale di intellettuali, riviste, conferenze, concerti, traduzioni, mostre e organizzazioni culturali. Al suo apice, era presente in decine di Paesi e sosteneva oltre venti prestigiose pubblicazioni. Il fulcro di quell’enorme operazione fu il Congress for Cultural Freedom, un copertura creata e finanziata segretamente dalla CIA nel 1950 che sostenne riviste come «Encounter» in Gran Bretagna, «Preuves» in Francia, «Der Monat» in Germania e, in Italia, «Tempo Presente», diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. Riviste che facevano parte di quel mondo. La CIA organizzava o finanziava conferenze, finanziava viaggi, promuoveva pubblicazioni e si serviva di fondazioni e organizzazioni intermediarie per nascondere la provenienza del denaro. Saunders seguì le tracce del denaro, esaminò documenti declassificati, fascicoli privati e corrispondenza, e intervistò per anni figure chiave di quel mondo. Il risultato dimostrò che dietro una parte considerevole dell’apparente spontaneità della vita culturale occidentale si celava un’autentica politica manipolatoria dell’opinione pubblica. Dalle grandi manifestazioni musicali del dopoguerra – come la Conferenza internazionale della musica del ventesimo secolo a Roma nel 1954 – alle tournée della Boston Symphony Orchestra nelle capitali europee; dalle mostre sull’espressionismo astratto americano alla diffusione di un’estetica celebrata come “arte della libera impresa”, emerge così una strategia capillare, volta a ridefinire l’immaginario dell’Europa occidentale. Dall’inchiesta emerse come l’Espressionismo astratto poteva essere presentato all’Europa come prova che gli Stati Uniti erano la terra della libertà creativa, in contrasto con il realismo socialista sovietico (e di conseguenza il neorealismo come corrente cinematografica diffusa in tutta Europa). L’artista Jackson Pollock divenne così, involontariamente senza bisogno di istruzioni da parte di un agente dei servizi segreti, una figura di spicco di quella rappresentazione culturale della superiorità americana. Stonor Sauders fece i grandi nomi degli intellettuali europei al soldo della CIA che aveva – volontariamente o inconsapevolmente – il compito di colonizzare e condizionare la vita intellettuale occidentale. In quelle pagine erano presenti alcuni tra i più importanti scrittori, filosofi, storici, critici e artisti del XX secolo. Arthur Koestler, Sidney Hook, James Burnham, Melvin Lasky, Irving Kristol, Stephen Spender, Ignazio Silone, Nicolas Nabokov, Isaiah Berlin, Hannah Arendt, Robert Lowell, Leonard Bernstein, Bertrand Russell, Mary McCarthy, Arthur Schlesinger Jr. e Jackson Pollock compaiono, con relazioni di natura e intensità molto diverse, all’interno dell’enorme rete culturale indagata da Saunders. L’edizione americana di La guerra fredda culturale (pubblicata con il titolo Who Paid the Piper?) menzionava esplicitamente Arendt, Berlin, Bernstein, Lowell, Orwell e Pollock come figure che divennero strumenti ideali di quella guerra culturale. Ma proprio per rispetto del rigore di Saunders, è necessario fare una distinzione cruciale: non tutti quegli intellettuali erano agenti diretti della CIA, né tutti conoscevano la provenienza del denaro. Questa sfumatura rende la storia ancora più inquietante. Michael Josselson era effettivamente un agente della CIA e per anni ha diretto l’apparato congressuale; mentre altri intellettuali furono fortemente coinvolti in organizzazioni, conferenze o riviste finanziate clandestinamente dall’agenzia, sebbene il loro livello di conoscenza in merito alla provenienza dei finanziamenti rimanga oggetto di dibattito storico. La stessa CIA riconosce, ad esempio, che Arthur Koestler inizialmente agì senza sapere di contribuire a un’operazione sponsorizzata dall’agenzia e che Sidney Hook partecipò ad attività precedenti di cui ignorava il sostegno segreto. In “Incontro con il Congresso”, negarono di sapere che la CIA fosse dietro al Congresso. Persino George Orwell, il cui nome compare nella ricerca e nelle successive presentazioni dell’opera, insiste su questo chiarimento. Non era esattamente un “agente della CIA”. I suoi noti legami erano principalmente con l’apparato di propaganda anticomunista britannico. Saunders lo ha integrato in una ricostruzione molto più ampia di quella rete transatlantica di istituzioni, intellettuali e servizi occidentali. Lo stesso vale per numerosi artisti e intellettuali il cui lavoro è stato promosso o sfruttato senza che sapessero necessariamente chi si celava dietro certi meccanismi di finanziamento. Infatti, la scoperta di Saunders non si può ridurre ad un elenco di scrittori “comprati” dalla CIA, ma al contrario: l’obiettivo era sottolineare come anche molti di loro fossero stati coinvolti in modo inconsapevole e come loro stessi fosse stati manipolati. Il tema verteva proprio su cosa sapesse ciascuno loro realmente dell’operazione di cui erano parte attiva. La sua scoperta era ben più profonda: chi deteneva il potere non aveva necessariamente bisogno di dire a un romanziere cosa scrivere, poichè poteva selezionare quali romanzieri avrebbero ricevuto traduzioni, pubblicazioni, viaggi, conferenze, premi, visibilità internazionale e accesso a certi circoli prestigiosi. Era la CIA che aveva il potere di creare il palcoscenico, lasciando che gli intellettuali agissero al suo interno senza aggiungere altro. Saunders non si limitò a scoprire che Washington facesse “propaganda” – come faceva l’Unione Sovietica – ma dimostrò piuttosto la contraddizione tra il discorso di una cultura occidentale presumibilmente indipendente dallo Stato e il funzionamento effettivo di una formidabile politica clandestina progettata per guidare e manipolare quella cultura. Questa è forse la rivelazione più dura di “La CIA e la guerra fredda culturale”: la potenza manipolatoria degli strumenti dei servizi segreti americani. In questo risiedeva l’enorme significato politico dell’opera di Stonor Sauders. Persino la CIA, decenni dopo, avrebbe prontamente ammesso che il Congresso era stata una sua operazione segreta e che il suo scopo era quello di contrastare l’influenza comunista tra artisti e intellettuali, molto più di un semplice libro. Lo straordinario impatto di quella ricerca rischiava talvolta di mettere in ombra il resto del lavoro di Saunders. Nel 2004 pubblicò Hawkwood: Diabolical Englishman, sulla figura del mercenario inglese del XIV secolo John Hawkwood. Sei anni dopo uscì The Woman Who Shot Mussolini, la biografia di Violet Gibson, l’aristocratica anglo-irlandese che nel 1926 sparò a Benito Mussolini, ferendolo gravemente. Saunders possedeva una straordinaria capacità di individuare, dietro figure apparentemente secondarie, una chiave di lettura per le grandi strutture della storia. Ma il suo ultimo libro importante sarebbe stato molto diverso da tutti quelli che lo avevano preceduto. In “La valigia: sei tentativi di attraversare un confine“, pubblicato nel 2021, la ricercatrice – che aveva trascorso decenni ad aprire gli archivi segreti di potenti istituzioni – ha finalmente aperto l’archivio della propria famiglia. Una vecchia valigia appartenuta a suo padre conteneva lettere, fotografie e documenti che la condussero alla storia del giovane Donald Slomnicki, un rifugiato dell’Europa orientale che alla fine sarebbe riuscito a ricostruirsi una vita in Gran Bretagna. Il libro divenne una riflessione sull’esilio, sui confini, sulla memoria e sul graduale declino del padre a causa dell’Alzheimer. Nel 2022, “La valigia” ha vinto il premio PEN Ackerley, dedicato alle memorie e alle autobiografie letterarie. Dopo aver indagato su come gli Stati costruiscono la memoria e la narrazione, Saunders si chiedeva come una famiglia ricostruisca la propria quando tutto ciò che rimane è una valigia, alcune fotografie e pochi documenti sparsi. Frances Stonor Saunders (2) sapeva, prima di morire, che “Chi ha pagato il pifferaio?” sarebbe stato ristampato. Il 26 maggio 2026 Fazi Editore ha rieditato in Italia il suo libro con il titolo “La guerra fredda culturale Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo”. È difficile immaginare un destino più appropriato per un libro scritto quasi trent’anni fa, la cui domanda centrale rimane assolutamente attuale: chi paga per ciò che una società, in definitiva, considera cultura indipendente, libero pensiero e opinione spontanea? La risposta di Saunders riguardo agli anni della Guerra Fredda era inquietante perché ci costringeva a guardare oltre la retorica. Dove sembrava esserci solo una rivista prestigiosa, poteva esserci una Fondazione dietro la quale poteva esserci un’altra istituzione e dietro quest’ultima poteva esserci un’agenzia di intelligence pronta ad attivare la macchina della manipolazione culturale. Il suo merito consisteva proprio nell’aver seguito questi fili intrecciati fino alla fine. La lettura del suo libro, “La CIA e la guerra fredda culturale”, permette ancora oggi di comprendere appieno il ruolo svolto da una parte significativa dell’intellighenzia europea (liberal-conservatrice o liberal-progressista che sia) nelle grandi battaglie politiche e ideologiche della Guerra Fredda. La «battaglia per la conquista delle menti» – come la definì Edward W. Barrett, sottosegretario di Stato per i Servizi informativi internazionali – è il cuore di questo libro, rigoroso e sorprendentemente avvincente. “La guerra fredda culturale” è uno strumento indispensabile per comprendere non solo la storia del dopoguerra, ma anche le forme contemporanee del potere culturale, tra soft power, propaganda e guerra cognitiva. «Un contributo di enorme importanza alla comprensione della storia del secondo dopoguerra» –  l’ha definito The Wall Street Journal; «Un libro cruciale sui pericoli, i compromessi e le manipolazioni di un’epoca intera» – secondo The Times; «Il resoconto più completo dell’attività della CIA tra il 1947 e il 1967» – ha dichiarato The New York Times; «Un libro straordinario» – l’ha descritto Ian McEwan; «Una grande opera di indagine storica» – è stato l’elogio di Edward W. Said. «Una poderosa e inconfutabile ricostruzione dei rapporti, durante la guerra fredda, tra la CIA e l’intellighenzia anticomunista dell’Europa occidentale». – dalla prefazione di Giovanni Fasanella nella nuova edizioni di Fazi Editore. Frances Stonor Saunders ci ha lasciato una lezione fondamentale per comprendere la natura del potere: non basta mai sapere chi parla, dobbiamo anche scoprire chi ha costruito il palcoscenico da cui parlano, chi ha aperto loro le porte, chi si è occupato di “distribuire” il prestigio e, soprattutto, chi si è occupato di pagare ogni pifferaio prima che apra la bocca.   (1) La guerra fredda culturale, conosciuta anche come Operazione Packet attuata dalla CIA, fu una massiccia operazione di guerra psicologica che ha gettato le basi per la nascita di quella che oggi chiamiamo “sinistra liberal” o “sinistra neoliberale”, che conosciamo oggi: ovvero la causa della distruzione interna della sinistra di stampo socialista e comunista, nonchè l’arma più formidabile delle oligarchie USA per la loro presa sul continente europeo. https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_piano_segreto_della_cia_per_distruggere_la_sinistra_europea_operazione_packet/65974_67493/ (2) Frances Stonor Saunders non era una militante marxista-leninista. Ma il suo lavoro ha fornito documentazione preziosa a chi rifiuta l’idea ingenua di una cultura occidentale completamente autonoma dai rapporti di potere imperialistici. Fonti: https://www.storiauniversale.it/11-L-ARTE-E-LA-CULTURA-DI-MASSA-AL-SERVIZIO-DEL-CAPITALISMO.htm http://www.cubadebate.cu/noticias/2026/09/21/murio-frances-saunders-la- investigadora-que-destapo-la-red-de-intelectuales-al-servicio-de-la-cia/ https://fazieditore.it/libro/9791259678218 Lorenzo Poli
September 30, 2026
Pressenza
Canada, i senzatetto sono dietro l’angolo
Foto reportage di Evelyn Tischer da Regina, Saskatchewan, Canada Sembra un bellissimo campeggio, ma in realtà è un accampamento di senzatetto situato nel Core Community Park di Regina, soprannominato Pepsi Park. Accampamento di senzatetto nel Core Community Park di Regina In modo che sembri un po’ come a casa Un primo accampamento di senzatetto è sorto in quella zona nell’ottobre 2021 ed è stato smantellato un mese dopo. Nel 2023, secondo un sondaggio condotto da Habitat for Humanity Canada, il 40% dei canadesi era preoccupato di non riuscire a pagare l’affitto o il mutuo, mentre il 49% spendeva almeno la metà del proprio reddito familiare per l’alloggio. Il 26 marzo 2025, il Consiglio comunale di Regina ha dichiarato lo stato di emergenza per i senzatetto e, durante l’estate del 2026, un accampamento ha ricominciato a crescere nel Pepsi Park. Turtle Town “Senza casa nella nostra terra natale” L’attivista comunitaria Mandla Mthembu afferma che «ci sono persone che vivono in tende, ci sono persone che vivono all’aperto in tutta la città, in tutti i quartieri…» e indica la mancanza di «alloggi accessibili, adeguati e a prezzi abbordabili» come causa del fenomeno dei senzatetto. Mentre percorrevo a piedi i pochi isolati che separano l’accampamento dei senzatetto dal centro della città, dove si trovano le banche, mi ha colpito quanto siano vicini questi due luoghi, sia nel tempo che nello spazio. Forse è proprio questo che ci rende tutti esseri umani: nessuno di noi è molto lontano dalla povertà, dalla malattia o dall’emarginazione. A pochi passi di distanza Evelyn Tischer
September 26, 2026
Pressenza
Zohran Mamdani pianta un ulivo insieme a famiglie palestinesi nella residenza ufficiale del sindaco di New York
Giovedì 24 settembre, il giorno in cui il in cui Benjamin Netanyahu ha tenuto il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, esaltando la guerra e la pulizia etnica condotte da Israele, Zohran Mamdani ha pubblicato nella sua pagina Facebook il video di un’azione significativa compiuta la sera prima: ha invitato a cena a Gracie Mansion, la residenza ufficiale del sindaco di New York, alcune famiglie palestinesi e con loro ha piantato un ulivo, albero sacro e simbolo della resistenza alla violenza dei coloni in Cisgiordania. L’ufficio del sindaco ha riferito che tra gli invitati c’erano newyorkesi di origine palestinese che hanno perso dei familiari a Gaza e rifugiati che hanno dovuto abbandonare le loro case. L’incontro aveva lo scopo di onorare il loro contributo alla città e di riconoscere le perdite subite. “Ieri sera ho piantato un ulivo a Gracie Mansion insieme ad alcune famiglie palestinesi provenienti da Gaza. Che la pace sia il nostro futuro”, ha scritto Mamdani condividendo un video della serata. https://www.facebook.com/watch/?v=28945362035061670 Quale migliore risposta agli insulti di Netanyahu, che l’ha ripetutamente accusato di antisemitismo e di essere un sostenitore di Hamas? Anna Polo
September 26, 2026
Pressenza
Netanyahu parla all’ONU: l’aula si svuota, sit-in e arresti fuori dal Palazzo di Vetro
Non appena Benjamin Netanyahu ha preso la parola all’Assemblea Generale dell’ONU, decine di membri delle varie delegazioni sono usciti dall’aula, lasciandola semivuota. Il premier israeliano li ha definiti codardi e ha tenuto il suo solito discorso aggressivo e minaccioso, arrivando a mostrare un cercapersone come orgogliosa rivendicazione della strage compiuta in Libano, in cui sono rimaste uccise, ferite e mutilate centinaia di persone con il pretesto di attaccare i miliziani di Hezbollah. All’esterno del Palazzo di Vetro Jewish Voice for Peace, attivissima associazione di ebrei anti-sionisti, ha organizzato un sit-in di protesta con striscioni contro la guerra e l’Ice e per la fine del genocidio a Gaza. Molti degli oltre 400 partecipanti sono stati arrestati dalla polizia: tra i fermati l’attrice Susan Sarandon, la candidata democratica al Congresso Darializa Avila Chevalier e il consigliere comunale di New York Chi Osséo. Anna Polo
September 24, 2026
Pressenza
USA, Amnesty International chiede l’abolizione dell’Ice
In un nuovo rapporto sugli Usa diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato massicce violazioni dei diritti umani commesse dall’Agenzia per il controllo delle dogane e dell’immigrazione (Ice), dall’Agenzia delle dogane e della polizia di frontiera (Cbp) e da altre agenzie federali durante quattro operazioni militarizzate e su vasta scala contro l’immigrazione a Chicago, Minneapolis-St Paul, New Orleans e Washington DC, ordinate dall’amministrazione Trump. Il rapporto, intitolato “Noi avevamo i fischietti, loro le armi”, denuncia il sistema di detenzioni ed espulsioni voluto dall’amministrazione Trump, alimentato da narrazioni false, xenofobe e razziste, i cui obiettivi sono arrestare e cacciare dagli Usa il maggior numero possibile di persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate e, in forma più ampia, seminare la paura all’interno delle comunità migranti residenti negli Usa. “Il nostro rapporto documenta un agghiacciante schema di violazioni dei diritti umani. Che l’Ice violasse i diritti umani non era una novità, ma il livello ha raggiunto un nuovo, pericoloso picco”, ha dichiarato Nadia Daar, direttrice generale di Amnesty International Usa. L’amministrazione Usa è responsabile di uccisioni illegali, alcune delle quali potrebbero costituire esecuzioni extragiudiziali; detenzioni arbitrarie e discriminatorie in isolamento dal mondo esterno, comprese possibili sparizioni forzate e che potrebbero in alcuni casi corrispondere a tortura; repressione violenta delle proteste pacifiche e altro ancora. Sulla base di quanto ha verificato, oggi Amnesty International si è unita a coloro che chiedono l’immediata abolizione dell’Ice. Le violazioni commesse dall’Ice non sono state isolate né eccezionali, bensì parte di uno schema ricorrente da cui sono derivate conseguenze devastanti per le persone migranti e per le loro intere comunità. “Quando agenti federali dal volto coperto e armati attaccano impunemente le persone in mezzo alla strada non rendono le nostre comunità più sicure: al contrario, mettono in pericolo chiunque. L’Ice non è riformabile. Se l’amministrazione Usa vuole avere un sistema di gestione dell’immigrazione che rispetti le norme e gli standard del diritto internazionale sui diritti umani, allora l’Ice dev’essere abolita e occorre ripartire da capo”, ha aggiunto Daar. L’Ice venne creata nel 2003, quando dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 s’impose un modello di sicurezza estremamente problematico. Da allora, Amnesty International e altre organizzazioni hanno denunciato le violazioni dei diritti umani commesse dall’agenzia e la preoccupante assenza di supervisione e di assunzione di responsabilità. Ma è dal gennaio 2025 che la dimensione e l’orrore delle operazioni dell’Ice, finanziate da miliardi di dollari e alimentate da una persistente impunità, hanno raggiunto nuovi livelli. In tutte e quattro le operazioni dell’Ice esaminate, Amnesty International ha riscontrato arresti arbitrari basati sulla discriminazione razziale; minacce, intimidazioni, trattamenti degradanti e uso ingiustificato della forza; ricorso alla forza letale e conseguenti uccisioni illegali che dovrebbero essere indagate come esecuzioni extragiudiziali; repressione delle proteste mediante l’uso di armi meno letali come i gas lacrimogeni e gli spray al peperoncino; uso illegale di tecnologie di sorveglianza e di riconoscimento facciale; condizioni di detenzione inumane e diniego del giusto processo, che dovrebbero essere indagate come tortura; detenzioni illegali in isolamento dal mondo esterno e possibili sparizioni forzate. Gli agenti federali dell’Ice hanno operato all’interno di un contesto istituzionale, ampiamente sostenuto e ampliato dall’amministrazione Trump, nel quale prassi violente e discriminatorie in materia d’immigrazione sono state incoraggiate da alti funzionari dello Stato, compreso lo stesso presidente Trump. Gli agenti hanno frequentemente operato senza identificarsi e col volto coperto; le garanzie per prevenire e punire comportamenti illegali sono state indebolite se non smantellate; alle violazioni dei diritti umani hanno raramente fatto seguito indagini concrete e accertamento delle responsabilità. Liish Kozlowski, deputata del Minnesota, ha raccontato uno dei tanti casi di profilazione razziale da parte dell’Ice: “Mia cugina era a bordo della sua automobile insieme al marito. Stava andando al lavoro. Improvvisamente sono comparsi gli agenti dell’Ice, alla ricerca di persone nere e marroni. Hanno rotto il finestrino dal suo lato iniziando a urlarle di tutto. Lei era incinta. Suo marito ha detto: ‘Lei è nativa americana, ecco la sua carta d’identità’. Un agente dell’Ice ha risposto: ‘Non me ne frega un c…, ora questa terra è nostra’”. “Applicare la profilazione razziale, portare via persone in mezzo alla strada, separare i nuclei familiari e mettere le persone arbitrariamente in carcere sono prassi non solo crudeli e illegali, ma anche profondamente dannose: provocano paura, stress psicologico e problemi di salute di lunga durata ai figli, ad altri familiari e a intere comunità”, ha commentato Ana Piquer, direttrice di Amnesty International per le Americhe. Il rapporto descrive come le comunità si siano unite per resistere e proteggersi a vicenda. Queste reti solidali hanno svolto un ruolo essenziale per denunciare le violazioni dei diritti umani: hanno tutelato i vicini di casa, hanno organizzato seminari su come monitorare il rispetto della Costituzione, hanno allestito sistemi di risposta rapida, ad esempio accompagnare i bambini e le bambine ai pullman scolastici e altro ancora. Le proteste sono state un importante strumento di resistenza e proprio per questo sono state spesso oggetto di ulteriori azioni illegali da parte dell’Ice e del Cbp. A Chicago, per esempio, il centro di smistamento e di processamento delle persone migranti di Broadview è diventato il luogo simbolo delle proteste. Il reverendo David Black, che si recava spesso a Broadview per dire messa, ha raccontato: “L’escalation di violenza dell’Ice e del Cbp mentre stavamo soltanto pregando e cantando è stata una cosa terribile.” Durante una delle funzioni religiose che stava dirigendo, il reverendo Black si è rivolto a tre agenti federali che si trovavano sul tetto della struttura, chiedendo loro di pentirsi. Per tutta risposta, lo hanno colpito al volto, alle braccia e al tronco con pallottole esplodenti di spray al peperoncino. Per redigere il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 154 persone, che hanno permesso di concludere che le violazioni dei diritti umani riscontrate non sono state casi locali isolati, ma hanno fatto parte di uno schema applicato a livello nazionale. “Spezza il cuore vedere il dolore e la sofferenza causati dalla demonizzazione e dalla criminalizzazione delle persone migranti da parte dell’amministrazione Trump, ma sono speranzosa: le comunità si sono strette a protezione delle persone colpite e, in alcuni casi, hanno costretto a fare marcia indietro. Ora occorre chiamare le autorità di governo a rispondere di questo regno del terrore. Dobbiamo continuare a chiedere un sistema di gestione dell’immigrazione basato sui diritti e sulla dignità, non sulla crudeltà”, ha concluso Daar.   Amnesty International
September 24, 2026
Pressenza
Venezuela, Stati Uniti e petrolio: il dito e la luna
La presidente incaricata della Repubblica Bolivariana del Venezuela Delcy Rodríguez ha illustrato in un discorso alla nazione di fine agosto i dettagli dell’accordo petrolifero con gli Stati Uniti che non poco clamore ha suscitato a livello internazionale: «Il Venezuela conserva la proprietà e la sovranità sulle proprie risorse, utilizzando capitali, tecnologie e capacità operative per favorire la ripresa di un settore strategico gravemente colpito dalle sanzioni». Il nucleo dell’accordo prevede che, prendendo come riferimento un prezzo di 65 dollari al barile, il Venezuela riceverà 209 miliardi di dollari di entrate nell’arco di durata dell’accordo. In concreto, ciò significa che per ogni barile venduto, circa 19 dollari netti entreranno nelle casse venezuelane. «Quando Trump afferma di aver “acquisito” 65 miliardi di barili, si rivolge ai suoi sostenitori per conquistare voti. La realtà è che la nostra Costituzione (art. 12, 302 e 303) e la Legge sugli Idrocarburi stabiliscono che le risorse del sottosuolo sono inalienabili, intrasferibili e appartengono al Venezuela». Strumento operativo dell’accordo sarà la North American Blue Energy Partners (NABEP), una joint venture nella quale gli Stati Uniti hanno una quota di minoranza bloccata, attraverso l’Office of Strategic Capital del Dipartimento della Difesa, pari al 35% nella società controllante, la NABEP, ma con diritto di veto sulle nomine del consiglio di amministrazione. Nelle parole di Delcy Rodríguez, «Rispetto alla IV Repubblica, dove le multinazionali pagavano una vergognosa royalty dell’1%, questo accordo venticinquennale su 17 giacimenti garantisce allo Stato 209 miliardi di dollari, con una royalty minima del 16% e un’imposta sul reddito del 34%. Si tratta di 100 miliardi di investimenti che contribuiranno a recuperare i danni causati dalle sanzioni». Presentato come un risultato della Diplomazia Bolivariana di Pace, l’accordo, in questa cornice, va dunque letto non solo sul lato economico, ma anche sul versante politico. Da un lato garantisce risorse e porta con sé una contraddizione nel meccanismo delle sanzioni; dall’altro, i valori economici riconosciuti sono fuori mercato (il costo del barile è superiore ai 90 dollari), sebbene sia rispettata la Costituzione Bolivariana. A differenza del passato, il capitale privato entra in maniera significativa nel mercato petrolifero interno, pur nel rispetto della sovranità del Venezuela sulle proprie risorse. Il Paese mantiene la proprietà dei giacimenti, non vi sono cessioni di territorio e vengono rispettate tutte le disposizioni pertinenti della Costituzione e della Legge sugli Idrocarburi. Riguardo ai 17 giacimenti petroliferi, 8 di questi sono “greenfield” (giacimenti vergini) nella Cintura Petrolifera dell’Orinoco. Si tratta di giacimenti inesplorati che devono essere portati in produzione e pertanto richiedono investimenti significativi per diventare produttivi. L’accordo prevede un periodo iniziale di 25 anni, rinnovabile previo accordo tra le parti. Durante questo periodo, si prevede una produzione di 11 miliardi di barili, pari a un sesto delle riserve totali di questi 17 giacimenti. Il contributo di capitale nella durata dell’accordo sarà di 100 miliardi di dollari, interamente finanziato dai partner privati, per cui lo Stato non impiegherà risorse pubbliche o costi in debito. Alla scadenza, le infrastrutture e le attività diventeranno proprietà del Venezuela. Dal punto di vista economico, l’accordo si tradurrà nella riattivazione dei settori industriale, metallurgico, edile e dei servizi tecnici del Paese, stimolando la creazione di posti di lavoro, la formazione tecnica e la possibilità di dinamizzare l’economia delle regioni interessate. Sotto il profilo politico, l’accordo non revoca il blocco, ma è considerato un successo politico-diplomatico. Istituendo meccanismi di commercializzazione e sfruttamento con il più grande mercato energetico del continente, il Venezuela punta a riacquistare la sua posizione di attore indispensabile sulla mappa energetica globale, diversificando le proprie entrate e garantendo stabilità macroeconomica, riducendo inoltre i costi associati all’elusione del blocco. Anche in questo caso, si tratta di un panorama di luci e ombre, da valutare nel contesto geopolitico complessivo. Secondo le parole di Delcy Rodríguez, il tutto rientra nel quadro di una nuova dottrina petrolifera in cinque punti. Il primo. «Avere risorse nel sottosuolo non basta». Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere al mondo, ma queste riserve necessitano di «investimenti, tecnologie, infrastrutture e capacità produttiva» per tradursi in entrate e prosperità. Il secondo. La sovranità non necessariamente implica che lo Stato debba finanziare e gestire direttamente ogni giacimento. Lo Stato manterrà la proprietà del petrolio e delle risorse, utilizzando anche capitali privati per lo sfruttamento. Il terzo. La legislazione sancisce il principio fondamentale per cui i giacimenti restano proprietà del Venezuela. Questa distinzione (proprietà/gestione) aiuta a comprendere anche l’accordo con gli Stati Uniti. Il Venezuela conserva la proprietà del petrolio, mentre il capitale straniero partecipa ampiamente alla produzione. Il quarto. Non si tratta di negare la necessità di capitali stranieri. Si tratta di utilizzarli senza rinunciare alla proprietà delle riserve petrolifere. Il quinto. L’accordo con Washington non è e non sarà l’unico. Delcy Rodríguez ha indicato nuovi accordi con società come Chevron, Repsol, Eni e BP, e delineato un obiettivo che va oltre il petrolio. La visione del gruppo dirigente è cioè quella di un’economia più orientata all’energia nel suo complesso che esclusivamente al petrolio, in cui petrolio, gas e petrolchimica costituirebbero parte di un’unica strategia per attrarre investimenti e aumentare la capacità produttiva. Secondo quanto riferito dagli organi di stampa, i lavoratori del settore degli idrocarburi hanno espresso sostanziale sostegno alle azioni intraprese da Delcy Rodríguez, in merito agli accordi energetici e alla nuova rotta per l’industria petrolifera. Alejandro Fuentes, Responsabile delle Relazioni Istituzionali per la Gestione dello Sviluppo Sociale, Divisione di Ayacucho, nella Cintura Petrolifera dell’Orinoco, ha dichiarato che le azioni intraprese dal potere esecutivo aprono una finestra di opportunità per posizionare il Venezuela come produttore strategico di petrolio e Paese produttivo con le maggiori riserve di idrocarburi al mondo. Occorre dunque, in definitiva, tenere conto del contesto e valutare tale strategia nell’insieme: guardare il dito o la luna. Se si guarda il dito, l’accordo sul petrolio conserva non pochi elementi discutibili e iniqui; se si guarda la luna (con il Presidente costituzionale, Nicolás Maduro, sotto sequestro e un Paese già aggredito il 3 gennaio e sotto costante minaccia di aggressione), l’accordo va letto nel contesto della Diplomazia Bolivariana di Pace, con il tentativo, anch’esso dagli esiti non scontati, di preservare le istituzioni, garantire la continuità dello Stato e delle sue articolazioni politiche e sociali, difendere il processo bolivariano e le sue straordinarie conquiste, sia di tipo politico (a partire dalla nuova geometria del potere basata nei Consejos Comunales e nelle Comunas Socialistas) sia di carattere sociale (con le Missioni e le Grandi Missioni bolivariane). Riferimenti: Presidenta Delcy Rodríguez habla sobre el gran acuerdo energético con los EEUU que marcará el futuro de Venezuela: www.psuv.org.ve/temas/noticias/presidenta-delcy-rodriguez-habla-sobre-gran-acuerdo-energetico-eeuu-que-marcara-futuro-venezuela Presidenta Delcy Rodríguez y la nueva doctrina petrolera: «Tener recursos bajo tierra no es suficiente»: www.psuv.org.ve/temas/noticias/analisis-presidenta-delcy-rodriguez-y-nueva-doctrina-petrolera-tener-recursos-bajo-tierra-no-es-suficiente Clase obrera petrolera respalda acciones impulsadas por la presidenta Rodríguez: www.psuv.org.ve/temas/noticias/clase-obrera-petrolera-respalda-acciones-impulsadas-por-presidenta-rodriguez Gianmarco Pisa
September 24, 2026
Pressenza
Cuba replica alle dichiarazioni di Trump all’Onu
Il Presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel ha condannato fermamente le recenti dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Ieri le affermazioni del Presidente degli Stati Uniti sono state totalmente arroganti, prepotenti, interferenti e dimostrano il sostegno a quel pensiero genocida, criminale e sprezzante verso Cuba e il popolo cubano”, ha dichiarato Díaz-Canel nel programma ‘Criterio Compartido’. Il presidente cubano ha sottolineato che Trump ha dimostrato “ancora una volta il disprezzo che prova per i popoli dell’America Latina e dei Caraibi, in particolare verso Cuba e verso la rivoluzione cubana”. Il Presidente degli Stati Uniti sfugge alla sua responsabilità nel “genocidio” contro il popolo cubano attraverso “quel blocco inasprito e prolungato”, mentre definisce il governo dell’isola uno Stato fallito, che cadrà. “La libertà a Cuba è arrivata il 1° gennaio 1959 con la Rivoluzione e quella libertà non la perderemo, la difenderemo”, ha affermato in un messaggio indirizzato al governo degli Stati Uniti. Il Presidente degli Stati Uniti ha assicurato che la sua amministrazione sta cercando “un cambiamento fondamentale” a Cuba e ha riconosciuto che sta esercitando una pressione per questo, “la più grande a cui sia mai stata sottoposta”. Queste dichiarazioni sottolineano ancora una volta la volontà degli Stati Uniti di strangolare il popolo cubano con la speranza che scenda in strada, addossando tutte le responsabilità alla gestione dell’attuale governo. Secondo Trump e i suoi scagnozzi tutti i problemi che l’isola sta attraversando sono da addossare alla mala gestione governativa, al sistema economico socialista che ha fallito. Ingenuamente poi ammette che l’isola è sottoposta a una pressione senza precedenti, affermazione, quest’ultima che certifica senza possibilità di smentita che i problemi di Cuba sono causati dagli Stati Uniti. Affermazione che però non viene evidenziata dai nostri mezzi di informazione che attingono le loro notizie dai mezzi informativi che hanno sede a Miami e in Florida; vengono definiti la libera stampa cubana, ma ricevono lauti finanziamenti direttamente dal governo statunitense e dalle sue agenzie. Fonti informative al servizio della Casa Bianca che anche questa volta applaudono le dichiarazioni di Donald Trump. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
September 24, 2026
Pressenza
Michigan, sette settimane dopo: i confini della coalizione cominciano a muoversi
Sette settimane dopo le primarie democratiche del Michigan, la corsa al Senato sembra entrare in una nuova fase. Non perché Abdul El-Sayed abbia costruito un vantaggio decisivo, né perché Mike Rogers abbia perso terreno in modo irreversibile. La novità è un’altra: i confini delle rispettive coalizioni cominciano a diventare meno rigidi. La domanda non è più soltanto se El-Sayed possa allargare la propria base senza dividerla. Sempre più spesso, entrambi i candidati cercano di parlare anche a elettori che, almeno sulla carta, appartengono al campo avversario. Una parte dell’elettorato ebraico si organizza a favore di El-Sayed Nelle settimane precedenti, il rapporto fra El-Sayed e gli elettori ebrei del Michigan era apparso soprattutto come un problema da risolvere. Alcuni rabbini e leader della comunità avevano indicato principi “non negoziabili”; altri ebrei del Michigan avevano annunciato il proprio sostegno a Rogers. Il 17 settembre, però, più di 600 ebrei del Michigan hanno firmato una lettera pubblica impegnandosi a votare per El-Sayed. “Michigan Jews for Democracy” comprende esponenti liberali e progressisti, rabbini e figure della vita pubblica dello Stato. La lettera riconosce esplicitamente divergenze su Israele e su alcune posizioni del candidato, ma distingue queste differenze dalla scelta elettorale. [1] La novità non è quindi che El-Sayed abbia “riconquistato” l’elettorato ebraico. È che la divisione interna è diventata pubblica e organizzata in entrambe le direzioni. L’immagine di una comunità ebraica compatta contro di lui non descrive più adeguatamente la realtà. Anche il Partito democratico si avvicina a El-Sayed Un secondo movimento riguarda l’establishment democratico. Durante le primarie, una parte importante della leadership nazionale aveva sostenuto Haley Stevens. Ora il Senate Majority PAC, vicino alla leadership democratica del Senato, ha aggiunto altri 10 milioni di dollari agli investimenti in Michigan, portando l’impegno complessivo a 30 milioni. Axios ha descritto la decisione come un segnale della ricomposizione del partito attorno a El-Sayed. [2] Il 22 settembre anche Kamala Harris è intervenuta in Michigan a sostegno del candidato democratico, con particolare attenzione alla mobilitazione degli elettori neri e progressisti. [3] Qui il movimento è significativo: El-Sayed non sembra essersi spostato drasticamente verso il centro del partito. È invece una parte crescente del partito che, dopo la sua vittoria, sta convergendo sulla sua candidatura. Rogers cerca voti oltre il proprio campo Il movimento, però, avviene anche nella direzione opposta. Rogers sta cercando democratici, indipendenti, elettori neri ed ebrei, presentandosi come candidato pragmatico e concentrandosi anche su temi urbani come istruzione e abitazione. [4] Allo stesso tempo, alla convention repubblicana El-Sayed è stato trasformato in uno dei principali bersagli nazionali del partito: sono stati attaccati le sue posizioni progressiste, i suoi rapporti passati con il commentatore politico online di sinistra Hasan Piker e perfino la sua identità musulmana. El-Sayed ha cercato di sottrarsi a questo terreno, riportando il discorso su benzina, casa, industria automobilistica e costo delle guerre all’estero. [5] Più interessante ancora è il cambiamento sulla guerra con l’Iran. Rogers, che aveva sostenuto l’intervento dell’amministrazione Trump, ha ora chiesto una rapida conclusione del conflitto, collegandolo all’aumento dei prezzi dell’energia e alle difficoltà economiche delle famiglie. Reuters ha sottolineato la distanza rispetto alla linea di Trump. [6] Nelle settimane scorse avevamo osservato Tucker Carlson, commentatore politico conservatore, trovare punti di contatto con El-Sayed sull’opposizione all’interventismo. Quel segnale non si è trasformato in una corrente conservatrice a suo favore. Ma ora è Rogers stesso ad avvicinarsi, almeno su un tema, a un terreno occupato da tempo da El-Sayed: il rapporto fra guerra all’estero e costo della vita. I sondaggi: un piccolo segnale comune Anche i sondaggi mostrano qualcosa di nuovo. Gli ultimi cinque rilevamenti raccolti da 270toWin danno tutti El-Sayed leggermente avanti, con una media del 47,2% contro il 45,0%. RealClearPolitics calcola un margine medio simile, 46,9% contro 44,8%. [7] Le differenze restano piccole e spesso entro o vicino al margine d’errore. Non indicano quindi un vantaggio consolidato. Ma, rispetto alle settimane in cui i sondaggi puntavano in direzioni diverse, mostrano per ora una convergenza limitata ma visibile. Quando i confini diventano mobili La novità della settima settimana non è un singolo endorsement o un singolo sondaggio. È la simultaneità dei movimenti. Una parte degli elettori ebrei si organizza a favore di El-Sayed. La leadership democratica nazionale investe sempre più sulla sua candidatura. Rogers cerca democratici, indipendenti, elettori neri ed ebrei e, sulla guerra con l’Iran, si sposta verso un linguaggio più vicino alle preoccupazioni anti-interventiste e al costo della vita. Le coalizioni non sono ancora cambiate. Ma i loro confini stanno diventando più permeabili. Entrambi i candidati cercano ormai voti e temi oltre i confini del proprio campo. È in questa zona mobile che la corsa potrebbe decidersi. Note [1] Jewish Telegraphic Agency, 17 settembre 2026, “Hundreds of Michigan Jews pledge to vote for Abdul El-Sayed”. [2] Axios, 16 settembre 2026, “Scoop: Schumer’s super PAC doubles down in Michigan”. [3] Associated Press, 22 settembre 2026, “Kamala Harris seeks to boost progressive Abdul El-Sayed in key Michigan Senate race”. [4] Associated Press, 20 settembre 2026, “Republican Mike Rogers courts Michigan Democrats and Trump voters as GOP hopes to hold the Senate”. [5] Associated Press, settembre 2026, “Republicans made El-Sayed a top midterm target. The Democrat wants to talk about Michigan voters”. [6] Reuters, 21 settembre 2026, “Two Republican Senate candidates call for swift end to Iran war, diverging from Trump”. [7] 270toWin / RealClearPolitics, sondaggi per il Senato del Michigan, aggiornati a settembre 2026. / RealClearPolitics Kazuhiro Imamura
September 24, 2026
Pressenza
New York si mobilita contro la presenza di Netanyahu all’Assemblea Generale dell’ONU
Il Palestiniana Youth Movement annuncia così su Instagram la mobilitazione prevista per domani, in occasione del discorso del premier israeliano Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York: “Alla vigilia della presenza di Netanyahu all’Onu prevista per domani sera a New York, la città si prepara ad un corteo indetto per domani pomeriggio alle 16, che  partirà da Bryant Park e tenterà di arrivare al Palazzo di Vetro. Le strade e i ponti intanto esprimono il loro totale rifiuto all’idea di avere un criminale di guerra in città.” Democracy Now! riporta un acceso scambio tra Netanyahu e Zohran Mamdani. Il primo ministro israeliano ha pubblicato un video in cui attacca aspramente il sindaco di New York, che aveva chiesto il suo arresto per i crimini di guerra commessi a Gaza, per poi ammettere a malincuore di non avere l’autorità per farlo. “Vergognati, signor Mamdani. Vergognati per aver sostenuto i mostri terroristi di Hamas che hanno massacrato il nostro popolo. Vergognati per aver incitato a disordini contro gli ebrei di New York. Sto per recarmi alle Nazioni Unite. Dirò la verità sui nostri eroici soldati e dirò la verità su di te” ha inveito Netanyahu. Ecco la risposta di Zohran Mamdani al video di Netanyahu. “Quello che sappiamo essere effettivamente vero riguardo al primo ministro è che è oggetto di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, che, in qualità di primo ministro, è l’artefice di un orribile genocidio contro i palestinesi e che solo pochi giorni fa le sue forze armate hanno ucciso un ragazzino di 11 anni in quella che è considerata una zona sicura.”   Anna Polo
September 23, 2026
Pressenza
White Coats on the Hill! Sanitari a Washington e a Roma contro il genocidio palestinese
Insieme a Sanitari per Gaza e Libere Cittadine per la Palestina, abbiamo raccolto l’invito dei colleghi americani di Doctors Against Genocide e giovedì 24 settembre alle ore 17 saremo a Roma, in piazza Montecitorio contro il genocidio palestinese. Da Roma a Washington manifesteremo contro le complicità dei nostri governi nel genocidio palestinese, per la liberazione di tutti i sanitari palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e contro la criminalizzazione dell’antisionismo e della solidarietà con il popolo palestinese. Come personale sanitario abbiamo la responsabilità di agire, di denunciare collusioni e complicità delle nostre istituzioni, in nome della nostra etica professionale, in nome della dignità umana, del diritto alla cura e alla vita che siamo chiamati a difendere e che Israele continua a calpestare sotto gli occhi complici del mondo. Invitiamo il personale medico, infermieristico e tutti coloro che operano in ambito sanitario, in particolare nell’area romana, ad essere a Montecitorio il 24 settembre con i propri camici e divise, con i propri corpi e voci perché come operatrici e operatori sanitari non possiamo tacere di fronte a 21mila bambini palestinesi uccisi in tre anni e 43mila persone con gravi lesioni e amputazioni (uno su quattro ha meno di 18 anni). Non possiamo tacere di fronte ai continui bombardamenti, ai blocchi di aiuti umanitari, agli ospedali senza farmaci e lasciati al buio, alle detenzioni e torture sul personale sanitario, alle uccisioni quotidiane dell’esercito israeliano sia a Gaza che in Cisgiordania. Abbiamo la responsabilità di agire, di denunciare collusioni e complicità delle nostre istituzioni, in nome della nostra etica professionale, in nome della dignità umana, del diritto alla cura e alla vita che siamo chiamati a difendere e che Israele continua a calpestare sotto gli occhi complici del mondo. Chi non può partecipare al presidio a Roma, potrà prendere parte al digiuno a staffetta del personale sanitario che si svolgerà nel resto d’Italia, secondo le modalità consuete (vedi https://www.digiunogaza.it/digiuno-staffetta/) Per informazioni: https://www.digiunogaza.it/white-coats-on-the-hill-24-settembre-sanitari-a-montecitorio/ Redazione Italia
September 18, 2026
Pressenza