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Palestina e dintorni
Oggi si è scelto di riportare in modo un poco più esteso le situazioni riportate da Anbamed e Radio Onda d’Urto, perchè ormai è impossibile comprendere la situazione di Gaza e della Cisgiordania senza inquadrarle nel contesto più ampio dei fronti aperti in questo momento. Tuttavia, per vedere le pagine  complete è sempre necessario cliccare sulle righe in rosso per
Riconoscimento accademico a Francesca Albanese
Il 2 aprile 2026 la relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha ricevuto un dottorato honoris causa congiunto da tre importanti università belghe: UAntwerpen, UGent e VUB (Vrije Universiteit Brussel). Unicità del riconoscimento – È la prima volta che queste tre istituzioni collaborano per conferire un titolo simile. La cerimonia si è tenuta ad Anversa presso la Queen Elisabeth Hall. Motivazione accademica – Il premio è stato assegnato per il suo “eccezionale impegno per i diritti umani e la giustizia internazionale”. I rettori hanno sottolineato come il suo lavoro sia basato su analisi giuridiche rigorose e fatti documentati, nonostante le forti pressioni e le campagne di diffamazione. Contesto internazionale – Il riconoscimento arriva in un momento di estrema tensione. Mentre le università belghe hanno scelto di onorare il suo operato, diversi governi (tra cui quelli di Francia, Germania e Italia) hanno espresso aspre critiche nei suoi confronti o ne hanno chiesto le dimissioni. Copertura mediatica – Mentre in Belgio la notizia è stata riportata ampiamente dai media locali e dai canali ufficiali delle università, in Italia la diffusione sui principali media nazionali è stata effettivamente molto limitata rispetto alla rilevanza del riconoscimento.   N.d.R. – Nel comunicato stampa diramato dagli atenei fiamminghi è riferito: > “Con questa laurea honoris causa, vogliamo rendere omaggio congiuntamente a > Francesca Albanese e all’instancabile impegno con cui svolge il suo lavoro – > ha affermato Herwig Leirs, rettore dell’Università di Anversa – In questi > tempi turbolenti, i trattati internazionali sembrano privi di valore e i > diritti umani vengono costantemente violati. Per noi, Albanese simboleggia > tutti coloro che ancora rispettano l’ordine internazionale. Il riconoscimento > del suo lavoro è un riconoscimento del lavoro di tutte queste persone. Per > noi, quindi, la prospettiva va oltre i soli territori palestinesi”. > > Il rettore della VUB, Jan Danckaert, ha ribadito che la scelta riflette una > convinzione accademica condivisa, la responsabilità delle università di > difendere i diritti fondamentali e il pensiero critico anche in contesti > altamente polarizzati, ed evidenziato il significato di questo dottorato > onorario: “Vogliamo trasmettere un messaggio positivo: lavoriamo insieme per > un mondo migliore. Come VUB, abbiamo sempre sostenuto il diritto > internazionale e le persone e le istituzioni che lo incarnano. Aspetti come il > dialogo, promosso dalle Nazioni Unite, e la competenza indipendente, come il > lavoro di Albanese, sono in linea con i valori fondamentali delle nostre > università”. > > La premiazione congiunta è stata eccezionale e, secondo la rettrice > dell’Università di Gand, Petra De Sutter, logica: “Dopotutto, su molte > questioni siamo uniti e condividiamo la stessa visione. Un esempio: le nostre > università attribuiscono grande importanza a un dibattito sociale equo e > articolato, basato su argomentazioni ponderate e fondate sui fatti. Francesca > Albanese fornisce analisi ben documentate e giuridicamente fondate sulle > violazioni dei diritti umani a Gaza e altrove. In tal modo, mantiene > costantemente sotto i riflettori la tragedia umana che si sta consumando in > quei luoghi. Il suo lavoro costituisce la base per l’attività dei tribunali > internazionali”. > > «Mi presento qui con umiltà, ma anche con un senso di inquietudine, in un > mondo in cui le regole vengono sempre più violate e ignorate. Persino in > guerra le regole valgono, ma oggi vengono infrante in massa e i civili sono > presi di mira deliberatamente. I tentativi di mettermi a tacere finora sono > falliti – ha dichiarato Francesca Albanese dopo aver ricevuto la laurea > honoris causa – I diritti umani non devono mai essere visti come una minaccia. > Il cambiamento spesso inizia più velocemente nel cuore delle persone che > all’interno delle istituzioni, ed è per questo che traggo speranza dalle > università e dagli studenti che alzano la voce quando altri esitano. Questo > riconoscimento non è solo per me, ma per tutti coloro che continuano a lottare > per la giustizia».   ANBAMED
April 14, 2026
Pressenza
15 anni fa, e oggi ancora: “Restiamo umani”
Nella notte tra il 14 e 15 aprile 2011 Vittorio “Vik” Arrigoni, attivista dell’International Solidarity Movement in Palestina, veniva ritrovato morto nella Striscia di Gaza. Poche ore prima, Vittorio era stato rapito da una sedicente cellula salafita. Il corpo di Arrigoni fu rinvenuto da esponenti di Hamas, che pochi giorni dopo, il 19 aprile 2011, a Nuseirat, uccisero in uno scontro a fuoco 2 dei presunti rapitori. A processo altre 4 persone, condannate, nel 2012, a pene dall’ergastolo ai 10 anni di reclusione (la famiglia di Vik si oppose da subito all’ipotesi della condanna a morte). A Vittorio è dedicato ora il libro “Caro Vik ti scrivo”, uscito nel 2026 per Altreconomia. A scriverlo Anna Maria Selini,  giornalista professionista freelance specializzata in aree di crisi, con reportage e pubblicazioni in particolare dalla e sulla Palestina, oltre che amica di Vittorio Arrigoni. Il libro, con la prefazione di Maria Elena Delia (portavoce della Global Sumud Flotilla 2025) e le illustrazioni di Fogliazza, sceglie la forma delle lettere scritte a Vittorio, riflettendo ad alta voce con lui su quanto accade oggi in Palestina, in Medio Oriente e più in generale nel resto del mondo. “In un’epoca – spiega la Selini, intervistata da Radio Onda d’Urto – dominata da algoritmi e velocità, rivendichiamo umanità e approfondimento, riscoprendo il senso del motto, oggi diventato dovere civile: Restiamo umani”, come lo stesso Arrigoni chiudeva i suoi articoli, pubblicate da Il Manifesto, e le sue corrispondenze dalla Striscia di Gaza, dove aveva scelto di vivere, a fianco del popolo palestinese. Per ascoltare l’intervista con Anna Maria Selini su Radio Onda d’Urto: https://www.radiondadurto.org/2026/04/12/caro-vik-ti-scrivo-il-libro-di-anna-maria-selini-a-15-anni-dalla-morte-di-vittorio-arrigoni-in-palestina/ A 15 anni dalla morte di Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani, Anna Maria Selini sceglie la forma delle lettere per rievocarlo e per decifrare il presente. Il racconto alterna reportage sul campo – tra le illusioni di Oslo, la ferita del 7 ottobre e i Territori palestinesi sempre più occupati – a interviste e riflessioni. Parlano, tra gli altri, lo storico Ilan Pappé, la Relatrice speciale Onu, Francesca Albanese, e la maggiore esperta degli Accordi di Oslo, Hilde H. Waage. L’orizzonte è l’inferno di Gaza, ma dalle pagine, illustrate da Fogliazza, emergono anche i ritratti dei bambini palestinesi, dei refusenik israeliani e dei giornalisti che sfidano a ogni costo il silenzio. In un’epoca dominata da algoritmi e velocità, l’autrice rivendica umanità e approfondimento, invitando a riscoprire il senso del motto, oggi diventato dovere civile: “Restiamo umani”. ANBAMED
April 14, 2026
Pressenza
10 artigiani di pace raccontano le proprie storie e descrivono il loro cammino
Le loro testimonianze raccolte dalla Fondazione PerugiAssisi sono trasmesse in una serie di 10 podcast in onda su Spotify e Apple Podcast: > Non si può veder ammazzare la gente per strada e non fare niente! > > Mentre il mondo sta precipitando nella terza guerra mondiale, c’è chi sceglie > di non restare a guardare. > > Per questo la Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace ha realizzato > un podcast sulla madre di tutte le marce per la pace: la PerugiAssisi. > > Da Alex Zanotelli a Francesca Albanese, da Tomaso Montanari a Erica Boschiero, > 10 attivisti, insegnanti, intellettuali e artisti raccontano come battersi per > la pace. «Mentre nell’inerzia politica si consumano i peggiori crimini contro l’umanità – afferma Flavio Lotti, presidente della Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace – ci sono persone responsabili che si danno da fare per difendere la pace e costruire un mondo un pò meno schifoso. Battersi per la pace resta la cosa più umana che possiamo fare. Una pace vera che sia non solo assenza di guerre ma pienezza di diritti». Intitolata PerugiAssisi. La via per la pace, la serie di podcast che mira a “rigenerare una coscienza, una cultura e una politica di pace e nonviolenza” è stata progettata da un gruppo di Giovani costruttori e costruttrici di Pace, prodotta dal Gruppo Icaro per la Fondazione PerugiAssisi per la Cultura della Pace con il sostegno della Fondazione Perugia progetto “PerugiAssisi Cantiere di pace e sviluppo sostenibile”) e realizzata dal direttore di produzione, Francesco Cavalli, con cura editoriale di Serena Saporito, montaggio e sound design di Diego Zicchetti e assistenza tecnica di Francesco Fais, anche autore di alcuni contributi musicali. Sono già online il trailer e i primi tre della collezione di 10 podcast che documentano altrettante storie emblematiche, ciascuna raccontata dai protagonisti, una decina di artigiani di pace, insieme a Myriam Barba e Nicolò Ermolli, due giovani costruttori di pace che li hanno incontrati in occasione della Marcia PerugiAssisi: 1. Facciamoci sentire, con Alex Zanotelli – L’appello di chi ha dedicato la vita agli ultimi: la pace ci chiede di rompere il silenzio e diventare una forza politica e morale. 2. Una rivoluzione di pensieri, con Monicah Malith – L’appello di una giovane donna, rifugiata del Sud Sudan: i giovani devono prendere l’iniziativa per migliorare sé stessi e cambiare questo mondo. 3. Non nel mio nome, con Jean Fabre – Ho detto No! alle armi. Sono un obiettore di coscienza, cittadino del mondo, membro della famiglia umana. Voglio cambiare l’economia che uccide. 4. Sono uscito da Gaza, con Yousef Amdouna – Sono vivo per miracolo. Mia mamma, molti miei amici, no. A Gaza i giovani continuano a fare cose meravigliose. Nonostante il genocidio in corso. 5. Vogliamo essere pari, con Paola Palazzoli – La guerra porta disabilità a tutti i livelli, a cominciare da quella mentale, e ci toglie la salute. Le più colpite sono le donne e le bambine. 6. Sbellichiamoci!, con Sara Ferrari – Ho messo i ragazzi al centro e ho aperto le porte della mia scuola per educare alla pace. Con Bergonzoni diciamo: “togliamoci la guerra dalla testa”. 7.  Studia e impara, con Tommaso Montanari – Per fare la rivoluzione della pace dobbiamo studiare ed essere credibili. Chi ha il monopolio della forza non può avere anche il monopolio della verità. 8. La pace è tutto, con Francesco Tagliaferri – Sono il giovane Sindaco di Barbiana. Mi occupo della mia comunità. Alla scuola di don Milani ho capito che si può agire nel piccolo e nel grande. 9. Un’artivista per la pace, con Francesca Boschiero – Canto e suono le cose in cui credo. Con l’arte e la musica si vincono l’indifferenza e la solitudine… e alla Marcia Perugiassisi è meraviglioso. 10. Respingiamo e spingiamo, con Francesca Albanese – Ho denunciato il genocidio del popolo palestinese per conto dell’Onu. Ho pianto ma dopo 25 chilometri di cammino con tutti voi sono fiera e serena. Maddalena Brunasti
April 1, 2026
Pressenza
Rapporto di Francesca Albanese sulla tortura dei palestinesi praticata da Israele
L’esperta delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha dichiarato lunedì 23 marzo 2026 che il mondo ha dato a Israele carta bianca per torturare i palestinesi, descrivendo la vita nei territori occupati come “una serie continua di sofferenze fisiche e psicologiche”. «La tortura è di fatto diventata politica di Stato in Israele», ha affermato Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. Presentando il suo ultimo rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha aggiunto: «A Israele è stata di fatto concessa la licenza di torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi e ministri lo ha permesso». Il rapporto di Albanese afferma che Israele pratica la tortura sistematica dei palestinesi su una scala tale da “indicare una punizione collettiva e un intento distruttivo”. “Il mio rapporto dimostra inoltre che la tortura si estende oltre le mura delle prigioni, in quello che può essere descritto solo come un ambiente di tortura imposto da Israele all’intero territorio palestinese occupato”, ha dichiarato al Consiglio per i Diritti Umani. Ha aggiunto che la tortura distrugge le fondamenta della vita, priva le persone della loro dignità e lascia dietro di sé solo gusci vuoti. “Le testimonianze che io e molti altri abbiamo documentato non sono solo tragiche storie di sofferenza, ma prove di crimini brutali contro l’intero popolo palestinese, in tutto il territorio occupato, attraverso una serie di atti criminali” ha affermato. Albanese ha avvertito che la risposta internazionale rappresenterà una prova della responsabilità collettiva, sia giuridica che morale, degli Stati. “Il disprezzo per il diritto internazionale non si fermerà alla Palestina”, ha aggiunto. “È già evidente dal Libano all’Iran, negli Stati del Golfo e in Venezuela. Se non verrà arginato, si diffonderà ben oltre”. L’ambasciatore palestinese Ibrahim Khraishi ha dichiarato al Consiglio che le pratiche documentate nel rapporto di Albanese “non sono solo singoli casi di tortura, ma piuttosto torture sistematiche e collettive. Ribadiamo il nostro appello alla comunità internazionale affinché intraprenda azioni urgenti per garantire la responsabilità e porre fine all’impunità”. Parlando a nome dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, composta da 57 membri, il Pakistan ha affermato: “L’impunità si è radicata e le garanzie si sono erose… Questi crimini vengono commessi con l’intento di infliggere sofferenze individuali e collettive ai popoli sotto occupazione, con lo scopo di cancellarli dalla loro terra”. Il delegato del Venezuela ha chiesto: “Dov’è la comunità internazionale? È doloroso e vergognoso vedere i Paesi rimanere in silenzio e persino finanziare questo massacro”. Il rappresentante del Sudafrica ha dichiarato: “L’inazione di fronte alla brutalità di Israele non è neutralità, è complicità.” Il testo del rapporto sul sito Onu (in inglese): https://www.ohchr.org/en/documents/country-reports/ahrc6171-torture-and-genocide-report-special-rapporteur-situation-human   ANBAMED
March 26, 2026
Pressenza
“Tortura e genocidio”. Il rapporto di Francesca Albanese
La tortura messa a sistema. L’ultimo rapporto di Francesca Albanese in italiano Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta le torture sistematiche sui palestinesi da parte di Israele. In anteprima in italiano per i nostri lettori. Oggi 23 marzo a Ginevra, la Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967 Francesca Albanese presenterà il suo
La tortura messa a sistema: l’ultimo rapporto di Francesca Albanese in italiano
da Redazione Kritica,  Kritica, 23 marzo 2026.     Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta le torture sistematiche sui palestinesi da parte di Israele. In anteprima in italiano per i nostri lettori. Oggi 23 marzo a Ginevra, la Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 Francesca Albanese presenterà il suo ultimo report. Si intitola “Tortura e genocidio” e documenta l’uso sistematico delle torture da parte del regime israeliano nei confronti delle popolazioni palestinesi. Come si legge nella sintesi: “Questo rapporto esamina l’uso sistematico della tortura da parte di Israele contro i palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato, a partire dal 7 ottobre 2023, considerando pratiche sia detentive che non, le quali raggiungono la soglia per configurare il crimine di genocidio ai sensi della Convenzione sul Genocidio. Documenta come la tortura sia divenuta parte integrante del dominio e delle punizioni inflitte a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi in detenzione sia mediante una campagna incessante di sfollamento forzato, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza, al fine di infliggere dolore e sofferenza collettivi sul lungo periodo. Viene imposto un regime perpetuo e territorialmente pervasivo di terrore psicologico, progettato per spezzare i corpi, privare un popolo della propria dignità e costringerlo ad abbandonare la propria terra. Questa non è violenza incidentale. È l’architettura del colonialismo di insediamento, costruito sulla disumanizzazione e mantenuto da politiche di crudeltà e tortura collettiva.” Kritica ha tradotto il report in anteprima in italiano, puoi leggerlo qui: UN-SR-OPT_Torture-and-Genocide_Report_Unedited_EN-itDownload Riportiamo di seguito le conclusioni e le raccomandazioni del rapporto: Conclusioni Dall’ottobre 2023, la tortura sistematica dei palestinesi è diventata parte integrante del genocidio coloniale-colonialista di Israele, fungendo da strumento di violenza annientatrice diretta contro i palestinesi in quanto popolo. Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio, contro una popolazione in quanto tale, e sostenuta da politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida è evidente. Questo rapporto ne sfiora solo la superficie. Esso colloca la tortura in un quadro più ampio di politiche e pratiche sia detentive che non detentive, in cui l’inflizione di un danno collettivo a lungo termine riflette uno sforzo concertato per controllare e cancellare un popolo: distruggendo le condizioni di vita di base, spezzando i legami sociali e la resistenza collettiva e, in ultima analisi, costringendo i palestinesi ad abbandonare la loro terra per sostituirli con i coloni. Durante la detenzione, i prigionieri palestinesi sono stati sottoposti ad abusi fisici e psicologici eccezionalmente spietati, su una scala e con un’intensità senza precedenti nella storia della Palestina/Israele. Pestaggi brutali, violenza sessuale, stupri, maltrattamenti letali, fame e la privazione sistematica delle condizioni umane più elementari hanno inflitto cicatrici profonde e durature sui corpi e sulle menti di decine di migliaia di palestinesi e dei loro cari. Queste pratiche dimostrano che il sistema di detenzione israeliano è degenerato in un regime di umiliazione, coercizione e terrore sistematici e diffusi, volto a privare i palestinesi non solo della loro libertà, ma anche della loro dignità, identità e persino del più elementare senso di umanità. Lungi dall’essere eccessi isolati, tali comportamenti sono stati istituzionalizzati all’interno delle strutture di detenzione sostenute politicamente dalle autorità israeliane e pubblicamente giustificate, o addirittura celebrate, da alcuni segmenti della società. Oltre alla detenzione, i palestinesi sono sottoposti a condizioni che, cumulativamente, infliggono gravi sofferenze fisiche e psicologiche collettive: uccisioni di massa, sfollamenti di massa, distruzione di massa di case e infrastrutture, fame di massa, privazioni di massa, compresa l’assistenza medica essenziale, e la costante esposizione alla violenza e all’umiliazione senza possibilità di riparazione. In questo ambiente tortuoso, la distruzione intenzionale delle condizioni necessarie alla vita rende l’esistenza quotidiana un calvario di stanchezza, traumi e precarietà. Prendendo di mira l’intera popolazione, su tutto il territorio occupato, attraverso una serie di comportamenti, il genocidio è diventato la forma estrema di tortura: continua, generazionale e collettiva. Nel loro insieme, queste politiche consolidano un sistema globale di distruzione calcolato per infliggere sofferenza permanente ai palestinesi, annientare la vita quotidiana e creare un ambiente di angoscia prolungata, come confermato dalle testimonianze che descrivono l’erosione irreversibile della fiducia, dell’identità e del senso di appartenenza causata dalla tortura e dal suo impatto duraturo sulle famiglie. Queste pratiche sono progettate per infliggere danno e cancellare una volta per tutte il diritto palestinese all’autodeterminazione, erodendo la possibilità di continuità politica, culturale e territoriale. Non c’è dubbio che ciò costituisca sia l’inflizione di gravi danni fisici e mentali ai sensi dell’articolo II(b) della Convenzione sul Genocidio, sia una tortura intenzionale e collettiva. Sebbene la disumanizzazione dei palestinesi sia antecedente alle nomine di Ben-Gvir, Smotrich e Katz nel governo, questi politici ora presiedono e danno la direzione politica alle politiche alla base delle conclusioni di questo rapporto. Qualsiasi ricerca credibile di giustizia deve affrontare la tortura non come un crimine isolato, ma come un pilastro fondamentale di un progetto genocida volto alla completa cancellazione – distruzione fisica e psicologica, sfollamento e sostituzione – del popolo palestinese. Raccomandazioni Ricordando le sue precedenti 58 raccomandazioni, la Relatrice Speciale raccomanda inoltre che: Israele dovrebbe: Cessare immediatamente tutti gli atti di tortura e maltrattamento del popolo palestinese nell’ambito del genocidio in corso, sia in stato di detenzione che fuori da esso. Ciò richiede, come precondizione fondamentale, lo smantellamento del regime di apartheid mantenuto nei territori palestinesi occupati, che la Corte Internazionale di Giustizia e l’Assemblea Generale hanno giudicato in violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Questo processo deve iniziare con la fine immediata della presenza illegale di Israele nel territorio, insieme alla responsabilità, al pieno risarcimento, alle garanzie di non ripetizione e alle misure per preservare la memoria attraverso una riforma istituzionale ed educativa. Gli Stati membri dovrebbero: Rispettare l’obbligo di non partecipare né essere complici dei crimini israeliani, e invece prevenire e affrontare le gravi violazioni del diritto internazionale, in particolare quelle previste dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Convenzione sul Genocidio, e garantire che gli atti di genocidio, tortura e maltrattamenti siano oggetto di indagini e perseguiti. Potenziare i meccanismi e le risorse per la raccolta di prove ai fini dei procedimenti penali, chiarire la sorte e l’ubicazione di tutti i palestinesi scomparsi e garantire che Israele fornisca adeguati risarcimenti alle vittime palestinesi. Attivare meccanismi di giurisdizione universale per processare individui e persone giuridiche sospettati di coinvolgimento in gravi violazioni e altri crimini internazionali, inclusi il genocidio e la tortura. I programmi di sostegno psicosociale per i sopravvissuti, in particolare gli ex prigionieri e i sopravvissuti alla tortura e alla violenza sessuale, dovrebbero essere finanziati a livello internazionale, ad esempio tramite lo stanziamento del Fondo Volontario delle Nazioni Unite per le vittime della tortura a favore delle ONG palestinesi, e dovrebbero facilitare il trasferimento dei sopravvissuti verso stati terzi. All’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale: Indagare e perseguire gli atti di genocidio, tortura e maltrattamenti e, in questo contesto, richiedere immediatamente mandati di arresto per i funzionari israeliani, in particolare Ben-Gvir, Katz e Smotrich, sospettati di aver perpetrato e/o ordinato i crimini atroci descritti in questo rapporto, nonché per il Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano e gli alti funzionari dell’IPS responsabili dei centri di detenzione. https://kritica.it/tag/francesca-albanese
March 24, 2026
Assopace Palestina
La costruzione dell’università critica come nemico interno
L’università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni ’80, accelerato in Italia dai ’90, gli atenei hanno continuato a produrre elaborazioni teoriche dense e critiche degli assetti capitalistici e imperialistici vigenti. Gli ambiti di ricerca della Critical race theory, dell’ecologia politica, degli studi postcoloniali, delle analisi decoloniali, degli studi femministi, ma anche una molteplicità di voci nelle aree degli studi giuridici, della salute, della psicologia, dell’archeologia, così come delle scienze fisiche e naturali, hanno contribuito anche a sostenere le analisi sul genocidio a Gaza e sull’apartheid sistemico in Cisgiordania, comprese quelle della Relatrice ONU Francesca Albanese. Le università, incluse quelle italiane, hanno mantenuto la loro capacità critica dell’ordine esistente e questa si è evidentemente manifestata anche verso la Palestina. Questo protagonismo non è nuovo: l’università, almeno dalla seconda metà del Novecento, ha storicamente svolto la funzione di luogo pubblico di elaborazione culturale e politica, e dunque anche di conflitto. La normalizzazione di Governo La risposta governativa è arrivata prima negli Stati Uniti, con la repressione che negli atenei ha colpito una parte di docenti, studenti e studentesse attive nella denuncia di quello che a Gaza ha sempre più acquisito i caratteri di un genocidio, come è giunta a riconoscere anche la Commissione indipendente sui diritti umani dell’Onu a settembre 2025. Poi ha iniziato a dispiegarsi anche in Italia, preparata negli anni precedenti e orientata principalmente a normalizzare e, in subordine, a reprimere. Nel medio periodo – nel caso italiano, dalla riforma dell’università del 2010 – il processo di normalizzazione si è basato sul terreno preparato dalla soggettivazione neoliberale del precariato che ha eroso la funzione critica della docenza, imbrigliata in valutazioni quantitative, scarsità di risorse pubbliche e crescente burocrazia volta a sottrarre sempre più tempo alla ricerca (e alla vita delle persone), soprattutto alla ricerca collettiva e critica o non immediatamente traducibile nei migliori indicatori di valutazione. Questo processo di normalizzazione si è intensificato attraverso l’ingresso sempre più in profondità ed estensione dell’industria militare negli atenei, spesso attraverso progetti su tecnologie dual use in collaborazione con i principali gruppi produttori di armi in Italia, Leonardo S.p.A. in testa. Nel periodo più breve, negli ultimi dodici mesi, l’accelerazione di questa strategia di attacco è diventata più visibile. Essa si è estesa all’intero corpo dell’università. Non agisce su un livello solo o prevalentemente ideologico ma tende ad aggredire il carattere politico della formazione e ricerca universitaria, le sue strutture di autogoverno, la sua autonomia e, insieme, la sua tenuta economica spinta sempre più allo stremo. In breve, da un lato le riforme in corso (governance degli atenei, valutazione, percorsi di carriera e pre-ruolo, conferma dei tagli finanziari) consolidano, insieme all’ulteriore verticalizzazione del governo degli atenei, il definanziamento e la mancanza di un piano strutturale di reclutamento. Esse, pertanto, rendono la precarizzazione di ricercatrici e ricercatori il destino ineluttabile, a cui solo poche persone fortunate potranno sottrarsi, dando un ulteriore colpo alla libertà accademica. Dall’altro lato, le iniziative politiche e legislative in corso – come la legge sull’antisemitismo/antisionismo approvata al Senato nel mese di marzo 2026, l’ipotesi di riforma dei consigli di amministrazione delle università con un membro di nomina governativa e le prese di posizione dei ministri Crosetto, Meloni e Bernini a dicembre 2025 sul corso di laurea di filosofia da aprire a Bologna esclusivamente per gruppi di militari – tendono a delineare la subordinazione dell’università al controllo politico e ai rapporti organici con le strutture militari[1]. Il (non) caso di Bologna L’Università di Bologna non ha rifiutato l’iscrizione a dei militari. Il Dipartimento di Filosofia di quell’ateneo ha semplicemente valutato di non accettare la proposta di istituzione di un corso di laurea esclusivamente riservato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena. Nella sua autonomia il dipartimento ha preso questa decisione e, di conseguenza, l’amministrazione centrale l’ha condivisa. A seguito di questa decisione si sono espressi prima il ministro della Difesa, poi la ministra dell’Università e, infine, la presidente del Consiglio dei ministri. Per quest’ultima, “questo rifiuto implica una messa in discussione del ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione”. Per la ministra dell’Università il corso di laurea si dovrà organizzare, mentre nelle parole del ministro della Difesa “i professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano, temendo (così dicono) la (presunta) «militarizzazione» della loro università, possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario”. Gli interventi governativi travalicano il merito della questione. Evidentemente, il tema dell’autonomia degli organismi universitari non rientra nei loro riferimenti culturali e politici. Le loro aspettative non sono state rispettate, reagendo con dichiarazioni non solo fuori da ogni buona grazia istituzionale, e da ogni minimo rispetto dell’autonomia universitaria, ma soprattutto spinte al massimo sul pedale ideologico. L’università è “pluralista”, e quindi niente “barriere ideologiche”, dice la Presidente del Consiglio. Confermando il frame ormai consueto, già attivo il mese scorso nelle parole della Ministra della Famiglia secondo la quale l’università sarebbe in preda alle “ideologie”, “tra i peggiori luoghi di non riflessione”. Islamo-gauchisme all’italiana: costruire un nuovo nemico interno In altre parole, ministri e ministre del Governo italiano continuano a descrivere le università italiane come contesti che assomigliano a un misto tra centri sociali e madrase. Accusano, di fatto, le università di quello che in Francia alcuni ambienti politici e culturali – non solo vicini alla destra – hanno definito islamo-gauchisme (estrema sinistra islamica, si potrebbe approssimativamente tradurre). Questa accusa si stringe in un unico nesso con il tentativo continuamente rinnovato di isolamento di Francesca Albanese, l’agitazione del pericolo della costituzione di un partito islamico in Italia “vicino alla sinistra” e le riforme che stanno interessando l’università. Il nesso rientra sotto il cappello non dichiarato della normalizzazione e criminalizzazione di ogni dissenso sulle questioni fondamentali (genocidio e pulizia etnica in Palestina, riarmo e militarizzazione delle società, crisi economica e guerra permanente). In questa strategia, il tentativo è quello di costruire l’università che si occupa criticamente di tali questioni fondamentali come nemico interno, da uniformare, isolare, marginalizzare anche per far tornare tutti a casa dopo il periodo delle manifestazioni per e con la Palestina e contro la militarizzazione dell’università. Tutelare la critica, praticare la democrazia In realtà, negli ultimi due anni le università sono semplicemente ridiventate un luogo di dibattito e prese di posizione nello spazio pubblico italiano (e non solo). Queste prese di posizione hanno evidenziato che di fronte a un massacro e a un ecocidio che hanno rapidamente assunto forme tali da integrare la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio non è possibile fare finta di niente. E, così, nelle università, parti crescenti dei suoi membri, e delle sue componenti, hanno fatto il proprio mestiere: hanno argomentato, spiegato, mostrato cosa stesse accadendo a Gaza. Hanno semplicemente svolto il loro lavoro. È stato il Governo italiano – come quelli di tanti altri Stati – che è invece venuto meno ai propri compiti, tra i quali – rafforzato dal fatto di aderire alla Corte penale internazionale – c’è l’impegno a evitare che altri Stati nel mondo perpetrino un genocidio. Contro questa deriva dei governi e degli Stati l’esercizio della critica è una necessità, anche perché il resto, compresa la stampa mainstream, si concentra sulla polvere sotto il tappeto mentre la casa crolla, insistendo, ad esempio, sulla critica di alcune parole di Francesca Albanese, mentre quasi ignora – continua a ignorare – le devastazioni materiali inflitte da Israele a Gaza: oltre 70.000 morti e condizioni di vita estreme per circa due milioni di persone. Bisogna riconoscere che il livello dell’attacco ad autonomia e democrazia si è alzato, anche perché è interno a una strategia neoautoritaria in via di dispiegamento a sostegno del regime di guerra vigente. Si rende chiara la necessità di organizzarsi da parte delle diverse componenti universitarie per preservare la propria autonomia e la democrazia, a partire da quella interna agli atenei stessi. I movimenti sociali degli ultimi due anni – per restare alla stretta attualità – hanno evidenziato che l’università è uno spazio che può contribuire a contrastare l’avanzata di un progetto neoautoritario. Le destre nazionaliste, del resto, la osteggiano proprio per questa ragione. Chi lavora e studia nelle università può decidere, quindi, di opporsi a questa deriva pericolosa per l’intera società, costruendo e mantenendo attivi gli spazi dedicati alla critica, all’emancipazione e alla libertà verso un’università che lavori per la demilitarizzazione e la pace.   NOTE [1] LA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ STA AVVENENDO ATTRAVERSO DIVERSE INIZIATIVE: NUOVE LEGGI, NUOVI REGOLAMENTI, LAVORI DI COMMISSIONI AD HOC, ANNUNCI POLITICI E DELEGHE AL GOVERNO, COME PREVISTO DALL’ARTICOLO 20 DELLA LEGGE 167 DEL 10 NOVEMBRE 2025. È UN INSIEME DI INTERVENTI CHE CONCORRE ALLO STRUTTURALE RIDIMENSIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA ITALIANA CHE INCIDE SULLA LIBERTÀ ACCADEMICA, SULL’AUTONOMIA DEGLI ATENEI E SULLE GENERALI CONDIZIONI DI LAVORO E RICERCA Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza
La costruzione dell’università critica come nemico interno – di Gennaro Avallone
L'università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni '80, accelerato in Italia dai [...]
March 21, 2026
Effimera