Le parole e le bombe

Pressenza - Saturday, March 14, 2026

Mi pare che non si stia adeguatamente riflettendo su un “dettaglio” di questa guerra iniziata con l’aggressione USA all’Iran.
Il fatto che questa sia iniziata mentre le due delegazioni diplomatiche, iraniana e statunitense, stavano dialogando a Ginevra. Giovedì 26 si sono incontrate, le delegazioni si sono mostrate soddisfatte dei colloqui, hanno fissato un nuovo colloquio per lunedì ma questo non è mai avvenuto perché gli USA sabato 28 hanno iniziato a bombardare (insieme allo stato alla sbarra per genocidio che già aveva illegalmente bombardato mesi prima, e questo è un altro “dettaglio” che meriterebbe molte più riflessioni)

Noi non ci rendiamo conto della totale perdita di credibilità che tutto questo comporta sugli USA, e su di noi che siamo ormai una loro propaggine (lo siamo diventati per scelta strategica, non perché tre generazioni fa i nostri nonni e bisnonni siano stati liberati grazie al supporto USA: i politici del dopoguerra erano molto più liberi di quelli attuali da tale egemonia).

Chi può fidarsi di noi? Che un giorno diciamo “ci rivediamo lunedì a Ginevra” e sabato bombardiamo a tradimento?
La nostra parola, anche quella scritta, non vale più nulla. Siamo abituati a vedere questa perdita di credibilità nella politica interna. Promesse elettorali tradite, gli “stai sereno” a cui due settimane dopo segue un’operazione di palazzo, i vari “se perdo mi ritiro dalla politica” detti a reti unificate su cui nessuno ha mai chiesto conto. Politici che cambiano casacca e posizione in modo spudorato. Ma si tratta ancora di cose di poco conto rispetto a quanto avvenuto con le bombe sul tavolo di negoziazione.

Ricordiamo: nel 2015 Obama fa un patto con l’Iran sul nucleare, loro lo rispettano, gli USA escono nel 2018 unilateralmente con Trump, Israele bombarda nel 2025 ammazzando scienziati e alti funzionari nonostante l’AIEA non veda rischi (come vent’anni fa con l’Iraq gli ispettori ONU non vedevano armi di distruzione di massa).
Le bombe arrivano avendo come movente la cosa, magari l’unica, su cui gli iraniani sono irreprensibili: il loro programma nucleare civile. Loro hanno rispettato la parola, la nostra parte di mondo no.

Non è del tutto irrilevante che una “fatwa” di qualche decennio fa, ribadita in più occasioni, possa aver contribuito a tenere l’atomica lontana da quel paese. Si dirà che le cause sono anche altre, tecnologiche, può darsi, fatto sta che mentre la Corea del Nord nel 2003 usciva dal TNP, l’Iran ribadiva la parola della fatwa. Nel 2006 la Corea del Nord diventava potenza nucleare e faceva i primi test, 20 anni dopo invece l’Iran, stando a quanto dice l’AIEA, non aveva niente che facesse pensare allo sviluppo dell’atomica. Un cinico potrebbe dire che ha fatto bene la Corea del Nord, che ha ottenuto la deterrenza, che se gli iraniani invece di legarsi a quella parola detta decenni addietro avessero fatto lo stesso, non sarebbero stati bombardati nel 2025 e nel 2026. Sarò ingenuo, non adeguatamente informato, ma ho l’impressione che delle culture che noi guardiamo con paternalismo e superficialità, diano molta più importanza alla parola rispetto a quanto ne diamo noi. Per uno sciita magari una fatwa della seconda autorità religiosa esistente, ha un peso molto alto.

La parola, per un credente è qualcosa di talmente importante che per i cristiani è Dio stesso. “Il Verbo era Dio…”dice il prologo del Vangelo di Giovanni. La Parola può creare, trasformare, rinnovare. Ma se smette di essere qualcosa di credibile, se si smentisce in continuazione, quella parola non ha niente a che fare col trascendente, quella parola non è Parola, è menzogna. Lo stesso personaggio che ci ha detto sei mesi fa che le capacità nucleari iraniane erano distrutte per sempre grazie al bombardamento di un B52, ci dice un mese fa che senza ulteriori bombardamenti l’Iran avrà l’atomica in una settimana. Chi può credere alle sue parole?
Gli stessi che lunedì ci dicono “la guerra è finita abbiamo già vinto” (e riescono a farlo credere per un giorno ai mercati, che in uno schioccar di dita vedono il Brent scendere da 119 a 80 dollari) dicono ai loro militari di prepararsi a star via di casa fino a settembre, mandano una terza portaerei in zona, dicono ai loro diplomatici di andare via da ulteriori sedi. Chi, tra gli avversari, può credere a una loro parola? A una nostra parola, perché noi siamo purtroppo parte dello stesso mondo.

La diplomazia occidentale è stata fatta a pezzi contemporaneamente ai corpi delle bambine della scuola di Minab. Già non era granché in salute da diverso tempo. Ma adesso se ci mettiamo anche solo per un istante nei panni di un avversario degli USA (ovvero di un nostro avversario) non si può che condividere la loro sfiducia in una proposta di percorso diplomatico che veda noi come attori.

Come se ne esce? Probabilmente non è ormai possibile spegnere l’incendio, ma se c’è ancora uno spiraglio, solo chi è meno compromesso, chi ha ancora una parola credibile, può cercare di ricreare un percorso diplomatico. Un’azione congiunta di paesi che hanno ancora credibilità da spendere. Il Brasile di Lula, che da tempo sta portando in sede ONU un progetto di riforma del consiglio di sicurezza. Il Sudafrica, capace di portare davanti alla ICJ i campioni mondiali di impunità, con l’accusa di genocidio. Forse la Spagna di Sanchez. Gente che è disposta a pagare un prezzo per ci che dice e per le posizioni che prende.
Se vogliamo recuperare la diplomazia, dobbiamo recuperare la parola.

Andrés Lasso