Le parole e le bombe
Mi pare che non si stia adeguatamente riflettendo su un “dettaglio” di questa
guerra iniziata con l’aggressione USA all’Iran.
Il fatto che questa sia iniziata mentre le due delegazioni diplomatiche,
iraniana e statunitense, stavano dialogando a Ginevra. Giovedì 26 si sono
incontrate, le delegazioni si sono mostrate soddisfatte dei colloqui, hanno
fissato un nuovo colloquio per lunedì ma questo non è mai avvenuto perché gli
USA sabato 28 hanno iniziato a bombardare (insieme allo stato alla sbarra per
genocidio che già aveva illegalmente bombardato mesi prima, e questo è un altro
“dettaglio” che meriterebbe molte più riflessioni)
Noi non ci rendiamo conto della totale perdita di credibilità che tutto questo
comporta sugli USA, e su di noi che siamo ormai una loro propaggine (lo siamo
diventati per scelta strategica, non perché tre generazioni fa i nostri nonni e
bisnonni siano stati liberati grazie al supporto USA: i politici del dopoguerra
erano molto più liberi di quelli attuali da tale egemonia).
Chi può fidarsi di noi? Che un giorno diciamo “ci rivediamo lunedì a Ginevra” e
sabato bombardiamo a tradimento?
La nostra parola, anche quella scritta, non vale più nulla. Siamo abituati a
vedere questa perdita di credibilità nella politica interna. Promesse elettorali
tradite, gli “stai sereno” a cui due settimane dopo segue un’operazione di
palazzo, i vari “se perdo mi ritiro dalla politica” detti a reti unificate su
cui nessuno ha mai chiesto conto. Politici che cambiano casacca e posizione in
modo spudorato. Ma si tratta ancora di cose di poco conto rispetto a quanto
avvenuto con le bombe sul tavolo di negoziazione.
Ricordiamo: nel 2015 Obama fa un patto con l’Iran sul nucleare, loro lo
rispettano, gli USA escono nel 2018 unilateralmente con Trump, Israele bombarda
nel 2025 ammazzando scienziati e alti funzionari nonostante l’AIEA non veda
rischi (come vent’anni fa con l’Iraq gli ispettori ONU non vedevano armi di
distruzione di massa).
Le bombe arrivano avendo come movente la cosa, magari l’unica, su cui gli
iraniani sono irreprensibili: il loro programma nucleare civile. Loro hanno
rispettato la parola, la nostra parte di mondo no.
Non è del tutto irrilevante che una “fatwa” di qualche decennio fa, ribadita in
più occasioni, possa aver contribuito a tenere l’atomica lontana da quel paese.
Si dirà che le cause sono anche altre, tecnologiche, può darsi, fatto sta che
mentre la Corea del Nord nel 2003 usciva dal TNP, l’Iran ribadiva la parola
della fatwa. Nel 2006 la Corea del Nord diventava potenza nucleare e faceva i
primi test, 20 anni dopo invece l’Iran, stando a quanto dice l’AIEA, non aveva
niente che facesse pensare allo sviluppo dell’atomica. Un cinico potrebbe dire
che ha fatto bene la Corea del Nord, che ha ottenuto la deterrenza, che se gli
iraniani invece di legarsi a quella parola detta decenni addietro avessero fatto
lo stesso, non sarebbero stati bombardati nel 2025 e nel 2026. Sarò ingenuo, non
adeguatamente informato, ma ho l’impressione che delle culture che noi guardiamo
con paternalismo e superficialità, diano molta più importanza alla parola
rispetto a quanto ne diamo noi. Per uno sciita magari una fatwa della seconda
autorità religiosa esistente, ha un peso molto alto.
La parola, per un credente è qualcosa di talmente importante che per i cristiani
è Dio stesso. “Il Verbo era Dio…”dice il prologo del Vangelo di Giovanni. La
Parola può creare, trasformare, rinnovare. Ma se smette di essere qualcosa di
credibile, se si smentisce in continuazione, quella parola non ha niente a che
fare col trascendente, quella parola non è Parola, è menzogna. Lo stesso
personaggio che ci ha detto sei mesi fa che le capacità nucleari iraniane erano
distrutte per sempre grazie al bombardamento di un B52, ci dice un mese fa che
senza ulteriori bombardamenti l’Iran avrà l’atomica in una settimana. Chi può
credere alle sue parole?
Gli stessi che lunedì ci dicono “la guerra è finita abbiamo già vinto” (e
riescono a farlo credere per un giorno ai mercati, che in uno schioccar di dita
vedono il Brent scendere da 119 a 80 dollari) dicono ai loro militari di
prepararsi a star via di casa fino a settembre, mandano una terza portaerei in
zona, dicono ai loro diplomatici di andare via da ulteriori sedi. Chi, tra gli
avversari, può credere a una loro parola? A una nostra parola, perché noi siamo
purtroppo parte dello stesso mondo.
La diplomazia occidentale è stata fatta a pezzi contemporaneamente ai corpi
delle bambine della scuola di Minab. Già non era granché in salute da diverso
tempo. Ma adesso se ci mettiamo anche solo per un istante nei panni di un
avversario degli USA (ovvero di un nostro avversario) non si può che condividere
la loro sfiducia in una proposta di percorso diplomatico che veda noi come
attori.
Come se ne esce? Probabilmente non è ormai possibile spegnere l’incendio, ma se
c’è ancora uno spiraglio, solo chi è meno compromesso, chi ha ancora una parola
credibile, può cercare di ricreare un percorso diplomatico. Un’azione congiunta
di paesi che hanno ancora credibilità da spendere. Il Brasile di Lula, che da
tempo sta portando in sede ONU un progetto di riforma del consiglio di
sicurezza. Il Sudafrica, capace di portare davanti alla ICJ i campioni mondiali
di impunità, con l’accusa di genocidio. Forse la Spagna di Sanchez. Gente che è
disposta a pagare un prezzo per ci che dice e per le posizioni che prende.
Se vogliamo recuperare la diplomazia, dobbiamo recuperare la parola.
Andrés Lasso