Tag - Questioni internazionali

Grande attesa per la quarta Assemblea del Forum Umanista Mondiale
In un momento critico della situazione mondiale, in cui riaffiorano violenze neocolonialiste e sembra scomparire ogni traccia di rispetto per i diritti umani e l’autodeterminazione di ogni popolo, assume grande rilevanza l’invito del Forum Umanista Mondiale a riflettere e agire collettivamente per costruire il mondo in cui vogliamo vivere. Come espresso dal titolo di questa Quarta Assemblea, l’appello di questo spazio di scambio e azione congiunta è quello di superare la crisi e l’incertezza globale attraverso una decisa mobilitazione umana a favore del bene comune. L’interesse suscitato dall’Assemblea, che si terrà il 24 e 25 gennaio dalle 13:00 alle 15:00 (ora UTC, Londra, in Italia calcolare un’ora in più), si è manifestato con intensità nell’iscrizione di organizzazioni e attivisti provenienti da 42 paesi di tutti i continenti. Artisti, collettivi di educatori, promotori della pace e della nonviolenza, sportivi, ricercatori, economisti, rappresentanti del mondo accademico, operatori sanitari e alimentari, difensori dei diritti umani e dell’habitat, tra le altre espressioni della base sociale, confluiranno in questa Assemblea con spirito umanista per condividere visioni ed esperienze che contribuiscano ad aprire il futuro in questa fase complessa che gli esseri umani stanno affrontando. Sebbene la connessione internazionale avverrà tramite videoconferenza, ci saranno diversi momenti in cui si svolgeranno anche scambi di persona. La prima giornata, dopo brevi relazioni su alcune attività di rilievo svolte nell’ambito del Forum Umanista Mondiale negli ultimi mesi, sarà dedicata allo scambio partecipativo per cercare di generare una visione globale della situazione attuale. Durante la seconda giornata si lavorerà su 17 tavoli tematici per rafforzare l’applicazione di proposte e azioni in aree specifiche. Il programma dettagliato è disponibile qui La partecipazione all’Assemblea del Forum Umanista Mondiale, la cui assemblea fondativa si è tenuta a Mosca nel 1993, è aperta a tutte le persone e organizzazioni, con l’unica condizione di non promuovere né sostenere atteggiamenti violenti o discriminatori. Per iscriversi e ricevere il link alla piattaforma virtuale, cliccare qui. Javier Tolcachier
“Per un Iran Libero” , presidio a Firenze : le foto
Con la partecipazione di Amnesty Intenational Toscana, Ampi Firenze, CGIL Firenze, Movimento Vita donna libertà Fi, Donna Vita Libertà ass CulturaleFi , ed altre assocazioni fiorentine, si è tenuto ieri in tardo  pomeriggio  in piazza Sant’Ambrogio nel cuore storico di Firenze un presidio di solidarietà con il popolo iraniano. Le varie associazioni  hanno testimoniato  la tragedia di quel  popolo  che vive da decenni sotto l’oppressione del regime teocratico islamico attuale, come di  quello precedente dittatoriale dello Shah  e che in cicli periodi di rivolte come questultima tenta  faticosamente di trovare  nonostrante la frantumazione e la repressione feroce di ogni forma di resistenza ed  opposizione una propria via verso la libertà. A metà presidio sono comparsi un gruppo di sostenitori del figlio dello Shah, sventolando bandiere monarchiche , creando un certo imbarazzo.  Il giovane Reza Pahlavi, principe in esilio, è proposto dagli gli Stati Uniti  come possibile figura sostitutiva in un cambio di regime da loro sostenuto. In una intervista Reza Pahlavi ha sostenuto “Necessari attacchi di Usa o Israele per il collasso del sitema iraniano”. Una prospettiva che le associazioni iraniane presenti  al presidio rifiutano con forza affermando che sta al popolo Iraniano in una necessaria unione delle forze di opposizione raggiungere la propria libertà ed mancipazione senza l’ingerenze  esterne. Si è chiesto inoltre un  incisivo intervento di tutte  le istanze istituzionali internazionali per condannare e mettere al bando gli atti criminali che il regime degli Attollhah stanno compiendo. foto di Cesare Dagliana Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi Donna Vita Libertà Fi iran fi 2001026Donna Vita Libertà Fi   Redazione Toscana
Il terrorismo dei coloni parte integrante del genocidio israeliano
Da qualche giorno Leila (nome di fantasia) è rientrata dalla Cisgiordania, ma conta di tornare in Palestina al più presto. Incontrarla ci aiuta a capire come, spenti da qualche tempo i riflettori del mainstream sul genocidio di Gaza, la quotidianità dei palestinesi non cambia. Le violenze e i soprusi dei coloni e dei militari proseguono, così come a Gaza di continua a morire; sia di freddo e fame, sia per mano dell’IDF, mentre si prepara la spartizione affaristica della ‘fase 2’ post tregua affidata al board guidato da Tony Blair. Leila ci racconta la sua esperienza. “Insieme a una mia compagna – inizia a raccontarsi – ho trascorso tre mesi in Palestina come forma di solidarietà internazionale con il popolo palestinese. Utilizziamo nomi fittizi perché i confini dei territori palestinesi occupati, sono controllati dalle forze di occupazione israeliane, che attraverso ingressi negati, arresti e deportazioni cercano di impedire sistematicamente la presenza solidale internazionale sul territorio. Moltissim* attivist* ricevono ban di anni o permanenti, che impediscono loro di rientrare. Le persone palestinesi che attraversano i confini per entrare o uscire dalla propria terra sono sottoposte ad attese interminabili, interrogatori che possono durare ore, perquisizioni fisiche invasive e violenze fisiche e verbali. Siamo arrivate per la raccolta delle olive e per garantire una presenza di solidarietà nei villaggi minacciati di pulizia etnica da parte dei coloni israeliani illegali, che dal 1967 occupano ed espropriano la terra palestinese”. D: Conoscevi le attiviste aggredite a Gerico lo scorso 30 novembre? R: Sì. Le persone internazionali aggredite e le persone palestinesi che vivono nel villaggio, terrorizzate e minacciate quotidianamente dai coloni israeliani, sono mie amiche. La comunità di Ein al-Duyuk si trova nella valle di Gerico, sugli altopiani della Valle del Giordano, e conta circa 100 persone, tra cui molti anziani e bambini. È circondata da colonie, outpost e basi militari israeliane, tra le quali i coloni si muovono liberamente, terrorizzando le comunità beduine e i piccoli villaggi giorno e notte attraverso incursioni, raid intimidatori, attacchi mortali e violenze fisiche. Hanno già distrutto telecamere, pannelli solari e finestre per entrare nelle case, picchiare le persone e intimidirle affinché vadano via e non tornino più. Esattamente due settimane dopo, bande organizzate di coloni illegali armati sono tornate ad attaccare il villaggio durante la notte. In seguito a quest’ultimo attacco, molte donne e bambini hanno deciso di spostarsi a valle. Nelle vicinanze di Ein al-Duyuk, nel villaggio beduino di Ras ‘Ein al-‘Auja, la creazione di un nuovo outpost e la violenza quotidiana di esercito e coloni hanno costretto, pochi giorni fa, centinaia di abitanti a lasciare l’area. Negli ultimi anni circa 7.000 palestinesi sono stati sfollati all’interno della Palestina stessa. D: Siete un collettivo? Che cos’è il progetto Faz3a e chi lo porta avanti. R: Faz3a è una campagna di solidarietà a guida palestinese. Il nome deriva da un’espressione colloquiale che indica l’aiuto immediato e collettivo nei momenti di necessità, una pratica profondamente radicata nella società palestinese. Il progetto nasce come risposta all’intensificarsi della violenza israeliana contro le comunità palestinesi, in un contesto segnato anche dal genocidio in corso a Gaza. Faz3a lavora per organizzare una presenza internazionale di protezione civile sul territorio, sotto coordinamento palestinese, coinvolgendo attivist*, student* e membri della società civile provenienti da diversi contesti. Non è un’iniziativa umanitaria o caritatevole, ma un percorso di mobilitazione e costruzione di movimenti, volto a rafforzare sumud, la determinazione delle comunità palestinesi a restare sulla propria terra, e a creare reti di solidarietà internazionale concrete ed efficaci. D: Qual’è ora la quotidianità che vivete assieme ai palestinesi in Cisgiordania. R: I Territori Palestinesi Occupati da “Israele” nel 1967, chiamati Cisgiordania o West Bank, sono attraversati da nord a sud da colonie israeliane illegali, checkpoint, torri di avvistamento, basi militari, muri, filo spinato, cancelli all’ingresso delle città, telecamere e bandiere israeliane come simboli di supremazia. L’occupazione ha diviso il territorio in tre aree (A, B e C), di cui l’Area C è sotto completo controllo amministrativo e militare israeliano, isolando la Cisgiordania dal resto della Palestina storica con un muro alto 9 metri e lungo circa 800 km, costellato di posti di blocco militari e recinzioni elettroniche: chiunque tenti di scavalcarlo viene sparato. Questo muro, chiamato anche Muro dell’Apartheid o della Separazione, frammenta il popolo palestinese della Palestina storica tutta e isolando villaggi prima connessi tra loro. Gerusalemme, per esempio, dista solo 10 minuti da Betlemme, ma il sistema di confini e checkpoint con cui l’occupazione ha distorto la fisionomia del territorio rende impossibile prevedere quanto tempo serva per raggiungere qualsiasi luogo. La segregazione è rafforzata da strade e infrastrutture ad uso esclusivo dei coloni, vietate ai palestinesi, che vengono così costretti a interminabili attese quotidiane nel traffico e ai checkpoint. In Cisgiordania vivono circa 720.000 coloni israeliani all’interno di colonie illegali secondo il diritto internazionale. Ogni giorno molestano i villaggi palestinesi per costringere la popolazione ad andarsene. Il furto di terra e il tentativo di cancellazione dell’identità palestinese avvengono attraverso demolizioni di case, sradicamento degli ulivi, furto dell’acqua sorgente, distruzione di proprietà come abitazioni, stalle, attrezzi da lavoro, veicoli, pannelli solari e greggi. Di fronte agli attacchi dei coloni, ogni forma di autodifesa palestinese viene criminalizzata. Spesso, quando esercito e polizia arrivano sul posto a violenze avvenute e i coloni sono già fuggiti, sono i palestinesi a essere arrestati. A differenza degli internazionali, i palestinesi sono sottoposti alla legge militare israeliana, che consente la detenzione amministrativa: si può essere incarcerati per anni senza accuse né processo. L’occupazione decide arbitrariamente che intere aree diventino zone militari o di addestramento, rendendo illegale la presenza palestinese (secondo la legge israeliana) e impedendo il ritorno delle comunità indigene. Non si tratta di un singolo governo estremista, ma di un progetto coloniale e sionista strutturale, portato avanti dallo Stato, dall’esercito e da ampie parti della società israeliana attraverso pratiche sistemiche di razzismo ed esclusione. D: Avete subito o subite anche voi minacce, intimidazioni o violenze? R: Le minacce e le violenze sono costanti per chi in Palestina esiste e resiste. Se sei un’internazionale presente sul territorio, insieme ai palestinesi, verrai comunque minacciat*. Il rischio più frequente è l’arresto di 48 ore seguito dall’espulsione dal paese. Ma sì, si può anche essere picchiati o colpiti con armi da fuoco, soprattutto, ma non solo, dai coloni. Fino a qualche anno fa la presenza solidale veniva definita “presenza protettiva”, perché le forze di occupazione cercavano di evitare testimoni internazionali delle loro atrocità. Oggi, dopo anni di totale impunità, non se ne preoccupano più: anche gli internazionali sono diventati bersagli, perché non ci sono conseguenze. Nel caso dei miei compagni picchiati, media e politica hanno parlato di “casi isolati di coloni estremisti”, come se il terrorismo dei coloni non fosse parte integrante del progetto statale israeliano da decenni. Come se i coloni non fossero i soldati in prima linea dell’occupazione, incaricati di portare avanti la pulizia etnica della Palestina. Leonardo Animali
Diritti, responsabilità e autodeterminazione del popolo palestinese
Il 18 gennaio 2026, presso il Circolo ARCI di Porta al Prato a Firenze, si è tenuto l’incontro pubblico “Quale spazio per la solidarietà a Gaza?”, promosso da Ribelli in Cor e sostenuto da EducAid, ha offerto un momento di riflessione profonda sulla situazione nella Striscia di Gaza, sul ruolo della comunità internazionale e sui limiti – ma anche sulle possibilità – della solidarietà occidentale. A moderare il dibattito Ilaria Masieri, cooperante internazionale, che ha posto fin dall’inizio una domanda centrale: se e quanto le forme di solidarietà espresse dall’Occidente riescano davvero a rappresentare il popolo palestinese nella sua rivendicazione di autodeterminazione e libertà dall’oppressione: sopravvivere a Gaza dopo il “cessate il fuoco”. Yousef Hamdouna, palestinese di Gaza e Middle East Program Manager di EducAid, ha restituito un quadro netto e drammatico della situazione nella Striscia, a oltre cento giorni dal cosiddetto cessate il fuoco. Secondo Hamdouna, nulla di sostanziale è cambiato: “si bombarda di meno e se ne parla di meno”, ma la vita quotidiana resta segnata da macerie, sfollamento forzato e una densità abitativa insostenibile, con decine di migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati. L’ingresso degli aiuti umanitari continua a essere fortemente limitato. Meno di un terzo di quanto previsto dagli accordi entra effettivamente a Gaza, mentre cibo e beni essenziali vengono fatti passare prevalentemente attraverso canali commerciali controllati da Israele, con costi proibitivi per la popolazione. In questo contesto, ha sottolineato Hamdouna, la risposta umanitaria strutturata di fatto non esiste. Nonostante gli ostacoli crescenti – permessi negati, espulsioni di ONG, blocco dei finanziamenti istituzionali, compresi quelli del governo italiano – le organizzazioni continuano a operare grazie al sostegno diretto della società civile. Centrale, in questo lavoro, è il ruolo del personale palestinese: le organizzazioni internazionali possono funzionare sulla base del lavoro degli operatori palestinesi”, capaci di trovare soluzioni anche nelle condizioni più estreme. Educazione, resilienza e autodeterminazione Uno dei nodi più forti emersi riguarda l’educazione. Dopo la distruzione sistematica di scuole e università – definita da molti come “scolasticidio” – la maggioranza dei bambini di Gaza non frequenta alcuna forma di istruzione da oltre due anni. Hamdouna ha spiegato che oggi prevalgono interventi cosiddetti soft: educazione non formale e supporto psicosociale, fondamentali in una popolazione composta in larga parte da minori. Questi spazi educativi non nascono da direttive esterne, ma da iniziative comunitarie spontanee: genitori e insegnanti sfollati che organizzano attività sotto tende o strutture di fortuna. Qui, ha spiegato Hamdouna, l’educazione va oltre l’apprendimento: offre ai bambini la possibilità di esercitare, nel quotidiano, una prima forma di autodeterminazione, scegliendo un gioco, un colore, un’attività. Un gesto minimo, ma radicale, in un contesto in cui ogni aspetto della vita è controllato dall’occupazione. Tuttavia, decine di migliaia di bambini restano esclusi anche da queste esperienze. La resilienza della società palestinese, ha chiarito Hamdouna, non va idealizzata: è una necessità imposta dalla sopravvivenza, non una virtù romantica. Il silenzio mediatico e la responsabilità internazionale Secondo Hamdouna, ciò di cui meno si parla è la responsabilità diretta della comunità internazionale. Non solo delle vittime, ma di chi, pur avendo strumenti giuridici e politici, non li ha utilizzati. Ha denunciato una diffusa empatia selettiva e una rimozione sistematica delle sofferenze quotidiane: bambini che muoiono di freddo, persone che continuano a morire sotto le macerie, tra notizie sempre più marginalizzate. La delusione verso la comunità internazionale è profonda. Molti palestinesi, formati proprio dall’Europa ai valori dei diritti umani, vedono oggi quegli stessi principi traditi. Eppure, ha concluso Hamdouna, la speranza di liberazione non scompare, e il ruolo delle donne – protagoniste nei campi, nell’educazione e nella trasmissione di una visione futura – resta centrale. Il diritto internazionale sotto attacco Il contributo di Micaela Frulli, professoressa di Diritto Internazionale all’Università di Firenze, ha inquadrato il conflitto nel contesto dei meccanismi di giustizia internazionale. Frulli ha respinto l’idea che “il diritto non funzioni”: il problema non è il diritto in sé, ma la mancanza di volontà politica e la pressione insufficiente dell’opinione pubblica. Da decenni, ha osservato, la questione palestinese viene sistematicamente sottratta al linguaggio del diritto internazionale e ricondotta a quello dell’emergenza, della sicurezza o del terrorismo. Rimettere il diritto al centro è invece essenziale per contrastare i doppi standard e l’arbitrio dei più forti. Frulli ha illustrato il ruolo della Corte Penale Internazionale, che indaga sulle responsabilità individuali e ha emesso mandati di arresto contro leader israeliani e di Hamas, scatenando una durissima campagna di delegittimazione e sanzioni. Proprio questa reazione, ha sottolineato, dimostra quanto il diritto faccia paura. Ancora più decisivo, però, è il ruolo della Corte Internazionale di Giustizia. Nel caso Sudafrica contro Israele, la Corte ha riconosciuto l’esistenza di un rischio plausibile di genocidio, attivando l’obbligo di prevenzione per tutti gli Stati, compresa l’Italia (vedi articolo a riguardo). Un obbligo che implica misure concrete – diplomatiche ed economiche – finora largamente disattese. Di particolare rilievo è anche il parere del luglio 2024, con cui la Corte ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi, configurandola come annessione di fatto e negazione del diritto all’autodeterminazione. La conclusione è netta: l’occupazione deve finire, senza condizioni preliminari. Gaza e il futuro dell’ordine internazionale Il confronto con il cosiddetto piano Trump evidenzia uno scarto radicale: da un lato il diritto internazionale, dall’altro un cambio di paradigma che subordina i diritti a logiche politiche e di potere. Per Frulli, la questione palestinese è oggi il banco di prova dell’intero ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Difendere il diritto, anche quando appare impotente, non è solo una questione di solidarietà con la Palestina, ma una scelta che riguarda il futuro di tutte e tutti.   Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna, Ilaria Masieri , Micaela Frulli Yousef Hamdouna Yousef Hamdouna Ilaria Masieri Micaela Frulli Ilaria Masieri Yousef Hamdouna Micaela Frulli Micaela Frulli Ilaria Masieri Foto Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Cuba, Discorso del 16 gennaio di Díaz-Chanel Bermúdez in omaggio ai 32 cubani caduti durante aggressione USA in Venezuela
Discorso pronunciato da Miguel Mario Díaz-Chanel Bermúdez, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba e Presidente della Repubblica, in occasione dell’omaggio postumo ai 32 combattenti caduti in combattimento in Venezuela, presso la Tribuna Antimperialista José Martí, il 16 gennaio 2026, “Anno del Centenario del Comandante in Capo Fidel Castro Ruz”. Riprendiamo da trascrizione stenografica dell’intero discorso pubblicata da Granma.   Onore e gloria ai nostri eroi caduti! (Esclamazioni di: “Onore e gloria!”) Membri della famiglia; Compagni d’armi e amici dei nostri combattenti; Connazionali: Il 3 gennaio 2026, nell’ora più buia del mattino, mentre il suo nobile popolo dormiva, il Venezuela fu attaccato a tradimento su ordine del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ancora una volta, nella sua patria, la lungimirante affermazione di Bolívar secondo cui “gli Stati Uniti sembrano destinati dalla provvidenza a tormentare l’America con miserie in nome della libertà” venne confermata, così come l’avvertimento di Ernesto Che Guevara secondo cui “non ci si può fidare dell’imperialismo, nemmeno un po’, per niente”. Attentati e rapimenti sono stati la risposta degli Stati Uniti alle dichiarazioni del presidente venezuelano, che poche ore prima si era mostrato disposto a parlare di qualsiasi argomento. Fu una mattinata difficile per Cuba, poiché giunsero le prime notizie del perfido attacco contro diversi stati del paese fratello, dove centinaia di collaboratori cubani stavano svolgendo missioni. Sono trascorse ore molto amare, tra indignazione e impotenza, dopo aver appreso che il presidente Nicolás Maduro Moros e sua moglie Cilia Flores erano stati rapiti. Quelli di noi che hanno nella propria famiglia i coraggiosi combattenti della Sicurezza Personale e conoscono la loro volontà spartana di difendere le vite sotto la loro custodia, sapevano, prima che fosse confermato, che si sarebbero comportati come titani anche nella loro ultima battaglia (Applausi). «Solo passando sul mio cadavere potranno prendere o assassinare il Presidente», aveva dichiarato più di una volta il primo colonnello Humberto Alfonso Roca, capo del piccolo gruppo di cubani che quella mattina protessero a costo della propria vita la coppia presidenziale (applausi). Loro, insieme ai combattenti delle Forze Armate Rivoluzionarie caduti anch’essi sotto i bombardamenti degli aggressori, incarnano nei loro ammirevoli precedenti di servizio tutte le qualità che contraddistinguono gli eroi, gli eroi cubani!   (Applausi.) Hanno così trasceso i confini nazionali per diventare paradigmi della storia delle lotte per un’America unita, un sogno ancora irrealizzato da Bolívar e Martí. I resti sacri dei nostri 32 compatrioti sono tornati a casa ieri, come eterni soldati dell’integrazione che ci dobbiamo. Sono l’unica misura possibile del coraggio e del carattere dei cubani, fedeli a una fratellanza forgiata fin dai tempi di Bolívar, celebrata da Martí e già leggendaria per lo stretto rapporto tra Fidel e Chávez, leader dell’integrazione regionale, che in pochi anni hanno portato alfabetizzazione, restituito la vista e servizi medici ed educativi a milioni di venezuelani e di altri abitanti della nostra America Latina e dei Caraibi. (Applausi) I promotori dell’attacco e del sequestro del presidente Maduro e di sua moglie, ricorrendo ai metodi più abominevoli del fascismo, hanno tessuto una fitta nube di menzogne e diffamazioni contro i leader bolivariani prima di scagliarsi codardamente contro il Venezuela. Ignorando apertamente i limiti del diritto internazionale, che fino a quel giorno garantiva un minimo di convivenza civile tra le nazioni, l’attuale amministrazione statunitense ha aperto le porte a un’era di barbarie, saccheggio e neofascismo, senza tener conto di tutto ciò che questo potrebbe significare in termini di ulteriore guerra, distruzione e morte. La notizia dell’attacco ci ha colpito duramente. Per oltre 25 anni, Cuba e Venezuela hanno condiviso ideali e sforzi a favore di un mondo migliore, impegnati a raggiungere la piena giustizia attraverso il socialismo, ma ogni Paese con i propri metodi e realtà diverse. Solo chi non conosce il valore dell’amicizia, della solidarietà e della cooperazione che si instaurano tra i popoli può confondere il rapporto tra cubani e venezuelani con una mera transazione commerciale o un volgare scambio di prodotti e servizi. Soprattutto, cubani e venezuelani sono fratelli! (Applausi.) Donare il nostro sangue e perfino la nostra vita per una nazione sorella potrebbe sorprendere altri, ma non i cubani. I funzionari statunitensi hanno riconosciuto con stupore, ma anche con palese ammirazione, il coraggio di questo pugno di uomini che, con un netto svantaggio in termini di forze e potenza di fuoco, hanno opposto una feroce resistenza ai rapitori, ferendo persino diversi membri del loro personale e, per quanto ne sappiamo oggi, mettendo parzialmente fuori uso uno dei loro mezzi di trasporto. Per quanto insistano nel glorificare i loro soldati mimetizzati con elmetti e giubbotti antiproiettile, visori notturni, iperprotetti da aerei, elicotteri e sciami di droni, in mezzo a blackout intenzionali, l’assalto dei terroristi del Delta non è stata una passeggiata che hanno venduto al mondo. Un giorno conosceremo tutta la verità, ma nemmeno Trump è riuscito a negare che diversi aggressori siano rimasti feriti. I nostri coraggiosi combattenti, armati con armi convenzionali e senza altri mezzi se non il morale e la lealtà alla missione che stavano portando a termine, hanno combattuto fino alla morte e hanno abbattuto i loro avversari! (Applausi.) Nessuno di loro era un superuomo; erano soldati onorevoli, formati alla scuola etica di Fidel e Raúl, nel patriottismo, nell’antimperialismo e nell’unità; eredi degli ideali di Antonio Maceo, che ha immortalato Baraguá con il suo virile rifiuto di negoziare una pace senza libertà, e di Juan Almeida, che ha gridato sotto una pioggia di proiettili, in mezzo a un remoto campo di canna da zucchero: “Qui nessuno si arrende!” (Applausi.) L’attuale imperatore della Casa Bianca e il suo famigerato Segretario di Stato non hanno smesso di minacciarci. “Non credo che si possa esercitare molta più pressione”, ha detto Trump, in un tacito riconoscimento dei livelli estremi a cui si è arrivati con l’embargo imposto a Cuba per oltre sei decenni. “Entrare e distruggere il luogo” è ciò che, secondo la loro visione imperialista, resta loro da fare per sottometterci. Questa frase grottesca, che ha suscitato profonda indignazione nel popolo cubano, non può che essere interpretata come un’incitamento a un massacro spietato da parte di un Paese che non ha mai fomentato l’odio verso un altro. Il patriottismo cubano fu espresso molto presto da Martí in Abdala: «L’amore, madre, per la patria / Non è l’amore ridicolo per la terra, / Né per l’erba che calpestiamo; / È l’odio invincibile per coloro che l’opprimono, / È l’eterno risentimento verso coloro che l’aggrediscono» (Applausi). Il popolo cubano non è antimperialista per definizione. L’imperialismo ci ha resi antimperialisti. Ma non solo Cuba, il mondo diventerà sempre più antimperialista a causa di questo attacco a tutte le norme internazionali, di questo affronto all’intelligenza e alla dignità umana, di questo atto di arroganza criminale con cui uno Stato sovrano viene attaccato da un impero che disprezza il resto del mondo. Tutte le vittorie del popolo cubano sono legate alla forza della sua unità. Ogni volta che le forze patriottiche si sono divise, abbiamo perso. Ogni volta che si sono unite, abbiamo trionfato. I nemici della nazione lo sanno bene, ed è per questo che cercano di rompere questa unità. Le loro minacce attuali ci ricordano quelle di quasi tutte le amministrazioni statunitensi controllate dai cosiddetti falchi, fautori della guerra. I falchi di oggi sanno che la strategia di difesa rivoluzionaria nota come Guerra Popolare è nata in risposta alle peggiori minacce provenienti da altri falchi? Sanno quanto i loro predecessori guerrafondai abbiano investito nell'”era post-Castro”, dopo aver fallito in tutti i tentativi di distruggere una leadership indistruttibile? Negli ultimi giorni, i giovani hanno condiviso sui social media l’aneddoto sul barracuda, vissuto e raccontato da Fidel Castro. Racconta di come, nuotando sott’acqua, vide un barracuda avvicinarsi e la sua prima reazione fu quella di ritirarsi; ma ci ripensò subito e si tuffò verso il pesce aggressivo, che scomparve alla vista. È così che bisogna agire contro l’impero, che è barracuda, piranha, squalo e parassiti (Applausi). Ma insisto e ribadisco un fatto: sono stati i giovani cubani a rendere questo video virale sui social media. Eccoci qui, non uno, ma milioni di continuatori dell’opera di Fidel, Raúl e della loro eroica generazione. Dovrebbero rapire milioni di persone o cancellarci dalla mappa, e anche in quel caso, il fantasma di questo piccolo arcipelago, che hanno dovuto polverizzare perché non sono riusciti a domarlo, li perseguiterebbe per sempre. (Applausi) No, signori imperialisti, non vi temiamo affatto! E non ci piace essere minacciati, come diceva Fidel. Non ci intimidirete! (Applausi.) Come i giunchi annodati al centro dello scudo, l’unità è l’arma più potente della nostra Rivoluzione. Cari compatrioti: Diversi compagni che erano in prima linea sono ora tornati a casa, con i corpi crivellati di schegge come medaglie al valore. Uno di loro, il tenente colonnello Jorge Márquez, è stato quello che ha colpito un elicottero e chissà quanti membri dell’equipaggio. Lo ha fatto sparando con la sua contraerea, nonostante fosse ferito e sanguinasse copiosamente da una gamba. (Applausi) Coraggio è la parola che tutti usano per descrivere lo scontro con gli aggressori. E menzionano il Primo Colonnello Lázaro Evangelio Rodríguez Rodríguez, che guidò il tentativo di salvataggio dei primi caduti, finché uno dei droni nemici non lo colpì: “Sono ferito.   Viva Cuba!”   furono le sue ultime parole (Applausi). Quando sembra che il mondo stia seppellendo anche la sua ultima utopia, che il denaro e la tecnologia siano al di sopra di tutti i sogni umani, che l’umanità sia stanca, proprio in quel momento, 32 coraggiosi cubani offrono la loro vita e diventano più grandi della vita, in una feroce battaglia fino all’ultimo proiettile! Fino al loro ultimo respiro! (Esclamazioni di: “Gloria!”)   Non ci sono nemici capaci di intimidire un simile eroismo! La promettente giovinezza della maggior parte dei caduti in combattimento riporta alla mente i versi che Martí dedicò agli otto studenti di medicina assassinati dalla metropoli spagnola nel 1871: “Amati cadaveri, voi che un giorno / foste i sogni della mia patria”. Tutto ciò che sappiamo delle loro storie personali, dell’amore e del coraggio che contraddistinsero le loro azioni, dell’impegno, della dedizione e dell’altruismo con cui andarono in battaglia, rende il dolore ancora più straziante; un dolore che non diminuisce, ma anzi esalta ulteriormente il patriottismo e la generosità dei cubani. (Applausi e grida di: “Viva!”)   Oggi, l’insuperabile definizione di Martí secondo cui “Patria è umanità” ha 32 nuovi volti, 32 nuove storie. Non solo hanno difeso la sovranità del Venezuela, il presidente Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores; hanno difeso la dignità umana, la pace e l’onore di Cuba e della nostra America. Sono stati la spada e lo scudo dei nostri popoli contro l’avanzata del fascismo.   E saranno per sempre un simbolo, la prova che nessun popolo è insignificante quando la sua dignità è così incrollabile! (Applausi.) Grazie per il vostro coraggio e il vostro esempio, compagni! (Applausi.) Oggi abbracciamo i loro cari: madri, padri, mogli, figli, nipoti, fratelli, nonni, i loro compagni d’armi e i loro amici. “Il dolore non si condivide”, ha detto il Comandante in Capo durante la cerimonia funebre per i martiri di Barbados. “Il dolore si moltiplica.   (…) E quando un popolo coraggioso e virile piange, l’ingiustizia trema!”   (Applausi e grida di: “L’ingiustizia trema!”).   Silvio cantava allora: “Che l’ingiustizia tremi quando piange il valoroso popolo di Fidel”. Cuba non minaccia né sfida! Cuba è una terra di pace!   Fu qui all’Avana, e su iniziativa di Cuba, che 12 anni fa, durante il II Vertice della CELAC, l’America Latina e i Caraibi furono proclamati Zona di Pace, una conquista brutalmente lacerata dall’attacco fascista in Venezuela. Questo impegno per la pace non diminuisce in alcun modo la nostra disponibilità a combattere in difesa della sovranità e dell’integrità territoriale. Se fossimo attaccati, combatteremmo con la stessa ferocia tramandataci da generazioni di coraggiosi combattenti cubani, dalle guerre per l’indipendenza del XIX secolo, passando per la Sierra Maestra, la resistenza clandestina e l’Africa del XX secolo, fino a Caracas in questo XXI secolo. Non c’è possibilità di resa o capitolazione, né di alcun tipo di accordo basato sulla coercizione o sull’intimidazione. Cuba non è tenuta a fare alcuna concessione politica, né questa sarà mai sul tavolo dei negoziati volti a raggiungere un’intesa tra Cuba e gli Stati Uniti. È importante che capiscano questo: saremo sempre aperti al dialogo e al miglioramento delle relazioni tra i nostri due Paesi, ma a parità di condizioni e sulla base del rispetto reciproco. Questo è stato il caso per oltre sei decenni. La storia non sarà diversa ora! All’impero che ci minaccia diciamo: Cuba è composta da milioni!   Siamo un popolo pronto a combattere, se attaccato, con la stessa unità e ferocia dei 32 cubani caduti il 3 gennaio. Connazionali: Marciamo insieme! E davanti al ricordo del loro eroico esempio, giuriamo: Patria o Morte! Vinceremo!   (Esclamazioni di: “Vinceremo!”) Patria o Morte! Vinceremo!   (Esclamazioni di: “Vinceremo!”) Patria o Morte! Vinceremo!   (Esclamazioni di: “Vinceremo!”) Fino alla vittoria, sempre!   (Esclamazioni di: “Sempre!”) (Esclamazioni di: “Fino alla vittoria, sempre! E lunga vita alla Rivoluzione!”) (Ovazione.)     Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Dialogo Caracas-Washington risultato della Diplomazia Bolivariana di Pace, Rodriguez: “Il popolo venezuelano rimanga unito”
Rodriguez: “Non abbiamo paura di dialogare con gli USA” La Presidente vicaria (facente funzioni) del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha ribadito venerdì 16 gennaio che il suo Paese non ha paura di stabilire “relazioni” bilaterali con gli Stati Uniti, perché, nonostante siano state segnate da difficoltà nel corso della loro esistenza, si tratta di legami “storici”.  “Non abbiamo paura di stabilire relazioni con un Paese di questo emisfero, con gli Stati Uniti. Si tratta di relazioni storiche, mantenute persino dal nostro liberatore Simón Bolívar. Sono relazioni storiche, che hanno indubbiamente subito battute d’arresto, credo dovute alla scarsa comprensione da parte della [Casa Bianca] della realtà politica, economica e sociale del Venezuela” – ha affermato la Presidente durante un incontro con i membri del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Alla vigilia dell’incontro con gli USA, ha affermato che le autorità venezuelane sono consapevoli che gli Stati Uniti “sono molto potenti, una potenza nucleare letale”, ma nonostante questa differenza di potere, Caracas è convinto che sia possibile negoziare su un piano di parità.  Delcy Rodríguez (a sinistra) saluta il Ministro dell’Industria e della Produzione Nazionale del Venezuela, Alex Saab. Caracas, 16 gennaio 2026. Ufficio stampa presidenziale venezuelano “Abbiamo visto il loro operato nella storia dell’umanità. Lo sappiamo. E  non abbiamo paura di affrontarlo diplomaticamente, attraverso il dialogo politico, come è opportuno, e  di risolvere una volta per tutte questa contraddizione storica “ – ha sostenuto, riferendosi al contrasto tra, da un lato, la Dottrina Monroe (e la attuale e vergognosa Dottrina Rubio, in violazione con il diritto internazionale) difesa dal Paese nordamericano e, dall’altro il bolivarismo venezuelano e la Diplomazia Bolivariana di Pace. Dialogo Caracas – Washington su energia, commercio e cooperazione economica, ma al servizio del popolo venezuelano Sebbene si debba ammettere che da 18 trimestri consecutivi il Venezuela, guidato dal governo socialista bolivariano di Nicolas Maduro fosse in crescita economica – diventando il primo Paese in crescita in Sudamerica nel 2025 – e che la Legge di Bilancio 2026 (presentata dalla stessa Delcy Rodriguez, in qualità di vicepresidente) aveva già previsto un futuro investimento del 77,8% del bilancio in piani sociali, l’aggressione USA del 3 gennaio ha scombussolato i piani del governo bolivariano.  Rodríguez, garantendo la continuità con il governo Maduro, soprattutto per quanto riguarda il Programma di Ripresa Economica del 2018, ha dichiarato: “Ratifichiamo pienamente il programma di ripresa economica , prosperità e crescita presentato al Paese dal Presidente Nicolás Maduro nel 2018, che ci ha permesso di essere dove siamo; che ha permesso all’economia venezuelana di essere un’economia leader nella crescita in America Latina”. Con l’avvio degli attuali dialoghi con gli USA, Rodriguez ha rivelato al pubblico che Caracas e Washington stanno “affrontando questioni di energia, commercio e cooperazione economica in vari modi”, sebbene abbia sottolineato che “questa agenda economica deve essere al servizio del popolo venezuelano”, in conformità con le linee guida definite dal presidente Nicolás Maduro.    Delcy Rodríguez saluta un membro del Consiglio Nazionale per l’Economia Produttiva. Caracas, 16 gennaio 2026.Ufficio stampa presidenziale venezuelano Il modello, ha spiegato, si basa sulla produzione nazionale di cibo, manufatti, medicinali e altri beni strategici, attraverso un’alleanza tra il settore pubblico e gli enti privati. Ha inoltre riferito che sono stati implementati programmi di assistenza sociale, sottolineandone l’importanza nel fornire  supporto psicologico e alimentare alla popolazione di fronte all’impatto dell’attacco di Washington (2). In questo modo, ha sostenuto, ci si aspetta che “i nuovi investimenti che potrebbero arrivare nel Paese saranno volti a potenziare i processi produttivi nazionali attorno a ciò che si produce in Venezuela “, perché questa espressione di sovranità ha permesso “di superare le gravi condizioni generate dal blocco criminale” degli Stati Uniti.  Quest’anno si prevedono maggiori risultati, investimenti e benessere per il popolo venezuelano, ha assicurato la presidente ad interim della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Delcy Rodríguez, attraverso i suoi social media: “Nel 2025, la nostra industria degli idrocarburi e i 14 motori dell’economia hanno registrato una performance straordinaria e quest’anno si prevedono risultati, investimenti e benessere ancora maggiori per la nostra gente”. Ha inoltre sottolineato che, dopo il Primo Consiglio Nazionale dell’Economia Produttiva del 2026 (3), ha ascoltato attentamente i rappresentanti dei vari settori produttivi del Paese e che questi hanno presentato la tabella di marcia che guiderà il cammino di crescita economica a beneficio dei venezuelani. Ogni centesimo ricevuto e investito dai fondi sovrani verrà reso noto Per quanto riguarda i ricavi che il Paese otterrà dalla vendita del suo petrolio greggio, Rodriguez ha sottolineato che saranno destinati a “due fondi sovrani”, uno destinato a “migliorare il reddito dei lavoratori “ e un altro a migliorare le infrastrutture e i servizi.  La presidente vicaria ha ribadito che i due fondi sociali sovrani, recentemente annunciati, avranno lo scopo di “equilibrare le disuguaglianze”. Lo ha annunciato sabato durante una giornata di assistenza completa nell’agglomerato urbano di Ciudad Tiuna, i cui spazi sono stati colpiti dall’attacco militare perpetrato dagli Stati Uniti (USA) contro il Venezuela. “Abbiamo creato due fondi sociali. Questa settimana lavoreremo con il Consiglio dei Ministri dell’Economia e il Consiglio dei Servizi Pubblici. Il primo fondo sovrano sarà destinato alla protezione sociale; qualsiasi reddito derivante dalla produzione di petrolio e gas andrà direttamente a sostenere il reddito dei nostri lavoratori, i programmi sanitari, la sicurezza alimentare, l’istruzione e l’edilizia abitativa. Il secondo fondo sovrano sarà destinato ai servizi pubblici, alle infrastrutture, all’acqua, al gas, all’elettricità e alle strade” – ha sottolineato, sottolineando anche che il governo nazionale riferirà su ogni centesimo che entra e viene investito dai due fondi sovrani. “Quello che vogliamo è che queste valute estere siano destinate allo sviluppo economico e sociale del Venezuela attraverso la creazione dei fondi sovrani che ho annunciato ieri […]. Le entrate petrolifere devono essere per tutto il Venezuela e per tutto il popolo venezuelano , in tutte le sue circostanze” – ha sottolineato .  A sostegno della sua tesi, ha spiegato che un aumento del reddito dei lavoratori ha un impatto positivo sui consumi – e quindi sui settori industriale e commerciale – mentre la rivitalizzazione economica consentirà “la sostituzione strategica delle importazioni” e l’aumento delle casse pubbliche attraverso la “riscossione delle imposte”, nell’interesse di “colmare i divari fiscali”.  “Nessuno impazzisca qui , perché il piano di diversificazione della nostra economia lontano dalle entrate petrolifere deve proseguire, e questo Consiglio economico nazionale deve diventare il motore affinché le piattaforme industriali abbiano accesso al credito, affinché i settori economici abbiano accesso al credito, affinché i comuni, attraverso consultazioni popolari, abbiano la garanzia di un sostegno finanziario per gli imprenditori […], affinché il credito diventi un motore dell’apparato produttivo del Venezuela” – ha aggiunto.  Il popolo venezuelano rimanga unito contro l’estremismo golpista Sabato 17 gennaio 2026, la presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, ha esortato i venezuelani a restare uniti, sottolineando che “l’estremismo sta lavorando” per dividere il popolo venezuelano. “L’appello è a restare uniti. Il nemico è all’opera, sia il nemico esterno che l’estremismo interno; stanno lavorando per dividere il nostro popolo, e la migliore risposta è la calma, la pazienza e la prudenza strategica ” – ha affermato durante una visita alla comune di Heroínas de la Patria a Fuerte Tiuna, uno dei quartieri colpiti dall’aggressione statunitense del 3 gennaio 2026, culminata nel sequestro del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores (1). Rodríguez ha affermato che il Paese sudamericano è la “terra dei liberatori” e ha quindi esortato “il popolo di Simón Bolívar a continuare a fornire esempi storici di superamento delle difficoltà “. “Che nulla ci abbatta, nulla ci sconfigga e che quello spirito, lo spirito di Bolívar, che era uno spirito vittorioso e indistruttibile, sia lo spirito del Venezuela di oggi”, ha aggiunto. La presidente ad interim ha ribadito il suo appello, chiedendo il rilascio di Maduro e Flores. “È la volontà del popolo venezuelano: che il presidente Maduro torni, che la primera combatiente torni” – ha affermato. La centralità della Diplomazia Bolivariana di Pace nel dialogo Fin da subito, il fatto che Delcy Rodriguez sia stata propensa al dialogo con gli USA da un lato ha creato scetticismo nel movimento in solidarietà internazionale alla Rivoluzione Bolivariana, mentre dall’altro è stato usato proprio dai peggiori anti-chavisti (sia dentro sia fuori il Venezuela) al fine di dare un immagine cedevole del suo attuale governo, come se fosse pronto a “piegarsi al volere degli USA” (spesso diffondendola con fake news e notizie distorte). Cavalcare questa narrazione ha uno scopo, da parte del sistema mediatico occidentale e del suo establishment: frammentare ancora di più il movimento in solidarietà alla Rivoluzione Bolivariana facendo leva su uno scetticismo emotivo e non ragionato. Rodriguez è sostenuta dalla base chavista ed è sostenuta dal 91% dei venezuelani godendo di stima, oltre che di territorialità, cosa di cui pochi capi di stato godono. Come ha ribadito recentemente Rodriguez, la Diplomazia Bolivariana di Pace – ossia la “filosofia del dialogo” con chiunque – è parte delle grandi innovazioni umanistiche della Rivoluzione Bolivariana che ha segnato una svolta in politica estera rispetto ai governi pre-chavisti in Venezuale, oltre che ha segnare un esempio per chiunque in ambito esterno uscendo dalle logiche dell’unilateralismo ed aprendo al multipolarismo. Lo strumento diplomatico usato come prevenzione esclusiva ai conflitti militari, diplomatici, economici e geopolitici. Questo è lo strumento che è applicato ora dal governo bolivariano nel dialogo con Washington. Diosdado Cabello Rondón, segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), il 13 ottobre 2025 ha espresso la sua posizione quando era stato consultato in merito alla convocazione di una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite promossa dal Paese nei giorni precedenti. Cabello aveva sottolineato che “il Venezuela utilizza tutti i meccanismi diplomatici per evitare sempre qualsiasi conflitto, non solo nel territorio venezuelano, ma in qualsiasi parte del mondo. Il Venezuela si è sempre caratterizzato, durante la rivoluzione, per avere una diplomazia di pace”, e ha esortato le persone a ricordare “come i diplomatici venezuelani sono stati utilizzati in passato, ad esempio in El Salvador, dove gli squadroni della morte sono stati creati dall’ambasciata venezuelana”. Ha ricordato: “Quando Luis Herrera Campins era presidente, negli anni ’70 e ’80 c’erano gli squadroni della morte; persone che non avevano scrupoli di alcun tipo e usavano il corpo diplomatico per creare squadroni della morte insieme alla CIA, per assassinare figure religiose, leader popolari e leader sindacali. Con il Comandante Chávez siamo entrati in una nuova fase; prima di non ingerenza, ma anche di una diplomazia di pace, dove il nostro attuale presidente Nicolás Maduro ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri per sette anni. È una scuola. Abbiamo presentato il nostro Paese come una forza di pace davanti a tutti gli organismi competenti” – ha concluso. Oggi, più che mai, il governo bolivariano guidato dalla Presidente vicaria Delcy Rodriguez è questo: governare dialogando in pace per la pace senza dimenticare la sovranità del proprio Paese e il diritto all’autodeterminazione dei popoli.   (1) Con il pretesto di combattere il narcoterrorismo, il 3 gennaio gli Stati Uniti  hanno lanciato  una massiccia aggressione militare in territorio venezuelano (1), colpendo Caracas e gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. L’operazione si è conclusa con il rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, che sono stati condotti a New York. Le aree prese di mira erano di interesse militare, ospitavano sistemi di difesa aerea e infrastrutture di comunicazione, sebbene anche le aree urbane siano state colpite e vi siano state vittime civili. Caracas ha descritto le azioni di Washington come una ” aggressione militare molto grave ” e  ha avvertito  che l’obiettivo degli attacchi “non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare del petrolio e dei minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l’indipendenza politica della nazione”. Molti Paesi in tutto il mondo, tra cui Russia e Cina,  hanno chiesto  il rilascio di Maduro e di sua moglie. (2) Il Ministero degli Esteri russo  ha sottolineato  che al Venezuela deve essere garantito il diritto di decidere autonomamente del proprio destino, senza alcuna ingerenza esterna. Secondo il Ministero degli Interni, della Giustizia e della Pace del Venezuela, nell’attacco  sono morte almeno 100 persone , tra cui 32 cubani appartenenti alla squadra di sicurezza che proteggeva Maduro. (3) incontro con i leader aziendali nazionali, pubblici e privati, per coordinare e promuovere gli investimenti nel Paese.   Fonti: https://actualidad.rt.com/actualidad/582571-delcy-rodriguez-no-tener-miedo-relaciones-eeuu https://actualidad.rt.com/actualidad/582706-extremismo-trabaja-delcy-rodriguez-llama-union   Lorenzo Poli
Venezuela, governo bolivariano smentisce “fake news” sulla presunta decorazione del capo della CIA
È stata diffusa la prima fotografia ufficiale dell’incontro tra il direttore della Cia, John Ratcliffe, e la presidente vicaria del Venezuela, Delcy Rodríguez, svoltosi ieri a Caracas. L’immagine è stata fornita direttamente dalla principale agenzia di intelligence degli Stati Uniti a numerosi media internazionali, confermando visivamente il meeting di alto livello già riportato dal New York Times. Nella foto, Ratcliffe e Rodríguez si scambiano una stretta di mano all’inizio dell’incontro, un gesto che sottolinea la rilevanza simbolica del contatto tra Washington e la leadership bolivariana dopo il recente intervento degli Stati Uniti nel Paese sudamericano per catturare il presidente de facto Nicolás Maduro. La diffusione dell’immagine da parte della Cia viene letta come un segnale di trasparenza e come una conferma del dialogo in corso tra i due Paesi, in una fase di possibili cambiamenti nelle relazioni bilaterali. Non si tratta di cedimenti del governo bolivariano, ma bensì della prosecuzione di quella che è da sempre chiamata Diplomazia Bolivariana di Pace, a cui ha sempre fatto riferimento Hugo Chavez, Nicolas Maduro e a cui si è appellata recentemente anche Delcy Rodriguez. Parallelamente a questa fotografia è circolata una foto in cui Delcy Rodriguez addirittura decorerebbere con onori militari il capo della CIA John Ratcliffe. Il governo bolivariano smentisce categoricamente le informazioni che circolano sui social media, secondo cui la presidente in carica, Delcy Rodríguez, avrebbe conferito onorificenze ad agenzie di intelligence straniere. “Neghiamo categoricamente le informazioni malevole che circolano sui social media riguardo a una presunta decorazione con onore per agenzie di intelligence straniere” – ha riportato una pubblicazione di X de Miraflores Al Momento. L’immagine circolata sui social media, come si può vedere, mostra una presunta decorazione militare per il direttore della Central Intelligence Agency (CIA), John Ratcliffe, da parte di Delcy Rodriguez, ma si tratta di un falso creato da intelligenza artificiale. Lorenzo Poli
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale
Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale  Nel nuovo scenario internazionale, segnato dal ritorno della guerra, dall’indebolimento del multilateralismo e dalla crisi del diritto internazionale, la questione saharawi continua a rappresentare uno dei casi più emblematici di diritto negato. A ribadirlo è stato il convegno “Il diritto negato. La questione saharawi nel nuovo scenario internazionale”, svoltosi il 16 gennaio nella Sala Pilade Biondi del Palazzo comunale di Sesto Fiorentino, città che da oltre quarant’anni mantiene un legame politico, istituzionale e umano con il popolo saharawi. Ad aprire l’incontro sono stati i saluti istituzionali della vicesindaca facente funzione Claudia Pecchioli, che ha ricordato come Sesto Fiorentino abbia scelto di avviare proprio da qui il progetto “Coltivare Salute”, finanziato dal Ministero della Cooperazione e rivolto ai campi profughi saharawi. Una scelta non casuale, ma radicata in una storia di solidarietà che affonda le sue radici nel gemellaggio con la wilaya di Mahbes, attivo dal 1984. Pecchioli ha sottolineato il ruolo che le amministrazioni locali possono ancora svolgere nel mantenere viva l’attenzione su una causa spesso marginalizzata, riaffermando la necessità di difendere il principio di autodeterminazione dei popoli in un contesto globale in cui il diritto internazionale viene sempre più spesso sacrificato alle logiche di potere e di convenienza geopolitica. Su questa linea si è inserito l’intervento di Irene Falchini, consigliera delegata alla cooperazione internazionale, che ha inquadrato il tema della serata come una vera e propria affermazione politica: parlare oggi di Sahara Occidentale significa confrontarsi con un mutamento profondo degli equilibri internazionali. A partire dal 2020, con gli accordi di Abramo, la causa saharawi è stata progressivamente compressa dentro dinamiche di scambio diplomatico che hanno ulteriormente indebolito il percorso verso il referendum di autodeterminazione previsto dalle Nazioni Unite. Falchini ha ricordato come, nonostante il passare di quasi cinquant’anni dalla proclamazione della Repubblica Araba Saharawi Democratica, quel diritto resti ancora inattuato, mentre la “legge del più forte” sembra dettare le regole delle relazioni internazionali. Richiamando le parole pronunciate nel 1984 dall’allora sindaco Ennio Marini, Falchini ha ribadito il valore di una cooperazione intesa come scambio, costruzione di cultura di pace e responsabilità condivisa tra comunità. Il tema della cooperazione come pratica politica e non solo tecnica è stato approfondito da Stefano Fusi, responsabile dei progetti di cooperazione sanitaria dell’ASL Toscana Centro. Fusi ha messo in guardia da una visione riduttiva della cooperazione, intesa come semplice realizzazione di progetti, sottolineando invece la necessità di relazioni paritarie, reciprocità e comprensione delle cause strutturali delle disuguaglianze. In questo quadro si inseriscono le esperienze di cooperazione sanitaria nei campi profughi, dai progetti sulla sicurezza alimentare e sul benessere animale fino alle più recenti iniziative di contrasto al diabete, una patologia particolarmente diffusa in un contesto segnato dalla dipendenza dagli aiuti alimentari internazionali. I risultati ottenuti, soprattutto nel miglioramento delle condizioni di salute di centinaia di persone, dimostrano l’efficacia di interventi che valorizzano il personale sanitario locale e rafforzano le istituzioni saharawi. Ma Fusi ha anche sottolineato come questi progetti non possano prescindere da una presa di posizione politica chiara da parte delle istituzioni europee, chiamate a non essere complici di una situazione di occupazione e negazione dei diritti. Lo sguardo storico è stato offerto da Valeria Galimi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, che ha definito il Sahara Occidentale come uno dei casi più evidenti di decolonizzazione incompiuta nello spazio mediterraneo. La fine del dominio coloniale spagnolo non ha prodotto l’autodeterminazione del popolo saharawi, ma ha congelato la questione dentro nuovi rapporti di forza, svuotando progressivamente di efficacia il diritto internazionale. Galimi ha evidenziato la contraddizione dell’Unione Europea, che continua a richiamarsi formalmente ai principi del diritto internazionale mentre, nella pratica, integra il Sahara Occidentale in accordi economici e strategici con il Marocco, senza affrontarne lo status giuridico. Particolare rilievo è stato dato alla svolta rappresentata dagli accordi di Abramo e al ruolo della Francia, che con il recente sostegno del presidente Macron al piano marocchino di autonomia ha contribuito ad allontanarsi ulteriormente dal lessico dell’autodeterminazione. In questo contesto, la mobilitazione dal basso e l’impegno delle amministrazioni locali emergono come uno dei pochi argini alla marginalizzazione della causa saharawi. Su questo terreno si è collocato l’intervento di Matilde Miniati, dottoranda all’Università di Bologna, che ha illustrato una ricerca dedicata alla storia dei movimenti di solidarietà internazionale con il Sahara Occidentale, in particolare in Italia e Spagna tra gli anni Ottanta e Novanta. Miniati ha evidenziato come, a fronte di una risposta politica spesso insufficiente, siano stati proprio i movimenti dal basso, le associazioni e i gemellaggi tra enti locali a costruire una rete di solidarietà efficace e duratura. Un’esperienza nata in modo frammentario, ma capace nel tempo di strutturarsi e di incidere concretamente sulla vita dei campi profughi, colmando anche un vuoto nella produzione accademica, ancora oggi sorprendentemente scarsa su questi temi.   Il cuore politico ed emotivo dell’incontro è stato l’intervento di Fatima Mafbud, rappresentante della RASD in Italia, che ha restituito il punto di vista saharawi su un diritto internazionale percepito come applicato in modo selettivo. Fatima Mafbud ha denunciato la frattura tra le sentenze delle corti internazionali, che riconoscono il diritto del popolo saharawi alla propria terra, e una politica internazionale che tende a rendere invisibile quel diritto, svuotandolo di speranza. In un mondo in cui le guerre si combattono anche cancellando la visibilità dei popoli, i saharawi continuano a rivendicare il ruolo del diritto internazionale e a partecipare ai negoziati, pur nella consapevolezza delle profonde asimmetrie di potere. Fondamentale, in questo quadro, resta il sostegno delle reti di solidarietà e delle istituzioni locali, capaci di mantenere vivo un legame umano e politico che contrasta l’isolamento. A chiudere i lavori è stato Sandro Volpe, presidente dell’Associazione Ban Slout Larbi, che ha restituito il senso profondo di un impegno costruito nel tempo attraverso scuole, associazioni, parrocchie e luoghi di socialità. Un impegno che non si limita alla solidarietà verso il popolo saharawi, ma interroga il significato stesso di umanità e responsabilità collettiva. Investire nella formazione, nella memoria e nella trasmissione di questi valori alle nuove generazioni è apparso come un modo per continuare a “muovere quel masso pesantissimo” rappresentato da cinquant’anni di ingiustizia. Il convegno di Sesto Fiorentino ha così ribadito che la questione saharawi non è una vicenda lontana o marginale, ma un banco di prova per la credibilità del diritto internazionale e per la coerenza delle democrazie europee. Un diritto negato non per mancanza di norme, ma per mancanza di volontà politica. Locandina Convegno Saharawi il diritto negato La sindaca Claudia Pecchioli e la consigliera Irene Falchini Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Claudia Pecchioli Intervento di Irene Falchini Intervento di Stefano Fusi Intervento di Valeria Galimi Intervento di Matilde Miniati Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Fatima Mafbud Intervento di Sandro Volpe Intervento della sindaca Claudia Pecchioli e Intervento di Irene Falchini intervento di Matilde Miniati Intervento di Stefano Fusi Foto di Paolo Mazzinghi Paolo Mazzinghi
Cuba, Diaz Chanel: “Non stiamo intraprendendo colloqui con il governo USA”
“Non ci sono colloqui con il governo degli Stati Uniti, fatta eccezione per contatti tecnici in materia di migrazione.” – lo riferisce il 12 gennaio 2026, in un post su X, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito e Presidente della Repubblica di Cuba, in risposta alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Usa, Donald Trump, a bordo dell’Air Force One in cui ha affermato che Washington ha già avviato “conversazioni” con L’Avana. “Siamo sempre stati disposti a impegnarci in un dialogo serio e responsabile con le diverse amministrazioni statunitensi, inclusa quella attuale, sulla base dell’uguaglianza sovrana, del rispetto reciproco, dei principi del diritto internazionale, del reciproco vantaggio senza interferenze negli affari interni e nel pieno rispetto della nostra indipendenza. L’origine e l’inasprimento estremo del blocco non hanno nulla a che fare con i cubani residenti negli Stati Uniti, spinti lì da questa politica fallimentare e dai privilegi della la Ley de Ajuste Cubano. Ora sono vittime del cambiamento nelle politiche sui migranti e del tradimento dei politici di Miami. Esistono accordi bilaterali in materia di migrazione che Cuba rispetta scrupolosamente. Come dimostra la storia, affinché le relazioni tra Stati Uniti e Cuba possano progredire, devono basarsi sul diritto internazionale anziché su ostilità, minacce e coercizione economica.” In precedenza Trump aveva “suggerito” al governo cubano di raggiungere un accordo con lui “prima che sia troppo tardi”, un’affermazione a cui sempre Díaz-Canel aveva ribattuto dichiarando che “nessuno ci dice quello che dobbiamo fare”. https://it.granma.cu/cuba/2026-01-14/non-esistono-conversazioni-con-il-governo-degli-usa-salvo-contatti-tecnici-nellambito-migratorio Lorenzo Poli
Russia non dimentica Maduro, Maria Zakharova: “Il Presidente Nicolás Maduro gode di immunità assoluta”
In conformità con una norma di diritto internazionale universalmente riconosciuta, basata sul principio di uguaglianza sovrana degli Stati, Nicolás Maduro, in qualità di Capo di Stato, gode di immunità assoluta dalla giurisdizione degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Stato diverso dal Venezuela. Pertanto, anche tralasciando la questione dell’uso illegale della forza armata – un aspetto che abbiamo già discusso in dettaglio – il fatto stesso del suo rapimento e della sua detenzione costituisce una flagrante violazione degli obblighi internazionali degli Stati Uniti. Altrettanto illegali saranno le decisioni giudiziarie adottate, a meno che un tribunale statunitense non richiami il diritto internazionale e ordini il suo rilascio – non posso nemmeno dire “del detenuto”: si tratta di una persona rapita. Persino Reuters non usa più l’espressione “invitato negli Stati Uniti”, ma piuttosto “catturato”, sebbene in realtà sia stato catturato e rapito. Le argomentazioni secondo cui Nicolás Maduro avrebbe cessato di svolgere le sue funzioni presidenziali e, di conseguenza, avrebbe perso la sua immunità non possono essere prese in considerazione. La sua rimozione dall’incarico è stata il risultato di un’operazione armata illegale condotta dagli stessi Stati Uniti. Non esistevano sanzioni ai sensi del diritto internazionale, come quelle imposte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Esistono norme internazionali chiaramente stabilite, e nessuna di esse è stata applicata in questo caso. Di conseguenza, queste azioni sono illegali. Propongo pertanto di considerare la questione da una prospettiva giuridica, non da un punto di vista puramente congetturale. (da Viva Cuba Libre) Redazione Italia