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Gli investimenti in armi. Il figlio di Trump
La rivista telematica ‘Settimana’ ( vedi il loro sito https://www.settimananews.it/ ) ha pubblicato nei giorni scorsi questo importante approfondimento di Gianni Alioti, attivista e ricercatore di «The Weapon Watch», Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei. Alioti risponde alle domande di ‘Settimana’ sui programmi di riarmo e sull’intreccio tra produzione, finanza e politica. L’intervista è a cura di Giordano Cavallari. Gianni, perché si è detto che è iniziato il «superciclo della difesa»? Si parla di «superciclo della difesa» perché, dall’invasione russa dell’Ucraina, i mercati finanziari hanno iniziato a spostare migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, specie europea, investendo nelle guerre e nelle politiche di riarmo degli Stati. Solo per fare due esempi, la tedesca Rheinmetall e l’italiana Leonardo hanno visto crescere il loro valore azionario in Borsa negli ultimi 4 anni, dal febbraio 2022 al febbraio 2026, rispettivamente del 1.722% e dell’866%. Si tratta di crescite record, non tanto per ragioni aziendali, quanto per investimenti finanziari record nell’industria militare. La corsa dei listini prosegue in questi giorni senza sosta, spinta dalle ulteriori tensioni geopolitiche in Medio-Oriente, oltre che dalla decisione politica dell’Europa di riarmarsi e preparare la guerra con la Russia. In breve, intorno al riarmo, gira una montagna di soldi pubblici e privati. Come interviene la grande finanza nell’industria delle armi? La grande finanza, attraverso i maggiori fondi istituzionali mondiali – Vanguard, Capital Group, Black Rock, Wellington Management e Fidelity Investments e altri –, interviene sia spostando ingenti risorse sui listini dei fabbricanti d’armi quotati in Borsa, sia detenendo importanti quote azionarie delle principali aziende del settore. Beneficiando in questo modo, sia dell’andamento dei titoli in Borsa, sia dei ricchi dividendi concessi negli ultimi anni agli azionisti. (…) Come ha scritto Alessandro Volpi, docente all’Università di Pisa, «una manciata di grandi fondi americani – BlackRock, Vanguard, State Street – controlla una quota enorme del risparmio mondiale. Significa che una parte decisiva delle scelte economiche globali dipende da questi soggetti, capaci di decidere dove far scorrere i capitali, influenzando così i mercati, i governi e le politiche industriali». Una straordinaria occasione di guadagno offerta dall’aumento folle delle spese militari. Quali sono le principali Società per azioni mondiali produttrici di armi? Da chi sono finanziate e quindi orientate? Le prime 5 aziende al mondo per fatturato militare – Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, Boeing, General Dynamics – sono tutte «made in USA» e grandi appaltatrici del Pentagono, e sono controllate dai colossi americani della finanza come Vanguard, Capital Group, Black Rock, Wellington Management e Fidelity Investments. Gli stessi fondi istituzionali – a cui possiamo aggiungere Goldman Sachs, State Street, Invesco e altri – sono pure tra i più importanti azionisti dell’italiana Leonardo, della trans-europea Airbus, delle francesi Thales e Dassault, della spagnola Indra Sistemas, ma anche della tedesca Rheinmetall, della britannica BAE Systems e dell’ucraina JSC. È difficile immaginare che, in quanto azionisti, questi fondi non abbiano influenza sulle politiche aziendali: dalle logiche di investimento alle scelte produttive, dagli accordi industriali a quelli commerciali. L’industria militare, con i sussidi e le ricche commesse garantite dagli Stati, i prezzi dei sistemi d’arma sempre crescenti e i facili profitti, è sicuramente in questa fase il terreno privilegiato della finanza. La Leonardo è «italiana»? Cosa sappiamo della sua partecipazione azionaria? La Leonardo è controllata dallo Stato italiano, tramite il Ministero dell’Economia e della Finanza che detiene il 30,2% delle azioni. Uno 0,5% delle azioni è detenuto dalla stessa Leonardo, mentre il resto è in mano a investitori individuali per il 18,5%, e a investitori istituzionali per il 50,8%: tra questi ultimi troviamo BlackRock, Vanguard, Orbis, Mackenzie Europe, State Street e Temasek. L’insieme di queste azioni, ripartite per area geografica, vede il predominio degli USA con il 57,4%, seguiti dal Regno Unito con il 15,7%; seguono l’Italia con il 5,1%, la Francia con il 3,9%, il resto d’Europa con l’8,4% e il resto del mondo con il 9,5%. Tra gli investitori istituzionali in Leonardo il più importante è BlackRock guidato da Larry Fink, che gestisce oltre 10mila miliardi di dollari di asset su scala globale. In Italia detiene il 7% del capitale di Unicredit e il 5% di Intesa San Paolo (le due principali «banche armate» italiane) oltre che partecipazioni in Eni, Enel, Generali, Mediobanca, Ferrari, Banco Bpm, Prysmian, Moncler… L’assenso, nel 2024, dell’amministratore delegato Roberto Cingolani e del Governo italiano all’aumento della quota azionaria di BlackRock in Leonardo – oltre il limite stabilito del 3% – non può essere letto esclusivamente in chiave finanziaria ma, senz’altro, in ottica strategica. Gli apparati finanziari del capitalismo americano stanno evidentemente puntando di nuovo sull’Italia, Paese da blindare quale alleato a tutto campo degli Stati Uniti. Leonardo, in quest’ottica, è doppiamente determinante, perché azienda coinvolta, tramite la partecipazione al programma F-35 e alla missione Artemis per la corsa alla Luna, nella strategia securitaria e tecnologica degli USA. Al contempo, Leonardo è presente negli USA con 7.782 occupati (fine 2024), direttamente e tramite la controllata Leonardo DRS. Inoltre, ha in corso importanti alleanze strategiche con aziende statunitensi: la Boeing in campo aeronautico e la Sierra Nevada Corporation nell’elettronica per la difesa. Perché il 2030 viene indicato in Europa come anno-traguardo del riarmo? Il 2030 viene indicato come l’anno entro il quale dobbiamo prepararci a una guerra contro la Russia: è il refrain con cui le nomenclature che governano la UE e la NATO, assecondati dai governi dei paesi europei, cercano di convincere le opinioni pubbliche refrattarie al riarmo della necessità di spendere in campo militare una montagna di soldi pubblici, nonostante le priorità per le persone e per le famiglie – oltre che per il benessere dell’economia e dell’industria – siano ben altre. Papa Francesco e papa Leone hanno denunciato l’intreccio tra affari, industria delle armi e guerre: hanno detto il «vero»? Faccio solo un esempio recente, del tutto oscurato dai media italiani. Il figlio del presidente Trump, Eric, ha investito 1,5 miliardi di dollari per un accordo di fusione tra la israeliana XTEND e la statunitense JFB Construction Holdings. La nuova entità che prenderà il nome di XTEND AI Robotics sarà quotata al Nasdaq, l’indice dei principali titoli tecnologici. L’azienda israeliana, che pubblicizza i propri prodotti come «testati in battaglia a Gaza», è specializzata nel rendere più economico uccidere persone tramite droni guidati da intelligenza artificiale e da sistemi operativi robotici. Mentre suo padre, il presidente degli USA Trump, ha scatenato una nuova guerra su vasta scala contro l’Iran, l’investimento di Eric va ad arricchire le casse della famiglia. Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
Basta silenzio. Restiamo umani
Ormai da qualche mese un gruppo di lavoratori di Leonardo Torino si trova accomunato dal malessere, dall’incredulità, dallo sconcerto e dall’orrore per la violenza che la popolazione civile palestinese continua a subire nonostante il 17 novembre scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite abbia adottato il piano americano per Gaza che, di fatto, non ha però fermato né il genocidio dei Gazawi né le dinamiche oppressive e colonialiste in Cisgiordania. I lavoratori stanno vivendo sulla loro pelle un ulteriore disagio, rappresentato dall’implicita connivenza tra l’industria tecnologica in cui lavorano e una politica globale fattasi sempre più sbilanciata dalla parte israeliana e sempre meno attenta alla vita dei palestinesi. Nei mesi scorsi hanno sottoposto queste tematiche all’attenzione delle RSU di Sito, allo scopo di sensibilizzare altri lavoratori, allo scopo di fare massa critica e di contribuire a rendere più rilevante la forza dei movimenti d’opposizione alla politica di Israele e alle lobby che la sostengono. In più occasioni come Lavoratori dipendenti Leonardo hanno subito la condanna del mondo civile, sia in contesti privati, sia nella loro stessa realtà lavorativa, dove sono arrivate manifestazioni di protesta e si sono anche verificati episodi di dileggio, insulti e di danneggiamento a mezzi privati di lavoratori. Hanno ascoltato con attenzione le parole del loro Amministratore Delegato, che si è esposto pubblicamente in alcuni interventi chiarificatori a difesa dei dipendenti e delle politiche aziendali, citando come fondamento la Legge 185 del 1990, legge che, secondo lui, affrancherebbe Leonardo da qualsiasi ombra di complicità con la politica criminale di Israele. Studiando e vagliando le fonti pubblicamente accessibili, hanno però appreso che in realtà sono molte le omissioni circa il reale coinvolgimento di Israele nelle strategie industriali Europee, Nazionali e di Leonardo stessa; in effetti le possibilità di aggirare le leggi vigenti sono piuttosto consistenti e all’ordine del giorno. In questo contesto, unitamente ai gruppi di lavoratori di Caselle, Nerviano e Grottaglie, vogliono far presenti le seguenti principali criticità: totale, immotivato, silenzio sulla questione palestinese all’interno delle sedi di lavoro; totale assenza, a questo proposito, di incontri informativi, assemblee sindacali o iniziative solidali all’interno delle stesse; totale omissione della questione etico-morale sulle continue collaborazioni con uno Stato platealmente riconosciuto come criminale dalla Corte internazionale dei diritti umani; totale mancanza di informazione (per quanto chiaramente contemplata dai vincoli sul need-to-know) su chi siano gli attori coinvolti all’interno delle forniture dei loro prodotti e non solo sul destinatario finale; netta propensione a convertire tutti i settori strategici ad esclusiva finalità militare, accantonando così la possibilità di convogliare studi e tecnologie verso un ambito civile, proprio in un’epoca dove il nostro pianeta assiste a drammatici cambiamenti ambientali. Alla luce dei molti documenti pubblici, consultabili anche online, che riportano gli accordi associativi tra Leonardo e Paesi o soggetti riconosciuti come criminali, c’è un’ulteriore punto, molto importante per gli stessi lavoratori, legato ai rischi relativi alla loro posizione legale. Per tali motivi, chiedono a gran voce che queste criticità vengano affrontate quanto prima, con serietà e autorevolezza attraverso il dialogo, attraverso assemblee indette dalle R.S.U. di Sito, attraverso incontri costruttivi e azioni concrete che possano favorire una reale comprensione reciproca e il superamento delle problematiche in modo efficace e condiviso, promuovendo soluzioni finalmente durature. LaResistenzaèlanostraforza,laGiustiziailnostroobiettivo. Torino, 12/02/2026 Gruppo Lavoratori Leonardo Torino Redazione Torino
March 2, 2026
Pressenza
Monarchici, unità nazionale e futuro dell’Iran
Tre anni fa iniziava la rivolta di “Donna, Vita, Libertà”, scatenata dall’uccisione della giovane e innocente Jina Amini e dalla mobilitazione immediata del popolo del Kurdistan orientale. Dallo slogan gridato nel cimitero fino alla diffusione delle proteste in decine di città iraniane, l’Iran è stato attraversato da manifestazioni di massa. Le strade del Paese hanno visto centinaia di uccisioni da parte dei pasdaran e delle forze legate al regime islamico. Nonostante la repressione violenta, la censura di internet e il tentativo di impedire la diffusione delle notizie, questa rivolta ha prodotto profondi cambiamenti nella società iraniana e ha mostrato un nuovo volto della lotta in Kurdistan. Negli ultimi mesi, inoltre, nuove proteste di carattere economico contro il caro vita, la povertà e la scarsità di beni essenziali hanno riportato le persone in piazza. Anche in queste occasioni la risposta del regime è stata la repressione indiscriminata. Tutto ciò ha messo in evidenza la debolezza strutturale del sistema e la paura crescente di un suo possibile crollo. In questo contesto, la scorsa domenica è stata annunciata ufficialmente la “Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Orientale in Iran”, un’alleanza tra i principali partiti del Kurdistan orientale: * il Partito Democratico del Kurdistan dell’Iran • il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK) • l’Organizzazione della Lotta del Kurdistan dell’Iran • il Partito della Libertà del Kurdistan • Komala dei Lavoratori del Kurdistan Questa nuova alleanza nasce con l’obiettivo di unificare la lotta contro il regime iraniano, realizzare il diritto all’autodeterminazione e promuovere, in prospettiva futura, un sistema democratico e decentralizzato. L’accordo è il risultato di una serie di colloqui volti a superare la frammentazione delle forze di opposizione in una fase particolarmente delicata. L’obiettivo principale è la costruzione di una struttura politica fondata sulla volontà del popolo kurdo e su principi chiari: convivenza democratica, diritti dei popoli, diritti delle donne ed ecologia. Peyman Viyan, co-presidente del PJAK, in un’intervista all’agenzia Rojnews, ha dichiarato che il Kurdistan orientale è pronto a ogni eventualità e che l’alleanza è stata costruita sulla base della fiducia reciproca e della convinzione politica, non per necessità o costrizione. I kurdi, come dimostra la loro storia, hanno sempre portato avanti una lotta politica organizzata per la pace, la democrazia e i diritti. Anche prima dell’attuale Repubblica Islamica, durante il periodo dello Scià, esistevano partiti kurdi che si opponevano alla dittatura. Oggi, di fronte alla prospettiva di un cambiamento politico in Iran, vogliono farsi trovare pronti con un progetto chiaro per il “dopo”. In seguito all’annuncio della coalizione, Reza Pahlavi, figlio dell’ex Scià deposto, ha diffuso un comunicato in cui ha criticato duramente l’iniziativa kurda, ribadendo che l’integrità territoriale dell’Iran è una “linea rossa” non negoziabile e affermando che un futuro esercito iraniano dovrebbe adempiere al proprio “dovere nazionale e patriottico” contro i separatisti. Le sue parole hanno suscitato forti reazioni, soprattutto tra le forze politiche kurde, che hanno interpretato tali dichiarazioni come una minaccia. Alla dichiarazione di Pahlavi ha risposto Abdullah Mohtadi, segretario generale di Komala del Kurdistan dell’Iran. Mohtadi ha affermato che minacciare la repressione dei kurdi sotto il pretesto del separatismo non favorisce l’unità del popolo iraniano, ma alimenta divisioni e riproduce la retorica del regime. Ha ribadito che il popolo del Kurdistan è unito nella lotta contro la Repubblica Islamica e impegnato per un Iran democratico, pluralista e fondato sui diritti umani, dove siano garantiti i diritti di tutte le nazionalità. Nella parte conclusiva della sua risposta, Mohtadi ha dichiarato che ciò che la Repubblica Islamica non è riuscita a ottenere in decenni di repressione contro i kurdi non potrà essere realizzato da nessun altro, sottolineando la determinazione del popolo kurdo a difendere la propria identità e i propri diritti. A questo proposito, desidero aggiungere anche che Reza Pahlavi, oltre a non essere un uomo politico nel senso proprio del termine, non rappresenta neppure una figura realmente desiderata dalla maggioranza del popolo iraniano. La famiglia Pahlavi, dopo aver lasciato l’Iran portando con sé ingenti ricchezze appartenenti al popolo iraniano, ha continuato a vivere all’estero senza svolgere un ruolo politico concreto né promuovere un’opposizione contro l’attuale regime. Oggi una parte minoritaria della popolazione all’interno dell’Iran lo sostiene, in particolare alcuni giovani che non hanno vissuto direttamente la dittatura dello Shah e che spesso non conoscono a fondo la storia del proprio Paese; diversamente, difficilmente appoggerebbero il ritorno di una figura associata a un sistema autoritario. Le alleanze, le tensioni e le prese di posizione mostrano che la questione del futuro dell’Iran, tra unità nazionale, autodeterminazione e democrazia, è ormai al centro del dibattito politico interno e dell’opposizione al regime. Alla fine, il 28 febbraio 2026, una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti e da Israele ha lanciato un’offensiva contro obiettivi strategici in Iran, culminata con la morte confermata della Guida Suprema, Ali Khamenei. Secondo conferme ufficiali iraniane e fonti internazionali, Khamenei è stato ucciso durante gli attacchi aerei che hanno colpito il cuore del potere politico e militare a Teheran. Il governo iraniano ha annunciato 40 giorni di lutto nazionale, definendo Khamenei “martire della Repubblica Islamica”. Le autorità di Teheran hanno denunciato l’attacco come un’“aggressione imperialista”, mentre la leadership statunitense e israeliana hanno difeso l’operazione sostenendo che mirava a neutralizzare la minaccia nucleare e l’espansione regionale del regime. Va tuttavia sottolineato che, secondo la narrativa di Washington e Tel Aviv, l’intervento è stato giustificato principalmente come risposta a una minaccia diretta alla sicurezza degli Stati Uniti e di Israele, anche alla luce delle ripetute dichiarazioni ostili provenienti dalla leadership iraniana. Non si è trattato, dunque, di un’operazione motivata dalla tutela dei diritti del popolo iraniano o dalla promozione della democrazia, bensì di un’azione inserita in una logica di sicurezza strategica e di equilibrio militare regionale. In risposta, la Repubblica Islamica dell’Iran ha lanciato una serie di razzi, missili e droni contro obiettivi israeliani, statunitensi e nei Paesi del Golfo Persico. Attacchi sono stati segnalati contro basi militari e infrastrutture in Israele, Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq (Regione autonoma del Kurdistan dell’Iraq) e Siria. Diverse nazioni arabe hanno condannato formalmente gli attacchi iraniani come una violazione della loro sovranità nazionale e hanno rafforzato la loro prontezza difensiva. La morte di Khamenei e l’escalation militare che ne è seguita segnano un punto di svolta nella storia recente dell’Iran e del Medio Oriente. Mentre le tensioni crescono su più fronti, la questione kurda e la costruzione di alleanze politiche autonome restano centrali nel dibattito su un futuro possibile per l’Iran, tra unità territoriale, autodeterminazione, diritti e democrazia. Gulala Salih, UDIK Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
March 1, 2026
Pressenza
Il ruggito che nessuno voleva: Israele attacca l’Iran mentre il mondo trattava
Per Israele, come per Sparta, la guerra non è solo un mezzo, è diventata una ragione di esistenza. L’attacco congiunto lanciato all’alba da Tel Aviv e Washington contro l’Iran, in risposta a presunte “minacce imminenti” del regime degli ayatollah, arriva al culmine di settimane di tensioni crescenti. La Casa Bianca, nelle scorse 48 ore, aveva già invitato il personale non essenziale dell’ambasciata americana a Gerusalemme a lasciare il territorio, un chiaro segnale di preparazione a uno scenario di guerra militare. La decisione di colpire preventivamente Teheran e altri obiettivi sensibili non è semplicemente un’azione difensiva: conferma ciò che molti sanno già da tempo. Per Tel Aviv e Washington, la guerra preventiva sostituisce la trattativa; la logica del gangster e la legge del più forte prevalgono sulla gestione della crisi attraverso strumenti multilaterali, diplomatici e sul Diritto Internazionale. Donald Trump ha dichiarato ieri sera che l’Iran “non vuole trattare” e che non intende rinunciare all’arricchimento dell’uranio. A parte il fatto che non è vero, vale la pena ricordare che nel 2015 era stato firmato il Joint Comprehensive Plan of Action, un accordo multilaterale che limitava drasticamente il programma nucleare iraniano sotto controllo internazionale. Non è stata Teheran a uscirne: sono stati gli Stati Uniti, per decisione unilaterale di Trump nel 2018. Dopo quella rottura, l’Iran ha progressivamente superato i limiti imposti dall’accordo, ma non ha mai formalmente chiuso la porta ai negoziati. I canali indiretti sono rimasti aperti, e le dichiarazioni di disponibilità si sono susseguite negli anni. Quando oggi si sostiene che “Teheran non vuole trattare”, bisognerebbe ricordare chi ha fatto saltare l’architettura diplomatica esistente. Quanto alla “minaccia imminente” dichiarata da Tel Aviv e avallata da Washington, non è stata presentata alcuna prova pubblica che giustifichi un attacco preventivo. Se i soli a invocare costantemente l’escalation sono il governo di Benjamin Netanyahu e l’ala più ideologicamente radicale della sua coalizione, allora la domanda non è se l’Iran voglia trattare, ma chi davvero considera la pace una minaccia. I fatti dimostrano che la guerra, non la pace, è il vero business di Israele, spalleggiato da quello che Brzezinski definiva il suo “fratello stupido”, gli Stati Uniti. In un video pubblicato ieri pomeriggio sul suo Social Truth, Trump ha annunciato all’ignaro popolo americano che gli Stati Uniti hanno “iniziato una grande operazione in Iran” con l’obiettivo di “difendere il popolo americano” dalle minacce ritenute imminenti dal regime iraniano. Operazione, l’ha chiamata così, ma dovremmo chiamarla violazione del Diritto Internazionale, o, più precisamente, un attacco terroristico ammantato di legalità a un paese sovrano, modalità nella quale sia Usa sia Israele sono ormai maestri. Solo poche ore prima, Trump aveva detto che non era sua intenzione ricorrere alla forza, ma che “talvolta bisogna farlo”. Per Benjamin Netanyahu la guerra è uno stato di necessità: è la sua migliore garanzia di sopravvivenza ed è uno strumento imprescindibile per l’attuazione di un programma che molti definiscono messianico, di cui si pone come interprete ed esecutore. Mai come adesso Israele ricorda Sparta: per la polis greca, la guerra non era un mezzo, ma la propria ragione d’essere. Per Israele, la guerra è ormai la principale ragione di esistenza, e forse di sopravvivenza. Malgrado la narrativa dominante racconti il contrario, la guerra per Israele è quasi sempre un dispositivo politico, un sistema: protegge da trattative serie e strutturate, consente di portare avanti politiche controverse di annessione della Palestina e di pulizia etnica mentre l’attenzione globale è altrove, rafforza la narrazione di uno Stato che, suo malgrado, è costretto a difendersi permanentemente dalle presunte minacce esistenziali. Questa mattina Netanyahu si è rivolto alla nazione annunciando che “Israele, insieme agli Stati Uniti, ha iniziato un’operazione congiunta, Il ruggito del leone, volta a eliminare dalle mappe il regime iraniano oppressivo, che ha sempre minacciato il mondo”. Ha poi ringraziato Trump definendolo “il migliore amico di Israele”. Anche il nome dell’operazione è un manifesto: il leone era l’antica icona della bandiera iraniana ai tempi dello scià di Persia, un richiamo diretto a un passato imperiale oggi utilizzato come strumento di propaganda e come monito. L’attacco all’Iran di oggi, definito necessario per prevenire una minaccia futura, si inscrive nella narrazione promulgata da Israele e dai mass-media allineati. Ma ogni guerra preventiva porta con sé il paradosso di rendere reale il conflitto che dichiara di voler evitare. Analogamente a Sparta, che viveva di guerra perché senza temeva di dissolversi, Israele sembra aver trasformato la guerra da strumento di sicurezza a fondamento identitario. Sparta educava i suoi figli alla convinzione che la sopravvivenza della polis giustificasse ogni disciplina, ogni sacrificio, ogni morte. La guerra era pedagogia civile, e la società civile spartana, al pari di quella israeliana, era militarizzata. La storia però insegna che questa strada non ha giovato alla sopravvivenza di Sparta; anzi, ne ha segnato la fine. Ultimo, ma non meno importante, c’è un’asimmetria raramente ricordata nel dibattito pubblico: l’Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare, Israele no. Israele non ha mai dichiarato ufficialmente di possedere armi nucleari, ma è ritenuto da decenni una potenza nucleare de facto, e anche piuttosto pericolosa poiché non è soggetto agli obblighi del TNP e non ha sottoposto il proprio programma alle ispezioni imposte a Teheran. Questo non assolve l’Iran, ma introduce una domanda di coerenza: se il principio è la non proliferazione, dovrebbe valere per tutti; se il principio è la sicurezza regionale, dovrebbe essere indivisibile. Se invece il principio è l’alleanza, allora non stiamo parlando di diritto internazionale, ma di rapporti di forza. In Medio Oriente esiste un solo Stato che si ritiene dotato di capacità nucleare militare senza aderire al TNP: Israele. Eppure, la guerra preventiva viene giustificata contro chi, formalmente, è dentro il sistema dei trattati. Oggi, quando si dice che si combatte “non per il presente ma per il futuro”, si compie una torsione nella quale il conflitto viene sottratto al giudizio immediato e trasferito in una dimensione salvifica. Non è più una scelta politica tra alternative: diventa un destino necessario. Il problema è che il futuro, in politica, è sempre un’ipotesi, mentre i morti sono sempre nel presente. La partita resta aperta. E mentre missili e dichiarazioni si moltiplicano, il futuro è già nel mirino. Alessandra Filippi
March 1, 2026
Pressenza
Un Artico smilitarizzato per il bene comune
> Questo non è l’ennesimo commento geopolitico sull’Artico. È una proposta di > pace visionaria che può salvare la regione dalla rivalità militarizzata e > dalla rovina ecologica. Un progetto per la sicurezza condivisa, lo sviluppo > sostenibile e la dignità umana, a beneficio della Groenlandia, dell’Artico e > di tutti noi. QUATTRO PRINCIPI PER UNA NUOVA VISIONE DELL’ARTICO L’Artico è spesso descritto come un freddo teatro di rivalità, un luogo in cui le grandi potenze mettono alla prova la reciproca determinazione. Ma questa visione del mondo è obsoleta, priva di immaginazione e, in definitiva, autodistruttiva. L’Artico non è un vuoto che aspetta di essere militarizzato; è una regione viva, uno stabilizzatore climatico e una patria culturale il cui futuro plasmerà il futuro dell’umanità. Se partiamo da questa consapevolezza, diventa possibile un assetto dell’Artico molto più razionale, pacifico, cooperativo e incentrato sulle persone che vivono effettivamente in quella regione. Questa visione si basa su quattro principi pratici. Nessuno di essi è utopistico. Tutti si fondano sul buon senso, sulla dignità umana e su una visione strategica a lungo termine. 1. I groenlandesi devono essere al centro di qualsiasi prospettiva per l’Artico La Groenlandia non è un premio strategico, ma una società con una propria civiltà, un proprio sistema di conoscenze e il proprio diritto di plasmare il futuro della regione. Qualsiasi modello di governance artica che emargini i groenlandesi è destinato al fallimento. Le loro conoscenze ecologiche, la loro continuità culturale ed esperienza diretta del ghiaccio li rendono partner indispensabili in qualsiasi futuro sostenibile. Non si tratta di ingenuità, ma dell’unica base realistica per una governance artica legittima. L’autodeterminazione diventa la forma più efficace di legittimità. 2. La cooperazione riduce la necessità di militarizzazione e consente un enorme risparmio di risorse La militarizzazione dell’Artico non è un segno di potenza, bensì un sintomo di sfiducia. La Russia, che possiede di gran lunga la costa artica più estesa, è un attore indispensabile. La Cina, pur non essendo uno Stato artico, è una presenza scientifica ed economica globale il cui coinvolgimento nella regione è inevitabile. Gli Stati Uniti, i Paese nordici, il Canada e altri hanno tutti interessi legittimi. Ma la legittimità non può basarsi sulla rivalità. Gli interessi non significano intimidazione. E l’influenza non riguarda la militarizzazione. Esistono approcci più intelligenti. Le navi cacciatorpediniere in grado di navigare tra i ghiacci, i sottomarini nucleari, le basi fortificate e i sistemi di sorveglianza satellitare sono tra le risorse militari più costose al mondo. Ogni corona, dollaro, rublo o yuan speso per la militarizzazione dell’Artico è denaro sottratto all’adattamento climatico, all’istruzione, alla salute, alle energie rinnovabili e al benessere delle comunità artiche. Quando gli Stati condividono i dati, coordinano le politiche e creano istituzioni comuni, la necessità percepita di assumere una posizione militare diminuisce naturalmente, così come i costi. Non si tratta di ingenuità, ma di una strategia intelligente e sostenibile. La cooperazione diventa la forma più efficace ed economica di disarmo. 3. L’uso sostenibile delle risorse artiche dovrebbe andare a beneficio dell’umanità, non solo dei potenti e dei militari I minerali, le risorse ittiche, le rotte marittime e le conoscenze scientifiche dell’Artico sono importanti a livello globale. Trattarli come un bottino per chi possiede le flotte più grandi non solo è ingiusto, ma anche irrazionale. Un ordine internazionale civile utilizza le risorse in modo saggio, protegge gli ecosistemi fragili e distribuisce i benefici in modo equo. Lo sviluppo sostenibile è una necessità planetaria, resa impossibile dalle politiche di potere militariste. Se realizzato in modo cooperativo, può servire tutta l’umanità, non solo coloro che possono esercitare la forza. Coloro che ora pensano “oh, che ingenuità” non hanno idea di come prevenire altrimenti il collasso ecologico e i conflitti geopolitici. La sostenibilità diventa la forma più efficace di prosperità. 4. Le Nazioni Unite dovrebbero fungere da custodi della pace e amministratori condivisi L’Artico è troppo importante – dal punto di vista ecologico, climatico e culturale – per essere governato dagli interessi nazionali frammentati di potenze grandi ma non sagge. Le Nazioni Unite forniscono la legittimità, la continuità e il quadro normativo necessari per ancorare un ordine pacifico nell’Artico. Una zona di pace e sostenibilità nell’Artico riconosciuta dall’ONU integrerebbe la smilitarizzazione, i diritti degli indigeni, la cooperazione scientifica e lo sviluppo sostenibile in un quadro globale che trascende le tensioni a breve termine. La gestione condivisa diventa la forma più efficace di sicurezza. Se questi quattro principi vengono accettati – e non sono né irrealistici né ingenui – allora emerge una nuova domanda: come sarebbe un sistema di governance artico basato su legittimità, cooperazione, sostenibilità e gestione condivisa? La risposta è un progetto per un Artico smilitarizzato, governato congiuntamente, scientificamente fondato, ecologicamente protetto e incentrato sulle persone che lo chiamano casa.   UN PROGETTO PRATICO PER UN FUTURO PACIFICO NELL’ARTICO 1. UN ARTICO SMILITARIZZATO: SICUREZZA ATTRAVERSO LA COOPERAZIONE Un Artico in pace inizia con la creazione di una zona smilitarizzata artica, una regione in cui le basi militari e le esercitazioni vengono gradualmente eliminate e sostituite con funzioni civili, scientifiche e umanitarie. Ciò non diminuisce la sovranità nazionale, ma riconosce semplicemente che le minacce più urgenti per l’Artico non sono di natura militare. Lo scioglimento dei ghiacci, le condizioni meteorologiche estreme, il collasso degli ecosistemi e le rotte marittime imprevedibili non possono essere arginati con sottomarini o aerei da combattimento. Un Artico smilitarizzato riduce le tensioni tra le grandi potenze, previene incidenti ed escalation e protegge gli ecosistemi fragili. Inoltre, libera enormi risorse finanziarie attualmente vincolate ai sistemi militari. La verifica si baserebbe sul monitoraggio satellitare, sui dati aperti e su ispezioni periodiche, idealmente sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’Artico diventerebbe un simbolo di come dovrebbe essere la sicurezza cooperativa nel XXI secolo: non l’assenza di sovranità, ma la presenza di fiducia. L’insistenza degli Stati Uniti sul “Golden Dome” – e sulla Groenlandia come elemento fondamentale da controllare – è un grande fattore di destabilizzazione perché mira a consentire agli Stati Uniti di distruggere la Russia o la Cina e abbattere i missili di ritorsione di entrambi. Ciò abbassa la soglia per l’inizio di una guerra nucleare da parte degli Stati Uniti, perché i suoi decisori potrebbero sperare di poterla iniziare e vincere senza costi. La risposta a questa filosofia basata sul terrore è un nuovo accordo tra Stati Uniti e Russia sulla riduzione e infine sull’abolizione delle armi nucleari. Non è quella di militarizzare ulteriormente la Groenlandia. 2. Una nuova architettura di governance: il Consiglio di Cooperazione Artica Il Consiglio Artico, pur essendo prezioso, non è più sufficiente. Non è mai stato concepito per gestire le tensioni geopolitiche odierne o l’accelerazione della crisi climatica. Un nuovo Consiglio di Cooperazione Artica si baserebbe sui punti di forza del Consiglio esistente, correggendone al contempo i punti deboli. Sarebbe inclusivo, trasparente e in grado di prendere decisioni vincolanti in settori in cui la cooperazione è essenziale. Le autorità groenlandesi e le popolazioni indigene sarebbero pienamente coinvolte nel processo decisionale. Gli Stati artici, gli Stati osservatori e le organizzazioni scientifiche parteciperebbero a una struttura che utilizza il voto a maggioranza qualificata, mandati chiari e diritti di veto indigeni su questioni culturali ed ecologiche. Il suo mandato includerebbe la protezione dell’ambiente, la gestione sostenibile delle risorse, la regolamentazione del trasporto marittimo, la cooperazione scientifica, la risposta alle emergenze e la gestione dei conflitti per prevenire la violenza. Non si tratta di un’autorità sovranazionale, ma di un luogo in cui gli Stati e i popoli coordinano le politiche, risolvono le controversie e costruiscono la fiducia. 3. La Groenlandia come zona di responsabilità speciale La Groenlandia è il cuore morale e strategico dell’Artico. La sua popolazione ha dovuto sopportare secoli di colonialismo, sfruttamento strategico e pressioni geopolitiche. Un futuro pacifico per l’Artico deve quindi includere un Patto di partenariato con la Groenlandia, ancorato al sistema delle Nazioni Unite, che garantisca il pieno rispetto dell’autodeterminazione groenlandese e protegga l’isola dalla diplomazia coercitiva. L’accordo garantirebbe alla Groenlandia l’accesso prioritario ai proventi delle risorse locali e riceverebbe investimenti sostenuti nell’istruzione, nella sanità, nella conservazione culturale e nelle infrastrutture sostenibili. La Groenlandia ospiterebbe anche un Centro di Pace Artico delle Nazioni Unite, un polo dedicato alla ricerca, alla diplomazia e alle competenze indigene. Questo approccio riconosce che la Groenlandia non è un oggetto passivo di interesse internazionale, ma un soggetto attivo con le proprie aspirazioni. 4. Uso sostenibile delle risorse: un’alternativa civile alla rivalità per lo sfruttamento Le risorse dell’Artico devono essere utilizzate con saggezza, parsimonia e a beneficio di tutti. Ciò richiede soglie ecologiche rigorose, il consenso delle popolazioni indigene, valutazioni d’impatto trasparenti e meccanismi di condivisione dei proventi. Richiede corridoi di navigazione puliti, normative sulla navigazione a velocità ridotta e la designazione di vaste aree protette – i Parchi della Pace dell’Artico – che salvaguardino la biodiversità e il patrimonio culturale. Questo è uno sviluppo responsabile, l’unico che abbia senso in una regione la cui salute ecologica ha un impatto sull’intero pianeta. 5. L’ONU come custode: completare l’UNCLOS Le Nazioni Unite consoliderebbero l’intero sistema attraverso una serie di nuovi strumenti: un Trattato delle Nazioni Unite sulla Smilitarizzazione dell’Artico, una Carta delle Nazioni Unite sui Beni Comuni dell’Artico, un Patto di Partenariato tra le Nazioni Unite e la Groenlandia, una Convenzione delle Nazioni Unite sulle Risorse Sostenibili dell’Artico e un Accordo delle Nazioni Unite sulla Mobilità e la Conoscenza dell’Artico. Questi strumenti non sostituirebbero la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Al contrario, la completerebbero. L’UNCLOS fornisce la base giuridica per le zone marittime, i diritti di navigazione e le rivendicazioni sulle risorse. Tuttavia, non affronta questioni quali la smilitarizzazione, i diritti degli indigeni, la governance cooperativa o lo sviluppo sostenibile. Il quadro delle Nazioni Unite qui proposto colmerebbe tali lacune nel pieno rispetto dei principi dell’UNCLOS. In questo modo, l’Artico non diventa un vuoto giuridico, ma una regione in cui il diritto internazionale viene rafforzato, chiarito e modernizzato. CONCLUSIONE: UN FUTURO ARTICO PIÙ RAZIONALE, CIVILE E LUNGIMIRANTE L’Artico non è destinato a diventare un’arena militarizzata di sospetti e posizioni strategiche. Questa strada è semplice pigrizia intellettuale e mancanza di immaginazione. Ciò che questo progetto dimostra è che un futuro artico diverso non solo è possibile, ma anche profondamente razionale. È più vantaggioso in termini di costi, più stabilizzante, rispettoso delle persone che vi abitano e molto più benefico per l’umanità rispetto a qualsiasi cosa concepita attraverso la lente ristretta della geopolitica transazionale. Questa visione riconosce le realtà del XXI secolo. La vasta costa artica della Russia lo rende indispensabile. La presenza scientifica ed economica della Cina lo rende inevitabile. Gli Stati Uniti, i Paese nordici, il Canada e altri hanno tutti interessi legittimi. Questo non è ingenuo. È ingenuo credere che un maggior numero di basi, sottomarini e operazioni di segnalazione strategica possano in qualche modo portare alla pace, allo sviluppo e alla cooperazione, tutti elementi di cui c’è un disperato bisogno. Ciò che è ingenuo è presumere che l’Artico possa essere militarizzato senza conseguenze o che la crisi climatica possa essere gestita attraverso la deterrenza. È ingenuo immaginare che il futuro possa essere garantito ripetendo le cattive abitudini del passato. La politica, nella sua forma migliore, è l’arte di immaginare ciò che ancora non esiste e poi costruire le istituzioni che lo rendono reale. È la capacità di includere gli altri in un orizzonte condiviso di sviluppo e sicurezza. È il coraggio di dire: possiamo fare meglio della rivalità, meglio della paura, meglio della logica del più forte. Questo progetto è un invito a tornare al significato più profondo della politica – la politica della visione, della responsabilità e dello scopo comune – del pensare globalmente e localmente invece che solo a livello nazionale. Non è un caso che una proposta del genere nasca dalle tradizioni della ricerca sulla pace e degli studi sul futuro. Questi campi hanno sempre sostenuto che la sicurezza non è l’assenza di guerra, ma la cooperazione per la realizzazione delle potenzialità della società. Che il futuro non è predeterminato, ma plasmato dalle scelte; che l’umanità progredisce quando sostituisce il dominio con il dialogo e la competizione con la creatività. L’Artico, più di qualsiasi altra regione, richiede questo tipo di approccio: rigoroso, a lungo termine, interdisciplinare e fondato sul rispetto delle realtà vissute dalle comunità locali. La questione non è se questa visione sia troppo ambiziosa. L’Artico e il mondo non possono permettersi nulla di meno. Un Artico militarizzato promette solo instabilità, spreco di risorse e distruzione ecologica. Tutte le “grandi” potenze coinvolte devono ripensare e uscire dai loro schemi militaristi abituali. Un Artico cooperativo, smilitarizzato e sotto l’egida delle Nazioni Unite offre stabilità, sostenibilità e vantaggi condivisi per tutti noi. L’Artico rappresenta una brillante opportunità per pensare in modo nuovo e plasmare un futuro più civile. Esistono molte alternative (TAMA, There Are Many Alternatives) e questa proposta non è l’unica. Tuttavia, l’attuale escalation intimidatoria verso uno sfruttamento selvaggio e privo di visione, con ricorso alla forza militare e al nucleare, non può essere una di queste. Il mondo ha bisogno di visioni, immagini di un futuro migliore e di un pensiero costruttivo-creativo per realizzare quel mondo migliore. Accogliamo con favore le idee e visioni costruttive, perché non possiamo camminare verso un mondo migliore e desiderabile con gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. Transnational Foundation for Peace and Future Research
February 26, 2026
Pressenza
Mike Huckabee ammette il mito della “Grande Israele”, il Piano Yinon
In un’intervista con Tucker Carlson incentrata sui confini biblici dello Stato ebraico, Mike Huckabee ha parlato delle possibilità di espansione del governo di Tel Aviv e dei suoi confini, dicendo che approverebbe un controllo israeliano sull’intera regione. Carlson aveva citato il passo dell’Antico Testamento che promette ai discendenti di Abramo la terra “dal Nilo all’Eufrate”, un’area che oggi comprenderebbe Israele, Giordania, Siria, Libano e parti di Arabia Saudita e Iraq. Mike Huckabee, ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, ha risposto a Tucker Carlson, sostenendo che Israele è “una terra che Dio ha dato, attraverso Abramo, a un popolo che ha scelto. Era un popolo, un luogo e uno scopo. (…) Andrebbe bene se li prendessero tutti”, lasciando intendere che un’eventuale espansione non sarebbe in sé un problema, ma un “diritto biblico”. Di fronte alla sorpresa dello stesso Carlson, che gli ha chiesto se davvero approverebbe un controllo israeliano sull’intera regione, Huckabee ha replicato che Israele “non sta chiedendo di prendersela”, per poi definire la sua uscita “un’affermazione in parte iperbolica”. Tuttavia ha aggiunto che, se Israele venisse attaccato e “vincesse quella guerra prendendo quei territori, allora sarebbe tutta un’altra discussione”, lasciando aperta la porta a uno scenario di espansione in seguito a un conflitto. Nel corso dell’intervista l’ambasciatore ha anche attaccato le istituzioni del diritto internazionale, dicendosi “molto grato” che il presidente Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio stiano cercando di “sbarazzarsi” della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia, che a suo dire sarebbero diventate “organizzazioni fuori controllo” e non più impegnate in un’applicazione equa della legge. L’Arabia Saudita, la Giordania, l’Egitto, la Lega Araba ed altri Paesi della regione hanno pubblicamente condannato l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, per la dichiarazione rilasciata in un’intervista con Tucker Carlson riguardo al diritto di Israele di espandersi fino alla lunghezza territoriale promessa nella Bibbia, comunemente denominata “Grande Israele”. La “Grande Israele” “Grande Israele” è occasionalmente riferito alla Terra Promessa (definita nel libro della Genesi 15:18-21) od alla Terra di Israele ed è anche chiamato “Completa Terra d’Israele” o “Tutta la Terra d’Israele” (in ebraico: ארץ ישראל השלמה, Eretz Yisrael Hashlemah), ma è soprattutto l’espressione usata in ambito sionista per riferirsi ai confini auspicati di Israele: dal fiume Nilo all’Eufrate, costituito da tutto l’attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, gran parte della Siria, la Giordania e parte dell’Egitto. Sappiamo che quello israeliano è settler colonialism, ovvero un colonialismo che prevede la cacciata, ma anche lo sterminio degli abitanti che gli israeliani intendono predare. E’ proprio il testo biblico del Deuteronomio 9 in cui si dice che il loro Dio gli ha dato la Terra promessa che si estende dall’Eufrate al Mar Mediterraneo. Non è un caso che in questi decenni Israele abbia avverato quello che è il sogno biblico della “Grande Israele”. Considerando ciò che Israele ha commesso in questi decenni – l’occupazione israeliana della Cisgiordania, le alture del Golan siriano, l’ accerchiamento di Gaza e il suo assedio, le ripetute invasione e attacchi militari del Libano, il bombardamento dell’Iraq, gli attacchi aerei in Siria e i tentativi di contenere le capacità nucleari dell’Iran – si può affermare con certezza che la “Grande Israele” sia stia sempre più realizzando e che il sionismo, insieme all’Entità sionista, siano una “minaccia globale” per la stabilità del Medioriente. Quindi l’ambasciatore USA Mike Huckabee ha fatto un favore a tutta l’opinione pubblica mondiale ad ammettere la volontà di creare la “Grande Israele”, rompendo il velo dell’ipocrisia e dell’ambiguità. Ora, anche chi non ha mai creduto a queste volontà espansionistiche di Israele per “diritto biblico”, non può più negarne l’esistenza. Israele e i suoi governi stanno attuando con enormi successi ciò che furono gli obiettivi del Piano Yinon (ideato e scritto da Odeon Yinon nel 1982), che prevedeva una “grande Israele” creato un giorno dalla distruzione delle nazioni arabe oggi percepite come minacce per Israele. Il piano prevedeva di rovesciare i governi arabi esistenti, lasciandosi alle spalle sette caotiche e contrapposte di enclave musulmane facilmente conquistabili, che avrebbero, di fatto, giustificato una “grande Israele” dominante dal Mar Mediterraneo attraverso i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Piano Yinon era pensato come una campagna sistematica per minare, dividere e distruggere con ogni mezzo necessario le diverse nazioni arabe per consentire a Israele di progredire senza ostacoli con il sostegno esterno delle correnti sioniste nei movimenti neoconservatori americani e fondamentalisti cristiani. Nel 2017, Ted Becker, ex professore di diritto Walter Meyer alla New York University e Brian Polkinghorn, illustre professore di analisi dei conflitti e risoluzione delle controversie alla Salisbury University , hanno argomentato come il Piano Yinon fu adottato e perfezionato in un documento politico del 1996 intitolato A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Rapporto Clean Break), scritto da un gruppo di ricerca guidato da Richard Perle e Paul Wolfowitz presso l’Institute for Advanced Strategic and Political Studies, affiliato a Israele, a Washington. Sionisti neoconservatori statunitensi come Richard Perle e Paul Wolfowitz si aggrapparono a questo piano di Oded Yinon, lo infilarono silenziosamente nei think tank di destra ben finanziati di Washington (ad esempio, l’American Enterprise Institute). Alcuni anni dopo, Richard Perle divenne una delle figure chiave nella formulazione della strategia di guerra in Iraq adottata durante l’amministrazione di George W. Bush nel 2003. Il Rapporto Clean Break divenne famoso per aver sostenuto una nuova politica aggressiva, tra cui la rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq e il contenimento della Siria attraverso l’impegno in una guerra per procura e sottolineando il suo possesso di “armi di distruzione di massa” (mai esistite realmente). Il Likud, partito d’estrema destra di Netanyahu, è la forza politica che più di tutte si sta impegnando in questo senso. Nell’agosto 2025, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” e che sente un legame con la visione della “Grande Israele”. Nello stesso mese ha espresso, nel contesto del genocidio a Gaza, l’intenzione di occupare Gaza per smantellare Hamas e l’anno precedente il ministro della difesa israeliano Israel Katz aveva affermato che Israele continuerà a mantenere il controllo militare della Striscia di Gaza anche dopo la guerra. Sempre nell’agosto 2025, il governo israeliano ha approvato la costruzione di 3.000 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, dichiarando che l’obiettivo è quello di compromettere definitivamente la possibilità di nascita di uno Stato palestinese.   Ulteriori info: https://www.antimafiaduemila.com/home/terzo-millennio/256-estero/108076-israele-ha-in-mano-la-casa-bianca-che-confessa-sarebbe-giusto-se-prendesse-tutto.html Lorenzo Poli
February 22, 2026
Pressenza
Putin ha definito inaccettabili le nuove sanzioni statunitensi contro Cuba
Mercoledì il presidente russo  Vladimir Putin ha definito inaccettabili le nuove sanzioni contro Cuba . Le sue dichiarazioni sono state rilasciate durante un incontro con il ministro degli Esteri cubano  Bruno Rodríguez Parrilla , in visita ufficiale a Mosca. “Siamo in un periodo particolare, con nuove sanzioni. Sapete già cosa pensiamo al riguardo. Non accettiamo nulla del genere “, ha dichiarato il presidente, sottolineando che la posizione del Ministero degli Esteri russo è percepita come “aperta, chiara e senza ambiguità”. Allo stesso tempo, Putin ha sottolineato le relazioni storiche e di lunga data tra Russia e Cuba, aggiungendo che Mosca ha sempre sostenuto l’isola “nella sua lotta per l’indipendenza”. ” Siamo sempre stati al fianco di Cuba nella sua lotta per l’indipendenza , per il diritto di perseguire il proprio percorso di sviluppo, e abbiamo sempre sostenuto il popolo cubano”, ha sottolineato. “Sappiamo quanto sia stato difficile per il popolo cubano, in questi decenni di indipendenza cubana, lottare per il diritto  a vivere secondo le proprie regole e a difendere i propri interessi nazionali “, ha osservato. In precedenza, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva dichiarato che “è chiaro che l’incontro è di  particolare importanza,  dato il  momento difficile che la nostra amica e sorella” L’Avana sta attraversando . Ha inoltre sottolineato che la Russia, come molti altri Paesi, si oppone fermamente al blocco statunitense dell’isola caraibica. “Apprezziamo molto le nostre relazioni [con Cuba] e intendiamo svilupparle ulteriormente, naturalmente, in questi tempi difficili, fornendo un’assistenza adeguata ai nostri amici”, ha concluso. SUPPORTO FERMO Lo stesso giorno, Rodríguez ha avuto colloqui con il suo omologo russo, Sergey Lavrov, che ha ribadito la piena solidarietà di Mosca con L’Avana. Il Ministro degli Esteri russo ha inoltre sottolineato che il suo Paese  continuerà a sostenere Cuba  nella difesa della sua sovranità e sicurezza, sottolineando al contempo che questa cooperazione non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti o per qualsiasi altro Paese. Lavrov ha definito  “inaccettabili”  le azioni di Washington  , dopo l’emissione di un decreto speciale che dichiarava che Cuba e la sua cooperazione con la Russia rappresentavano una minaccia per gli interessi statunitensi. “Naturalmente, respingiamo categoricamente le accuse assurde contro Russia e Cuba , contro la nostra cooperazione, che presumibilmente costituisce una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti o di chiunque altro”, ha sottolineato. LE MINACCE DI TRUMP A CUBA Il 29 gennaio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump  ha firmato  un ordine esecutivo che dichiarava lo  “stato di emergenza nazionale”  in risposta alla presunta  “minaccia insolita e straordinaria”  che, secondo Washington, Cuba rappresentava per la sicurezza degli Stati Uniti e della regione. Sulla base di queste misure, sono stati annunciati  dazi doganali  per i paesi che vendono petrolio alla nazione caraibica, insieme a minacce di ritorsione contro coloro che agiscono in contrasto con l’ordine esecutivo della Casa Bianca. In seguito, l’occupante della Casa Bianca ha ammesso che la sua amministrazione era in contatto con l’Avana e ha indicato l’intenzione  di raggiungere un accordo , sebbene abbia descritto il paese caraibico come una “nazione in declino” che “non fa più affidamento sul Venezuela” per il sostegno. Queste parole giungono nel contesto del blocco economico e commerciale che gli Stati Uniti mantengono contro Cuba  da oltre sei decenni . L’embargo, che colpisce gravemente l’economia del Paese, è stato ora rafforzato con numerose misure coercitive e unilaterali da parte della Casa Bianca. “Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci detta cosa fare. Cuba non attacca; è stata attaccata dagli Stati Uniti per 66 anni e non minaccia; si prepara,  pronta a difendere la patria  fino all’ultima goccia di sangue”, ha dichiarato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Tutte le accuse infondate di Washington sono state sistematicamente respinte dall’Avana, che ha avvertito che difenderà la propria integrità territoriale. (Tratto da RT en Español ) Fonte: http://www.cubadebate.cu/noticias/2026/02/18/putin- califico-de-inaceptables-las-nuevas-sanciones-de-estados-unidos-contra-cuba/ Traduzione: italiacuba.it VEDI ANCHE: > Il ministro degli Esteri russo ribadisce il suo sostegno a Cuba dopo aver > ricevuto il suo omologo cubano Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
February 21, 2026
Pressenza
L’onestà intellettuale di Anna Foa, perchè un’intellettuale sa fare autocritica
In un precedente articolo – pubblicato nell’aprile 2024 – che scrissi per Invictapalestina, criticai l’intervista che la grande storica, intellettuale, nonchè figlia del grande Vittorio, Anna Foa aveva rilasciato a La Stampa il 27 marzo 2024. La mia era una critica sofferta ad Anna Foa, perchè nutro una sincera e profonda stima quanto sincero e profondo rispetto per la professoressa per la sua estrema umiltà, per il suo modo di porsi e per il lavoro che lei ha condotto e continua a condurre in modo serio in nome della verità storica. Sono cresciuto ascoltando i suoi interventi su Rai Storia e Rai3 sul pensiero di Hannah Arendt, sul Processo Eichmann, sulla storia degli ebrei italiani ed europei, sulla storia dell’antisemitismo. Sono cresciuto con l’idea che Anna Foa – insieme a Luciano Canfora, Alessandro Barbero, Franco Cardini, Angelo D’Orsi, Silvia Insalvatici e molti altri – sia un’auctoritas incriticabile della cultura italiana contemporanea: una persona che, quando parla, serve solamente ascolto. Purtroppo quell’intervista aveva smosso in me un profondo senso di ingiustizia: i suoi contenuti si erano palesati come uno dei tanti esempi di quella dominante “retorica equidistante”, fatta propria da molti intellettuali europei e israeliani anche di sinistra, sulla questione palestinese. Un’intervista intrisa di indulgenza, che sembrava quasi volta a giustificare Israele non tanto parteggiando per esso, ma piuttosto per sfiorarlo con il cerchiobottismo: dando un colpo al cerchio e un colpo alla botte senza scomodare nessuno. In quell’intervista Anna Foa ha fatto ciò che facevano tutti, ovvero criticare il governo di Netanyahu, condannare strenuamente il movimento “terrorista” di Hamas e rifiutare di usare la parola “genocidio”: il classico modus operandi che ha esemplificato l’equidistanza sul tema in questi ultimi tre anni. Nell’intervista a La Stampa Anna Foa affermava che comunque non tutta la società israeliana è pro-Netanyahu e il mondo della cultura israeliana era “un antidoto all’occupazione coloniale” dei territori palestinesi da parte di Israele. Questa affermazione si presentava problematica perché, se è vero che molti intellettuali israeliani di sinistra sono anti-sionisti e critici del governo Netanyahu, è anche vero che molti intellettuali israeliani critici del governo Netanyahu sono sionisti liberali che per quanto critici delle politiche ventennali di premier israeliano sui territori palestinesi, continuano a sostenere il diritto di Israele a difendersi contro la “barbarie palestinese” e avrebbero la presunzione di moralizzare la popolazione palestinese, decidendo per loro quali siano le migliori modalità per esprimere la loro resistenza o il “democratico dissenso”. Presunzione abbastanza ardua poiché, prima di esercitare “democratico dissenso”, si deve vivere in una democrazia: cosa che Israele non è, essendo a tutti gli effetti un’aspirante etnocrazia. La Foa utilizzava l’espressione “reazione spropositata” per definire l’escalation militare israeliana come una risposta degli attacchi palestinesi, dimenticando che la repressione sionista sul popola palestinese è stata inaugurato prima della Nakba del 1948 ed è continuata fino ai giorni nostri.  Disse: “(…) bisogna capire cosa sta succedendo nei nostri atenei.” – rispondendosi – “C’entra sicuramente la reazione spropositata di Israele a Gaza, un tunnel dal quale pare non si riesca ad uscire”. Foa citava tra gli intellettuali “antidoto all’occupazione” anche David Grossman, tra i più importanti e interessanti scrittori israeliani di fama mondiale. Un esempio bizzarro perché Grossman è da sempre un personaggio controverso per quanto riguarda la questione palestinese e non è mai stato un grande critico della politica governativa nei confronti dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania come si continua a pensare. Le sue dichiarazioni in questi due anni non hanno mai rimbombato per importanza e presa di posizione ferrea contro il genocidio. Era il 3 aprile 2024 quando segnalavo questa situazione, che oggi sembra ribaltarsi, ma solo apparentemente. Grossman, ai primi d’agosto 2025, ha dichiarato ha dichiarato: “A Gaza è genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo. (…) Per molti anni mi sono rifiutato di utilizzare questa parola. Ora però, dopo le immagini che ho visto, quello che ho letto e ciò che ho ascoltato da persone che sono state lì, non posso trattenermi dall’usarla”. Se uno personaggio controverso come Grossman iniziava ad utilizzare la parola “genocidio”, qualcosa stava cambiando. La “retorica dell’equidistanza” stava finalmente dimostrando la sa completa insostenibilità da parte degli intellettuali, dopo mesi di massacri, pulizie etniche e proseguimento del genocidio verso la popolazione gazawi avente come fine – come ha dichiarato recentemente Netanyahu – “l’occupazione totale di Gaza”. Non è un caso che la stessa Anna Foa, da grande storica oltre che persona colta e intelligente – già critica del governo Netanyahu e della situazione di oppressione dei palestinesi come si può ben leggere nel suo libro “Il suicidio di Israele” – abbia subito corretto tiro dichiarando ad agosto 2025 sia a La Repubblica sia a Radio Popolare: “Aspettavo le sentenze ma ora mi unisco a Grossman, a Gaza è un genocidio”; “Ha ragione Grossman, a Gaza è genocidio. Ora serve una resistenza morale”. Queste dichiarazioni di Anna Foa, sono state per me boccate di aria fresca. Innanzitutto, mi hanno permesso di non ricredermi minimamente sulla figura di Anna Foa, di ribadire l’infinita stima e non solo: di essere un esempio vero di intellettuale, di donna di cultura e di pensiero, dimostrando la sua onestà e umiltà. Il 19 gennaio 2026 dalle ore 16 alle ore 18, Anna Foa è intervenuta, insieme a Daniele Menozzi (storico) e a Piero Stefani (biblista), al webinar online «Antisemitismo, sionismo e antisionismo», promosso dalla rivista Il Regno, insieme alle associazioni Biblia e Abramo e pace. Tralasciando le molteplici implicazioni che sono molto divergenti dal modo di vedere il sionismo, l’antisionismo, l’antisemitismo, la storia di Israele e la resistenza palestinese – rispetto a molti altri storici ed intellettuali contemporanei -, Anna Foa ha dal minuto 31:45 parlato della parola “genocidio”: «Io fino all’anno scorso, praticamente fino al marzo del ’25, non ho usato volentieri il termine genocidio, perché pensavo che comunque non ce ne fosse in qualche modo bisogno, perché era troppo divisivo, perché mi sembrava che non fossero abbastanza provate le intenzionalità, anche se c’erano molte affermazioni di ministri che provavano l’intenzionalità di distruggere i palestinesi, restava che erano dichiarazioni, non organizzazioni fattuali. Quando c’è stata la fame e la carestia indotta, devo dire che ho cambiato opinione. Certo, non uso il termine nel suo senso giuridico, quello più importante, anche perché prevede una sua prevenzione e quindi si usa soprattutto per prevenire il genocidio, non per definire il genocidio che c’è stato. C’è stata una conferenza nel marzo a Tel Aviv, forse, in cui due organizzazioni importanti, ONG israelo- palestinesi, una di quelle è B’Tselem, hanno detto che a questo punto accettavano la definizione di genocidio. Quando ho visto le immagini delle manifestazioni in Israele l’anno scorso con il cartello portato dai manifestanti “Stop Genocide”, allora devo dire che ho pensato che un uso politico di questo termine poteva essere fatto, e ho cominciato anch’io ad usarlo. Certo il genocidio è un termine giuridico, certo il genocidio è un termine che richiede una definizione da parte della Corte internazionale, che non è ancora stata data, ma potrebbe essere data tra molti anni, perché i suoi tempi sono lunghi. Resta un’altra cosa – ne ha già parlato il professore Menozzi – cioè il discredito in cui la vicenda israeliana ha buttato il diritto internazionale. Non soltanto la vicenda israeliana; certamente Trump ci ha messo del suo, certamente gli Stati Uniti sotto Trump ci hanno messo del loro, però Israele ha fatto tutto quello che poteva per demolire il diritto internazionale. Il diritto internazionale, ricordiamolo, che era stato creato nel dopoguerra proprio riferendosi alla Shoah e pensando che eventi come quelli della Shoah non dovevano mai più succedere, le corti internazionali. Tutto questo è stato sistematicamente considerato antisemita dal governo israeliano. In questo momento, con le sanzioni che Trump riserva ai giudici dei tribunali internazionali, siamo arrivati a un discredito, una crisi profondissima di questa istituzione. Una delle cose più importanti che fosse stata realizzata nel secondo dopoguerra, quella di creare la possibilità di colpire i criminali di guerra, i criminali contro l’umanità ovunque si trovassero, quella di legare anche da un punto di vista giuridico le violenze e i genocidi che avvenivano nel mondo con la possibilità di giudicarli, questo ormai sta crollando». Non solo. Anna Foa è stata una delle esperte audite nelle ultime settimane di dicembre 2025 e nelle prime settimane di gennaio 2026 dalla commissione del Senato che stava trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo, ovvero il Ddl  Gasparri e il Ddl Delrio (1). Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il Ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni pro-Pal: “Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perchè c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni propal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah.” – ha dichiarato a Il manfesto. Anna Foa, con la sua autocritica – nata da una rilettura più complessa di quello che sta accadendo in Palestina – ci ha dato un’altra lezione degna dei veri intellettuali: cambiare idea, spostando solo leggermente l’angolazione da cui si vede un fenomeno, non è segno di debolezza (come in molti purtroppo pensano). Nella nostra società dove “avere ragione” a tutti i costi – spesso negando l’evidenza – è quasi un motto di successo, di incrollabilità, di rivalsa personale e personalistica, di anacronistica coerenza e di prepotenza; Anna Foa ci insegna che in realtà il cambiare umilmente prospettiva da cui si guarda un fenomeno implica molta forza, determinazione, una grande dose di coraggio, ma soprattutto coerenza e intelligenza. Non si cambia modo di pensare, ma di vedere le cose e quindi, aprire la mente ad altre analisi che forse possono portare ad ampliare il proprio pensiero e non per forza restringerlo. Sicuramente, Anna Foa è figlia del suo tempo: un tempo dove la cultura politica e il dibattito politico e culturale erano centrali. Sicuramente, Anna Foa è così anche perchè è nata in una famiglia di grande livello culturale, dopo la politica, la cultura, la filosofia, il pensiero erano il pane quotidiano: è figlia del grande Vittorio Foa, che è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento. Nelle nostre società dove l’impoverimento culturale fa da padrone, le culture war polarizzano la popolazione in modo insensato e le opinioni diventano prese di posizioni tout court incrollabili, Anna Foa ci insegna che tutto questo è un insulto al nostro cervello e all’arte di pensare e di riflettere. Ognuno può avere le proprie idee, ma ognuno di noi ha diritto a riflettere, confrontarsi, cambiare prospettiva da cui si guardano le cose non per invaghirsi di quella prospettiva (diventare incoerenti), ma solo per vestire i panni dell’altro aiutando se stessi a leggere lucidamente la realtà.   (1) Per maggiori informazioni: DDL Delrio https://osservatorioantisemitismo.b-cdn.net/wp-content/uploads/ 2025/11/DDL-Delrio-antisemitismo.pdf DDL Gasparri https://osservatorioantisemitismo.b-cdn.net/wp-content/uploads/ 2025/10/686faaee-e27b-4c7c-ba41-f7e7cedbf513.pdf Lorenzo Poli
February 21, 2026
Pressenza
Portuguese Community in Brussels Holds Protest Demanding Climate Accountability
The climate crisis is no longer an extraordinary or deniable phenomenon. It is instead an escalating reality that directly and profoundly affects communities across Europe, as consistently evidenced by youth-led movements, historical trends, scientific research, and visible extreme events. It is increasingly clear that, contrary to framing climate change as a series of unexpected emergencies warranting only short-term responses, it represents a structural challenge requiring urgent and sustained political action and investments, particularly to protect underserved communities. For many years, movements such as “Fridays for Future” and “Extinction Rebellion”, among others, have sounded the alarm, forcing attention on its far-reaching consequences while confronting widespread denial, neglect, and underestimation even in the countries hit hardest. In recent weeks, many southern regions of Europe, including Sicily, Sardinia, Calabria, along with Malta, have suffered severe damage from extreme weather events such as Cyclone Harry. In Southern Italy alone, estimated losses exceed €2 billion, with thousands of people losing their lives in the Mediterranean Sea, and bodies only now re-emerging on the coasts of Sicily and Calabria. Meanwhile, in Valencia and surrounding areas, the consequences of the DANA (Depresión Aislada en Niveles Altos) that struck on 29 October 2024 continue to weigh heavily on local communities struggling to obtain tangible and credible government responses. Over the past three weeks in Portugal, a succession of storms – seemingly innocuous names such as Oriana, Kristine, Marta, and Leonardo – has caused at least 16 deaths and an estimated €775 million in damage, triggering widespread flooding, infrastructure collapse, and power outages. This rapid succession of extreme events underscores the urgent need for coordinated and effective European responses to climate-related disasters. FROM BRUSSELS TO LISBON: A CALL FOR ACCOUNTABILITY BEYOND BORDERS In order to raise awareness of the lack of accountability and insufficient governmental action, a group of self-organised and independent Portuguese citizens, currently residents in Belgium, held a peaceful protest today, 18 February, at Place du Luxembourg in Brussels, in front of the European Parliament. Under the slogan “Wherever We Are, for Portugal”, the initiative sought to draw attention to the ongoing crisis and its severe social, human, and economic consequences. The organisers stressed the gravity of the situation unfolding within the European continent, where, to this day, thousands of people in regions such as Leiria, Coimbra, Santarém, and Castelo Branco remain without electricity, water, or access to essential services. Last week alone, more than 3,000 residents were evacuated from Coimbra as the Mondego River reached critical levels, and part of the A1 motorway collapsed after a dyke gave way. Prominent scientists have described this as one of the longest and most intense sequences of extreme weather events ever recorded in the country. In this context, the protest held in Brussels sought to give international visibility to the climate vulnerability of the European continent, of which Portugal is progressively becoming a particularly stark and visible example. Organisers stressed that this is neither an isolated occurrence nor a phenomenon limited to recent storms. As vividly illustrated by the devastating wildfires that ravaged the country throughout the summer, destroying more than 65,000 hectares of land in 2025 alone, the crisis is structural, recurrent, and closely linked to broader European climate dynamics. Through their colourful posters, the demonstrators called clearly for more effective and long-term responses from European institutions, urging a shift beyond reactive emergency management towards sustained climate adaptation, preventive measures, and systemic resilience. At the end of the protest, the organisers also highlighted the emotional and political difficulty of witnessing such devastation from abroad, emphasising solidarity with affected communities and the urgent need for coordinated European support. Key Members of the European Parliament elected in Portugal, including Catarina Martins, joined the gathering, emphasising the importance of ensuring that these concerns are heard and addressed at the highest political level. The demonstration also included the presentation of a manifesto calling for concrete and binding measures to address the climate emergency, protect vulnerable populations, and strengthen resilience at both local and European levels, with the full text available in English below: > MANIFESTO – WHEREVER WE ARE, FOR PORTUGAL > > We, Portuguese citizens living in Brussels, have come together for a single > cause: to raise awareness of the severity of the climate crisis in Portugal, > made evident by the recent storms and floods, and to demand concrete and > solidarity-based responses. Storm Kristin left a trail of destruction that > exposes the fragility of both institutional and human responses to > increasingly severe climate phenomena: homes destroyed; livelihoods and > sources of income affected; infrastructure compromised; tragically, lives > lost; and communities still waiting for effective and coordinated support. > We have witnessed a slow and insufficient response from the Portuguese > government to the most urgent needs, leaving those affected isolated and > without the level of support that a catastrophe of this magnitude requires. > Media coverage, particularly at the European level, has also been scarce, > hindering public understanding outside the affected regions of the true scale > of the crisis. At a time when it is more important than ever to give voice and > visibility to the people and communities struggling to rebuild their lives, > this informational silence is deeply regrettable. > Beyond the visible destruction, this catastrophe will leave profound and > lasting scars. Damages, estimated at several billion euros, reflect only part > of an impact that will unfold over time. Reconstruction will be a long and > uneven process, requiring not only immediate responses but also a continuous > strategy of support, monitoring, and sustained public investment. > > A central pillar of this mobilization is the demand for genuine European > coordination in responding to the crisis. To date, Portugal has not requested > the activation of the European Union Civil Protection Mechanism, the > instrument designed to mobilize coordinated support among Member States in > emergency situations. Despite national authorities stating that there is “no > justification” for activating it, the strain on resources and the scale of the > damage are both evident and alarming. > > We believe that a solidarity-based response at both national and European > levels is only possible through clear political action, transparency, > cooperation, and by prioritizing people: their safety and dignity. Their > voices must be heard not only in the affected areas, but also in European > decision-making spaces. > > Accordingly, the objectives of the action “Wherever We Are, For Portugal” are > to: > > • give public visibility to the reality faced by affected populations; > • demand political engagement that places people at the center of the > response; > • provide and disseminate reliable information on how to offer support > (locally and remotely); > • advocate for faster, more coordinated, and more effective response > mechanisms at both national and European levels. > > Because silence and indifference can never be an answer, especially at such a > critical moment. > > Wherever we are. For Portugal. Anna Lodeserto
February 18, 2026
Pressenza
Venezuela, il sequestro della sovranità e l’etica del possibile
CARACAS – per L’Antidiplomatico – La storia del socialismo è costellata di gesti che definiscono un’epoca. Quando Iosif Stalin rispose alla proposta nazista di scambiare il figlio Yakov con il feldmaresciallo Paulus dicendo: “Non scambierò un soldato con un generale”, egli sigillò l’etica del comunismo del Novecento. Era l’etica del sacrificio assoluto, della sottomissione del legame di sangue alla ferrea disciplina della lotta di classe globale. Era il tempo della “dittatura del proletariato”, dove la sopravvivenza del simbolo contava quanto la tenuta del fronte. Era il tempo di Bertolt Brech, cosciente che chi avrebbe voluto approntare il terreno alla gentilezza non aveva potuto permettersi di essere gentile. Il tempo, poi, di Frantz Fanon, che voleva calare il machete sulla maschera dell’”umanitarismo” coloniale. Brecht vive la crisi del capitalismo tra le due guerre e l’ascesa del nazismo; Fanon vive il tramonto degli imperi coloniali. Due generazioni diverse, ma unite dalla volontà di usare la parola e l’azione per smascherare i meccanismi dell’oppressione, fosse essa di classe o coloniale. Nel film Apocalypse Now, il protagonista Kurtz racconta di quando, come ufficiale statunitense, si recò in un villaggio per vaccinare i bambini contro la poliomielite. Dopo che i medici nordamericani se ne furono andati, un uomo del villaggio corse a richiamarli. Tornando indietro, trovarono un mucchio di piccoli bracci mozzati: i Vietcong erano passati e avevano amputato il braccio a ogni bambino che era stato vaccinato dagli invasori. Quell’atto terribile non era semplice crudeltà, ma un messaggio politico assoluto: “Non vogliamo nulla da voi, nemmeno la salute, se essa è lo strumento della vostra colonizzazione”. Kurtz rimane folgorato dalla “purezza” di quell’odio e dalla volontà d’acciaio di un popolo che preferiva l’automutilazione piuttosto che accettare il “dono” dell’invasore. E il Che Guevara lottò fino alla morte per innescare “uno, cento, mille Vietnam”. Il Socialismo del XXI Secolo, di cui Hugo Chávez è stato il principale architetto, opera invece, fin dal suo inizio, su un terreno ontologicamente diverso. Chi ha appoggiato la rivoluzione bolivariana, e ancor di più quella “dei cittadini” in Ecuador o “degli indigeni” di Evo Morales in Bolivia, sapeva (o avrebbe dovuto sapere) che non stava appoggiando il Vietnam di Ho Chi Minh, né la Cuba di Che Guevara, quella che oggi rivendica di “inviare medici e non bombe”: anche a governi italiani di destra, come abbiamo visto in Italia. Le cose stanno così perché non ci sono state rivoluzioni, o cambi radicali in Europa, e nei paesi capitalisti dove si decide il costo del lavoro e si decidono le guerre imperialiste. E dove ai guerriglieri sconfitti, ma non arresi, viene negato il diritto di parola. In Venezuela, le parole di Brecht o di Fanon offrono ancora gli strumenti per smontare le distorsioni prodotte dalla propaganda odierna e dalla “filosofia del frammento”, ma in un altro contesto storico. Così, l’unione civico-militare di un esercito “pacifico, però armato” viene apparentata alla “guerra di tutto il popolo” di Ho Chi Minh, e il centenario di Frantz Fanon, Malcolm X e Lumumba viene celebrato in nome di un “nuovo umanitarismo”, da imporre più con la forza del progetto trasformativo che con quella della coercizione statale. Equivoco o sfida da cogliere anche per chi, pur guardando in faccia il nemico, pur senza sottrarsi, scommette di non trasformarsi nella bestia che si vuole combattere? Una sfida che, comunque, dovrebbe piacere a chi, in Europa, ha fatto della “non violenza” un principio assoluto. Il pulpito di chi ha guardato in faccia la questione, dal punto più alto e più ostico della lotta di classe in Europa – la lotta armata – non consente di proporre assoluti: né entusiasmi senili per un realismo senza socialismo, né voli pindarici che trasformino gli strumenti in principi, tanto astratti da addormentare o paralizzare. Chi critica da “ultrasinistra” il negoziato per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores, evocando la necessità di una risposta armata definitiva o di un sacrificio estremo (posizione, peraltro, inesistente, in Venezuela, e solo ventilata da fuori), ignora la lezione gramsciana che il chavismo ha fatto propria: la rivoluzione è una guerra di posizione lunga, estenuante, che si gioca dentro e contro le istituzioni borghesi. Smantellare lo Stato borghese dall’interno non significa soccombere ad esso, ma occuparne le crepe per costruire potere popolare, dice la rivoluzione bolivariana. In questa logica, il presidente e la “primera combatiente” non sono solo figure individuali, ma garanti della stabilità istituzionale e della pace. La loro incolumità è la condizione necessaria affinché il processo rivoluzionario non scivoli nel caos sanguinario che l’imperialismo ha già testato in Libia o in Siria. Mentre il comunismo del Novecento operava per rottura violenta, il socialismo bolivariano opera per trasformazione egemonica. La logica di Stalin arrivava a sacrificare il figlio per salvare il principio dell’uguaglianza nel dolore. La logica di Chávez, di Maduro, e ora della presidenta incaricata Delcy Rodriguez è quella di proteggere la leadership per salvare il legame sociale e il diritto alla vita del popolo. La ricerca di un negoziato nel caso del sequestro del 3 gennaio non viene intesa dunque come un cedimento, ma come un atto di maturità politica in un contesto di ricatto inedito. Chi invoca la lotta armata fino all’estremo sacrificio (in casa d’altri), dimentica che l’obiettivo del socialismo bolivariano non è la morte eroica, ma la “suprema felicità sociale”. Il ricatto del sequestro punta, invece, proprio a spingere la Rivoluzione verso un vicolo cieco di violenza che giustificherebbe l’annientamento totale. Serve quindi lucidità per contrastare i fascisti venezuelani scatenati nelle accademie italiane in veste di “difensori della democrazia contro la dittatura”, fiancheggiati da quei presunti “chavisti” che, alleandosi con le destre, hanno contribuito a costruire la narrativa che ha portato all’attacco. Questa strana alleanza punta anche adesso alla destabilizzazione per favorire l’occupazione del paese e imporre l’ordine egemonico nordamericano. Quanti più spazi si riesce a sottrarre al fascismo, è dunque un guadagno per la rivoluzione. Negoziare, peraltro, non significa tradire. La storia è piena di ritirate strategiche che hanno salvato la Rivoluzione: nel 1954, Ho Chi Minh firmò la pace di Ginevra. Accettò la divisione del Vietnam per consolidare il Nord e preparare la vittoria finale, nonostante le critiche dei massimalisti. In questo secolo, nel 2007, l’amnistia di Chávez liberò i golpisti del 2002 per isolare l’ala violenta e rafforzare la legalità rivoluzionaria. E gran parte della guerriglia colombiana accettò il passaggio dalla lotta armata alla lotta politica, anche per preservare la vita delle comunità. E, anche ora, nel parlamento venezuelano si sta discutendo un’amnistia generale proposta dalla presidente incaricata. C’è, invece, una sinistra che sembra amare solo le rivoluzioni sconfitte, i martiri caduti e le bandiere insanguinate. È una sinistra che critica il negoziato perché lo vede come un compromesso, quando in realtà è l’uso tattico (e anche obbligato) della diplomazia di pace (e della diplomazia proletaria, come stanno dicendo gli operai invitando i lavoratori alla solidarietà mondiale) in un momento di asimmetria militare. Contestualizzare e difendere la linea del negoziato significa capire che oggi la resistenza si misura nella capacità di mantenere lo Stato funzionante, di garantire il pane e la salute, e di riportare a casa i leader scelti dal popolo. Il socialismo bolivariano non cerca la gloria del martirio, ma la concretezza della vittoria. Non abbiamo – dice – bisogno di eroi morti, abbiamo bisogno di una rivoluzione viva e capace di farcela da una posizione di dignità, come dimostra la fermezza di Cilia Flores che, pur potendo salvarsi dal sequestro, è rimasta al fianco del compagno e del progetto politico. Come ci ha insegnato Lenin, i comunisti a volte devono passare per porte strette, sapendo che possono perdere qualche piuma e perfino la coda, ma l’importante è non perdere la testa che continua a guardare all’orizzonte. Il mantenimento del potere politico è la precondizione per qualunque trasformazione sociale. Cedere al ricatto dell’imperialismo o scivolare nella provocazione violenta significa consegnare il paese all’occupazione definitiva, e a litanie simili a quelle del “ce lo chiede l’Europa” per imporre la tagliola sui diritti delle classi popolari. Non siamo più, d’altronde, nel cuore del Novecento, ma in un complesso contesto internazionale, governato dai meccanismi del mercato anche ove si disegna la possibilità di un mondo multicentrico e multipolare. E siamo nel pieno di una guerra ibrida, multidimensionale, dove il nemico non cerca solo di conquistare territorio, ma di distorcere la psiche collettiva e l’architettura istituzionale di un popolo attraverso quella “balcanizzazione dei cervelli” che mira a distruggere l’identità nazionale e il consenso internazionale. È ormai chiaro che, dietro le parole d’ordine della “democrazia” e della presunta crociata contro il narcotraffico si cela la Codicia extrapesada, come recita un nostro recente libro sulla relazione fra potere e petrolio in Venezuela: la brama esistente per una risorsa che, pur in via di esaurimento, costituisce l’oggetto di una contesa geopolitica per un modello di sviluppo, quello capitalista, in crisi strutturale e di prospettiva. Questa brama è di natura interna ed esterna. Chi critica oggi la presunta arrendevolezza del Venezuela, ignora che il progetto bolivariano è bersaglio dell’imperialismo perché ha osato mettere il petrolio al servizio dei popoli e non solo dei mercati. Bisogna rispondere per le rime a chi, da una sinistra europea spesso imbelle, critica oggi il processo bolivariano lanciando bordate “puriste”, sospinto dalle “bombe cognitive” chiamate fake-news. Ma cosa hanno fatto questi critici per evitare che le “sanzioni” strangolassero il Venezuela? Dov’erano mentre il blocco finanziario impediva l’acquisto di cibo e medicine? Dov’erano mentre si sequestravano le raffinerie di Citgo e le riserve d’oro del Venezuela a Londra? Sono forse scesi in piazza tutti i giorni per dire “no” all’illegalità di misure coercitive unilaterali contro un paese pacifico o contro il bloqueo a Cuba? No, in molti hanno prima appoggiato l’autoproclamato Juan Guaidó, e poi applaudito al premio Nobel per la pace dato alla trumpista Maria Corina Machado. È troppo facile fare i “puristi” della rivoluzione con il sedere al sicuro nelle democrazie liberali. Dal pulpito di certi bollettini, si critica il negoziato per la liberazione di Nicolás Maduro e Cilia Flores come se fosse un cedimento e non un passaggio obbligato, ma la domanda è brutale: chi è disposto oggi a immolarsi con un fucile in mano, dentro e fuori dal Venezuela? Nessuno di questi critici “radicali” è pronto all’estremo sacrificio, eppure pretendono che il popolo venezuelano scelga il suicidio collettivo per soddisfare il loro narcisismo della sconfitta. E per poi, magari, criticarli in nome della “non violenza”. A chi esige il martirio altrui, risponde un post del rivoluzionario basco Agustín Otxotorena: “Vedo alcuni insultare dalla Spagna Delcy per aver tentato di frenare il saccheggio e la distruzione militare del Venezuela attraverso la diplomazia e l’accordo. Ricordo loro che in Spagna ci sono diverse basi degli Stati Uniti e possono lanciarsi quando vogliono a praticare la lotta armata contro l’esercito nordamericano. Per dare l’esempio rivoluzionario. Insultare, calunniare ed esigere fuoco e morte da una tastiera a 8.000 chilometri di distanza, mentre ti copri con la copertina a casa o ti bevi un vino al bar, definisce te, non il Venezuela, né il chavismo, né Delcy.” Oggi la IA e la manipolazione mediatica agiscono come armi di distrazione di massa e per capovolgere simboli e senso: si sdoganano i fascismi, palesi o mascherati, e si criminalizza la resistenza bolivariana, e quella di classe nei singoli paesi. D’altro canto, secondo le indicazioni lasciate dal presidente Maduro, la classe operaia venezuelana è preparata anche a “bruciare i pozzi”, ma segue la linea del governo: aprire brecce e guadagnare tempo. E così fa il movimento delle donne, che ha lanciato la Brigata internazionale Cilia Flores. Difendere il Venezuela oggi significa difendere il diritto internazionale e la “tenerezza dei popoli”, che non è un sentimento debole, ma la forza di chi non perde la testa mentre attraversa la tempesta. Geraldina Colotti
February 18, 2026
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