Tag - Opinioni

Socialismo o barbarie
Il capitalismo predone e colonialista di Donald Trump è solo il punto di arrivo del fallimento sociale e morale del capitalismo e della democrazia liberali. Il nuovo rapporto dell’organizzazione internazionale Oxfam ci presenta un livello di diseguaglianza e sproporzione nella distribuzione di ciò che definiamo ricchezza, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, nemmeno con l’epoca dei Faraoni. Poche migliaia di super ricchi hanno accumulato 18600 miliardi di dollari, quasi raddoppiando il proprio patrimonio negli ultimi cinque anni. Nello stesso tempo la povertà globale non si è ridotta di nulla, metà della popolazione globale, cioè 4 miliardi di persone, vive in condizioni di povertà e tra questi quasi 2 miliardi non hanno neppure un’alimentazione sufficiente. Lo stesso sta avvenendo in Italia. I 79 miliardari del nostro paese hanno accumulato in un anno 54 miliardi in più sui loro patrimoni, che ora assommano a 307 miliardi. Ognuno dei nostri super ricchi vale come 250000 poveri, in Italia il 10% della popolazione possiede il 60% della ricchezza del paese, al restante 90% tocca ciò che rimane. Dal momento che i ritmi di crescita dell’economia italiana e globale sono molto inferiori a quelli della concentrazione e della accumulazione della ricchezza in poche famiglie, queste ultime accrescono il proprio patrimonio a spese dirette della maggioranza della popolazione. È la redistribuzione della ricchezza a rovescio, dai poveri verso i ricchi; un esproprio continuo ai danni della maggioranza dell’umanità che rischia di consolidarsi con il privilegio ereditario. Secondo Oxfam infatti nei prossimi anni 2500 miliardi di dollari, quasi il PIL annuale dell’Italia, passeranno dai ricconi del mondo a figli e nipoti. Alla faccia della ideologia del merito. Questa colossale accumulazione di ingiustizia sociale è frutto di decenni di politiche economiche neoliberali, amministrate per decenni da una sinistra “riformista” come quella di Toni Blair, oggi non a caso inserito nella cupola neo coloniale di Donald Trump. Ora questa mostruosa concentrazione di ricchezza diventa accentramento di potere. Le istituzioni, l’informazione, l’opinione pubblica, le basi stesse della democrazia, non possono restare indipendenti da questo strapotere dei soldi. E infatti stanno crollando sotto il dominio dei super ricchi. Oxfam pubblica anche un calcolo matematico nel quale più cresce l’indice di Gini, che misura l’iniquità sociale, più aumenta la percentuale di autoritarismo nella società. Se a tutto questo aggiungiamo il riarmo e l’enorme aumento delle spese militari, a danno di quelle sociali, allora diventa ancor più chiaro che siamo dentro un sistema che marcia verso il disastro. La propaganda occidentale, che descrive il mondo come diviso tra democrazia e autoritarismo, è falsa e fuorviante, alimenta economia di guerra e guerra e porta acqua al mulino di Trump e compagnia. Le democrazie liberali sono oggi travolte dalla destra reazionaria e fascista proprio perché non sono in grado di metterne in discussione le basi economiche. Senza colpire la concentrazione della ricchezza, senza un modello economico e sociale alternativo a quello del capitalismo liberale, non c’è futuro per la democrazia. La prima frattura mondiale è quella tra ricchi e poveri, tra potere dei soldi ed eguaglianza sociale, e ogni politica liberale è condannata all’impotenza o alla complicità di fronte all’ingiustizia dilagante. Nel passato il capitalismo è stato costretto a fermare la sua corsa distruttiva solo quando ha avuto di fronte il socialismo. È il socialismo, cioè la proprietà e il controllo pubblici di una economia fondata su eguaglianza giustizia climatica e pace, è il socialismo che deve tornare in campo. Oggi più che mai l’alternativa è socialismo o barbarie. Giorgio Cremaschi Redazione Italia
Violenza genera violenza: per disarmare gli adolescenti servono adulti coerenti e credibili
La mattina del 16 gennaio all’interno dell’Istituto di istruzione superiore Einaudi-Chiodo di La Spezia, un diciannovenne ha tirato fuori un coltello e ha colpito mortalmente un suo coetaneo, Youssef Abanoub. L’aggressore ha ammesso di aver portato con sé l’arma e di averla usata per risolvere un conflitto con il coetaneo. Oltre il pretesto specifico, che pare legato alla pubblicazione dell’immagine di una ragazza sui social, questo fatto di cronaca è carico di significati che vanno al di là della pur gravissima responsabilità personale del giovane omicida: è sintomo anche di processi culturali più ampi e pervasivi segnati dal massiccio ritorno di simboli e linguaggi che normalizzano la violenza e le armi nella forma estrema della guerra e costruiscono “il nemico” come categoria assoluta, con il quale non si dialoga ma si combatte fino al suo annientamento. Sui social media – che tanta influenza hanno su quella che Jonathan Haidt chiama “generazione ansiosa” –dilagano messaggi e azioni provenienti dai decisori globali adulti che comunicano non solo che la violenza è un’opzione normalmente percorribile, ma che è necessario armarsi sempre di più per prepararsi a farla in dosi sempre più massicce (dal genocidio a Gaza agli omicidi dell’ICE negli USA, gli esempi sono infiniti). Il legame tangibile tra la guerra nell’affrontare i conflitti internazionali e la violenza in quelli interpersonali è reso anche plasticamente da una proposta di legge di Fratelli d’Italia di poche settimane fa che – analogamente ai tentativi di aggiramento della Legge 185/90 che regolamenta il commercio di armamenti – vuole eliminare anche i controlli per produrre, importare, vendere o collezionare le armi bianche, diffuse tra gli adolescenti. Queste armi – dice Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere in un’intervista (Domani, 24 novembre 20025) – “vengono così equiparate ai coltelli da cucina o ai coltellini svizzeri, potranno essere vendute tra privati cittadini e quindi chiunque, anche i minorenni, potranno acquistarle anche online”. Per comprendere la correlazione possibile tra dilagare di guerre e bellicismo e pratica della violenza tra i più giovani è utile ribadire la distinzione introdotta da Johan Galtung tra le forme di violenza: diretta, strutturale e culturale. La violenza culturale si manifesta nel linguaggio, nei messaggi, nelle retoriche, nelle pratiche sociali che legittimano e rendono accettabile la violenza diretta e strutturale, nelle diverse arene dei conflitti. Secondo Galtung, questi elementi culturali operano in profondità: quando la guerra viene narrata come fatto naturale, inevitabile ed eroico, o quando si impugnano le categorie del “noi” contro “loro”, i segmenti culturalmente più fragili della società interiorizzano l’uso della violenza, ai diversi livelli, come “normale”. Non si tratta, naturalmente, di attribuire alle narrazioni mediaticamente violente dei conflitti armati l’effetto diretto di generare immediatamente comportamenti violenti negli individui, ma di comprendere come contesti culturali in cui la violenza è sempre più presente e normalizzata sul piano internazionale contribuiscano a formare mentalità in cui gli atti violenti sono percepiti come agibili anche sul piano interpersonale. Gli studi dello psicologo sociale Albert Bandura – noto anche per aver esplicitato i meccanismi del “disimpegno morale” necessari per compiere azioni violente – con la teoria dell’apprendimento sociale e i relativi esperimenti, aiutano a comprendere come i comportamenti possano essere appresi anche attraverso l’osservazione: bambini e adolescenti imparano non solo attraverso l’esperienza diretta, ma osservando e imitando modelli veicolati nel loro ambiente sociale. L’osservazione reiterata di comportamenti violenti da parte di adulti significativi – oggi attraverso la pervasiva divulgazione multimediale – incrementa la probabilità che tali comportamenti vengano replicati: se un comportamento è rappresentato come accettato ed efficace, anche su una scala diversa dalla propria, aumenta la possibilità di imitazione. Per certi veri è il ribaltamento della credenza obsoleta che le guerre moderne siano dovute alla violenza “naturale” degli esseri umani, nel suo contrario: fare le guerre e considerarle normali può, a certe condizioni, generare comportamenti violenti anche al di fuori dal coinvolgimento diretto in esse. Ciò significa che, piuttosto di inasprire pene e decreti sicurezza, a ridurre il tasso di violenza individuale e di gruppo tra gli adolescenti può dare un contributo reale ridurre il tasso di violenza con il quale gli adulti affrontano i conflitti sociali e internazionali. Che significa, sostanzialmente, essere adulti coerenti e credibili. Promuovere il disarmo culturale e militare e i saperi e la pratica della nonviolenza, a tutti i livelli – superando la logica del nemico, dell’empatia selettiva, della deterrenza armata e della vittoria ad ogni costo – mentre risolve i conflitti internazionali con mezzi pacifici contribuisce a risolvere quelli interpersonali con mezzi nonviolenti. Liberando, inoltre, enormi risorse utilizzabili anche per promuovere educazione alla pace, alle relazioni disarmate ed alla trasformazione nonviolenta dei conflitti nelle scuole di ogni ordine e grado. La vera sicurezza. Pasquale Pugliese
Democrazia partecipativa o democrazia diretta?
È ormai da diversi anni che, nell’ambito della sinistra, si fa un gran parlare della cosiddetta “democrazia partecipativa”, mentre è calato il silenzio sulla democrazia diretta, un tempo auspicata (e spesso praticata) dal movimento operaio e contadino, oggi ormai confinata all’interno delle organizzazioni libertarie. Così è, e non va affatto bene. Con il termine “democrazia partecipativa” si intende infatti, in generale, un insieme di organismi consultivi che vengono affiancati agli organismi tipici delle democrazie borghesi: questi ultimi decidono, mentre i primi si limitano a discutere. Di norma gli organismi consultivi della “democrazia partecipativa” sono costituiti da cittadini scelti dalla pubblica amministrazione attraverso il sorteggio (non sempre: talvolta sono gli amministratori stessi a scegliere tra sedicenti “portatori di interesse”). La democrazia diretta invece, per chi non lo sapesse, attribuisce ogni potere decisionale alle assemblee. Qualora la decisione riguardi un numero di persone tale da non poter essere riunito in un’unica assemblea, si organizzano più assemblee e queste, dopo aver discusso e deliberato circa il problema da risolvere, nominano dei delegati con vincolo di mandato, revocabili in qualsiasi momento, che si accordano fra loro, salvo ratifica da parte delle assemblee che li hanno nominati. Alla democrazia diretta appartengono (ma non tutti sono d’accordo su questa affermazione) anche i referendum, attraverso i quali, effettivamente, i cittadini decidono direttamente, senza la mediazione di rappresentanti (e nemmeno di delegati), sui problemi che li riguardano. La vera differenza dunque tra “democrazia partecipativa” e democrazia diretta è nel potere decisionale: nella cosiddetta “democrazia partecipativa” si partecipa alle decisioni, in quella diretta si decide effettivamente. Quanto al metodo del sorteggio, spesso utilizzato nella “democrazia partecipativa”, personalmente, non amo questo tipo di selezione, ma non si può negare che si tratti di un metodo ugualitario. Del resto è stato spesso usato, fin dall’antichità, da molte democrazie. Nulla vieta dunque di utilizzarlo. La cosa fondamentale però è che chi viene sorteggiato abbia effettivamente il potere di decidere (e di decidere su questioni importanti!) senza essere indirizzato da manipolatori di professione (funzionari, “facilitatori” ed “esperti” vari) nominati dalle amministrazioni: se l’assemblea costituita dai sorteggiati ritiene opportuno ascoltare il parere di esperti deve essere quest’ultima a sceglierli e convocarli! Qualcuno obietterà che ciò a cui mi sto riferendo non è la “democrazia partecipativa” ma una distorsione di essa. Può darsi, ma allora perché non chiamarla democrazia diretta? Inoltre, in quasi tutti casi in cui l’ho vista in azione erano presenti manipolatori di professione e, comunque, anche in loro assenza, l’assemblea non aveva alcun reale potere decisionale. Ed è questo, a mio parere, l’aspetto più grave, perché quando i cittadini che vi partecipano, passato un primo periodo di infatuazione, si accorgono che le decisioni vengono prese altrove e che stanno sostanzialmente perdendo del tempo, si disamorano della democrazia. E spesso si convincono che forse è meglio lasciare alle autorità costituite l’onere di decidere al loro posto. In conclusione: stiamo attenti a non aprire la strada alla “servitù volontaria”! Luciano Nicolini (da Cenerentola n. 277, novembre 2024, pagina 5) Redazione Italia
Torino 2027: proposta di percorso per la costituzione di un polo alternativo
Siamo persone che in questi anni si sono battute per cambiare radicalmente Torino, per renderla una città vivibile socialmente e ambientalmente, per sviluppare la partecipazione popolare e la socialità, per impedire che venisse modificata in peggio. Riteniamo che le linee fondamentali attorno a cui dovrebbe svilupparsi la città siano: – lo sviluppo della partecipazione e del potere reale dei cittadini e dei corpi sociali intermedi superando l’attuale paralizzante e arcaica concentrazione di potere impermeabile alle istanze dal basso. – lo sviluppo di posti di lavoro stabili e di qualità’ nel pubblico e nel privato, a partire dalle attività lavorative che fanno capo al Comune di Torino. Il concorso allo sviluppo sul territorio di attività produttive che siano utili per la popolazione e per l’ambiente. Il rifiuto di un’economia cittadina basata sulla produzione delle armi: nessun sostegno alla riconversione delle produzioni dal settore civile al settore militare. – la cura e lo sviluppo del tessuto delle relazioni sociali ad ogni livello intrecciate con politiche finalizzate alla giustizia sociale, contro le discriminazioni genere e di razza, per la salvaguardia dei diritti dei migranti e la loro piena inclusione nella vita della città. – la salvaguardia dell’ambiente e il miglioramento della qualità urbana intrecciata con lo sviluppo di un modello produttivo finalizzato alla lotta al cambio climatico. Centrale a questo scopo è l’ampliamento/realizzazione di una rete di trasporto pubblico capillare, ecologica e a basso costo, a partire dalle periferie – lo sviluppo e la diffusione della conoscenza e della cultura connessa alla forte attenzione alla qualità e corretta remunerazione di ogni lavoro necessario in città. – il pieno sviluppo dei diritti sociali quali la salute, l’istruzione, l’abitare, l’assistenza da soddisfarsi in forma pubblica e partecipata intrecciato con lo sviluppo dei diritti civili e dell’inclusione. – la progettazione del disegno urbanistico della città finalizzato allo sviluppo della bellezza, al miglioramento dell’ambiente, alla creazione di spazi sociali ed in definitiva alla vivibilità della città per chi vi risiede e non per l’aumento della rendita e del profitto. Il nostro obiettivo è di portare in Consiglio comunale e nelle circoscrizioni un gruppo di consiglier* che rappresentino queste istanze, al di fuori delle mediazioni e degli interessi che caratterizzano gli schieramenti che oggi occupano l’intero spettro della politica istituzionale torinese. In questi decenni abbiamo visto susseguirsi molti sindaci ma non abbiamo visto realizzarsi in città un’alternativa, un netto cambio di rotta. In particolare la partecipazione dei cittadini e delle cittadine è sempre stata usata solo per garantire il consenso alla propria parte politica mentre è stata considerata un disturbo, un fastidio, nella misura in cui portava il punto di vista dei cittadini sulla gestione della città. Noi vogliamo costruire uno spazio politico su scala comunale in grado di valorizzare le risorse presenti nel tessuto sociale torinese al fine di dare risposte ai problemi del territorio, inventando soluzioni innovative come contestando le decisioni sbagliate del potere. In questi anni sono state centinaia e centinaia le proposte, le istanze, le iniziative che sono state avanzate e sostenute con lotte dal basso ma ignorate da chi gestiva il potere. E’ ora di finirla con questa situazione, è ora di uscire da una condizione di subalternità e di delega verso chi usa la politica solo per poter gestire il proprio potere. Essere presenti nel Consiglio comunale, eleggendo un* o più consiglier* al primo turno, dà diritto ad avere informazioni importanti in tempi rapidi, a interrogare chi amministra ottenendo risposte ufficiali, permette di avanzare ufficialmente e formalmente proposte per la città e di essere più efficaci nel far conoscere le proprie proposte e in generale nel raggiungere l’opinione pubblica. Essere presenti in Consiglio comunale non sostituisce in alcun modo le lotte e l’iniziativa sociale e culturale ma aiuta a rafforzarle. Noi proponiamo di costruire uno spazio politico comunale che partecipi al primo turno delle elezioni con l’obiettivo di eleggere un* o più consiglier* che si impegnino a dare rappresentanza diretta alle istanze popolari al di fuori degli schieramenti di centrodestra e centrosinistra, con cui non faremo alcun apparentamento. Non esprimeremo alcuna preferenza in un eventuale ballottaggio salvo il caso in cui il/la nostr* candidat* risulti essere un* dei due concorrenti”- Proponiamo di costruire insieme un percorso comune e plurale a partire da poche regole che ci permettano di definire il programma, le liste e la loro composizione e individuare la/il candidat* sindaco. Invitiamo a costruire insieme questo spazio politico comunale – a partire da una comune scelta antifascista e contro ogni discriminazione, contro la guerra e le spese militari – tutt* le donne e gli uomini, i movimenti di base, i comitati, le associazioni, le organizzazioni, i sindacati, i partiti che condividono questi valori. Per dar vita a questo percorso occorre innanzitutto ricostruire una fiducia reciproca tra i diversi soggetti individuali e collettivi interessati. Noi pensiamo che sia necessario costruire un percorso in cui tutte e tutti si sentano a casa loro potendo contribuire liberamente con le proprie idee e il proprio impegno. Per questo riteniamo necessario fissare sin da subito alcune regole fondamentali che permettano la convergenza tra percorsi e sensibilità diverse. La prima riguarda la presenza dei partiti che condividono il progetto e i suoi contenuti: noi riteniamo sia auspicabile questa partecipazione In secondo luogo è necessario che i soggetti collettivi e i singoli possano dar vita nell’ambito del costituendo spazio politico a una o più liste che non siano identificate con i partiti. Ovviamente in questo caso le forze politiche potrebbero dar vita a loro volta ad una o più liste. In terzo luogo, al fine di dar vita ad un processo democratico e partecipato, è opportuno prevedere una adesione al processo individuale e/o collettiva e definire all’inizio del percorso le forme e le regole con cui stare insieme. il gruppo promotore: Simona Bombieri, Fiorenza Cora, Alessandra De Rossi, Claudio Decastelli, Mauro Demaria, Giovanni Limone, Andrea Maggiora, Irene Ricci, Stefano Risso, Mariangela Rosolen per scaricare il documento: https://drive.google.com/file/d/1olSwUxPI_yolYHdBGkLnXlz99Q-pWJz3/view?usp=sharing Redazione Torino
Askatasuna vuole dire Libertà
Circa trecento persone, stipate in due aule del campus Einaudi di Torino, hanno discusso sulla situazione politica di un governo che è nemico del popolo e fa la guerra al popolo; sono arrivate un po’ da tutta Italia, in rappresentanza del Leoncavallo di Milano, lo Spin Time di Roma, i centri sociali delle Marche e del nordest, comitati autorganizzati e poi rappresentanti della Gkn, del Movimento No Tav, dei sindacati di base Usb e Cobas. Non ci sono interventi di rappresentanti dei partiti della sinistra perché il movimento che lancia questa assemblea è un movimento soprattutto, e molti sono gli interventi che lo ribadiscono, antistituzionale. E il popolo resiste. Nei vari interventi si è un po’ ripercorsa la memoria della storia dell’Askatasuna occupato alla fine degli anni 80, l’intersezione con l’esperienza del Movimento No Tav che è diventato un luogo che ha unito mondi diversi in Italia e all’estero. Molto accorato l’intervento di Nicoletta Dosio, che ha posto al centro del conflitto il territorio inteso come spazio spirituale, come Pachamama, che ha teso un legame tra le lotte di Mapuche e nativi latinoamericani e la difesa della valle, dei suoi boschi, dei suoi castani, ha detto Nicoletta, contro il capitalismo predatorio. Dal Leoncavallo si è ricordato che la guerra, parola molto evocata dai vari interventi, non è solo al difuori, ma è una guerra interna contro i giovani iniziata dai vari decreti antirave, fino ai decreti sicurezza contro i lavoratori che, pur lavorando, sono sempre più poveri. Dallo spin Time di Roma, un palazzo ex INPS occupato che ospita 130 famiglie italiane e straniere senza casa, arriva l’appello a una resistenza a tutto campo fuori dalle istituzioni, per creare caos e non dialogo, “un caos che può portare alla nascita di qualcosa di nuovo e di migliore”. In tutti gli interventi è molto presente la situazione degli arresti e la repressione che è piombata sul movimento per la Palestina dopo le enormi manifestazioni di “Blocchiamo Tutto”, sull’onda del sostegno alla Flottilla salpata per Gaza in settembre. Così, in ogni intervento, si sottolineano le menzogne sulla Striscia di Gaza  rispetto alla falsa pace, gli istinti predatori di Trump e del comitato d’affari che dovrebbe gestire la Striscia nei prossimi mesi. Noto con qualche perplessità, che quasi nessuno degli interventi cita l’Iran e il movimento di popolo che si sta sacrificando per abbattere il regime teocratico e tirannico e questo è certamente un sintomo di una difficoltà della sinistra extraparlamentare ad affrontare questo tema. Un altro vuoto che percepisco partecipando all’assemblea è la questione del Referendum. Tra l’utopia di battere la destra e far cadere il governo, intanto si potrebbero segnare alcuni risultati intermedi, come battere il governo sul tentativo di forzare quella parte della magistratura ancora non piegata alla narrazione meloniana ad obbedire al governo. Tra i tanti punti individuati dagli interventi, come costruire un movimento unitario extraistituzionale contro la guerra, il carovita, il governo, riprendersi gli spazi e gli slogan molto citati uscire dalle galere e riprendersi le città, non c’è quello di provare a dare una piccola ma sostanziale spallata a questo governo nemico del popolo, attraverso l’esercizio democratico del referendum. Mi chiedo come sia possibile che un movimento radicale extraparlamentare non riesca a intravedere in una magistratura più assoggetta al potere, il rischio di un aumento tragico della repressione e della chiusura di spazi di libertà. L’assemblea si conclude dopo circa 5 ore di una fitta e partecipata discussione, e come detto da Stefano Millesimo dell’Askatasuna sgomberato, “ci vogliono in prigione ma ci troveranno nelle piazze.” La prossima piazza sarà un corteo nazionale il 31 di gennaio a Torino che avrà, significativamente, tre punti di concentramento: Palazzo Nuovo e le stazioni di Porta Nuova e Porta Susa, con tre cortei che convergeranno al centro della città. Manfredo Pavoni Gay
Le ragazze ardenti per il pane e le rose
Il 25 marzo 1911 la fabbrica di camicette Triagle di New York, al nono piano di un edificio in piazza Washington, va a fuoco: è una strage! centoquarantasei le vittime. La notizia fa il giro del mondo. Nell’estremo sud d’Europa il Giornale di Sicilia titola: Spaventevole incendio a New York. I morti sono operai di ambo i sessi provenienti dall’Italia, dalla Germania e dalla Russia – riporta il quotidiano dell’Isola. In verità nell’incendio hanno perso la vita diciassette uomini e centoventinove donne, giovani cucitrici, di età sotto i vent’anni, impiegate nell’opificio dei signori Isaac Harris e Max Blanck, i quali, invece, sono riusciti a mettersi in salvo. Molte delle vittime erano italiane o di famiglie emigrate dall’Italia, tra cui ventiquattro di origini siciliane, come documenta Ester Rizzo in Camicette bianche (Navarra editore, 2014), che ha rintracciato per ciascuna delle decedute nel rogo un nome e, dove possibile, un profilo. Maria Rosa Cutrufelli nel suo ultimo romanzo Il cuore affamato delle ragazze (Mondadori, 2025) ci restituisce le lotte delle donne nella New York del primo decennio del secolo scorso mediante i ricordi della protagonista Etta, infermiera professionista, che dalla provincia di Palermo era giunta bambina negli Stati Uniti col nome di Marietta assieme alla madre diplomata maestra e al padre medico e socialista. Non tutti gli emigrati lasciavano la Sicilia alla ricerca di lavoro e di una prospettiva di vita più umana, alcuni, come il padre di Etta, fuggivano per non dover abiurare alle proprie idee politiche. Ricordiamo a tal proposito che intorno al 1891 i fasci siciliani dei lavoratori iniziarono a organizzare i grandi scioperi contro lo sfruttamento e i soprusi delle classi dominanti dell’Isola, ma già nel 1894 le rivendicazioni dei contadini e degli operai insorti erano state brutalmente soffocate nel sangue dal governo Crispi. E tra le prime pagine del romanzo ritroviamo proprio a New York uno dei capi dei fasci, Nicola Barbato. Ma non erano solo uomini gli scampati alla repressione dei fasci che si erano rifugiati negli Stati Uniti, come ha documentato Elisabetta Burba in Da arbëreshë a italo-americani (Pitti edizioni, 2013), per la comunità albanese di Piana – il paese natio di Barbato in provincia di Palermo –, « le donne arbëreshe aderirono con entusiasmo al fascio » anzi  ebbero un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle mobilitazioni, come quando per protesta contro le autorità ecclesiastiche che condannavano le rivendicazioni dei fascianti decisero di non prendere parte alla processione del Corpus Domini. E nel romanzo di Cutrufelli incontriamo una fasciante in un laboratorio sartoriale, una « maestra con le forbici e il gessetto » che parla un inglese storpiato dalla pronuncia siciliana – non certo famosa come il dottor Barbato! – che nel suo paese d’origine aveva organizzato « manifestazioni, lagnanze in municipio e, una volta, persino uno sciopero delle donne alla processione del venerdì santo ». In questo modo la nostra autrice, tra gli orditi degli avvenimenti storici, intreccia le vite delle sue personagge d’invenzione con le azioni di figure storiche ben identificate, come le attiviste impegnate nelle rivendicazioni dei diritti delle donne nei sindacati e nelle leghe suffragiste Jane Addams, Mary Dreier, Alice Frances Kellor, Clara Lemlich, Pauline Newman, Frieda Miller e Frances Perkins. Signore dell’alta società o comunque di condizione borghese che decisero di supportare le lotte delle operaie dell’industria tessile. Il loro appoggio non mancò nel grande sciopero del 1909 che prese avvio proprio dalle proteste delle camiciaie degli ultimi piani dell’Asch Building, occupati dalla fabbrica di Isaac Harris e Max Blanck , per cui il New York Herald aveva ironizzato: «Anche i pulcini ora alzano la cresta?». A riguardo non possiamo non ricordare lo sciopero del 1902 a Milano delle piscinine, le schiave-bambine impiegate nelle sartorie milanesi della Belle Époque, protagoniste del romanzo La piccinina di Silvia Montemurro (Edizioni E/O, 2023). I pulcini o più propriamente le pulcine newyorchesi, le più giovani avevano quindici anni, «trovarono, il coraggio, alla fine. Svitarono le Singer dalle postazioni (persino alla Triangle, la più moderna delle fabbriche, le macchine dovevano fornirle le operaie) e, con il loro tesoro tra le braccia, scesero per strada» tant’è che l’Herald dichiarava : «È la rivolta delle ragazze». «Le trovavi dappertutto […] Ovunque c’erano cucitrici, là c’era un picchetto. E insieme ai picchetti comparvero i poliziotti con i manganelli e gli agenti della Pinkerton con i revolver e i gangster assoldati dagli industriali e i ruffiani con il seguito di prostitute da affittare al posto delle operaie». Ma le scioperanti non demordevano mentre ad un certo punto la repressione «era sfuggita di mano al sindaco e agli altri caporioni, perché i poliziotti, nella loro spavalderia, avevano commesso un errore madornale: assieme alle operaie, avevano ammanettato una signora della buona società. La bionda signora Dreier, presidente » della sezione di New York della Women’s Trade Union League. Infatti – commenta Cutrufelli – «quegli stupidi scimmioni, oltretutto, l’avevano arrestata nel momento meno opportuno: con il rinnovo a breve delle cariche municipali bastava niente per perdere il proprio elettorato». Probabilmente era stata la stessa astuta Miss Dreier a cogliere «a volo l’opportunità». Lo sciopero era terminato dopo mesi, e poteva vantare una prima vittoria perché quasi tutte le imprese avevano accettato la richiesta più importante per le operaie ovvero l’ingresso del sindacato nelle fabbriche a tutela dei loro diritti. Ma la Triangle si era dissociata è non aveva acconsentito a nessuna delle rivendicazioni delle impiegate. Così quando scoppiò l’incendio all’Asch Building, Miss Perkins che «si occupava di riforme sociali: regolamenti sanitari, riduzione dell’orario di lavoro per donne e bambini» e non ultima «la prevenzione degli incendi nelle fabbriche» dovette avvertire «il rogo della Triangle come uno scacco personale. Il fallimento del suo impegno». Nessun dubbio vi era  infatti che al nono piano dello stabile, «il reparto dove si tagliava e si cuciva in lunghe file parallele, la porta era bloccata, chiusa a chiave per timore che le operaie scappassero con qualche ritaglio di stoffa» e pertanto « non c’erano vie di fuga, in barba alle norme di sicurezza previste dalla legge». Una grave «negligenza» che però andava dimostrata in sede processuale e la testimonianza di Kate Alterman, sopravvissuta all’incendio, sembrava aver convinto la giuria che era stata attraversata assieme al pubblico presente in aula da un moto di commozione generale. Tuttavia con il verdetto finale Harris e Blanck venivano assolti, il loro avvocato era riuscito a neutralizzare la deposizione di Alterman chiedendole  di riconfermare una prima, una seconda e una terza volta la medesima versione dei fatti: perché «a forza di ripeterle, le parole smarriscono il loro significato, perdono valore, e ogni testimonianza finisce col tradire sé stessa». Il cuore affamato delle ragazze è un romanzo avvincente e, inoltre, ci invita a riflettere sul nostro presente. In merito alla sicurezza nei luoghi di lavoro, ad esempio, continuiamo ad assistere a tragedie che non possono essere tollerate. Già la regista Costanza Quatriglio nel film Triangle (2014) aveva messo in relazione la strage di New York del 1911 e, a cento anni, il disastro di Barletta del 2011, in cui persero la vita cinque operaie tessili sotto le macerie di una palazzina fatiscente. Mentre il rogo dell’Asch Building in cui perirono così tante giovani vite ci ricorda tristemente la strage dello scorso capodanno a Crans Montana. Anche in questo caso, pare che – così come emerge dalle cronache (fermo restando gli accertamenti sulle responsabilità della magistratura ancora in corso) – il cinismo e l’avidità abbiano portato a risparmiare sull’applicazione delle norme di prevenzione e sui dispositivi previsti dalla legge per la sicurezza, mentre rimane ancora da capire perché  l’unica porta d’emergenza fosse sbarrata. Per concludere, diciamo che le mobilitazioni newyorchesi del 1909 «per il pane e le rose» delle «ragazze ardenti» – così come le chiamò la stampa, quasi a prefigurare la drammatica fine alla Triangle –  rimandano oggi agli scioperi di operaie/i del settore del tessile soggette non soltanto allo sfruttamento servile, ma subiscono puntualmente minacce e repressioni, cancellando di fatto oltre un secolo di lotte: pensiamo a cosa di recente è avvenuto a Prato. Ketty Giannilivigni
Ucraina: vogliamo aver ragione o vogliamo salvare vite umane?
Vivo in Repubblica Ceca e conosco molti ucraini che sono scappati dalla loro terra. Quasi tutti mi dicono la stessa cosa. Pochi giorni fa ho preso un taxi ed è successo qualcosa che mi ha colpito profondamente. Di solito gli ucraini evitano di parlare della guerra, anche per timore di essere spiati. Ma quella volta ha fermato il taxi, mi ha guardato e mi ha detto: «Guardate, voi volete a tutti i costi che noi continuiamo questa guerra. Noi non ne possiamo più. Questa guerra deve finire, perché noi non ce la facciamo più». Questo è l’appello straziante che dovremmo ascoltare. La Russia continua ad armarsi e i suoi leader si mostrano in uniforme militare, alimentando una narrazione bellica che trascina anche il loro popolo in una spirale di sacrifici e sofferenza. Zelensky, intanto, siede al tavolo con i “volenterosi” per elaborare un piano che, nei fatti, prolunga il conflitto più che aprire una reale prospettiva di pace.  Se si continua così, l’intera Ucraina verrà distrutta.  Ognuno, legittimamente, dà la propria interpretazione. I grandi media ci hanno ripetuto per anni che la responsabilità sarebbe interamente della Russia, con Putin dipinto come un folle deciso a occupare l’Ucraina. Altri sostengono invece che “la NATO ha abbaiato ai confini della Russia” e ha avuto un ruolo centrale nell’escalation del conflitto. Al di là di tutte le interpretazioni geopolitiche, delle analisi e delle posizioni ideologiche, c’è una domanda che dobbiamo porci: a cosa vogliamo dare la priorità? Alla difesa delle nostre idee e interpretazioni, agli slogan della “pace giusta” e della “guerra giusta”? Diamo priorità al tornaconto economico per partecipare al business della ricostruzione? Oppure alla vita delle persone, alla salvezza di un popolo allo stremo?  Sentiamo dire: “se accettiamo la pace alle loro condizioni, allora gliela diamo vinta. Vince la legge del più forte”. E vogliamo mettere questa pseudo morale, mista di orgoglio e vendetta, al di sopra della vita della gente ucraina? E se domattina dovessimo partire noi o nostro figlio per “non dargliela vinta”, che faremmo?  Qual è il valore centrale: le nostre convinzioni o la vita umana?  Oggi, per propri interessi, gli Stati Uniti sembrano voler chiudere questa fase della guerra. Eppure, proprio mentre si intravede una possibile via d’uscita, entrano in scena i cosiddetti “volenterosi”, guidati soprattutto dal Regno Unito e dalla Francia. Invece di spegnere l’incendio, sembra che vogliano trascinare tutta l’Europa con i suoi giovani nella guerra.  Il popolo ucraino sta vivendo una condizione di disperazione totale. Andare avanti così è semplicemente impossibile. Continuare la guerra in nome di equilibri geopolitici o di strategie militari significa ignorare la realtà concreta di milioni di persone che non ce la fanno più. In tutto questo, chi paga il prezzo più alto sono le persone comuni. Se davvero mettiamo al centro la vita umana, allora la strada è una sola: fermare la guerra, sedersi ai negoziati, ascoltare anche il nemico, trovare un accordo. A tutti i costi, tranne uno: quello delle armi. Perché la situazione è diventata insostenibile, e ogni giorno in più di guerra rende la pace più difficile e il dolore più profondo. È fondamentale far sentire la nostra voce. Perché l’opinione della gente ancora conta. È vero: oggi i poteri reali sono lontani dalla gente e sembrano non ascoltare più i cittadini. I governi, che dovrebbero rappresentare la volontà popolare, plasmano invece l’opinione pubblica, adattando i cittadini alla propria volontà. È vero, le nostre sono democrazie, ma sempre più formali. Eppure, anche dentro questi limiti, l’opinione pubblica continua ad avere un peso. I partiti, prima o poi, sono costretti a confrontarsi con ciò che la gente pensa e vuole. Smettiamo di sostenere quei politici che, al di là della loro appartenenza politica, in qualche modo alimentano il business della guerra. Non siamo del tutto impotenti. Abbiamo ancora un minimo di potere: quello di parlare, di dissentire, di rifiutare la guerra, di chiedere la pace. Far sentire la nostra voce oggi non è inutile. È necessario. Vogliamo difendere le nostre convinzioni o vogliamo, finalmente, salvare vite umane?    Gerardo Femina
Che sta succedendo in Iran
Oggi le informazioni ci vengono fornite in maniera destrutturata e spesso ci sfugge il quadro generale. Riguardo all’Iran, dai media apprendiamo che è in corso una rivolta popolare, che il regime di Teheran sta reprimendo con la forza. Dall’altra parte, sempre i media ci informano che Trump ha minacciato di intervenire duramente, anche militarmente. Daniele Perra spiega che: “Una prima fase di manifestazioni più o meno spontanee legate al carovita (in larga parte dovuto al pesante regime sanzionatorio statunitense) e a una crisi ambientale che ha ridotto le forniture idriche, soprattutto nella capitale; una seconda fase, invece, di rivolta aperta nei confronti del ‘regime’ e di guerra ibrida (colpisce l’utilizzo di lanciafiamme da parte dei ‘rivoltosi’). Dico ‘più o meno spontanee’ perché la tempistica del loro inizio (subito dopo l’incontro di Washington tra Trump e Netanyahu) lascia non pochi dubbi ed ombre… il Mossad ha candidamente affermato di essere presente sul terreno nelle strade delle città iraniane.” Secondo Jeffrey Sachs: “Il meccanismo è ormai noto. Gli Stati Uniti impongono sanzioni, schiacciano l’economia, provocano disordini interni. Poi arriva il messaggio: se reprimete quei disordini, andremo in guerra contro di voi. È un gioco vecchio, uno schema collaudato del manuale operativo americano. Prima si strangola l’economia, poi si alimentano tensioni sociali; se lo Stato reagisce, quella reazione diventa il pretesto per tentare il rovesciamento del governo, in nome della ‘protezione del popolo’.” Queste osservazioni non intendono in alcun modo giustificare il regime di Teheran, la cui crisi non dipende solo da fattori esterni, ma è anche la conseguenza di profonde contraddizioni interne. Tuttavia, l’interferenza di potenze straniere può solo produrre disastri ancora più gravi. A rendere la situazione particolarmente delicata è il fatto che ci troviamo in una regione altamente militarizzata. L’Iran è una potenza regionale di primo piano, dotata di una forte influenza geopolitica e di ingenti risorse naturali. Per questo è da tempo nel mirino della politica statunitense. Oggi, però, ciò che preoccupa maggiormente Washington è la collaborazione dell’Iran con Cina e Russia. Secondo l’analista Jiang Xueqin: “L’Iran è il perno geografico e strategico di un sistema commerciale eurasiatico alternativo. Se questa alleanza si consolidasse, gli Stati Uniti perderebbero l’accesso commerciale al continente eurasiatico e il sistema basato sul dollaro crollerebbe. Per Washington questa è una questione di vita o di morte. Non è necessario vincere le guerre, ma creare abbastanza caos da impedire la nascita di un ordine alternativo.” “Il mondo è interconnesso. Un conflitto in Medio Oriente potrebbe chiudere lo stretto di Hormuz, scatenando una crisi energetica globale. Le conseguenze si propagherebbero in Europa, Asia e oltre, secondo un classico effetto domino.” “Tutto questo si inserisce in un quadro di decadenza occidentale. Come osservava Oswald Spengler, le civiltà nascono, crescono e muoiono. L’Occidente mostra tutti i segni della fase terminale: iperurbanizzazione, collasso demografico, disuguaglianze estreme, guerre combattute tramite proxy, decadenza culturale e perdita di coesione sociale.” Ecco dunque il quadro più ampio, un quadro certamente molto preoccupante. Da queste riflessioni emerge con chiarezza che il declino degli Stati Uniti – e, di conseguenza, dell’Europa – non è soltanto retorica. Già negli anni ’90, Silo parlava di una rivoluzione inevitabile e meccanica del Sistema, sottolineando però che la direzione che avrebbero preso gli eventi sarebbe dipesa “dall’intenzione degli individui e dei popoli, dal loro impegno a cambiare il mondo”. Il futuro è incerto e molte sono le strade che si aprono davanti a noi. Ogni fine, tuttavia, contiene anche un nuovo inizio, e ogni azione volta alla pace, alla nonviolenza e alla collaborazione tra le persone e i popoli può aprire un nuovo cammino verso il futuro.     Europe for Peace
Ad Alberto Trentini e ai detenuti… senza colpe.
In occasione della liberazione del cooperante Alberto Trentini, la mente va a tutt3 gli/le altr3 ancora detenuti… Nel mondo delle paure represse, la migliore difesa è l’attacco violento, con il sole che si spegne e muore nei minuti, nelle ore, nei giorni e negli anni dei volenterosi, annodati negli eccessi e nei difetti verso una corsa senza meta… da un capo all’altro. Nel mondo delle paure represse, i nostri dialoghi tengono gli occhi chiusi, malati di sicurezza in un mosaico di regole tassellate e scom-poste sui migranti sopravvissuti e buttati al fresco nei Centri d’accoglienza con arte sopraffina, con doglianze e con pianti rituali. Nel mondo delle paure represse, i nazional-socialisti ri-crescono… a dismisura, con l’idea fissa della guerra che risolve tutto per una il-legittima difesa contro gli operatori di fede laica e cristiana, calunniati, schedati e lasciati marcire nelle carceri senza colpe… dichiarate certe. Nel mondo delle paure represse, l’amazzone… capa tosta senza sosta cavalca la libertà, la pace e la democrazia de-tenute in un bagno penale che purifica, che s-mentisce e rin-salda la dottrina imperiale accettata e protetta dai fedelissimi, assenti… ingiustificati dallo stato di diritto. Pino Dicevi
Il grande dittatore
Il grande  dittatore del mondo, l’esportatore della Democrazia con bombe, attentati,  deportazioni di capi di Stato, omicidi su commissione si è mostrato per quello che è:  un criminale internazionale. Con la scusa della droga ma con l’intento di rubare il petrolio del Venezuela il  grande dittatore del mondo ha rapito un capo di Stato, in barba al diritto internazionale, dimostrando che le regole della vera ed unica democrazia le fa solo lui. Ed ora? Qualsiasi Stato che abbia un presidente che non si pieghi ai voleri del grande dittatore sarà prelevato e processato con una scusa qualsiasi? Perchè? Perchè il nazismo voleva e vuole dominare il mondo e quindi deve esportare il proprio modello di democrazia senza reticenze ne opposizioni. Restano pochi nemici ancora da domare. Cina, Russia, Iran e piccoli insinificanti paesi residui che prima vengono minacciati e poi invasi.  Ma non basta, in realtà il grande dittatore vuole anche la Groenlandia, il Messico e qualsiasi Stato del mondo ove vi siano risorse per far sopravvivere l’unica vera democrazia. Uranio, petrolio, terre rare, litio, rame, eccetera. Che si tratti di bombardare, l’IRAQ, la Nigeria, o l’Iran non importa. Se non funzionano le bombe si pagano contractors  per aizzare  gruppi criminali, si perchè chiunque getti bombe, incendi palazzi, usi la violenza è un criminale in qualasiasi Stato del mondo e non un liberatore. Come si può cambiare un regime, un governo di un paese che ha le sue regole e la sua cultura con la violenza? E poi? Se l’Italia un giorno si discostasse dal grande dittatore per allearsi alla Russia? Il grande dittatore ci rapirebbe il primo ministro? Vi ricordate di Aldo Moro e che fine ha fatto vero? Forse farebbe scoppiare delle bombe sui treni – Italicus, oppure nelle piazze – come a Brescia oppure a Bologna o in una qualsiasi altra stazione? Ustica chiede ancora giustizia. Chi credete ci fosse dietro i servizi segreti deviati italiani? Gladio, Stay Behind o la loggia P2, P3 e forse P4? Davvero siamo così stupidi per pensare che si possa imporre la democrazia con le bombe? Nulla a confronto con l’avvallo del genocidio che sta accadendo anche ora a Gaza. Mi vergogno di questo modello di pace e di sviluppo, e scusate ma si dovrebbe vergognare per davvero la signora Machado per il suo offrire il premio Nobel per la pace al grande dittatore, davvero strano non vi pare?  E poi, cosa potrebbe accadere domani visto che Il grande dittatore del mondo ha dimostrato che non esistono Nazioni Unite, trattati sui diritti dell’uomo, che non esistono regole, dove si rubano petroliere e si sottomettono altri Paesi impunemente. Sarà forse che occuperà o bombarderà altri aeroporti, farà esplodere aerei o metta in atto qualsiasi cosa che valga la pena di fare per far sopravvivere la “vera” ed unica democrazia del grande dittatore del mondo? Huxley aveva ragione, ci vuole coraggio per salvare questo mondo. Ma prima di lui Zamiatin aveva già intuito le sorti del pianeta. Gandhi ci ha insegnato il potere della nonviolenza, la forza della conoscenza e la grandezza della cultura. Non arrendiamoci. Il grande dittatore, come cantò Bob Marley, non potrà fermare il tempo.     Nelson  Redazione Italia