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Un no in difesa della costituzione democratica e per la pace
Sono già le sei di sera di sabato 7 marzo quando sotto le luci del Teatro Massimo a Palermo gli organizzatori della manifestazione nazionale per votare NO alla consultazione referendaria del 22 e 23 marzo prossimi, in conclusione, lanciano un appello a tutti i partecipanti a mobilitarsi per convincere quante più persone possibile da qui all’appuntamento elettorale a sostenere la battaglia per la difesa della Costituzione e dei principi democratici che la ispirano. L’iniziativa di oggi è nata il 12 febbraio scorso con un appello sottoscritto da duemila cittadini e cittadine rivolto a “tutti coloro che hanno a cuore la democrazia invitandoli a dire NO a questa riforma autoritaria e a mobilitarsi in tutte le forme possibili, in tutti i territori, nei luoghi di lavoro, di studio e della vita quotidiana in difesa della nostra Costituzione democratica”. Per i sottoscrittori del documento “la separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole che conduce alla sottomissione della magistratura al potere politico, attentando alla sua indipendenza e autonomia” e che incide pesantemente sulle libertà di tutti alimentando una ancora più forte repressione del dissenso. Come punto di incontro e di avvio della manifestazione è stato individuato lo spiazzale adiacente al Palazzo di Giustizia, luogo doppiamente simbolico se si considera la stagione della lotta alla mafia a Palermo e in Sicilia che a partire dagli anni ‘80 ha fatto assurgere a simbolo proprio questo luogo. Tra la folla di partecipanti che numerosi si sono radunati in piazza, ha preso vita un flash mob con un gruppo di essi che ha formato con dei cartelli la frase “Palermo vota NO in difesa della Costituzione”; dopo è partito il corteo diretto verso il Teatro Massimo seguendo un percorso che ha interessato alcune vie del centro e che ha visto la partecipazione di circa cinquemila persone. L’iniziativa di oggi è stata preceduta in queste settimane da una serie di incontri, dibattiti, iniziative  a cui hanno preso parte esperti in ambito giudiziario, oltre a sindacalisti e rappresentanti di associazioni e della società civile che hanno evidenziato i pericoli di una riforma costituzionale che mette seriamente in discussione la separazione dei poteri ed è funzionale all’attribuzione di maggiori poteri all’esecutivo. Inoltre è stato significativo che in questi giorni in una città come Palermo, la quale ha vissuto la violenza stragista della mafia a cui è seguita la grande risposta della società civile degli anni ‘90, si siano visti i lenzuoli bianchi appesi alle ringhiere dei balconi dal centro alla periferia proprio come in quella stagione, con un grande NO scritto al centro per esprimere con forza il dissenso nei confronti di una riforma così pervasiva imposta a colpi di maggioranza. D’altro canto, il sentimento che oggi spinge così tante persone in piazza in queste ore a manifestare è animato anche dalla forte apprensione per i fronti di guerra aperti in Medio Oriente che rischiano di portarci ad una escalation incontrollabile del conflitto internazionale alimentato da democrazie occidentali che stanno assumendo sempre più i connotati di democrazie illiberali. Siamo di fronte a nuove forme di autoritarismo e di imperialismo che vengono messi in atto sul fronte interno con scelte politiche tendenti a comprimere sempre di più le libertà civili e sociali e a rendere sempre più assoluto il potere di chi governa, mentre sul fronte internazionale ad attuare un nuovo colonialismo funzionale al sistema capitalistico intenzionato ad accaparrarsi le risorse del pianeta a tutti i costi. Per questi motivi la battaglia di oggi a favore del No al referendum assume i contorni di una battaglia più generale per affermare l’intangibilità dei diritti delle persone ad esprimere il proprio dissenso nei confronti della deriva autoritaria in cui sta cadendo il nostro Paese e gran parte delle democrazie occidentali: è un NO contro l’attacco alla nostra Costituzione ed in difesa della Pace e dei diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, come dimostrano le tante bandiere arcobaleno presenti alla manifestazione. Giunti in piazza, è stato il momento degli interventi, il primo dei quali è stato quello di uno degli instancabili organizzatori del Comitato per il NO, Gaspare Motta, il quale ha etichettato la riforma come “un attacco eversivo senza precedenti contro la nostra Costituzione democratica che dal 1948 ci ha tenuto al riparo da ogni deriva autoritaria”. A seguire, Mario Ridulfo, segretario della Cgil di Palermo, ha richiamato al dovere di andare a votare e di votare no, non cedendo alla rassegnazione ma andando strada per strada a convincere gli indecisi denunciando un piano eversivo che risale alla P2 di Gelli e che vuole trasformare la nostra democrazia in una democrazia illiberale. L’attore Gigi Borruso ha poi declamato il famoso discorso di Pericle sulla democrazia (“Qui ad Atene noi facciamo così”) che esalta la società che favorisce i molti e non i pochi, con leggi che assicurano una giustizia uguale per tutti, che accoglie gli stranieri. L’ultimo intervento è stato affidato a Monica Genovese in rappresentanza degli avvocati per il NO la quale, preoccupata anche per i modi con cui è stata portata avanti questa riforma, ne ha messo in evidenza i forti limiti a partire dal fatto che non migliora le condizioni dell’amministrazione della giustizia in Italia, oltre a sottolinearne in negativo gli aspetti legati alla nuova figura del pubblico ministero vista come autoreferenziale, alla sdoppiamento del CSM e all’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.    foto di Fausta Ferruzza   Enzo Abbinanti
March 7, 2026
Pressenza
Piccole farfalle iraniane
Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e gli ameri-cani… di razza trumpiana credono nella igiene del mondo e nella MAGA-Casa… Bianca come la morte, dove si balla la vittoria e il terrore e si prega a mani giunte il vecchio dio dell’Apocalisse che scende e taglia tutte le cose viventi. Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e si muore un’altra volta ancora, sull’onda di una liturgia regressiva che recita il silenzio-assenso di un amore ad ajta tensione senza legami sociali, con prese dirette narrate e sepolte nei telefonini piccoli-grandi… e capienti. Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e nelle circo-stanze di un sistema difettoso crescono mille reati suonati a martello dai più ricchi e dai più forti, che fanno cadere il loro cuore di pietra sulle piccole farfalle iraniane che vogliono la luna e le stelle nelle scuole e nei prati pieni di sole. Si accendono gli occhi sulla terra in fiamme e la regina italiana… bene addestrata gira e rigira come una madonna pellegrina e non sente il risveglio madrileno di un fronte unito contro la guerra, contro il nuovo futurismo europeo pronto a rinnegare… che questo è stato. Pino Dicevi
March 7, 2026
Pressenza
Hugo Chávez, a tredici anni dalla scomparsa
Quando, il 30 gennaio 2005, nel discorso al Social Forum di Porto Alegre, Hugo Chávez proclamò il carattere socialista della rivoluzione bolivariana, lo espresse nei termini plurali di un socialismo patriottico e popolare, bolivariano e marxista, che «deve essere umanista e deve mettere gli esseri umani e non le macchine in condizioni di superiorità nei confronti di tutto e di tutti». Ecco perché quella di Chávez è un’ispirazione feconda, «né calco né copia», ma costruzione originale di un socialismo con caratteristiche bolivariane, fondata su una potente connessione sentimentale con le masse, e destinata a trascendere la stessa architettura tradizionale dello Stato. Il socialismo bolivariano è infatti, tra le altre cose, una straordinaria espressione di “via nazionale”: radicato, da un lato, nella vicenda sociale e popolare; alimentato, dall’altro, da una serie di apporti politici e culturali retroagenti, quali, nel caso dell’esperienza bolivariana, le «tres raíces», le tre radici, vale a dire il pensiero e l’azione di tre grandi rivoluzionari venezuelani quali Simón Rodríguez (1769-1854), Simón Bolívar (1783-1830) ed Ezequiel Zamora (1817-1860); e poi l’orientamento patriottico e di sinistra di settori delle forze armate, nelle cui cerchie, del resto, matura la riflessione ideologica legata al cosiddetto «albero delle tre radici», appunto Rodríguez, Bolívar, Zamora, compendiata in quel testo straordinario di filosofia politica che è il “Libro Blu”, ora disponibile anche in italiano.  Tre sono gli aspetti principali di questa singolare esperienza di “socialismo del XXI secolo”: le Misiones; i Consejos Comunales e le Comunas Socialistas; il disegno internazionalista e della Diplomacia de paz. Tra questi, il segmento di base è rappresentato dalle Misiones, vale a dire il Sistema delle Missioni e delle Grandi Missioni Socialiste. Sarebbe sbagliato considerarle una mera “variante bolivariana” del welfare europeo: se è vero che garantiscono diritti e soddisfano bisogni di larghi strati della popolazione, è altrettanto vero che si tratta di una forza espressiva del potere popolare e di un luogo di inclusione, partecipazione protagonistica e autogoverno di comunità. Corrispondono cioè alla forza motrice della rivoluzione bolivariana, la cosiddetta “democrazia partecipativa e protagonistica”. La Legge sulle Missioni (2014) definisce infatti la Missione come «una politica pubblica volta a concretizzare in modo massiccio, accelerato e progressivo le condizioni per l’esercizio effettivo e il godimento universale dei diritti sociali, che coniuga lo snellimento dei processi statali con la partecipazione diretta del popolo nella loro gestione, a favore della eliminazione della povertà e della conquista a livello popolare dei diritti sociali».  In questa strategia, la costruzione delle Basi delle Missioni serve ad estendere ed approfondire il lavoro sociale e politico con le comunità, dal momento che l’aggiornamento del sistema delle missioni (2021) definisce le Basi delle Missioni Socialiste come «spazi per la territorializzazione delle politiche e dei programmi di protezione sociale, il rafforzamento del potere popolare, le Missioni, le Grandi Missioni e le Micro-missioni sociali, con l’obiettivo di garantire l’assistenza primaria alle persone e alle famiglie e sviluppare lo Stato del benessere sociale». Questi spazi sono il tessuto connettivo delle Missioni, strutture per garantire il soddisfacimento dei bisogni, il riconoscimento dei diritti, l’accesso alle funzioni sociali, nonché la costruzione di comunità. Tali articolazioni sono dunque una struttura essenziale della rivoluzione bolivariana, vale a dire una manifestazione del potere popolare, organizzato, a propria volta, in una serie di articolazioni sociali, quali i CLAP (Comitati locali di approvvigionamento e produzione) e l’UBCh (Unità di battaglia Hugo Chávez, catalizzatori di mobilitazione popolare, nonché punti di collegamento tra le comunità e le autorità pubbliche). Il secondo pilastro, le Comunas Socialistas (le Comuni socialiste), registra un momento di svolta nel 2010, quando sono introdotti alcuni strumenti giuridici per garantire i fondamenti dello «Stato dei consigli» basato sul potere popolare. Uno di questi è la Legge organica delle Comunas, che stabilisce questa nuova forma partecipativa come la cellula fondamentale della nuova architettura statale, impostata come uno spazio socialista per l’autogoverno delle comunità, basata sui Consejos Comunales e le altre organizzazioni sociali comunitarie. Sia la Legge organica dei Consejos Comunales (2009), sia la Legge organica delle Comunas (2010) muovono infatti nella direzione di uno Stato dei consigli, ove le decisioni sono prese con meccanismi di democrazia diretta e numerose funzioni sono assegnate ai Consejos e alle Comunas. Queste sono, per un verso, aggregatori dei Consejos, e, per l’altro, soggetti dotati di compiti propri, tra i quali costruire una «economia della proprietà sociale» e garantire l’efficacia della partecipazione nella formulazione, esecuzione e controllo delle misure circa gli aspetti politici, economici, sociali, culturali, ecologici e di sicurezza. Oggi, questa articolazione si struttura in ben 5.336 Circuiti comunali sull’intero territorio nazionale.  Si giunge così a una «geometria del potere» che non ha precedenti. Il Venezuela bolivariano si dota di meccanismi deliberativi e partecipativi, nei quali si esprime, al tempo stesso, l’autogoverno di base e la ricerca delle soluzioni condivise ai problemi comuni. Supera, inoltre, la configurazione tradizionale della divisione dei poteri, in quanto lo Stato non è più articolato in tre poteri, ma in cinque poteri: esecutivo, legislativo, giudiziario, elettorale e cittadino, e, nel complesso, tali poteri definiscono l’articolazione del potere popolare. Chávez attribuì alle Comunas Socialistas il massimo risalto ai fini della trasformazione dello Stato e della società: «Le Comunas sono la base dello Stato sociale di diritto e giustizia, … una rete che si sviluppi come una vasta ragnatela che copra il territorio del nuovo, e che, altrimenti, sarebbe destinata al fallimento» (H. Chávez, 2012). Come ribadì nel celebre discorso del “Colpo di timone”, nel suo ultimo Consiglio dei Ministri (20 ottobre 2012): «Comunas o niente!».  L’integrazione dei popoli, in senso antimperialista, è alla base del terzo pilastro dell’ispirazione di Chávez: una politica indipendente e antimperialista per un mondo multipolare, e una Diplomazia di Pace («Diplomacia de Paz»), basata sull’internazionalismo, guidata dal principio della «cooperazione reciproca e solidaria», ispirata dall’esempio di Fidel Castro, nel senso dell’integrazione latinoamericana, dell’amicizia tra i popoli, dell’eguaglianza sovrana, della non-ingerenza e della composizione pacifica dei conflitti. Anche qui traspare un tratto di continuità dell’esperienza bolivariana sino ai giorni nostri. Come ha dichiarato il 9 gennaio scorso Delcy Rodríguez, presidente incaricata, all’indomani del sequestro del presidente costituzionale Nicolás Maduro, a seguito della criminale aggressione statunitense del 3 gennaio, “il Venezuela continuerà ad affrontare questa aggressione attraverso gli strumenti diplomatici, fedele ai principi della Diplomazia bolivariana di pace, come via maestra per difendere la nostra sovranità e preservare la pace, promuovendo un ampio programma di cooperazione bilaterale, basato sul rispetto del diritto internazionale, sul dialogo rispettoso e costruttivo, sulla sovranità degli Stati e sul dialogo tra i popoli”.  Riferimenti: Hugo Chávez, Il libro blu. Il manifesto del socialismo del XXI secolo, Red Star Press, Roma 2026.  Hugo Chávez en Porto Alegre en clausura del V Foro Social Mundial: https://youtu.be/I5uAejoNDU0  Al cumplirse trece años del “Golpe de Timón”: https://www.facebook.com/reel/25255563544048103    Gianmarco Pisa
March 6, 2026
Pressenza
I figli: proprietà dello Stato o appartenenza alla propria famiglia?
Pubblichiamo di seguito la riflessione che la giurista Rosanna Pierleoni ha scritto per Pressenza Italia sul tema delle sottrazioni di figli in Italia. Un riflessione intrisa di umanesimo che fornisce un parere critico ed esplicativo da parte di una persona competente in materia. Si è parlato molto in questo periodo dei bambini e di chi ne abbia la proprietà: i genitori o lo Stato. Instradati su un percorso obbligato, inizia così lo scontro pubblico per accaparrarsi l’ambìto ruolo di proprietario. Secondo lo Stato, ca va sans dire, i bambini sono dello Stato; secondo i genitori sono dei genitori. Io trovo che questa domanda sia una volutamente manipolativa: qualsiasi risposta si darà si sarà nel torto, perché tradisce un errore di fondo: fa riferimento ad un concetto di proprietà, di possesso e di reificazione che inevitabilmente mostra il volto peggiore della relazione di reciproca appartenenza tra genitori e figli. Insomma, questo modo di impostare il discorso sottende che i bambini siano degli oggetti di cui possa esistere un legittimo proprietario. Non mi rivedo in questa concezione e del resto anche il nostro ordinamento considera i bambini soggetti di diritto e non oggetti di cui disporre. Prima della riforma del 2012, il Codice Civile italiano era costruito intorno al concetto di potestà genitoriale. Il minore era un semplice oggetto di un potere esercitato dagli adulti, più che soggetto titolare di diritti propri. In ambito europeo invece esistevano già delle tutele: il divieto di ogni discriminazione fondata sulla nascita, la tutela della vita familiare, il riconoscimento che il legame tra genitori e figli non è una concessione dello Stato ma un dato che lo precede (artt. 8 e 14 CEDU, art. 21 Carta dei diritti fondamentali UE). Nel diritto europeo spiccava una visione in cui la relazione genitori-figli non era una dinamica di potere ma un insieme di responsabilità esercitate nell’interesse del minore (Regolamento CE 2201/2003). La giurisprudenza italiana più avveduta aveva cominciato a fare propria questa lettura, e la stessa Corte Costituzionale aveva chiarito che il fondamento dei diritti e dei doveri genitoriali risiede nel rapporto procreativo. La riforma del 2012 ha quindi dato forma legislativa (L. 219/2012, D.Lgs. 154/2013) a tutto questo, sostituendo l’espressione “potestà” con quella di “responsabilità genitoriale” e ha introdotto, per la prima volta nella storia del nostro ordinamento, una norma che, tra le altre cose, prevede il diritto dei bambini di crescere nella propria famiglia, mantenendo rapporti significativi con entrambi i genitori (art. 315-bis c.c.). Direi che possiamo, quindi, definitivamente scansare questa orrenda logica oggettistica che inquina il nostro dibattito, per affrontare finalmente il vero tema. I bambini nascono in seno alla propria famiglia e a questa appartengono, secondo una legge biologica e naturale che preesiste a qualsiasi norma e a qualsiasi idea di Stato. Lo Stato, infatti, e il nostro non fa eccezione, è la risultante di una costruzione simbolica di significati e di regole che i cittadini di una determinata epoca e società si sono dati, considerandola adeguata agli interessi prevalenti. Quando tali interessi sono nelle mani di alcune élite di potere, naturalmente la forma di Stato servirà i loro interessi; questo è un concetto basilare che troviamo sempre, in tutte le organizzazioni politico-sociali, ma le manipolazioni perenni della società attuale ce lo rendono ostico, difficile da decifrare. Si è, infatti, insinuata da tempo nella nostra coscienza l’idea che il buon cittadino non sia più colui che custodisce e giudica l’operato di chi detiene il potere, anzi costui viene considerato un credulone, un inaffidabile, un attaccabrighe, quando non un vero e proprio criminale da contenere e rieducare; mentre il buon cittadino diventa colui che difende strenuamente l’operato dello Stato, a qualsiasi costo e contro ogni evidenza. Da persona che ha studiato la legge non posso non dire che la legge è una esternazione fallibile e limitata perché dipende dalle consapevolezze raggiunte fino a quel momento, dalle scienze considerate più forti in quella fase storica, dagli interessi di categoria sottostanti. Invece, la famiglia è una cellula naturale e biologica che ha la propria forza in se stessa. È per questo che in qualsiasi società, anche meno articolata, se avviene un rapimento di un bambino o la sua uccisione sono chiamati in causa i genitori, sia come esercenti di doveri di tutela specifici sia come soggetti di diritti a cui risarcire il danno morale ed esistenziale arrecato. Per questo — e non certo a causa della possessività dei genitori — nel nostro ordinamento la sottrazione di un minore dal proprio nucleo familiare è reato. Non si tratta di tutelare i genitori, ma di tutelare i figli. Lo dicono con chiarezza le fonti più alte del diritto internazionale ed europeo: pensiamo alla Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, che all’art. 9 stabilisce che il minore non può essere separato dai propri genitori contro la sua volontà se non in casi eccezionali e sotto controllo giurisdizionale, ma pensiamo anche all’art. 8 che protegge il suo diritto all’identità e alle relazioni familiari. E ancora: l’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea riconosce al bambino il diritto di mantenere relazioni con entrambi i genitori come condizione per il suo pieno sviluppo; e non possiamo dimenticare che la Corte europea dei diritti dell’uomo, attraverso una giurisprudenza consolidata ha più volte sanzionato gli Stati membri — Italia compresa — per allontanamenti di minori ritenuti sproporzionati o privi di adeguata motivazione. Non parliamo, quindi, di sentimentalismi morbosi né di rivendicazioni di proprietà: parliamo di diritti umani. Chi oggi dispone l’allontanamento di un minore dal proprio nucleo familiare in assenza di quei presupposti eccezionali che la legge richiede, non si muove dunque in un vuoto normativo né in una zona grigia: viola una norma precisa, che dopo un lungo e documentato percorso finalmente mette nero su bianco ciò che la coscienza civile considera da sempre un principio elementare: i figli crescono nella propria famiglia, e separarli da essa è un atto molto cruento che richiede giustificazioni eccezionali — non falle burocratico-amministrative, non divergenze di vedute educative, non valutazioni discrezionali affidate a singoli operatori senza adeguato controllo, non raccapriccianti intenti correttivi. Non esiste, a quest’ultimo proposito, alcuna legge nel nostro Paese che legittimi la sottrazione di minore da parte dello Stato nei casi in cui vi sia una visione educativa diversa tra assistenti sociali/magistratura e famiglia. Il fatto che siano saltati tutti gli organi di garanzia in questo Paese, e che le situazioni proliferino per anni nel silenzio generale, non le rende legittime. Mi chiedo: tutto questo universo di spunti e di riflessioni che qui ho a malapena accennato, che spazio trova nelle sentenze, nei convegni e nelle interviste dei nostri magistrati e dei nostri operatori del diritto? Di tutto questo vorrei che avesse modo di parlarci il giudice che ha espresso pubblicamente le parole: “I bambini non sono di nessuno, non sono dei genitori”. Una spiegazione dettagliata di questa affermazione, potenzialmente equivoca, potrebbe essere utile a smorzare il malcontento popolare e a non alimentare oltre, nel cuore delle persone, dubbi e paure. Molti cittadini temono che il magistrato intendesse dire che i bambini non appartengono ai genitori perché appartengano allo Stato. Esternazione che sarebbe quanto mai grave e meritevole di approfondimento. Questo dubbio interpretativo è comprensibile, perché tali parole venivano proferite non all’interno di una discussione filosofica di ampio respiro, ma per motivare un’ordinanza di sottrazione dei tre bambini di Palmoli, in Abruzzo, dal loro nucleo familiare, in assenza di ragioni plausibili. Proprio per superare queste spaccature tra cittadini e istituzioni io auspico, dunque, un confronto attivo e sincero su questi temi che coinvolga giuristi, magistrati, operatori del sociale, esperti della psiche, famiglie coinvolte, cittadini. Del resto, dal momento che le istituzioni sono sorte per il nostro bene e per tutelare la difesa dei singoli e l’ordine sociale, prevedere luoghi di dialogo e confronto dinanzi a situazioni tanto drammatiche e foriere di malcontento è operazione del tutto auspicabile e naturale. Ripeto, con grande fermezza e convinzione, che il rapporto tra genitori e figli non può in alcun modo essere interrotto da nessuno, istituzioni comprese, se non in casi specifici e residuali e prevedendo determinate modalità – sia del prelevamento/collocamento sia della permanenza nelle Case famiglia, sempre con misure temporanee e da aggiornare ciclicamente e potendo vigilare in modo costante sull’andamento della separazione, sugli obiettivi specifici del percorso di allontanamento e su come (non) venga preservata  la relazione genitore – figlio. Il tutto con uno sguardo vigile e attento ai tempi e modi per favorire questo ricongiungimento, che va una volta per tutte considerato obiettivo centrale degli operatori coinvolti per una crescita sana ed equilibrata dei bambini, e non va più vissuto come un ostacolo da evitare ad ogni costo, come purtroppo molte volte sembra accadere. Eppure, nonostante le tante parole, tutto resta fermo. Eppure, ogni volta che questi fatti emergono, il dibattito si incaglia: si innalzano bandiere, si costruiscono trincee, si trasforma una questione di diritti e di bambini in uno scontro politico o ideologico tra cittadini. Ed è esattamente questo il meccanismo che consente al problema di sopravvivere perché normalizza l’orrore: insomma, finché lo tratteremo come una questione di parte, un tema come un altro legato a una certa sensibilità politica o ad una propria visione del mondo, nessuno avrà davvero interesse a risolverlo. Vedete, questo sistema è molto sofisticato e particolare, destreggiarsi non è sempre facile, ma invece è facile interrogare la nostra coscienza e tornare all’essenza. Quale sistema può giustificare un orrore del genere e considerare giusto un comportamento che noi stessi abbiamo considerato sempre criminale, dalle tribù fino ai sistemi più burocratizzati? Quando ci porremo questa semplice domanda, indipendentemente dal fatto se ci troviamo in accordo o meno con le ragioni più superficiali della scelta di allontanamento, quando segneremo dei punti fissi da non superare, senza paura del giudizio degli altri e senza timore di passare dalla parte dei “cattivi” e di coloro che considerano i bambini degli oggetti, le risposte verranno da sé. Sarà allora possibile avviare un percorso comune tra cittadini, che in seconda istanza preveda anche il dialogo con le istituzioni. Quel giorno queste ultime ci daranno qualcosa in più che fugaci esternazioni per le loro scelte, nella consapevolezza riguadagnata che loro sono lì per noi e con noi, e non contro di noi. La relazione tra cittadini e potere è bilaterale: essere consapevoli del nostro ruolo in tutto questo è tutto. È arrivato, secondo me, il momento di affrontare questo fenomeno senza lenti politiche né ideologiche, con la serietà e il coraggio dovuti ad un tema come questo che riguarda i nostri bambini. Io credo che lo meritino.   Precedenti contributi: https://www.pressenza.com/it/2025/11/riflessione-sul-patto-di-fiducia-tra-stato-e-cittadini-a-partire-da-una-triste-sentenza/   ROSANNA PIERLEONI Rosanna Pierleoni nasce nel 1984 ad Avezzano. Dopo il liceo classico, consegue la laurea magistrale in giurisprudenza all’Università Tor Vergata di Roma. Completa poi tre master interdisciplinari che le forniscono competenze psico-educative e giuridiche nell’ambito dei minori e della famiglia, con abilitazione alla mediazione familiare e alla consulenza specialistica. È autrice di un saggio sull’adozione internazionale e di diversi romanzi. Redazione Italia
March 4, 2026
Pressenza
Monarchici, unità nazionale e futuro dell’Iran
Tre anni fa iniziava la rivolta di “Donna, Vita, Libertà”, scatenata dall’uccisione della giovane e innocente Jina Amini e dalla mobilitazione immediata del popolo del Kurdistan orientale. Dallo slogan gridato nel cimitero fino alla diffusione delle proteste in decine di città iraniane, l’Iran è stato attraversato da manifestazioni di massa. Le strade del Paese hanno visto centinaia di uccisioni da parte dei pasdaran e delle forze legate al regime islamico. Nonostante la repressione violenta, la censura di internet e il tentativo di impedire la diffusione delle notizie, questa rivolta ha prodotto profondi cambiamenti nella società iraniana e ha mostrato un nuovo volto della lotta in Kurdistan. Negli ultimi mesi, inoltre, nuove proteste di carattere economico contro il caro vita, la povertà e la scarsità di beni essenziali hanno riportato le persone in piazza. Anche in queste occasioni la risposta del regime è stata la repressione indiscriminata. Tutto ciò ha messo in evidenza la debolezza strutturale del sistema e la paura crescente di un suo possibile crollo. In questo contesto, la scorsa domenica è stata annunciata ufficialmente la “Coalizione delle Forze Politiche del Kurdistan Orientale in Iran”, un’alleanza tra i principali partiti del Kurdistan orientale: * il Partito Democratico del Kurdistan dell’Iran • il Partito per una Vita Libera in Kurdistan (PJAK) • l’Organizzazione della Lotta del Kurdistan dell’Iran • il Partito della Libertà del Kurdistan • Komala dei Lavoratori del Kurdistan Questa nuova alleanza nasce con l’obiettivo di unificare la lotta contro il regime iraniano, realizzare il diritto all’autodeterminazione e promuovere, in prospettiva futura, un sistema democratico e decentralizzato. L’accordo è il risultato di una serie di colloqui volti a superare la frammentazione delle forze di opposizione in una fase particolarmente delicata. L’obiettivo principale è la costruzione di una struttura politica fondata sulla volontà del popolo kurdo e su principi chiari: convivenza democratica, diritti dei popoli, diritti delle donne ed ecologia. Peyman Viyan, co-presidente del PJAK, in un’intervista all’agenzia Rojnews, ha dichiarato che il Kurdistan orientale è pronto a ogni eventualità e che l’alleanza è stata costruita sulla base della fiducia reciproca e della convinzione politica, non per necessità o costrizione. I kurdi, come dimostra la loro storia, hanno sempre portato avanti una lotta politica organizzata per la pace, la democrazia e i diritti. Anche prima dell’attuale Repubblica Islamica, durante il periodo dello Scià, esistevano partiti kurdi che si opponevano alla dittatura. Oggi, di fronte alla prospettiva di un cambiamento politico in Iran, vogliono farsi trovare pronti con un progetto chiaro per il “dopo”. In seguito all’annuncio della coalizione, Reza Pahlavi, figlio dell’ex Scià deposto, ha diffuso un comunicato in cui ha criticato duramente l’iniziativa kurda, ribadendo che l’integrità territoriale dell’Iran è una “linea rossa” non negoziabile e affermando che un futuro esercito iraniano dovrebbe adempiere al proprio “dovere nazionale e patriottico” contro i separatisti. Le sue parole hanno suscitato forti reazioni, soprattutto tra le forze politiche kurde, che hanno interpretato tali dichiarazioni come una minaccia. Alla dichiarazione di Pahlavi ha risposto Abdullah Mohtadi, segretario generale di Komala del Kurdistan dell’Iran. Mohtadi ha affermato che minacciare la repressione dei kurdi sotto il pretesto del separatismo non favorisce l’unità del popolo iraniano, ma alimenta divisioni e riproduce la retorica del regime. Ha ribadito che il popolo del Kurdistan è unito nella lotta contro la Repubblica Islamica e impegnato per un Iran democratico, pluralista e fondato sui diritti umani, dove siano garantiti i diritti di tutte le nazionalità. Nella parte conclusiva della sua risposta, Mohtadi ha dichiarato che ciò che la Repubblica Islamica non è riuscita a ottenere in decenni di repressione contro i kurdi non potrà essere realizzato da nessun altro, sottolineando la determinazione del popolo kurdo a difendere la propria identità e i propri diritti. A questo proposito, desidero aggiungere anche che Reza Pahlavi, oltre a non essere un uomo politico nel senso proprio del termine, non rappresenta neppure una figura realmente desiderata dalla maggioranza del popolo iraniano. La famiglia Pahlavi, dopo aver lasciato l’Iran portando con sé ingenti ricchezze appartenenti al popolo iraniano, ha continuato a vivere all’estero senza svolgere un ruolo politico concreto né promuovere un’opposizione contro l’attuale regime. Oggi una parte minoritaria della popolazione all’interno dell’Iran lo sostiene, in particolare alcuni giovani che non hanno vissuto direttamente la dittatura dello Shah e che spesso non conoscono a fondo la storia del proprio Paese; diversamente, difficilmente appoggerebbero il ritorno di una figura associata a un sistema autoritario. Le alleanze, le tensioni e le prese di posizione mostrano che la questione del futuro dell’Iran, tra unità nazionale, autodeterminazione e democrazia, è ormai al centro del dibattito politico interno e dell’opposizione al regime. Alla fine, il 28 febbraio 2026, una coalizione militare guidata dagli Stati Uniti e da Israele ha lanciato un’offensiva contro obiettivi strategici in Iran, culminata con la morte confermata della Guida Suprema, Ali Khamenei. Secondo conferme ufficiali iraniane e fonti internazionali, Khamenei è stato ucciso durante gli attacchi aerei che hanno colpito il cuore del potere politico e militare a Teheran. Il governo iraniano ha annunciato 40 giorni di lutto nazionale, definendo Khamenei “martire della Repubblica Islamica”. Le autorità di Teheran hanno denunciato l’attacco come un’“aggressione imperialista”, mentre la leadership statunitense e israeliana hanno difeso l’operazione sostenendo che mirava a neutralizzare la minaccia nucleare e l’espansione regionale del regime. Va tuttavia sottolineato che, secondo la narrativa di Washington e Tel Aviv, l’intervento è stato giustificato principalmente come risposta a una minaccia diretta alla sicurezza degli Stati Uniti e di Israele, anche alla luce delle ripetute dichiarazioni ostili provenienti dalla leadership iraniana. Non si è trattato, dunque, di un’operazione motivata dalla tutela dei diritti del popolo iraniano o dalla promozione della democrazia, bensì di un’azione inserita in una logica di sicurezza strategica e di equilibrio militare regionale. In risposta, la Repubblica Islamica dell’Iran ha lanciato una serie di razzi, missili e droni contro obiettivi israeliani, statunitensi e nei Paesi del Golfo Persico. Attacchi sono stati segnalati contro basi militari e infrastrutture in Israele, Bahrein, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq (Regione autonoma del Kurdistan dell’Iraq) e Siria. Diverse nazioni arabe hanno condannato formalmente gli attacchi iraniani come una violazione della loro sovranità nazionale e hanno rafforzato la loro prontezza difensiva. La morte di Khamenei e l’escalation militare che ne è seguita segnano un punto di svolta nella storia recente dell’Iran e del Medio Oriente. Mentre le tensioni crescono su più fronti, la questione kurda e la costruzione di alleanze politiche autonome restano centrali nel dibattito su un futuro possibile per l’Iran, tra unità territoriale, autodeterminazione, diritti e democrazia. Gulala Salih, UDIK Unione Donne Italiane e Kurde (UDIK)
March 1, 2026
Pressenza
La storia assolverà Cuba: negli occhi del Che l’esistenza sovrana del popolo cubano che resiste
La fotografia più famosa del Novecento nasce da un’esplosione. Il 4 marzo 1960 la nave La Coubre esplode nel porto dell’Avana. Oltre cento morti. Centinaia di feriti. Una seconda detonazione colpisce chi stava soccorrendo le vittime. Non è un dettaglio della Guerra Fredda. È l’inizio di un assedio. Durante il funerale, Alberto Korda fotografa Ernesto Che Guevara. Quello sguardo — diventato icona globale — non è romanticismo rivoluzionario. È la consapevolezza che la sovranità appena conquistata non sarà tollerata. In quegli occhi c’è un lampo severo, una durezza che non è posa ma ferita. È lo sguardo di chi ha appena visto il proprio popolo colpito, lo sguardo attraversato dalla sofferenza e dall’ingiustizia, ma anche dalla dignità di chi non intende arretrare. In quello sguardo c’è il grido silenzioso della popolazione cubana, la memoria del dolore e insieme la decisione di non dimenticare. È uno sguardo personale, ma allo stesso tempo collettivo: lo sguardo di un popolo che comprende il prezzo della libertà e sceglie comunque di resistere. È lo sguardo di chi sa che la storia sarà lunga, ma non intende piegarsi. Da quel momento Cuba entra in una condizione permanente: vivere sotto pressione. Nel 1961 arriva la Baia dei Porci: esuli armati, addestrati e finanziati dalla CIA tentano di rovesciare il governo cubano. È storia documentata. Nel 1962, sotto l’amministrazione di John F. Kennedy — spesso celebrato come simbolo del liberalismo occidentale — viene formalizzato il blocco economico, commerciale e finanziario totale contro Cuba. Non una misura temporanea. Non una sanzione mirata. Un sistema strutturale di isolamento progettato per impedire all’isola di svilupparsi normalmente e per esercitare una pressione economica costante affinché la società stessa produca un cambiamento politico. Nel tempo, il blocco assume carattere extraterritoriale: banche e imprese di Paesi terzi che operano con Cuba rischiano sanzioni da parte di Washington. È la misura coercitiva più longeva della storia contemporanea. Non è un episodio. È una strategia. Il 6 ottobre 1976 un aereo della Cubana de Aviación esplode in volo. Settantatré persone muoiono. Non soldati. Civili. Se quell’aereo fosse stato europeo o nordamericano, l’evento sarebbe diventato trauma globale. Nel caso cubano resta confinato nella memoria regionale. Negli anni ’90 bombe colpiscono hotel dell’Avana. Muore Fabio Di Celmo, cittadino italiano. Colpire il turismo significa colpire l’economia. Colpire l’economia significa colpire la popolazione. Gruppi dell’esilio radicale operano per anni dalla Florida. Il nome di Luis Posada Carriles diventa simbolo di una frattura irrisolta: per Cuba rappresenta l’ambiguità della lotta occidentale al terrorismo quando le vittime non sono allineate. Se il terrorismo è un male assoluto, lo è sempre. Non solo quando colpisce il centro del sistema. Il concetto di terrorismo di Stato è scomodo, ma necessario. Nel dibattito politico internazionale può indicare non solo l’uso diretto della violenza, ma anche il sostegno o la copertura a gruppi armati, la tolleranza sistemica verso reti che praticano violenza politica, l’imposizione di misure coercitive strutturali che colpiscono deliberatamente le condizioni materiali di un’intera popolazione per generare instabilità politica. Cuba sostiene di aver vissuto una combinazione di queste dinamiche. Una realtà resta: da oltre sessant’anni l’isola è sottoposta contemporaneamente a tentativi di destabilizzazione e a un blocco economico, commerciale e finanziario che incide su ogni settore della vita nazionale. Negli anni ’90 cinque cittadini cubani vengono arrestati negli Stati Uniti. Per Washington erano agenti illegali. Per L’Avana monitoravano gruppi violenti per prevenire attentati. Nel 1999 un bambino, Elián González, diventa oggetto di una battaglia politica. Un minore trasformato in simbolo ideologico. Ogni anno l’Assemblea Generale dell’ONU vota contro il blocco statunitense. Eppure, nel sistema finanziario globale dominato dal dollaro, banche e imprese europee si adeguano alle sanzioni. Il 25 febbraio 2026 un’imbarcazione proveniente dalla Florida viene intercettata nelle acque cubane. Secondo le autorità dell’Avana, a bordo si trovavano individui armati, con equipaggiamento militare e materiale che — stando alla versione ufficiale — avrebbe potuto essere utilizzato per azioni violente sul territorio cubano. La Guardia di Frontiera cubana interviene. Ne nasce uno scontro. Ci sono morti e arresti. Il governo cubano definisce l’episodio un tentativo di infiltrazione con finalità terroristiche. Per molti osservatori occidentali è una notizia secondaria. Ma per un Paese che vive da oltre sessant’anni sotto blocco economico, commerciale e finanziario, e che affronta oggi una fase di difficoltà economica aggravata da nuove restrizioni e pressioni, l’episodio assume un significato politico preciso. Non avviene in un vuoto. Avviene in un contesto di accesso limitato a carburante, ostacoli al credito internazionale, restrizioni finanziarie e pressione diplomatica crescente. Per Cuba, non è l’inizio di qualcosa. È la continuità di una pressione storica. Cuba non è un’eccezione folkloristica. Non è una parentesi ideologica. È un Paese che da oltre sessant’anni vive sotto una combinazione di isolamento economico, tentativi di rovesciamento, attentati contro civili e conflitto politico permanente con la principale potenza mondiale. Chiunque voglia mettere in discussione il suo modello politico, se agisce con onestà intellettuale, non può farlo prescindendo dal fatto che quel modello si è sviluppato sotto una pressione sistemica senza precedenti, in condizioni che nessun altro Paese dell’emisfero occidentale ha dovuto affrontare per un periodo così lungo. “La storia mi assolverà” non è una frase retorica. È una sfida. Perché la storia non registra solo chi ha più potere. Registra anche chi resiste. E Cuba, da oltre sessant’anni, continua a farlo. E finché un popolo sceglie di non piegarsi, nessun blocco, nessuna pressione, nessuna narrazione potrà cancellarne la dignità. Federica Cresci Cuba Mambì – gruppo d’azione internazionalista Redazione Italia
February 28, 2026
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Il caso Lollobrigida, donna madre campionessa
È arrivata fino a Sanremo la polemica messa, in piedi da alcune femministe, sulla insistenza da parte dei media nel sottolineare il ruolo di madre della campionessa olimpica Francesca Lollobrigida, in quanto sminuirebbe i suoi meriti sportivi, riportandola alla condizione obbligata e subordinata del suo essere donna. Si tratta di una polemica che ritengo sterile e senza fondamento. Preciso subito, onde evitare di essere linciato per lesa maestà, che la definizione di “femminista”, se non specificata da ulteriori precisazioni, significa poco, visto che esistono molteplici “femminismi”, attestati su posizioni molto diverse e spesso tra loro in aperta ed aspra polemica.  Personalmente il “femminismo” che trovo più vicino alla mia sensibilità è il cosiddetto femminismo della “etica della cura”, all’interno del quale anche “l’essere madre” della donna, come vedremo, può trovare un suo senso “rivoluzionario”. Si tratta di un indirizzo di pensiero sviluppatosi a partire dagli anni Settanta principalmente negli Usa e che può contare su grandi figure di studiose e di attiviste, tra le quali possiamo citare C. Gilligan, S. Ruddick, V. Held, N. Noddings, N. Fraser, E. Feder Kittay ecc. Tutte autrici alle quali mi sono ispirato nel volume che ho dedicato all’argomento dal titolo “Del femminile e delle rivoluzioni” (naturalmente snobbato da tante femministe, perché non sia mai che un uomo si occupi di certe cose… giusto a proposito di discriminazioni!). Cominciamo col precisare, a scanso di equivoci, che la condizione di madre è stata effettivamente sfruttata dal dominio maschile, fin dal suo nascere nell’Olocene più di diecimila anni fa, per segregare le donne nella dimensione invisibile del privato e della famiglia patriarcale. La donna era intesa come espressione della natura e della pura materialità, che Aristotele vedeva incarnata nel sangue mestruale, mentre l’uomo si poneva come trascendenza e spiritualità che, andando oltre i limiti della nostra specie, si materializzava infine come l’ordine sociale progressivo fondato sul diritto del più forte. Una visione di presunto realismo naturalista che ha anche influenzato gli stessi movimenti femministi moderni, fin dal pensiero di Simone de Beauvoir che considerava l’essere madre della donna come uno svantaggio di ordine naturale. Un’idea poi ripresa da altre pensatrici (vedi per esempio E. Badinter e B. Friedan). È dunque fuori discussione che il punto di partenza di ogni battaglia femminista non può che essere quello del completo affrancarsi della donna da qualsiasi obbligo naturale, andando verso l’affermazione della maternità solamente se voluta e consapevole (si pensi  a questo proposito alla difesa del diritto all’aborto, oggi sempre più spesso rimesso in discussione). Un diritto alla maternità (anzi più in generale alla genitorialità, anche adottiva, e a prescindere dal sesso e dal genere dei soggetti coinvolti) che sia anche necessariamente supportata dall’ampliarsi dei diritti economici e assistenziali garantiti dalla mano pubblica (ampliamento dei congedi parentali, attivazione di asili nido ecc.) Nell’etica della cura tuttavia c’è qualcosa che va oltre. C’è innanzitutto la constatazione che la differenza sessuale non può essere azzerata del tutto perché, oltre ogni parità ed eguaglianza, solo alla donna è concesso il privilegio di poter essere madre. Questa realtà, tuttavia, deve servire come punto di partenza, non per creare una separazione tra i sessi, ma per un radicale processo di trasformazione sociale che veda l’affermazione del “femminile” come parte essenziale del modello sociale di riferimento che descrive la condizione umana. Questo modello, secondo la femminista nordamericana Judith Butler, è oggi (e da sempre) rappresentato dal “maschio adulto autosufficiente”, ed è dunque fondato sul rapporto di forza e sulle gerarchie di potere che ne derivano. Si tratta in gran parte di un palese inganno poiché la condizione dell’essere umano, proprio in quanto “animale sociale” che per sua natura ha bisogno degli altri per la propria sopravvivenza, non può che essere caratterizzata dalla comune fragilità, che con maggior forza si manifesta nella vecchiaia, nella malattia, ed in modo emblematico nella prima infanzia. Si impone dunque un cambiamento che vede l’ordine simbolico della madre come necessario fondamento di una società della cura, basata sul riconoscimento dell’altro e dei suoi bisogni; sull’attenzione relazionale; sulla reciprocità e sulla affettività. Un nuovo ordine che deve essere condiviso come parte della dimensione universale dell’umano, in quanto relazione dialettica tra l’etica della cura  del femminile e il principio di realtà di origine maschile. Porre con forza la questione della “differenza del femminile” è a mio avviso essenziale per avere un’idea di reale trasformazione sociale in senso radicale e rivoluzionario dell’esistente. Se si toglie questo aspetto si restringono notevolmente le prospettive di lotta e di cambiamento. È quello che oggi fanno, a mio parere, il transfemminismo e anche i movimenti LGBTQIA+, che sono arrivati all’assurdo di definire la donna come “essere umano con utero” e che, ancora più colpevolmente, danno il loro appoggio alla gestazione per altri, anche detta “utero in affitto”, che rappresenta una delle forme più aberranti di sfruttamento delle donne del terzo mondo, costrette a mercificare il proprio corpo e a umiliare la propria natura di madri in ragione della loro povertà. Più in generale possiamo dire che la negazione della specificità del femminile finisce col ridurre le battaglie delle donne (ma anche quelle di tutti i sessualizzati e i razzializzati) ad una semplice questione di lotta di emancipazione e di riconoscimento dei diritti. Naturalmente è bene sottolineare con forza, anche per non essere fraintesi, che è del tutto ovvio che le rivendicazioni che riguardano le condizioni di parità e il riconoscimento dei diritti sono questioni essenziali e prioritarie, anche nel senso che devono necessariamente precedere, anche in senso logico, qualsiasi altro tipo di battaglia. In sostanza se non c’è emancipazione e riconoscimento dei diritti essenziali non può esserci nessun’altra forma di liberazione.  Se tuttavia la battaglia per i diritti si conclude in se stessa, allora essa si pone come lotta per il raggiungimento di uno status che esiste già nell’ordine sociale, e che in mancanza di parità si pone nel presente come condizione privilegiata. Ma questa condizione, nel nostro mondo capitalista occidentale, è esattamente quella che abbiamo già considerata del “maschio adulto autosufficiente”, come descritta dalla Butler (che tra l’altro è, per ironia della sorte, un punto di riferimento obbligato anche di chi sostiene il transfemminismo).  In sostanza: la donna perfettamente emancipata e assolutamente in grado di fruire e di gestire i diritti che le sono riconosciuti, in un mondo che non ha mutato i propri valori di riferimento, finirebbe col divenire, per ipotesi, un duplicato del maschio dominante. Una conferma, ed anzi un paradossale rafforzarsi, delle logiche dello homo oeconomicus. Il trionfo della competizione egoistica e di un esasperato individualismo possessivo che pone tutti contro tutti, compreso donne, sessualizzati e razzializzati, ipoteticamente ormai del tutto emancipati. Dal maschio dominante, insomma, al generico individuo dominante, senza alcun altro tipo di cambiamento sociale. Certo sto semplificando. So perfettamente che l’oppressione e l’esclusione sociale delle donne insieme a tutte le forme di schiavitù, sfruttamento ed emarginazione, sono stati strumenti fondamentali per determinare le gerarchie su cui si è costruito il dominio capitalista, in una logica in cui il dato strutturale interagisce e si completa attraverso le dinamiche culturali. Si dà tuttavia il caso che il modo di produzione capitalista è caratterizzato da una grande capacità camaleontica, in grado di sopravvivere alla emancipazione degli esclusi, purché si creino sempre nuove forme di discriminazione e di sfruttamento. Al momento, comunque, ciò che abbiamo definito come il femminile dell’etica della cura mi pare una alternativa forte e credibile. L’eventualità di andare da una possibile, anche se parziale, “mascolizzazione delle donne” ad una auspicabile (e relativa) “femminilizzazione degli uomini”. In ogni caso onore a Francesca Lollobrigida: donna, grande campionessa, e se mi permettete anche “madre deliziosa”. Daniela Musumeci
February 28, 2026
Pressenza
L’improvvisa solerzia del capo della polizia Pisani
Come era già stato documentato ampiamente nei libri  Il partito della polizia  e poi  Polizie, sicurezza e insicurezze, i casi di operatori delle polizie (nazionali e locali) responsabili di reati anche gravi negli ultimi 25 anni sono assai numerosi. E in particolare i “morti in mano alle polizie” e le condanne della CEDU e del GRECO (Gruppo Stati europei contro illegalismi istituzionali) sulle illegalità delle forze dell’ordine italiane nonché per la non ottemperanza dell’Italia rispetto alle sanzioni e prescrizioni della stessa CEDU (come già ricordava anche l’allora PM Zucca, “Genova: 14 anni dopo il luglio 2001”, in Il Ponte del 4-5/2015, a cura di Livio Pepino ). E recentemente la Cedu ha condannato l’Italia per il caso Magherini. Ma in questi 25 anni -come prima- i vertici delle polizie hanno bellamente ignorato tutto, hanno fatto quadrato insieme ai sindacati a totale difesa dello spirito di corpo. E come dicono alcuni anziani e meno anziani operatori delle polizie: “in realtà i Cinturrino erano anche utili, facevano tanti arresti e facevano fare carriera anche ai superiori”. Ma ecco che a seguito di quanto gli investigatori hanno scoperto e alcuni bravi giornalisti hanno reso noto a proposito del caso Mansouri-Cinturrino, il capo della polizia ha deciso la sentenza immediata di espulsione di quest’ultimo dai ranghi della polizia (vedi articolo di Giuzzi e Lio sul Corriere). “Il capo della polizia Vittorio Pisani ha definito senza mezzi termini l’assistente capo Cinturrino “un delinquente”. E il questore Bruno Megale ha vantato “Abbiamo dimostrato di avere gli anticorpi di fronte a vicende di questo genere. Questo anche per i cittadini che è nostro compito tutelare”. Intervistato da Giovanni Bianconi, il prefetto Pisani ha detto “Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito … l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva”. E aggiunge che l’inchiesta dovrà chiarire: “Innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso … l’attività ispettiva sarà estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria”. Ma com’è che il Prefetto Pisani non è mai stato così solerte e tempestivo in tanti altri casi?   E com’è non dice che le polizie non hanno mai fatto un serio monitoraggio dei reati da parte del loro personale, cosa che potrebbe permetterne uno studio per elaborare valide ipotesi di prevenzione e di risanamento, unica garanzia per limitarne la riproduzione sistemica.  Constatiamo che non solo non esistono alcun database e alcuna statistica sugli illeciti e reati di operatori delle forze di polizia, ma non c’è neanche possibilità di accesso ai procedimenti istruiti dalle Commissioni disciplinari (nazionale e locali). I giudizi adottati da queste commissioni (composte da un funzionario, un operatore di pari grado dell’imputato e un rappresentante di uno dei sindacati più rappresentativi) sono quasi sempre clementi. Di fatto si tratta di un meccanismo -istituito in tutte le polizie- che garantisce l’impunità al loro personale che ha commesso reati. E  Nelle polizie, come nella Chiesa e in molte altre istituzioni non solo italiane, questo costume sembra particolarmente abituale; come si suol dire: ognuno ha qualche “cadavere nell’armadio” da nascondere e diversi operatori non esitano a giocare su questo, così come a divertirsi raccontando pettegolezzi su tutti, sui politici così come su ogni sorta di vip. Un commissario di polizia, tra i più bravi che io abbia conosciuto, ebbe a dirmi: “Professore, lei non lo sa, ma qua è un inferno: ogni mattina appena arrivo in ufficio devo subito guardarmi le spalle per evitare le coltellate da colleghi”. È proprio alle gelosie e competizioni che si deve la scoperta di diversi atti illeciti di operatori delle polizie. Se il cosiddetto spirito di corpo spinge a far “quadrato” di fronte ad accuse dall’esterno, all’interno non mancano il continuo regolamento di conti o colpi bassi per competizione o gelosie. I vertici conoscono bene questo costume, lo praticano e allo stesso tempo lo temono ma se ne servono come supporto al controllo sulla “truppa” e degli uni sugli altri. Ma non per la tutela effettiva dello stato di diritto democratico.  E perché il prefetto Pisani e tutti i verti delle polizie non dicono nulla per sollecitare e garantire la tutela dei whistleblower (segnalatori di atti o comportamenti illeciti nella pubblica amministrazione come nel privato (normativa istituita con Decreto Legislativo n. 24/2023, recepimento della direttiva UE 2019/1937)? E’ invece noto che gli operatori delle polizie che vanno controcorrente, che non si assoggettano o non condividono i discorsi, gli atteggiamenti e i comportamenti violenti, fascisti, razzisti e sessisti, finiscono presto per essere marginalizzati e persino perseguitati al punto di dover dare le dimissioni per evitare il peggio (e questi casi nient’affatto rari meriterebbero essere rivalutati e omaggiati anziché restare nella gogna come coloro che hanno “sporcato il corpo, come infami” al pari di chi denuncia le mafie. Purtroppo anche i democratici e la sinistra parlamentare sembrano ignorare tutto questo e restano quasi sempre seguaci del generale atteggiamento ossequioso rispetto alle forze dell’ordine al pari del motto “nei secoli fedeli” dell’Arma dei Carabinieri. E questo s’è visto l’anno scorso con la reazione da parte del governo italiano alle critiche e condanne nei rapporti del Consiglio d’Europa (ECRI) e alle sollecitazioni europee su razzismo, profilazione razziale e violenze su manifestanti europee riguardanti la condotta delle forze di polizia.  La premier Meloni e il ministro Piantedosi hanno definito “vergognose” le accuse di razzismo mosse dall’ECRI. E, ahinoi, il presidente Mattarella telefona al prefetto Pisani stupore, stima e vicinanza alle forze di polizia per le affermazioni nel rapporto ECRI. Sin quando non ci sarà un netto rispetto delle norme dello stato di diritto democratico l’Italia come tutti i paesi resteranno alla mercé delle derive dispotiche del neofascismo liberista (vedi l’articolo di Gianni Giovannelli “Rileggendo l’Eternal fascisme di Umberto Eco).   E infatti, nonostante le condanne, il governo Meloni ha proseguito nel rafforzamento dei poteri di polizia, con i decreti sicurezza malgrado qualche emendamento del presidente Mattarella. Salvatore Turi Palidda
February 25, 2026
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Sei contraddizioni nella riforma della magistratura
Quando si vuole cambiare una parte della Costituzione il minimo richiesto sarebbe che le nuove norme siano coerenti tra loro e con quelle che non vengono coinvolte nelle modifiche. Invece, il testo della legge di revisione costituzionale di sette articoli del Titolo IV della seconda parte della Carta Costituzionale è colmo di contraddizioni. Ecco le sei incongruenze più evidenti. * Il Consiglio Superiore della Magistratura viene duplicato: uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri. Una scelta che dai promotori viene ritenuta coerente con la netta separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, che è in palese contrasto con la composizione dell’Alta Corte Disciplinare, nuovo organismo istituito dalla riforma, dove si ritroveranno insieme giudici e pubblici ministeri. * Se le carriere tra magistrati giudicanti e requirenti devono essere assolutamente divise, non si comprende per quale ragione la riforma introduca la possibilità che il Consiglio Superiore della Magistratura dei giudici possa – per meriti insigni – ammettere alle funzioni giudicanti della Corte di Cassazione anche “appartenenti alla magistratura requirente”. * L’Alta Corte Disciplinare esercita la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, escludendo quelli amministrativi, contabili e militari. In questo modo l’Alta Corte si configura come un giudice speciale. Ci si può chiedere quale sia la ragione per trattare in modo diverso i magistrati ordinari da tutti gli altri, tenendo conto che la vigente Costituzione stabilisce che “non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali” (art. 102). * Il testo di revisione prevede che “contro le sentenze emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche per motivi di merito, soltanto dinanzi alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata”. Ma la Costituzione prescrive che “contro le sentenze … è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazioni di legge” (art. 111). * Togliendo al Consiglio Superiore della Magistratura la competenza relativa ai provvedimenti disciplinari e lasciando quella relativa ai trasferimenti dei magistrati, di fatto si crea un conflitto di competenze per i trasferimenti d’ufficio, poiché il potere di trasferire spetta ai Consigli Superiori e quello di utilizzare il trasferimento come sanzione spetta all’Alta Corte. * Nell’Alta Corte faranno parte “sei magistrati giudicanti e tre requirenti”. Si tratta di una proporzione (2/3 e 1/3) che non rispecchia il numero reale dei giudici e dei pubblici ministeri in servizio (3/4 e 1/4). Nessuno ha spiegato perché la proporzione è stata alterata a favore dei magistrati requirenti e a scapito dei giudicanti. Di fronte a queste evidenti incongruenze e ad altre scelte irragionevoli (basti ricordare il sorteggio) contenute nel testo di revisione della Costituzione ci si può chiedere se i presentatori (Giorgia Meloni e Carlo Nordio) l’abbiamo davvero scritto, o almeno letto e compreso. Se non si trattasse della Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro della Giustizia si potrebbe parlare di dilettanti allo sbaraglio. Forse invece queste contraddizioni sono volute, per incuneare scientemente contrasti tra i magistrati e nelle norme costituzionali relative alla magistratura. “Divide et impera”, ci ammonisce la nota locuzione latina. In ogni caso, non è possibile approvare questa riforma sgangherata della Costituzione. Anche soltanto, come scrisse Dante Alighieri, “per la contradizion che nol consente”. Rocco Artifoni
February 25, 2026
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L’iperrealismo dell’accusa di antifascismo
Venerdì 27 febbraio, alle ore 9,30 presso il Tribunale di Como, inizierà il processo contro di me per danneggiamento alla teca e alla lapide raffigurante Benito Mussolini e Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra. Considerate, la teca e la lapide che in realtà sono la stessa cosa, come “beni esposti per necessità alla pubblica fede”. Non è uno scherzo, perché così invece recita il capo di imputazione. Quindi un monumento a Mussolini nel luogo in cui è stato fucilato da tre partigiani eseguendo la sentenza emessa in nome del popolo italiano dal Comitato di Liberazione Alta Italia, viene ritenuto un bene pubblico e non un’apologia di fascismo. Non a caso la denuncia è stata fatta dal rappresentante di un’organizzazione neofascista.  La notte del 28 aprile, anniversario del tirannicidio, ho tolto i fiori che mani fasciste avevano apposto sopra la teca. Non ho fatto  altro e trovo tutt’altro che surreale essere accusato di antifascismo. In questo periodo questa accusa da parte del pubblico ministero di Como è un atto iperrealista. Cecco Bellosi Redazione Piemonte Orientale
February 24, 2026
Pressenza