
Centri in Albania, brusca accelerata del governo. È il momento di una risposta all’altezza
Progetto Melting Pot Europa - Thursday, February 26, 2026Sotto il cielo grigio di Gjadër la bandiera italiana sventola con decisione. Nel CPR sono attualmente trattenute oltre 90 persone: il numero più alto dall’apertura del centro. Nei sedici mesi trascorsi dall’avvio della struttura costruita dal governo italiano in Albania, la presenza si era mantenuta su livelli molto più bassi, con una media attorno alle venti presenze. Nelle ultime settimane due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno hanno portato il totale oltre le novanta presenze. Il cambio di passo è evidente.
Questo dato consente di archiviare la discussione a somma zero che ha finora dominato il confronto pubblico: la contrapposizione tra la denuncia del «fallimento» del progetto e la promessa che «funzioneranno!». In realtà, dall’11 aprile 2025 – data di avvio della seconda fase dell’esperimento, caratterizzata dal trasferimento in Albania di persone già trattenute in Italia – il centro non è mai rimasto vuoto. Funzionava quindi anche prima della svolta attuale, anche se in maniera differente dal progetto iniziale del governo. Con numeri inferiori alle attese, ma con persone reali – corpi, pensieri, desideri – esposte al trasferimento coatto, alla radicale violazione dei diritti e a una violenza istituzionale sistemica.
Il salto di qualità di questi giorni è dunque netto. È in corso il tentativo di stabilizzare l’utilizzo intensivo di Gjadër come segmento ordinario del sistema italiano di detenzione amministrativa, nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. È questa la cornice che segna l’ingresso in una fase differente.
Perché l’accelerazione proprio ora? Le risposte possibili sono molteplici e non necessariamente tra loro alternative. L’aumento netto dei trasferimenti può essere letto come una sfida nei confronti delle decisione della magistratura, con vista sul referendum, alla ricerca di uno scontro utile a consolidare il frame comunicativo del governo nella volata elettorale. Ma il rilancio del progetto è anche un segnale politico che dialoga con due novità incombenti su scala europea: la possibile configurazione di return hubs in paesi terzi e l’implementazione del Patto migrazione e asilo.
Occorre sgombrare il campo dagli equivoci. Per ragioni differenti, né i return hubs – ancora in fase di definizione – né il Patto legittimano il modello Albania. Non solo perché si tratta di dispositivi giuridici non ancora operativi, ma perché il protocollo italo-albanese presenta caratteristiche precise – dalla pretesa di esercitare la giurisdizione italiana oltre confine alle specifiche procedure adottate – che restano fuori dal perimetro giuridico attuale e da quello futuro.
Anche in questa fase di accelerazione, le modalità dei trasferimenti restano immutate. L’uso dei dispositivi di coercizione è generalizzato e copre l’intera durata del viaggio dall’Italia, senza che risulti alcuna valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Non è emesso un ordine formale di trasferimento, benché la magistratura abbia già censurato l’assenza di tale provvedimento.
Trasferito dal CPR di Gradisca a Gjadër senza provvedimento: risarcito il danno per violazione dei diritti fondamentali
Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026
18 Febbraio 2026I criteri di selezione non sono pubblici e i profili delle persone trasferite risultano eterogenei per età, nazionalità, radicamento sociale e percorso migratorio.
L’opacità non è un incidente procedurale: è parte costitutiva del dispositivo.
In questa fase emerge con maggiore chiarezza un tratto strutturale: il carattere punitivo del trasferimento. In assenza di parametri trasparenti, la decisione su chi inviare in Albania resta integralmente nella disponibilità dell’amministrazione. Non è necessario adottare una prospettiva abolizionista per comprenderne la gravità: si esercita la privazione della libertà personale al di fuori dell’assetto ordinario delle garanzie e in radicale tensione con il carattere democratico dell’ordinamento.
Alcune vicende rendono questo quadro ancora più nitido. Due delle persone trasferite in questi giorni a Gjadër sono state prelevate dal CPR di Bari: erano presenti il giorno della tragica e ancora opaca morte di Simo Said, il venticinquenne deceduto il 12 febbraio. Una di loro ha trovato il corpo e ha dato l’allarme. Oggi presenta un grave stato di sofferenza psicofisica, testimoniato da ripetuti episodi di autolesionismo. Eppure è stata trasferita a Gjadër nei giorni immediatamente successivi alla morte di Said.
Almeno due persone, tra quelle attualmente trattenute, si trovano al secondo trasferimento forzato in Albania: già inviate a Gjadër nei mesi precedenti, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite oltre Adriatico. Per la prima volta, inoltre, è stato attivato anche il carcere interno alla struttura per la detenzione di una persona che avrebbe commesso un reato nel CPR.
«Non volevo questa vita», racconta A., una delle persone incontrate a Gjadër negli ultimi due giorni. Le sue parole non descrivono soltanto l’ultimo trasferimento, ma una traiettoria più lunga: lavoro precario e informale, irregolarità prodotta, sfruttamento radicale, precarietà sistemica. Gjadër non interrompe questo percorso: lo radicalizza.
Il nuovo scenario impone uno sforzo inedito. Attivistə, movimenti, società civile, forze politiche che si oppongono al progetto sono collocatə anch’essə in una nuova fase. Occorre riattivare la discussione collettiva, comprendere fino in fondo la posta in gioco, dotarsi di lenti e strumenti coerenti con il nuovo scenario. In gioco non c’è soltanto la vita delle persone trasferite, ma la qualità della democrazia.
La partita non si gioca in un futuro indeterminato. Riguarda l’oggi. Il prossimo mese, da qui al referendum, sarà decisivo. Il rischio è che il governo utilizzi le persone migranti come strumento di campagna elettorale, costruendo un nuovo scontro con la magistratura – forse dalla portata inedita – attorno alle prevedibili non convalide dei nuovi trattenimenti, soprattutto nei casi di domanda di asilo.
Denunciare con chiarezza, attivare tutti gli strumenti disponibili – contenzioso giuridico, comunicazione limpida, mobilitazioni – per collocare il modello Albania dove merita di essere: oltre il perimetro dell’accettabile. Se nello spazio pubblico si afferma la consapevolezza diffusa della portata giuridica e politica di questo progetto, le eventuali non convalide non potranno essere presentate come l’atto ostile di singolə giudicə, ma appariranno per ciò che sono: la conseguenza coerente di un impianto incompatibile con principi fondamentali.
Dopo il referendum si aprirà una finestra temporale precisa e ugualmente importante: pochi mesi per consolidare definitivamente il centro o per rimettere radicalmente in discussione l’esistenza. Siamo davanti a un bivio e non possiamo più rifugiarci nella retorica del flop.
Qui e ora occorre moltiplicare gli sforzi, a ogni livello. Rompere l’isolamento delle persone e l’asimmetria informativa attraverso una presenza costante a Gjadër. Costruire alleanze inedite lungo entrambe le sponde dell’Adriatico. Rafforzare l’iniziativa giuridica, politica e comunicativa con forza e creatività, intelligenza e coraggio.