Tag - Accordo Italia-Albania

“Corpi, diritti e memorie in lotta”
Cosa succede nel Sud Italia quando viene rinvenuto il corpo di una persona migrante? Come si procede ad identificarlo e ad avvertire la famiglia? Crediti fotografici: Silvia Di Meo; Valentina Delli Gatti Queste sono le due domande fondamentali al centro dell’ultimo rapporto di Memoria Mediterranea (MEM.MED) 1 e Clinica Legale Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, “Corpi, diritti e memorie in lotta” 2. Prima di approfondire la questione, però, è opportuno fare un breve punto della situazione sulle politiche migratorie europee e, in particolare, italiane.  Iniziamo da un dato: dal 2014, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, almeno 33.220 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere la riva nord del Mediterraneo 3. L’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, continua a incrementare la collaborazione con Paesi terzi, innanzitutto Tunisia e Libia, garantendo ingenti finanziamenti per impedire alle persone migranti di spostarsi, nonostante ci siano prove di abusi e violazioni dei diritti umani in entrambi gli Stati. L’inchiesta “State Trafficking” 4, ad esempio, ha dimostrato che le forze militari tunisine sono coinvolte nelle espulsioni forzate verso la Libia, oltre che nella vendita di persone migranti ai corpi armati libici. Come se ciò non bastasse, a febbraio 2025 sono state ritrovate due fosse comuni in Libia, contenenti molti corpi di persone migranti, alcuni con segni di ferite da arma da fuoco 5.  Spostandoci al confine sud-orientale dell’Europa, è l’Albania a ricevere maggiori attenzioni. Nel novembre 2023, infatti, i presidenti dei rispettivi esecutivi, Giorgia Meloni e Edi Rama, hanno concordato un patto per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, poi ratificato dal Senato italiano il 15 febbraio 2024 6. L’accordo prevede la possibilità per l’Italia di valutare domande di protezione internazionale su territorio albanese ma sotto la propria giurisdizione, tramite la detenzione delle persone migranti in dei CPR italiani situati sulle coste albanesi 7. Come sottolineano gli autori nel rapporto di MEM.MED e CLEDU:  «Questo protocollo è un altro tassello del sistema di violenza che uccide subdolamente: poco più di qualche settimana fa, il 19 maggio 2025, Hamid Badoui si è tolto la vita nel carcere di “Lorusso e Cotugno” a Torino. Il suo arrivo in carcere è stata l’ultima tappa di un ciclo infernale, che l’ha fatto passare prima nel CPR di Bari e poi in quello di Gjadër in Albania. […] Quello che viene definito sempre più spesso come “modello Albania” si rivela essere una macchina di oppressione, al quale altri leader della sfera internazionale vorrebbero ispirarsi, ma che ha conseguenze nefaste sulle vite di chi vi si ritrova intrappolato» 8. Le politiche migratorie si confermano, dunque, un “laboratorio per sperimentazioni normative a vocazione autoritaria” 9 e sono inserite in una narrazione più ampia di criminalizzazione che non riguarda solo le ONG, ma anche giornalisti, attivisti, comuni cittadini e, ovviamente, le persone migranti definite “illegali”. La colpevolizzazione esclusiva di queste ultime, inoltre, porta a una negazione delle responsabilità da parte degli Stati europei e, di conseguenza, a una negazione del problema in quanto tale.  Il rapporto di MEM.MED e CLEDU Palermo vuole essere «un diario di viaggio nelle pieghe concrete delle conseguenze di queste politiche» 10, coinvolgendo le famiglie dei migranti nelle ricerche dei propri parenti: «le loro testimonianze sono fondamentali: ci ricordano che dietro i numeri approssimativi prodotti dalle organizzazioni o dalle associazioni internazionali e nazionali, ci sono dei nomi, dei volti, delle storie, dei legami che non si spezzano con la morte o la sparizione. Anzi, queste famiglie non dimenticano, non possono dimenticare. L’oblio imposto dagli stati non è una possibilità plausibile. La creazione di nuove narrative, che specificano l’ingiustizia subita, contribuisce a formulare nuovi ricordi, nuovi modi di stare con e andare contro, insomma nuove memorie che abbracciano una dimensione collettiva, di rivendicazioni e di denuncia» 11.  Da settembre 2024 a maggio 2025 MEM.MED ha incontrato e fornito supporto a 82 famiglie di persone migranti scomparse e ha svolto attività di monitoraggio in Sicilia, Sardegna e Calabria per far luce su ciò che impedisce l’effettivo esercizio del diritto alla verità, all’identità, alla sepoltura e al lutto. La causa di ciò, oltre ad essere politica, riguarda un vero e proprio vuoto normativo nell’attuale ordinamento giuridico italiano: l’istanza di ricerca dei corpi dispersi e di identificazione delle salme non ha rango di diritto, si basa solo su mutevoli esigenze morali o religiose. Ciò si traduce, nel concreto, in una inadeguatezza del sistema burocratico che dovrebbe occuparsi della ricerca dei dispersi, dell’identificazione dei morti e del rimpatrio delle salme.  L’iter per la ricerca e l’identificazione di un corpo, infatti, è un percorso lungo e difficile, il cui peso ricade quasi interamente sulle famiglie, e costituisce un’altra forma di violenza 12. Il rapporto mostra quello che definisce un «regime della morte e della dimenticanza nel Mediterraneo» 13, in cui la gestione delle salme ricopre un ruolo fondamentale, e ricostruisce il percorso che segue il trattamento dei corpi di persone decedute in mare prendendo in considerazione diversi momenti: il soccorso, il recupero e lo sbarco, la raccolta e analisi dati, l’identificazione, il trasferimento e la sepoltura, il rimpatrio.  L’assenza di un quadro normativo chiaro si riflette innanzitutto nell’insufficienza delle risorse messe a disposizione per la ricerca e il recupero dei corpi, ma anche nel momento dell’identificazione, dato che non esiste un sistema di raccolta dati centralizzato e uniformato. La raccolta e la gestione dei dati biologici, al contrario, avvengono in modo frammentato, con prassi diverse in base a territori diversi, senza alcun coordinamento strutturale, rendendo molto difficile l’applicazione dell’identificazione forense dei corpi. Non esistono nemmeno procedure uniformi per la conservazione degli effetti personali ritrovati, che insieme ai dati biologici potrebbero essere necessari per un successivo riconoscimento. Quest’ultimo, invece, avviene principalmente tramite l’identificazione visiva da parte di un parente, qualora si trovi sul luogo, o tramite riconoscimento fotografico e, più raramente, tramite procedure di identificazione a distanza con videochiamata. Qualora le salme non vengano identificate, la situazione si complica ed emergono altri elementi problematici, tra cui assenza di tracciabilità, documentazione incompleta, competenze istituzionali confuse e mancanza di rispetto dell’identità religiosa delle persone decedute. Non c’è, infatti, una mappatura sistematica dei luoghi di sepoltura e il rispetto dei riti funebri non è garantito, soprattutto per quanto riguarda il rito musulmano. Come sottolineano le autrici, «la questione religiosa legata al trattamento e alla cura dei corpi delle persone decedute lungo le rotte migratorie è raramente presa in considerazione, e questa lacuna costituisce un’ulteriore forma di violenza».   Per quanto riguarda il rimpatrio, infine, la legge italiana prevede una serie di procedure che variano a seconda del Paese in questione, ma non esistono visti specifici che permettano ai familiari di recarsi nel luogo in cui si trovano le salme dei propri cari, e il visto turistico spesso non è sufficiente, dato il tempo richiesto da questo tipo di procedure. Inoltre, non viene fornita alcuna assistenza finanziaria alle famiglie da parte del Governo italiano e ciò aggiunge, agli ostacoli di natura politica e burocratica, anche quelli di natura economica, negando alle famiglie il diritto al lutto e alla memoria.  Se la violenza che colpisce innanzitutto chi cerca di attraversare i confini è lampante, nonostante il tentativo degli Stati di nasconderla, quella che colpisce le famiglie non è neanche presa in considerazione da questi ultimi, che vedono i migranti solo come numeri, invasori, nemici contro cui combattere per la sicurezza delle proprie popolazioni. Ma, come evidenziano MEM.MED e CLEDU, la morte alle frontiere e questo secondo tipo di violenza, meno immediata, hanno tuttavia degli effetti molto concreti e delle implicazioni significative sulle famiglie e sulle comunità di provenienza: «per ogni salma ritrovata sulle rive europee, c’è una famiglia che vive un’assenza incompresa. Per ogni corpo disperso in mare, c’è una famiglia che vive nel dubbio, nell’attesa, nella speranza di conoscere il destino del proprio caro» 14.  Dato che la maggioranza dei corpi non viene trovata o rimane non identificata, le famiglie che cercano i loro cari vivono una condizione particolare, che la psicologa Pauline Boss definisce di “perdita ambigua” 15, ovvero un tipo di perdita che non è chiara, non ha una conclusione e non permette un normale processo di lutto. È considerata una delle forme di perdita più stressanti e disfunzionali, perché manca la certezza necessaria per elaborare il dolore e “chiudere” l’esperienza. La perdita ambigua porta, infatti, alla mancanza di rituali (non c’è un funerale, né un momento di fine), a una sospensione emotiva (non si sa se “lasciare andare” o continuare ad aspettare) e a stress cronico (perché la situazione rimane irrisolta). In questa situazione, le famiglie sono abbandonate dalle istituzioni dei loro paesi d’origine e ignorate nel paese di destinazioni; si scontrano con «l’impassibile trascuratezza» 16 del sistema che gestisce le vite e le morti dei loro cari, senza riuscire a trovare un responsabile 17.  Secondo le autrici, siamo di fronte a una «strategia della dispersione della morte e dei corpi» 18 volta a evitare che le morti dei migranti acquistino troppa visibilità mediatica, estromettendo e silenziando il ruolo e le rivendicazioni delle famiglie. Il caso di Roccella Ionica 19, infatti, ha dimostrato come la dispersione dei corpi delle vittime in più ospedali e in più cimiteri abbia reso difficile un contatto diretto tra famiglie, associazioni, avvocati, facendo sì che, rispetto al caso di Cutro 20, la capacità di questi attori di essere visibili e incisivi nelle loro richieste è stata notevolmente ridotta. Rapporti e dossier NAUFRAGIO MAR IONIO, 17.6.2024. I MORTI INVISIBILIZZATI E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Un report da Roccella Jonica di Mem.Med (Memoria Mediterranea) Mem.Med 26 Giugno 2024 Il rapporto insiste, dunque, sulla necessità di far fronte a questo vuoto normativo con una proposta concreta che possa regolamentare e standardizzare procedure e modalità di intervento nei casi di morte in contesto migratorio, permettendo alle famiglie e alle comunità di appartenenza il pieno esercizio dei loro diritti. Combattere questo processo di invisibilizzazione è di primaria importanza, perché esso consente la normalizzazione di quelle morti, conducendo a una forma di assuefazione dell’opinione pubblica che rende il morire nel tentativo di attraversare i confini una conseguenza normale, accettabile e perfino prevedibile, la cui colpa viene spesso fatta ricadere sulle persone che hanno deciso di intraprendere il viaggio. Il rapporto evidenzia, quindi, il modo in cui «una narrazione umanitario-securitaria, insieme a una retorica criminalizzante, costituisce l’impalcatura ideologica e discorsiva che sostiene e legittima questo sistema di morte. Quando affiorano sulle coste meridionali italiane, accade che i corpi vengano spesso sepolti senza nome 21, sparsi tra i cimiteri. Queste vite si perdono una seconda volta nell’anonimato: alla morte fisica si aggiunge quella sociale e storica» 22. Contro questo lavoro di morte e invisibilizzazione, le testimonianze e la resistenza delle famiglie, affiancate dal lavoro di associazioni come MEM.MED e CLEDU, risultano ogni giorno necessarie e fondamentali per rivendicare giustizia a nome di coloro che non possono più farlo e per tentare di sovvertire, se non le relazioni di potere in quanto tali, almeno le narrazioni dominanti che costituiscono l’immaginario occidentale delle migrazioni.   1. La tag di Mem.Med su Melting Pot ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Mediterranean | Missing Migrants Project (aggiornato al 22/12/2025) ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎ 5. IOM Deeply Alarmed by Mass Graves Found in Libya, Urges Action | International Organization for Migration ↩︎ 6. Protocollo di collaborazione Italia – Albania ↩︎ 7. I centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), istituiti in Italia nel 1998, sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali le persone migranti vengono trattenute per un tempo massimo che, dal 2023, può arrivare fino a 18 mesi cfr. L’Italia dei CPR: luoghi senza tempo, corpi senza giustizia – Memoria Mediterranea. Si veda anche Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania (Altreconomia, 23 dicembre 2025) ↩︎ 8. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.8 ↩︎ 9. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi ↩︎ 10. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.6 ↩︎ 11. Ivi, p. 51. ↩︎ 12. Ivi, p. 20. ↩︎ 13. Ivi, p. 35. ↩︎ 14. Ivi, p. 44. ↩︎ 15. P. Boss, Ambiguous Loss: Learning to Live with Unresolved Grief, Harvard University Press, 2000 ↩︎ 16. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.46 ↩︎ 17. Appello alle istituzioni da parte di madri, sorelle e familiari di persone morte o disperse ai confini, Memoria Mediterranea (ottobre 2025) ↩︎ 18. Ivi, p. 51. ↩︎ 19. Tra il 16 e il 17 giugno 2024 un’imbarcazione partita dalle coste dal porto di Bodrum in Turchia con circa 67 persone a bordo (di cui 26 minori) è naufragata a circa 120 miglia dalle coste della Calabria. Leggi il report: Un anno dalla strage di Roccella – la stessa Memoria per verità e giustizia, Memoria Mediterranea (17 giugno 2025) ↩︎ 20. Il naufragio è avvenuto il 26 febbraio 2023 in provincia di Crotone. Partite dalla Turchia, ma provenienti da Afghanistan, Pakistan, Iran, Palestina, almeno 94 persone sono morte e decine scomparse ↩︎ 21. Dare un nome alle vittime della migrazione recuperate nel Mediterraneo centrale. La richiesta delle Ong per restituire dignità ai morti e conforto ai loro cari ↩︎ 22. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.54 ↩︎
Il ruolo dei Centri di permanenza per i rimpatri nella gestione dei migranti successivamente agli accordi tra Italia e Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Padova Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali Corso di laurea triennale in Scienze politiche, relazioni internazionali e diritti umani IL RUOLO DEI CENTRI DI PERMANENZA PER I RIMPATRI NELLA GESTIONE DEI MIGRANTI SUCCESSIVAMENTE AGLI ACCORDI TRA ITALIA E ALBANIA Tesi di Elena Regonesi (2024/2025) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE L’Italia, da diversi decenni, è al centro di intensi e costanti flussi migratori, che hanno reso necessario lo sviluppo di politiche volte a gestire i processi di ingresso, permanenza e rimpatrio dei cittadini stranieri. La regolamentazione dei migranti in Italia si è scontrata con questioni della sicurezza interna e del controllo delle frontiere. Tra i vari strumenti giuridici e amministrativi rilevanti per il contesto ci sono i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), istituiti originariamente con la legge Turco-Napolitano del 1998 sotto la denominazione di Centri di Permanenza Temporanea (CPT). La nascita di queste strutture ha segnato l’introduzione della detenzione amministrativa destinata ai cittadini stranieri irregolari, privandoli della libertà personale. Fin dalle origini ha suscitato un dibattito politico e giuridico, suscitando ambiguità legale verso i CPR, spazi nei quali la privazione della libertà viene utilizzata come strumento di controllo migratorio, ma senza le garanzie proprie della detenzione penale. La questione dei CPR ha assunto un rilievo centrale nelle politiche migratorie italiane, rappresentando una preoccupazione nell’equilibrio tra sicurezza, gestione dei flussi e tutela dei diritti. Negli anni le scelte dei governi sono cambiate verso un ampliamento e una restrizione della detenzione amministrativa, ma sempre vincolata dalle normative UE, che attraverso regolamenti ha determinato dei limiti da rispettare. Negli ultimi anni, la gestione dei flussi migratori ha assunto un carattere sempre più emergenziale. Un passo significativo è stato compiuto con il Decreto-Legge n. 37 del 28 marzo 2025, introdotto dall’attuale governo Meloni, con l’istituzione di un nuovo CPR al di fuori del territorio italiano, in Albania. L’accordo tra Italia e Albania è volto ad alleggerire il sistema d’accoglienza e rimpatri con l’esternalizzazione dei flussi migratori in uno Stato terzo. Questa politica, in linea con le tendenze europee di esternalizzazione delle politiche migratorie, ha suscitato un ampio dibattito pubblico da parte delle opposizioni politiche e delle associazioni italiane e internazionali per i diritti umani, sui rischi di violazioni di diritti umani e fondamentali, nonché sull’incertezza dei risultati e sui costi elevati per lo Stato. Partendo da queste premesse, in questo elaborato analizzerò il ruolo e la funzione dei CPR nella gestione dei migranti, con particolare attenzione all’accordo stipulato nella forma di un Protocollo tra Italia e Albania con valenza per gli anni 2023–2025 e alle sue implicazioni sul piano costituzionale e dei diritti umani. L’obiettivo principale è quello di approfondire la compatibilità della detenzione amministrativa, ovvero il trattenimento dei migranti, con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Nel primo capitolo verrà ricostruito il percorso storico e normativo della detenzione amministrativa in Italia, analizzando lo sviluppo delle politiche nazionali e i vincoli dettati dall’Unione Europea. Il secondo capitolo sarà dedicato all’analisi del funzionamento dei CPR, alla loro distribuzione sul territorio nazionale, alla gestione e alle problematiche, e al rispetto dei diritti fondamentali dei trattenuti, analizzando il tema dei Paesi terzi sicuri. Infine, il terzo capitolo si concentrerà sull’accordo Italia-Albania, vale a dire sul contenuto, sulla normativa che questo Protocollo incrocia e sulle conseguenze che esso sta determinando nella gestione di alcune tipologie di migranti.
Il turbolento 2026 delle politiche migratorie
Il 2026 si profila come un anno di svolta nelle politiche migratorie. Eppure, veniamo da un decennio denso di trasformazioni radicali. L’introduzione dell’approccio hotspot nel 2015, che ha istituzionalizzato pratiche di trattenimento informale e selezione alla frontiera, la conflittualità sistematica contro le ONG impegnate nel soccorso in mare portata avanti da governi di diverso orientamento politico, i decreti sicurezza del 2017, 2018 e 2019, la vorticosa produzione normativa del governo in carica hanno ridisegnato – in una dimensione complessivamente negativa – la condizione giuridica e politica delle persone migranti. Tuttavia, nessuno di questi passaggi ha avuto la portata sistemica delle riforme che saranno operative nel 2026. IL PATTO EUROPEO: L’ELEFANTE NELLA STANZA Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, approvato definitivamente dal Parlamento europeo nell’aprile 2024 e destinato a produrre effetti a partire da giugno 2026, costituisce la riforma più organica mai prodotta in relazione al sistema comune d’asilo. I nove regolamenti che lo compongono, insieme alla direttiva sull’accoglienza, delineano un impianto coerente e profondamente inquietante. A fronte di questa portata, il Patto continua tuttavia a rimanere ai margini del dibattito pubblico. Lo scarto tra l’impatto prefigurato e la scarna discussione che lo accompagna non è un semplice effetto collaterale. Le ragioni di questa rimozione sono molteplici. In Italia, a differenza di altri Stati membri, il piano nazionale di implementazione non è mai stato reso pubblico, collocando la riforma in un limbo che ne rende opaca la portata e ostacola i processi di mobilitazione informata. Più in generale, l’estensione e la radicalità del Patto hanno finora prodotto smarrimento più che attivazione. Sul piano sostanziale, tra i molti altri profili, il Patto definisce la frontiera come dispositivo centrale nel governo della mobilità: non più soltanto un luogo geografico, ma una condizione giuridica nella quale concentrare procedure e poteri. Le procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione si applicheranno alle persone provenienti da Paesi con tassi di riconoscimento, in prima istanza, inferiori al 20%. Un insieme eterogeneo che in Italia comprende una quota molto rilevante delle persone in arrivo. Ne deriverà una massiccia concentrazione delle procedure in frontiera, accompagnata da forme estese di limitazione della libertà personale e da una compressione effettiva delle garanzie. Rispetto all’approccio hotspot, il nuovo modello segna un salto di qualità. Durante la stagione degli hotspot hanno preso forma spazi di contatto – spesso informali e precari – tra il dentro e il fuori dei centri. Il Patto punta a un contenimento sistemico e all’applicazione di procedure condensate, orientate a costruire una continuità funzionale tra arrivo e rimpatrio per un numero molto elevato di persone. Questa architettura, per quanto presentata come organica e razionale, appare destinata a produrre effetti instabili e di non facile lettura. È un meccanismo di disciplinamento da analizzare collettivamente a fondo attivando saperi e posture molteplici. L’OMBRA LUNGA DELLA DETENZIONE DELOCALIZZATA Sul terreno dei rimpatri, il 2026 potrebbe segnare un ulteriore salto di qualità. Il nuovo Regolamento Rimpatri, ancora formalmente in negoziazione ma già in uno stadio avanzato, consolida una traiettoria orientata all’esternalizzazione e alle espulsioni più rapide. In questo quadro si colloca la proposta dei return hubs: strutture situate in Paesi terzi nelle quali trasferire persone prive di legami con quegli Stati, spostando all’esterno dell’Unione l’intera gestione della procedura. La recente posizione del Consiglio dell’UE ha rafforzato questa impostazione, legittimando un modello di esternalizzazione che tende a delocalizzare responsabilità giuridica e controllo materiale. Non si tratta di un’ipotesi accessoria, ma di un passaggio che incide sulla stessa esigibilità del diritto d’asilo, sollevando profondi interrogativi giuridici, etici e politici. Il 2026 sarà decisivo anche per comprendere il destino dei centri italiani in Albania. Finora il progetto non ha raggiunto gli obiettivi numerici annunciati e si regge su un’infrastruttura fragile, capace tuttavia di produrre effetti politici che vanno oltre le evidenti difficoltà operative. Approfondimenti IL “FALLIMENTO PRODUTTIVO” DEL MODELLO ALBANIA, UN ANNO DOPO L’AVVIO Il confinamento delocalizzato segna una svolta nello spazio europeo - ora va disattivato Francesco Ferri 16 Ottobre 2025 Il governo italiano continua a deportare i migranti dai CPR al centro di Gjader, nonostante pesino sul progetto due rinvii alla Corte di giustizia dell’Unione europea, che interrogano nel profondo la legittimità dell’impianto ideato dal governo italiano. I due piani – la negoziazione intorno al nuovo regolamento rimpatri e il futuro dei centri in Albania – nel 2026 potrebbero intrecciarsi. Un’eventuale approvazione del nuovo Regolamento potrebbe ridefinire radicalmente il profilo giuridico delle strutture in Albania, trasformandole in un perno di ulteriori processi di delocalizzazione; al contrario, un rallentamento o un arresto della riforma potrebbe favorire l’auspicabile collasso dell’intero progetto – a quel punto senza vie d’uscita. ATTRAVERSARE LE CREPE La convergenza di trasformazioni di questa portata genera una fase di disorientamento tra chi analizza, con strumenti critici, il diritto e le politiche che regolano le migrazioni. È un effetto comprensibile, ma non privo di alternative. Il Patto, pur nella sua ambizione disciplinare, non configura un sistema chiuso né perfettamente coerente. L’isolamento in frontiera difficilmente sarà totale: è in queste discontinuità che si apre uno spazio di intervento. Si tratta di lavorare sulle imperfezioni del dispositivo: monitorare in modo indipendente le prassi, costruire canali di relazione con le persone trattenute, documentare sistematicamente le violazioni, sperimentare forme rinnovate di intervento giuridico e politico, anche attraverso reti transnazionali tra attivismo e ricerca. Considerazioni analoghe valgono per la potenziale riforma europea sui rimpatri. I negoziati restano aperti e lasciano margini di intervento politico; in loro assenza, il rischio è la cristallizzazione di un impianto destinato a strutturare le politiche europee per un lungo periodo. Anche la partita intorno ai centri in Albania è tutt’altro che chiusa: la pressione esercitata da attivistǝ, società civile e il contenzioso giudiziario ha finora impedito la normalizzazione. Nel 2026 sarà indispensabile sviluppare ogni sforzo utile per impedire che quelle strutture siano stabilizzate. UN ANNO DI CONFLITTO Il 2026 sarà segnato da una profonda metamorfosi delle politiche migratorie europee. Le trasformazioni normative in atto incideranno sulle condizioni materiali e giuridiche delle persone in movimento e sulle forme di governo delle migrazioni. La traiettoria istituzionale è orientata al contenimento e all’esternalizzazione: è dentro e contro questo processo che si apre lo spazio dell’intervento politico. Ricerca critica, presenza continuativa nei contesti di frontiera, produzione e circolazione di saperi indipendenti, costruzione di mobilitazioni ad ampio spettro e non unicamente difensive: su questo terreno sarà determinato il significato politico del 2026.
Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo?
Il Patto Migrazione e Asilo entrerà in vigore nel giugno 2026, diventando legalmente vincolante per tutti i 27 stati membri dell’UE. Costituirà un grosso passo verso la riduzione ed eliminazione dei diritti delle persone in movimento che vorrebbero stabilirsi nel territorio europeo. Facciamo un passo indietro. Cos’è il Patto Asilo e Migrazione 1? Qui di seguito un breve riassunto dei punti principali di questo pacchetto di norme, costituita da 9 regolamenti e una direttiva. Questo ultimo aspetto costituisce già di per sé un primo snodo importante. La principale differenza tra regolamenti e direttive riguarda l’applicabilità in concreto: i primi sono integralmente e immediatamente efficaci in tutti gli Stati UE, mentre le seconde richiedono ulteriori passaggi per la loro ricezione nei vari paesi membri dell’Unione. Pertanto risulta lampante la direzione politica che vuole dare l’Unione Europea sulla questione migratoria. E allora quale scelta migliore in vista delle elezioni europee 2026 di ridurre lo spettro dei diritti, già precari, delle persone migranti? Come già accennato, il Patto avrà ripercussioni molto importanti. Tra le principali vi sono: 1. Registrazione automatica e raccolta obbligatoria di dati biometrici. Il sistema degli “hotspot” nell’UE: tutte le persone che arrivano alle frontiere esterne dell’Unione europea – via terra, aria o mare, comprese quelle soccorse in mare – saranno ora sottoposte a una procedura di screening obbligatoria, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno presentato domanda di asilo. La procedura deve essere completata entro un massimo di 7 giorni.  Questo processo di screening stabilisce un meccanismo di selezione simile all’approccio hotspot, che determinerà cosa succede agli individui dopo che sono stati sottoposti a screening. Esistono tre possibili percorsi: 1. Domanda di protezione internazionale (asilo) 2. Trasferimento in un altro Stato membro dell’UE dove è presente un familiare (limitatamente ai parenti diretti o al coniuge) 3. Una procedura di rimpatrio (espulsione) 2. La nuova procedura di asilo alla frontiera: una volta completato il processo di screening, le persone saranno trattenute ed espulse o potranno richiedere la protezione internazionale nel Paese in cui sono arrivate. Tuttavia, la procedura di asilo può svolgersi alla frontiera anziché all’interno del Paese. La procedura di asilo di frontiera non deve superare le 12 settimane dalla registrazione alla decisione (estendibili a 16 settimane in situazioni di crisi). Durante questo processo, i richiedenti asilo devono essere trattenuti e non possono entrare legalmente nel Paese finché non ricevono una decisione positiva in materia di asilo.  3. Solidarietà tra i paesi membri UE: il Patto sostiene di introdurre un meccanismo di solidarietà obbligatorio tra gli Stati dell’UE e di riformare il sistema di Dublino.  In base alle nuove regole, il paese responsabile di una domanda d’asilo è il Paese in cui risiedono i membri della famiglia (limitatamente ai parenti diretti o ai coniugi, non ai fratelli) oppure il primo Paese di ingresso. In pratica, ciò significa che i Paesi di frontiera come Spagna, Italia e Grecia continueranno a essere responsabili dell’esame della maggior parte delle domande di asilo, proprio come accadeva con il sistema di Dublino.  Inoltre, con il Patto, più denaro pubblico sarà utilizzato per finanziare muri, filo spinato, forze di polizia, Frontex, centri di detenzione e tecnologie di sorveglianza e controllo. 4. La detenzione diventa la norma: da un punto di vista formale il Patto prevede che il trattenimento dei migranti dovrebbe essere utilizzato come pratica di ultima istanza e sotto controllo dell’autorità giudiziaria. In pratica, all’arrivo nell’UE, le persone migranti possono trovarsi private della libertà di movimento o in condizioni simili alla detenzione, che evidentemente non sono considerate tali dal Patto:  1. durante il processo di screening (durata massima: 7 giorni) alle frontiere, dove saranno costretti a fornire le loro impronte digitali e altri dati biometrici; 2. quando devono essere trasferiti in un altro Stato membro competente per la loro richiesta di asilo;  3. durante la procedura di asilo alla frontiera (che può durare fino a 12 settimane) e che è accompagnata da un divieto di ingresso nel territorio; 4. durante la procedura di rimpatrio, se la loro domanda di asilo viene respinta e sono in attesa di espulsione. I tempi precedenti all’espulsione possono durare mesi o addirittura anni, a seconda della disponibilità del Paese d’origine a riammettere i propri cittadini. 5. Maggiore esternalizzazione delle frontiere: adesso uno dei criteri per qualificare un Paese come “sicuro” è il “legame” tra il richiedente asilo e il Paese terzo in questione. L’eliminazione di questo criterio darà agli Stati membri un notevole margine di manovra per inviare i richiedenti asilo in Paesi terzi senza alcun legame precedente con essi. Per quanto riguarda i rimpatri, le procedure comuni per l’emissione di decisioni di rimpatrio saranno disponibili in una banca dati europea (Sistema d’informazione Schengen). Se una persona soggetta a una decisione di rimpatrio si trasferisce in un secondo Stato membro, questo potrà eseguire la decisione di rimpatrio emessa dal primo Stato membro. A lungo termine, l’UE intende rendere obbligatorio il riconoscimento reciproco e l’esecuzione delle decisioni di rimpatrio. Ciò costringerebbe uno Stato membro a riconoscere ed eseguire una decisione di rimpatrio emessa da un altro Stato membro senza avviare una nuova procedura.  Infine la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’UE introduce un quadro normativo che consente di inviare i richiedenti asilo respinti che hanno ricevuto una decisione finale di rimpatrio in un Paese terzo sulla base di un accordo bilaterale o a livello di UE. Secondo l’attuale proposta, le famiglie con minori e i minori non accompagnati non sarebbero inclusi in questo meccanismo.  L’ATTEGGIAMENTO DEL GOVERNO ITALIANO SUL PATTO L’accordo Italia-Albania è stato considerato dal governo italiano come precursore dei futuri effetti del Patto. Questo memorandum, presieduto dalla presidente italiana Meloni e da quello albanese Edi Rama, ha subito diverse modifiche, dovute alle continue bocciature che i vari organi giudiziari hanno afflitto a questa procedura di “metaesternalizzazione” delle frontiere, in un continuum di riforme prone a questo tipo di scelta che ha trovato sia nell’estrema destra italiana, ma anche in governi che dovevano essere, almeno teoricamente, afferenti al centro-sinistra, sponde favorevoli. Come è noto, tutte le persone portate in Albania fino ad ora sono state poco dopo trasferite in Italia poiché non si è potuta applicare la proceduta accelerata: in alcuni casi si è capito che si trattava di persone vulnerabili, in altri i giudici romani hanno valutato che i paesi di provenienza non potessero essere ritenuti sicuri 2 Con il Nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo, che sarà applicato da giugno 2026, questa questione potrebbe diventare secondaria. In primo luogo, il nuovo Regolamento sulle procedure di asilo, all’art. 61, par. 2, dice che “la designazione di un paese terzo come paese di origine sicuro (…) può essere effettuata con eccezioni per determinate parti del suo territorio o categorie di persone chiaramente identificabili”. Inoltre, il Regolamento non solo concede, ma obbliga gli Stati Membri ad applicare la procedura accelerata di frontiera tutte le volte in cui i richiedenti asilo provengono da un paese per il quale il tasso di riconoscimento della protezione è inferiore al 20%. Non sarà più necessario applicare il concetto di paese di origine sicuro, bensì basterà valutare il tasso di accoglimento delle domande, sottoprodotto delle decisioni delle Commissioni che esaminano le domande di asilo, le quali risultano molto diverse nei vari paesi europei. «Quando entrerà in vigore» il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo «i centri» in Albania «funzioneranno come dovevano funzionare dall’inizio: avremo perso due anni per finire esattamente com’era all’inizio. La responsabilità non è la mia, arriveremo due anni dopo a fare esattamente quello che potevamo fare due anni prima. Penso che ciascuno si assumerà le sue responsabilità». Parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle dichiarazioni congiunte con il primo ministro albanese Edi Rama al termine del vertice intergovernativo Italia-Albania. Inoltre, a due anni dal quel Protocollo, i due paesi hanno siglato un’altra intesa: un accordo per sviluppare la cooperazione bilaterale e strategica in diversi settori nevralgici 3. Il Protocollo Italia-Albania non è solo uno strumento di gestione migratoria: è un dispositivo politico che interviene ridefinendo le coordinate stesse della legalità e della funzione dello Stato. In questo senso, il modello Albania si configura come un laboratorio politico permanente, in cui si sperimentano pratiche di sospensione dei diritti e di concentrazione del potere esecutivo. L’accordo con l’Albania radicalizza le logiche del Patto europeo su migrazione e asilo, costruendo un’infrastruttura legale e logistica per trasferire i migranti in uno spazio sospeso, fisicamente esterno ma giuridicamente controllato. Questa scelta precisa è diventata ancora più evidente con la notizia di qualche giorno fa, ovvero l’approvazione del Consiglio Europeo rispetto al nuovo Regolamento che introduce un primo elenco comune dei “Paesi di origine sicuri”, insieme alla possibilità di designare “Paesi terzi sicuri” dove le persone migranti potrebbero essere deportate e dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate. Tra le novità principali, che attaccano ulteriormente il diritto di asilo, spiccano le procedure di esame accelerate (come già avviene in Italia con la cd. procedura accelerata), la possibilità di respingere le domande ritenute “inammissibili” e la creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue, i cosiddetti “return hub”, di fatto in continuità con il “modello Italia- Albania” prima della bocciatura imposta dalla sentenza della CGUE 4. Come afferma Matteo Villa, analista di Ispi, “l’accordo sulle nuove norme su asilo e migrazione, è simbolo di una coalizione di centro (popolari, socialisti e liberali) alla disperata ricerca di consenso. Anche quando questo significa inasprire regole sull’accoglienza all’interno dell’Europa e, probabilmente, rimandare più migranti in Italia (tra quelli che hanno raggiunto altri paesi UE). Niente sui rimpatri, niente su nuovi canali di migrazione regolari. D’altronde, nell’era della diffidenza e dei muri, non potrebbe che essere così” 5 E NOI COSA DOBBIAMO FARE? Nei media mainstream la tematica non viene trattata in maniera organica, e quando viene analizzata, lo si fa in maniera sommaria e speculatoria. Spetta alla società civile evidenziare ancora una volta le politiche marginalizzanti dell’UE. Asgi, insieme ad altre associazioni, ha avviato una Road Map per il Diritto d’Asilo e la Libertà di Movimento e il Tavolo Asilo e Immigrazione, con lo scopo di costituire un percorso di monitoraggio del Piano di Implementazione del Patto Europeo per le Migrazioni e l’Asilo. A noi gruppi autorganizzate, realtà sociali, persone singole attente spetta il compito di innalzare il livello di sensibilizzazione e di lotta sul tema in maniera drastica, visto che l’intenzione esplicita dell’UE e dei paesi membri (in primis l’Italia) è quella di una vera e propria cancellazione del sistema d’asilo. 1. Patto europeo: una guida rapida per orientarsi, Video-formazione a cura di Asgi (video 2 dicembre 2025) ↩︎ 2. Rapporto TAI: “Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania”, Amnesty International (luglio 2025) ↩︎ 3. Meloni: con il nuovo nuovo Patto Ue i centri in Albania funzioneranno, Il Sole 24 ore (13 novembre 2025) ↩︎ 4. Migranti spediti nei paesi terzi: Ok dal Consiglio dell’Unione, Il Manifesto (dicembre 2025) ↩︎ 5. Migranti: il Parlamento Ue approva il nuovo patto, ISPI (10 aprile 2024) ↩︎
La Grecia sta esplorando piani per stabilire centri di rimpatrio in Africa
Il 19 novembre il ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo Thanos Plevris dichiara all’emittente pubblica Ert che Atene sta valutando l’istituzione di centri di rimpatrio per migranti in Africa 1. In questa iniziativa la Grecia non è sola: un progetto analogo è portato avanti anche dalla Germania. Atene sta lavorando per aprire un dialogo con alcuni stati africani, considerati sicuri che potrebbero ospitare nuovi centri per il rimpatrio. Come affermato dallo stesso ministro, gli arrivi delle persone migranti nella penisola sono in calo (32 mila persone nel 2024, contro 12mila nel 2025) ma questa nuova procedura dovrebbe funzionare da deterrente efficace contro l’immigrazione “illegale” verso l’Europa. «Abbiamo avviato un’iniziativa, in stretta collaborazione con la Germania, per creare un centro di ritorno (un “return hub”) per migranti irregolari fuori dai confini dell’Unione Europea, in Africa.» Thanos Plevris, Reuters 2. Infatti, seguendo le dichiarazioni di Plevris, il fatto stesso che gli hub di rimpatrio siano situati fuori dell’Unione Europea dovrebbe disincentivare le partenze. Inoltre, si tratterebbe di un progetto ideato dai singoli stati membri dell’Unione, che non fa parte di una linea politica comune. Tuttavia, l’8 dicembre durante il Consiglio “Giustizia e affari interni” i paesi membri dell’Ue hanno finalizzato la loro posizione su un regolamento volto a rendere maggiormente uniformi le procedure per i rimpatri 3. Notizie/Regolamenti UE “PAESI SICURI” E RIMPATRI: LA NUOVA STRETTA DELL’UE  Un altro passo verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza Redazione 10 Dicembre 2025 Il provvedimento impone obblighi a chi non ha il diritto di rimanere, introducendo strumenti di cooperazione tra stati membri. Nel pratico, si procederà a elaborare una lista comune di paesi di origine sicure e verranno individuati paesi terzi sicuri, in cui istituire dei return hub (centri per il rimpatrio). In sostanza, la Grecia punta a operare in alcuni stati africani con una modalità analoga a quella adottata dall’Italia in Albania. Sebbene l’accordo debba essere negoziato con il Parlamento europeo, esso conferma la volontà di proseguire lungo una direzione ormai consolidata, incentrata su sorveglianza, detenzione e militarizzazione più che su politiche di inclusione delle soggettività in movimento. Si tratta, in definitiva, dell’ennesima tappa di una strategia adottata da tempo, che continua a rafforzarsi. Sul tema della mobilità globale e in particolare delle migrazioni verso l’Europa, è necessaria una premessa: molti dei flussi attuali sono il risultato di processi storici e politici di lunga durata, di profonde disuguaglianze sociali e di persistenti rapporti di dipendenza neocoloniale. A ciò si somma la quasi totale assenza di vie legali per raggiungere l’Europa. Questo restringimento delle possibilità ha di fatto schiacciato le procedure giuridiche sulla richiesta di protezione internazionale. L’aumento degli arrivi in Europa, a partire dal 2015, ha accelerato un processo politico mirato a limitare l’accesso ai paesi UE. Negli anni l’Unione ha infatti stanziato fondi sempre più ingenti per esternalizzare le frontiere, mediante accordi con i paesi terzi e per militarizzare i confini. Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon Un esempio di ciò è rappresentato dall’aumento del budget di Frontex, agenzia che controlla le frontiere esterne dello spazio Schengen e dell’Unione Europea: il suo bilancio è passato da 98 milioni nel 2014 a 750 milioni nel 2015 (Nicolosi, 2023). Tuttavia, i flussi migratori non si sono fermati e la Grecia, per la sua posizione Geografica è uno dei paesi maggiormente coinvolti. I paesi di frontiera rappresentano spesso il banco di prova delle politiche europee in materia di migrazione, da cui traggono beneficio anche gli stati membri che non sono destinazioni di primo approdo, come la Germania. Nel dibattito pubblico, il tema migratorio è stato progressivamente riformulato come una minaccia alla sicurezza dell’intera Unione; si conseguenza, assistiamo a una crescente militarizzazione dei confini. Nella pratica, ciò si traduce in ingenti investimenti per l’acquisto di nuove misure si sorveglianza, da recinzioni e sensori, fino a droni e sistemi di controllo basati sull’intelligenza artificiale, per monitorare e impedire i passaggi di persone attraverso le frontiere europee. In particolare, il confine di terra tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros, è conosciuto per essere fornito di un importante sistema di recinzioni e sensori ad alta tecnologia per individuare e fermare l’immigrazione irregolare attraverso telecamere ad ampio raggio, sensori termici e droni. Il “modello Evros” inaugura un modello definito “frontiera intelligente” che riflette una crescente dipendenza dalle tecnologie avanzate, soprattutto AI, per gestire e scoraggiare le migrazioni. Questo tipo di cambiamento solleva importanti questioni etiche legate alla tutela dei diritti. La scelta di istituire centri di rimpatrio in paesi terzi ritenuti “sicuri” e di ricorrere a tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere è pienamente coerente con la logica dell’esternalizzazione, che sposta le attività di contro oltre i confini dell’Unione. Questo processo comporta il diretto coinvolgimento di stati terzi, ai quali l’Ue fornisce attrezzature e formazione affinché possano intercettare e bloccare i migranti prima che raggiungano il territorio europeo. Secondo quanto mostrato da un’inchiesta di Salomon 4 a Evros questo genere di controllo delle frontiere si è dimostrato efficace, per tanto la Grecia sta espandendo questo progetto ai suoi confini settentrionali, nell’ambito del progetto “E-Surveillance” dell’Unione Europea (per 35,4 milioni di euro). Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon In particolare le attrezzature utilizzate sarebbero: veicoli 4×4 con telecamere termiche, droni e sistemi in grado di comunicare in tempo reale con i centri di comando fissi regionali e nazionali. La regione di Evros, inoltre, rappresenta più di un banco di prova: questi dispositivi di controllo verranno utilizzati anche per trattenere le persone all’interno del territorio greco, limitando gli spostamenti verso i Balcani e oltre. Questo sistema diventerà pienamente operativo nel 2027 e agisce automatizzando ciò che dipendeva dall’osservazione umana: l’attraversamento della frontiera verrà rilevato da una telecamera, tracciato con un drone e trasmesso in tempo reale a un centro di comando. La frontiera settentrionale della Grecia è da anni un punto di transito per chi tenta di raggiungere l’Europa occidentale attraverso la rotta balcanica. In quest’area Atene ha spesso tollerato i passaggi, considerandoli un modo per alleggerire la pressione degli arrivi sul proprio territorio. Tuttavia, le pressioni politiche, in particolare da parte della Germania, sono cresciute: Berlino chiede una riduzione dell’immigrazione secondaria dalla Grecia, sostenendo che i rimpatri debbano aumentare. Ad esempio, nel 2024 la Germani ha ricevuto 25.000 domande di asilo sa persone già riconosciute come rifugiate in Grecia. In questo contesto, la creazione di hub di rimpatrio in paesi tersi appare come una soluzione vantaggiosa per entrambi i governi, capace di ridurre le tensioni politiche. Quello che desta preoccupazione è il costo umano che hanno questo tipo di provvedimenti. Lungo la rotta balcanica si registrano in modo sistematico episodi di violenza denunciati dalle persone in movimento, mentre nel Mediterraneo sono molteplici i naufragi e i respingimenti che avvengono sotto lo sguardo dei sistemi di sorveglianza europei e in molti casi con il coinvolgimento dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Le organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti umani e della salvaguardia dei diritti dei migranti, come ad esempio Amnesty International 5, avvertono che la tecnologia contribuisce pienamente alle violazioni dei diritti umani sulle frontiere, poiché si tratta di strumenti privi di compassione e guidati da politiche la cui logica di base è quella della deterrenza, non della protezione. I centri di rimpatrio hanno una funzione analoga: che siano collocati in suolo europeo, oppure in paesi terzi si tratta di misure di confinamento e controllo dei corpi migranti. Sono numerosi i report delle ONG che lavorano in territorio greco e si occupano di documentare le condizioni di detenzione amministrativa all’interno dei Pre-Removal Detention Centers (PRDCs) e di confinamento forzato nei Controlled Access Centers (CCACs). Approfondimenti GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 In generale, quello che emerge è una particolare reticenza nel permettere l’ingresso degli operatori umanitari all’interno di queste strutture, in molti casi le informazioni sulle condizioni di vita all’interno dei centri vengono ricavate dalle interviste svolte direttamente con i detenuti. Inoltre, molto spesso le organizzazioni richiedono l’accesso ai dati delle autorità e del ministero riguardanti il numero dei rimpatri e i dati demografici della popolazione rimpatriata, ma le risposte risultano incomplete e arrivano in ritardo. Nella maggior parte dei casi, i monitoraggi mostrano che le detenzioni si protraggono oltre i limiti previsti, anche per persone particolarmente vulnerabili; l’assistenza legale è insufficiente e le informazioni sui diritti sono scarse; il supporto psicologico e sanitario risulta inadeguato; le condizioni materiali di esistenza sono precarie, senza alcuna attenzione ai bisogni fondamentali e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno. L’utilizzo degli hotspot è stato introdotto al livello europeo nel 2015, anno dell’inizio della crisi migratoria, che oggi sembra aver assunto i connotati di una crisi dell’accoglienza. In questo modello gli hub fungono contemporaneamente da strutture di accoglienza e di detenzione, normalizzando delle condizioni di esistenza caratterizzati dalla totale assenza di salute, intesa come benessere generale degli individui. Inoltre, la pratica consolidata dei respingimenti alla frontiera favoreggia la detenzione illegale dei migranti in strutture del tutto informali e spesso nascoste, in cui le violenze sono continue. Nonostante il lavoro di advocacy e sensibilizzazione delle organizzazioni della società civile, dall’estate 2024 sono aumentati gli episodi di violenza alle frontiere, che hanno causato morti e feriti gravi. In generale, l’utilizzo degli hotspot, della detenzione amministrativa e l’uso strumentale delle forze di polizia svela la presenza di un modello basato sulla sistemica violazione dei diritti delle persone, operata per ragioni di deterrenza. Alla luce di ciò è necessario porsi un interrogativo fondamentale: in che modo le nuove procedure sui rimpatri e l’istituzione dei return hub in paesi terzi dovrebbe inaugurare un modello maggiormente rispettoso dei diritti umani e del diritto di asilo delle soggettività in movimento? Il CCAC di Samos (Refugee Support Aegean) 1. Greece and Germany plan migrant return centers in Africa, eKathimerini (19 novembre 2025) ↩︎ 2. Qui l’articolo ↩︎ 3. Council clinches deal on EU law about returns of illegally staying third-country nationals, Council of the EU (8 dicembre 2025) ↩︎ 4. Greece a testing ground for smart surveillance technologies, Solomon (29 novembre 2025) ↩︎ 5. Global: New technology and AI used at borders increases inequalities and undermines human rights of migrants, Amnesty International (maggio 2024) ↩︎
La sospensione dei diritti come paradigma di frontiera
ROBERTA CECCONI 1 La sospensione dei diritti delle persone migranti alle frontiere e l’arma del “Paese terzo sicuro” hanno contraddistinto l’approccio securitario europeo, specialmente nell’ultimo anno. Quali prospettive si aprono per il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo 2026? In Europa il 2025 non ha fatto altro che confermare la tendenza, già dominante, a serrare le proprie frontiere e, complementarmente, a rafforzare le deportazioni verso i Paesi terzi di origine, che i Governi continuano a definire “rimpatri”. Solamente nel secondo trimestre del 2025 gli ultimi aggiornamenti Eurostat 2 riportano che sono state 116 495 le persone immigrate da un Paese terzo per cui è stato predisposto un ordine di rimpatrio, con una percentuale di incremento del 3,6% rispetto allo stesso trimestre nel 2024. I primi sette Paesi europei ad emettere tali sentenze sono stati Francia (34 760), Spagna (14 545), Germania (14 095), Olanda (7 300), Belgio (6 770), Grecia (5170) e Italia (5135), mentre i Paesi terzi di destinazione a dominare i dati sono Algeria, Marocco, Turchia, Siria, Mali, Afghanistan e Tunisia. Una tale stretta securitaria non fa che rivolgere lo sguardo al nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che entrerà in vigore il prossimo giugno 2026 e che imporrà una virata in termini restrittivi e di controllo nel sistema di cooperazione europea in materia di asilo, gestione delle frontiere e mobilità. Come enunciato nella guida diffusa dall’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) 3, i tre nuclei attorno a cui sarà implementata questa legislazione sono: contenimento, esternalizzazione e riforma del principio di solidarietà. Nel suo contributo alla guida ASGI, Andreina de Leo spiega come la frontiera venga ri-confermata, all’interno di tale Patto europeo, quale «luogo in cui si decide il destino delle persone», in cui un controllo biopolitico sempre più stringente ratifica la detenzione quale parte strutturale del sistema. Per le persone provenienti da Paesi “sicuri” vengono confermate procedure approssimative e accelerate, con esiti di espulsione prevedibili. Si rafforza la «politica di esternalizzazione di responsibilità» a Paesi terzi, aprendo così la possibilità di rimandare una persona verso un Paese differente da quello di provenienza. Per quanto riguarda il principio di solidarietà, viene riaffermata la logica del “primo ingresso”: «Italia, Grecia e Spagna continueranno a sostenere la responsabilità principale nell’esame delle domande, mentre la solidarietà introdotta è obbligatoria ma flessibile», dunque a discrezione dei singoli Paesi membri. Tale solidarietà potrà assumere perfino la forma di supporto a Paesi sotto pressione o finanziamenti a Paesi terzi in chiave di contenimento. Un tale consolidamento di esternalizzazione delle frontiere ha già contraddistinto l’approccio dei singoli Paesi membri. Primo fra tutti è l’esempio degli accordi tra Italia e Albania, che ha visto il finanziamento dei due centri di Shengjin e Gjadër, con lo scopo di trattenere, identificare e reimpatriare migranti provenienti da Paesi considerati “sicuri”, ma poi di fatto trasferendovi anche richiedenti asilo con procedure già avviate. In questo stesso clima, lo scorso luglio 2025 con la legge 5218/2025 il Governo greco ha sospeso per una durata di tre mesi l’accesso all’asilo per le persone provenienti dai Paesi del Nord Africa, con l’intenzione di scoraggiarne l’arrivo tramite la “nuova” rotta che della Libia si dirige verso le isole di Creta e Gavdos, decretandone l’immediata detenzione ed espulsione e violando in pieno l’Art.14 previsto dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 L’ultimo report del progetto Operazione Colomba 4 attivo in Grecia denuncia che anche dopo l’automatico decadimento di tale legge allo scadere dei tre mesi, le persone arrivate tra luglio e ottobre si sono viste comunque private della possibilità di fare domanda di asilo o hanno ricevuto misure di espulsione tramite procedimenti accelerati. A riconferma di quanto il concetto di “Paese terzo sicuro” costituisca un vero e proprio dispositivo flessibile, strategico e coercitivo in mano ai Governi europei e ai loro Alleati, il Lesvos Legal Centre, ha denunciato nel marzo 2025 5 lo stato di limbo in cui sono stati relegati i destini dei richiedenti asilo siriani, in seguito alla caduta del regime di Al-Assad, prolungando il loro soggiorno-detenzione nel Centro Chiuso ad Accesso Controllato dell’Isola a più di un anno 6. La sospensione delle procedure di asilo per i migranti siriani dimostra quanto l’arma legislativa del “Paese sicuro” costituisca una minaccia costante e quanto le vite delle persone migranti rimangano, dopo tutti questi anni, sempre più appese ad un filo. Tale precarietà non viene mai davvero arginata, e le persone migranti sono costantemente scrutinate e costrette ad esibire la propria legittimità, anche dopo l’ottenimento dei documenti. Il recentissimo e gravissimo ordine di deportazione per l’Egitto emesso nei confronti di Mohammed Shahin da parte del Ministero dell’interno italiano, che lo ha rinchiuso nel CPR di Caltanissetta dal 24 Novembre 2025 e rilasciato solo il 15 dicembre, rappresenta un’estrema virata repressiva, islamofoba e razzista, una minaccia per l’intera società civile di immigrati e musulmani in Italia, e un messaggio per chiunque eserciti la libertà di esprimere pubblicamente le proprie idee. Giurisprudenza italiana/Notizie MOHAMED SHAHIN LIBERO: SMONTATA LA TESI DEL VIMINALE SULLA “PERICOLOSITÀ SOCIALE” Corte d'Appello di Torino, ordinanza del 15 dicembre 2025 Redazione 16 Dicembre 2025 Come ha descritto nel dettaglio Amnesty International, lanciando una campagna in difesa di Shahin 7: «Al sig. Shahin è stato revocato il permesso di soggiorno europeo di lunga durata ai sensi dell’art.13, comma 1 del Testo unico sull’immigrazione, che […] introduce la possibilità di espellere i cittadini stranieri qualora presentino un profilo di pericolosità sociale o costituiscano una minaccia per la sicurezza nazionale. Le accuse rivolte al sig. Shahin, che sono alla base del decreto di espulsione, includono “l’appartenenza a un’ideologia estremista” e l’aver partecipato a un blocco stradale durante una manifestazione contro il genocidio del popolo palestinese a maggio 2025 […] La richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata a seguito di un procedimento di esame fortemente accelerato, sul quale ha certamente pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro» Sempre Amnesty ha denunciato che: «L’inconsistenza dei fatti contestati a Shahin per giustificare il procedimento di espulsione emesso contro di lui […] rappresenta un caso allarmante di strumentalizzazione del diritto in chiave repressiva e di repressione del dissenso pacifico per mezzo della normativa in materia di sicurezza nazionale». Questi “esercizi di coercizione” non rappresentano altro che il dispiegarsi anticipato di politiche di esplicita criminalizzazione che troveranno terreno ancora più fertile con le misure securitarie preannunciate dal Piano europeo su migrazione e asilo per il 2026. Del resto, tali provvedimenti non possono essere analizzati separatamente da altri disegni di legge varati nell’ultimo anno proprio in Italia e in Europa: si pensi al DDL Sicurezza (D.L. n. 48/2025) 8 e al DDL Gasparri 9 in materia di antisemitismo in Italia, che impongono nette restrizioni all’esercizio della libertà collettiva, individuale e di pensiero, o alla nuova Riforma sull’asilo 10 approvata dal Parlamento greco lo scorso 3 settembre, che accresce la stretta penale sul “soggiorno irregolare”, o ancora al ritorno della leva militare in Germania 11. Di fronte a un tale scenario, l’opposizione civile, umanitaria e internazionale deve dimostrarsi coesa e consistente, poiché è evidente ormai come, da Gaza alle frontiere europee, Diritti umani e Diritto interazionale perdano sempre più legittimità a cause dell’operato dei Governi occidentali. 1. Ho approfondito, tanto nei miei studi di Antropologia presso l’Università di Torino quanto nelle mie attività personali, temi quali migrazioni, violenze di frontiera, detenzione e diritti delle persone migranti. Ho trascorso vari mesi sull’isola di Lesbo entrando in contatto con realtà che da un decennio si occupano di raccogliere testimonianze e di denunciare le violenze di frontiera ↩︎ 2. Leggi i dati ↩︎ 3. Patto UE migrazione e asilo: Guida rapida per orientarsi ↩︎ 4. La rotta migratoria verso Creta e Gavdos – Report 2025 Operazione Colomba (23 novembre 2025) ↩︎ 5. Trapped in Limbo: The Inhumane Freeze of Syrian Asylum Claims – Legal Centre Lesvos (13 marzo 2025) ↩︎ 6. Reception and Identification Centers (RIC) ↩︎ 7. Stop all’espulsione di Mohamed Shahin verso l’Egitto ↩︎ 8. Il DL sulla Gazzetta Ufficiale ↩︎ 9. Atto Senato n. 1627 ↩︎ 10. Greece passes draconian legislation with prison terms for rejected asylum seekers – The Guardian (3 settembre 2025) ↩︎ 11. Bundestag stimmt für neues Wehrdienstgesetz ↩︎
I centri in Albania: uno spreco di soldi pubblici
Un dossier di 60 pagine è stato consegnato da ActionAid Italia alla Procura regionale della Corte dei conti del Lazio il 29 ottobre, chiedendo di valutare un possibile danno erariale legato al progetto dei centri di detenzione in Albania. Contestualmente, un’altra segnalazione è stata inviata all’Autorità Nazionale Anticorruzione: al centro, presunte irregolarità nell’appalto da 133 milioni di euro per la gestione delle strutture detentive. Un esposto che prova a mettere ordine nel caos amministrativo che ha segnato l’accordo tra Italia-Albania, definito una «deviazione di denaro pubblico verso attività giudicate illegittime dai tribunali italiani ed europei», e che oggi mostra i suoi conti: costi altissimi, strutture a mezzo servizio e norme piegate per tenere in vita il protocollo conosciuto anche come Meloni-Rama. Attraverso l’esposto l’organizzazione chiede di accertare: le responsabilità amministrativo-contabili per violazioni delle norme sulla gestione delle risorse pubbliche, la carenza di trasparenza negli affidamenti, l’utilizzo distorto di fondi pubblici e, infine, quanto la spesa sia inefficiente e sproporzionata rispetto ai risultati. La richiesta alla Corte dei conti è di verificare se si sia configurato un danno erariale. All’ANAC, invece, sono segnalate presunte irregolarità in un appalto che, secondo ActionAid, avrebbe richiesto una procedura più trasparente e aperta per la sua «rilevanza internazionale». LA STORIA DEI CENTRI E I COSTI TRIPLICATI La storia parte nel febbraio 2024: la legge che ratifica il Protocollo Italia-Albania stanzia 39,2 milioni di euro per allestire i due centri di Gjadër e Shëngjin. Passano dieci giorni e il Governo cambia rotta. Con il cosiddetto Decreto PNRR 2 la competenza passa alla Difesa, gli stanziamenti salgono a 65 milioni e il Genio militare assume la regia dell’operazione. Da allora – mostra la dettagliata ricostruzione di ActionAid – gli importi lievitano: la Difesa bandisce gare per 82 milioni, firma contratti per oltre 74 milioni, quasi tutti con affidamenti diretti, ed eroga 61 milioni in soli allestimenti. «Soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia, al welfare e persino ai fondi per le emergenze» denuncia l’avvocato Antonello Ciervo, coordinatore del team legale composto da Giulia Crescini, Gennaro Santoro e Francesco Romeo che ha lavorato all’esposto. «Una distorsione ancora più grave, considerando l’illegittimità del modello dei centri albanesi». Mentre la macchina chiude contratti, i centri restano praticamente vuoti. Il confronto con l’Italia è utile a capire lo spreco di denaro pubblico: a Gjadër mantenere un posto per soli due mesi costa 1.500 euro, cioè quanto speso in un anno nel centro di trattenimento per richiedenti asilo di Modica, che ha ispirato la prima fase dell’esperimento albanese. E l’esperimento siciliano, ricorda ActionAid, aveva già mostrato fallimenti evidenti: «Nel 2023 a Modica non c’è stata alcuna convalida del trattenimento né alcun rimpatrio; nel 2024, tra Modica e Porto Empedocle, appena il 3% delle persone transitate è stato rimpatriato». Nonostante ciò, il Governo prosegue. «L’ostinazione nel tenere in vita un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente» afferma Fabrizio Coresi di ActionAid «ha generato una perdita per l’erario che non può essere archiviata come un mero errore tecnico». LA NUOVA FASE: PORTATI IN ALBANIA, POI DI NUOVO IN ITALIA Da marzo 2025 si apre una fase della propaganda governativa: vengono trasferite forzatamente in Albania persone già trattenute in un CPR italiano. Dal punto di vista dell’impatto mediatico si vuole ricreare l’effetto violento delle deportazioni di Trump. Per quanto riguarda le spese i viaggi sono doppi e i costi raddoppiano. A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto del CPR di Gjader è quasi tre volte quello di una struttura detentiva italiana, mentre il 20% dei posti nei CPR italiani resta inutilizzato. Il “passaggio aggiuntivo” si traduce in un’esplosione di spese accessorie: missioni, logistica, straordinari. Solo per il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine, tra ottobre e dicembre 2024, l’Italia ha speso 105.616 euro al giorno, contro i 5.884 euro del CPR di Macomer. «Diciotto volte di più» calcola ActionAid. «Ventotto volte rispetto a Palazzo San Gervasio». Nel frattempo il penitenziario all’interno del centro di Gjader, mai utilizzato, è stato finanziato dal Ministero della Giustizia con quasi 2 milioni di euro. Il Ministero della Salute ha speso 1,2 milioni e autorizzato altri 4,8, ma gli uffici sanitari in Albania – l’Usmaf – risultano «deserti da marzo 2025». La cosiddetta “commissione vulnerabilità”, prevista per valutare i casi fragili, si riunisce solo da remoto e solo «in presenza di evidenze oggettive». Il diritto alla salute, denuncia l’organizzazione, «non è garantito nei fatti». La ricostruzione del rapporto “Il costo dell’eccezione. I centri in Albania” – primo focus del nuovo progetto Trattenuti, realizzato con l’Università di Bari 1 – mostra una contabilità sparsa tra decine di uffici, gare non coordinate, decreti ministeriali non pubblicati e continui cambi di competenza. Al centro c’è una domanda semplice: come vengono utilizzati i soldi pubblici? Secondo l’organizzazione, manca «una guida centrale nella gestione della spesa pubblica». Fondi pensati per emergenze o finalità diverse vengono spostati su un progetto più volte giudicato non conforme al diritto. A riprova, nel fondo predisposto dal Ministero dell’Interno rimangono disponibili quasi 300 milioni di euro tra il 2024 e il 2026: risorse destinate non solo all’Albania ma anche a CPR, CAS e cooperazione migratoria, confluite in un contenitore ampliato strada facendo. Le pronunce dei tribunali italiani e della Corte di giustizia UE, insieme alla recente decisione del Consiglio di Stato sulla tutela della salute nei CPR, tracciano un quadro che ActionAid definisce «incompatibile con il diritto».  Alla fine, quello che il governo si ostina a chiamare “modello Albania” si rivela per quello che è: un’operazione costosa che ha sottratto fondi da diversi ministeri (salute, istruzione, università) e, soprattutto, ha portato avanti l’idea che i diritti fondamentali delle persone migranti non siano nemmeno l’ultimo pensiero dell’ingranaggio. «Un progetto tenuto in vita a ogni costo, anche quando fatti, numeri e giudici dicevano il contrario. In questo quadro, non abbiamo fatto altro che seguire il denaro, come ha detto di fare la stessa presidente Giorgia Meloni lo scorso 23 giugno alla camera nel contrasto all’immigrazione irregolare. Farlo ci ha portato proprio al governo e a politiche inumane, estremamente critiche da un punto di vista legale e completamente irrazionali da un punto di vista economico, con costi esorbitanti e ingiustificabili. Non si tratta solo di un uso spregiudicato delle risorse: è la duplicazione deliberata e cinica di un sistema inutile, inumano, oscuro e costoso», concludono gli autori del rapporto. Con il paradosso che più si vìolano i loro diritti, più il costo aumenta. E la nostra consapevolezza che il prezzo più alto, prima di tutto, lo pagano sempre le persone ingiustamente recluse, alle quali il micidiale sistema della detenzione amministrativa vuole negare tutto, perfino il diritto a essere trattate come esseri umani. 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
“Paesi sicuri” e rimpatri: la nuova stretta dell’UE
Il Consiglio europeo ha dato il via libera l’8 dicembre a un accordo che definisce i criteri per i cosiddetti “Paesi sicuri”, con l’intento di aprire la strada a procedure di rimpatrio più rapide per le persone migranti. Insieme al nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, è un segnale di profonda trasformazione verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza. L’accordo è stato raggiunto venendo incontro alle richieste italiane, però, non è passato all’unanimità: Spagna, Grecia, Francia e Portogallo hanno votato contro, ma la maggioranza qualificata ha permesso comunque l’approvazione. Ora il testo dovrà essere negoziato con il Parlamento europeo prima dell’approvazione definitiva. Il nuovo Regolamento introduce un primo elenco comune dei “Paesi di origine sicuri”, insieme alla possibilità di designare “Paesi terzi sicuri” dove le persone migranti potrebbero essere deportate e dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate. Tra le novità principali, che attaccano ulteriormente il diritto di asilo, spiccano le procedure di esame accelerate (come già avviene in Italia con la cd. procedura accelerata), la possibilità di respingere le domande ritenute “inammissibili” e la creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue, i cosiddetti “return hub”, di fatto in continuità con il “modello Italia- Albania” prima della bocciatura imposta dalla sentenza della CGUE. Comunicati stampa e appelli/Giurisprudenza europea LA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE BOCCIA IL “MODELLO ALBANIA” Tavolo Asilo e Immigrazione: «Decisione che smentisce in modo radicale la linea del governo italiano» 1 Agosto 2025 Gli Stati membri potranno applicare il concetto di “Paese terzo sicuro” in tre modi: se esiste un legame con il richiedente, se la persona ha transitato per quel Paese, o se esiste un accordo con il “Paese terzo” che garantisca l’esame della domanda. L’applicazione di questo concetto non dovrebbe essere possibile per i minori non accompagnati, sempre che le procedure sommarie di identificazione dell’età, come spesso avviene, non li considerino già maggiorenni. Le nuove procedure permettono inoltre di ridurre la permanenza negli Stati UE durante i ricorsi contro le decisioni di inammissibilità, pur mantenendo la possibilità di rivolgersi a un tribunale. Un regolamento che ha quindi il chiaro intento di ridurre drasticamente le tutele delle persone migranti, in particolare dei e delle richiedenti asilo, e che replica l’atteggiamento muscolare e violento delle politiche trumpiane.  Molte sono le critiche che si sono levate contro, anche rispetto alla narrazione trionfante del governo italiano che per bocca di Piantedosi ha definito i «centri in Albania come il primo esempio» e che, da ora, potranno ripartire con gli obiettivi iniziali.  Infatti, osserva il giurista Fulvio Vassallo Paleologo su ADIF che «la decisione del Consiglio sui Paesi terzi sicuri, senza il voto del Parlamento europeo, non è un atto legislativo immediatamente esecutivo, e non legittima i centri di detenzione esternalizzati in Albania, che restano privi di base legale», sottolineando come la misura continui ad essere in contrasto con la sentenza della Corte di Giustizia UE dell’1 agosto 2025. Anche per Paleologo, la proposta del Consiglio europeo «va a svuotare la portata effettiva del diritto d’asilo. Non solo cancella il diritto alla protezione, ma accelera le espulsioni e prevede l’esternalizzazione delle procedure forzate in paesi terzi, anche se questi non hanno sottoscritto o applicano solo parzialmente la Convenzione di Ginevra». Il giurista evidenzia inoltre che «i criteri di collegamento tra migrante e paese terzo, previsti dal regolamento originario, sono considerati troppo vincolanti dai governi dell’Ue, che li vogliono superare per rendere più agevoli i rimpatri forzati». Chiara Favilli, docente di diritto europeo, aggiunge sulla newsletter Frontiere di Internazionale che «non è ancora chiaro quali siano le fonti su cui si basa l’elenco dei paesi sicuri. La lista compilata dagli Stati europei non elimina la necessità di controllare le condizioni reali nei paesi considerati sicuri. Per le persone provenienti da questi stati sarà possibile essere trasferite in paesi non europei, come Albania o Uganda. Ma non basta che l’Europa dichiari un paese sicuro: questo deve essere verificato». Ugualmente sottolinea i rischi concreti: «È plausibile che l’Albania venga usata per i rimpatri più che per i richiedenti asilo, perché il regolamento sui rimpatri è più vago. Se la riforma andrà avanti, l’Unione europea dovrà affrontare una serie di contenziosi e ricorsi giudiziari. Le persone trasferite in Albania faranno ricorso, contestando la violazione dei loro diritti alla difesa, alla salute e altre garanzie fondamentali. Questo è un tradimento dell’identità giuridica e culturale dell’UE». La nuova lista dei paesi di origine definiti “sicuri” dall’UE è una forzatura alla quale ha contribuito l’Italia: almeno tre dei Paesi rispondono a richieste esplicite del governo italiano. Come osserva Alessandra Sciurba, docente di diritto internazionale e dei diritti umani, «attribuire a questi paesi la qualifica di sicuri è una contraddizione evidente rispetto alle evidenze documentate. Significa ignorare i rischi concreti a cui i migranti sono esposti e rende più vulnerabili persone già fuggite da persecuzioni, conflitti e discriminazioni». L’esperta sottolinea poi le violazioni documentate da Amnesty International tra il 2024 e il 2025: in Colombia si registrano violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nei conflitti armati, sparizioni forzate e violenze contro difensori dei diritti umani, giornalisti, donne, ragazze e persone LGBTQI+; in Bangladesh sono documentate la repressione della libertà di espressione e di associazione, violenze della polizia e delle forze armate contro le proteste, sparizioni forzate e violenze su minoranze religiose e popolazioni indigene. Situazioni simili si riscontrano in Marocco, dove persistono la repressione del dissenso, gli attacchi a giornalisti, attivisti e critici del governo, oltre a discriminazioni di genere e verso le persone LGBTQI+. In Tunisia si segnalano detenzioni arbitrarie di oppositori politici, giornalisti, sindacalisti e avvocati, nuove misure contro l’indipendenza della magistratura e procedimenti giudiziari contro persone LGBTQI+. Infine, in Egitto la repressione del dissenso è totale: arresti di massa, sparizioni forzate, condanne a morte anche per reati minori, processi iniqui, discriminazioni e persecuzioni giudiziarie, tortura e maltrattamenti abituali. Anche diverse realtà antirazziste e Ong sono intervenute dopo la notizia dell’approvazione: la rete Mai più Lager – No ai CPR aderente al Network Against Migrant Detention, nato per contrastare l’accordo Italia-Albania, fa notare l’incostituzionalità del «modello dei centri di detenzione, anche esternalizzati in paesi terzi» e che questo «prende il sopravvento sul modello di accoglienza. La criminalizzazione del migrante economico si estende ora anche ai richiedenti asilo, in violazione dell’art. 10 della Costituzione italiana. Le persone vengono trattate come numeri, private della libertà e dei diritti fondamentali». Mediterranea Saving Humans denuncia con forza la narrativa che presenta detenzione e rimpatri come soluzioni semplici a questioni complesse. L’associazione rivolge un appello a tutta la società civile, laica e religiosa «per resistere a questo attacco disumano e per praticare concretamente i diritti umani e il diritto d’asilo nei confronti delle persone migranti e in movimento. Come accade negli Stati Uniti con le deportazioni sotto Trump, organizzeremo forme di disobbedienza e sabotaggio contro queste leggi ingiuste e pericolose per la democrazia». Ora si apre la fase di negoziati con il Parlamento europeo. Le divisioni tra gli Stati membri potrebbero rallentare l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti. Tuttavia, è probabile che il Parlamento europeo approvi il piano proposto dalla Commissione e modificato dal Consiglio, poiché è evidente uno spostamento sempre più marcato a destra del gruppo dei Popolari e una convergenza con le forze di estrema destra. Rimane l’urgenza, di trovare modi e forme per contrastare questo terribile scenario.
Il trattenimento in frontiera in una continua mutazione giuridica
Il 15 dicembre 2025 dalle 9.30 alle 16.30, presso Cre.Zi. Plus a Palermo, le associazioni ASGI, CLEDU e Spazi Circolari organizzano una giornata di formazione e confronto dedicata all’evoluzione del trattenimento in frontiera. La giornata offrirà una panoramica aggiornata sulle trasformazioni in corso nel sistema delle procedure di frontiera e delle misure di trattenimento, in un contesto segnato da sperimentazioni, frequenti interventi legislativi e dai prossimi cambiamenti legati alla riforma europea del diritto d’asilo. Il confronto attraverserà il caso dei centri in Albania, le prassi attualmente adottate negli hotspot siciliani, il ruolo del/della difensore/difensora e gli sviluppi giurisprudenziali, fino ai nodi costituzionali e ai limiti posti dal diritto UE a tutela della libertà personale. Nel corso della giornata si alterneranno interventi di esperti ed esperte del settore e momenti di discussione collettiva, con l’obiettivo di riflettere insieme sul ruolo del trattenimento e condividere strumenti di analisi, criticità emergenti e possibili scenari futuri utili a chi opera nella tutela dei diritti in frontiera. PROGRAMMA Moderano: Martina Ciardullo e Ginevra Maccarrone 09:30 – Il trattenimento in frontiera nei centri in Albania: resoconto storico-giuridico di una vicenda emblematica. Daniele Valeri e Riccardo Campochiaro 10:00 – La procedura di frontiera nelle ultime modifiche normative: i requisiti, le conseguenze e il ruolo del trattenimento. Giulia Crescini 10:25 – L’attuale applicazione delle procedure di frontiera e del trattenimento in frontiera in Sicilia. Laura Lo Verde e Elena Luda 10:50 – L’esercizio del diritto di difesa in frontiera e l’evoluzione giurisprudenziale in tema di procedure accelerate. Relatore: Salvatore Fachile 11:10 – Primo dibattito 11:50 – La finzione di non ingresso introdotta dal Dl 20/23 nella procedura di non ingresso: la funzione e i possibili scenari futuri. Iolanda Apostolico 12:15 – La riforma europea del diritto di asilo: il trattenimento sistemico nei nuovi Regolamenti Screening e Procedure e nella nuova Direttiva Accoglienza. Federica Remiddi 12:40 Secondo dibattito 13:00 – 14:00: Pausa pranzo Inizio lavori seconda sezione, moderano: Luce Bonzano e Martina Stefanile 14:15 – I limiti invalicabili alla libertà personale nei principi fondanti la Costituzione italiana e il diritto primario europeo. Loredana Leo e Mario Serio 15:00 – Terzo dibattito 16:00 – Conclusione dei lavori ISCRIZIONI La partecipazione è gratuita, con iscrizione tramite modulo online entro la data del 10 dicembre. L’evento si terrà presso il Cre.Zi. Plus in Via Paolo Gili, 4, 90138, Cantieri Culturali alla Zisa. La formazione è in fase di accreditamento presso il COA di Palermo. Per ulteriori informazioni: inlimine@asgi.it Clicca qui per l’iscrizione L’evento sarà trasmesso anche su YouTube.
L’esternalizzazione delle frontiere in Europa: caso di studio sul Patto Italia-Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Global Law and Transnational Legal Studies FRONTIERS’ EXTERNALISATION IN EUROPE: CASE STUDY ON THE ITALY-ALBANIA PACT Tesi di Elettra Catizzone (2024/2025) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Negli ultimi decenni la gestione delle frontiere esterne è stata una delle principali preoccupazioni dell’agenda politica e di sicurezza dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Tra le strategie adottate, l’esternalizzazione delle frontiere è diventata un metodo diffuso per controllare la migrazione. Questa tesi indaga l’evoluzione e le implicazioni delle pratiche di esternalizzazione in Europa, concentrandosi sugli aspetti politici, giuridici e umanitari. Lo studio fornisce una panoramica delle politiche europee di esternalizzazione a partire dagli anni ’90 fino ai giorni nostri, concentrandosi su due casi di studio, ovvero il Piano Regno Unito-Ruanda e il Protocollo Italia-Albania. Il primo viene analizzato in quanto tentativo fallito di esternalizzare il trattamento delle domande di asilo, mentre il secondo viene presentato come un esempio contemporaneo di accordi bilaterali volti a frenare la migrazione irregolare. Attraverso un’analisi dettagliata di questi casi, la tesi valuta l’efficacia, le criticità e le conseguenze che tali accordi hanno sia per i migranti interessati che per gli Stati coinvolti. Il documento evidenzia inoltre la crescente tendenza degli Stati a eludere gli obblighi giuridici internazionali attraverso strumenti di soft law e finzioni giuridiche territoriali, spesso a scapito dei diritti dei migranti e delle garanzie costituzionali. Giustapponendo un’analisi giuridica alle questioni di carattere umanitario, questa tesi mira a far luce sulle implicazioni che le politiche migratorie europee hanno sulla vita di migliaia di persone migranti, contribuendo alla comprensione delle tendenze attuali e delle prospettive future della governance europea in materia migratoria.