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Chiudete il centro di Gjader, in Albania
-------------------------------------------------------------------------------- Foto TAI -------------------------------------------------------------------------------- Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI, insieme alla deputata Rachele Scarpa), ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. Quanto emerso accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea – il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso – il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai CPR italiani verso l’Albania. Nelle ultime due settimane si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla CGUE. L’esercizio del diritto alla difesa è limitato dalla distanza geografica e il diritto alla salute compromesso, come emerge dal registro degli eventi critici e dal numero di persone che soffrono vulnerabilità psicofisiche e che nonostante ciò, vengono trasferite nel CPR. Dalle testimonianze raccolte emerge che i trasferimenti verso l’Albania avvengono, anche nell’ultimo periodo, con un uso generalizzato dei dispositivi di coercizione per l’intera durata del viaggio, senza una valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento ed è tanto più grave in considerazione del fatto che l’autorità giudiziaria ha già ritenuto illegittima la mancanza di un ordine formale di trasferimento. Ancora non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate. L’arrivo massivo delle ultime settimane ha generato forte confusione e disorientamento tra le persone trattenute. Il dato è riscontrabile anche nell’aumento delle annotazioni riportate nel registro degli eventi critici, segnale di una tensione crescente all’interno della struttura. Finora, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata poi riportata in Italia a seguito della presentazione di una domanda di asilo. Moltissime sono rientrate anche per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento per ragioni sanitarie. I rimpatri effettivamente eseguiti sono stati pochi e, in ogni caso, sempre successivi al ritorno delle persone in Italia, escluso il caso dei cinque cittadini egiziani rimpatriati direttamente via Tirana a maggio 2025. Dagli accessi agli atti risulta inoltre che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state trasferite in Italia in quanto riconosciute vulnerabili e inadatte al trattenimento. Segnale che, per moltissime persone, il trasferimento in Albania non doveva avere luogo proprio alla luce delle loro condizioni psicofisiche. Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel CPR di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in CPR. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania. Emerge poi un elemento che rende il meccanismo ancora più grave: almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite in Albania. Un rimbalzo forzato che evidenzia la natura profondamente lesiva e propagandistica di questo sistema. Per la prima volta è stato utilizzato il carcere presente nella struttura di Gjader, per la detenzione di una persona accusata di aver commesso un reato mentre si trovava nel CPR. Il giorno successivo la persona è stata trasferita in Italia. L’incremento dei trasferimenti e l’ampliamento delle presenze segnano un passaggio di estrema gravità: il cosiddetto “modello Albania” si colloca fuori dal perimetro giuridico europeo di riferimento e il protocollo non è compatibile neanche con le disposizioni contenute nei regolamenti connessi al Patto europeo su migrazione e asilo. I costi umani ed economici dell’esperimento albanese continuano a salire davanti all’ostinazione del governo. Quando saranno i tribunali a prendere atto dell’incompatibilità, i giudici saranno di nuovo incolpati del mancato funzionamento del centro? Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’on. Rachele Scarpa chiedono al governo la sospensione immediata di tutti i trasferimenti verso il CPR di Gjader e la chiusura del centro, struttura che continua a operare fuori dal perimetro del diritto, in un quadro di radicale contrasto con i principi fondamentali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chiudete il centro di Gjader, in Albania proviene da Comune-info.
March 2, 2026
Comune-info
Centri in Albania, brusca accelerata del governo. È il momento di una risposta all’altezza
Sotto il cielo grigio di Gjadër la bandiera italiana sventola con decisione. Nel CPR sono attualmente trattenute oltre 90 persone: il numero più alto dall’apertura del centro. Nei sedici mesi trascorsi dall’avvio della struttura costruita dal governo italiano in Albania, la presenza si era mantenuta su livelli molto più bassi, con una media attorno alle venti presenze. Nelle ultime settimane due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno hanno portato il totale oltre le novanta presenze. Il cambio di passo è evidente. Questo dato consente di archiviare la discussione a somma zero che ha finora dominato il confronto pubblico: la contrapposizione tra la denuncia del «fallimento» del progetto e la promessa che «funzioneranno!». In realtà, dall’11 aprile 2025 – data di avvio della seconda fase dell’esperimento, caratterizzata dal trasferimento in Albania di persone già trattenute in Italia – il centro non è mai rimasto vuoto. Funzionava quindi anche prima della svolta attuale, anche se in maniera differente dal progetto iniziale del governo. Con numeri inferiori alle attese, ma con persone reali – corpi, pensieri, desideri – esposte al trasferimento coatto, alla radicale violazione dei diritti e a una violenza istituzionale sistemica. Il salto di qualità di questi giorni è dunque netto. È in corso il tentativo di stabilizzare l’utilizzo intensivo di Gjadër come segmento ordinario del sistema italiano di detenzione amministrativa, nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. È questa la cornice che segna l’ingresso in una fase differente. Perché l’accelerazione proprio ora? Le risposte possibili sono molteplici e non necessariamente tra loro alternative. L’aumento netto dei trasferimenti può essere letto come una sfida nei confronti delle decisione della magistratura, con vista sul referendum, alla ricerca di uno scontro utile a consolidare il frame comunicativo del governo nella volata elettorale. Ma il rilancio del progetto è anche un segnale politico che dialoga con due novità incombenti su scala europea: la possibile configurazione di return hubs in paesi terzi e l’implementazione del Patto migrazione e asilo.  Occorre sgombrare il campo dagli equivoci. Per ragioni differenti, né i return hubs – ancora in fase di definizione – né il Patto legittimano il modello Albania. Non solo perché si tratta di dispositivi giuridici non ancora operativi, ma perché il protocollo italo-albanese presenta caratteristiche precise – dalla pretesa di esercitare la giurisdizione italiana oltre confine alle specifiche procedure adottate – che restano fuori dal perimetro giuridico attuale e da quello futuro. Anche in questa fase di accelerazione, le modalità dei trasferimenti restano immutate. L’uso dei dispositivi di coercizione è generalizzato e copre l’intera durata del viaggio dall’Italia, senza che risulti alcuna valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Non è emesso un ordine formale di trasferimento, benché la magistratura abbia già censurato l’assenza di tale provvedimento. Giurisprudenza italiana/CPR, Hotspot, CPA TRASFERITO DAL CPR DI GRADISCA A GJADËR SENZA PROVVEDIMENTO: RISARCITO IL DANNO PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026 18 Febbraio 2026 I criteri di selezione non sono pubblici e i profili delle persone trasferite risultano eterogenei per età, nazionalità, radicamento sociale e percorso migratorio. > L’opacità non è un incidente procedurale: è parte costitutiva del dispositivo. In questa fase emerge con maggiore chiarezza un tratto strutturale: il carattere punitivo del trasferimento. In assenza di parametri trasparenti, la decisione su chi inviare in Albania resta integralmente nella disponibilità dell’amministrazione. Non è necessario adottare una prospettiva abolizionista per comprenderne la gravità: si esercita la privazione della libertà personale al di fuori dell’assetto ordinario delle garanzie e in radicale tensione con il carattere democratico dell’ordinamento. Alcune vicende rendono questo quadro ancora più nitido. Due delle persone trasferite in questi giorni a Gjadër sono state prelevate dal CPR di Bari: erano presenti il giorno della tragica e ancora opaca morte di Simo Said, il venticinquenne deceduto il 12 febbraio. Una di loro ha trovato il corpo e ha dato l’allarme. Oggi presenta un grave stato di sofferenza psicofisica, testimoniato da ripetuti episodi di autolesionismo. Eppure è stata trasferita a Gjadër nei giorni immediatamente successivi alla morte di Said. Almeno due persone, tra quelle attualmente trattenute, si trovano al secondo trasferimento forzato in Albania: già inviate a Gjadër nei mesi precedenti, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite oltre Adriatico. Per la prima volta, inoltre, è stato attivato anche il carcere interno alla struttura per la detenzione di una persona che avrebbe commesso un reato nel CPR. «Non volevo questa vita», racconta A., una delle persone incontrate a Gjadër negli ultimi due giorni. Le sue parole non descrivono soltanto l’ultimo trasferimento, ma una traiettoria più lunga: lavoro precario e informale, irregolarità prodotta, sfruttamento radicale, precarietà sistemica. Gjadër non interrompe questo percorso: lo radicalizza. Il nuovo scenario impone uno sforzo inedito. Attivistə, movimenti, società civile, forze politiche che si oppongono al progetto sono collocatə anch’essə in una nuova fase. Occorre riattivare la discussione collettiva, comprendere fino in fondo la posta in gioco, dotarsi di lenti e strumenti coerenti con il nuovo scenario. In gioco non c’è soltanto la vita delle persone trasferite, ma la qualità della democrazia. La partita non si gioca in un futuro indeterminato. Riguarda l’oggi. Il prossimo mese, da qui al referendum, sarà decisivo. Il rischio è che il governo utilizzi le persone migranti come strumento di campagna elettorale, costruendo un nuovo scontro con la magistratura – forse dalla portata inedita – attorno alle prevedibili non convalide dei nuovi trattenimenti, soprattutto nei casi di domanda di asilo. Denunciare con chiarezza, attivare tutti gli strumenti disponibili – contenzioso giuridico, comunicazione limpida, mobilitazioni – per collocare il modello Albania dove merita di essere: oltre il perimetro dell’accettabile. Se nello spazio pubblico si afferma la consapevolezza diffusa della portata giuridica e politica di questo progetto, le eventuali non convalide non potranno essere presentate come l’atto ostile di singolə giudicə, ma appariranno per ciò che sono: la conseguenza coerente di un impianto incompatibile con principi fondamentali. Dopo il referendum si aprirà una finestra temporale precisa e ugualmente importante: pochi mesi per consolidare definitivamente il centro o per rimettere radicalmente in discussione l’esistenza. Siamo davanti a un bivio e non possiamo più rifugiarci nella retorica del flop. Qui e ora occorre moltiplicare gli sforzi, a ogni livello. Rompere l’isolamento delle persone e l’asimmetria informativa attraverso una presenza costante a Gjadër. Costruire alleanze inedite lungo entrambe le sponde dell’Adriatico. Rafforzare l’iniziativa giuridica, politica e comunicativa con forza e creatività, intelligenza e coraggio.
TAI, monitoraggio in Albania: 90 persone a Gjader, mai così tante dall’apertura
Il 23 e 24 febbraio una delegazione del Tavolo Asilo e Immigrazione, insieme all’On. Rachele Scarpa, ha effettuato un nuovo accesso al centro di Gjader. Quanto emerso accerta uno scenario grave e per molti versi paradossale: nonostante i due rinvii pregiudiziali pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea – il secondo dei quali sulla firma del protocollo stesso – il governo non solo non sospende i trattenimenti, ma aumenta in modo significativo i trasferimenti forzati dai CPR italiani verso l’Albania. Nelle ultime due settimane si sono registrati due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno. Oggi sono circa 90 le persone trattenute a Gjader: il numero più alto dall’apertura del centro, nell’ottobre 2024. Per dieci mesi i trasferimenti sono avvenuti con numeri molto più contenuti, in media circa dieci persone per volta, con una presenza complessiva intorno alle venti persone. Oggi si arriva a circa 90 presenze. I numeri segnalano un’accelerazione evidente e indicano la volontà del governo di normalizzare il funzionamento del centro, consolidandolo come parte strutturale del sistema di detenzione amministrativa, nonostante i rinvii pendenti alla CGUE. L’esercizio del diritto alla difesa è limitato dalla distanza geografica e il diritto alla salute compromesso, come emerge dal registro degli eventi critici e dal numero di persone che soffrono vulnerabilità psicofisiche e che nonostante ciò, vengono trasferite nel CPR. Dalle testimonianze raccolte emerge che i trasferimenti verso l’Albania avvengono, anche nell’ultimo periodo, con un uso generalizzato dei dispositivi di coercizione per l’intera durata del viaggio, senza una valutazione individuale sulla necessità e proporzionalità della misura. Le persone riferiscono di non aver ricevuto ordini formali di trasferimento ed è tanto più grave in considerazione del fatto che l’autorità giudiziaria ha già ritenuto illegittima la mancanza di un ordine formale di trasferimento. Ancora non sono noti i criteri in base ai quali vengono selezionate le persone. I profili sono estremamente eterogenei per storia personale, anzianità di presenza in Italia e nazionalità, elemento che rafforza l’opacità delle procedure adottate. L’arrivo massivo delle ultime settimane ha generato forte confusione e disorientamento tra le persone trattenute. Il dato è riscontrabile anche nell’aumento delle annotazioni riportate nel registro degli eventi critici, segnale di una tensione crescente all’interno della struttura. Finora, la maggior parte delle persone trasferite in Albania è stata poi riportata in Italia a seguito della presentazione di una domanda di asilo. Moltissime sono rientrate anche per la rivalutazione dell’idoneità al trattenimento per ragioni sanitarie. I rimpatri effettivamente eseguiti sono stati pochi e, in ogni caso, sempre successivi al ritorno delle persone in Italia, escluso il caso dei cinque cittadini egiziani rimpatriati direttamente via Tirana a maggio 2025. Dagli accessi agli atti risulta inoltre che, in tutti i casi in cui l’ente gestore ha convocato la Commissione per la valutazione delle vulnerabilità, le persone sono state trasferite in Italia in quanto riconosciute vulnerabili e inadatte al trattenimento. Segnale che, per moltissime persone, il trasferimento in Albania non doveva avere luogo proprio alla luce delle loro condizioni psicofisiche. Tra le persone trattenute vi è una persona che si trovava nel CPR di Bari e che è stato il primo soccorritore del 25enne Simo Said, deceduto il 12 febbraio all’interno del CPR pugliese. Questo ragazzo, che dovrebbe essere sentito dalle autorità nell’ambito dell’incidente probatorio sulla morte di Simo Said, è stato inspiegabilmente portato a Gjader, e, anche alla luce di quell’evento traumatico, presenta un grave stato di sofferenza psicologica e numerosi episodi di autolesionismo che non sembrano essere stati oggetto di una rivalutazione dell’idoneità alla permanenza in CPR. È trattenuta anche una persona proveniente dall’Iran, nonostante l’attuale clima politico del Paese renda di fatto impossibile il rimpatrio. Colpisce inoltre la presenza di moltissime persone che avevano un lavoro regolare in Italia, lo hanno perso e, a seguito di ciò, hanno perso anche il permesso di soggiorno: persone inserite nel tessuto sociale e lavorativo, poi trasferite coattivamente in Albania. Emerge poi un elemento che rende il meccanismo ancora più grave: almeno due delle persone incontrate erano già state trattenute a Gjader, poi riportate in Italia e ora nuovamente trasferite in Albania. Un rimbalzo forzato che evidenzia la natura profondamente lesiva e propagandistica di questo sistema. Per la prima volta è stato utilizzato il carcere presente nella struttura di Gjader, per la detenzione di una persona accusata di aver commesso un reato mentre si trovava nel CPR. Il giorno successivo la persona è stata trasferita in Italia. L’incremento dei trasferimenti e l’ampliamento delle presenze segnano un passaggio di estrema gravità: il cosiddetto “modello Albania” si colloca fuori dal perimetro giuridico europeo di riferimento e il protocollo non è compatibile neanche con le disposizioni contenute nei regolamenti connessi al Patto europeo su migrazione e asilo. I costi umani ed economici dell’esperimento albanese continuano a salire davanti all’ostinazione del governo. Quando saranno i tribunali a prendere atto dell’incompatibilità, i giudici saranno di nuovo incolpati del mancato funzionamento del centro? Il Tavolo Asilo e Immigrazione e l’On. Rachele Scarpa chiedono al governo la sospensione immediata di tutti i trasferimenti verso il CPR di Gjader e la chiusura del centro, struttura che continua a operare fuori dal perimetro del diritto, in un quadro di radicale contrasto con i principi fondamentali. Redazione Italia
February 25, 2026
Pressenza
Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra
Per quasi tre anni, all’Aja, si è celebrato un processo che costringe l’Occidente a guardarsi allo specchio. Sul banco degli imputati non un ‘rassicurante’ oscuro signore della guerra africano o islamico, ma Hashim Thaçi, ex presidente del Kosovo, e tre ex vertici dell’Uck, “l’Esercito di liberazione del Kosovo”. Gli stessi […] L'articolo Kosovo. UCK sotto accusa per crimini di guerra su Contropiano.
February 23, 2026
Contropiano
Gli Stati Uniti continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo
Gli USA continuano a rafforzare la loro presenza militare nei Balcani, annunciando un contratto quinquennale che copre progetti di costruzione e manutenzione in Albania, Kosovo e Bulgaria. Questo investimento, guidato dagli US Army Corps of Engineers, mira a fornire infrastrutture avanzate per le truppe statunitensi nella regione, nell’ottica di affrontare […] L'articolo Gli Stati Uniti continuano a rafforzare le loro infrastrutture militari in Albania e Kosovo su Contropiano.
February 20, 2026
Contropiano
Meloni-Ue: più bianchi e meno diritti
Articoli di Maurizio Alfano, Andrea Ceredani, Marco Bellandi Giuffrida e della redazione Diogene. A seguire un podcast di Lunaria.   La profilazione razziale. La militarizzazione delle politiche migratorie. di Maurizio Alfano I fenomeni migratori in Europa, come in Italia, sempre più rappresentati come una minaccia per autoctoni e vecchi residenti, sono attraversati, da alcuni anni, da un’analisi politico-istituzionale che non
February 19, 2026
La Bottega del Barbieri
Trasferito dal CPR di Gradisca a Gjadër senza provvedimento: risarcito il danno per violazione dei diritti fondamentali
AVV. MARGHERITA SALERNO 1, DOTT. RAFFAELE BIONDO 2 Con la sentenza del 10 febbraio 2026 (R.G. n. 10914/2025), il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno al risarcimento del danno non patrimoniale per il trasferimento di un cittadino straniero trattenuto nel CPR di Gradisca verso il centro albanese di Gjader in assenza di un provvedimento scritto e motivato, con violazione, nel caso concreto, dei diritti fondamentali garantiti dagli artt. 13 e 97 Cost., dalla legge 241/1990 e dall’art. 8 CEDU. LA VICENDA Il caso riguarda un cittadino algerino, padre di due minori affidati ai nonni materni, coinvolto in un percorso di valutazione della capacità genitoriale disposto dal Tribunale per i Minorenni, che prevedeva incontri monitorati con i figli. La sera del 10 aprile 2025, mentre era trattenuto nel CPR di Gradisca, veniva improvvisamente prelevato con l’indicazione generica che sarebbe stato trasferito a Brindisi. Dopo circa venti ore di viaggio – in pullman e su nave militare, con i polsi legati da fascette di velcro “con la facoltà di toglierle solamente per andare in bagno, in due sole occasioni” – scopriva di trovarsi invece a Gjadër, in Albania, a centinaia di chilometri dai suoi figli e senza possibilità di proseguire il percorso genitoriale disposto dall’autorità giudiziaria minorile. Nessun provvedimento gli era stato notificato, nessuna motivazione fornita, nessuna valutazione della sua situazione concreta risultava agli atti. Come testimoniato dalla compagna in un messaggio inviato all’europarlamentare Cecilia Strada, “era convinto fino all’ultimo momento di essere diretto a Brindisi”. IL RAGIONAMENTO DEL TRIBUNALE Il Tribunale muove dalla natura del trattenimento amministrativo, qualificato dalla Corte Costituzionale (sent. n. 96/2025) come “situazione di assoggettamento fisico all’altrui potere” che comporta un’ingerenza nel diritto alla libertà personale tutelato dall’art. 13 Cost. e dall’art. 6 della Carta dei diritti fondamentali UE.  Il punto innovativo è l’interpretazione estensiva del concetto di libertà personale compiuto dall’organo giudicante: la libertà personale non è limitata alla “possibilità di disporre del proprio essere fisico”, ma abbraccia la “disponibilità di sé stessi”, comprensiva della libertà morale e della “pretesa dei singoli all’autodeterminazione”. In questa prospettiva, una decisione amministrativa restringe la libertà quando, limitando la “disponibilità della propria persona”, incide “sulla personalità morale e sulla dignità sociale del singolo”. Ne deriva una conseguenza di rilievo sistematico: l’essere già in una situazione di restrizione della libertà non impedisce una lesione ulteriore dello stesso diritto derivante da una nuova decisione che incide sulla sfera fisica, psichica e morale. Chi è trattenuto non diventa un “non-soggetto” privo di tutele: ogni interferenza successiva richiede sempre e comunque il rispetto delle garanzie costituzionali. Il secondo aspetto valorizzato dal Tribunale è il principio di legalità sostanziale (art. 97 Cost.), da cui scaturisce la regola generale della procedimentalizzazione (L. 241/1990). Il Tribunale respinge l’eccezione ministeriale – “nel nostro ordinamento non è prevista l’emissione di un provvedimento amministrativo relativo al trasferimento di uno straniero già trattenuto in altra struttura” – affermando che “tutta l’azione amministrativa è tendenzialmente assoggettata ad un obbligo di procedimentalizzazione, sicché la decisione finale viene espressa nella forma del provvedimento”. Richiamando l’art. 1, co. 1, L. 241/1990 con particolare riferimento ai criteri di “pubblicità e trasparenza”, e co. 2-bis che stabilisce l’obbligo di “collaborazione e buona fede”, i giudici sostengono che la scelta del trasferimento, pur discrezionale, “non si sottrae alle regole generali dell’esercizio dell’attività amministrativa, tanto più quando coercitiva e incidentale su persona assoggettata all’altrui potere”. Nell’ambito delle garanzie procedurali emerge un “noyau dur irrinunciabile”: “un obbligo informativo che discende […] dalla conformazione dell’agire amministrativo ai criteri di pubblicità e trasparenza e al rispetto dei principi di collaborazione e buona fede”. In concreto, il trattenuto deve sapere “attraverso un provvedimento, dove, quando e perché”. Questa conclusione ha “carattere generale e sistematico” e garantisce l’autodeterminazione poiché permette che “il trattenuto sia reso edotto in modo completo del contenuto delle decisioni amministrative a carattere coercitivo”. Il Ministero ha tentato di difendersi citando l’art. 3, co. 4, L. 14/2024, ai sensi del quale il trasferimento a Gjadër “non fa venire meno il titolo del trattenimento né produce effetti sulla procedura amministrativa”. Sul punto, il Tribunale precisa che la norma fa salvo il vigore originario, nel senso che non occorre una nuova convalida di trattenimento, ma non sostituisce un provvedimento specifico. Il decreto iniziale indicava Gradisca, non Gjadër: “la scelta di trasferire è frutto di una nuova e diversa spendita di potere autoritativo incidente sulla libertà personale”, che richiede garanzie proprie. Le conclusioni sono rafforzate dal fatto che i trasferimenti avvengono dopo “valutazione e selezione su criteri come […] la sussistenza di stretti legami personali e familiari sul territorio nazionale”, evidentemente non compiute dall’Amministrazione. E infatti, nel caso di specie il trasferimento ha compromesso il diritto alla vita privata e familiare (art. 8 CEDU; artt. 2, 29, 31 Cost.), impedendo il “percorso di valutazione prognostica della capacità genitoriale che prevede incontri monitorati tra il minore e il padre” (Trib. Minorenni Piemonte). Il Ministero non ha provato che tali “modalità specifiche, finalizzate a garantire il benessere della prole”, fossero assicurate da Gjadër: il mero richiamo alla regola generale dei contatti all’esterno dei centri è stato ritenuto insufficiente dal Tribunale. Invocando, infine, l’art. 3 Convenzione New York 1989 (che prevede l’“interesse superiore del fanciullo […] preminente”), i giudici impongono scelte proporzionate e frutto di procedure eque: l’ingerenza deve sì essere “prevista dalla legge”, ma altresì motivata da “esigenze imperative” e bilanciata tra interessi pubblici e privati. La decisione assume rilievo non solo per il riconoscimento del danno nel caso concreto, ma soprattutto perché afferma un principio di carattere generale: anche nei confronti di persone già trattenute, il trasferimento in altra struttura costituisce una nuova manifestazione di potere autoritativo incidente sulla libertà personale e deve quindi essere formalizzato mediante un provvedimento scritto, motivato e conoscibile dall’interessato. Viene così sancita, in termini chiari, l’illegittimità dei trasferimenti disposti in assenza di un atto formale, ponendo un limite a prassi amministrative caratterizzate da decisioni non documentate e sottratte al controllo giurisdizionale. Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026 1. Avvocata del Foro di Roma, con studio in via Durazzo 12 a Roma esercita la professione nel settore del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione al diritto di asilo e alla tutela dei diritti fondamentali delle persone straniere. Coordinatrice dell’APS Attiva Diritti e socia ASGI, svolge attività di consulenza e formazione e collabora con diverse realtà associative impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti, adottando un approccio attento alle discriminazioni e alle questioni di genere (email: margheritasalerno@gmail.com) ↩︎ 2. Praticante avvocato e volontario di Attiva Diritti ↩︎
I centri in Albania: uno spreco di soldi pubblici
Un dossier di 60 pagine è stato consegnato da ActionAid Italia alla Procura regionale della Corte dei conti del Lazio il 29 ottobre, chiedendo di valutare un possibile danno erariale legato al progetto dei centri di detenzione in Albania. Contestualmente, un’altra segnalazione è stata inviata all’Autorità Nazionale Anticorruzione: al centro, presunte irregolarità nell’appalto da 133 milioni di euro per la gestione delle strutture detentive. Un esposto che prova a mettere ordine nel caos amministrativo che ha segnato l’accordo tra Italia-Albania, definito una «deviazione di denaro pubblico verso attività giudicate illegittime dai tribunali italiani ed europei», e che oggi mostra i suoi conti: costi altissimi, strutture a mezzo servizio e norme piegate per tenere in vita il protocollo conosciuto anche come Meloni-Rama. Attraverso l’esposto l’organizzazione chiede di accertare: le responsabilità amministrativo-contabili per violazioni delle norme sulla gestione delle risorse pubbliche, la carenza di trasparenza negli affidamenti, l’utilizzo distorto di fondi pubblici e, infine, quanto la spesa sia inefficiente e sproporzionata rispetto ai risultati. La richiesta alla Corte dei conti è di verificare se si sia configurato un danno erariale. All’ANAC, invece, sono segnalate presunte irregolarità in un appalto che, secondo ActionAid, avrebbe richiesto una procedura più trasparente e aperta per la sua «rilevanza internazionale». LA STORIA DEI CENTRI E I COSTI TRIPLICATI La storia parte nel febbraio 2024: la legge che ratifica il Protocollo Italia-Albania stanzia 39,2 milioni di euro per allestire i due centri di Gjadër e Shëngjin. Passano dieci giorni e il Governo cambia rotta. Con il cosiddetto Decreto PNRR 2 la competenza passa alla Difesa, gli stanziamenti salgono a 65 milioni e il Genio militare assume la regia dell’operazione. Da allora – mostra la dettagliata ricostruzione di ActionAid – gli importi lievitano: la Difesa bandisce gare per 82 milioni, firma contratti per oltre 74 milioni, quasi tutti con affidamenti diretti, ed eroga 61 milioni in soli allestimenti. «Soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia, al welfare e persino ai fondi per le emergenze» denuncia l’avvocato Antonello Ciervo, coordinatore del team legale composto da Giulia Crescini, Gennaro Santoro e Francesco Romeo che ha lavorato all’esposto. «Una distorsione ancora più grave, considerando l’illegittimità del modello dei centri albanesi». Mentre la macchina chiude contratti, i centri restano praticamente vuoti. Il confronto con l’Italia è utile a capire lo spreco di denaro pubblico: a Gjadër mantenere un posto per soli due mesi costa 1.500 euro, cioè quanto speso in un anno nel centro di trattenimento per richiedenti asilo di Modica, che ha ispirato la prima fase dell’esperimento albanese. E l’esperimento siciliano, ricorda ActionAid, aveva già mostrato fallimenti evidenti: «Nel 2023 a Modica non c’è stata alcuna convalida del trattenimento né alcun rimpatrio; nel 2024, tra Modica e Porto Empedocle, appena il 3% delle persone transitate è stato rimpatriato». Nonostante ciò, il Governo prosegue. «L’ostinazione nel tenere in vita un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente» afferma Fabrizio Coresi di ActionAid «ha generato una perdita per l’erario che non può essere archiviata come un mero errore tecnico». LA NUOVA FASE: PORTATI IN ALBANIA, POI DI NUOVO IN ITALIA Da marzo 2025 si apre una fase della propaganda governativa: vengono trasferite forzatamente in Albania persone già trattenute in un CPR italiano. Dal punto di vista dell’impatto mediatico si vuole ricreare l’effetto violento delle deportazioni di Trump. Per quanto riguarda le spese i viaggi sono doppi e i costi raddoppiano. A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto del CPR di Gjader è quasi tre volte quello di una struttura detentiva italiana, mentre il 20% dei posti nei CPR italiani resta inutilizzato. Il “passaggio aggiuntivo” si traduce in un’esplosione di spese accessorie: missioni, logistica, straordinari. Solo per il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine, tra ottobre e dicembre 2024, l’Italia ha speso 105.616 euro al giorno, contro i 5.884 euro del CPR di Macomer. «Diciotto volte di più» calcola ActionAid. «Ventotto volte rispetto a Palazzo San Gervasio». Nel frattempo il penitenziario all’interno del centro di Gjader, mai utilizzato, è stato finanziato dal Ministero della Giustizia con quasi 2 milioni di euro. Il Ministero della Salute ha speso 1,2 milioni e autorizzato altri 4,8, ma gli uffici sanitari in Albania – l’Usmaf – risultano «deserti da marzo 2025». La cosiddetta “commissione vulnerabilità”, prevista per valutare i casi fragili, si riunisce solo da remoto e solo «in presenza di evidenze oggettive». Il diritto alla salute, denuncia l’organizzazione, «non è garantito nei fatti». La ricostruzione del rapporto “Il costo dell’eccezione. I centri in Albania” – primo focus del nuovo progetto Trattenuti, realizzato con l’Università di Bari 1 – mostra una contabilità sparsa tra decine di uffici, gare non coordinate, decreti ministeriali non pubblicati e continui cambi di competenza. Al centro c’è una domanda semplice: come vengono utilizzati i soldi pubblici? Secondo l’organizzazione, manca «una guida centrale nella gestione della spesa pubblica». Fondi pensati per emergenze o finalità diverse vengono spostati su un progetto più volte giudicato non conforme al diritto. A riprova, nel fondo predisposto dal Ministero dell’Interno rimangono disponibili quasi 300 milioni di euro tra il 2024 e il 2026: risorse destinate non solo all’Albania ma anche a CPR, CAS e cooperazione migratoria, confluite in un contenitore ampliato strada facendo. Le pronunce dei tribunali italiani e della Corte di giustizia UE, insieme alla recente decisione del Consiglio di Stato sulla tutela della salute nei CPR, tracciano un quadro che ActionAid definisce «incompatibile con il diritto».  Alla fine, quello che il governo si ostina a chiamare “modello Albania” si rivela per quello che è: un’operazione costosa che ha sottratto fondi da diversi ministeri (salute, istruzione, università) e, soprattutto, ha portato avanti l’idea che i diritti fondamentali delle persone migranti non siano nemmeno l’ultimo pensiero dell’ingranaggio. «Un progetto tenuto in vita a ogni costo, anche quando fatti, numeri e giudici dicevano il contrario. In questo quadro, non abbiamo fatto altro che seguire il denaro, come ha detto di fare la stessa presidente Giorgia Meloni lo scorso 23 giugno alla camera nel contrasto all’immigrazione irregolare. Farlo ci ha portato proprio al governo e a politiche inumane, estremamente critiche da un punto di vista legale e completamente irrazionali da un punto di vista economico, con costi esorbitanti e ingiustificabili. Non si tratta solo di un uso spregiudicato delle risorse: è la duplicazione deliberata e cinica di un sistema inutile, inumano, oscuro e costoso», concludono gli autori del rapporto. Con il paradosso che più si vìolano i loro diritti, più il costo aumenta. E la nostra consapevolezza che il prezzo più alto, prima di tutto, lo pagano sempre le persone ingiustamente recluse, alle quali il micidiale sistema della detenzione amministrativa vuole negare tutto, perfino il diritto a essere trattate come esseri umani. 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
Illegittima l’espulsione della cittadina albanese che ha rinunciato alla richiesta di asilo: è mancata la valutazione del caso
Il caso di una cittadina albanese che aveva chiesto la protezione internazionale ed a seguito di rinuncia veniva espulsa con divieto di rientro per la durata di 5 anni. La decisione del Tribunale risulta molto importante perché le amministrazioni, ogni volta che lo straniero rinuncia alla richiesta di protezione emettono il decreto di espulsione con accompagnamento alla frontiera senza che ci sia una valutazione del caso per caso ritenendo detto provvedimento un atto dovuto. IL CASO DI SPECIE Nel mese di febbraio del corrente anno una coppia di coniugi, cittadini albanesi, presentavano presso la Questura di Bari istanza di protezione internazionale e consegnavano il passaporto. In seguito veniva rilasciato a loro il modello C3. Pochi giorni dopo, il padre della cittadina albanese, per motivi di sangue, veniva trovato morto sparato e la notizia del crimine efferato raggiungeva la figlia in Italia solo grazie agli organi di stampa e della tv. Ella si presentava alla Questura di Bari – Ufficio Immigrazione chiedeva di essere autorizzata a recarsi in Albania alla casa del padre perché lo doveva identificare in quanto la Procura della Repubblica D’Albania – aveva aperto un procedimento penale e stava svolgendo indagini sull’omicidio commesso a danno del padre. Forniva alla amministrazione il giustificato motivo ossia tutti gli atti della procura albanese e poneva in visione ciò che era stato pubblicato dai media in merito all’omicidio. Il Prefetto di Bari e la Questura di Bari emettevano il provvedimento di espulsione con ordine di lasciare il territorio e divieto di reingresso. La cittadina albanese tornava in Albania e forniva il biglietto, l’imbarco, il timbro di uscita dal t.n. al fine di ottenere la revoca del divieto d’ingresso ma l’amministrazione non riteneva di adottare alcun provvedimento. Decideva quindi di rivolgersi al Giudice di Pace di Bari dove allegava tutti gli atti relativi al delitto commesso ai danni del padre, per giustificare il rientro in Albania, e forniva tutti gli altri elementi relativi ai legami familiari nel t.n. Il Giudice di Pace di Bari dopo una accurata istruttoria accoglieva il ricorso come segue: “Rilevare che, la sig.ra (…), con ricorso iscritto a ruolo l’08.04.2025 si opponeva al decreto di espulsione, (…), emesso dal Prefetto della Provincia di Bari il 25.02.2025 e notificato in pari data nonché all’ordine di lasciare il t.n. nel termine di 7 giorni, (…), emesso in data 25.02.2025 e notificato in pari data dal Questore della Provincia di Bari, oltre ad ogni altro atto presupposto, connesso e consequenziale chiedendone l’annullamento previa sospensiva esponendo: a) In data 19.02.2025 la ricorrente, unitamente al coniuge (…), presentava istanza di protezione internazionale e consegnava il passaporto e le veniva rilasciato il modello c3; b) In data 24.02.2025 il padre della ricorrente, per motivi di sangue, viene trovato morto sparato con arma da fuoco e della notizia del crimine efferato raggiunge la figlia qui in Italia solo grazie agli organi di stampa e della tv si allegano alcuni giornali on line che riportano la notizia; c) In data 25.02.2025 la ricorrente si presentava alla Questura di Bari – Ufficio Immigrazione in preda al panico e chiedeva di essere autorizzata a recarsi in Albania alla casa del padre perché lo doveva identificare in quanto la Procura della Repubblica D’Albania – sede di (…) aveva aperto un procedimento penale (…) del 24.02.2024 e sta svolgendo indagini sull’omicidio del padre a seguito dell’omicidio; d) In data 25.02.2025 il Prefetto di Bari e la Questura di Bari adottava il provvedimento di espulsione con ordine di lasciare il territorio; e) In data 25.02.2025 la ricorrente tornava in Albania con un volo Bari – Milano – Tirana come da copia del biglietto, del timbro di uscita dal t.n., del certificato personale di nascita da dove si evince il legame di parentela; Considerati i motivi a fondamento del ricorso: a) Violazione e falsa applicazione dell’art. 13 comma 2-ter D.Lgs. 287/98.Violazione della Direttiva Direttiva 2008/115/CE atteso che,art. 13 comma 2-ter, introdotto dalla L. 129/2011, il quale prevede che: “L’espulsione non è disposta, né eseguita coattivamente qualora il provvedimento sia stato già adottato, nei confronti dello straniero identificato in uscita dal territorio nazionale durante i controlli di polizia alle frontiere esterne”. Nel caso de quo la procedura che è stata adottata è esattamente difforme a quella prevista e disciplinata dall’art. 13, comma 2-ter TUIMM, trattandosi di un particolare favor riconosciuto allo straniero che, sebbene irregolare, abbia deciso spontaneamente di lasciare il territorio, ciò evita, dapprima, che nei suoi confronti sia adottato un provvedimento di espulsione con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica con divieto di reingresso, e per lo Stato che viene lasciato, la possibilità di un risparmio delle risorse pubbliche per il suo rimpatrio; b) rilevanza dei legami familiari: Violazione art. 13, comma 2 bis TUIMM; Violazione dell’art. 8 Cedu atteso che, vive con il coniuge e dimora con lui in Santeramo in Colle (come da copia della comunicazione di ospitalità per entrambi). Il coniuge è richiedente protezione internazionale come la ricorrente ed in data 19.02.2025 ad egli veniva rilasciato il modello C3. Il Prefetto di Bari ha adottato il decreto di espulsione in violazione dell’art. 13 comma 2 bis, così come interpretato dalla recente giurisprudenza di legittimità. Tenuto conto della produzione documentale quale prova di ogni circostanza a fondamento del ricorso ed in particolar modo alle ragioni che hanno indotto la ricorrente che, seppur nello stato di richiedente protezione internazionale la inducevano a lasciare il territorio nazionale dovendosi recare in Albania per procedere all’identificazione del padre assassinato, elemento da cui consegue profilo di illegittimità del provvedimento impugnato; Accoglie il ricorso e, per l’effetto, annulla il provvedimento di espulsione adottato dal Prefetto della Provincia di Bari…”. Giudice di Pace di Bari, sentenza n. 1307 del 9 ottobre 2025 Si ringrazia l’Avv. Uljana Gazidede per la segnalazione e il commento.
L’esternalizzazione delle frontiere in Europa: caso di studio sul Patto Italia-Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università degli Studi di Torino Corso di Laurea in Global Law and Transnational Legal Studies FRONTIERS’ EXTERNALISATION IN EUROPE: CASE STUDY ON THE ITALY-ALBANIA PACT Tesi di Elettra Catizzone (2024/2025) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Negli ultimi decenni la gestione delle frontiere esterne è stata una delle principali preoccupazioni dell’agenda politica e di sicurezza dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Tra le strategie adottate, l’esternalizzazione delle frontiere è diventata un metodo diffuso per controllare la migrazione. Questa tesi indaga l’evoluzione e le implicazioni delle pratiche di esternalizzazione in Europa, concentrandosi sugli aspetti politici, giuridici e umanitari. Lo studio fornisce una panoramica delle politiche europee di esternalizzazione a partire dagli anni ’90 fino ai giorni nostri, concentrandosi su due casi di studio, ovvero il Piano Regno Unito-Ruanda e il Protocollo Italia-Albania. Il primo viene analizzato in quanto tentativo fallito di esternalizzare il trattamento delle domande di asilo, mentre il secondo viene presentato come un esempio contemporaneo di accordi bilaterali volti a frenare la migrazione irregolare. Attraverso un’analisi dettagliata di questi casi, la tesi valuta l’efficacia, le criticità e le conseguenze che tali accordi hanno sia per i migranti interessati che per gli Stati coinvolti. Il documento evidenzia inoltre la crescente tendenza degli Stati a eludere gli obblighi giuridici internazionali attraverso strumenti di soft law e finzioni giuridiche territoriali, spesso a scapito dei diritti dei migranti e delle garanzie costituzionali. Giustapponendo un’analisi giuridica alle questioni di carattere umanitario, questa tesi mira a far luce sulle implicazioni che le politiche migratorie europee hanno sulla vita di migliaia di persone migranti, contribuendo alla comprensione delle tendenze attuali e delle prospettive future della governance europea in materia migratoria.