Centri in Albania, brusca accelerata del governo. È il momento di una risposta all’altezza
Sotto il cielo grigio di Gjadër la bandiera italiana sventola con decisione. Nel
CPR sono attualmente trattenute oltre 90 persone: il numero più alto
dall’apertura del centro. Nei sedici mesi trascorsi dall’avvio della struttura
costruita dal governo italiano in Albania, la presenza si era mantenuta su
livelli molto più bassi, con una media attorno alle venti presenze. Nelle ultime
settimane due trasferimenti di circa 35 persone ciascuno hanno portato il totale
oltre le novanta presenze. Il cambio di passo è evidente.
Questo dato consente di archiviare la discussione a somma zero che ha finora
dominato il confronto pubblico: la contrapposizione tra la denuncia del
«fallimento» del progetto e la promessa che «funzioneranno!». In realtà, dall’11
aprile 2025 – data di avvio della seconda fase dell’esperimento, caratterizzata
dal trasferimento in Albania di persone già trattenute in Italia – il centro non
è mai rimasto vuoto. Funzionava quindi anche prima della svolta attuale, anche
se in maniera differente dal progetto iniziale del governo. Con numeri inferiori
alle attese, ma con persone reali – corpi, pensieri, desideri – esposte al
trasferimento coatto, alla radicale violazione dei diritti e a una violenza
istituzionale sistemica.
Il salto di qualità di questi giorni è dunque netto. È in corso il tentativo di
stabilizzare l’utilizzo intensivo di Gjadër come segmento ordinario del sistema
italiano di detenzione amministrativa, nonostante i due rinvii pregiudiziali
pendenti davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. È questa la
cornice che segna l’ingresso in una fase differente.
Perché l’accelerazione proprio ora? Le risposte possibili sono molteplici e non
necessariamente tra loro alternative. L’aumento netto dei trasferimenti può
essere letto come una sfida nei confronti delle decisione della magistratura,
con vista sul referendum, alla ricerca di uno scontro utile a consolidare il
frame comunicativo del governo nella volata elettorale. Ma il rilancio del
progetto è anche un segnale politico che dialoga con due novità incombenti su
scala europea: la possibile configurazione di return hubs in paesi terzi e
l’implementazione del Patto migrazione e asilo.
Occorre sgombrare il campo dagli equivoci. Per ragioni differenti, né i return
hubs – ancora in fase di definizione – né il Patto legittimano il modello
Albania. Non solo perché si tratta di dispositivi giuridici non ancora
operativi, ma perché il protocollo italo-albanese presenta caratteristiche
precise – dalla pretesa di esercitare la giurisdizione italiana oltre confine
alle specifiche procedure adottate – che restano fuori dal perimetro giuridico
attuale e da quello futuro.
Anche in questa fase di accelerazione, le modalità dei trasferimenti restano
immutate. L’uso dei dispositivi di coercizione è generalizzato e copre l’intera
durata del viaggio dall’Italia, senza che risulti alcuna valutazione individuale
sulla necessità e proporzionalità della misura. Non è emesso un ordine formale
di trasferimento, benché la magistratura abbia già censurato l’assenza di tale
provvedimento.
Giurisprudenza italiana/CPR, Hotspot, CPA
TRASFERITO DAL CPR DI GRADISCA A GJADËR SENZA PROVVEDIMENTO: RISARCITO IL DANNO
PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI FONDAMENTALI
Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026
18 Febbraio 2026
I criteri di selezione non sono pubblici e i profili delle persone trasferite
risultano eterogenei per età, nazionalità, radicamento sociale e percorso
migratorio.
> L’opacità non è un incidente procedurale: è parte costitutiva del dispositivo.
In questa fase emerge con maggiore chiarezza un tratto strutturale: il carattere
punitivo del trasferimento. In assenza di parametri trasparenti, la decisione su
chi inviare in Albania resta integralmente nella disponibilità
dell’amministrazione. Non è necessario adottare una prospettiva abolizionista
per comprenderne la gravità: si esercita la privazione della libertà personale
al di fuori dell’assetto ordinario delle garanzie e in radicale tensione con il
carattere democratico dell’ordinamento.
Alcune vicende rendono questo quadro ancora più nitido. Due delle persone
trasferite in questi giorni a Gjadër sono state prelevate dal CPR di Bari: erano
presenti il giorno della tragica e ancora opaca morte di Simo Said, il
venticinquenne deceduto il 12 febbraio. Una di loro ha trovato il corpo e ha
dato l’allarme. Oggi presenta un grave stato di sofferenza psicofisica,
testimoniato da ripetuti episodi di autolesionismo. Eppure è stata trasferita a
Gjadër nei giorni immediatamente successivi alla morte di Said.
Almeno due persone, tra quelle attualmente trattenute, si trovano al secondo
trasferimento forzato in Albania: già inviate a Gjadër nei mesi precedenti, poi
riportate in Italia e ora nuovamente trasferite oltre Adriatico. Per la prima
volta, inoltre, è stato attivato anche il carcere interno alla struttura per la
detenzione di una persona che avrebbe commesso un reato nel CPR.
«Non volevo questa vita», racconta A., una delle persone incontrate a Gjadër
negli ultimi due giorni. Le sue parole non descrivono soltanto l’ultimo
trasferimento, ma una traiettoria più lunga: lavoro precario e informale,
irregolarità prodotta, sfruttamento radicale, precarietà sistemica. Gjadër non
interrompe questo percorso: lo radicalizza.
Il nuovo scenario impone uno sforzo inedito. Attivistə, movimenti, società
civile, forze politiche che si oppongono al progetto sono collocatə anch’essə in
una nuova fase. Occorre riattivare la discussione collettiva, comprendere fino
in fondo la posta in gioco, dotarsi di lenti e strumenti coerenti con il nuovo
scenario. In gioco non c’è soltanto la vita delle persone trasferite, ma la
qualità della democrazia.
La partita non si gioca in un futuro indeterminato. Riguarda l’oggi. Il prossimo
mese, da qui al referendum, sarà decisivo. Il rischio è che il governo utilizzi
le persone migranti come strumento di campagna elettorale, costruendo un nuovo
scontro con la magistratura – forse dalla portata inedita – attorno alle
prevedibili non convalide dei nuovi trattenimenti, soprattutto nei casi di
domanda di asilo.
Denunciare con chiarezza, attivare tutti gli strumenti disponibili – contenzioso
giuridico, comunicazione limpida, mobilitazioni – per collocare il modello
Albania dove merita di essere: oltre il perimetro dell’accettabile. Se nello
spazio pubblico si afferma la consapevolezza diffusa della portata giuridica e
politica di questo progetto, le eventuali non convalide non potranno essere
presentate come l’atto ostile di singolə giudicə, ma appariranno per ciò che
sono: la conseguenza coerente di un impianto incompatibile con principi
fondamentali.
Dopo il referendum si aprirà una finestra temporale precisa e ugualmente
importante: pochi mesi per consolidare definitivamente il centro o per rimettere
radicalmente in discussione l’esistenza. Siamo davanti a un bivio e non possiamo
più rifugiarci nella retorica del flop.
Qui e ora occorre moltiplicare gli sforzi, a ogni livello. Rompere l’isolamento
delle persone e l’asimmetria informativa attraverso una presenza costante a
Gjadër. Costruire alleanze inedite lungo entrambe le sponde dell’Adriatico.
Rafforzare l’iniziativa giuridica, politica e comunicativa con forza e
creatività, intelligenza e coraggio.