Lettere all’Osservatorio: Militarizzazione o educazione? La posta in gioco nelle scuole calabresi

Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università - Sunday, February 15, 2026
Pubblichiamo volentieri una riflessione giunta da un/una docente calabrese che trova nell’Osservatorio contro la militarizzazione un utile argine dalla logica militarista che sta invadendo la scuola negli ultimi anni. Come dimostra la calorosa accoglienza dell’appello per la libertà di insegnamento che abbiamo lanciato, sempre più colleghi e colleghe riescono a mettere insieme i tasselli di un processo che sta cercando in tutti i modi di normalizzare la guerra attraverso un universo simbolico bellicista costruito sin dalle scuole.
Noi non saremo complici!

Negli ultimi anni assistiamo a un fenomeno sempre più evidente anche in Calabria: l’ingresso strutturato delle forze armate nelle scuole attraverso orientamento professionale, progetti formativi, convenzioni e percorsi PCTO.

La domanda non è ideologica. È educativa e politica nel senso più alto del termine: quale idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? La scuola come campo di tensione. Non esiste una scuola neutra. Esiste un progetto politico che punta a trasformarla in uno spazio di disciplinamento, gerarchia e funzionalità al mercato e alla logica della sicurezza armata. È la scuola che l’attuale indirizzo ministeriale promuove: centralità dell’ordine, enfasi sulla verticalità dell’autorità, valorizzazione simbolica e concreta delle carriere militari.

Ma esiste anche un’altra scuola. Una scuola viva, fatta di docenti, studenti e comunità educanti che praticano pensiero critico, inclusione, educazione alla pace, giustizia sociale.

Quando denunciamo la militarizzazione, non attacchiamo la scuola in sé. Denunciamo un tentativo di impoverimento culturale e democratico. Emergenza etica prima che tecnica. Viviamo una doppia crisi: crisi ecologica e crisi sociale. In questo contesto, la priorità non dovrebbe essere preparare tecnici competitivi, ma formare persone capaci di responsabilità e relazione.

L’educazione non è addestramento. Non è orientamento esclusivamente funzionale al mercato del lavoro. Non è selezione dei più adatti. Educare significa costruire coscienza civile. Don Milani lo sintetizzava con un’espressione netta: “I care”. Mi importa. Mi riguarda. L’alternativa culturale è il “me ne frego”: l’indifferenza istituzionalizzata, oggi spesso tradotta in meritocrazia selettiva e competizione permanente.

Stato di natura o civiltà? La retorica dominante ripropone una visione implicita: il mondo è competizione, sopravvive il più forte, chi è debole resta indietro. Ma la civiltà non nasce dalla sopraffazione. Nasce dalla cura. Le scienze antropologiche mostrano che i primi segni di civiltà coincidono con la protezione dei fragili, non con l’eliminazione dei deboli. Se la scuola normalizza il linguaggio della forza come unica soluzione ai conflitti, rischia di legittimare una regressione culturale.

Il bambino come patrimonio, non come capitale. Nel libro Il bambino, primo patrimonio dell’umanità, Gino Soldera propone un cambio di paradigma: il bambino non è capitale umano da valorizzare economicamente, ma patrimonio collettivo da custodire. Questo implica una responsabilità intergenerazionale. Ogni scelta educativa è una scelta sul futuro. Se il bambino è patrimonio, allora la scuola deve essere spazio di sviluppo umano integrale, non corridoio di reclutamento.

Cura, relazione, interdipendenza. Anche riflessioni provenienti da ambiti diversi — come quelle presentate da Citro in Frequenze che curano — convergono su un punto fondamentale: la salute è relazione, risonanza, equilibrio tra sistemi. Lo stesso vale per il tessuto sociale. Una società non si regge sulla paura, ma sulla fiducia. Non sulla militarizzazione simbolica, ma sulla cooperazione.La scuola dovrebbe essere il primo laboratorio di questa interdipendenza.

Professioni della pace: un’assenza significativa. Se nelle scuole entrano stabilmente le forze armate, perché non entrano con la stessa sistematicità mediatori dei conflitti, operatori di giustizia riparativa, educatori di comunità, esperti di cooperazione internazionale, professionisti della transizione ecologica, attivisti per i diritti umani. La questione non è vietare, ma riequilibrare. Garantire pluralismo. Assicurare che le scuole non diventino luoghi di promozione unidirezionale di un modello securitario.

Accendere, non riempire. L’educazione autentica non riempie contenitori. Accende coscienze. In una fase storica in cui le disuguaglianze crescono e il pianeta è sotto pressione, abbiamo bisogno di giovani capaci di: leggere la complessità, cooperare, prendersi cura, trasformare i conflitti in processi democratici. Questo è l’opposto della logica militare, che per definizione si fonda su comando, obbedienza e struttura gerarchica.

La responsabilità collettiva. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università nasce per monitorare, informare e stimolare un dibattito pubblico consapevole. Non si tratta di una posizione ideologica contro qualcuno. Si tratta di una domanda democratica: quale cultura vogliamo che attraversi le nostre istituzioni educative?

Se crediamo che il futuro si costruisca attraverso la cura, la giustizia e la pace, allora la scuola deve restare spazio civile, plurale e critico.

Il futuro non si addestra. Si educa.

Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole