Lettere all’Osservatorio: Militarizzazione o educazione? La posta in gioco nelle scuole calabresi
PUBBLICHIAMO VOLENTIERI UNA RIFLESSIONE GIUNTA DA UN/UNA DOCENTE CALABRESE CHE
TROVA NELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE UN UTILE ARGINE DALLA LOGICA
MILITARISTA CHE STA INVADENDO LA SCUOLA NEGLI ULTIMI ANNI. COME DIMOSTRA LA
CALOROSA ACCOGLIENZA DELL’APPELLO PER LA LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO CHE ABBIAMO
LANCIATO, SEMPRE PIÙ COLLEGHI E COLLEGHE RIESCONO A METTERE INSIEME I TASSELLI
DI UN PROCESSO CHE STA CERCANDO IN TUTTI I MODI DI NORMALIZZARE LA GUERRA
ATTRAVERSO UN UNIVERSO SIMBOLICO BELLICISTA COSTRUITO SIN DALLE SCUOLE.
NOI NON SAREMO COMPLICI!
Negli ultimi anni assistiamo a un fenomeno sempre più evidente anche in
Calabria: l’ingresso strutturato delle forze armate nelle scuole attraverso
orientamento professionale, progetti formativi, convenzioni e percorsi PCTO.
La domanda non è ideologica. È educativa e politica nel senso più alto del
termine: quale idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? La
scuola come campo di tensione. Non esiste una scuola neutra. Esiste un progetto
politico che punta a trasformarla in uno spazio di disciplinamento, gerarchia e
funzionalità al mercato e alla logica della sicurezza armata. È la scuola che
l’attuale indirizzo ministeriale promuove: centralità dell’ordine, enfasi sulla
verticalità dell’autorità, valorizzazione simbolica e concreta delle carriere
militari.
Ma esiste anche un’altra scuola. Una scuola viva, fatta di docenti, studenti e
comunità educanti che praticano pensiero critico, inclusione, educazione alla
pace, giustizia sociale.
Quando denunciamo la militarizzazione, non attacchiamo la scuola in sé.
Denunciamo un tentativo di impoverimento culturale e democratico. Emergenza
etica prima che tecnica. Viviamo una doppia crisi: crisi ecologica e crisi
sociale. In questo contesto, la priorità non dovrebbe essere preparare tecnici
competitivi, ma formare persone capaci di responsabilità e relazione.
L’educazione non è addestramento. Non è orientamento esclusivamente funzionale
al mercato del lavoro. Non è selezione dei più adatti. Educare significa
costruire coscienza civile. Don Milani lo sintetizzava con un’espressione netta:
“I care”. Mi importa. Mi riguarda. L’alternativa culturale è il “me ne frego”:
l’indifferenza istituzionalizzata, oggi spesso tradotta in meritocrazia
selettiva e competizione permanente.
Stato di natura o civiltà? La retorica dominante ripropone una visione
implicita: il mondo è competizione, sopravvive il più forte, chi è debole resta
indietro. Ma la civiltà non nasce dalla sopraffazione. Nasce dalla cura. Le
scienze antropologiche mostrano che i primi segni di civiltà coincidono con la
protezione dei fragili, non con l’eliminazione dei deboli. Se la scuola
normalizza il linguaggio della forza come unica soluzione ai conflitti, rischia
di legittimare una regressione culturale.
Il bambino come patrimonio, non come capitale. Nel libro Il bambino, primo
patrimonio dell’umanità, Gino Soldera propone un cambio di paradigma: il bambino
non è capitale umano da valorizzare economicamente, ma patrimonio collettivo da
custodire. Questo implica una responsabilità intergenerazionale. Ogni scelta
educativa è una scelta sul futuro. Se il bambino è patrimonio, allora la scuola
deve essere spazio di sviluppo umano integrale, non corridoio di reclutamento.
Cura, relazione, interdipendenza. Anche riflessioni provenienti da ambiti
diversi — come quelle presentate da Citro in Frequenze che curano — convergono
su un punto fondamentale: la salute è relazione, risonanza, equilibrio tra
sistemi. Lo stesso vale per il tessuto sociale. Una società non si regge sulla
paura, ma sulla fiducia. Non sulla militarizzazione simbolica, ma sulla
cooperazione.La scuola dovrebbe essere il primo laboratorio di questa
interdipendenza.
Professioni della pace: un’assenza significativa. Se nelle scuole entrano
stabilmente le forze armate, perché non entrano con la stessa sistematicità
mediatori dei conflitti, operatori di giustizia riparativa, educatori di
comunità, esperti di cooperazione internazionale, professionisti della
transizione ecologica, attivisti per i diritti umani. La questione non è
vietare, ma riequilibrare. Garantire pluralismo. Assicurare che le scuole non
diventino luoghi di promozione unidirezionale di un modello securitario.
Accendere, non riempire. L’educazione autentica non riempie contenitori. Accende
coscienze. In una fase storica in cui le disuguaglianze crescono e il pianeta è
sotto pressione, abbiamo bisogno di giovani capaci di: leggere la complessità,
cooperare, prendersi cura, trasformare i conflitti in processi democratici.
Questo è l’opposto della logica militare, che per definizione si fonda su
comando, obbedienza e struttura gerarchica.
La responsabilità collettiva. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università nasce per monitorare, informare e stimolare un
dibattito pubblico consapevole. Non si tratta di una posizione ideologica contro
qualcuno. Si tratta di una domanda democratica: quale cultura vogliamo che
attraversi le nostre istituzioni educative?
Se crediamo che il futuro si costruisca attraverso la cura, la giustizia e la
pace, allora la scuola deve restare spazio civile, plurale e critico.
Il futuro non si addestra. Si educa.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole