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Chioggia, a scuola si canta “Di là dall’acqua” tra educazione e revisionismo della destra
Le alunne e gli alunni di una secondaria di primo grado di Chioggia, in Veneto, cantano una canzone dalle note melanconiche, Di là dall’acqua, il 10 febbraio (clicca qui per la notizia). Nel 1947, in quei giorni, iniziava l’esodo delle popolazioni di lingua italiana dalla Dalmazia. Finita la guerra, si ridisegnavano i confini fra vinti e vincitori, tracce, linee sulle mappe che sempre hanno prodotto drammi umani e ferite mai chiuse. La storia delle zone a ridosso dell’ex Jugoslavia è assai più complessa di come la propone nuovamente la destra al Governo da qualche anno, con alcune complicità della sinistra che vuol essere equanime, politicamente corretta, fino alla scorrettezza storica. Sappiamo infatti, grazie a chi la storia la fa sulle fonti (come ad esempio lo storico Eric Gobetti) e non con la propaganda, cosa patirono le popolazioni di quelle terre durante il fascismo, grazie alla sua opera di rieducazione italiota e all’istruzione balilla impartita nelle scuole.   La Compagnia dell’Anello, di cui ho dovuto cercare notizie perché sinceramente l’avevo relegata fra le nebbie fasciste e leghiste dell’operoso Veneto, è un gruppo musicale di estrema destra che – nato alla fine dei Settanta – scrisse un pezzo anche su Ian Palach, lo studente che si diede fuoco nel 1969 a Praga, davanti ai tank sovietici. Altra storia, di cui i gruppi di destra si sono impossessati. Oggi il gruppo sembra aver ritrovato un nuovo lancio grazie alle manovre guerriere e patriottiche del Ministero dell’Istruzione e del Merito, dei ministeri della Difesa e degli Interni e alla stupidità degli/delle insegnanti che ripropongono in suoi brani. La Patria, la difesa dei confini nazionali, lo spirito guerriero fatto di obbedienza, di tenacia, di resilienza, e altre virtù soft, stanno avvelenando con tenace mitridatismo le scuole italiane. Così una suadente voce alla De Andrè racconta come l’acqua alla confluenza del Po con l’Adriatico portò in salvo i profughi istriani. Come da balletto abituale, la FLC CGIL chiede un’ispezione al Ministro Giuseppe Valditara che, sicuramente, manderà controllori tipo quelli inviati alle scuole che si sono attivate per la Palestina (clicca qui per leggere delle ispezioni). Chissà come se la caveranno, visto che si tratta di un bel caso di schizofrenia istituzionale, di doppio vincolo psichiatrico. Il sindaco Mauro Armelao, lista civica nata fra leghisti e forzaitalioti, difende la libertà di espressione, quella che nel periodo fascista si manteneva a litri di olio di ricino. Due note in conclusione. La scuola è intitolata a Galileo Galilei, che saggiò la protervia ottusa della chiesa del suo tempo, e dovette piegarsi alla sofisticata diplomazia di un cardinal Bellarmino, alla sua teoria del dubbio con cui trasse di impaccio il papato ma non lo scienziato dall’abiura e Giordano Bruno dal rogo. Ma oggi a scuola queste cosette di poco conto non si insegnano agli studenti, il MIM prescrive che si badi all’essenziale della storia patria, ai Romani, all’Impero e avanti con le otto competenze europee assai più utili nell’attuale momento economico-sociale. Altro, a latere, mi viene alla mente a proposito di acque, solcate per il gusto curioso di odisseo, per necessità, per commerci, per seppellire senza ricordo i nuovi profughi. Penso al film di Patricio Gúzman, El bóton de nácar (2015) distribuito in Italia con il titolo “La memoria dell’acqua“, docufilm sul Cile di Pinochet. In quegli anni l’Oceano riceveva i corpi degli avversari del regime, legati in stato di semicoscienza a pesanti pezzi di binario. E l’acqua, lambendo le coste, portava a riva bottoni di avorio delle giacche, scarpe, sciarpe. Forse, cosette così andrebbero fatte vedere ai nostri alunni e alle nostre alunne. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Educazione Vs obbedienza: riflessioni didattiche e critiche sulla pedagogia nera
Invitiamo le nostre lettrici e i nostri lettori a prendere visione di questo contributo realizzato dal Polo Europeo della Conoscenza, Rete Nazionale di istituzioni educative ed Ente accreditato per la formazione docente, in cui si cita l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e la sua attività per una scuola del pensiero libero e critico contro una scuola di obbedienza e controllo. La presenza di militari nelle scuole italiane in qualità di educatori/docenti è una tendenza in forte contrasto con lo spirito democratico e pluralista della scuola pubblica sancito nella nostra Costituzione. Condizionare le bambine e i bambini all’obbedienza cieca rischia di spegnere l’empatia, qualità umana alla base della convivenza civile e democratica. Clicca sull’immagine per il video. Pedagogia nera Clicca in basso per le slide dell’argomento in pdf. pedagogia nera bianca e militareDownload Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ricordare il naufragio di Cutro
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione della comunità educante e dell’opinione pubblica su una memoria che non può scolorire nel tempo: il naufragio di Cutro. Non una ricorrenza tra le altre, ma una soglia morale che continua a interrogare la coscienza civile, il linguaggio pubblico e la funzione educativa della scuola. La notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a poche decine di metri dalla riva di Steccato di Cutro, il mare ha reso visibile una contraddizione profonda del nostro tempo: la distanza minima tra salvezza e perdita. Un caicco partito dalla Turchia, con a bordo — secondo le testimonianze — almeno 180 migranti, si arenò su una secca e venne distrutto dalla violenza delle onde, trasformando l’approdo atteso in luogo di tragedia. Quella notte non racconta soltanto un disastro marittimo. Racconta gesti — il rumore del legno che si spezza, le grida nel buio, i pescatori che corrono verso l’acqua, la comunità che si mobilita — e racconta responsabilità. È da questa intersezione tra umanità immediata e interrogativi collettivi che deve partire ogni commemorazione autentica. Il bilancio — 94 vittime accertate, tra cui 34 minori — rappresenta una ferita che supera i confini geografici. Tra le vite spezzate, quelle di Shahida Raza, atleta pakistana, e della giornalista afgana Torpekai Amarkhel, attivista per i diritti umani, ricordano che le migrazioni non sono flussi anonimi ma storie, identità e diritti. A tre anni dal naufragio, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita scuole e società civile a trasformare la memoria in pratica educativa, capace di generare consapevolezza critica e cittadinanza globale. Commemorare significa contrastare la disumanizzazione del linguaggio pubblico, promuovere percorsi didattici interdisciplinari sulle migrazioni e sul diritto alla vita, valorizzare le testimonianze come strumenti pedagogici ed educare alla cittadinanza globale affinché i diritti umani diventino esperienza vissuta. Il CNDDU invita le istituzioni scolastiche a dedicare momenti di riflessione, laboratori di memoria e spazi di dialogo con studenti e studentesse, affinché il ricordo non resti simbolico ma produca coscienza. Cutro consegna una domanda che riguarda il presente: quale posto assegniamo alla dignità umana quando essa attraversa confini e vulnerabilità? La risposta passa anche dalla scuola, luogo in cui la memoria diventa competenza civica. Nella prospettiva di andare oltre le pratiche commemorative già diffuse — spesso centrate su momenti simbolici, letture pubbliche o ricostruzioni cronologiche — il Coordinamento propone l’avvio di un dispositivo didattico innovativo, pensato per restituire continuità narrativa alle vite interrotte e per collegare Cutro ad altre tragedie del Mediterraneo. L’idea è quella di costruire nelle scuole un “Archivio delle vite possibili”, uno spazio educativo permanente in cui studenti e studentesse lavorino su micro-biografie documentate delle vittime, ricostruendo non solo ciò che è accaduto ma ciò che avrebbe potuto accadere: percorsi di studio, aspirazioni professionali, contesti culturali, reti familiari, contributi sociali potenziali. Questa pratica, diversa dalle esperienze più diffuse sul web che privilegiano la memoria statica o la narrazione commemorativa, introduce una dimensione progettuale: la memoria diventa esercizio di immaginazione civile fondata sui diritti. Attraverso fonti, testimonianze, dati e ricerca interdisciplinare, la scuola trasforma la vittima da figura simbolica a soggetto storico, collegando Cutro ad altre vittime delle migrazioni forzate e costruendo una mappa educativa delle responsabilità contemporanee. In questo modo la commemorazione non resta confinata a una data, ma diventa processo didattico continuo, capace di generare empatia informata, pensiero critico e consapevolezza delle interdipendenze globali. La memoria si sposta dal passato al futuro, interrogando gli studenti non solo su ciò che è accaduto, ma su quale società intendono contribuire a costruire. Il CNDDU rinnova così il proprio impegno a promuovere pratiche educative che rendano la memoria uno spazio attivo di cittadinanza e responsabilità, affinché Cutro non sia soltanto ricordata, ma compresa come passaggio educativo decisivo per leggere tutte le altre vite spezzate lungo le rotte migratorie. Perché educare alla memoria significa restituire possibilità dove la storia ha lasciato assenza. prof. Romano Pesavento presidente CNDDU Redazione Italia
February 23, 2026
Pressenza
#lascuolavaallaguerra #Bari, Liceo Cartesio, giovedì 19 febbraio ore 15 - Corso di #Educazione alla #Pace per docenti - Incontro con Antonio Mazzeo: "L'educazione alla pace nella scuola come alternativa all'educazione militare. Limiti e prospettive". #istruzione
February 18, 2026
Antonio Mazzeo
#lascuolavaallaguerra Strani connubi. Quale #educazione alla #pace e al #disarmo nei percorsi formativi dei giovani? #istruzione di Antonio Mazzeo Per celebrare la Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, le istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, possono promuovere e organizzare cerimonie ed incontri sui temi della difesa della Patria https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/02/strani-connubi-quale-educazione-alla.html
February 18, 2026
Antonio Mazzeo
Lettere all’Osservatorio: Militarizzazione o educazione? La posta in gioco nelle scuole calabresi
PUBBLICHIAMO VOLENTIERI UNA RIFLESSIONE GIUNTA DA UN/UNA DOCENTE CALABRESE CHE TROVA NELL’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE UN UTILE ARGINE DALLA LOGICA MILITARISTA CHE STA INVADENDO LA SCUOLA NEGLI ULTIMI ANNI. COME DIMOSTRA LA CALOROSA ACCOGLIENZA DELL’APPELLO PER LA LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO CHE ABBIAMO LANCIATO, SEMPRE PIÙ COLLEGHI E COLLEGHE RIESCONO A METTERE INSIEME I TASSELLI DI UN PROCESSO CHE STA CERCANDO IN TUTTI I MODI DI NORMALIZZARE LA GUERRA ATTRAVERSO UN UNIVERSO SIMBOLICO BELLICISTA COSTRUITO SIN DALLE SCUOLE. NOI NON SAREMO COMPLICI! Negli ultimi anni assistiamo a un fenomeno sempre più evidente anche in Calabria: l’ingresso strutturato delle forze armate nelle scuole attraverso orientamento professionale, progetti formativi, convenzioni e percorsi PCTO. La domanda non è ideologica. È educativa e politica nel senso più alto del termine: quale idea di società stiamo trasmettendo alle nuove generazioni? La scuola come campo di tensione. Non esiste una scuola neutra. Esiste un progetto politico che punta a trasformarla in uno spazio di disciplinamento, gerarchia e funzionalità al mercato e alla logica della sicurezza armata. È la scuola che l’attuale indirizzo ministeriale promuove: centralità dell’ordine, enfasi sulla verticalità dell’autorità, valorizzazione simbolica e concreta delle carriere militari. Ma esiste anche un’altra scuola. Una scuola viva, fatta di docenti, studenti e comunità educanti che praticano pensiero critico, inclusione, educazione alla pace, giustizia sociale. Quando denunciamo la militarizzazione, non attacchiamo la scuola in sé. Denunciamo un tentativo di impoverimento culturale e democratico. Emergenza etica prima che tecnica. Viviamo una doppia crisi: crisi ecologica e crisi sociale. In questo contesto, la priorità non dovrebbe essere preparare tecnici competitivi, ma formare persone capaci di responsabilità e relazione. L’educazione non è addestramento. Non è orientamento esclusivamente funzionale al mercato del lavoro. Non è selezione dei più adatti. Educare significa costruire coscienza civile. Don Milani lo sintetizzava con un’espressione netta: “I care”. Mi importa. Mi riguarda. L’alternativa culturale è il “me ne frego”: l’indifferenza istituzionalizzata, oggi spesso tradotta in meritocrazia selettiva e competizione permanente. Stato di natura o civiltà? La retorica dominante ripropone una visione implicita: il mondo è competizione, sopravvive il più forte, chi è debole resta indietro. Ma la civiltà non nasce dalla sopraffazione. Nasce dalla cura. Le scienze antropologiche mostrano che i primi segni di civiltà coincidono con la protezione dei fragili, non con l’eliminazione dei deboli. Se la scuola normalizza il linguaggio della forza come unica soluzione ai conflitti, rischia di legittimare una regressione culturale. Il bambino come patrimonio, non come capitale. Nel libro Il bambino, primo patrimonio dell’umanità, Gino Soldera propone un cambio di paradigma: il bambino non è capitale umano da valorizzare economicamente, ma patrimonio collettivo da custodire. Questo implica una responsabilità intergenerazionale. Ogni scelta educativa è una scelta sul futuro. Se il bambino è patrimonio, allora la scuola deve essere spazio di sviluppo umano integrale, non corridoio di reclutamento. Cura, relazione, interdipendenza. Anche riflessioni provenienti da ambiti diversi — come quelle presentate da Citro in Frequenze che curano — convergono su un punto fondamentale: la salute è relazione, risonanza, equilibrio tra sistemi. Lo stesso vale per il tessuto sociale. Una società non si regge sulla paura, ma sulla fiducia. Non sulla militarizzazione simbolica, ma sulla cooperazione.La scuola dovrebbe essere il primo laboratorio di questa interdipendenza. Professioni della pace: un’assenza significativa. Se nelle scuole entrano stabilmente le forze armate, perché non entrano con la stessa sistematicità mediatori dei conflitti, operatori di giustizia riparativa, educatori di comunità, esperti di cooperazione internazionale, professionisti della transizione ecologica, attivisti per i diritti umani. La questione non è vietare, ma riequilibrare. Garantire pluralismo. Assicurare che le scuole non diventino luoghi di promozione unidirezionale di un modello securitario. Accendere, non riempire. L’educazione autentica non riempie contenitori. Accende coscienze. In una fase storica in cui le disuguaglianze crescono e il pianeta è sotto pressione, abbiamo bisogno di giovani capaci di: leggere la complessità, cooperare, prendersi cura, trasformare i conflitti in processi democratici. Questo è l’opposto della logica militare, che per definizione si fonda su comando, obbedienza e struttura gerarchica. La responsabilità collettiva. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università nasce per monitorare, informare e stimolare un dibattito pubblico consapevole. Non si tratta di una posizione ideologica contro qualcuno. Si tratta di una domanda democratica: quale cultura vogliamo che attraversi le nostre istituzioni educative? Se crediamo che il futuro si costruisca attraverso la cura, la giustizia e la pace, allora la scuola deve restare spazio civile, plurale e critico. Il futuro non si addestra. Si educa. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole
Educazione e iniziative dal mare: soft skills, inclusione e militarizzazione
Venezia, Riva San Biasio, Sestiere Castello: il veliero – nave scuola – Amerigo Vespucci all’ancora, mostra tutta la sua bellezza, lucido di legni, brillante di metalli, nel candore delle vele ancora dispiegate. La folla ammira dalle Fondamenta, i bambini e le bambine aspettano Capitan Uncino. Ancora Venezia, l’Arsenale: i turisti che varcano il suo trionfale ingresso governato dalle due torri, vedono l’enorme invaso protetto dalla lunga corona di mura merlate, guardano con meraviglia le gigantesche gru, visitano il Museo. Difficilmente volgono lo sguardo verso l’altro versante della Laguna dove, i pinnacoli delle abbandonate industrie chimiche e metallurgiche diventano, al tramonto, fantastici castelli di fantasmi, rivolti verso San Marco. Oggi, su quella riva paludosa di Marghera, la Fincantieri ci costruisce le navi da crociera, le stesse che i veneziani odiano. Potrei continuare a dire di bellezza e di disarmonie disarmanti, ricordando il Museo del Mare di Gaeta, ristrutturato a cura dell’Università Sapienza di Roma che, dopo averne scempiato gli antichi spazi interni, ha abbandonato il sito al volontariato e ai pochi fondi del Comune. Eppure, è bello, va visto. Ma, come nelle segnalazioni che commentiamo, nelle favole, l’incanto, la meraviglia sono apotropaici, sono funzionali a creare il clima di sospensione del giudizio, lo stupore che blocca per un attimo il pensiero e lascia senza parola. Insomma, la miscela emotiva che mantiene vivo il consenso verso le iniziative formative e di orientamento (magia delle parole cangianti…) proposte alle scuole italiane dalla Marina Militare. Aderisce al progetto della Fondazione Nave Italia (https://www.naveitalia.org/) con il brigantino Ermes, biblica arca, anche l’Istituto di Istruzione Superiore (IIS) Antonio Stradivari di Cremona che, dalla terra ferma padana imbarca i suoi giovani e i suoi violini (clicca qui per la notizia). Le intenzioni sono al solito inclusive, pacifiste, soccorrevoli: come salvare dal baratro della dispersione scolastica le migliaia di studenti naufraghi, abbandonati senza giubbotti salvavita, nello sconforto che va dalla fragilità, alla esclusione sociale e via verso la devianza della cultura del coltello e dello spaccio. Lo spiega con orgoglio il dirigente dell’istituto padano. Sembrano felici le professoresse e i professori di vedersi ancora una volta scippato il lavoro educativo, di insegnamento, di costruzione di una scuola che provi a sfidare il degrado dei quartieri periferici, lo squallore delle vite famigliari, la violenza delle strade. Le competenze non cognitive, le soft skill dell’affettività e della manualità mutualistica si imparano a bordo. E qui faccio un inciso per segnalare l’articolo di Rossella Latempa su ROARS (https://www.roars.it/le-soft-skills-a-scuola-i-fragili-e-i-metal-detector/). I progetti che presentano le scuole aderenti alla sperimentazione sulle abilità soft, ex legge 19 febbraio 2026 n. 22, di cui scrive Latempa, sono simili a quelli qui segnalati. Passate attraverso le tre fasi previste anche da Nave Italia (momento introduttivo al PNRR per un po’ di educazione economico-finanziaria; team building creativo nell’ambiguità fra le skill dell’individualismo e della cooperazione; mostra finale, ovviamente multimediale e multiverso), le attività proposte verranno giudicate da una Commessione grazie alla restituzione operata dall’INVALSI (e si stenta a crederlo, ma è proprio così). Ormai si sa, noi dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università siamo affetti da retropensiero, pensiamo che tutto questo navigare serva solo a coltivare i sogni di un lavoro dignitoso signorsì, siano ancorati a una scuola che non esiste più, fatta di aule, banchi, libri, voci che narrano, discutono, cercano. Una scuola dove si impara che – nel Seicento – il giusnaturalista olandese Grozio (Ugo de Groot), fondò il diritto del mare nell’ambito del più ampio diritto internazionale. Il mare infinito, libero da ogni contrattazione profittevole, bene di tutti, definito come inappropriabile, nel secolo in cui la proprietà privata e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo trovavano i loro pensatori. Una scuola dove si ricordi agli studenti che il mare nostrum, il Mediterraneo, è diventato un immenso cimitero, luogo di sepoltura anonima di migliaia di persone che nemmeno sono arrivate a popolare i nostri degradati quartieri, a gonfiare le cifre dell’abbandono scolastico. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Vicenza e la sfida all’educazione: la risposta alla censura del comitato Aula 33
La notizia risale a qualche settimane fa, ma è degna di attenzione perché si confermano le nostre legittime paure sulla feroce contrazione degli spazi di libertà e di discussione nelle scuole, infatti siamo davanti all’ennesimo divieto di una assemblea di istituto, questa volta al liceo “Fogazzaro” di Vicenza, con testimonianze dalla Palestina. A giustificare il divieto le circolari del Ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara e «l’esigenza che la scelta di ospitare latori fosse volta a garantire il confronto tra posizioni diverse e pluraliste al fine di consentire agli studenti di acquisire una conoscenza approfondita dei temi trattati e sviluppare il pensiero critico». L’intervento della Dirigente scolastica ha eliminato una parte degli argomenti oggetto di assemblea, quelli dedicati agli interventi dai territori occupati dall’esercito israeliano, negato la presenza di un attivista della Global Sumud Flotilla e di una giovane palestinese, testimonianze scomode che avrebbero portato argomenti e fatti difficili da confutare. Il solito invito al contraddittorio che da ora in poi autorizzerà assemblee sui popoli oppressi solo in presenza degli oppressori. Siamo davanti alla solita accusa di propaganda rivolta a studenti e studentesse, ad attivisti per il diritto alla vita e alla autodeterminazione del popolo palestinese. E, di conseguenza, la sospensione di un’assemblea è da ritenersi un atto di mera censura con quotidiane ingerenze da parte dei partiti di Governo. La scuola pubblica deve essere imparziale dal punto di vista educativo, mai neutra rispetto ai valori costituzionali e ai principi guida della istruzione, la scuola del Ministro Valditara si va trasformando in una gabbia in cui l’adesione all’ideologia dei partiti di Governo sta diventando il vero parametro con cui giudicare la liceità dei momenti di confronto collettivo. Non a caso, a seguito di questa incresciosa vicenda repressiva a carico della scuola pubblica, è nato nella provincia di Vicenza un gruppo di docenti, riunitosi in comitato con il nome “Aula 33″. Insegnanti, studenti, studentesse e genitori si sono incontrati qualche giorno fa in un’assemblea straordinariamente partecipata e hanno deciso di reagire a una scuola sempre più sotto attacco. Il comitato Aula 33, all’interno del quale ci sono anche aderenti all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha elaborato un manifesto importante, in difesa di una scuola pubblica, plurale, inclusiva. Una scuola che ribadisce la sua missione costituzionale e l’idea che l’obiettivo sia conoscere il mondo, coltivando la cultura come strumento di emancipazione individuale e collettiva. La scuola pubblica è ancora un patrimonio troppo importante per la nostra comunità, un presidio che ancora custodisce i valori della cultura, della solidarietà, l’orizzonte di società immaginato dai costituenti. Serve un fronte largo per arginare una deriva sempre più preoccupante, che vuole trasformare la scuola in un luogo di controllo e omologazione, dove il sapere non è più un valore in sé, dove la libertà di tutte e tutti di essere ciò che si è, da valore indiscusso, diventa un bersaglio. Alleghiamo il manifesto costitutivo del Comitato Aula 33. MANIFESTO-1Download Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Educazione affettiva: una necessità per restare umani
Azur del mare, Boom Boom Bunny e l’arte come spazio educativo Nel mio percorso tra arte, diritti e pace ho incontrato un progetto curato da Simone Tansini. Un lavoro che intreccia editoria, teatro, musica e formazione e che prende forma anche in due libri illustrati: Boom Boom Bunny e Azur del mare. Non si tratta semplicemente di due volumi, ma di due corpi narrativi inseriti in un progetto più ampio. Storie che non si accontentano della pagina, ma cercano altre strade per continuare a vivere, attraversando linguaggi diversi e generando esperienze condivise. Boom Boom Bunny, scritto da Simone Tansini e illustrato da Silvio Boselli, racconta l’incontro tra le coscienze di due bambine lontane. Una vive in un paese in guerra, l’altra in una città europea. A unirle è Boom Boom, un coniglio di pezza che sembra attraversare distanze, luoghi e confini. Il libro pone una domanda semplice e radicale: e se ogni cosa fosse collegata? Ogni persona, ogni luogo, ogni esperienza? Azur del mare, scritto da Leili Maria Kalamian, illustrato ancora da Silvio Boselli e curato da Simone Tansini, nasce invece da una ferita reale: il naufragio di Cutro del 2023. Ma sceglie di non fermarsi alla cronaca. Il mare diventa confine e porta insieme, soglia che separa e che può trasformare. Una donna che guarda il mare viene cambiata per sempre da ciò che le onde le restituiscono. La realtà è il punto di partenza, ma il racconto prende la via simbolica, dove rivoluzione e accoglienza, silenzio e canto, pianto e speranza convivono. Le tavole di Silvio Boselli aggiungono ai racconti una bellezza silenziosa. Il suo tratto, delicato e insieme inquieto, tiene dentro la stessa immagine infanzia e ferita, leggerezza e vertigine. Boom Boom Bunny lavora sulla connessione, Azur del mare sulla ferita. Entrambi però si muovono nella stessa direzione: portare il lettore in un territorio emotivo più che informativo. Accade nelle immagini, nei silenzi, negli sguardi. Accade quando i morti non sono numeri, ma assenze che interrogano. Quando l’accoglienza non è un concetto, ma un gesto. Quando la speranza non è retorica, ma responsabilità. Le pagine che accompagnano Azur del mare parlano di ascoltare, affiancare, consolare, curare. Parlano di donne che esercitano una particolare forma di maternità che è l’accoglienza. Parlano di umanità che resiste. Qui non si educa spiegando. Si educa mettendo in relazione. Non è un caso che Azur del mare sia diventato anche laboratorio teatrale, spettacolo e percorso con adolescenti. In questo progetto il teatro non è messa in scena, ma spazio educativo. Un luogo in cui la storia non si osserva soltanto, ma si attraversa. Nei testi nati dal lavoro con i ragazzi, la parola “confine” si moltiplica. Diventa gabbia, protezione, paura, incontro, possibilità di vedere l’altro. Non sono definizioni. Sono pensieri in formazione. Più che a un’età precisa, Boom Boom Bunny e Azur del mare sembrano rivolgersi a una relazione. A bambini e ragazzi accompagnati. Ad adulti disposti a non proteggere dal dolore, ma ad abitarlo insieme. Sono libri che chiedono tempo, ascolto e presenza. Trovano nel teatro, nei laboratori e nella comunità una prosecuzione naturale. Parti di un progetto più ampio che tenta linguaggi diversi per raggiungere lo stesso punto: l’umano. C’è una frase che sembra custodire il senso profondo di questo lavoro: Che sia concesso ai bambini. Che sia concesso a noi, che bambini non siamo più, di avere sempre a cuore le umane cose. Forse è qui il centro di tutto. Non parlare dell’infanzia, ma difenderne lo sguardo. Quello capace di lasciarsi scompigliare dalle onde, di vedere nel confine una soglia, di riconoscere nell’altro non una distanza, ma una possibilità. A partire da questo lavoro, ho scelto di fare alcune domande per continuare la riflessione con Simone Tansini. 1. Simone, tu vieni dalla musica e dal teatro, curi progetti formativi e culturali legati all’infanzia e all’adolescenza e, dentro questo percorso, sono nati anche Boom Boom Bunny e Azur del mare. Che tipo di ricerca stai portando avanti attraverso questi lavori? La cosa che mi affascina maggiormente e che perseguo da più anni è la commistione tra linguaggi artistici e comunicativi. Credo fortemente nelle contaminazioni tra i generi, perché permettono di scoprire connessioni inattese. Questo pensiero nasce dalla musica e si è sviluppato nel tempo attraverso la letteratura, il teatro e l’editoria. Ho pubblicato graphic novel dedicate a rivisitazioni moderne di opere liriche e persino un gioco da tavolo incentrato sul mondo del teatro d’opera. Con gli anni ho sentito sempre più forte la necessità di portare le competenze maturate verso temi sociali. Avverto il bisogno di dare un senso umano al mio agire, non solo un senso artistico. Questo non significa fare arte superficiale, ma esattamente il contrario: fare arte dove c’è più bisogno di bellezza e di profondità di pensiero. 2. Nei tuoi libri non si spiegano temi sociali o affettivi: si raccontano, si mostrano, si mettono in scena. Perché senti che queste questioni chiedono una forma narrativa e non discorsiva? Credo che questo dipenda dalla mia formazione musicale e teatrale. La maschera del teatro e l’introspezione del personaggio permettono di arrivare al cuore delle persone lasciando a ciascuno il proprio percorso. Quando vediamo un film o un’opera, ognuno ne ha una percezione diversa. Io non voglio spiegare i temi sociali che mi toccano. Li trascrivo e li affido alla sensibilità di chi entra in contatto con essi. Questo atto creativo è un po’ come affidare un messaggio in bottiglia al mare. 3. In un tempo in cui si discute molto di educazione affettiva, credi che la scuola abbia bisogno anche di spazi non disciplinari, dove lavorare su emozioni, relazione, conflitto e cura? Negli ultimi anni lavoro sia come docente interno alla scuola sia come esperto esterno su molti progetti che vanno dallo sviluppo dell’espressività all’educazione affettiva, dalla lotta alla dispersione scolastica alla musica e al teatro nei contesti di fragilità sociale. La scuola ha bisogno di momenti di riflessione e di spazi di confronto non giudicante, non soggetti a valutazione. I ragazzi hanno un forte bisogno di adulti con cui confrontarsi alla pari, in luoghi di reale condivisione delle conoscenze. Ci sono scuole che operano già in questa direzione ed è importante che sia così. 4. Azur del mare è diventato anche laboratorio teatrale e spettacolo. Cosa cambia quando una storia passa dalla pagina al corpo? La magia accade quando i ragazzi diventano protagonisti e mettono in gioco il proprio bagaglio esperienziale su temi inattesi. Quando ho iniziato a costruire lo spettacolo di Azur del mare non ho spiegato subito tutta la trama ai giovani interpreti. All’inizio non pensavano di far parte di una storia così toccante. Ci sono entrati poco alla volta e hanno sentito crescere la responsabilità di ciò che stavano facendo. 5. Quando lavori con bambini e ragazzi su temi così duri, che cosa impari tu da loro? Osservo sempre i ragazzi con grande attenzione, cercando di cogliere anche le sfumature più nascoste. Quando riesco a entrare in contatto profondo con loro mi sento arricchito emotivamente, come se vivessi anche le loro storie. I bambini mi insegnano soprattutto la loro enorme capacità di adattamento. Vivono tutto con intensità, con ingenuità e strumenti propri, ma anche con una sorprendente capacità di trovare strategie per stare nel mondo che li circonda. 6. Viviamo un tempo in cui infanzia, guerra, confini e paure collettive sono di nuovo centrali. Che responsabilità pensi abbia oggi l’arte, soprattutto quando incontra i giovani? L’arte ha una responsabilità enorme perché parla direttamente alle coscienze e alle sensibilità delle persone. Ancora più grande è la responsabilità di chi dell’arte diventa tramite. L’arte deve essere al servizio della società che racconta ed educa. Tra i progetti che mi stanno dando maggiore soddisfazione ci sono Campus Teatro, una sfida artistico-didattica del Teatro Municipale di Piacenza, e Il Canto della Terra. Linguaggi di vita e solidarietà, un progetto che attraversa teatro, musica, fotografia, cinema e filosofia, nel segno di una socialità viva e multiforme. In questi giorni, mentre questo articolo prendeva forma, Simone Tansini ha avviato un corso di canto e lettura interpretata all’interno del carcere di Piacenza. Un’esperienza che lui stesso racconta come attraversata da inattesi “fotogrammi di felicità”, capaci di restituire senso e umanità anche in contesti complessi. Parallelamente continuano a svilupparsi percorsi come Campus Teatro e Il Canto della Terra, progetto sempre più trasversale che intreccia linguaggi artistici diversi e apre nuove possibilità di relazione. Segni concreti di un lavoro che non resta sulla carta, ma continua ad accadere, incontrare, trasformare. Un ringraziamento a Simone Tansini per la disponibilità, la generosità delle risposte e per il lavoro che continua a intrecciare arte, educazione e responsabilità umana, dentro e fuori i contesti più fragili. Un percorso che può offrire spunti preziosi a educatori, insegnanti e operatori culturali che lavorano con l’infanzia e l’adolescenza, alla ricerca di linguaggi capaci di attraversare emozioni, relazioni e cura.                               Lucia Montanaro
January 30, 2026
Pressenza
Scuola, Italia oggi e la “banalità del male”
Proprio nel Giorno della Memoria, nelle scuole italiane si percepisce un clima che ricorda fortemente la Germania degli anni Trenta. Non è un caso che, nella storia, l’educazione sia sempre stata uno dei primi terreni di controllo e conflitto. Non è un caso che le donne siano state escluse dall’istruzione e dalla vita politica e che tutte le dittature abbiano iniziato il proprio percorso censurando e bruciando libri, epurando docenti, adattando e limando il mondo culturale fino a renderlo sterile propaganda. La cultura libera, studiare e sviluppare pensiero critico fa paura a chi non vuole critiche né oppositori, a chi preferisce il silenzio all’elaborazione collettiva, l’obbedienza alla coscienza. Per questo il Giorno della Memoria non riguarda solo il passato, ma interpella direttamente il presente, e in modo particolare la scuola. L’educazione è sempre una pratica di libertà oppure uno strumento di addomesticamento. Non esiste neutralità. Pensare non è un esercizio astratto ma un atto politico e morale. Hannah Arendt lo intendeva come responsabilità verso il mondo comune, Paulo Freire come pratica di libertà; non a caso Frederick Douglass testimoniava già nel 1845 come, nel sistema schiavista, l’alfabetizzazione fosse percepita come un atto sovversivo, capace di incrinare l’ordine imposto. Nel gennaio 2026, mentre si ricordano le vittime della Shoah, il sistema educativo italiano è attraversato da episodi che mettono in discussione il ruolo stesso dell’istruzione in una società democratica. A Roma, il liceo scientifico Augusto Righi è stato trasformato, per un giorno, in una vera e propria “scuola-caserma”: presenza massiccia delle forze dell’ordine, limitazioni di accesso, rimozione di materiali prodotti dagli studenti e controllo degli spazi in occasione di una conferenza istituzionale¹. Quasi in parallelo, in diverse città italiane, sono emerse iniziative che invitavano gli studenti a segnalare i “professori di sinistra”², alimentando un clima di delazione, paura e autocensura. Parlare di diritti umani, ambiente, migrazioni, inclusione, antifascismo diventa così, per alcuni, una colpa da denunciare. Proprio nel Giorno della Memoria, questo clima richiama dinamiche storiche che dovrebbero metterci in guardia. A questo si aggiunge una vicenda che ha suscitato forte preoccupazione nel mondo della scuola: la richiesta di raccolta di dati sugli studenti palestinesi presenti nelle scuole italiane³. Una misura presentata come amministrativa, ma percepita da sindacati e realtà educative come una schedatura su base nazionale o etnica, tanto più grave perché riguarda minorenni. In questo quadro, vale la pena ricordare che la tradizione ebraica custodisce un insegnamento di grande profondità dialogica e pluralità interpretativa. Lo studio dei testi sacri ebraici — sviluppatosi nella pratica della chavruta e nei dibattiti rabbinici che attraversano la Mishnah e il Talmud — non è un’attività solitaria o dogmatica, ma un continuo dialogo e confronto di opinioni diverse che non sempre sono destinate a trovare accordo. Questo patrimonio culturale dialogico, che ha contribuito in modo significativo alla formazione del pensiero critico nella cultura occidentale, appare oggi in netto contrasto con la rigidità e l’imposizione di silenzi che caratterizzano il clima attuale. Il paradosso è doppio: repressione, autoritarismo e censura crescono proprio intorno alle critiche allo Stato di Israele⁴ e si manifestano in un paese guidato da una donna che, senza i diritti duramente conquistati — dall’alfabetizzazione al voto — non sarebbe lì; eppure, sotto la sua leadership, quei diritti e la libertà educativa subiscono regressive limitazioni. La parola dei docenti e il senso della Costituzione La storia insegna che i processi autoritari non iniziano con atti eclatanti, ma con una lenta assuefazione: controlli presentati come necessari, liste giustificate come strumenti amministrativi, silenzi che diventano consuetudine. Hannah Arendt, nel riflettere sul processo Eichmann, parlò di “banalità del male”: non come eccezione mostruosa, ma come prodotto di obbedienze, routine, piccoli atti quotidiani che smettono di essere messi in discussione. Di fronte a questo scenario, una parte del mondo della scuola ha scelto di non tacere. Docenti e intellettuali stanno prendendo parola pubblicamente, consapevoli del momento storico che stiamo vivendo e della responsabilità educativa che ne deriva. Il professore e divulgatore Matteo Saudino, conosciuto come Barbasophia, ha ricordato che l’insegnamento non può essere separato dalla dimensione civica e democratica: «Fare l’insegnante è sempre fare politica», perché significa parlare di convivenza, diritti, pluralità e democrazia. Quando un docente si muove entro questi solchi non sta facendo propaganda, ma esercitando il proprio ruolo nel pieno spirito della Costituzione italiana⁵. Sulla stessa linea, il professor Giorgio Peloso Zantaforni ha denunciato pubblicamente la gravità delle liste promosse in ambito studentesco, osservando che «fa più paura l’antifascismo insegnato piuttosto che il fascismo mai disimparato». Un’affermazione che mette a nudo una contraddizione profonda: ciò che viene percepito come pericoloso non è l’assenza di una rielaborazione critica del passato, ma la sua presenza viva nelle aule scolastiche. Memoria viva, cultura e pluralità Ricordare, oggi, non può ridursi a una commemorazione vuota. Significa difendere i principi iscritti nella Costituzione, nella Dichiarazione universale dei diritti umani e nelle convenzioni nate dalle macerie della Seconda guerra mondiale. I diritti non vivono solo nelle carte, ma nelle pratiche quotidiane: nel modo in cui si insegna, si discute, si accoglie il pensiero critico e il dissenso. La scuola non è un luogo neutro, ma nemmeno uno spazio da sorvegliare e addestrare. È — o dovrebbe essere — una comunità educante, capace di ospitare il conflitto senza reprimerlo, la pluralità senza temerla, la complessità senza ridurla a slogan. Questo richiamo riguarda l’intero mondo della cultura: l’università, la ricerca, l’arte, chiunque produca sapere e bellezza. Non prendere posizione non equivale a essere neutrali: non è imparzialità, ma rinuncia che delega ad altri la responsabilità del pensiero. Significa accettare, più o meno consapevolmente, di funzionare come ingranaggi di un sistema di autoritarismo, propaganda e disciplinamento. Il panem et circenses ha sempre avuto bisogno di operatori dello spettacolo e della distrazione. Difendere la pluralità oggi significa difendere la memoria come pratica viva, non come parola svuotata. Perché senza educazione libera, la memoria si spegne. E senza memoria, i diritti conquistati diventano carta straccia su cui prospera il vuoto. Note 1. Il Righi diventa una “scuola-caserma” per la conferenza di Noemi Di Segni, L’AntiDiplomatico, 26 gennaio 2026. https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_righi_diventa_una_scuola_caserma_per_la_conferenza_di_noemi_di_segni/45289_64961/   2. “Segnala il tuo prof di sinistra”, campagna promossa da Azione Studentesca, organizzazione giovanile di destra legata a Fratelli d’Italia; iniziative documentate a Bergamo, Alba, Cuneo, Palermo, Pordenone e altre città. Corriere della Sera, 27 gennaio 2026. https://www.corriere.it/scuola/26_gennaio_27/segnala-il-tuo-prof-di-sinistra-indignazione-per-la-campagna-di-azione-studentesca-il-movimento-di-cooperazione-educativa-la-db4b6b30-2fed-4479-954f-da1ec4d95xlk.shtml 3. Scuola, circolare del Ministero per schedare bambini e bambine palestinesi, Radio Onda d’Urto, 16 gennaio 2026. https://www.radiondadurto.org/2026/01/16/scuola-circolare-del-ministero-per-schedare-bambini-e-bambine-palestinesi-la-denuncia-dellunione-sindacale-di-base/ 4. In Italia sono in discussione ddl che modificano la definizione di “antisemitismo” secondo l’IHRA, con possibili ricadute penali sulle critiche allo Stato di Israele, insieme a misure di “sicurezza” che normalizzano la repressione. Vedi: Il ddl che normalizza la repressione prima ancora di essere votato, 20 gennaio 2026. https://comune-info.net/il-ddl-che-normalizza-la-repressione-prima-ancora-di-essere-votato/  5. Intervento video di Barbasophia sulla schedatura dei docenti, gennaio 2026 https://youtu.be/1ogvXGF5n7Y Valentina Fabbri Valenzuela
January 28, 2026
Pressenza