Masturbarsi rende cechi. La negazione dei corpiQUANDO BAMBINI E BAMBINE, RAGAZZI E RAGAZZE CERCANO DI SCOPRIRE IL LORO CORPO E
QUELLO DEI COETANEI RARAMENTE HANNO ADULTI PREPARATI IN GRADO DI FORNIRE
INFORMAZIONI IMPORTANTI. MOLTE E MOLTI NON MATURANO COSÌ UNA SESSUALITÀ
CONSAPEVOLE E RISPETTOSA. PER QUESTO IL DIVIETO DELLA NUOVA LEGGE DEL MINISTRO
VALDITARA CIRCA LA POSSIBILITÀ DI TRATTARE LA SESSUALITÀ NELLA SCUOLA
DELL’INFANZIA E NELLA SCUOLA PRIMARIA È PERICOLOSO E VIOLENTO. LA SCUOLA È IL
LUOGO PRIVILEGIATO, PER SCOPRIRE GRADUALMENTE, GIÀ DAI PRIMI ANNI DI VITA, COME
FUNZIONA IL NOSTRO CORPO E COME, ANCHE NELLA LOTTA DEI CORPI, RISPETTARE QUELLO
DEGLI ALTRI, SCRIVE LORIS ANTONELLI, PSICOLOGO ED EDUCATORE. IL FOCOSO SOTTO IL
BANCO, PER DIRLA CON LEA MELANDRI, C’È E CI SARÀ, NON SVANISCE PER LEGGE. TUTTE
LE BAMBINE E I BAMBINI, LE RAGAZZE E I RAGAZZI, HANNO DIRITTO AD AVERE UNA
FORMAZIONE E UN’INFORMAZIONE CHE CONTRASTI CREDENZE, PREGIUDIZI, FANTASMI
ANGOSCIANTI IN CUI METTONO RADICI LA VERGOGNA, LA VIOLENZA, LA PAURA, LA
PREVARICAZIONE
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Negli anni ’80, che ho iniziato da bambino e finito da adolescente, gli anni di
postal market, uno spettro si aggirava nelle nostre vite. Non era il nazismo,
che pensavamo sconfitto, né il comunismo, che da bambino non capivo, e neanche
il diavolo, nonostante a catechismo ce ne parlassero, era la masturbazione, e
più in generale la sessualità. Nella cultura in cui sono cresciuto si diceva che
masturbarsi fa diventare ciechi, e anche che faceva uscire i brufoli, e questo
ha avuto un ruolo ancora più significativo nella preadolescenza di un ragazzo
come me che di acne ci ha sofferto tantissimo.
Ricordo come un momento angosciante e un grande spavento la mia prima
eiaculazione, forse fra la quinta elementare e la prima media. Se avessi saputo
cosa era davvero avrei festeggiato il mio ingresso nel mondo del piacere, e
invece per giorni mi sono preoccupato di aver rotto qualcosa del mio pistolino,
e l’ho controllato ossessivamente infinite volte, chiuso in una silenziosa e
paranoica vergogna.
«È, in sostanza, quello che vado chiedendo da anni alla cultura maschile: che
gli uomini smettano di “occuparsi delle donne” e facciano “autocoscienza”… –
scrive Lea Melandri in Dietro la cattedra, sotto il banco (Prosepero ed., 2025)
– Mi sono accanita, in altre parole, perché gli uomini “partorissero” il loro
corpo, esprimessero sentimenti ed emozioni…».
Ecco, io non sono certo che questo percorso di consapevolezza e autocoscienza
sia compiuto per me, come vorrebbe Lea Melandri, ma sono abbastanza certo che
questa riflessione abbia sentito l’urgenza di esprimersi anche grazie alle
suggestioni che quel libro evoca, rispetto al “focoso sotto il banco”, rispetto
alla sessualità nell’infanzia e rispetto alla più generale negazione dei corpi,
a scuola soprattutto, perché nei primi mesi di “opposizione” alla legge
Valditara sull’educazione sessuo-affettiva, avevo sentito più mia l’urgenza di
parlare di preadolescenza.
Trovo violento e pericoloso, e dunque non ricevibile, il divieto della nuova
legge del ministro Valditara circa la possibilità di trattare la sessualità
nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, perché i corpi e le emozioni
non si castrano per legge. Il ministro dovrebbe saperlo, in caso contrario i
nostri insegnanti dovrebbero spiegarglielo e, se fosse necessario, anche con uno
sciopero a oltranza, fino a ottenere lo stralcio di una legge che viola
gravemente la libertà di insegnamento, ma che, soprattutto, nuoce alla salute
pubblica.
La mia educazione sentimentale e sessuo-affettiva
Da qui il desiderio di portare una testimonianza con le emozioni, e per quanto
mi possa riuscire anche con le parole di allora, della mia infanzia e della mia
adolescenza.
Sono cresciuto, primo di tre figli maschi, in una famiglia mediamente cattolica,
in un piccolo paesino del Molise, ma dai racconti adulti dei miei amici sento
che la mia esperienza somiglia tanto a quella degli altri, e le differenze fra
noi, casomai, non giustificano la censura, ma spiegano ancora meglio la
necessità inderogabile di un’educazione sentimentale e sessuo-affettiva per
tutta la durata dell’istruzione pubblica, dalla scuola dell’infanzia
all’università.
A casa mia il bagno principale era una stanza grande. Di fronte al wc c’era una
sedia con riviste e libri… Un invito alla contemplazione nel momento dei bisogni
fisiologici. Fra queste riviste, molto regolarmente, c’era il settimanale Amica,
rivista di moda e attualità, che fra le pagine spesso esibiva immagini sensuali
e occasionalmente nudi di donne note del mondo dello spettacolo o modelle. Ero
attratto da una vivida curiosità, ancora prima di connettere il concetto di
erezione a quello di desiderio sessuale. Non sapevo né cosa né perché mi
attraesse, ma mi incuriosiva, e le sfogliavo avidamente.
Ricordo che già alle elementari erano frequenti gli “innamoramenti” con le
bambine, anche se ancora non sentivo il bisogno di un contatto fisico, più
spesso sublimato con la lotta libera che mischiava i corpi di noi “maschietti”.
Sono cresciuto pensando che “i maschietti” potessero fare delle cose, “le
femminucce altre”.
Le prime lezioni di educazione sessuale sono arrivate con le riviste
pornografiche che Costantino portava in classe già in quarta elementare. Ma
erano lezioni senza spiegazioni, fatte di immagini senza domande. Forse
Costantino ne sapeva più di noi, era anche di un anno più grande, ma nessuno
osava chiedere, fingendo che tutti capissimo il senso di quel sesso esplicito.
Già in quinta elementare, sempre il mio audace compagno, mi scorrazzava su una
strada provinciale a 9-10 chilometri da casa mia, con il suo motorino, a fare
avanti e dietro dove sostava una prostituta, che ci guardava divertiti.
Tutto mi eccitava, e non sapevo neanche perché. Tutto era segreto, fatto di
nascosto, affinché non scalfisse l’immagine di bambino perfetto che aleggiava su
di me, in famiglia e non solo. Tutto era segreto, tutto era vergogna. Eppure
maturava in me un forte sentimento contraddittorio: pensare che esistessero
sentimenti romantici, belli, dunque giusti, e pratiche sessuali peccaminose,
dunque sporche, e quindi proibite. Cose che si facevano di nascosto, e che se le
facevano i maschi erano “atti impuri”, ma magari si risolvevano con tre Ave
Maria, ma che se le facevano le femmine erano vere e proprie porcherie, che
rendevano impure loro stesse, e per sempre.
È così che un giorno a caso nel bagno di casa mia, fra le pagine di Amica e
quelle della sezione di biancheria intima di Postal Market, sono stato invaso da
un piacere così intenso che ho quasi pianto, e le prime gocce di liquido
trasparente mi hanno introdotto al piacere sessuale. Avevo 11 anni.
Dopo il piacere intenso, durato pochi secondi, mi ha pervaso il terrore, durato
diversi giorni.
Non sapevo cosa fosse successo, né se avessi provocato al mio sesso un danno
irreversibile, rompendo qualcosa che avrebbe perso liquido per sempre. Ho
controllato ossessivamente e ripetutamente il mio pene, per capire se cambiava
qualcosa, consumato fra il desiderio di nascondere tutto e la vergogna che mi si
leggesse in faccia il peccato originale.
E così si sono susseguiti la crescita e la sessualità, in un alternarsi di
curiosità e sensi di colpa, piaceri rinchiusi in bagno e vergogna per la paura
che mi si leggesse in faccia, polluzioni notturne e terrore che mia mamma lo
capisse dalle mie mutande macchiate… in quel segreto prendeva forma un modo di
vedere i maschi e le femmine, di pensare che chi fa alcune cose è sporco, e che
le ragazze che avrai amato quelle cose non le facevano.
Quando ragazzi e ragazze cercano di scoprire il loro corpo
Mai nessuno che vedendomi crescere abbia pensato di spiegarmi qualcosa,
nonostante mia mamma fosse una maestra, e mio padre un uomo estroverso, colto,
con cui potevo parlare di tutto. Di quasi tutto, non di sessualità.
Io ero un ragazzo in grado di sostenere quasi ogni tipo di conversazione con gli
adulti, ma sono cresciuto pensando che il sesso fosse una cosa sporca,
vergognosa, e ho faticato a parlarne anche con gli amici.
Avere le prime relazioni affettive è stato più facile che masturbarmi, perché
sul piacere fisico il marchio morale della vergogna, la paura che davvero i
brufoli fossero una conseguenza dell’auto erotismo, mi hanno sempre spinto al
piacere segreto e a censurarmi. Ho un ricordo di momenti morbosi, poco sereni,
mai liberi.
Questa esperienza e molte cose della mia sessualità infantile e adolescenziale
sono sicuramente comuni, in infinite forme possibili, a bambini e ragazzi che
cercano di scoprire il loro corpo e quello dei coetanei. La stragrande
maggioranza fa queste scoperte attraversando momenti di disagio alternati a
divertimento e complicità, a delusioni e gratificazioni, ma poi in qualche modo
apprende come stare in relazione con sé stesso e con gli altri, dignitosamente,
capisce che nel consenso reciproco si fonda una relazione fatta di corpi, di
scoperta, di piacere, di condivisione, e che no, non è una porcheria e non
sporca chi la fa, ma arricchisce le persone nell’incontro se c’è la sensibilità
che basta a mettere entrambe/i a proprio agio.
Molte e molti però non maturano una sessualità consapevole e rispettosa,
soprattutto oggi, che la pornografia online è la prima e precocissima scuola di
vita, e rischiano di vivere relazioni prevaricanti, possessive, violente, perché
non riescono ad accettare la libertà del corpo e delle emozioni altrui, ancorati
a quel retaggio per cui la sessualità è sporca e soprattutto il corpo femminile
è reso inumano, al servizio del proprio piacere, come in un video porno. Molti
sono rimasti a spiare la vita degli altri dal buco della serratura, travolti da
un trambusto di emozioni che non riescono a leggere attraverso una riflessione
più intima e personale, e sono spaventati da quello che vedono, che un po’ li
eccita, un po’ li confonde, molto li angoscia.
Il focoso sotto il banco c’è e ci sarà
La scuola è il luogo privilegiato, per scoprire gradualmente, già dai primi anni
di vita, come funziona il nostro corpo e come, anche nella lotta dei corpi,
rispettare quello degli altri, e che no, non ci si deve vergognare ad
abbracciarsi fra bambini, che gli affetti passano anche dal contatto fisico, e
che piano piano ognuno ne può capirne il senso, senza spaventarsi.
A volte penso che il mondo della scuola non sia insorto di fronte al divieto di
parlare di sessualità durante l’infanzia perché per primi gli adulti ne sono
imbarazzati, o non sono sicuri di farlo nel modo giusto, allora vale la pena
fare uno sforzo per capire la “propria postura” educativa, visto che di corpi
parliamo, e chiederci se ci possiamo permettere di fare finta di niente, perché
io credo di no, non ce lo possiamo permettere.
Nel 1972 Lea Melandri pubblica sulla rivista “L’erba voglio” un dialogo con i
suoi alunni di scuola media, che riporta anche nel libro già richiamato. Ne
riporto brevi passaggi, e vi rimando al libro stesso per una riflessione più
strutturata:
“Anche in classe portiamo giornali di donne nude. Li guardiamo per imparare,
perché se uno va a letto con una ragazza e non sa quello che fa lo prendono per
finocchio. A scuola i giornali qualcuno li porta anche per farsi ammirare dagli
altri. Che lui sa già tutte queste cose qui…”.
“I ragazzi che vengono a scuola e che non sanno niente, non hanno visto niente,
quando vedono quei giornaletti di donne nude, si riproducono sulle ragazze, le
toccano, gli saltano addosso, gli fanno tutti gli scherzi che vogliono…”.
“Mio padre e mia madre non mi dicono niente, anzi ho anche la raccolta di
giornalini di donne nude. Vorrei dire un’altra cosa: ormai anche i bambini
piccoli sanno queste cose, perché le vedono nei negozi, nelle farmacie…”.
“Noi vediamo questi giornalini e ci facciamo focosi. Allora per tirarci via
questo focoso, saltiamo addosso alle ragazze e ci sfoghiamo…”.
Vorrei riportarvi pagine e pagine di tutti i dialoghi con le ragazze e i ragazzi
delle classi con cui da anni ci occupiamo di educazione alle relazioni ed
educazione sentimentale e sessuo-affettiva, ma è più importante che ognuna e
ognuno rintracci nella sua memoria d’infanzia i sentimenti e le emozioni con cui
ci si è affacciati alla sessualità, inconsapevole prima, consapevole poi, che
faccia memoria del suo corpo, delle sue pulsioni, delle sue vergogne, delle sue
fantasie.
Il focoso sotto il banco c’è e ci sarà, non svanisce per legge. Tutte le bambine
e i bambini, le ragazze e i ragazzi, hanno diritto ad avere una formazione e
un’informazione che contrasti credenze, pregiudizi, fantasmi angoscianti in cui
mettono radici la vergogna, la violenza, la paura, la prevaricazione. Tutte e
tutti loro hanno diritto a una educazione sessuo-affettiva, graduale e
proporzionata all’età, che li aiuti a crescere con più naturalezza e meno ansie
possibili, nel rispetto della cultura di appartenenza e della propria religione,
ma assumendo che nessuna crescita sana può passare dalla negazione dei corpi e
dal bisogno di esplorarli, né che ciò si può delegare alle sole competenze dei
familiari, che per cultura o attitudine quasi mai riescono nel delicato compito
a cui insegnanti ed esperti si dedicano da diversi decenni.
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