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Misurare la povertà educativa. I risultati del lavoro della Commissione scientifica ISTAT
Il 16 e il 17 aprile scorsi, presso la Sala Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli, si è svolto per iniziativa dell’ISTAT il Convegno “Misurare la Povertà Educativa: Risultati e prospettive del lavoro della Commissione Scientifica Interistituzionale”. La Commissione scientifica interistituzionale sulla povertà educativa è stata istituita nel 2023 dall’Istat con il coinvolgimento della comunità scientifica, della società civile, di esponenti di governo e delle istituzioni. Il Convegno, che ha riunito esperti, rappresentanti delle Istituzioni e del mondo educativo, è stato il momento finale di un percorso di studio e approfondimento su dimensioni e determinanti della povertà educativa nel nostro Paese. Nel corso della prima giornata, i lavori si sono concentrati sulla presentazione dei risultati della Commissione, analizzando le diverse dimensioni della povertà educativa. La seconda giornata ha invece esplorato le nuove prospettive della ricerca sul campo e il ruolo della cultura statistica nelle scuole. Nelle diverse sessioni tematiche sono stati approfonditi casi di studio, con un momento speciale dedicato all’esperienza laboratoriale degli studenti. Si sono inoltre svolte due tavole rotonde per creare sinergie tra ricerca, interventi e politiche territoriali. “Il nostro Paese sta facendo progressi importanti nel settore dell’istruzione che si riscontrano nell’andamento di diversi indicatori – ha sottolineato Francesco Maria Chelli, Presidente dell’Istat – Ad esempio, nel 2025, il fenomeno dell’abbandono scolastico precoce si è attestato all’8,2%, registrando un risultato migliore rispetto all’obiettivo fissato dall’Agenda 2030 dell’Unione Europea (9%). Tuttavia, non possiamo ignorare le disuguaglianze che ancora persistono e che la statistica ufficiale ha il compito di illuminare. In questo senso, il lavoro svolto dalla Commissione costituisce un fondamentale benchmark di riferimento. L’aggiornamento periodico di questo sistema di indicatori contribuirà a misurare i progressi, monitorare i cambiamenti nel tempo e valutare l’impatto delle politiche attuate sul territorio.” La povertà educativa è un fenomeno multidimensionale frutto del contesto familiare, economico e sociale in cui i bambini e i ragazzi vivono. La povertà di risorse è una condizione che deriva da una carenza di risorse educative e culturali della comunità di riferimento (famiglia, scuola, luoghi di apprendimento e aggregazione) o da una limitazione nelle opportunità di fare esperienze utili alla crescita personale. La povertà di esiti significa, infine, non avere acquisito competenze personali, sociali e cognitive necessarie per crescere e sviluppare relazioni con gli altri; coltivare talenti e aspirazioni; sentirsi parte di una comunità, a livello collettivo, ed esercitare con consapevolezza il diritto di cittadinanza attiva. Vediamo alcuni dati relativi alla povertà educativa emersi durante il Convegno: il 20,7% di ragazzi in povertà educativa ha genitori con basso titolo di studio; il 37% vivono in abitazioni senza libri o con al massimo 25 libri; il 27,1 % sono figli di genitori che non hanno visto spettacoli fuori casa nell’ultimo anno; il 42,7% sono studenti non iscritti al tempo pieno; il 13,3% sono bambini e ragazzi che dichiarano di vivere in una zona senza spazi verdi, parchi e giardini; il 35,6% sono i bambini che non praticano sport; il 13% sono i bambini e ragazzi che invece si dichiarano poco o per niente soddisfatti della vita; il 9,5% si dichiarano poco o per niente soddisfatti delle relazioni amicali; il 14,1% dichiara che la scarsa fiducia in se stesso non gli ha permesso di superare momenti difficili; il 9,8% è uscito precocemente dal sistema di istruzione e formazione (dispersione esplicita). “Misurare la povertà educativa è fondamentale per definire politiche di contrasto e ridurre le disuguaglianze che colpiscono bambini, bambine e adolescenti – ha ribadito Save the Children, al convegno ISTAT a Napoli – In Italia il 13,8% dei minori vive in povertà assoluta e il 6,5% delle famiglie con almeno un minore si trova in grave deprivazione materiale e sociale. Dati che rendono urgente rafforzare le politiche educative nei territori più fragili. Misurare la povertà educativa è fondamentale per definire politiche di contrasto e ridurre le disuguaglianze che continuano a penalizzare l’orizzonte di migliaia di bambine, bambini e adolescenti nel nostro Paese”. Save the Children che dieci anni fa introdusse in Italia il concetto di “Povertà Educativa – definendola come “la privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni” – e promosse il primo Indice di Povertà Educativa (IPE), per misurare le disuguaglianze educative a livello regionale:  https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/la-lampada-di-aladino.pdf. Ed è significativo che la nuova misurazione elaborata dall’ISTAT abbia adottato proprio un approccio multidimensionale, che non si limita al successo scolastico ma comprende tutte le dimensioni educative della crescita, dallo sport alle opportunità culturali. Importante anche il passaggio dalla dimensione nazionale e regionale alla mappatura dei territori, utile per individuare con maggiore precisione dove concentrare gli investimenti. Il tema degli spazi della crescita sarà centrale nella edizione 2026 di IMPOSSIBILE, la biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza promossa da Save the Children, che si terrà a Roma il 21 maggio e che quest’anno sarà dedicata al tema “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/campagne/impossibile-2026. Giovanni Caprio
April 21, 2026
Pressenza
Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino
Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore provocato della guerra. Infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Dopo le due edizioni precedenti a Roma (qui il convegno del 2024 e qui quello del 2025), quella di quest’anno a Torino presso la sala del Gruppo Abele è stata di fatto l’edizione che ha riscosso più successo di pubblico tra le iniziative organizzate dall’Osservatorio con circa 400 partecipanti online e circa 200 in presenza. Si tratta di un successo che conferma la scelta di privilegiare una città che è diventata un interessante laboratorio politico, dopo i fenomeni di repressione del dissenso e di restrizione degli spazi di democrazia con lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Ma si tratta anche della conferma del fatto che molte persone si stanno accorgendo di ciò che l’Osservatorio denuncia da anni, e cioè che l’orizzonte della guerra, che ci stiamo lentamente abituando ad accettare, necessita di un universo simbolico, di una narrazione mediatica e di una struttura economica che vengono costruite nelle scuole e nelle università. Il convegno, aperto dal saluto di Lucia Bianco, responsabile del Gruppo Abele che ha ospitato l’evento, e da Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ha permesso che il Convegno valesse come aggiornamento per i/le docenti, è stato introdotto da Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, la quale ha spiegato le motivazioni che hanno condotto l’organizzazione a concentrarsi sul tema del Trauma della guerra in continuità con il convegno dello scorso anno, di cui vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra. Il primo contributo del convegno è arrivato da Bruna Bianchi, docente di storia contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La professoressa ha dimostrato quali furono le risposte di quelli che, durante la Prima Guerra Mondiale, una volta ritrovatisi al fronte, presero coscienza del loro rifiuto alla guerra. Attraverso un’elegante collezione di documentazioni manicomiali, fotografie e estratti di diari, l’intervento è andato via via riabilitando la figura del disertore. Un’interessante evoluzione, a livello collettivo, che partendo dalle psicosi e passando per forme di disobbedienza e diserzione individuale (e relativa repressione) arriva a una delle ultime foto, in cui una squadra intera (meno uno) di soldati sorride. Hanno disertato insieme e inviano la foto al loro (ex) comandante! Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della Seconda Guerra Mondiale e in particolare si è soffermato sulla dimensione internazionale della Resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana. Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la strutturazione della resistenza armata. Carlo Greppi: «In guerra si combatte per la Patria, quando si rifiuta la guerra si combatte per l’umanità». A seguire Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano, attraverso ampi passi del suo lavoro scientifico pubblicato ne volume Il cronico trauma della guerra ha evidenziato con drammatica abbondanza di dati quantitativi le conseguenze di lungo periodo dei conflitti armati, soffermandosi sugli effetti di malnutrizione e carestia sui civili, in particolare sui bambini e le bambine e mettendo in evidenza il tema della cronicizzazione dei danni dovuti a questi fenomeni. L’intervento ha permesso di aprire un’importante riflessione sulla fame come arma di guerra, fenomeno che risulta di tragica attualità nella striscia di Gaza. Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e autore con Betta Tusset del volume Sotto il cielo di Gaza, portando sulle spalle una kefiah palestinese, ha costruito il suo intervento partendo da una foto che aveva comprato anni fa nella libreria di Gerusalemme, già allora bersaglio di ripetuti attacchi israeliani. La foto ritraeva due bambine a scuola in un Campo di Rafah nel 1979, entrambe con una mano alzata a chiedere la parola, perché hanno qualcosa da dire. L’immagine evoca un diritto alla scuola brutalmente calpestato, da cui traspare la durezza di una realtà dove le scuole e le università vengono appositamente colpite e poi riempite di mine, in un atto ragionato e deliberato che porta don Nandino a parlare di scolasticidio. Anche don Nandino, come altre relatrici e relatori, mostra la volontà di rinascita e resistenza in questa realtà: tenendo una “mano alzata”, anche lui come le bambine, e leggendo qualche riga di Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila narra di un popolo che, nonostante tutto, continua a studiare e crescere. Dalle parole di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati, traspare come il genocidio nel territori occupati palestinesi segni la fine di tre secoli di pensiero politico. Oggi guerra, terrorismo di Stato e genocidio sono una cosa sola, ossia la forma in cui gli Stati moderni occidentali perseguono i proprio interessi nazionali. Ma la “democrazia” esiste ancora e anzi si definisce proprio come antitetica a tutto questo, sia come fine sia come mezzo, in un finale di presentazione che ci anima e tanto ci ricorda Les Justes di Albert Camus. Luigi Daniele: «Non esiste una guerra per difendere la democrazia. Guerra e democrazia si combattono sempre, talvolta all’ultimo sangue. La guerra è il terreno più fertile dei totalitarismi». Partendo da alcune citazioni dei precedenti interventi, e chiudendo con La guerra che verrà (1939) di Bertold Brecht, Francesco Schettino, docente di economia politica, ha guardato al tema del trauma della guerra attraverso una lente economica, dal momento che il sistema economico capitalistico trova sempre il modo di risolvere le proprie crisi attraverso la guerra. Schettino ha mostrato e motivato la presenza di una crisi globale attuale che altro non è che un tentativo statunitense di mantenere una supremazia economica già perduta all’inizio degli anni 2000 a favore della Cina, aggiungendo ancora un tassello alla pluralità di sguardi del convegno. Infine Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha illustrato i meccanismi attraverso i quali la leva sta tornando in diversi Paesi europei. Facendo riferimento ai concetti di difesa totale e di resilienza, ha sottolineato come la distinzione tra civile e militare sia superata all’interno di un processo d israelizzazione delle nostre società. L’obiezione di coscienza nelle sue forme storiche non è più dunque praticabile e occorre trasformarla in obiezione totale, così come occorre trasformare la resilienza in resistenza. Davanti ad uno scenario geopolitico decisamente cambiato rispetto al passato, in cui le vecchie categorie sono state sostituite da nuove e in cui l’ordine mondiale si regge su un sistema politico ed economico che fa affari con la guerra, occorre che la società civile si decida ad assumere prese di posizione più radicali per fermare il Trauma della guerra. E anche davanti alla necessità di difendere la Patria, quando la Patria è governata da chi si lancia nell’offesa della Patria degli altri, sarebbe il caso, come suggerisce in chiusura Michele Lucivero, docente e attivista tra i fondatori dell’Osservatorio, di ritornare a leggere le parole che don Lorenzo Milani indirizzava nel 1965 ai cappellani militari: Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Nell’articolo originale si possono vedere immagini e slides dei vari interventi.     Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
April 20, 2026
Pressenza
Niscemi e le responsabilità dal sen fuggite
Niscemi frana, oltre un centinaio di famiglie vengono fatte sfollare, diverse centinaia di persone rimangono senza tetto, ma non è il 25 gennaio di quest’anno: è, invece, il 12 ottobre 1997 quando vi fu un primo significativo evento franoso del comune in provincia di Caltanissetta, secondo soltanto al catastrofico rivolgimento tellurico del 1790 che aprì un baratro tra i terreni di sabbia e argilla a testimonianza dell’alto livello di instabilità della zona. La frana del 25 gennaio scorso è stato un evento altrettanto se non più drammatico di quello del 1997, considerata l’estensione di quattro chilometri di lunghezza, il dislivello creatosi che in alcuni punti ha raggiunto i 55 metri e la massa di detriti creata superiore a quella del Vajont, ma non imprevedibile, proprio a causa del precedente che risale a quasi trent’anni fa. Negli anni passati sono state emanate una serie di ordinanze di protezione civile per la messa in sicurezza del territorio che sono rimaste lettera morta. Sul sito della Protezione Civile nazionale è possibile ricostruire la sequela dei provvedimenti adottati, a partire dall’ordinanza 2703/1997 con la quale l’Assessore regionale con delega alla protezione civile è stato a suo tempo nominato commissario per l’attuazione degli interventi d’emergenza.  È proprio a causa di questa trentennale situazione di sostanziale inerzia negli interventi di consolidamento, finanziati per un importo pari a circa 12 milioni di euro, che la Procura di Gela ha iscritto nel registro degli indagati 13 persone fra cui gli ultimi quattro Presidenti della Regione, da Raffaele Lombardo fino a Renato Schifani passando per Rosario Crocetta e Nello Musumeci, attuale ministro con delega alla protezione civile che aveva tuonato contro “gli sciacalli anche in giacca e cravatta” all’indomani dell’evento franoso. Il reato contestato è disastro colposo e danneggiamento a causa di frana per non aver eseguito i lavori e non aver applicato le ordinanze della Protezione civile nazionale sulla mitigazione del rischio. Nell’inchiesta, che in questa prima fase avrebbe individuato responsabilità a partire dal 2010, sono coinvolti anche i responsabili della Protezione civile regionale succedutisi nello stesso periodo Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e Salvatore Cocina, i dirigenti preposti agli uffici contro il dissesto idrogeologico Vincenzo Falgares, Salvatore Lizio, Maurizio Croce, Sergio Tumminello e Giacomo Gargano nonché la responsabile dell’associazione temporanea di imprese che doveva eseguire le opere di mitigazione Sebastiana Coniglio. Ovviamente i politici coinvolti hanno da subito messo le mani avanti esprimendo piena fiducia nell’operato della magistratura (certo, dopo la mazzata del referendum qualche correzione nella linea di condotta andava apportata!), ma dichiarando la propria estraneità verso qualsiasi responsabilità ascrivibile agli eventi calamitosi. Schifani, attuale Presidente, è “convinto che la magistratura accerterà i fatti in tempi brevi” e affronta questa situazione “con tranquillità, consapevole di aver sempre operato con correttezza e senso delle istituzioni”. Musumeci è sereno come Schifani se non di più e parla di “atto dovuto” da parte della Magistratura: “quello che dovevo dire l’ho già detto in Parlamento”, facendo riferimento alle comunicazioni rese all’Aula ai primi di febbraio con le quali è parso scaricare tutte le responsabilità sugli amministratori locali piuttosto che assumersene in prima persona. Anche Lombardo, manco a dirlo, parla di atto dovuto e dichiara la sua estraneità ai fatti. Rosario Crocetta, unico fra gli indagati ad essere stato Presidente di una coalizione di centrosinistra, rivendica addirittura la propria azione contro il dissesto: “il mio governo ha stanziato ben 500 milioni finanziando tutti i progetti segnalati e riguardo a Niscemi non abbiamo ricevuto alcuna richiesta”. Siamo alle solite: chi ha responsabilità di governo cerca sempre di tirarsene fuori quando viene chiamato in causa, salvo poi individuare qualche capro espiatorio da offrire in pasto all’opinione pubblica. Inutile dire che i commenti della politica alla vicenda sono tutti orientati in ragione degli schieramenti di appartenenza, con espressioni di massima solidarietà da parte del centrodestra (anche per Crocetta!) e, al contrario, richieste di dimissioni da parte del centrosinistra.  Qui torniamo su un punto che avevamo già trattato quando Schifani aveva invitato i propri dipendenti ed i cittadini a denunciare i casi di cattiva amministrazione: vuoi vedere che alla fine la responsabilità andrà a ricadere proprio sull’incolpevole cittadino?  Di una cosa siamo sicuri, al momento: davanti a questo ennesimo scaricabarile le conseguenze le stanno pagando coloro che hanno perso le case allora come oggi e che ancora aspettano risarcimenti e soluzioni adeguati ai danni subiti. E insieme a loro le pagano i siciliani che si ritrovano un territorio devastato, le infrastrutture inadeguate e le vie di comunicazione che cadono a pezzi, ma a cui un Ponte non si nega mai! Enzo Abbinanti
April 20, 2026
Pressenza
Insegnare la lingua italiana tra diritti e cittadinanza
Il laboratorio di serigrafia della Scuola di Cittadinanza fa parte della Scuola di italiano, in stile educazione diffusa, promossa da Ciac Parma. Precisione e collaborazione, parola dopo parola, colore dopo colore: si può apprendere anche fuori dalla aule scolastiche e senza banchi, si può costruire una società diversa e antirazzista in tanti modi diversi -------------------------------------------------------------------------------- Entrando nelle aule della scuola d’italiano del CIAC, la prima cosa che colpisce non è il silenzio dello studio, ma il suono di una risata collettiva. Siamo nel cuore di una struttura che ogni giorno accoglie circa 120 studenti, suddivisi in dieci classi che coprono l’intero spettro dell’apprendimento, dal primo approccio all’alfabetizzazione fino al livello A2 avanzato. In via Bandini a Parma, sede della scuola di italiano di Ciac, l’apprendimento della lingua italiana non è considerato un traguardo puramente scolastico, ma un prerequisito fondamentale per l’esercizio dei diritti di cittadinanza.  Lucia, la coordinatrice, spiega come la scuola sia un organismo in costante movimento. “Siamo organizzati su tre sessioni annuali di circa tre mesi e mezzo ciascuna ma manteniamo una flessibilità d’ingresso a ciclo continuo”. Ogni venerdì pomeriggio, i nuovi candidati vengono sottoposti a un colloquio e a un test di livello per garantire un inserimento mirato. Ma la vera notizia è il cambiamento demografico tra i banchi: sebbene gli uomini siano ancora la maggioranza, il numero delle donne è letteralmente esploso negli ultimi due anni. Il segreto? Un’intuizione pratica: lo “Spazio bimbi”. “Abbiamo creato un’area dove le mamme possono lasciare i propri figli durante le lezioni”, mi racconta Lucia. Un piccolo servizio che ha rimosso un ostacolo enorme per l’integrazione femminile. “La mia paura più grande – dice Mariagrazia, una delle “maestre” – è non riuscire a dare abbastanza attenzione a tutti, non cogliere l’esperienza individuale di chi ho davanti”. L’approccio scelto mira a creare un ambiente di apprendimento orizzontale, dove l’errore linguistico diventa un elemento di coesione: “Ridere insieme dei propri sbagli – conclude Mariagrazia – sia quelli degli studenti che quelli della maestra, trasforma l’aula in un gruppo unito”. Il pilastro dell’offerta formativa è la “Scuola di Cittadinanza”, un percorso che si affianca ai corsi mattutini per adulti e pomeridiani per minori. Non è una scuola comune. Si tiene il martedì, mercoledì e giovedì mattina, in orario complementare alle lezioni di lingua. L’obiettivo è trasferire la lingua fuori dalle mura scolastiche attraverso laboratori di arte, musica, serigrafia e giardinaggio, oltre a visite guidate ai musei e alle istituzioni del territorio. Timothy, uno degli studenti della scuola, sottolinea la necessità di questo pragmatismo: “Saper scrivere è importante, ma se non sai rispondere a una domanda semplice come ‘Come stai?’, non puoi dire di conoscere davvero la lingua. La pratica ti permette di parlare con le persone, ed è questa la cosa più utile”. In questo contesto, l’italiano smette di essere una barriera per diventare uno strumento di autonomia. L’obiettivo finale, come emerge dalle diverse voci della scuola, non è solo l’alfabetizzazione, ma la costruzione di una rete di relazioni che permetta a ogni individuo di abitare consapevolmente lo spazio pubblico della città. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Ciaconlus.org -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Insegnare la lingua italiana tra diritti e cittadinanza proviene da Comune-info.
April 18, 2026
Comune-info
Il mezzo è il fine: proposta di adesione alla Marcia Mondiale per la pace e la nonviolenza
Mercoledì scorso si è svolto a Milano l’incontro per la Quarta Marcia Mondiale per la pace e la nonviolenza. Mi ha invitato Guido, della Casa per la pace di Milano. Non ci vedevamo da quando entrambi siamo risultati maturi all’esame di Stato. Frequentavamo, infatti, lo stesso liceo a Milano e già allora eravamo insieme nel collettivo della scuola. Non ci vediamo da 35 anni, ma ci siamo capiti al volo. Solo le relazioni ci faranno uscire dall’abisso e questo ritrovarsi fa parte della riemersione dall’oscurità delle guerre che dobbiamo iniziare o, meglio, continuare. Anche il luogo dell’incontro è significativo. Si tratta del Cohousing Base Gaia di Milano, l’unica esperienza di questo tipo della città lombarda. Una cooperativa edilizia che, acquistando un terreno in zona MM Cimiano e costruendoci sopra un edificio, è riuscita a calmierare i costi esorbitanti del mercato immobiliare meneghino. Non solo: essendo un cohousing, ha un’alta percentuale di spazi comuni insieme agli alloggi dei coabitanti. E proprio in uno di questi spazi si è svolta la riunione milanese per la Quarta Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Non è un caso: è proprio la bellezza che si crea quando mezzi e fini coincidono. Le altre edizioni della Marcia sono state realizzate da un gruppo di persone che ha attraversato molti paesi del globo, incontrando altre persone semplici e anche qualche “grande” della Terra, come Ban Ki-Moon, l’ex segretario delle Nazioni Unite. Questa quarta edizione si svolgerà invece con centinaia, speriamo migliaia, di manifestazioni che avranno luogo in ogni città e in ogni paese, tra il 16 settembre e il 4 ottobre 2026. “Chi non sa cosa fare e soffre per la situazione che vive potrà mettersi al collo un cartello e manifestare”, ha spiegato Rafael de la Rubia l’altra sera. Rafael era l’oratore dell’incontro. Attivista spagnolo, figura centrale dell’umanesimo universalista, è il fondatore e il principale promotore della Marcia Mondiale. “Non sai cosa fare? Ti senti bloccato? Bisogna manifestarlo! Partendo dalla propria manifestazione individuale ci si unisce e si trovano azioni da fare insieme”, ha proseguito a spiegare Rafael “Dobbiamo ricordarci che siamo esseri umani, esseri sociali. Chi vuole può essere coinvolto”. Il discorso è stato ampio e ha toccato molti punti che abbiamo incontrato anche noi nelle Local March for Gaza, come la manipolazione del concetto di Pace, termine che può dire tutto e niente. Per questo la Marcia non è solo per la pace ma anche per la nonviolenza: un binomio che chiarisce meglio mezzi e fini di questa iniziativa e che si è manifestato nell’incontro di Milano, avvenuto in un luogo che realizza l’obiettivo della cooperazione tra gli individui nella coabitazione. C’è stata anche la possibilità, da parte mia, di raccontare la nostra esperienza delle Local March for Gaza, del nostro unirci per reagire all’accettazione dell’inaccettabile: la progressiva e colpevole propaganda che fa del genocidio una possibilità tollerabile. Credo che la nostra esperienza sia molto vicina alla proposta di Rafael de la Rubia e dell’organizzazione internazionale “Mondo senza Guerre e senza Violenza”, l’associazione che ha dato vita al progetto della marcia. Penso sia una proposta importante e vi propongo di aderire come singoli e come Local March for Gaza, ogni singola Local sul proprio territorio. Potete farlo QUI E’ un’azione, per continuare a camminare insieme scritto per le Local March for Gaza Ettore Macchieraldo
April 16, 2026
Pressenza
A San Casciano a scuola si semina pace
Il 28 Marzo si è svolta la prima edizione di “SEMI DI PACE. DIALOGHI, STRUMENTI, LABORATORI SULL’EDUCAZIONE ALLA NONVIOLENZA, PICCOLI SEMI PER COSTRUIRE LA PACE, DENTRO E FUORI LA SCUOLA”.   Un gruppo di docenti dei tre ordini di scuola dell’I.C “il Principe” di San Casciano in Val di Pesa (FI), ha lavorato per mesi, in sinergia con la Dirigente Scolastica, ad un evento che richiamasse la cittadinanza e la scuola al proprio impegno nella costruzione della Cultura di Pace, non come un concetto astratto, non come qualcosa di troppo arduo, ma come quell’insieme di competenze relazionali ed emotive che si esercitano attraverso l’ascolto empatico, l’accettazione dell’altro, il prendersi cura delle relazioni umane, la gestione nonviolenta dei conflitti. Alla scuola spetta il compito di essere il grande laboratorio di possibilità e trasformazione, allenando giorno dopo giorno il modo in cui adulti e ragazzi interagiscono.  Il lavoro di creazione ha portato a individuare alcuni di quei SEMI che, come società civile, abbiamo il dovere di custodire e di praticare, per dare un segno tangibile di impegno contro l’indifferenza e l’individualismo.  Quando entriamo in relazione con i ragazzi, Come ascoltiamo? Come rispondiamo? Come trasformiamo un conflitto? Come portiamo il i nostri corpi e i nostri pensieri nello spazio con l’altro? Come costruiamo fiducia nelle relazioni tra noi adulti e con i ragazzi di cui siamo le guide? Per rispondere a queste domande la giornata è stata organizzata come un ciclo di laboratori esperienziali condotti da formatori e formatrici di alto livello capaci di testimoniare, con la loro vita e la loro professione, alcune delle pratiche possibili, per grandi e per i più piccoli. Tra questi: Olivier Turquet e Camilla Mucè (Piccola Scuola di Pace G. Ontanetti Firenze), Ivan Radicioni (maestro di Aikido e meditazione), Martina Frullanti NINA (Death Education), Michele Redaelli e Fabrizio Martini (Teatro di Comunità -Le Piagge Firenze), Associazione Buriana, La Spiegatrice… Durante la giornata questi valori sono diventati non solo idee, ma esperienze, storie, parole, corpi, emozioni, strumenti, gesti, musica, lavoro di squadra, oltre le maschere dei ruoli. Una giornata che ha intrecciato pedagogia della Nonviolenza, educazione emotiva, giochi cooperativi, arti marziali non competitive, pratiche di crescita interiore e ascolto corporeo, intima scrittura e di espressione, Teatro dell’Oppresso, arti, musica, partecipazione, generazioni a confronto, collaborazione, risate, abbracci e lacrime di commozione. Chiunque sia passato a curiosare o abbia preso parte ai Laboratori Semi, ha potuto provare concretamente, mettendosi in gioco, che portare attenzione alle relazioni e prendersi  cura della comunicazione genera immediati e duraturi effetti positivi sulla qualità della vita, a testimonianza che la Pace si costruisce giorno per giorno nelle piccole azioni. Una giornata per ricordarci ancora e ancora che come insegnanti, docenti e genitori siamo chiamati a rispondere in modo concreto, attivo ed urgente alle domande del nostro tempo, come guide centrate, capaci di prendersi cura.  E di fare la differenza. Siamo convinte che sperimentare a più livelli gesti concreti di dialogo, presenza, gentilezza e rispetto sia ancora la via per trasformare scuola, famiglie e comunità. Vogliamo credere che, nel nostro piccolo, possiamo ancora fare la differenza, vogliamo tenere viva e accesa la Luce in  questi tempi tenebrosi. Chiara Li Vecchi, Gruppo Docenti Semi di Pace Redazione Toscana
April 15, 2026
Pressenza
Pressenza: EireneFest, incontro nazionale “Educazione e Libri per la pace e la nonviolenza”
di Francesca De Vito pubblicato su Pressenza del 12 aprile 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesca De Vito, pubblicato su Pressenza il 12 aprile 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in occasione della presentazione del volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra all’Eirenefest di Roma. SCUOLA E PACE. UNA SCUOLA SOTTO PRESSIONE: TRA MILITARIZZAZIONE E RISCRITTURA DELLA STORIA «L’intervento di Michele Lucivero, filosofo, docente e ricercatore italiano specializzato in etica e antropologia, si colloca dentro un lavoro di analisi e denuncia portato avanti negli ultimi anni dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, di cui è cofondatore. […] Al centro dell’intervento, una critica netta alla trasformazione silenziosa che attraversa la scuola italiana e alla crescente presenza dei militari nei percorsi educativi: dai protocolli del Ministero d’Istruzione e Merito con il Ministero della Difesa ai progetti nelle classi e nei PCTO. Non semplici collaborazioni, ma un cambiamento culturale che rischia di normalizzare la guerra, presentandola in chiave educativa e “valoriale”. Per Lucivero, la sfida è rimettere al centro una scuola che formi alla pace, anche recuperando, in chiave attuale, l’idea di “pace perpetua” di Immanuel Kant del 1975. L’idea kantiana di una federazione di Stati universale e la progressiva scomparsa degli eserciti permanenti appare oggi lontana, ma resta un riferimento politico e pedagogico. D’altronde in Italia esistevano eserciti regionali che poi sono scomparsi in favore di un esercito nazionale. L’ONU, in questa prospettiva, rappresenta un tentativo – incompleto – di realizzazione di quel progetto Kant.Una didattica per la pace passa necessariamente dalla demilitarizzazione del linguaggio e della narrazione storica, ridotta troppo spesso a una sequela di guerre. Rimettere al centro solidarietà, fratellanza, sorellanza significa anche interrogarsi sul senso stesso della “difesa della patria”, alla luce dell’articolo 11 della Costituzione per formare cittadine e cittadini capaci di immaginare e praticare la pace…continua a leggere su www.pressenza.it. Pubblicato anche su Agorasofia.com -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Rudi Dutschke “il Rosso”
Berlino, 11 aprile 1968: ATTENTATO CONTRO RUDI DUTSCHKE, “IL ROSSO” (nato il 7 marzo 1940 a Schönefeld, Germania)_ Leader del movimento studentesco tedesco, è raggiunto da tre colpi di pistola. Lo ferisce il tappezziere Joseph Bachmann. Un estremista di destra fomentato dalla furibonda campagna di stampa della principale catena editoriale tedesca. Sopravvive, ma i danni al cervello gli provocano frequenti attacchi epilettici. Uno di questi, una decina d’anni più tardi lo coglierà nella vasca da bagno, annegandolo_ Rudi Dutschke era certamente una delle persone più intelligenti che si potesse incontrare nel ’67 e ’68, anni tumultuosi e fecondi dei movimenti giovanili, studenteschi e di classe. Studente antiautoritario per eccellenza nel crogiuolo di una Berlino ovest radicale, critica e libertaria, era personalità di spicco dell’SDS, la Lega Tedesca degli Studenti Socialisti. L’ambiente berlinese era sicuramente adatto ad accogliere il fermento artistico, culturale, politico di cui gli studenti della Freie Universitat, l’Università Libera di Berlino, erano portatori. In questo contesto scoppia letteralmente il ’68, preparato dalle agitazioni del ’66 e ’67 principalmente antimperialiste e contro la guerra, in specie quella del Viet Nam. Nelle lotte antimperialiste e contro la natura di classe della scuola emerge Rudi il rosso, come Dutschke fu ben presto ribattezzato, diventando una figura famigliare di ogni corteo, raduno, assemblea, comizio. Le sue doti di agitatore nato e di tribuno ne fecero un leader naturale. Rudi Dutschke traccia un possibile cammino per il movimento degli studenti antiautoritari: “la lunga marcia attraverso le istituzioni”. Indicazione preceduta da un saggio magistrale titolato Le contraddizioni del tardo capitalismo, gli studenti antiautoritari e il loro rapporto col Terzo Mondo che si può leggere in La ribellione degli studenti, edito da Feltrinelli nel maggio 1968. La sua riflessione viene brutalmente interrotta dall’attentato che ferisce Rudi in modo gravissimo l’11 aprile del ’68. Dutschke si salva a stento, rimanendo gravemente menomato, morendo causa i postumi delle ferite nel 1979. Redazione Italia
April 12, 2026
Pressenza
“L’ascesa alla felicità” di Dolci riedita a Palermo
“Come puoi essere felice se intorno a te i tuoi fratelli vengono consumati e travolti dalla fame e dalla miseria?”. Un’affermazione attualissima che ci pone di fronte all’anelito verso una felicità condivisa che nel mondo d’oggi appare quanto mai lontana, considerato lo scenario di guerre e genocidi che producono centinaia di migliaia di morti fra civili inermi e bambini. Attualissima ma non attuale perché questa domanda la rivolgeva un giovanissimo insegnante di una scuola serale di Sesto San Giovanni a Milano ad una platea di studenti e operai fra cui giovani come lui, ma anche uomini meno giovani segnati dalla guerra e dalla lotta per la Resistenza al regime nazifascista: siamo nel 1948 e l’insegnante di 24 anni risponde al nome di Danilo Dolci, l’intellettuale del secolo scorso che meglio di tanti ha saputo coniugare il pensiero con l’agire concreto diventando uno dei più importanti e riconosciuti esponenti del movimento per la Pace e per la non violenza. Se ne parla a Palermo e l’occasione ci è offerta dal libraio ed editore Nicola Macaione che da poco ha riportato alle stampe a distanza di quasi ottanta anni L’ascesa alla Felicità, un’antologia per argomenti che la stamperia Cesare Tamburini di Milano aveva prodotto in sole duecento copie di carta ciclostilata nel 1948, scritta e commentata da Dolci “per mettere a disposizione dei giovani operai, affamati di sapere, quanto non era giusto tenessi solo per me”. Alla presentazione del libro, svoltasi in due giornate venerdì 10 e sabato 11 aprile rispettivamente allo Spazio Cultura della Libreria Macaione e alla scuola “Giovanni Falcone” allo ZEN, i curatori dell’opera Giorgio Carlo Schultze, Giuseppe Barone, Daniela e Amico Dolci, questi ultimi figli del sociologo triestino, ne hanno raccontato la genesi ai tempi della sua prima pubblicazione ed il recente fortuito ritrovamento dell’unica copia ancora esistente presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, salvata anch’essa tra le tante altre opere dagli “angeli del fango” dopo la famosa alluvione del 1966. L’incontro diventa l’occasione per conoscere Dolci prima dell’esperienza di Nomadelfia con don Zeno Saltini nel 1950 e prima che l’anno successivo venga in Sicilia per stabilirsi a Trappeto fra contadini e pescatori per portare avanti le sue battaglie nonviolente in favore degli ultimi, dei ‘banditi’ come lui li definiva, attraverso i digiuni, lo sciopero alla rovescia, la lotta per l’acqua, per un lavoro dignitoso, anch’esso tema attualissimo: proprio venerdì è giunta la notizia della tragica morte sul lavoro dei due operai caduti dalla gru in via Marturano a Palermo i cui nomi è giusto ricordare affinché non siano solo dei numeri in una statistica sugli incidenti (o sarebbe meglio definirli omicidi) sul lavoro: Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine. Tornando all’antologia, il giovane Dolci racchiude in essa citazioni e scritti di pensatori antichi e moderni apparentemente distanti fra loro, i suoi “amici più cari”, come li definisce, a cui dice di essersi rivolto perché ci aiutino a fermarci e riflettere, a dialogare con loro compiendo un vero e proprio atto rivoluzionario soprattutto in una società quasi esclusivamente concentrata sulla compulsiva consultazione degli smartphone, come ci ricorda Giorgio Schultze nel suo intervento evocando efficacemente l’immagine di ‘vibrazioni che entrano in risonanza’. Si tratta delle prime pagine in cui si manifesta la ‘maieutica reciproca’ di Dolci, l’idea di una cultura diversa che abbia ricadute concrete, di libri come strumenti di lavoro e non da essere semplicemente consegnati ad uno scaffale: Giuseppe Barone, collaboratore di Dolci dal 1985, raccontando come egli mettesse in cerchio gli studenti per far loro delle domande e da lì avviare una discussione, ci dice che ‘senza un’idea maieutica dei rapporti sociali non può esistere una democrazia” e questo è il senso profondo dell’opera svolta dal sociologo triestino. Dolci fu in costante contatto con tanti intellettuali dell’epoca, da Bertrand Russell a Bruno Zevi, da Elio Vittorini a Carlo Levi, da Lucio Lombardo Radice ad Aldo Capitini, i quali sostennero le sue battaglie e ne presero le difese, anche nei tribunali come fu per Piero Calamandrei che da avvocato lo difese nel processo seguito allo sciopero alla rovescia del 1956 in cui, insieme ad operai e braccianti, lo stesso Dolci si dette da fare per riparare una trazzera comunale subendo l’arresto e la reclusione presso il carcere dell’Ucciardone. Fra i tanti intellettuali citati, giusto ricordare anche Franco Alasia, scrittore ed esponente della nonviolenza che faceva parte del gruppo di studenti del 1948 alla scuola di Sesto San Giovanni. Durante l’incontro c’è spazio anche per racconti familiari quando Amico Dolci narra della visita nella loro casa della matematica Emma Castelnuovo e della loro paura di figli adolescenti di essere interrogati dall’autrice dei libri di testo sui quali studiavano, salvo poi finire a giocare con lei. E ricordare anche il grosso callo da scrittura che il padre aveva sviluppato fra le dita scrivendo senza mai usare una macchina da scrivere migliaia e migliaia di pagine, di biglietti, di relazioni, di rapporti ‘per riprodurre quella sensazione di gioia di incontrarsi’. E Daniela Dolci, l’altra figlia, sottolinea l’importanza di veicolare questo libro nelle scuole perché questo è un libro scritto per i giovani in quanto offre spunti di riflessioni significativi per la crescita culturale, non essendo necessariamente un libro da leggere dall’inizio alla fine considerato che ogni singola pagina offre il pretesto per avviare discussioni e ragionamenti. La riedizione di questo libro è stata concepita anche per contribuire al rilancio del Borgo “Danilo Dolci” e di tutte le attività collegate fra cui il Centro di Sviluppo Creativo; è, inoltre, prevista la costituzione a breve della Fondazione “Danilo Dolci” ed altre attività quali il progetto “Casa per la Pace” come luogo aggregativo per i giovani nonché la III edizione del Festival “Palpitare di nessi” dal 25 al 28 giugno prossimi. In ultimo, un cenno ai documentari che il regista Alberto Castiglione, presente all’incontro, ha realizzato nel 2004 (“Danilo Dolci, memoria e utopia”) e nel 2007 (“Verso un mondo nuovo”), fino al più recente “Inchiesta su Danilo Dolci” del 2024, disponibili sul canale YouTube. A chiusura dell’incontro, molto partecipato da semplici cittadini insieme a docenti, rappresentanti della società civile, a Padre Francesco della Parrocchia di San Luigi, al Presidente dell’VIII Circoscrizione Marcello Longo, all’Assessore comunale Fabrizio Ferrandelli e molti altri, Nicola Macaione, che ha efficacemente condotto il dibattito, ci ha consegnato l’ultimo pensiero di Danilo Dolci riportato nella quarta di copertina del libro: “L’umanità intelligente e autocritica, in quanto ha incondizionata la propria libertà, ha propria norma l’Utopia, ideale perfezione”. Enzo Abbinanti
April 12, 2026
Pressenza