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L’inverno demografico della scuola
Quasi due milioni di studenti in meno nel 2040 rispetto a oggi. Che, a regole invariate, potrebbero volere dire circa 95.000 classi e 166.000 docenti in meno. Sono, in massima sintesi, i dati drammatici dell’effetto del declino della popolazione italiana sul sistema d’istruzione nazionale, così come emergono da un nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli a partire dai dati Istat per il 2025. L’impatto del declino della popolazione sul sistema d’istruzione italiano è un fenomeno che da tempo preoccupa ed è oggetto di studio, sebbene fatichi a diventare un tema importante del dibattito pubblico e per il momento non trovi risposte da parte della politica. Già nel 2018 la Fondazione Agnelli aveva lanciato un primo allarme (https://www.fondazioneagnelli.it/2018/04/12/scuola-orizzonte-2028/), ma in questi anni le tendenze demografiche che allora potevano essere definite “preoccupanti” sono andate aggravandosi, diventando drammatiche in sé e per le conseguenze che potranno avere sugli equilibri e sulla sostenibilità dell’intero sistema d’istruzione nazionale. > “Il confronto con la previsione costruita anni fa dalla Fondazione Agnelli, si > legge nel dossier, sulla base 2018 mostra che i cambiamenti non sono uniformi. > Sul totale 3-18 la nuova stima per il 2030 è più bassa di circa il 4%. La > correzione è molto più forte per i 3-5 anni, dove la nuova previsione è > inferiore di circa il 18%, e più contenuta per la primaria, intorno al 7%. Per > medie e superiori, invece, la nuova previsione è leggermente più alta, > rispettivamente di circa il 3% e l’1%. Non soltanto lo scenario è diventato > più negativo, ma è cambiata la distribuzione del calo tra le coorti”. > > Il nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli fino al 2040 mostra che > il divario territoriale cresce con l’orizzonte di previsione. Sul totale 0-18, > al 2030 le differenze tra aree sono ancora relativamente contenute: Nord Ovest > e Nord-Est si collocano intorno all’8% di riduzione, mentre Centro e > Mezzogiorno sono intorno al 10-11%. Al 2035 il distacco aumenta: il Nord è > intorno al 13-14%, il Centro al 19% e il Mezzogiorno al 20%. Nel 2040 il > quadro si polarizza ulteriormente, con una riduzione di circa il 15% nel > Nord-Ovest, il 16% nel Nord-Est, il 23% nel Centro e il 27% nel Mezzogiorno. > > “Al 2040, si legge nel dossier, la Liguria, che da tempo è la regione più > vecchia e dove quindi il declino è iniziato prima, è quella con la riduzione > più contenuta del totale 0-18, intorno al 10%. Trentino-Alto Adige, Piemonte, > Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna si collocano in una fascia > di riduzione compresa grosso modo tra il 15% e il 16%. All’estremo opposto, > Sardegna e Basilicata superano il 30% di calo; Puglia e Molise sono poco sotto > questa soglia”. Una parte importante delle differenze territoriali è collegata alle migrazioni. Tra il 2025 e il 2039 il NordOvest cumula un saldo migratorio con l’estero positivo pari a circa l’8% della popolazione iniziale e un saldo interno positivo di circa l’1%. Nel Nord-Est il saldo con l’estero è intorno al 6% e quello interno al 2%. Al Centro il contributo dall’estero resta elevato, circa il 7%, mentre quello interno è solo leggermente positivo. Nel Mezzogiorno il saldo con l’estero è comunque positivo, intorno al 5%, ma viene in parte compensato da un saldo interno negativo vicino al 3%. La Lombardia è un buon esempio di questo meccanismo: il saldo internazionale cumulato è vicino all’8% della popolazione 2025 e quello interno è positivo, anche se inferiore all’1%. Questa capacità attrattiva contribuisce alla migliore tenuta complessiva della Regione e si accompagna a un profilo più favorevole delle fasce giovani. Non è però un’eccezione assoluta: Liguria, Piemonte ed Emilia-Romagna mostrano anch’esse saldi migratori complessivi molto positivi. Le stime della Fondazione Agnelli sollecitano una discussione, indicando il margine che il calo demografico potrebbe aprire per opzioni di politiche dell’istruzione diverse, ma che non necessariamente si escludono a vicenda. Fra queste, il rafforzamento del tempo scuola e la scuola del pomeriggio (soprattutto alle medie), il rafforzamento del sostegno, una maggiore stabilità degli organici, classi meno numerose e interventi mirati nelle aree a più forte rischio di povertà educativa. E, più in generale, potrebbe anche suggerire una riallocazione delle risorse che lo stesso declino potrà fare risparmiare fra i vari gradi dell’istruzione: ad esempio, per l’università, dove sono necessari più laureati; ma anche per gli asilo nido, che in Italia vedono una partecipazione dei bimbi più piccoli (0-2) ancora modeste. Sono le scelte che la politica sarà chiamata a fare a breve, alla luce del drammatico calo. “ > È importante evitare una lettura univoca del declino demografico, si legge nel > commento finale del rapporto. Il fenomeno combina tre dimensioni: il > progressivo passaggio del calo tra i cicli scolastici, una divergenza > territoriale crescente – già evidente nei totali di macroarea – e il ruolo > delle migrazioni nel modificare le traiettorie regionali. Per la scuola > significa conseguenze diverse per tempi e intensità: alcuni territori dovranno > affrontare un forte ridimensionamento della rete e degli organici potenziali; > altri, soprattutto nel Centro-Nord, avranno margini più contenuti e in alcune > fasce giovani potranno vedere una stabilizzazione. Anche in termini di > politiche, dunque, ha senso ragionare per ciclo e territorio, non solo in > ottica nazionale”. Qui “L’inverno demografico della scuola” della Fondazione Agnelli: https://www.fondazioneagnelli.it/wp-content/uploads/2026/10/FONDAZIONE-AGNELLI-INVERNO-DEMOGRAFICO-SCUOLA_FINALE.pdf. Giovanni Caprio
October 24, 2026
Pressenza
Dakar 2026, dal 31 ottobre al 13 novembre 2026: un recordman, una fiaccola e una comunità in movimento da Colle di Val d’Elsa
A Colle di Val d’Elsa, in provincia di Siena, in Toscana, batte un cuore senegalese e italiano. È la Mutuelle de Solidarité des Sénégalais en Italie, guidata dal Presidente Moussa Fall e dalla Segretaria Generale Eugenia Mellea. Ex atleta olimpico a Seul 1988, ex primatista senegalese degli 800 metri in 1’44”06 a Zurigo, Moussa Fall ha portato lo sport senegalese nel mondo. Oggi lo porta nelle scuole, nelle famiglie e tra i giovani, insieme alla Segretaria Generale Eugenia Mellea, anima organizzativa e culturale della Mutuelle. Il suo cammino ha trovato il momento più simbolico a Saint-Louis, la sua città natale, dove ha portato la fiaccola olimpica per i Giochi Olimpici Giovanili Dakar 2026. Da atleta a tedoforo, da Seul a Saint-Louis: la storia continua. I Giochi Olimpici Giovanili Dakar 2026 si svolgeranno dal 31 ottobre al 13 novembre 2026 a Dakar, Diamniadio e Saly, in Senegal. Saranno i primi Giochi Olimpici in Africa. La Mutuelle non si limita al sostegno sociale. Sostiene lo sport internazionale come strumento di integrazione, educazione e solidarietà. Lo fa insieme al suo partner: Voce della Scuola. Con Voce della Scuola, la Mutuelle parla alle scuole e ai giovani talenti in Italia. È a scuola che tutto comincia: rispetto, impegno, lavoro di squadra, amicizia tra culture. Ci rivolgiamo anche alle Università, in particolare all’Università di Siena, per creare ponti e dialogo in una prospettiva internazionale di pace e sport senza barriere. Come diceva Nelson Mandela: “Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose riescono a fare.” La Mutuelle de Solidarité des Sénégalais en Italie sarà presente a Dakar 2026 con un proprio stand, insieme ad altre rappresentanze internazionali, per raccontare la sua storia, i suoi progetti e il legame tra Italia e Senegal. Dakar 2026 inizia a Dakar, ma la sua eredità si costruisce anche qui, in Italia, nelle scuole, nelle università, nelle palestre, nei sogni dei giovani. Questo è il nostro appello: alle scuole d’Italia, alle università, agli insegnanti, ai professori, agli allenatori e alle famiglie. Ai giovani talenti italiani e senegalesi che crescono in Toscana e in tutta Italia. Costruiamo insieme ponti, non muri. Attraverso lo sport, attraverso il dialogo, attraverso la pace. Unitevi a noi. Mutuelle de Solidarité des Sénégalais en Italie In collaborazione con Voce della Scuola Colle di Val d’Elsa (SI), Toscana Presidente: Moussa Fall — Segretaria Generale: Eugenia Mellea www.mutuelledeisenegalesi.org Redazione Italia
October 23, 2026
Pressenza
Giulia Di Rocco alla Fiera ‘Didacta Italia’ – Abruzzo: la prima donna Rom italiana a partecipare come relatrice
“UN TRAGUARDO STORICO E DI ALTO VALORE SOCIALE E CULTURALE SEGNA L’EDIZIONE ABRUZZESE DEL PIÙ IMPORTANTE APPUNTAMENTO FIERISTICO NAZIONALE DEDICATO ALL’INNOVAZIONE SCOLASTICA E ALLA DIDATTICA”, ANNUNCIA L’ASSOCIAZIONE AMICI DI ZEFFERINO, CHE COMUNICA: > Venerdì 23 ottobre presso il polo fieristico di Lanciano a partire dalle ore > 16:50 all’interno del ricco programma di eventi e convegni prenderà la parola > Giulia Di Rocco, attivista per i diritti umani, giurista e figura di spicco > delle comunità Rom, assistente legale mediatrice culturale e membro del Forum > istituito dall’UNAR (Ufficio Nazionale Anti Discriminazione) presso il > Ministero delle Pari Opportunità, inoltre presidente della Commissione per > l’inclusione presso la Provincia di Teramo, della Romanì Kriss e > dell’associazione Amici di Zefferino. > > La sua presenza riveste un significato di straordinaria rilevanza: è infatti > la prima volta nella storia della manifestazione che una donna Rom italiana > partecipa in qualità di relatrice, portando la propria voce, le proprie > competenze e un contributo fondamentale sui temi dell’inclusione, dei diritti > e della cittadinanza attiva nel mondo della scuola. > > La partecipazione di Giulia Di Rocco a Didacta Abruzzo rappresenta > un’occasione preziosa di crescita e riflessione per l’intera comunità > educante. Attraverso il suo intervento, si intende stimolare il dibattito sul > ruolo cruciale dell’istruzione e della formazione come leve indispensabili per > superare stereotipi, discriminazioni e barriere culturali, promuovendo una > scuola sempre più aperta, plurale e accessibile a tutti. > > La presenza di una personalità di tale calibro a Lanciano conferma la fiera > non solo come vetrina di eccellenze tecnologiche e metodologiche per la > didattica, ma anche come uno spazio di confronto civile sui grandi temi > dell’uguaglianza e dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Redazione Italia
October 20, 2026
Pressenza
Anche in Emilia-Romagna Valditara vuole il ‘reclutamento’
Studenti in piazza, esercito fuori dalle scuole. L’obbedienza non è più una virtù. Le nostre proposte: obiezione, difesa civile non armata, educazione nonviolenta ai conflitti Mentre gli studenti italiani, insieme a quelli di tutta Europa, scioperano e protestano contro la leva militare e le spese per preparare la guerra dei rispettivi governi, sottratte anche agli investimenti per la scuola, l’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna – che risponde direttamente al ministro Valditara – chiede ai dirigenti delle scuole secondarie di secondo grado di aprire le aule all’”ufficio reclutamento e comunicazione” dell’esercito. Rispondendo alla perentoria sollecitazione del “Comando militare esercito Emilia-Romagna” per promuovere il reclutamento direttamente presso gli studenti, fin dal primo biennio. Attenzione alle date: con una manovra di accerchiamento degli adolescenti – che sempre di più, anche in Italia, prendono un sano distanziamento dalle caserme e dalle divise – il 22 settembre esce sulla piattaforma Netflix la serie tv Minerva che normalizza e rende attraente la scuola militare; il 23 settembre esce sul sito dell’Usr (datato 21 settembre) la comunicazione dell’esercito che promuove, al primo punto, l’incontro con studenti e studentesse del primo e secondo anno per “divulgare le modalità di ammissione e l’offerta formativa delle Scuole Militari di Napoli e Milano”: scuole residenziali dalle rette molto basse, con cui lo Stato anziché incentivare il diritto allo studio nelle scuole civili offre la possibilità di pagarsi gli studi in quelle militari specie alle famiglie più povere. Mentre ai più grandi, di quarta e quinta, si divulga l’offerta formativa dell’Accademia Militare. Alle altre classi, illustrazione delle attività dell’esercito italiano. In una scuola dove è vietata o limitata fortemente l’educazione sessuo-affettiva, dove si subiscono ispezioni e sanzioni se i docenti parlano del genocidio in Palestina, dove l’ingresso di formatori pacifisti e nonviolenti è spesso censurato, o subordinato alla presenza di un cosiddetto “contraddittorio”; ebbene in una scuola su cui si investe appena il 4% del PIL – mentre le spese militari sono lanciate verso il 5%, come da imposizione della Nato – hanno libero accesso, e senza contraddittorio, le mimetiche e le stellette per convincere ragazzi e ragazze che l’unico modo di “risolvere le controversie internazionali” e “difendere la patria” è arruolarsi. Invece, la guerra e la sua preparazione sono ripudiate dalla Costituzione che prevede – come da ripetute sentenze della Consulta – anche la difesa non armata e nonviolenta del Paese e delle sue istituzioni. Contro la guerra globale permanente e il bellicismo crescente è a questo che avrebbero bisogno di essere formati studenti e studentesse: alle forme di obiezione alla guerra, alle modalità di difesa nonviolenta, all’efficacia della resistenza civile, ai metodi di de-escalation dei conflitti, agli esempi di “pace con mezzi pacifici”. Serve un cambio di paradigma culturale: dalla preparazione della guerra alla preparazione della pace. Per queste ragioni, la Rete pace e nonviolenza dell’Emilia Romagna condanna fermamente l’ingresso dell’esercito nelle scuole, invita gli insegnanti alla disobbedienza civile contro la loro militarizzazione, si pone a fianco delle lotte nonviolente degli studenti e si offre disponibile ai dirigenti scolastici nei vari territori per formare docenti e studenti ai saperi della nonviolenza. Scriveva don Lorenzo Milani ai giudici che lo incriminarono proprio in quanto insegnante: di fronte alla guerra e alla sua preparazione “bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”. Il coraggio che serve oggi più che mai, a cominciare dagli adulti educatori. RETE PACE E NONVIOLENZA EMILIA ROMAGNA Bologna, 19 ottobre 2026 Redazione Bologna
October 19, 2026
Pressenza
Palermo, legionella dai rubinetti di scuola. Il Comune fa scaricabarile…
Riceviamo e volentieri diffondiamo COMUNICATO E NOTA DEI/DELLE DIRIGENTI SCOLASTICHE/CI Caso contaminazione idrica all’I.C. “Marone – Tomaselli”: piena solidarietà alla Dirigente Serena Roccaro «Basta scaricabarile sulla scuola: la sicurezza strutturale e degli impianti è dovere inderogabile dell’Ente locale» In riferimento al clamore mediatico relativo alla situazione capitata alla Dirigente scolastica Serena Roccaro, anche a seguito di una nota formale inviata dal sindaco Roberto Lagalla all’ASP 6, agli uffici comunali e, per conoscenza, alla stessa dirigente, si fa presente quanto segue. I/Le Dirigenti Scolastiche/ci esprimono la più sentita e incondizionata vicinanza e solidarietà alla collega Serena Roccaro, Dirigente Scolastica dell’Istituto Comprensivo “Publio Virgilio Marone – Tomaselli” di Palermo, ingiustamente investita da polemiche e rilievi che respingiamo con fermezza. La presa di posizione del Comune e le relative ricostruzioni giornalistiche configurano una narrazione volta ad attribuire alla scuola una parte rilevante delle responsabilità. Riteniamo inaccettabile il tentativo di trasformare il Dirigente Scolastico nel capro espiatorio di criticità che appartengono a tutt’altra sfera di competenza: • Documentazione tecnica e conformità degli edifici: le accuse relative a presunte segnalazioni tardive, controlli non tempestivi, criticità non segnalate o all’assenza di documentazioni amministrative omettono un dato fondamentale: la scuola non possiede né deve possedere tali atti. Fascicoli di conformità, schemi delle reti idriche, cisterne e autoclavi sono di esclusiva pertinenza e conservazione degli uffici tecnici comunali dell’Edilizia Scolastica. Chiederli al Dirigente equivale a pretendere che la scuola certifichi la conformità di un immobile non suo. • Discrepanze analitiche e bonifiche strutturali: i dubbi sollevati dall’Amministrazione comunale su una presunta “discrepanza” tra la prima sanificazione (svolta il 6-7 ottobre dalla ditta incaricata) e gli esiti dei campionamenti successivi — che hanno rilevato valori altissimi di legionella (fino a 52.000 unità/litro al plesso Trinacria) e batteri coliformi — mirano a screditare l’efficacia delle misure adottate dalla scuola. Si omette, tuttavia, che le condutture e le autoclavi comunali richiedono bonifiche radicali e strutturali, non semplici trattamenti di facciata. • Procedure e tempistiche di avvio anno scolastico: entrare nel merito del “poteva essere fatto prima” senza adeguati riferimenti denota una scarsa conoscenza delle procedure in capo alla dirigente scolastica, la quale ha comunque operato nel mese di settembre. Tale arco temporale è del tutto congruo e necessario per far fronte ai molteplici adempimenti amministrativi, gestionali e organizzativi tipici dell’avvio di ogni nuovo anno scolastico. • Tutela della salute pubblica vs emergenza logistica: Porre l’accento unicamente sui disagi provocati da dieci giorni di sospensione didattica per circa 1.190 studenti e studentesse significa trattare una chiusura cautelativa come un mero danno organizzativo imputabile alla gestione scolastica, anziché riconoscerla per ciò che è: un atto obbligato e doveroso a tutela della salute pubblica e dell’incolumità della comunità educante. Questi elementi documentano come il tentativo di riversare l’onere della vicenda sulla dirigente sia già in atto: la dirigenza viene chiamata a rispondere dello stato igienico-sanitario e impiantistico degli stabili, eludendo il dato normativo cardine (Legge 23/1996 e art. 18, co. 3, D.Lgs. 81/2008) che attribuisce la totale e inderogabile responsabilità degli edifici e degli impianti all’Ente proprietario. Tutto ciò costringe spesso le scuole ad attivare procedure in autotutela, senza la necessaria collaborazione dell’Ente locale. Quello che è accaduto alla Dirigente Roccaro potrebbe capitare a ciascuna/o di noi, chiamate/i quotidianamente a sobbarcarci oneri impropri nell’ottica della collaborazione istituzionale. All’interno di una scuola autonoma, il Dirigente regge un carico smisurato: la conduzione didattica, la gestione del personale, l’inclusione, gli adempimenti contabili e la tenuta della comunità scolastica. Non si può pretendere che risponda anche dello stato di conservazione delle reti idriche cittadine. Sarebbe auspicabile avere maggiore attenzione e rispetto per chi gestisce in prima linea situazioni di emergenza non imputabili alla scuola. Chiediamo con forza maggiore collaborazione e reale sostegno, non attacchi mediatici e istituzionali. Chiediamo con urgenza all’Amministrazione comunale: 1. Di garantire interventi di bonifica, manutenzione straordinaria e ripristino radicali, efficaci e certificati. 2. Di individuare soluzioni logistiche dignitose e immediate per assicurare il diritto allo studio degli alunni e delle alunne, senza scaricare disagi su famiglie e personale scolastico. 3. Di ristabilire un clima di leale cooperazione istituzionale, fondato sul rispetto dei reciproci ruoli e sul riconoscimento che la sicurezza degli edifici si garantisce con investimenti e interventi strutturali, non con le accuse a mezzo stampa. I/Le Dirigenti Scolastiche/ci restano compatti e vigili a fianco della collega Serena Roccaro e dell’intera comunità scolastica dell’I.C. “Marone – Tomaselli”. Seguono firme di dirigenti di 109 scuole della provincia di Palermo e oltre Redazione Palermo
October 18, 2026
Pressenza
La scuola non si difende con le cariche
COMUNICATO COBAS SCUOLA TORINO SULLE OCCUPAZIONI STUDENTESCHE E SULLA MANIFESTAZIONE DI IERI La scuola non si difende con le cariche. La legalità non può essere a senso unico! Abbiamo volutamente scelto di diffondere questo comunicato dopo la bellissima manifestazione di oggi delle studentesse e degli studenti di Torino. Non avevamo ritenuto opportuno intervenire prima perché pensavamo — e continuiamo a pensare — che il merito di ciò che è stato costruito in questi giorni dovesse essere lasciato interamente a chi lo ha realizzato: le studentesse e gli studenti. Sia chiaro: noi c’eravamo. Eravamo nelle scuole, abbiamo discusso con loro, ci siamo confrontati e abbiamo dato consigli. Ma non ci sembrava corretto mettere il cappello su una mobilitazione nata dal basso, dall’autorganizzazione e dalla volontà degli studenti e delle studentesse di far sentire la propria voce. Oggi, dopo la manifestazione, sentiamo però il dovere di parlare. E lo facciamo senza ambiguità. La manifestazione di oggi è stata bellissima. La risposta delle forze dell’ordine, invece, solleva interrogativi gravi che non possono essere liquidati con il solito racconto degli scontri. Ancora una volta, il dibattito pubblico rischia di concentrarsi sulle immagini della tensione, mettendo in secondo piano le ragioni della protesta e le responsabilità di chi ha gestito l’ordine pubblico. Ma non si può raccontare quanto accaduto come se gli scontri fossero comparsi dal nulla, senza ricostruire la dinamica degli interventi della polizia e senza chiedersi quale ruolo abbiano avuto le cariche nell’alimentare la tensione. Quando la risposta a una manifestazione studentesca sono gli idranti e le cariche, il problema non può essere ridotto al comportamento di chi protesta. Le ragazze e i ragazzi sono scesi in piazza per rivendicare il diritto allo studio, denunciare i tagli alla scuola pubblica e contestare scelte politiche che continuano a sacrificare istruzione, sanità e servizi pubblici mentre si destinano risorse crescenti agli armamenti. Hanno portato nelle strade il disagio di una generazione che troppo spesso viene ascoltata soltanto quando protesta e viene trattata come un problema quando decide di organizzarsi. Di fronte a questa mobilitazione, ci saremmo aspettati la capacità di garantire il diritto di manifestare, prevenire le situazioni di rischio e tutelare l’incolumità di tutte le persone presenti. Ci chiediamo invece perché la gestione della piazza sia arrivata alle cariche e all’uso degli idranti contro studenti che volevano esprimere pubblicamente la propria rabbia. Chi ha deciso le modalità dell’intervento? Quali valutazioni sono state fatte prima di procedere alle cariche? Quali misure sono state adottate per evitare che la situazione degenerasse? E soprattutto: si ritiene davvero che la repressione sia una risposta adeguata alle richieste delle giovani generazioni? Sono domande precise, alle quali le istituzioni devono dare risposte altrettanto precise. Non accettiamo che la parola «ordine pubblico» diventi una formula buona per giustificare qualsiasi intervento. Garantire la sicurezza significa anche proteggere il diritto di riunirsi e manifestare, limitare l’uso della forza a quanto strettamente necessario e assicurare che ogni intervento sia proporzionato e verificabile. Non significa trasformare una piazza studentesca in un terreno di scontro. La polizia non può essere inflessibile con chi manifesta e incapace di prevenire ciò che mette in pericolo le scuole e le comunità che le abitano. In questi giorni, mentre gli studenti cercavano di portare avanti le proprie iniziative, si sono verificate anche devastazioni in alcuni istituti. Condanniamo la distruzione degli spazi scolastici, che appartengono all’intera comunità, e chiediamo che siano accertate le responsabilità individuali. Ma proprio per questo non accettiamo che le responsabilità vengano attribuite collettivamente a un intero movimento studentesco. Resta una domanda che riguarda direttamente la politica nazionale: perché, di fronte alle devastazioni delle scuole, la discussione pubblica si è concentrata sulla condanna dei danneggiamenti, mentre dopo la manifestazione di oggi alcuni esponenti politici sono intervenuti con tanta rapidità e durezza per attaccare il movimento studentesco? Dov’era la polizia mentre alcune scuole venivano devastate da gruppi che nulla sembravano avere a che fare con le mobilitazioni studentesche? Perché non è stata in grado di impedire queste azioni e di tutelare il diritto degli studenti a portare avanti le proprie iniziative? Perché gruppi che, secondo le testimonianze e le ricostruzioni circolate, avrebbero agito con modalità organizzate sono riusciti a mettere in seria difficoltà le occupazioni, mentre la risposta delle forze dell’ordine si è poi concentrata sugli studenti scesi in piazza per manifestare? In alcuni istituti, a pochi metri dalle caserme, possibile che nessuno abbia visto nulla? Possibile che non ci si sia accorti della presenza di gruppi che sembravano avere come unico obiettivo quello di devastare gli spazi scolastici, senza alcun legame riconoscibile con le rivendicazioni degli studenti di quelle scuole? Non vogliamo lanciare accuse senza prove, né trasformare interrogativi legittimi in conclusioni precostituite. Ma proprio per questo chiediamo che venga fatta chiarezza. È stata valutata la possibilità che queste azioni abbiano avuto l’effetto, se non l’obiettivo, di screditare il movimento studentesco e far fallire occupazioni che avevano parole d’ordine precise? Occupazioni che rivendicavano il diritto allo studio, un’istruzione dignitosa e la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la vita scolastica? E come mai i comitati giovanili di Fratelli d’Italia sono intervenuti così rapidamente con comunicati che sembravano trovare nelle devastazioni la conferma delle proprie posizioni, identificando i responsabili con i cosiddetti «maranza»? Una coincidenza politica che merita almeno una riflessione. Le devastazioni hanno messo in difficoltà il movimento, hanno colpito soprattutto gli studenti meno politicizzati e hanno offerto un facile pretesto a chi vorrebbe liquidare le occupazioni come semplice vandalismo. Non sappiamo chi ci sia dietro quei gruppi e non intendiamo attribuire responsabilità senza elementi concreti. Ma chiediamo che si indaghi seriamente, senza scorciatoie e senza utilizzare quanto accaduto per criminalizzare indiscriminatamente gli studenti. Dopo gli episodi di devastazione, abbiamo assistito a dichiarazioni che hanno offerto una rappresentazione dei giovani come problema di sicurezza, alimentando stereotipi e generalizzazioni. Dopo la manifestazione, gli episodi di tensione sono diventati un’occasione per rilanciare la richiesta di maggiore severità. Ma perché tanta solerzia nel condannare gli studenti e così poca attenzione, nel dibattito politico, alla necessità di chiarire come sia stata gestita la piazza? Chi si assume la responsabilità delle decisioni che hanno portato alle cariche? Chi verifica la proporzionalità dell’uso della forza? Chi risponde se saranno accertati comportamenti illegittimi da parte di chi avrebbe dovuto garantire il diritto di manifestare? Non chiediamo indulgenza per chi ha devastato le scuole o commesso atti di violenza. Chiediamo lo stesso rigore nell’accertamento di tutte le responsabilità. Non possono esistere responsabilità da perseguire con la massima severità e altre da considerare secondarie perché riguardano l’operato delle istituzioni. La legalità non può essere invocata a senso unico. Se si pretende che gli studenti rispondano delle proprie azioni, è altrettanto necessario che le modalità di intervento delle forze dell’ordine siano trasparenti, proporzionate e sottoposte a verifica. La credibilità delle istituzioni non si misura soltanto dalla fermezza con cui condannano chi protesta, ma anche dalla trasparenza con cui rendono conto del proprio operato. Ci chiediamo inoltre perché le devastazioni e gli episodi di tensione debbano diventare il pretesto per spostare l’attenzione dalle ragioni della mobilitazione: una scuola pubblica impoverita, il diritto allo studio, le disuguaglianze e le risorse destinate agli armamenti anziché ai servizi pubblici. In questo modo, una questione sociale e politica viene ridotta a una questione di ordine pubblico, mentre chi manifesta viene identificato con gli episodi più gravi, indipendentemente dalle proprie responsabilità individuali. Noi non accettiamo questa operazione. Vogliamo che si faccia piena luce sui danneggiamenti, ma anche sulla gestione della manifestazione e sulle ragioni delle cariche. Vogliamo che ogni responsabilità venga accertata, senza protezioni e senza capri espiatori. La scuola non è una caserma. Le studentesse e gli studenti non sono un nemico da contenere. Le occupazioni e le manifestazioni sono espressioni di conflitto e partecipazione che devono essere affrontate nel rispetto dei diritti, non trasformate automaticamente in questioni di sicurezza. Come COBAS Scuola Torino rifiutiamo una concezione dell’ordine pubblico che finisce per mettere sullo stesso piano il dissenso e la minaccia, la protesta e la violenza. Rifiutiamo l’idea che la risposta alle contraddizioni sociali, alla precarietà e all’impoverimento della scuola pubblica debba essere affidata alla forza. La repressione non risolve le ragioni della protesta. Le nasconde, rischia di esasperarle e allontana ulteriormente le giovani generazioni dalle istituzioni. Una scuola che vuole educare alla democrazia deve riconoscere il valore del dissenso, anche quando è scomodo, conflittuale e mette in discussione le scelte di chi governa. E ora dobbiamo aspettarci l’ennesimo decreto sicurezza? Dobbiamo assistere all’ennesimo tentativo di utilizzare episodi di tensione per restringere gli spazi di manifestazione, inasprire le sanzioni e intimidire chi sceglie di mobilitarsi? Non accetteremo che quanto accaduto venga trasformato in un pretesto per nuove strette repressive. La condanna della violenza non può diventare la copertura politica per colpire il dissenso e mettere a tacere un’intera generazione. Noi continueremo a stare al fianco delle ragazze e dei ragazzi, senza sostituirci a loro e senza appropriarci delle loro iniziative. Lo faremo perché difendere la scuola significa difendere il diritto allo studio, la libertà di espressione, la partecipazione democratica e la possibilità per le nuove generazioni di immaginare un futuro diverso. La scuola non si difende con le cariche. La legalità non può essere a senso unico. La democrazia non si misura dalla tranquillità delle piazze, ma dalla libertà di chi le attraversa per far sentire la propria voce. Redazione Italia
October 18, 2026
Pressenza
Argentina, a Córdoba università occupate
Nel quadro della lotta per l’effettiva applicazione della Legge sul finanziamento universitario, la settimana scorsa nella città di Córdoba si è svolta una mobilitazione in vista della 5ª Marcia Federale Universitaria. Il movimento studentesco ha espresso il proprio sostegno alle rivendicazioni salariali del corpo docente e del personale non docente e ha chiarito il ruolo di primo piano dei giovani studenti come attori sociali nella protesta contro il presidente Javier Milei e il suo governo. La realtà che ci colpisce è dura e, dopo tre anni di mandato, non sembra cedere di fronte alla violazione dei diritti della società civile. Nella società argentina la presenza di proteste e mobilitazioni di piazza è ormai all’ordine del giorno. Nel 2024 è stata bocciata la Legge sul Bilancio Universitario che prevedeva le risorse necessarie per il funzionamento di base delle unità accademiche di livello universitario in tutto il Paese. Ora il malcontento ha raggiunto il suo apice e le misure si sono radicalizzate con l’occupazione in 66 università in tutta l’Argentina. A Córdoba, seconda città più grande del Paese e culla dell’Università Nazionale di Córdoba (UNC), la più antica dell’Argentina con i suoi 413 anni dalla fondazione, si sono verificati occupazioni in 7 facoltà, compresa la Facoltà di Giurisprudenza che aderisce all’iniziativa per la prima volta dalla sua fondazione nel 1791. La lotta si inserisce nel contesto della linea politica liberista e di estrema destra del partito di Milei «La Libertad Avanza», che punta al taglio dei finanziamenti alle università e alle scienze in vista della loro successiva privatizzazione. Martedì 13 ottobre, davanti al Pabellón Argentina, l’edificio centrale del campus dell’UNC, si è tenuta un’assemblea interfacoltà con oltre 400 studenti appartenenti a diverse unità accademiche, con diverse posizioni e organizzazioni politiche. Lì, dopo quattro ore di dibattito e discussioni, è stato deciso come misura radicale di proporre nelle assemblee di base di ciascuna facoltà l’occupazione totale o notturna. Mercoledì 14 ottobre, in modo democratico, in ciascuna assemblea studentesca autoconvocata è stato deciso di ricorrere all’occupazione come strumento politico e pacifico della Facoltà di Scienze Sociali e della Facoltà di Filosofia e Lettere, oltre a decretare un’occupazione notturna presso la Facoltà di Comunicazione e presso il liceo pre-universitario Manuel Belgrano. Le misure sono state attuate fino a giovedì 15 ottobre alle 14, per poi unirsi al raduno di massa della 5ª Marcia Federale in Difesa dell’Università Pubblica. Questa marcia, che ha riunito oltre 100.000 cittadini, è il punto di partenza della nostra lotta, non la sua conclusione. Da oltre un anno il governo, nel pieno di un processo democratico, non rispetta la già approvata Legge sul finanziamento universitario (Legge 27.795), il che non solo comporta la perdita del potere d’acquisto degli stipendi del personale docente e non docente o la mancanza di fondi per la manutenzione delle infrastrutture, ma impedisce anche l’attuazione di programmi per gli studenti, borse di studio e altre misure volte a sostenere l’attività accademica e il percorso di studi degli studenti e dei futuri professionisti. adiuc-unc Noi studenti comprendiamo che in questo momento la rivendicazione non riguarda solo il riconoscimento di quanto dovuto dall’insediamento del governo nel 2023, ma anche le preoccupazioni e le incertezze sul futuro funzionamento delle strutture universitarie e sui percorsi accademici. Per quanto riguarda il bilancio del prossimo anno, il Consiglio Interuniversitario Nazionale (CIN) ha espresso la necessità di 11.000 miliardi di pesos argentini per il funzionamento delle università pubbliche, mentre il bilancio deliberato e approvato dal governo nazionale assegna circa 7.500 miliardi, ovvero il 25% in meno del bilancio minimo. Il finanziamento universitario rappresenterà circa lo 0,5% del PIL nel 2027, un livello simile a quello del 2003 e inferiore alla media storica recente. Un Paese che non investe nelle proprie università è un Paese che non investe nel proprio futuro. Un Paese che non dà priorità allo sviluppo dei propri atenei e delle scienze è un Paese che segue la logica della colonizzazione. LaTinta Cba Noi studenti continueremo a organizzarci finché i nostri diritti all’istruzione non saranno garantiti e finché il governo non darà risposte e non applicherà la Legge sul Finanziamento Universitario. Continueremo a lottare finché i nostri percorsi accademici, il nostro futuro come professionisti e la qualità delle conoscenze che riceviamo non saranno più a rischio. Crediamo nella lotta unitaria, siamo a favore delle misure del personale docente e non docente quali scioperi e abbandono delle mansioni. Di fronte al nemico dell’istruzione pubblica dobbiamo essere uniti e diventare una moltitudine: la situazione ci riguarda tutti e la lotta è di tutti. Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo     Redacción Argentina
October 18, 2026
Pressenza
Maurizio Massari, l’ex ambasciatore italiano all’ONU che ‘porta pena’…, non dovrebbe ‘salire in cattedra’
Apprendendo che alla inaugurazione dell’Anno Accademico 2026/2027 l’Università degli Studi di Torino “la prolusione sarà tenuta dall’Ambasciatore Maurizio Massari, già Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite e l’Unione Europea”, Alessandro Ferretti ha osservato: “Difficile capire il perché di questa scelta. Facendo una ricerca in rete, infatti, si scopre che Massari è salito agli onori delle cronache soprattutto per il suo intervento all’ONU il 28 ottobre 2025…” 1. Un docente dell’ateneo, dove insegna Fisica sperimentale delle interazioni fondamentali e applicazioni, in una pagina del proprio blog e nel post pubblicato su Facebook Alessandro Ferretti si domanda se la rettrice dell’Università degli Studi di Torino abbia invitato Maurizio Massari scientemente: “Davvero non sapeva del suo intervento all’ONU? Oppure lo sapeva, ma lo considerava una bazzecola ininfluente? Oppure lo sapeva ed è proprio per questo che l’ha invitato, nella piena consapevolezza che questo invito verrà interpretato come un atto di deferenza nei confronti di quelle forze che ancora oggi negano il genocidio e si adoperano affinché non venga interrotto?”. E, ricordando che in campagna elettorale “aveva promesso trasparenza e vicinanza alla comunità accademica”, Alessandro Ferretti si rivolge a Cristina Prandi, rettrice dell’ateneo torinese da un anno (dal 1° ottobre 2025), esortandola: “ci spieghi come mai sceglie di chiamare un noto oppositore di coloro che lottano contro il genocidio a introdurre l’evento mediaticamente e politicamente più importante di tutto l’anno accademico”. Alessandro Ferretti ha ragione a indignarsi. E se, come lui riferisce, Maurizio Massari ha davvero affermato che Francesca Albanese è “priva di ‘integrità’, ‘imparzialità’ e addirittura ‘buona fede’” e l’ha accusata di “minare il processo di pace”, la questione della presenza dell’ex-ambasciatore italiano alle Nazioni Unite a una cerimonia dell’università torinese non è solo una querelle tra la rettrice e il corpo docente dell’ateneo… Questa questione infatti coinvolge anche gli studenti universitari – e medi – di Torino che da un anno e in particolare in questi giorni sono molto attivi, e particolarmente ‘reattivi’, proprio perché le loro opinioni riguardo alle collaborazioni didattiche e scientifiche con Israele, agli investimenti in riarmo anziché istruzione e al genocidio dei palestinesi sono argomenti che fomentano molte polemiche… Inoltre non riguarda soltanto la comunità accademica: il problema di interesse ‘generale’ è che un’istituzione pubblica (italiana) non dovrebbe tributare autorevolezza a un cittadino (italiano) intervenuto all’assemblea delle Nazioni Unite a nome della repubblica (italiana) e del popolo (italiano) denigrando una propria connazionale per negare le responsabilità dirette e le complicità dei governanti di uno stato (italiano o altro) nel compimento di crimini di guerra e crimini contro l’umanità… … e per indignarsi come lui però non basta esser convinti che Alessandro Ferretti abbia ragione. Bisogna esser certi, sicuri e, soprattutto, saper dimostrare che l’analisi del professore sia inconfutabilmente corretta, che la sua critica sia coerente ai principi etici socialmente condivisi e la sua contestazione sia giustificata e legittima. La ‘pietra dello scandalo’, cioè il testo del discorso proclamato da Maurizio Massari il 28 ottobre 2025, è la Dichiarazione dell’Italia pronunciata dal Rappresentante Permanente Amb. Maurizio Massari alla Presentazione del Rapporto della Relatrice Speciale D.ssa Francesca Albanese ‘An International Genocide’ pubblicata sul sito del Governo italiano 2. Leggendolo ho appurato che Alessandro Ferretti ha fedelmente riferito ogni parola e frase del ‘penoso’ ambasciatore. Ho anche constatato che – subito dopo “La relazione presentata oggi dal Relatore Speciale Albanese è totalmente priva di credibilità e imparzialità” – Maurizio Massari ha affermato “In Italia non ne siamo sorpresi”, quindi che di fronte ai rappresentanti delle nazioni di tutto il mondo ha millantato che tutti gli italiani fossero d’accordo con lui, ovvero ritenessero che il rapporto dell’ONU stilato a cura di Francesca Albanese non fosse attendibile, credibile e convincente, anzi una ‘minaccia’ per la pace nel mondo. Inoltre ho notato che Maurizio Massari ha concluso tale proprio intervento sostenendo che invece l’Italia, cioè vantando che il governo italiano, si stava prodigando a beneficio della popolazione palestinese, “ad alleviare le sofferenze dei civili, a fornire cibo attraverso la nostra iniziativa Cibo per Gaza, a evacuare i feriti, a reinsediare gli studenti universitari e a sostenere diplomaticamente gli sforzi volti a raggiungere una pace sostenibile e duratura”. E, dulcis in fundo, ho rilevato che a premessa di tale suo discorso Maurizio Massari aveva dichiarato: “Se la comunicazione viene interrotta, l’Italia depositerà il testo integrale”. Palesemente tale presupposto polemico stride con l’affermazione “sarebbe un tragico paradosso se le Nazioni Unite venissero percepite come un’organizzazione che mina la pace anziché promuoverla” e con il richiamo alla necessaria “costruzione di un dialogo costruttivo tra le parti” con cui Maurizio Massari aveva ‘infiorato’ questo discorso… memorabile come un ‘penoso’ esempio di diplomazia. Come infatti evidenziato dal professor Ferretti, oggi Massari è uno “semisconosciuto ex-ambasciatore italiano all’ONU” invitato a salire in cattedra proprio perché la sua figura è stata talmente poco incisiva da non aver avuto risonanza e in patria, dove proverbialmente ‘nessuno è profeta’, tutti ci eravamo già dimenticati di lui. E che lui non abbia lasciato nessun segno per cui ricordarlo lo si capisce persino leggendo il suo messaggio di fine mandato alle Nazioni Unite 3. Maurizio Massari infatti ha ‘cesellato’ il proprio operato svolto nei “quattro anni e alcuni mesi” in cui è stato ambasciatore italiano all’ONU ricordando “tantissimi risultati”, in primis “in prima linea a difesa dei principi della Carta delle Nazioni Unite, che sono stati violati in occasione della invasione russa dell’Ucraina”. Tra gli altri ‘successi’ italiani dalla  seconda metà del 2021 all’inizio del 2026 il diplomatico ricorda: le risoluzioni “sulla tregua olimpica in vista dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina” [di cui non c’è nessun riscontro – NdR] e “per l’istituzione di della [sic] giornata internazionale della Dieta Mediterranea”; eventi con cui “proiettare quello che chiamiamo soft power, il potere di attrazione dell’Italia, del nostro paese, del nostro sistema in tutti i settori, dalla cucina italiana, dal nostro contributo umanitario in Africa, la nostra partecipazione alle operazioni di pace”; “due vertici globali sulla sicurezza alimentare”; “la presenza di oltre mille soldati della missione in Libano-UNIFIL”; il mandato in ECOSOC, di cui Maurizio Massari precisa “sono stato anche personalmente Vicepresidente”;… … invece non rammenta nulla della profusione di soccorsi ai palestinesi assediati nella Striscia di Gaza e di impegni e contributi per favorire la pace in Medio Oriente di cui il precedente 28 ottobre aveva parlato tanto enfaticamente nello stesso discorso in cui aveva dichiarato che tutti gli italiani ‘in coro’ avevano “scelto di non commentare il rapporto” di Francesca Albanese e che “L’Italia, a prescindere da questo rapporto, continuerà a lavorare per la pace nella regione come ha sempre fatto, e soprattutto dopo il 7 ottobre”. Perché? Plausibilmente nel fare un bilancio del proprio mandato come Rappresentante Permanente dell’Italia alle Nazioni Unite il 13 gennaio scorso Maurizio Massari ha omesso questo e ogni altro fatto analogo avvenuto dal 19 luglio 2021 in poi proprio perché il 28 ottobre 2025, nella stessa giornata in cui lui proclamava quel discorso tanto ‘memorabile’ che se non fosse stato ascoltato lui avrebbe fatto registrare agli atti dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il mondo intero invece leggeva uno storico rapporto di Navi Pillay, che nel 2026 è stata insignita del Premio Nobel per la pace. Una “analisi giuridica condotta ai sensi della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del crimine di genocidio” che – come la relazione di Francesca Albanese – dimostrava che “lo Stato di Israele è responsabile della commissione di quattro atti genocidi a Gaza con l’intento specifico di sterminare i palestinesi… il Presidente, il Primo Ministro e l’ex Ministro della Difesa israeliani hanno incitato al compimento di un genocidio”, nel rapporto che ha presentato il 28 ottobre 2025 Navi Pillay aveva descritto l’assedio alla Striscia di Gaza come «l’attacco più spietato, prolungato e diffuso nella storia contro il popolo palestinese», denunciato che “sebbene il fragile cessate il fuoco e il rilascio di ostaggi e prigionieri «offrano speranza, non possono annullare la devastazione già avvenuta, la Striscia di Gaza è in rovina, resa quasi inabitabile»”, inoltre che i funzionari dello stato israeliano avevano «approvato pubblicamente i piani per la deportazione della popolazione, la costruzione di insediamenti e l’annessione del territorio»” e in quel periodo platealmente dichiarato di voler proseguire fino al completo raggiungimento di tali obiettivi, cioè allo sgombero, altrimenti sterminio, dei palestinesi abitanti nella Striscia di Gaza e all’allontanamento dei palestinesi dai territori in Cisgiordania 4. Perciò… Maurizio Massari… che sicuramente ha molti meriti e forse nello svolgimento di tanti incarichi, magari anche come vice-presidente dell’Executive Board dell’UN Women, ha fatto qualcosa di più rimarchevole che attirare l’attenzione sulle bontà e qualità della cucina italiana e dar lustro al soft power del Belpaese…  dopo tutto ciò che è accaduto dal 28 ottobre 2025 in poi nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Iran e in tutto il mondo… inconfutabilmente e senza ‘ombra di dubbio’ dovrebbe avere il pudore di ‘farsi da parte’. E se lui non lo fa, allora sì: è giusto indignarsi. I docenti, ricercatori e studenti dell’ateneo torinese hanno ragione a protestare con chi lo accoglie come ospite d’onore e gli permette di salire in cattedra nella loro università, ovvero comunità accademica. I cittadini italiani – che, dopo aver contribuito al suo emolumento e alle spese da lui messe a budget in 4 anni e 5 mesi di ‘missione’ al Palazzo di Vetro di New York, il quartier generale dell’ONU, adesso pagano o poi pagheranno la sua pensione – hanno ogni ‘sacrosanto’ motivo di contestare lui in persona perché, non riconoscente per il misericordioso e magnanimo oblio dei sui connazionali, anziché trascorrere il proprio tempo lontano dai riflettori pretende ancora di stare sul ‘palcoscenico’ della vita culturale, sociale e politica della nazione – e di una sua città ‘importante’ – fregiandosi del titolo di rappresentante dell’Italia alle Nazioni Unite nonostante nel rivestire tale incarico e ruolo abbia disonorato il suo popolo. Maddalena Brunasti
October 17, 2026
Pressenza
“Soldi alla scuola, non alle armi”: gli studenti tornano a mobilitarsi contro la guerra
Dalle occupazioni dei licei ai cortei del 16 ottobre, cresce in Italia la protesta giovanile che intreccia il diritto allo studio, la denuncia dei tagli all’istruzione e il rifiuto della militarizzazione della società. Da Roma a Milano e Torino, da Genova a Palermo, ragazze e ragazzi chiedono investimenti nella scuola pubblica e un futuro diverso da quello segnato dal riarmo. “Soldi alla scuola, non alla guerra”: è uno degli slogan che accompagnano le mobilitazioni studentesche di questi giorni. Nelle scuole italiane si moltiplicano assemblee, occupazioni e iniziative di protesta, mentre il 16 ottobre è stata convocata una giornata di mobilitazione nazionale con cortei in diverse città. Al centro delle rivendicazioni non ci sono soltanto le condizioni materiali degli istituti, ma anche il dissenso verso le politiche di riarmo, la precarietà e un modello educativo percepito da una parte dei giovani come sempre più autoritario. Le iniziative italiane si inseriscono in un clima di contestazione che ha attraversato anche la Francia e che sta trovando eco tra i liceali italiani. Le mobilitazioni denunciano il carovita, le difficoltà economiche delle famiglie, gli edifici scolastici inadeguati e la carenza di personale, affiancando a queste questioni la richiesta di investire risorse pubbliche nell’istruzione anziché negli armamenti. Da Milano a Palermo, le occupazioni e gli slogan per la pace Nella capitale, tra gli istituti coinvolti nelle mobilitazioni figura il liceo scientifico Newton, occupato nei giorni scorsi. Gli studenti hanno esposto lo slogan “Contro la scuola caserma, soldi alla scuola e non alla guerra”, richiamando sia le criticità strutturali dell’edificio sia la contestazione delle priorità di spesa pubblica. Le iniziative romane si sono sviluppate nel quadro più ampio delle proteste contro il carovita, la precarietà e la guerra. Anche a Genova, alla vigilia della giornata nazionale, risultavano occupati il liceo Gobetti di Sampierdarena, l’istituto Calvino di Sestri Ponente e il liceo Lanfranconi di Voltri. Nei comunicati dei collettivi, la richiesta di finanziare la scuola pubblica anziché la guerra si accompagna alla denuncia della carenza di personale, delle condizioni degli edifici e delle difficoltà economiche che gravano sulle famiglie. A Torino la protesta ha coinvolto licei e istituti tecnici, con iniziative contro i tagli, le politiche scolastiche e quella che gli studenti definiscono militarizzazione dell’istruzione. Le cronache riferiscono anche tensioni e danneggiamenti in alcune scuole: episodi distinti dalle rivendicazioni generali e che richiedono di distinguere le forme di protesta pacifica dai comportamenti violenti. La scuola come luogo di pace, non di preparazione alla guerra La questione della militarizzazione della scuola è uno dei temi che stanno emergendo con maggiore forza nel dibattito. Gli studenti contestano l’idea che la sicurezza possa essere affidata esclusivamente alla forza militare e chiedono che l’educazione promuova il pensiero critico, la cooperazione, la solidarietà e la capacità di risolvere i conflitti senza ricorrere alle armi. La protesta si colloca in un momento in cui il riarmo e l’aumento delle spese militari occupano uno spazio centrale nelle agende politiche europee. Per molti giovani, il contrasto tra le risorse destinate agli armamenti e le difficoltà quotidiane della scuola pubblica rappresenta una contraddizione da affrontare apertamente: aule da sistemare, classi sovraffollate, docenti precari e servizi insufficienti sono problemi concreti che chiedono risposte. Il messaggio dei collettivi è dunque anche una richiesta di priorità diverse: garantire a tutte e tutti il diritto a un’istruzione di qualità, contrastare le disuguaglianze e restituire agli istituti scolastici la loro funzione di spazi di crescita democratica. Una generazione che vuole partecipare alle scelte sul futuro Le mobilitazioni non sono prive di contraddizioni. Le occupazioni possono interrompere le lezioni e suscitare dissensi tra studenti, famiglie e personale scolastico; inoltre, gli episodi di danneggiamento e gli scontri registrati in alcune città non possono essere confusi con il diritto di manifestare pacificamente. Ma le tensioni non cancellano le domande poste da chi protesta e la necessità di ascoltarle nel merito. Oltre i cancelli chiusi e l’autoritarismo dei programmi ministeriali Le mobilitazioni di questi giorni – da Genova a Roma, da Cosenza a Torino, passando per Milano, Bergamo, Bologna, Padova, Firenze e Cagliari, Catania e Palermo – non rappresentano semplici manifestazioni di dissenso estemporaneo. Costituiscono, piuttosto, un sintomo acuto e visibile di una frattura profonda tra l’istituzione educativa e il corpo vivo della società. L’affermazione per cui “bambini e bambine non possono essere mai rappresentati di maggioranze o minoranze” racchiude in sé una denuncia radicale: l’infanzia e l’adolescenza vengono sistematicamente ridotte a oggetti di contesa politica o a categorie statistiche, anziché essere riconosciute come soggetti di diritti, portatori di sguardi autonomi e irriducibili alle logiche di schieramento. “Aprire i tetti per far entrare il mondo” è un concetto che raccoglie le voci di un fronte eterogeneo composto da insegnanti, dirigenti scolastici, genitori, studenti, associazioni e amministrazioni locali. Attraverso questo mosaico di testimonianze emerge con forza l’urgenza di ripensare il ruolo della scuola, svelandone al contempo le derive strutturali. Non si tratta soltanto di riflettere su modelli pedagogici astratti, ma di interrogarsi su come i luoghi dell’educazione rischino quotidianamente di riprodurre le stesse logiche di esclusione che attraversano le metropoli contemporanee. La dinamica coloniale e la segregazione invisibile Parlare di dinamiche del colonialismo a scuola significa denunciare la persistenza di un impianto culturale ed epistemico gerarchico, in cui la conoscenza viene calata dall’alto secondo un modello unidirezionale. Storicamente, il sistema educativo è nato per omologare, per plasmare il cittadino ideale all’interno di confini nazionali ben definiti, trattando le diversità culturali, sociali ed economiche non come una risorsa, ma come uno scarto da correggere o assimilare. Questo approccio coloniale interno si traduce oggi in una persistente incapacità di accogliere la complessità del mondo contemporaneo. A ciò si somma il dramma della segregazione scolastica, un fenomeno che non vive isolato, ma si alimenta in simbiosi con la segregazione urbana. Nelle periferie delle grandi città italiane, le scuole si trovano spesso a operare in condizioni di cronico sottofinanziamento, diventando l’ultimo presidio di welfare in territori svuotati di servizi. La concentrazione di studenti provenienti da contesti di marginalità socio-economica in determinati istituti crea “ghetti educativi” di fatto, dove il diritto allo studio sancito dalla Costituzione viene svuotato di senso. La scuola, anziché essere l’ascensore sociale per eccellenza, rischia così di cristallizzare le disuguaglianze di partenza, certificando destini già scritti prima ancora dell’ingresso in aula. Verso la scuola aperta e partecipata Contro questa deriva di chiusura e impoverimento, si delinea la mappa di una resistenza attiva fondata sul paradigma delle scuole aperte e partecipate. Non edifici blindati che spengono le luci al termine delle lezioni antimeridiane, ma laboratori permanenti di cittadinanza, presidi culturali radicati nei quartieri che restano accessibili anche nel pomeriggio, trasformandosi in spazi di aggregazione, co-progettazione e democrazia diffusa e partecipata. Un’istituzione scolastica aperta non subisce il territorio, ma lo interroga e vi si fonde. Coinvolgere attivamente genitori, associazioni e studenti nei processi decisionali significa scardinare l’autoritarismo burocratico e riaffermare che l’educazione è un fatto comunitario. Gli striscioni sui cancelli ricordano che i bambini e le bambine non sono pedine da spostare su una scacchiera politica, né tantomeno minoranze da tollerare o maggioranze da blandire. Sono persone il cui benessere e la cui voce esigono una radicale inversione di rotta nelle politiche pubbliche. Aprire i tetti, metaforicamente e letteralmente, significa rompere la gabbia dell’autoreferenzialità scolastica per far entrare la realtà complessa, conflittuale ma vitale del mondo esterno. È la pretesa urgente di una scuola che smetta di selezionare e inizi a includere, trasformandosi da luogo di riproduzione delle disuguaglianze a motore di emancipazione collettiva. La richiesta giusta dei ragazzi che resta inascoltata La richiesta di non destinare alla guerra risorse necessarie alla scuola esprime una visione del futuro nella quale la sicurezza non coincide soltanto con la capacità di difendersi militarmente, ma comprende anche istruzione, coesione sociale, lavoro dignitoso e possibilità di partecipare alla vita democratica. In questo senso, il richiamo alla pace non è estraneo ai problemi quotidiani degli studenti: riguarda il mondo che erediteranno, le opportunità che avranno e le priorità che le istituzioni scelgono oggi. Le mobilitazioni di questi giorni riportano così al centro una domanda essenziale: quale società vogliamo costruire per le nuove generazioni? Ascoltare le voci che arrivano dalle scuole significa confrontarsi con questa domanda senza ridurre ogni protesta a un problema di ordine pubblico. Significa anche pretendere risposte concrete sulle condizioni degli edifici, sui finanziamenti all’istruzione e sulle politiche che incidono sulla vita dei giovani. La pace, per essere credibile, deve trovare spazio anche nelle scelte di bilancio e nell’esperienza quotidiana della scuola. Laura Tussi
October 17, 2026
Pressenza
Torniamo ancora su Michel Foucault nel centenario della nascita
Per l’occasione del centenario del grande filosofo francese riprendiamo dalla rivista Machina un estratto del contributo di Mauro Bertani – dal titolo Dopo «Sorvegliare e punire» –  uno dei saggi fondamentali del pensiero foucaultiano, a cinquant’anni dalla pubblicazione dell’edizione italiana: “questo saggio – si scrive nell’apertura – torna a Foucault non per celebrarne l’attualità, ma per interrogare ciò che viene dopo la società disciplinare”.  In sostanza, una riflessione che dalla elaborazione della teoria panottica (dei suoi dispositivi di sorveglianza e controllo della società, mutuati dai meccanismi del sistema carcerario) alla governamentalità neoliberale giunge “fino alla società del controllo descritta da Deleuze, il filo conduttore è il rapporto tra verità, potere e produzione della soggettività. Ogni forma di governo, mostra Foucault, implica infatti specifici saperi, tecnologie e regimi di verità attraverso cui gli individui vengono conosciuti, guidati e sollecitati a governare se stessi”.  Orbene, secondo Bertani: “È da questa genealogia che il testo interroga il presente: l’espansione del digitale e dell’intelligenza artificiale, anche nel campo della salute mentale, segnala forse l’emergere di una nuova figura del soggetto, dall’homo psychologicus all’homo digitalis. La questione diventa allora eminentemente politica: quali nuove forme di assoggettamento stanno prendendo corpo e quale etica critica può consentirci di resistervi?[accì] __________ […]È a questo punto delle trasformazioni delle arti di governo contemporanee che abbiamo visto sorgere quella che Deleuze ha chiamato la «società del controllo». Una società che non ricorre più agli antichi dispositivi della reclusione, ma funziona «per mezzo del controllo continuo e della comunicazione istantanea», non servendosi più delle «macchine semplici» o «energetiche» come facevano le vecchie società di sovranità o disciplinari. A cambiare radicalmente il funzionamento della governamentalità contemporanea è stata, secondo Deleuze, l’apparizione di «macchine informatiche e computer» che hanno reso possibile una «modulazione universale» grazie a cui ogni individuo è diventato localizzabile e identificabile in permanenza. E’ così apparsa una nuova configurazione della soggettività, tanto singolare quanto collettiva, decomposta, ridotta a dati numerici, a codici, a frammenti digitali che han fatto sì che «gli individui siano diventati dei “dividuali”, e le masse dei campioni statistici, dei dati, dei mercati, delle banche». L’individuo imprenditore di se stesso, nel capitalismo neoliberale, è preso all’interno di un dispositivo che si modifica in base ai contesti ed agli ambienti in cui opera, integra – piuttosto che respingere ai margini – quel che risulta dissonante o differente, ed anzi si innesta sull’eterogeneo alla ricerca di nuove occasioni e opportunità di investimento. Le stesse procedure di normalizzazione e regolazione, un tempo rigide e imperative, cambiano di scala e di morfologia. La società disciplinare integrava, assimilava, uniformava l’emergere della differenza e dell’eterogeneo, senza lasciare molti margini di libertà e autonomia, salvo escludere ciò che vi risultava irriducibile. La biopolitica della governamentalità neoliberale e la società del controllo non stabiliscono più la norma generale e non tentano più di farvi aderire, o almeno di riportare alla massima prossimità possibile rispetto a quella norma, individui e società. Il rischio e il pericolo sono ormai la materia prima grazie a cui le tecnologie di governo possono agire e replicarsi incessantemente. Si tratta di gestire, facendo entrare tutte le virtualità, comprese la malattia o la devianza, in dispositivi che consentono di elaborare forme sempre più dettagliate e approfondite di conoscenza e trattamento delle nostre anime e dei nostri corpi. Il governo biopolitico e il controllo si limitano a suggerire, indurre, spingere verso linee, sempre mutevoli e in divenire, di partecipazione e coinvolgimento nelle forme di interazione attuali – come investitori, come imprenditori responsabili delle proprie performances, come soggetti che devono valorizzare la propria salute – facendo appello alla libertà, consumandola, diceva Foucault. Non impongono un movimento unilineare e delle direzioni univoche agli individui e ai loro comportamenti, col rischio di suscitare reazioni di rigetto o resistenza. E operano secondo una velocità infinita e un movimento incessante di deterritorializzazione e riterritorializzazione, limitandosi ad un governo indiretto e a distanza delle virtualità – comportamentali, operative, produttive – sulla base di un controllo mobile, aperto e per nulla orientato verso una norma rigida prestabilita, ma sufficientemente plastica, duttile, adattabile a tutte le trasformazioni in atto. La società disciplinare era quella in cui tutte le strutture sociali erano più o meno informate dal modello carcerario, che oggi si sta esaurendo. L’esercito non occupa più un territorio ma mira a destabilizzare innanzitutto la vita delle popolazioni; la formazione non mira più a normalizzare ma a rendere l’apprendimento permanente e inconcluso. Il controllo è diventato «amorfo», è stato detto. E tra le modalità più amorfe ma forse anche più tenaci di controllo e governo delle anime e delle condotte, e destinate ad un futuro glorioso, vi sono le tecnologie digitali e di AI per l’assistenza psicologica: l’homo psychologicus si sta trasformando, via l’homo neuronalis, in quello che viene chiamato homo digitalis. Da quando Deleuze e Foucault avevano iniziato a delineare le rispettive analitiche molte cose sono cambiate, e in modo radicale. In particolare a partire dal momento in cui il digitale e l’AI hanno iniziato a penetrare e colonizzare l’organizzazione e il funzionamento complessivi delle nostre società, i processi produttive, l’organizzazione del lavoro, l’invenzione di merci che diventano dati, l’estrazione di plusvalore sempre più dall’esperienza complessiva degli uomini. In molti hanno sostenuto che l’espansione del digitale e le applicazioni dell’AI alla produzione di valore starebbero provocando una trasformazione radicale non solo del capitalismo, fordista e postfordista, ma delle stesse «forme di vita». La pianificazione algoritmica e i sistemi automatizzati dei processi produttivi, le piattaforme digitali che hanno trasformato in infrastruttura computazionale lo stesso mercato, l’organizzazione e la precarizzazione del lavoro, il consumo sfrenato di risorse energetiche e lo sfruttamento di materie prime, la crescente diffusione di un sistema monetario sempre più «astratto» e volatile, stanno infatti provocando anche l’aumento della sofferenza, se non di franche patologie, che suscitano incertezze e preoccupazioni a proposito dei rischi e problemi dell’AI generativa. Ma con l’apparizione del machine learning, del deep learning e delle reti neurali artificiali, sono anche nati dispositivi digitali per la salute mentale, che non sono affatto semplici strumenti per più approfondite conoscenze, più efficaci tecniche diagnostiche e migliori strategie terapeutiche nel campo della salute mentale. Contribuiscono, piuttosto, al perfezionamento di macchine (digitali) che curano in quanto tali, prendendo così parte ad una integrale ridefinizione di che cosa significhi essere un soggetto un tempo appartenente a regimi di verità, a relazioni di potere, a modi di costituzione di sé, che stanno dissolvendosi. Con la diffusione delle nuove tecnologie digitali in psichiatria, psicologia e psicoterapia, stiamo assistendo alla fine del lungo, faticoso, doloroso lavoro di trasformazione di sé che era stato proprio delle etiche dell’antichità. In molti cominciano a sostenere che «di fronte alla digitalizzazione e alle tecnologie dell’AI» avremmo bisogno di una «nuova etica». Vero. Basta però che non si riduca alla normatività propria della sola deontologia, ma diventi anche «politica», ovvero sia capace di mettere in discussione criticamente le nuove forme della governamentalità, dei poteri e dei saperi che ci assoggettano. Che sia una genealogia e una analisi critica dei nuovi regimi di verità in cui siamo intrappolati, poiché «la questione della filosofia è la questione del presente che noi stessi siamo. E’ per questo che oggi la filosofia è interamente politica e interamente storica. E’ la politica immanente alla storia, è la storia indispensabile alla politica». Come già Sorvegliare e punire, a modo suo, dimostrava.   Redazione Italia
October 17, 2026
Pressenza