#lascuolavaallaguerra Visite scolastiche alla base aeronavale di #Sigonella:
avanti con l’ #educazione #militare
di Antonio Mazzeo
La stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia, avamposto per le operazioni USA
e NATO negli scacchieri di guerra in Ucraina, Africa e nel Golfo Persico,
continua ad essere l’ambita meta per le gite fuori porta degli istituti
scolastici e dei centri di formazione professionale
dell’Isola.https://osservatorionomilscuola.com/2026/06/08/visite-scolastiche-base-aeronavale-sigonella-educazione-militare/
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Sostegno a scuola, il CNDDU chiede una svolta: “Basta precarietà, serve una programmazione stabile”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU)
interviene nel dibattito sull’inclusione scolastica e l’aumento degli alunni con
disabilità, chiedendo di superare definitivamente la logica emergenziale che
caratterizza il settore. Nella nota firmata dal presidente Romano Pesavento, il
Coordinamento denuncia in particolare il continuo turnover degli insegnanti di
sostegno, indicato come una delle principali criticità per la continuità
didattica e relazionale degli studenti, e sollecita una programmazione stabile
unita a investimenti strutturali. Di seguito si pubblica il testo integrale del
comunicato stampa.
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Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani segue con
particolare attenzione il crescente dibattito relativo all’aumento degli alunni
con disabilità nelle scuole italiane e alle criticità che interessano il sistema
del sostegno. Le recenti analisi statistiche e le numerose testimonianze
provenienti dalle istituzioni scolastiche restituiscono l’immagine di una realtà
complessa, che merita di essere affrontata con rigore, responsabilità e
lungimiranza, evitando semplificazioni che rischiano di distorcere la
comprensione del fenomeno.
L’incremento delle certificazioni e la crescente richiesta di interventi di
supporto educativo non possono essere interpretati esclusivamente come
indicatori di un’emergenza organizzativa. Essi rappresentano, in parte, il
risultato di una maggiore capacità della società e delle istituzioni di
riconoscere bisogni che in passato rimanevano sommersi, non adeguatamente
individuati o addirittura ignorati. Parallelamente, le profonde trasformazioni
sociali, culturali e relazionali che caratterizzano l’età contemporanea stanno
modificando significativamente le modalità attraverso cui bambini e adolescenti
affrontano i processi di crescita, apprendimento e costruzione dell’identità.
La scuola si trova oggi ad accogliere una popolazione studentesca sempre più
eterogenea, portatrice di fragilità differenti, spesso non riconducibili
esclusivamente alla dimensione clinica o sanitaria. Accanto alle disabilità
certificate emergono con crescente evidenza situazioni di vulnerabilità emotiva,
difficoltà relazionali, disturbi del neurosviluppo, condizioni di disagio
familiare e forme di isolamento sociale che richiedono risposte educative
articolate e competenze professionali sempre più avanzate.
In tale contesto, il dibattito pubblico rischia talvolta di concentrarsi
prevalentemente sulla quantità delle risorse impiegate — numero di docenti di
sostegno, assistenti all’autonomia, ore assegnate — trascurando una questione
ben più rilevante: la qualità dell’esperienza scolastica vissuta dagli studenti
e la capacità dell’intero sistema educativo di promuovere partecipazione,
autonomia e appartenenza.
Particolarmente significativa appare, in questo senso, la persistenza di
differenze territoriali che evidenziano come il diritto all’inclusione non sia
ancora garantito in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale. Il fatto
che in alcune aree del Paese gli alunni con disabilità trascorrano una parte
consistente del tempo scolastico al di fuori del gruppo classe costituisce un
elemento che merita una riflessione approfondita. La partecipazione alla vita
della comunità scolastica non rappresenta infatti un aspetto accessorio
dell’apprendimento, bensì una condizione essenziale per lo sviluppo delle
competenze sociali, dell’autostima e del senso di cittadinanza.
Occorre inoltre interrogarsi sul significato educativo di una crescente presenza
di figure adulte nelle classi. Se da un lato essa testimonia l’attenzione che il
sistema dedica ai bisogni degli studenti più fragili, dall’altro impone una
riflessione sulla necessità di evitare forme involontarie di dipendenza
assistenziale. L’obiettivo dell’inclusione non può limitarsi alla protezione
della persona, ma deve tendere progressivamente alla costruzione della sua
autonomia, valorizzandone le potenzialità e promuovendo il protagonismo
individuale all’interno del gruppo dei pari.
Il Coordinamento ritiene altresì che il continuo turnover degli insegnanti di
sostegno rappresenti una delle principali criticità del sistema. Ogni
cambiamento frequente interrompe percorsi educativi costruiti nel tempo,
indebolisce la relazione di fiducia con lo studente e rende più difficile la
progettazione di interventi realmente efficaci. La continuità educativa non
costituisce un semplice fattore organizzativo, ma una condizione indispensabile
per garantire stabilità, sicurezza e coerenza nei processi di crescita.
Preoccupa inoltre la tendenza a considerare il docente di sostegno come il
principale, se non esclusivo, responsabile dell’inclusione. Una scuola realmente
inclusiva non delega, ma condivide. La presenza di studenti con bisogni
specifici deve essere assunta come responsabilità collettiva dell’intera
comunità professionale, coinvolgendo docenti curricolari, dirigenti scolastici,
personale educativo, famiglie e servizi territoriali in un progetto comune.
L’esperienza maturata negli ultimi decenni dimostra che l’inclusione più
efficace non nasce dalla semplice moltiplicazione delle figure di supporto, ma
dalla costruzione di ambienti educativi capaci di valorizzare le differenze come
risorsa. Le classi diventano realmente inclusive quando ciascun alunno può
sentirsi riconosciuto, ascoltato e coinvolto, indipendentemente dalle proprie
condizioni personali. In questo senso, la presenza di studenti con disabilità
rappresenta una straordinaria occasione formativa per l’intera comunità
scolastica, poiché educa alla solidarietà, alla cooperazione, al rispetto
reciproco e alla consapevolezza della comune dignità umana.
Appare pertanto necessario superare definitivamente la logica emergenziale che
da anni accompagna il tema del sostegno. La crescita delle certificazioni e
l’evoluzione dei bisogni educativi richiedono una programmazione stabile,
investimenti strutturali e una visione culturale capace di guardare oltre la
contingenza. Occorre promuovere una formazione continua che coinvolga tutti i
docenti, rafforzare la collaborazione tra scuola e territorio, garantire
maggiore continuità professionale e sviluppare modelli organizzativi più
flessibili e inclusivi.
Come Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani
ribadiamo che la qualità di un sistema educativo non si misura esclusivamente
attraverso i risultati scolastici o l’efficienza amministrativa, ma soprattutto
dalla sua capacità di accogliere la complessità delle persone e di trasformarla
in opportunità di crescita collettiva.
La scuola italiana è chiamata oggi a una sfida che riguarda il futuro stesso
della democrazia: costruire contesti nei quali ogni studente possa esercitare
pienamente il proprio diritto all’istruzione, alla partecipazione e
all’autodeterminazione. L’inclusione non rappresenta un capitolo separato delle
politiche scolastiche, ma il criterio attraverso cui si misura la maturità
civile di una comunità nazionale.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU
Redazione Italia
Lo “stato di salute” del libro di testo e i limiti di apprendimento dei nostri studenti
Come sta cambiando la scuola tra Intelligenza Artificiale e calo demografico?
Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio AIE (Associazione Italiana Editori),
per il 67% dei docenti i modi di apprendimento degli studenti sono peggiorati
negli ultimi cinque anni. A pesare sono la riduzione dello studio individuale,
la difficoltà con i testi complessi e l’uso dell’IA per fare i compiti a casa.
Nonostante la rivoluzione digitale, il libro di testo (scelto dal 99% degli
insegnanti) resta il cuore pulsante della didattica, mentre ben un terzo dei
docenti utilizza già algoritmi e software per fare lezione. Di seguito
pubblichiamo il testo integrale del comunicato con l’analisi completa e i dati
della ricerca.
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Lo “stato di salute” del libro di testo e i limiti di apprendimento dei nostri
studenti
L’offerta editoriale per il mondo della scuola è chiamata a fare i conti con la
prospettiva di un quarto di studenti in meno in vent’anni. E’ in gioco non solo
la sostenibilità della dimensione industriale per un settore che vale 773milioni
di euro, ma il valore della conoscenza. L’Ufficio studi AIE, sulla base dei dati
ISTAT sulla dinamica demografica della popolazione, prevede che il calo si
attesti intorno al 3% degli studenti della scuola primaria e secondaria anche
quest’anno, portando la scuola italiana a perdere complessivamente un quarto dei
suoi studenti in vent’anni. Parallelamente continua la crescita di alunni con
disturbi specifici dell’apprendimento: si registrano circa 100mila studenti in
più in sette anni e continua la crescita di alunni con disabilità: sono oltre
100mila in più rispetto a dieci anni fa e 85mila insegnanti di sostegno in più
(+71,8%) in dieci anni. Meno studenti però abbandonano la scuola: l’obiettivo di
ridurre la dispersione al 9% entro il 2030 è stato raggiunto. Cresce l’offerta
editoriale, con 22.386 titoli (codici ISBN) e oltre 5 milioni di contenuti
didattici digitali, l’ecosistema carta più digitale è riconosciuta come la
modalità più funzionale per lo studio, coprendo la quasi totalità (il 96%);
l’e-book resta poco utilizzato dagli studenti, ma crescono i contenuti didattici
digitali e, in coerenza con la maggior offerta, l’uso dei Qr Code presenti nei
libri di testo; avanza lo sviluppo di software basati sull’intelligenza
artificiale per docenti e studenti e cresce (ancora) l’impegno degli editori sul
fronte della formazione dei docenti, con oltre 350mila docenti coinvolti: sono
alcuni dei dati dell’Osservatorio AIE sul mondo della scuola e sull’offerta
editoriale, che avanza anche quattro specifiche richieste per far fronte alle
difficoltà significative che investono attualmente il settore e ai nuovi scenari
(https://ilvaloredellaconoscenza.aie.it/wp-content/uploads/2026/05/Osservatorio-AIE-sul-mondo-della-scuola-e-sullofferta-editoriale.pdf).
Il libro di testo e i materiali digitali collegati sono il cuore
dell’apprendimento, anche ai tempi dell’Intelligenza Artificiale, al punto che
per i docenti questo risulta lo strumento più utilizzato durante le lezioni nel
99% delle risposte, con una valutazione molto alta (8,5 punti) nell’uso in
classe e persino più alta (8,7) come strumento nello studio a casa. È quanto
emerge dall’indagine “Il valore del libro di testo nella didattica d’aula e
nello studio a casa. Quando l’IA entra in classe”, a cura dell’Associazione
Italiana Editori (AIE), condotta nel mese di marzo di quest’anno sulla base
delle risposte di un campione rappresentativo della popolazione docente della
Scuola Primaria, Secondaria di primo (SS1) e secondo grado (SS2) composto da
3.400 insegnanti (per garantire un campione rappresentativo ex post della
situazione italiana i questionari dai 5274 originari sono passati a 3.399, base
effettiva della ricerca). Obiettivo dell’indagine – presentata di rec ente alla
Camera dei deputati nell’ambito dell’evento “Il valore della conoscenza. Il
libro di testo come bene essenziale del Paese. Investire nell’istruzione e
supportare le famiglie” – è stato esaminare il valore che gli insegnanti
attribuiscono al libro di testo (e ai materiali digitali ad esso collegati)
nella quotidiana pratica didattica d’insegnamento in aula. E ancora il ruolo che
il libro ha per lo studente nello studio a casa, a fronte dei cambiamenti che si
stanno manifestando nei tempi e nei modi di apprendimento. Dall’indagine emerge
nettamente la centralità del libro di testo nella didattica in aula, indicata
dal 99% dei docenti, a cui seguono l’utilizzo dei quaderni operativi e, a pari
merito, dei sussidiari disciplinari e dei materiali realizzati dalle case
editrici da utilizzare sulla LIM (indicati dal 96% dei docenti). Seguono i
webinar (95%), i materiali audiovideo e le mappe concettuali, le schede di
autovalutazione e per il test di apprendimento, le piattaforme didattiche (94%).
Il libro di testo, con tutti gli altri materiali didattici che lo corredano e
integrano, ricopre un ruolo di assoluta centralità nelle quotidiane attività di
didattica d’insegnamento in aula – tanto che ottiene una valutazione di 8,5
punti, rivestendo un ruolo ancor più importante nello studio a casa, dove (con
8,7 punti di apprezzamento) viene considerato dai docenti il punto di
riferimento imprescindibile per lo studio e l’apprendimento dei propri studenti.
I motivi? Un linguaggio semplice e chiaro in primis (43%), seguito dalla
possibilità di collegamenti interdisciplinari, da contenuti realizzati da figure
professionali esperte e da grafica e illustrazioni (41%). I materiali didattici
più usati a casa sono i libri di testo (81% delle risposte), seguiti dagli
appunti presi dagli studenti durante le lezioni (55%). Al terzo posto, dispense,
esercizi o materiali testuali realizzati personalmente dai docenti (46%).
Ma, come cambiano i tempi e le modalità di studio secondo i docenti? Per quasi
il 70% (67%, per la precisione) degli insegnanti negli ultimi cinque anni i
tempi e modi di apprendimento degli studenti sono leggermente peggiorati (33%) o
peggiorati (34%). I motivi indicati sono prima di tutto la riduzione del tempo
dedicato allo studio individuale (segnalato nel 72% delle indicazioni), la
difficoltà crescente nell’affrontare testi complessi (58%), ma anche l’utilizzo
di strumenti di IA per svolgere i compiti assegnati a casa (36%). A fronte di
questa trasformazione che investe tempi e modalità di studio e apprendimento il
90% degli insegnanti afferma che l’organizzazione dei contenuti nei libri di
testo e nei materiali ad esso collegati è molto (36%) e abbastanza funzionale
(54%) alle attuali modalità di apprendimento della materia da parte degli
studenti. Un terzo degli insegnanti usa già strumenti di IA nell’attività
didattica. Il 74% dei docenti dichiara di utilizzare già strumenti di IA per
preparare materiali didattici, e il 28% lo fa tutti i giorni o qualche volta
alla settimana. Nel 69% si dichiara consapevole delle implicazioni che il suo
uso può avere sul diritto d’autore, il 31% però non lo è. Gli strumenti di IA
sviluppati dagli editori sono ritenuti utili dai docenti, in particolare quelli
che consentono lo sviluppo di test, esercizi, ecc. (80%), che aiutano gli
studenti in test di autoverifica (76%) o ancora (75%) i momenti di formazione
erogata dagli editori.
Qui la ricerca:
https://ilvaloredellaconoscenza.aie.it/wp-content/uploads/2026/05/Indagine_INSEGNANTI-LIBRI-DI-TESTO-IA.pdf
Redazione Italia
Cultura: a Salerno la storia di un’emigrazione tra Basilicata e Brasile
SALERNO, 9 GIUGNO 2026 – Appuntamento con la storia e la memoria
dell’emigrazione meridionale: martedì 9 giugno, alle ore 18:00, la Casa del
Volontariato di Salerno ospiterà la presentazione del libro “Da Trecchina a
Jequié. Un Ritorno” di Pierfrancesco Grillo. Un viaggio appassionato tra
Basilicata e Brasile alla ricerca delle proprie radici familiari. Di seguito il
testo integrale del comunicato stampa con tutti i dettagli dell’evento.
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Presentazione del libro di Pierfrancesco Grillo “Da Trecchina a Jequié. Un
Ritorno”
Salerno, 9 giugno 2026 ore 18,00 CASA DEL VOLONTARIATO, Via F. Patella
(traversa del corso V. Emanuele altezza civico 90)
L’autore Pierfrancesco Grillo si confronterà con Rosa Maria Grillo e Giuseppe
Fiorenzano, entrambi lucani e studiosi delle emigrazioni meridionali nella
America latina e Fiorenzano inoltre è originario di Trecchina.
Nel bel racconto di Pierfrancesco Grillo, ‘terza generazione’ di una storia
familiare tra la Basilicata e il Brasile, tra Trecchina e Jequié, ci imbattiamo
in storie più ampie condivise e comuni ad altre famiglie e altri luoghi, in
topoi delle migrazioni di ogni luogo e ogni tempo vitalizzati dal pacato
sentimento di Pierfrancesco alla ricerca delle proprie radici: ruoli maschili e
femminili, emigrazione a catena, ‘fare l’America’, ‘vedove bianche’, figli
illegittimi…
Foto e documenti dell’epoca arricchiscono questa storia e ci invitano a entrare
in quel mondo, da un lato all’altro dell’oceano, per accompagnare Pierfrancesco
nella sua personale e appassionata ‘scoperta’ del Brasile e della sua famiglia
brasiliana, per riempire i vuoti dell’assenza e del silenzio: attratto da quel
mondo, non giudica e non critica le scelte fatte dal nonno migrato, ma anzi,
esperienza non comune, anela a rinsaldare i rapporti tra le sue due famiglie…
Redazione Italia
Cronaca dal Youtopic Fest di Rondine
Riceviamo e pubblichiamo dall’ufficio stampa di Rondine Cittadella della Pace, 6
giugno 2026 –
Che cosa significa abitare l’inquietudine senza esserne travolti?
E come può il conflitto, nelle sue forme personali, sociali, geopolitiche e
tecnologiche, diventare occasione di cambiamento?
YouTopic Fest, il festival promosso da Rondine Cittadella della Pace, ha
attraversato linguaggi, generazioni e prospettive diverse.
Il filo conduttore è stato quello dell’inquietudine non come ostacolo, ma come
energia da orientare.
Non una parola astratta, dunque, ma una condizione concreta del nostro tempo:
inquietudine davanti alle tecnologie che cambiano il modo di conoscere, davanti
alle guerre che sembrano moltiplicarsi, davanti alla fragilità della democrazia
internazionale, davanti alla difficoltà di educare, riparare, comprendere.
La riflessione sull’intelligenza artificiale ha aperto uno dei fronti più
urgenti del presente: non solo che cosa la tecnologia può fare, ma che cosa noi
decidiamo di farne.
A partire da una domanda provocatoria – millantare la conoscenza o organizzare
la conoscenza? – Mafe de Baggis, docente, scrittrice e Digital Media Strategist,
ha richiamato il rischio di mancare ancora una volta un’occasione storica.
“L’inquietudine vera che nasce dall’arrivo delle intelligenze artificiali è
quella di sprecare una nuova opportunità di migliorare il mondo dove viviamo,
cosa che per esempio è già successa con l’avvento di internet.
Dobbiamo imparare a utilizzarla per immaginare un mondo diverso, perché quello
dove viviamo è un po’ andato a male.
Il controllo però resta nelle nostre mani, il tempo liberato grazie all’utilizzo
della AI deve essere restituito a noi stessi e al nostro benessere”.
La tecnologia, dunque, non come destino, ma come scelta.
Irene Funghi, giornalista di Avvenire, ha ricordato che proprio ciò che
l’intelligenza artificiale tende a correggere o cancellare può diventare, nella
vita reale, un principio di trasformazione: “L’errore ha una grande valenza
generativa, può essere il punto di partenza per qualcosa di nuovo e positivo,
come avviene a Rondine, dove i giovani cercano di dare una possibilità alle
ferite che si ritrovano addosso e ritrovano speranza. Indica una strada nella
quale ognuno si deve mettere in gioco”.
Diletta Huyskes, ricercatrice ed esperta di etica delle tecnologie e impatto
sociale dell’IA, ha infine riportato il discorso alla concretezza dei sistemi.
Ha sfatato alcuni miti sull’intelligenza artificiale, ricordando che si tratta
di una infrastruttura complessa e costosa, realizzata principalmente da aziende
private, e che “non potrà mai avere delle emozioni vere come alcuni temono”.
La AI, ha spiegato, è “uno specchio di noi stessi”: ha aumentato gli standard di
performance e ha reso più evidenti crisi già aperte, dalla scuola
all’insegnamento, dai criteri di assegnazione dei compiti alle modalità di
valutazione, fino alla selezione del personale nel mondo del lavoro.
Dalla conoscenza organizzata dalle macchine alla conoscenza custodita dalle
storie, il passaggio è stato naturale. Il workshop “Raccontare l’inquietudine
con Gabriella Simoni” ha proposto un percorso sul valore del racconto,
soprattutto quando la realtà da raccontare è ferita dalla guerra, dal dolore e
dalla distruzione. Gabriella Simoni, professionista del giornalismo che ha
attraversato contesti segnati da conflitti profondi, si è soffermata su un
aspetto spesso sottovalutato: gli strascichi della guerra. Ha richiamato i
Balcani, Gaza, l’Irlanda del Nord, cioè luoghi in cui la violenza non finisce
quando tacciono le armi, ma continua a lavorare nelle famiglie, nelle memorie,
nei linguaggi, nelle comunità: “L’angoscia degli ultimi anni è la consapevolezza
che pur essendoci più informazioni su ciò che accade nel mondo, la comprensione
della gente di questi fatti è precipitata. Per questo urge tornare a un rapporto
serio con la realtà. Dove arrivano semplificazione e strumentalizzazione
politica, abbiamo finito di capire”. È uno dei passaggi centrali della giornata:
in un tempo saturo di informazioni, la vera emergenza non è solo sapere di più,
ma comprendere meglio. Rondine ha posto così il tema del racconto come
responsabilità pubblica: non addomesticare il conflitto, non usarlo come
materiale retorico, non ridurlo a slogan, ma restituirgli complessità e umanità.
Il confronto sulla realtà ha trovato una sua prosecuzione nel panel “Imprese di
Pace nell’era dell’inquietudine”, dove l’intervista di Lina Palmerini,
giornalista e opinionista, notista politica del Sole 24 Ore, a Elisabetta
Belloni, già Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della
Cooperazione Internazionale e già Direttore Generale del Dipartimento delle
Informazioni per la Sicurezza, ha portato al centro le fragilità della
geopolitica contemporanea. In un momento in cui l’ordine internazionale appare
lacerato e si torna a parlare di “guerra giusta”, la cooperazione non è stata
presentata come un ideale filosofico, ma come una dura necessità strategica per
non essere messi fuori gioco. Belloni ha descritto uno scenario di crisi per
l’Europa, chiamata a investire in ricerca, innovazione ed energia. “Se non si
investe in ricerca, innovazione, energia, saremo sopraffatti da altri”, ha
detto. E ancora: “Se il riarmo è il contributo a una difesa integrata, lo vedo
come un elemento positivo, ma mi auguro porti a un aumento della capacità
produttiva di tutti i Paesi europei, senza che prevalga uno Stato sull’altro”.
Il punto critico, ha sottolineato Belloni, riguarda però la dimensione politica:
l’Europa rischia di muoversi verso il riarmo senza rafforzare una vera
governance comune. Servono politiche condivise e il superamento del sistema dei
veti. “Dopo la Seconda guerra mondiale l’ordine mondiale aveva tre obiettivi:
pace, democrazia, prosperità. Su questi temi però negli ultimi anni c’è stato un
arretramento. Dobbiamo avviare la costruzione di un nuovo ordine mondiale,
mettendo al centro i valori umani e contrastando le disuguaglianze che
alimentano l’instabilità. Non dobbiamo lasciare nessuno indietro. In questo
contesto la Chiesa ha un ruolo centrale: indicare che se uno Stato viene
lasciato indietro, si ricreano le condizioni dello squilibrio e
dell’instabilità”. Dentro questo scenario, anche il mondo dell’impresa è stato
chiamato a misurarsi con il proprio ruolo. Il panel ha offerto l’occasione per
valorizzare il percorso delle Imprese di Pace, nato dal Metodo Rondine e dalla
collaborazione con Fondazione KON. Francesco Ferragina, della Fondazione KON, ha
ricordato che sostenibilità e fiducia sono oggi i veri capitali aziendali e che
le imprese non possono più permettersi di ragionare singolarmente. La pace, in
questa prospettiva, non è un tema esterno all’economia, ma una condizione della
sua possibilità.
La riflessione sulla pace come responsabilità concreta è arrivata al cuore
dell’esperienza di Rondine con l’Angolo del Conflitto di Franco Vaccari. Spesso
Rondine viene considerata ininfluente rispetto alle grandi dinamiche globali di
guerra e pace. Proprio da questa obiezione è partita l’intervista condotta da
Lina Palmerini, che ha portato il Metodo Rondine dentro l’arena delle domande
più scomode. Vaccari ha richiamato anzitutto il valore educativo dell’esperienza
di Rondine. L’educazione funziona su tempi lunghi, mentre l’oggi è dominato
dalla velocità. Ma se non fosse più possibile pensare nel lungo periodo, allora
– ha osservato – tanto varrebbe chiudere le scuole. Il presidente e fondatore di
Rondine ha insistito sulla necessità di andare controcorrente “ostinatamente”,
senza assecondare la cultura del disprezzo. Anche quando si parla di identità,
ha ricordato, si dimentica spesso che essa è frutto di infinite relazioni con
l’altro. Rondine scommette sul passo possibile verso la pace: riconoscere il
“nemico” come persona, senza paura di fallire e anzi riconoscendo il valore
generativo dei fallimenti. “A noi piace la figura di san Francesco perché ha
parlato con il lupo. Se non ci parliamo, lo facciamo diventare sempre più
‘lupo’. A me piace dire che un lupo sonnecchia in ognuno di noi. Per questo
l’antidoto alla paura è la fiducia e non si compra al supermercato, ma nasce
nelle relazioni. Nasciamo con una dotazione di base che poi viene rafforzata
dall’andare avanti nei ‘nonostante’. Se si resta nelle aspettative disattese e
nelle disillusioni, allora si costruisce la fiducia. Non abbiamo alcuna pretesa
di salvare il mondo, ma solo di dare un piccolo contributo di valore”. È una
dichiarazione che tiene insieme realismo e speranza: Rondine non promette
scorciatoie, ma indica un metodo. Non rimuove il lupo, prova a parlargli.
Redazione Italia
Grosseto, 18 giugno: Edizione locale del Forum Scuole per un’educazione nonviolenta
Il Forum Scuole per un’educazione nonviolenta, con il quale l’Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha collaborato
attivamente sin dalla prima edizione di Milano, avrà la sua prima edizione
locale in provincia di Grosseto, grazie all’Istituto Comprensivo Roccastrada,
che ha fortemente voluto questo evento.
L’evento si terrà giovedì 18 giugno, dalle 9.15 alle 17.00, presso il plesso
della Scuola Primaria e Secondaria di Ribolla.
L’edizione locale ricalca, in formato ridotto, la struttura del Forum nazionale
e si propone di favorire un sempre maggiore radicamento territoriale, affinché
sia possibile sperimentare e condividere, anche in presenza, esperienze e
pratiche di pace e nonviolenza nei contesti scolastici.
PROGRAMMA
9.15 Registrazione
9:30 Benvenuto della Dirigente scolastica
9:35 Presentazione del «Forum nazionale permanente Scuole per un’Educazione
Nonviolenta»
9:45 Tavola rotonda: Come promuovere un’educazione per la pace e la nonviolenza
a scuola
10:45 pausa
ore 11.00 – 13.00 Prima sessione laboratori
ore 13.00 Pranzo libero
ore 14.30 – 16.30 Seconda sessione laboratori
ore 16.45 Plenaria
ore 17.00 Chiusura
Maggiori informazioni sui laboratori
>Le virtù che educano. Riconoscere il meglio di sé e dell’altro per costruire
relazioni educative nonviolente. – Jaqueline Mera e Stefano Colonna
>Il diario autobiografico sulla Pace e la Nonviolenza. Per prendersi cura di sé
stessi, degli Esseri viventi, del Pianeta, del Mondo. – Dino Mancarella
>Cominciamo noi. La comunicazione generativa e le relazioni nonviolente –
Annabella Coiro
>Si può parlare di economia e guerra alla scuola primaria e secondaria di
1°grado? – Mario Sanguinetti
>Chi educhiamo? Un laboratorio di esperienza e riflessione sull’essere che
cerchiamo di educare – Solo primaria – Oliver Turquet
>Lo spaventaguerra. La guerra è entrata dalle porte e dalle finestre e bimbe e
bimbi se ne sono accort*: quali strumenti per parlarne insieme? Solo primarie e
infanzia – Alice Moracchioli e Marta Monini
La partecipazione è aperta a tutti e tutte ed è gratuita. La giornata
costituisce iniziativa di formazione ai sensi della Direttiva n. 170 del 2016.
Per ulteriori informazioni: Sara Conte, docente IC Roccastrada e promotrice
dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università:
sara.conte@istitutocomprensivoroccastrada.edu.it
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La democrazia non è un’eredità, ma una responsabilità quotidiana
In occasione dell’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana, il
Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani desidera
rivolgere una riflessione alla comunità scolastica e, in particolare, alle
giovani generazioni, chiamate a raccogliere l’eredità più preziosa consegnata
dal 2 giugno 1946: la consapevolezza che la democrazia non è una conquista
definitiva, bensì una costruzione quotidiana.
Ogni anno celebriamo la Festa della Repubblica ricordando il referendum che
consentì agli italiani di scegliere liberamente il proprio futuro dopo gli anni
della dittatura e della guerra. Eppure, a ottant’anni da quella scelta storica,
la domanda più importante non è cosa accadde allora, ma cosa sta accadendo oggi.
Viviamo in un’epoca straordinaria. Mai nella storia dell’umanità così tante
persone hanno avuto accesso all’informazione, alla conoscenza e agli strumenti
di comunicazione. Eppure assistiamo, contemporaneamente, alla crescita delle
guerre, all’espansione dei discorsi d’odio, all’indifferenza verso le sofferenze
altrui, all’isolamento sociale e alla difficoltà di costruire relazioni
autentiche.
È un paradosso che dovrebbe interrogare profondamente il mondo della scuola.
Possiamo conoscere in tempo reale ciò che accade a migliaia di chilometri di
distanza, ma rischiamo di non accorgerci della solitudine di chi siede accanto a
noi in classe. Possiamo parlare con il mondo intero attraverso uno schermo, ma
talvolta fatichiamo ad ascoltare chi vive nella nostra stessa comunità. Possiamo
accedere a una quantità immensa di dati, ma non sempre sviluppiamo la capacità
di comprendere il significato umano delle informazioni che riceviamo.
Forse la sfida più grande del nostro tempo consiste proprio in questo: imparare
nuovamente a riconoscere l’altro come persona.
Le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in occasione delle
celebrazioni del 2 giugno, quando richiama la necessità che prevalga la forza
della legge e non la forza delle armi, non riguardano soltanto i conflitti
internazionali. Esse chiamano in causa ciascuno di noi. Ogni volta che prevale
la prepotenza sul dialogo, l’umiliazione sul rispetto, l’esclusione
sull’inclusione, si produce una piccola ferita ai principi che sostengono la
convivenza democratica.
Per questa ragione il Coordinamento ritiene che la scuola debba essere
considerata oggi uno dei più importanti presìdi democratici del Paese.
Nelle aule scolastiche non si trasmettono soltanto conoscenze. Si costruiscono
visioni del mondo. Si apprendono le regole della convivenza civile. Si
sperimenta il valore della partecipazione. Si impara che la libertà individuale
acquista significato soltanto quando si accompagna alla responsabilità verso gli
altri.
Ai giovani desideriamo rivolgere un invito particolare. Non considerate la
Costituzione un semplice documento storico né un insieme di norme da studiare
per una verifica. La Costituzione è una narrazione collettiva che parla anche di
voi. È il racconto di donne e uomini che, dopo aver conosciuto la guerra, la
repressione e la privazione delle libertà fondamentali, decisero di affidare il
futuro del Paese alla dignità della persona umana, all’uguaglianza e alla
solidarietà.
Ogni generazione è chiamata a riscrivere quel racconto attraverso le proprie
scelte.
La qualità della democrazia italiana dipenderà dalla vostra capacità di
difendere la verità contro la disinformazione, il dialogo contro l’aggressività,
la partecipazione contro l’indifferenza, la cooperazione contro la cultura dello
scarto.
Al personale scolastico, ai dirigenti, ai docenti e a tutti coloro che operano
quotidianamente nelle istituzioni educative, desideriamo rivolgere un sentimento
di profonda gratitudine.
In una società spesso attraversata da tensioni, fragilità relazionali e
disorientamento culturale, la scuola continua a rappresentare uno dei pochi
luoghi nei quali è possibile incontrare la diversità senza temerla, confrontarsi
senza annullarsi reciprocamente, crescere senza rinunciare alla propria
identità.
Educare ai diritti umani oggi significa molto più che trasmettere contenuti.
Significa insegnare ai giovani che la dignità non è negoziabile, che nessuna
persona può essere ridotta a un’etichetta, che il rispetto delle differenze non
indebolisce una comunità ma la rende più forte.
Forse la riflessione più urgente che gli ottant’anni della Repubblica consegnano
alla scuola riguarda proprio il concetto di cittadinanza.
Per troppo tempo abbiamo pensato che essere cittadini significasse
principalmente esercitare dei diritti. Ma il futuro delle democrazie dipenderà
dalla capacità di comprendere che cittadinanza significa anche prendersi cura
degli altri, delle istituzioni democratiche, dei beni comuni, della verità e
della pace.
Una Repubblica può sopravvivere a molte crisi economiche, a profonde
trasformazioni sociali e persino a difficili passaggi politici. Ciò che rischia
davvero di indebolirla è la perdita della capacità di riconoscersi come comunità
umana.
Il contrario della democrazia, infatti, non è soltanto la dittatura. Il
contrario della democrazia è l’indifferenza verso il destino degli altri.
A ottant’anni dalla sua nascita, la Repubblica continua dunque a rivolgere a
ciascuno di noi una domanda semplice e al tempo stesso impegnativa: quale
società stiamo costruendo con le nostre parole, le nostre scelte e i nostri
comportamenti quotidiani?
Dalla risposta a questa domanda dipenderà non soltanto il futuro delle
istituzioni democratiche, ma la qualità umana della nostra convivenza civile.
Romano Pesavento, presidente CNDDU
Maddalena Brunasti
Al Centro Malaguzzi di Reggio Emilia: esercito israeliano, principessa del Galles e parmigiano
La segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università relativa a diversi post pubblicati sulla sua pagina Facebook
dall’antropologo e attivista Cosimo Pederzoli, ci porta a Reggio Emilia. Il
problema, oggetto dell’invio, me lo spiega Pederzoli stesso, in risposta a una
e-mail in cui gli chiedo approfondimenti. Riporto le sue parole:
> «In sintesi la questione è la seguente: quali rapporti ha ReggioChildren
> Srl con istituti e insegnanti pro-Israele? In che modo vengono organizzate
> queste relazioni? Ovviamente, il giudizio non è rivolto a scuole ebraiche in
> quanto tali ma al coinvolgimento in attività di supporto all’esercito. Il mio
> focus è stato diretto, negli ultimi due anni, verso il network “Narea”, ossia
> il North American Reggio Emilia Alliance.
> La rete delle scuole, ma anche di organizzazioni più ampie, che si ispira al
> Reggio Approach e che si forma a Reggio Emilia, ospiti al Centro
> Internazionale Loris Malaguzzi, sotto forma di “Study Groups”, facendo
> ufficialmente parte del “Reggio Children International Network” (creato nel
> 2006). All’interno di questo Network ci sono, prima e dopo il 7
> ottobre, scuole ebraiche statunitensi molto attive nella propaganda
> pro-israeliana, a volte schierate direttamente con l’IDF.
> Avevo già fatto notare l’anno scorso le stesse dinamiche, venne sospesa una
> collaborazione (solo perché a ridosso della visita in città dell’Albanese, la
> mia segnalazione era precedentemente caduta nel vuoto 6 mesi prima). [ndr: qui
> i link agli articoli di allora RaiNews, Il Resto del Carlino, Reggionline]»
Sembra, ad un certo punto, che da Reggio Children arrivi una tenue smentita,
soprattutto in relazione alla vendita del marchio alle scuole israeliane, eppure
Pederzoli segnala nuovamente alcune foto sulla sua pagina che documentano la
presenza di soldati israeliani a Reggio. Continua il giornalista:
«Ho svolto poi una ricerca per capire se la “revisione delle collaborazioni” che
era stata promessa fosse avvenuta ma è emerso che all’interno del “Reggio
Children International Network“, proprio nello Study Group Narea, sono presenti
scuole americane ebraiche che continuano a sponsorizzare Israele e l’IDF. Questi
istituti comprendono la fascia early childhood / superiori, quindi la foto [nota
mia: con due ragazzine di età superiore alla fascia 0/6]che ho pubblicato è
stata scattata recentemente in una di queste scuole facenti parte del network
Reggio Children».
Pederzoli, impegnato in vari campi (i senza fissa dimora; i minori non
accompagnati; le situazioni di sfruttamento del lavoro; il genocidio in
Palestina), sottolinea la disattenzione della sinistra – in una città e in una
regione storicamente legate alla sinistra storica – verso i temi che stanno al
cuore del suo lavoro e nello specifico per il caso riguardante il fiore
all’occhiello dell’Amministrazione Comunale, le scuole Reggio Children 0/6,
compromesse con le quelle israeliane.
Aggiunge che la pubblicazione sul nostro sito lo farà sentire meno solo in una
città e in una regione sempre più indifferenti, a quanto pare anche nel
partito Sinistra Italiana, in cui ha militato negli ultimi anni.
Certamente criticare Reggio Children non torna facile, così come denunciare le
complicità con lo Stato di Israele in Italia, e in Emilia in particolare. La
sinistra, il Pd in particolar modo, si muove con molta ambiguità rispetto al
genocidio in atto e alla questione riguardante la diade culturale e storica
sionismo-semitismo, e il prefisso anti (si veda qui la proposta di decreto Romeo
e Del Rio sulla prevenzione delle forme di opposizione allo stato di Israele di
taglio antisemita).
Provo a curiosare sul sito Reggio Emilia Approach. Si può trovare accesso alle
informazioni sulle scuole, sulla filosofia dell’approccio educativo, sulle
occasioni formative, sulla documentazione delle attività, sull’elenco delle
pubblicazioni. C’è un ma: tutto si vende e tutto si compra, se non ci si iscrive
ufficialmente non si vedono e non si ricevono i materiali informativi.
Ho visitato – quando dirigevo, in un Istituto Comprensivo di Roma, anche la
scuola dell’infanzia statale, il Centro Internazionale Loris Malaguzzi di
Reggio, aperto nel 2006, intitolato al maestro e pedagogista che ha ispirato con
le sue idee – e creato – quello che oggi sono le scuole 0/6, contribuendo alla
fama internazionale).
Ne ricavai un forte impatto: struttura e idee-guida pedagogiche e didattiche
degli atelier, cura degli spazi, quantità di materiali, tutto era effettivamente
impressionante, i 100 linguaggi c’erano tutti. Ma provai anche il retrogusto che
viene quando quel che vedi è troppo luccicante, ti sa di un po’ fasullo e, se
poi si rivela autentico, troppo gridato e soprattutto profondamente ingiusto.
Nella nostra scuola di periferia cercavamo di essere all’altezza dei bisogni di
una zona popolare, dei molto minori non italiani, con i pochi mezzi a nostra
disposizione, in locali squallidi che le maestre inventavano con fantasia e
professionalità, perché la bellezza e la cura sono importanti quanto una buona
pedagogia (anche le parole-chiave di Malaguzzi erano relazione, bambini,
luoghi).
Oggi, per approfondire lo sfondo relativo alla segnalazione di Cosimo Perdezoli,
entro virtualmente in una delle loro scuole, l’istituto Diana. A ridosso di un
parco pubblico, è un edificio magnifico: intorno a una piazza centrale si
posizionano le aule, le pareti riproducono immagini favolose, le vetrate
aggettano su due giardini. Apro la Carta dei Servizi, 83 pagine in cui tutto, ma
proprio tutto, sembra spiegato, anche se non trovo quel che mi piacerebbe sapere
alla voce valutazione della qualità del servizio, soprattutto dei percorsi
educativi. Forse dovrei iscrivermi – pagando – a qualche a pista offerta dal
sito ufficiale o dal Centro Malaguzzi (vedi qui).
Una maestra di Reggio ben informata mi fa notare che anche queste scuole, come
del resto la maggior parte dei nidi, dei gradi infanzia e primaria, sono tenute
in piedi dal lavoro di maestre, di donne, sia nelle attività di aula che in
quelle organizzative. Così, cercando ancora, incrocio il nome di Loretta
Giaroni, comunista, moglie di un partigiano, figura importante dell’Unione Donne
Italiane (UDI). Oggi, a circa tre anni dalla sua morte, le è stato dedicato un
archivio contenente le sue carte, i suoi lavori, le riflessioni e i resoconti
degli incontri (vedi qui).
Ma, come icona della Reggio Children, non fa testo e non può competere con
Malaguzzi. Maestre, donne, nate in famiglie umili che hanno studiato spesso da
autodidatte, hanno lavorato senza troppa risonanza e costruito quel che ora
vediamo sotto le pagliuzze luccicanti. È un aspetto della storia della scuola
democratica in Italia che non fu un’impresa solo di grandi Maestri (da Milani, a
Ciari, a Dolci, a Rodari, a Malaguzzi, ecc) ma di donne di poca istruzione e di
grandi capacità, soprattutto nella lettura socio-politica dei territori in cui
lavoravano e vivevano.
Chi oggi dirige Reggio Children non bada a spese (anche perché sostenute dal
Comune di Reggio che firma le convenzioni con le cooperative che costituisco il
sistema integrato pubblico-privato). Così la macchina pubblicitaria non si
ferma. Nei giorni scorsi è andata in visita anche la principessa del
Galles, Catherine Middleton, moglie di William primogenito di Carlo III e di
Diana Spencer. La missione era volta a rendere più performativa l’offerta Centro
per la Prima Infanzia Royal Fundation (vedi qui). Gli scopi della fondazione
inglese consistono nel prestare un aiuto nei percorsi di crescita ai minori di
famiglie svantaggiate perché si sa, è scientificamente provato (leggo dal sito
inglese), che i primi 6 anni di vita decidono del futuro. Lo sa anche
l’INVALSI che su questa fascia di età investe nelle sue ricerche sulle soft
skills… I cui obiettivi sono più chiari se esploriamo le pagine della rivista on
line ROARS: è il mercato (anche militare…) bellezza!. Nel caso dell’istituzione
della principessa Kate i denari li mette la corte, il suo patrimonio famigliare,
altre istituzioni private: un caso di sgocciolamento verso il basso della
ricchezza? La classica carità e generosità dei grandi filantropi.
Sempre per non farsi incantare da tanto luccicare di cristalli aggiungo due
annotazioni. Alcune insegnanti di Reggio Children hanno confidato alla mia
informatrice, maestra e sindacalista, quanto sia forte la pressione su di loro
di tutta questa fama. Registrazioni, video, report, visite illustri, incontri di
formazione a tamburo battente, riunioni, il carico e l’ansia di prestazione
possono sembrare l’anticamera del burnout. Ma nessuna paura, sempre sulla carta
dei servizi della scuola Diana, leggo che il personale viene fatto girare per
una sana alternanza dei ruoli e delle relazioni: non so bene cosa voglia dire.
A seguire ascolto anche lo sconforto con cui la mia amica racconta lo stato
deplorevole in cui versano le scuole d’infanzia e primarie statali a Reggio,
dagli edifici alle mense. Del resto, in un plesso nella periferia della città
che conosco per esserci stata diverse volte a incontrare, su tematiche educative
e politiche, insegnanti e genitori, le classi sono per il 50% formate da alunni
non italiani e italiani di seconda generazione, le famiglie sono disfunzionali,
faticano a crescere i loro figli, la scuola rappresenta il solo luogo dove
riporre qualche speranza di futuro. Ma questi aspetti non li conosce la
principessa e li misconosce il Ministro Valditara.
Cosmopolitismo e parmigiano: tutto sta nel proteggere il marchio. Ah, viene a
fagiolo: il Centro Malaguzzi è all’interno dell’edificio di bella archeologia
industriale Locatelli, acquisito e donato dal Comune della Città. Ancora latte e
formaggi, pur passati i noti marchi Locatelli, Galbani, Parmalat a miglior vita
nel gruppo francese Lactalis (qualcuno ricorda lo scandalo del
fallimento Parmalat, nel 2003?).
Nell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università sappiamo che tutto si tiene sotto la voce mercato: l’istruzione,
l’educazione, la guerra e la relativa propaganda incantatrice.
Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
28 maggio – 1 giugno 2026: soldati israeliani in Sardegna. Diario d’inquietudini e domande
Dalle piazze di tutto il mondo si leva alto il grido per liberare la Palestina
dall’Oppressione: Free Free Palestine! Palestina Libera! Chiedendo a gran voce
di fermare il genocidio! Di rispettare il Diritto Internazionale! In due anni e
mezzo dal 7 ottobre sono 1500 i bambini arrestati nelle carceri israeliane,
secondo l’ultimo rapporto sull’uso della tortura da parte di Israele nei
territori palestinesi occupati, presentato in Senato da Francesca Albanese,
Relatrice Speciale dell’Onu sui territori palestinesi.
E quale sarebbe la destinazione di chi perpetra violenza nei confronti di minori
in un genocidio in atto?
Giovedì 28 maggio Pierpaolo Loi (Redazione Pressenza Sardigna) riporta l’arrivo
di quattro voli provenienti da Tel Aviv, con dispiegamento di forza pubblica
nell’aeroporto di Cagliari-Elmas, diretti ad uno dei più lussuosi resort
presenti nel Sud Sardegna.
E dire che proprio il 28 maggio 2026, a Cagliari si è svolta la presentazione
dei lavori del Consiglio delle Bambine e dei Bambini del Comune di Cagliari sul
tema della Pace, del progetto su la “Pace disarmata” presentato dalla classe 1ˆA
della Scuola Secondaria di Primo grado “Manno” e dell’intervento “Imparare a
parlare la lingua della pace e della non violenza” da parte del ricercatore e
docente di Pedagogia generale e sociale dell’Università di Cagliari Salvatore
Deiana, nei locali della Mediateca del Mediterraneo di Cagliari (MEM)
all’interno del progetto promosso dal Comune: “Cagliari città della Pace”. E
dire che la Regione Sardegna ha sottoscritto a ottobre 2025 il documento dal
titolo: “Sardinia Peace Island – Building Peace, Growing Futures” in risonanza
al noto: “costruire ponti e non muri”!
E mi chiedo: “Quali ponti? Quali muri? … Con quali bambine e bambini?”
Il giorno dopo l’arrivo dei primi voli charter con soldati da Tel Aviv verso il
Sud Sardegna, un’esponente della maggioranza in Regione, ha chiesto formalmente
di interdire lo sbarco dei reparti militari dell’IDF, in applicazione dell’atto
formale che vincola la Regione a recidere ogni rapporto istituzionale, economico
e di cooperazione con lo stato di Israele fino all’interruzione delle violazioni
del diritto internazionale: “Non siamo una colonia per le vacanze di chi, con le
mani ancora sporche di sangue, si concede relax dopo aver massacrato un popolo”
(V. Di Nolfo, Consiglio RAS, 29/05/2026). Lo stesso giorno, nel parlamento
italiano, esponenti di minoranza hanno sollevato l’abnorme contraddizione in
atto presente anche in altre regioni italiane.
“Abbiamo solo un’arma: la parola. E dunque, continueremo a parlare. Senza
vergogna e senza paura», afferma il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca
Latino di Gerusalemme, che ha scelto di rimanere affianco, con e dalla parte
della popolazione, di chi soffre. “Non scriviamo per contrapporci, ma per
condividere una ferita”, sottoscrive La Rete internazionale “Preti contro il
genocidio” – oltre 2.200 sacerdoti, 25 vescovi, 2 cardinali, in 58 paesi, e in
risonanza alla frase di Papa Francesco “Vado avanti” (in risposta a chi lo
accusava di mettere a rischio la sicurezza mondiale per aver predicato la pace).
Affermano: “Andiamo avanti”, per una pace ‘disarmata’, cioè non fondata sulla
paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di
risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e
speranza” (Camerun, 15 aprile 2026).
“Eppure, tra le macerie, resistono gli sguardi delle persone che incontriamo che
racchiudono tutto il dolore e tutta la forza di umanità che si esprime in ogni
gesto di cura, presenza, dignità”, dichiara il personale di Emergency. Tante le
manifestazioni in Italia e nel mondo a sostegno di chi volontariamente è salpato
sulle imbarcazioni della Global Sumud Flottilla, trasportando aiuti umanitari
verso la popolazione palestinese sotto assedio, e ha subito violenze
dall’abbordaggio fino alla fine della prigionia nelle carceri israeliane! Tanti
gli scioperi contro la guerra, contro il riarmo (vedi, non ultime, il 18 e 29
maggio 2026!) e per i diritti sindacali di chi lavora e per la Pace! Tanti i
Presidi, tante le associazioni che promuovono manifestazioni e iniziative
culturali che denunciano il genocidio in atto dichiarato anche dall’ONU e dai
rapporti redatti dalla Relatrice Speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti
umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese
(Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio, Anatomia di un
genocidio, 2024), per i quali da mesi subisce sanzioni dagli USA, (nonostante la
dichiarazione del giudice federale americano e sia cittadina europea e
funzionario dell’ONU), che le impediscono di aprire e gestire un conto bancario
condannandola, fino a svolta negli iter legali in corso, a quella che lei stessa
definisce “una morte civile”, per cui chiede sostegno.
Andare a scuola, a che pro? Interiorizzare il messaggio, “Mai Più! Mai più
l’olocausto! Mai Più la pulizia etnica!” e trovarsi oggi a essere testimoni di
crimini inauditi nei confronti di una popolazione civile inerme?
Eppure, nonostante l’articolo 4 del codice etico di UniCa (Università di
Cagliari) dichiari di ripudiare la guerra, nonostante le dichiarazioni da parte
del rettore Francesco Mola e del senato accademico, UniCa e i suoi docenti
compaiono ancora nei siti ufficiali di ben quattro progetti di ricerca europei
in collaborazione con atenei israeliani: PlatinuMS con l’università di “Tel
Aviv”(costruita su quel che fú un villaggio palestinese raso al suolo durante la
Nakba), Better4u con il Weizmann Institute of Science, NPP-SOL e Impactive con
il Technion (l’università più collusa con il complesso militare-industriale
sionista).
Da qu l’appello tra chi studia, insegna, lavora all’Università che esige:
l’interruzione immediata di ogni collaborazione con lo Stato israeliano; un
Decreto Rettorale che renda effettiva la rescissione a effetto immediato; la
modifica del regolamento per impedire la partecipazione a bandi congiunti
Italia-Israele; corridoi accademici e umanitari per studenti e ricercatori
palestinesi; una presa di posizione netta dell’Ateneo contro il genocidio. (dal
Dossier: Unica e la filiera del genocidio: fondi europei e dati sardi per
“Israele”, aggiornato al 19/05/2026 ).
Ancora mancano studentesse e studenti palestinesi negli istituti AFAM, per Alta
Formazione Artistica, Musicale e Coreutica italiani…
E chi arriva prima di loro?! Quando attivare voli charter per portare chi
continua a macchiarsi del sangue di innocenti di fronte alla Corte di Giustizia
Internazionale?
Il 2 giugno commemoriamo l’ottantesimo anniversario della proclamazione della
Repubblica italiana.
E per la Festa della Repubblica (fondata sul lavoro. Art. 1 Costituzione
italiana) a quali manifestazioni partecipiamo? Senza il lavoro di madri e padri
nelle famiglie italiane, tanto silente quanto presente, come potrebbe andare
avanti la vita?
Più intellettuali e gruppi e movimenti popolari chiedono a gran voce che la
festa della Repubblica veda in prima fila la rappresentanza delle scuole e degli
ospedali, delle lavoratrici e dei lavoratori, del mondo del volontariato, delle
diverse spiritualità e della cooperazione internazionale che apre lo sguardo
solidale sul mondo!
Quando riusciremo a svincolare l’immagine della Repubblica da una sicurezza a
senso unico, intesa solo dal punto di vista militare? Forse con la proposta di
legge di iniziativa popolare per la difesa civile non armata e nonviolenta? (per
la quale si stanno raccogliendo adesioni e firme on line e negli uffici del
comune di residenza). La svolta da dove può partire se non dall’attenzione di
ciascuna e ciascuno di noi verso ciò che sogniamo di realizzare?
Redazione Sardigna
Perù: gli studenti universitari di 16 regioni organizzano uno sciopero nazionale
La Federazione degli Studenti del Perù (FEP) ha indetto uno sciopero nazionale
universitario di 24 ore in 16 dipartimenti del Paese. «La seconda fase avrà
inizio quando le nuove autorità assumeranno il governo, tra 50 o 100 giorni», ha
dichiarato Luis Escudero, presidente della FEP, che rappresenta gli studenti
universitari, degli istituti superiori e delle scuole.
Le principali richieste dell’organizzazione riguardano la realtà educativa,
come: una nuova legge universitaria con la partecipazione degli studenti e
l’aumento del bilancio destinato all’istruzione pubblica fino al 6% del PIL; gli
studenti hanno espresso preoccupazione per i tagli di bilancio che influiranno
sulla scarsa qualità dell’istruzione universitaria.
Gli studenti chiedono inoltre l’ampliamento della copertura di mense e residenze
universitarie, un servizio di accompagnamento psicologico, asili nido
universitari per studenti, docenti e lavoratori. Allo stesso modo, il rispetto e
l’estensione del diritto al biglietto universitario a metà prezzo, l’inserimento
di una rappresentanza studentesca del 50% nel governo universitario e la
promozione del diploma di maturità automatico permanente per gli universitari e
l’omologazione delle modalità di conseguimento del titolo.
Il movimento studentesco universitario aderisce anche alle rivendicazioni
sociali della popolazione nel pieno del processo del secondo turno elettorale,
quali: esigere dal Congresso della Repubblica l’immediata approvazione del
credito supplementare per le borse di studio Generación del Bicentenario e Beca
18, l’approccio di genere integrale nell’istruzione, denunciare la persecuzione
politica e il terrore contro gli studenti, l’abrogazione delle leggi
anti-forestali e pro-crimine, tra le altre.
Redacción Perú