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“La scuola (non) va alla guerra”: assemblea pubblica, il 12 settembre a Imperia
A Imperia lo scorso maggio nella palestra dell’Istituto “Ruffini” è stata esposta la mostra itinerante “I come intelligence”, progetto promosso dal Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) insieme con il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) per far conoscere agli studenti e alle studentesse delle scuole superiori l’intelligence italiana, le sue funzioni e organizzazione. L’iniziativa si inseriva in una serie di interventi su scala nazionale rivolti alle scuole, al fine di avvicinare ragazze e ragazzi al mondo dei servizi segreti e ai temi della sicurezza e della difesa della patria, come documentato anche dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (clicca qui). A Imperia docenti e gruppi della società civile si erano indignati, il Comitato No Riarmo aveva definito la mostra una “mostruosità” e aveva organizzato un volantinaggio di protesta dal titolo arguto “I come… Indecenza“. Quell’episodio, che ha messo in luce concretamente e pubblicamente la militarizzazione delle scuole, ha condotto il Comitato stesso a voler approfondire il fenomeno della “guerra a scuola” in una una assemblea pubblica, invitando Maria Teresa Silvestrini dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Michelangelo Benza, delegato scuola del sindacato USB. L’incontro si terrà il 12 settembre alle 18 nella biblioteca del monastero di Santa Chiara a Porto Maurizio (via Santa Chiara 9). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
September 8, 2026
Pressenza
Masturbarsi rende cechi. La negazione dei corpi
QUANDO BAMBINI E BAMBINE, RAGAZZI E RAGAZZE CERCANO DI SCOPRIRE IL LORO CORPO E QUELLO DEI COETANEI RARAMENTE HANNO ADULTI PREPARATI IN GRADO DI FORNIRE INFORMAZIONI IMPORTANTI. MOLTE E MOLTI NON MATURANO COSÌ UNA SESSUALITÀ CONSAPEVOLE E RISPETTOSA. PER QUESTO IL DIVIETO DELLA NUOVA LEGGE DEL MINISTRO VALDITARA CIRCA LA POSSIBILITÀ DI TRATTARE LA SESSUALITÀ NELLA SCUOLA DELL’INFANZIA E NELLA SCUOLA PRIMARIA È PERICOLOSO E VIOLENTO. LA SCUOLA È IL LUOGO PRIVILEGIATO, PER SCOPRIRE GRADUALMENTE, GIÀ DAI PRIMI ANNI DI VITA, COME FUNZIONA IL NOSTRO CORPO E COME, ANCHE NELLA LOTTA DEI CORPI, RISPETTARE QUELLO DEGLI ALTRI, SCRIVE LORIS ANTONELLI, PSICOLOGO ED EDUCATORE. IL FOCOSO SOTTO IL BANCO, PER DIRLA CON LEA MELANDRI, C’È E CI SARÀ, NON SVANISCE PER LEGGE. TUTTE LE BAMBINE E I BAMBINI, LE RAGAZZE E I RAGAZZI, HANNO DIRITTO AD AVERE UNA FORMAZIONE E UN’INFORMAZIONE CHE CONTRASTI CREDENZE, PREGIUDIZI, FANTASMI ANGOSCIANTI IN CUI METTONO RADICI LA VERGOGNA, LA VIOLENZA, LA PAURA, LA PREVARICAZIONE Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Negli anni ’80, che ho iniziato da bambino e finito da adolescente, gli anni di postal market, uno spettro si aggirava nelle nostre vite. Non era il nazismo, che pensavamo sconfitto, né il comunismo, che da bambino non capivo, e neanche il diavolo, nonostante a catechismo ce ne parlassero, era la masturbazione, e più in generale la sessualità. Nella cultura in cui sono cresciuto si diceva che masturbarsi fa diventare ciechi, e anche che faceva uscire i brufoli, e questo ha avuto un ruolo ancora più significativo nella preadolescenza di un ragazzo come me che di acne ci ha sofferto tantissimo. Ricordo come un momento angosciante e un grande spavento la mia prima eiaculazione, forse fra la quinta elementare e la prima media. Se avessi saputo cosa era davvero avrei festeggiato il mio ingresso nel mondo del piacere, e invece per giorni mi sono preoccupato di aver rotto qualcosa del mio pistolino, e l’ho controllato ossessivamente infinite volte, chiuso in una silenziosa e paranoica vergogna. «È, in sostanza, quello che vado chiedendo da anni alla cultura maschile: che gli uomini smettano di “occuparsi delle donne” e facciano “autocoscienza”… – scrive Lea Melandri in Dietro la cattedra, sotto il banco (Prosepero ed., 2025) – Mi sono accanita, in altre parole, perché gli uomini “partorissero” il loro corpo, esprimessero sentimenti ed emozioni…». Ecco, io non sono certo che questo percorso di consapevolezza e autocoscienza sia compiuto per me, come vorrebbe Lea Melandri, ma sono abbastanza certo che questa riflessione abbia sentito l’urgenza di esprimersi anche grazie alle suggestioni che quel libro evoca, rispetto al “focoso sotto il banco”, rispetto alla sessualità nell’infanzia e rispetto alla più generale negazione dei corpi, a scuola soprattutto, perché nei primi mesi di “opposizione” alla legge Valditara sull’educazione sessuo-affettiva, avevo sentito più mia l’urgenza di parlare di preadolescenza. Trovo violento e pericoloso, e dunque non ricevibile, il divieto della nuova legge del ministro Valditara circa la possibilità di trattare la sessualità nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, perché i corpi e le emozioni non si castrano per legge. Il ministro dovrebbe saperlo, in caso contrario i nostri insegnanti dovrebbero spiegarglielo e, se fosse necessario, anche con uno sciopero a oltranza, fino a ottenere lo stralcio di una legge che viola gravemente la libertà di insegnamento, ma che, soprattutto, nuoce alla salute pubblica. La mia educazione sentimentale e sessuo-affettiva Da qui il desiderio di portare una testimonianza con le emozioni, e per quanto mi possa riuscire anche con le parole di allora, della mia infanzia e della mia adolescenza. Sono cresciuto, primo di tre figli maschi, in una famiglia mediamente cattolica, in un piccolo paesino del Molise, ma dai racconti adulti dei miei amici sento che la mia esperienza somiglia tanto a quella degli altri, e le differenze fra noi, casomai, non giustificano la censura, ma spiegano ancora meglio la necessità inderogabile di un’educazione sentimentale e sessuo-affettiva per tutta la durata dell’istruzione pubblica, dalla scuola dell’infanzia all’università. A casa mia il bagno principale era una stanza grande. Di fronte al wc c’era una sedia con riviste e libri… Un invito alla contemplazione nel momento dei bisogni fisiologici. Fra queste riviste, molto regolarmente, c’era il settimanale Amica, rivista di moda e attualità, che fra le pagine spesso esibiva immagini sensuali e occasionalmente nudi di donne note del mondo dello spettacolo o modelle. Ero attratto da una vivida curiosità, ancora prima di connettere il concetto di erezione a quello di desiderio sessuale. Non sapevo né cosa né perché mi attraesse, ma mi incuriosiva, e le sfogliavo avidamente. Ricordo che già alle elementari erano frequenti gli “innamoramenti” con le bambine, anche se ancora non sentivo il bisogno di un contatto fisico, più spesso sublimato con la lotta libera che mischiava i corpi di noi “maschietti”. Sono cresciuto pensando che “i maschietti” potessero fare delle cose, “le femminucce altre”. Le prime lezioni di educazione sessuale sono arrivate con le riviste pornografiche che Costantino portava in classe già in quarta elementare. Ma erano lezioni senza spiegazioni, fatte di immagini senza domande. Forse Costantino ne sapeva più di noi, era anche di un anno più grande, ma nessuno osava chiedere, fingendo che tutti capissimo il senso di quel sesso esplicito. Già in quinta elementare, sempre il mio audace compagno, mi scorrazzava su una strada provinciale a 9-10 chilometri da casa mia, con il suo motorino, a fare avanti e dietro dove sostava una prostituta, che ci guardava divertiti. Tutto mi eccitava, e non sapevo neanche perché. Tutto era segreto, fatto di nascosto, affinché non scalfisse l’immagine di bambino perfetto che aleggiava su di me, in famiglia e non solo. Tutto era segreto, tutto era vergogna. Eppure maturava in me un forte sentimento contraddittorio: pensare che esistessero sentimenti romantici, belli, dunque giusti, e pratiche sessuali peccaminose, dunque sporche, e quindi proibite. Cose che si facevano di nascosto, e che se le facevano i maschi erano “atti impuri”, ma magari si risolvevano con tre Ave Maria, ma che se le facevano le femmine erano vere e proprie porcherie, che rendevano impure loro stesse, e per sempre. È così che un giorno a caso nel bagno di casa mia, fra le pagine di Amica e quelle della sezione di biancheria intima di Postal Market, sono stato invaso da un piacere così intenso che ho quasi pianto, e le prime gocce di liquido trasparente mi hanno introdotto al piacere sessuale. Avevo 11 anni. Dopo il piacere intenso, durato pochi secondi, mi ha pervaso il terrore, durato diversi giorni. Non sapevo cosa fosse successo, né se avessi provocato al mio sesso un danno irreversibile, rompendo qualcosa che avrebbe perso liquido per sempre. Ho controllato ossessivamente e ripetutamente il mio pene, per capire se cambiava qualcosa, consumato fra il desiderio di nascondere tutto e la vergogna che mi si leggesse in faccia il peccato originale. E così si sono susseguiti la crescita e la sessualità, in un alternarsi di curiosità e sensi di colpa, piaceri rinchiusi in bagno e vergogna per la paura che mi si leggesse in faccia, polluzioni notturne e terrore che mia mamma lo capisse dalle mie mutande macchiate… in quel segreto prendeva forma un modo di vedere i maschi e le femmine, di pensare che chi fa alcune cose è sporco, e che le ragazze che avrai amato quelle cose non le facevano. Quando ragazzi e ragazze cercano di scoprire il loro corpo Mai nessuno che vedendomi crescere abbia pensato di spiegarmi qualcosa, nonostante mia mamma fosse una maestra, e mio padre un uomo estroverso, colto, con cui potevo parlare di tutto. Di quasi tutto, non di sessualità. Io ero un ragazzo in grado di sostenere quasi ogni tipo di conversazione con gli adulti, ma sono cresciuto pensando che il sesso fosse una cosa sporca, vergognosa, e ho faticato a parlarne anche con gli amici. Avere le prime relazioni affettive è stato più facile che masturbarmi, perché sul piacere fisico il marchio morale della vergogna, la paura che davvero i brufoli fossero una conseguenza dell’auto erotismo, mi hanno sempre spinto al piacere segreto e a censurarmi. Ho un ricordo di momenti morbosi, poco sereni, mai liberi. Questa esperienza e molte cose della mia sessualità infantile e adolescenziale sono sicuramente comuni, in infinite forme possibili, a bambini e ragazzi che cercano di scoprire il loro corpo e quello dei coetanei. La stragrande maggioranza fa queste scoperte attraversando momenti di disagio alternati a divertimento e complicità, a delusioni e gratificazioni, ma poi in qualche modo apprende come stare in relazione con sé stesso e con gli altri, dignitosamente, capisce che nel consenso reciproco si fonda una relazione fatta di corpi, di scoperta, di piacere, di condivisione, e che no, non è una porcheria e non sporca chi la fa, ma arricchisce le persone nell’incontro se c’è la sensibilità che basta a mettere entrambe/i a proprio agio. Molte e molti però non maturano una sessualità consapevole e rispettosa, soprattutto oggi, che la pornografia online è la prima e precocissima scuola di vita, e rischiano di vivere relazioni prevaricanti, possessive, violente, perché non riescono ad accettare la libertà del corpo e delle emozioni altrui, ancorati a quel retaggio per cui la sessualità è sporca e soprattutto il corpo femminile è reso inumano, al servizio del proprio piacere, come in un video porno. Molti sono rimasti a spiare la vita degli altri dal buco della serratura, travolti da un trambusto di emozioni che non riescono a leggere attraverso una riflessione più intima e personale, e sono spaventati da quello che vedono, che un po’ li eccita, un po’ li confonde, molto li angoscia. Il focoso sotto il banco c’è e ci sarà La scuola è il luogo privilegiato, per scoprire gradualmente, già dai primi anni di vita, come funziona il nostro corpo e come, anche nella lotta dei corpi, rispettare quello degli altri, e che no, non ci si deve vergognare ad abbracciarsi fra bambini, che gli affetti passano anche dal contatto fisico, e che piano piano ognuno ne può capirne il senso, senza spaventarsi. A volte penso che il mondo della scuola non sia insorto di fronte al divieto di parlare di sessualità durante l’infanzia perché per primi gli adulti ne sono imbarazzati, o non sono sicuri di farlo nel modo giusto, allora vale la pena fare uno sforzo per capire la “propria postura” educativa, visto che di corpi parliamo, e chiederci se ci possiamo permettere di fare finta di niente, perché io credo di no, non ce lo possiamo permettere. Nel 1972 Lea Melandri pubblica sulla rivista “L’erba voglio” un dialogo con i suoi alunni di scuola media, che riporta anche nel libro già richiamato. Ne riporto brevi passaggi, e vi rimando al libro stesso per una riflessione più strutturata: “Anche in classe portiamo giornali di donne nude. Li guardiamo per imparare, perché se uno va a letto con una ragazza e non sa quello che fa lo prendono per finocchio. A scuola i giornali qualcuno li porta anche per farsi ammirare dagli altri. Che lui sa già tutte queste cose qui…”. “I ragazzi che vengono a scuola e che non sanno niente, non hanno visto niente, quando vedono quei giornaletti di donne nude, si riproducono sulle ragazze, le toccano, gli saltano addosso, gli fanno tutti gli scherzi che vogliono…”. “Mio padre e mia madre non mi dicono niente, anzi ho anche la raccolta di giornalini di donne nude. Vorrei dire un’altra cosa: ormai anche i bambini piccoli sanno queste cose, perché le vedono nei negozi, nelle farmacie…”. “Noi vediamo questi giornalini e ci facciamo focosi. Allora per tirarci via questo focoso, saltiamo addosso alle ragazze e ci sfoghiamo…”. Vorrei riportarvi pagine e pagine di tutti i dialoghi con le ragazze e i ragazzi delle classi con cui da anni ci occupiamo di educazione alle relazioni ed educazione sentimentale e sessuo-affettiva, ma è più importante che ognuna e ognuno rintracci nella sua memoria d’infanzia i sentimenti e le emozioni con cui ci si è affacciati alla sessualità, inconsapevole prima, consapevole poi, che faccia memoria del suo corpo, delle sue pulsioni, delle sue vergogne, delle sue fantasie. Il focoso sotto il banco c’è e ci sarà, non svanisce per legge. Tutte le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi, hanno diritto ad avere una formazione e un’informazione che contrasti credenze, pregiudizi, fantasmi angoscianti in cui mettono radici la vergogna, la violenza, la paura, la prevaricazione. Tutte e tutti loro hanno diritto a una educazione sessuo-affettiva, graduale e proporzionata all’età, che li aiuti a crescere con più naturalezza e meno ansie possibili, nel rispetto della cultura di appartenenza e della propria religione, ma assumendo che nessuna crescita sana può passare dalla negazione dei corpi e dal bisogno di esplorarli, né che ciò si può delegare alle sole competenze dei familiari, che per cultura o attitudine quasi mai riescono nel delicato compito a cui insegnanti ed esperti si dedicano da diversi decenni. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Masturbarsi rende cechi. La negazione dei corpi proviene da Comune-info.
September 7, 2026
Comune-info
Caldo in classe, monta la protesta
Roma, 7 settembre 2026 – Questa mattina la Rete degli Studenti Medi del Lazio era di fronte al Liceo Cavour di Roma per un flash mob in protesta per le condizioni in cui si prospetta il rientro in classe. «È inaccettabile rientrare a scuola con più di 30° e senza un piano reale e attuato per mitigare la situazione» afferma Simone Montori, coordinatore Regionale della Rete degli Studenti Medi del Lazio, «Serve un intervento coordinato da parte di Ministero, Regione Lazio e Enti locali» Sui fondi stanziati dal Ministero, Montori commenta «Ancora una volta, dal Ministero arriva una risposta tardiva e insufficiente: come possono bastare 57€ ad aula quando 9 scuole su 10 non hanno alcun impianto di climatizzazione? Solo a Roma, secondo Città Metropolitana, servirebbero 25 Milioni, 5 in più di quelli stanziati dal Ministero» Il sindacato studentesco annuncia che monitorerà la situazione nelle scuola fin dal primo giorno: «Raccoglieremo le segnalazioni nelle scuole e vigileremo affinché la salute di chi studia venga garantita» Rete degli Studenti Medi del Lazio Redazione Italia
September 7, 2026
Pressenza
Lingue madri in agonia
LECCO/CUNEO – 7 settembre 2026 – Il Partito Popolare del Nord solleva con forza e fermezza la questione drammatica della tutela delle minoranze linguistiche storiche del nostro territorio, puntando il dito contro l’indifferenza e l’ostruzionismo ideologico di chi sta condannando a morte il nostro patrimonio culturale più prezioso: le nostre lingue madri. I dati emersi sul declino dell’occitano nelle valli piemontesi tracciano un quadro desolante e impietoso: si stima che i giovani sotto i vent’anni in grado di parlare fluentemente la lingua d’oc siano ormai meno di 50 in tutto il territorio. Una deriva che, se non invertita immediatamente, porterà alla scomparsa totale e definitiva dell’occitano nel giro di trenta o quarant’anni, riducendo celebrazioni storiche e identitarie come la Baìo di Sampeyre a mere recite private della loro anima linguistica. Di fronte a questa emergenza, la risposta delle istituzioni e di alcune forze politiche è stata finora di un’inerzia sconfortante. Il Partito Popolare del Nord denuncia con assoluta fermezza l’atteggiamento di chi ha ignorato gli spazi di manovra aperti dalla Legge statale 48/1999 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”). Le scuole, le Province, i Comuni e la stessa Regione hanno spesso finto di non vedere, frenati da una cronica mancanza di forza e volontà politica nell’applicare una norma pur imperfetta ma preziosa. Sulla gravità di questa situazione intervengono congiuntamente Paolo Gulisano, Responsabile della Commissione Cultura, Identità e Questioni Sociali del Partito Popolare del Nord, e Lucas Casati, Responsabile Federale del Partito Popolare del Nord: «È semplicemente intollerabile applicare parzialmente o non applicare la legge sulla tutela delle minoranze linguistiche. Non possiamo assistere al tentativo di vanificare l’insegnamento delle nostre lingue madri, nascondendosi dietro scuse contrattuali o vincoli di bilancio, rappresenta un insulto alla nostra storia. I convegni, le passerelle folk, dell’associazionismo finanziato e i gruppi musicali che cantano in italiano sventolando bandiere occitane non hanno salvato, e mai salveranno, un solo giovane parlante. L’unica lezione che dobbiamo imparare, come dimostra lo straordinario riscatto della lingua basca sui Pirenei, è che solo la scuola può salvare una lingua minoritaria dalla dispersione generazionale. Esigiamo che la lingua d’oc entri trionfalmente nei programmi scolastici ministeriali della scuola materna, elementare e media come materia di studio curriculare, sullo stesso piano dell’italiano e della matematica. Occorre che la Regione istituisca subito un “Albo degli studiosi della lingua d’oc” altamente qualificati e un “Albo dei parlanti di madrelingua” per portare l’insegnamento vivo e strutturato nelle aule. La nostra lingua è la nostra terra; difenderla nelle scuole non è un’opzione, è un dovere sacro al quale il Partito Popolare del Nord non intende sottrarsi». Il Partito Popolare del Nord ribadisce che la tutela della diversità linguistica non è un vezzo nostalgico, ma un pilastro costituzionale e civile. La battaglia per l’applicazione rigorosa della Legge 482 e per il riscatto della scuola pubblica come baluardo identitario proseguirà senza sosta in tutte le sedi istituzionali. Paolo Gulisano Responsabile Commissione Cultura, Identità e Questioni Sociali del Partito Popolare del Nord Lucas Casati Responsabile Federale del Partito Popolare del Nord Redazione Piemonte Orientale
September 7, 2026
Pressenza
Non ce la facciamo da soli
Quelle parole, “Non ce la facciamo da soli”, dopo la tragedia terribile di Pietralata continuano a rimbalzare ovunque. Eppure, a partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Quelle conquiste si possono cancellare con una legge, ma possono anche svuotarsi molto prima, quando la cultura dell’inclusione viene vista come un eccesso. Sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto le destre in ascesa (come in questi giorni in Sassonia). “Il cambiamento parte da come viviamo noi… – scrive Emilia De Rienzo – Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria…”[Comune-info] «Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare. Non è stato sempre così. A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero riconosciute come tali. Chiedevano dignità. Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate, rischiamo di dimenticare quanto siano costate. Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini, alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene. Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita. L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse, per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo chi non corrisponde alla nostra idea di normalità. Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026, le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg. Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare. Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come «peso». Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah, più orgoglio identitario. E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società considera accettabile o normale. Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso. Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è autonoma, di quanto costa. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso, quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che come una ricchezza. Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi. Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria. La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati. Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile, chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa. È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante. Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è. E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola. Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a una persona: tu qui hai il diritto di stare. EMILIA DE RIENZO, INSEGNANTE E FORMATRICE Comune-info
September 3, 2026
Pressenza
Nepal, catastrofe climatica e diritti umani: il CNDDU propone il “Diario climatico”
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profondo cordoglio e solidarietà al popolo nepalese ed esorta dirigenti e insegnanti: “L’emergenza ambientale è anche un’emergenza dei diritti umani. Non agire significa compromettere il diritto stesso alla vita e alla sicurezza delle generazioni presenti e future”.   > Il distacco e il crollo di imponenti masse glaciali d’alta quota in Nepal > hanno innescato un devastante effetto domino, con fiumi di fango, acqua, rocce > e sedimenti che hanno travolto interi villaggi, provocando centinaia di > vittime, migliaia di dispersi e un numero incalcolabile di sfollati. > > Gli scienziati dell’International Centre for Integrated Mountain Development > (ICIMOD) e autorevoli riviste scientifiche, come Nature, evidenziano come non > si tratti di una tragica fatalità isolata, ma di un fenomeno che richiama > drammaticamente le conseguenze del cambiamento climatico. > > Il riscaldamento globale sta destabilizzando i ghiacciai dell’Himalaya, una > delle più importanti riserve di acqua dolce del pianeta, minacciando > direttamente la sopravvivenza e la sicurezza di intere popolazioni. > > Il CNDDU sottolinea con forza come la crisi climatica non sia soltanto > un’emergenza ecologica, ma rappresenti anche una grave minaccia per > l’esercizio dei diritti umani fondamentali: il diritto alla vita, alla salute, > all’acqua, alla casa e a un ambiente sicuro. Come docenti e formatori, non > possiamo restare inerti di fronte a questa realtà. > > In vista dell’avvio del nuovo anno scolastico, esortiamo i dirigenti > scolastici e gli insegnanti di ogni ordine e grado a dedicare, nell’ambito > delle ore di Educazione civica, un momento di riflessione e approfondimento > alla crisi climatica e alle sue conseguenze sui diritti umani. Tale percorso > potrà avvalersi del contributo di esperti in grado di porre l’accento > sull’importanza delle politiche ambientali e sulle responsabilità dell’intera > comunità rispetto ai cambiamenti climatici. > > A questo proposito, proponiamo l’adozione di un Diario climatico, concepito > come strumento didattico attraverso il quale annotare progressivamente le aree > del pianeta colpite dalle più gravi catastrofi ambientali e i territori > maggiormente a rischio. Si tratta di realizzare una vera e propria mappatura > geopolitica e ambientale, capace di mantenere viva l’attenzione sulla > necessità di proteggere il nostro ecosistema e di sviluppare una cultura della > prevenzione e della responsabilità. > > È fondamentale, infatti, spiegare ai nostri giovani il legame indissolubile > che unisce le nostre abitudini quotidiane ai grandi equilibri del pianeta. > Dobbiamo promuovere nelle nuove generazioni una profonda coscienza ecologica e > rafforzare il senso di appartenenza a una comunità planetaria solidale. > > Chiediamo, inoltre, alle istituzioni internazionali e ai governi di agire > tempestivamente, non soltanto attraverso gli indispensabili aiuti umanitari > d’emergenza, come quelli messi in campo da organizzazioni quali l’UNICEF, ma > anche mediante politiche climatiche globali vincolanti e coraggiose, capaci di > contrastare efficacemente il riscaldamento globale prima che le sue > conseguenze diventino irreversibili. > > La tragedia del Nepal rappresenta un campanello d’allarme globale che risuona > fino alle nostre aule. Ignorarlo significa compromettere il futuro delle > prossime generazioni. > > Rossella Manco – Segreteria Nazionale CNDDU Redazione Italia
September 1, 2026
Pressenza
Una scritta fascista ‘riapparsa’ sulla scuola dedicata a un martire della Resistenza
Il Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera oggi informa che “Giancarla Codrignani, legislatrice emerita ed una delle figure più illustri dei movimenti femministi, pacifisti e nonviolenti, e Riccardo Orioles, già principale collaboratore di Pippo Fava ed uno dei più illustri giornalisti e militanti antimafia, hanno espresso attenzione e sostegno ai cittadini viterbesi che chiedono la rimozione della scritta fascista dalla facciata della scuola intitolata al martire della Resistenza Mariano Buratti”. “Esprimiamo la nostra più profonda gratitudine a Giancarla Codrignani ed a Riccardo Orioles – riferisce il comunicato del Centro – Ribadiamo ancora una volta che per inconfutabili ed ineludibili ragioni morali e giuridiche quella scritta non può campeggiare sulla facciata dell’edificio che ospita una scuola pubblica dell’Italia repubblicana, democratica ed antifascista”. Ieri, 31 agosto, il Centro ha diramato la Lettera aperta al Ministro dell’Istruzione e al Ministro dell’Interno affinché a Viterbo non si commetta un’illegalità e una follia in cui sono dettagliatamente spiegate la vicenda, la questione e le ragioni della richiesta per la rimozione dell’insegna. * NEWS ISTRUZIONE / 26 luglio 2026 : Viterbo, sit-in al liceo Buratti per la scritta fascista – Centinaia di persone davanti al liceo classico di Viterbo intitolato al partigiano Mariano Buratti: dopo i lavori è ricomparsa una scritta di epoca fascista. Provincia e Soprintendenza: resterà, ma attenuata. Peppe Sini
September 1, 2026
Pressenza
Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città
LA VICENDA DI SPIN TIME RIPORTA AL CENTRO UNA QUESTIONE DECISIVA: SENZA COMUNITÀ I QUARTIERI RESTANO INDIFESI DI FRONTE ALLA SPECULAZIONE E ALLA DESERTIFICAZIONE SOCIALE. RIPENSARE I POLI CIVICI COME COMUNITÀ EDUCANTI SULL’EREDITÀ DEI CONSIGLI SCOLASTICI DISTRETTUALI SIGNIFICA RESTITUIRE ALLA SCUOLA E AI TERRITORI LUOGHI STABILI DI PARTECIPAZIONE, CURA E TRASFORMAZIONE DEMOCRATICA Foto tratte dal “Centro Estivo-Casa Esquilino alla Di Donato” -------------------------------------------------------------------------------- Una delle cose che sta emergendo in questo periodo in seguito allo sgombero di Spin Time è l’importanza della comunità, del quartiere, per dirlo in termini pedagogici, della “comunità educante” nelle nostre città. I fondi immobiliari, la speculazione urbanistica, i palazzinari hanno accumulato un potere enorme a Roma. Un potere che ha radici lontane perché da sempre, se pensiamo al legame tra scandali finanziari e bancari e lo sviluppo urbanistico della città che costò il governo a Giolitti, questo intreccio ha determinato lo sviluppo economico della città. Ma anche tornando a periodo più recenti, ci accorgeremmo facilmente di come il quadro non sia cambiato. Dopo più di un secolo di battaglie, occupazioni, lotte, infatti, ci ritroviamo a fronteggiare di fatto dinamiche molto simili. Dove però esiste un rapporto, un legame, una rete di realtà che tra loro dialogano costantemente, la possibilità di difendere un territorio da questi processi e dalla desertificazione che determinano, aumenta. La posizione dalla quale lo difendi, se stai in queste reti, rimane una posizione di svantaggio, una posizione di debolezza, data la correlazione di forze sbilanciata in modo schiacciante dal lato del potere economico, eppure, anche da questa posizione, l’ambizione di poter fermare e condizionare gli interessi speculativi non è del tutto utopistica. Ad accorgersi del valore di questo patrimonio di relazioni, dovremmo essere in particolare noi insegnanti, lavoratori della scuola, genitori: la possibilità di costruire “comunità educanti” forti costituisce un ostacolo alla realizzazione dei processi di gentrificazione e sussunzione di un territorio agli interessi dominanti e per questo conservatori e reazionari, negli anni, queste esperienze di resistenza le hanno combattute. Per questo si sono sempre impegnati per far diventare praticamente impossibile, quasi ovunque, lo scenario che i decreti delegati approvati nel 1974 pensavano di voler perseguire nel nostro paese. L’orizzonte nel quale si muovevano i movimenti per la democratizzazione della scuola faceva si che essi avessero chiaro quanto fosse necessario costruire degli spazi di incontro nei quartieri all’interno dei quali ci potessero essere tutti, dai negozianti alle associazioni ai partiti e certamente la scuola e tutte le agenzie educative che affianco ai partiti cominciavano ad affacciarsi sulla scena sociale. L’educazione non doveva quindi più essere intesa come un perimetro limitato alla scuola, ma una preoccupazione diffusa e il futuro delle nuove generazioni un orizzonte di cui avere cura insieme. Ciò era, secondo la convinzione di tutti, possibile solo creando contesti di discussione e incontro allargati, che fungessero come organi intermedi tra la politica istituzionale e la società. Quei movimenti, in quegli anni, vedevano nella costruzione del “distretto scolastico” la ricaduta di un’idea di società diversa, in cui dire “politica” significava dire “educazione” e dire “educazione” volesse dire automaticamente dire “politica”. Il “consiglio scolastico distrettuale” era il tassello che avrebbe completato il percorso di democratizzazione interno alla scuola e rimesso finalmente la scuola stessa al centro di una rete di relazioni di cui doveva fare parte, spingendola a stabilire una relazione dialettica con le altre forze sociali a essa esterne. Riducendo le distanze, eliminando steccati, stabilendo invece dei ponti. Il “consiglio scolastico distrettuale” doveva essere il parlamento del quartiere: doveva essere il luogo dove tutte le forze sociali, una volta messa la pedagogia al centro dell’azione politica, dovevano incontrarsi perché a partire dalle preoccupazioni educative i territori diventassero effettivamente luoghi di trasformazione democratica della società nella sua interezza. Democratica e progressista Questo disegno fallì per varie ragioni e venne definitivamente e non casualmente derubricato in un drammatico ciclo di aggressione ai diritti dei lavoratori portato avanti dal governo Berlusconi nei primi anni di questo millennio. Oggi sembra utopistico di fronte al deserto sociale che in molti quartieri è avanzato radendo al suolo esperienze fondamentali dai comitati ai centri sociali alle associazioni e certo anche ai partiti. Territori nei quali le scuole, spesso isolate, non possono svolgere il loro ruolo né all’interno dei loro edifici, tantomeno concependosi come spazi in interazione con i luoghi nei quali si trovano. Eppure, la si può rilanciare. In fondo, ci è stata una stagione di lotte e battaglie in cui questa idea di democrazia, di partecipazione, di democrazia partecipativa, si stava di nuovo facendo largo. Poi si è arrestata. Ma è importante ricordarlo, non parliamo di due secoli fa. È stato, infatti, il movimento contro la globalizzazione economica a riprendere attraverso l’esperienza dei “social forum” alcune di quelle istanze. Dando vita a una stagione di mobilitazioni forse tra le più ambiziose del recente passato, e tra le più vicine alla esperienza della democratizzazione della scuola negli anni ‘70. L’importanza dei poli civici Oggi ci dovremmo impegnare perché in tutte le città, in tutti i quartieri la cittadinanza possa contare su reti forti, su “comunità educanti” forti, non necessariamente omogenee, ma forti come hanno dimostrato di esserlo quelle all’Esquilino, dove, a facilitare la comunicazione e l’interazione esiste da anni il “Polo civico”, la cui preziosa funzione è emersa in maniera lampante e andrebbe rafforzata. Ogni territorio dovrebbe avere un Polo civico e in qualche modo, al suo interno bisognerebbe fare in modo che vi confluissero tutte le realtà che compongono il variegato tessuto di un quartiere perché possano esercitare quella funzione di scambio e co-costruzione dei processi di cura rivolti ai più giovani (ma anche ai meno giovani) per cui era stato pensato il “consiglio scolastico distrettuale”. Solo intendendo in questo modo, politico ed educativo, pedagogico e politico, la funzione della “comunità educante”, immaginando che essa si possa configurare come un vero e proprio “polo civico”, per il quale agire politicamente significhi agire pedagogicamente e mettere pedagogia e cura al primo posto delle proprie linee strategiche. Solo così potremo nutrire l’ambiziosa, utopistica ma concreta, convinzione di poter ancora giocare questa partita, contrastare la speculazione e la voracità dei grandi gruppi economici e difendere le nostre città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Poli civici: comunità educanti per il diritto alla città proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Nuovo numero di “Costruire la pace. Decostruire la guerra”
E’ disponibile a questo link la Rassegna stampa “Costruire la pace. Decostruire la guerra”, numero 29, luglio/agosto 2026 https://padreangelocavagna.wordpress.com/wp-content/uploads/2026/08/rassegna-stampa-sito-cavagna-29-luglio-agosto-2026.pdf curata dal gruppo informale Amici di p.Angelo Cavagna per ricordarne l’incessante azione a favore della pace, della obiezione di coscienza e del servizio civile, contro ogni militarismo. Il numero di luglio/agosto è particolarmente ricco, oltre 100 notizie, anche in funzione delle molte occasioni di dibattito occorse sul binomio pace/guerra. e temi collegati, come il summit Nato di Ankara, il dibattito seguito all’editoriale di Vito Mancuso su La Stampa sulla necessità della deterrenza armata e la lettera di Mons.Ricchiuti, presidente di Pax Christi alla segretaria PD Elly Schlein. Ancora le diverse opinioni nel mondo pacifista sul DDL inerente la Difesa civile, la proposta di candidare i “Bambini di Gaza”al Nobel per la pace e il primo si alla Camera alla controversa riforma del Servizio civile. Molti gli “orrori” che segnaliamo dai reels di facebook sulla (in)cultura in cui fermentano razzismo e militarismo. Anche una sezione dedicata al rapporto tra musica e guerra e tanto altro ancora. Per riceverla gratuitamente scrivete a: 30passi@libero.it I 28 numeri arretrati li trovate qui https://padreangelocavagna.wordpress.com/rassegna-stampa/ Redazione Italia
August 30, 2026
Pressenza
Riparare il mondo e cedere il potere: l’incontro con la Portentosa Cura Intergalattica
C’è un modo molto comune per interrompere la comunicazione tra le generazioni: l’atteggiarsi a custodi della verità da parte dei più maturi. È un atteggiamento spesso saccente, tipico di sempre, ma che oggi acquisisce un peso particolarmente grave. Grazie all’inverno demografico, infatti, la gioventù attuale si trova in una condizione di minoranza assoluta, cosa mai avvenuta per i giovani del passato. Mi riferisco ovviamente all’Occidente (ma a ovest di cosa?), ai Paesi ricchi (ma ricchi per chi?), insomma agli USA, al Canada, al Giappone, all’Europa e – al suo interno – al caso estremo dell’Italia. Non sto a riportare i dati, li vediamo tutti. Calo delle nascite, allungamento della speranza di vita e dinamiche migratorie fanno dell’Italia, insieme al Giappone, un Paese per vecchi. Tutto questo in un contesto di policrisi, ovvero di fratture che si intersecano e si nutrono a vicenda: climatica, politica, migratoria, sociale, energetica, logistica. Mao Zedong avrebbe detto: «Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente». Un po’ la stessa logica del «Tanto peggio, tanto meglio» dei massimalisti nostrani. Anche questo è un giudizio con parametri vecchi, senza senso, che cerca solo di scaricare sui più giovani le nostre responsabilità. Mi vengono in mente le parole di Marco Rossi-Doria ascoltate anni fa a Biella: noi adulti dobbiamo fare due cose essenziali, porci il problema di come riparare il mondo e trovare il modo per cedere il potere alle generazioni successive. Faccio questo preambolo perché sono stato a un incontro organizzato da persone molto più giovani di me a Subiaco, vicino a Roma. Hanno scelto un nome non canonico e provocatorio, specie come acronimo: PCI, Portentosa Cura Intergalattica. Naturalmente usano il femminile sovraesteso: invece di ricorrere al maschile plurale, retaggio della società patriarcale, scelgono il femminile. È una delle pratiche che mi hanno insegnato in questi anni le mie figlie, insieme al rifiuto del binarismo di genere e ad altri elementi propri delle culture alternative contemporanee. Vedo già le smorfie dei lettori più maturi. Bene, vi dico una cosa: se avete questa reazione verso il linguaggio sovraesteso è perché non volete cedere il potere e, soprattutto, non vi interessa riparare il mondo. Al contrario, ho trovato molta attenzione e una profonda disponibilità all’ascolto nelle giornate trascorse con la Portentosa Cura Intergalattica. Cosa possiamo fare noi adulti? Intanto porci in ascolto; dopodiché raccontare, senza sovrabbondare, le nostre esperienze e lasciare che siano loro a scegliere ciò che può servire per costruire un futuro diverso. Così ho fatto, portando l’autocostruzione: una proposta nata dal design radicale degli anni ’70 che arriva fino a noi attraversando i decenni del disimpegno prima e dell’emergenza climatica poi. Giudicate voi come è andata…   Ettore Macchieraldo
August 30, 2026
Pressenza