
Il turbolento 2026 delle politiche migratorie
Progetto Melting Pot Europa - Friday, January 2, 2026Il 2026 si profila come un anno di svolta nelle politiche migratorie. Eppure, veniamo da un decennio denso di trasformazioni radicali.
L’introduzione dell’approccio hotspot nel 2015, che ha istituzionalizzato pratiche di trattenimento informale e selezione alla frontiera, la conflittualità sistematica contro le ONG impegnate nel soccorso in mare portata avanti da governi di diverso orientamento politico, i decreti sicurezza del 2017, 2018 e 2019, la vorticosa produzione normativa del governo in carica hanno ridisegnato – in una dimensione complessivamente negativa – la condizione giuridica e politica delle persone migranti.
Tuttavia, nessuno di questi passaggi ha avuto la portata sistemica delle riforme che saranno operative nel 2026.
Il Patto europeo: l’elefante nella stanza
Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, approvato definitivamente dal Parlamento europeo nell’aprile 2024 e destinato a produrre effetti a partire da giugno 2026, costituisce la riforma più organica mai prodotta in relazione al sistema comune d’asilo. I nove regolamenti che lo compongono, insieme alla direttiva sull’accoglienza, delineano un impianto coerente e profondamente inquietante.
A fronte di questa portata, il Patto continua tuttavia a rimanere ai margini del dibattito pubblico. Lo scarto tra l’impatto prefigurato e la scarna discussione che lo accompagna non è un semplice effetto collaterale.
Le ragioni di questa rimozione sono molteplici. In Italia, a differenza di altri Stati membri, il piano nazionale di implementazione non è mai stato reso pubblico, collocando la riforma in un limbo che ne rende opaca la portata e ostacola i processi di mobilitazione informata. Più in generale, l’estensione e la radicalità del Patto hanno finora prodotto smarrimento più che attivazione.
Sul piano sostanziale, tra i molti altri profili, il Patto definisce la frontiera come dispositivo centrale nel governo della mobilità: non più soltanto un luogo geografico, ma una condizione giuridica nella quale concentrare procedure e poteri.
Le procedure accelerate per l’esame delle domande di protezione si applicheranno alle persone provenienti da Paesi con tassi di riconoscimento, in prima istanza, inferiori al 20%.
Un insieme eterogeneo che in Italia comprende una quota molto rilevante delle persone in arrivo. Ne deriverà una massiccia concentrazione delle procedure in frontiera, accompagnata da forme estese di limitazione della libertà personale e da una compressione effettiva delle garanzie.
Rispetto all’approccio hotspot, il nuovo modello segna un salto di qualità. Durante la stagione degli hotspot hanno preso forma spazi di contatto – spesso informali e precari – tra il dentro e il fuori dei centri.
Il Patto punta a un contenimento sistemico e all’applicazione di procedure condensate, orientate a costruire una continuità funzionale tra arrivo e rimpatrio per un numero molto elevato di persone.
Questa architettura, per quanto presentata come organica e razionale, appare destinata a produrre effetti instabili e di non facile lettura. È un meccanismo di disciplinamento da analizzare collettivamente a fondo attivando saperi e posture molteplici.
L’ombra lunga della detenzione delocalizzata
Sul terreno dei rimpatri, il 2026 potrebbe segnare un ulteriore salto di qualità. Il nuovo Regolamento Rimpatri, ancora formalmente in negoziazione ma già in uno stadio avanzato, consolida una traiettoria orientata all’esternalizzazione e alle espulsioni più rapide.
In questo quadro si colloca la proposta dei return hubs: strutture situate in Paesi terzi nelle quali trasferire persone prive di legami con quegli Stati, spostando all’esterno dell’Unione l’intera gestione della procedura.
La recente posizione del Consiglio dell’UE ha rafforzato questa impostazione, legittimando un modello di esternalizzazione che tende a delocalizzare responsabilità giuridica e controllo materiale.
Non si tratta di un’ipotesi accessoria, ma di un passaggio che incide sulla stessa esigibilità del diritto d’asilo, sollevando profondi interrogativi giuridici, etici e politici.
Il 2026 sarà decisivo anche per comprendere il destino dei centri italiani in Albania. Finora il progetto non ha raggiunto gli obiettivi numerici annunciati e si regge su un’infrastruttura fragile, capace tuttavia di produrre effetti politici che vanno oltre le evidenti difficoltà operative.
Il “fallimento produttivo” del modello Albania, un anno dopo l’avvio
Il confinamento delocalizzato segna una svolta nello spazio europeo - ora va disattivato
Francesco Ferri
16 Ottobre 2025
Il governo italiano continua a deportare i migranti dai CPR al centro di Gjader, nonostante pesino sul progetto due rinvii alla Corte di giustizia dell’Unione europea, che interrogano nel profondo la legittimità dell’impianto ideato dal governo italiano.
I due piani – la negoziazione intorno al nuovo regolamento rimpatri e il futuro dei centri in Albania – nel 2026 potrebbero intrecciarsi. Un’eventuale approvazione del nuovo Regolamento potrebbe ridefinire radicalmente il profilo giuridico delle strutture in Albania, trasformandole in un perno di ulteriori processi di delocalizzazione; al contrario, un rallentamento o un arresto della riforma potrebbe favorire l’auspicabile collasso dell’intero progetto – a quel punto senza vie d’uscita.
Attraversare le crepe
La convergenza di trasformazioni di questa portata genera una fase di disorientamento tra chi analizza, con strumenti critici, il diritto e le politiche che regolano le migrazioni. È un effetto comprensibile, ma non privo di alternative.
Il Patto, pur nella sua ambizione disciplinare, non configura un sistema chiuso né perfettamente coerente. L’isolamento in frontiera difficilmente sarà totale: è in queste discontinuità che si apre uno spazio di intervento.
Si tratta di lavorare sulle imperfezioni del dispositivo: monitorare in modo indipendente le prassi, costruire canali di relazione con le persone trattenute, documentare sistematicamente le violazioni, sperimentare forme rinnovate di intervento giuridico e politico, anche attraverso reti transnazionali tra attivismo e ricerca.
Considerazioni analoghe valgono per la potenziale riforma europea sui rimpatri. I negoziati restano aperti e lasciano margini di intervento politico; in loro assenza, il rischio è la cristallizzazione di un impianto destinato a strutturare le politiche europee per un lungo periodo.
Anche la partita intorno ai centri in Albania è tutt’altro che chiusa: la pressione esercitata da attivistǝ, società civile e il contenzioso giudiziario ha finora impedito la normalizzazione. Nel 2026 sarà indispensabile sviluppare ogni sforzo utile per impedire che quelle strutture siano stabilizzate.
Un anno di conflitto
Il 2026 sarà segnato da una profonda metamorfosi delle politiche migratorie europee. Le trasformazioni normative in atto incideranno sulle condizioni materiali e giuridiche delle persone in movimento e sulle forme di governo delle migrazioni.
La traiettoria istituzionale è orientata al contenimento e all’esternalizzazione: è dentro e contro questo processo che si apre lo spazio dell’intervento politico.
Ricerca critica, presenza continuativa nei contesti di frontiera, produzione e circolazione di saperi indipendenti, costruzione di mobilitazioni ad ampio spettro e non unicamente difensive: su questo terreno sarà determinato il significato politico del 2026.