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Il diritto UE oltre i confini: analisi delle implicazioni extraterritoriali del Protocollo Italia-Albania
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Utrecht University Faculty of law economics and governance LL.M. European law EU LAW BEYOND BORDERS: EXPLORING THE EXTRATERRITORIAL. IMPLICATIONS OF THE ITALY-ALBANIA PROTOCOL Tesi di Isabella Orsi (2024/2025) Scarica l’elaborato (ENG) INTRODUZIONE Le questioni giuridiche più controverse connesse al Protocollo Italia-Albania sono emerse in modo particolarmente evidente a seguito della sentenza “CV vs Ministerstvo vnitra”(C-406/22) della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE). In tale pronuncia, la Corte ha chiarito che la qualificazione di un Paese come “Paese di origine sicuro” richiede una valutazione complessiva della situazione generale, e non può essere limitata a specifiche categorie di persone o circostanze particolari. L’impatto della decisione si è riflesso immediatamente nella fase iniziale di attuazione del Protocollo. Tra ottobre e novembre 2024, diversi tribunali italiani hanno rifiutato di convalidare gli ordini di trattenimento disposti nei centri situati in Albania, ritenendo che Egitto e Bangladesh, inclusi dal governo italiano nell’elenco dei Paesi di origine sicuri, non soddisfacessero gli standard delineati dalla CGUE, anche alla luce delle pratiche repressive documentate nei confronti di minoranze e oppositori politici. Da tali decisioni sono scaturiti vari rinvii pregiudiziali alla CGUE da parte dei tribunali di Roma, Firenze, Bologna e Palermo, confluiti nei procedimenti riuniti “Alace” (C-758/24) e “Canpelli” (C-759/24). Al di là del profilo relativo al concetto di “Paese di origine sicuro”, i casi sollevano una questione di carattere sistemico: l’applicabilità del diritto dell’Unione europea a procedure svolte nel territorio di un Paese terzo. La legge italiana di ratifica del Protocollo non chiarisce in modo espresso secondo quali modalità le direttive europee, concepite per operare entro l’ambito territoriale dell’Unione, possano disciplinare procedure condotte in Albania. Il generico riferimento alla loro applicazione “in quanto compatibili” non appare sufficiente a risolvere i dubbi interpretativi. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA/Papers CENTRI IN ALBANIA, BRUSCA ACCELERATA DEL GOVERNO. È IL MOMENTO DI UNA RISPOSTA ALL’ALTEZZA 90 presenze e intensificazione dei trasferimenti: il “modello Albania” cambia scala. La finestra per fermare la normalizzazione è ora Francesco Ferri 26 Febbraio 2026 Finora, i giudici italiani non hanno affrontato in modo diretto la questione dell’estensione territoriale dell’applicabilità diritto dell’Unione. Il Tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi sui primi trattenimenti, ha disapplicato la normativa nazionale di recepimento della Direttiva Procedure (2013/32/UE) e ha sollevato rinvio pregiudiziale, concentrando tuttavia l’analisi sul solo tema del Paese di origine sicuro. Tale impostazione presuppone implicitamente l’applicabilità del diritto UE alle procedure svolte in Albania, senza interrogarsi in modo esplicito sul fondamento giuridico di tale estensione. Ne deriva il rischio di lasciare irrisolta una questione preliminare che incide non solo sulla legittimità del Protocollo, ma più in generale sul rapporto tra ordinamenti e sulla struttura del sistema europeo comune di asilo. In questa prospettiva, assume rilievo anche la scelta del legislatore italiano di attribuire rango primario alla lista dei Paesi di origine sicuri. Tale opzione sembra orientata a ridurre gli spazi di contestazione fondati sul diritto dell’Unione, pur senza sottrarre formalmente la normativa al principio del primato del diritto dell’Unione. L’esito dei rinvii pregiudiziali potrà incidere in modo significativo non solo sul futuro del Protocollo, ma anche sull’evoluzione delle politiche migratorie europee, specie alla luce del nuovo Regolamento (UE) 2024/1348, che introduce eccezioni non previste dalla Direttiva Procedure, ancora applicabile ai procedimenti pendenti. Nel tentativo di superare lo stallo determinato dal contenzioso, il governo italiano ha adottato il Decreto-Legge n. 37/2025 1, trasformando i centri albanesi in Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Tuttavia, il 29 maggio 2025 la Corte di cassazione ha sollevato ulteriori rinvii pregiudiziali, in apparente discontinuità rispetto a una precedente decisione dell’8 maggio che qualificava tali centri come estensioni del territorio italiano. Tale evoluzione conferma il persistente grado di incertezza giuridica che caratterizza la vicenda. Alla luce delle interazioni tra diritto nazionale, diritto dell’Unione e forme di cooperazione bilaterale con Paesi terzi come quella oggetto di analisi, la ricerca di questa tesi si propone di rispondere alla seguente domanda: “In che misura il diritto di asilo dell’Unione Europea può applicarsi a procedure svolte in un Paese terzo e quali sono le implicazioni giuridiche derivanti dal suo utilizzo quale quadro normativo per modelli di asilo extraterritoriale, con particolare riferimento al Protocollo Italia – Albania?” L’analisi si articola in tre capitoli. Il primo ricostruisce le condizioni in cui il diritto dell’Unione può trovare applicazione in contesti extraterritoriali, esaminando i presupposti teorici e i limiti sistemici. Il secondo valuta la compatibilità della procedura accelerata di frontiera, fondata sul concetto di Paese di origine sicuro, con il diritto UE e con l’ordinamento italiano. Il terzo esamina le implicazioni giuridiche e istituzionali dell’utilizzo del diritto dell’Unione quale base per procedure extraterritoriali, con particolare attenzione ai rinvii pregiudiziali pendenti fino a giugno 2024 e ai possibili sviluppi della giurisprudenza della CGUE successivi a tale periodo. La ricerca, pertanto, si concentra sui procedimenti noti entro quella data e non considera le pronunce emesse successivamente. In tal modo, la tesi intende contribuire al dibattito sul ruolo del diritto dell’Unione nella progressiva esternalizzazione delle politiche migratorie e sulla compatibilità di tali modelli con l’architettura del sistema europeo comune di asilo. 1. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi (aprile 2025) ↩︎
Uniti contro il Regolamento UE sulle deportazioni
Oltre 90 organizzazioni europee chiedono ai legislatori dell’UE di respingere il regolamento UE sulle espulsioni (noto come “Regolamento sui rimpatri” 1). In una dichiarazione congiunta 2, denunciano i rischi e i danni che questa legge comporterebbe per milioni di persone in tutta Europa: dalle retate contro gli immigrati al profiling razziale, fino agli obblighi di segnalazione che coinvolgerebbero anche i servizi pubblici 3. Molte di queste preoccupazioni sono state ribadite da 16 esperti ONU per i diritti umani in una lettera inviata alle istituzioni europee 4. Firma la petizione: Dire no alle deportazioni di massa in Europa Come sottolinea la petizione pubblicata da WeMove Europe, un’organizzazione indipendente di cittadini europei che si batte per trasformare le politiche dell’Unione Europea: “Il regolamento distruggerebbe le famiglie, aumenterebbe le detenzioni e trasformerebbe la migrazione in un business per società private di sicurezza e sorveglianza”. > «Tutte e tutti noi vogliamo vivere in sicurezza e contribuire alle nostre > comunità. Chiediamo all’UE di scegliere cura, dignità e diritti – non paura e > profitto». COSA PREVEDE IL REGOLAMENTO Il progetto di regolamento: * Amplia ed estende la detenzione di persone senza documenti, inclusi minori, riducendo le garanzie procedurali * Consente agli Stati membri di istituire centri di espulsione poco trasparenti fuori dall’UE * Obbliga gli Stati membri ad adottare “misure di individuazione” ampie e indefinite, trasformando potenzialmente spazi quotidiani, servizi pubblici e interazioni comunitarie in strumenti di controllo dell’immigrazione Lo scorso dicembre, il Consiglio dell’UE ha introdotto un nuovo articolo che autorizza perquisizioni in abitazioni private e altri “locali pertinenti”, comprese le strutture gestite da organizzazioni di beneficenza e le case di cittadini sospettati di ospitare persone senza documenti 5. Un comunicato congiunto pubblicato da PICUM e da oltre 90 organizzazioni avverte che il regolamento: abilita raid domiciliari senza mandato, controlli in spazi pubblici e obblighi di segnalazione nei servizi; spinge le persone vulnerabili a evitare servizi essenziali come sanità, istruzione e assistenza sociale per paura di essere individuate e segnalate; normalizza una sorveglianza generalizzata, consolidando un sistema punitivo basato su sospetto e controllo, piuttosto che su diritti e protezione. Notizie/Regolamenti UE RIMPATRI, LA NUOVA STRETTA DELL’UE: «UN REGOLAMENTO DISUMANO CHE VA RESPINTO» Oltre 200 organizzazioni firmano un appello contro il regime di detenzione e deportazione Redazione 16 Settembre 2025 Le organizzazioni denunciano anche che il regolamento distrugge la fiducia tra operatori dei servizi pubblici e comunità, alimentando discriminazione, isolamento e marginalizzazione. Le retate e le misure di individuazione scoraggiano l’accesso a servizi essenziali, intrappolano le persone nella violenza e nello sfruttamento e rompono i legami sociali. > “Milioni di noi – sottolineano gli attivisti – assistono alle scene che > arrivano dagli Stati Uniti: agenti che trascinano le persone fuori dalle loro > case all’alba, famiglie spezzate… Ora immagina questa scena nella tua strada. > Possiamo fermare tutto questo. Ma solo se agiamo adesso”. «Chiediamo ai responsabili politici, alle autorità pubbliche, ai lavoratori dei servizi pubblici, alle organizzazioni della società civile e alle comunità di tutta Europa di rifiutare ogni forma di individuazione», ribadiscono le organizzazioni. 1. Article 6, Proposal for a Regulation of the European Parliament and the Council, establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union, and repealing Directive 2008/115/EC of the European Parliament and the Council, Council Directive 2001/40/EC and Council Decision 2004/191/EC ↩︎ 2. Leggi la dichiarazione in eng-fra-ita-esp ↩︎ 3. Perché il regolamento UE sui rimpatri va respinto. Appello delle associazioni alle istituzioni europee, Asgi (settembre 2025) ↩︎ 4. Leggi la lettera ↩︎ 5. Articolo 23(a), “Misure investigative”, Orientamento generale del Consiglio sulla proposta di regolamento sui rimpatri ↩︎
La société civile se mobilise à Bruxelles contre la réforme du « Règlement retour »
Ce mercredi 25 février à 18 heures, le monde associatif et les organisations de défense des droits humains se rassemblent place du Luxembourg, à Bruxelles, à l’appel du CNCD-11.11.11, pour s’opposer avec détermination à la réforme du « Règlement retour » de l’Union européenne, actuellement en discussion au Parlement européen. Cette réforme s’inscrit dans la continuité de la directive 2008/115/CE, dite « directive retour », déjà dénoncée dès son adoption en 2008 comme la « directive de la honte » par de nombreuses associations, ONG et organisations syndicales, en raison de la dureté de ses dispositions. Le nouveau texte entend durcir encore des politiques d’éloignement déjà extrêmement brutales, en accentuant les pratiques de refoulement et en s’inspirant, dans leurs aspects les plus répressifs, des modèles états-unien et australien, notamment en matière de détention administrative et d’externalisation des expulsions en collaboration avec des pays tiers, comme dans le cas des accords conclus avec certains pays des Balkans occidentaux candidats à l’adhésion à l’Union européenne. La mobilisation prévue aujourd’hui intervient à quelques jours d’une échéance politique majeure. Le 9 mars, le Parlement européen adoptera sa position sur la proposition présentée par la Commission européenne au printemps 2025 : un nouveau règlement « Retour » destiné à remplacer la directive 2008/115/CE actuellement en vigueur. Sous la pression de plusieurs États membres et de gouvernements d’extrême droite, la Commission aurait publié cette proposition l’an dernier dans la précipitation, sans étude d’impact approfondie ni consultation préalable des organisations de la société civile. En amont de ce vote européen, plus d’une centaine d’organisations basées dans différents pays ont signé un communiqué d’alerte dénonçant un texte qui risque d’étendre et de banaliser les rafles migratoires ainsi que les dispositifs de surveillance discriminatoires dans les villes et les quartiers. Le projet viserait à contraindre les États membres à « détecter » les personnes en situation irrégulière, transformant les espaces du quotidien, les services publics et les interactions communautaires en instruments de contrôle migratoire, sur un modèle comparable à celui déjà critiqué de l’ICE aux États-Unis, que de nombreuses organisations dénoncent jour après jour. Une telle logique a déjà produit, dans plusieurs pays de l’Union européenne, des effets particulièrement préoccupants, notamment en matière de santé publique et, plus largement, d’accès aux services sociaux, dans la mesure où un nombre croissant de personnes sans papiers renoncent à recourir aux soins médicaux essentiels par crainte d’être signalées ou interpellées. Une réforme aux conséquences lourdes Pour les organisations mobilisées aujourd’hui, la réforme soulève de graves inquiétudes quant au respect des droits fondamentaux. Parmi les mesures envisagées figurent : * La possibilité de transférer des personnes vers des pays tiers dits « sûrs », sans lien réel avec ces pays et sans garanties suffisantes en matière de sécurité et de protection. * La création de « hubs retour » dans des pays non européens, externalisant davantage la politique migratoire de l’UE, sur le modèle de l’accord Rama–Meloni. * La restriction des garanties juridiques, notamment la limitation du recours suspensif, qui permet aujourd’hui de bloquer une expulsion le temps de l’examen d’un recours. * La généralisation et l’allongement des périodes de détention administrative, y compris pour des familles et des enfants. * La banalisation de contrôles, de mesures de détection et de dispositifs de surveillance susceptibles d’encourager le profilage racial. Ces orientations, comme le dénoncent les organisations signataires de la lettre d’alerte, contreviennent aux engagements internationaux des États membres, notamment à la Convention de Genève, au principe de non-refoulement, à l’article 3 de la Convention européenne des droits de l’homme ainsi qu’à la Convention internationale relative aux droits de l’enfant. Elles menacent également le droit au respect de la vie privée et risquent de fragiliser le principe de non-criminalisation de la solidarité, au cœur des mobilisations de ces dernières années. Vers une logique de « détection » généralisée Au-delà des procédures de retour elles-mêmes, les organisations dénoncent l’intégration, dans la législation européenne, de mesures dites de « détection » des personnes en séjour irrégulier. Selon la proposition de la Commission et les positions déjà soutenues par plusieurs États membres, les autorités nationales pourraient être encouragées, voire contraintes, à intensifier l’identification des personnes sans titre de séjour. Dans les faits, cela pourrait se traduire par : Des descentes de police dans des domiciles privés, avec la possibilité d’entrer dans des lieux de vie pour rechercher des personnes sans papiers, mais aussi dans des bureaux ou centres d’accueil gérés par des organisations humanitaires. Des opérations de contrôle massives dans les espaces publics — gares, stations de bus, axes routiers ou aéroports — à l’image de déploiements policiers déjà observés dans certains États membres. Un recours accru aux technologies de surveillance, incluant la collecte et l’échange de données personnelles à grande échelle entre forces de police, ainsi que l’utilisation de dispositifs biométriques. L’imposition d’obligations de signalement à certaines autorités publiques ou services sociaux. La multiplication de contrôles fondés sur l’apparence, la langue ou l’origine supposée des personnes, renforçant des pratiques de profilage racial déjà dénoncées par de nombreuses instances indépendantes. Pour les organisations mobilisées, ces mesures ne sont ni abstraites ni hypothétiques : certaines existent déjà à l’échelle nationale, notamment en Belgique et dans d’autres pays européens. Leur inscription dans un règlement européen contraignant aurait pour effet de les légitimer, de les financer et de les harmoniser à l’échelle de l’Union. Des effets en cascade sur l’accès aux droits Les défenseurs des droits humains alertent également sur les conséquences sociales et sanitaires d’un tel dispositif. L’expérience montre que lorsque la crainte d’être signalé ou arrêté s’installe, les personnes concernées évitent de recourir aux soins de santé — y compris pour des grossesses, des maladies chroniques ou des vaccinations. Elles renoncent également à scolariser leurs enfants ou à solliciter des services sociaux. Un tel climat de suspicion fragilise le lien de confiance entre les professionnel·les — soignant·es, enseignant·es, travailleur·ses sociaux·ales — et les publics qu’ils accompagnent. Il expose davantage les personnes à des situations de violence, d’exploitation et d’abus, en les poussant vers la clandestinité. Le 26 janvier dernier, seize rapporteurs spéciaux et experts indépendants des Nations unies ont adressé une lettre conjointe aux institutions européennes pour exprimer leurs préoccupations quant aux effets potentiellement dissuasifs d’obligations de signalement sur l’accès aux droits fondamentaux. Dignité humaine ou négation des droits : un choix de société Pour les organisations réunies aujourd’hui place du Luxembourg, l’enjeu dépasse la seule question migratoire : il s’agit d’un choix de société. Inscrire dans le droit européen des mécanismes de surveillance renforcée, de détention élargie et d’externalisation des expulsions reviendrait, selon elles, à consolider un système punitif fondé sur la suspicion et la criminalisation de personnes en raison de leur seule situation administrative. Une telle évolution risquerait d’éroder des principes fondamentaux qui protègent l’ensemble de la population, bien au-delà des seules personnes migrantes. « L’Europe connaît, dans son histoire, les dérives auxquelles peuvent conduire des systèmes de contrôle généralisé et de désignation de boucs émissaires », rappellent plusieurs organisations signataires. Le CNCD-11.11.11 appelle la Belgique et ses eurodéputé·es à rejeter fermement les propositions liées à cette réforme et à défendre une politique migratoire fondée sur la dignité humaine, l’État de droit et le respect des engagements internationaux. Un rendez-vous citoyen pour défendre l’idée d’une Europe inclusive Le rassemblement de ce 25 février se veut à la fois un signal politique et un moment de solidarité. À quelques jours du vote au Parlement européen, les représentant·es de la société civile entendent rappeler que les choix adoptés aujourd’hui façonneront durablement le modèle européen. Selon eux, cette réforme s’inscrit dans une logique d’exclusion, contribue à vider de leur substance les valeurs européennes et renforce, de manière toujours plus brutale, la « forteresse Europe ». « Soyons nombreux et nombreuses à proclamer haut et fort : nous ne sommes pas d’accord avec ces accords mortifères. Nous sommes pour une société fondée sur la dignité humaine, pas sur son effacement », lancent les organisateurs. Rendez-vous à 18 heures, place du Luxembourg, devant le Parlement européen. Anna Lodeserto
February 25, 2026
Pressenza
«Un gesto umanitario» per Jacques Baud sanzionato dall’UE
Potrà prelevare dal proprio conto bancario solo il denaro che gli serve per pagare affitto e vitto. Di viaggiare non se ne parla. Come ricorderete, quasi due mesi fa la Commissione Europea ha inserito l’ex agente dei servizi segreti svizzeri Jacques Baud sulla lista nera delle sanzioni. Non è stato chiamato a rispondere delle accuse e tanto meno incriminato. L’ex colonnello dell’esercito svizzero vive a Bruxelles. Non ha più accesso al suo conto bancario. La sua carta di credito è bloccata. Non può viaggiare. All´inizio di febbraio le autorità di Bruxelles gli hanno concesso, «per motivi umanitari», di usare i propri soldi per pagarsi l’affitto di casa e il vitto. Lo ha riferito il quotidiano online della Svizzera occidentale «L’impértinent» dopo un colloquio con Jacques Baud. L’accusa generica della Commissione Europea è che Baud sia un «portavoce della propaganda russa». La rivista «Weltwoche» ha intervistato Baud la scorsa settimana a Bruxelles: «Da un giorno all’altro non ho più avuto accesso al mio conto bancario belga. Non posso comprare nulla, non posso pagare nulla. Questo è l’effetto più diretto delle sanzioni. Anche il mio conto svizzero non mi è di alcun aiuto. Infatti, i pagamenti dalla Svizzera al Belgio passano attraverso il sistema finanziario dell’UE. E il sistema finanziario dell’UE li blocca […] Non posso prelevare denaro, né pagare le bollette. Non posso acquistare nulla online né nei negozi. Tutte le transazioni elettroniche sono bloccate». Il giornalista della «Weltwoche» Daniel Ryser ha commentato: «Lo Stato di diritto crea così una nuova categoria: il cittadino formalmente libero, ma di fatto incatenato. La violenza diventa invisibile, ma non si riduce». LA «PROPAGANDA RUSSA» DI JACQUES BAUD Baud ha lavorato nei servizi segreti. È stato funzionario dell’ONU e collaboratore della NATO. Secondo quanto da lui stesso dichiarato, ha impedito pulizie etniche in Romania, ha negoziato in caso di sequestri di ostaggi, ha mediato tra capi ribelli e diplomatici. Ha scritto cinque articoli per Infosperber, nei quali ha espresso le seguenti opinioni, che nell’UE non dovrebbero venire diffuse in quanto «propaganda russa»: * La promessa non mantenuta che la NATO non si sarebbe allargata verso est. La presenza della NATO al confine russo riduce i tempi di reazione in caso di attacco, annullando così l’effetto deterrente. * La Russia è sempre stata un fornitore affidabile di energia. * In Ucraina ha avuto luogo un colpo di Stato illegale sostenuto dall’Occidente. * Uno studio approfondito dell’annessione della Crimea * Uno studio approfondito dell’annessione del Donbas DUE PUNTI DI VISTA È fuori discussione che l’attacco russo all’Ucraina costituisca una grave violazione del diritto internazionale. La Russia, infatti, non era direttamente minacciata. Tuttavia, esistono due punti di vista sulle cause della guerra: 1. «La Russia di Putin è imperialista. La Russia ha sempre voluto annettere l’intera Ucraina. Se la NATO non la difendesse, i Paesi baltici e la Polonia sarebbero i prossimi». Questo è un punto di vista. Ne sentiamo parlare quasi ogni giorno. 2. «Gli Stati Uniti volevano da tempo indebolire la Russia ed estendere la NATO ai confini russi. L’Europa occidentale dovrebbe staccarsi dalla Russia e dalle sue forniture energetiche a prezzi vantaggiosi. Dopo l’attacco russo, gli Stati Uniti e i grandi Stati dell’UE preferiscono indebolire la Russia con una guerra continua piuttosto che accettare un’Ucraina neutrale». Questo è l’altro punto di vista. La Commissione Europea definisce «propaganda russa» i fatti e gli argomenti del secondo approccio, secondo cui la guerra sarebbe stata evitabile. Chi li diffonde rischia di fare la fine di Jacques Baud. I due punti di vista contrapposti fanno parte della guerra dell’informazione e influenzano in modo mirato le informazioni diffuse su Maidan, Crimea, Donbas, accordi di Minsk e svolgimento della guerra. NATHALIE YAMB È SOTTO SANZIONI GIÀ DAL GIUGNO 2025 Nathalie Yamb © cc Nathalie Yamb ha una madre svizzera e un passaporto svizzero. Suo padre è originario del Camerun. È nata in Svizzera e ha studiato scienze politiche in Germania. Yamb è una social media influencer e gestisce un proprio canale YouTube che conta oltre mezzo milione di iscritti. Sul suo canale si impegna principalmente per i diritti umani nei paesi africani e denuncia le «condizioni neocoloniali» che esisterebbero ancora oggi. Al centro delle sue critiche c’è la Francia. Per la Commissione Europea, Yamb è un «portavoce di Putin». Non le viene contestata alcuna violazione della legge e non è mai stata denunciata. Tuttavia da giugno 2025 è sotto le sanzioni dell’UE così come lo è Jacques Baud dal mese di dicembre. Sul sito web dell’UE si legge quanto segue in merito alla natura di queste sanzioni politiche: «Le sanzioni non hanno carattere punitivo, ma mirano a indurre un cambiamento nella politica o nelle azioni dei soggetti contro cui sono dirette, promuovendo così gli obiettivi della politica estera e di sicurezza comune dell’UE». -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Anna Sette. Revisione di Thomas Schmid. INFOsperber
February 23, 2026
Pressenza
Una strada diversa: la regolarizzazione dei migranti in Spagna
NANDO SIGONA 1 All’inizio del 2026, la Spagna ha preso una decisione che va controcorrente rispetto alle attuali politiche migratorie europee. Attraverso uno straordinario programma di regolarizzazione 2, il governo spagnolo ha deciso di concedere il diritto di soggiorno e di lavoro ai migranti privi di documenti e ai richiedenti asilo che già vivono nel paese. In un’epoca caratterizzata da una xenofobia dilagante e dalla strumentalizzazione sistematica dei migranti come capri espiatori politici, l’importanza di questa mossa risiede non solo nella sua portata (il governo prevede circa 500.000 domande), ma anche nella sua tempistica e nella sua impostazione. La regolarizzazione non è una novità. Molti paesi europei l’hanno già attuata in passato, spesso in modo discreto e senza darle un nome specifico. I termini e le condizioni sono variati e i programmi sono stati spesso frammentati, specifici per settore o fortemente condizionati. Ciò che rende distintivo l’approccio della Spagna è che riconosce apertamente la regolarizzazione come uno strumento politico legittimo in un momento in cui gran parte dell’Europa sta tornando a politiche di deterrenza, repressione e retorica anti-migrazione. Il programma spagnolo si basa su una semplice premessa: le persone che sono già integrate nella società e nel mercato del lavoro non dovrebbero essere mantenute in uno stato di limbo giuridico permanente. L’ammissibilità si basa sulla presenza precedente, sulla durata della residenza e sull’assenza di condanne penali gravi. I richiedenti che superano la selezione ricevono un permesso di soggiorno e di lavoro, con la possibilità di passare allo status di residente ordinario dopo 12 mesi se le condizioni sono soddisfatte. Questo è un punto cruciale. A differenza della protezione temporanea o della tolleranza discrezionale, il programma apre esplicitamente una via verso l’insediamento. Il contrasto con altre traiettorie politiche è netto. Quattordici anni fa, Barack Obama ha giustificato il rinvio degli ordini di espulsione per i giovani privi di documenti negli Stati Uniti usando un linguaggio molto simile, sostenendo che non era né giusto né sensato punire le persone per uno status che non avevano scelto. Tuttavia, nonostante la sua importanza, il DACA 3 non è riuscito a offrire un percorso verso lo status permanente. La Spagna va oltre, riconoscendo che un sollievo temporaneo senza sicurezza a lungo termine non fa altro che riprodurre la precarietà. Questo è importante perché, come ha dimostrato la ricerca 4, l’irregolarità in Europa non è principalmente il risultato di attraversamenti irregolari delle frontiere. È prodotta in modo schiacciante a livello amministrativo: attraverso permessi scaduti, regole restrittive di rinnovo, visti legati al datore di lavoro e costi elevati dei visti. La risposta dominante dell’UE è stata quella che I-CLAIM definisce una “politica di non politica” 5 in materia di regolarizzazione, che dà la priorità al rimpatrio di pochi, lasciando la maggior parte dei migranti privi di documenti in un limbo giuridico. I programmi di regolarizzazione sfidano questa logica, ma solo se sono progettati per farlo. La regolarizzazione italiana del 2020 6, introdotta durante la pandemia di COVID-19, offre un esempio da cui trarre insegnamento. Nonostante la retorica altisonante sul riconoscimento dei “lavoratori essenziali”, il programma era limitato, orientato ai datori di lavoro e burocraticamente complesso. La maggior parte delle domande è stata presentata dai datori di lavoro; molti lavoratori dell’agricoltura e dell’assistenza sono stati esclusi; i ritardi sono stati notevoli e pochi hanno ottenuto una sicurezza duratura. Anziché smantellare i rapporti di lavoro basati sullo sfruttamento, il programma li ha lasciati in gran parte intatti. L’iniziativa della Spagna sembra aver imparato da alcuni di questi fallimenti. Ha una portata più ampia, non è legata a settori specifici e, cosa fondamentale, è orientata verso uno status a più lungo termine. Ma la vera prova sarà la sua attuazione: la capacità amministrativa, l’accessibilità per i più emarginati e l’esistenza di una vera transizione verso una residenza stabile piuttosto che un altro ciclo di permessi temporanei. Visto dal Regno Unito, il contrasto è scomodo. Come ho sostenuto di recente, la direzione presa dal governo laburista è esattamente l’opposto 7. I percorsi verso l’insediamento per i migranti regolari stanno diventando più lunghi, più difficili e più condizionati, mentre le vie di protezione si restringono e la deterrenza si intensifica. Il risultato è prevedibile: le politiche che pretendono di combattere la migrazione irregolare la producono attivamente. L’irregolarità non è un effetto collaterale involontario, ma è generata strutturalmente. La regolarizzazione della Spagna va quindi intesa non come un atto di generosità o di opportunismo politico, ma come una forma di leadership fondata su dati concreti. Essa riconosce che i regimi migratori esclusivi minano gli standard lavorativi, la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni. La regolarizzazione non è una soluzione miracolosa. Ma se combinata con percorsi chiari verso la permanenza, può interrompere il ciclo di irregolarità che tante politiche europee stanno ora consolidando. In un momento in cui le persone migranti sono sistematicamente descritte come problemi da gestire o minacce da scoraggiare, la Spagna ha scelto un linguaggio diverso: quello della presenza, del contributo e dell’appartenenza. Il successo di questa scommessa dipenderà da ciò che seguirà. Ma la decisione di accettarla, apertamente e senza scuse, segna già un significativo allontanamento dalla politica della paura dell’Europa. 1. Nando Sigona (@nandosigona) è professore ordinario di sociologia delle migrazioni e direttore dell’Institute for Research into Superdiversity dell’Università di Birmingham ↩︎ 2. Spain’s mass regularisation for 500,000 undocumented migrants is not extreme, unprecedented or opportunistic – The Conversation (3 febbraio 2026) ↩︎ 3. The Long-Term Impact of DACA: Forging Futures Despite DACA’s Uncertainty – Immigration Initiative at Harvard, Special Report 1, 2019 ↩︎ 4. I-CLAIM How Europe’s Migration Rules Keep Creating the “Irregular Migrants” They Claim to Catch, Nando Sigona (novembre 2025) ↩︎ 5. The Legal and Policy Infrastructure of Migrant Irregularity. Comparative Report ↩︎ 6. Covid19 regularisation in Italy: a measure that did not lived up to its promises – Dignity firm (giugno 2024) ↩︎ 7. Labour’s plan for migrants to ‘earn’ permanent residency turns belonging into an endless exam – The Conversation (novembre 2025) ↩︎
Non esistono “Paesi sicuri”
Il Parlamento UE ha appena approvato delle modifiche al regolamento sulle procedure d’asilo e in particolare sui concetti di “paese di origine sicuro” e “paese terzo sicuro”. Il provvedimento si inserisce nel quadro del Patto europeo su migrazione e asilo e promette procedure “più rapide ed efficienti”. Rendere l’esame più rapido significa ampliare i casi in cui una domanda è considerata inammissibile ovvero: non viene esaminata nel merito. Una persona può essere realmente perseguitata nel proprio paese di origine e tuttavia non avere la possibilità effettiva di dimostrarlo. Se il suo Stato è inserito nella lista dei “paesi sicuri” dell’Unione europea, la sua domanda parte da una presunzione negativa: dovrà dimostrare, in tempi strettissimi e spesso in condizioni di detenzione, di essere l’eccezione alla regola. Dovrà meritare di essere ascoltato. Sarà il caso di tutte le persone provenienti da alcuni paesi – in particolare Kosovo, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco e Tunisia – ora inclusi in un elenco comune europeo che gli Stati membri potranno ampliare, ma non restringere. Non solo, adesso gli Stati membri potranno dichiarare una domanda inammissibile anche quando la persona può essere trasferita verso un paese terzo ritenuto sicuro, anche in assenza di un legame personale o territoriale con quel paese. È sufficiente, ad esempio, che esista un accordo bilaterale o europeo che preveda il trasferimento lì (Albania? Rwanda?), anche se la persona non ci ha mai messo piede. Anche chi riuscirà a contattare un difensore legale per impugnare la decisione di espulsione, potrà essere deportato prima ancora che un giudice si pronunci sul suo caso perché attraverso il nuovo provvedimento il Parlamento UE ha eliminato l’effetto sospensivo del ricorso.  La premessa di questo impianto normativo è semplice: alcuni paesi sono “sicuri”, altri no. Ma parliamo di paesi sicuri, per chi?  In Marocco e Tunisia sia dissidenti politici interni che stranieri presenti sul territorio subiscono l’accanimento della polizia e violenze razziali che comprendono arresti arbitrari, sparizioni forzate, respingimenti e deportazioni nel deserto. Sempre più minori lasciano le loro famiglie e migrano da soli, perché non vedono più un futuro e non hanno alcuna tutela. Come si può parlare di sicurezza in un paese come l’Egitto, dove la calma apparente nasconde la paranoia di un regime che arriva a torturare e uccidere per un semplice sospetto? Parlare di “paese sicuro” in questi contesti significa appiattire realtà profondamente diseguali e negare che la sicurezza sia sempre situata, mai universale. C’è un paradosso che attraversa queste riforme. L’Europa viene osservata e criticata da organizzazioni internazionali, corti sovranazionali e società civile per violazioni dei diritti umani: respingimenti collettivi, accordi con regimi autoritari, detenzione amministrativa prolungata. Eppure la stessa Europa si arroga il diritto di certificare quali paesi siano “sicuri”. Non serve allontanare molto lo sguardo per cogliere la fragilità di questa pretesa. Guardando ai dati sui femminicidi, sulle persone che rinunciano a curarsi, che non si possono permettere una casa e sui morti nei CPR, l’Italia si può dire un paese sicuro forse solo per uomini vecchi bianchi e benestanti.  Il concetto di sicurezza, nelle nuove norme europee, come in quelle nazionali, viene piegato a una funzione diversa da quella dichiarata. Non è più lo strumento per garantire serenità alle persone, ma una leva per cavalcare le loro angosce. Non esistono paesi assolutamente sicuri. Esistono persone che cercano sicurezza. E a furia di distruggere il diritto di asilo e quello di muoverci liberamente stiamo diventando tutti più insicuri.
Paese di origine sicuro? La Tunisia non lo è
«Non si può rendere sicuro un paese semplicemente inserendolo in un elenco». È da questa affermazione netta che prende le mosse la dichiarazione congiunta sottoscritta 1 da 39 organizzazioni di ricerca e soccorso e per i diritti umani, alla vigilia del voto del Parlamento europeo sulla proposta di istituire un elenco UE dei cosiddetti paesi di origine sicuri 2. Al centro dell’appello 3 c’è la Tunisia, indicata dalla Commissione europea come possibile paese “sicuro” 4, una definizione che – secondo le ONG – «è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo» e rischia di compromettere gravemente il diritto di asilo. Rapporti e dossier “NESSUNO TI SENTE QUANDO URLI”: IL SISTEMA DI VIOLENZA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI IN TUNISIA La denuncia nel rapporto di Amnesty International: «Non è un Paese sicuro» 3 Dicembre 2025 UN ELENCO CHE NEGA PROTEZIONE Secondo le organizzazioni firmatarie, l’elenco UE dei paesi di origine sicuri non è uno strumento neutro, ma «un mezzo per negare l’accesso alla protezione e legittimare violenze e persecuzioni». La classificazione di uno Stato come “sicuro” consente infatti procedure di asilo accelerate e facilita le deportazioni, riducendo drasticamente le possibilità di un esame individuale, equo ed effettivo delle domande di protezione. Nel caso tunisino, avvertono le ONG, questa scelta avrebbe conseguenze particolarmente gravi. «Designare la Tunisia come paese di origine sicuro compromette fondamentalmente il diritto di asilo ed è in netto contrasto con la situazione dei diritti umani sul campo», si legge nell’appello. LA CORNICE GIURIDICA EUROPEA Secondo il diritto dell’Unione europea, un paese di origine sicuro può essere tale 5 solo se, in modo generale e coerente, non vi sono persecuzioni, né rischio di tortura o di trattamenti inumani o degradanti, se è garantito il rispetto dello Stato di diritto e se esiste una protezione effettiva dei diritti fondamentali. Nell’agosto 2025 6, la Corte di giustizia dell’UE ha ribadito che questa qualificazione deve fondarsi su prove aggiornate e affidabili, applicarsi all’intero territorio nazionale e non può ignorare l’esistenza di gruppi esposti a persecuzioni o a gravi danni. Anche se tale interpretazione non sarà più formalmente vincolante con l’entrata in vigore, il 12 giugno 2026, del nuovo regolamento sulle procedure di asilo che introduce l’elenco UE dei paesi sicuri, la sentenza resta un riferimento centrale per i giudici chiamati a valutare la legittimità di queste designazioni, soprattutto in relazione agli standard probatori, alla certezza del diritto e alla tutela effettiva dei diritti fondamentali sanciti dalla Carta dell’UE. Alla luce delle numerose e credibili evidenze di repressione, discriminazione e gravi violazioni dei diritti umani che colpiscono gruppi identificabili in Tunisia, le organizzazioni firmatarie concludono che la classificazione del paese come paese di origine sicuro non è giuridicamente né fattualmente sostenibile. LA DERIVA AUTORITARIA DELLA TUNISIA Dal 2021, con l’accentramento dei poteri nelle mani del presidente Kais Saïed, la Tunisia ha attraversato una profonda trasformazione autoritaria. Le organizzazioni denunciano «la repressione dilagante contro gli oppositori politici, la soppressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media», oltre a gravi violazioni dei diritti fondamentali che colpiscono sia cittadini tunisini sia persone migranti e rifugiati 7. Romdhane Ben Amor, portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) 8, avverte che la designazione di “paese sicuro” avrebbe un effetto devastante: «Equivale a dare alle autorità un nuovo via libera per continuare la loro politica repressiva. Non colpisce solo migranti e rifugiati, ma facilita anche un controllo ancora più stretto dello spazio pubblico, attraverso la criminalizzazione dell’attivismo politico, civile e sindacale». Negli ultimi anni, ricordano le ONG, si sono moltiplicati i processi contro oppositori politici e attivisti, con condanne durissime, «da 22 a 66 anni di carcere, fino alla pena di morte per aver criticato il governo» 9. MIGRAZIONE, ESTERNALIZZAZIONE E DETERRENZA L’appello collega esplicitamente l’elenco dei paesi sicuri alla più ampia strategia europea di esternalizzazione delle politiche migratorie. «Classificare la Tunisia come paese di origine sicuro estende ulteriormente la logica di deterrenza dell’UE», si legge nel testo. Una logica che, secondo Marie Michel di SOS Humanity, si traduce nella sistematica negazione del diritto d’asilo: «Da anni assistiamo alla strategia spietata dell’UE di esternalizzare la gestione delle frontiere. Classificando Stati come la Tunisia come paesi sicuri, le persone in movimento vengono private del loro diritto alla protezione anche se riescono a raggiungere le coste europee. Questo è cinico e costituisce una violazione del diritto di asilo». Le ONG ricordano come il Memorandum d’intesa UE–Tunisia del 2023, con finanziamenti fino a un miliardo di euro, abbia rafforzato il ruolo delle autorità tunisine nel controllo delle frontiere e nella cosiddetta ricerca e soccorso, «facilitando intercettazioni illegali in mare e respingimenti verso un paese in cui i diritti fondamentali non sono garantiti». UN “MARCHIO DI APPROVAZIONE” PER GOVERNI REPRESSIVI Durissime anche le parole di Karl Kopp, direttore di Pro Asyl, che definisce l’elenco dei paesi sicuri come una sorta di legittimazione politica: «Il Parlamento europeo sta assegnando un marchio di approvazione in materia di diritti umani a governi autoritari che li violano sistematicamente. Così l’UE scredita sé stessa e abbandona le persone perseguitate». Secondo le organizzazioni, ignorare le evidenze documentate da Nazioni Unite, ONG internazionali e realtà locali «in nome del controllo dell’immigrazione costituisce un grave fallimento politico e morale». L’APPELLO AL PARLAMENTO EUROPEO Le 39 organizzazioni firmatarie chiedono al Parlamento europeo di respingere la proposta dell’elenco UE dei paesi di origine sicuri e di rispettare il diritto europeo e gli obblighi internazionali. «La Tunisia non è né un paese di origine sicuro per i suoi cittadini, né un porto sicuro per le persone intercettate o soccorse in mare», affermano. E concludono con un monito chiaro: «L’estensione degli strumenti di asilo basati su presunzioni non ridurrà la migrazione, ma minerà il diritto fondamentale all’asilo, aumenterà le violazioni dei diritti e renderà l’UE complice della repressione e della violenza invece di prevenirle». Un messaggio che, nel giorno del voto europeo, chiama in causa non solo le politiche migratorie, ma la credibilità stessa dell’Unione come spazio di tutela dei diritti fondamentali. 1. Qui le organizzazioni firmatarie ↩︎ 2. Un comunicato stampa ufficiale del Parlamento europeo che annuncia una conferenza stampa post-voto con i relatori principali della normativa (inclusa la lista dei paesi di origine sicuri) ↩︎ 3. Qui l’appello integrale ↩︎ 4. Joint Statement: Tunisia is Not a Place of Safety for People Rescued at Sea – HRW (ottobre 2024) ↩︎ 5. Directive 2013/32/EU of the European Parliament and of the Council of 26 June 2013 ↩︎ 6. Asylum policy: the designation of a third country as a safe country of origin must cover its entire territory (Judgment of the Court in Case C-406/22) ↩︎ 7. La pagina di Amensty International sulla Tunisia ↩︎ 8. Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere. Un policy paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) – MP (gennaio 2026) ↩︎ 9. “All Conspirators”. How Tunisia Uses Arbitrary Detention to Crush Dissent – Un rapporto di Human Rights Watch (aprile 2025) ↩︎
Genocidio a Gaza: giorno 853. Continuano le stragi di civili. GMO: 1.520 violazioni israeliane del cessate il fuoco a Gaza in 115 giorni
Gaza – InfoPal. La situazione nella Striscia di Gaza è devastante, tra bombardamenti israeliani in un cessate il fuoco continuamente violato da parte del regime di Tel Aviv, i crolli delle poche strutture ancora in piedi, le piogge e il forte vento. Nel frattempo, il mainstream ha distolto la già scarsa attenzione da Gaza, avallando un accordo di pace coloniale e a danno della popolazione indigena, e l’ha posta sugli attivisti pro-Pal in Europa e in Italia. Una vergogna nella vergogna. Nel frattempo, con il Board of Peace, il processo di colonizzazione israelo-statunitense della Striscia prosegue impunemente. Un palestinese ucciso a Khan Yunis; altri due muoiono per le ferite. Un cittadino palestinese è stato ucciso dal fuoco israeliano a Khan Yunis, giovedì, mentre altri due sono morti a causa delle ferite riportate in precedenti attacchi sulla Striscia di Gaza. Secondo fonti mediatiche, un giovane identificato come Baha al-Fajam è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze israeliane nella città di Bani Suheila, a est di Khan Yunis. Un altro cittadino, Rami Abu Qirshein, è deceduto a causa delle ferite riportate mesi fa in un attacco israeliano su Khan Yunis. Anche l’ex prigioniero Basel al-Haymouni, un esiliato di al-Khalil/Hebron in Cisgiordania, è stato dichiarato morto oggi dopo aver ceduto alle ferite riportate in un attacco aereo israeliano che lo aveva preso di mira mercoledì a Gaza. Era stato forzatamente inviato a Gaza diversi anni fa dopo il suo rilascio nell’ambito dell’accordo di scambio dei prigionieri del 2011. Nel frattempo, giovedì mattina aerei, da guerra israeliani hanno lanciato attacchi su varie aree della Striscia di Gaza, mentre le forze di terra hanno demolito abitazioni a est della città di Gaza. Diversi raid sono stati effettuati anche a est di Deir al-Balah, nella parte centrale di Gaza, mentre l’artiglieria ha preso di mira aree a est della città di Gaza. Veicoli corazzati israeliani hanno aperto il fuoco a est di Khan Yunis, mentre elicotteri hanno sparato verso Rafah nel sud e il campo profughi di al-Bureij nel centro. Anche le cannoniere israeliane hanno aperto un intenso fuoco di mitragliatrici al largo delle coste di Khan Yunis e Rafah, nel sud. Inoltre, aerei da guerra hanno effettuato un altro attacco a est di Khan Yunis. Uno dei giorni più mortali dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza: Israele uccide 23 palestinesi, chi erano le vittime. Gli attacchi israeliani di ieri, mercoledì, in tutta la Striscia di Gaza, hanno ucciso almeno 23 palestinesi, in uno dei giorni più mortali dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco a ottobre. Tra le vittime c’erano un paramedico, diversi bambini, un neonato e una farmacista. Fonti mediche e locali hanno riferito che 14 persone sono state uccise nei bombardamenti israeliani sui quartieri di Tuffah e Zeitoun della città di Gaza, tra cui un neonato di cinque mesi. Altre tre persone sono state uccise in un attacco contro le tende che ospitavano famiglie sfollate a Khan Younis, nel sud. Tra loro c’era un paramedico che si era precipitato sul posto dopo un attacco precedente per curare i feriti, prima di essere preso di mira in un secondo attacco che lo ha ucciso insieme a due sorelle, Rahaf e Remas. Almeno sette bambini figuravano tra coloro che sono stati uccisi mercoledì. Entesar Shamallakh, una farmacista della Palestinian Medical Relief Society, è stata anch’essa uccisa. Soldati israeliani hanno aperto il fuoco indiscriminatamente contro edifici residenziali nel quartiere di Al-Tuffah, a est della città di Gaza, secondo Healthcare Workers Watch (HWW), segnando il terzo operatore sanitario ucciso a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco di ottobre. Screenshot Un detenuto palestinese, Basel Haimouni, che era stato rilasciato dalle carceri israeliane nel 2011 ed esiliato a Gaza, è stato anch’egli ucciso in un attacco israeliano. Una bambina di 11 anni e suo padre sono stati uccisi in un attacco israeliano contro la loro tenda nel centro di Gaza. Secondo il portavoce della Protezione Civile Palestinese a Gaza, “La guerra non si è fermata a Gaza e i civili continuano a essere uccisi sistematicamente”. “Mentre dormivamo nella nostra casa, il carro armato ci ha bombardati e i colpi hanno colpito la nostra casa, i nostri figli sono stati martirizzati – mio figlio è stato martirizzato, il figlio e la figlia di mio fratello sono stati martirizzati… Non abbiamo nulla a che fare con nulla, siamo persone pacifiche”, ha dichiarato Abu Mohamed Habouch, parlando al funerale della sua famiglia. Gli attacchi di mercoledì sono arrivati solo pochi giorni dopo che le forze israeliane hanno ucciso circa 30 palestinesi in attacchi in tutta l’enclave, in uno dei giorni più sanguinosi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. GMO: 1.520 violazioni israeliane del cessate il fuoco a Gaza in 115 giorni. Israele ha violato il cessate il fuoco a Gaza più di 1.520 volte in 115 giorni, uccidendo centinaia di civili e bloccando l’ingresso di aiuti tanto necessari. Israele ha ucciso più di 556 palestinesi da quando il “cessate il fuoco” è entrato in vigore quasi quattro mesi fa, tra cui 288 bambini, donne e anziani. Almeno 71.803 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023. L’Ufficio Governativo per i Media (GMO) a Gaza ha rivelato mercoledì che le forze di occupazione israeliane hanno commesso 1.520 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco da quando è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 fino ad oggi. Queste violazioni hanno causato 559 vittime palestinesi e 1.500 feriti, nell’ambito di violazioni sistematiche dei termini del cessate il fuoco e del diritto internazionale umanitario. Secondo il comunicato, tali violazioni si sono verificate nell’arco di 115 giorni e hanno incluso 522 episodi di colpi d’arma da fuoco, 73 incursioni di veicoli militari in aree residenziali, 704 raid aerei e attacchi mirati, e 221 demolizioni di abitazioni e di vari edifici. Il GMO ha sottolineato che il 99% delle persone uccise erano civili, tra cui 288 bambini, donne e anziani, e 268 uomini. Tra i 1.500 feriti, oltre 900 erano bambini, donne e anziani, molti dei quali sono stati colpiti all’interno di quartieri residenziali e lontano da qualsiasi linea del fronte, portando il tasso di feriti civili al 99,2%. Il comunicato ha inoltre riportato l’arresto di 50 palestinesi durante questo periodo, tutti provenienti da aree residenziali e al di fuori delle linee designate del cessate il fuoco. Il GMO ha affermato che solo 29.603 camion di aiuti, commercio e carburante sono entrati a Gaza, su un totale previsto di 69.000, con un tasso di conformità di appena il 43%. I camion di carburante hanno rappresentato solo il 14% del volume concordato. Ha inoltre osservato che Israele non ha rispettato gli obblighi del protocollo umanitario, inclusi l’ingresso di tende, rifugi e case mobili, macchinari pesanti per la rimozione delle macerie e il recupero delle vittime, forniture mediche, la riapertura del valico di Rafah e il funzionamento della centrale elettrica di Gaza. Ha inoltre condannato le violazioni in corso lungo la linea gialla (la zona cuscinetto). Il GMO ha anche avvertito che le continue violazioni minano pericolosamente il cessate il fuoco, aggravando la catastrofe umanitaria a Gaza. Ha ritenuto Israele pienamente responsabile del deterioramento delle condizioni e delle morti civili. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: https://www.infopal.it/category/genocidio-e-pulizia-etnica-a-gaza
February 5, 2026
InfoPal